Michael Sayers e Albert E. Kahn -La grande congiura contro l’Urss-

 

 

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Prefazione

 Testo completo,comprensivo  di alcuni capitoli e paragrafi mancanti all’edizione italiana

Non mi è noto che sia stato recato un maggior contributo alla causa della pace mondiale, per mezzo di una migliore comprensione internazionale della Russia e del suo presente in quanto sviluppo del suo passato, di quello dato da Alberi E. Kahn e da Michael Sayers col loro ottimo libro La grande congiura contro la Russia.

Se la Russia da una parte e la Gran Bretagna e gli Stati Uniti dall’altra riusciranno a comprendersi, allora vi sarà una pace veramente duratura . Noi, del mondo occidentale, conosciamo il nostro passato e lo giudichiamo naturalmente alla luce della nostra esperienza.

Ma pochi fra noi conoscono veramente qual è stata l’esperienza del popolo russo; quindi per lo piu non ci rendiamo conto perché esso debba avere le opinioni che ha.

Ciò che gli autori di questo libro hanno fatto è di richiamarsi al periodo che ha inizio con la rivoluzione russa e di farci un po’ vedere il mondo attraverso l’esperienza russa. In breve, essi sono dotati di quel raro dono ambito dal poeta Burns, di farci vedere noi stessi come i russi ci vedono alla luce della loro esperienza.

Una continuazione di quella politica disastrosa di intrigo antisovietico descritta con tanta vivezza in questo libro condurrebbe inevitabilmente a una terza guerra mondiale. Ecco perché questo libro dovrebbe essere letto e studiato da tutti coloro cui sta a cuore di vedere la pace consolidarsi durevolmente nel mondo. È un’opera che dovrebbe essere letta da ogni uomo politico americano ed inglese, e, per questa stessa ragione, da ogni cittadino di entrambi i paesi.

Senza dubbio se i popoli e le nazioni più influenti della Terra guarderanno l’uno all’altro con simpatia e sforzo sincero di comprensione, noi possiamo avere per una pace durevole una speranza più viva di quella che mai l’umanità abbia nutrito nel suo cuore. Tutti noi siamo debitori al signor Kahn e al signor Sayers per averci narrato una storia cosi emozionante e drammatica.

CLAUDE PEPPER Senatore statunitense per la Florida

Libro primo – Rivoluzione e controrivoluzione

 

Capitolo primo: La nascita del potere sovietico

1. Missione a Pietrogrado

A metà dell’estate del fatale 1917, mentre il vulcano rivoluzionario ribolliva e rumoreggiava in Russia, giungeva a Pietrogrado1, con una missione segreta della massima importanza, il maggiore statunitense Raymond Robins. Ufficialmente giungeva con il grado di assistente capo della Croce Rossa americana. In realtà era al servizio dell’Ufficio Informazioni dell’esercito degli Stati Uniti. Aveva l’incarico di aiutare a mantenere la Russia in stato di guerra contro la Germania.

La situazione sul fronte orientale era disperata. L’esercito russo, mal guidato, miseramente equipaggiato, era stato fatto letteralmente a pezzi dai tedeschi. Sotto l’urto violento della guerra, il vacillante regime feudale zarista, già internamente imputridito, era caduto. Il 15 marzo lo zar Nicola II era stato costretto ad abdicare e si era costituito un governo provvisorio. Il grido rivoluzionario di Pane, pace, terra!, che riassumeva i bisogni immediati e le antiche aspirazioni di milioni di russi stanchi della guerra, affamati, espropriati, risonava in tutto il paese.

Gli alleati della Russia (Gran Bretagna, Francia e Stati Uniti) temevano l’imminente collasso dell’esercito russo. Da un momento all’altro, un milione di soldati tedeschi potevano essere ritirati improvvisamente dal fronte orientale e gettati a occidente contro le truppe alleate ormai stanche. Non meno allarmante era la prospettiva che il grano dell’Ucraina, il carbone del Donec, il petrolio del Caucaso e tutte le altre inesauribili risorse del suolo russo cadessero nelle rapaci mani della Germania imperiale .

Gli Alleati si affannavano a mantenere la Russia in stato di guerra, almeno fino a quando i rinforzi statunitensi avessero raggiunto il fronte occidentale. Il maggiore Robins era uno dei numerosi diplomatici militari, agenti dell’Ufficio Informazioni inviati a Pietrogrado con l’incarico di fare tutto il possibile per far si che la Russia restasse nella lotta .

Quarantatreenne, con i capelli nerissimi, i lineamenti aquilini fortemente marcati, dotato di un’energia illimitata, di un’eloquenza straordinaria e di un grande fascino personale, Raymond Robins era una personalità di primo piano, notissima al pubblico statunitense. Aveva rinunciato a una carriera di uomo d’affari già coronata dal successo a Chicago per dedicarsi alla filantropia e all’assistenza sociale. In politica era un “uomo di Roosevelt”. Aveva svolto un’azione di primo piano nella famosa campagna elettorale del 1912, quando il suo eroe, Theodore Roosevelt, aveva tentato di ritornare alla presidenza senza il supporto del grande capitale e dell’apparato politico. Era un liberale militante, un instancabile e pittoresco crociato di ogni causa avversa alla reazione.
“Che? Raymond Robins? Quella testa calda? Quel rooseveltiano arrabbiato? Che ci sta a fare nella nostra missione?” esclamò il colonnello William Boyce Thompson, capo della Croce Rossa in Russia, quando seppe che Robins era stato nominato suo primo assistente. Il colonnello Thompson era repubblicano e conservatore convinto. Era interessato personalmente in modo considerevole negli affari russi, nelle miniere russe di manganese e di rame. Ma era anche un osservatore realista e perspicace. Nel suo intimo aveva la convinzione che la politica conservatrice del Dipartimento di Stato nei riguardi della Russia in fermento, non sarebbe approdata a nulla.

David Francis, ambasciatore degli Stati Uniti in Russia, era un anziano e ostinato banchiere di St. Louis anziano e ostinato con il vizio del gioco. Ex governatore del Missouri, Francis era una figura anacronistica nell’atmosfera arroventata della Pietrogrado rivoluzionaria con i suoi capelli bianchi, il suo solino rigido e la sua giacca nera fuori moda. “Il vecchio Francis,” aveva detto un diplomatico britannico, “non distingue un socialista rivoluzionario da una patata!”

Ma quel che al vecchio Francis mancava in fatto di conoscenza della politica russa lo compensava con la forza delle sue opinioni, ricavate soprattutto dai sensazionali pettegolezzi dei generali e dei milionari zaristi che affluivano numerosi all’ambasciata statunitense di Pietrogrado. Francis era fermamente convinto che il fermento russo altro non fosse che il risultato di un complotto tedesco e che tutti i rivoluzionari russi fossero agenti stranieri. A ogni modo, pensava, tutta la faccenda sarebbe finita prestissimo. Il 21 aprile 1917, l’ambasciatore Francis aveva inviato al Segretario di Stato Robert Lansing, un telegramma riservato così concepito:

Socialista estremista rivoluzionario o anarchico di nome Lenin tiene violenti discorsi rafforzando di conseguenza il governo. Di proposito gli viene lasciata mano libera e sarà tempestivamente deportato.

Ma la Rivoluzione russa, anziché placarsi dopo l’abbattimento dello zar, era solo all’inizio. L’esercito russo si andava sfasciando e sembrava che in Russia nessuno più avesse il potere di arrestarne la disgregazione. Aleksandr Kerenskij, l’ambizioso capo del governo provvisorio, aveva visitato il fronte tenendo eloquenti discorsi alle truppe, assicurandole che “vittoria, democrazia e pace” erano a portata di mano. Per nulla impressionati, i soldati russi, affamati e ribelli, continuavano a disertare a decine di migliaia. In colonne interminabili, con le uniformi sudice e a brandelli, essi vagavano nelle campagne, attraverso i campi inzuppati dalla pioggia, le strade melmose, i villaggi, le città 2.

Nelle retrovie, i soldati incontravano gli operai e i contadini rivoluzionari. In ogni località soldati, operai e contadini costituivano spontaneamente i loro comitati rivoluzionari o “soviet”, come li chiamavano, ed eleggevano i loro delegati, che dovevano portare le loro esigenze di “pane, pace e terra” a al governo di Pietrogrado.

Quando il maggiore Raymond Robins giunse a Pietrogrado, masse affamate di popolo, simili a una nera marea dilagante, circolavano nel paese. La capitale brulicava di delegazioni di soldati, reduci dal fango delle trincee, i quali chiedevano che si mettesse fine alla guerra. Le agitazioni per il pane erano all’ordine del giorno. Il Partito Bolscevico di Lenin (l’organizzazione dei comunisti che Kerenskij aveva ricacciato nell’illegalità) stava acquistando rapidamente autorità e prestigio.

Raymond Robins rifiutò di accettare come verità le opinioni dell’ambasciatore Francis e dei suoi amici zaristi sulla Russia. Sprecò poco tempo nei saloni di Pietrogrado, ma scese “in campo”, per usare la sua espressione, per vedere le cose con i propri occhi. Robins aveva. una fiducia illimitata in quella che definiva “la mentalità aperta, quella certezza tipica degli uomini d’affari statunitensi: una mentalità che non si accontenta delle chiacchiere ma è costantemente alla ricerca dei fatti”. Viaggiò per il paese, frequentò riunioni sindacali, visitò fabbriche, baraccamenti militari e persino le trincee infestate dai pidocchi del fronte orientale. Per rendersi conto di quel che stava capitando in Russia Robins andò tra il popolo russo.

Tutta la Russia si presentava quell’anno come un’immensa società impegnata in tumultuosi dibattiti. Dopo secoli di silenzio forzato, la gente aveva ritrovato la lingua. Si tenevano dovunque comizi. Ognuno diceva quel che aveva da dire. Funzionari del governo, propagandisti pro-alleati, bolscevichi, anarchici socialisti-rivoluzionari, menscevichi, tutti parlavano. I bolscevichi erano gli oratori più popolari. Soldati, operai e contadini si ripetevano instancabilmente le loro parole. “Ditemi per che cosa combatto,” chiese un soldato russo in uno di quei burrascosi comizi di massa, “per Costantinopoli o per liberare la Russia? Per la democrazia o per i briganti capitalisti? Se potete provarmi che difendo la Rivoluzione, allora andrò a combattere anche senza la minaccia della pena capitale. Quando la terra sarà dei contadini e le fabbriche degli operai e il potere dei soviet, allora noi sapremo di avere veramente qualcosa per cui combattere e combatteremo!”

Robins si trovava a suo agio in quell’atmosfera carica di discussioni. Noto comiziante egli stesso, aveva sostenuto in patria più di un dibattito con i marxisti degli Stati Uniti: perché non avrebbe dovuto farlo con i bolscevichi russi? Robins chiedeva spesso il permesso di replicare agli oratori bolscevichi. Nelle fabbriche e nelle trincee, tra la densa folla, l’americano dalle spalle quadrate e dagli occhi neri si alzava e parlava. Per mezzo, del suo interprete, Robins parlava ai suoi ascoltatori russi della democrazia americana e della minaccia del militarismo prussiano. Invariabilmente, applausi tumultuosi salutavano le sue parole.

