Michael Sayers e Albert E. Kahn -La grande congiura contro l’Urss- alcune capitoli e paragrafi mancanti all’edizione italiana


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La traduzione italiana del libro La grande cospirazione, pubblicata da Einaudi nel 1948 e mai più ristampata. L’edizione Einaudi è gravemente mutilata, e basta confrontare gli indici delle versione originale (disponibile qui) e di quella italiana per notarlo:

Edizione Einaudi
Prefazione
Libro primo: Rivoluzione e controrivoluzione.
Capitolo 1: Sorge il governo sovietico
I. Missione a Pietrogrado
II. Controrivoluzione
III. Rivoluzione
IV. Non riconosciuto
V. Diplomazia segreta

Capitolo 2 Contrappunto
I. Un agente britannico
II. Ora zero
III. La fine della missione

Capitolo 3 Il grande spione
I. Compare M. Massimo
II. Sidney Reailly
III. Delitto e denaro
IV. La cospirazione lettone
V. “Exit” Sidney Reilly

Capitolo 4 Avventura siberiana
I. “Aide-mémoire”
II. Intrighi a Vladivostok
III. Terrore in Oriente

Capitolo 5 Pace e guerra
I. Pace in Occidente
II. La Conferenza della pace

Capitolo 6 L’intervento
Libro secondo: Segreti del cordone sanitario.

Capitolo 7 La crociata bianca
I. Dopoguerra agitato
II. Un “gentleman” di Reval
III. Il piano Hoffmann
Capitolo 8 Singolare carriera di un terrorista
I. Ricompare Sidney Reilly
II. “Un affare come un altro!”
III. Il processo di Mosca, 1924
Capitolo 9 Alla frontiera finlandese
I. Antibolscevismo a Broadway
II. Fine di Sidney Reilly
Capitolo 10 Vigilia di guerra
Capitolo 11 Fine di un’era
Libro terzo: La “quinta colonna” della Russia.
Capitolo 12 La via del tradimento
I. Un ribelle fra i rivoluzionari
II. L’opposizione di sinistra
III. La via del tradimento
IV. La lotta per il potere
Capitolo 13 Genesi di una «quinta colonna»
I. L’isola d’Elba di Trotskij
II. Appuntamento a Berlino
III. I tre strati
Capitolo 14 Tradimento e terrore
I. La diplomazia del tradimento
II. La diplomazia del terrore
Capitolo 15 Assassinio nel Cremlino
I. Jagoda
II. L’assassinio di Medzhinskij
III. Assassinio con garanzia
IV “Necessità storica” MANCANTE nel edizione italiana

Capitolo 16 Giorni decisivi
I. Guerra ad occidente
II. Una lettera di Trotskij
III. Il volo a Oslo
IV. Ora zero
Capitolo 17 La fine della storia
I. Tukhachevskij
II. Il processo del centro parallelo trotskista
III. Azione in maggio
IV. Finale
Capitolo 18 Assassinio nel Messico
Libro quarto: La seconda guerra mondiale e il dopoguerra.
Capitolo 19 La seconda guerra mondiale
I. Monaco
II. Seconda guerra mondiale

Capitolo 20 Anti-Comintern americano
I. L’eredità delle centurie nere
II. “Salvare l’America dal comunismo”
III: Aquila solitaria

Capitolo 21 Pace o guerra?
I. La nuova crociata
II. La politica “dell’inasprimento”
III. La dottrina Truman
IV. Dove va l’America?

Edizione originale
Prefazione
Book One: Revolution and Couterrevolution
Capitolo 1: The Rise of the Soviet Power
I. Mission to Petrograd
II. Counterrevolution
III. Revolution
IV. Non-recognition
V. Secret Diplomacy
Capitolo 2: Point Counter Point
I. British Agent
II. Zero Hour
III. Mission’s End
Capitolo 3: Master Spy
I. Enter M. Massimo
II. Sidney Really
III. Money and Murder
IV. The Lettish Plot
V. Exit Sidney Really
Capitolo 4: Siberian Adventure
I. Aide Mémoire
II. Intrigue at Vladivostok
III. Terror in the East
Capitolo 5: Peace and War
I. Peace in the West
II. At the Peace Conference
III. Golovin’s Mission
Capitolo 6: The War of Intervention
I. Prelude
II. Northern Campaign
III. Northwestern Campaign
IV. Southern Campaign
V. Eastern Campaign
VI. The Poles and Wrangel
VII. The Last Survivor

Capitolo 7: An Accounting
Book Two: The Secrets of the Cordon Sanitaire
Capitolo 8: The White Crusade
I. The Ferment of the Aftermath
II. White Russia Exodus
III. A Gentleman from Réval
IV. The Hoffmann Plan
Capitolo 9: The Strange Career of a Terrorist
I. The Return of Sidney Reilly
II. “A Business Like Any Other!”
III. Sunday at Chequers
IV. Moscow Trial, 1924
Capitolo 10: To the Finnish Frontier
I. Anti-Bolshevism on Broadway
II. Agent B1
III. Black Hundreds at Detroit

IV. The Last of Sidney Reilly
Capitolo 11: Ouverture with War Drums
Capitolo 12: Millionaires and Saboteurs
I. A Meeting in Paris
II. Plan of Attack
III. A Glimpse Behind the Scenes
IV. World’s End
Capitolo 13: Three Trials
I. The Trial of the Industrial Party
II. The Trial of the Mensheviks
III. The Trial of the Vickers Engineers

Capitolo 14: Death of an Era
Book Three: Russia’s Fifth Column
Capitolo 15: The Path to Treason
I. Rebel among Revolutionaries
II. The Left Opposition
III. The Path to Teason
IV. The Struggle for Power
V. Alma Ata
Capitolo 16: Genesis of a a Fifth Column
I. Trotsky at Elba
II. Rendezvous in Berlin
III. The Three Layers
Capitolo 17: Treason and Terror
I. The Diplomacy of Treason
II. The Diplomacy of Terror
Capitolo 18: Murder in the Kremlin
I. Yagoda
II. The Murder of Menzhinsky
III. Murder with a Guarantee

IV. “Historical Necessity”
http://scintillarossa.forumcommunity.net/?t=51967073 gia’ in italiano

Capitolo 19: Days of Decision
I. The War Comes West
II. A Letter from Trotsky
III. A Flight to Oslo
IV. Zero Hour
Capitolo 20: The End of the Trial
I. Tukhachevsky
II. The Trial of the Trotskyite Parallel Center
III. Action in May
IV. Finale

Capitolo 21: Murder in Mexico
Book Four: From Munich to San Francisco

Capitolo 22: The Second World War
I. Munich
II. World War II

Capitolo 23: American Anti-Comintern
I. Heritage of the Black Hundreds
II. “Saving America from Communism”
III. Paul Scheffer: A Case History
IV. The Dies Committee

V. Lone Eagle
Capitolo 24: The Case of the Sixteen
Capitolo 25: United Nations
Bibliographical Notes

L’edizione italiana è monca di circa una quarantina di pagine (le ho segnate in rosso): mancano soprattutto le parti dedicate al tentativo di invasione della Russia da parte delle potenze europee, con l’accordo anglo-francese per spartirsi tutta la parte “europea” (capp. 6-7), manca qualcosa sul trattato di Brest-Litovsk e sul ruolo di Trockij nelle trattative, l’esodo dalla Russia bianca, e soprattutto mancano due interi capitoli (12 e 13) sui primi sabotaggi e i primi processi (tra i quali quello contro i menscevichi), su Yagoda. Manca un bel po’sul ruolo della Polonia nel dopoguerra, sull’anticomunismo imperante negli Stati Uniti (il caso esemplare di Paul Scheffer, la commissione Dies), eccetera. Talvolta sono stati eliminati paragrafi o interi capitoli, altre volte solo poche righe (o, più spesso, note a pié di pagina).La cosa curiosa è che ci sono anche delle aggiunte (le ho segnate in blu). Gran parte dell’ultimo capitolo, “Pace o guerra”, è assente nella versione inglese: la parte si riferisce a fatti storici accaduti tra il ’47 e il ‘ 48 (c’è anche un accenno alla guerra civile in Grecia), mentre l’edizione americana è del ’46. Non ho notizie di una seconda edizione riveduta e ampliata, quindi mi sembra più probabile che sia un’aggiunta scritta appositamente dagli autori per le edizioni europee

[I numeri dei capitoli si riferiscono all’edizione originale; nell’edizione italiana Einaudi la numerazione è sballata perché alcuni capitoli sono stati accorpati o interamente soppressi.]

Capitolo 5: Pace e guerra

III. La missione di Golovin

Con Churchill riconosciuto comandante in capo, anche se non ufficialmente, delle armate alleate antisovietiche, la scena si spostò a Londra dove, durante quella primavera e quell’estate, vi fu un andirivieni di emissari speciali dei russi bianchi agli uffici del governo inglese a Whitehall. Venivano come rappresentanti dell’ammiraglio Kolčak, del generale Deníkin, e di altri capi russi bianchi per dare i ritocchi finali per un colpo decisivo contro i sovieti. I loro segretissimi negoziati furono trattati in gran parte con Winston Churchill e con Sir Samuel Hoare. Churchill, come ministro della Guerra, s’impegnò a equipaggiare le armate bianche col materiale dei rifornimenti bellici inglesi. Hoare sovrintese a questi complicati intrighi diplomatici.

Tra i rappresentati dei russi bianchi c’erano dei “democratici” come il famoso terrorista socialista-rivoluzionario Boris Savinkov, il principe L’vov e Sergej Sazonov, ex ministro degli esteri zarista, che operava come rappresentante di Denikin e Kolčak a Parigi. Il 27 maggio 1919 il London Times informò:

“La notte scorsa signor Sazonov ha incontrato un certo numero di membri del Parlamento alla Camera dei Rappresentanti. Sir Samuel Hoare ha fatto funzione di Presidente. […] Il signor Sazonov ha detto di ritenere probabile un prossimo rovesciamento del regime bolscevico, e ha detto che il riconoscimento del governo dell’ammiraglio Kolčak potrebbe fare molto per avvicinare questo evento. Ha espresso la profonda gratitudine dei russi non solo per il supporto materiale che è stato fornito loro dalla Gran Bretagna, ma anche per il contributo della marina britannica nel salvataggio di numerosi rifugiati.”

Il “Rappresentante Ufficiale delle Armate dei Russi Bianchi” al Ministero della Guerra britannico era era il generale Golovin. Era arrivato all’inizio di quella primavera con una nota personale di presentazione per Winston Churchill. Subito dopo aver raggiunto Londra, Golovin conferì con Sir Samuel Hoare. Tra gli argomenti discussi ci fu la questione del Caucaso, e in particolare i grandi giacimenti di petrolio di Groznyj e Baku.

Il 5 maggio, accompagnato da Hoare, Golovin fece la sua prima visita al Ministero della Guerra. Dietro consiglio di Hoare, l’ufficiale russo si presentò in uniforme di servizio. Fu ricevuto con grande cordialità dagli ufficiali britannici, che lo ascoltarono attenti mentre descriveva i progressi delle varie campagne dei russi bianchi.

Quello stesso giorno, alle cinque del pomeriggio, Golovin vide Churchill. Il Ministro della Guerra parlò con tono furibondo dell’opposizione dei liberali britannici e della classe lavoratrice agli aiuti militari per armate bianche anti-sovietiche. Churchill confidò di sperare, nonostante queste opposizioni, nell’invio di altri 10.000 “volontari” per la campagna nel Nord. Sapeva che i rinforzi erano fortemente necessari in quell’area a causa della forte demoralizzazione che si era diffusa tra le truppe britanniche e americane.

Churchill sottolineò anche la sua intenzione di supportare il più possibile il generale Denikin. A qualunque costo, Denikin poteva aspettarsi 2.500 “volontari” che avrebbero servito da istruttori militari e consulenti tecnici. Per un immediato aiuto materiale, Churchill disse a Golovin che 24.000.000 di sterline (circa 100.000.000 di dollari) sarebbero stati distribuiti nei vari fronti anti-sovietici, e che ci sarebbero stati equipaggiamenti e armi adeguate per permettere ai 100.000 membri delle truppe di Judenič di marciare su Pietrogrado. Si sarebbero trovati accordi perché i 500 ufficiali zaristi prigionieri di guerra in Germania fossero trasferiti ad Archangel a spese britanniche…

“I risultati del colloquio sono andati ben oltre le mie aspettative,” dichiarò Golovin nel rapporto che inviò ai suoi superiori appena tornato in Russia. “Churchill non è solo un simpatizzante ma un amico energico e attivo. Ci è stato assicurato il massimo aiuto. Ora dobbiamo mostrare agli inglesi di essere pronti a trasformare le parole in azioni”[5].

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[5] – Questo rapporto, in seguito ritrovato dall’Armata Rossa negli archivi segreti del governo bianco di Murmansk, fu pubblicato dal Daily Herald a Londra poco tempo dopo, causando un considerevole imbarazzo nei circoli anti-sovietici inglesi.

Capitolo 2: Punto contro punto

I.

Un agente britannico

[Questo capitolo è stato tradotto senza tagli nell’edizione del 1948, ma sono state omesse le note a piè di pagina. Quasi tutte sono precisazioni inutili, ma ce n’è almeno una decisamente interessante. Nel corpo si dice che: “Trockij era stato inviato a Brest-Litovsk da Lenin col preciso incarico di firmare la pace. Invece di seguire le istruzioni ricevute, Trockij, in una serie di appelli incendiari, incitava il proletariato europeo a sollevarsi e a rovesciare i rispettivi governi. Per nessuna ragione – egli dichiarava – il governo sovietico avrebbe concluso la pace con i regimi capitalisti. «Né pace né guerra!»; gridava Trockij. Diceva ai tedeschi che l’esercito russo non era più in grado di combattere, che avrebbe continuato la smobilitazione, ma che non avrebbe concluso la pace.

Lenin bollò il comportamento e le proposte di Trockij a Brest-Litovsk – «cessazione della guerra, rifiuto di firmare la pace, smobilitazione dell’esercito» – come «pazzia, se non peggio».Il Foreign Office, come Lockhart rivelò poi nelle sue memorie intitolate British Agent (Agente britannico), si interessò enormemente a questi ‘dissensi tra Lenin e Trockij, dissensi da cui il nostro governo spera di ottener molto’.” C’è poi la nota]:

[1] – Come “rivoluzionario mondiale”, a Brest-Litovsk Trockij obiettò al proposito di firmare un armistizio con la Germania, pur ammettendo che l’esercito russo non era più in grado di combattere, sostenendo che una pace del genere avrebbe significato il tradimento della rivoluzione mondiale. Per questo motivo Trockij rifiutò di seguire le indicazione di Lenin sulla pace. In seguito Trockij dichiarò di aver agito sulla base di un giudizio erroneo. A una conferenza del Partito Bolscevico, il 3 agosto 1918, dopo che la Germania aveva attaccato la Russia sovietica, arrivando quasi ad assediare Pietrogrado e ad abbattere il regime sovietico, Trockij dichiarò: “Considero un mio dovere dire, in questa autorevole assemblea, che nell’ora in cui molti di noi, compreso me stesso, eravamo in dubbio se fosse ammissibile per noi firmare la pace di Brest-Litovsk, solo il compagno Lenin ha ribadito testardamente, con straordinaria preveggenza e contro ogni opposizione, che dovevamo andare avanti. […] E ora dobbiamo ammettere che ci sbagliavamo”.

Il comportamento di Trockij a Brest-Litovsk non fu un evento isolato. Mentre Trockij dibatteva a Brest-Litovsk, il suo luogotenente principale a Mosca, Nikolaj Krestinskij, attaccò pubblicamente Lenin e parlò di scatenane una “guerra rivoluzionaria contro l’imperialismo tedesco, la borghesia russa e parte del proletariato guidato da Lenin”. Il compagno di Trockij in questo movimento di opposizione, Bucharin, supportò una risoluzione che fu approvata a un congresso speciale del cosiddetto “Gruppo Comunista di Sinistra” a Mosca e che dichiarava: “nell’interesse della rivoluzione internazionale, consideriamo opportuno acconsentire alla perdita del potere sovietico, che ora è diventato puramente formale”. Nel 1923 Bucharin rivelò che durante la crisi di Brest-Litovsk fu realmente preparato tra gli oppositori un piano segreto per dividere il Partito Bolscevico, rovesciare Lenin e instaurare un nuovo governo sovietico.

Capitolo 6: L’intervento

[Il sesto capitolo è sopravvissuto solo a brevi tratti nell’edizione italiana. E’ stato mantenuto per intero solo il primo paragrafo, Prelude, privo soltanto del titolo e di una nota terminologica. Il secondo paragrafo, Northern Campaign, è stato ridotto al capoverso finale, che riporta una breve dichiarazione del senatore americano Borah. Tutta la seconda metà della versione italiana (da “I due anni e mezzo di intervento sanguinoso” in poi) era in realtà il breve settimo capitolo, accorpato dalla Einaudi con i resti del sesto. I paragrafi originari da 6.III a 6.VII (con le descrizioni dell’evoluzione della guerra civile nelle varie zone russe) sono quindi assenti.]

I. Preludio

[E’ la parte che va da “Nell’estate del 1919, senza dichiarazione di guerra” a “in un mare antisovietico”. La nota a pié di pagina rimossa era inserita dopo la frase “A fianco degli invasori antisovietici combattevano gli eserciti bianchi controrivoluzionari”.]

[1] – I “bianchi”, chiamati così per la loro opposizione ai rivoluzionari il cui simbolo era la bandiera rossa, includevano, secondo l’autorevole racconto della loro lotta fatto da George Stewart in The White Armies in Russia, tutti coloro per i quali “lo zarismo rappresentava la sicurezza del proprio status sociale, il proprio modo di vivere, l’onore, la Sacra Russia, un ordine sociale basato sul privilegio e la forza, piacevole in questo senso per i fortunati, confortevole per i gruppi parassitari che fondavano la propria esistenza al suo servizio, un sistema antico che fu stabilito nei lunghi secoli in cui la Russia si era formata”. Il termine “russi bianchi” è usato in questo libro per descrivere coloro che combatterono per mantenere o restaurare in Russia l’antico ordine. Non deve essere confuso con il nome dato agli abitanti della Repubblica Socialista Sovietica di Bielorussia, che sono chiamati anche “russi bianchi” a causa del loro costume tradizionale: un grembiule bianco, scarpe di stuoia di tiglio con gambali bianchi, e un semplice manto bianco.

II. La campagna del nord

All’inizio dell’estate del 1918 agenti speciali del Servizio Segreto Britannico arrivarono ad Arcangel’sk. La loro missione era di preparare un’insurrezione armata contro l’amministrazione del soviet locale in quel punto così fortemente strategico. Lavorando sotto la supervisione del capitano George Ermolaevič Chaplin, un ex ufficiale zarista a cui era stata affidata una commissione nell’esercito britannico, e supportati da dei cospiratori controrivoluzionari bianchi, gli agenti dell’intelligence britannica fecero i preparativi necessari per la ribellione.

La rivolta scoppiò il 2 agosto. Il giorno seguente il maggiore Frederick C. Poole, comandante in capo delle forze britanniche nel nord della Russia, occupò Arkangel’sk con le forze di terra supportate da armate britanniche e francesi. Contemporaneamente, truppe serbe e russe “bianche” guidate guidate dal colonnello Thornhill del servizio segreto britannico iniziarono una marcia da Onega per tagliare per tagliare la linea Arcangel’sk-Vologda e attaccare da dietro le truppe bolsceviche in ritirata.

Una volta rovesciato il soviet di Arcangel’sk, il generale Poole istituì un governo fantoccio chiamato “Amministrazione Suprema della Russia del Nord” e guidato da un anziano politico, Nicolaj Čakovskij.

Presto, comunque, anche quel governo antisovietico sembrò troppo liberale per adattarsi al gusto del generale Poole e dei suoi alleati zaristi, che decisero di fare a meno della formalità di un governo e instaurarono una dittatura militare.

Entro il 6 settembre Poole e i suoi alleati “bianchi” avevano realizzato il loro piano. Quel giorno l’ambasciatore David R. Francis, in visita ad Arkangel’sk, fu invitato a passare in rista un battaglione di truppe americane. Mentre l’ultima fila di truppe marciava, il generale Poole si rivolse all’ambasciatore americano e fece notare come per caso che “qui ieri c’era una rivoluzione”.

– Che diavolo dice? – esclamò l’ambasciatore Francis. – Chi l’ha guidata?

– Chaplin, – rispose Poole indicando l’ufficiale zarista che aveva guidato il colpo di stato contro il soviet di Arkangel’sk.Francis fece segno a Poole di avvicinarsi.

– Poole, chi ha guidato la rivoluzione la notte scorsa?

– Io, – rispose Poole laconicamente.

Il colpo di stato era avvenuto la notte precedente. Il capitano Chaplin e alcuni ufficiali britannici, in piena notte, avevano rapito il presidente Čakovskij e alcuni membri dell’Amministrazione Suprema e li avevano portati via in barca, nel monastero solitario su un’isola vicina. Là il capitano Chaplin aveva lasciato i politici russi sotto il controllo di guardie armate.

Una misura così estrema era troppo rozza anche per l’ambasciatore Francis, che inoltre era rimasto completamente all’oscuro dell’operazione. Francis disse al generale Poole che il governo americano non avrebbe supportato un colpo di stato.

Nell’arco di ventiquattro ore il governo fantoccio fu riportato ad Arkangel’sk e la sua “Amministrazione Suprema” fu ristabilita. Francis comunicò per telegramma al Dipartimento di Stato Americano che in seguito ai loro sforzi la democrazia era stata ripristinata.

All’inizio del 1919 le forze britanniche ad Arkangel’sk e Murmansk raggiunsero le 18.400 unità. Combattevano fianco a fianco con loro 5.100 americani, 1.800 francesi, 1.200 italiani, 1.000 serbi e circa 20.000 russi bianchi.

Descrivendo Arkangel’sk in quel periodo, il capitano delle Forze di Spedizione Americane John Cudahy[2] scrisse nel suo libro, Archangel: The American War Against Russia, che “erano tutti ufficiali”. C’erano, racconta Cudahy, innumerevoli ufficiali zaristi “appesantiti dalle loro medaglie poderose e luccicanti”; ufficiali cosacchi con alti cappelli grigi, tuniche fastose e sciabole tintinnanti; ufficiali inglesi da Eton e Harrow; soldati francesi con magnifici cappelli a punta e stivali scintillanti, ufficiali serbi, italiani e francesi…”

“E, ovviamente,” notò Cudahy, “c’era un gran numero di attendenti per lustrare gli stivali, brunire gli speroni e tenere tutto bene in ordine, e altri attendenti che si occupavano delle nomine al club degli ufficiali e servivano il whisky con soda”.

Lo stile di vita sofisticato di questi ufficiali contrastava violentemente con il modo in cui combattevano.

“Abbiamo usato le bombe a gas sui bolscevichi,” scrisse Ralph Albertson, ufficiale del Y.M.C.A. Che si trovava in Russia nel 1919, nel suo libro Fighting Without a War. “Quando evacuammo il villaggio, sistemammo tutte le trappole esplosive che vi venivano in mente. Una volta sparammo a più di trenta prigionieri. […] E quando catturammo il Commissario di Borok, un sergente mi ha detto di aver lasciato il suo corpo sulla strada, nudo, con sedici colpi di baionetta addosso. Prendemmo Borok di sorpresa, e il Commissario, un civile, non ebbe il tempo di armarsi. […] Sentii un ufficiale dire ripetutamente ai suoi di non fare prigionieri, di ucciderli tutti anche se fossero disarmati. […] Li vidi sparare a sangue freddo a un prigioniero bolscevico disarmato, che non stava dando nessun problema. Notte dopo notte le squadre d’assalto facevano la loro infornata di vittime”.

I soldati alleati di basso rango non capivano la campagna antisovietica. Si chiedevano perché stessero ancora combattendo in Russia se la guerra era finita. Fu difficile per i comandi alleati dare delle risposte. “All’inizio non fu ritenuto necessario,” annotò Cudahy. “Poi il Comando Supremo si ricordò dell’importanza del morale […] e diffuse delle dichiarazioni che confusero i soldati più di un lungo periodo di silenzio”.

