Lo sviluppo dell’Unione Sovietica e la sua lotta contro la minaccia della guerra

www.resistenze.org – cultura e memoria resistenti – storia – 29-07-09 – n. 284

da Accademia delle Scienze dell’URSS, Storia universale vol. IX, Teti Editore, Milano, 1975
nel settantesimo anno dall’inizio della seconda guerra mondiale
trascrizione a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare
 
Capitolo XXVI
 
Lo sviluppo dell’Unione Sovietica e la sua lotta contro la minaccia della guerra
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LA POSIZIONE INTERNAZIONALE DELL’UNIONE SOVIETICA NELLA PRIMAVERA DEL 1939
 
Nella primavera del 1939 la posizione internazionale dell’Unione Sovietica si fece estremamente complessa. Il patto di Monaco tra le potenze imperialiste arrecò un gravissimo colpo alla causa della pace, poiché le misure di sicurezza collettiva che erano state prese in precedenza – tra cui il trattato sovietico-cecoslovacco di mutua assistenza – vennero praticamente rese prive di valore. D’ora innanzi nessuno Stato dell’Europa poteva più sentirsi sicuro.
 
L’intesa di Monaco minacciava in forte misura l’Unione Sovietica. La legittimazione delle annessioni territoriali degli aggressori fascisti, le dichiarazioni di non aggressione anglo-tedesca e franco-tedesca, le aperte minacce della Germania nazista nei confronti della Polonia e dei paesi baltici, e infine le aperte dichiarazioni della stampa imperialista secondo cui l’Ucraina sovietica sarebbe stata il prossimo obiettivo dell’aggressione nazista, tutto questo testimoniava che le aspirazioni di conquista della Germania di Hitler venivano intenzionalmente dirette da parte delle potenze occidentali verso Oriente, cioè contro l’Unione Sovietica.
 
Complessa era anche la situazione nell’Estremo Oriente, dove il Giappone militarista, dopo l’occupazione della Cina di nord-est e della Cina settentrionale, si era attestato con le sue truppe ai confini dell’Unione Sovietica su un fronte di notevole estensione. Mosso dalle sue aspirazioni di conquista e incoraggiato dagli imperialisti britannici e statunitensi, il Giappone provocava di continuo incidenti lungo i confini dell’Unione Sovietica per saggiarne le forze e preparare la guerra contro di essa. Benché una di queste grosse provocazioni (l’attacco ai posti di confine sovietici nella regione del lago Chasan nel luglio del 1938) si fosse conclusa con la completa disfatta degli aggressori giapponesi, i circoli governativi del Giappone proseguivano la loro politica provocatoria.
 
Nel 1939 si delineò concretamente per l’Unione Sovietica il pericolo reale di una guerra su due fronti, in Europa e in Asia. L’andamento delle relazioni internazionali rese chiaro che in caso di attacco della Germania nazista e del Giappone militarista contro l’Unione Sovietica le potenze occidentali (Gran Bretagna, Francia e Stati Uniti) avrebbero assunto una posizione di benevola neutralità nei confronti degli aggressori o addirittura si sarebbero unite a essi nella “crociata” di tutte le forze del mondo capitalista contro lo Stato socialista.
 
I problemi di politica internazionale vennero esaminati sotto tutti i loro aspetti nel XVIII congresso del partito comunista, tenuto nel marzo del 1939. Il congresso sottopose questi problemi a una profonda analisi e indicò i compiti fondamentali di politica estera dello Stato sovietico. Negli interventi dei delegati al congresso venne smascherato il ruolo dei circoli governativi degli Stati Uniti, della Gran Bretagna e della Francia quali complici dell’aggressione fascista; le potenze occidentali vennero seriamente ammonite che il gioco politico così intrapreso avrebbe creato un grave pericolo anche per loro.
 
Il governo sovietico proclamò la sua intenzione di dedicare anche nel futuro tutti i suoi sforzi alla lotta per la pace e all’organizzazione della resistenza collettiva all’aggressore. Nel rapporto letto da Stalin al XVIII congresso a nome del Comitato centrale vennero chiaramente formulati i principi di politica estera dell’Unione Sovietica: attuare anche in futuro una politica di pace e di rafforzamento dei legami economici con tutti i paesi; continuare la vigilanza senza permettere di farsi trascinare in conflitti da parte dei provocatori di guerra, abituati a togliere le castagne dal fuoco con le mani altrui; consolidare in tutti i modi possibili la potenza militare dell’armata rossa e della marina militare; rafforzare i legami internazionali con i lavoratori di tutti i paesi che erano interessati alla pace e all’amicizia fra i popoli.
 
