V.I.Lenin – Come si viola l’unità gridando che si cerca l’unità

Come si viola l’unità gridando che si cerca l’unità  Pubblicato in Prosvešcenie, 1914 n.5. Cfr Lenin, Opere complete, v. 20.]

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Come si viola l’unità gridando che si cerca l’unità   [Pubblicato in Prosvešcenie, 1914 n.5. Cfr Lenin, Opere complete, v. 20.]

    I problemi del movimento operaio contemporaneo sono, per molti aspetti, problemi scottanti, soprattutto per coloro che ieri (cioè nella fase storica che sta per concludersi) erano i rappresentanti del movimento stesso. Tra questi problemi rientrano anzitutto quelli del cosiddetto frazionismo, della scissione, ecc. Non di rado gli intellettuali che militano nel movimento operaio, eccitati, nervosi, supplicano quasi istericamente di non sollevare questioni tanto scottanti. Per chi ha vissuto i lughi anni della lotta che si è svolta tra le diverse correnti dei marxisti, dopo il 1900-1901 per esempio, molte considerazioni su questi argomenti scottanti sarebbero senza dubbio inutili ripetizioni.

   Ma oggi non sono più molto numerosi coloro che hanno preso parte alla lotta svoltasi tra i marxisti durante 14 anni (e, a maggior ragione, alla lotta di 18 o 19 anni or sono, se risaliamo ai primi sintomi della comparsa dell’”economismo”). La stragrande maggioranza degli operai, che formano ai nostri giorni le file dei marxisti, o non ricordano la vecchia lotta o non la conoscono affatto. Per questa stragrande maggioranza i problemi scottanti (come dimostra, tra l’altro, l’inchiesta della nostra rivista) presentano un interesse molto grande. Noi ci proponiamo di intrattenerci su tali questioni, che la

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 Borba, “rivista operaia non frazionistica” di Trotskij, solleva come se si trattasse di questioni nuove (e che per la giovane generazione operaia sono effettivamente nuove).

  

   1. Sul frazionismo

   Trotskij definisce “non frazionistica” la sua nuova rivista. Queste parole egli le mette bene in vista negli annunci; queste parole sono sottolineate in tutti i mosi negli editoriali, sia della Borba che della Severnaja rabocaja gazeta liquidatrice, nella quale, a suo tempo, Trotskij aveva annunciato la pubblicazione della Borba.

   Ma che cosa vuol dire “non frazionistico”?   La “rivista operaia” di Trotskij è la rivista pubblicata da Trotskij per gli operai, perché in essa non vi è traccia alcuna né d’iniziativa operaia né di collegamento con le organizzazioni operaie. Trotskij si studia di essere popolare, e nella sua rivista per gli operai spiega ai lettori le parole: “territorio”, “fattore”, ecc.

   Molto bene. Ma perché non spiegare agli operai anche le parole: “non frazionistico”? Forse queste parole sono più  chiare delle parole “territorio” e “fattore”?

   No. Non è questo. La ragione è che, servendosi dell’etichetta: “non frazionistico”, i peggiori rappresentanti dei peggiori residui dello spirito frazinistico “ingannano” la giovane generazione operaia. Vale la pena di indugiare su quest’affermazione per spiegarla.

Il “frazionismo” è la principale caratteristica del partito socialdemocratico in un periodo storico determinato. Quale? Dal 1903 al 1911.Per spiegare più chiaramente in che cosa consista il frazionismo, bisogna ricordare le condizioni concrete degli anni 1906 e 1907, per esempio. Il partito in quel momento era unificato; non vi era scissione, ma il partito era diviso in frazioni; cioè nel partito unificato esistevano in realtà due frazioni, due organizzazioni che erano di fatto separate. Le organizzazioni operaie di base erano unite, ma per ogni questioniimportante, le due frazioni fissavano due tattiche diverse; i difensori di queste tattiche discutevano fra loro nelle organizzazioni operaie unificate (per esempio, nel 1906, quando si discusse la parola d’ordine di un ministero della Duma o cadetto, oppure al tempo delle elezioni dei delegati al congresso di Londra del 1907), e le questioni erano decise a maggioranza: una frazione fu sconfitta al congresso unitario di Stoccolma (1906), l’altra al congresso unitario di Londra (1907).

   Questi sono fatti ben noti nella storia del marxismo organizzato in Russia.Basta appena ricordarli perché ci si renda conto della menzogna flagrante diffusa da Trotskij.

Dal 1912, cioè da più di due anni, fra i marxisti organizzati di Russia non c’è più frazionismo, non si discute più della tattica nelle organizzazioni unificate, nelle conferenze e nei congressi unificati. Tra il partito e i liquidatori si è prodotta una completa rottura: nel gennaio del 1912, il partito ha formalmente dichiarato che i liquidatori non facevano parte di esso. Trotskij definisce spesso questa situazione come una “scissione”. Parleremo più avanti, in particolare, di questa definizione. Ma resta il fatto incontestabile che la parola “frazionismo” non corrisponde alla verità.

   Come abbiamo già detto, questa parola è una ripetizione assurda, irragionevole, acritica di ciò che era vero ieri, cioè in un periodo già trascorso. E, quando Trotskij ci parla del “caos della lotta tra le frazioni” (cfr. il n. 1, p. 5, 6, passim), si comprende subito quale passato scomparso parli per bocca sua. Esaminate la situazione attuale dal punto di vista dei giovani operai russi, che costituiscono oggi i nove decimi dei marxisti organizzati in Russia. Il giovane operaio russo si trova in presenza di tre manifestazioni di massa delle diverse concezioni o tendenze del movimento operaio: i “pravdisti”, raggruppati attorno a un giornale che tira 40.000 copie, i liquidatori (tiratura di 15.000 copie) e i populisti di sinistra tiratura di 10.000 copie). I dati sulla tiratura fanno capire al lettore il carattere di massa di certa propaganda.

