Karl Marx- Il salario, lavoro salariato, capitale e libero scambio

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a cura del “LABORATORIO POLITICO”

Indice

Nota editoriale

Introduzione del 1891 di Friedrich Engels

Lavoro salariato e capitale

Salario

La domanda

Protezionisti

I protezionisti, i liberoscambisti e la classe lavoratrice

Discorso sul dazio protettivo, il libero scambio e la classe operaia

Discorso sulla questione del libero scambio

 

 

Nota editoriale

 In questa “edizione comune, destinata al gran pubblico”, noi – seguendo l’indicazione che si può leggere nell’introduzione di Friedrich Engels del 1891 – non ci “sognamo di cambiare una parola” a questi vecchi scritti di Marx. Il testo di Lavoro salariato e capitale qui riprodotto, dunque, è quello originale del 1847-1849. In effetti, come si legge in quella introduzione, a parte poche altre precisazioni secondarie, Engels sostituì spesso il termine “borghese” con “capitalista”, e, soprattutto, “lavoro” (in quanto merce) con la dizione, concettualmente corretta, di “forza-lavoro”. Lasciamo chiarire il motivo di ciò alle parole di Marx stesso, come ebbe a precisarlo successivamente, nel 1865, in Salario, prezzo e profitto [§§. 7 e 9], l’altro breve e noto scritto divulgativo, dove – nonostante l’acquisizione scientifica ormai compiuta – Marx continuò occasionalmente a usare l’“espressione popolare” di “valore del lavo¬ro”: “… dobbiamo portare la nostra attenzione sul valore specifico del lavoro … Eppure non esiste una cosa come il valore del lavoro, nel senso comune della parola … Naturalmente, una volta che abbiamo scoperto il senso vero, ma nascosto, della espressione “valore del lavoro”, saremo in grado di chiarire questa applicazione irrazionale e apparentemente impossibile del valore … Ciò che l’operaio vende non è direttamente il suo lavoro, ma la sua forza-lavoro, che egli mette temporaneamente a disposizione del capitalista … Come per ogni altra merce, il suo valore è determinato dalla quantità di lavoro necessaria per la sua produzione … Hobbes disse: “Il valore di un uomo è, come per tutte le altre cose, il suo prezzo: cioè, è quel tanto che viene dato per l’uso della sua forza”. … Il valore o prezzo della forza-lavoro prende l’apparenza esteriore del prez¬zo o valore del lavoro stesso, quantunque, parlando rigorosamente, valo¬re o prezzo del lavoro siano espressioni prive di significato … Questa falsa apparenza distingue il lavoro salariato dalle altre forme storiche del lavoro … Se in seguito userò le parole “valore del lavoro”, non si tratterà che di una espressione popolare per “valore della forza-lavoro””. Ciò ci consente di osservare come, al di là del termine, anche nelle conferenze di Bruxelles del 1847 la categoria di forza-lavoro – su cui si incentra la spiegazione dell’origine sociale del plusvalore – se non ancora del tutto compiuta fosse comunque già nettamente delineata, in antitesi alle teorie borghesi; è da fare attenzione, semmai, alla possibile confusione che può derivare dall’impiego del termine “costo di produ¬zione”, che all’epoca Marx non utilizzava ancora nella stessa accezione che gli avrebbe dato in seguito, in maniera affatto diversa da “valore”.

Il mantenimento della redazione originaria marxiana, tra l’altro, in questa edizione, si avvantaggia della pubblicazione contestuale di tutti quegli altri scritti e appunti della fine del 1847, in qualche modo connessi alla tematica in questione. Abbiamo fatto questa scelta perché del piano originale delle conferenze di Bruxelles (fine 1847 – inizio 1848) – così come indicato da Marx nelle righe introduttive scritte nel 1849 per l’avvio della loro pubblicazione sulla Neue Rheinische Zeitung – si sa che, tra le sue carte, non è stato ritrovato lo sviluppo compiuto del corrispondente materiale. Tuttavia, è certo che gli appunti sul Salario [pubblicati molto più tardi, nel 1925, sulla rivista Unter dem banner des Marxismus] fossero stati preparati per l’occasione, così come i due bre¬vi brani su Domanda e Protezionisti, tutti contenuti nello stesso quader¬no. Infatti, anche quest’ultimo materiale, che copre tematiche stretta¬mente connesse, servì a Marx per preparare un intervento al Congresso degli economisti, tenuto a Bruxelles nel settembre del 1847. Per l’inter¬vento in questione a Marx non fu più data la parola in sede congressua¬le, ma il materiale preparatorio fu utilizzato dalla stesso Marx per l’arti¬colo I protezionisti, i liberoscambisti e la classe lavoratrice [poi pubbli¬cato in Atelier démocratique, 29 settembre 1847], e da Engels per inse¬rirlo nell’articolo Il congresso liberoscambista di Bruxelles [pubblicato in The northern star, 9 ottobre 1847], come sintesi del Discorso del dr. Marx sul dazio protettivo, il libero scambio e la classe operaia “dato che il discorso di Marx, benché non pronunciato, contiene la migliore e più convincente confutazione di questa menzogna sfacciata”. Il più famoso Discorso sulla questione del libero scambio fu infine scritto nel dicembre 1847, per essere pronunciato il 9 gennaio 1848 nel ciclo di conferenze che Marx tenne all’associazione de¬mocratica di Bruxelles. In un certo senso l’intera tematica affrontata da Marx negli studi compiuti nell’ulti¬mo trimestre di quell’anno, in vista delle conferenze da lui tenute, copre e completa parte del tema previsto – il dominio inglese del mercato mondiale – come terzo grande capitolo degli articoli di fondo della NRZ (se il giornale non fosse stato chiuso) sulla serie dedicata a Lavoro sala¬riato e capitale. Per tali ragioni ci è sem¬brato importante pubblicare qui, insieme al testo in seguito conosciuto con questo nome, anche tutti que¬gli altri scritti, non solo perché coevi, ma anche in quanto affatto organi¬ci per le tematiche e per la destinazione politica e teorica.

D’altronde, lo stesso Marx – in una lettera da Parigi del 1° ago¬sto 1849, in cui si firmava Monsieur Ramboz, dato che “la spada di Da¬mocle pende ancora sulla mia testa: la mia espulsione” – chiedeva a Jo¬seph Weydemeyer “in che modo ritieni sia possibile pubblicare degli opuscoli. Vorrei cominciare con l’opuscolo sul salario, di cui è stato pubblicato solo l’inizio nella Neue Rheinische Zeitung. Vi aggiungerei una piccola prefazione politica sull’attuale status quo … So che questo opuscolo ha successo e trova già una gran quantità di persone interessa¬te”. In mancanza della continuazione delle pubblicazioni sulla NRZ, gli scritti qui scelti per aggiungerli a quell’“inizio” intendono rispettare l’indicazione marxiana, per quanto in maniera parziale e arbitraria, sul¬la possibilità di “pubblicare degli opuscoli”. [Per le traduzioni in italia¬no ci si è basati prevalentemente, laddove possibile, sulle vecchie edizioni in lingue estere di Mosca].

 Introduzione del 1891

di Friedrich Engels

 Lo scritto che segue apparve come serie di articoli editoriali nel¬la Neue Rheinische Zeitung, a partire dal 4 aprile 1849. Base di esso sono le conferenze che Marx tenne nel 1847 alla Associazione degli operai te¬deschi di Bruxelles. La sua pubblicazione fu interrotta; il “continua”, che si trova alla fine dell’articolo pubblicato nel numero 269, non ebbe alcun seguito a causa del precipitare degli avvenimenti, della marcia dei russi in Ungheria, delle insurrezioni di Dresda, di Iserlohn, di Elberfeld, del Palatinato e del Baden, che portarono alla soppressione del giornale (19 maggio 1849). Il manoscritto del seguito non è stato trovato tra le carte lasciate da Marx.

Lavoro salariato e capitale è stato pubblicato parecchie volte come opuscolo; l’ultima volta nel 1884, Hottingen-Zürich, Tipografia cooperativa svizzera. Tutte queste edizioni riproducevano, sinora, il testo esatto dell’originale. Ma poiché l’attuale ristampa dovrà essere diffusa come opuscolo di propaganda e avrà una tiratura non inferiore alle 10.000 copie, mi si è posta la questione se, in queste condizioni, Marx stesso avrebbe permesso una riproduzione integrale dell’originale.

Tra il 1840 e il 1850 Marx non aveva ancora condotto a termine la sua critica dell’economia politica. Ciò avvenne solo verso la fine del decennio 1850-1860. I suoi scritti apparsi prima del primo fascicolo: Per la critica dell’economia politica (1859), si allontanano quindi in taluni punti da quelli che furono composti dopo il 1859, contengono espressioni e interi periodi che, confrontati con gli scritti successivi, appaiono infeli¬ci e perfino inesatti. É evidente che in edizioni comuni, destinate al gran pubblico anche questo punto di vista primitivo, che fa parte della evolu¬zione mentale dell’autore, trova il suo posto, e che l’autore e il pubblico hanno innegabilmente diritto alla edizione di questi vecchi scritti senza alcuna modificazione. Mai mi sarei sognato di cambiare una parola.

Le cose stanno altrimenti, invece, quando la nuova edizione è destinata quasi esclusivamente alla propaganda fra gli operai. In questo caso Marx avrebbe senza dubbio messo in accordo la vecchia esposizio¬ne che risale al 1849 con il suo nuovo modo di vedere; ed io sono sicuro di agire secondo l’animo suo, apportando a questa edizione le poche va¬rianti ed aggiunte che sono indispensabili per raggiungere questo scopo in tutti i punti essenziali. Dico quindi subito al lettore che questo non è l’opuscolo quale Marx lo aveva steso nel 1849, ma è presumibilmente quale egli lo avrebbe scritto nel 1891. Il testo originale, del resto, è diffu¬so in così gran numero di copie, che basteranno fino a tanto che non po¬trò ristamparlo, senza modificazioni né aggiunte, in una ulteriore edizio¬ne delle opere complete.

Le mie modificazioni si aggirano tutte attorno ad un sol punto. Secondo l’originale, l’operaio vende al capitalista, per un salario, il suo lavoro; secondo il testo attuale egli vende la sua forza-lavoro. A proposi¬to di questa modificazione devo dare una spiegazione. Una spiegazione agli operai, perché essi vedano che non si tratta di una pedanteria verba¬le, ma piuttosto di uno dei punti più importanti di tutta l’economia politi¬ca. Una spiegazione ai borghesi, perché essi possano convincersi della enorme superiorità degli operai incolti, ai quali si possono rendere facil¬mente comprensibili i problemi più difficili dell’economia, sui nostri presuntuo¬si uomini “colti”, cui tali questioni intricate restano insolubili per tutta la vita.

L’economia politica classica prese dalla pratica industriale la rappresentazione corrente del fabbricante, il quale comprerebbe e paghe¬rebbe il lavoro dei suoi operai. Per l’uso commerciale, per la conta¬bilità e per il calcolo dei prezzi del fabbricante, questa rappresentazione era più che sufficiente. Ma tra¬sportata in modo ingenuo nella economia poli¬tica, essa vi generò errori e confusioni strane.

L’economia si trova di fronte al fatto che i prezzi di tutte le merci, e fra questi anche il prezzo della merce che essa chiama “lavoro”, variano continuamente; che essi salgono e scendono in seguito a circo¬stanze molto svariate, che spesso non sono in relazione alcuna con la produzione della merce, cosicché di regola i prezzi sembrano determinati dal puro caso. Non appena l’economia si presentò come una scienza, uno dei suoi primi compiti fu di cercare la legge che si nasconde dietro a que¬sto caso che apparentemente regge i prezzi delle merci, la legge che, in realtà, regge questo caso stesso. Fra i prezzi delle merci che continua¬mente oscillano e si spostano ora in alto, ora in basso, essa cercò il punto centrale fisso attorno al quale si compiono queste oscillazioni e questi spostamenti. In una parola, essa partì dai prezzi delle merci per cercare, come legge che li regola, il valore delle merci, col quale si spiegano tutte le oscillazioni dei prezzi ed al quale in conclusione devono essere ricon¬dotte tutte.

L’economia classica trovò dunque che il valore di una merce è determinato dal lavoro che è contenuto in essa, dal lavoro cioè che si ri¬chiede per la sua produzione. Di questa spiegazione essa si accontentò, e anche noi, per ora, possiamo fermarci a questo punto. Solo per evitare malintesi, voglio ricordare che questa spiegazione è diventata oggi asso¬lutamente insufficiente. Marx ha per primo indagato a fondo la proprietà del lavoro di creare valore, e ha trovato che non ogni lavoro apparente-mente o anche realmente necessario per la produzione di una merce ag¬giunge a questa merce, in ogni circostanza, una quantità di valore corri¬spondente alla quantità di lavoro impiegato. Perciò quando noi oggi, per fare presto, diciamo, insieme con economisti come Ricardo, che il valore di una merce si determina per mezzo del lavoro necessario alla sua pro¬duzione, sottintendiamo sempre le riserve fatte da Marx. E questo basta, per ora; il resto si trova in Marx, nello scritto: Per la critica dell’econo¬mia politica del 1859 e nel I volume del Capitale.

Non appena però gli economisti applicarono alla merce “lavoro” questo modo di determinare il valore per mezzo del lavoro, caddero da una contraddizione in un’altra. Come viene determinato il valore del “la¬voro”? Dal lavoro necessario che è contenuto in esso. Ma quanto lavoro è contenuto nel lavoro di un operaio, per un giorno, una settimana, un mese, un anno? Il lavoro di un giorno, di una settimana, di un mese, di un anno. Se il lavoro è la misura di tutti i valori, possiamo esprimere il “valore del lavoro” soltanto in lavoro. Ma non sappiamo assolutamente niente del valore di un’ora di lavoro, quando sappiamo soltanto che esso è uguale a un’ora di lavoro. In questo modo non ci siamo avvicinati di un capello al nostro scopo; ci aggiriamo in un circolo vizioso.

L’economia classica tentò allora un’altra via d’uscita. Essa dis¬se: il valore di una merce è uguale ai suoi costi di produzione. Ma che cosa sono i costi di produzione del lavoro? Per rispondere a questa do¬manda gli economisti debbono fare un po’ di violenza alla logica. Invece di ricercare i costi di produzione del lavoro stesso, che purtroppo non è possibile stabilire, essi ricercano ora quali sono i costi di produzione dell’operaio. E questi è possibile stabilirli. Essi variano secondo il tempo e le circostanze, ma per un dato stato sociale, per una data località, per una data branca della produzione, sono essi pure dati, almeno entro limiti abbastanza ristretti. Noi viviamo oggi sotto il dominio della produzione capitalistica, in cui una classe della popolazione, grande e in continuo aumento, può vivere soltanto se lavora, in cambio di un salario, per i possessori dei mezzi di produzione: strumenti, macchine, materie prime e mezzi di sussistenza. Sulla base di questo modo di produzione, i costi di produzione dell’operaio consistono in quella quantità di mezzi di sus¬sistenza – o nel loro prezzo in denaro – che sono in media necessari per renderlo atto al lavoro, per conservarlo atto al lavoro e per sostituirlo, quando egli scompare per vecchiaia, per malattia o per morte, con un al¬tro operaio, cioè per assicurare che la classe operaia si riproduca nella misura necessaria. Supponiamo che il prezzo in denaro di questi mezzi di sussistenza sia in media di tre marchi al giorno.

Il nostro operaio riceve dunque dal capitalista che lo occupa un salario di tre marchi al giorno. Per questo salario il capitalista lo fa lavo¬rare, poniamo, dodici ore al giorno. E il capitalista fa presso a poco i cal¬coli seguenti:

Supponiamo che il nostro operaio – un meccanico – debba fare un pezzo di una macchina, e che lo finisca in un giorno. La materia – fer¬ro e ottone, nella forma necessaria precedentemente elaborata – costa venti marchi. Il consumo di carbone della macchina a vapore e il deterio¬ramento di questa stessa macchina a vapore, del tornio e degli altri stru¬menti con cui l’operaio lavora, rappresentano, per un giorno e per un operaio, il valore di un marco. Il salario giornaliero è, secondo la nostra supposizione di tre marchi. Il totale è, per il nostro pezzo di macchina, di ventiquattro marchi.

Il capitalista calcola però che in media riceverà dai suoi clienti un prezzo di ventisette marchi, cioè tre marchi in più delle spese che egli ha anticipato.

Donde vengono questi tre marchi che il capitalista intasca? Se¬condo quanto afferma l’economia classica, le merci in media sono ven¬dute secondo il loro valore, cioè a prezzi corrispondenti alle necessarie quantità di lavoro contenute in esse. Il prezzo medio del nostro pezzo di macchina – ventisette marchi – sarebbe dunque uguale al suo valore, uguale cioè al lavoro che è contenuto in esso. Ma, di questi ventisette marchi, ventuno erano valori che esistevano già prima che il nostro mec¬canico incominciasse a lavorare. Venti marchi erano contenuti nelle ma¬terie prime, un marco nel carbone bruciato durante il lavoro, o in mac¬chine e strumenti che sono stati utilizzati e la cui capacità di produzione è stata diminuita per un valore uguale a questo importo. Restano sei mar¬chi che sono stati aggiunti al valore della materia prima. Ma questi sei marchi, come ammettono anche i nostri economisti, possono derivare soltanto dal lavoro che il nostro operaio ha aggiunto alla materia prima. Il suo lavoro di dodici ore ha dunque creato un nuovo valore di sei mar¬chi. Il valore della sua giornata di lavoro di dodici ore, sarebbe dunque uguale a sei marchi. E così avremmo dunque finalmente scoperto che co¬sa è il “valore del lavoro”.

“Un momento! – esclama il nostro meccanico. – Sei marchi? Io non ne ho ricevuti che tre! Il mio capitalista giura su tutti i santi che il valore del mio lavoro di dodici ore è soltanto di tre marchi, e se io ne chiedo sei, si fa beffe di me. Come si spiega tutto questo?”.

Se prima con il nostro valore del lavoro, eravamo giunti a un circolo vizioso, ora siamo caduti sul serio in una contraddizione insolubi¬le. Cercavamo il valore del lavoro, e abbiamo trovato più di quanto ci occorre. Per l’operaio il valore del lavoro di dodici ore è di tre marchi, per il capitalista è di sei, dei quali egli ne paga tre all’operaio come sala¬rio, e intasca gli altri tre. Il lavoro non avrebbe dunque uno, ma due valo¬ri, e per di più molto diversi!

La contraddizione diventa ancor più assurda non appena ridu¬ciamo in tempo di lavoro i valori espressi in denaro. Nelle dodici ore di lavoro viene creato un nuovo valore di sei marchi; quindi in sei ore, tre marchi, la somma che l’operaio riceve per un lavoro di dodici ore. Per dodici ore di lavoro l’operaio riceve come uguale controvalore il prodot¬to di sei ore di lavoro. Perciò, o il lavoro ha due valori, uno dei quali è doppio dell’altro, o dodici è uguale a sei! In tutti e due i casi ci troviamo di fronte a un puro controsenso.

Possiamo voltarci e rigirarci come vogliamo, non usciremo da questa contraddizione fino a tanto che parleremo di compra e di vendita del lavoro e di valore del lavoro. Ed è appunto ciò che è accaduto agli economisti. L’ultimo prodotto dell’economia classica, la scuola ricardia¬na, fallì in gran parte per non aver saputo risolvere questa contraddizio¬ne. L’economia classica si era cacciata in un vicolo cieco. Chi trovò la via per uscirne fu Karl Marx.

Ciò che gli economisti avevano considerato come costo di pro¬duzione del “lavoro”, erano i costi di produzione non del lavoro, ma del¬lo stesso operaio vivente. E ciò che questo operaio vendeva al capitalista non era il suo lavoro. “Appena il suo lavoro comincia realmente – dice Marx – esso ha già cessato di appartenergli e quindi non può più essere venduto da lui”. Egli potrebbe dunque tutt’al più vendere il suo lavoro futuro, cioè assumersi l’obbligo di compiere una determinata prestazione di lavoro in un tempo determinato. Ma in questo modo egli non vende lavoro (che si dovrebbe ancora fare), ma pone a disposizione del capitali¬sta per un certo tempo (salario giornaliero) o per una determinata presta¬zione di lavoro (salario a cottimo) la sua forza-lavoro, contro una deter¬minata paga; egli cede, cioè vende, la sua forza-lavoro. Questa forza-lavoro è però unita insieme con la sua persona e inseparabile da essa. I suoi costi di produzione coincidono dunque con i costi di produzione dell’operaio: ciò che gli economisti chiamavano costi di produzione del lavoro, sono appunto i costi di produzione dell’operaio e quindi della forza-lavoro. E così possiamo risalire dai costi di produzione della forza-lavoro al valore della forza-lavoro, e determinare la quantità di la¬voro socialmente necessario che si richiede per la produzione di una forza-lavoro di qualità determinata, come ha fatto Marx nel capitolo sul¬la compra e vendita della forza-lavoro (Il Capitale, I, cap. IV).

Che cosa avviene ora, dopo che l’operaio ha venduto al capita¬lista la sua forza-lavoro, cioè dopo che l’ha posta a sua disposizione, per un salario convenuto, giornaliero o a cottimo? Il capitalista conduce l’o¬peraio nella sua officina o fabbrica, dove già si trovano tutti gli oggetti necessari per il lavoro, le materie prime, le materie ausiliarie (carbone, coloranti, ecc.), gli utensili, le macchine. E qui l’operaio incomincia a sgobbare. Poniamo che il suo salario giornaliero sia, come prima, di tre marchi, poco importa se guadagnati a giornata o a cottimo. Supponiamo di nuovo, anche in questo caso, che con il suo lavoro di dodici ore l’ope¬raio aggiunga alla materia prima impiegata un nuovo valore di sei mar¬chi, un nuovo valore che il capitalista realizza con la vendita del pezzo finito. Di questo importo egli paga all’operaio tre marchi, e gli altri tre li tiene per sé. Se l’operaio produce in dodici ore un valore di sei marchi, in sei ore produce un valore di tre marchi. Quindi dopo aver lavorato sei ore egli ha già restituito al capitalista l’equivalente dei tre marchi ricevu¬ti come salario. Dopo sei ore di lavoro, tutti e due sono pari; nessuno dei due deve più un soldo all’altro.

“Un momento! – esclama ora il capitalista. – Io ho noleggiato l’operaio per un giorno intero, per dodici ore. Sei ore non sono che una mezza giornata. Avanti dunque al lavoro, fino a che anche le altre sei ore siano passate. Solo allora saremo pari!” E in realtà l’operaio deve atte¬nersi al suo contratto “liberamente” concluso, con il quale si impegna a lavorare dodici ore intere, per un prodotto di lavoro che costa sei ore di lavoro.

Con il salario a cottimo è la stessa cosa. Supponiamo che il no¬stro operaio produca in dodici ore dodici pezzi di merce. Ognuno di essi costa in materie prime e deterioramento due marchi, ed è venduto a mar¬chi 2,50. Per attenerci all’ipotesi di prima, il capitalista darà all’operaio 25 centesimi il pezzo, il che fa, per dodici pezzi, tre marchi, per guada¬gnare i quali l’operaio deve lavorare dodici ore. Per i dodici pezzi il capi¬talista riceve trenta marchi; deducendo ventiquattro marchi per materie prime e deterioramento, restano sei marchi, tre dei quali egli li paga per salario, e gli altri tre li intasca. Come nell’esempio di prima. Anche in questo caso l’operaio lavora sei ore per sé, cioè per produrre l’equivalen¬te del suo salario (mezz’ora per ognuna delle dodici ore), e sei ore per il capitalista.

La difficoltà che era insuperabile per i migliori economisti fino a tanto che partivano dal valore del “lavoro”, scompare non appena, in¬vece, si parte dal valore della forza-lavoro. Nella nostra attuale società capitalistica, la forza-lavoro è una merce, una merce come ogni altra, ma ciò nonostante una merce tutta affatto speciale. Essa ha cioè la proprietà specifica di essere forza produttrice di valore, anzi di essere, se viene impiegata in modo appropriato, fonte di un valore maggiore di quello che essa possiede. Nello stato attuale della produzione la forza-lavoro dell’uomo non solo produce in un giorno un valore superiore a quello che essa possiede e a quello che costa; ad ogni nuova scoperta scientifi¬ca, ad ogni nuovo perfezionamento tecnico questa eccedenza del suo prodotto giornaliero sul suo costo giornaliero aumenta, cioè si riduce quella porte della giornata di lavoro in cui l’operaio produce l’equivalen¬te del suo salario, e si allunga perciò d’altro lato quella parte della gior¬nata in cui egli deve regalare al capitalista il suo lavoro senza essere pa¬gato.

Tale è la costituzione economica di tutta la nostra società attua¬le: solo la classe operaia è quella che produce tutti i valori. Poiché valore non è che un’altra espressione per lavoro, l’espressione con la quale, nel¬la nostra attuale società capitalistica, viene indicata la quantità di lavoro socialmente necessaria che è contenuta in una merce determinata. Questi valori prodotti dagli operai non appartengono però agli operai. Essi ap¬partengono di proprietari delle materie prime, delle macchine, degli stru¬menti e del capitale anticipato, i quali permettono a questi proprietari di comperare la forza-lavoro della classe operaia. Di tutta la massa di pro¬dotti da essa fabbricata, alla classe operaia ne viene restituita solo una parte. E come abbiamo visto, l’altra parte, che la classe capitalista trattie¬ne per sé, o tutt’al più, deve ancora dividere con la classe dei proprietari fondiari, diventa sempre maggiore ad ogni nuova invenzione e ad ogni nuova scoperta, mentre la parte che tocca alla classe operaia (calcolata per testa) o aumenta lentamente e in modo insignificante o non aumenta affatto, e in talune circostanze può persino diminuire.

Ma questa successione sempre più rapida di invenzioni e di sco¬perte, questo rendimento del lavoro umano che aumenta di giorno in giorno in misura sinora inaudita, fa sorgere infine un conflitto, in cui l’odierna economia capitalistica deve perire. Da un lato ricchezze incom¬mensurabili e una sovrabbondanza di prodotti, che i compratori non rie¬scono ad assorbire. Dall’altro lato la grande massa della società proleta¬rizzata, trasformata in salariati, e resa perciò incapace di appropriarsi quella sovrabbondanza di prodotti. La scissione della società in una pic¬cola classe smisuratamente ricca e in una grande classe di salariati nulla¬tenenti fa sì che questa società soffoca nella sua stessa sovrabbondanza, mentre la grande maggioranza dei suoi membri è appena protetta, e spes¬so non lo è affatto, dall’estrema indigenza. Questo stato di cose diventa di giorno in giorno più assurdo e più inutile. Esso deve venire eliminato, esso può venire eliminato. Un nuovo ordine sociale è possibile, nei quale spariranno le attuali differenze di classe e nel quale – forse dopo un breve periodo di transizione, un po’ travagliato, ma ad ogni modo molto utile dal punto di vista morale – grazie allo sfruttamento secondo un piano e all’ulteriore sviluppo delle esistenti immense forze produttive di tutti i membri della società, ad un uguale obbligo al lavoro corrisponderà una situazione in cui anche i mezzi per vivere, per godere la vita, per la edu¬cazione e lo sviluppo di tutte le facoltà fisiche e spirituali saranno a di¬sposizione di tutti, in modo uguale e in misura sempre crescente. E che gli operai sono sempre più decisi a conquistarsi questo nuovo ordine so¬ciale, ne faran prova, sulle due rive dell’Oceano, il Primo Maggio di domani e domenica prossima, 3 maggio.

Friedrich Engels

Londra, 30 aprile 1891

Lavoro salariato e capitale

Colonia, 4 aprile 1849. Da diverse parti ci è stato rimproverato che non abbiamo esposto quali sono i rapporti economici, che formano la base materiale delle attuali lotte di classe e nazionali. Di proposito, abbiamo sfiorato questi rapporti soltanto là dove essi esplodevano immediatamente in collisioni politiche.

Importava innanzi tutto seguire la lotta di classe nella sua storia quotidiana e dimostrare empiricamente, sulla scor¬ta del materiale storico esistente e giornalmente arricchito, che lo schiacciamento della classe operaia, che aveva fatto le rivoluzioni di febbraio e di marzo, ha significato contempo¬raneamente la disfatta dei suoi avversari, i repubblicani bor¬ghesi in Francia, le classi borghesi e contadine in lotta con¬tro l’assolutismo feudale su tutto il continente europeo; che la vittoria dell’“onesta repubblica” in Francia ha segnato in pari tempo la sconfitta delle nazioni che avevano risposto al¬la rivoluzione di febbraio con eroiche guerre di indipenden¬za; che, infine, con la disfatta degli operai rivoluzionari l’Europa è ricaduta nella sua vecchia duplice schiavitù, nella schiavitù anglo-russa. Le giornate di giugno a Parigi, la ca¬duta di Vienna, la tragicommedia del novembre 1848 a Ber¬lino, gli sforzi disperati della Polonia, dell’Italia e dell’Un¬gheria, l’affamamento dell’Irlanda : tali furono i momenti principali in cui si riassunse in Europa la lotta di classe fra borghesia e classe operaia, e in base ai quali noi abbiamo dimostrato che ogni sollevamento rivoluzionario, anche se i suoi scopi appaiono ancora molto lontani dalla lotta di clas¬se, è destinato a fallire fino a che la classe operaia rivoluzio¬naria non abbia vinto, e che ogni riforma sociale resta un’u¬topia fino a che la rivoluzione proletaria e la controrivolu¬zione feudale non si siano misurate con le armi in una guer¬ra mondiale. Nella nostra esposizione, come nella realtà, il Belgio e la Svizzera figuravano nel grande quadro storico come macchiette pittoresche tragicomiche e caricaturali; l’u¬no, lo Stato modello della monarchia borghese, l’altra, lo Stato modello della repubblica borghese, due Stati che si immaginano entrambi di essere estranei alla lotta di classe e alla rivoluzione europea.