La chiara posizione dell’Unione Sovietica nella politica estera, confermata dall’attività pratica nel corso di due decenni d’esistenza del potere sovietico, incontrava l’appoggio delle masse lavoratrici dei paesi capitalisti. Perciò l’ondata d’indignazione che si sollevò nelle masse popolari alla notizia dell’invasione della Cecoslovacchia (15 marzo 1939) da parte delle truppe tedesche e dei nuovi piani dell’aggressione fascista si espresse nella richiesta generale dell’organizzazione di un fronte unico dell’Unione Sovietica, della Gran Bretagna e della Francia allo scopo d’intraprendere misure collettive contro gli aggressori. Ma i governi delle potenze occidentali temporeggiavano. Andando, come si suol dire, incontro allo stato d’animo dell’opinione pubblica essi accettarono di intavolare trattative con il governo di Mosca, benché in realtà puntassero a utilizzare queste trattative per forzare la Germania nazista, sotto la minaccia di un accordo anglo-franco-sovietico, a fare concessioni verso l’Occidente e a impegnarsi in un’ulteriore e più attiva aggressione verso Oriente.
 
I NEGOZIATI ANGLO-FRANCO-SOVIETICI SULLA CONCLUSIONE DI UN PATTO DI ASSISTENZA RECIPROCA
 
Il 18 marzo del 1939 il governo britannico si rivolse all’Unione Sovietica chiedendo quale sarebbe stato il suo atteggiamento nel caso di un attacco della Germania nazista alla Romania. Il governo di Mosca rispose proponendo la convocazione di una conferenza dei sei Stati maggiormente interessati (Gran Bretagna, Francia, Unione Sovietica, Polonia, Romania e Turchia) per discutere le misure collettive da adottare nel caso prospettato. La Gran Bretagna respinse questa proposta come prematura, e propose in cambio di sottoscrivere una dichiarazione su consultazioni anglo-franco-polacco-sovietiche nel caso di una minaccia all’indipendenza di un qualsiasi Stato europeo.
 
L’Unione Sovietica riteneva questa iniziativa insufficiente, ma la accettò per dimostrare ancora una volta la sua decisa volontà di partecipare attivamente a misure di sicurezza collettiva contro ogni aggressione. Le potenze occidentali, che erano mosse da profondi interessi antisovietici, rinunciarono allora alla loro stessa proposta. Nella conferenza dei ministri inglesi e francesi che si tenne a Londra dal 21 al 23 marzo Chamberlain dichiarò: “L’associazione dell’Unione Sovietica a una pubblica dichiarazione rende assai difficoltosa la partecipazione della Polonia e degli altri Stati”. Il 1° aprile venne comunicato ufficialmente al governo sovietico che la proposta della dichiarazione era da considerarsi “definitivamente caduta”.
 
Le trattative ripresero verso la metà d’aprile. L’iniziativa venne presa questa volta dal governo francese: esso proponeva un progetto di dichiarazione comune franco-sovietica se-condo la quale le due parti avrebbero dovuto prestarsi reciprocamente assistenza immediata se una di loro, in seguito alla concessione del proprio aiuto alla Polonia o alla Romania, si fosse venuta a trovare in stato di guerra con la Germania. Il governo sovietico rispose che riteneva il progetto francese “accettabile” in linea di principio, e suggerì che lo si formulasse in modo da assicurare un impegno anche da parte della Gran Bretagna.
 
Però anche questa proposta sovietica non venne accettata. In realtà il fine delle potenze occidentali era quello di imporre all’Unione Sovietica impegni sproporzionati, obbligandola ad assumere su di sé tutto il peso della guerra contro l’aggressore, mentre esse sarebbero rimaste in disparte, conservando le forze fino al momento in cui sarebbe stato possibile dettare le proprie condizioni alle parti belligeranti. Nelle trattative con l’Unione Sovietica gli anglo-francesi partivano dalla premessa che l’Unione Sovietica avrebbe dovuto prestare da sola aiuto militare alla Lettonia, Lituania, Estonia, Finlandia in caso di un attacco della Germania nazista, mentre avrebbe dovuto partecipare all’aiuto militare a quei paesi ai quali Gran Bretagna e Francia avevano offerto garanzie di sicurezza come la Polonia, la Romania, la Grecia, la Turchia, il Belgio, l’Olanda e la Svizzera. Nel medesimo tempo le potenze occidentali rifiutavano di concedere garanzie di sicurezza unitamente all’Unione Sovietica agli Stati confinanti con essa; indicavano cioè di fatto alla Germania nazista la via di un attacco contro l’Unione Sovietica, creando le condizioni più favorevoli per la condotta di una guerra del genere. La Polonia, la Romania, i paesi baltici e altri Stati non avrebbero dovuto assumere secondo queste proposte su di sé nessun genere di impegni nei confronti dell’Unione Sovietica.
 