E’ il caso di domandarsi che cosa c’entri qui il “caos”. A Trotskij piacciono le frasi sonore e vuote. Questo è noto. Ma la parola “caos” non è soltanto una parola; essa significa altresì che i rapporti esistenti nell’emigrazione durante il periodo trascorso sono trapiantati (o piuttosto si tenta inutilmente di trapiantarli) sul terreno russo nel periodo attuale. Ecco la sostanza della questione.

   Non esiste nessun “caos” nella lotta dei marxisti contro i populisti. Neppure Trotskij, speriamo, oserà negarlo. La lotta dei marxisti contro i populisti continua da più di trent’anni, fin dalla nascita del marxismo, ed è causata dalla divergenza radicale di interessi e concezioni di due classi diverse: il proletariato e i contadini. Se c’è il “caos”, esso è soltanto nelle teste degli stravaganti che non comprendono questa verità.Che cosa resata allora? Il “caos” nella lotta dei marxisti contro i liquidatori? Anche questa è una menzogna, perché non si può chiamare caos la lotta contro una corrente che tutto il partito ha riconosciuto come tale e condannato fin dal 1908. E chi non tratta con troppa disinvoltura la storia del marxismo in Russia sa bene che il liquidatorismo è legato indissolubilmente e nel modo più stretto – tanto da avere in comune capi e militanti – al “menscevismo” (1903-1908) e all’”economismo” (1894-1903). Per conseguenza, anche in questocaso, ci troviamo di fronte ad una lotta che dura da quasi vent’anni. Considerare come “caos” la storia del proprio partito significa avere la testa completamente vuota.

   Ma esaminate la situazione attuale dal punto di vista di Parigi o di Vienna. Tutto cambia di colpo. Oltre ai pravdisti e ai liquidatori vi sono almeno altre cinque “frazioni” russe, cioè gruppi isolati che affermano di appartenere allo stesso partito socialdemocratico: il gruppo di Trotskij, due gruppi “veperiodisti”, i “bolscevichi partitisti” e i “menscevichi partitisti”. A Parigi e a Vienna (cito, a titolo d’esempio, i due centri più importanti) tutti i marxisti lo sanno molto bene.In un certo senso, Trotskij ha ragione riferendosi a questa situazione. Vi è davvero il frazionismo, vi è davvero il caos.

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   “Frazionismo”, cioè unità verbale (a parole tutti appartengono allo stessopartito) e divisione reale (nei fatti tutti i gruppi sono indipendenti, svolgono trattative e concludono accordi come potenze sovrane).

   “Caos”, cioè: 1) mancanza di dati oggettivi controllabili, che provino il collegamento di tali frazioni con il movimento operaio russo; 2) mancanza di documenti per giudicare della vera fisionomia ideologica e politica di tali frazioni. Prendiamo un intero biennio: il 1912 e il 1913. Com’è noto, sono anni di animazione e di ripresa del movimento operaio, anni durante i quali ogni corrente o tendenza che aveva più o meno un carattere di massa (e in politica solo i movimenti di massa contano) non poteva non manifestarsi durante le elezioni per la IV Duma, nel movimento degli scioperi, nei giornali legali, nei sindacati, nella compagna per le assicurazioni sociali, ecc. Ebbene, durante questi due anni, non una, neppure una di queste cinque frazioni dell’emigrazione si è fatta notare in alcun modo, in una sola delle manifestazioni di massa del movimento operaio russo, di cui abbiamo parlato prima!

   E’ questo un fatto che può essere facilmente controllato da tutti. E tale fatto prova che avevamo ragione di qualificare Trotskij come il rappresentante dei “peggiori residui del frazionismo”.

   Pur essendo a parole estraneo alle frazioni, Trotskij – tutti quelli che conoscono un poco il movimento operaio russo lo sanno – è il rappresentante della “frazione di Trotskij”. In questo caso, si tratta veramente di frazionismo, perché ne constatiamo le due caratteristiche essenziali: 1) il riconoscimento verbale dell’unità e 2) il separatismo ideale del gruppo. Vi è qui davvero un residuo di frazionismo, perché non vi si può trovare nessun collegamento serio con il movimento operaio di massa in Russia.

Si tratta, infine, della peggior forma di frazionismo perché questo gruppo non ha alcun programma politico ed ideologico preciso. Ben definite sono, al contrario, le concezioni dei pravdisti (anche L. Martov, che è un nostro avversario aperto, ci riconosce “coesione e disciplina” nelle decisioni formali che riguardano tutte le questioni e sono conosciute da tutti) e quelle dei liquidatori (questi, almeno i più noti, hanno una fisionomia precisa: cioè è liberale e non marxista).

   Non si può negare che una parte delle frazioni che, come la frazione di Trotskij, se esistono realmente dal punto di vista di Vienna e di Parigi, non esistono affatto dal punto di vista russo, abbiamo una fisionomia abbastanza precisa. Così, per esempio, le teorie machiste del gruppo machista del “Vperiod” sono precise; così, i “menscevichi partitisti” respingono categoricamente e nettamente queste teorie e difendono il marxismo, condannando, anche in teoria, i liquidatori.

   Ma Trotskij non ha nessun programma politico e ideologico preciso, perché la patente di “non-frazionismo” significa solo (lo vedremo subito, più minuziosamente) che si ha la completa libertà disvolazzare da una frazione all’altre e viceversa.

   In conclusione:

1. Trotskij non spiega e non comprende il significato storico delle divergenze ideali tra le correnti e le frazioni del marxismo, banché queste divergenze riempiano vent’anni di storia della socialdemocrazia e riguardino le questioni essenziali delmomento attuale (come dimostreremo in seguito)

2. Trotskij non ha capito le caratteristiche fondamentali del frazionismo come riconoscimento verbale dell’unità e divisione reale;

  

3. sotto la bandiera del “non-frazionismo”, Trotskij difende una delle frazioni dell’emigrazione particolarmente povera di idee e priva di importanza nel movimento operaio di Russia.Non è tutt’oro quel che luce. Le frasi di Trotskij scintillano e suonano molto, ma sono vuote.