Uno dei proclami del Comando Generale Britannico nella Russia del nord, che fu letto alle truppe americane, iniziava con queste parole:

“Sembra esserci fra le truppe un’idea molto indistinta del motivo per cui stiamo combattendo nella Russia settentrionale. Può essere spiegato in poche parole. Siamo qui contro i bolscevichi, che sono anarchia pura e semplice. Guardate alla Russia in questo momento. Il potere è nelle mani di pochi uomini, quasi tutti ebrei.”( Ndrda qui sembra sia nata la tiritera del complotto ebraico plutocratico ,bolscevico massonico caro ai neofascisti e complottisti di ogni estrazione)

Il morale delle truppe si logorava sempre più. Violente discussioni tra i britannici, i francesi e i russi bianchi si fecero sempre più frequenti. Iniziarono gli ammutinamenti. Quando il 339° reggimento di fanteria americano si rifiutò di obbedire agli ordini, il colonnello Stewart al comando radunò i suoi uomini e lesse loro gli articoli del codice penale militare che punivano con la morte l’ammutinamento. Dopo un momento di impressionante silenzio, il colonnello chiese se ci fossero domande. Si alzò una voce tra i ranghi:

– Signore, perché siamo qui, e quali sono le intenzioni del governo degli Stati Uniti? Il colonnello non seppe rispondere alla domanda. Il capo di stato maggiore britannico, Sir Henry Wilson, scrisse nel libro blu ufficiale questo rapporto sulla situazione nella Russia del nord durante l’estate del 1919:

“Il 7 luglio un violento ammutinamento è scoppiato nella 3^ compagnia del 1° [battaglione] della legione slavo-britannica e della compagnia corazzata del 4° reggimento fucilieri del nord, che stavano in riserva sulla riva destra della Dvina. Tre ufficiali britannici e quattro russi sono stati uccisi, e due ufficiali britannici e due russi feriti. Il 22 luglio abbiamo ricevuto notizia che il reggimento russo nel distretto di Onega si è ammutinato e ha ceduto l’intero fronte di Onega ai bolscevichi.”

Negli Stati Uniti cresceva la richiesta che i soldati americani fossero ritirati dalla Russia. L’incessante macchina di propaganda contro i bolscevichi non riuscì a silenziare le voci di mogli e genitori che non riuscivano a capire perché, a guerra finita, i loro mariti e figli fossero ancora impegnati in una solitaria, inconcludente e misteriosa campagna nella Siberia selvaggia e nel gelo di Murmansk e Arcangel’sk. Per tutta l’estate e l’autunno del 1919, delegazioni provenienti da ogni parte degli Stati Uniti arrivarono a Washington per incontrare i membri della Camera dei deputati e chiedere che i soldati americani in Russia fossero riportati a casa. La loro richiesta trovò eco al Congresso.

Il 5 settembre 1919, il senatore americano Borah si alzò a parlare […]

[2] – Nel 1937 l’anziano John Cudahy, membro di una ricca famiglia di venditori di carne di Chicago, fu nominato ambasciatore americano nella Repubblica d’Irlanda e più tardi ambasciatore in Belgio. Nemico esplicito della Russia sovietica, divenne in seguito un membro di primo piano della Prima Commissione Americana isolazionista, che tra il 1940 e il 1941 si oppose alla legge “affitti e prestiti” che offriva aiuti ai paesi che combattevano le forze dell’Asse.

III.La campagna del nord-ovest

L’armistizio del novembre 1918 tra gli Alleati e gli Imperi Centrali conteneva nell’articolo 12 una clausola poco pubblicizzata che stabiliva che le truppe tedesche sarebbero rimaste stanziate nei territori russi in cui si trovavano fino a quando gli Alleati lo avrebbero ritenuto opportuno. Fu compreso subito che quelle truppe sarebbero state impiegate contro i bolscevichi. Nelle province baltiche, comunque, le armate del kaiser si disintegrarono rapidamente. Esausti per la guerra e sull’orlo dell’ammutinamento, i soldati tedeschi disertarono in massa.

Di fronte a un movimento bolscevico in rapida crescita in Estonia, Lettonia e Lituania, il Comando Supremo Britannico decise di concentrare il suo supporto verso le bande di guardie bianche che operavano nell’area baltica.

L’uomo scelto per guidare quelle bande e stringere in una sola unità militare fu il generale conte Rüdiger von der Goltz del Comando Supremo Tedesco. Il generale von der Goltz aveva guidato i corpi di spedizione tedeschi contro la Repubblica Finlandese nella primavera del 1918, dopo che la repubblica aveva dichiarato la propria indipendenza in seguito alla Rivoluzione russa. Von der Goltz era stato destinato alla campagna finlandese su esplicita richiesta del barone Karl Gustav von Mannerheim, un aristocratico svedese ed ex ufficiale della cavalleria imperiale zarista, che guidava le forze bianche in Finlandia[3].

Nel ruolo di comandante delle armate bianche nel Baltico, von der Goltz lanciò una campagna di terrore per sradicare il movimento sovietico in Lettonia e Lituania. Le sue truppe depredarono vaste aree e praticarono esecuzioni di massa di civili. Lettoni e lituani erano troppo poco equipaggiati e organizzati per resistere a quell’attacco selvaggio. In breve tempo von der Goltz fu di fatto dittatore dei due paesi.

L’American Relief Administration, sotto la direzione di Herbert Hoover, mise ampi rifornimenti di cibo a disposizione delle regioni occupate dall’esercito del generale tedesco von der Goltz.

Gli Alleati si trovarono presto di fronte a un dilemma. Con il loro aiuto von der Goltz dominava l’area del Baltico, ma era ancora un generale tedesco e di conseguenza c’era il rischio che, attraverso la sua influenza, la Germania potesse ottenere il controllo degli stati baltici.

Nel giugno 1919 i britannici decisero di sostituire von der Goltz con un generale sotto il loro controllo.

Un amico di Sidney Reilly, il generale ex zarista cinquantottenne Nicholas Judenič, fu nominato comandante in capo delle forze bianche riorganizzate. I britannici accettarono di fornirgli l’equipaggiamento militare necessario per marciare su Pietrogrado. La prima spedizione di merci concessa comprendeva l’equipaggiamento completo per 10.000 uomini, 15 milioni di cartucce, 3.000 fucili automatici e numerosi carri armati e aeroplani[4].

Alcuni rappresentanti dell’American Relief Administration promisero di fornire cibo alle zone occupate dalle truppe di Judenič. Il maggiore R.R. Powers, capo della sezione estone della missione baltica dell’ARA, guidò un’attenta indagine per stimare la quantità di cibo necessaria a garantire l’assedio di Pietrogrado da parte delle armate bianche di Judenič. Navi cariche delle merci fornite dall’ARA da distribuire nei territori occupati da Judenič cominciarono ad attraccare a Reval.

Sotto il comando di Judenič una violenta offensiva fu lanciata contro Pietrogrado. Nella terza settimana dell’ottobre 1919 la cavalleria di Judenič era arrivata ai sobborghi della città. I governi alleati erano convinti che la caduta di Pietrogrado era solo una questione di giorni, forse ore. Le prime pagine del New York Times descrivevano la vittoria come già compiuta:

18 ottobre Forze anti-rosse ora a Pietrogrado Si dice a Stoccolma

20 ottobre Caduta di Pietrogrado, se ne riparla

Tagliata la linea per Mosca

21 ottobre Forze anti-rosse vicino a Pietrogrado Notizie sulla caduta della città attese a ore a Londra

Ma alle porte di Pietrogrado Judenič fu fermato. Radunando tutte le sue forze, la città rivoluzionaria rispose al colpo. Le forze di Judenič vacillarono di fronte a quell’impetuoso assalto. Il 29 febbraio 1920 il New York Times scrisse: “Judenič lascia l’esercito. Parte per Parigi con la sua fortuna da 100 milioni di marchi”.

In fuga verso sud dall’Estonia, in una macchina che batteva bandiera britannica, Judenič lasciò dietro di sé il totale sfacelo del suo esercito un tempo altezzoso. Gruppi sbandati di soldati vagavano nella campagna imbiancata dalla neve, morendo a migliaia di fame, malattie e freddo.

-[3] – Con l’aiuto delle truppe ben armate di von der Goltz, il barone Mannerheim rovesciò il governo finlandese e invitò il principe Friedrich von Hessen, genero del kaiser Guglielmo, a occupare il trono finlandese. Per reprimere l’opposizione del popolo finlandese, von der Goltz e Mannerheim instaurarono un regno del terrore. Nel giro di poche settimane le guardie bianche di Mannerheim fucilarono circa 20.000 tra uomini, donne e bambini; altre decine di migliaia di persone furono gettate in campi di concentramento e prigioni, dove molte di loro morirono per le torture, la fame e il clima gelido.

[4] – Uno tra gli agenti segreti britannici più attivi nella campagna nel nord-ovest fu Paul Dukes, collega del capitano Sidney Reilly. Dukes riuscì a scalare la gerarchia dell’Armata Rossa e lavorò come spia antisovietica e sabotatore all’interno delle forze rosse impegnate contro Judenič. Quando le armate bianche stavano attaccando Pietrogrado, Dukes manovrò per far saltare dei ponti vitali per la ritirata dell’Armata Rossa e revocò gli ordini di distruzione delle vie di comunicazione, facilitando l’avanzata di Judenič. Dukes tenne informato Judenič di tutti i movimenti delle forze rosse. Fu anche in stretto contatto con dei terroristi armati di Pietrogrado, ciò che restava dell’organizzazione di Reilly, che erano in attesa di aiutare i bianchi quando questi sarebbero entrati in città. Dopo il suo ritorno a Londra, fu nominato cavaliere per le sue imprese. In seguito scrisse un libro, Red Dusk and the Morrow, in cui raccontava le sue avventure come spia in Russia. In collaborazione con Sidney Reilly tradusse a fini propagandistici Il cavallo pallido di Boris Savinkov e altri scritti bianchi e antisovietici.

IV. La campagna del sud

Mentre le armate di Judenič si dirigevano verso Pietrogrado nel nord, l’attacco da sud fu guidato dal generale Anton Denikin, un ex ufficiale zarista quarantacinquenne dall’aria distinta, con la sua barba brizzolata e i baffi grigi. Il generale Denikin dichiarò che i militanti delle armate bianche avevano “un sacro pensiero dentro di loro, una vivida speranza, un desiderio. […] Quello di salvare la Russia. Ma tra i russi l’armata di Denikin fu meglio conosciuta per le sue sadici metodi di guerra.

Con i suoi fertili campi di grano e i giacimenti di carbone e ferro della regione del Don, l’Ucraina era stata teatro di sanguinosi conflitti sin dall’inizio della Rivoluzione russa. Dopo la fondazione della Repubblica Popolare Ucraina nel dicembre 1917, il generale ucraino antisovietico Symon Petljura aveva chiesto al Comando Supremo Tedesco di inviare truppe in Ucraina per aiutarlo a rovesciare il regime sovietico. I tedeschi, attratti dalle grandi riserve di cibo del paese, non aspettarono un secondo invito.

Sotto il comando del feldmaresciallo Herman von Heichhorn, le truppe tedesche irruppero in Ucraina. Von Heichhorn stesso aveva un considerevole interesse personale nella campagna: sua moglie era la contessa Durnovo, una ricca nobildonna russa, in passato una delle più importanti proprietarie terriere del paese.

Espulse le forze sovietiche da Kiev e da Charkiv, fu instaurato uno stato fantoccio, la cosiddetta “Ucraina Libera” controllata dalle forze di occupazione tedesche e con a capo il generale Petljura. Dichiarato il suo obiettivo di instaurare un “socialismo nazionale”, Petljura istigò una serie sanguinari pogrom antisemiti in tutta l’Ucraina. Spietate misure punitive vennero usate per reprimere gli operai e i contadini rivoluzionari.

Nonostante ciò, il movimento rivoluzionario continuava a crescere. Compreso che Petljura era incapace di gestire la situazione, von Heichhorn rimpiazzò il suo governo con una dittatura militare. Il nuovo regime fantoccio era guidato dal cognato di von Heichhorn, il generale Pavlo Petrovič Skoropadskyi, un militare russo di nessuna fama che non parlava una parola di ucraino. Skoropadskyi assunse il titolo di etmano (“capo di stato”) d’Ucraina.

L’etmano Skoropadskyi non fece molto più di Petljura: prima della fine del 1918, travestito da civile, scappò dall’Ucraina con l’esercito di occupazione tedesco, che era stato decimato dall’Armata Rossa e dai partigiani ucraini.La partenza dei tedeschi non segnò la fine dei problemi per i bolscevichi in Ucraina. Anche gli Alleati supportavano i movimenti bianchi antisovietici nella Russia del sud. Gli aiuti degli Alleati erano arrivati in fretta alle forze controrivoluzionarie che si erano organizzate nell’”Esercito Volontario” nella regione cosacca del Don sotto la guida di Kaledin, Kornilov, Denikin e altri generali ex zaristi che erano fuggiti a sud dopo la Rivoluzione bolscevica. Inizialmente la campagna dell’Esercito Volontario incontrò numerose avversità. Il comandante in capo originario, il generale Kaledin, si suicidò; il suo successore, il generale Kornilov, fu espulso dalla regione del Don dall’Armata sovietica e infine ucciso in battaglia il 13 aprile 1918. Il comando dell’Esercito Volontario, in ritirata e ormai allo sbando, fu assunto dal generale Denikin.

Proprio in quel momento, quando la fortuna dei russi bianchi sembrava essere al minimo, le prime truppe britanniche e francesi raggiunsero Murmansk e Arkangel’sk, e considerevoli aiuti alleati iniziarono ad attraversare le frontiere russe per aiutare le armate bianche. Salvato dalla distruzione e rinforzato, entro l’autunno del 1918 l’esercito di Denikin fu pronto ad iniziare l’offensiva contro i sovietici.

Il 22 novrembre 1918, esattamente undici giorni dopo la firma dell’armistizio che pose fine alla Prima guerra mondiale, un radiogramma portò al quartier generale meridionale di Denikin il messaggio che una flotta alleata era diretta a Novorossisk. Il giorno seguente, navi alleate attraccarono nel porto del Mar Nero, ed emissari inglesi e francesi sbarcarono per informare Denikin che abbondanti aiuti da Francia e Gran Bretagna sarebbero stati messi a sua disposizione nell’immediato futuro. Nelle ultime settimane del 1918 le truppe francesi occuparono Odessa e Sebastopoli. Una flottiglia inglese attraversò il Mar Nero e stabilì dei distaccamenti a Batum. Un comandante britannico fu nominato governatore generale della regione[5].

Sotto la supervisione del Comando Supremo Francese e abbondantemente rifornito di equipaggiamenti militari dai britannici, Denikin lanciò un’imponente offensiva contro Mosca. Il suo aiutante di campo nell’offensiva era il barone von Wrangel, un militare alto e magro con i capelli radi e gli occhi blu scuri, noto per la sua selvaggia crudeltà. Wrangel faceva giustiziare periodicamente gruppi di prigionieri inermi di fronte ai loro compagni, per poi offrire ai prigionieri che avevano assistito all’esecuzione la scelta tra arruolarsi nel suo esercito o finire fucilati. Quando le truppe di Denikin e Wrangel presero d’assalto Stavropol, una delle loro prime azioni fu irrompere in un ospedale e massacrare settanta soldati dell’Armata Rossa feriti. Le razzie erano una pratica ufficiale nell’esercito di Denikin; von Wrangel stesso ordinò alle sue truppe che i bottini dei saccheggi fossero equamente divisi tra i soldati.

Dirette verso nord, le forse di Denikin e Wrangel occuparono Caricyn (poi chiamata Stalingrado) nel giugno 1919 e ad ottobre si stavano avvicinando a Tula, a 190 chilometri da Mosca. “L’intera struttura bolscevica in Russia sembra sul punto di collassare,” scrisse il New York Times. “L’evacuazione di Mosca, il centro del bolscevismo, è iniziata”. Il Times disse che Denikin “spazzava via ogni cosa di fronte a lui” e che l’Armata Rosse sia era ritirata in preda al “panico selvaggio”.

Ma usando un piano d’attacca stabilito da Stalin e da membri della Commissione Militare Rivoluzionaria, l’Armata Rossa iniziò una controffensiva improvvisa.

Le forze di Denikin furono colte completamente di sorpresa. Nel giro di poche settimane l’esercito dei russi bianchi in precipitoso ritiro verso il Mar Nero. Il morale andò in pezzi e le truppe di Denikin fuggirono in panico e disordine. Malati e agonizzanti riempivano le strade. I treni-ospedale mancavano spesso di materiali medici, dottori e infermiere. L’esercito si disintegrò in bande di predoni che si riversavano verso sud.

Il 9 dicembre 1919 il barone Wrangel inviò un dispaccio terrorizzato al generale Denikin:”Questa è l’amara verità. L’esercito ha smesso di esistere come forza combattente.”

Nelle prime settimane del 1920 i resti dell’esercito di Denikin raggiunsero il porto di Novorossisk sul Mar Nero. Soldati bianchi, disertori e rifugiati civili si riversarono in città.

Il 27 marzo 1920, mentre la nave da guerra britannica Emperor of India e l’incrociatore francese Waldeck-Rousseau erano pronti a salpare e lanciavano granate contro le colonne rosse che avanzavano, Denikin salpò da Novorossisk su una nave francese. Decine di migliaia di soldati dell’esercito di Denikin si affollarono al porto e videro impotenti il loro comandante e i loro ufficiali che fuggivano.

—[5] – Le truppe britanniche erano attive nella parte più meridionale della Russia dal luglio 1918, quando il Comando Supremo Britannico aveva inviato soldati dalla Persia al Turkmenistan per aiutare un’insurrezione antisovietica guidata da menscevichi e socialisti rivoluzionari. La “Commissione Esecutiva Transcaspica”, guidata dal controrivoluzionario Noe Zhordania, aveva stabilito un governo fantoccio controllato dai britannici. Fu stipulato un accordo con il quale i britannici ricevevano diritti speciali nell’esportazione di cotone e petrolio da quell’area in cambio dei loro aiuti alle forze controrivoluzionarie.

V.La campagna dell’est

Secondo il piano generale delle forze intervenute, mentre Denikinsi dirigeva a Mosca da sud l’ammiraglio Kolčak avrebbe dovuto assediare la città da est. In realtà gli eventi non andarono esattamente secondo il piano…Tra la primavera e l’inizio dell’estate del 1919, i giornali di Parigi, Londra e New York pubblicarono numerosi reportage dettagliati sulle devastanti sconfitte dell’armata Rossa ad opera dell’ammiraglio Kolčak. Questi sono alcuni dei titoli a tutta pagina che apparvero sul New York Times:

26 marzo – Kolčak insegue l’Armata Rossa in rotta

20 aprile – I rossi collassano in Oriente

22 aprile – Il potere rosso vacilla mentre Kolčak vince

15 maggio – Kolčak prepara la mossa su Mosca

Ma l’11 agosto il Times pubblicò un dispaccio da Washington che diceva:

“È arrivato il momento, ha dichiarato stanotte un alto ufficiale del governo, di preparare i popoli del mondo antibolscevico per un possibile disastro del regime di Kolčak nella Siberia occidentale”.Entro la metà dell’estate l’ammiraglio Kolčak stava fuggendo disperatamente di fronte agli attacchi dell’Armata Rossa. Contemporaneamente le sue truppe erano tormentate senza sosta dietro le linee da una guerriglia diffusa e in rapida crescita. A novembre Kolčak evacuò la sua capitale Omsk. Con uniformi lacere e stivali logori, le sue truppe si trascinarono a fatica lungo le strade che partivano da Omsk. A migliaia caddero da quella miserabile sfilata senza fine e morirono nella neve ai lati delle strade. Le linee ferroviarie da Omsk erano bloccate da locomotive distrutte. “I morti,” annotò un osservatore, “venivano gettati a marcire lungo i binari”.

Kolčak raggiunse Irkutsk su un treno che sventolava lo Union Jack, la bandiera a stelle e strisce, i tricolori francese e italiano e il sole nascente del Giappone. (Ndr n. b. )

La popolazione di Irkutsk insorse il 24 dicembre 1919, stabilì un soviet e arrestò Kolčak. Prigioniero con lui c’era anche il tesoro che aveva fatto trasportare su un treno speciale: 5.143 scatole e 1.680 bagagli di lingotti d’oro, titoli di stato e preziosi, per un valore totale stimato a 1.150.500.000 rubli.

L’ammiraglio Kolčak fu messo sotto processo dal regime sovietico e accusato di tradimento. “Se una nave affonda, affonda con tutti marinai,” disse alla corte rimpiangendo di non essere rimasto in mare. Dichiarò amaramente di essere stato tradito da “elementi stranieri” che avevano disertato durante la crisi.

La corte condannò Kolčak alla fucilazione. Fu giustiziato il 7 febbraio 1920. Molti dei suoi aiutanti di campo fuggirono in Giappone. Uno di loro, il generale Bakič, mandò il suo ultimo messaggio al console russo bianco a Urga, Mongolia: “Inseguito da ebrei e comunisti, ho attraversato la frontiera!”

VI. I polacchi e Wrangel

Nonostante i rovesci catastrofici che avevano sofferto, gli interventisti anglo-francesi lanciarono altre due offensive contro la Russia occidentale.Nell’aprile del 1920, rivendicando l’intera Ucraina orientale e la città russa di Smolensk, i polacchi attaccarono da ovest. Generosamente equipaggiati da francesi e britannici con materiale bellico e prestiti per 50 milioni di dollari dagli Stati Uniti[6], i polacchi sfondarono in Ucraina e occuparono Kiev, dove furono fermati e respinti dall’Armata Rossa.

Con le truppe russe alle calcagna, i polacchi si ritirarono freneticamente. Entro agosto l’Armata Rossa era arrivata alle porte di Varsavia e Leopoli. I governi alleati si affrettarono a fornire nuovi prestiti e merci ai polacchi. Il maresciallo Foch inviò di fretta il suo capo di stato, il generale Maxime Weygand, a dirigere le operazioni polacche. Carri armati e aeroplani britannici furono rapidamente spostai a Varsavia. Le truppe rosse guidate dal generale Tuchačevskij e da Lev Trockij avevano esteso eccessivamente le linee di comunicazione.(ndr la dimostrazione che Trockij non ne capiva nulla di tattica e strategia militare) Ne soffrirono le conseguenze quando la controffensiva polacca le respinse lungo tutta la linea del fronte. Con la pace di Riga, il governo sovietico fu costretto a cedere ai polacchi le parti occidentale della Bielorussia e dell’Ucraina.

La pace con la Polonia lasciò l’Armata Rossa libera di occuparsi del barone Wrangel che, sostituito il generale Denikin nel ruolo di comandante in capo nel sud e supportato dai francesi, dalla Crimea era arrivato in Ucraina. Entro la fine dell’autunno 1920 Wrangel fu respinto in Crimea e accerchiato dalle forze rosse. A novembre l’Armata Rossa irruppe a Perekop e dilagò in Crimea, spingendo l’esercito di Wrangel fino al mare.

___

[6] – Herbert Hoover mise a disposizione dei polacchi materiale dell’American Relief Association per milioni di dollari. Il 4 gennaio 1921 il senatore James Reed del Minnesota dichiarò davanti al Senato che 40 milioni di dollari stanziati dal Congresso erano stati usati per “tenere l’esercito polacco sul campo”.

La maggior parte dei soldi raccolti negli Stati Uniti per gli aiuti all’Europa fu spesa per finanziare le operazioni contro i sovietici. Hoover stesso lo mise in chiaro nel suo rapporto al Congresso del gennaio 1921. Il Congresso aveva originariamente stanziato 100 milioni di dollari in aiuti; il rapporto di Hoover mostrò che quasi tutti i 94.938.417 dollari furono spesi nei territori immediatamente contigui alla Russia o in quelle parti della Russia che erano sotto il controllo delle armate bianche o degli alleati.

VII. L’ultimo sopravvissuto

Con la distruzione dell’esercito di Wrangel e la fine dei combattimenti a ovest, l’unico esercito straniero rimasto sul suolo russo era quello del Giappone imperiale. Sembrava che la Siberia fosse destinata a cadere con tutte le sue ricchezze nelle mani dei giapponesi. Il generale Tanaka, ministro della guerra e capo dell’intelligence militare giapponese, esultò: “Il patriottismo russo si è estinto con la Rivoluzione. Meglio per noi! D’ora in avanti i soviet potranno essere sconfitti solo da truppe straniere con forze sufficienti”.