L’Unione Sovietica opponeva a queste manovre un atteggiamento basato sui principi di un ampio ed efficace sistema di sicurezza collettiva. Il progetto di un patto di assistenza reciproca tra Unione Sovietica, Gran Bretagna e Francia proposto dal governo di Mosca prevedeva la piena uguaglianza e la reciprocità negli obblighi delle parti contraenti. Le tre potenze, in caso di attacco della Germania a una di esse, avrebbero dovuto prestarsi aiuto immediato, incluso quello militare. Esse si dovevano impegnare a concedere lo stesso aiuto collettivo ai paesi confinanti con l’Unione Sovietica, nonché al Belgio e alla Grecia. Il progetto di patto proposto dai sovietici prevedeva inoltre azioni collettive delle parti contraenti allo scopo di portare aiuto a qualsiasi Stato europeo l’avesse richiesto, per impedire la violazione della sua neutralità.
 
Le proposte del governo sovietico, che rispondevano al fervido desiderio dei popoli di conservare la pace e frenare gli aggressori, ottennero il pieno appoggio dei lavoratori di tutto il mondo. In numerosi comizi e dimostrazioni le masse popolari richiesero la rapida conclusione del patto di assistenza collettiva a tre. Sotto le bandiere della lotta per la pace contro il fascismo, per la conclusione di un’alleanza con l’Unione Sovietica si sviluppò il movimento dei lavoratori francesi. Per la necessità di un’immediata conclusione del patto antifascista tra Unione Sovietica, Francia e Gran Bretagna si pronunciò la conferenza internazionale per la difesa della pace, della democrazia e della cultura che si tenne a Parigi il 13 e 14 marzo del 1939. In una delle risoluzioni principali approvate all’unanimità dai delegati dei 25 paesi partecipanti si affermava: “La conferenza proclama che un’efficace difesa della pace esige l’immediata, leale e completa collaborazione, su base di eguaglianza, della Francia, della Gran Bretagna, della Polonia e dell’Unione Sovietica con l’aiuto incondizionato degli Stati Uniti e di tutti i popoli amanti della pace”.
 
In Gran Bretagna nel giugno del 1939 la conferenza annuale della federazione nazionale dei lavoratori dell’edilizia approvò una risoluzione che chiedeva “l’immediata conclusione delle trattative per la creazione di un forte fronte della pace che obbligasse Germania, Italia e Giappone a sottomettersi alla legge internazionale”. Risoluzioni dello stesso tenore furono approvate dalla confederazione dei sindacati dei lavoratori dei cantieri navali, dell’industria meccanica, dal sindacato unificato dei meccanici a Birmingham, dal Comitato esecutivo del sindacato unificato delle costruzioni meccaniche, dalla conferenza dei ferrovieri e da molte altre associazioni sindacali britanniche. A un comizio di intellettuali che si svolse a Londra alla fine di giugno venne affermato che la conclusione di un patto con l’Unione Sovietica era l’unico mezzo che avesse possibilità di salvare la pace; in caso contrario ci si sarebbe trovati dinanzi a una scelta: o la più spaventosa guerra internazionale o un’altra più ampia Monaco, che sarebbe risultata ancora più rovinosa dell’altra. Non solamente le forze democratiche, ma anche molte importanti personalità borghesi dei paesi occidentali, tra cui Lloyd George, Édouard Herriot, Winston Churchill e altri chiesero che si giungesse rapidamente alla firma immediata di un trattato anglo-franco-sovietico di mutua assistenza.
 