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2. Sulla scissione

   Ci si obietterà: “Se tra voi pravdisti non c’è frazionismo, cioè riconoscimento verbale dell’unità e divisione reale, c’è qualcosa di peggio: lo ‘scissionismò”. Così parla Trotskij che, non sapendo approfondire le sue idee e connettere le sue frasi, ora vocifera contro il frazionismo, ora grida: “La scissione fa, una dopo l’altra, delle conquiste che equivalgono a suicidi” (n. 1, p. 6).Quest’affermazione non può avere che un significato: “I pravdisti fanno una conquista dopo l’altra” (è un fatto obiettivo, che può essere controllato e che è stabilito dallo studio del movimento operaio di massa in Russia negli anni, per esempio, 1912 e 1913), ma io, Trotskij, condanno i pravdisti: (1) come scissionisti e (2) come fautori di una politica suicida.

   Vediamo che cosa vuol dire tutto ciò.

 Innanzi tutto ringraziamo Trotskij: non molto tempo addietro (dall’agosto 1912 al febbraio 1914) egli seguiva F. Dan, che, com’è noto, minacciava di “uccidere” la corrente antiliquidatrice e faceva appello agli altri perché lo aiutassero. Oggi Trotskij non minaccia di “uccidere” la nostra tendenza politica (e il nostro partito: non arrabbiatevi, cittadino Trotskij, perché è la verità!), ma profetizza, soltanto che essa si ucciderà da sé.E’ molto meno brutale, non è vero? E’ quasi “non frazionistico”, non è cosi.Ma non scherziamo oltre (per quanto lo scherzo sia il solo modo di rispondere cortesemente alle chiacchere insopportabili di Trotskij)“Suicidio” è puramente e semplicemente una frase, una frase vuota, è “trotskismo”.L’accusa di scissionismo è un’accusa politica seria. Questa accusa viene ripetuta in mille modi contro di noi sia dai liqudatori che dall’insieme dei gruppi succitati, i quali, dal punto di vista di Parigi e di Vienna, esistono incontestabilmente.

E tutti costoro ripetono quest’accusa politica seria con una leggerezza stupefacente. Guardate Trotskij. Ha riconosciuto che “la scissione fa [leggete: i pravdisti fanno], l’una dopo l’altra, delle conquiste che equivalgono a suicidi”. E aggiunge: “Numerosi operai d’avanguardia, del tutto disorientati politicamente, non di rado diventano anch’essi agenti attivi della scissione” (n. 1, p. 6).   Si può trattare la questione con leggerezza maggiore di quella racchiusa in queste parole?

   Voi ci accusate di scissionismo, mentre noi sul terreno del movimento operaio in Russia non vediamo altro che il liquidatorismo. Pensate dunque che il nostro atteggiamento verso il liquidatorismo è illogico sul piano teorico, dal punto di vista dei principii, Trotskij avrebbe dovuto dirlo francamente, avrebbe dovuto dichiararlo nettamente, indicando senza mezzi termini perché è illogico. Invece, ormai da molti anni, Trotskij elude questo essenziale.

   Se, praticamente, nell’esperienza del movimento, il nostro atteggiamento verso il liquidatorismo risulta falso, bisogna analizzare quest’esperienza. Trotskij non lo fa. “Numerosi operai d’avanguardia” – confessa – diventano agenti attivi della scissione” (leggete: agenti attivi della linea politica dei pravdisti, della loro tattica, del loro sistema, della loro organizzazione).

   Come spiegare allora il fatto, così spiacevole e, secondo l’opinione di Trotskij, confermato dall’esperienza, che degli operai d’avanguardia, e numerosi per giunta, sono per la Pravda?

  Con il “completo disorientamento politico” di questi operai, risponde Trotskij.Questa spiegazione e incontestabilmente molto lusinghiera per Trotskij, per tutte le cinque frazioni dell’emigrazione e per i liquidatori. Trotskij è molto propenso a spiegare i fenomeni storici in modo lusinghiero per sé, assumendo il tono di “un profondo competente” e servendosi di frasi pompose e sonore. Se “numerosi operai d’avanguardia” diventano “agenti attivi” di una linea politica che non concorda con quella di Trotskij, quest’ultimo risolve la questione nettamente e brutalmente, senza imbarazzo, dicendo: quegli operai d’avanguardia sono “del tutto disorientati politicamente”, mentre lui, Trotskij, è evidentemente assai ben ferrato in politica e segue una linea politica chiara e giusta! Poi, lo stesso Trotskij, battendosi il petto, lancia fulmini contro il frazionismo, contro lo spirito di gruppo, contro gli intellettuali che impongono la loro volontà agli operai!Quando si leggono affermazioni di questo genere, ci si domanda involontariamente se esse non provengano da un manicomio.

La questione del liquidatorismo e della sua condanna fu posta dal partito dinanzi agli “operai d’avanguardia” fin dal 1908; e la questione della scissione da un gruppo ben definito di liquidatori (e precisamente dal gruppo della Naša zarja), la questione cioè dell’impossibilità di organizzare il partito se non prescindendo da quel gruppo e contro di esso, fu posta nel gennaio del 1912, cioè più di due anni or sono. Gli operai coscienti si sono pronunciati nella loro stragrande maggioranza per l’appoggio alla “linea del gennaio” (1912). Lo stesso Trotskij riconosce questo fatto giacché parla di “conquiste” e di “numerosi operai d’avanguardia”. E Trotskij  si cava d’impaccio trattando quegli operai d’avanguardia da “scissionisti” e dicendo che sono “politicamente disorientati”!