Al tempo stesso Robins non trascurava il suo lavoro alla Croce Rossa. Era suo compito fornire di viveri le città affamate. Nella valle del Volga scoprì immensi depositi di grano che marciva nei magazzini. Mancavano i trasporti per distribuirlo. Per colpa del regime zarista, irrimediabilmente disorganizzato, il sistema dei trasporti era andato a catafascio e Kerenskij non aveva fatto nulla per rimediare alla situazione. Robins propose di raccogliere sul Volga una flottiglia di barconi per spedire il grano. I funzionari di Kerenskij gli risposero che non era possibile. Un contadino si presentò a Robins; gli disse che i barconi sarebbero stati a sua disposizione. La mattina seguente il grano cominciò a risalire il fiume verso Mosca e Pietrogrado.

Robins ebbe ovunque la prova della confusione e dell’inettitudine del governo di Kerenskij in contrasto con l’organizzazione e la determinazione dei Soviet rivoluzionari. Quando il presidente di un Soviet diceva che una cosa sarebbe stata fatta, era fatta. La prima volta che Robins giunse in un villaggio russo e chiese di vedere le autorità locali, i contadini avevano sorriso: “Sarebbe meglio che vedeste il presidente del soviet,” gli dissero.“Che cosa è questo Soviet?” chiese Robins. “L’assemblea dei delegati degli operai, dei soldati e dei contadini”.“Ma questa è una specie di organizzazione rivoluzionaria,” protestò Robins. “Io voglio l’organizzazione civile, l’autorità regolare civile!”I contadini risero: “Quella? Quella non conta nulla. Farebbe meglio a vedere il presidente del soviet!”

Ritornato a Pietrogrado, dopo il suo giro di ispezione, Robins fece una relazione preliminare al colonnello Thompson. “Il governo provvisorio di Kerenskij,” disse, era “una specie di castello di carte, privo di qualsiasi base nel paese e sostenuto dalle baionette a Pietrogrado, a Mosca e in alcune altre località”. Il vero governo del paese era esercitato dai soviet, Però Kerenskij era per la continuazione della guerra contro la Germania, e per questa ragione Robins credeva che dovesse essere mantenuto al potere. E, se gli Alleati volevano impedire che la Russia precipitasse completamente nel caos e quindi sotto la dominazione tedesca, dovevano far uso di tutta la loro influenza per convincere Kerenskij a riconoscere i Soviet e ad accordarsi con essi. Il governo degli Stati Uniti doveva essere informato della situazione prima che fosse troppo tardi. Robins fece una proposta audace: l’immediato lancio dì una campagna propagandistica, gigantesca, stringente, per convincere il popolo russo che la vera minaccia alla rivoluzione veniva dalla Germania. Con gran stupore di Robins, il colonnello Thompson si dichiarò pienamente d’accordo sulla relazione e la proposta. Disse a Robins che avrebbe trasmesso telegraficamente a Washmgton un abbozzo del suo schema propagandistico e avrebbe richiesto l’autorità e i fondi necessari per effettuarlo. Nel frattempo, poiché il tempo era prezioso, Robins poteva mettersi all’opera.

“Ma dove prendere il denaro?” chiese Robins. Robins poteva liberamente attingere dal deposito bancario del colonnello a Pietrogrado. “L’essenziale,” disse Thompson, “era tener fermo l’esercito russo sul fronte orientale e impedire alla Germania di entrare in Russia”. Al tempo stesso, il colonnello era pienamente consapevole dei pericoli che correva intervenendo così attivamente e personalmente nelle faccende russe. “Sa cosa significa, Robins?” chiese. “Credo che significhi l’unica possibilità di salvare la situazione, colonnello,” rispose Robins. “No, voglio dire se sa cosa significa per lei?” “Che vuole dire?” “Che se non ci riesce, sarà fucilato”. Robins scrollò le spalle. “Uomini migliori, uomini più giovani vengono uccisi ogni giorno sul fronte occidentale”. Poi aggiunse dopo una pausa: “Colonnello, se io sarò fucilato, lei sarete impiccato”. “Non mi stupirei che avesse ragione al cento per cento,” fu la risposta del colonnello Thompson 3.

2. Controrivoluzione

I venti autunnali soffiavano umidi e gelidi dal Baltico, nuvole nere e minacciose gonfie d’acqua incombevano sulla città, quando a Pietrogrado gli eventi precipitarono verso il loro storico epilogo. Pallido e nervoso, chiuso nell’uniforme marrone accuratamente abbottonata, gli occhi sporgenti, il braccio destro incurvato napoleonicamente, Alexander Kerenskij, capo del governo provvisorio, percorreva su e giù la sua stanza nel Palazzo d’Inverno. “Che cosa si aspettano da me?” gridava a Raymond Robins, “metà del tempo devo parlare come un liberale occidentale per far piacere agli Alleati e l’altra metà come un socialista russo per mantenermi in vita”.

Kerenskij aveva ragione di essere scosso. Alle sue spalle, i suoi principali sostenitori, i milionari russi e gli stessi alleati anglo-francesi, già cospiravano per togliergli il potere.

I milionari russi minacciavano apertamente di rivolgersi ai tedeschi se Gran Bretagna e Francia si fossero rifiutate di intervenire per arrestare la Rivoluzione. “La rivoluzione è una malattia,” disse Stepan Georgevič Ljanozov, il “Rockefeller russo”, al corrispondente John Reed. “Presto o tardi le potenze straniere dovranno intervenire come si interviene per curare un bambino invalido, per insegnargli a camminare”.

Un altro milionario russo, Rjabušinskij, dichiarava che l’unica soluzione era “di stringere alla gola con la mano spettrale della fame, dell’estrema miseria, i falsi amici del popolo: i soviet e i comitati democratici!”
Sir Samuel Hoare, capo del servizio di informazioni diplomatico in Russia, dopo aver conferito con i milionari russi, era tornato a Londra, dove aveva dichiarato che la dittatura militare era la miglior soluzione del problema russo. Secondo Hoare, i candidati più idonei al posto di dittatore erano l’ammiraglio Kolčak (il quale, secondo lui, era quel che di più vicino al “gentleman inglese” aveva potuto trovare in Russia) e il generale Larr Kornilov, il massiccio e barbuto cosacco, comandante in capo dell’esercito russo.

I governi francese e britannico decisero di appoggiare il generale Kornilov. Sarebbe stato l’uomo forte che avrebbe tenuto la Russia in guerra e al tempo stesso schiacciato la Rivoluzione e protetto gli interessi finanziari anglo-francesi in Russia. Quando Raymond Robins fu informato della decisione pensò che gli Alleati avessero commesso un grave errore. Non capivano il carattere del popolo russo. Si stavano semplicemente approfittando dei bolscevichi, che fin dall’inizio avevano previsto che il regime di Kerenskij si sarebbe rivelato soltanto una maschera dietro cui la controrivoluzione si stava preparando in segreto. Il generale Alfred Knox, rappresentante militare e capo della missione britannica a Pietrogrado, gli disse bruscamente di tenere la bocca chiusa.
Il tentato putsch ebbe luogo la mattina dell’8 settembre 1917. Cominciò con un proclama, promulgato da Kornilov nella sua qualità di comandante in capo dell’esercito, che chiedeva il rovesciamento del governo provvisorio e il ritorno alla “disciplina e all’ordine”. Migliaia di opuscoli intitolati Kornilov, l’eroe russo comparirono improvvisamente nelle strade di Mosca e Pietrogrado. Anni dopo, Kerenskij rivelò nel suo libro La catastrofe che “questi opuscoli erano stati stampati a spese della missione militare britannica ed erano stati inviati a Mosca dall’ambasciata britannica di Pietrogrado nella carrozza ferroviaria riservata del generale Knox, addetto militare britannico”. Kornilov diede ordine a ventimila soldati di avanzare su Pietrogrado. Ufficiali francesi e britannici in uniforme russa marciavano con le truppe di Kornilov.

Kerenskij fu atterrito dal tradimento. A Londra e a Parigi era ancora acclamato come un “gran democratico” e come “l’eroe delle masse russe”. E proprio qui in Russia i rappresentanti alleati cercavano di rovesciarlo! Kerenskij si chiedeva disperatamente che cosa fare, e non fece nulla.

Il soviet di Pietrogrado controllato dal bolscevichi ordinò di propria iniziativa la mobilitazione immediata. Agli operai armati si unirono marinai rivoluzionari della flotta del Baltico e soldati provenienti dal fronte. Barricate e cavalli di frisia sorsero nelle vie della città. Pezzi d’artiglieria e mitragliatrici comparvero nei punti strategici. Pattuglie di guardie rosse (operai in berretto e giacche di cuoio, armati di fucili e di bombe a mano) percorrevano le vie fangose.

In quattro giorni l’esercito di Kornilov si disgregò. Lo stesso generale fu arrestato dal comitato di soldati che si era costituito segretamente nel suo stesso esercito. Una quarantina di generali del vecchio regime coinvolti nella cospirazione di Kornilov furono arrestati all’Hotel Astoria di Pietrogrado, dove stavano attendendo la notizia del trionfo del loro leader. Il Sottosegretario alla Guerra di Kerenskij, Boris Savinkov, fu cacciato dal suo ufficio a furore di popolo per aver partecipato alla congiura. Il governo provvisorio precipitò.

Il putsch aveva provocato esattamente quel che avrebbe dovuto evitare: un trionfo dei bolscevichi e una dimostrazione della forza dei soviet. Il potere era nelle mani dei soviet, non di Kerenskij.
“L’ascesa dei soviet,” disse Raymond Robins, “compì l’opera senza ricorrere alla forza. […] Questo fu il potere che sconfisse Kornilov”. L’ambasciatore Francis, da parte sua, telegrafò al Dipartimento di Stato: Fallimento di Kornilov imputabile a cattivi consigli? Errate informazioni metodi inadatti. Inopportunità. Buon soldatopatriota altrimenti inesperto. Governo seriamente spaventato imparerà dall’esperienza.

3. Rivoluzione

Gli avvenimenti si succedevano con rapidità vertiginosa. Da Lenin, tuttora fuorilegge, era pervenuta la nuova parola d’ordine della rivoluzione: “Tutto il potere ai soviet! Abbasso il governo provvisorio!”Il 7 ottobre il colonnello Thompson telegrafò allarmato a Washington:

Massimalisti (bolscevichi) cercano attivamente di controllare il Congresso Panrusso dei deputati operai e soldati che avrà luogo questo mese. Se riusciranno formeranno nuovo governo con risultati disastrosi che condurranno probabilmente alla pace separata. Stiamo impiegando tutte le nostre risorse ma dobbiamo avere immediato appoggio o sarà troppo tardi.

Il 3 novembre si tenne nell’ufficio di Thompson una riunione segreta dei capi militari alleati in Russia. Che cosa fare per fermare i bolscevichi ? Il generale Niessel, capo della missione militare francese, denunciò rabbiosamente il governo provvisorio per la sua inettitudine e chiamò i soldati russi “cani gialli”. A questo punto uno dei generali russi, rosso di collera, abbandonò la camera. Il generale Alfred Knox rinfacciò agli Americani di non aver sostenuto Kornilov. “Non è mio interesse rendere più stabile la posizione di Kerenskij e del suo governo,” urlò Knox a Robins. “È incompetente e incapace, e non vale un soldo. Lei avrebbe dovuto essere dalla parte di Kornilov!”“Ebbene, generale,” rispose Robins, “lei era con Kornilov”.