Ora, dopo che i nostri lettori hanno visto svilupparsi la lotta di classe, nel 1848, in forme politiche colossali, è tempo di penetrare più a fondo i rapporti economici, sui qua¬li si fondano tanto l’esistenza della borghesia e il suo domi¬nio di classe quanto la schiavitù degli operai.

In tre grandi capitoli esporremo: 1) il rapporto fra il lavoro salariato e il capitale, la schiavitù dell’operaio, il dominio del capitalista; 2) la decadenza inevitabile delle classi medie borghesi e del ceto contadino nel sistema attua¬le; 3) l’asservimento commerciale e lo sfruttamento delle classi borghesi delle diverse nazioni europee da parte del despota del mercato mondiale, l’Inghilterra.

Faremo il possibile per esporre in forma semplice e popolare, senza presupporre la conoscenza nemmeno dei concetti più elementari dell’economia politica. Vogliamo farci comprendere dagli operai. Tanto più che la più curiosa ignoranza e confusione di concetti riguardo ai rapporti eco¬nomici più semplici regnano in Germania, a partire dai di¬fensori patentati delle condizioni esistenti fino ai socialisti miracolisti e ai genî politici incompresi, di cui la spezzettata Germania è più ricca che di padri della patria.

I

Passiamo dunque alla prima questione: che cosa è il salario? Come viene esso determinato?

Se domandiamo agli operai : “Qual è l’importo del vostro salario?”, essi risponderanno, l’uno: “Io ricevo un franco al giorno dal mio padrone”, l’altro: “Io ricevo due franchi”, ecc. Secondo le varie branche di lavoro alle quali appartengono, essi indicheranno diverse somme che ricevo¬no dal loro rispettivo padrone per un determinato tempo di lavoro o per fare un determinato lavoro, ad esempio per tes¬sere un braccio di lino, o per comporre un foglio di stampa. Malgrado la diversità delle loro risposte essi concordano tut¬ti su un punto : il salario è la somma di denaro che il borghe¬se paga per un determinato tempo di lavoro o per una deter¬minata prestazione di lavoro.

Il borghese compera, dunque, il loro lavoro con del denaro. Per denaro essi gli vendono il loro lavoro. Con la stessa somma di denaro con la quale il borghese ha compera¬to il loro lavoro, per esempio con due franchi, avrebbe potu¬to comperare due libbre di zucchero o una determinata quan¬tità di qualsiasi altra merce. I due franchi con i quali egli ha comperato le due libbre di zucchero sono il prezzo delle due libbre di zucchero. I due franchi con i quali egli ha compera¬to dodici ore di lavoro, sono il prezzo del lavoro di dodici ore. Il lavoro, dunque, è una merce, né più né meno che lo zucchero. La prima si misura con l’orologio, la seconda con la bilancia.

Gli operai scambiano la loro merce, il lavoro, con la merce del capitalista, il denaro, e questo scambio si effettua secondo un rapporto determinato. Tanto denaro per tanto la¬voro. Per tessere dodici ore, due franchi. E i due franchi, non rappresentano essi forse tutte le altre merci che posso com¬perare per due franchi? Di fatto, quindi, l’operaio ha scam¬biato la sua merce, il lavoro, contro altre merci di ogni gene¬re, e secondo un rapporto determinato. Dandogli due franchi il capitalista gli ha dato, in cambio della sua giornata di la¬voro, tanto di carne, tanto di abiti, tanto di legna, di luce, ecc. I due franchi esprimono dunque il rapporto in cui il la¬voro si scambia con altre merci, il valore di scambio del suo lavoro. Il valore di scambio di una merce, valutato in denaro, si chiama appunto il suo prezzo. Il salario non è quindi che un nome speciale dato al prezzo del lavoro; non è che un nome speciale dato al prezzo di questa merce speciale, che è contenuta soltanto nella carne e nel sangue dell’uomo.

Prendiamo un operaio qualsiasi, per esempio un tes¬sitore. Il borghese gli fornisce il telaio e il filo. Il tessitore si pone al lavoro e il filo si fa tela. Il borghese s’impadronisce della tela e la vende, poniamo, a venti franchi. É il salario del tessitore una parte della tela, dei venti franchi, del pro¬dotto del proprio lavoro? Niente affatto. Il tessitore ha rice¬vuto il suo salario molto tempo prima che la tela sia venduta, forse molto tempo prima che essa sia tessuta. Il capitalista, dunque, paga questo salario non con il denaro che egli rica¬verà dalla tela, ma con denaro d’anticipo. Come il telaio e il filo non sono prodotti del tessitore, al quale vengono forniti dal borghese, così non lo sono le merci che egli riceve in cambio della sua merce, il lavoro. É possibile che il borghe¬se non trovi nessun compratore per la sua tela. É possibile che egli la venda in modo molto vantaggioso in confronto col salario del tessitore. Tutto ciò non è affare del tessitore. Il capitalista compera con una parte del suo patrimonio pree¬sistente, del suo capitale, il lavoro del tessitore, allo stesso modo che con un’altra parte del suo patrimonio ha compera¬to la materia prima, il filo, e lo strumento di lavoro, il telaio. Dopo aver fatto queste compere – e in queste compere è compreso il lavoro necessario per la produzione della tela – egli produce soltanto con materie prime e strumenti di lavo¬ro che gli appartengono. Tra questi ultimi è naturalmente compreso anche il nostro bravo tessitore, che partecipa al prodotto o al prezzo di esso non più di quello che vi parteci¬pi il telaio!

Il salario non è, dunque, una partecipazione dell’o¬peraio alla merce da lui prodotta. Il salario è quella parte di merce, già preesistente, con la quale il capitalista si compe¬ra una determinata quantità di lavoro produttivo.

Il lavoro è dunque una merce, che il suo possessore, il salariato, vende al capitale. Perché la vende? Per vivere.

Il lavoro, è però l’attività vitale propria dell’operaio, è la manifestazione della sua propria vita. Ed egli vende ad un terzo questa attività vitale per assicurarsi i mezzi di sussi¬stenza necessari. La sua attività vitale è dunque per lui sol¬tanto un mezzo per poter vivere. Egli lavora per vivere. Egli non calcola il lavoro come parte della sua vita: esso è piutto¬sto un sacrificio della sua vita. Esso è una merce che egli ha aggiudicato a un terzo. Perciò anche il prodotto della sua at¬tività non è lo scopo della sua attività. Ciò che egli produce per sé non è la seta che egli tesse, non è l’oro che egli estrae dalla miniera, non è il palazzo che egli costruisce. Ciò che egli produce per sé è il salario; e seta, oro, e palazzo si risol¬vono per lui in una determinata quantità di mezzi di sussi¬stenza, forse in una giacca di cotone, in una moneta di rame e in un tugurio. E l’operaio che per dodici ore tesse, fila, tor¬nisce, trapana, costruisce, scava, spacca le pietre, le traspor¬ta, ecc., considera egli forse questo tessere, filare, trapanare, tornire, costruire, scavare, spaccar pietre per dodici ore come manifestazione della sua vita, come vita? Al contrario. La vita incomincia per lui dal momento in cui cessa questa atti¬vità, a tavola, al banco dell’osteria, nel letto. Il significato delle dodici ore di lavoro non sta per lui nel tessere, filare, trapanare, ecc., ma soltanto nel guadagnare ciò che gli per¬mette di andare a tavola, al banco dell’osteria, a letto. Se il baco da seta dovesse tessere per campare la sua esistenza come bruco, sarebbe un perfetto salariato.

Il lavoro non è sempre stata una merce. Il lavoro non è sempre stato lavoro salariato, cioè lavoro libero. Lo schia¬vo non vendeva il suo lavoro al padrone di schiavi, come il bue non vende al contadino la propria opera. Lo schiavo, in¬sieme con il suo lavoro, è venduto una volta per sempre al suo padrone. Egli è una merce che può passare dalle mani di un proprietario a quelle di un altro. Egli stesso è una merce, ma il lavoro non è merce sua. Il servo della gleba vende sol¬tanto una parte del suo lavoro. Non è lui che riceve un sala¬rio dal proprietario della terra; è piuttosto il proprietario del¬la terra che riceve da lui un tributo. Il servo della gleba ap¬partiene alla terra e porta frutti al signore della terra.

L’operaio libero invece vende se stesso, e pezzo a pezzo. Egli mette all’asta 8, 10, 12, 15 ore della sua vita, ogni giorno, al migliore offerente, al possessore delle mate¬ria prime, degli strumenti di lavoro e dei mezzi di sussisten¬za, cioè ai capitalisti. L’operaio non appartiene né a un pro¬prietario, né alla terra, ma 8, 10, 12, 15 ore della sua vita quotidiana appartengono a colui che le compera. L’operaio abbandona quando vuole il capitalista al quale si dà in affit¬to, e il capitalista lo licenzia quando crede, non appena non ricava più da lui nessun utile o non ricava più l’utile che si prefiggeva. Ma l’operaio, la cui sola risorsa è la vendita del lavoro, non può abbandonare l’intera classe dei compratori, cioè la classe dei capitalisti, se non vuole rinunciare alla propria esistenza. Egli non appartiene a questo o a quel bor¬ghese, ma alla borghesia, alla classe borghese; ed è affar suo disporre di se stesso, cioè trovarsi in questa classe bor¬ghese un compratore.

Prima di esaminare ora più da vicino il rapporto fra capitale e lavoro salariato, esporremo brevemente i fattori più generali che intervengono nella determinazione del sala¬rio. Come abbiamo visto, il salario è il prezzo di una merce determinata, del lavoro. Il salario è dunque determinato dalle stesse leggi che determinano il prezzo di qualsiasi altra mer¬ce. Si chiede dunque: come viene determinato il prezzo di una merce?

II

Da che cosa è determinato il prezzo di una merce?

Dalla concorrenza fra compratori e venditori, dal rap¬porto tra la domanda e la disponibilità, tra l’offerta e la ri¬chiesta. La concorrenza, da cui viene determinato il prezzo di una merce, ha tre aspetti.

La stessa merce è offerta da diversi venditori. Colui che vende merci della stessa qualità più a buon mercato è si¬curo di eliminare gli altri venditori e di assicurarsi lo smer¬cio maggiore. I venditori si disputano dunque reciprocamen¬te le possibilità di vendita, il mercato. Ognuno di essi vuol vendere, vendere il più possibile, e possibilmente vendere solo, escludendo tutti gli altri venditori. L’uno, quindi, vende più a buon mercato dell’altro. Esiste perciò una concorrenza tra i venditori, che ribassa i prezzi delle merci che essi of¬frono.

Esiste però anche una concorrenza tra i compratori, che a sua volta fa salire il prezzo delle merci offerte.

Esiste, infine, anche una concorrenza tra i comprato¬ri e i venditori; gli uni vogliono comperare il più che sia pos¬sibile. Il risultato di questa concorrenza tra compratori e venditori dipenderà dal modo come si comportano gli altri due aspetti della concorrenza che abbiamo indicato, cioè dal fatto che la concorrenza sia più forte nel campo dei compra¬tori o in quello dei venditori. L’industria mette in campo l’un contro l’altro due eserciti, ognuno dei quali sostiene una lotta nelle proprie file, fra le proprie truppe. L’esercito nei cui ranghi hanno luogo gli scontri più lievi, riporta vittoria sull’avversario.

Supponiamo che si trovino sul mercato 100 balle di cotone, e in pari tempo dei compratori per 1.000 balle. In questo caso la domanda è dunque dieci volte maggiore della disponibilità. La concorrenza fra i com¬pratori sarà dunque molto forte; ognuno di essi vorrà accaparrarsi almeno una e possibilmente tutte le 100 balle. Questo esempio non è un’i¬potesi arbitraria. Nella storia del commercio abbiamo cono¬sciuto periodi di cattivi raccolti di cotone, nei quali alcuni capitalisti, associati fra loro, tentarono di accaparrarsi non 100 balle, ma tutta la disponibilità di cotone del mondo. Nel caso citato, dunque, un compratore cercherà di eliminare l’altro offrendo per le balle di cotone un prezzo relativamen¬te superiore. I venditori di cotone, i quali vedono che le trup¬pe nemiche si battono accanitamente fra loro, e sono com¬pletamente sicuri di vendere tutte le loro 100 balle, si guar¬deranno bene dal prendersi per i capelli per abbassare i prez¬zi del cotone in un momento in cui i loro avversari vanno a gara per spingerli in alto. Nell’esercito dei venditori si stabi¬lisce quindi improvvisamente la pace. Essi stanno come un sol uomo di fronte ai compratori, incrociano filosoficamente le braccia, e le loro esigenze non avrebbero alcun limite se le offerte dei compratori, anche dei più insistenti, non avessero i loro limiti ben determinati.

Dunque, se la disponibilità di una merce è inferiore alla domanda, la concorrenza fra i venditori è minima o nul¬la. Nella stessa proporzione in cui questa concorrenza dimi¬nuisce, aumenta quella fra i compratori. Risultato: aumento più o meno notevole dei prezzi della merce.

É noto che il caso contrario, che porta a risultati con¬trari, si verifica più spesso. Disponibilità di merci notevol¬mente superiore alla domanda: concorrenza disperata fra i venditori; mancanza di compratori: liquidazione delle merci a prezzi irrisori.

Ma che cosa significa aumento, diminuzione dei prezzi, prezzo alto e prezzo basso? Un granello di sabbia è alto se lo si guarda al microscopio, e una torre è bassa in confronto con una montagna. E se il prezzo è determinato dal rapporto tra la domanda e la disponibilità, da che cosa è determinato a sua volta quest’ultimo rapporto?

Rivolgiamoci a un qualsiasi borghese. Egli non esite¬rà un momento, e, come un secondo Alessandro il Grande, taglierà questo nodo metafisico con l’aiuto della tavola pita¬gorica. Se la produzione della merce che io vendo mi è co¬stata 100 franchi, ci dirà, e dalla vendita di essa ricavo 110 franchi, entro lo spazio di un anno, s’intende, questo è un guadagno civile, onesto, legittimo. Ma se ricevo in cambio 120, 130 franchi, il guadagno è forte; se poi ne ricavo 200 franchi, il guadagno sarebbe straordinario, enorme. Che cosa serve dunque al borghese come misura del guadagno? I costi di produzione della sua merce. Se in cambio di questa merce egli riceve una somma di altre merci la cui produzione è co¬stata di meno, ha perduto. Se in cambio della sua merce egli riceve una somma di altre merci la cui produzione è costata di più, ha guadagnato. La diminuzione o l’aumento del gua-dagno egli li misura dai gradi che il valore di scambio della sua merce si trova sopra o sotto lo zero, cioè sopra o sotto i costi di produzione.

Abbiam visto come il rapporto mutevole tra la do¬manda e la disponibilità provoca ora un ribasso, ora un rial¬zo dei prezzi, ora prezzi alti, ora prezzi bassi. Se il prezzo di una merce aumenta notevolmente in seguito alla scarsità del¬la disponibilità o ad un aumento sproporzionato della do-manda, necessariamente ribassa, in proporzione, il prezzo di qualsiasi altra merce; poiché in ultima analisi il prezzo di una merce esprime soltanto in denaro il rapporto in cui altre merci vengono date in cambio di essa. Se per esempio il prezzo di un braccio di tessuto di seta aumenta da cinque a sei franchi, il prezzo dell’argento, in rapporto al tessuto di seta, cade, e cadono pure, nei confronti del tessuto di seta, i prezzi di tutte le altre merci che sono rimaste ferme al loro prezzo primitivo. Per ricevere la stessa quantità di tessuto di seta bisogna dare in cambio una maggiore quantità di merci. Quali conseguenze avrà l’aumento del prezzo di una merce? Una massa di capitali si getterà nel ramo di industria fioren¬te, e questa immigrazione di capitali nel campo dell’indu¬stria favorita durerà fino a tanto che essa tornerà ai guadagni abituali, o, piuttosto, fino a tanto che il prezzo dei suoi pro¬dotti ca-drà, in seguito a sovrapproduzione, al di sotto dei co¬sti di produzione.

Viceversa, se il prezzo di una merce cade al di sotto dei suoi costi di produzione, i capitali si ritrarranno dalla produzione di questa merce. Eccettuato il caso in cui un ra¬mo di industria non è più adatto al suo tempo, e quindi deve decadere, la produzione di tale merce, cioè la disponibilità di essa, diminuirà, in seguito a questa fuga dei capitali, fino a tanto che essa corrisponda alla domanda, fino a tanto, cioè, che il suo prezzo si porti nuovamente al livello dei suoi costi di produzione, o meglio, fino a tanto che la disponibilità sarà caduta al di sotto della domanda, cioè fino a tanto che il suo prezzo abbia nuovamente superato i suoi costi di produzio¬ne, poiché il prezzo corrente di una merce sta sempre al di sopra o al di sotto dei suoi costi di produzione.

Così vediamo come i capitali emigrano e immigrano costantemente dal campo di un’industria a quello di un’altra. Il prezzo alto provoca una immigrazione eccessiva e il prez¬zo basso una eccessiva emigrazione.

Ponendoci da un altro punto di vista potremmo mo¬strare che non soltanto la disponibilità, ma anche la doman¬da è determinata dai costi di produzione; ma questa dimo¬strazione ci condurrebbe troppo lontano dal nostro argomen¬to. Abbiamo visto testé che le oscillazioni della domanda e della disponibilità riconducono sempre il prezzo di una mer¬ce ai costi di produzione. In realtà il prezzo di una merce è sempre al di sopra o al di sotto dei costi di produzione; ma il rialzo e il ribasso si integrano a vicenda, di modo che, entro un determinato limite di tempo, e tenuto conto degli alti e bassi dell’industria, le merci vengono scambiate l’una con l’altra a seconda dei loro costi di produzione; il loro prezzo, dunque, viene determinato dai loro costi di produzione.

Questa determinazione del prezzo sulla base dei costi di produzione non deve essere intesa nel senso in cui la in¬tendono gli economisti. Gli economisti dicono che il prezzo medio delle merci è uguale ai costi di produzione; che tale è la legge. Il movimento anarchico, per cui il rialzo viene compensato dal ribasso e il ribasso dal rialzo, lo considerano come un fatto occasionale. Con lo stesso diritto, come hanno fatto altri economisti, si potrebbero considerare le oscillazio¬ni come legge e la determinazione sulla base dei costi di pro¬duzione come fatto occasione. Ma solo queste oscillazioni che, considerate più da vicino, portano con sé le più terribili devastazioni e scuotono la società borghese dalle fondamen¬ta come terremoti, solo queste oscillazioni determinano nel loro corso il prezzo secondo i costi di produzione. Il movi¬mento complessivo di questo disordine è il suo ordine. Nel corso di questa anarchia industriale, in questo movimento ciclico la concorrenza compensa, per così dire, una strava¬ganza con l’altra.

Noi dunque vediamo che il prezzo di una merce è de¬terminato dai suoi costi di produzione, in modo che i periodi in cui il prezzo della merce supera i costi di produzione sono compensati dai periodi in cui esso scende sotto i costi di pro¬duzione e viceversa. Naturalmente, ciò non vale per un sin¬golo prodotto industriale determinato, ma soltanto per l’inte¬ro ramo dell’industria, allo stesso modo che non vale per il singolo industriale, ma soltanto per la classe degli industriali nel suo complesso.

La determinazione del prezzo secondo i costi di pro¬duzione è uguale alla determinazione del prezzo sulla base della durata del lavoro che si richiede per la produzione di una merce, poiché i costi di produzione consistono: 1) in ma¬terie prime e strumenti di lavoro, cioè in prodotti industriali la cui produzione è costata una certa quantità di giornate di lavoro, e che rappresentano perciò una certa quantità di gior¬nate di lavoro, e che rappresentano perciò una certa quantità di tempo di lavoro e 2) in lavoro immediato, la cui misura è appunto il tempo.

Le stesse leggi generali che regolano in generale il prezzo delle merci, regolano naturalmente anche il salario, il prezzo del lavoro.

Il salario ora aumenterà, ora diminuirà, a seconda del modo come si configura la concorrenza fra i compratori di lavoro, i capitalisti, e i venditori di lavoro, gli operai. Alle oscillazioni dei prezzi delle merci in generale corrispondono le oscillazioni del salario. Nei limiti di queste oscillazioni, però, il prezzo del lavoro sarà determinato dai costi di pro¬duzione, dal tempo di lavoro che si richiede per produrre questa merce, il lavoro.

Ma quali sono i costi di produzione del lavoro?

Sono i costi necessari per conservare l’operaio come operaio per formarlo come operaio.

Quanto meno tempo si richiede per apprendere un lavoro, tanto minori sono i costi di produzione dell’operaio, tanto più basso è il prezzo del suo lavoro, il suo salario. Nei rami industriali dove non si richiede nessun apprendistato e basta la semplice esistenza fisica dell’operaio, i costi di pro¬duzione richiesti per la sua formazione si riducono quasi esclusivamente alle merci necessarie per mantenerlo in vita. Il prezzo del suo lavoro sarà dunque determinato dal prezzo dei mezzi di sussistenza necessari.

Ma bisogna fare ancora una considerazione. Il fabbri¬cante, che calcola i costi di produzione e, a seconda di essi, il prezzo dei prodotti, tiene conto del logorio degli strumenti di lavoro. Se una macchina gli costa, per esempio, 1.000 franchi e si logora in dieci anni, egli conteggia 100 franchi all’anno nel prezzo della merce, per potere, dopo dieci anni, sostituire la macchina vecchia con una nuova. Allo stesso modo, nei costi di produzione del semplice lavoro devono essere conteggiati i costi di riproduzione, per cui la razza degli operai viene posta in condizione di moltiplicarsi e di sostituire gli operai logorati dal lavoro con nuovi operai. Il logorio dell’operaio viene dunque conteggiato allo stesso modo del logorio della macchina.

I costi di produzione del semplice lavoro ammontano quindi ai costi di esistenza e di riproduzione dell’operaio. Il prezzo di questi costi di esistenza e di riproduzione costitui¬sce il salario. Il salario così determinato si chiama salario minimo. Questo salario minimo, come, in generale, la deter¬minazione del prezzo delle merci secondo i costi di produ¬zione, vale non per il singolo individuo, ma per la specie. Singoli operai, milioni di operai non ricevono abbastanza per vivere e riprodursi; ma il salario dell’intera classe ope¬raia, entro i limiti delle sue oscillazioni, è uguale a questo minimo.

Ora che ci siamo intesi sulle leggi più generali che regolano il salario, come regolano il prezzo di ogni altra merce, possiamo passare all’esame del nostro argomento più in particolare.

III

Il capitale consta di materie prime, di strumenti di lavoro e di mezzi di sussistenza d’ogni genere, che vengono impiegati per la produzione di nuove materie prime, di nuovi strumenti di lavoro, di nuovi mezzi di sussistenza. Tutte que¬ste sue parti costitutive sono creazioni del lavoro, prodotti del lavoro, lavoro accumulato. Il capitale è lavoro accumula¬to che serve come mezzo per una nuova produzione.

Così dicono gli economisti.

Che cos’è uno schiavo negro? Un uomo di razza ne¬ra. Una spiegazione vale l’altra.

Un negro è un negro. Soltanto in determinate condi¬zioni egli diventa uno schiavo. Una macchina filatrice di co¬tone è una macchina per filare il cotone. Soltanto in determi¬nate condizioni essa diventa capitale. Sottratta a queste con¬dizioni essa non è capitale, allo stesso modo che l’oro in sé e per sé non è denaro e lo zucchero non è il prezzo dello zuc¬chero.

Nella produzione gli uomini non hanno rapporto sol¬tanto con la natura. Essi producono soltanto in quanto colla¬borano in un determinato modo e scambiano reciprocamente le proprie attività. Per produrre, essi entrano gli uni con gli altri in determinati legami e rapporti, e il loro rapporto con la natura, la produzione, ha luogo soltanto nel quadro di questi legami e rapporti sociali.

Questi rapporti sociali che legano i produttori gli uni agli altri, le condizioni nelle quali essi scambiano le loro at¬tività e partecipano all’atto complessivo della produzione, sono naturalmente diversi a seconda del carattere dei mezzi di produzione. Con l’invenzione di un nuovo strumento di guerra, dell’arma da fuoco, tutta l’organizzazione interna dell’esercito necessariamente si modificò, si modificarono i rapporti sulla base dei quali i singoli costituiscono un eserci¬to e possono operare come esercito, e si modificò pure il rap¬porto dei diversi eserciti tra di loro.

I rapporti sociali entro i quali gli individui produco¬no, i rapporti sociali di produzione, si modificano, dunque, si trasformano con la trasformazione e con lo sviluppo dei mezzi materiali di produzione, delle forze produttive. I rap¬porti di produzione costituiscono nel loro assieme ciò che riceve il nome di rapporti sociali, di società, e precisamente una società a un grado di sviluppo storico determinato, una società con un carattere particolare che la distingue. La so¬cietà antica, la società feudale, la società borghese sono si¬mili complessi di rapporti di produzione, e ognuno di questi complessi caratterizza, nello stesso tempo, un particolare stadio di sviluppo nella storia dell’umanità.

Anche il capitale è un rapporto sociale di produzio¬ne. Esso è un rapporto borghese di produzione, un rapporto di produzione della società borghese. I mezzi di sussistenza, gli strumenti di lavoro, le materie prime di cui il capitale è costituito, non furono essi prodotti e accumulati in determi¬nate condizioni sociali, in determinati rapporti sociali? Non vengono essi impiegati per una nuova produzione in deter¬minate condizioni sociali, in determinati rapporti sociali? E non è proprio questo carattere sociale determinato che fa di¬ventare capitale i prodotti che servono per una nuova produ-zione?

Il capitale non consta soltanto di mezzi di sussisten¬za, di strumenti di lavoro e di materie prime, non consta sol¬tanto di prodotti materiali; esso consta pure di valori di scambio. Tutti i prodotti di cui esso consta sono merci. Il capitale non è dunque soltanto una somma di prodotti mate¬riali; esso è una somma di merci, di valori di scambio, di grandezze sociali.

Il capitale rimane lo stesso se mettiamo cotone al po¬sto di lana, riso al posto di frumento, piroscafi al posto di ferrovie, alla sola condizione che il cotone, il riso, i piroscafi – il corpo del capitale – abbiano lo stesso valore di scambio, lo stesso prezzo della lana, del frumento, delle ferrovie, in cui esso prima era incorporato. Il corpo del capitale può tra¬sformarsi continuamente senza che il capitale subisca il mi¬nimo cambiamento.

Ma se ogni capitale è una somma di merci, cioè di valori di scambio, non ogni somma di merci, di valori di scambio, è capitale.

Ogni somma di valori di scambio è un valore di scambio. Ogni singolo valore di scambio è una somma di va¬lori di scambio. Per esempio, una casa che vale 1.000 fran¬chi, è un valore di scambio di 1.000 franchi. Un pezzo di car¬ta che vale un centesimo è una somma di valori di scambio di 100/100 di centesimo. Prodotti che si possono scambiare con altri prodotti, sono merci. Il rapporto determinato, se¬condo il quale esse possono venir scambiate, costituisce il loro valore di scambio, o, espresso in denaro, il loro prezzo. La quantità di questi prodotti non può cambiare nulla della loro destinazione di essere merce, o di costituire un valore di scambio, o di avere un prezzo determinato. Un albero, sia esso grande o piccolo, resta sempre un albero. Se scambia¬mo il ferro in once, o se lo scambiamo in quintali contro altri prodotti, cambia forse il suo carattere di essere una merce, un valore di scambio? A seconda della sua quantità, esso è una merce di maggiore o di minor valore, di prezzo più alto o più basso.

Come dunque una somma di merci, di valori di scambio, diventa capitale?

Per il fatto che essa, come forza sociale indipendente, cioè come forza di una parte della società, si conserva e si accresce attraverso lo scambio con il lavoro vivente, imme¬diato. L’esistenza di una classe che non possiede null’altro che la capacità di lavorare, è una premessa necessaria del capitale.

Soltanto il dominio del lavoro accumulato, passato, materializzato, sul lavoro immediato, vivente, fa del lavoro accumulato capitale.

Il capitale non consiste nel fatto che il lavoro accu¬mulato serve al lavoro vivente come mezzo per una nuova produzione. Esso consiste nel fatto che il lavoro vivente ser¬ve al lavoro accumulato come mezzo per conservare e per accrescere il suo valore di scambio.

Che cosa avviene nello scambio fra capitale e lavoro salariato?