Tuttavia i governi di Londra e di Parigi applicarono con ostinazione la tattica del rinvio delle trattative con l’Unione Sovietica. Il 27 maggio il governo di Mosca avvertì gli ambasciatori britannico e francese di essere interessato non a semplici conversazioni su di un patto, ma all’organizzazione di una efficace mutua assistenza contro l’aggressione in Europa, e che era quindi necessario passare dalle parole ai fatti. Tuttavia Gran Bretagna e Francia non modificarono il loro atteggiamento. I loro governi avanzavano proposte inaccettabili, mentre la stampa ispirata dai circoli governativi si sforzava di creare l’impressione che le divergenze d’opinioni erano modeste e che le trattative con l’Unione Sovietica si avvicinavano a una favorevole conclusione. Contemporaneamente il governo britannico aveva intavolato nuove trattative segrete con la Germania nazista per la conclusione di un ampio accordo economico e politico che avrebbe offerto la possibilità di indirizzare l’aggressione tedesca verso Oriente contro l’Unione Sovietica. A queste trattative partecipavano da parte britannica il più vicino collaboratore del primo ministro Chamberlain, sir Horace Wilson, e il ministro del commercio estero R. Hudson, mentre da parte tedesca era impegnato il plenipotenziario di Goring per l’attuazione del “piano quadriennale” nazista H. Wohlthat.
 
Le proposte avanzate da parte britannica prevedevano la conclusione di trattati di non aggressione, la suddivisione delle sfere d’influenza e dei mercati fra la Gran Bretagna e la Germania, l’eliminazione della concorrenza e l’impiego di forze “comuni” in Cina e in Unione Sovietica. La Gran Bretagna accettava di riconoscere alla Germania una posizione dominante nell’Europa sud-orientale e orientale, rinunciava alle garanzie concesse agli Stati nella sfera d’interessi “tedesca” e prometteva di esercitare la propria influenza sulla Francia affinché denunciasse il trattato d’assistenza con l’Unione Sovietica e liquidasse i propri legami politici con gli Stati dell’Europa sud-orientale. Il governo britannico prometteva anche d’interrompere le trattative per la conclusione di un patto di mutua assistenza con l’Unione Sovietica e dava assicurazione che la Polonia sarebbe stata abbandonata dagli alleati e consegnata alla Germania.
 
Oltre a queste, la Gran Bretagna conduceva trattative ancor più segrete con la Germania nazista. Il 6 giugno 1939 Chamberlain ricevette l’industriale e finanziere svedese Vàner-Gren giunto da Berlino, che gli consegnò un piano di regolamentazione dei rapporti anglo-tedeschi preparato da Goring. Questo piano prevedeva l’assegnazione alla Germania di Danzica, delle ex colonie tedesche, la conclusione di un trattato di non aggressione, il superamento delle difficoltà economiche della Germania, la definizione delle sfere d’influenza eccetera. Visto che il piano di Goring non conteneva nessuna reale concessione all’imperialismo britannico, Chamberlain lo respinse, dichiarandosi tuttavia disposto a proseguire le trattative.
 
LE TRATTATIVE DI MOSCA PER LA CONCLUSIONE DI UNA CONVENZIONE MILITARE ANGLO-FRANCO-SOVIETICA
 
Il 23 luglio 1939 il governo sovietico propose ai governi britannico e francese di organizzare a Mosca una conferenza delle missioni militari delle tre potenze, esprimendo anche l’opinione che in questa conferenza si sarebbe riusciti a superare le difficoltà politiche. I due governi occidentali accettarono questa proposta e inviarono a Mosca le loro missioni militari. Ben presto però risultò chiaro quanto poco serio fosse l’atteggiamento della Gran Bretagna e della Francia nei confronti dei negoziati. Le missioni alleate giunsero a Mosca soltanto l’11 agosto. Esse erano composte da personalità di secondo piano e non disponevano dei poteri necessari per la firma di appropriati accordi. Avendo ricevuto la direttiva di non assumere impegni precisi, esse tendevano a sostituire le proposte concrete con frasi generiche e ricorrevano a ogni genere di tergiversazioni per trasformare il progetto di convenzione militare in una raccolta di frasi vuote che non vincolavano a nulla.
 
Nel corso delle trattative la delegazione sovietica dichiarò che l’Unione Sovietica era pronta, in caso di guerra, a schierare al fronte 136 divisioni, 5000 cannoni medi e pesanti, 10.000 carri armati e circa 5500 tra bombardieri e caccia. Dal canto loro, i negoziatori britannici comunicarono che il loro paese avrebbe messo a disposizione per la guerra contro l’aggressore soltanto 5 divisioni di fanteria e 1 divisione meccanizzata. Sforzandosi di evitare la conclusione di un accordo con i sovietici, le delegazioni occidentali avanzarono come pretesto il rifiuto del governo polacco di lasciar passare attraverso il suo territorio le truppe sovietiche. Di fatto, quindi, si pretendeva che l’Unione Sovietica in caso di attacco della Germania alla Polonia avrebbe dovuto dichiarare guerra, senza però intraprendere nessuna iniziativa concreta contro le truppe tedesche prima che queste avessero raggiunto il confine sovietico (non esisteva allora una frontiera comune tra Germania e Unione Sovietica).
 