Il generale britannico diventò di fuoco. “In Russia non resta altro che arrivare a una dittatura militare,” disse. “È necessaria per questa gente!”

“Generale,” intervenne Robins,” “potrebbe arrivare a una dittatura di tipo ben diverso”.“Vuole dire questo pasticcio bolscevico Trockij-Lenin, questo pasticcio di piazza?” “Proprio così”.

“Robins,” disse il generale Knox, “lei non è un militare, non capisce nulla di cose militari. Noi militari sappiamo come comportarci in questi casi. Li mettiamo con le spalle al muro, e spariamo”. “Certo, se riuscite ad acciuffarli, lo fate,” replicò Robins. “Lo ammetto, generale, non mi intendo affatto di cose militari, ma m’intendo un po’ di uomini, ho lavorato con loro tutta la mia vita. Sono stato tra gli uomini in Russia e so che ci troviamo di fronte a una situazione creata da uomini”.

Il 7 novembre 1917, quattro giorni dopo questa conferenza nell’ufficio del colonnello Thompson, i bolscevichi si impadronirono del potere. La Rivoluzione bolscevica che sconvolse il mondo arrivò in modo strano, quasi inosservata. Fu la rivoluzione più pacifica che la storia ricordi. Piccoli drappelli di soldati e marinai si aggiravano nella capitale. Furono sparati a vuoto colpi sporadici. Uomini e donne si raccoglievano nelle vie gelide, discutendo, gesticolando, leggendo gli ultimi proclami ed appelli. Corsero le solite voci contraddittorie. I tram andavano su e giù lungo la Neva. Le massaie entravano e uscivano dai negozi. I giornali conservatori di Pietrogrado, che uscirono come al solito, ignorarono persino la Rivoluzione.

Dopo aver sopraffatto facilmente una debolissima resistenza, i bolscevichi occuparono il telefono, il telegrafo, la Banca di Stato e i ministeri. Il Palazzo d’Inverno, sede del governo provvisorio di Kerenskij, fu accerchiato e isolato. Kerenskij stesso si diede alla fuga quel pomeriggio in una veloce auto fornita dall’ambasciata statunitense. Al momento di partire, assicurò in gran fretta l’ambasciatore Francis che sarebbe ritornato alla testa delle truppe combattenti e che avrebbe “liquidato la situazione in cinque giorni”. Alle 6 pomeridiane l’ambasciatore Francis telegrafava al segretario di stato Lansing :

Apparentemente i bolscevichi hanno preso il controllo ovunque. Impossibile prendere contatto con i ministri.

In quella notte umida e fredda le strade fangose erano percorse da autocarri. Alle sentinelle che sostavano accanto ai falò venivano lanciati grandi pacchi bianchi con dentro il seguente proclama:

Ai cittadini della Russia!

Il governo provvisorio è deposto. Il potere dello Stato è passato nelle mani dell’organo del soviet di Pietrogrado dei deputati operai e contadini, il comitato rivoluzionario militare che dirige il proletariato e la guarnigione di Pietrogrado.

La causa per cui si è battuto il popolo – proposta immediata di una pace democratica, abolizione dei diritti di proprietà dei proprietari fondiari sulla terra, controllo operaio della produzione, creazione di un governo sovietico – questa causa ha vinto. Evviva la Rivoluzione degli operai, dei soldati e dei contadini!

Il Comitato rivoluzionario militaredel soviet di Pietrogrado dei deputati operai e contadini.

Centinaia di guardie rosse e soldati si erano radunati in una massa oscura attorno al Palazzo d’Inverno splendidamente illuminato, l’ultima roccaforte dei membri di un governo ormai inesistente. All’improvviso la massa si mosse in avanti, si rovesciò nel cortile, superò le barricate e irruppe nel Palazzo d’Inverno. Gli ex ministri di Kerenskij furono arrestati nell’ampia sala finemente decorata dove per tutto il giorno erano rimasti seduti attorno a un lungo tavolo. Il tavolo era ingombro di fogli di carta stropicciati, i resti di proclami mai finiti. Su uno di essi si leggeva: “Il governo provvisorio fa appello a tutte le classi perché supportino il governo provvisorio…”

Alle 22,45 della notte del 7 novembre, il Congresso Panrusso dei Soviet dei deputati operai e contadini tenne la seduta d’apertura nella sala da ballo dell’Istituto Smolnyj, già scuola elegante per le figlie dell’aristocrazia zarista. L’immenso salone, pieno di fumo, con le sue colonne di marmo, i candelabri candidi, i pavimenti intarsiati, ospitava ora i rappresentanti eletti dei soldati e degli operai russi. Sporchi, stanchi, con le barbe lunghe, i deputati dei Soviet (soldati con le uniformi incrostate di fango delle trincee, operai in berretto e giubba nera da lavoro, marinai in blusa a righe e berrettino tondo adornato di nastri) ascoltavano instancabili mentre, uno dopo l’altro, salivano alla tribuna i membri del Comitato Esecutivo Centrale.

Il congresso durò due giorni. Un grande applauso scoppiò la sera del secondo giorno, quando un uomo piccolo e robusto, che indossava un vestito logoro, si presentò alla tribuna, la testa calva rilucente, un foglio di carta in mano. Il tumulto durò parecchi minuti. Poi, piegandosi leggermente in avanti l’oratore disse: “Ora procederemo alla costruzione dell’ordine socialista!”L’oratore era Lenin.

il congresso elesse il primo governo sovietico, il Consiglio dei Commissari del Popolo, con alla testa Vladimir Ilič Lenin.

4. Non riconosciuto

La mattina dopo la creazione del governo sovietico, l’ambasciatore Francis telegrafò una nota all’amico Maddin Summers, console generale statunitense a Mosca.“Si dice,” scrisse, “che il Consiglio di Pietrogrado abbia nominato un governo con Lenin Primo Ministro, Trockij Ministro degli Esteri e Madame o Mademoiselle Kollontai Ministro dell’Istruzione. Disgustoso! – ma mi auguro che si facciano sforzi perché, quanto più è ridicola la situazione, tanto più in fretta si rimedi”.

L’ambasciatore telegrafò a Washington che secondo lui il nuovo regime sovietico avrebbe avuto al massimo qualche giorno di vita. Consigliava al Dipartimento di Stato di non riconoscere il nuovo governo finché i bolscevichi non fossero stati rovesciati e il loro posto occupato da “patrioti russi”.

Quella stessa mattina Raymond Robins entrò nell’ufficio del colonnello Thomson nella sede della Croce Rossa di Pietrogrado. “Colonnello,” esclamò, “dobbiamo agire d’urgenza  L’idea che Kerenskij sta formando un esercito, che i cosacchi stanno arrivando dal Don e che le guardie bianche stanno scendendo dalla Finlandia, è inventata di sana pianta! Non arriveranno mai fin qui. Fra loro e noi ci sono i fucili di troppi contadini! No, gli uomini che ora dirigono la commedia da Smolnyj son destinati a farlo per un pezzo!”

Robins chiedeva al suo capo il permesso di recarsi immediatamente a Smolnyj per avere un colloquio con Lenin. “Sono per lo più persone degne di rispetto e cortesi,” diceva Robins alludendo ai bolscevichi. “Noi abbiamo avuto a che fare con i nostri politicanti: ebbene, se a Smolnyj ci sono individui più corrotti e peggiori dei nostri imbroglioni, vorrà dire che anche qui ci sono imbroglioni!”

Per tutta risposta, il colonnello Thompson mostrò a Robins gli ordini che aveva ricevuto proprio allora da Washington. Doveva ritornare immediatamente negli Stati Uniti per consultazioni. Personalmente, era d’accordo con Robins che i bolscevichi rappresentavano le masse del popolo russo, e non appena giunto negli Stati Uniti avrebbe cercato di convincerne anche il Dipartimento di Stato. Nel frattempo Robins, promosso al grado di colonnello, doveva assumere la direzione della missione statunitense della Croce Rossa in Russia. Il colonnello Thompson strinse la mano al suo ex aiutante e gli augurò buona fortuna.

Robins non perse tempo. Si recò all’Istituto Smolnyj e chiese di parlare con Lenin.“Ero per Kerenskij,” dichiarò francamente, “ma non sono cieco: considero il governo provvisorio come morto e sepolto. Desidero sapere come la Croce Rossa può essere utile al popolo russo senza ledere i nostri interessi nazionali. Sono contro il vostro programma di politica interna, ma non è affar mio quel che capita all’interno. Se Kornilov o lo zar o chiunque altro avesse il potere, tratterei con lui!” A Lenin quello statunitense franco e dinamico piacque immediatamente.

Cercò di spiegare a Robins il carattere del nuovo governo. “Dicono che sono un dittatore,” dichiarò Lenin, “per il momento sono tale. Sono un dittatore perché ho dietro di me la volontà delle masse dei contadini e degli operai . Il momento in cui cessassi di interpretare la loro volontà, mi toglierebbero il potere e sarei impotente quanto lo zar”. Riguardo al programma economico sovietico, Lenin continuò: “Noi lanceremo una sfida al mondo con una repubblica di produttori. Non mettiamo nei Soviet chiunque possegga azioni o che sia comunque un possidente. Ci mettiamo i produttori. Il bacino carbonifero del Donec sarà rappresentato dai produttori di carbone; le ferrovie dai produttori dei trasporti; il sistema postale dai suoi produttori, e così via”. Lenin descrisse quindi a Robins un’altra fase essenziale del programma bolscevico: la soluzione del “problema nazionale”. Sotto gli zar, i numerosi gruppi etnici della Russia erano stati spietatamente oppressi e ridotti al grado di popoli soggetti. Tutto ciò, disse Lenin, doveva cambiare. L’antisemitismo e gli altri pregiudizi della stessa sorta sfruttati dallo zarismo per aizzare un gruppo contro l’altro sarebbero stati spazzati via. Ogni nazionalità e ogni minoranza nazionale in Russia sarebbe stata completamente emancipata, avrebbe ricevuto parità di diritti e autonomia regionale e culturale. Lenin disse a Robins che l’uomo il quale avrebbe affrontato questo problema complesso e di importanza capitale era la personalità bolscevica più versata nella questione delle nazionalità, Josif Stalin [4] .

Robins chiese a Lenin quali fossero le probabilità che la Russia restasse in guerra con la Germania.
Lenin rispose con estrema sincerità. La Russia era ormai uscita dalla guerra. La Russia non poteva opporsi alla Germania, finché non si fosse costituito un nuovo esercito: l’Armata Rossa. Ciò esigeva tempo. L’intera struttura dell’industria e dei trasporti, marcia fino al midollo, doveva essere riorganizzata da capo a fondo.

Il governo sovietico, proseguì Lenin, desiderava il riconoscimento e l’amicizia degli Stati Uniti. Era perfettamente informato dei pregiudizi correnti contro il suo regime. Offriva a Robins un programma minimo di cooperazione pratica. In cambio dell’assistenza tecnica statunitense, il governo sovietico avrebbe provveduto a mettere in salvo tutto l’equipaggiamento bellico dal fronte orientale, laddove non si poteva impedire in alcun modo che cadesse nelle mani dei tedeschi.