Il Giappone aveva ancora più di 70.000 soldati in Siberia e centinaia di agenti segreti, spie, sabotatori e terroristi. Guardie armate bianche continuavano a operare nell’estremo Oriente russo sotto la supervisione del Comando Supremo giapponese. La principale tra queste forze antisovietiche fu l’esercito di Ataman Semënov, fantoccio dei giapponesi.

La pressione americana spinse il Giappone a muoversi con cautela, ma l’8 giugno 1921 i giapponesi firmarono a Vladivostok un accordo segreto con Semënov in preparazione di una nuova offensiva generale contro i sovietici. L’accordo prevedeva che Semënov avrebbe assunto pieni poteri civili dopo la liquidazione dei sovietici, e che:

“Quando un’autorità di governo stabile sarà istituita in estremo Oriente, il Giappone riceverà diritti preferenziali per ottenere concessioni di caccia, pesca e sfruttamento delle foreste […] e per la valorizzazione dei giacimenti d’oro e di altre risorse minerarie.”

Uno degli aiutanti di campo di Semënov, il barone Roman von Ungern-Sternberg, un pallido aristocratico baltico dall’aria effeminata con capelli lunghi e baffi rossi, era entrato nell’esercito zarista da giovane, aveva combattuto contro i giapponesi nel 1905 e in seguito si era unito a un reggimento di polizia militare cosacco in Siberia. Durante la Prima guerra mondiale aveva militato sotto il barone Wrangel ed era stato decorato con la croce di San Giorgio per il valore dimostrato sul fronte meridionale. Tra gli ufficiali suoi compagni era noto per la sua folle audacia, la feroce crudeltà e gli attacchi d’ira incontrollata.

Dopo la Rivoluzione il barone Urgern era tornato in Siberia e aveva assunto il comando di un reggimento cosacco che depredava le campagne e compiva sporadici assalti contro i soviet locali. Fu infine contattato da agenti giapponesi che lo convinsero a stabilirsi in Mongolia. Misero a sua disposizione un variegato esercito di ufficiali bianchi, truppe cinesi antisovietiche, banditi mongoli e agenti segreti giapponesi.

Immerso in un’atmosfera di banditismo feudale e assolutismo nel suo quartier generale a Urga, Ungern prese a considerarsi un uomo mandato dal destino. Sposò una principessa mongola, abbandonò gli abiti occidentali per una tunica di seta gialla e si dichiarò la reincarnazione di Gengis Khan. Incitato dagli agenti giapponesi che lo circondavano costantemente, si immaginò imperatore di un nuovo ordine mondiale emanato dall’Oriente che sarebbe disceso sulla Russia sovietica e l’Europa, distruggendo con il fuoco e la spada le ultime tracce della “democrazia decadente” e del “comunismo giudaico”. Sadico e sull’orlo della pazzia, si abbandonava a innumerevoli atti di ferocia barbarica. Una volta vide una donna ebrea in un piccolo paese della Siberia e offrì mille rubli all’uomo che gli avrebbe portato la sua testa; la testa fu portata e adeguatamente pagata.

“Metterò insieme una fila di patiboli lunga dall’Asia fino all’Europa,” dichiarò il barone Ungern.

All’inizio della campagna del 1921, dal suo quartier generale ad Urga distribuì tra i suoi uomini un proclama:

“La Mongolia è diventata il punto di partenza naturale per una compagna contro l’Armata Rossa nella Siberia sovietica. […]

Commissari, comunisti ed ebrei, insieme alle loro famiglie, devono essere sterminati. Le loro proprietà devono essere confiscate. […] Le sentenze di colpevolezza potranno essere disciplinari o prendere le varie forme della pena di morte.

“Verità e pietà” non è più ammissibile: d’ora in poi potrà esserci solo “verità e crudeltà spietata”. Il male che è caduto sulla terra con l’obiettivo di distruggere il principio divino nell’anima umana deve essere estirpato alla radice.”

Nella selvaggia e desolata campagna Russa di confine, la tattica di guerra di Ungern prese la forma di razzie banditesche, lasciando dietro di sé villaggi in fiamme e corpi mutilati di uomini, donne e bambini. Le città occupate dalle sue truppe furono devastate dagli stupri e dai saccheggi. Ebrei, comunisti e tutti i sospettati delle minime simpatie democratiche venivano fucilati, torturati a morte o bruciati vivi.

Nel luglio 1921 l’Armata Rossa iniziò le operazioni per sterminare l’esercito di Ungern. Dopo una serie di scontri violenti e incerti, l’Armata Rossa e i guerriglieri sovietici ebbero una vittoria decisiva. Le bande di Urgern fuggirono, abbandonando quasi tutte le armi, i rifornimenti e i soldati feriti.

In agosto Ungern era circondato. Le sue guardie del corpo mongole si ammutinarono e lo consegnarono alle truppe sovietiche. Il barone fu portato con la sua tunica di seta a Novonikolaevsk (oggi Novosibirsk) e sottoposto a un processo pubblico davanti alla Corte Suprema Sovietica Siberiana come nemico del popolo.

Fu un processo straordinario…

Centinaia di lavoratori, contadini, soldati – russi, siberiani, mongoli e cinesi – riempirono l’aula del tribunale. Migliaia di altri erano rimasti fuori in strada. Molti di loro avevano vissuto sotto il regno del terrore di Ungern; i loro fratelli e figli, i loro mariti e le mogli erano stati fucilati, torturati, gettati nei bollitori delle locomotive.

Il barone prese posto e i capi d’accusa furono letti:

“In accordo con la delibera della Commissione Rivoluzionaria Siberiana del 12 settembre 1921, il luogotenente generale barone Ungern von Sternberg, già comandante della divisione di cavalleria orientale, è imputato di fronte alla Corte Rivoluzionaria Siberiana delle seguenti accuse:

1. di essersi prestato ai progetti espansionisti del Giappone attraverso i suoi tentativi di creare uno stato asiatico e di rovesciare il governo della Transbaikalia;

2. di aver progettato di rovesciare l’autorità sovietica con l’obiettivo di restaurare la monarchia in Siberia e l’intenzione finale di innalzare Michail Romanov al trono;

3. di aver brutalmente assassinato un gran numero di contadini e lavoratori russi e di rivoluzionari cinesi.”

Ungern non tentò di negare le atrocità. Esecuzioni, torture e massacri erano veri. La sua spiegazione era semplice: “Era la guerra!” Ma un fantoccio dei giapponesi? “La mia idea,” spiegò il barone, “era di usare il Giappone”. Ungern negò ogni tradimento o rapporto segreto con i giapponesi.

“L’imputato sta mentendo,” disse l’accusatore sovietico Jaroslavskij, “se dichiara di non aver mai avuto alcun rapporto con il Giappone. Abbiamo prove del contrario!”

“Ho avuto contatti con i giapponesi,” ammise Ungern, “proprio come li ho avuti con Zhang Zuoling[7]. […]

Anche Gengis Khan fece visita a Van Khan prima di conquistare il suo regno!”

“Non siamo nel dodicesimo secolo,” rispose l’accusatore, “e non siamo qui per giudicare Gengis Khan”.

“Per mille anni,” gridò il barone, “gli Ungern hanno dato ordini agli altri, non ne hanno presi!”

Fissava altezzosamente i soldati, i contadini e i lavoratori che affollavano a testa alta il tribunale.

“Mi rifiuto di riconoscere l’autorità dei lavoratori! Come fa a parlare di governo un uomo che non ha nemmeno un servo? È incapace di dare ordini!”

L’accusatore Jaloslavskij lesse il lungo elenco dei crimini di Ungerg: le spedizioni punitive contro gli ebrei e i contadini filo-sovietici, le amputazioni di braccia e gambe, le cavalcate notturne nella steppa con i cadaveri in fiamme usati come torce, la cancellazione di villaggi, i massacri spietati di bambini…

“Per i miei gusti,” spiegò freddamente Ungern, “c’erano troppi rossi”.

“Perché ha lasciato Urga?” chiese l’accusatore.

“Avevo deciso di invadere la Transbaikalia e convincere i contadini a rivoltarsi, ma sono stato fatto prigioniero”.

“Da chi?” “Dei mongoli mi hanno tradito”.

“Si è mai chiesto perché si sono comportati così?”

“Sono stato tradito!”

“Ammette che il fine della sua campagna era lo stesso di tutti gli attentati che recentemente sono stati fatti contro l’autorità dei lavoratori? Non è d’accordo che, tra tutti quei tentativi che avevano il suo stesso fine, il suo era l’ultimo?”

“Sì,” rispose il barone Ungern, “il mio era l’ultimo tentativo. Suppongo di essere l’ultimo sopravvissuto”.

Nel settembre del 1921 il verdetto della corte sovietica fu emesso. Il barone Roman von Ungern-Sternberg, l’”ultimo sopravvissuto” tra i signori della guerra bianchi, venne fucilato da un plotone dell’Armata Rossa.

Ataman Semënov e i resti dell’esercito fantoccio fuggirono in Mongolia e poi in Cina.

Passò un altro anno prima che il suolo sovietico fosse definitivamente liberato dai giapponesi. Il 19 ottobre

1922 l’Armata Rossa entrò a Vladivostok. I giapponesi che occupavano la città si arresero e consegnarono tutte le dotazioni militari. I trasportatori con gli ultimi soldati giapponesi lasciarono Vladivostok il giorno

seguente. La bandiera rossa fu alzata sulla città.

“La decisione di evacuare,” annunciò il Ministero degli Esteri giapponese, “ha l’obiettivo di presentare il Giappone come un paese non aggressivo e che si impegna per mantenere la pace nel mondo”.

— [7] – I “contatti” di Ungern con Zhang Zuolin, noto signore della guerra cinese, comprendevano un accordo secondo cui il barone, dopo aver messo in scena una “ritirata” di fronte alle truppe di Zhang, avrebbe ricevuto il 10% dei 10 milioni di dollari che Zhang aveva estorto al governo di Pechino.

Capitolo 7: Un bilancio

[Nell’edizione italiana il settimo capitolo è stato accorpato al sesto. Sono stati tagliati alcuni paragrafi (un paio piuttosto lunghi) e due note a pié di pagina. Nel complesso, gran parte dei riferimenti specifici agli interessi della finanza europea in Russia sono stati cancellati o ridotti a brevi accenni.

Dopo la frase “C’erano tra loro alcuni nazionalisti sinceri, ma gli eserciti bianchi erano dominati soprattutto da reazionari, che erano i prototipi degli ufficiali fascisti e dagli avventurieri che più tardi dovevano far la loro comparsa nell’Europa centrale” è stato tagliato un breve frammento]:

I motivi della guerra degli Alleati in Russia erano meno chiari.

[Dopo “il piano francese di assicurarsi il controllo nelle zone del Donets e del Mar Nero; e gli ambiziosi e lungimiranti piani tedeschi di impossessarsi degli stati baltici e dell’Ucraina” manca un pezzo ben più lungo e interessante, con nota]:

Uno dei primi atti del governo bolscevico al momento della presa di potere fu la nazionalizzazione dei monopoli economici dell’Impero zarista. Miniere, mulini, fabbriche, ferrovie, pozzi di petrolio e le altre grandi imprese economiche furono dichiarati proprietà del popolo sovietico. Il governò sovietico ripudiò anche il debito estero contratto dal regime zarista, anche perché i capitali erano stati concessi deliberatamente per aiutare lo zarismo a reprimere la rivoluzione popolare[1].

Nonostante la sua esibizione di ricchezza e potere, l’impero zarista era in realtà una semi-colonia degli interessi finanziari anglo-francesi e tedeschi. Gli investimenti finanziari francesi nello zarismo ammontavano a 17 miliardi e 591 milioni di franchi. Gli interessi anglo-francesi controllavano non meno del 72% del carbone, del ferro e dell’acciaio e il 50% del petrolio della Russia. Centinaia di milioni di franchi e sterline erano estratti ogni anno dal lavoro dei proletari e contadini russi dagli interessi stranieri alleati con lo zar.

___

[1] – Dopo i terribili pogrom antisemiti perpetrati nel 1906 dalle Centurie Nere in combutta con la polizia segreta, Anatole France denunciò con veemenza i finanzieri francesi che continuavano a concedere prestiti al regime zarista. “Facciamo il modo che i nostri compagni cittadini abbiano almeno le orecchie per sentire,” dichiarò il famoso autore francese. “Sono avvisati che un giorno terribile potrebbe arrivare per loro se continuano a prestare soldi al governo russo perché possa sparare, impiccare, massacrare, depredare a volontà, e uccidere la libertà e la civiltà in tutto il suo immenso e infelice impero. Cittadini di Francia, non date più soldi per nuove crudeltà e follie, non date più miliardi per il martirio di un numero incalcolabile di persone”. Ma i finanzieri francesi non condivisero l’appello appassionato di Anatole France e continuarono a investire milioni nello zarismo.

[Dopo “Il Russian Year Book del 1918 – proseguiva l’oratore – aveva calcolato che gli investimenti franco-britannici in Russia ammontavano a circa 1 miliardo e 600 milioni di sterline o approssimativamente a 8 miliardi di dollari”[ manca un paragrafetto]:

“Quando parliamo del maresciallo Foch e dei francesi che si oppongono alla pace con la Russia,” disse il colonnello Malone, “non intendiamo la democrazia francese e non intendiamo i contadini e i lavoratori francesi, ma gli azionisti francesi. Dobbiamo essere molto chiari a questo proposito. Intendiamo le persone i cui risparmi ricavati illegalmente costituiscono il miliardo e 600 milioni di sterline che è affondato in Russia”.

[Dopo “… Dietro a questi interessi e dietro ai finanzieri ci sono i giornali e gli altri che servono a influenzare e a formare l’opinione pubblica in questo paese” c’è un altro blocco piuttosto lungo sugli interessi economici europei e americani]:

Alcuni portavoce alleati erano piuttosto franchi sulle ragioni per supportare la armate bianche in Russia.

Durante un banchetto al Club Russo-Britannico nel 1919, Sir Francis Baker, dirigente europeo della Vickers e presidente del Comitato Esecutivo della Camera di Commercio Russo-Britannica, rivolse queste parole agli industriali e ai politici presenti:

“Facciamo i nostri auguri all’ammiraglio Kolčak e al generale Denikin. Alzo il bicchiere e vi chiedo di brindare alla salute dell’ammiraglio Kolčak, del generale Denikin e del generale Judenič!

La Russia è un grande paese. Lo sapete tutti, perché siete tutti intimamente legati a essa nei vostri affari, quali sono le potenzialità della Russia dal punto di vista delle manifatture, dei minerali o di ogni altra cosa, perché la Russia ha tutto.”

Mentre le truppe e le munizioni anglo-francesi arrivavano in Siberia, il Bulletin della Federazione delle Industrie Britanniche, la più potente associazioni di industriali britannici, strillava:

“Siberia, il premio più grande offerto al mondo civilizzato dalla scoperta delle Americhe!”

Mentre le truppe alleate irrompevano nel Caucaso e occupavano Baku, il giornale finanziario britannico The Near East dichiarava:

“In quanto a petrolio, Baku è incomparabile. […] Baku è più grande di qualsiasi altra città petrolifera al mondo. Se il petrolio è re, Baku è il suo trono!”

Mentre le armate del generale Denikin dilagavano nel bacino carbonifero del Don spalleggiate dagli Alleati, i signori della R. Martens & Co., il più grande conglomerato del carbone britannico, annunciavano nel loro giornale aziendale Russia:

“La Russia possiede delle riserve di petrolio sfruttabili seconde solo a quelle degli Stati Uniti. Secondo stime pubblicate dall’International Geological Congress, il bacino del Doneck (dove il generale Denikin sta operando) possiede più di tre volte la riserva di antracite della Gran Bretagna e quasi due volte la quantità a disposizione degli Stati Uniti.”

E infine il Japan Salesman tirò le somme:

“La Russia, con i suoi 180 milioni di abitanti, con il suo fertile suolo che si estende dall’Europa centrale lungo tutta l’Asia fino alle spiagge del Pacifico e dall’Artico fino al Golfo Persico e il Mar Nero […] offre delle possibilità a cui nemmeno il più ottimista avrebbe mai osato pensare. […] La Russia, in teoria e in pratica, è il granaio, la riserva di pesca, il deposito di legname, la miniera di carbone, oro, argento e platino del mondo!”

Gli invasori anglo-francesi e giapponesi erano attratti dai ricchi premi che attendevano i conquistatori della Russia. Le ragioni americane, invece, erano più varie. La politica estera americana tradizionale, espressa da Woodrow Wilson e dal Ministero della Guerra, richiedeva un’alleanza con la Russia in quanto potenziale alleato per controbilanciare gli imperialismi di Germania e Giappone. Gli investimenti americani nello zarismo erano ridotti, ma dietro consiglio del Dipartimento di Stato centinaia di milioni di dollari americani avevano raggiunto la Russia per sostenere il traballante governo di Kerenskij. Il Dipartimento di Stato continuò a supportare Kerenskij e a riconoscere la sua “Ambasciata Russa” a Washington ancora per molti anni dopo la Rivoluzione bolscevica. Alcuni ufficiali del Dipartimento di Stato cooperarono con i generali bianchi e gli interventisi anglo-francesi e giapponesi.

[Infine, dopo la frase “Così l’aiuto americano divenne un’arma diretta contro i movimenti popolari in Europa” manca una nota su Herber Hoover e le sue malefatte]:_

[2] – Le attività di Herbert Hoover nella Food Relief Administration erano dirette ad aiutare i russi bianchi e a negare ogni aiuto ai bolscevichi. Centinaia di migliaia di persone morirono di fame nel territori sovietici. Quando infine cedette alla pressione popolare e inviò del cibo ai sovietici, Hoover continuò sempre, secondo quanto dichiarato da un membro del Near East Relief al New York World nell’aprile 1922, a “interferire con la raccolta di fondi per la Russia colpita dalla carestia”. Nel febbraio 1922, quando Hoover era Ministro del Commercio, il New York Globe scrisse in un editoriale che “i burocrati radunati nel Dipartimento di Giustizia, nel Dipartimento di Stato e nel Dipartimento del Commercio stanno portando avanti per motivi pubblicitari una guerra contro il governo bolscevico. […] La propaganda di Washington ha raggiunto proporzioni minacciose. […] I signori Hughes, Hoover e Dougherty farebbero bene a ripulire i loro armadi prima che l’irritazione popolare arrivi a un punto troppo alto. Il popolo americano non tollererà a lungo la burocrazia presuntuosa che per i suoi scopi spregevoli ha intenzione di lasciar morire milioni di innocenti”.

Capitolo 8: La crociata bianca

[In questo capitolo ci sono vari tagli sparsi per i paragrafi, ma soprattutto è stato rimosso un paragrafo intero, L’esodo della Russia bianca.]

I. Conseguenze del dopoguerra

[C’è un solo taglio. Dopo la frase “Ogni paese d’Europa era in fermento: cospirazioni e contro-cospirazioni di fascisti, nazionalisti, militaristi e monarchici, tutti perseguenti i loro fini particolari sotto la stessa maschera dell’antibolscevismo” manca un frammento piuttosto lungo]:

Un memorandum segreto scritto nei primi anni del dopoguerra dal Ministero degli Esteri Britannico descriveva così lo stato dell’Europa:

“Oggi l’Europa è divisa in tre grandi parti: i vincitori, i vinti e la Russia. La sensazione di incertezza che fiacca la salute dell’Europa occidentale è causata in misura non piccola dalla scomparsa della Russia come potenza un tempo considerevole nel contesto europeo. La più minacciosa delle nostre incertezze.

Tutti i nostri ultimi nemici sono ancora pieni di risentimento per quello che hanno perso; i nostri ultimi alleati temono di perdere quello che hanno vinto. Metà Europa è pericolosamente arrabbiata, l’altra metà è pericolosamente spaventata. La paura porta a provocazioni, armamenti, alleanze segrete, maltrattamenti delle minoranze. Tutto ciò porta a sua volta a un odio più grande e stimola desideri di vendetta, mentre la paura si intensifica e le sue conseguenze si aggravano. Comincia così un circolo vizioso.

Anche se al momento la Germania non è in grado di intraprendere azioni aggressive, è certo che con maggiori disponibilità chimiche diventerà prima o poi un potente fattore militare. Non sono pochi i tedeschi che sperano, una volta riacquistata questa forza, di esercitarla contro l’Impero Britannico.”

Mentre il Ministero degli Esteri Britannico osservava con compiacimento il riarmo della Germania e vedeva la Russia come “la più minacciosa delle incertezze”, oltre l’Atlantico, in mezzo all’isteria e alla confusione dell’era post-wilsoniana, gli Stati Uniti sognavano il ritorno a un “glorioso isolamento”. La grande illusione americana di quel tempo era riassunta in una frase: “ritorno alla normalità”. Secondo Walter Lippmann, che allora scriveva per il New York World, la “normalità” consisteva in queste credenze:

“Che il destino dell’America non sia connesso in alcun modo rilevante a quello dell’Europa;

Che l’Europa debba cuocere nel suo brodo;Che si possa vendere all’Europa senza comprare dall’Europa;

[…] e che se all’Europa non piace deve accettarlo lo stesso controvoglia, ma le conviene di no.” Lippmann concluse:

Dalla paura e in mezzo al disordine è stata generata una specie di isteria che evoca eserciti, tariffe folli, diplomazia aggressiva, ogni tipo di morboso nazionalismo, il fascismo e il Ku Klux Klan.

II. L’esodo della Russia bianca

Con la débâcle delle armate bianche di Kolčak, Judenič, Denikin, Wrangler e Semënov, l’immensa struttura arcaica dello zarismo era andata incontro al suo collasso definitivo, spazzando via gli elementi selvaggi, barbari e reazionari che aveva a lungo protetto. Gli spietati avventurieri, gli aristocratici decadenti, i terroristi di professione, la soldataglia banditesca, la temuta polizia segreta e tutte le altre forze feudali e antidemocratiche che avevano costituito la controrivoluzione bianca fuoriuscirono dalla Russia come un gettito fangoso e violento. Verso ovest, est e sud, attraverso l’Europa e l’estremo Oriente, nell’America del nord e del sud, questa marea portò via con sé il sadismo dei generali bianchi, i pogrom delle Centurie Nere, l’altezzoso disprezzo dello zarismo per la democrazia, gli oscuri odi, pregiudizi e nevrosi della vecchia Russia imperiale.

I protocolli dei savi di Sion (una frode antisemita con cui l’Ochrana aveva incitato ai massacri degli ebrei, e la bibbia con cui le Centurie Nere spiegavano tutti i mali del mondo nei termini di un “complotto giudaico internazionale”)-[Ndr il complotto plutocratico massonico bolscevico giudaico ,essenza del nazifascismo è mutuato da questa abominevole falsitàé] circolavano ora pubblicamente a Londra e New York, Parigi e Buenos Aires, Shanghai e Madrid. Ovunque andassero, gli émigrés russi fertilizzavano il terreno per la controrivoluzione mondiale: il fascismo.

Entro il 1923 in Germania vivevano mezzo milione di russi bianchi. Più di 400.000 erano immigrati in Russia e 90.000 in Polonia. Altre decine di migliaia si erano stabilite negli stati baltici e balcanici, in Cina e in Giappone, in Canada, negli Stati Uniti e in America del sud. 3.000 ex ufficiali bianchi e le loro famiglie si erano trasferiti nella sola New York.

Il numero totale di émigrés russi venne stimato tra il milione e mezzo e i due milioni[1].

Sotto la supervisione dell’Unione Militare Russa, che aveva il suo quartier generale a Parigi, unità armate di russi bianchi furono stabilite in tutta Europa, in estremo Oriente e in America: annunciarono pubblicamente che stavano preparando una nuova invasione della Russia sovietica. Il governo francese fondò una scuola di istruzione navale per russi bianchi nel porto nordafricano di Bizerte, dove trenta navi della flotta zarista erano state dislocate con equipaggi di seimila ufficiali e marinali. Il governo jugoslavo fondò accademie speciali per l’addestramento degli ex ufficiali zaristi e i loro figli. Ampi distaccamenti dell’armata di Wrangler furono trasferiti intatti nei Balcani. Diciottomila cosacchi e cavalieri furono inviati in Jugoslavia; diciassettemila militari bianchi andarono in Bulgaria, altre migliaia furono stanziate in Grecia e Ungheria. La Guardia Bianca prese possesso di intere branche degli apparati di polizia segreti negli stati antisovietici del Baltico e dei Balcani e si sistemarono in posti chiave.