L’operaio riceve in cambio del suo lavoro dei mezzi di sussistenza, ma il capitalista, in cambio dei suoi mezzi di sussistenza, riceve del lavoro, l’attività produttiva dell’ope¬raio, la forza creatrice con la quale l’operaio non soltanto ri¬costituisce ciò che consuma, ma conferisce al lavoro accu¬mulato un valore maggiore di quanto aveva prima. L’ope¬raio riceve dal capitalista una parte del mezzi di sussistenza esistenti. A che gli servono questi mezzi di sussistenza? Al consumo immediato. Ma non appena io consumo mezzi di sussistenza essi sono per me irrimediabilmente perduti, nel caso in cui io non utilizzi il tempo durante il quale essi mi tengono in vita per produrre nuovi mezzi di sussistenza, per creare, cioè, con il mio lavoro, durante il consumo, nuovi va¬lori al posto dei valori perduti nel consumo stesso. Ma è ap¬punto questa nobile forza riproduttiva che l’operaio cede al capitale in cambio dei mezzi di sussistenza ricevuti. Per se stesso quindi egli l’ha perduta.

Prendiamo un esempio: un fittavolo dà al suo giorna¬liero cinque groschen d’argento al giorno. Per questi cinque groschen d’argento il salariato lavora sul campo del fittavolo per tutta la giornata, assicurandogli in tal modo un’entrata di dieci groschen d’argento. Il fittavolo non riceve soltanto, ri-costituiti, i valori ch’egli ha dato al salariato, ma li raddop¬pia. Quindi, egli ha impiegato, consumato in modo profitte¬vole, produttivo, i cinque groschen d’argento ch’egli ha dato al salariato. Per cinque groschen d’argento egli ha comprato il lavoro e la forza del salariato i quali rendono prodotti del suolo per un valore doppio, e di cinque groschen d’argento ne fanno dieci. Il salariato, invece, al posto della sua forza produttiva, i cui effetti egli ha ceduto al fittavolo, riceve cin¬que groschen d’argento che egli scambia contro mezzi di sussistenza, che consuma più o meno rapidamente. I cinque groschen d’argento sono stati dunque consumati in due mo¬di: in modo riproduttivo per il capitale, poiché essi sono stati scambiati con una forza-lavoro che ha prodotto dieci gro¬schen d’argento; in modo improduttivo per l’operaio, poiché essi sono stati scambiati con mezzi di sussistenza, che sono scomparsi per sempre e il cui valore egli potrà riavere sol¬tanto ripetendo il medesimo scambio con il fittavolo. Il capi¬tale presuppone dunque il lavoro salariato, il lavoro salaria¬to presuppone il capitale. Essi si condizionano a vicenda; essi si genera a vicenda.

Un operaio in un cotonificio produce egli soltanto tessuti di cotone? No, egli produce capitale. Egli produce va¬lori che serviranno nuovamente a comandare il suo lavoro, per creare a mezzo di essi nuovi valori.

Il capitale può accrescersi soltanto se si scambia con il lavoro, soltanto se produce lavoro salariato. Il lavoro sala¬riato si può scambiare con capitale soltanto a condizione di accrescere il capitale, di rafforzare il potere di cui è schiava. Aumento del capitale è quindi aumento del proletariato, cioè della classe lavoratrice.

L’interesse del capitalista e dell’operaio è quindi lo stesso, sostengono i borghesi e i loro economisti. E infatti! L’operaio va in malora il capitale non lo occupa. Il capitale va in malora se non sfrutta il lavoro, e per sfruttarlo deve comperarlo. Quanto più rapidamente si accresce il capitale destinato alla produzione, il capitale produttivo, tanto più fiorente è l’industria; quanto più la borghesia si arricchisce, quanto più gli affari vanno bene, tanto più il capitalista ha bisogno di operai, tanto più caro si vende l’operaio.

La condizione indispensabile per una situazione sop¬portabile dell’operaio è dunque l’accrescimento più rapido possibile del capitale produttivo.

Ma che cosa vuol dire accrescimento del capitale produttivo? Accrescimento del potere del lavoro accumulato sul lavoro vivente. Accrescimento del dominio della borghe¬sia sulla classe operaia. Quando il lavoro salariato produce la ricchezza estranea che lo domina, il potere che gli è nemi¬co, il capitale, i mezzi di occupazione, cioè i mezzi di sussi¬stenza, rifluiscono nuovamente verso di lui, a condizione ch’esso si trasformi di nuovo in una parte del capitale, in una leva che imprima di nuovo al capitale un accelerato movi¬mento di sviluppo.

Dire che gli interessi del capitale e gli interessi del lavoro sono gli stessi, significa soltanto che il capitale e il lavoro salariato sono due termini di uno stesso rapporto. L’uno condiziona l’altro, allo stesso modo che si condizio¬nano a vicenda lo strozzino e il dissipatore.

Sino a tanto che l’operaio salariato è operaio salaria¬to, la sua sorte dipende dal capitale. Questa è la tanto rino¬mata comunità di interessi fra operaio e capitalista.

IV

Se cresce il capitale, cresce la massa del lavoro sala¬riato, cresce il numero dei salariati; in una parola, il dominio del capitale si estende sopra una massa più grande di indivi¬dui. E supponiamo pure il caso più favorevole: se cresce il capitale produttivo, cresce la domanda di lavoro, e sale per¬ciò il prezzo del lavoro, il salario.

Una casa, per quanto sia piccola, fino a tanto che le case che la circondano sono ugualmente piccole, soddisfa a tutto ciò che socialmente si esige da una casa. Ma se, a fian¬co della piccola casa, si erge un palazzo, la casetta si ridurrà a una capanna. La casetta dimostra ora che il suo proprieta¬rio non può far valere nessuna pretesa, o solamente pretese minime; e per quanto si spinga in alto nel corso della civiltà, se il palazzo che le sta vicino si eleva in ugual misura e an¬che più, l’abitante della casa relativamente piccola si troverà sempre più a disagio, sempre più scontento, sempre più op¬presso fra le sue quattro mura.

Un aumento sensibile del salario presuppone un rapi¬do aumento del capitale produttivo. Il rapido aumento del capitale produttivo provoca un aumento ugualmente rapido della ricchezza, del lusso, dei bisogni sociali e dei godimenti sociali. Benché dunque i godimenti dell’operaio siano au¬mentati, la soddisfazione sociale che essi procurano è dimi¬nuita in confronto con gli accresciuti godimenti del capitali¬sta, che sono inaccessibili all’operaio, in confronto con il grado di sviluppo della società in generale. I nostri bisogni e i nostri godimenti sorgono dalla società; noi li misuriamo quindi sulla base della società, e non li misuriamo sulla base dei mezzi materiali per la loro soddisfazione. Poiché sono di natura sociale, essi sono di natura relativa.

Il salario non è in generale determinato soltanto dalla massa di merci che posso ottenere in cambio di esso. Esso contiene parecchi rapporti.

Ciò che gli operai, anzitutto, ricevono in cambio del loro lavoro, è una determinata somma di denaro. É il salario determinato soltanto da questo prezzo in denaro?

Nel secolo XVI, in seguito alla scoperta dell’Ameri¬ca, l’oro e l’argento circolanti in Europa aumentarono. Il va¬lore dell’oro e dell’argento cadde quindi, in rapporto alle al¬tre merci. Gli operai continuarono a ricevere per il loro lavo¬ro la stessa quantità di argento monetato. Il prezzo in denaro del loro lavoro rimase lo stesso, eppure il loro salario era diminuito, poiché, nello scambio, con la stessa quantità di argento essi ricevevano una quantità minore di altre merci. Questa fu una delle circostanze che favorirono l’accresci¬mento del capitale, lo sviluppo della borghesia nel secolo XVI.

Prendiamo un altro caso. Nell’inverno del 1847, in seguito a un cattivo raccolto, i generi alimentari di prima ne¬cessità, frumento, carne, burro, formaggi, ecc., aumentarono notevolmente di prezzo. Supposto che gli operai avessero continuato a ricevere per il loro lavoro la stessa somma di denaro, il loro salario non sarebbe forse diminuito? Senza dubbio. Per lo stesso denaro essi ricevevano in cambio meno pane, meno carne, ecc. Il loro salario era diminuito, non perché fosse diminuito il valore dell’argento, ma perché era aumentato il valore dei mezzi di sussistenza.

Supponiamo infine che il prezzo in denaro del lavoro non muti, mentre tutti i prodotti agricoli e industriali, in se¬guito all’introduzione di nuove macchine, ad annate più fa¬vorevoli, ecc., siano diminuiti di prezzo. Con lo stesso dena¬ro gli operai possono ora comperare più merci di ogni sorta. Il loro salario è dunque aumentato, appunto perché il suo va¬lore in denaro non è cambiato.

Il prezzo in denaro del lavoro, il salario nominale, non coincide quindi con il salario reale, cioè con la quantità di merci che vengono realmente date in cambio del salario. Quando parliamo, dunque, di aumento o diminuzione del sa¬lario, non dobbiamo tener presente soltanto il prezzo del la¬voro in denaro, il salario nominale.

Ma né il salario nominale, cioè la somma di denaro per la quale l’operaio si vende al capitalista, né il salario rea¬le, cioè la quantità di merci ch’egli può comperare con que¬sto denaro, esauriscono i rapporti contenuti nel salario.

Innanzi tutto il salario è determinato anche dal suo rapporto col guadagno, col profitto del capitalista. Questo è il salario proporzionale, relativo.

Il salario reale esprime il prezzo del lavoro in rappor¬to col prezzo delle altre merci, il salario relativo, invece, il prezzo del lavoro immediato, in confronto col prezzo del la¬voro accumulato, il valore relativo di lavoro salariato e capi¬tale, il valore reciproco di capitalisti e operai.

Il salario reale può restare immutato, anzi può anche aumentare, e ciononostante il salario relativo può diminuire. Supponiamo, per esempio, che il prezzo di tutti i mezzi di sussistenza sia caduto di due terzi, mentre il salario giorna¬liero non è caduto che di un terzo, poniamo da tre a due fran¬chi. Quantunque l’operaio con questi due franchi disponga di una maggiore quantità di merci, che non prima con tre, il suo salario però è diminuito in rapporto al guadagno del capitali¬sta. Il profitto del capitalista (del fabbricante, per esempio) è aumentato di un franco, il che vuol dire che per una minore quantità di valori di scambio ch’egli paga all’operaio, l’ope¬raio deve produrre una quantità di valori di scambio maggio¬re di prima. La parte che va al capitale, in rapporto alla parte che va al lavoro, è cresciuta. La distribuzione della ricchezza sociale fra capitale e lavoro è diventata ancora più disuguale. Il capitalista, con lo stesso capitale, comanda una maggiore quantità di lavoro. Il potere della classe capitalista sulla clas¬se operaia è aumentato; la posizione sociale del lavoratore è peggiorata, è stata sospinta un gradino più in basso al di sot¬to di quella del capitalista.

Qual è dunque la legge generale che determina l’au¬mento e la diminuzione del salario e del profitto nel loro rapporto reciproco?

Essi stanno in rapporto inverso. Il valore di scambio del capitale, il profitto, aumenta nella stessa proporzione in cui diminuisce il valore di scambio del lavoro, il salario giornaliero, e viceversa. Il profitto sale nella misura in cui il salario diminuisce, e diminuisce nella misura in cui il sala¬rio sale.

Ci si obietterà, forse, che il capitalista può guadagna¬re per uno scambio vantaggioso dei suoi prodotti con altri capitalisti, per un aumento della domanda della sua merce, sia in seguito all’apertura di nuovi mercati, sia in seguito a un aumento momentaneo dei bisogni dei vecchi mercati, ecc.; che il profitto del capitalista, quindi, può aumentare a scapito di terzi capitalisti, indipendentemente dall’aumento o dalla diminuzione del salario, del valore di scambio del la¬voro; oppure, che il profitto del capitalista può aumentare anche seguito a un perfezionamento degli strumenti di lavo¬ro, a un nuovo impiego di forze naturali, ecc.

Innanzi tutto, si ammetterà che il risultato resta lo stesso, benché raggiunto per via opposta. Il profitto, infatti, non è aumentato perché il salario è diminuito, ma il salario è diminuito perché il profitto è aumentato. Il capitalista, con la stessa somma di lavoro, ha comperato una maggiore somma di valori di scambio, senza per questo aver pagato di più il lavoro; cioè il lavoro viene pagato di meno in rapporto al beneficio netto che esso procura al capitalista.

Ricordiamo inoltre che, nonostante le oscillazioni dei prezzi delle merci, il prezzo medio di ogni merce, il rapporto secondo il quale essa si scambia con altre merci, è determi¬nato dai suoi costi di produzione. Perciò nel seno della clas¬se capitalista i guadagni straordinari si compensano necessa-riamente. Il perfezionamento delle macchine, il nuovo im¬piego di forze naturali al servizio della produzione rendono possibile creare in un dato tempo di lavoro, con la stessa somma di lavoro e di capitale, una maggiore quantità di pro¬dotti, ma non una maggiore quantità di valori di scambio. Se con l’impiego della filatrice posso produrre in un’ora il dop¬pio di filato di quanto non ne producessi prima, per esempio cento libbre invece di cinquanta, in cambio di queste cento libbre non riceverò più merci di quante ne ricevevo prima per cinquanta, perché i costi di produzione sono caduti della metà, oppure perché con gli stessi costi posso produrre il doppio.

Infine, qualunque sia la produzione nella quale la classe capitalista, la borghesia, sia essa di un solo paese o dell’intero mercato mondiale, si ripartisce il beneficio netto della produzione, la somma totale di questo beneficio netto non è altro, in ogni circostanza, che la somma di cui il lavoro accumulato è stato accresciuto, grosso modo, dal lavoro vi¬vo. Questa somma totale aumenta dunque nella proporzione in cui il lavoro accresce il capitale, cioè nella proporzione in cui il profitto aumenta rispetto al salario.

Noi vediamo dunque che, anche se rimaniamo nel quadro dei rapporti fra capitale e lavoro salariato, gli inte¬ressi del capitale e gli interessi del lavoro salariato sono diametralmente opposti.

Un rapido aumento del capitale significa un rapido aumento del profitto. Il profitto può aumentare rapidamente soltanto quando il valore di scambio del lavoro, quando il sa¬lario relativo diminuisce con la stessa rapidità. Il salario re¬lativo può diminuire anche se il salario reale sale assieme sa¬lario nominale cioè assieme al valore monetario del lavoro, a condizione che esso non salga nella stessa proporzione che il profitto. Se, per esempio, in epoche di buoni affari il salario aumenta del 5 per cento mentre il profitto aumenta del 30 per cento, il salario proporzionale, relativo, non è aumentato, ma diminuito.

Se dunque con il rapido aumento del capitale aumen¬tano le entrate dell’operaio, nello stesso tempo però si appro¬fondisce l’abisso sociale che separa l’operaio dal capitalista, aumenta il potere del capitale sul lavoro, la dipendenza del lavoro dal capitale.

Dire che l’operaio ha interesse al rapido aumento del capitale significa soltanto che, quanto più rapidamente l’o¬peraio accresce la ricchezza altrui, tanto più grasse sono le briciole che gli sono riservate, tanto più numerosi sono gli operai che possono essere impiegati e messi al mondo, tanto più può essere aumentata la massa degli schiavi alle dipen¬denze del capitale.

Abbiamo dunque visto:

Anche la situazione più favorevole per la classe ope¬raia, un aumento quanto più possibile rapido del capitale, per quanto possa migliorare la vita materiale dell’operaio non elimina il contrasto fra i suoi interessi e gli interessi del capitalista. Profitto e salario stanno, dopo come prima, in proporzione inversa.

Se il capitale aumenta rapidamente, per quanto il sa¬lario possa aumentare, il profitto del capitale aumenta in modo sproporzionatamente più rapido. La situazione mate¬riale dell’operaio è migliorata, ma a scapito della sua situa¬zione sociale.

Infine:

Dire che la condizione più favorevole per il lavoro salariato è un aumento più rapido possibile del capitale pro¬duttivo, significa soltanto che, quanto più rapidamente la classe operaia accresce e ingrossa la forza che le è nemica, la ricchezza che le è estranea e la domina, tanto più favore¬voli sono le condizioni in cui le è permesso di lavorare a un nuovo accrescimento della ricchezza borghese, a un aumento del potere del capitale, contenta di forgiare essa stessa le ca¬tene dorate con le quali la borghesia la trascina dietro di sé.

V

L’accrescimento del capitale produttivo e l’aumento del salario sono però davvero così inseparabilmente uniti come lo pretendono gli economisti borghesi? Non dobbiamo creder loro sulla parola. Non dobbiamo nemmeno creder lo¬ro che, quanto più florido è il capitale, tanto meglio viene ingrassato il suo schiavo. La borghesia è troppo intelligente, essa sa fare i conti troppo bene, per condividere i pregiudizi dei feudali, i quali si vantavano dello sfarzo della loro servi¬tù. Le condizioni di esistenza della borghesia la costringono a calcolare.

Dobbiamo quindi esaminare più da vicino la questio¬ne seguente:

Quale influenza esercita sul salario l’accrescimento del capitale produttivo?

Se il capitale produttivo della società borghese si ac¬cresce nel suo insieme, ha luogo una accumulazione di lavo¬ro più vasta. I capitalisti crescono di numero, i loro capitali crescono di dimensione. L’aumento del numero dei capitali aumenta la concorrenza fra i capitalisti. La crescente dimen¬sione dei capitali fornisce i mezzi per portare sul campo di battaglia dell’industria eserciti sempre più potenti di operai, con strumenti di guerra sempre più giganteschi.

Un capitalista può cacciare l’altro dal campo e con¬quistare il suo capitale solamente vendendo più a buon mer¬cato. Per poter vendere più a buon mercato senza rovinarsi, deve produrre più a buon mercato, cioè aumentare quanto più è possibile la forza produttiva del lavoro. La forza pro¬duttiva del lavoro viene però aumentata, innanzi tutto, con una maggiore divisione del lavoro, con un’introduzione ge¬nerale e un perfezionamento costante del macchinario. Quanto più grande è l’esercito degli operai fra i quali il lavo¬ro viene diviso, quanto più gigantesca è la scala in cui ven¬gono introdotte le macchine, tanto più diminuiscono propor¬zionalmente i costi di produzione, tanto più fruttuoso diventa il lavoro. Sorge quindi una gara generale fra i capitalisti per accrescere la divisione del lavoro e il macchinario e per sfruttarli sulla scala più grande che sia possibile.

Se ora un capitalista, con una più grande divisione del lavoro, con l’impiego e col perfezionamento di nuove macchine, con uno sfruttamento più vantaggioso e più gran¬dioso delle forze naturali, ha trovato il modo di produrre con la stessa quantità di lavoro o di lavoro accumulato una mag¬giore quantità di prodotti, di merci, che i suoi concorrenti; se, per esempio, nello stesso tempo di lavoro in cui i suoi concorrenti tessono un mezzo braccio di tela, egli può pro¬durne un braccio, come si comporterà egli?

Egli potrebbe continuare a vendere mezzo braccio di tela al precedente prezzo di mercato; ma questo non sarebbe un mezzo per eliminare i suoi avversari e aumentare il pro¬prio smercio. Ma nella stessa misura in cui si è estesa la sua produzione, si è esteso il suo bisogno di smercio. I mezzi di produzione più potenti e più costosi ch’egli ha messo in azione gli danno la capacità di vendere le sue merci più a buon mercato, ma lo costringono in pari tempo a vendere più merci, a conquistare un mercato incomparabilmente più vasto per le sue merci. Il nostro capitalista venderà dunque il mezzo braccio di tela più a buon mercato dei suoi concorren¬ti.

Ma il capitalista non venderà l’intero braccio di tela allo stesso prezzo a cui i suoi concorrenti vendono il mezzo braccio, quantunque la produzione di un intero braccio a lui non costi più di quanto costi agli altri la produzione di mez¬zo braccio. Se facesse così, non realizzerebbe dei guadagni straordinari, non farebbe che riavere in cambio i costi di pro¬duzione. La sua eventuale maggiore entrata dipenderebbe in tal caso soltanto dal fatto che egli ha messo in movimento un capitale più grande, e non dal fatto di aver valorizzato il suo capitale in misura maggiore degli altri. Inoltre, se fissa il prezzo della sua merce soltanto di qualche unità percentuale più in basso dei suoi concorrenti, egli raggiunge lo scopo che vuol raggiungere. Egli li elimina, egli strappa loro almeno una parte del loro smercio, vendendo a un prezzo inferiore. E infine, ricordiamo che il prezzo corrente sta sempre al di sopra o al di sotto dei costi di produzione, a seconda che la vendita di una merce cade nella stagione favorevole o sfavo¬revole all’industria. A seconda che il prezzo di mercato della tela sta al di sopra o al di sotto dei costi di produzione che prima le erano abituali, varia la percentuale con cui il capita¬lista, che ha impiegato mezzi di produzione nuovi e più frut¬tuosi, vende al di sopra dei costi di produzione reali.

Ma il privilegio del nostro capitalista non è di lunga durata; altri capitalisti concorrenti introducono le stesse macchine, la stessa divisione del lavoro, lo fanno su una stessa scala o su una scala più grande, e così questa introdu¬zione diventa generale, fino a che il prezzo della tela cade non soltanto al di sotto dei suoi vecchi costi di produzione, ma al di sotto dei nuovi.

I capitalisti si trovano dunque, reciprocamente, nella stessa situazione in cui si trovavano prima dell’introduzione dei nuovi mezzi di produzione; e se essi possono, con questi mezzi, portare al mercato agli stessi prezzi una quantità dop¬pia di prodotti, sono però costretti ora a vendere questo dop¬pio prodotto al di sotto del vecchio prezzo. Sulla base di questi nuovi costi di produzione ricomincia lo stesso giuoco. Maggiore divisione del lavoro, più macchinario, una scala più grande su cui vengono sfruttate la divisione del lavoro e il macchinario. E la concorrenza produce nuovamente la stessa reazione a questo risultato.

Vediamo dunque che il modo di produzione, i mezzi di produzione, sono costantemente sconvolti, rivoluzionati, che la divisione del lavoro porta con sé necessariamente una maggiore divisione del lavoro, l’impiego di macchine – un maggior impiego di macchine, il lavoro su vasta scala – un lavoro su scala più vasta.

É questa la legge che di continuo getta la produzione borghese fuori del suo vecchio binario e costringe il capitale a tendere sempre più le forze produttive del lavoro, perché esso le ha tese una prima volta; la legge che non gli concede nessuna tregua e gli mormora senza interruzione : Avanti! Avanti!

Questa legge non è altro che la legge la quale, entro i limiti delle oscillazioni dei cicli commerciali, riconduce ne¬cessariamente il prezzo di una merce ai suoi costi di produ¬zione.

Per quanto potenti siano i mezzi di produzione che un capitalista mette in campo, la concorrenza generalizzerà questi mezzi di produzione, e, a partire dal momento che es¬sa li ha generalizzati, l’unico vantaggio della maggiore pro¬duttività del suo capitale è che egli ora dovrà fornire al mer¬cato per lo stesso prezzo, dieci, venti, cento volte più merci di prima. Ma poiché egli dovrà forse vendere mille volte di più per compensare con una maggiore massa di prodotti ven¬duti il prezzo di vendita più basso; poiché una vendita molto più larga è ora necessaria non soltanto per guadagnare, ma per reintegrare i costi di produzione, lo strumento di produ¬zione stesso diventa, come abbiamo visto, sempre più caro, poiché questa vendita così larga è divenuta una questione di vita o di morte non solo per lui, ma anche per i suoi rivali, per questo la vecchia lotta ricomincia tanto più aspra, quan¬to più fruttuosi sono i mezzi di produzione già scoperti. La divisione del lavoro e l’impiego del macchinario prosegui¬ranno dunque a svilupparsi sempre più, in misura sempre più grande.

Qualunque sia la potenza dei mezzi di produzione impiegati, la concorrenza cerca di rapire al capitale i frutti dorati di questa potenza, riconducendo il prezzo della merce ai costi di produzione; facendo sì che, nella misura in cui si può produrre di più a buon mercato, cioè nella misura in cui può produrre di più con la stessa somma di lavoro, la produ¬zione più a buon mercato, la fornitura di masse sempre maggiori di prodotti per lo stesso prezzo diventi una legge inesorabile. In tal modo con i suoi sforzi il capitalista non avrebbe guadagnato nient’altro che l’obbligo di produrre di più nello stesso tempo di lavoro, in una parola, nient’altro che condizioni più difficili di valorizzazione del suo capitale. Mentre la concorrenza lo perseguita senza tregua con la sua legge dei costi di produzione e ogni arma che egli forgia contro i suoi rivali si ritorce contro lui stesso, il capitalista cerca continuamente di superare la concorrenza sostituendo senza tregua al vecchio macchinario e alla vecchia divisione del lavoro macchinari nuovi e nuove divisioni del lavoro, più costose, ma che producono più a buon mercato, e ciò senza attendere che la concorrenza abbia rese vecchie anche le nuove.

Se ci rappresentiamo questa agitazione febbrile con¬temporaneamente su tutto il mercato mondiale, comprende¬remo come l’aumento, l’accumulazione e la concentrazione del capitale hanno come conseguenza una divisione del lavo¬ro ininterrotta, che travolge se stessa e viene sopra una scala sempre più gigantesca, un ininterrotto impiego di nuovo macchinario e il perfezionamento del vecchio.

Ma come agiscono queste circostanze, le quali sono inseparabili dall’aumento del capitale produttivo, sulla de¬terminazione del salario?

La più grande divisione del lavoro rende capace un operaio di fare il lavoro di cinque, di dieci, di venti; essa aumenta quindi di cinque, di dieci, di venti volte la concor¬renza fra gli operai. Gli operai si fanno concorrenza non sol¬tanto vedendosi più a buon mercato l’uno dell’altro; essi si fanno concorrenza nella misura in cui uno fa il lavoro di cin¬que, di dieci, di venti, e la divisione del lavoro, introdotta dal capitale e sempre accresciuta, costringe gli operai a farsi questo genere di concorrenza.

Inoltre, nella stessa misura in cui la divisione del la¬voro aumenta, il lavoro si semplifica. L’abilità particolare dell’operaio perde il suo valore. Egli viene trasformato in una forza produttiva semplice, monotona, che non deve più far ricorso a nessuno sforzo fisico e mentale. Il suo lavoro diventa lavoro accessibile a tutti. Perciò da ogni parte si pre¬cipitano su di lui dei concorrenti; e ricordiamo inoltre che quanto più il lavoro è semplice, quanto più facilmente lo si impara, quanto minori costi di produzione occorrono per rendersene padroni, tanto più in basso cade il salario, perché, come il prezzo di qualsiasi altra merce, esso è determinato dai costi di produzione.

Nella misura, dunque, in cui il lavoro diventa tedioso e privo di soddisfazioni, nella stessa misura aumenta la con¬correnza e diminuisce il salario. L’operaio cerca di conser¬vare la massa del suo salario lavorando di più, sia lavorando più ore, sia producendo di più nella stessa ora. Spinto dal bi¬sogno, egli rende ancora più gravi gli effetti malefici della divisione del lavoro. Il risultato è il seguente: più egli lavo¬ra, meno salario riceve, e ciò per la semplice ragione che nella stessa misura in cui egli fa concorrenza ai suoi compa¬gni di lavoro, egli si fa di questi compagni di lavoro altret¬tanti concorrenti, che si offrono alle stesse cattive condizioni alle quali egli si offre, perché, in ultima analisi, egli fa con-correnza a se stesso, a se stesso in quanto membro della classe operaia.

Le macchine portano agli stessi risultati su una scala molto più vasta, perché sostituiscono operai qualificati con operai non qualificati, uomini con donne, adulti con ragazzi, perché le macchine là dove vengono introdotte per la prima volta gettano sul lastrico masse enormi di operai manuali, e dove vengono migliorate e perfezionate, sostituite ad altre più redditizie, provocano il licenziamento degli operai a gruppi più piccoli. Abbiamo già tracciato a grandi tratti il quadro della guerra industriale fra capitalisti; questa guerra ha come carattere specifico che le battaglie in essa vengono vinte meno con l’arruolamento di nuove armate di operai che con il loro licenziamento. I comandanti, i capitalisti, fanno a gara a chi può licenziare il maggior numero di sol¬dati dell’industria.

É vero che gli economisti ci raccontano che gli ope¬rai resi superflui dalle macchine trovano lavoro in nuove branche dell’industria.

Essi non osano sostenere direttamente che gli stessi operai che vengono licenziati trovino un rifugio in nuovi rami di lavoro. I fatti gridano troppo forte contro questa menzogna. Essi si limitano ad affermare che per altre parti costitutive della classe operaia, per esempio per quella parte della giovane generazione operaia che era già pronta a entra¬re nel ramo dell’industria rovinato, si apriranno nuovi campi di impiego. Ciò costituisce, evidentemente, una grande sod¬disfazione per gli operai colpiti. Ai signori capitalisti non mancheranno carne e sangue freschi da sfruttare; si lascerà ai morti la cura di sotterrare i loro morti. É questo un confor¬to che i borghesi concedono più a se stessi che agli operai. Se tutta la classe dei salariati fosse distrutta dalle macchine, che cosa terribile per il capitale, il quale senza lavoro sala¬riato cessa di essere capitale!

Ma supponiamo pure che gli operai, che le macchine hanno eliminato dal lavoro direttamente, e tutta quella parte della nuova generazione, la quale già era in attesa di essere assunta in quel ramo, trovino una nuova occupazione. Cre¬dete voi che tale occupazione sarà retribuita come quella che è andata perduta? Ciò sarebbe in contraddizione con tutte le leggi dell’economia. Abbiamo visto come l’industria moder¬na tende sempre a sostituire a una occupazione complessa, superiore, una occupazione più semplice, di ordine inferiore.