Robins comunicò la proposta di Lenin al generale William Judson, addetto militare e capo della missione militare statunitense in Russia; e il generale Judson si recò all’Istituto Smolnyj per precisare i particolari dell’accordo. Judson aveva un’ulteriore richiesta da fare: i prigionieri di guerra tedeschi in Russia (centinaia di migliaia) non dovevano essere rimpatriati prima della fine della guerra. Lenin acconsentì prontamente. Il generale Judson informò l’ambasciatore Francis che sarebbe stato nell’interesse degli Stati Uniti riconoscere il governo sovietico.

“Il soviet è il governo de facto, e bisogna stabilire relazioni con questo governo,” disse il generale Judson. Ma l’ambasciatore statunitense era di tutt’altro avviso, e già l’aveva comunicato a Washington. Pochi giorni dopo, un telegramma del Segretario di Stato Lansing comunicava all’ambasciatore Francis che i rappresentanti degli Stati Uniti dovevano “evitare ogni contatto diretto con il governo bolscevico”. Il telegramma aggiungeva: “Avvertitene Judson”. Un secondo telegramma a breve distanza richiamò in patria il generale Judson.
Robins pensò di dimettersi in segno di protesta contro la politica del Dipartimento di Stato. Con sua grande sorpresa, l’ambasciatore Francis gli consigliò di stare al suo posto e di mantenere i contatti con lo Smolnyj. “Credo che sarebbe poco saggio da parte sua rompere le relazioni in modo brutale e definitivo, vale a dire interrompere le visite allo Smolnyj,” disse. “Inoltre, desidero sapere quello che fanno, e io starò tra lei ed il fuoco”. Robins non lo sapeva, ma l’ambasciatore Francis desiderava tutte le informazioni che poteva avere sul conto del governo sovietico, per ragioni sue particolari.

5. Diplomazia segreta

Il 2 dicembre 1917 l’ambasciatore Francis inviò a Washington il primo rapporto confidenziale sulle attività del generale Aleksej Kaledin, ataman dei cosacchi del Don. Francis descriveva il generale come “Kaledin, comandante in capo di duecentomila cosacchi”. Il generale Kaledin aveva organizzato un esercito bianco controrivoluzionario fra i cosacchi nella Russia meridionale, aveva proclamato “l’indipendenza del Don” e si preparava a marciare su Mosca per rovesciare il governo sovietico. Clandestinamente, a Mosca e a Pietrogrado, gruppi di ufficiali zaristi agivano come spie antisovietiche per conto di Kaledin e si tenevano in contatto con l’ambasciatore Francis. Su richiesta di Francis, una relazione più dettagliata sulle forze del generale Kaledin fu inviata al Dipartimento di Stato alcuni giorni dopo da Maddin Summers, console generale statunitense a Mosca. Summers, che aveva sposato la figlia di un ricco nobile zarista, era ostile ai soviet ancor più dello stesso ambasciatore. Secondo il rapporto di Summers, Kaledin aveva già raggruppato intorno a sé tutti gli elementi “leali” e “onesti” della Russia meridionale.

Il Segretario di Stato Lansing consigliava, in un telegramma all’ambasciata statunitense di Londra, di stanziare un fondo segreto per finanziare la causa di Kaledin. Questo fondo, specificò il Segretario, doveva essere fornito tramite il governo britannico o quello francese.“Non ho bisogno di insistere,” aggiungeva Lansing, “sulla necessità di agire rapidamente e di far capire a quelli con cui parlate l’importanza di non palesare che gli Stati Uniti simpatizzano per il movimento di Kaledin, e tanto meno che lo aiutano finanziariamente”. A Francis si consigliava di far uso della più grande discrezione nel trattare con gli agenti di Kaledin a Pietrogrado in modo da non insospettire i bolscevichi. Nonostante queste accurate precauzioni, la trama fu scoperta dal governo sovietico, il quale stava in guardia contro ogni possibilità di intervento alleato in Russia. Verso la metà di dicembre la stampa sovietica accusò l’ambasciatore americano di congiurare segretamente con Kaledin. Francis negò blandamente di conoscere l’esistenza del capo cosacco.

“Sto facendo una dichiarazione alla stampa,” telegrafò Francis a Lansing il 22 dicembre, “in cui smentisco di essere in qualche modo a partecipazione o a conoscenza dei piani di Kaledin, dichiarando che mi attengo scrupolosamente alle sue precise istruzioni di non intervenire negli affari interni del paese”.

Isolato dall’ostilità alleata e troppo debole per affrontare da solo la potente macchina bellica tedesca, il governo sovietico doveva proteggersi nel miglior modo possibile. La Germania costituiva laminaccia più immediata. Per salvare la nuova Russia, per guadagnar tempo, per poter compiere un lavoro riorganizzativo efficace e creare l’Armata Rossa, Lenin propose di firmare una pace immediata sul fronte orientale.“Dovremo concludere la pace in ogni modo,” disse ai suoi collaboratori dopo aver passato in rassegna le spaventose condizioni dei trasporti, dell’industria e dell’esercito russo. “Dobbiamo diventare forti. […] Se i tedeschi cominciassero ad avanzare, saremmo forzati a concludere la pace a qualsiasi condizione, e la pace sarebbe ancora più dura”.
Per insistenza di Lenin, una delegazione sovietica parti d’urgenza per Brest-Litovsk, il quartier generale dell’armata tedesca meridionale, per chiedere le condizioni di pace.

Il 23 dicembre 1917, il giorno dopo la prima seduta della conferenza preliminare per la pace di Brest-Litovsk, i rappresentanti della Gran Bretagna e della Francia si incontrarono a Parigi e concludevano un accordo segreto per smembrare la Russia sovietica. In base a quest’accordo, chiamato L’Accord français-anglais du 23 décembre 1917, définissant les zones d’action françaises et anglaises, la Gran Bretagna avrebbe ottenuto in Russia una “zona d’influenza” che le avrebbe dato il petrolio del Caucaso e il controllo delle province baltiche; dalla “zona” attribuitale la Francia avrebbe avuto il ferro e il carbone del bacino del Donec e il controllo della Crimea.
Questo trattato segreto anglo-francese non era che il punto di partenza della politica che le due nazioni avrebbero seguito nei riguardi della Russia per molti anni a venire.

 

Capitolo secondo:

 

Contrappunto


1. Un agente britannico

Verso la mezzanotte di quel gelido 18 gennaio 1918, un giovane scozzese avvolto in pellicce cercava faticosamente la strada alla luce di una lanterna attraverso il ponte semidistrutto che unisce la Finlandia alla Russia. La guerra civile infuriava in Finlandia e il traffico ferroviario attraverso il ponte era stato interrotto. Il governo rosso finlandese aveva fornito il giovane scozzese di una scorta che doveva accompagnare lui e i suoi bagagli oltre la frontiera, dove un treno lo attendeva per portarlo a Pietrogrado. Il viaggiatore era R. H. Bruce Lockhart, agente speciale del Ministero della Guerra britannico.

Esemplare perfetto del sistema privilegiato della “scuola pubblica” inglese, Bruce Lockhart era entrato nel servizio diplomatico all’età di ventiquattro anni. Bello e intelligente, non aveva tardato a rivelarsi come uno dei giovani più capaci e promettenti del Foreign Office. A trent’anni era vice-console britannico a Mosca. Parlava russo perfettamente e conosceva a fondo la politica e gli intrighi russi. Era stato chiamato a Londra proprio sei settimane prima della Rivoluzione sovietica.

Ora veniva rinviato in Russia su richiesta personale del primo ministro Lloyd George, che era stato profondamente colpito da quello che sulla Russia aveva saputo dal colonnello Thompson. L’ex capo di Robins aveva aspramente criticato il rifiuto alleato di riconoscere il governo sovietico. In seguito al colloquio di Thompson con Lloyd George, si era deciso di inviare in Russia Lockhart per stabilire relazioni di qualche specie, in mancanza di un riconoscimento formale, con il regime sovietico.

Ma l’avvenente scozzese era anche un agente dei servizi segreti britannici. Aveva l’incarico non ufficiale di sfruttare a favore dei britannici i movimenti di opposizione già manifestatisi in seno al governo sovietico.

L’opposizione a Lenin era capeggiata dall’ambizioso Commissario per gli Esteri, Lev Trockij, che si considerava il suo inevitabile successore. Per quattordici anni Trockij aveva avversato fieramente i bolscevichi; poi, nell’agosto del 1917, pochi mesi prima della Rivoluzione bolscevica, era entrato nel partito di Lenin e ne aveva accompagnato l’ascesa al potere. All’interno del Partito Bolscevico, Trockij stava organizzando contro Lenin l’opposizione di sinistra.

Quando al principio del 1918 Lockhart raggiunse Pietrogrado, il Commissario Trockij era a Brest-Litovsk a capo della delegazione di pace sovietica. Trockij era stato inviato a Brest-Litovsk da Lenin col preciso incarico di firmare la pace. Invece di seguire le istruzioni ricevute, Trockij, in una serie di appelli incendiari, incitava il proletariato europeo a sollevarsi e a rovesciare i rispettivi governi. Per nessuna ragione, egli dichiarò, il governo sovietico avrebbe concluso la pace con i regimi capitalisti. “Né pace né guerra!”, gridava. Diceva ai tedeschi che l’esercito russo non era più in grado di combattere, che avrebbe continuato la smobilitazione, ma che non avrebbe concluso la pace.

Lenin bollò il comportamento e le proposte di Trockij a Brest-Litovsk (cessazione della guerra, rifiuto di firmare la pace, smobilitazione dell’esercito) come “pazzia, se non peggio”.Il Foreign Office, come Lockhart rivelò poi nelle sue memorie intitolate British Agent, si interessò enormemente a questi “dissensi tra Lenin e Trockij, dissensi da cui il nostro governo spera di ottenere molto”1.

Come risultato del comportamento di Trockij, i negoziati di pace a Brest-Litovsk fallirono. Il Comando Supremo tedesco non voleva in primo luogo trattare con i bolscevichi. Trockij, secondo Lenin, si prestò al loro gioco e “aiutò di fatto gli imperialisti tedeschi”. Nel bel mezzo di uno dei discorsi di Trockij a Brest-Litovsk, il generale tedesco Max Hoffmann batté il pugno sul tavolo e invitò i delegati sovietici a tornarsene a casa. Trockij tornò a Pietrogrado e alle rimostranze di Lenin ribatté: “I tedeschi non oseranno avanzare!”

Dieci giorni dopo la rottura dei negoziati di pace, il comando tedesco sferrò una offensiva in grande stile lungo tutto il fronte orientale, dal Baltico al Mar Nero. Nel sud le orde tedesche invasero le pianure ucraine. Nel centro l’offensiva puntò su Mosca attraverso la Polonia. Nel nord, Narva cadde e Pietrogrado fu minacciata. Ovunque lungo il fronte i resti del vecchio esercito russo cedettero e si disgregarono.
Il disastro incombeva su tutta la Russia. Emergendo dalle città dove erano stati mobilitati in tutta fretta dai loro capi bolscevichi, gli operai armati e le guardie rosse costituirono reggimenti per arginare l’avanzata tedesca. Le prime unità dell’Armata Rossa entrarono in azione. A Pskov, il 23 febbraio, i tedeschi furono fermati 2. Per qualche tempo Pietrogrado era salva.