Coloro che non hanno perduto la ragione trarranno una altra  conclusione da questi fatti. Là, dove la maggioranza degli operai coscienti si è raggruppata intorno a decisioni nette e precise, vi è unità di idee e d’azione, vi è spirito di partito, vi è un partito!

   Là, dove vediamo dei liquidatori “licenziati” dagli operai, o una mezza dozzina di gruppi dell’emigrazione, che, in due anni, non hanno mostrato in alcun modo il loro legame con il movimento operaio di massa in Russia, vi è disorientamento e scissionismo. Tentando oggi di persuadere gli operai a non eseguire le decisioni di quel “blocco” che i marxisti-pravdisti riconoscono, Trotskij tenta di disorganizzare il movimento e di provocare una scissione.Questi tentativi sono impotenti, ma bisogna smascherare i capi troppo presuntuosi dei gruppetti di intellettuali, che, pur fomentando la scissione, gridano al pericolo della scissione e, dopo essere stati completamente sconfitti per più di due anni tra “gli operai d’avanguardia”, si infischiano con impudenza incredibile delle decisioni e della volontà di questi operai d’avanguardia, dicendoli “politicamente disorientati”. Questi sono procedimenti del tutto degni di Nozdrëv e di Iuduška Golovlëv.[Nozdrëv, personaggio delle Anime morte di Gogol, ubriacone, mentitore e fanfarone. Per Golovlëv cfr. sopra la nota allo scritto di Lenin Rossore di vergogna di Iuduška Trotskij.]

  E, in omaggio al nostro dovere di pubblicisti, rispondiamo agli strilli reiterati sulla scissione, riproducendo, senza stancarci, dei dati precisi, irrefutabili e irrefutati. Alla II Duma, la curia operaia ha dato il 47% di deputati bolscevichi, alla III Duma il 50%, alla IV Duma il 67%Ecco dov’è la maggioranza degli “operai d’avanguardia”, ecco dov’è il partito, ecco dov’è l’unità di idee e d’azione della maggioranza degli operai coscienti.I liquidatori obiettano (si veda l’articolo di L.M., di Bulkin nel n. 3 Naša zarja) che noi troviamo argomenti nelle curie stolypiniane. Quest’obiezione è irragionevole e in malafede. I tedeschi misurano i loro successi dalle elezioni fatte secondo la legge elettorale di Bismarck, che priva le donne del diritto di voto. Solo dei pazzi potrebbero rimproverare i marxisti tedeschi, che misurano i loro successi in base al regime elettorale esistente, pur senza approvarne affatto le restrizioni reazionarie.

   Così, anche noi, senza difendere né le curie né il sistema delle curie, abbiamo valutato i nostri successi in base al regime elettorale esistente. Per tutte le tre Dume (II, III, IV) vi sono state le curie e all’interno di una sola e stessa curia operaia, all’interno della socialdemocrazia si è prodotto uno spostamento completo contro i liquidatori. Chi non vuole ingannare sé stesso e gli altri deve riconoscere il fatto obiettivo della vittoria dell’unità operaia contro i liquidatori.

   L’altra obiezione non è meno “intelligente”: “per questo o quel bolscevico hanno votato (o hanno preso parte alle elezioni) i menscevichi e i liquidatori”. Benissimo! Ma questo non è forse vero anche per il 53% dei deputati non boscevichi della II Duma, per il 50% della III Duma e per il 33% della IV Duma.Se invece dei dati sui deputati fosse stato possibile esaminare i dati sugli elettori o sui delegati operai, ecc., li avremmo esaminati volentieri. Ma questi dati particolareggiati non esistono, e per conseguenza coloro che muovono simili “obiezioni” non fanno che gettare polvere negli occhi.E i dati sui gruppi operai che hanno aiutato i giornali delle varie tendenze? In due anni (1912 e 1913) 2.801 gruppi si sono pronunciati per la Pravda e 750 per il Luc… [Da un calcolo preliminare risulta che, fino al 1o aprile   1914, 4.000 gruppi operai si sono schierati per la Pravda (dal 1o gennaio 1912) e 1.000 gruppi per i liquidatori e per tutti i loro alleati (n.d.a.).] Tutti possono controllare queste cifre, nessuno ha cercato di contestarle.

 Dov’è dunque l’unità d’azione e la volontà della maggioranza degli “operai coscienti” e dove la violazione della volontà della maggioranza? Il “non-frazionismo” di Trotskij è appunto scissionismo, in quanto è la più impudente violazione della volontà della maggioranza degli operai.

   3. Sulla disgregazione del  blocco d’agosto

Ma c’è ancora un mezzo, e un mezzo assai importante, per controllare la veridicità e l’esattezza delle accuse di scissionismo lanciate da Trotskij contro di noi.Ritenete che siano proprio i “leninisti” a far opera di scissione? Bene. Ammettiamo che abbiate ragione.Ma, se voi avete ragione, perché mai tutte le altre frazioni e gruppi non hanno dimostrato la possibilità dell’unità con i liquidatori senza i “leninisti” e contro gli “scissionisti”? Se noi siamo degli scissionisti, perché voi, unitari, non vi siete uniti fra voi e con i liquidatori?Avreste così dimostrato praticamente agli operai che l’unità è possibile e utile!

   Ricordiamo la cronologia.

  Nel gennaio 1912 i “leninisti” “scissionisti” dichiarano che essi sono il partito, senza e contro i liquidatori.

   Nel marzo 1912 tutti i gruppi e le “frazioni”: liquidatori, trotskisti, “vperiodisti”, “bolscevichi partitisti” e “menscevichi partitisti” si uniscono nei loro giornali russi e nelle colonne del giornale socialdemocratico tedesco Vorwärts contro questi scissionisti. Tutti insieme, con un accordo commovente e unanime, ci chiamano “usurpatori”, “mistificatori” e con altri appellativi non meno cortesi e teneri.