Come potrebbe dunque una massa di operai, che le macchine hanno espulso da una branca dell’industria, trova¬re rifugio in un’altra, a meno che non sia pagata peggio, con un salario inferiore?

Sono stati citati come eccezione gli operai che lavo¬rano alla fabbricazione delle macchine stesse. Non appena nell’industria si richiedono e consumano più macchine, le macchine devono necessariamente aumentare, quindi anche la fabbricazione di macchine, quindi anche l’occupazione degli operai che lavorano alla fabbricazione di macchine; e gli operai occupati in questa branca d’industria sarebbero operai qualificati, anzi operai specializzati.

A partire dal 1840 questa affermazione, già prima ve¬ra soltanto per metà, ha perduto ogni credito, in quanto per la fabbricazione delle macchine si impiegano in modo sem¬pre più generale le macchine, né più né meno che per la fab¬bricazione del filo di cotone, e gli operai occupati nelle fab¬briche di macchine tengono soltanto più il posto di macchine estremamente imperfette di fronte a macchine estremamente perfezionate.

Ma al posto dell’uomo che la macchina ha eliminato, la fabbrica occupa forse ora tre ragazzi e una donna. Il sala¬rio dell’uomo non avrebbe dovuto bastare per tre bambini e una donna? Il salario minimo non avrebbe dovuto bastare per conservare e accrescere la razza? Che cosa prova dunque questa affermazione così cara ai borghesi? Essa non prova altro, se non che ora vengono consumate quattro volte più vi¬te operaie di prima, per guadagnare il sostentamento di una sola famiglia operaia.

Riassumendo: quanto più il capitale produttivo cre¬sce, tanto più si estendono la divisione del lavoro e l’impie¬go della macchine. Quanto più la divisione del lavoro e l’impiego delle macchine si estendono, tanto più si estende la concorrenza fra gli operai, tanto più si contrae il loro sa¬lario.

Per di più, la classe operaia si recluta anche fra gli strati più alti della società; in essa va a finire una massa di piccoli industriali e di gente che viveva di una piccola rendi¬ta, che non ha nulla di più urgente da fare che il levare le braccia accanto alle braccia degli operai. Così la foresta del¬le braccia tese in alto e imploranti lavoro si fa sempre più folta, e le braccia stesse si fanno sempre più scarne.

Il fatto che il piccolo industriale non può sopravvive¬re a questa guerra, in cui una delle prime condizioni è di pro¬durre su una scala sempre più vasta, cioè di essere appunto un grande e non un piccolo industriale, si comprende da sé.

Il fatto che l’interesse del capitale diminuisce nella stessa misura in cui la massa e il numero dei capitali aumen¬tano, nella misura in cui il capitale cresce, e che perciò colui che vive di una piccola rendita non può più vivere della sua rendita e deve buttarsi nell’industria, contribuendo con ciò a ingrossare le file dei piccoli industriali, e quindi dei candida¬ti al proletariato, tutto questo non ha bisogno di essere mag¬giormente chiarito.

Infine, nella misura in cui i capitalisti sono costretti, dal movimento che abbiamo descritto, a sfruttare su una sca¬la più grande i mezzi di produzione giganteschi già esistenti, e a mettere in moto per questo scopo tutte le leve del credito, nella stessa misura aumentano i terremoti, in cui il mondo del commercio si mantiene soltanto sacrificando agli dèi in¬feri una parte della ricchezza, dei prodotti e persino delle forze produttive: in una parola, nella stessa misura aumenta¬no le crisi. Esse diventano più frequenti e più forti per il solo fatto che, nella misura in cui la massa della produzione, cioè il bisogno di estesi mercati, diventa più grande, il mercato mondiale sempre più si contrae, i nuovi mercati da sfruttare si fanno sempre più rari, poiché ogni crisi precedente ha già conquistato al commercio mondiale un mercato fino ad allo¬ra non conquistato o sfruttato dal commercio soltanto in mo¬do superficiale. Ma il capitale non vive soltanto del lavoro. Signore ad un tempo barbaro e grandioso, egli trascina con sé nell’abisso i cadaveri dei suoi schiavi, intere ecatombe di operai che periscono nelle crisi. Noi vediamo dunque che, se il capitale cresce rapidamente, cresce in modo incompara¬bilmente più rapido la concorrenza fra gli operai, cioè sem¬pre più diminuiscono proporzionalmente i mezzi di occupa¬zione, i mezzi di sussistenza per la classe operaia e ad onta di ciò il rapido aumento del capitale è la condizione più fa¬vorevole per il lavoro salariato.

Salario

Si sono già analizzati:

1. Salario = prezzo della merce.

Dunque, in generale, la determinazione del salario coincide con la determinazione del prezzo.

Attività umana = merce.

La manifestazione della vita, la vita attiva, appare come semplice mezzo; l’apparenza; separata da questa atti¬vità è presa come fine.

2. In quanto merce, il salario dipende dalla concor¬renza, dalla offerta e dalla domanda.

3. L’offerta stessa dipende dai costi di produzione, ossia dal tempo di lavoro necessario per produrre una merce.

4. Il profitto e il salario sono in rapporto inverso l’u¬no all’altro. Antagonismo di due classi la cui esistenza eco¬nomica si esprime nel profitto e nel salario.

5. Lotta per l’aumento o la riduzione del salario. As¬sociazioni dei lavoratori.

6. Prezzo medio o normale del lavoro; il minimo non vale che per la classe dei lavoratori e non per il lavoratore singolo. Coalizioni dei lavoratori per sostenere il salario.

7. Influenza della soppressione delle imposte, dei dazî protezionistici, della riduzione degli eserciti, ecc., sul salario. Il minimo determinato in media = prezzo dei mezzi di sussistenza necessari.

Annotazioni

I – Atkinson

1. Tessitori a mano (lavorano 15 ore al giorno e sono circa mezzo milione).

“La loro miseria è la sorte inevitabile di ogni tipo di lavoro facile ad apprendersi e suscettibile di essere ad ogni istante sostituito da mezzi di produzione meno costosi. Data la grande entità dell’offerta, la minima contrazione della domanda determina una crisi. La sparizione di un ramo di at-tività e il sorgerne di un altro provocano miseria tempora¬nea. Esempio: i tessitori di lino del distretto di Dacca, in In¬dia; morti di inedia o rigettati nei lavori rurali per la concor¬renza delle macchine inglesi” [Estratto dal discorso del dr. Bowring alla Camera dei Comuni, luglio 1835].

(Utilizzare questo esempio per la porcheria sul libero scambio, a proposito del passaggio da una attività ad un’al¬tra.)

2. Dire qualche cosa sulla teoria della popolazione.

3. Influenza, sulla determinazione del salario, della diffusione e dei cambiamenti sopravvenuti nella divisione del lavoro.

Il – Carlyle

1. Non considerare soltanto la quantità dei salari.

Per effetto della concorrenza oscilla anche la loro qualità.

2. Caratteristica del salario è la contrattazione dei la¬voratori con i datori di lavoro, legati sempre di più per ne¬cessità e interesse. Non vi è più nulla di patriarcale come nel Medio Evo.

Legislazione sui poveri, disinfestazione dai topi, la¬voratori a carico.

3. Il lavoro, per la maggior parte, non è lavoro quali¬ficato.

4. L’intera teoria malthusiana ed economica si riduce all’idea che i lavoratori possano ridurre la domanda rinun¬ciando ad avere figli.

III – MacCulloch

“Il salario giornaliero che il lavoratore guadagna è uguale al tasso abituale del profitto che spetta al proprietario della macchina chiamata uomo, più una somma per rimpiaz¬zare l’usura delle macchine o, ciò che è lo stesso, per sosti¬tuire nuovi lavoratori al posto dei lavoratori vecchi e logora¬ti”.

IV – John Wade

1. “Se lo scopo è di trasformare il lavoratore in una macchina da cui si possa trarre la più grande quantità di la¬voro in una data occupazione, non vi è miglior strada che la divisione del lavoro”.

2. Una riduzione del salario spinge i lavoratori o a diminuire le loro spese, o ad aumentare la loro produttività, a esempio (e in generale) lavorando in fabbrica un numero di ore maggiore, o, per quanto riguarda gli artigiani, tessitori a mano, ecc., producendo di più nello stesso numero di ore. Ma siccome il loro salario viene ridotto perché la domanda si è abbassata, così essi aumentano anche l’offerta in un momento svantaggioso. Di qui la conseguenza: il loro sala¬rio si riduce ancora di più; a questo punto i borghesi arrivano a dicono: “Se soltanto avessero voglia di lavorare”.

3. C’è d’altronde una legge generale per cui non ci possono essere due prezzi di mercato: il prezzo più basso domina (a pari qualità).

Siano 1000 lavoratori di uguale qualificazione di cui 50 senza occupazione; il prezzo sarà allora determinato dai 50 disoccupati, non dai 950 che lavorano.

Ma questa legge del prezzo di mercato si applica più rigidamente alla merce-lavoro che a qualunque altra merce, perché il lavoratore non può accumulare la sua merce; egli deve continuare la sua attività vitale o, privato dei mezzi di sussistenza, è condannato a morire.

Il lavoro, come merce vendibile, si distingue dalle al¬tre merci per la sua natura deperibile, per l’impossibilità di accumularla e per il fatto che non se ne può aumentare o diminuire l’offerta con la stessa facilità di altri prodotti.

4. L’umanità dei capitalisti consiste nell’acquistare più lavoro possibile al prezzo più basso. I lavoratori agricoli guadagnano di più in estate che in inverno, benché in inver¬no abbiano bisogno di maggior nutrimento, di riscaldamento, di vestiti più caldi.

5. La soppressione della domenica sarebbe, per esempio, una pura perdita per i lavoratori. I padroni cercano di ridurre il salario fissandolo nominalmente, ma facendo la¬vorare ad esempio un quarto d’ora di più o defalcando i tempi dei pasti, ecc.

6. Il salario è in funzione delle mode, delle stagioni e delle fluttuazioni commerciali.

7. Quando, soppiantato dalla macchina, l’operaio cambia tipo di lavoro, generalmente il suo nuovo lavoro sarà peggiore. Egli non ritroverà mai la sua condizione preceden¬te.

La macchina e la divisione del lavoro sostituiscono il lavoro più caro con lavoro a buon mercato.

Si è proposto agli operai:

a) casse di risparmio;

b) imparare ogni tipo di lavoro (in maniera che se in un ramo la mano d’opera dovesse divenire sovrabbondante egli potrebbe subito inserirsi in altri rami).

8. In periodi di ristagno:

a) il lavoro cessa;

b) i salari si riducono;

c) il salario [giornaliero] è lo stesso ; ma con diminu¬zione del numero delle giornate di lavoro settimanale.

9. A proposito delle associazioni dei lavoratori oc¬corre osservare:

a) Le spese dei lavoratori (i costi). Invenzioni di macchine in seguito alle coalizioni. Ulteriore divisione del lavoro. Abbassamento del salario. Dislocazione delle fabbri¬che in altre località.

b) Se, malgrado tutto, il salario venisse mantenuto ad un livello tale che il prodotto cadesse sensibilmente al disot¬to del profitto medio di altri paesi, oppure che il capitale si accrescesse più lentamente, sarebbe la rovina dell’industria di un paese, dei lavoratori con i loro padroni.

La diminuzione di un’imposta non è di alcun vantag¬gio per i lavoratori; allo stesso tempo il suo aumento li dan¬neggia. Il vantaggio dell’aumento delle imposte in paesi a borghesia sviluppata, è che rovina i piccoli contadini ed i piccoli proprietari (artigiani, ecc.) gettandoli nella classe la¬voratrice.

Influenza sul salario, degli irlandesi in Inghilterra e dei tedeschi in Alsazia.

V – Babbage

Sistema del pagamento in natura

VI – Andrew Ure

Principio generale dell’industria moderna: sostituire gli adulti con i bambini, i lavoratori qualificati con lavoratori senza qualifica, gli uomini con le donne.

Uguaglianza dei salari. Principale caratteristica dell’industria moderna.

VII – Rossi

Opinione di Rossi:

Se l’imprenditore anticipa al lavoratore solo la sua parte di prodotto è perché il lavoratore non può attenderne la vendita. Ecco una speculazione che non riguarda direttamen¬te il processo di produzione. Se il lavoratore potesse mante¬nersi fino alla vendita del prodotto, potrebbe far valere in seguito la sua partecipazione, in quanto socio.

Di conseguenza, il salario non è un elemento costitu¬tivo della produzione così come lo sono il capitale e la terra. Non è che una cosa accidentale, un fenomeno del nostro sta¬to sociale. Il salario è estraneo al capitale.

Il salario non è un fattore indispensabile della produ¬zione. Può sparire in un’altra organizzazione del lavoro.

VIII – Cherbuliez

1. “Lo sviluppo del capitale produttivo non comporta necessariamente l’accrescimento dei mezzi di sussistenza per i lavoratori. Possono aver luogo aumento di materie pri¬me e macchine e allo stesso tempo diminuzione dei mezzi di sussistenza.

Le cause che determinano il prezzo del lavoro sono: a) la quantità assoluta di capitale produttivo; b) il rapporto che si stabilisce tra i diversi elementi del capitale, due fatti sociali sui quali la volontà del lavoratore non può esercitare alcuna influenza.

2. Non è tanto dal consumo assoluto del lavoratore quanto dal suo consumo relativo che viene determinata la sua condizione fortunata o sfortunata. A parte i consumi ne¬cessari il valore dei nostri piaceri è essenzialmente relativo”.

Quando si parla di riduzione o di aumento del salario non si deve mai perdere di vista l’insieme del mercato mon¬diale e la condizione dei lavoratori nei diversi paesi.

Aspirazioni ugualitarie e altre, per determinare il giu¬sto salario.

Anche il minimo del salario cambia e diminuisce sempre di più. Esempio dell’acquavite.

IX – Bray

Casse di risparmio

Triplice macchina nelle mani del dispotismo e del capitale.

1. Il denaro rifluisce verso la banca nazionale che ne trae profitto prestandolo di nuovo ai capitalisti.

2. Catena d’oro, con cui il governo lega una grande parte della classe lavoratrice.

3. I capitalisti in quanto tali dispongono così di nuo¬ve armi.

Assoluto o relativo, il salario, una volta ribassato, non si rialzerà più al suo livello precedente.

I. Qual è l’effetto dello sviluppo delle forze pro¬duttive sul salario?

Macchine: divisione del lavoro.

Il lavoro è semplificato. I costi di produzione vengo¬no ridotti. Il lavoro diviene meno caro. La concorrenza tra gli operai aumenta.

Passaggio dei lavoratori da una occupazione ad un’altra. A questo proposito, ciò che ha detto il dr. D.R. Bowring al parlamento (1835) sui tessitori a mano del di¬stretto di Dacca in India.

Il nuovo lavoro in cui il lavoratore è gettato è peggio¬re del lavoro precedente; dequalificato. Lavoro degli adulti sostituito da quello dei bambini, lavoro degli uomini sostitui¬to da quello delle donne, lavoratori più qualificati sostituiti da lavoratori meno qualificati.

Aumento delle ore di lavoro e diminuzione del sala¬rio.

La concorrenza tra i lavoratori non soltanto fa sì che l’uno si venda più a buon mercato dell’altro, ma anche che uno solo faccia il lavoro di due.

Ecco le conseguenze dello sviluppo delle forze pro¬duttive in generale:

a) La situazione relativa per i lavoratori peggiora in rapporto a quella dei capitalisti, come anche il valore dei godimenti. I godimenti stessi non sono altro che godimenti sociali, relazioni, rapporti sociali.

b) Il lavoratore diviene sempre di più una forza pro¬duttiva unilaterale che produce il più possibile nel minor tempo possibile. Il lavoro qualificato si trasforma sempre più in lavoro semplice.

c) Il salario dipende sempre più dal mercato mondia¬le; così pure la condizione del lavoratore.

d) Nel capitale produttivo, la parte destinata alle macchine e alle materie prime cresce molto più rapidamente di quella destinata ai mezzi di sussistenza; quindi l’aumento del capitale produttivo non è accompagnato da un pari au¬mento della domanda di lavoro.

Il salario dipende:

a) dalla massa complessiva del capitale produttivo;

b) dalle proporzioni delle sue parti costitutive.

Il lavoratore non ha alcuna influenza su questi due fattori.

(Se non fosse per le fluttuazioni dei salari, il lavora¬tore non parteciperebbe al progresso della civiltà, e la sua si¬tuazione rimarrebbe stazionaria).

Occorre notare a proposito della concorrenza tra ope¬rai e macchine, che gli artigiani (per esempio i tessitori a mano di cotone) ne risentono di più degli operai direttamen¬te occupati nelle fabbriche.

Ogni sviluppo di una nuova forza produttiva è anche un’arma contro i lavoratori. A esempio, ogni miglioramento dei mezzi di comunicazione facilita la concorrenza tra lavo¬ratori dei vari paesi e trasforma la concorrenza locale in con¬correnza nazionale, ecc.

Tutte le merci divengono meno care – a eccezione dei generi di prima necessità – sicché il lavoratore si veste con abiti rattoppati e la sua miseria ha i colori della civiltà.

II. Concorrenza tra lavoratori e datori di lavoro

a) Per determinare il salario relativo, bisogna far pre¬sente che un tallero per un lavoratore e un tallero per un da¬tore di lavoro non hanno lo stesso valore. Il lavoratore deve acquistare le merci di qualità peggiore e a un prezzo più ca¬ro. Con il suo tallero non acquista tante merci né altrettanto buone quante ne acquista il datore di lavoro. Obbligato ad essere dissipatore, il lavoratore deve acquistare e vendere contro tutti i principî economici.

Si impone, a questo punto, una osservazione di carat¬tere generale: noi non consideriamo qui che un solo aspetto, il salario come tale. Ma lo sfruttamento del lavoratore rico¬mincia ogni volta che egli baratta il prezzo, frutto del suo la¬voro, con altre merci. Il droghiere, I’usuraio, il padrone di casa, tutti lo sfruttano ancora una volta.

b) Disponendo dei mezzi di occupazione, l’imprendi¬tore dispone dei mezzi di sussistenza del lavoratore; in altri termini, la vita di quest’ultimo dipende dal suo datore di la¬voro; d’altronde il lavoratore stesso considera la sua attività vitale come semplice mezzo per l’esistenza.

c) Paragonata alle altre merci, la merce-lavoro ha dei grandi svantaggi. Per i capitalisti, la concorrenza con il lavo¬ratore non riguarda che il profitto; per i lavoratori, l’esisten¬za.

Il lavoro è per sua natura più deperibile delle altre merci: non può essere accumulato, non si può aumentarne o diminuirne l’offerta facilmente come per le altre merci.

d) Regime di fabbrica. Legislazione familiare. Paga¬mento in natura con cui il datore di lavoro truffa il lavoratore rincarando le merci pur mantenendo invariato il salario no¬minale.

III. Concorrenza tra lavoratori

a) Per una legge economica generale, non si possono avere due prezzi di mercato. Su mille lavoratori di uguale abilità, non sono i 950 in attività che determinano il salario, ma i 50 disoccupati. Influenza degli irlandesi sulla situazio¬ne dei lavoratori inglesi e dei lavoratori tedeschi sulla situa¬zione degli alsaziani.

b) I lavoratori si fanno concorrenza non soltanto perché l’uno si offre più a buon mercato dell’altro, ma anche perché uno svolge il lavoro di due.

Vantaggio del lavoratore celibe sul lavoratore sposa¬to, ecc. Concorrenza tra i lavoratori della campagna e quelli della città.

IV. Fluttuazioni del salario

Esse hanno per causa:

1. I cambiamenti di moda.

2. I cambiamenti di stagione.

3. Le fluttuazioni commerciali.

In caso di una crisi:

a) I lavoratori ridurranno le spese o, per aumentare la produttività, lavoreranno un maggior numero di ore o pro¬durranno di più in una stessa ora. Ma poiché il loro salario è ribassato – in seguito a una diminuita domanda – essi accen¬tuano ulteriormente il rapporto sfavorevole tra offerta e do¬manda, e il borghese dice allora: “Se soltanto avessero vo¬glia di lavorare”. E mentre si affannano il loro salario si ri¬duce ancora di più.

b) In tempi di crisi: Mancanza totale di occupazione. Riduzione del salario. Mantenimento del salario e riduzione delle giornate lavorative.

c) In tutte le crisi si produce un movimento ciclico che colpisce i lavoratori: Il datore di lavoro non potendo vendere i suoi prodotti non può assumere lavoratori. Egli non può vendere i suoi prodotti perché non ha compratori. Non ha compratori perché i lavoratori non hanno niente altro da scambiare all’infuori del loro lavoro ed appunto per que¬sto essi non possono scambiare il loro lavoro.

d) Notiamo che quando si parla dell’aumento del sa¬lario bisogna, sempre, tener presente il mercato mondiale e che l’aumento del salario è compensato dalla disoccupazione dei lavoratori in altri paesi.

V. Minimo del salario

1. Il salario giornaliero percepito dal lavoratore è il profitto che egli trae come proprietario della sua macchina, cioè del suo corpo. Vi è compresa la somma necessaria per sostituire l’usura della macchina o, ed è la stessa cosa, per sostituire i lavoratori anziani, logorati, con dei nuovi.

2. Al livello minimo del salario è evidente che la soppressione della domenica, a esempio, sarebbe una pura perdita per il lavoratore. Egli dovrebbe guadagnare il suo sa¬lario in condizioni più difficili. Questo è ciò che pensano i bravi filantropi che si oppongono alla festività domenicale.

3. Benché il salario minimo sia in media determinato dal prezzo dei mezzi di sussistenza indispensabili, conviene tuttavia notare che, primo: il minimo varia nei diversi paesi, a esempio, le patate in Irlanda; secondo: il minimo stesso segue un movimento storico e si avvicina sempre più a un livello assoluto più basso. Esempio dell’acquavite. Distillata dapprima dalle vinacce, poi dal grano, poi dalle graspe.

Per far scendere il minimo al livello realmente più basso sono necessari non soltanto i seguenti fattori:

1. lo sviluppo generale della meccanizzazione della produzione, la divisione del lavoro, la concorrenza crescente tra lavoratori in assenza di vincoli locali, ma anche:

2. l’aumento delle imposte e gli oneri crescenti del bilancio dello stato; pur se, come abbiamo visto, il lavorato¬re non ricava alcun guadagno dalla soppressione di una im¬posta, ogni nuova imposizione lo pregiudica fin tanto che il minimo salariale non abbia raggiunto il suo livello più basso. E questo è appunto quanto accade in corrispondenza di tutte le perturbazioni e gli ostacoli che si frappongono al commer¬cio borghese. Notiamo di sfuggita, che l’accrescimento delle imposte trascina con sé la rovina dei piccoli contadini, dei piccoli borghesi e degli artigiani. Un altro esempio: la guerra di liberazione. Il progresso della industria, che produce arti¬coli meno cari e succedanei.

3. Il minimo tende a uguagliarsi nei vari paesi.

4. Una volta che il salario sia caduto, anche se risali¬rà, non raggiungerà mai il livello precedente.

Nel corso del suo svolgimento la riduzione del sala¬rio riveste un duplice aspetto; primo: riduzione relativa, mi¬surata in rapporto allo sviluppo della ricchezza generale; se¬condo: riduzione assoluta, data la sempre minore quantità di merce che il lavoratore riceve in cambio.

5. Con lo sviluppo della grande industria il tempo di¬viene sempre più la misura del valore delle merci, dunque anche quella del salario. Al tempo stesso la produzione della merce-lavoro diviene sempre meno cara e costa sempre mi¬nor tempo di lavoro, man mano che la civiltà progredisce.

Il contadino dispone ancora di tempo libero e può in questo tempo guadagnare qualcos’altro. Ma la grande indu¬stria (non l’industria manifatturiera) fa sparire questa econo¬mia patriarcale. Ogni momento della vita, dell’esistenza del lavoratore, viene così sempre più assorbito in questo abietto traffico.

[A questo punto aggiungere i capitoli seguenti:

1. Proposte per migliorare la situazione dei lavorato¬ri. Malthus, Rossi, Proudhon, Weitling.

2. Associazioni dei lavoratori.

3. Aspetto positivo del lavoro salariato.]

VI. Rimedi proposti

1. Uno dei rimedi preferiti è il sistema delle casse di risparmio.

Non parleremo dell’impossibilità da parte dei lavora¬tori stessi di risparmiare. Lo scopo delle casse di risparmio – nel senso economico più stretto – sarebbe il seguente: per¬mettere ai lavoratori, con la loro previdenza e accortezza, di equilibrare i buoni e i cattivi periodi di lavoro che seguono i cicli del movimento industriale, per poter ripartire il loro sa¬lario in maniera da spendere soltanto il minimo indispensa¬bile per vivere.

Tuttavia, abbiamo visto che le fluttuazioni del salario non solo sconvolgono la vita del lavoratore, ma anche che senza il suo aumento momentaneo sopra il livello minimo egli resterebbe escluso da tutti i progressi della produzione, della ricchezza pubblica, della civiltà, dunque da ogni possi¬bile emancipazione.

Egli dovrebbe pertanto trasformarsi da se stesso in una macchina calcolatrice borghese, adottare la spilorceria come sistema e dare alla meschineria un carattere immutabi¬le, conservatore.

A parte ciò, il sistema delle casse di risparmio è una triplice macchina d’oppressione:

a) La cassa di risparmio è la catena d’oro con la qua¬le il governo lega una gran parte della classe lavoratrice. Co¬sì, non soltanto prevale l’interesse a mantenere intatte le condizioni esistenti, non solo si dividono i lavoratori in due categorie, quelli che versano alle casse di risparmio e quelli che non lo fanno, ma i lavoratori stessi forniscono ai loro nemici anche le armi per mantenere stabile l’organizzazione della società che li opprime.

b) Il denaro rifluisce alla Banca Nazionale che lo an¬ticipa ai capitalisti ed entrambi si dividono il profitto, au¬mentando così il capitale e il loro dominio diretto sul popo¬lo, grazie al denaro che il popolo presta loro a bassissimo in¬teresse – e che diviene, a causa di questa centralizzazione, una potente leva dell’industria.

2. Un altro rimedio molto caro ai borghesi è l’istru¬zione, in particolare l’istruzione industriale generale.

a) Non insisteremo sulla banale contraddizione che viene dal fatto, spesso dimenticato, che l’industria moderna tende a sostituire sempre più il lavoro complesso con il lavo¬ro semplice, il quale non richiede nessuna formazione. Non insisteremo più a lungo sul fatto che, sempre più numerosi, bambini di sette anni sono gettati dietro la macchina per far¬ne una sorgente di guadagno non soltanto per la classe bor¬ghese ma anche per i loro propri genitori proletari. Il sistema di fabbrica rende vane le leggi sulla scuola (vedi la Prussia); non intendiamo nemmeno far osservare che la formazione intellettuale, se il lavoratore la possedesse, sarebbe senza al¬cun effetto diretto sul suo salario; che l’istruzione dipende soprattutto dalle condizioni di vita e che, con il pretesto dell’educazione morale, la borghesia intende inculcare agli studenti i principî borghesi; e che infine la classe borghese non ha i mezzi per offrire al popolo una vera istruzione, e se li avesse si rifiuterebbe di impiegarli.

Noi ci limitiamo a sottolineare un punto di vista pu¬ramente economico.

b) Per gli economisti filantropi, l’istruzione significa realmente una sola cosa: fare sì che ogni lavoratore impari ad esercitare più attività possibili, in maniera che se l’impie¬go di nuove macchine e una nuova divisione del lavoro lo espellono da un ramo, egli possa inserirsi senza difficoltà in un altro.

Supponendo che ciò sia possibile: resta il fatto che in caso di eccedenza di braccia in un ramo di attività, questa eccedenza si produrrebbe subito in tutti gli altri rami della produzione; ancora più di prima, la diminuzione di salario in un ramo trascinerebbe immediatamente una diminuzione generale del salario.

Ad ogni modo, per il fatto che l’industria moderna semplifica ovunque il lavoro e lo rende facile ad apprender¬si, l’aumento salariale in un settore industriale provocherà subito l’afflusso dei lavoratori verso questo settore, e a più o meno lunga scadenza la riduzione del salario assumerà un carattere generale.

Va da sé che noi non possiamo occuparci dei nume¬rosi piccoli palliativi raccomandati da parte dei borghesi [pauperismo].

3. Tuttavia, dobbiamo considerare un terzo rimedio che ha comportato e comporta giornalmente, sul piano prati¬co, conseguenze molto importanti – ossia la teoria malthu¬siana.

Presa nel suo insieme, questa teoria, per quanto ci ri¬guarda, conduce a ciò che segue:

a) Il livello salariale dipende dalla proporzione delle braccia che si offrono rispetto alle braccia che si richiedono.

Il salario può accrescersi in due maniere. O il capita¬le che mette in movimento il lavoro aumenta così rapida¬mente che la domanda di lavoratori aumenta in progressione più rapida della sua offerta; o la popolazione aumenta così lentamente che la concorrenza tra i lavoratori rimane debole, benché il capitale produttivo non sia aumentato rapidamente.