Una seconda delegazione, questa volta senza Trockij, si affrettò alla volta di Brest-Litovsk, per trattare la pace.  Come prezzo della pace, i tedeschi chiesero questa volta l’Ucraina, la Finlandia, la Polonia, il Caucaso, enormi indennità di oro, grano, petrolio, carbone e minerali.

Un’ondata di indignazione contro i “briganti imperialisti tedeschi” percorse la Russia sovietica quando furono resi pubblici questi termini della pace. Il Comando Supremo tedesco, dichiarò Lenin, sperava con questa “pace da briganti” di smembrare la Russia sovietica e spezzare il regime sovietico.

Era convinzione di Bruce Lockhart che l’unica cosa ragionevole che gli Alleati potessero fare era di sostenere la Russia contro la Germania. Il governo sovietico non tentava neanche di nascondere la sua riluttanza a ratificare la pace di Brest-Litovsk. Secondo Lockhart, i bolscevichi si chiedevano: “che cosa faranno gli Alleati, riconosceranno il governo sovietico e verranno in suo aiuto o lasceranno che i tedeschi impongano la loro pace da briganti alla Russia?”

Da principio, Lockhart era incline a ritenere che gli interessi britannici in Russia consigliassero di trattare con Trockij contro Lenin. Trockij e i suoi seguaci attaccavano Lenin, sostenendo che la sua politica di pace avesse portato a un “tradimento della Rivoluzione”. Trockij cercava di scatenare quella che Lockhart definiva una “guerra santa” in seno al Partito Bolscevico per guadagnarsi l’appoggio degli Alleati e togliere il potere a Lenin

Secondo le sue memorie, Lockhart aveva stabilito contatti personali con Trockij appena il Commissario per gli Esteri era tornato da Brest-Litovsk. Trockij gli accordò un’intervista di due ore nel suo studio privato nel suo ufficio privato allo Smolnyj. Quella stessa notte Lockhart riportò nel suo diario le sue opinioni su Trockij: “Mi dà l’impressione di un uomo disposto a morire per la Russia, ammesso che ci sia un gran pubblico ad assistere”.

L’agente britannico e il Commissario agli Esteri non tardarono a far lega. Lockhart chiamava Trockij familiarmente “Lev Davidovič” e sognava, come ebbe a dire poi, di “fare un grosso colpo con Trockij”. Ma Lockhart a malincuore dovette giungere alla conclusione che Trockij mancava, semplicemente, del potere di prendere il posto di Lenin. Come scrisse in British Agent:

Trockij era un grande organizzatore e un uomo di immenso coraggio fisico. Ma moralmente era incapace di tener testa a Lenin, così come una mosca non può tener testa a un elefante. Nel Consiglio dei Commissari non c’era un uomo che non si considerasse eguale a Trockij, ma non c’era un solo Commissario che non considerasse Lenin come un semidio, le cui decisioni si dovessero accettare senza discussione.

Se qualcosa si poteva fare in Russia, doveva essere fatto attraverso Lenin. Questa conclusione era condivisa da Raymond Robins. “Personalmente Trockij è sempre stato un problema per me: un problema quello che farà, dove sarà in certi momenti e in certi luoghi, a causa del suo estremo egocentrismo e dell’arroganza, se così si può dire, insita nella sua personalità,” diceva Robins.

Lockhart aveva incontrato Robins poco dopo il suo arrivo a Pietrogrado. Era stato subito colpito dal modo diretto con cui lo statunitense affrontava il problema russo. Robins non condivideva i vari argomenti addotti dagli Alleati contro il riconoscimento. Si beffava. dell’assurda teoria, alimentata dagli agenti zaristi, che i bolscevichi auspicassero una vittoria tedesca. Con grande eloquenza descriveva a Lockhart le condizioni spaventose della vecchia Russia e la mirabile insurrezione di milioni di oppressi sotto la guida dei bolscevichi.

Per completare il quadro, Robins condusse Lockhart allo Smolnyj per vedere in azione il nuovo regime. Mentre tornavano a Pietrogrado sotto la neve, Robins dichiarò che le ambasciate alleate, con le loro congiure segrete contro il governo sovietico, facevano “Il gioco del tedeschi contro la russia”.

Il governo sovietico era solidamente stabilito; e quanto prima gli Alleati avrebbero riconosciuto questo fatto, tanto meglio sarebbe stato.

Robins aggiunse con franchezza che Lockhart avrebbe ascoltato una storia ben diversa dagli altri rappresentanti e agenti segreti degli Alleati in Russia, e che queste persone avrebbero prodotto ogni sorta di prova per supportare quanto dicevano. “Ci sono più documenti falsi in Russia che mai prima nella storia umana!” disse Robins. C’erano persino documenti che affermavano che Robins stesso fosse un bolscevico e che, allo stesso tempo, stesse cercando di convincere i russi a fare concessioni a Wall Street. I due uomini diventarono presto amici, quasi inseparabili. Si incontravano alla prima colazione ogni mattina e facevano insieme i loro piani d’azione per la giornata. Il loro scopo comune era convincere i rispettivi governi a riconoscere la Russia sovietica, impedendo così una vittoria tedesca sul fronte orientale 3.

2. Ora zero

La situazione a cui il governo sovietico si trovava di fronte all’inizio della primavera del 1918 era questa: la Germania era pronta a rovesciare il governo sovietico con la forza se i russi si fossero rifiutati di ratificare la pace di Brest-Litovsk; Gran Bretagna e Francia appoggiavano segretamente le forze controrivoluzionarie che si ammassavano ad Archangel’sk, a Murmansk e sul Don; i giapponesi, con l’approvazione degli Alleati, si preparavano a impadronirsi di Vladivostok e a invadere la Siberia.

In un’intervista con Lockhart, Lenin disse all’agente britannico che il governo sovietico si sarebbe trasferito a Mosca nel timore di un attacco tedesco contro Pietrogrado. I bolscevichi avrebbero continuato a combattere, se necessario, anche se si fossero dovuti ritirare sul Volga e sugli Urali. Ma avrebbero combattuto secondo i propri piani.

Non avevano intenzione di “togliere le castagne dal fuoco” per gli Alleati. Se gli Alleati lo capivano, le possibilità di cooperare erano eccellenti. La Russia sovietica aveva disperatamente bisogno di aiuto per resistere ai tedeschi. “Peraltro,” disse risolutamente Lenin, “sono convinto che il vostro governo si rifiuterà di considerare le cose sotto questa luce. È un governo reazionario. Collaborerà con i reazionari russi”. Lockhart telegrafò il nocciolo di questa intervista al Foreign Office. Alcuni giorni dopo ricevette un messaggio cifrato da Londra. In tutta fretta lo trascrisse. Il messaggio riportava il parere di un “esperto militare” secondo cui sarebbe bastato in Russia “un piccolo ma risoluto nucleo di ufficiali britannici” per dirigere “i russi leali” e farla finita in breve tempo col bolscevismo. L’ambasciatore Francis, il 23 febbraio, aveva scritto in una lettera al figlio:

Il mio piano è di restare in Russia quanto più mi sarà possibile. Se sarà conclusa una pace separata, come credo, non correrò il pericolo di essere catturato dai tedeschi. Questa pace separata, tuttavia, sarebbe un grave colpo per gli Alleati; e se una qualche parte della Russia si rifiuterà di riconoscere al governo bolscevico l’autorità di concludere questa pace, cercherò di stabilirmi in quella parte e di incoraggiare la ribellione.

Scritta questa lettera, l’ambasciatore Francis aveva raggiunto l’ambasciatore francese Noulens e altri diplomatici alleati nella cittadina di Vologda, tra Mosca e Archangel’sk. Era chiaro che i governi alleati avevano ormai deciso di non collaborare in nessun modo con il regime sovietico. Robins discusse della crisi con Trockij che, avendo ammesso pubblicamente l’“errore” di essersi opposto a Lenin a Brest-Litovski, stava cercando di riabilitarsi agli occhi di Lenin. “Vuole impedire che il trattato di Brest venga ratificato?” chiese a Robins.

“Certamente,” rispose il diplomatico. “Ma Lenin è a favore e francamente, Commissario, è Lenin che comanda”. “Si sbaglia,” disse Trockij, “Lenin sa che il pericolo dell’avanzata tedesca è così grande che, se riesce a ottenere la collaborazione e il supporto degli Alleati, rifiuterà la pace di Brest, si ritirerà se necessario da Mosca e Pietrogrado per Ekaterinburg, ristabilirà il fronte negli Urali e combatterà con il supporto alleato contro i tedeschi”.

Su urgente richiesta di Robins, Lenin accettò di inviare una nota ufficiale al governo degli Stati Uniti. Aveva scarsa speranza di ricevere una risposta favorevole, ma non si rifiutò di tentare. La nota fu consegnata a Robins perché la trasmettesse al governo statunitense. Vi si diceva: Nel caso in cui (a) il Congresso Panrusso dei Soviet si rifiutasse di ratificare il trattato di pace con la Germania o (b) se il governo tedesco, tradendo il trattato di pace, riprendesse l’offensiva per continuare le loro scorrerie da predoni […]

1) può il governo sovietico far conto sull’appoggio degli Stati Uniti d’America, della Gran Bretagna e della Francia nella sua lotta contro la Germania?

2) quale appoggio può essere fornito nel prossimo futuro e a quali condizioni: equipaggiamento militare, mezzi di trasporto, rifornimenti di prima necessità?

3) quale appoggio in particolare deve essere fornito dagli Stati Uniti?

Il Congresso Panrusso fu convocato il 12 marzo per discutere la ratifica del trattato di pace di Brest-Litovsk.
Lenin acconsentì alla richiesta di Robins di rimandare il Congresso al 14 marzo, dando a Robins e Lockhart due giorni di tempo per convincere i loro governi ad agire. Il 5 marzo 1918 Lockhart inviava al Foreign Office un ultimo telegramma in cui sollecitava il pronto riconoscimento del governo sovietico: “I tedeschi hanno offerto agli Alleati un occasione senza precedenti, dallo scoppio della rivoluzione, imponendo alla Russia condizioni di pace esorbitanti. […] Se non è desiderio del Governo di Sua Maestà vedere la Germania installarsi in Russia, vi esorto a non lasciarvi sfuggire questa occasione”.

Da Londra non gli pervenne nessuna risposta, ma soltanto una lettera di sua moglie, che lo supplicava di esser prudente e lo avvertiva che nel Foreign Office circolava la voce che egli fosse diventato un “rosso”. Il 14 marzo, il Congresso Panrusso si radunò a Mosca. Due giorni e due notti i delegati discussero la questione se ratificare o no il trattato di Brest-Litovsk. L’opposizione trotzkista fu esplicita e vigorosa nel tentativo di sfruttare ai propri fini l’impopolare trattato di pace, ma lo stesso Trockij, come scrisse Robins, “teneva il broncio a Pietrogrado e si rifiutò di intervenire”.Un’ora prima della mezzanotte, durante la seconda seduta notturna del Congresso, Lenin si diresse a Robins che sedeva sullo scalino posto sotto la tribuna. “Che notizie dal suo governo?”“Nessuna”.“Che notizie ha ricevuto Lockhart?” “Nessuna”.Lenin scrollò le spalle. “Salgo alla tribuna,” disse a Robins. “Parlerò per la ratifica del trattato. Verrà ratificato”.Lenin parlò per un’ora. Non fece nessun sforzo per nascondere che il trattato rappresentava una catastrofe per la Russia. Con paziente logica rilevò che per il governo sovietico, isolato e minacciato da ogni parte, era necessario assicurarsi ad ogni costo “un periodo di respiro”.Il trattato di Brest-Litovsk fu ratificato. Una comunicazione diramata dal Congresso dichiarava:

Nelle condizioni attuali, il governo sovietico della Repubblica Russa, potendo contare soltanto sulle proprie forze, non ha la possibilità di opporsi alla offensiva armata dell’imperialismo tedesco, ed è obbligato, per salvare la Russia rivoluzionaria, ad accettare le condizioni che gli sono state imposte.