Con l’assistenza del maresciallo Piłsudski, il terrorista Boris Savinkov organizzò un esercito bianco di trentamila uomini. Ataman Semënov fuggì con i resti del suo esercito in territorio giapponese. Le sue truppe furono riorganizzate in un’armata bianca speciale sotto la supervisione del Comando Supremo giapponese.

Il barone Wrangler, il generale Denikin e lo stemrinatore Symon Petjula si stabilirono a Parigi, dove furono da subito coinvolti in innumerevoli piani antisovietici[2].

Il generale Krasnov e l’etmano Skoropadskij, che avevano collaborato con l’esercito del Kaiser in Ucraina, andarono a vivere a Berlino, sotto al protezione dell’intelligence militare tedesca[3].

Nel 1920 un piccolo gruppo di émigrés russi immensamente ricchi, tutti con considerevoli investimenti in Francia e in altri paesi stranieri, si incontrarono a Parigi e fondarono un’organizzazione destinata a giocare un ruolo importante nelle future cospirazioni contro la Russia sovietica. L’organizzazione, che fu chiamata Torgprom (Comitato Russo Commerciale, Finanziario e Industriale), era costituita da banchieri, industriali e uomini d’affari ex zaristi. Tra i membri c’erano: G.N. Nobel, che aveva investito capitali considerevoli nell’industria petrolifera di Baku; Stepan Ljazanov, il “Rockefeller russo”; Vladimir Rjabušinskij, esponente della famosa famiglia di mercanti zaristi; N.C. Denisov, le cui immense fortune erano investite nell’industria dell’acciaio; e altri realisti russi i cui nomi erano famosi nei circoli industriali e finanziari di tutto il mondo.

Insieme a loro erano associati alla Torgprom anche interessi britannici, francesi e tedeschi, che non avevano abbandonato le speranze di recuperare gli investimenti perduti in Russia o di guadagnare nuove concessioni come risultato del rovesciamento del regime sovietico.

“Il Torgprom,” dichiarò Denisov, presidente dell’organizzazione, “ha lo scopo di combattere il bolscevismo sul fronte economico in ogni modo e forma”. I membri del Torgprom erano interessati, come disse Nobel, “nella pronta resurrezione della patria e nella possibilità di tornare presto a lavorarci”.

Le operazioni antisovietiche del Torgprom non si limitavano al fronte economico. Un annuncio ufficiale pubblicato dall’organizzazione diceva:

“Il Comitato Commerciale e Industriale continuerà la sua lotta incessante contro il governo sovietico, continuerà a illuminare l’opinione pubblica dei paesi colti [sic] sul vero significato degli eventi che si svolgono in Russia, e a preparare una futura nel nome della libertà e della verità.”

—[1] – Non tutti i rifugiati erano controrivoluzionari. Migliaia di persone confuse e inermi, terrificate da una rivoluzione che non riuscivano a capire, si erano unite all’esodo di massa. In viaggio da un paese all’altro, cercavano disperatamente di guadagnarsi da vivere in un mondo nuovo e strano. Alcuni divennero tassisti, camerieri, domestiche, intrattenitori da nightclub, cuochi, guide. Molti, affamati nelle città dell’Europa occidentale, divennero mendicanti. I bordelli di Harbia, Shanghai e Pechino si riempirono di rifugiate russe.

[2] – Nel dicembre 1945 il generale Anton Denikin si stabilì negli Stati Uniti come residente permanente con un visto concessogli a Parigi da ufficiali del Dipartimento di Stato Americano.

[3] – Le successive carriere di molti dei generali che guidarono le armate straniere di intervento contro la Russia sovietica sono di considerevole interesse. I generali cechi Syrový e Gayda tornarono a Praga, dove il primo divenne comandante in capo dell’esercito ceco e il secondo capo di stato maggiore. Nel 1926 Gayda partecipò a un fallito colpo di stato fascista e in seguito fu coinvolto in altre cospirazioni fasciste. Nel 1938 il generale Syrový recitò il ruolo del principale collaborazionista militare ceco.

Il generale britannico Knox tornò in Gran Bretagna e divenne un parlamentare per i tories, un violento agitatore antisovietico e un fondatore degli Amici della Spagna Nazionalista. Foch, Pétain, Weygand, Mannerheim, Tanaka, Hoffmann e altri generali interventisti divennero esponenti di primo piano di movimenti antisovietic e fascisti negli anni del dopoguerra.

III. Un gentiluomo di Reval

[Ci sono alcuni tagli sparsi. Dopo “costituire un’associazione di uomini sul tipo dell’Ordine teutonico” c’è un piccolo paragrafo]:

Una razza di superuomini tedeschi doveva compiere la missione della conquista mondiale. “Il significato della storia mondiale si è irradiato da nord, nato da una razza bionda e con gli occhi azzurri che in ondate molteplici ha determinato il volto spirituale del mondo”.

[Dopo “lavoravano sotto il controllo del comando supremo tedesco in un laboratorio clandestino costruito dalla ditta Borsig in una foresta fuori Berlino” va inserito questo]:

L’intelligence militare tedesca, la Sezione IIIB, era stata ufficialmente smantellata alla fine della guerra. In realtà era stata riorganizzata con ricchi fondi elargiti da Krupp, Hungelberg e Thyssen, ed era impegnata a lavorare sotto la supervisione del vecchio capo, il colonnello antisemita Walther Nicolai.

[Dopo “Rechberg aveva interessi nel grande trust tedesco del potassio”, un altro piccolo dettaglio]:

Era uno dei capi promotori della Lega Tedesca Nazionalista e Antisemita segreta, e fu proprio quello il particolare che attirò l’attenzione di Alfred Rosenberg.

[Manca anche il finale del paragrafo]:

Il primo giorno dell’anno 1921, dieci giorni dopo che il Völkischer Beobachter era diventato proprietà dei nazisti, il giornale ricordò le fondamenta della politica estera di Hitler:

“E quando arriva il momento e si avvicina la tempesta sui confini orientali della Germania, si dovrà radunare centomila uomini pronti a sacrificare laggiù le loro vite. […] Coloro che sono determinati a osare tutto devono essere preparati al carattere degli ebrei occidentali […] che alzeranno voci potenti quando gli ebrei orientali saranno attaccati. […] Quello che è certo è che l’esercito russo sarà spinto indietro lungo tutta la frontiera da una seconda Tannenberg. Questa è una questione puramente tedesca e l’inizio della nostra ricostruzione.”

L’editoriale fu scritto da Alfred Rosenberg. Dalla fusione tra lo zarismo feudale e il rinato imperialismo tedesco del ventesimo secolo, il nazismo stava prendendo forma…

IV. Il piano Hoffmann

[All’inizio, dopo “…ebbe quello di studiare la strategia militare”, è stato rimosso un paragrafo]:

Il generale Max Hoffmann aveva passato gran parte della giovinezza in Russia come diplomatico alla corte dello zar. Era arrivato a parlare il russo meglio del tedesco. Nel 1905, appena promosso a trentacinque anni nello staff del generale von Schlieffen, aveva militato come ufficiale di collegamento nella Prima Armata giapponese nella guerra russo-giapponese. Hoffmann non dimenticò mai le pianure della Manciuria: un fronte che sembra non avere confini e una foza d’attacco compatta e perfettamente addestrata che penetra “come il coltello nel burro” dentro un esercito molto più grande e con enormi riserve, ma pesante e mal guidato.

[Dopo “A Brest-Litòvsk Hoffmann dettò i termini della pace alla delegazione sovietica” c’è]:

In due guerre, Hoffmann aveva visto l’esercito russo in azione e ogni volta era stato testimone di una schiacciante sconfitta. L’Armata Rossa, secondo Hoffmann, era soltanto il vecchio esercito russo “decomposto in plebaglia”.

[Dopo “Una versione modificata del piano Hoffmann era stata approvata dal maresciallo Foch.” c’è]:

Il 22 novembre 1919, in un’intervista al London Daily Telegraph, il generale Hoffmann dichiarò: “Negli ultimi due anni sono gradualmente arrivato alla conclusione che il bolscevismo è il più grande pericolo che abbia minacciato l’Europa da secoli”. Nelle sue memorie, La guerra di opportunità perdute, Hoffmann si lagnò della rinuncia del mondo a marciare su Mosca secondo il suo piano.

[Dopo “benché rappresentasse chiaramente un distacco radicale dalla strategia militare e politica della tradizionale scuola bismarckiana” ciè una nota]: [5] – Inizialmente il generala Hans von Seeckt, comandante del Reichswehr tedesco, si oppose al piano di Hoffmann. Seeckt sognava una guerra revanscista contro l’Occidente, per la quale sperava di usare le materie prime e la forza lavoro russe. Credeva di potersi alleare con l’opposizione interna all’Armata Rossa e al governo sovietico. In seguito, Seeckt supportò il piano di Hoffmann e divenne un nazista.

Capitolo 10: Alla frontiera finlandese

I.Antibolscevismo a Broadway

[Dopo “Reilly non tardò a trovarsi di casa negli Stati Uniti” manca]:

Un prestito finanziario americano all’Unione Sovietica veniva largamente discusso. Numerosi affaristi influenti erano favorevoli; il governo sovietico, desideroso di ottenere l’amicizia dell’America e disperatamente bisognoso di capitali e macchinari per riorganizzare la sua economia devastata, aveva intenzione di fare delle concessioni per ottenerlo.

“C’erano ottime possibilità che i sovietici ottenessero il prestito,” ricordò poi la signora Reilly, “e Sidney era determinato a fare sì che non avvenisse. Gran parte del suo lavoro in America aveva l’obiettivo di impedire il prestito”.Riley si gettò immediatamente nella lotta contro quel prestito.

[Dopo “con piccoli gruppi scelti di uomini di Wall Street e con industriali facoltosi in varie città americane”, c’è un altro paragrafo con nota]:

Con letture pubbliche e articoli sulla stampa,” scrisse la signora Reilly, “Sidney lottò contro il finanziamento ai bolscevichi, ed è superfluo aggiungere che, rivelazione dopo rivelazione, scoperta dopo scoperta, la sua vittoria fu completa e il prestito all’Unione Sovietica non si materializzò mai”[1].

Sabotare il prestito all’Unione Sovietica non era l’attività principale di Reilly negli Stati Uniti.

—[1] – Il merito della vittoria contro l’Unione Sovietica non fu interamente di Reilly. Altri negli Stati Uniti lottarono non meno energicamente per impedire il prestito. Tra loro c’era Herbert Hoover, allora segretario al commercio, la cui animosità contro i bolscevichi era imbattibile. “La questione degli scambi con la Russia,” comunicò Hoover a Maxime Litvinov il 31 marzo 1921, “è molto più politica che economica finché la Russia resta sotto il controllo dei bolscevichi”.

[Tutto il pezzo finale, da “Come Henry Deterding in Inghilterra e Fritz Thyssen in Germania” in poi, è in realtà il poco che resta del paragrafo III (Black Hundreds at Detroit)].

II. L’agente B1

[Questo paragrafo è stato interamente soppresso nell’edizione italiana].

Il leader del movimento degli émigrés bianchi negli Stati Uniti era un ex ufficiale zarista, il tenente Boris Brasol, ex agente dell’Ochrana che un tempo aveva lavorato come Pubblico Ministero alla Corte Suprema di san Pietroburgo. Era arrivato negli Stati Uniti nel 1916 come rappresentante russo alla conferenza degli Alleati a New York, e in seguito era rimasto in America come agente speciale zarista.

Uomo minuto, pallido, nervoso ed effeminato, con la fronte spaziosa, il naso prominente e lo sguardo accigliato, Brasol aveva fama di violento e prolifico propagandista antisemita. Nel 1913 aveva avuto un ruolo di prima importanza nel caso Beilis, quando la polizia segreta aveva tentato di provare che gli ebrei praticassero rituali omicidi e avessero ucciso un bambino cristiano di Kiev per il suo sangue[2].

Dopo la Rivoluzione Brasol aveva fondato la prima organizzazione cospirativa di russi bianchi negli Stati Uniti, l’Unione degli Ufficiali Militari e Navali Zaristi, composta per la maggior parte da ex membri delle Centurie Nere emigrati in America. Nel 1918 il gruppo di Brasol aveva stretti contatti con il Dipartimento di Stato, al quale forniva i dati contraffatti e le informazioni erronee sui quali le autorità americane avrebbero basato le loro opinioni in merito ai falsi “documenti di Sisson”[3]. Dichiarandosi un esperto di affari russi, Brasol riuscì a garantirsi una posizione sicura nei Servizi Segreti statunitensi. Una delle prime azioni di Brasol, con il nome in codice di “Agente B1”, fu commissionare a Natalie De Bogory, figlia di un ex generale zarista, la traduzione in inglese dei Protocolli dei savi di Sion, la tristemente famosa frode antisemita che era stata usata nella Russia imperiale dalla polizia segreta zarista per provocare pogrom su larga scala contro gli ebrei, e che l’émigré zarista Alfred Rosenberg stava contemporaneamente diffondendo a Monaco. Brasol inserì la traduzione dei Protocolli nell’archivio dei Servizi Segreti statunitensi come documento autentico che avrebbe “spiegato la Rivoluzione russa”.

Per aumentare il supporto ai russi bianchi e convincere gli americani che la Rivoluzione bolscevica fosse parte di una “cospirazione ebraica internazionale”, Brasol iniziò a far circolare i Protocolli in tutti gli Stati Uniti e completò la frode con i propri scritti. All’inizio del 1921 fu pubblicato a Boston un suo libro, The World at the Crosspath, in cui sosteneva che la Rivoluzione russa fosse stata istigata, finanziata e guidata dagli ebrei. Il rovesciamento dello zar e i successivi sviluppi internazionali, scrisse Brasol, facevano parte di “un movimento sinistro in cui gli ebrei del mondo e il signor Wilson si sono alleati”.

Il 1 luglio 1921 Brasol riuscì dichiarare, in una lettera scritta a un altro émigré bianco negli Stati Uniti, il generale conte V. Čerep-Spirodovič, che

“Nell’ultimo anno ho scritto tre libri che hanno nuociuto agli ebrei più di quanto potessero farlo dieci pogrom”.Čerep-Spirodovič era egli stesso uno straordinario propagandista antisemita, e inoltre riceveva supporto finanziario da un famoso industriale americano: il suo nome era Henry Ford.

Anche Boris Brasol era in contatto con agenti dell’azienda di Ford, e copie dei Protocolli furono inviate al magnate dell’auto…[4]

—-[2] – “Ero il secondo più grande Pubblico Ministero in Russia,” disse Brasol a un giornalista che lo aveva intervistato poco dopo il suo arrivo negli Stati Uniti. “Ho studiato investigazione criminale in tutta Europa, agli ordini del governo: in svizzera, Germania, Francia e Inghilterra. Sono diventato un esperto di investigazione criminale”.

Il giornalista americano gli chiese se credeva davvero che gli ebrei compissero atti criminali.

“Perché dovrei?” rispose lui.

In seguito il giornalista descrisse le sue sensazioni durante l’intervista: “Sentii un brivido mentre sedevo faccia a faccia con quel discepolo delle Centurie Nere russe e lo sentivo raccontare freddamente, in questo ventesimo secolo, della crudeltà medievale dei seguaci dello zar”.

[3] – I cosiddetti “documenti di Sisson”, che avrebbero dovuto provare che Lenin e gli altri leader sovietici erano al soldo del Comando Supremo tedesco, furono pubblicati e diffusi negli Stati Uniti dal Dipartimento di Stato dopo la Rivoluzione bolscevica. I documenti, originariamente offerti dai russi bianchi in cambio di denaro, erano stati rifiutati dai Servizi Segreti britannici e bollati come frode grossolana. Edgar Sisson, ufficiale del Dipartimento di Stato, acquistò i documenti e li portò a Washington. La falsità dei documenti fu poi stabilita con sicurezza.

[4] – Per una descrizione delle successive attività di Brasol negli Stati Uniti, si veda il capitolo 23.

III. Centurie Nere a Detroit

[Di questo interessante paragrafo è rimasta nell’edizione italiana soltanto la parte finale (da “Come Henry Deterding in Inghilterra e Fritz Thyssen in Germania, il re americano dell’automobile…” in poi), accorpata al paragrafo I].

Una strana e sinistra alleanza fu stretta negli Stati Uniti tra gli émigré zaristi dalla mentalità feudale e il famoso industriale americano che aveva sviluppato i metodi produttivi più moderni al mondo…

Alla fine della guerra Henry Ford era un uomo amareggiato e disilluso. Il progetto utopistico della Nave della Pace, che Ford aveva spedito in Europa durante la guerra, si era rivelato un fiasco incredibile, e come risultato il fabbricante di automobili era stato totalmente ridicolizzato. Inoltre era profondamente dispiaciuto dalle difficoltà che aveva trovato nell’assicurarsi un prestito da Wall Street per la prevista espansione dei suoi affari. Tanto poco istruito quanto talentuoso in fatto di tecnologia, Ford prestò orecchio ai russi bianchi quando vennero da lui e gli dissero che i responsabili dei suoi problemi erano gli ebrei. Come prova del loro assunto presentarono i Protocolli dei Savi di Sion. Dopo aver esaminato attentamente i Protocolli, Ford arrivò alla conclusione che offrissero una spiegazione per tutti i suoi problemi. Decise quindi di dare distribuzione nazionale a quella frode antisemita ristampando i Protocolli nel suo giornale, il Dearborn Independent.

Uno dei risultati fu che aristocratici russi antisemiti, terroristi della Guardia Bianca, membri delle Centurie Nere responsabili dei pogrom ed ex agenti della polizia segreta zarista, emigrati negli Stati Uniti dopo la Rivoluzione, si presentarono alla fabbrica di Ford a Detroit. Lo convinsero che anche il governo degli Stati Uniti fosse minacciato da un “complotto ebraico” rivoluzionario e che i gruppi liberali americani fossero in realtà dei “fronti ebraici”. Sotto la loro esperta supervisione, nutrita e ricoperta di rispettabilità dalla posizione e dalle ricchezze di Ford, una gigantesca e intricata organizzazione segreta venne fondata per spiare i liberali americani, promuovere campagne reazionarie e antisovietiche, raccogliere voci antisemite e diffondere propaganda antiebraica negli Stati Uniti.

Il quartier generale dell’organizzazione era alla Ford Motor Company. I suoi membri avevano numeri in codice speciali: la segretaria privata di Ford, E.G. Liebold, era 121X; W.J. Cameron, direttore del Dearborn Independent, era 122X; Natalie De Bogory, l’assistente di Brasol che aveva tradotto i Protocolli, era 29H.

L’organizzazione di Ford penetrò ogni fase della vita americana. I suoi agenti erano attivi nei giornali più diffusi, in famose università, nelle industrie e perfino nelle agenzie del governo. Il dottor Harris Houghton, ex membro dell’intelligence militare, guidò il cosiddetto “servizio di investigazione Ford”, una divisione speciale dell’apparato cospirativo. Il codice di Houghton era 103A. Il compito principale del capo del servizio di investigazione era ottenere informazioni confidenziali sui più famosi liberals americani per obiettivi di propaganda antisovietica e antisemita. Tra coloro che vennero indagati e messi sulla lista nera del servizio di investigazione vi furono Woodrow Wilson, il colonnello Raymond Robins, il reverendo John Haynes Holmes, Helen Keller, i giudici della Corte Suprema Hughes e Brandeis. Secondo i resoconti segreti dell’organizzazione, queste persone erano usate dal “complotto ebraico” per sovvertire il governo americano.

Le scoperte del servizio di investigazione vennero pubblicizzate dal Dearborn Independent, che allo stesso tempo pubblicava anche i Protocolli dei Savi di Sion. Ecco un esempio dei commenti su Woodrow Wilson:

“Quando era presidente, il signor Wilson era molto vicino agli ebrei. Il suo governo, come tutti sanno, era composto in prevalenza da ebrei. In quanto dignitario presbiteriano, il signor Wilson tornava occasionalmente al vecchio modo di pensare cristiano durante i suoi discorsi pubblici, e fu sempre seguito da vicino da censori ebrei.”

Un articolo su William Howard Taft si concludeva con questo paragrafo:

“Questa è la storia degli sforzi di William Howard Taft per opporsi agli ebrei, e di come essi lo mandarono in rovina Forse vale la pena conoscerla, dato che è diventato un membro di quei “fronti gentili” che gli ebrei usano a propria difesa.”

Agenti speciali dell’organizzazione di Ford furono inviati all’estero e viaggiarono migliaia di chilometri per raccogliere calunnie e falsità contro gli ebrei. Uno di quegli agenti, un russo bianco di nome Rodënov, si recò in Giappone per ottenere del materiale di propaganda antisemita speciale dalla colonia di emigrati russi del posto. Prima di lasciare gli Stati Uniti, Rodënov telegrafò a W. Smith, uno dei leader dell’organizzazione di Ford:

“Le mie condizioni sono le seguenti: per sei mesi vi fornirò in esclusiva il materiale concordato. Voi anticiperete mensilmente 15.000 dollari americani pagabili alla banca di Yokohama. Pagherete anche il materiale già fornito. Rodënov”

Per descrivere la situazione che si era sviluppata alla Ford Motor Company, Norman Hapgood, celebre giornalista e in seguito ambasciatore in Danimarca, scrisse:

“Nell’atmosfera in cui lavoravano gli investigatori di Ford, si parlava di autentici pogrom che sarebbero avvenuti negli Stati Uniti. Nel circolo di Ford stavano crescendo proprio gli esatti sintomi che esistevano in Russia negli anni delle Centurie Nere. […] Dal punto di vista politico, significava che la storia si stava ripetendo. In questo paese Brasol era il capo degli espatriati russi che cercavano di rimettere i Romanov sul trono, e ciò significava che la persecuzione di Ford si era unita, con la logica degli eventi, alla crociata centenaria che i despoti d’Europa avevano fomentato ripetutamente al fine di infiammare per i loro obiettivi le ignoranti passioni religiose delle masse oscure.”Come Henry Deterding in Inghilterra e Fritz Thyssen in Germania, il re americano dell’automobile Henry Ford […]

IV.Fine di Sidney Reilly

[Manca il paragrafo iniziale, con nota]:

Subito dopo il suo arrivo negli Stati Uniti, Sidney Reilly aveva iniziato a lavorare a stretto contatto con agenti dell’apparato antisemita e antisovietico di Ford. Con la loro assistenza compilò una “lista completa di coloro che lavoravano segretamente per la causa bolscevica in America”[5].

[5] – La lista, che includeva i nomi di ogni americano celebre che avesse detto qualunque cosa di favorevole all’Unione Sovietica, doveva servire come utile modello per i fascisti e i nazisti americani negli anni a venire. La propagandista antisemita Elizabeth Dilling attinse molto da quell’elenco e da altri simili per compilare il suo noto Red Network. George Sylvester Viereck, il colonnello Emerson, Oscar Pfaus e altri agenti della “quinta colonna” nazista negli Stati Uniti fecero un uso simile di quelle informazioni nelle loro attività di propaganda.

[Dopo “…sul retro di lettere d’ affari dall’apparenza innocua” mancano due paragrafi]:

Le comunicazioni contenevano rapporti dettagliati su ogni nuovo sviluppo del movimento antisovietico in Europa. La débâcle di Savinkov aveva temporaneamente demoralizzato una larga parte del movimento. Le guardie verdi si erano frantumate in piccole bande isolate di terroristi e banditi. Gelosie e sospetti reciproci contribuivano a disorganizzare gli altri gruppi antisovietici. Sembrava che la grande controrivoluzione dovesse essere rimandata per un certo periodo di tempo.