Voi, lavoratori, non potete esercitare alcuna influen¬za su una delle due parti del rapporto, cioè sullo sviluppo del capitale produttivo. In compenso lo potete sull’altra. Potete diminuire l’offerta, cioè la concorrenza tra di voi, avendo il minor numero possibile di figli.

Per smascherare l’imbecillità, l’abiezione e l’ipocri¬sia di questa dottrina, limitiamoci a ricordare:

b) [Questo deve essere riportato al punto I: qual è l’effetto dello sviluppo delle forze produttive sul salario?].

Il salario aumenta quando la domanda di lavoro au¬menta. L’aumento della domanda ha luogo quando il capita¬le che mette in moto il lavoro aumenta, cioè quando aumenta il capitale produttivo.

Bisogna fare, a questo punto, delle importanti osser¬vazioni:

Primo. Condizione essenziale per l’aumento del sala¬rio è lo sviluppo più rapido possibile del capitale produttivo. Di conseguenza, la condizione essenziale perché il lavorato¬re si trovi in una situazione sopportabile è anche che egli peggiori sempre di più la sua situazione rispetto a quella del¬la classe borghese, cioè che aumenti il più possibile la poten¬za del suo avversario – il capitale. In altri termini, il lavorato¬re non può raggiungere condizioni di vita sopportabili che a condizione di produrre e rafforzare la potenza a lui ostile, la sua stessa antitesi. É allora soltanto che, per mezzo di questa potenza ostile che egli stesso ha creato, un afflusso delle condizioni di lavoro fa di lui una parte del capitale produtti¬vo, e la leva che aumenta questo capitale e che gli imprime un movimento di crescita accelerato. Notiamo, di sfuggita, che se si è compreso questo rapporto tra capitale e lavoro, il tentativo di conciliazioni fourieriste e simili appare in tutto il suo ridicolo.

Secondo. Dopo aver dato una spiegazione generale di questo sistema assurdo, viene un secondo elemento ancora più importante.

Che significa, difatti, sviluppo del capitale produtti¬vo, e in quali condizioni si verifica?

Sviluppo del capitale equivale ad accumulazione e concentrazione del capitale. Man mano che si accumula e si concentra, il capitale conduce: da una parte, a un lavoro su scala più larga e dunque a una nuova divisione del lavoro che lo semplifica sempre di più; dall’altra, all’impiego di macchine su più vasta scala e all’introduzione di nuove mac¬chine. Ciò significa anche che via via che il capitale produt¬tivo si sviluppa, cresce la concorrenza tra i lavoratori, dato che la divisione del lavoro è semplificata e che ogni tipo di lavoro è più accessibile a tutti.

La concorrenza tra i lavoratori aumenta, inoltre, perché essi entrano anche in concorrenza con le macchine stesse che li gettano sul lastrico. Allargando continuamente la scala della produzione, allorché la concorrenza tra i capi¬tali fa abbassare sempre più l’interesse del denaro, la con¬centrazione e l’accumulazione del capitale produttivo com¬portano le seguenti conseguenze.

Le piccole imprese industriali vanno in rovina e non possono sostenere la concorrenza delle grandi. Interi strati della classe borghese vengono precipitati nella classe lavora¬trice. Ne risulta che la concorrenza tra i lavoratori aumenta con la rovina dei piccoli industriali, conseguenza fatale del-l’aumento del capitale produttivo.

Allo stesso tempo, poiché l’interesse del denaro di¬minuisce, i piccoli capitalisti che dapprima non partecipava¬no direttamente all’industria, sono forzati ad entrarvi, ciò che fornisce nuove vittime alla grande industria. Così, anche da questa parte, la classe lavoratrice si accresce e la concor¬renza tra i lavoratori aumenta.

Dato che lo sviluppo delle forze produttive ha per conseguenza il lavoro su di una scala sempre più larga, la sovraproduzione momentanea diviene una necessità sempre più imperativa, il mercato mondiale diviene sempre più este¬so per la concorrenza universale. Anche le crisi divengono sempre più violente. Così, dati gli improvvisi incoraggia¬menti ai lavoratori a sposarsi e a moltiplicarsi, essi si agglo¬merano e si concentrano in grandi masse e i loro salari di¬vengono sempre più aleatori. Ogni nuova crisi suscita inoltre immediatamente una concorrenza molto maggiore tra i lavo¬ratori.

In generale: lo sviluppo delle forze produttive, i mez¬zi di comunicazione più rapidi, la circolazione accelerata, il movimento febbrile dei capitali, aumentando la possibilità di produrre di più in un determinato intervallo di tempo, obbli¬gano, in base alla legge della concorrenza, ad accrescere la produzione. In altri termini, la produzione prosegue in con¬dizioni sempre più difficili e per sostenere la concorrenza in queste condizioni, bisogna lavorare su scala sempre più lar¬ga e concentrare i capitali in mani sempre meno numerose; e perché questa produzione su più larga scala sia fruttuosa bi¬sogna allargare costantemente e indefinitamente la divisione del lavoro e l’impiego delle macchine.

Queste condizioni sempre più difficili della produ¬zione si estendono ugualmente al lavoratore, in quanto parte del capitale. Egli si trova in condizioni sempre più difficili, cioè deve dare più lavoro per un salario sempre più basso, produrre di più per costi di produzione in costante diminu¬zione. Così il minimo di salario si traduce in un dispendio di forze maggiore, vicino al livello minimo dei piaceri della vi¬ta.

[La sproporzione cresce in proporzione geometrica non aritmetica].

Lo sviluppo delle forze produttive porta come conse¬guenza un maggior dominio da parte del grande capitale, una crescente semplificazione e abbrutimento della macchina chiamata lavoratore, una maggiore concorrenza diretta tra i lavoratori dovuta alla maggiore divisione del lavoro, alla meccanizzazione, ai premi posti ufficialmente sulla riprodu¬zione meccanica, alla concorrenza delle frange rovinate del¬la borghesia, ecc.

Possiamo formulare ciò più semplicemente:

Il capitale produttivo si compone di tre elementi:

1. La materia prima da trasformare.

2. Le macchine e i materiali, come il carbone, ecc., necessari per azionare le macchine, per far funzionare gli edifici, ecc.

3. La parte del capitale destinata alla sussistenza dei lavoratori.

Ora, qual è il rapporto tra questi tre elementi, nel cor¬so del processo di sviluppo del capitale produttivo?

L’aumento del capitale produttivo richiede la sua concentrazione e il suo sfruttamento su scala continuamente crescente, che è il solo modo di dare profitto. Una gran parte del capitale sarà dunque trasformata direttamente in stru¬menti di lavoro e funzionerà come tale; e più le forze produt¬tive cresceranno, maggiore sarà la parte di capitale trasfor¬mata direttamente in macchine. L’estensione della mecca¬nizzazione e della divisione del lavoro permette di produrre molto di più in minor tempo. Bisogna dunque che le riserve di materia prima crescano nella stessa proporzione. Nel pro¬cesso di sviluppo del capitale produttivo, la parte del capita¬le trasformata in materia prima necessariamente aumenta.

Resta la terza parte del capitale produttivo, destinata alla sussistenza del lavoratore, ossia la parte che si muta in salario.

Qual è il rapporto tra l’aumento di questa parte e le altre due?

Per la maggior divisione del lavoro, un solo lavorato¬re produce quanto tre, quattro, cinque lavoratori produceva¬no prima. La meccanizzazione provoca lo stesso fenomeno su scala infinitamente maggiore.

Innanzitutto, è evidente che l’aumento delle parti del capitale produttivo trasformate in macchine e in materie pri¬me non si accompagna a un aumento analogo da parte del capitale destinato al salario. Se così non fosse, l’impiego del¬le macchine e la maggiore divisione del lavoro manchereb¬bero il loro scopo. Ne risulta chiaramente che la parte del capitale produttivo destinata al salario non aumenta quanto la parte destinata alle macchine e alla materia prima. C’è di più. Via via che il capitale produttivo aumenta, ossia man mano che aumenta la potenza del capitale come tale, la spro¬porzione tra il capitale investito in materie prime e in mac¬chine, da una parte, e il capitale investito in salario, dall’al¬tra, non cessa di aumentare. Cioè, la parte del capitale pro¬duttivo destinata al salario diminuisce sempre più rispetto al¬la parte del capitale destinata alle macchine e alle materie prime.

Avendo investito più capitale in macchine, il capita¬lista è costretto a investire maggior capitale nell’acquisto delle materie prime e dell’energia necessaria per far funzio¬nare le macchine. Ma se egli ha impiegato fino ad allora cen¬to operai, probabilmente ora ne avrà bisogno solo di cin¬quanta. Altrimenti, forse, gli sarebbe necessario raddoppiare di nuovo le altre parti del capitale, ossia rendere la spropor¬zione ancora più grande. Egli licenzierà cinquanta operai oppure i cento dovranno lavorare con il salario di cinquanta. Ecco dunque sul mercato una eccedenza di lavoratori.

Migliorando la divisione del lavoro, bisognerà au¬mentare solo il capitale destinato alle materie prime. Al po¬sto di tre lavoratori ve ne sarà forse uno solo.

Consideriamo tuttavia il caso più favorevole: il capi¬talista dà alla sua impresa un’estensione tale da poter conser¬vare non solo il vecchio numero di lavoratori ma anche au¬mentarlo – ciò che, ben inteso, egli si affretterà a fare non appena lo potrà. Ma, per conservare lo stesso numero di la¬voratori e ancora di più per aumentarlo, avrà bisogno di ac¬crescere la produzione in misura enorme, e la proporzione tra il numero di lavoratori e le forze produttive risulterà infi¬nitamente ingrandita. La sovraproduzione sarà accelerata e con il sopravvenire della crisi successiva, vi saranno ancor più lavoratori senza lavoro.

Una legge generale deriva necessariamente dalla na¬tura del rapporto tra capitale e lavoro: nel corso dell’aumen¬to delle forze produttive la parte del capitale produttivo tra¬sformata in macchine e in materie prime, ossia il capitale propriamente detto, cresce in proporzione infinitamente più grande rispetto alla parte destinata al salario; cioè, in altri termini, la parte della massa totale di capitale produttivo che deve essere diviso tra i lavoratori diventa sempre più picco¬la. La loro concorrenza si fa sempre più violenta. In altri ter¬mini, l’aumento di capitale porta come conseguenza la dimi¬nuzione relativa dei mezzi di occupazione e dei mezzi di sussistenza dei lavoratori, e quanto più questi diminuiscono, tanto più rapidamente la popolazione lavoratrice aumenta in relazione a essi. Questa sproporzione non cessa di crescere a misura che aumenta il capitale produttivo in generale.

Per eliminare tale sproporzione, bisognerebbe au¬mentarlo in proporzione geometrica; e poi, per equilibrarla in seguito in tempo di crisi, bisognerebbe aumentarlo ancora di più.

Questa legge, che deriva unicamente dal rapporto tra capitale e lavoratore, muta anche la situazione più favorevo¬le per quest’ultimo – aumento rapido del capitale produttivo – in una situazione sfavorevole. Di questa legge sociale i borghesi hanno fatto una legge naturale, affermando che è legge di natura che la popolazione aumenti più rapidamente dei mezzi di occupazione e dei mezzi di sussistenza.

Essi non hanno capito che nell’aumento del capitale produttivo è implicita la crescita di questa contraddizione.

Torneremo su questo punto in seguito.

La forza produttiva, in particolar modo la forza so¬ciale dei lavoratori stessi, non soltanto non è loro pagata ma è diretta contro di essi.

c) Prima assurdità:

Abbiamo visto che se il capitale produttivo aumenta – questo è il caso più favorevole prospettato dagli economisti – dunque se anche la domanda di lavoro aumenta relativamen¬te, la natura dell’industria moderna e del capitale fa sì che i mezzi di occupazione per i lavoratori non aumentino nella stessa misura; che gli stessi fattori che fanno sviluppare il capitale produttivo fanno aumentare più rapidamente ancora lo squilibrio fra offerta e domanda di lavoro; in breve, che lo sviluppo delle forze produttive fa aumentare nello stesso tempo la sproporzione tra lavoratori e mezzi di occupazione. Questo non dipende né dall’aumento dei mezzi di sussisten¬za né dall’aumento naturale della popolazione. La spropor¬zione risulta necessariamente dalla natura della grande indu¬stria e dal rapporto tra lavoro e capitale.

Ma se lo sviluppo del capitale produttivo progredisce lentamente, resta stazionario o diminuisce, il numero di la¬voratori è sempre troppo elevato in rapporto alla domanda di lavoro. Nei due casi, il più favorevole e il meno favorevole, che l’offerta di lavoro sia sempre superiore alla domanda di lavoratori deriva dal rapporto tra il lavoro e il capitale, dalla natura stessa del capitale.

d) É assurdo immaginare che la classe lavoratrice nel suo insieme possa decidere di non avere figli; al contrario, la condizione dei lavoratori è tale che la soddisfazione dell’i¬stinto sessuale è il piacere principale e si sviluppa a scapito di tutti gli altri. Dopo aver peggiorato l’esistenza del lavora-tore, la borghesia cerca di ridurre al minimo la loro capacità di riproduzione.

e) D’altra parte non vi è niente di meno serio di que¬sta fraseologia e di questi rimedi borghesi. La prova ne è che: primo, l’industria moderna sostituendo i bambini agli adulti, concede un vero primato alla procreazione; secondo, la grande industria esige senza tregua un esercito di riserva di lavoratori disoccupati per i periodi di sovraproduzione. Lo scopo principale della borghesia è generalmente quello di ot¬tenere dal lavoratore la merce-lavoro al miglior prezzo pos¬sibile; occorre dunque che l’offerta di tale merce sia più grande possibile in rapporto alla domanda, cioè che ci sia un massimo di sovrapopolazione.

La sovrapopolazione è dunque interesse della bor¬ghesia che sa bene che i suoi buoni consigli non possono es¬sere seguiti dal lavoratore.

f) Dato che il capitale non aumenta se non occupando i lavoratori, l’aumento di capitale implica quello del proleta¬riato e, come abbiamo visto, l’aumento del proletariato, per la natura stessa del rapporto tra capitale e lavoro, deve pro¬cedere in modo relativamente più rapido.

g) Tuttavia, la teoria prima enunciata che viene vo¬lentieri considerata come una legge di natura – secondo cui la popolazione cresce più rapidamente dei mezzi di sussi¬stenza – è tanto più cara al borghese poiché appaga la sua co¬scienza, gli fa credere che avere un cuore duro è un dovere morale, fa apparire gli effetti sociali come effetti naturali, e gli procura l’occasione di contemplare le privazioni e la ro¬vina del proletariato con lo stesso sguardo tranquillo che egli pone su altri avvenimenti naturali; tale teoria inoltre gli per¬mette di considerare e di punire la miseria del proletariato come se si trattasse di un suo errore. Dopo tutto, il proleta¬riato non ha che da far uso della ragione per mettere un freno ai suoi istinti e arrestare con un controllo morale la legge na¬turale nella sua evoluzione dannosa.

h) La legislazione sui poveri può essere considerata come un’applicazione di questa teoria. Disinfestazione dai topi. Arsenico. Case di lavoro. Pauperismo in generale. Il bagno penale che riappare in piena civiltà. La barbarie che risorge, generata dalla civiltà stessa e facente corpo con es¬sa; è la barbarie lebbrosa, la barbarie in quanto lebbra della civiltà. Le case di lavoro, bastiglie dei lavoratori. Separazio¬ne di donna e uomo.

4. Diciamo adesso una parola su coloro che vorreb¬bero migliorare la condizione dei lavoratori con una riforma salariale.

Proudhon.

5. Infine, tra le osservazioni che si trovano presso gli economisti filantropi a proposito del salario, riferiamo alme¬no un’opinione.

a) Tra gli altri, Rossi, ha portato i seguenti argomen¬ti:

L’imprenditore anticipa al lavoratore solo la sua par¬te di prodotto perché questi non può attenderne la vendita. Se il lavoratore potesse mantenersi fino alla vendita del pro¬dotto, potrebbe reclamare in seguito la sua partecipazione in quanto socio, secondo quanto avviene tra il capitalista pro¬priamente detto e il capitalista industriale. É un fatto casuale che la partecipazione del lavoratore prenda esattamente la forma del salario; è questo il risultato di una speculazione, di un atto particolare che si svolge in margine al processo di produzione, di cui non forma un elemento costitutivo. Il sa¬lario non è che una forma accidentale del nostro stato socia¬le. Esso non fa necessariamente parte del capitale e non è un fattore indispensabile alla produzione. Può sparire in un’altra organizzazione sociale.

b) Tutto questo ameno ragionamento si riduce a ciò: se i lavoratori possedessero a sufficienza lavoro accumulato, ossia il capitale, per non essere costretti a vivere direttamen¬te della vendita del loro lavoro, la forma del salario sparireb¬be: cioè, se tutti i lavoratori divenissero capitalisti, ossia se anche il capitale potesse mantenersi senza il suo opposto, il lavoro salariato, senza il quale però esso non può esistere.

c) Nondimeno, questa affermazione è da ricordare. Il salario non è una forma accidentale della produzione bor¬ghese, ma tutta la produzione borghese è una forma storica transitoria della produzione. Tutte le sue caratteristiche, il capitale come il salario, la rendita, ecc., sono transitorie e suscettibili di essere soppresse a un certo punto dell’evolu¬zione.

VII. Le associazioni dei lavoratori

Un aspetto della teoria della popolazione riguarda la diminuzione della concorrenza tra i lavoratori. Le associa¬zioni hanno per scopo di sopprimerla e di sostituirla con l’unione tra i lavoratori.

Gli economisti fanno, a buon diritto, le seguenti criti¬che contro le associazioni:

1. Le spese che i lavoratori sostengono per esse supe¬rano, il più delle volte, i vantaggi economici che essi cerca¬no di ottenere. Alla lunga le associazioni non possono resi¬stere alle leggi della concorrenza. Queste coalizioni spingo¬no all’impiego di nuove macchine, ulteriore divisione del la¬voro, spostamento dei lavoratori da un luogo di produzione a un altro. Tutto ciò causa la diminuzione del salario.

2. Se le coalizioni riuscissero a mantenere in un dato paese un livello salariale tale che il profitto diminuisse sen¬sibilmente in rapporto al profitto medio di altri paesi, o che il capitale subisse un arresto nel suo sviluppo, il ristagno o la recessione dell’industria, che ne sarebbero la conseguenza, provocherebbero la rovina dei lavoratori con i loro padroni. Infatti, come abbiamo visto, è questa la condizione del lavo¬ratore. La sua situazione si aggrava saltuariamente quando il capitale produttivo aumenta, ed è rovinato in anticipo quan¬do il capitale diminuisce o resta stazionario.

3. Tutte le obiezioni che muovono gli economisti borghesi sono, lo ripetiamo, giuste, ma soltanto dal loro pun¬to di vista. Se si trattasse solo di questo per quanto riguarda le associazioni – e questa è l’apparenza – cioè di determinare il salario, se il rapporto tra capitale e lavoro fosse eterno, le coalizioni si arenerebbero pietosamente davanti alla necessi¬tà delle cose. Ma esse sono un mezzo di unione della classe lavoratrice, per prepararla al capovolgimento di tutta la vec¬chia società con i suoi antagonismi di classe. Da questo pun¬to di vista, i lavoratori hanno ragione di burlarsi dei pedanti borghesi, che fanno loro il conto del costo in morti, feriti e denaro di questa guerra civile. Chi vuole abbattere il suo av¬versario non discute con lui le spese di guerra. E quanto po¬co i lavoratori siano gretti, agli economisti lo prova il fatto stesso che gli operai meglio pagati sono i primi a organizza¬re la maggior parte delle coalizioni, e che i lavoratori impie¬gano tutto ciò che essi possono economizzare sul loro magro salario per formare associazioni politiche e sindacali e copri¬re le spese del loro movimento. E se i signori borghesi e i lo¬ro economisti, nei loro momenti di filantropia, sono così de¬licati da calcolare nel minimo salariale, cioè della esistenza, un po’ di the o di rhum o di zucchero e un po’ di carne, è evidente che deve sembrargli al contrario scandaloso e in¬comprensibile che i lavoratori prele-vino da questo minimo una parte delle spese per la loro guerra contro la borghesia e che essi si aspettino dalla loro attività rivoluzionaria la più grande soddisfazione della loro vita.

VIII. Aspetto positivo del lavoro salariato

Prima di concludere, bisogna ancora insistere sull’a¬spetto positivo del lavoro salariato.

a) Quando si dice aspetto positivo del lavoro salaria¬to, si dice aspetto positivo del capitale, della grande indu¬stria, della libera concorrenza, del mercato mondiale, e non ho bisogno di spiegare a lungo che, senza questi rapporti e mezzi di produzione, non avremmo visto sorgere le risorse materiali per la liberazione del proletariato e per la creazione di una nuova società, e che senza queste condizioni il prole¬tariato non avrebbe intrapreso il cammino dell’unità, né co¬nosciuto lo sviluppo che lo rende realmente capace di questa doppia rivoluzione, quella dell’antica società e quella sua propria. Uguaglianza dei salari.

b) Consideriamo il salario, in ciò che esso ha di più abietto: sapere che la mia attività diventa merce e che io stesso sarò di volta in volta vendibile.

Primo. Sparita ogni traccia di relazione patriarcale, il solo rapporto tra datore di lavoro e lavoratore resta ormai lo scambio venale, l’acquisto e la vendita, il rapporto di denaro.

Secondo. Mutate in puri rapporti di denaro, tutte le relazioni dell’antica società hanno perduto la loro aureola. Così pure, tutte le attività dette superiori, spirituali, artistiche ecc., essendo divenute articoli di commercio, hanno perduto la loro antica sacralità. É un grande progresso che ormai la schiera dei preti, dei medici, dei giuristi, ecc., ossia la reli¬gione, il diritto, ecc. non abbiano più corso che secondo il loro valore come merce.

[Terzo. Essendo il lavoro divenuto una merce regola¬ta dalla libera concorrenza, si è cercato di produrlo il più possibile a buon mercato, cioè di ridurne al massimo i costi di produzione. In tal modo, per un’organizzazione futura del¬la società, qualunque lavoro fisico è diventato estremamente facile e semplice – Da sviluppare].

Terzo. Avendo la venalità universale fatto compren¬dere ai lavoratori che essi possono vendere tutto e separarsi da tutto, essi si sono liberati da qualunque subordinazione a un rapporto determinato. Vi è vantaggio per il lavoratore nel poter utilizzare il proprio denaro come meglio crede, senza più doversi adattare a prestazioni in natura né subire un ge¬nere di vita interamente prescritto dalla corporazione (feuda¬le).

La domanda

La maggior parte degli economisti la tratta quasi sol¬tanto dal punto di vista individuale. Lo sviluppo storico mondiale della domanda – la sua espansione universale – di¬pende anzitutto dalla scoperta dei prodotti dei vari paesi del¬la terra. Se nello sviluppo ulteriore la domanda crea gli scambi, all’origine gli scambi creano la domanda. E il conte¬nuto materiale degli scambi, tutto l’insieme degli oggetti del traffico, delle merci che entrano nel traffico e nel commer¬cio. Guerre, viaggi di esplorazione ecc., tutti gli avvenimenti storici attraverso i quali i popoli entrano in contatto, sono al-trettante condizioni dell’ampliamento della domanda, cioè della formazione del mercato mondiale. Dapprima l’aumen¬to della domanda consiste direttamente nel fatto che si scam¬biano tra loro prodotti già esistenti di paesi diversi. La do¬manda perde gradualmente il suo carattere locale ecc. e di¬venta cosmopolita. Nel consumo degli individui di un paese entra quindi sempre più la produzione di tutti i paesi.

Le crociate, per esempio, facendo meglio conoscere i prodotti dell’Oriente, fanno molto aumentare nell’Europa occidentale la domanda di tali prodotti. I luoghi in cui questi prodotti affluiscono per lo scambio costituiscono i centri ur¬bani del mercato mondiale; sotto questa forma il mercato mondiale appare soprattutto prima della scoperta dell’Ame¬rica. Nel XIV e XV secolo, Costantinopoli, le città italiane, Bruges e Londra. Hanno ancora, in pari tempo, il carattere di una fiera, cioè i mercanti vi affluiscono in carovane. Nel XIX secolo, per esempio, le fiere hanno un’importanza affat¬to secondaria.

Questi mercati non dipendono tanto da una propria industria, quanto, al contrario, questa nel suo fiorire dipende nel complesso proprio dal fatto che essi sono i magazzini generali; lo dimostra il declino del commercio delle città ita¬liane dopo il 1498, dal momento in cui Lisbona diventa il mercato principale per le merci indiane e le spezie. Anche Anversa nel XVI secolo conserva il carattere limitato come prima Bruges ecc.

Supremazia commerciale. La prima nazione commer¬ciale è costituita dagli olandesi (dalla fine del XVI secolo al¬la metà del XVII). Fino allora esistevano solo le prime città commerciali. Gli spagnoli e i portoghesi formano il passag¬gio dalle città commerciali dominanti alle nazioni commer¬ciali dominanti. Ma la supremazia olandese è ancora essen¬zialmente fondata sui trasporti commerciali e sulla pesca.

Se si confronta l’Europa nord-orientale con quella occidentale, si vede che nella misura in cui qui aumentano le manifatture e le costruzioni navali, aumenta la domanda di materie prime nord-orientali, e quindi la loro produzione.

L’Olanda, prima nazione commerciale e industriale dalla fine del XVI secolo alla metà del XVII, è la prima na¬zione la cui agricoltura è insufficiente, la cui popolazione aumenta in un rapporto troppo alto rispetto all’agricoltura. Avvia così il primo commercio di grano su vasta scala. Am¬sterdam diventa il principale granaio dell’Europa occidenta¬le.

Protezionisti

1) Non hanno mai protetto la piccola industria, solo l’industria meccanizzata. Esempio in Germania la scuola di List. Gülich.

2) Se crediamo a quanto dicono i protezionisti, al massimo mantengono lo status quo. La protezione non farà mai che il prodotto protetto sia venduto su mercati stranieri. Dunque reazionaria.

3) L’ultima consolazione dei protezionisti è che il paese viene sfruttato da capitalisti non stranieri, ma naziona¬li.

4) Si dice bensì che dovrebbero precedere riforme in¬terne, prima che si possa pensare al libero scambio. Non si dà al sistema protezionistico in sé questo potere, di riformare la posizione delle classi. Ma si dice che sarebbe sciocco ri¬formare i rapporti internazionali prima di avere riformato quelli nazionali. Ma cos’è il sistema protezionistico? Una prova che la classe che lo attua ha in mano il potere. Attuan¬do dunque il sistema protezionistico … i capitalisti non cede¬rebbero su nulla. Inoltre, signori, le grandi riforme sociali e storiche non si fanno mai per le concessioni, per la generosi¬tà delle classi dominanti, ma solo per la necessità delle cose. Devono essere strappate. Dunque è stupido credere che in un paese in cui domina il sistema protezionistico … venga rifor¬mato qualche cosa nel rapporto tra capitale e lavoro. Non parlerò più dei protezionisti … [ma] della questione [del libe¬ro scambio].

I protezionisti, i liberoscambisti

e la classe lavoratrice

I protezionisti non hanno mai protetto la piccola in¬dustria, il vero lavoro manuale. Forse che in Germania il dr. List e la sua scuola hanno mai chiesto dazî protettivi per la piccola industria tessile, per la tessitura a mano, per l’arti¬gianato? No: quando hanno chiesto dazî protettivi, lo hanno fatto soltanto per sostituire il lavoro manuale con le macchi¬ne, l’industria patriarcale con l’industria moderna. Insomma essi vogliono estendere il dominio della borghesia e in parti¬colare dei grandi capitalisti industriali. Sono arrivati al punto di proclamare a gran voce che il tramonto e la rovina della piccola industria, della piccola borghesia, della piccola agri¬coltura, dei piccoli contadini è un fatto triste ma inevitabile e necessario per lo sviluppo industriale della Germania.

Oltre alla scuola di List c’è in Germania, che è il paese delle scuole, anche un’altra scuola che chiede non sol¬tanto un sistema di dazî protettivi, ma anche un vero e pro¬prio sistema proibizionistico. Il capo di questa scuola, von Gülich, ha scritto una storia molto scientifica dell’industria e del commercio che è anche tradotta in francese. Von Gülich è un sincero filantropo: egli pensa seriamente alla protezione del lavoro artigiano, del lavoro nazionale. Ebbene, che cosa ha fatto? Ha cominciato col confutare List, ha dimostrato che nel sistema listiano il bene della classe lavoratrice è solo falsa apparenza, una frase vuota e sonora, e da parte sua ha fatto le seguenti proposte:

1. proibire l’importazione di manufatti stranieri;

2. gravare con dazî d’importazione molto elevati le materie prime provenienti dall’estero, come il cotone, la seta ecc. ecc., per proteggere la lana e la tela nazionali;

3. fare altrettanto con i prodotti coloniali, per sosti¬tuire con prodotti nazionali lo zucchero, il caffè, l’indaco, la cocciniglia, i legni pregiati ecc.;

4. imporre forti tasse sulle macchine di produzione nazionale, per proteggere il lavoro manuale contro la mac¬china.

Come si vede, von Gülich è un uomo che accetta il sistema con tutte le sue conseguenze. E ciò dove lo porta? Non solo a impedire l’ingresso di prodotti industriali stranie¬ri, ma a impedire anche il progresso dell’industria nazionale.