3. Fine della missione

Il 2 maggio l’ambasciatore Francis telegrafò al Dipartimento di Stato: “Robins e probabilmente Lockhart si sono sempre dichiarati favorevoli al riconoscimento del governo sovietico, ma voi e gli Alleati vi siete sempre opposti e io mi sono costantemente rifiutato di proporlo, né credo di aver errato in proposito”. Poche settimane dopo Robins riceveva un telegramma del segretario di stato Lansing: “Si ritiene assolutamente desiderabile il suo ritorno per consultazioni”. Durante il viaggio attraverso la Russia sulla Transiberiana, per andare a imbarcarsi a Vladivostok, Robins ricevette tre messaggi dal Dipartimento di Stato, ciascuno dei quali conteneva le stesse istruzioni: astenersi da dichiarazioni di ogni sorta. Di ritorno a Washington, Robins presentò al Segretario di Stato Lansing una relazione in cui condannava energicamente ogni intervento alleato contro la Russia sovietica.

Alla relazione Robins aveva aggiunto un programma particolareggiato di sviluppo delle relazioni commerciali tra Russia e Stati Uniti. Lenin aveva consegnato personalmente a Robins questo programma prima della sua partenza perché lo trasmettesse al presidente Woodrow Wilson. Il programma di Lenin non pervenne mai a Wilson. Robins stesso cercò vanamente di vedere il presidente. Ogni volta gli fu sbarrata la strada. Cercò di far pubblicare la sua relazione nei giornali ma la stampa la ignorò o ne distorse il contenuto. Robins dovette difendersi davanti a una commissione del Senato che investigava sul “bolscevismo” e sulla “propaganda tedesca”. “Se ho detto la verità, se non ho mentito, se non ho calunniato, se non ho detto che sono agenti tedeschi, e ladri, e assassini, e criminali, allora sono un bolscevico anch’io!” dichiarò Robins. “Ma mi trovavo, tra tutti i rappresentanti alleati in Russia, nella miglior posizione per vedere quello che accadeva e ho sempre cercato di restare solidamente coi piedi in terra. Vorrei dire la verità sugli uomini e sugli avvenimenti senza passione e senza risentimento, anche se non ero d’accordo con loro. […] È mia convinzione che il popolo russo deve avere la forma di governo che più gli piace, anche se a me personalmente non garba, anche se non si accorda con i miei principi. […] Credo che sia della massima importanza sapere quanto avviene realmente in Russia e noi e il nostro paese dovremmo condurre le trattative onestamente e in buona fede, piuttosto che con accessi di rabbia o con dichiarazioni false. […] Non credo che le idee si possano sopprimere con le baionette. […] Una vita umana migliore è la sola risposta che si può dare all’ardente aspirazione a un’umanità migliore”. Ma la voce onesta di Robins fu sommersa nella marea ascendente delle calunnie e dei pregiudizi.

Nell’estate del 1918, benché gli Stati Uniti fossero in guerra con la Germania e non con la Russia, il New York Times descriveva già i bolscevichi come “i nostri più accaniti nemici” e come “animali da preda”. I dirigenti bolscevichi erano universalmente denunciati dalla stampa statunitense come agenti prezzolati dei tedeschi. “Squartatori”, “assassini e pazzi”, “criminali assetati di sangue” e “feccia umana” erano i termini tipici con cui i giornali indicavano Lenin e i suoi seguaci. Al Congresso erano chiamati “quelle bestie dannate”.

L’ambasciatore Francis restò in Russia fino al luglio del 1918. Sistematicamente diramava proclami e dichiarazioni in cui sollecitava il popolo russo ad abbattere il governo sovietico. Poco prima di imbarcarsi per gli Stati Uniti, Francis ricevette da Čičerin, il nuovo Commissario per gli Esteri, un telegramma di saluto al popolo degli Stati Uniti. In seguito Francis raccontò cosa ne aveva fatto. “Quel telegramma era evidentemente a uso dei pacifisti americani,” scrisse nella sua autobiografia Russia from the American Embassy, “e temendo che fosse diffuso dal Dipartimento di Stato, non lo trasmisi”. Anche Bruce Lockhart rimase in Russia. “Mi sarei dovuto dimettere e tornare a casa,” dichiarò poi. Invece, rimase al suo posto come agente britannico.“Prima ancora che me ne rendessi conto,” Lockhart confessò più tardi in British Agent, “mi trovai coinvolto in un movimento che, qualunque fosse il suo assunto originario, era diretto non contro la Germania, ma contro il governo de facto della Russia.

Capitolo terzo: La grande spia


1. M. Massino entra in scena

 

La Pietrogrado rivoluzionaria, assediata dai nemici stranieri, minacciata all’interno da complotti controrivoluzionari, era una città terribile nel 1918. Il vitto scarso, niente riscaldamento, niente trasporti. File interminabili di uomini e donne, cenciosi e tremanti, facevano la coda davanti ai fornai nelle strade lugubri e non spazzate. Le lunghe notti grige erano turbate dalle cannonate. Bande di criminali, in sfida al regime sovietico, vagavano per la città derubando e terrorizzando la popolazione1. Distaccamenti di operai armati rovistavano un edificio dopo l’altro alla ricerca dei depositi di viveri nascosti dagli speculatori, arrestavano rapinatori e terroristi.

Il governo sovietico non aveva ancora stabilito il controllo completo. I resti del lusso zarista contrastavano assurdamente con la povertà di massa. Giornali antisovietici continuavano ad apparire, predicendo ogni giorno l’imminente caduta del governo. Ristoranti e alberghi costosi erano ancora aperti e servivano calche di uomini e donne elegantemente vestiti. La notte i cabaret erano affollati. Si beveva e danzava, e ai tavoli affollati ufficiali zaristi, ballerine, noti speculatori del mercato nero e le loro amanti sussurravano pettegolezzi eccitati: I tedeschi marciano su Mosca! – Trockij ha arrestato Lenin! – Lenin è impazzito! Assurde speranze e menzogne scorrevano libere come la vodka e gli intrighi si moltiplicavano.

 

Quella primavera un certo M. Massino era comparso a Pietrogrado. Si presentava come “un mercante turco e orientale”. Era un uomo sulla quarantina, pallido, dal viso allungato, l’aspetto fosco, un’ampia fronte sfuggente, occhi neri inquieti e labbra sensuali. Camminava dritto, quasi con andatura militare, con passo rapido bizzarramente silenzioso. Sembrava assai ricco. Le donne lo giudicavano interessante. Nell’atmosfera inquieta della capitale sovietica provvisoria, M. Massino sbrigava i suoi affari con un aplomb particolare. La sera, M. Massino era un assiduo frequentatore del piccolo e affumicato Caffè Balkov, il covo favorito degli elementi antisovietici di Pietrogrado. Il proprietario, Sergej Balkov, lo salutava con deferenza. In una stanza privata nel retrobottega, M. Massino si intratteneva a voce bassa con uomini e donne misteriosi. Alcuni gli parlavano russo; altri in francese o inglese. M. Massino conosceva molte lingue.

 

Il giovane governo sovietico stava lottando per far ordine nel caos. I suoi smisurati compiti organizzativi erano ulteriormente complicati dalla minaccia onnipresente della controrivoluzione. “La borghesia, i proprietari fondiari e le classi ricche stanno facendo sforzi disperati per scalzare la rivoluzione,” scriveva Lenin. Fu istituita, su proposta di Lenin, una speciale organizzazione di controsabotaggio e controspionaggio per combattere i nemici esterni e interni. Fu chiamata Commissione Straordinaria per Combattere la Controrivoluzione e il Sabotaggio. Secondo le iniziali russe fu detta Čeka 2.

 

Nell’estate del 1918, quando il governo sovietico, in previsione di un attacco tedesco, si trasferì a Mosca, M. Massino lo seguì. Ma a Mosca il mellifluo e ricco mercante levantino cambiò stranamente d’ aspetto. Indossava ora una giacca di cuoio e un berretto da operaio. Egli visitò il Cremlino. Fermato ai cancelli da una delle giovani guardie comuniste lettoni del corpo scelto che montava la guardia al governo, l’ex M. Massino presentò un documento sovietico ufficiale. In esso era qualificato come Sidney Georgevič Relinskij, agente della Divisione Criminali della Čeka di Pietrogrado.“Entra, compagno Relinskij!” disse la guardia lettone.

In un altro quartiere di Mosca, nel lussuoso appartamento della popolare ballerina Dagmara K., M. Massino, alias compagno Relinskij della Čeka, era noto come Monsieur Constantine, agente dei servizi segreti britannici. All’ambasciata britannica, Bruce Lockhart conosceva la sua vera identità: “Sidney Reilly, l’uomo-mistero del servizio segreto britannico e noto come la spia per eccellenza della Gran Bretagna”.

 

 

2. Sidney Reilly

 

Di tutti gli avventurieri emersi dai bassifondi della Russia zarista durante la prima guerra mondiale per condurre la grande crociata contro il bolscevismo, il più caratteristico e straordinario fu il capitano Sidney George Reilly dei servizi segreti britannici.“Un uomo di tempra napoleonica!”, dichiara Bruce Lockhart, che era destinato a essere coinvolto da Reilly in una delle imprese più pericolose e fantastiche della storia europea.

Il modo stesso in cui Reilly era entrato nel servizio segreto britannico rimane uno dei molti misteri che circondano quest’organizzazione spionistica misteriosa e potente. Sidney Reilly, nato nella Russia zarista da un capitano di marina irlandese e da una russa, era cresciuto nel porto di Odessa. Prima della grande guerra aveva lavorato nella grande industria zarista di armamenti navali di Mandrochovič e del conte Čuberskij di San Pietroburgo. Anche allora svolgeva un’attività di carattere strettamente riservato: serviva da agente di collegamento tra l’industria russa e certi interessi industriali e finanziari tedeschi, tra cui i famosi cantieri Bluhm e Voss di Amburgo. Appena prima dello scoppio della guerra cominciarono ad affluire regolarmente all’Ammiragliato britannico preziosissime informazioni sui sottomarini e sul programma di costruzioni navali dei tedeschi. Venivano da Sidney Reilly.

Nel 1914 Reilly comparve in Giappone come “rappresentante con incarichi riservati” della Banca Russo-Asiatica. Dal Giappone faceva frequenti viaggi negli Stati Uniti, dove conferiva con banchieri e fabbricanti di munizioni. Negli archivi dei servizi segreti britannici Sidney Reilly era designato con la sigla I Esti ed era noto come un agente segreto di audacia e abilità non comuni.