Il significato provocatorio di questa proposta non lasciava dubbi sulle reali intenzioni di chi la presentava. Dal canto suo, il governo polacco, respingendo l’aiuto sovietico, calcolava di raggiungere un compromesso con la Germania nazista e di prender parte alla “crociata” contro l’Unione Sovietica concedendo il suo territorio per il passaggio delle truppe tedesche. I tentativi del governo sovietico di far recedere i circoli governativi della Polonia da tale politica funesta non vennero coronati da successo. Alla proposta di aiuto avanzata nel maggio del 1939 il governo di Varsavia rispose con un rifiuto, mentre i governi della Gran Bretagna e della Francia accettavano questo atteggiamento antisovietico che avrebbero utilizzato ampiamente in seguito per provocare il fallimento delle trattative moscovite.
 
Un atteggiamento antisovietico venne assunto anche dai governi borghesi della Lituania, della Lettonia e dell’Estonia. Durante le trattative anglo-franco-sovietiche la Lettonia e l’Estonia avevano sottoscritto con la Germania trattati di non aggressione e si erano decisamente schierate contro le proposte della Unione Sovietica di garantire l’indipendenza degli Stati baltici da parte della Gran Bretagna, della Francia e dell’Unione Sovietica. L’Estonia aveva persino minacciato che avrebbe combattuto dalla parte della Germania. Il 17 agosto i negoziati militari di Mosca vennero interrotti in attesa che giungessero istruzioni definitive da parte dei loro governi ai rappresentanti della Gran Bretagna e della Francia a proposito del transito delle truppe sovietiche attraverso il territorio polacco. Il 21 agosto il capo della delegazione britannica, ammiraglio Drax, dichiarò che non era pervenuta nessuna nuova istruzione da Londra e da Parigi. Diventava così evidente che le trattative anglo-franco-sovietiche erano fallite per colpa dei governi della Gran Bretagna e della Francia.
 
L’ATTACCO DELLE TRUPPE GIAPPONESI CONTRO LA REPUBBLICA POPOLARE MONGOLA
 
La rottura delle trattative moscovite da parte dei governi britannico e francese era gravida di serie conseguenze. Le forze della pace risultavano isolate dinanzi alla minaccia avanzante dell’aggressione fascista. Particolarmente pericolosa era la situazione dell’Unione Sovietica. La notizia della rottura delle trattative poteva ispirare agli aggressori un attacco immediato.
 
La minaccia della guerra era tanto più reale dato che in Estremo Oriente erano già iniziate operazioni militari di notevole portata. L’11 maggio 1939 le truppe giapponesi avevano effettuato un attacco contro la Repubblica popolare di Mongolia, occupando parte del suo territorio lungo il fiume Chalchin-Gol. I militaristi giapponesi volevano creare qui una testa di ponte per l’attacco contro l’Unione Sovietica. Per questo scopo avevano concentrato nella Cina nord-orientale le forze principali dell’esercito del Kwangtung pronte a penetrare nella regione dell’Ussuri verso Chabarovsk e la regione dell’Amur. Sulla base degli impegni assunti con il protocollo di mutua assistenza sottoscritto tra l’Unione Sovietica e la Repubblica popolare mongola, il 12 marzo 1936, l’armata rossa venne in aiuto delle truppe mongole. Le operazioni militari lungo il fiume Chalchin-Gol vennero tenacemente condotte con la partecipazione di ingenti forze e si conclusero con l’accerchiamento e il completo annientamento degli aggressori giapponesi solo alla fine di agosto del 1939.
 
Mentre erano in corso i combattimenti del Chalchin-Gol, i circoli governativi britannici intrapresero un tentativo di accordo con il Giappone a spese dell’Unione Sovietica. Le trattative, che ebbero luogo verso la metà di luglio, fra il ministro giapponese degli affari esteri Arita e l’ambasciatore britannico a Tokio Craigie, si conclusero il 2 luglio con la firma di un accordo che riconosceva le “particolari necessità” del Giappone in Cina. La Gran Bretagna sanzionava così le conquiste fatte dal Giappone e lo incitava al proseguimento della guerra in Cina e all’aggressione contro l’Unione Sovietica.
 