“Sidney vide correttamente,” scrive la signora Reilly, “che la controrivoluzione doveva iniziare in Russia, e che tutto il suo lavoro dall’esterno avrebbe creato soltanto una passiva ostilità straniera contro i sovietici. Fu contattato molte volte a nome di organizzazioni di Mosca, com’era stato contattato da Drebkov a Londra, ma agì con cautela…”

[La lettera di Reilly che inizia con “In Russia si sta preparando realmente qualche cosa di completamente nuovo…” è tradotta in modo sballato, e sono state aggiunte frasi che nell’originale non ci sono. Una traduzione più fedele è]:

“Sta succedendo veramente qualcosa di nuovo, potente e importante in Russia”.

[In compenso la lettera successiva, quella che inizia con “È assolutamente necessario che io vada”, è stata tagliata all’inverosimile. La traduzione completa è]:

“È assolutamente necessario che io vada per tre giorni a Pietrogrado e a Mosca. Partirò stanotte e sarò di ritorno qui martedì mattina. Voglio che tu sappia che non avrei mai intrapreso questo viaggio se non fossestato assolutamente essenziale, e se non fossi stato convinto che non c’è praticamente alcun rischio nell’impresa. Scrivo questa lettera solo per il caso più improbabile che mi capiti qualche disavventura. Se dovesse succedere, non devi fare alcuna mossa: potrebbero aiutare un po’ ma finirebbero per allarmare i bolscevichi e rivelare la mia identità. Se per caso dovessi essere arrestato in Russia, potrebbe essere soltanto per qualche accusa insignificante e i miei amici sono abbastanza potenti da ottenere la mia liberazione.”

Capitolo 11: Ouverture con tamburi di guerra

[Dopo “il Giappone si preparava ad intervenire in Cina per stroncare la rivoluzione” mancano due paragrafi con nota]:

Il Primo Ministro giapponese, il generale Tanaka, inviò all’Imperatore il suo celebre memoriale segreto in cui definiva gli obiettivi dell’imperialismo nipponico:

“Per conquistare il mondo, dobbiamo prima di tutto conquistare la Cina; in seguito, tutti gli altri paesi asiatici dei mari del sud ci temeranno e capitoleranno. Allora il mondo capirà che l’estremo Oriente è nostro. […] Con tutte le risorse della Cina a nostra disposizione, passeremo alla conquista dell’India, dell’arcipelago, dell’Asia Minore, dell’Asia centrale e anche dell’Europa. Ma il primo passo deve ‘essere l’assedio e il controllo della Manciuria e della Mongolia. […] Presto o tardi dovremo combattere contro l’Unione Sovietica. […] Se desideriamo ottenre in futuro il controllo della Cina, dobbiamo prima di tutto schiacciare gli Stati Uniti[1].”

–[1] – Il memoriale di Tanaka, in seguito noto come il Mein Kampf giapponese, fu scritto nel 1927 e reso noto nel 1929, quando Zhang Xueliang, il “giovane maresciallo” della Manciuria, lo acquistò da un agente giapponese. Il Consiglio Cinese dell’Istituto per le Relazioni nel Pacifico pubblicò il documento negli Stati Uniti e lo rivelò al mondo.

[Dopo “i diplomatici anglo-francesi avevano trattato febbrilmente con la Germania per un’azione comune contro la Russia Sovietica” mancano due paragrafi]:

Il portavoce dei tories britannici, William Ormsby-Gore, aveva descritto la posta in gioco a Locarno con termini chiari e inconfondibili nel suo discorso a Manchester del 23 ottobre 1924:

“La solidarietà della civiltà cristiana è necessaria per disperdere le forze più sinistre che siano sorte non soltanto nella nostra vita, ma in tutta la storia europea.

Per come la vedo io, la lotta di Locarno è questa: la Germania deve considerare il suo futuro legato al destino delle grandi potenze occidentali, o si schiererà con la Russia per la distruzione della civiltà occidentale?

L’importanza di Locarno è terribile. Significa che, per quanto riguarda il governo tedesco, esso è staccato dalla Russia e rimesso al suo posto nello schieramento occidentale.”

[Dopo “è perché ha le sue ragioni per farlo…” manca un breve paragrafo]:

Il 3 marzo 1927 il visconte Grey disse alla camera dei Lord britannica: “Il governo sovietico non è affatto un governo nazionale nel senso ordinario. Non è un governo russo nelle stesso senso in cui il governo francese è francese o il governo tedesco è tedesco”.

[Dopo “Bombe furono gettate a un convegno del partito bolscevico a Leningrado…” manca la nota a piè di pagina]:

–[2] – Contemporaneamente il movimento di opposizione di Trockij all’interno dell’Unione Sovietica si stava preparando a rovesciare il governo sovietico. Un putsch trotzkista fu tentato il 7 novembre 1927; numerosi seguaci di Trockij furono arrestati e Trockij stesso venne esiliato. Si veda il capitolo 15.

[Il capitolo finisce con la frase “Tutto era pronto per la guerra”. Tutto ciò che nell’edizione italiana viene dopo (quasi due pagine!) è una versione vagamente tagliuzzata del paragrafo IV (World’s End) del capitolo 12, che per il resto è stato interamente omesso].

Capitolo 12: Milionari e sabotatori

[I primi tre paragrafi sono completamente inediti.]

I. Un incontro a Parigi

Un pomeriggio nel tardo autunno del 1928, alcuni émigré russi immensamente ricchi si incontrarono segretamente nella sala privata di un ristorante sul Grand Boulevard di Parigi. Tutte le precauzioni erano state prese per impedire agli estranei di venire a sapere della faccenda. L’incontro era stato organizzato dai leader del Torgprom, il cartello internazionale dei milionari ex zaristi. I nomi degli uomini presenti erano stati leggendari nella vecchia Russia: G.N. Nobel, N.C. Denisov, Vladimir Rjabušinskij e altri personaggi di eguale fama.

Questi émigré milionari si erano riuniti per conferire clandestinamente con due distinti visitatori dall’Unione Sovietica. Il professor Leonid Ramzin, uno dei visitatori, era uno straordinario scienziato russo, direttore dell’Istituto Termo-tecnico di Mosca e membro del Consiglio Economico Supremo. L’altro visitatore, Viktor Laričev, era il segretario della sezione carburanti della Commissione di Stato per la Pianificazione.

Il professor Ramzin e Laričev si trovavano a Parigi per un viaggio d’affari ufficiale; il vero scopo della loro visita nella capitale francese, in realtà, era di informare i leader del Torgprom sulle attività dell’organizzazione di spie e sabotatori da loro guidata in Unione Sovietica.

L’organizzazione di Ramzin e Laričev era chiamata “partito industriale”. Composto in prevalenza da membri della vecchia intelligencija scientifica che aveva costituito una piccola classe privilegiata ai tempi dello zar, il partito industriale aveva circa duemila membri segreti. La maggior parte di essi ricopriva ruoli importanti nell’apparato tecnologico sovietico. Finanziati e diretti dal Torgprom, i membri del partito industriale svolgevano attività spionistiche e di sabotaggio nell’industria sovietica.

Il professor Ramzin fu il primo a parlare all’incontro nel ristorante parigino. Disse al suo pubblico che era stato fatto tutto il possibile per interferire con l’ampio e ambizioso piano quinquennale appena lanciato da Stalin per industrializzare l’Unione Sovietica, un sesto del pianeta. I membri del partito industriale, disse Ramzin, erano attivi in tutte le branche dell’industria sovietica e stavano mettendo in pratica con attenzione tecniche scientifiche e sistematiche di sabotaggio.

“Uno dei nostri metodi,” spiegò il professore agli ascoltatori, “è il metodo degli standard minimi, cioè il massimo ritardo dello sviluppo industriale del paese e e il rallentamento del ritmo di industrializzazione. In secondo luogo, c’è la creazione di una sproporzione tra le singole branche dell’economia nazionale e anche tra i singoli settori della stessa branca. E infine c’è il metodo del capitale congelato, cioè investimenti di capitale in costruzioni assurdamente inutili o che si sarebbero potute rimandare, non essendo necessarie al momento”.

Il professor Ramzin espresse profonda soddisfazione per i risultati che erano stati ottenuti con il metodo del capitale congelato. “Questo metodo ha portato a un taglio del ritmo di industrializzazione,” disse. “senza dubbio ha abbassato il livello generale della vita economica del paese, creando scontento tra larghe fasce della popolazione”.

D’altro canto, fece notare Ramzin, c’erano stati anche sviluppi meno promettenti. Un gruppo di membri del partito industriale che lavoravano alle miniere di Šachty (ndr vedi vol 11 op comp di G.Stalin. Affare Šachty) era appena stato arrestato dalla OGPU. Molti altri, attivi nelle industrie petrolifere e dei trasporti, erano stati anch’essi arrestati. Inoltre, da quando Lev Trockij era stato mandato in esilio e il suo movimento di opposizione si era frantumato, gran parte della vecchia lotta politica e del dissenso interno si era spenta, rendendo così molto più difficili le operazioni del partito industriale.

“Abbiamo bisogno di un maggiore supporto da parte vostra,” concluse il professor Ramzin. “ma più di ogni altra cosa, abbiamo bisogno di un intervento armato se i bolscevichi devono essere rovesciati”.

Arrivò il turno di N.C. Denisov, presidente della Torgprom. Un rispettoso silenzio si diffuse nel piccolo gruppo quando iniziò a parlare.

“Come sapete,” disse Denisov, “abbiamo conferito con monsieru Poincaré e anche con monsieur Briand. Per un certo tempo monsieur Poincaré ha espresso la sue completa approvazione riguardo all’idea di organizzare un intervento armato contro l’Unione Sovietica e, come ricorderete, durante una delle nostre recenti conferenze ha dichiarato che la questione era già stata presentata allo Staff Generale francese. Adesso ho il privilegio di comunicarvi ulteriori informazioni della massima importanza”.

Denisov fece una pausa drammatica, mentre il suo pubblico attendeva in tensione.

“Vi informo che lo Staff Generale francese ha formato una commissione speciale guidata dal generale Joinville per organizzare l’attacco contro l’Unione Sovietica!”[1] Ci fu immediatamente un tumulto di commenti entusiasti. Tutti i presenti in quella stanza piena di fumo iniziarono a parlare contemporaneamente. Ci vollero molti minuti prima che Denisov potesse continuare con il suo rapporto sulle attività del Torgprom…

–[1] – Quello stesso colonnello Joinville aveva già guidato l’armata francese di intervento in Siberia nel 1918. Al tempo dell’incontro del Torgprom a Parigi, lo Staff Generale francese includeva questi membri: il maresciallo Foch, che chiedeva un intervento armato contro la Russia già dal 1919; il maresciallo Pétain, i cui sentimenti antisovietici erano pari solamente alla sua paura e al suo disprezzo per la democrazia; il generale Weygand, che aveva guidato le forze polacche contro l’Armata Rossa nel 1920 e da allora aveva partecipato instancabilmente a tutti i complotti antisovietici e antidemocratici. Foch morì nel 1929; il suo aiutante personale, René L’Hôpital, divenne in seguito presidente del celebre Comitato Franco-Tedesco, fondato alla fine del 1935 dall’agente nazista Otto Abetz, che diffuse in Francia propaganda nazista e antisovietica.

II. Il piano di attacco

Il periodo scelto per l’attacco militare all’Unione Sovietica era la tarda estate del 1929 o al più tardi l’estate del 1930. Le forze militari principali sarebbero state fornite da Polonia, Romania e Finlandia. Lo Staff Generale francese avrebbe messo a disposizione gli istruttori militari e possibilmente l’uso delle forze aeree. La Germania avrebbe offerto tecnici e reggimenti volontari, i britannici la marina. Il piano di attacco era un adattamento del Piano Hoffmann.

La Romania avrebbe fatto la prima mossa dopo la provocazione di una serie di incidenti di frontiera in Bessarabia. Poi sarebbe intervenuta la Polonia, con il supporto degli stati di frontiera baltici. L’armata bianca di Wrangel, composta da circa centomila uomini, avrebbe attraversato la Romania per unirsi all’armata meridionale nell’intervento. La flotta britannica avrebbe supportato le operazioni nel Mar Nero e nel Golfo di Finlandia. I cosacchi di Krasnov, acquartierati nei Balcani dal 1921, sarebbero sbarcati sulle rive del Mar Nero, nella regione di Novorossisk, si sarebbero mossi lungo il Don fomentando ribellioni nelle comunità cosacche e avrebbero infine sfondato in Ucraina. Lo scopo dell’operazione sarebbe stato tagliare le comunicazioni tra i giacimenti di carbone del Donec e Mosca, portando così a una crisi nella fornitura di metalli e carburante. Mosca e Leningrado sarebbero state attaccate simultaneamente, mentre l’armata meridionale si sarebbe mossa attraverso i distretti occidentali dell’Ucraina, con il fianco sulla riva destra del Dnepr.

Tutti gli attacchi sarebbero stati compiuti senza dichiarazioni di guerra, con una repentinità sorprendente. Sotto quella pressione, si pensava, l’Armata Rossa sarebbe rapidamente collassata e la caduta del regime sovietico sarebbe stata una questione di giorni.

A nome dello Staff Generale francese, durante una conferenza organizzata dai leader del Torgprom il colonnello Joinville chiese al professor Ramzim quali possibilità ci fossero di ottenere un’assistenza militare attiva dagli oppositori in Unione Sovietica al momento dell’attacco dall’esterno. Ramzin rispose che gli oppositori, pur isolati e clandestini dopo l’espulsione di Lev Trockij, erano ancora in numero sufficiente a dare supporto.

Il colonnello Joinville raccomandò che il partito industriale e i suoi alleati organizzassero un “ramo militare” speciale, e diede a Ramzin i nomi di numerosi agenti segreti francesi a Mosca che avrebbero potuto aiutarlo a creare quel tipo di organizzazione…

Da Parigi, ancora ufficialmente in viaggio d’affari, il professor Ramzin viaggiò a Londra per incontrare i rappresentanti della Royal Dutch Shell e della Metro-Vickers, il gigantesco trust britannico delle munizioni dominato dal sinistro sir Basil Zaharoff, che un tempo aveva vasti interessi nella Russia zarista. Lo scienziato russo fu informato che, mentre la Francia stava giocando il ruolo principale in quel piano per intervenire in Unione Sovietica, anche la Gran Bretagna era pronta a fare la sua parte. I britannici avrebbero dato supporto finanziario, continuato a esercitare pressioni diplomatiche per isolare i sovietici e messo a disposizione la loro flotta al momento dell’attacco…

Tornato a Mosca, Ramzin mise al corrente gli altri coinvolti nella cospirazione dei risultati del suo viaggio all’estero. Fu accorato che il partito industriale avrebbe operato con due obiettivi: portare l’industria e l’agricoltura al massimo della situazione critica per stimolare il malcontento di massa contro il regime sovietico, e sviluppare un apparato per aiutare direttamente gli eserciti invasori attraverso atti di sabotaggio e terrorismo dietro le linee sovietiche.

I soldi del Torgprom forniti da agenti francesi a Mosca iniziarono a finanziare le attività di sabotaggio in vari settori industriali. Al ramo nell’industria metallurgica arrivarono cinquecentomila rubli; a quello dell’industria petrolchimica trecentomila; a quello tessile duecentomila; a quello del settore elettrico centomila. Periodicamente, a richiesta degli agenti francesi, britannici o tedeschi, i membri del partito industriale e i loro alleati stendevano rapporti speciali di spionaggio sui prodotti e i campi di aviazione, sulla produzione di rifornimenti militari e le industrie chimiche, sulle condizioni delle ferrovie.

Con l’avvicinarsi del momento dell’invasione, le speranze tra gli émigré milionari si fecero alte. Il 7 luglio 1930 uno dei leader del Torgprom, Vladimir Rjabušinskij, pubblicò sul Vzorošdenie, il giornale parigino dei russi bianchi, un articolo sorprendente dal titolo “Una guerra necessaria”.

“La guerra in arrivo contro la Terza Internazionale per assicurare la liberazione della Russia sarà senza dubbio nominata dal destino la più giusta e profittevole di tutte le guerre,” dichiarava Rjabušinskij. I precedenti tentativi di intervento in Russia, aggiungeva, avevano fallito o erano stati abbandonati perché erano troppo costosi per essere realizzati. “Nel 1920 e fino al 1925, gli specialisti si aspettavano di ottenere questi obiettivi nell’arco di sei mesi con un esercito di un milione di uomini. Si calcola che la spedizione sia costata in totale cento milioni di sterline”.

Ma ora, diceva l’émigré milionario, gli investimenti necessari ad abbattere il regime sovietico sarebbero stati notevolmente inferiori a causa della politica interna e delle difficoltà economica in Unione Sovietica:

“Probabilmente cinquecentomila uomini e tre o quattro mesi sarebbero sufficienti a finire il lavoro senza interruzioni. La distruzione definitiva delle bande comuniste richiederebbe, ovviamente, un po’ più di tempo, ma quella è una cosa che riguarda il lavoro della polizia più che le operazioni militari.”

Rjabušinskij elencava poi i numerosi benefici “commerciali” che sarebbero derivati da un invasione della Russia. Un’economia russa prospera controllata da uomini come lui, sosteneva, avrebbe portato all’“afflusso annuale verso il sistema economico europeo di quella ricchezza sotto forma della domanda di vari tipi di merci”, che avrebbe portato alla “cancellazione dell’esercito dei cinque milioni abbondanti di disoccupati in Austria, Germania e Gran Bretagna”.

La crociata antisovietica era ovviamente “un’impresa grande e sacra e il dovere morale dell’umanità”.Ma dimenticandosi di questo aspetto e guardando alla cosa “dal punto di vista più semplice, nudo e crudo, senz’anima e puramente commerciale,” Rjabušinskij fece notare:

“Possiamo dichiarare con sicurezza che non c’è un’impresa al mondo più giustificata dal punto di vista commerciale, o più profittevole, di quella che riguarda l’emancipazione della Russia.

Spendendo un miliardo di rubli, l’umanità riceverà in cambio non meno di cinque miliardi, cioè il 500% ogni anno, con la prospettiva di un ulteriore incremento nel tasso di profitto di un altro 100 o 200%.

Dove potreste fare affari migliori?”

III. Uno sguardo dietro le quinte

Uno sguardo ad alcuni degli incredibili complotti antidemocratici e antisovietici tramati in quegli anni nel sottobosco della diplomazia e della finanza europea venne accidentalmente rivelato in Germania alla fine degli anni Venti…

Nel corso di un’investigazione di routine a Francoforte, i detective della polizia tedesca erano incappati per caso in una grande quantità di banconote sovietiche (červonec) contraffatte nascoste in un magazzino, impacchettate in enormi rotoli e pronte per essere spedite in Unione Sovietica.

Il processo che ne seguì, conosciuto come il “processo červonec”, suscitò un clamore internazionale. Prima della fine, i nomi di molte eminenti personalità europee erano stati fatti davanti alla corte. Tra i coinvolti c’erano sir Henry Deterding e il suo misterioso agente Georg Bell, il magnate del petrolio zarista Nobel, l’industriale bavarese filonazista Willi Schmidt e il famoso generale Max Hoffmann, che morì poco dopo la fine del processo.

Gli imputati al processo, accusati di aver falsificato banconote sovietiche, erano Bell, Schmidt e due cospiratori antisovietici georgiani un tempo legati a Noe Zhordania, Karumidze e Sadathierashvili. Con l’avanzare del processo, si scoprì che l’obiettivo degli imputati era inondare il Caucaso di banconote false per creare tensione politica e disordini in Unione Sovietica.

“I fattori economici,” sottolineò il giudice, “come i pozzi di petrolio e le miniere, sembrano avere un ruolo dominante in questo intrigo”.

Divenne subito chiaro che la contraffazione di banconote era soltanto la fase minima di una gigantesca cospirazione. Willi Schmidt, l’industriale filonazista, testimoniò che il suo interesse principale era “sopprimere il comunismo in Germania,” e che pensava che fosse necessario rovesciare prima il regime sovietico in Russia. Ammise di aver pagato le spese del generale Hoffmann quando quest’ultimo si era recato a Londra nel 1926 per presentare al British Foreign Office una copia del suo piano di alleanza franco-tedesco-britannica contro la Russia. Schmidt disse alla corte che aveva “la massima fiducia nel generale Hoffmann, per il suo carattere personale e per i suoi legami con i grandi interessi petroliferi in Inghilterra”.

Il cospiratore georgiano, Karumidze, identificò i “grandi interessi petroliferi” con quelli di sir Henry Deterding, che era il principale finanziatore della cospirazione.

Ulteriori testimonianze stabilirono che potenti gruppi finanziari e politici tedeschi, francesi e britannici avevano elaborato un complesso piano per separare il Caucaso dall’Unione Sovietica come mossa preliminare per scatenare una guerra generale contro la Russia. Erano stati fondati cartelli per lo “sfruttamento economico dei territori liberati”. La Germania avrebbe fornito truppe, tecnici e armi. I gruppi anglo-francesi avrebbero esercitato pressione diplomatica sulla Romania e la Polonia per assicurarsi la loro partecipazione alla crociata…

Un documento che avrebbe potuto “mettere a repentaglio la sicurezza dello stato tedesco se reso pubblico” venne letto alla corte durante la camera di consiglio. Si disse che ne fosse coinvolto il Comando Supremo tedesco.

Il processo stava diventando pericoloso. “Anche se il Ministero degli Esteri [tedesco] e l’ambasciata britannica dichiarano che nulla sarà nascosto al pubblico,” scrisse il New York Times il 23 novembre 1927, “è ormai chiaro che la polizia ha ordinato di mettere a tacere l’intero affare”.

Il “processo červonec” ebbe un finale improvviso e straordinario. Dato che le banconote non avevano mai circolato, essendo state sequestrate dalla polizia prima di essere distribuite, la corte tedesca dichiarò che non fosse stata commessa una contraffazione nel senso stretto del termine. Anche se la falsificazione delle banconote sovietiche era provata, la corte sostenne che i falsari e i loro complici “erano guidati da motivi politici non personali e meritevoli di assoluzione”. I cospiratori imputati lasciarono il tribunale da uomini liberi. I riferimenti a quel caso sensazionali scomparvero dai giornali dopo una dichiarazione pubblica di sir Henry Deterding:

“È vero che conoscevo il generale Hoffmann. Lo ammiravo come soldato e condottiero. Sfortunatamente ora è morto e non può difendersi. Ma lo difenderò io. […] Il generale Hoffmann era un nemico implacabile del bolscevismo. Aveva lavorato anni a un progetto per unire le grandi potenze contro la minaccia russa. […] Il fatto che fosse favorevole a una guerra contro Mosca è noto a ogni studente di politica post-bellica. È davvero un peccato che sia morto, perché avrebbe saputo cosa rispondere ai suoi calunniatori.”

IV. La fine del mondo

[Questo paragrafo (da “Nessuna mossa aperta fu progettata…” in poi) è stato accorpato al capitolo precedente nell’edizione Einaudi. Il primo capoverso è in realtà una traduzione estremamente condensata. Lo traduco qui in versione completa]:

L’attacco pianificato all’Unione Sovietica fu rimandato dal 1929 all’estate del 1930. La ragione data nei circoli dei russi bianchi era “l’impreparazione francese”, ma era generalmente noto che tra i vari gruppi erano emersi “disaccordi sulle sfere di influenza nei territori liberati”. I gruppi britannici e francesi rivaleggiavano per il controllo del Caucaso e dei giacimenti di carbone del Donec, ed entrambi si opponevano alla Germania a proposito dell’Ucraina. Nonostante ciò Henry Deterding, il vero leader del movimento, riteneva con ottimismo che queste divergenze potessero essere risolte e previde con sicurezza l’inizio della guerra per l’estate del 1930.

[La dichiarazione di Deterding è anch’essa pesantemente tagliata. Ecco l’originale]:

“Dovete avere fiducia in voi stessi. Dovete ricordare che tutto il vostro lavoro e le vostre attività vi riporteranno nella vostra patria nativa, il suolo russo. La speranza di una pronta liberazione della Russia, che ora sta soffrendo una calamità nazionale, cresce e diventa ogni giorno più forte. L’ora dell’emancipazione della vostra grande patria è vicina.”