Benissimo, signori! Ma nulla era più facile che unirsi contro gli “usurpatori” e dare quindi agli “operai coscienti” un esempio di unità. Se gli operai coscienti avessero visto da una parte l’unità di tutti contro gli usurpatori, l’unità dei liquidatori e dei non liquidatori, e dall’altra parte gli “usurpatori”, gli “scissionisti”, ecc. isolati non avrebbero forse appoggiato i primi?Se le divergenze sono state soltanto  inventate o esagerate, ecc. dai “leninisti” e se in realtà l’unità è possibile tra liquidatori, plechanoviani, vperiodisti, trotskisti, ecc., perché in due anni non ne avete data la dimostrazione con il vostro esempio?

   Nell’agosto 1912 si riunisce la conferenza degli “unitari”. Comincia subito la divisione; i plechanoviani si rifiutano nettamente di prendervi parte, i “vperiodisti”, che avevano dapprima accettato, se ne vanno ben presto, protestando e svelando il carattere fittizio di tutto l’affare. Si “sono uniti” i liquidatori, i lettoni, i trotskisti (Trotskij e Semkovskij), i caucasiani, i sette. Si sono davvero uniti? Fin da allora abbiamo detto di no, abbiamo detto che si trattava soltanto di una copertura del liquidatorismo. Gli avvenimenti ci hanno forse smentiti?  Dopo un anno e mezzo, nel febbraio 1914, risulta.

1) che il gruppo dei sette si disgrega; Burjanov lo abbandona.

2) che nel nuovo gruppo dei sei Ccheidze e Tuljakov o qualche altro non possono accordarsi sulla risposta da dare a Plechanov. Essi dichiarano sui giornali che risponderanno, ma non possono rispondere;

3) che Trotskij, il quale di fatto ha abbandonato il Luc già da parecchi mesi, si dimette pubblicando la “sua” rivista Borba. Chiamando “non frazionistico” quest’organo di stampa, Trotskij ammette esplicitamente (esplicitamente per chi è un po’ al corrente della situazione) che la Naša zarja e il Luc sono secondo lui pubblicazioni “frazionistiche”, cioè di cattivi unitari.

Se voi siete unitario, caro Trotskij, se affermate che l’unità con i liquidatori è possibile, se restate con loro sulla posizione delle “idee fondamentali formulate nell’agosto 1912” (Borba, n. 1, p. 6, Nota della redazione), perché non vi siete unito voi stesso con i liquidatori della Naša zarja e nel LucQuando, molto tempo prima della pubblicazione della rivista di Trotskij, la Severnaja rabocaja gazeta pubblicò una nota maligna sulla fisionomia “non chiara” della rivista e sul fatto che“negli ambienti marxisti si era molto parlato” di essa, il Put pravdy (n. 37) dovette naturalmente denunciare la menzogna: “negli ambienti marxisti si è parlato” della nota segreta di Trotskij contro i fautori del Luc; la fisionomia di Trotskij e il suo distacco dal blocco di agosto sono divenuti assolutamente “chiari”.

4) An, il ben noto capo dei liquidatori caucasiani che aveva attaccato L. Sedov (e aveva perciò ricevuto pubblicamente una lavata di testa da F. Dan e soci), si presenta oggi nella Borba. “Non è chiaro” se oggi i caucasiani vogliono seguire Trotskij o Dan.

 5) I marxisti lettoni, che nel “blocco d’agosto” erano la sola organizzazione del tutto incontestabile, hanno abbandonato formalmente il blocco dichiarando (1914) nella risoluzione del loro ultimo congresso che “il tentativo dei conciliatori di unirsi ad ogni costo con i liquidatori (conferenza di agosto del 1912) si è rivelato inutile e gli stessi unificatori hanno finito per dipendere sul piano ideologico e politico dai liquidatori”.Ecco la dichiarazione, fatta dopo un anno e mezzo di esperienza, da un’organizzazione che rimane in una posizione di neutralità e che non vuol stringere legami con nessuno dei due centri. Questa decisione deve avere per Trotskij tanto più valore in quanto proviene da elementi neutrali.E mi pare che basti.

   Gli stessi che ci accusavano di fomentare la scissione, di non volere e di non saper attuare l’unità con i liquidatori, non sono riusciti a unirsi con loro. Il “blocco d’agosto” si è dimostrato fittizio e si è disgregato.Trotskij inganna i propri lettori nascondendo tale disgregazione.L’esperienza dei nostri avversari ha dimostrato che noi avevamo ragione e che era impossibile lavorare con i liquidatori.

  

4. I consigli di un conciliatore ai “sette”

 L’editoriale del n. 1 della Borba, intitolato La scissione del gruppo della Duma, contiene i consigli di un conciliatore ai sette deputati di tendenza liquidatrice (o che pencolano verso il liquidatorismo). Il nocciolo di questi consigli consiste nella frase seguente:  “Innanzi tutto fare appello ai sei ogni volta che si dovrà concludere un accordo con le altre frazioni…” (p. 29).

Ecco un consiglio ragionevole, che è, fra l’altro, evidentemente la causa delle divergenze fra Trotskij e i liquidatori del Luc. Fin dall’inizio della lotta tra i due gruppi alla Duma, dopo la risoluzione approvata dalla conferenza dell’estate 1913, i pravdisti si sono posti proprio su questo terreno. Anche dopo la scissione il gruppo parlamentare del Partito operaio socialdemocratico di Russia ha dichiarato più di una volta sulla stampa che continuava a restare su questa posizione, nonostante i ripetuti rifiuti dei “sette”.