Reilly, che parlava con facilità sette lingue, fu quindi richiamato dagli Stati Uniti per importanti incarichi in Europa. Nel 1916 attraversò la frontiera svizzera ed entrò in Germania. Facendosi passare per un ufficiale della marina tedesca, entrò nella sede dell’Ammiragliato tedesco dove si impadronì, per spedirlo a Londra, di una copia del codice cifrato della marina. Fu questo probabilmente il maggior colpo compiuto dallo spionaggio nella prima guerra mondiale.

 

Al principio del 1918 il capitano Reilly fu trasferito in Russia a dirigere le operazioni del corpo di spionaggio britannico. I suoi numerosi amici personali, le sue vaste relazioni d’affari e la sua conoscenza minuziosa dei circoli più autorevoli della controrivoluzione lo rendevano l’uomo più adatto per questo lavoro. Ma l’incarico in Russia aveva anche, per Reilly, un profondo significato personale: nutriva per i bolscevichi e per tutta quanta la Rivoluzione russa un odio profondo. Dichiarò con franchezza i suoi obiettivi controrivoluzionari: “I tedeschi sono degli esseri umani. Noi possiamo anche permetterci di essere sconfitti da loro. Ma qui a Mosca sta maturando l’arcinemico della razza umana. Se la civiltà non si mette in moto per schiacciare il mostro finché è ancora tempo, il mostro finirà col sopraffare la civiltà”.

 

Nei suoi rapporti alla centrale londinese dei servizi segreti britannici Reilly sollecitò ripetutamente la pace immediata con la Germania e un’alleanza con il Kaiser contro la minaccia bolscevica. “A ogni costo,” esclamò, “la folle oscenità che si è manifestata in Russia deve scomparire. Pace con la Germania: si, pace con la Germania, pace con chiunque! C’è un nemico solo. L’umanità deve unirsi in una Santa Alleanza contro questo oscuro terrore!” Dal momento del suo arrivo in Russia, Reilly si gettò nella cospirazione antisovietica. Il suo scopo dichiarato era di abbattere il governo sovietico 3.

 

3. Delitti e denaro

 

In Russia, nel 1918, il partito antibolscevico più forte era il Partito Socialista-Rivoluzionario che sosteneva un programma di socialismo agrario. Diretti da Boris Savinkov, l’ex Ministro della Guerra di Kerenskij che aveva partecipato al fallito putsch di Kornilov, i socialisti-rivoluzionari erano diventati il pernio dell’antibolscevismo. I loro sistemi e la loro propaganda estremisti avevano incontrato il favore dei molti elementi anarchici che generazioni di oppressione zarista avevano suscitato in Russia. I socialisti-rivoluzionari si erano serviti dell’arma del terrorismo contro gli zar e ora si preparavano a volgere quest’arma contro i bolscevichi.

I socialisti-rivoluzionari ricevevano aiuti finanziari dal servizio di spionaggio francese. Con i fondi forniti dall’ambasciatore francese Noulens, Boris Savinkov aveva ricostituito a Mosca il vecchio centro socialista-rivoluzionario sotto il nome di “Lega per la Rigenerazione della Russia”, il cui scopo era preparare l’assassinio di Lenin e di altri capi sovietici. Su proposta di Sidney Reilly, i servizi segreti britannici iniziarono a finanziare Savinkov per armare e addestrare i suoi terroristi.

 

Ma non era intenzione di Reilly, fanatico zarista, affidare ai socialisti-rivoluzionari la formazione del nuovo governo russo che avrebbe rimpiazzato il regime sovietico. Con l’eccezione di Savinkov, nel quale aveva completa fiducia, Reilly considerava i socialisti-rivoluzionari una forza radicale pericolosa. Era noto che alcuni di essi avevano legami con i bolscevichi dell’opposizione trotzkista. Reilly era disposto a servirsi di questa gente per i propri fini, ma era egualmente deciso a spazzar via dalla Russia ogni forma di radicalismo. Auspicava una dittatura militare come primo passo verso la restaurazione dello zarismo. Perciò, pur continuando a finanziare ed incoraggiare i terroristi socialisti-rivoluzionari e altri gruppi radicali antisovietici, la spia britannica intendeva creare per conto proprio un minuzioso apparato cospirativo. Reilly stesso rivelò i suoi progetti nelle sue memorie:

 

Era fondamentale che la mia organizzazione russa non sapesse molto, e che nessuna parte di essa fosse in condizione di tradirne un’altra. Perciò la struttura fu organizzata con il sistema dei “cinque”, dove ciascun partecipante ne conosce solamente altri quattro. Io stesso, che stavo in cima alla piramide, li conoscevo tutti non personalmente ma per nome e indirizzo, e in seguito fui molo utile per trovare le conoscenze. […] Così, se qualcuno avesse tradito, non tutti sarebbero stati scoperti e il danno sarebbe stato limitato.

Stabiliti legami con l’Unione degli Ufficiali Zaristi, con i residui della vecchia polizia segreta zarista, la sinistra Ochrana, con i terroristi di Savinkov e altri elementi controrivoluzionari, le organizzazioni di Savinkov si moltiplicarono in breve tempo. Un gruppo di vecchi amici di Reilly, conoscenze dei tempi zaristi, si unirono a lui e si dimostrarono di grande utilità.

Tra i cospiratori c’erano il conte Čuberskij, il magnate degli armamenti navali che un tempo aveva impiegato Reilly come contatto con i tedeschi; il generale zarista Judenič; il proprietariò del caffè di Pietrogrado Sergej Balkov; la ballerina Dagmara, nel cui appartamento a Mosca Reilly stabilì il suo quartier generale; Grammatikov, ricco avvocato ed ex agente segreto dell’Ochrana che era diventato il contatto di Reilly con il Partito Socialista-Rivoluzionario; e Veneslav Orlovskij, altro ex agente dell’Ochrana che si era infiltrato nella Čeka di Pietrogrado come ufficiale e da cui Reilly aveva ottenuto il passaporto falso a nome “Relinskij” che gli aveva permesso di viaggiare ovunque in Russia liberamente.

Questi e altri agenti, che riuscirono persino a penetrare nel Cremlino e nel Comando Supremo dell’Armata Rossa, tenevano Reilly perfettamente informato di ogni iniziativa del governo sovietico. La spia britannica si vantava che gli ordini sigillati dell’Armata Rossa “erano letti a Londra prima ancora di essere aperti a Mosca”. Somme ingenti di danaro, ammontanti a milioni di rubli, per finanziare le attività di Reilly erano nascoste a Mosca nell’appartamento della ballerina Dagmara. Nella raccolta dei fondi Reilly si affidò alle risorse dello spionaggio britannico. Il denaro era raccolto da Bruce Lockhart e consegnato a Reilly tramite il capitano Hicks dei servizi segreti. Lockhart, che Reilly coinvolse in quest’affare, rivelò in seguito in British Agent come veniva raccolto il denaro:

 

C’erano molti russi che avevano depositi segreti di rubli. Non chiedevano di meglio che affidarceli in cambio di una cambiale esigibile a Londra. Per evitare sospetti, raccogliemmo i soldi attraverso una ditta inglese a Mosca. Trattavano con i russi, stabilivano il tasso di cambio e davano la nota provvisoria. A ogni transazione fornivano alla ditta inglese una garanzia ufficiale che permetteva di riscuotere la somma a Londra. I rubli venivano consegnati al consolato generale americano e affidati a Hicks, che li faceva pervenire ai destinatari.

Finalmente, senza trascurare neppure un particolare, la spia britannica descrisse in un piano minutissimo il tipo di governo che avrebbe dovuto prendere il potere non appena il governo sovietico fosse stato rovesciato. Gli amici di Reilly avrebbero avuto un ruolo di primo piano nel nuovo regime:

Era stato fatto ogni accordo per un governo provvisorio. Il mio grande amico e alleato Grammatikov sarebbe diventato Ministro dell’Interno, con la responsabilità di ogni affare politico e finanziario. Čuberskij, un mio vecchio amico e socio d’affari, che era a capo di una delle più grandi società mercantili della Russia, doveva diventare Ministro delle Comunicazioni. Judenič, Čuberskij e Grammatikov avrebbero costituito un governo provvisorio per sopprimere l’anarchia che si sarebbe inevitabilmente diffusa da quella rivoluzione.

 

I primi colpi della campagna antisovietica furono vibrati dai terroristi di Savinkov. Il 21 giugno 1918 il Commissario per la Stampa Volodarskij, fu assassinato da un terrorista socialista rivoluzionario, Sergeev, mentre usciva dalla fabbrica Obuchov di Pietrogrado, dove aveva partecipato a un comizio di operai. Due settimane dopo, il 6 luglio, fu assassinato l’ambasciatore tedesco a Mosca, il conte Mirbach. Lo scopo dei socialisti-rivoluzionari era spargere il terrore nelle file dei bolscevichi e simultaneamente di provocare un attacco tedesco che, a parer loro, avrebbe segnato la fine del bolscevismo 4.

Il giorno in cui l’ambasciatore tedesco fu ucciso, il quinto Congresso Panrusso era riunito nel Teatro dell’Opera di Mosca. Gli osservatori alleati seguivano dai palchi dorati i discorsi dei delegati sovietici. L’atmosfera era tesa. Bruce Lockhart, che sedeva in un palco con altri agenti e diplomatici alleati, comprese che era accaduto qualcosa di grave quando vide entrare Sidney Reilly, pallido e agitato. Con un rapido bisbiglio Reilly lo informò dell’accaduto.

Il colpo che aveva ucciso Mirbach sarebbe dovuto essere il segnale di un’insurrezione generale in tutto il paese da parte dei socialisti-rivoluzionari, appoggiati dagli elementi bolscevichi dissidenti. Socialisti-rivoluzionari armati sarebbero dovuti entrare nel teatro e arrestare i delegati sovietici. Ma qualcosa non aveva funzionato. Il Teatro dell’ Opera era invece accerchiato dai soldati dell’Armata Rossa. Si sparava nelle strade, ma era chiaro che il governo sovietico dominava saldamente la situazione.

Mentre parlava, Reilly frugava le sue tasche per cercarvi documenti compromettenti. Ne trovò uno, lo fece a pezzetti e lo inghiottì. Un agente segreto francese, che sedeva vicino a Lockhart, lo imitò.
Poche ore dopo, un oratore dal palcoscenico dell’Opera annunciava che l’Armata Rossa e la Čeka avevano rapidamente avuto ragione di un putsch antisovietico volto ad abbattere il governo bolscevico con la forza delle armi.

La popolazione non aveva dato il minimo aiuto ai rivoltosi. Decine di socialisti-rivoluzionari armati di bombe, fucili e mitragliatrici erano stati fermati e arrestati. Molti erano stati uccisi. I loro capi erano morti, nascosti o in fuga.

Si annunciò ai rappresentanti alleati che potevano rientrare alle rispettive ambasciate senza correre alcun pericolo. La calma regnava nelle strade.