[Non sorprende che manchi anche il riferimento all’Italia e al fascismo. Subito prima di “Disoccupazione, fame, demoralizzazione…” c’è questo paragrafo]:

Il 18 dicembre 1930 Benito Mussolini descrisse gli effetti sull’Europa di quell’evento senza precedenti:

“La situazione in Italia era soddisfacente fino all’autunno del 1929, quando il mercato americano è esploso all’improvviso come una bomba. Per noi poveri provinciali europei è stata una grande sorpresa. Siamo rimasti stupefatti, come il mondo all’annuncio della morte di Napoleone. […] All’improvviso quella scena meravigliosa è collassata e abbiamo avuto una serie di brutte giornate. Le azioni hanno perso il 30, 40, 50% del loro valore. La crisi diventava sempre più profonda. […] Da quel giorno siamo stati ributtati in alto mare, e da quel giorno la navigazione è diventata estremamente difficile per noi.”

[L’ultima frase, “Due anni dopo, Adolf Hitler prendeva il potere in Germania”, è un’aggiunta dei curatori italiani.]

Capitolo 13: Tre processi

[Questo capitolo è stato interamente omesso.]

I. Il processo al partito industriale

L’unico paese non colpito dalla crisi industriale fu la sesta parte del pianeta che era stata deliberatamente esclusa dagli affari mondiali dal 1917, l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche.

Mentre il resto del genere umano si dibatteva nella morsa della crisi, l’Unione Sovietica era alla prese con la più grande espansione economica e industriale della storia. Il primo piano quinquennale di Stalin stava galvanizzando la vecchia Russia verso imprese di lavoro creativo senza precedenti. Intere città furono innalzate in aride steppe; nuove miniere e fabbriche sorgevano in un lampo. Milioni di contadini si trasformarono dalla sera alla mattina in lavoratori qualificati, ingegneri, scienziati, dottori, architetti ed educatori. In pochi anni si compirono i progressi di secoli; i mužiki, i cui antenati i erano tormentati le schiene con falci e zappe primitive e su aratri di legno, ora mietevano sul suolo fertile con trattori e mietitrebbie e combattevano i parassiti del grano con insetticidi chimici sparsi da aeroplani. All’interno di questo gigantesco sforzo rivoluzionario, un’intera generazione sovietica che non aveva mai conosciuto il degrado della tirannia zarista diventava adulta…

Allo stesso tempo, il governo sovietico colpì duramente i nemici interni. Una serie di tre processi svelò e distrusse l’intrigo del Torgprom, che rappresentava l’ultimo grande tentativo degli imperialisti anglo-francesi e dei controrivoluzionari in Russia.

Il 28 ottobre 1930 il professor Ramzin, insieme a molti altri leader e membri del partito industriale, furono scoperti e arrestati. Perquisizioni dell’OGPU furono compiute simultaneamente in tutta l’Unione Sovietica, e membri dei movimenti clandestini socialisti-rivoluzionari, menscevichi e delle guardie bianche vennero arrestati insieme a numerosi agenti segreti polacchi, francesi e romeni.

Il processo ai leader del partito industriale si svolse di fronte alla Corte Suprema sovietica a Mosca e durò dal 25 novembre al 7 dicembre 1930. Gli otto imputati, tra i quali il professor Ramzin e Viktor Laričev, furono accusati di aver aiutato i cospiratori stranieri contro l’Unione Sovietica, di aver svolto attività spionistiche e di sabotaggio e di aver complottato per rovesciare il governo sovietico. Messi di fronte alle prove che gli agenti dell’intelligence sovietica avevano raccolto contro di loro, gli accusati cedettero uno dopo l’altro e ammisero le loro colpe. Le loro testimonianze fornirono non solo tutti i dettagli sulle attività di spionaggio e sabotaggio, ma coinvolsero anche sir Henry Deterding, il colonnello Joinville, Leslie Urquhart, Raymond Poincaré e altri eminenti militari, uomini di stato e affaristi europei che avevano supportato il partito industriale e il Torgprom.

Cinque degli imputati, tra i quali Ramzin e Laričev, furono condannati al massimo della pena, la fucilazione, come traditori del loro paese. Gli altri tre, tecnici che avevano operato seguendo gli ordini, furono condannati a dieci anni di prigione[1].

–[1] – Due giorni dopo la fine del processo il professor Ramzin e gli altri quattro imputati che erano stati condannati a morte fecero appello alla Corte Suprema per una sospensione della pena. La Corte accolse il ricorso e commutò le condanne a morte in dieci anni di carcere, con la motivazione che Ramzin e i suoi complici erano stati gli strumenti dei veri cospiratori fuori dall’Unione Sovietica. Negli anni successivi Ramzin, a cui la corte garantì la possibilità di continuare a svolgere il suo lavoro di ricerca scientifica, si riavvicinò allo stile di vita sovietico e diede importanti contributi al programma industriale del paese. Il 7 luglio 1943 fu insignito dell’Ordine di Lenin e del Premio Stalin di 30.000 dollari per l’invenzione di un turbo-generatore semplificato, considerato migliore di ogni altro al mondo. In seguito a un decreto del Cremlino, il generatore porta il nome dell’inventore. [Leonid Ramzin è morto a Mosca nel 1948. – N.d.T.]

II. Il processo ai menscevichi

Poco dopo la débâcle del partito industriale, le autorità sovietiche colpirono di nuovo. Il 1° marzo 1931 quattordici membri di un’estesa rete di sabotatori composta da ex menscevichi furono messi sotto processo di fronte alla Corte Suprema di Mosca[2].

Tra gli imputati al processo contro i menscevichi c’erano numerosi ufficiali di alto rango membri di agenzie amministrative e tecniche di vitale importanza. Durante i primi giorni del regime sovietico quei menscevichi avevano finto di rinunciare alla loro ostilità contro i bolscevichi. Cooperando con il partito industriale e altri elementi segreti antisovietici, si erano infiltrati in nell’apparato statale. Uno dei cospiratori menscevichi, Groman, si era assicurato una posizione di prestigio nell’ufficio sovietico di pianificazione industriale (Gosplan) e aveva tentato di sabotare il primo piano quinquennale fissando stime scorrette e abbassando gli obiettivi di produzione nelle industrie vitali.

Tra il 1928 e il 1930 l’”ufficio federale”, il comitato centrale dell’organizzazione menscevica segreta, ricevette un totale di circa mezzo milione di rubli dalle fonti estere. Il contribuente principale era il Torgprom, ma anche altri gruppi antisovietici fecero donazioni considerevoli e mantennero contatti ravvicinati con loro. I menscevichi erano fortemente supportati dalla Seconda Internazionale, l’organizzazione internazionale dei lavoratori controllata dai socialdemocratici e i socialisti antisovietici.

Secondo gli imputati, il contatto con i circoli stranieri antisovietici era l’ex leader menscevico Rafail Abramovič, fuggito in Germania dopo la Rivoluzione. Uno dei leader della cospirazione, Vasilij Šer, testimoniò:

“Nel 1928 Abramovič rientrò dall’estero. Noi membri dell’ufficio federale eravamo stati avvisati in anticipo del suo viaggio. […]

Abramovič fece notare la necessità di concentrare il peso principale del lavoro sui gruppi di dipendenti sovietici con più responsabilità. Fece notare anche che quei gruppi dovevano essere uniti e si doveva aumentare il ritmo delle attività di disorganizzazione.”

Un altro cospiratore menscevico, Lazar Salkind, disse alla Corte:

“Abramovič arrivò alla conclusione che era necessario iniziare con i metodi di sabotaggio attivo nelle varie branche del sistema economico sovietico, per disorganizzare la politica economica agli occhi delle masse operaie e contadine. Il secondo pilastro della lotta contro il potere sovietico era l’intervento militare, ci disse Abramovič.”[3]

Il 9 marzo 1931 la Corte Suprema sovietica emise il verdetto. I menscevichi imputati furono condannati a pene detentive che andavano dai 5 ai 10 anni.

–[2] – I menscevichi erano una fazione del Partito Operaio Socialdemocratico Russo, la prima organizzazione marxista del paese. Al secondo congresso del Partito, tenuto a Londra nel 1903, l’organizzazione si divise in due gruppi rivali che in seguito divennero partiti separati. Il gruppo di Lenin era quello dei bolscevichi (da bolšinstvo, “maggioranza”), mentre gli oppositori erano chiamati menscevichi (da menšinstvo, “minoranza”). Dietro suggerimento di Lenin, adottarono in seguito il nome “comunisti” e il nome ufficiale del partito bolscevico divenne Partito Comunista di Russia (Bolscevico). I menscevichi corrispondevano ai socialdemocratici e ai socialisti europei, con i quali avevano affiliazioni personali e organizzative.

[3] – La Seconda Internazionale denunciò il processo ai menscevichi come una “persecuzione politica” da parte della “dittatura burocratica” di Stalin. Abramovič pubblicò una dichiarazione in cui smentiva di aver viaggiato in Unione Sovietica e di aver partecipato a conferenze segrete in quel paese, ma ammise che c’era stata “una fazione del nostro partito attiva illegalmente, i cui membri rappresentativi o individuali [erano] in contatto per lettera e dal punto di vista organizzativo con la nostra delegazione a Berlino”. In seguito Abramovič si stabilì negli Stati Uniti. Per le sue attività in America, si veda il capitolo 23.

III. Il processo agli ingegneri della Vickers

Alle nove e mezza di sera dell’11 marzo 1933 sferrò l’attacco finale a ciò che restava della cospirazione del Torgprom. Agenti dell’OGPU arrestarono a Mosca sei ingegneri britannici e dieci russi, tutti di pendenti della sede moscovita della compagnia elettrica britannica Metropolitan-Vickers. Gli arrestati erano accusati di aver svolto attività di spionaggio e sabotaggio agli ordini dei servizi segreti britannici.

Il rappresentante della Vickers a Mosca, il capitano C.S. Richards, era rientrato a Londra di tutta fretta poco prima degli arresti. Richards aveva lavorato come agente segreto in Russia sin dal 1917 quando, al comando della sezione di intelligence locale, aveva preso parte a una serie di intrighi antisovietici prima dell’occupazione alleata di Arkangel’sk. Sotto la direzione di Richards, la sede moscovita della Metro-Visckers era presto diventata il centro delle operazioni dei servizi segreti britannici in Russia.

Tra i “tecnici” britannici arrestati dalle autorità sovietiche c’era l’ex vicecomandante di Richards nella spedizione di Arkangel’sk, Allan Monkhouse. Dichiaratosi estraneo a ogni accusa, Monkhouse ammise tuttavia di aver lavorato con Richards e dichiarò:

“Il signor Richards e io ci incontrammo nel 1917 a Mosca e in seguito ad Arkangel’sk, dove ricopriva il ruolo di capitano sei servizi segreti. Mi è noto che il signor Richards si trovava a Mosca nell’aprile o maggio 1918. Non so i motivi per cui venne a Mosca, ma mi disse che all’epoca aveva attraversato in segreto la frontiera con la Finlandia. Nel 1923 fu nominato direttore della compagnai elettrica Metropolitan-Vickers. Nello stesso anno andò a Mosca per i negoziati sulla fornitura di equipaggiamenti.”

Monkhouse era stato rimandato in Russia nel 1924 per lavorare agli ordini di Richards alla sede di Mosca della Vickers.

Leslie Charles Thornton, un altro dei dipendenti della Vickers arrestati, che era stato mandato a Mosca come capo ingegnere edile, era figlio di un ricco industriale tessile zarista e cittadino russo di nascita. Aveva preso la cittadinanza inglese dopo la Rivoluzione ed era diventato un agente dell’intelligence britannica. Due giorni dopo il suo arresto, Thornton scrisse e firmò una deposizione in cui dichiarava:

“Tutte le nostre operazioni di spionaggio in territorio sovietico sono dirette dai servizi segreti britannici attraverso il loro agente C.S. Richards, che lavora come direttore amministrativo della Metropolitan-Vickers Electrical Export Company.

Le operazioni di spionaggio in territorio sovietico erano dirette da me e da Monkhouse, rappresentante della suddetta compagnia britannica; entrambi lavoriamo, come da accordi ufficiali con il governo sovietico, come appaltatori per la produzione di turbine e impianti elettrici e per la fornitura di supporto tecnico. Secondo le istruzioni datemi da C.S. Richards, i membri del personale britannico furono gradualmente cooptati dall’organizzazione spionistica dopo il loro arrivo in territorio sovietico e istruiti secondo necessità.”

L’“ingegnere” William MacDonald ammise anch’egli le accuse e dichiarò:

“Il comandante dell’operazione di intelligence, nascosto dietro lo schermo della Metropolitan- Vickers, era il signor Thornton, che lavorava a Mosca come capo ingegnere edile. Il capo della rappresentanza era il signor Monkhouse, anche lui affiliato alle attività illegali di Richards. L’assistente del signor Thornton durante gli spostamenti e suo complice nel lavoro di spionaggio era l’ingegnere Cushny, ufficiale dell’esercito britannico e ora ingegnere della compagnia Metropolitan-Visckers. Questo è il principale gruppo di intelligence che ha svolto il lavoro di spionaggio in Unione Sovietica.”

L’arresto degli “ingegneri” della Vickers fornì l’occasione per un’immediata tempesta di proteste antisovietiche in Gran Bretagna. Il primo ministro Stanley Baldwin, senza aspettare di conoscere le accuse e le prove del caso, dichiarò categoricamente che i britannici arrestati erano del tutto innocenti. I parlamentari conservatori chiesero di nuovo la chiusura di tutte le relazioni commerciali e diplomatiche con Mosca. L’ambasciatore britannico in Unione Sovietica e amico di Henry Deterding, sir Esmond Ovey, si precipitò al Ministero degli Esteri sovietico e disse a Maksim Litvinov che i prigionieri dovevano esser immediatamente rilasciati senza processo per evitare “gravi conseguenze nelle relazioni reciproche”.

Quando finalmente il processo iniziò, il 12 aprile, nella sala blu del vecchio Noble’s Club di Mosca, il Times

scrisse di una “corte affollata e piegata agli accusatori”. Il 16 aprile l’ Observer descrisse il processo come “un’ordalia condotta in nome della giustizia ma in cui non c’è traccia di alcun procedimento giudiziario conosciuto alla civiltà”. Il Daily Express del 18 aprile descrisse così il pubblico ministero Vyšinskij: “Il russo dai capelli color carota e la faccia rossa sputò insulti […] e batté sul tavolo”. La stessa settimana l’Evening Standard descrisse l’avvocato difensore sovietico Braude come “quella sorta di ebreo che si potrebbe incontrare ogni sera in Shaftsbury Avenue”.

Al pubblico britannico fu lasciato intendere che non si stava svolgendo un autentico processo agli accusati, e che gli ingegneri britannici erano soggetti alle più spaventose torture per estorcere loro delle confessioni. Il 20 marzo il Daily Express aveva esclamato: “I nostri compatrioti sono sottoposti agli orrori delle prigioni sovietiche!” Il Times del 17 aprile dichiarò:

“Si avverte molta incertezza riguardo a ciò che sta succedendo a Mac Donald in prigione tra una seduta e l’altra della corte. Chi conosce i metodi della Čeka pensa che la sua vita sia in pericolo”. Il Daily Mail di lord Lothermere, che pochi mesi dopo sarebbe diventato l’organo semi-ufficiale del Partito Fascista Britannico di sir Oswald Mosley, informò i lettori di una strana “droga tibetana” usata dall’OGPU per annientare la volontà delle sue “vittime”.

Tutti gli imputati britannici, comunque, rivelarono in seguito di essere stati trattati con grande cortesia e considerazione dalle autorità sovietiche. Nessuno di loro era stato soggetto ad alcuna forma di coercizione, metodi di terzo grado o violenze. Allan Monkhouse, che continuò garbatamente a negare di essere stato a conoscenza delle attività dei suoi colleghi anche di fronte a una montagna di prove, dichiarò al London Dispatch del 15 marzo a proposito degli accusatori dell’OGPU:

“Erano straordinariamente gentili con me e fin troppo ragionevoli negli interrogatori. I miei esaminatori sembravano uomini di prim’ordine capaci di fare il loro lavoro. La prigione dell’OGPU è all’avanguardia in efficienza, completamente pulita, ordinata e ben organizzata. Questa è la prima volta che mi arrestano, ma ho visitato le prigioni inglesi e posso dichiarare che quelle dell’OGPU sono molto superiori. […] Gli ufficiali dell’OGPU erano molto interessati alla mia sicurezza.”

Ciononostante, sotto la pressione dei tories il governo britannico impose un embargo di tutte le importazioni dall’Unione Sovietica e gli scambi tra i due paesi vennero fermati.

Il 15 aprile, dopo un colloquio privato con i rappresentanti britannici a Mosca, Leslie Thornton ritrattò improvvisamente la sua confessione firmata. Durante il processo ammise che i fatti che aveva descritto erano sostanzialmente corretti, ma dichiarò che la parola “spia” era sbagliata. Cercando di spiegare perché avesse usato quella parola in precedenza, Thornton disse che durante la confessione era “emozionato”. Interrogato la pubblico ministero Vyšinskij, ammise di aver confessato “di sua volontà”, “senza pressione ocoercizione”, e testualmente:

Vyšinskij: Non fu distorto nulla?

Thornton: No, non avete cambiato nulla.

Vyšinskij: Ma forse lo ha fatto Roginskij [assistente del procuratore]?

Thornton: No.

Vyšinskij: Forse l’OGPU?

Thornton: No, l’ho firmata di mio pugno.

Vyšinskij: E con la testa? Quando ha firmato rifletteva e pensava?

Thornton: (Non risponde).

Vyšinskij: E che testa sta pensando al suo posto adesso?

Thornton: Al momento la penso diversamente.

Dopo un colloquio privato con i rappresentanti britannici, William MacDonald ritrattò anch’egli la sua confessione. Poi, di fronte alle prove raccolte dalle autorità sovietiche, cambiò di nuovo idea e si dichiarò colpevole. Le sue ultime parole alla corte furono: “Ho ammesso la mia colpa e non ho altro da aggiungere”.

Il 18 aprile la Corte Suprema sovietica pronunciò il suo verdetto. Con una eccezione, tutti gli imputati russi furono giudicati colpevoli e condannati a pene detentive che andavano da tre a dieci anni. L’imputato britannico Albert Gregory fu assolto perché le prove a suo carico erano insufficienti. Gli altri cinque ingegneri britannici furono dichiarati colpevoli. Monkhouse, Nordwall, e Cushny furono espulsi dall’Unione Sovietica. Leslie Thornton e William MacDonald furono condannati rispettivamente a due e tre anni di carcere.

Le sentenze erano miti e il processo fu chiuso di fretta. Il governo sovietico era riuscito nel suo intento di smantellare i resti della cospirazione del Torgprom e il centro dell’intelligence britannica in Russia. Fu raggiunto un compromesso reciproco tra il governo sovietico e quello britannico: gli scambi ripresero e i condannati, compresi Thornton e MacDonald, furono rimandati in Gran Bretagna.

Un fenomeno molto più pericoloso per l’Unione Sovietica dell’ostilità dei tories britannici era sorto all’orizzonte politico internazionale. Adolf Hitler aveva preso il potere in Germania.

Capitolo 14: Fine di un’era

[Prima di “La guerra segreta contro la Russia sovietica, che durava da quindici anni…” mancano alcune righe]:

Ma nelle democrazie occidentali c’erano anche capi di stato accorti che rifiutarono di accettare l’antibolscevismo di Hitler come una giustificazione per tutti crimini e le cospirazioni naziste. In Gran Bretagna e negli Stati Uniti c’erano due leader straordinari che sin dall’inizio compresero che con il trionfo del nazismo in Germania un’era della storia mondiale era arrivata alla fine.

[Questa frase “Churchill vedeva nella Germania nazista una minaccia diretta contro i mercati esteri e le colonie della Gran Bretagna” è una traduzione ridotta dell’originale]:

Churchill chiedeva un accordo con la Francia e persino con l’Unione Sovietica contro la Germania nazista. Fu bollato come traditore e guerrafondaio dagli uomini che in passato lo avevano definito un eroe della causa antibolscevica.

[Dopo la citazione di Litvinov, “Confido che le relazioni ora stabilite…”, manca la nota]:

[1] – Quello stesso anno il colonnello Raymond Robins aveva visitato l’Unione Sovietica in un tour di tre mesi per ispezionare le istituzioni economiche e sociali del paese. Robins viaggiò per oltre dodicimila chilometri e raccolse molti dati sul progresso del paese dalla Rivoluzione. Prima che Robins lasciasse Mosca, Stalin gli concesse una lunga intervista privata nel corso della quale vennero discusse le relazioni tra sovietici e americani. Tornato negli Stati Uniti, Robins fu invitato alla Casa Bianca per fare rapporto al presidente Roosevelt, che poco dopo annunciò il riconoscimento americano dell’Unione Sovietica.

Capitolo 15: La via del tradimento

I.Un ribelle tra i rivoluzionari

[Dopo “In Europa e negli Stati Uniti le vittorie dell’esercito rosso erano attribuite al “comando di Trockij”” manca un paragrafo con citazione]:

Ecco come il Commissario di Guerra Trockij, impegnato in uno dei suoi spettacolari raduni di massa a Mosca, fu descritto dal celebre corrispondente estero statunitense Isaac F. Marcosson:

“Trockij apparve con quella che gli attori chiamano una buona entrata. […] Dopo un certo ritardo e al momento psicologicamente migliore, emerse dalle ali della folla e si diresse a passi svelti verso il piccolo pulpito che viene usato da tutti gli oratori russi.

Ancora prima che salisse sul palco c’era un fremito di anticipazione in quell’enorme pubblico. Si poteva sentire mormorare: “Arriva Trockij”. […]

Sul palco la sua voce era ricca, profonda ed eloquente. Attraeva e repelleva; dominava e spadroneggiava. Era elementare, quasi primitivo nel suo fervore, un motore umano ad alta potenza. Inondava i suoi ascoltatori con un Niagara di parole, come non ne avevo mai sentite. Vanità e arroganza su tutto.”

[Il collage di citazioni di Lenin in nota è tagliato. Do qui la traduzione integrale]:

[1] – Ecco alcune altre tipiche osservazioni che Lenin, in periodi diversi, ha fatto a proposito di Trockij e della sua attività in seno al movimento rivoluzionario russo:

1911 – “Nel 1903 Trockij era menscevico; lasciò i menscevichi nel 1904; ritornò ai menscevichi nel 1905, facendo sfoggio nel frattempo di frasi ultra rivoluzionarie e voltò di nuovo le spalle ai menscevichi nel 1906. […] Trockij plagia oggi le idee di una fazione e domani quelle dell’altra, e in tal modo si ritiene superiore a entrambe. […] Devo dichiarare che Trockij rappresenta soltanto la sua propria fazione”.

1911 – “La gente come Trockij con le sue frasi roboanti […] è la malattia della nostra epoca. Chi appoggia il gruppo di Trockij appoggia una politica di menzogne e d’inganno contro i lavoratori […] non è possibile ragionare con Trockij su questioni essenziali perché egli non ha opinioni… noi lo denunciamo semplicemente come un diplomatico della più bassa lega”.

1912 – “Questo blocco è formato da mancanza di principi, da ipocrisia e frasi vuote. […] Tutto questo Trockij lo nasconde dietro la frase rivoluzionaria che non gli costa nulla e non lo impegna a nulla”.

1914 – “I vecchi membri dei movimenti marxisti in Russia conoscono molto bene la personalità di Trockij, e non vale la pena di parlarne con loro. Me le nuove generazioni di lavoratori non lo conoscono e con loro dobbiamo parlarne. […] Questi tipi sono caratteristici delle vecchie formazioni di ieri, quando il movimento di massa dei lavoratori era ancora dormiente in Russia”.

“Sinora il compagno Trockij non ha mai avuto un’opinione precisa su un solo serio problema marxista; egli è sempre entrato di soppiatto attraverso qualche fessura lasciata aperta da questa o quell’altra differenza e ha oscillato ora in una direzione e ora nell’altra”.

1915 – “Come al solito Trockij è completamente in disaccordo con i social-sciovinisti in linea di principio, ma in pratica è d’accordo con loro in tutto”.

[Dopo la frase “Lev Trockij aveva cominciato la sua carriera come dissidente, come elemento di estrema sinistra in seno al movimento rivoluzionario del suo paese natale” manca quasi una pagina]:

Il nome Trockij era uno pseudonimo. Era nato Lev Davidovič Bronstein in una benestante famiglia della classe media di Janovka, un piccolo villaggio di contadini vicino Cherson, Russia meridionale, nel 1879. La sua prima ambizione era di diventare uno scrittore.