Fin dall’inizio, fin dalla risoluzione della conferenza dell’estate 1913, abbiamo pensato e pensiamo che gli accordi concernenti il lavoro alla Duma siano desiderabili e possibili; se tali concordi sono stati conclusi più di una volta con i democratici contadini piccolo-borghesi (trudovikì), essi sono naturalmente, e a maggior ragione, possibili e necessari con i politici operai liberali, piccolo-borghesi.Non bisogna esagerare le divergenze, ma guardare la realtà in faccia. I “sette” pencolano verso i liquidatori; ieri hanno seguito completamente Dan, ma oggi, cambiando atteggiamento, volgono ansiosamente gli sguardi da Trotskij a Dan e viceversa. I liquidatori sono un gruppo di legalitari che hanno abbandonato il partito e conducono una politica operaia liberale. In quanto ripudiano l’”illegalità”, non si può parlare di unità con questo gruppo nelle questioni concernenti la struttura del partito e del movimento operaio. Chi la pensa diversamente sbaglia di grosso e non tiene conto dei profondi cambiamenti avvenuti dopo il 1908. 

Ma accordi su determinate questioni sono naturalmentecon questo gruppo che è fuori del partito o ai margini del partito. Noi dobbiamo sempre obbligare questo gruppo – come facciamo con i trudovikì – a scegliere tra la politica operaia (“pravdista”) e la politica liberale. Così, per esempio, durante la lotta per la libertà di stampa, tra i liquidatori si sono evidentemente manifestate delle esitazioni tra il modo liberale di porre la questione, che respingeva o dimenticava la stampa non soggetta a censura, e la politica opposta, la politica operaia.

   Nei limiti della politica parlamentare, in cui le questioni più gravi, le questioni extraparlamentari non sono poste direttamente, accordi con i sette deputati operai liberali sono possibili e desideraabili. Su questo punto Trotskij si è separato dai liquidatori ed è passato sulle posizioni della conferenza dell’estate del 1913.Non si deve tuttavia dimenticare che un gruppo senza partito intende per accordo qualcosa di diverso da ciò che intendono abitualmente i membri del partito. Per chi non è nel partito fare un “accordo” alla Duma significa “elaborare una risoluzione o una linea tattica”. Per i membri del partito l’accordo è il tentativo di persuadere gli altri ad applicare la linea politica del partito.

  I trudovikì, per esempio, non hanno un partito. Per accordo essi intendono l’”elaborazione” per così dire “libera” di una politica oggi coi cadetti, domani con i socialdemocratici. Ma noi non intendiamo affatto la stessa cosa quando parliamo di intesa con i trudovikì. Noi abbiamo alcune decisioni del partito su tutte le questioni tattiche importanti e non ci scosteremo mai da tali decisioni. Concludere un accordo con i trudovikì significa per noi attrarli dalla nostra parte, persuaderli che abbiamo raagione, persuaderli a non rifiutare delle azioni comuni contro i centoneri e i liberali.

Dal ragionamento che segue si può giudicare fino a   qual punto Trotskij abbia dimenticato (non per nulla bazzica con i liquidatori!) questa differenza elementare tra i punti di vista del partito e dei senza partito sugli accordi:   “E’ necessario che dei fiduciari dell’Internazionale convochino le due parti in cui è scissa la nostra rappresentanza parlamentare ed esaminino con esse i punti che le uniscono e quelli che le dividono… Si può elaborare una risoluzione tattica, particolareggiata, che determini le basi della tattica parlamentare…” (n. 1, pp. 29-30).Ecco un esempio caratteristico e assai tipico del modo in cui i liquidatori pongono la questione! La rivista di Trotskij dimentica il partito: e, infatti, perché ricordarsi di una simile inezia?

  

Quando in Europa (piace a Trotskij di parlare a sproposito di europeismo) diversi partiti concludono un accordo e si uniscono, procedono così: i loro rappresentanti si riuniscono e mettono in luce, innanzi tutto, le divergenze (proprio come l’Internazionale intendeva fare per la Russia; la sua risoluzione non contiene affatto l’affermazione irriflessiva di Kautsky che “il vecchio partito non c’è più”). Dopo aver chiarite le divergenze, i rappresentanti determinano quali decisioni (risoluzioni, condizioni, ecc.) relative alla tattica, all’organizzazione, ecc. devono essere presentate ai Congressi dei due partiti. Se ci si è accordati su un unico progetto di risoluzione, i congressi decidono se approvarlo o respingerlo; se le proposte sono differenti, su di esse si pronunciano i congressi dei due partiti.

Ai liquidatori e a Trotskij sono “simpatici” i modelli europei di opportunismo e niente affatto gli esempi di disciplina dei partiti europei.

“La risoluzione tattica particolareggiata” sarebbe elaborata dai deputati della Duma!! Gli “operai d’avanguardia” russi, di cui Trotskij è tanto insoddisfatto, e non senza ragione, possono vedere chiaramente, da questo esempio, fino a che punto i gruppetti di Parigi e di Vienna, i quali hanno persuaso Kautsky che in Russia “non c’è un più il partito”, spingono la loro mania ridicola di fare dei progetti. Ma, se talvolta sono riusciti a ingannare in proposito qualche straniero, gli “operai d’avanguardia” russi (a rischio di suscitare altra insoddisfazione nel terribile Trotskij) rideranno in faccia a questi progettisti.

     “Nel’ nostro partito – risponderanno – le risoluzioni tattiche particolareggiate sono elaborate dai congressi e dalle conferenze (non sappiamo in che modo sono elaborate da voi, senza partito), per esempio del 1907, 1908, 1910, 1912 e 1913. Faremo conoscere molto volentieri agli stranieri che le ignorano, e anche ai russi smemorati, le decisioni del nostro partito e ancora più volentieri pregheremo tutti i rappresentanti dei “sette” o del “blocco d’agosto” o dell’ala sinistra del Partito socialista polacco o di qualsiasi altra organizzazione di farci conoscere le risoluzioni dei loro congressi e conferenze, di porre nel loro prossimo congresso la precisa questione dell’atteggiamento da adottare verso le nostre risoluzioni o verso la risoluzione del congresso lettone neutrale del 1914, ecc. Ecco che cosa risponderanno gli “operai d’avanguardia” a tutti i progettisti, ecco che cosa hanno già risposto, per esempio, i marxisti organizzati di Pietroburgo, sulla stampa marxista.