List e von Gülich rappresentano i limiti fra i quali il sistema si muove. Se si vuole proteggere il progresso dell’in¬dustria, si sacrifica addirittura il lavoro manuale, il lavoro; se si vuole proteggere il lavoro, la vittima è il progresso indu¬striale.

Torniamo ai protezionisti veri e propri, che non con¬dividono le illusioni di von Gülich.

Se parlano con cognizione di causa e liberamente alla classe lavoratrice, essi riassumono in queste parole la loro fi¬lantropia: è meglio essere sfruttati dai propri compatrioti che da stranieri.

Io penso che la classe lavoratrice non si contenterà per sempre di questa soluzione che, bisogna ammetterlo, è indubbiamente molto patriottica, ma anche un po’ troppo ascetica e spiritualistica per uomini la cui unica occupazione sta nella produzione delle ricchezze, del bene materiale.

Ma i protezionisti diranno: “In questo modo, dopo tutto, manteniamo almeno lo stato attuale della società. Bene o male assicuriamo un’occupazione al lavoratore e impedia¬mo che egli sia gettato sul lastrico dalla concorrenza stranie¬ra”. Non voglio contestare questa affermazione, l’accetto. Il mantenimento, la conservazione dello stato attuale è dunque il miglior risultato al quale possono arrivare i protezionisti nel caso più favorevole. Bene, ma per la classe lavoratrice non si tratta di mantenere lo stato attuale, bensì di mutarlo nel suo opposto.

Ai protezionisti rimane un’ultima via di scampo: il loro sistema, essi dicono, non ha affatto la pretesa di essere un mezzo per riforme sociali: ma è tuttavia necessario co¬minciare con le riforme sociali all’interno del paese prima che si possa arrivare a riforme economiche nel quadro inter-nazionale. Dopo essere stato inizialmente reazionario, poi conservatore, il sistema protezionistico diventa infine conservatore-progressista. Basterà indicare la contraddizione che si cela sotto questa teoria che a prima vista sembra avere qualche cosa di seducente, di pratico, di razionale. Stupefa¬cente contraddizione! Il sistema protezionistico fornisce al capitale di un paese le armi per poter sfidare i capitali degli altri paesi; esso accresce la forza di quel capitale di fronte a quello straniero e in pari tempo crede di rendere piccolo e debole con gli stessi mezzi lo stesso capitale di fronte alla classe lavoratrice. Ma in fin dei conti ciò significherebbe fa¬re appello alla filantropia del capitale, come se il capitale in quanto tale potesse essere filantropo. Ma, in generale, le ri¬forme sociali non possono mai essere attuate mediante la debolezza del forte: esse devono essere e sono ottenute dalla forza del debole.

D’altronde non occorre che ci soffermiamo su questo punto. Dal momento che essi ammettono che le riforme so¬ciali non appartengono alla sfera del loro sistema, che non scaturiscono da esso, che formano una questione particolare, i protezionisti si sono già allontanati dalla questione sociale. Lascerò quindi da parte i protezionisti e parlerò del libero scambio, in rapporto alla situazione della classe lavoratrice.

Discorso del dr. Marx sul dazio protettivo, il libero scambio e la classe operaia

Ci sono due scuole di protezionisti.

La prima è rappresentata in Germania dal dr. List, che non ha mai mirato a proteggere il lavoro manuale; al contrario, i rappresentanti di questa scuola chiedevano dazî protettivi per annientare il lavoro manuale con le macchine, per sostituire alla manifattura patriarcale la manifattura mo¬derna. Essi hanno sempre mirato a preparare il regno delle classi possidenti (la bourgeoisie) e in particolare quello dei grandi industriali capitalisti. Essi proclamavano apertamente che la rovina dei piccoli fabbricanti, dei piccoli artigiani e dei piccoli contadini era un fatto certamente increscioso, ma in pari tempo del tutto inevitabile.

La seconda scuola di protezionisti non chiedeva sol¬tanto un sistema protettivo, ma un sistema proibitivo assolu¬to. I suoi rappresentanti proponevano di proteggere il lavoro manuale contro l’invasione delle macchine nonché contro la concorrenza straniera. Proponevano di proteggere, mediante dazî elevati, non solo l’industria nazionale, ma anche l’agri¬coltura e la produzione di materie prime. E a che arrivò que¬sta scuola? Arrivò a proibire non solo l’importazione di ma¬nufatti esteri, ma anche il progresso dell’industria nazionale. Così tutto il sistema protezionistico finì inevitabilmente nei corni del seguente dilemma: o proteggeva il progresso dell’industria nazionale e quindi sacrificava il lavoro manua¬le, o proteggeva il lavoro manuale e quindi sacrificava l’in¬dustria nazionale.

I protezionisti della prima scuola, quelli che conside¬ravano inarrestabile il progresso della meccanizzazione, del¬la divisione del lavoro e della concorrenza, dicevano ai lavo¬ratori:

“Se dovete essere sfruttati in ogni caso, è meglio che lo facciano i vostri compatrioti e non gli stranieri”. La classe lavoratrice accetterà sempre questa soluzione? Io credo di no. Coloro che producono tutto il benessere e gli agî dei ric¬chi non si contenteranno di quella magra consolazione. Chiederanno vantaggi più concreti in cambio dei loro pro¬dotti concreti. Ma i protezionisti dicono: “Dopo tutto, noi manteniamo lo stato attuale della società. Bene o male assi¬curiamo al lavoratore l’impiego che gli occorre e impediamo che sia gettato sul lastrico a causa della concorrenza stranie¬ra”. Sia pure. Così, nel migliore dei casi, i protezionisti am¬mettono di non essere capaci di ottenere qualche cosa di meglio che la conservazione dello status quo. Ma la classe lavoratrice non vuole la conservazione della sua condizione attuale, vuole un cambiamento in meglio.

Al protezionista resta un’ultima risorsa. Egli dirà che lui non è affatto contrario a una riforma sociale all’interno, ma che la prima cosa da fare, per assicurare il successo, è di sventare ogni pericolo derivante dalla concorrenza straniera. “Il mio sistema, – egli dice – non è un sistema di riforma so¬ciale, ma se dobbiamo riformare la società non sarebbe me¬glio farlo nel nostro paese, prima di parlare di riforme nelle nostre relazioni con altri paesi?”. É un argomento molto at¬traente, ma sotto la sua apparenza plausibile si cela una con¬traddizione molto singolare. Il sistema protezionistico, men¬tre fornisce armi al capitale di un paese contro il capitale di paesi stranieri, mentre rafforza il capitale contro gli stranieri, crede che il capitale così armato, così rafforzato, sarà debo¬le, impotente e inerme di fronte alla classe lavoratrice. Ciò significherebbe appellarsi alla misericordia del capitale co¬me se il capitale, in sé, potesse mai essere misericordioso. Le riforme sociali non vengono mai attuate dalla debolezza dei forti, ma sempre dalla forza dei deboli. Ma non è affatto necessario insistere su questo punto. Nel momento che i pro¬tezionisti ammettono che le riforme sociali non sono neces¬sariamente previste dal loro sistema, non ne sono una com¬ponente, ma costituiscono un problema del tutto diverso, essi mettono da parte la questione che stiamo discutendo. Possia¬mo quindi lasciarli stare per esaminare gli effetti del libero scambio sulla situazione della classe lavoratrice.

Il problema dell’influsso che la completa liberazione del commercio avrà sulla situazione della classe operaia è di facilissima soluzione. Non è neppure un problema. Se nell’e¬conomia politica c’è una cosa esposta con chiarezza, è la sorte che attende la classe operaia sotto il dominio del libero scambio. Tutte le leggi esposte in proposito nelle opere clas¬siche dell’economia politica sono rigorosamente giuste alla sola condizione che il commercio sia liberato da tutti i vin¬coli, che la concorrenza sia assolutamente libera, non solo in un paese, ma su tutta la faccia della terra. Queste leggi, svi¬luppate da A. Smith, Say e Ricardo – le leggi che determina¬no la produzione e la distribuzione della ricchezza – diventa¬no più giuste, più esatte, e cessano di essere mere astrazioni nella misura in cui si attua il libero scambio. I maestri della scienza, quando trattano un argomento economico, dicono di continuo che tutti i loro ragionamenti sono fondati sul pre¬supposto che tutti i vincoli finora esistenti saranno rimossi dal commercio.

Essi hanno perfettamente ragione a seguire questo metodo: infatti non costruiscono astrazioni arbitrarie ma si limitano ad escludere dalle loro argomentazioni una serie di circostanze accidentali. Così si può dire giustamente che gli economisti – Ricardo e altri – sanno più della società come sarà che della società com’è. Sanno più del futuro che del presente. Se volete leggere il libro del futuro, aprite Smith, Say, Ricardo. Vi troverete descritta con la massima chiarez¬za possibile la situazione che attende la classe operaia sotto il dominio del perfetto libero scambio. Prendete, per esem¬pio, un’autorità come Ricardo, autorità insuperata. Qual è, economicamente parlando, il prezzo naturale normale, del lavoro di un operaio? Risponde Ricardo: “Il salario ridotto al minimo: il suo limite più basso”. Il lavoro è una merce come qualsiasi altra. Ma il prezzo di una merce è determinato dal tempo necessario per produrla. Che cosa è necessario per produrre la merce-lavoro? Precisamente ciò che è necessario per produrre la somma delle merci indispensabili per mante¬nere il lavoratore e per compensare il suo consumo d’ener¬gia, tanto che egli possa vivere e propagare in qualche modo la sua razza.

Non dobbiamo tuttavia credere che i lavoratori non si eleveranno mai al di sopra di questo infimo limite o che non saranno mai spinti al di sotto di esso. No, secondo questa legge per un certo tempo la classe lavoratrice starà meglio, avrà più del minimo, ma questo più sarà solo il supplemento a compenso di ciò che avrà in meno del minimo in un altro periodo, nel periodo del ristagno industriale. Cioè, durante un certo spazio di tempo, che è sempre periodico, in cui l’e¬conomia attraversa il ciclo di prosperità sovrapproduzione, ristagno, crisi, se prendiamo la media di ciò che il lavoratore riceve in più o in meno del minimo, troviamo che nell’insie¬me egli non ha ricevuto né più né meno che il minimo; o, in altre parole, che la classe operaia si è conservata come clas¬se, dopo tanta miseria, tante sofferenze, e si è lasciata dietro tanti morti sul campo di battaglia dell’industria. Ma che im¬porta? La classe esiste, e non solo esiste, ma si sarà anche ingrossata.

Questa legge, secondo cui il livello più basso del sa¬lario è il prezzo naturale della merce-lavoro, si realizzerà di pari passo con la previsione di Ricardo, secondo cui il libero scambio diventerà una realtà. Noi accettiamo tutto ciò che è stato detto sui vantaggi del libero scambio. Le forze produt¬tive aumenteranno, le tasse imposte al paese dai dazî doga¬nali scompariranno, tutte le merci saranno vendute a un prezzo più basso. E ancora, che cosa dice Ricardo? “Il lavo¬ro, essendo una merce come altre, sarà venduto anch’esso a un prezzo più basso”: potrete averlo veramente per pochissi¬mo denaro, proprio come il pepe e il sale. Ancora: come tut¬te le altre leggi dell’economia politica acquisteranno più for¬za, più verità, con la realizzazione del libero scambio, così, sotto il libero scambio, anche la legge della popolazione esposta da Malthus si svilupperà nelle dimensioni più gran¬diose che si possano desiderare. Così bisogna scegliere: o si deve ripudiare tutta l’economia politica quale ora esiste, o si deve ammettere che nella libertà di commercio le leggi dell’economia politica saranno applicate alla classe lavora¬trice in tutta la loro durezza.

Ciò significa che noi siamo contro il libero scambio? No, noi siamo per il libero scambio perché mediante il libero scambio tutte le leggi economiche, con le loro più sorpren¬denti contraddizioni, agiranno su più vasta scala, su un terri¬torio più esteso, su tutta la terra, e perché dall’unione di tutte queste contraddizioni in un solo gruppo in cui esse si fron¬teggeranno direttamente scaturirà la lotta che finirà con l’e¬mancipazione del proletariato.

Discorso sulla questione del libero scambio

Signori,

l’abolizione delle leggi sul grano in Inghilterra è il più grande trionfo conseguito dal libero scambio nel XIX secolo. In tutti i paesi in cui gli industriali parlano di libero scambio, essi hanno di mira principalmente il libero scambio del grano e delle materie prime in generale. Colpire con dazî protettivi i grani stranieri è infame, significa speculare sulla fame dei popoli.

Pane a buon mercato, salari elevati – cheap food, high wages – ecco il solo fine per il quale i liberoscambisti in In¬ghilterra hanno speso milioni; e già il loro entusiasmo si è esteso ai loro fratelli del continente. In generale, se si vuole il libero scambio, è per alleviare la condizione della classe lavoratrice.

Ma – fatto sorprendente! – il popolo, a cui si vuole per forza procurare pane a buon mercato, è quanto mai ingra¬to. Il pane a buon mercato è così malfamato in Inghilterra come il governo a buon mercato lo è in Francia. Il popolo vede in questi uomini pieni di abnegazione, in un Bowring, in un Bright e consorti, i suoi più grandi nemici e gli ipocriti più sfrontati.

Tutti sanno che la lotta fra liberali e democratici si chiama, in Inghilterra, lotta tra liberoscambisti e cartisti.

Vediamo ora come i liberoscambisti abbiano provato al popolo i nobili sentimenti da cui erano mossi.

Essi dicevano agli operai delle fabbriche:

Il diritto prelevato sui cereali è una imposta sul sala¬rio; questa imposta, voi la pagate ai signori della terra, a questi aristocratici del medioevo; se la vostra posizione è miserevole, è a causa del caro prezzo dei viveri di prima ne¬cessità.

Gli operai domandavano a loro volta ai fabbricanti:

Come mai, negli ultimi trent’anni, nei quali la nostra industria si è potentemente sviluppata, il nostro salario è di¬minuito in proporzione ben più rapida di quanto sia aumen¬tato il prezzo delle granaglie? L’imposta che, secondo voi, paghiamo ai proprietari fondiari, incide sull’operaio nella misura di circa tre pence per settimana. E tuttavia dal 1815 al 1843 il salario del tessitore a mano è sceso da 28 scellini a 5 scellini per settimana; e il salario del tessitore nel laborato¬rio meccanizzato, dal 1823 al 1843 è diminuito da 20 a 8 scellini settimanali.

E durante tutto questo tempo la quota che abbiamo pagato al proprietario fondiario non ha mai oltrepassato i tre pence. Non solo: nel 1834, quando il pane era assai a buon mercato e il commercio prosperava, che ci dicevate? Se siete in condizioni miserevoli, è perché fate troppi figli, è perché il vostro matrimonio è più produttivo del vostro mestiere!

Questo ci dicevate allora; e siete andati a fare le nuo¬ve leggi per i poveri e a costruire quelle bastiglie dei proleta¬ri che sono le case di lavoro – le workhouses.

Ed ecco la risposta dei fabbricanti:

Avete ragione, signori operai; non è solo il prezzo del grano, ma anche la concorrenza fra le offerte di braccia che determina il salario.

Ma pensate a una cosa: il nostro suolo non si compo¬ne che di rocce e di banchi di sabbia. Pensate, per caso, che sia possibile far nascere il grano nei vasi da fiori? Ebbene, se invece di prodigare il nostro capitale e il nostro lavoro in un suolo del tutto sterile, abbandonassimo l’agricoltura e ci de-dicassimo esclusivamente all’industria, tutta l’Europa ab¬bandonerebbe le manifatture, e l’Inghilterra si trasformereb¬be in una sola grande città che avrebbe per campagna il resto d’Europa.

Senonché mentre parla in tal modo ai propri operai, il fabbricante viene interpellato dal piccolo commerciante:

Ma, se aboliamo le leggi sul grano, roviniamo, sì, l’a¬gricoltura, ma non per questo costringeremo gli altri paesi a rifornirsi nelle nostre fabbriche e ad abbandonare le loro! Risultato? Io perderò i miei affari con la campagna e il com¬mercio interno perderà i suoi mercati.

Il fabbricante allora, volgendo le spalle agli operai, risponde al bottegaio:

Quanto a questo, lasciateci fare. Una volta abolita l’imposta sul grano, avremo dall’estero grano più a buon mercato. Poi abbasseremo il salario, che aumenterà contem¬poraneamente negli altri paesi donde ci riforniamo di grano.

Così, ai vantaggi che già abbiamo, si aggiungerà an¬che quello di un salario più basso, per cui, avvantaggiati in tanti modi, potremo ben costringere il continente a rifornirsi da noi.

Ma ecco unirsi alla discussione l’imprenditore agri¬colo e il bracciante.

E di noi, allora – dicono – che ne sarà?

Faremo morire l’agricoltura che ci fa vivere? Dovre¬mo sopportare che ci si tolga il suolo di sotto ai piedi?

Per tutta risposta la Lega contro le leggi sul grano si è accontentata di assegnare dei premi ai tre migliori scritti che trattino della salutare efficacia esercitata sull’agricoltura inglese dall’abolizione delle leggi sul grano.

Questi premi sono stati vinti dai signori Hope, Morse e Greg, cui libri sono stati diffusi per le campagne a migliaia di copie.

Il primo dei premiati comincia col dimostrare che né l’imprenditore né il bracciante agricolo perderanno per la libera importazione del grano dall’estero, bensì solo il pro¬prietario terriero: l’imprenditore agricolo inglese – esclama Hope – non ha nulla da temere dall’abolizione delle leggi sul grano, perché nessun paese può produrre grano di così buona qualità e così a buon mercato come l’Inghilterra.

Così, quand’anche il prezzo del grano precipitasse, ciò non vi recherebbe pregiudizio, dato che tale abbassamen¬to inciderebbe solo sulla rendita, che diminuirebbe, e per nulla sul profitto del capitale e sul salario, che resterebbero invariati.

Il secondo premiato, il signor Morse, sostiene al con¬trario che il prezzo del grano aumenterà in seguito all’aboli¬zione delle leggi sui cereali. E si affanna a dimostrare che mai dazî protettivi hanno potuto assicurare al grano un prez¬zo remunerativo.

A sostegno della sua asserzione il signor Morse cita il fatto che tutte le volte che è stato importato grano stranie¬ro, il prezzo del grano in Inghilterra è considerevolmente aumentato, mentre quando se ne importava poco, il prezzo diminuiva estremamente. Il premiato dimentica che non l’importazione era causa del prezzo elevato, ma che il prez¬zo elevato era causa dell’importazione.

E – tutt’al contrarlo del collega premiato – il signor Morse afferma che qualsiasi aumento del prezzo dei cereali va a profitto dell’imprenditore agricolo e del bracciante, e non a profitto del proprietario fondiario.

Il terzo premiato, il signor Greg, che è un grande in¬dustriale e il cui libro si rivolge alla classe dei grandi im¬prenditori agricoli, non poteva accontentarsi di simili scioc¬chezze. Il suo linguaggio è più scientifico. Greg ammette che le leggi sul grano non fanno aumentare la rendita se non facendo aumentare il prezzo del grano, e che non fanno au¬mentare il prezzo del grano se non costringendo il capitale ad applicarsi a terreni di qualità inferiore, e tutto ciò è natu¬rale.

Man mano che la popolazione aumenta, se il grano straniero non può entrare nel paese, si è costretti a valorizza¬re terreni meno fertili, la cui coltivazione esige maggiori spese, e il cui prodotto di conseguenza è più caro.

Essendo quella del grano una vendita praticamente forzosa il suo prezzo si stabilirà su quello dei prodotti dei terreni più costosi. La differenza fra questi prezzi e le spese di produzione dei migliori terreni, costituisce la rendita.

Cosí, se in seguito all’abolizione delle leggi sul gra¬no, il prezzo del grano, e di conseguenza la rendita, precipi¬ta, ciò avviene perché i terreni meno fertili cesseranno di es¬sere coltivati. Dunque la riduzione della rendita implicherà senza fallo la rovina di una parte degli imprenditori agricoli.

Queste osservazioni erano necessarie per intendere il linguaggio del signor Greg.

I piccoli imprenditori agricoli – dice – che non potran¬no più vivere con l’agricoltura, troveranno una risorsa nell’industria. Quanto ai grandi imprenditori, debbono gua¬dagnarvi. O infatti i proprietari saranno costretti a vender lo¬ro estremamente a buon mercato le loro terre, ovvero i con¬tratti di affitto che stipuleranno con loro saranno a scadenza quanto mai prolungata. Questo permetterà agli imprenditori agricoli di investire nella terra grandi capitali, d’impiegarvi macchine su più vasta scala e di risparmiare cosí lavoro ma¬nuale, che d’altronde sarà a più buon mercato per la diminu¬zione generale dei salari, conseguenza immediata dell’aboli¬zione delle leggi sul grano.

Il dottor Bowring ha conferito poi a questi argomenti una consacrazione religiosa, esclamando in un pubblico co¬mizio: “Gesù Cristo è il libero scambio; il libero scambio è Gesù Cristo!”.

Si comprende ora come tutta questa ipocrisia non era la più adatta per far gustare agli operai il pane a buon merca¬to.

Del resto, come avrebbero potuto gli operai com¬prendere l’improvvisa filantropia degli industriali, che erano ancora impegnati a combattere la Legge delle dieci ore, con cui si voleva ridurre da dodici a dieci ore la giornata lavora¬tiva nelle fabbriche?

Per darvi un’idea della filantropia di questi industria¬li, vi ricorderò, signori, i regolamenti stabiliti in tutte le fab¬briche.

Ogni industriale possiede, per suo uso privato, un ve¬ro e proprio codice penale in cui sono fissate ammende per tutte le mancanze degli operai, volontarie o involontarie. Ad esempio, l’operaio pagherà un tanto, se per sua disgrazia si siede su una sedia, o borbotta, o chiacchiera, o ride, o arriva con alcuni minuti di ritardo, o una parte della macchina si rompe o non consegna gli oggetti di una determinata qualità, ecc. ecc. Le ammende son sempre superiori al danno effetti¬vamente causato dall’operaio. E per dargli poi ogni possibili¬tà di incorrere nelle penalità stabilite, si fa avanzare l’orolo¬gio della fabbrica e si dànno all’operaio materie prime sca¬denti, con la pretesa che ne tragga dei buoni prodotti. E per¬sino si destituisce il capo reparto che non sia abbastanza abi¬le nell’arte di moltiplicare i casi di contravvenzione.

Lo vedete, signori, questa legislazione privata è fatta apposta per generare contravvenzioni; le quali sono un’altra fonte da cui ricavare denaro. Così il fabbricante ricorre a tut¬ti i mezzi per ridurre il salario nominale e per sfruttare perfi¬no gli incidenti di cui l’operaio non può essere responsabile.

E questi stessi industriali sono i filantropi che vole¬vano far credere agli operai di volersi sobbarcare a enormi spese unicamente per migliorare la loro sorte.

Così, da un lato questi signori assottigliano il salario dell’operaio attaccandosi ai regolamenti di fabbrica nel mo¬do più meschino, dall’altro si impongono i più grandi sacrifi¬ci per farlo aumentare per mezzo della Lega contro le leggi sul grano.

Costruiscono, spendendo somme enormi, dei palazzi ove la Lega stabilisca in qualche modo la sua sede ufficiale; inviano un esercito di missionari in tutti i punti dell’Inghil¬terra a predicare la religione de] libero scambio; fanno stam¬pare e distribuire gratis migliaia di opuscoli per illuminare l’operaio sui suoi interessi; spendono milioni per guadagnare la stampa alla loro causa; organizzano una vasta amministra¬zione per dirigere i movimenti liberoscambisti; infine sfog¬giano tutta la ricchezza della loro eloquenza in pubblici co¬mizi. Fu appunto in uno di questi comuni che un operaio gri¬dò:

“Se i proprietari fondiari vendessero le nostre ossa, voi altri industriali sareste i primi a comprarle. per gettarle in un mulino a vapore e farne farina”.

Gli operai inglesi hanno compreso assai bene il si¬gnificato della lotta fra i proprietari fondiari e i capitalisti. Essi sanno fin troppo bene che si voleva abbassare il prezzo del pane per diminuire il salario e che il profitto industriale sarebbe aumentato di quanto fosse diminuita la rendita.

Ricardo, l’apostolo dei liberoscambisti inglesi, il più eminente economista del nostro secolo, su questo punto si trova perfettamente d’accordo con gli operai.

Nella sua celebre opera sull’economia politica egli scrive:

“Se invece di raccogliere il grano in casa nostra … scoprissimo un nuovo mercato ove potessimo procurarci questo prodotto a miglior prezzo, in tal caso i salari dovreb¬bero diminuire e i profitti aumentare… La diminuzione del prezzo dei prodotti agricoli riduce non solo i salari dei lavo¬ratori occupati nell’agricoltura, ma anche quelli di tutti colo¬ro che lavorano nell’industria e nel commercio”.

E non crediate, signori, che per l’operaio sia indiffe¬rente ricevere 4 franchi invece di 5, pur essendo il grano più a buon mercato. Non è forse il suo salario diminuito in rap¬porto al profitto? E non è chiaro che la sua posizione sociale è peggiorata nei confronti del capitalista? Ma oltre a ciò egli perde anche di fatto.

Finché il prezzo del grano era più elevato, come pure il salario, un piccolo risparmio fatto sul consumo del pane era sufficiente all’operaio per soddisfare altri bisogni; ma dal momento che il prezzo del pane e, di conseguenza, il sa¬lario, sono a un livello molto basso, non gli sarà più possibi¬le economizzare sul pane per procurarsi altri oggetti.

Gli operai inglesi hanno fatto capire ai liberoscambistiche non si lasciano abbindolare dalle loro illusorie menzogne; e se, ciononostante, si sono alleati a loro contro i pro¬prietari fondiari, lo hanno fatto per distruggere gli ultimi avanzi del feudalesimo e per non aver più di fronte che un solo nemico. E non si sono ingannati nei loro calcoli, poiché i proprietari fondiari, per vendicarsi degli industriali, hanno fatto causa comune con gli operai per far approvare la Legge delle dieci ore, che gli operai per trent’anni avevano tentato invano di far approvare, e che passò invece immediatamente dopo l’abolizione dei dazî sui cereali.

Se al congresso degli economisti il dottor Bowring ha tratto di tasca una lunga lista per mostrare le quantità di bestiame, di prosciutto, di lardo, di polli, ecc. ecc., che sono state importate in Inghilterra per il consumo – dice lui – degli operai, egli ha disgraziatamente dimenticato di dire, che, nello stesso momento, gli operai di Manchester e delle altre città industriali si trovavano sul lastrico per la crisi che si iniziava.

In economia politica non bisogna mai, per principio, raggruppare le cifre di un solo anno per trarne delle leggi generali. Bisogna sempre considerare il termine medio di sei o sette anni, lasso di tempo durante il quale l’industria mo¬derna passa per le diverse fasi di prosperità, di sovrapprodu¬zione, di ristagno, di crisi e conclude il suo ciclo fatale.

Indubbiamente se il prezzo di tutte le merci diminui¬sce, ed è questa la conseguenza necessaria del libero scam¬bio, sarà possibile procurarsi con un franco assai più cose di prima. E il franco di un operaio vale il franco di qualsiasi al¬tro. Dunque il libero scambio sarà molto vantaggioso per l’operaio. C’è solo un piccolo inconveniente: cioè che l’ope¬raio, prima di scambiare il suo franco con altre merci, ha operato lo scambio del suo lavoro col capitale. Se in questo scambio ricevesse sempre per lo stesso lavoro il franco in questione, e contemporaneamente il prezzo di tutte le altre merci diminuisse, in questo scambio egli guadagnerebbe sempre. Il difficile non consiste nel dimostrare che, dimi¬nuendo il prezzo di tutte le merci, si ottengano più merci per il medesimo denaro.

Gli economisti considerano sempre il prezzo del la¬voro nel momento in cui viene scambiato contro altre merci; ma trascurano completamente il momento in cui il lavoro opera il suo scambio col capitale.

Se occorrono meno spese per mettere in moto la macchina che produce le merci, anche le cose necessarie per mantenere questa macchina, che si chiama lavoratore, coste¬ranno meno care. Se tutte le merci sono più a buon mercato, il lavoro, che è anch’esso una merce, diminuirà egualmente di prezzo, e, come vedremo in seguito, questo lavoro-merce diminuirà in proporzione assai più che le altre merci. Se il lavoratore si affida agli argomenti degli economisti, si accor¬gerà che il franco gli si è fuso in tasca e che non gli restano più di cinque soldi.

Allora gli economisti vi diranno: ebbene, ammettia¬mo che la concorrenza fra gli operai, che certo non sarà di¬minuita in regime di libero scambio, non tarderà ad adeguare i salari al basso prezzo delle merci. Ma d’altra parte il basso prezzo delle merci farà aumentare il consumo; il maggior consumo esigerà una maggiore produzione, la quale compor¬terà una più forte domanda di mano d’opera; e a questa più forte domanda di mano d’opera seguirà un aumento dei sala¬ri.