“Ai miei occhi,” scrisse Trockij nella sua autobiografia, La mia vita, “scrittori, giornalisti e artisti lottavano sempre per un mondo più attraente di qualsiasi altro, un mondo aperto all’eletto”.

Il giovane Trockij iniziò a lavorare a una commedia e frequentava i salotti letterari di Odessa con stivali a tacchi alti, con un grembiule blu da artista, un cappello di paglia in testa e un bastone nero. Mentre era ancora studente si unì a un gruppo di radicali bohémien. A diciotto anni fu arrestato dalla polizia zarista per aver diffuso pubblicazioni radicali e venne esiliato in Siberia insieme ad altre centinaia di studenti e rivoluzionari. Fuggì dall’esilio nell’autunno del 1902 e andò a vivere all’estero, dove avrebbe passato gran parte della sua vita come agitatore e cospiratore tra gli émigré russi e i socialisti cosmopoliti delle capitali europee.

Per i primi mesi del 1903 Trockij fu membro della redazione di Iskra, il giornale marxista che Lenin dirigeva in esilio a Londra. In seguito alla divisione tra bolscevichi e menscevichi che ebbe luogo quell’estate all’interno del movimento marxista russo, Trockij si affiliò agli oppositori politici di Lenin, i menscevichi. Il talento letterario, la retorica fiammeggiante, la personalità dominante e la propensione all’auto-mitizzazione gli fecero presto guadagnare la reputazione del più brillante agitatore menscevico. Visitò le colonie degli studenti radicali russi a Bruxelles, Parigi, Liegi, in Svizzera e in Germania, attaccando Lenin e gli altri bolscevichi che chiedevano un partito rivoluzionario disciplinato e altamente organizzato per guidare la lotta contro lo zarismo.

In un pamphlet dal titolo Il nostro compito politico, pubblicato nel 1904, Trockij accusò Lenin di voler imporre un “regime da caserma” sui radicali russi. Con un linguaggio sorprendentemente simile a quello che in seguito avrebbe usato nei suoi attacchi a Stalin, il giovane Trockij denunciò Lenin come “il leader dell’ala reazionaria del nostro partito”.

Nel 1905, dopo la sconfitta della Russia nella guerra contro il Giappone, i proletari e i contadini insorsero nella “prima” abortita Rivoluzione russa. Trockij si affrettò a tornare in Russia e divenne un membro di primo piano del soviet di San Pietroburgo controllato dai menscevichi. Troskij si trovò a suo agio nella frenetica atmosfera di intrighi, nell’intenso conflitto politico e nella sensazione del potere imminente. A ventisei anni, emerse da quell’esperienza convito di essere destinato a diventare il leader della Rivoluzione russa: parlava già nei termini del suo “destino” e della sua “intuizione rivoluzionaria”. Anni dopo, nella Mia vita, scrisse:

“Arrivai in Russia nell’estate del 1905; gli altri leader émigré non arrivarono prima di ottobre e novembre. Tra i compagni russi non ce n’era uno dal quale avrei potuto imparare qualcosa. Al contrario, dovetti assumere io stesso il ruolo del maestro. […] In ottobre mi gettai a capofitto in quell’immenso vortice che, in senso personale, fu la prova più grande per i miei poteri. Le decisioni dovevano essere prese sotto il fuoco. Qui non posso fare a meno di notare che presi quelle decisioni piuttosto spontaneamente. […] Sentivo con sicurezza che i miei anni di apprendistato erano finiti. […] Negli anni che seguirono imparai come impara un maestro, non un allievo. […] Nessuna grande opera è possibile senza intuizione. […] Gli eventi del 1905 mi rivelarono, credo, questa intuizione rivoluzionaria, e mi permisero di affidarmi al suo stabile supporto per il resto della mia vita. […] In tutta coscienza, non posso accusarmi di alcun serio errore di giudizio sulla valutazione della situazione politica e nelle sue prospettive rivoluzionarie.”

Di nuovo all’estero dopo la sconfitta della Rivoluzione del 1905, Trockij stabilì il suo quartier generale politico a Vienna e, criticando Lenin come “candidato al ruolo di dittatore”, lanciò una campagna di propaganda per costruire il proprio movimento e promuovere se stesso come “rivoluzionario internazionalista”. Da Vienna si spostò senza sosta in Romania, Svizzera, Francia, Turchia, arruolando seguaci e stabilendo solidi legami con i socialisti europei e la sinistra radicale. Gradualmente e con insistenza, si costruì tra gli émigré menscevichi, i socialisti rivoluzionari e gli intellettuali bohémien la reputazione di principale rivale di Lenin all’interno del movimento rivoluzionario russo.

“L’intera costruzione del leninismo,” scrisse in una lettera confidenziale al leader menscevico Čeidze il 23 febbraio 1913, “al momento si basa su bugie e contiene i germi velenosi della propria disintegrazione”. Trockij arrivò a dire ai suoi complici menscevichi che secondo lui Lenin non era altro che uno “approfittatore professionista di ogni arretratezza del movimento operaio russo”.

[Dopo “riteneva di poter trarre profitto dai “dissensi fra Trockij e Lenin”” manca la nota]:

-[3] – Nella sua autobiografia British Agent, Bruce Lockhart ritiene che il governo britannico commise inizialmente un grave errore nei suoi rapporti con Trockij. Lockhart scrisse: “Non abbiamo trattato accortamente con Trockij. All’epoca della prima Rivoluzione era in esilio in America. Allora non era né un menscevico né un bolscevico. Era ciò che Lenin chiamava un trotskista, cioè un individualista e un opportunista. Un rivoluzionario con il carattere di un artista e un indubbio coraggio fisico che non era e non sarebbe mai stato un buon uomo di partito. La sua condotta prima della Rivoluzione del 1905 era stata duramente condannata da Lenin. […] Nella primavera del 1917 Kerenskij chiese al governo britannico di facilitare il ritorno di Trockij in Russia. […] Com’è abituale nel nostro atteggiamento verso la Russia, adottammo mezze misure disastrose. Trockij fu trattato come un criminale. Ad Halifax […] fu imprigionato in un campo di reclusione. […] Poi, una volta stimolato il suo odio, gli permettemmo di tornare in Russia”.

II. L’opposizione di sinistra

[Dopo la prima frase è stata rimossa una lunga nota a pié di pagina]:

–[4] – Per le attività di opposizione di Trockij come Commissario per gli Affari Esteri durante il trattato di Brest-Litovsk, si veda il capitolo 2.

In seguito alla sua rimozione dalla carica di Commissario per gli Affari Esteri, Trockij ammise pubblicamente l’errore della sua opposizione a Lenin a Brest-Litovsk e si offrì nuovamente di collaborare con lui senza riserve. Gli venne data una nuova carica che sembrava adatta al suo talento organizzativo e retorico, e fu nominato Commissario di Guerra. La strategia militare e la leadership pratica dell’Armata Rossa fu nelle mani di uomini come Stalin, Frunze, Vorošilov, Kirov, Šors e Budënnyj. Affidandosi ai consigli dei numerosi “specialisti” ex zaristi che lo circondavano, il Commissario di Guerra Trockij si oppose ripetutamente alle decisioni militari del Comitato Centrale bolscevico, oltrepassando decisamente i limiti della propria autorità. In molti casi solo l’intervento diretto del Comitato Centrale impedì a Trockij di far giustiziare i rappresentanti bolscevichi al fronte che sollevavano obiezioni alla sua condotta autoritaria.

Nell’estate del 1919 Trockij dichiarò che Kolčak non era più una minaccia a Oriente e propose di impiegare le forze dell’Armata Rossa nella campagna contro Denikin a sud. Stalin fece notare che questo avrebbe dato a Kolčak il respiro di cui aveva bisogno e l’opportunità di riorganizzare e riequipaggiare il suo esercito per lanciare una nuova offensiva. “Gli Urali e le loro infrastrutture,” dichiarò Stalin nel ruolo di rappresentante del Comitato Centrale, “con le loro reti ferroviarie, non dovrebbero essere lasciati nelle mani di Kolčak, perché potrebbe ottenere facilmente l’appoggio dei grandi proprietari terrieri e marciare verso il Volga”. Il piano di Trockij fu rigettato dal Comitato Centrale ed egli non ebbe più alcun ruolo nella campagna a est, il che portò alla sconfitta definitiva delle forze di Kolčak.

Nell’autunno del 1919 Trockij elaborò un piano per una campagna contro Denikin. Il piano richiedeva una marcia attraverso le steppe del Don, una regione quasi priva di strade e infestata da bande di controrivoluzionari cosacchi. Stalin, che era stato mandato a sud dal Comitato Centrale, rifiutò il piano di Trockij e propose invece di far avanzare l’Armata Rossa attraverso il bacino del Donec, una regione con una fitta rete ferroviaria, ampie forniture di carbone e una popolazione di lavoratori più favorevole. Il piano di Stalin fu accettato dal Comitato Centrale. Trockij fu rimosso dal fronte meridionale e gli venne ordinato di non interferire con le operazioni a sud; fu “avvisato” di non oltrepassare la linea di demarcazione del fronte meridionale. Denikin fu sconfitto secondo il piano di Stalin.

Tra i più stretti collaboratori del Commissario di Guerra Trockij c’era un ex ufficiale zarista, il colonnello Vācetis, che operò come Comandante in capo insieme a Trockij sul fronte orientale contro Kolčak. Le autorità sovietiche scoprirono che Vācetis era coinvolto in un complotto contro l’Alto Comando dell’Armata Rossa, e il colonnello fu rimosso dal suo incarico. Nella Mia vita, Trockij offrì questa curiosa difesa del suo ex collaboratore: “Nei suoi momenti di ispirazione Vācetis dava ordini come se i Commissari e il Comitato Esecutivo Centrale non esistessero. […] Fu accusato di intrighi e frequentazioni oscure e dovette essere rimosso, ma non c’era davvero nulla di serio in quelle accuse. Forse prima di andare a dormire il capitano leggeva la biografia di Napoleone, e confidava i suoi sogni ambiziosi a due o tre giovani ufficiali”. [Vācetis venne in seguito accusato di essere un membro dell’“organizzazione fascista” interna all’Armata Rossa e fu giustiziato nel 1938. Fu riabilitato nel 1957. – N.d.T.]

[Dopo “L’ex terrorista socialista-rivoluzionario Bljumkin, assassino del conte Mirbach, divenne il capo della guardia del corpo personale di Trockij” manca la nota]:

[5] – Nell’aprile 1937 Trockij commentò così il suo rapporto con l’assassino Bljumkin: “Era un membro della mia segreteria militare durante la guerra, ed era personalmente legato a me. […] Il suo passato era veramente straordinario. Era un membro dell’opposizione socialista-rivoluzionaria di sinistra e aveva partecipato all’insurrezione contro i bolscevichi. Fu lui a uccidere l’ambasciatore tedesco Mirbach. […] Lo impiegai nella mia segreteria militare e quando ne avevo bisogno lui era sempre a mia disposizione”.

[Dopo “era di soppiantare Lenin e di prendere il potere nella Russia sovietica” manca un intero paragrafo]:

La grande questione che i rivoluzionari russi dovevano affrontare dopo la sconfitta delle armate bianche e degli interventisti era: che cosa fare con il potere sovietico? Trockij, Bucharin e Zinovev sostenevano che fosse impossibile costruire il socialismo nella “Russia arretrata”. L’opposizione di sinistra voleva trasformare la Russia in un serbatoio per la “rivoluzione mondiale”, un centro dal quale promuovere le rivoluzioni negli altri paesi. Sfrondata della sua “fraseologia ultrarivoluzionaria”, come Lenin e Stalin fecero ripetutamente notare, l’opposizione di sinistra tendeva verso una lotta selvaggia per il potere, un “anarchismo bohémien” e, in Russia, una dittatura militare sotto il Commissario di Guerra Trockij e i suoi associati.

La questione divenne centrale nel Congresso dei soviet del dicembre 1920. Era l’anno più freddo, affamato e cruciale della Rivoluzione. Il Congresso si radunò nella sala delle Colonne di Mosca. La città era bloccata dalla neve, intirizzita dal gelo, affamata e malata. Nella grande Sala, priva di riscaldamento a causa della mancanza di carburante, i delegati sovietici avvolti in pelli di pecora, lenzuoli e pellicce rabbrividivano per il freddo intenso di dicembre.

Lenin, ancora pallido e scosso dalle conseguenze dei proiettili avvelenati di Fanny Kaplan che avevano rischiato di porre fine alla sua vita nel 1918, salì sul palco per rispondere all’opposizione di sinistra. Descrisse le condizioni terribili in cui versava la Russia. Fece appello all’unità nazionale per affrontare le “difficoltà incredibili” di riorganizzare la vita economica e sociale. Annunciò una Nuova Politica Economica che avrebbe abolito il rigido “comunismo di guerra” e restaurato una parte di commercio privato e capitalismo in Russia e aperto la via alla ricostruzione. “Facciamo un passo indietro,” disse, “per fare in seguito due passi avanti!”

Quando Lenin annunciò la “ritirata temporanea” della Nuova Politica Economica, Trockij esclamò: “Il cuculo ha segnato la fine del governo sovietico!”

Ma Lenin pensava che il lavoro del governo sovietico fosse solo all’inizio. Disse al Congresso:

“Soltanto quando il paese sarà elettrificato, quando avremo dato all’industria, all’agricoltura e ai trasporti la base tecnica della grande industria moderna, solo allora vinceremo definitivamente.”

Sul palco c’era un’enorme mappa della Russia. Al segnale di Lenin, un bottone fu premuto e la mappa si illuminò improvvisamente e mostrò al Congresso il modo in cui Lenin immaginava il futuro del suo paese. Luci elettriche splendevano sulla mappa in una miriade di punti, indicando ai delegati sovietici infreddoliti e affamati i generatori, i bacini idroelettrici e gli altri grandi progetti futuri dai quali correnti di energia elettrica avrebbero un giorno trasformato la vecchia Russia in una nazione socialista moderna e industrializzata. Un mormorio di esaltazione e incredulità attraversò il salone freddo e affollato.

Karl Radek, l’amico di Trockij, osservava lo spettacolo profetico attraverso gli spessi occhiali, scosse le spalle e sussurrò: “Fanta-elettricità!” La battuta di Radek divenne uno slogan trotzkista. Bucharin disse che Lenin stava tentando di ingannare i contadini e gli operai con le sue “chiacchiere utopiche sull’elettricità”.

III. La via del tradimento

[Manca il finale]:

Il 21 gennaio 1924 il creatore e leader del Partito Bolscevico, Vladimir Ilič Lenin, morì. Trockij era nel Caucaso a riprendersi da un lieve attacco di influenza. Non ritornò a Mosca per il funerale di Lenin ma rimase alla stazione balneare di Sukhumi.

“A Sukhumi passai lunghe giornate sul balcone che dava sul mare,” scrisse nella Mia vita. “Nonostante fosse gennaio, il sole era caldo e luminoso […] Mentre respiravo la brezza marina, assimilavo nel mio intero essere la garanzia della mia correttezza di fronte alla storia”.

IV. La lotta per il potere

[Dopo “condannarono la lotta di Trockij per il potere personale” manca]:

Il ripudio popolare di Trockij era così ovvio che persino Bucharin, Zinov’ev e Kamenev furono spinti a schierarsi con la maggioranza e votare contro di lui. Trockij li accusò furiosamente di averlo “tradito”. Ma pochi mesi dopo Trockij e Zinov’ev si allearono di nuovo e formarono una nuova “opposizione”.

[Dopo “invitarono definitivamente a ritornare” manca un bel pezzo con due note, entrambe molto interessanti]:

Quello stesso anno il luogotenente trotzkista Christian Rakovskij fu nominato ambasciatore sovietico nel Regno Unito. Rakovskij, nel 1937 Trockij definì “il mio amico, il mio sincero vecchio amico”, ricevette poco dopo il suo arrivo la visita di due ufficiali dell’intelligence britannica, Armstrong e Lockhart. Secondo Rakovskij, i due ufficiali gli comunicarono che:

“Lo sa perché è stato accettato in Inghilterra? Abbiamo mandato Eastman a investigare su di lei , sappiamo che appartiene alla fazione di Trockij e che è un suo amico intimo. Solo considerando questo l’Intelligence Service ha accettato che venisse nominato ambasciatore in questo paese”[8].

Rakovkij tornò a Mosca alcuni mesi dopo e comunicò a Trockij cos’era successo a Mosca. I servizi segreti britannici, come quelli tedeschi, volevano stabilire delle relazioni con l’opposizione.

“È una cosa a cui pensare,” rispose Trockij.

Alcuni giorni dopo, Trockij disse a Rakovskij che “le relazioni con i servizi segreti britannici” dovevano “essere stabilite”[9].

Mentre preparava la sua ultima missione in Russia, il capitano Reilly scrisse alla moglie: “Sta succedendo veramente qualcosa di nuovo, potente e importante in Russia”. L’agente di Reilly, l’ufficiale consolare E., gli

aveva riferito che erano stati stabiliti dei contatti con i movimenti di opposizione in Unione Sovietica.

Ma quell’autunno, dopo essere arrivato in Russia per incontrarsi con i leader di opposizione, Reilly fu ucciso da una guardia di frontiera sovietica.

Alcuni mesi dopo la morte di Reilly, Trockij fu colpito da quella che in seguito descrisse in La mia vita come una “febbre misteriosa” che i medici di Mosca “non riuscivano a spiegare” e decise che era necessario recarsi in Germania. Scrisse nella sua autobiografia:

Il Politburo si occupò della questione della mia visita all’estero e dichiarò di considerare il viaggio estremamente pericoloso per le informazioni di cui disponeva e a causa della situazione politica generale, ma lasciò a me la decisione finale. La dichiarazione era accompagnata da una nota della GPU che sosteneva l’inammissibilità del mio viaggio. […] Forse il Politburo temeva anche che operassi per consolidare l’opposizione straniera. Dopo aver consultato i miei amici decisi comunque di partire.

Trockij soggiornò “in una clinica privata di Berlino” dove ricevette la visita di Nikolaj Krestinskij, il suo contatto con l’intelligence militare tedesca. Mentre Trockij e Krestinskij discutevano in clinica, un “ispettore di polizia” tedesco comparve all’improvviso e annunciò che la polizia segreta aveva preso misure straordinarie per salvaguardare la vita di Trockij, avendo scoperto un complotto per assassinarlo.

In seguito a questa operazione di intelligence così efficiente, Trockij e Krestinskij discussero a porte chiude con l’agente tedesco per molte ore…

Quell’estate fu raggiunto un nuovo accordo fra Trockij e l’intelligence militare tedesca. Krestinskij definì così i termini della questione:

“A quel tempo eravamo già abituati a ricevere regolarmente delle somme in contanti. […] I soldi servivano per le attività trotzkiste che si stavano sviluppando all’estero in vari paesi, per le pubblicazioni e così via. […] Nel 1928, quando la lotta dei trotzkisti all’estero contro la leadership del Partito era al culmine, [Seeckt] propose che le informazioni che gli venivano trasmesse occasionalmente diventassero più regolari, e che le organizzazioni trotzkiste garantissero, nel caso di una presa di potere durante una nuova guerra mondiale, la disponibilità del governo trotzkista a prendere in considerazione le giuste richieste della borghesia tedesca, vale a dire i trattati e gli accordi di vario tipo.

Dopo essermi consultato con Trockij […] risposi positivamente al generale Seeckt, e le nostre informazioni divennero più frequenti, non più sporadiche come erano prima. Furono date a voce delle promesse riguardo a futuri accordi postbellici. […] Continuammo a ricevere soldi. Dal 1923 fino al 1930 ricevemmo annualmente 250.000 marchi tedeschi in oro, […] in totale circa due milioni di marchi d’oro.”

Rientrato a Mosca dalla Germania, Trockij lanciò una violenta campagna contro la dirigenza sovietica. “Nel 1926,” scrisse in La mia vita, “la lotta nel Partito si sviluppò con intensità crescente. In autunno l’opposizione… [eccetera: il resto c’è].

–[8] – Rakovkij dichiarò questo durante la sua deposizione di fronte al Collegio Militare della Corte Suprema sovietica nel marzo 1938. Nel periodo a cui Rakovskij si riferiva, gli anni venti, il giornalista statunitense Max Eastman era il traduttore ufficiale degli scritti di Trockij e un divulgatore di primo piano della propaganda trotzkista negli Stati Uniti. Fu lui a rendere pubblico per la prima volta il cosiddetto “testamento di Lenin”, che presentò come un documento autentico scritto da Lenin e tenuto, secondo Eastman, “chiuso in cassaforte” da Stalin. Il presunto testamento dichiarava che Trockij era più adatto di Stalin a diventare Segretario Generale del Partito Bolscevico. Nel 1928 Eastman tradusse uno scritto di propaganda di Trockij dal titolo La vera situazione in Russia; nell’appendice alla traduzione Eastman include il “testamento” e scrisse questo a proposito del proprio ruolo in aiuto all’opposizione trotzkista: “Al culmine dello sforzo militare dell’opposizione, […] pubblicai questa traduzione integrale del testamento sul New York Times usando i soldi ricevuti per la diffusione delle idee bolsceviche [cioè trotzkiste]”.

Trockij stesso ammise inizialmente che Lenin non aveva lasciato alcun testamento. In una lettera al New York Daily Worker dell’8 agosto 1925 scrisse: “Per quanto riguarda il “testamento”, Lenin non ne ha mai lasciato uno, e la natura dei suoi rapporti col Partito, così come quella del Partito stesso, rendevano un “testamento” assolutamente impossibile. Come “testamento” gli émigré e la stampa straniera borghese e menscevica hanno sempre citato una delle sue lettere (completamente mutilata) che conteneva alcuni consigli sulle questioni dell’organizzazione.

Tutti i discorsi su un “testamento” secretato o violato è soltanto una spregevole invenzione diretta contro l’autentica volontà di Lenin e gli interessi del Partito da lui creato”.

Ma ancora oggi i propagandisti trotzkisti si riferiscono al “testamento” come se fosse un documento autentico che stabilisce la volontà di Lenin di designare Trockij come suo successore.

–[9] – Nel 1926 Rakovskij fu trasferito da Londra a Parigi. Vide Trockij a Mosca prima di partire per la Francia, e Trockij gli disse che la situazione in Russia stava arrivando a una crisi ed era necessario ricorrere a ogni tipo di aiuto esterno. “Sono arrivato alla conclusione,” gli disse, “che dobbiamo dare istruzioni ai nostri confederati all’estero, agli ambasciatori e ai rappresentanti nei sindacati, chiedano ai circoli conservatori dei paesi capitalisti in cui operano fino a che punto i trotzkisti possono contare sul loro supporto”.

In Francia Rakovkij iniziò a frequentare i circoli reazionari per conto dell’opposizione trotzkista. All’epoca la Francia era il centro del complotto del Torgprom e lo Staff Generale guidato da Foch e Pétain stava già considerando di attaccare l’Unione Sovietica. In seguito Rakovkij dichiarò questo a proposito dei negoziati che Trockij gli aveva ordinato di condurre: “Incontrai il deputato Nicole a Roye. Nicole è un grosso filatore di lino del nord, proprietario di una fabbrica, e frequenta i circoli repubblicani di destra. Gli chiesi allora quali opportunità o prospettive ci fossero per l’opposizione, se si potesse cercare supporto tra i circoli capitalisti più aggressivi verso l’Unione Sovietica. Mi rispose: ‘Certo, e molto più di quanto crede’. Ma disse anche che sarebbe dipeso da due circostanze: la prima era che l’opposizione avrebbe dovuto diventare una forza vera e propria, e la seconda era che tipo di concessioni avrebbe fatto ai capitalisti francesi. La seconda conversazione che ebbi a Parigi si svolse a settembre del 1927, con il deputato Louis Dreyfus, un grande mercante di grano. Devo dire che la conversazione e le conclusioni erano molto simili a quelle con Nicole”.