   Trotskij si compiace di ignorare queste condizioni scritte, poste ai liquidatori?Tanto peggio per Trotskij. E’ nostro dovere prevenire i lettori mostrando quanto sia ridicola la mania di fabbricare progetti “di unificazione” (sul modello dell’”unificazione” d’agosto?) che non vogliono tener conto della volontà della maggioranza degli operai coscienti di Russia.

  

     5. Le idee liquidatrici di Trotskij

   Nella sua nuova rivista, Trotskij ha cercato di parlare il meno possibile dell’essenza delle proprie concezioni. Il Put pravdy (n. 37) ha già notato che Trotskij non ha detto neppure una parola né sul lavoro illegale né sulla parola d’ordine della lotta per un partito legale, ecc. Ecco, tra l’altro, perché diciamo di voler creare un’organizzazione isolata, senza avere nessun  programma ideologico né politico definito, è frazionismo della peggior specie.Ma, se Trotskij non ha voluto esporre francamente le proprie idee, numerosi brani della sua rivista svelano le idee che egli nasconde e propaga segretamente.

  Nel primo editoriale del primo numero leggiamo:“La socialdemocrazia, prima della rivoluzione, era in Russia un partito operaio solo per le sue idee e per i suoi scopi. In realtà, era un’organizzazione di intellettuali marxisti i quali trascinavano con sé la classe operaia che si ridestava…”.

   E’ questo il ritornello liberale e liquidatore, noto da molto tempo e che in realtà serve di preambolo all’abiura del partito. Questo ritornello si basa sulla deformazione dei fatti storici. Già gli scioperi del 1895-1896 avevano creato un movimento operaio di massa collegato alla socialdemocrazia tanto ideologicamente che organizzativamente. Ed è forse in quegli scioperi, in quell’agitazione economica e non economica che “gli intellettuali hanno trascinato con sé la classe operaia”!?

Ecco ancora dei dati precisi sui reati politici negli anni 1901-1903 in rapporto al periodo precedente.

     Occupazione dei militanti del movimento di liberazione (accusati di reati politici)

     Periodi

   A) 1884-1890

   B) 1901-1903

  

Agricoltura

   A)  7,1%

   B)  9,0%

   Industria e commercio

   A) 15,1%

   B) 46,1%

   Professioni liberali e studenti

   A) 53,3%

   B) 28,7%

   Di professione sconosciuta e senza professione

   A) 19,9%

   B)  8,0%

 Vediamo così che tra il 1880 e il 1890, quando non vi era ancora in Russia il partito socialdemocratico e il movimento era “populistico”, predominavano gli intellettuali: più della metà dei militanti erano infatti intellettuali. Nel 1901-1903, quando già esiste il partito socialdemocratico, quando la vecchia Iskra svolge la sua attività, il quadro cambia completamente. Gli intellettuali non sono più che una  minoranza tra i membri attivi del movimento; gli operai (“industria e commercio”) sono già molto più numerosi degli intellettuali e i contadini insieme formano più della metà del totale.

   Proprio nella lotta di tendenza in seno al marxismo si manifesta l’ala piccolo-borghese e intellettuale della socialdemocrazia, cominciando dall’”economismo” (1895-1903) e continuando con il “menscevismo” (1903-1908) e il “liquidatorismo” (1908-1914). Trotskij, temendo di sfiorare la storia della ventennale lotta di tendenze all’interno del partito, ripete, contro il partito stesso, le calunnie liquidatrici.

   Ecco un altro esempio:“La socialdemocrazia russa, nel suo atteggiamento verso il parlamentarismo, è passata per tre stadi… come negli altri paesi… Dapprima il ‘boicottaggio’… dopo il riconoscimento di principio della tattica parlamentare, ma… [un magnifico “ma”, lo stesso “ma” che Šcedrin ha tradotto con la frase: “le orecchie non crescono più in su della fronte, non crescono!…”] … con il solo scopo dell’agitazione… ed infine proclamando dalla tribuna parlamentare… le rivendicazioni attuali…” (n. 1, p. 34).

   Un’altra deformazione liquidatrice della storia. La distinzione tra il secondo e il terzo stadio è inventata per fare di soppiatto la difesa del riformismo e dell’opportunismo. Il boicottaggio, come stadio “dell’atteggiamento della socialdemocrazia verso il parlamentarismo” non è esistito, in Europa (dove c’era e c’è l’anarchismo) in Russia, dove il boicottaggio, per esempio della Duma di Bulygin, che mirava soltanto a colpire un istituto determinato, non si è mai riferito al “parlamentarismo” ed era provocato dalla lotta particolare del liberalismo e del marxismo per continuare l’assalto. Intorno alle ripercussioni di questa lotta sul conflitto tra le due tendenze del marxismo Trotskij non apre bocca!

 Nello studio della storia si devono spiegare le questioni concrete e le radici di classe delle varie tendenze. Chiunque vorrà studiare con metodo marxista la lotta delle classi e lalotta di tendenza provocata dalle elezioni per la Duma di Bulygin troverà che la politica liberale operaia era alla base della lotta stessa. Ma Trotskij “sfiora” la storia al fine di sfuggire alle questioni concrete e di inventare una giustificazione o una pseudogiustificazione per gli opportunisti contemporanei!

   “… Di fatto tutte le tendenze – scrive – applicano gli stessi metodi di lotta e di organizzazione”; “gli strilli sul pericolo liberale nel nostro movimento operaio sono semplicemente una caricatura grossolana e settaria della realtà” (n. 1)!   Ecco una difesa assai esplicita e iraconda dei liquidatori. Ma noi ci permetteremo di citare un solo piccolo fatto tra quelli più recenti. Trotskij non fa che dire frasi. Noi vorremmo invece che gli operai stessi riflettessero sul fatto seguente.