Tutto questo ragionamento si riduce a questo: il libe¬ro scambio aumenta le forze produttive. Se l’industria si svi¬luppa, se la ricchezza, se la potenza produttiva, se in una pa¬rola il capitale produttivo fa aumentare la domanda di lavo¬ro, aumenta anche il prezzo del lavoro, e, di conseguenza, il salario. Dunque la miglior condizione per l’operaio è l’accre¬scimento del capitale. E bisogna convenirne. Se invece il capitale resta stazionario, l’industria non si limiterà a restare stazionaria, ma declinerà, e in questo caso l’operaio ne sarà la prima vittima. Andrà in malora prima del capitalista. E nel caso in cui il capitale si accresce, caso che abbiamo definito il migliore per l’operaio, quale sarà la sua sorte? Andrà egualmente in malora. L’accrescimento del capitale produt¬tivo implica l’accumulazione e la concentrazione dei capita¬li. La centralizzazione dei capitali determina una maggior divisione del lavoro e un maggiore impiego di macchine. La maggior divisione del lavoro distrugge la specializzazione del lavoro, distrugge l’abilità particolare del lavoratore e, sostituendo a questa un lavoro che ciascuno può compiere, aumenta la concorrenza fra gli operai.

Concorrenza che diventa tanto più forte quanto più la divisione del lavoro fornisce all’operaio i mezzi per compie¬re da solo il lavoro di tre. Le macchine portano allo stesso ri¬sultato su scala ancora molto più vasta. L’accrescimento del capitale produttivo, costringendo i capitalisti industriali a la¬vorare con mezzi sempre più cospicui, manda in rovina i piccoli industriali e li precipita nel proletariato. Poi, siccome il tasso dell’interesse diminuisce a misura che i capitali si accumulano, i piccoli rentiers che non possono più vivere delle loro rendite saranno costretti a rivolgersi all’industria e ad ingrossare così le file dei proletari.

Infine, più il capitale produttivo aumenta, più è co¬stretto a produrre per un mercato di cui non conosce i biso¬gni; più la produzione precede il bisogno, più l’offerta cerca di forzare la domanda, e, di conseguenza, le crisi aumentano di intensità e di rapidità. Ma ogni crisi, a sua volta, accelera la centralizzazione dei capitali e ingrossa il proletariato.

Così, a misura che il capitale produttivo si accresce, la concorrenza fra gli operai si accresce in proporzione assai maggiore. La retribuzione del lavoro diminuisce per tutti e il fardello del lavoro aumenta per alcuni.

Nel 1829 c’erano a Manchester 1.088 filatori occupa¬ti in 36 fabbriche. Nel 1841 c’erano solo 448 filatori, i quali però facevano funzionare 53.353 fusi in più che non i 1.088 operai del 1829. Se il lavoro manuale fosse aumentato pro¬porzionalmente al potere produttivo, il numero degli operai avrebbe dovuto raggiungere la cifra di 1.848: dunque i mi¬glioramenti tecnici hanno tolto il lavoro a 1.100 operai.

Noi sappiamo già quale sarà la risposta degli econo¬misti. Questi uomini privati del lavoro, essi dicono, trove¬ranno un altro impiego. Il dottor Bowring non ha mancato di portare questo argomento al congresso degli economisti, ma non ha neppur mancato di smentirsi da se stesso.

Nel 1835 il dottor Bowring pronunciò un discorso al¬la Camera dei comuni a proposito dei 50.000 tessitori di Londra che da molto tempo muoiono di inedia senza riuscir a trovare questa nuova occupazione che i liberoscambisti fanno loro intravedere da lontano.

Ecco qui i passi salienti del discorso del dottor Bow¬ring:

“La miseria dei tessitori a mano è il destino inevita¬bile di qualsiasi lavoro che si apprenda facilmente e che sia suscettibile di essere sostituito ad ogni istante da mezzi me¬no costosi. Poiché in questo caso la concorrenza fra gli ope¬rai è estremamente grande, la minima caduta della domanda porta a una crisi. I tessitori a mano si trovano in certo qual modo ai limiti del l’esistenza umana. Un passo ancora, e la loro esistenza diviene impossibile. La minima scossa è suf¬ficiente a gettarli sulla strada della rovina. I progressi della meccanica, sopprimendo sempre più il lavoro manuale, com-portano senza fallo, durante il periodo di transizione, molte sofferenze temporanee. Il benessere nazionale non si può acquistare che a prezzo di qualche male individuale. Nell’in¬dustria, si avanza solo a spese di chi rimane indietro; e fra tutte le scoperte, il telaio a vapore è quella che più grava sui tessitori a mano. Già in molti articoli che venivano fabbricati a mano il tessitore è stato posto fuori combattimento, ma sa¬rà battuto in molti altri prodotti che si fabbricano ancora a mano”.

“Ho qui sottomano – dice il dr. Bowring più avanti – una corrispondenza fra il governatore generale e la compa¬gnia delle Indie Orientali. Queste lettere concernono i tessi¬tori del distretto di Dacca. Dice il governatore nelle sue let¬tere: Qualche anno fa la Compagnia delle Indie Orientali ri¬ceveva da sei a otto milioni di pezze di cotone che venivano fabbricate dai telai a mano del paese; la domanda diminuì costantemente e si ridusse a un milione di pezze circa”.

“In questo momento è quasi completamente cessata. Inoltre, nel 1800 l’America del Nord ha importato dalle In¬die circa 800.000 pezze di cotone. Nel 1830 non ne importò neppure 4.000. Infine, nel 1800 vennero spedite in Portogal¬lo un milione di pezze di cotone. Nel 1830 il Portogallo non ne riceveva più che 20.000”.

“Le relazioni sulla miseria dei tessitori indiani sono terribili. Ma quale fu l’origine di questa miseria?”

“La comparsa sul mercato dei prodotti inglesi; la produzione dell’articolo per mezzo dei telai a vapore. Un gran numero di tessitori è morto d’inedia; il resto si è dato ad altre occupazioni, soprattutto ai lavori agricoli. Non poter cambiare occupazione, significa per questa gente la morte. In questo momento il distretto di Dacca rigurgita di filati e di tessuti inglesi. La mussola di Dacca, rinomata in tutto il mondo per la bellezza e per la solidità del tessuto, è egual¬mente scomparsa in seguito alla concorrenza delle macchine inglesi. In tutta la storia dell’industria si stenterebbe forse a trovare sofferenze simili a quelle che in questo modo classi intere hanno dovuto sopportare nelle Indie Orientali”.

Il discorso del dottor Bowring è tanto più degno di nota in quanto i fatti in esso citati sono esatti e le frasi con cui egli cerca di attenuarli portano nettamente impresso quel carattere di ipocrisia che è comune a tutti i sermoni libero¬scambisti. Bowring presenta gli operai come mezzi di produ¬zione che è necessario sostituire con altri mezzi di produzio¬ne meno costosi. Egli finge di vedere nel lavoro di cui parla un lavoro del tutto eccezionale, e nella macchina che ha schiacciato i tessitori una macchina altrettanto eccezionale. Dimentica che non vi è lavoro manuale che non sia suscetti¬bile di subire da un momento all’altro la sorte dell’industria tessile.

“Lo scopo costante e la tendenza di ogni perfeziona¬mento meccanico è, in effetti, di eliminare interamente il la¬voro dell’uomo o di diminuirne il prezzo, sostituendo agli operai adulti le donne e i fanciulli; ovvero all’abile artigiano l’operaio non qualificato. Nella maggior parte delle filande a telai continui – in inglese throstle-mills – la filatura viene in¬teramente eseguita da ragazze da sedici anni in giù. L’intro¬duzione della filatrice automatica – il self-actor al posto del¬la hand-mule – ha avuto per effetto il licenziamento della maggior parte dei filatori e l’assunzione di fanciulli e di ado¬lescenti”.

Queste parole di uno dei più accaniti sostenitori del libero scambio, il dottor Ure, servono a completare le con¬fessioni di Bowring, il quale parla di alcuni mali individuali e dice, nel medesimo tempo, che questi mali individuali mandano in rovina intere classi; il quale parla di sofferenze passeggere del periodo di transizione e in pari tempo non dissimula il fatto che queste sofferenze passeggere hanno si¬gnificato per i più il passaggio dalla vita alla morte e per i restanti il passaggio da una condizione migliore a una peg¬giore. Quando dice, in seguito, che le sventure di questi ope¬rai sono inseparabili dal progresso dell’industria e necessarie al benessere nazionale, egli afferma semplicemente che il benessere della classe borghese ha per condizione necessaria la miseria della classe lavoratrice.

Tutto il discorso di Bowring per consolare gli operai che muoiono e, in generale, tutta la dottrina di compensazio¬ne dei liberoscambisti si riduce a questo:

Voi, migliaia di operai che morite, non doletevene. Voi potete morire in tutta tranquillità. La vostra classe non perirà. Essa sarà sempre tanto numerosa che il capitale la po¬trà decimare senza temere di annientarla. D’altronde, come volete che il capitale trovi un impiego utile se non avesse cu¬ra di tenersi costantemente in serbo la materia da sfruttare, gli operai, per sfruttarli di nuovo?

Ma perché si deve considerare non ancora risolto il problema del l’influenza che la realizzazione del libero scambio eserciterà sulla situazione della classe operaia? Tut¬te le leggi esposte dagli economisti, da Quesnay a Ricardo, sono fondate sul presupposto che gli ostacoli che impacciano ancora la libertà di commercio non esistano più. Queste leg¬gi trovano la loro conferma a misura che il libero scambio si realizza.

La prima di queste leggi è che la concorrenza riduce il prezzo di ogni merce al minimo del suo costo di produzio¬ne. Così il minimo di salario è il prezzo naturale del lavoro. E che cosa è il minimo di salario? É esattamente ciò che è necessario per far produrre gli oggetti indispensabili al so¬stentamento dell’operaio, per metterlo in condizioni di nu¬trirsi bene o male e di propagare alla meglio la propria clas¬se.

Se non crediamo per questo che l’operaio avrà solo un tale minimo di salario, tanto meno crediamo che egli avrà sempre questo minimo di salario.

No, secondo questa legge la classe operaia sarà qual¬che volta più fortunata. Avrà qualche volta più del minimo; ma questo sovrappiù non sarà che la compensazione di ciò che essa avrà in meno del minimo nei periodi di stasi indu¬striale: questo significa che in un certo periodo di tempo ri¬corrente, in quel ciclo che l’industria compie passando attra¬verso le fasi di prosperità, di sovrapproduzione, di ristagno, di crisi, calcolando tutto ciò che la classe operaia avrà avuto in più o in meno del necessario, si vedrà che tutto sommato non avrà avuto né più né meno del minimo; essa si sarà cioè conservata come classe dopo avere lasciato dietro di sé tanto di sventure, tanto di miserie, tanto di cadaveri sul campo di battaglia dell’industria. Ma che importa? La classe sussiste sempre e, ciò che è meglio, si sarà accresciuta.

Ma non è tutto. Il progresso dell’industria produce mezzi di sussistenza meno costosi. Così l’acquavite ha sosti¬tuito la birra, il cotone ha sostituito la lana ed il lino e la pa¬tata ha sostituito il pane.

Così, poiché si trovano sempre dei mezzi per alimen¬tare il lavoro con prodotti meno cari, più miserabili, il mini¬mo del salario va continuamente diminuendo. Se questo sa¬lario ha cominciato a far lavorare l’uomo per vivere, finisce per far vivere all’uomo una vita da macchina. La sua esisten¬za non ha altro valore che quello di una pura e semplice for¬za produttiva; e il capitalista lo tratta in conseguenza.

Questa legge del lavoro-merce, del minimo del sala¬rio, si verificherà a misura che il presupposto degli economi¬sti, il libero scambio, sarà divenuto una realtà, un’attualità. Così, delle due possibilità l’una: o è necessario rinnegare tut¬ta l’economia politica basata sul presupposto del libero scambio, ovvero bisogna convenire che in regime di libero scambio gli operai saranno colpiti da tutto il rigore delle leg¬gi economiche.

Per riassumere: nello stato attuale della società, che cosa è dunque il libero scambio? É la libertà del capitale. Quando avrete lasciato cadere quei pochi ostacoli nazionali che raffrenano ancora la marcia del capitale, non avrete fatto che dare via libera alla sua attività. Finché lasciate sussistere il rapporto fra il lavoro salariato ed il capitale, lo scambio delle merci fra loro avrà un bel verificarsi nelle condizioni più favorevoli; vi sarà sempre una classe che sfrutterà e una classe che sarà sfruttata. Davvero è difficile comprendere la pretesa dei liberoscambisti, i quali immaginano che l’impie¬go più vantaggioso del capitale farà scomparire l’antagoni¬smo fra i capitalisti industriali ed i lavoratori salariati. Al contrario, il risultato sarà che l’opposizione fra le due classi si delineerà più nettamente ancora.

Ammettete per un momento che non vi siano più leg¬gi sui cereali, più dogane, più dazî, che insomma siano inte¬ramente scomparse tutte le circostanze accessorie, a cui l’o¬peraio può ancora imputare la colpa della propria situazione miserevole, ed avrete strappato altrettanti veli che attualmen-te coprono ai suoi occhi il vero nemico.

Egli vedrà che il capitale divenuto libero non lo ren¬de meno schiavo del capitale vessato dalle dogane.

Signori, non vi lasciate suggestionare dalla parola astratta di libertà. Libertà di chi? Non è la libertà di un sin¬golo individuo di fronte a un altro individuo. É la libertà che ha il capitale di schiacciare il lavoratore.

Come volete ancora sanzionare la libera concorrenza con questa idea di libertà quando questa stessa libertà non è che il prodotto di uno stato di cose basato sulla libera con¬correnza?

Abbiamo mostrato che cosa sia la fraternità che il li¬bero scambio fa nascere fra le varie classi di una sola e me¬desima nazione. La fraternità che il libero scambio stabili¬rebbe fra le varie nazioni della terra non sarebbe molto più fraterna. Designare col nome di fraternità universale lo sfrut¬tamento giunto al suo stadio internazionale, è un’idea che poteva avere origine solo in seno alla borghesia. Tutti i feno¬meni di distruzione che la libera concorrenza fa sorgere all’interno di un paese si riproducono in proporzioni più gi¬gantesche sul mercato mondiale. Non abbiamo bisogno di soffermarci più a lungo sui sofismi spacciati a questo propo¬sito dai liberoscambisti, che valgono quanto gli argomenti dei nostri tre premiati, i signori Hope, Morse e Greg.

Ci si dice per esempio che il libero scambio farebbe nascere una divisione internazionale del lavoro che assegne¬rebbe a ciascun paese una produzione in armonia con i suoi vantaggi naturali.

Voi pensate forse, signori, che la produzione del caf¬fè e dello zucchero sia il destino naturale delle Indie Occi¬dentali. Ebbene, due secoli fa la natura, che non si immi¬schia troppo nelle faccende commerciali, non vi aveva mes¬so né la pianta del caffè, né la canna da zucchero.

E non passerà forse mezzo secolo che non vi trovere¬te più né caffè né zucchero, perché le Indie Orientali, con la loro produzione più a buon mercato, hanno già vittoriosa¬mente combattuto questo preteso destino naturale delle Indie Occidentali. E queste Indie Occidentali con i loro doni natu¬rali sono già per gli inglesi un fardello così pesante come i tessitori di Dacca, che, essi pure, erano destinati dall’origine dei tempi a tessere a mano.

Una cosa ancora non bisogna mai perdere di vista: come tutto è divenuto monopolio, vi sono ai nostri giorni an¬che alcuni rami industriali che dominano tutti gli altri e che assicurano ai popoli che li sfruttano di più l’impero sul mer¬cato mondiale. Ecco perché nel commercio internazionale il cotone ha da solo un valore commerciale molto maggiore di quello che hanno, prese insieme, tutte le altre materie prime impiegate nella fabbricazione degli abiti. É davvero ridicolo vedere i liberoscambisti indicare alcune specialità in ogni ramo industriale per contrapporle ai prodotti d’uso comune che si producono a un prezzo minimo nei paesi ove l’indu¬stria è più sviluppata.

Se i liberoscambisti non possono comprendere come un paese possa arricchirsi a spese di un altro, non dobbiamo stupircene; poiché questi stessi signori non vogliono neppure comprendere come all’interno di un paese una classe possa arricchirsi a spese di un’altra classe.

Non crediate, signori, che facendo la critica della li¬bertà commerciale abbiamo l’intenzione di difendere il siste¬ma protezionista. Si può essere nemici del regime costituzio¬nale senza essere per questo amici dell’as¬solutismo.

D’altronde, il sistema protezionista non è che un mezzo per impiantare presso un popolo la grande industria, ossia per farlo dipendere dal mercato mondiale, e dal mo¬mento che si dipende dal mercato mondiale, si dipende già più o meno dal libero scambio. Oltre a ciò, il sistema prote¬zionista contribuisce a sviluppare la libera concorrenza all’interno di un paese. Per questo noi vediamo che nei paesi in cui la borghesia comincia a farsi valere come classe, in Germania ad esempio, essa compie grandi sforzi per avere dei dazî protettivi. Sono queste le sue armi contro il feudale¬simo e contro il governo assoluto, è questo un suo mezzo di concentrare le proprie forze per realizzare il libero scambio all’interno dello stesso paese.

Ma in generale ai nostri giorni il sistema protezionista è conservatore, mentre il sistema del libero scambio è di¬struttivo. Esso dissolve le antiche nazionalità e spinge all’e¬stremo l’antagonismo fra la borghesia e il proletariato. In una parola, il sistema della libertà di commercio affretta la rivoluzione sociale. É solamente in questo senso rivoluzio¬nario, signori, che io voto in favore del libero scambio.

Designare col nome di fraternità universale lo sfruttamento giunto al suo stadio internazionale,è un’idea che poteva avere origine solo in seno alla borghesia.

Il sistema del libero scambio è distruttivo.Esso dissolve le antiche nazionalità e spinge all’estremo l’antagonismo

fra la borghesia e il proletariato

É solamente in questo senso rivoluzionario, signori,

che io voto in favore del libero scambio.

[Karl Marx]

Poscritto

di Gianfranco Pala

Lavoro salariato e capitale è già di per sé un testo divulgativo, forse lo scritto più “popolare” di Marx. Come tale, qualunque presentazione parrebbe inutile. Inoltre, è ormai entrata quasi a far parte integrante di quel testo la famosa Introduzione del 1891 di Engels – motivata soprattutto per spiegare, ai lettori militanti comunisti destinatari di quella particolare edizione dell’opuscolo a fini di “propaganda”, le precisazioni e modifiche terminologiche che lo stesso Engels vi aggiunse. Pur avendo ora scelto di pubblicare la redazione originaria di Marx [per le ragioni illustrate nella nota editoriale], quell’introduzione engelsiana è riproposta anche qui. Cosicché un’ulteriore introduzione o presentazione sarebbe apparsa oltremodo fuori luogo.

D’altronde, quello scritto divulgativo più famoso è qui accom¬pagnato dai materiali economici marxiani scritti in quel medesimo scor¬cio di fine 1847 – né si dimentichi che nella prima metà dello stesso anno Marx portò a termine un’opera di grandissima importanza, La miseria della filosofia. É importante osservare come quest’ultimo lavoro sia uno dei pochi scritti giovanili da lui stesso citati, ancora nel 1859, nella pre¬fazione a Per la critica dell’economia politica, come fonte dell’elabora¬zione del pensiero marx-engelsiano, unitamente, soltanto, al Manifesto del partito comunista e all’Ideologia tedesca con Engels, ai Primi linea¬menti di critica dell’economia politica e alla Situazione della classe ope¬raia in Inghilterra di Engels, e ai suoi Salario e Discorso sul libero scambio qui, appunto, ripubblicati.

Considerato il dibattito epistemologico, spesso uggioso, sull’esegesi dei testi marxiani – vòlta, per alcuni sotto l’ascendenza strutturali¬sta, a sancire la presunta cesura tra il “giovane” Marx e il Marx “matu¬ro”, magari poggiandosi esasperatamente e quasi maniacalmente sui Li¬neamenti del 1857-58 (necessariamente e comprensibilmente non segna¬lati, da Marx stesso, nella ricordata prefazione del 1859, in quanto parte integrante, e non avulsa, degli studi per il Capitale); o, per altri interpreti “umanistici”, a ripescare in isolamento altri scritti precedenti, a partire dai parigini Manoscritti economico-filosofici, per risalire indietro ai la¬vori di critica hegeliana (lavori, viceversa, non menzionati esplicitamen¬te da Marx, giacché considerati pienamente assorbiti negli scritti succes¬sivi); o, infine, per altri ancora, sotto il fascino dellavolpiano (o altro, al¬trove), a separare violentemente il “buono” Marx dal “cattivo” Engels (cosa che le ricordate menzioni marxiane smentiscono in tutti i sensi) – considerato quel dibattito, si diceva, la riconsiderazione autentica delle fonti marxiane è significativa.

Tra quelle fonti figura tutto il materiale raccolto nel presente volumetto. Per tutte queste ragioni si è preferito, allora, scrivere alcune note e osservazioni in forma di poscritto, a mo’ di commento, di integra¬zione tra gli scritti raccolti, e di suggerimento per una lettura attuale di quei testi. Il suggerimento può essere superfluo, essendo quegli scritti immediatamente chiari. Tuttavia, una rinnovata attenzione al marxismo, da parte di un discreto numero di giovani e di giovanissimi, sollecita in questa direzione: con questo poscritto – ovverosia, qualcosa da leggere dopo lo scritto principale, e non prima, come pretenziosa guida, even¬tualmente fuorviante – è soprattutto a loro che ci si vuole rivolgere. An¬che se è bene non dimenticare che testi marxisti invitanti con semplicità, come quelli qui ristampati, rappresentano ancora una sfida sia per tanti “presuntuosi uomini “colti”, cui tali questioni intricate restano insolubili per tutta la vita” – come già scriveva Engels – sia per cercare di rimuove¬re “la più curiosa ignoranza e confusione di concetti riguardo ai rapporti economici” che ancora regna “a partire dai difensori patentati delle con¬dizioni esistenti fino ai socialisti miracolisti e ai genî politici incompre-si” – come ribadiva Marx stesso.

“É tempo di penetrare più a fondo i rapporti economici sui quali si fonda il dominio di classe”, ora che la lotta di classe si è sviluppata “in forme politiche colossali”.

Questa è, dunque, la motivazione addotta da Marx – quasi pro¬grammatica, per l’imminente avvio dell’elaborazione che l’avrebbe por¬tato alla stesura del Capitale, ovvero critica dell’economia politica – per spiegare il passaggio teorico a uno studio sistematico dei rapporti econo¬mici caratterizzanti il modo di produzione capitalistico. Si erano appena spenti i fuochi del 1848, con la sconfitta proletaria e la provvisoria ritira¬ta politica della borghesia repubblicana, a vantaggio della restaurazione dell’assolutismo aristocratico. Forse, proprio la discrepanza tra il potere politico degli stati monarchici assoluti e il crescente potere economico della borghesia capitalistica – ossia la contraddizione transitoria tra for¬ma politica e modo di produzione – convinse definitivamente Marx che il dominio di classe potesse essere compiutamente indagato solo conoscen¬do a fondo la struttura economica della società. Senza di ciò anche le più grandiose manifestazioni delle forme politiche, nella loro presunta auto¬nomia, non avrebbero trovato soddisfacente spiegazione.

Il capitale è posto subito come “rapporto sociale di produzione, rapporto borghese di produzione, rapporto di produzione della società borghese”. Che la caratterizzazione di un modo di produzione fosse de¬terminata storicamente divenne la prima preoccupazione scientifica di Marx: sono determinate condizioni che trasformano un negro in schiavo o una macchina in capitale. Dire che il capitale è merce, ma non vice¬versa, vuol dire che esso non può essere semplicemente ridotto a “una somma di merci, di mezzi di sussistenza, di strumenti di lavoro e di ma¬terie prime”, come usano fare gli economisti. Proprio in base a tale fon¬damento Marx sviluppò in seguito la sua critica, avvertendo che l’ideolo¬gia borghese sussume sotto il termine “capitale” molte cose che non rientrano nel suo concetto: rientra nel linguaggio comune dire, a es., che “il capitale viene prestato”, “viene accumulato”, ecc. Ma in tutte quelle de¬terminazioni esso appare essere una semplice cosa, e perciò stesso viene fatto coincidere unicamente con la materia di cui consiste [altrove Marx sottolineò l’errore filologico che si commette parlando di capitale nell’antichità].

Il capitale, viceversa, esprime il dominio del lavoro accumulato sul lavoro vivente per accrescere il valore. Cioè, esso si conserva e si accresce attraverso lo scambio con la forza-lavoro vivente: di qui, l’affermazione del fatto che “il capitale è essenzialmente il capitalista”. Questa precisa definizione, dunque, pone il capitale come funzione e non come quantità. La caratterizzazione del capitale come rapporto e modo di produzione, attorno alla cui base economica si articola la for¬mazione sociale, è di fondamentale importanza. L’averla formulata fin dagli scritti di molto precedenti rispetto agli studi del Capitale dimostra quanto fosse profonda, fin da allora, l’incontestabile presa di distanza di Marx dalla teoria borghese classica, al di là della terminologia contingentemente usata.

In una famosa lettera a Kugelmann, del 1868, il cui pretesto furono delle considerazioni su alcune recensioni al primo libro del Capitale, Marx ebbe a scrivere, rivolto a uno dei tanti critici della teoria del valore – di allora, ma che ancor’oggi appestano il dibattito, anche a sinistra – che “quel disgraziato non vede che l’analisi dei rapporti reali, data da me, conterrebbe la prova e la dimostrazione del reale rapporto di valore, anche se nel mio libro non vi fosse nessun capitolo sul “valore””. Questo – relativo alla “analisi dei rapporti reali” – è il criterio appropriato da se¬guire anche per leggere correttamente i vecchi scritti del 1847 [al di là delle precisazioni terminologiche di cui Engels si preoccupò per specifi-che finalità politiche].

Dunque, il presupposto da cui mosse Marx – come si può legge¬re nel Capitale – è “il lavoro in una forma nella quale esso appartiene esclusivamente all’uomo”, talché – come ebbe a precisare nella parte sto¬rica delle Teorie sul plusvalore – si debba considerare, duplicemente, “il lavoro come l’unico elemento del valore e l’unico creatore del valore d’uso”, ossia “come unica sorgente del valore di scambio e come sor¬gente attiva del valore d’uso”. La forma determinata che storicamente assume questo rapporto di lavoro, in quanto centrale per l’intero proces¬so sociale, caratterizza compiutamente la “costituzione economica” della società stessa. Perciò, l’analisi dei rapporti reali della società è intrinseca alla centralità di quella forma: ed è ciò che va scoperto e svelato. Ed è ciò che Marx già fece negli scritti del 1847.

“Tale è la costituzione economica di tutta la nostra società at¬tuale; solo la classe operaia è quella che produce i valori: poiché valore non è che un’altra espressione per lavoro” – commentò Engels. Fu in que¬st’ambito di approfondimento dei “rapporti economici sui quali si fonda il dominio di classe” – come ricordato all’inizio – che Marx poté riprendere implicitamente, sviluppandoli e incorporandoveli completa¬mente, sempre più coerentemente inquadrati nel concetto di modo di pro¬duzione (capitalistico), i suoi precedenti studi economico-filosofici e giuridici, a proposito della sottrazione delle condizioni oggettive di lavo¬ro al lavoratore, e della privazione che lo pone nelle condizioni di dive¬nire, per la prima volta nella storia, lavoratore salariato, proletario, libe¬ro. In quest’ambito materialistico e dialettico, cioè, Marx riprese in esa¬me, giungendone al fondamento, tutto il discorso sull’alienazione, sul fe¬ticismo della produzione di merci, sulla divisione del lavoro, sulla conse¬guente separazione tra città e campagna, sullo sfruttamento – in una paro¬la, sul capitale come rapporto borghese di produzione.

La separazione del lavoro dal lavoratore – nella sua specifica forma capitalistica, caratterizzata, come si è già ricordato, dal “dominio del lavoro accumulato sul lavoro vivente, per accrescere il valore” – è l’analisi del rapporto reale che corrisponde alla distinzione concettuale, e terminologica, tra lavoro e forza-lavoro. Ma, come per il “valore”, l’uso del termine segue necessariamente l’individuazione del concetto. E, so¬stanzialmente, l’analisi categoriale compiuta nel 1847 era già adeguata a tradursi, poi, nella specificazione terminologica che Marx successiva¬mente scelse di adottare, per rimuovere gli equivoci che permanevano in quella dell’economia classica (e nel senso comune dell’epoca).

La permanenza di un uso linguistico “popolare” si ritrova anco¬ra negli scritti divulgativi degli anni del Capitale [come si è rammentato nella nota editoriale, a proposito di Salario, prezzo e profitto], ma ciò non muta in nulla la costruzione scientifica che Marx intraprese almeno vent’anni prima. L’individuazione del lavoro libero come merce, an¬ziché del lavoratore stesso, è il fulcro di quella costruzione. Qui, nel mo¬do di produzione capitalistico, è il lavoratore che – a differenza dello schiavo o del servo della gleba – vende un certo numero limitato di ore della sua vita quotidiana. Il salario è dato, dal capitalista compratore, so¬lo per un determinato tempo o prestazione di lavoro. Marx individuò co¬sì, con estrema precisione, il rapporto di lavoro salariato e capitale come vendita di “attività vitale”, di “forza creatrice”, come sacrificio di una parte di sé del lavoratore “libero” che rimane libero.