LA CONCLUSIONE DEL PATTO DI NON AGGRESSIONE SOVIETICO-TEDESCO
 
Nella seconda metà di agosto, mentre la Gran Bretagna e la Francia sabotavano le trattative di Mosca e le operazioni militari lungo il Chalchin-Gol minacciavano di trasformarsi in una autentica guerra, l’Unione Sovietica si trovò dinanzi al reale pericolo di un attacco su due fronti, da Occidente e da Oriente. Erano necessari provvedimenti decisivi per garantire gli interessi vitali del paese, dato che l’accordo con le potenze occidentali per l’adozione di misure collettive contro l’aggressione fascista risultava impossibile. L’Unione Sovietica doveva cercare un’altra strada per proteggere la propria sicurezza. Tale strada si profilò nel quadro di negoziati con la Germania.
 
I circoli governativi della Germania nazista si rendevano conto del fatto che un accordo con l’Unione Sovietica avrebbe permesso loro di evitare una guerra su due fronti, perciò fin dal maggio del 1939 avevano fatto tentativi per chiarire l’atteggiamento del governo sovietico nei confronti di un eventuale accordo. Il governo sovietico aveva risposto con tutta precisione che esso non aveva fiducia nella politica della Germania e che un miglioramento dei rapporti tedesco-sovietici dipendeva in primo luogo dalla Germania.
 
All’inizio di agosto il ministro degli esteri tedesco Ribbentrop propose all’incaricato d’affari sovietico a Berlino di sottoscrivere un protocollo segreto sulla delimitazione degli interessi della Germania e dell’Unione Sovietica “su tutta l’area dal mar Nero al mar Baltico”. Il governo sovietico, sperando ancora di raggiungere risultati positivi nelle trattative in corso con la Gran Bretagna e la Francia, respinse questa proposta tedesca. Una risposta negativa venne data anche a una nuova proposta fatta il 14 agosto ai dirigenti sovietici dall’ambasciatore tedesco a Mosca von der Schulenburg.
 
I governi della Gran Bretagna e della Francia, con il loro boicottaggio delle trattative con l’Unione Sovietica, la posero dinanzi alla necessità di modificare il suo atteggiamento; così, quando il governo tedesco si rivolse nuovamente all’Unione Sovietica, essa dette il proprio assenso alla conclusione di un patto sovietico-tedesco di non aggressione. Il 23 agosto 1939 questo patto venne sottoscritto a Mosca dai due ministri degli esteri Molotov e Ribbentrop per la durata di dieci anni e con prolungamento automatico di altri cinque anni se una delle parti non l’avesse denunciato un anno prima della sua scadenza.
 
La conclusione del patto sovietico-tedesco di non aggressione sventò i piani dei circoli dirigenti della Gran Bretagna, della Francia e degli Stati Uniti, che tendevano a placare gli appetiti della Germania nazista a spese dell’Unione Sovietica e a risolvere in tal modo i contrasti interni imperialistici. I piani di una “crociata” di tutti i paesi capitalisti contro l’Unione Sovietica vennero così fatti fallire. Subirono un insuccesso anche i tentativi delle potenze occidentali di utilizzare le trattative anglo-franco-sovietiche di Mosca per esercitare una pressione diplomatica sulla Germania al fine di spingerla a un più immediato attacco contro l’Unione Sovietica.
 
Il trattato Molotov-Ribbentrop del 23 agosto 1939 .portò anche un duro colpo ai militaristi giapponesi. Il 25 agosto il governo nipponico dichiarò che questo patto era in contrasto con “il trattato segreto allegato al patto anti-Komintern”, smascherando così i piani aggressivi antisovietici che erano stati preparati in Giappone e in Germania. Rimasti senza appoggio da parte della Germania dopo essere stati rovinosamente sconfitti sul Chalchin-Gol, i militaristi giapponesi furono costretti a rinunciare a ulteriori provocazioni contro l’Unione Sovietica.
 
 
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...."L’ineguaglianza dello sviluppo economico e politico è una legge assoluta del capitalismo. Ne risulta che è possibile il trionfo del socialismo all’inizio in alcuni paesi o anche in un solo paese capitalistico, preso separatamente...." Lenin -Sulla parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa-Pubblicato sul Sozial-Demokrat, n. 44, 23 agosto 1915.
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