   Esso è riferito dalla Severnaja rabocaja gazeta del numero 26 (13) marzo:

      “Invece di sottolineare il compito preciso, concreto, che si pone alla classe operaia – far respingere alla Duma il progetto di legge [sulla stampa] – si presenta la formula confusa della lotta per le ‘parole d’ordine integrali’, si fa della réclame alla stampa illegale con il solo risultato di indebolire la lotta degli operai per la loro stampa legale”.

  Ecco una difesa chiara, netta e documentata della politica liquidatrice e una critica della politica pravdista. Ebbene, si troverà qualcuno che sappia leggere il quale dica che le due tendenze applicano in tale questione gli stessi metodi di lotta e di edificazione”? Si troverà qualcuno che sappia leggere il quale dica che i liquidatori non sostengono in questo caso una politica operaia liberale? Che il pericolo liberale nel movimento operaio è in questo caso inventato?

   Trotskij evita i fatti e le indicazioni concrete, proprio perché essi confutano implacabilmente tutte le sue esclamazioni iraconde e le sue frasi pompose. E’ certo molto facile assumere una posa maestosa ed esclamare: “Si tratta di una caricatura grossolana e settaria”. E non è difficile aggiungere qualche parola ancor più mordace, ancor più pomposa sull’”indipendenza dal frazionismo conservatore”.

  

    Ma questo non è ormai troppo banale? Quest’arma non è stata forse presa nell’arsenale dei tempi in cui Trotskij brillava davanti agli studenti di liceo?

  Gli “operai d’avanguardia”, di cui Trotskij è insoddisfatto, vorranno invece che si dica loro chiaramente e nettamente: approvate il “metodo di lotta e di edificazione” che è precisamente definito nel succitato apprezzamento di una campagna politica concreta? Sì o no? Se l’approvate, questa è una politica operaia liberale, un tradimento del marxismo e del partito, e in tal caso parlare di “pace” o di “unità” con una tale politica, con i gruppi che la difendono, significa ingannare sé stessi e gli altri.   No? E allora ditelo francamente. Le frasi non soddisfano più gli operai del nostro tempo; non li spaventano né li stupiscono.

  

A proposito, la linea politica sostenuta dai liquidatori nel brano succitato è stupida anche dal punto di vista liberale, perché l’approvazione della legge da parte della Duma dipende dagli “ottobristi”e dagli “zemtsy”,   [Zemtsy, fautori dello zemstvo, o sistema degli enti di amministrazione locale a cui potevano accedere solo gli elementi della nobiltà e della borghesia.]tipo Benningsen, che, nella commissione, hanno già scoperto il loro giuoco. I vecchi militanti del movimento marxista in Russia conoscono bene la figura di Trotskij, e per loro non vale la pena di parlarne. Ma la giovane generazione operaia non conosce questa figura, ed è necessario parlargliene, perché si tratta di una figura tipica per tutti i cinque gruppetti dell’emigrazione, che di fatto oscillano tra i liquidatori e il partito.

  Al tempo della vecchia Iskra (1901-1903), questi individui esitanti, che passavano dagli economisti agli iskristi, e viceversa, furono soprannominati “transfughi di Tušino” (si chiamavano così in Russia al tempo dei torbidi i guerrieri che passavano da un campo all’altro)Quando parliamo del liquidatorismo, ci riferiamo a una   corrente ideologica determinata, che si è formata nel corso di parecchi anni, che, nella storia ventennale del marxismo, ha messo le sue radici nel “menscevismo” e nell’”economismo” e che si è legata alla politica e all’ideologia di una classe determinata, la borghesia liberale.

   I “transfughi di Tušino” si dicono al disopra delle frazioni solamente perché “prendono in prestito” oggi le idee di una frazione, domani quelle di un’altra. Nel 1901-1903, Trotskij è un iskrista feroce, e Rjazanov ha detto di lui che al congresso del 1903 è stato il “randello di Lenin”. Alla fine del 1903, Trotskij diventa un feroce menscevico, cioè un transfuga passato dagli iskristi agli “economisti”; egli proclama che “tra la vecchia e la nuova Iskra vi è un abisso”. Nel 1904-1905 abbandona i menscevichi e assume una posizione incerta, ora collaborando con Martynov (un “economista”) ora proclamando l’assurdamente sinistra teoria della “rivoluzione permanente”. Nel 1906-1907 si avvicina ai bolscevichi e nella primavera del 1907 si proclama d’accordo con Rosa Luxemburg.

   Nel periodo della disgregazione, dopo lunghe esitazioni “non frazionistiche”, si volge di nuovo a destra e, nell’agosto 1912, partecipa al blocco con i liquidatori. Oggi li abbandona nuovamente, ma in sostanza ne ripete le ideuzze.

   Questi tipi sono caratteristici, come residui delle formazioni storiche di ieri, dei tempi in cui il movimento operaio di massa in Russia dormiva ancora, e ogni gruppetto poteva “liberamente” farsi passare per una corrente, gruppo o frazione, in una parola per una “potenza” che discute di unità con le altre.

     La giovane generazione operaia deve saper bene con chi ha a che fare, quando ascolta le pretese inverosimili di gente che si rifiuta assolutamente di tener conto sia delle risoluzioni del partito, le quali fin dal 1908 hanno fissato e definito l’atteggiamento da assumere verso il liquidatorismo, sia dell’esperienza del movimento operaio russo contemporaneo, che ha creato praticamente l’unità della maggioranza sulla base della completa accettazione di queste deliberazioni.

  

 

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Informazioni su paginerosse-drapporosso

...."L’ineguaglianza dello sviluppo economico e politico è una legge assoluta del capitalismo. Ne risulta che è possibile il trionfo del socialismo all’inizio in alcuni paesi o anche in un solo paese capitalistico, preso separatamente...." Lenin -Sulla parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa-Pubblicato sul Sozial-Demokrat, n. 44, 23 agosto 1915.
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