Vendere l’attività vitale, la forza creatrice, dunque, fu visto da Marx come atto assolutamente diverso – al di là delle parole usate – dal vendere direttamente lavoro, o addirittura la persona stessa del lavorato¬re. E già in quelle parole – attività, forza – era racchiusa quella futura teorizzazione compiuta della merce forza-lavoro. Non è irrilevante filo¬logia osservare che in un punto di Lavoro salariato e capitale Marx già impiegasse esplicitamente, anche se sporadicamente, il termine “forza-lavoro”. Da quell’occasione quasi casuale, Marx passò in seguito all’uso sistematico e distintivo del concetto, e dunque della parola stessa. Dicen¬do che “cin¬que groschen d’argento sono stati dunque consumati in due modi: in modo riproduttivo per il capitale, poiché essi sono stati scam¬biati con una forza-lavoro che ha prodotto dieci groschen d’argento; in modo improduttivo per l’operaio, poiché essi sono stati scambiati con mezzi di sussistenza, che sono scomparsi per sempre e il cui valore egli potrà riavere soltanto ripetendo il medesimo scambio”, Marx comprese e spiegò il carattere fondamentale della forza-lavoro, come merce sempli¬ce di proprietà del lavoratore, scambiata in modo “riproduttivo” per il capitale.

Marx stesso, più tardi, con alquanta modestia, si attribuì il meri¬to dell’individuazione della forma di merce della forza-lavoro come uni¬ca sua vera scoperta scientifica, di superamento critico dell’economia politica. Ma è proprio codesta “scoperta” che pone in evidenza l’esplo¬sione della contraddizione fondamentale della produzione capitalistica: attraverso questa analisi Marx giunse alla spiegazione della formazione del plusvalore, cioè alla produzione di un valore maggiore di quello im-messo nel processo di produzione, come differenza tra valore misurato in base al tempo di lavoro contenuto nella merce prodotta e valore della forza-lavoro, misurato sulla base dei valori delle merci necessarie alla sua conservazione e riproduzione.

La disputa intorno all’origine sociale del plusvalore – cioè, di quella parte del valore complessivo della merce in cui è incorporato il pluslavoro o lavoro non pagato del lavoratore – divenne così il luogo teo¬rico di scontro. Di qui, infatti, nasce l’antagonismo sociale, poiché le condizioni di proprietà delle forze produttive attribuiscono al dominio del lavoro accumulato sul lavoro vivo un ruolo cardine nella determina¬zione del plusvalore – nell’ambito della determinazione di valore delle merci – che viceversa viene negato dalla rappresentazione borghese dei rapporti sociali della produzione capitalistica. “Noi vediamo dunque che nel quadro dei rapporti tra capitale e lavoro salariato, gli interessi del ca¬pitale e gli interessi del lavoro salariato sono diametralmente opposti” – può concludere Marx: a conferma che le determinazioni concettuali fon¬damentali erano già tutte presenti, ancorché non sviluppate, almeno fin da Lavoro salariato e capitale e dagli altri scritti economici del 1847.

Fu su queste basi che Marx asserì che l’ultimo prodotto dell’e¬conomia classica, la scuola ricardiana, fallì in gran parte per non aver saputo risolvere la contraddizione tra lavoro e forza-lavoro, la separazio¬ne tra lavoratore e lavoro, e dunque la questione dell’origine sociale del plusvalore. Questo fa parte della storia – ed è giustificabile limitatamente allo sviluppo raggiunto dal processo reale della produzione borghese. La cosa più curiosa – e preoccupante, oggi – è però che tale fallimento sia ignorato, e, al contrario, rivendicato quale superiore fondamento scienti¬fico, da quanti sono stati variamente identificati come neoricardiani o postricardiani, sraffiani, ecc., fino a usurpare etichette di neomarxismo.

In codesti autori, innanzitutto, è assolutamente ignorato perfino l’unico risultato scientifico raggiunto da Ricardo al culmine dell’econo¬mia classica: la teoria del valore [che allora nessuno neppure si sognava di chiamare del “valore-lavoro”, essendo ritenuto ovvio che “valore” im¬plicasse “lavoro”!]. Ma, proprio sulla scia di tale ignoranza teoretica, co¬desti “postricardiani senza valore” scrivono a chiare lettere [cfr., a es, la Storia del marxismo, edita da Einaudi] – dopo aver affermato che “la di¬stinzione tra lavoro concreto e astratto non è accettabile nei termini in cui la formulava Marx” – che “un’analoga funzione di chiarificazione Marx attribuiva alla distinzione tra lavoro e forza-lavoro”: distinzione improponibile, secondo costoro, giacché “l’estensibilità, in verità dubbia, della “legge del valore” alla forza-lavoro, non è argomentabile come per le altre merci, perché la forza-lavoro non è prodotta dai capitalisti come tutte le altre merci”. In quel “perché”, che qui si è volutamente sottoli-neato, sta tutta la saggezza del neomarxismo – dove si vede che non è questione di parole ma di concetti.

Per la querelle sull’uso del termine forza-lavoro ce n’è a suffi¬cienza: può bastare così. Quale sia dunque, per il lavoratore libero, il ca¬rattere del lavoro salariato è compiutamente precisato da Marx. “La vita incomincia per lui dal momento in cui cessa questa attività, a tavola, al banco dell’osteria, nel letto. Se il baco da seta dovesse tessere per cam¬pare la sua esistenza come bruco, sarebbe un perfetto salariato”. Ma il lavoratore non è un bruco e la separazione del suo lavoro da se stesso è la sua dannazione sociale, è l’alienazione – materiale prima che psicolo¬gica, la vendita – dell’unica merce che egli produce e che è di sua pro¬prietà, appunto fino a quell’atto di vendita, in cambio del salario. “Ciò che egli produce per sé non è seta, oro, palazzi, è il salario”.

Quella vendita non riguarda bensì il lavoratore come individuo ma in quanto appartenente a una classe sociale, e di contro a un’altra classe sociale. Il lavoratore salariato non dipende dal singolo capitalista ma dalla classe capitalista, “egli non appartiene a questo o quel borghese ma alla classe borghese”. La confusione su questo punto, ancora oggi nella sinistra, è somma. La deriva contrattualistica dei sindacati, e lo sfa¬celo dello stesso sindacalismo riformista, sono conseguenze immediate di quella confusione. Così come la concezione individualistica e remune¬rativa del salario è assurta a un grado talmente alto di equivocità da far smarrire ogni connotazione di classe di esso. Il salario, in quanto “costo di produzione” degli operai, è ciò che serve “per assicurare che la classe operaia si riproduca nella misura necessaria” – precisava Engels.

Il salario – spiegava Marx – “vale non per il singolo individuo ma per la specie”. Il salario minimo – minimo sociale, storicamente de¬terminato – è il prezzo dei mezzi di sussistenza necessari, per l’esistenza e la riproduzione dell’intera classe proletaria. Allora qui si può meglio comprendere quella ricordata anticipazione di Marx sulla duplice moda¬lità di consumo del salario anticipato dal capitalista: prima produttivo, come capitale, per il capitalista stesso, che estorce pluslavoro e plusvalo¬re; poi improduttivo, come reddito, per il lavoratore, per il quale i mezzi di sussistenza acquistati e consumati sono “irrimediabilmente perduti”, perché non sono serviti per produrre nuovi mezzi di sussistenza ma il la¬voratore stesso.

Solo in quest’ottica si spiega perfettamente la circostanza in cui – che è il caso generale di comando del capitale sul lavoro, e ancor più particolarmente nelle fasi di crisi – “singoli operai, milioni di operai non ricevono abbastanza per vivere e riprodursi, ma il salario dell’intera classe operaia, entro i limiti delle sue oscillazioni, è uguale a questo mi¬nimo”. Anche per il salario, come per le altre merci, è il suo “costo di produzione”, il suo valore, che ne determina il prezzo, con tutte le oscil¬lazioni possibili. “Il movimento complessivo di questo disordine è il suo ordine” – conclude hegelianamente Marx.

Le difficoltà obiettive in cui si imbatte quotidianamente il movi¬mento sindacale e politico non sarebbero una giustificazione sufficiente (per chi volesse continuare a dirsi comunista e marxista) per condurre una “revisione” di questi elementari insegnamenti di Marx, questa didat¬tica quotidiana e generale, la cui attualità è di chiara evidenza. Numerosi sono gli esempi che si possono portare. Intanto, in generale, basterebbe pensare alla stupidità di un obiettivo come il cosiddetto salario minimo garanti¬to: si è visto che l’unico salario minimo – socialmente definibile come ta¬le – è quello che, nell’ordine della media disordinata degli anni, il capita¬le impone alla classe lavoratrice nel suo insieme [e oggi si potrebbe dire ancor più nella media del mercato mondiale]. Ma altri elementi sollecita¬no maggiormente l’attualità di quei giudizi marxiani.

“Il salario non è una partecipazione dell’operaio alla merce da lui prodotta” – osservò senza esitazioni Marx. Dopo un secolo e mezzo, invece, si è costretti ad assistere al trionfo dell’ideologia della partecipa¬zione – in nome della cosidetta qualità totale, della solidarietà, e di altre fando¬nie – non solo, com’è logico che sia, da parte della borghesia dominante, ma con la piena accettazione da parte di una “sinistra” sempre più fati¬scente e subalterna. E tale debolezza, da politica, si trasforma anche in inconsistenza teorica, in cui le categorie critiche della lotta di classe sono scomparse. Quell’ideologia capitalistica affonda le sue radici nell’antica pretesa, mistificante, della necessità della non contrapposizione tra bor¬ghesia e proletariato.

Dire che capitale e lavoro hanno gli stessi interessi è una men¬zogna – avvertiva Marx – ovvero può significare solo che sono due termi¬ni dello stesso rapporto, come lo strozzino e il debitore, ognuno dei quali ha bisogno dell’altro! Dunque, se è da predicare che gli interessi siano considerati convergenti, è ovvio che si indichi ai lavoratori la non con¬flittualità e la partecipazione al buon andamento dell’impresa capitalisti¬ca. Dalla qual osservazione discende anche la derubricazione della cate¬goria “salario” come affatto inessenziale: e se gli economisti moderni amano discettare sul passaggio da una “economia salariale” (wage eco¬nomy) a una “economia della partecipazione” (share economy), ciò fu già anticipato da altri ideologi borghesi.

É contro Rossi, che Marx appuntò la sua critica della partecipa¬zione. “Tutto questo ameno ragionamento si riduce a ciò: se i lavoratori possedessero a sufficienza lavoro accumulato, ossia il capitale, per non essere costretti a vivere direttamente della vendita del loro lavoro, la for¬ma del salario sparirebbe: cioè, se tutti i lavoratori divenissero capitalisti, ossia se anche il capitale potesse mantenersi senza il suo opposto, il lavo¬ro salariato, senza il quale però esso non può esistere”. C’è molta diffe-renza con le chiacchiere che oggi vengono propinate dai fautori di azio¬nariato popolare, public company, proprietà diffusa e fine della proprietà tout court?

Ancora, si può riflettere sulle indicazioni marxiane che già ri¬cercavano le cause profonde delle manovre capitalistiche sulla discre¬panza tra salario nominale e salario reale: non limitandosi, con mera for¬malità notarile, a dividere l’un per l’altro in base a un anodino e inspie¬gato “potere d’acquisto”. Il problema era connesso, da Marx ed Engels, con il concetto di salario relativo alla capacità del capitale di rivolgere a proprio vantaggio ogni aumento di produttività. A ogni nuova scoperta scientifica, a ogni perfezionamento tecnico, l’eccedenza del prodotto giornaliero estorto al lavoratore sul suo costo giornaliero aumenta. É questo processo che determina la perdita di capacità sociale di acquistare merci da parte della classe operaia, in rapporto all’accumulazione di ca¬pitale e all’arricchimento della borghesia: l’impoverimento relativo.

Dunque, è solo codesto processo che determina una relazione inversa del salario rispetto al profitto. Come Marx specificò chiaramente nel Capitale, non serve a niente asserire con prosopopea una tale banali¬tà: se si considera una grandezza data è ovvio che se uno ne prende una parte maggiore all’altro ne rimane una minore. Il problema scientifico è capire quale sia la causa di tale relazione, e tutto dipende dall’andamento che il capitale impone al salario. Dunque, il profitto aumenta “quando il salario relativo diminuisce”. Ancora oggi, invece, si è costretti a leggere le vacuità sraffiane sulla ponderosità di tale “relazione inversa”, in cui ogni indicazione sulle sue origini e cause è completamente rimossa, e in cui i due termini di salario e profitto sono restituiti alla logica borghese della loro indifferente simmetria.

Marx, viceversa, si servì di quell’analisi come punto di partenza per le considerazioni da sviluppare nell’indagine delle tendenze del pro¬cesso di accumulazione del capitale. Nell’ultima parte di Lavoro salaria¬to e capitale, accennò così alla spirale crescente di divisione del lavoro, introduzione di nuove macchine, allargamento della scala di produzione: individuando in essa ciò che provoca sia difficoltà per la piccola indu¬stria, sia l’acuirsi della concorrenza tra gli operai. Con lo sviluppo della crisi – non è una novità odierna – l’e¬spulsione dal mercato del lavoro per molti diviene definitiva. Non solo, ma per i rimanenti a fronte di più la¬voro corrisponde sempre meno salario. Cosicché, osservò precocemente Marx, ogni lavoratore è spinto a fare “concorrenza a se stesso in quanto membro della classe operaia”.

Si spiega, allora, perché periodi di relativo aumento salariale siano annullati da successive fasi di crisi, e come ogni nuova occupazio¬ne sia peggio retribuita della precedente – altrimenti “sarebbe in con¬traddizione con tutte le leggi dell’economia”, con le leggi del libero scambio! Chi riflettesse appena un po’ agli eventi recenti, dalle conqui¬ste operaie del 1969 a oggi, non potrebbe non ritrovarvi tutte queste de¬terminazioni economiche, dalla spiegazione delle cause della caduta drammatica del potere d’acquisto dei salari, alla perdita dell’occupazione stabile, allo sviluppo di occupazioni precarie e mal retribuite, sotto il fal¬so nome di “terziarizzazione”.

Marx, dunque, nelle sue conferenze di Bruxelles, collegò stret¬tamente l’esposizione sul salario con l’analisi dell’accumulazione del capitale, con lo studio del mercato mondiale, il protezionismo e il libero scambio. Lo stesso programma, interrotto, delle lezioni agli operai tede¬schi prevedeva questa estensione. La connessione era immediata: la pro¬letarizzazione veniva presentata per ciò che realmente era, ossia come al¬tra faccia dell’aumento del capitale, in quanto derivante dal rapporto di esso col lavoro salariato. Dunque, l’accumulazione era vista necessaria¬mente come condizione per avere una “situazione sopportabile” da parte degli operai. Ma siccome tale sopportabilità è pur sempre “relativa” alla ricchezza e ai bisogni, che sono “sociali”, l’intero processo si traduceva comunque e sempre nell’approfondimento del divario tra borghesi e pro¬letari, cui spettavano al più le “briciole grasse”, ovvero le “catene dorate” con cui legare la loro sorte a quella del capitale.

Nondimeno, lo sviluppo dell’industria si offriva – allora come oggi – quale migliore opportunità per la classe operaia nel suo comples¬so, pur con tutte le sue contraddizioni [Marx ricordava spesso l’esempio dei tessitori a mano di Dacca, gettati sul lastrico], tali da mandare ugual¬mente in malora i lavoratori, anche se in misura minore rispetto alle fasi di crisi. Il risultato rimane sempre lo stesso, ossia che, in un caso come nell’altro, gli operai possono continuare a “morire in tutta tranquillità”, senza dolersene, perché la “classe non perirà”: “il capitale la potrà deci¬mare senza temere di annientarla” – asseriva con cinico realismo il “pro¬gressista” dr. Bowring, spesso citato da Marx in quelle occasioni.

Ma il paradosso è questo: ammesso anche che “i godimenti dell’operaio siano aumentati, la soddisfazione sociale che essi procurano è diminuita in confronto con gli accresciuti godimenti del capitalista”. Pertanto, “dire che la condizione più favorevole per il lavoro salariato è un aumento più rapido possibile del capitale produttivo, significa soltan¬to che, quanto più rapidamente la classe operaia accresce e ingrossa la forza che le è nemica, la ricchezza che le è estranea e la domina, tanto più favorevoli sono le condizioni in cui le è permesso di lavorare a un nuovo accrescimento della ricchezza borghese, a un aumento del potere del capitale, contenta di forgiare essa stessa le catene dorate con le quali la borghesia la trascina dietro di sé”. Basterebbero queste citazioni sol¬tanto per confermare la giustezza e l’attualità dell’analisi e del metodo di Marx, per smentire il superamento di quei punti della sua opera che, in quanto basati sui rapporti materiali del secolo scorso, non sarebbero adatti alla indubbiamente mutata situazione attuale.

É solo un elenco di problemi quello che qui si può fare: ma è utile anche farne soltanto la lista proprio perché, semmai, essa stupisce per la vastità e comprensività di fatti, che coprono tutti i maggiori pro¬blemi delle società capitalistiche contemporanee. Infatti, sia pure a gran¬di linee in questi testi minori, si trovano analisi: sulla concentrazione economica e tecnica del grande capitale; sulla conseguente trasforma¬zione del mercato in mercato mondiale, in forma monopolistica; sul ri¬prodursi, con la dinamica dell’accumulazione e della centralizzazione, della concorrenza entro la forma del capitale monopolistico stesso (che in seguito fu denotata come imperialismo); sul miglioramento materiale delle condizioni dei lavoratori nella società capitalistica monopolistica, che però si accompagna al loro impoverimento relativo; quindi, sulla creazione di falsi e sempre nuovi bisogni e sul corrispondente fenomeno della società dei consumi; sul connesso pericolo di corrompimento e im-brigliamento della classe operaia nelle società industriali avanzate, che fa aggio sull’impoverimento assoluto a danno dei lavoratori di quei paesi sfruttati dal capitalismo internazionale imperialistico; sul fenomeno, infi¬ne, della sovraproduzione, quindi sulle crisi in genere, che per i lavorato¬ri si presentano come sottoccupazione e sottoconsumo, durante la quali “il lavoratore, quando non perde del tutto la sua occupazione, deve con¬tare sicuramente su una diminuzione dei salari”.

Tutti codesti temi, qui appena elencati, l’economia borghese – una volta accantonata e ignorata l’analisi marxiana – ha dovuto ritrovarli in una forma necessariamente mistificata dal continuo tentativo di negar¬li sfuggirli giustificarli, nel corso del suo sviluppo storico. Su tutto ciò si costruisce l’ipocrisia del liberismo, che si presenta come la forma dei rapporti economici più adatta per migliorare le condizioni di vita della popolazione: “Gesù Cristo è il libero scambio, il libero scambio è Gesù Cristo!” – amava dire il ricordato dr. Bowring. Era facile per Marx iro¬nizzare su siffatti “missionari” sguinzagliati “a predicare la religione del libero scambio”, attraverso una propaganda di massa concepita “per illu¬minare l’operaio sui suoi interessi”, e attuata attraverso il controllo sulla stampa e l’organizzazione di movimenti di opinione. Per chi vive, come ai nostri giorni, questa “estate di San Martino” del cosiddetto neoliberismo, il ritrovare le medesime menzogne ideologiche, propagate con le medesi¬me metodiche ipocrite, può essere molto istruttivo.

Questo déjà vu è tanto più istruttivo per almeno un paio di buo¬ne ragioni. Innanzitutto, perché il prepotere del capitale non può più esprimere, né si può più permettere, un liberismo che abbia dignità scientifica, capace di riconoscere – come faceva Ricardo, dando ragione di fatto agli operai – che quando tutto diventa meno costoso, anche il co¬sto di produzione degli operai diviene meno costoso, e il salario si abbas¬sa proporzionalmente più dei prezzi delle altre merci. Questo effetto del liberismo sul salario, sempre più esposto alla concorrenza tra capitale e lavoro, e tra lavoratori stessi, oggi viene occultato dietro le promesse di milioni di nuovi posti di lavoro, per i quali – in nome della maggior snellezza di un sistema slegato dai suoi lacci, sotto l’egida della cosiddetta derego¬lamentazione – non si dice che, se pur ci fossero, sarebbero più insicuri, precari e occasionali, e molto peggio pagati.

Ma la riflessione su tali questioni è istruttiva anche per una se¬conda ragione. Quei “missionari” che pretendono di “illuminare l’operaio sui suoi interessi” non sono più soltanto i preti del potere borghese e i conservatori illuminati, ma gli stessi “professionisti” (per così dire) degli “interessi proletari” – sindacalisti, politici di apparato della “sinistra” e “progressisti” in genere. D’altronde, Marx stesso non riconosceva che è progressivo lo stesso capitalismo?! E dunque, con tutto il sarcasmo di cui era capace, fu proprio Marx che centocinquanta anni fa individuò e iro¬nizzò sulla “stupefacente contraddizione” del proliferare incontrollato di una genìa di “conservatori-progressisti”. Chi conosce i “progressisti” di oggi capisce bene di chi e di che cosa si tratti!

Costoro, già allora, si sbracciavano per sostenere il capitale na¬zionale, credendo così di renderlo “piccolo e debole” anche “di fronte al¬la classe lavoratrice”. E perciò predicavano che “se dovete essere sfrutta¬ti è meglio che lo facciano i vostri compatrioti e non gli stranieri” – con¬trapponendo il loro piccolo protezionismo localistico all’internazionaliz¬zazione del capitale [chi voglia fare mente, per un rapido confronto, a quanto oggi avviene, “a sinistra”, nel dibattito su Europa, Maastricht e dintorni, o sul processo di privatizzazione nello scontro tra capitale “na¬zionale” e “straniero”, ha una mole di argomenti su cui riflettere]. “L’ul¬tima consolazione dei protezionisti è che il paese viene sfruttato da capi¬talisti non stranieri, ma nazionali” – commentava Marx.

E aggiungeva: “in fin dei conti ciò significherebbe fare appello alla filantropia del capitale, come se il capitale in quanto tale potesse es¬sere filantropo. Ma, in generale, le riforme sociali non possono mai esse¬re attuate mediante la debolezza del forte: esse devono essere e sono ot¬tenute dalla forza del debole”. Ecco: di fronte al conservatorismo dei “progressisti” – il cui motto è: “il benessere nazionale non si può acqui¬stare che a prezzo di qualche male individuale” – già in quegli antichi scritti marxiani è posto con estrema chiarezza il problema delle riforme, che si possono strappare solo con la forza, contrapponendo “la forza dei deboli” alla (presunta) “debolezza dei forti”. E allora si può capire me-glio anche la ragione per cui Marx da sempre, pur trattando le questioni immediate del rapporto di lavoro salariato, considerò che ogni rivendica¬zione che fosse prevalentemente limitata al carattere economico restasse in linea con il conservatorismo “progressista” [il forgiare le “catene dora¬te”]: giacché ogni mutamento quantitativo di tal genere, assolutamente controllabile dal dominio del rapporto di capitale, non può mai bastare a far compiere il salto qualitativo necessario per il superamento dei rap¬porti capitalistici di produzione.

Le fredde considerazioni marxiane sui limiti di quelle azioni sindacali, che si mostrino incapaci di sviluppare l’antagonismo di classe, sono esemplari. “Le spese che i lavoratori sostengono per esse superano, il più delle volte, i vantaggi economici che essi cercano di ottenere. Alla lunga le associazioni non possono resistere alle leggi della concorrenza. Se le coalizioni riuscissero a mantenere in un dato paese un livello sala¬riale tale che il profitto diminuisse sensibilmente in rapporto al profitto medio di altri paesi, o che il capitale subisse un arresto nel suo sviluppo, il ristagno o la recessione dell’industria, che ne sarebbero la conseguen¬za, provocherebbero la rovina dei lavoratori con i loro padroni. Se si trat¬tasse solo di questo per quanto riguarda le associazioni – e questa è l’ap¬parenza – cioè di determinare il salario, se il rapporto tra capitale e lavo¬ro fosse eterno, le coalizioni si arenerebbero pietosamente davanti alla necessità delle cose”.

Contro quell’apparenza – ma quell’apparenza è oggi l’apparen¬za di una tragica e pietosa realtà sindacale – le associazioni dei lavoratori o rappresentano “un mezzo di unione della classe lavoratrice, per prepa¬rarla al capovolgimento di tutta la vecchia società”, o falliscono al loro scopo. Certo, la “preparazione al capovolgimento” è appunto una prepa¬razione, materiale e formale, che richiede i lunghi tempi storici della transizione, con tutte le sue contraddizioni, gli alti e bassi, le reversibili¬tà, ecc. – tanto da dover considerare un po’ affrettata la valutazione di Engels che se la sbrigava pensando che “occorre un breve periodo di transizione, un po’ travagliato ma a ogni modo molto utile dal punto di vista morale”. Magari fosse così semplice!

Le capacità di egemonia da parte del capitale sono talmente dif¬fuse e forti che la strategia rivoluzionaria del proletariato e la sua artico¬lazione tattica nel tempo, anche attraverso le riforme da strappare con la lotta, impongono ai comunisti la necessità di saper cogliere e sviluppare tutte e tre gli ordini delle contraddizioni, indicate da Marx, nelle dinami¬che della concorrenza: tra capitale e capitale, tra capitale e lavoro e tra lavoratori stessi. E, alla luce di ciò e della generale composizione di clas¬se della società, individuare le coalizioni possibili per affrontare quelle contraddizioni. Sono perciò importanti, anche se solo esemplificative, le considerazioni marxiane sulle alleanze alterne dei lavoratori: ora con i protezionisti fondiari, per farsi sostenere nella lotta per le “dieci ore” contro gli industriali; ora con i liberisti industriali per giungere all’aboli¬zione dei dazî. E ciò “per non avere più di fronte che un solo nemico”, considerava Marx, commentando altrove che “si può essere nemici del regime costituzionale senza essere per questo amici dell’assolutismo”.

L’insistente spostamento dell’attenzione marxiana sull’osserva¬zione che “è tempo di penetrare più a fondo i rapporti economici sui qua¬li si fonda il dominio di classe”, ora che la lotta di classe si è sviluppata “in forme politiche colossali”, si traduce nella necessaria consapevolez¬za, da parte dei comunisti, che la libertà è solo libertà del capitale. Solo comprendendo ciò, Marx – dichiarando di appoggiare il liberismo, in quanto massima esplicitazione delle contraddizioni sociali – giunse a de-nunciare chiaramente che anche la lotta tra nazioni svela la sua essenza, mostrando il dominio di classe come vero nemico. [L’enorme confusione categoriale e storica, che ancora oggi viene fatta intorno a questa que¬stione e alla conflittualità, più o meno bellica, che l’accompagna, è sinto¬matica per soppesare l’attuale incomprensione dell’analisi marxista].

Il fatto che Lenin riprese implicitamente, denunciando le carica¬ture del marxismo, proprio questo tipo di indicazione – sostenendo la democrazia, giacché “quanto più democratica è la struttura statale, tanto più risulta chiaro per l’operaio che la radice del male è il capitalismo, non la mancanza di diritti” – dimostra quale sia la corretta comprensione delle indicazioni di Marx, ma anche quanto grande fosse la portata della sua analisi. Ed è allora giusto, infine, sottolineare a questo proposito co¬me, fin da questi vecchi scritti di un secolo e mezzo fa, Marx individuas¬se la tendenza imperialistica del capitale – con riferimento specifico a quello inglese – proponendosi di esporla nella terza parte delle conferen¬ze e riprendendola nella critica al protezionismo. É lì, infatti, che venne affacciata una prima ipotesi sui caratteri del monopolio industriale ingle¬se nel mondo (quasi ad anticipare il significato, pur senza usarne ancora il termine, di “imperialismo”), indicando altresì la divisione internaziona¬le del lavoro come imposizione specialistica di monocolture, a vantaggio del grande capitale – “imperialistico”, appunto, si direbbe oggi.

La connessione tra il salario e il superamento storico del rap¬porto di capitale non lascia spazio, rileggendo adeguatamente Marx, ad alcuna soluzione di continuità. Una continuità che non può che procedere per salti, rotture rivoluzionarie, ricomposizioni e superamenti dialettici, in un decorso storico che ignora la cattiva infinità di ogni intenzionalità finalistica immediata. E l’ignora quanto più sollevamenti, ribellioni e antagonismi siano “lontani dalla lotta di classe”, non rivoluzionari, e, con-sapevolmente o meno, ignari in che misura la loro “differenza” sia subor¬dinata in rango alla lotta di classe stessa. La storia soltanto può misurare l’antitesi tra rivoluzione proletaria e controrivoluzione (che sia quella feudale corporativa o quella neoliberista neocorporativa, poco importa). “Noi abbiamo dimostrato che ogni sollevamento rivoluzionario, anche se i suoi scopi appaiono ancora molto lontani dalla lotta di classe, è destina¬to a fallire fino a che la classe operaia rivoluzionaria non abbia vinto, e che ogni riforma sociale resta un’utopia fino a che la rivoluzione proleta¬ria e la controrivoluzione feudale non si siano misurate con le armi in una guerra mondiale”.

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...."L’ineguaglianza dello sviluppo economico e politico è una legge assoluta del capitalismo. Ne risulta che è possibile il trionfo del socialismo all’inizio in alcuni paesi o anche in un solo paese capitalistico, preso separatamente...." Lenin -Sulla parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa-Pubblicato sul Sozial-Demokrat, n. 44, 23 agosto 1915.
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