[Dopo “Trockij rinnovò i suoi attacchi contro il governo sovietico” manca un opezzo con nota]:

A Mosca dichiarò pubblicamente: “Dobbiamo restaurare la tattica di Clemenceau che, com’è noto, insorse contro il governo francese quando i tedeschi erano a ottanta chilometri da Parigi!”

Stalin denunciò come tradimento le dichiarazioni di Trockij. “Si sta formando una sorta di fronte unito da Chamberlain[10] a Trockij,” disse.

Si votò nuovamente riguardo a Trockij e la sua opposizione. In un referendum generale condotto tra tutti membri del Partito Bolscevico, la maggioranza schiacciante, con 740.000 voti contro 4.000, ripudiò l’opposizione trotzkista e si dichiarò favorevole all’amministrazione di Stalin[11].

[10] – Sir Austen Chamberlain, allora Ministro degli Affari Esteri britannico e violento antisovietico.

-[11] – Quei 4.000 voti furono il massimo risultato raggiunto dall’opposizione nell’intero corso delle sue agitazioni. Nonostante il divieto di creare fazioni nel Partito e l’insistenza ufficiale sull’“unità rivoluzionaria”, una straordinaria libertà di dibattito, critica e associazione fu garantita all’opposizione trotzkista dal governo sovietico. Soprattutto dopo la morte di Lenin, quando il paese stava attraversando un periodo di crisi, Trockij fu in grado di trarre vantaggio dalla situazione per cercare di costruire un movimento di massa attorno alla sua fazione. La propaganda pubblica dell’opposizione fruttò ogni sorta di argomento politico contro il regime sovietico. La politica sociale ed economica di Stalin fu soggetta a una continua critica sotto gli slogan “incompetenza al governo”, “burocrazia incontrollata”, “dittatura di un uomo solo”, “degenerazione della vecchia dirigenza”, e così via. Non fu fatto alcun tentativo di sopprimere l’agitazione di Trockij finché non si rivelò a tutti gli effetti un antisovietico alleato con altre forze antisovietiche.

Nelle parole di Sidney e Beatrice Webb, autori di Soviet Communism – A New Civilization?, dal 1924 al 1927 “accade qualcosa che dovette sembrare incredibile a chi ritiene che l’Unione Sovietica sia schiacciata da una dittatura militare, cioè tre anni di incessanti controversie pubbliche. La cosa prese varie forme. Ci furono numerosi dibattiti nei principali organi legislativi, come il Comitato Esecutivo Centrale Panrusso (VTsIK), il Congresso Panrusso dei Soviet e il Comitato Centrale del Partito Comunista. Ci furono accese discussioni in molti soviet locali e negli organi del Partito. C’era un’ampia letteratura [di opposizione] di libri e pamphlet (non bloccati dalla censura e pubblicati dalle case editrici statali) che secondo un testimone arrivavano a occupare migliaia di pagine”. I Webb aggiungono che la questione “fu risolta definitivamente e con autorevolezza dal plenum del Comitato Centrale del Partito nell’aprile 1926; la decisione fu ratificata dopo ulteriori discussioni dal quattordicesimo e quindicesimo congresso del Partito nell’ottobre 1926 e nel dicembre 1927,” e che “dopo queste decisioni, Trockij persistette nelle sue agitazioni cercando di incitare alla resistenza, e la sua condotta si fece semplicemente frazionistica”.

[Dopo “In una sola giornata io intervenivo a due, tre e talvolta anche a quattro di queste riunioni” manca un altro pezzo della citazione di Trockij]:

“[…] L’opposizione organizzò ingegnosamente una grande assemblea nel salone del Politecnico, che era stato occupato dall’interno. […] I tentativi dell’amministrazione di fermare l’assemblea si rivelarono inefficaci. Kamenev e io parlammo per circa due ore”.

[Dopo “durante la grande parata degli operai che doveva aver luogo a Mosca la mattina del 7 novembre” manca]:

Trockij scrisse in seguito in La mia vita:

“Il gruppo dirigente dell’opposizione era di fronte a questo finale con gli occhi sbarrati. Ci accorgemmo con chiarezza di poter rendere le nostre idee proprietà comune delle nuove generazioni non con la diplomazia e gli espedienti, ma solo attraverso una lotta aperta che non si sottraesse a nessuna conseguenza pratica. Andammo incontro all’inevitabile débâcle con la certezza di aver comunque aperto la strada al trionfo delle nostre idee in un futuro più lontano.”

[Dopo “Le autorità sovietiche agirono con prontezza” manca]:

Muralov, Smirnov, Mračkovskij, Dreitzer e altri ex membri della guardia militare trotzkista furono rapidamente sopraffatti. Kamenev e Pjatakov vennero arrestati a Mosca.

[Da “Fu esiliato ad Alma Ata…” in poi fa parte del paragrafo successivo, Alma Ata, che nell’edizione italiana è stato accorpato al precedente.]

V.Alma Ata

[Dopo “Ma l’esilio non pose affatto fine alla sua attività cospirativa…” mancano due paragrafi]:

Il 27 novembre 1927 il più acuto degli strateghi trotzkisti, il diplomatico e agente tedesco Nikolaj Krestinskij scrisse una lettera riservata a Trockij in cui delineava l’esatta strategia seguita dai cospiratori negli anni seguenti. Era folle per l’opposizione trotzkista, scriveva Krestinskij, continuare con le agitazioni aperte contro il governo sovietico; i trotzkisti dovevano invece tentare di ritornare nel Partito, occupare posizioni chiave nel governo e continuare la lotta per il potere all’interno dello stesso apparato governativo. I trotzkisti dovevano cercare “lentamente, gradualmente e con un lavoro persistente nel Partito e nel governo” di restaurare e riguadagnare la confidenza delle masse e l’influenza su di esse”.

La sottile strategia di Krestinskij piacque a Trockij che, come in seguito rivelò Krestinskij, diede subito istruzioni ai seguaci che erano stati arrestati ed esiliati di “continuare le attività in segreto” e “occupare posizioni di responsabilità più o meno indipendenti”. Pjatakov, Radek, Zinov’ev, Kamenev e altri oppositori esiliati cominciarono a denunciare Trockij, ammettendo il “tragico errore” della loro passata opposizione e chiedendo la riammissione nel Partito Bolscevico.

[Dopo “Da Alma Ata, dirigeva una propaganda clandestina su scala nazionale e una campagna sovversiva contro il regime sovietico” manca una lunga nota]:

[12] – In assenza di Trockij, la responsabilità della guida delle rimanenti forze di opposizione cadde temporaneamente su Nikolaj Bucharin che, in disaccordo con la condotta di Trockij, si era astutamente rifiutato di prendere parte al disastroso tentativo di colpo di stato. Bucharin era arrivato a considerare se stesso e non Trockij l’autentico leader e il teorico dell’opposizione. Nella “scuola marxista” speciale che dirigeva a Mosca si era circondato di un gruppo di “quadri”, come li definiva, reclutati tra i giovani studenti. Bucharin addestrò un certo numero di studenti alla tecnica della cospirazione. Aveva anche stretti contatti con membri dell’intelligencija tecnica che si era unita al partito industriale. In passato si era definito “comunista di sinistra”; ora, dopo la débâcle di Trockij, iniziò a elaborare i principi di quella che sarebbe diventata l’opposizione di destra.

Bucharin riteneva che Trockij avesse agito frettolosamente e che il suo fallimento fosse dovuto in larga parte al fatto che non aveva agito all’unisono con le altre forze antisovietiche interne al paese, e tentò di rimediare al fallimento con la sua opposizione di destra. Dopo la messa al bando dei trotzkisti, il primo piano quinquennale stava per diventare pienamente operativo. Il paese era di fronte a nuove difficoltà e tensioni estreme. Insieme all’ufficiale del governo Aleksei Rykov e al sindacalista Tomskij, Bucharin organizzò l’opposizione di destra dentro al Partito in cooperazione segreta con gli agenti del Torgprom e i menscevichi. L’opposizione di destra si basata sull’aperta opposizione al piano quinquennale. Dietro le quinte, Bucharin formulò il vero programma della fazione durante un incontro segreto con i rappresentanti trotzkisti e gli agenti di altre organizzazioni clandestine.

“se il mio programma dovesse essere formulato in modo specifico,” dichiarò in seguito, “riguarderebbe la sfera economica, il capitalismo di stato, i mužiki ricchi, la riduzione delle fattorie collettive, concessioni agli stranieri, l’abbandono del monopolio sul commercio estero, e di conseguenza la restaurazione del capitalismo nel paese. […] Nel paese, il nostro programma [era] l’alleanza con i menscevichi e i socialisti-rivoluzionari. […] Un salto politico verso una direzione in cui c’erano sicuramente elementi di cesarismo, […] elementi di fascismo”.

La nuova linea politica di Bucharin trovò un certo seguito tra gli ufficiali carrieristi di alto rango che non avevano fiducia nel piano quinquennale. I leader delle organizzazioni dei kulaki che resistevano strenuamente alla collettivizzazione fornirono all’opposizione di destra il sostegno di massa che Trockij aveva cercato invano. Sulle prime Trockij si indispettì per il comando di Bucharin sul movimento che aveva fondato; ma dopo un breve periodo di rivalità e persino di lotta, le diffidenze furono superate. La fase pubblica e “legale” dell’opposizione di destra durò fino al novembre 1929, quando il plenum del Comitato Centrale del Partito Bolscevico dichiarò che la propaganda del programma di destra era incompatibile con l’appartenenza al Partito. Bucharin, Rykov e Tomskij furono rimossi dai loro ruoli di alti ufficiali.

[Subito dopo la stessa frase mancano alcuni paragrafi]:

Il figlio di Trockij, Lev Sedov, fu incaricato di coordinare il sistema di comunicazioni segreto usato dal padre per restare in contatto con i suoi seguaci e altri oppositori nel paese. Appena ventenne, dotato di grandi energie, Sedov combinava un fiero attaccamento agli ideali dell’opposizione con un incessante, livoroso risentimento nei confronti dell’atteggiamento egoistico e dittatoriale del padre. In Lev Sedov: figlio, amico e combattente, Trockij rivelò il ruolo fondamentale svolto dal figlio nella supervisione delle comunicazioni segrete da Alma Ata:

“Nell’inverno del 1927 […] Lev aveva compiuto ventidue anni. […] Il suo lavoro ad Alma Ata in quell’anno fu veramente senza pari. Lo chiamavamo il nostro Ministro degli Esteri, Ministro della Polizia e Ministro delle Comunicazioni. E nel compiere quelle operazioni dovette affidarsi a un apparato illegale.”

Sedov operò come contatto con i corrieri segreti che portavano messaggi ad Alma Ata e ricevevano le “direttive” di Trockij.

“A volte da Mosca arrivavano corrieri speciali. Incontrarli non era una cosa semplice. […] I rapporti con l’esterno erano gestiti interamente da Sedov. Usciva di casa nelle notti di pioggia o quando la neve cadeva abbondante, oppure di giorni si nascondeva nella biblioteca per evadere la sorveglianza delle guardie e incontrare il corriere in un bagno pubblico o nella fitta vegetazione fuori città, o nel mercato orientale dove i kirghisi si affollavano con i loro cavalli, gli asini e le merci. Ogni volta tornava felice, con uno sguardo vittorioso negli occhi e il prezioso bottino sotto i vestiti.”

Ogni settimana passavano tra le mani di Sedov almeno “100 oggetti” di natura misteriosa. Inoltre, grandi quantità di lettere personali e di propaganda furono spedite da Trockij da Alma Ata. Molte delle lettere contenevano “direttive” per i suoi seguaci e materiale di propaganda. “Tra aprile e ottobre [del 1928],” si vantò Trockij, “ricevemmo circa mille lettere e documenti politici e settecento telegrammi. Nello stesso periodo spedimmo cinquecento telegrammi e non meno di ottocento lettere politiche”.

[Dopo “Il suo caso fu deferito al collegio speciale dell’OGPU a Mosca” manca]:

In una nota dell’OGPU datata 18 gennaio 1929 si legge:

“Oggetto: caso del cittadino Trockij Lev Davidovič, in base all’articolo 5810 del Codice Penale accusato di attività controrivoluzionarie nella forma dell’organizzazione di un partito illegale antisovietico, le cui attività sono volte a provocare azioni antisovietiche e a mobilitarsi per un’azione armata contro il potere sovietico;

Si dispone: il cittadino Trockij Lev Davidovič è espulso dal territorio dell’Unione Sovietica.”

Capitolo 16: genesi di una quinta colonna

I. L’Elba di Trockij

[Manca il secondo paragrafo]:

In Turchia si scatenò una tempesta politica. Il filosovietici chiedevano la sua espulsione, gli antisovietici lo accolsero come il nemico del regime sovietico. Il governo turco sembrava indeciso. C’erano voci di pressioni diplomatiche per tenere Trockij in Turchia, vicino al confine con l’URSS. Alla fine si raggiunse un compromesso. Trockij sarebbe rimasto in territorio turco, anche se non proprio in Turchia: al “Napoleone rosso” in esilio fu dato asilo sull’isola turca di Prinkipo. Trockij, la moglie, il figlio e alcune guardie personali vi si stabilirono alcune settimane dopo.

[Dopo “La casa era guardata al di fuori da cani poliziotti e da guardie del corpo armate” c’è]:

All’interno, era invasa da avventurieri radicali provenienti da Russia, Germania, Spagna e altri paesi, che avevano seguito Trockij a Prinkipo e che egli definiva i suoi “segretari”. Formarono presto una nuova guardia trotzkista. C’era un flusso costante di visite in quella casa: propagandisti antisovietici, politici, giornalisti, devoti dell’eroe in esilio e aspiranti “rivoluzionari mondiali”. Le guardie del corpo restavano fuori dalla biblioteca di Trockij quando egli era impegnato in conferenze private con i rinnegati dei movimenti internazionali socialisti o comunisti. Ogni tanto, in visite avvolte dalla segretezza, agenti dei servizi segreti e altri misteriosi personaggi venivano a parlare con Trockij.

[Dopo “…dinnanzi allo specchio della sua camera” manca]:

I giornalisti che visitavano Prinkipo dovevano presentare a Trockij i loro articoli prima di pubblicarli per permettergli di correggerli. Durante le conversazioni, Trockij rovesciava un fiume senza fine di asserzioni dogmatiche e invettive antisovietiche, enfatizzando ogni frase e gesto con l’intensità teatrale dell’oratore di massa. [Dopo “Forse una guerra, un nuovo intervento europeo, quando la debolezza del governo avesse agito come stimolo!”” c’è]:

Winston Churchill, sempre appassionatamente interessato a ogni fase della campagna antisovietica mondiale, studiò con attenzione l’esilio di Prinkipo. “Trockij non mi è mai piaciuto,” scrisse nel 1944. Ma la sua audacia cospiratoria, il talento di oratore e l’energia demoniaca erano graditi al temperamento avventuroso di Churchill, che in Grandi contemporanei descrisse così l’obiettivo della cospirazione internazionale dal momento in cui Trockij aveva lasciato il suolo sovietico: “Trockij […] lotta per guidare i bassifondi d’Europa verso il rovesciamento dell’esercito sovietico.”[Dopo”Questa cosa era la morte di Stalin” è stata tagliata circa una pagina].

The Great Conspiracy. The Secret War Against Soviet Russia by M. Sayers, A. E. Kahn

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18° capitolo – paragrafo 4. “Necessità storica”

I più brutali di tutti gli omicidi eseguiti sotto la supervisione di Yagoda furono quelli di Maxim Gorky e di suo figlio, Peshkov. Gorky aveva sessantotto anni al momento del suo assassinio. Era conosciuto e riverito in tutto il mondo non solo come il più grande scrittore russo vivente, ma anche come uno degli umanisti più noti nel mondo. Soffriva di tubercolosi e il suo cuore era in cattive condizioni. Suo figlio Peshkov aveva ereditato un’estrema suscettibilità alle infezioni respiratorie. Sia Gorky che suo figlio erano pazienti del dottor Levin.

Gli omicidi di Gorky e di suo figlio, Peshkov, furono organizzati da Yagoda a seguito di una decisione unanime dei capi superiori del Blocco di Destra e dei trotzkisti. Nel 1934 Yagoda comunicò questa decisione al dottor Levin.

“Gorky è un uomo che è molto vicino alla massima leadership”, disse Yagoda al dottor Levin, “un uomo molto dedito alla politica svolta nel paese, molto devoto personalmente a Stalin, un uomo che non percorrerà mai la nostra strada. Poi, sapete quale autorità abbiano le parole di Gorky sia nel nostro Paese che oltre confine. Voi siete consapevole della influenza che eserciti e quanto male possano causare al nostro movimento le sue parole. Dovete accettare d’intraprendere questo incarico di cui si raccoglieranno i frutti quando il nuovo governo salirà al potere. “

Come il dottor Levin mostrò un certo turbamento a queste istruzioni, Yagoda continuò: “Non c’è bisogno che siate così turbato, è necessario comprendere che questo è inevitabile, che questo è un momento storico, che è una necessità storica, una fase della rivoluzione attraverso la quale si deve passare, e si passa attraverso di essa con noi, vi sarà una testimonianza di essa, e voi dovete aiutarci con i mezzi che avete a vostra disposizione. “(2)

Peshkov venne assassinato prima di suo padre.

Il dottor Levin in seguito disse:

“Vi erano tre sistemi nel suo organismo, che potevano facilmente essere attaccati:

era eccezionalmente eccitabile il suo sistema cardiaco-vascolare

i suoi organi respiratori, ereditati dal padre, non per quanto riguardava la tubercolosi ma per una debolezza intrinseca

il sistema neurovegetativo. Anche una piccola quantità di vino colpiva il suo organismo, e nonostante questo, bevevo vino in gran quantità ….

Il dottor Levin lavorò con metodo sulle carenze dell’”organismo” di Peshkov .

A metà del mese di aprile 1934, Peshkov prese freddo e venne seriamente colpito da polmonite crupale.

Quando sembrò che Peshkov potesse guarire, Yagoda si infuriò. “Al diavolo tutto,” esclamò, “loro sono in grado di uccidere le persone sane con i loro trattamenti e ora non possono fare lo stesso su un malato!”

Ma alla fine gli sforzi del Dr. Levin raggiunsero i risultati desiderati. Come egli stesso in seguito ebbe a riferire:

”Il paziente era indebolito, il suo cuore era in una condizione abominevole, il sistema nervoso, come sappiamo, gioca un ruolo enorme nel corso delle malattie infettive. Era oltremodo eccitato, quindi del tutto indebolito e la malattia prese una svolta di eccezionale gravità.

… Il progresso della malattia venne aggravato dal fatto che i farmaci capaci di portare grande beneficio per il cuore furono eliminati, mentre, al contrario, quelle che indebolivano cuore sono stati furono introdotti .E per finire … l’11 maggio è morto di polmonite.

Maxim Gorky fu assassinato con metodi simili. Durante il 1935, Gorky fece frequenti viaggi lontano da Mosca, fatto che temporaneamente gli salvò la vita portandolo fuori dalle grinfie del Dr. Levin. Poi, all’inizio del 1936, arrivò l’opportunità che il dottor Levin stava aspettando. Gorky contrasse una grave forma di influenza a Mosca. Il dottor Levin volutamente aggravò le condizioni di Gorky e, come nel caso Peshkov, la polmonite crupale ancora una volta si impose; il dottor Levin che assassinò il suo paziente dichiarò:

”Per quanto riguarda Alexei Maximovich Gorky, la linea seguita fu questa: per evitare l’insorgere di sospetti utilizzammo i farmaci adatti per sostenere l’attività cardiaca. Tra quelli adottati ci furono canfora, caffeina, cardiosol e digalen. Possiamo utilizzare tali farmaci per un gruppo di malattie cardiache. Nel suo caso furono somministrati in dosi enormi. Così, ad esempio, ricevette ben 40 iniezioni di canfora … in ventiquattro ore. Questa dose era troppo pesante per lui …. Più due iniezioni di digalen …. Inoltre quattro iniezioni di caffeina …. Più due iniezioni di stricnina.

Il 18 giugno 1936, il grande scrittore sovietico moriva.

Note: 1. Il 23 dicembre 1943, il Dr. Henry E. Sigerist, Professore di Storia della Medicina presso la Johns Hopkins University ed eminente esperto di storia della medicina, scrisse agli autori di questo libro per quanto riguarda il Dr. N. Ignaty Kazakov:

“Ho passato un giorno intero con il professor Ignaty N. Kazakov nella sua clinica nel 1935. Era un uomo grosso con una criniera selvaggia, somigliava più a un artista che uno scienziato e ricordava un cantante lirico. Parlando con lui, mi diede l’impressione che fosse un genio o un truffatore. Egli affermava di aver scoperto un nuovo metodo di cura che chiamava “satotherapy” o “lystotherapy” ma rifiutò di rivelare come fosse la preparazione dei “lystes” con cui trattava una grande varietà di pazienti. Motivò il suo rifiuto con l’argomentazione che il metodo avrebbe potuto essere screditato qualora fosse usato incautamente o acriticamente da altri prima che fosse completamente testato. Le autorità sanitarie sovietiche avevano un atteggiamento più liberale e gli misero a disposizione tutti i possibili servizi clinici e di laboratorio per testare e sviluppare il suo metodo.

“Il professor Kazakov si aspettava la mia visita e il giorno in cui arrivai aveva invitato un gran numero di suoi ex pazienti al fine di impressionarmi …. E’ stato un vero e proprio circo e mi fece una pessima impressione. Avevo visto le cure miracolose eseguite da ciarlatani in altri paesi … Qualche anno più tardi divenne evidente che il suo metodo non era buono e che questo istrione non solo fosse un truffatore, ma un criminale. “

2. Nonostante la sua età, Gorky era odiato e temuto dai trotzkisti. Sergei Bessonov, il corriere trotzkista, ha riferito che già nel luglio 1934, Leon Trotsky gli disse: “Gorky è molto intimo con Stalin; egli svolge un ruolo eccezionale nel far guadagnare simpatia verso l’Unione Sovietica nell’opinione democratica del mondo, soprattutto dell’Europa occidentale. …. La gran parte dei nostri sostenitori tra gli intellettuali ci sta lasciando in a causa dell’influenza di Gorky. Da ciò traggo la conclusione che Gorky deve essere tolto di mezzo. Trasmeti questa istruzione a Piatakov nel modo più categorico: …i Gorky devono essere fisicamente

eliminati a tutti i costi. “

Il fascisti russi emigrati e i terroristi, che stavano collaborando con i nazisti, avevano inserito Gorky nella lista di quei leader sovietici che avevano progettato di assassinare. Il 1 novembre 1934, in un numero di Za Rossiyu, l’organo della fascista Lega Nazionale Russa della Nuova Rigenerazione, pubblicato a Belgrado, Yugoslavia, venne dichiarato: “Va tolto di mezzo Kirov a Leningrado. Dobbiamo anche eliminare Kossior e Postiscev nel sud della Russia. Fratelli, fascisti, se non si può arrivare a Stalin, dobbiamo uccidere Gorky, dobbiamo uccidere il poeta Demiyan Bieni, dobbiamo uccidere Kaganovich ..

Il motivo per cui Pagoda fece uccider il figlio di Gor’kij, Peshkov, non era solo politico. Prima del suo omicidio, Yagoda disse a uno dei cospiratori che la morte di Peshkov sarebbe stata un “duro colpo” per Gorkij e lo avrebbe trasformato in un “innocuo vecchietto”. Ma al suo processo nel 1938, Yagoda chiese il permesso del giudice di astenersi dal rivelare pubblicamente le sue ragioni per l’uccisione di Peshkov. Yagoda ha chiesto che gli fosse permesso di dare questa testimonianza in una delle sessioni a porte chiuse. Il giudice accolse la sua richiesta. L’ambasciatore Davies, nel suo libro Missione a Mosca, dà questa spiegazione possibile per l’omicidio di Peshkov: “Alle spalle di questo corre la voce che Yagoda … fosse infatuato della giovane e bella moglie di Gor’kij figlio ..,.”

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...."L’ineguaglianza dello sviluppo economico e politico è una legge assoluta del capitalismo. Ne risulta che è possibile il trionfo del socialismo all’inizio in alcuni paesi o anche in un solo paese capitalistico, preso separatamente...." Lenin -Sulla parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa-Pubblicato sul Sozial-Demokrat, n. 44, 23 agosto 1915.
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