Più tardi giunse la notizia che anche a Jaroslav un tentativo insurrezionale, che sarebbe dovuto coincidere con il putsch di Mosca, era stato represso dall’esercito sovietico. Il capo socialista-rivoluzionario, Boris Savinkov, che aveva diretto personalmente il tentativo di Jaroslav,(vedi Dzerzinskji Il  giacobino proletario)  si era sottratto a malapena alla cattura. Reilly era arrabbiato e deluso. I socialisti-rivoluzionari avevano agito con intempestività e stupidità tipiche! Tuttavia, egli dichiarò, non era sbagliato il loro piano di vibrare un colpo nel momento in cui molti dirigenti sovietici presenziavano un congresso o un comizio in un unico posto. Il pensiero di catturare tutti i capi bolscevichi in un solo colpo piaceva all’immaginazione napoleonica di Reilly.

Ed egli si mise seriamente al lavoro per realizzare questo piano.

 

4. La cospirazione lettone

 

Nell’agosto 1918 i piani segreti per l’intervento alleato in Russia si rivelarono improvvisamente. Il 2 agosto le truppe britanniche sbarcarono ad Archangel’sk con lo scopo dichiarato di impedire che “i rifornimenti bellici cadessero in mano dei tedeschi”. Il 4, i britannici occupavano il centro petrolifero di Baku nel Caucaso. Pochi giorni dopo, contingenti britannici e francesi sbarcavano a Vladivostok. Il 12 agosto li seguiva una divisione giapponese, e il 15 e il 16 due reggimenti statunitensi ritirati poco prima dalle Filippine.

Vasti settori della Siberia erano già nelle mani delle forze antisovietiche. In Ucraina, il generale zarista Krasnov, appoggiato dai tedeschi, conduceva un’accanita campagna antisovietica. A Kiev il generale Skoropadskyi, strumento tedesco divenuto etmano dell’Ucraina, aveva iniziato massacri di massa di ebrei e comunisti.

Da ogni parte i nemici si preparavano a convergere su Mosca.

I pochi rappresentanti alleati che si trovavano ancora là cominciarono a far le valige, senza neanche informare il governo sovietico. Anni dopo, in British Agent, Bruce Lockhart, scrisse: “Era una situazione senza precedenti. Non c’era stata nessuna dichiarazione di guerra e tuttavia si combatteva lungo un fronte che si stendeva dalla Dvina al Caucaso”. E aggiunse: “Ho avuto varie discussioni con Reilly, che ha deciso di restare a Mosca dopo la nostra partenza”.

 

Il 15 agosto, il giorno in cui gli statunitensi sbarcarono a Vladivostok, Bruce Lockhart ricevette una visita importante. In seguito descrisse la scena nelle sue memorie. Stava pranzando nel suo appartamento vicino all’ambasciata britannica quando suonò il campanello e il maggiordomo lo informò che “due gentiluomini lettoni” desideravano vederlo. Uno era un giovane basso e dal volto olivastro di nome Smidhen; l’altro, un uomo alto e corpulento dai lineamenti decisi e gli occhi color acciaio, si presentò come il “colonnello” Berzin, comandante della guardia lettone del Cremlino.

I visitatori consegnarono a Lockhart una lettera del capitano Cromie, il comandante della flotta britannica a Pietrogrado molto attivo in cospirazioni antisovietiche. “Sempre in guardia contro i provocatori,” scrisse Lockhart, “osservai la lettera con attenzione. Era senza dubbio di Cromie”. Lockhart chiese ai visitatori cosa volessero.

Il colonnello Berzin lo informò che, anche se i lettoni avevano appoggiato la Rivoluzione bolscevica, non avevano intenzione di combattere le forze britanniche del generale Poole appena sbarcate ad Archangel’sk. Erano pronti a scendere a patti con l’agente britannico.

Prima di sbilanciarsi Lockhart discusse della questione con il console francese Grenard che, come scrive Lockhart, lo invito a negoziare con Berzin “evitando di compromettere in alcun modo la nostra posizione”. Il giorno dopo Lockhart vide di nuovo il colonnello Berzin e gli consegno un documento che diceva: “Per favore faccia passare il portatore, che ha comunicazioni importanti per il generale Poole, oltre le linee britanniche”. Lockhart mise poi Berzin in contatto con Sidney Reilly.

 

“Due giorni dopo,” scrive sempre Lockhart, “Reilly comunicò che i negoziati proseguivano senza intoppi e che i lettoni non avevano intenzione di lasciarsi coinvolgere direttamente nel collasso dei bolscevichi. Suggerì che dopo la nostra partenza avrebbe potuto, con il loro aiuto, organizzare una controrivoluzione a Mosca”.

Verso la fine dell’agosto 1918, un piccolo gruppo di rappresentanti alleati si radunò per un colloquio riservato in una sala del consolato generale statunitense a Mosca. Avevano scelto quella sede perché tutti gli altri centri alleati erano sorvegliati dai sovietici. Nonostante gli sbarchi alleati in Siberia, il governo sovietico manteneva ancora un atteggiamento amichevole verso gli Stati Uniti. In tutta Mosca erano affissi ben in vista i manifesti con i quattordici punti di Wilson. Un articolo di fondo dell’Izvestija aveva dichiarato che “soltanto gli statunitensi sanno trattare i bolscevichi con dignità”. Ancora non era spenta del tutto l’eco della missione di Raymond Robins.

Al consolato statunitense l’assemblea era presieduta dal console francese Grenard. I britannici erano rappresentati da Reilly e dal capitano George Hill, un ufficiale dei servizi segreti incaricato di lavorare con Reilly. Inoltre erano presenti alcuni agenti dei servizi diplomatici e segreti alleati, tra cui il giornalista francese René Marchand, corrispondente a Mosca del Figaro di Parigi.

Sidney Reilly aveva convocato l’assemblea, come dichiarò più tardi egli stesso nelle sue memorie, per informare gli intervenuti delle sue attività antisovietiche.

Informò i rappresentanti alleati di aver “comprato il colonnello Berzin, comandante la guardia del Cremlino”. Per il colonnello aveva dovuto sborsare “due milioni di rubli”; un anticipo di 500 mila rubli in contanti era stato versato a Berzin da Reilly, il resto doveva essere versato in sterline non appena Berzin avesse compiuto certi servizi e avesse passato le linee britanniche ad Archangel’sk.

“La nostra organizzazione è ora straordinariamente forte,” dichiarò Reilly, “i lettoni sono dalla nostra parte, e il popolo sarà con noi non appena si sparerà il primo colpo!”

Reilly annunciò quindi che una riunione speciale del Comitato Centrale bolscevico sarebbe stata tenuta prossimamente nel Teatro Bol’šoj di Mosca. Nello stesso edificio si sarebbero trovati raccolti tutti i dirigenti dello stato sovietico. Il piano di Reilly era audace ma semplice.

 

Come era loro compito, le guardie lettoni avrebbero sorvegliato tutte le uscite ed entrate del teatro durante lo svolgimento dei lavori. Il colonnello Berzin avrebbe scelto per l’occasione uomini “assolutamente fedeli e devoti alla nostra causa”. Al segnale convenuto le guardie di Berzin avrebbero chiuso le porte e spianato i loro fucili sul pubblico. Quindi, un “distaccamento speciale” composto dello stesso Reilly e del “circolo più ristretto dei cospiratori” sarebbe salito sul palcoscenico e avrebbe arrestato il Comitato Centrale del Partito Bolscevico.

Lenin e gli altri dirigenti sarebbero stati fucilati. Prima della loro esecuzione, tuttavia, avrebbero sfilato per le vie di Mosca, “cosicché ciascuno si potesse rendere conto con i propri occhi che “i tiranni della Russia erano prigionieri!” Tolti di mezzo Lenin e i suoi compagni, il regime sovietico sarebbe crollato come un castello di carte. C’erano a Mosca sessantamila ufficiali, disse Reilly, “pronti a entrare in azione appena dato il segnale” e a formare un esercito per colpire nell’interno della città, mentre le forze alleate avrebbero attaccato dall’esterno. L’uomo che avrebbe diretto questo esercito segreto antisovietico era il “ben noto ufficiale zarista, il generale Judenič”. Un secondo esercito al comando del “generale” Savinkov sarebbe stato costituito nel nord “e quel che ancora fosse restato dei bolscevichi sarebbe stato schiacciato tra due macine”.
Questo era il piano di Reilly. Aveva l’appoggio dei servizi segreti britannici e francesi. I britannici

erano in costante contatto con il generale Judenič e si preparavano a fornirgli armi ed equipaggiamenti. I francesi appoggiavano Savinkov.

 Ai rappresentanti alleati adunati nel consolato generale statunitense si disse che potevano aiutare la cospirazione con lo spionaggio, con la propaganda e provvedendo a far saltare i ponti ferroviari strategici intorno a Mosca e a Pietrogrado per impedire che il governo sovietico ricevesse aiuto dall’Armata Rossa da altri settori del paese. Mentre il giorno del colpo di stato si avvicinava, Reilly si incontrò regolarmente con il colonnello Berzin per elaborare accuratamente ogni particolare del complotto e per tenersi pronto per ogni eventualità. Stavano elaborando il piano finale quando appresero che la riunione del Comitato Centrale era stata rimandata dal 28 agosto al 6 settembre. “Non è un problema,” disse Reilly, “mi dà più tempo per organizzare tutto”. Reilly decise di andare a Pietrogrado per ispezionare ancora una volta i preparativi in quella città. Alcune notti dopo, munito del falso passaporto che lo identificava come Sidney Georgevič Relinskij, agente della Čeka, Reilly partì da Mosca alla volta di Pietrogrado.

 

5. Sidney Reilly esce di scena

 

A Pietrogrado, Reilly si recò subito all’ambasciata britannica e si presentò al capitano Cromie, l’addetto navale britannico. Gli descrisse rapidamente la situazione a Mosca e gli espose il piano della sollevazione. “Mosca è nelle nostre mani!” esclamò. Cromie fu entusiasta. Reilly promise di scrivere una relazione completa da spedire a Londra.

La mattina seguente Reilly si mise in contatto con i capi della macchinazione a Pietrogrado. A mezzogiorno telefonò all’ex agente dell’Ochrana Grammatikov. “Sono Relinskij,” disse Reilly. “Chi?” chiese Grammatikov. Reilly ripeté il suo pseudonimo. “C’è qui con me qualcuno che ha portato cattive notizie,” disse di colpo Grammatikov. “I dottori hanno fatto l’operazione troppo presto. Le condizioni del paziente sono gravi. Venga subito se vuole vedermi”. Reilly si precipitò a casa di Grammatikov. Lo trovò Grammatikov occupato a svuotare febbrilmente i cassetti della sua scrivania e a bruciare documenti nella stufa. “Quegli stupidi hanno cominciato troppo presto,” gridò Grammatikov non appena Reilly entrò nella stanza. “Urickij è stato assassinato nel suo ufficio stamane alle undici!” Mentre parlava, Grammatikov continuava a stracciare documenti e a bruciarli. “È molto pericoloso per lei restare qui. Si sospetta già di me. Se si scopre ancora qualcosa, saranno fatti il mio nome e il suo”.

Reilly telefonò a Cromie all’ambasciata britannica e scoprì che questi era già al corrente dell’assassinio. Urickij, il capo della Čeka di Pietrogrado, era stato colpito a morte da un terrorista socialista-rivoluzionario. Comunque, da Cromie tutto era in ordine. Reilly gli suggerì di incontrarsi al “solito posto”. Cromie capì: il “solito posto” era il Caffè Balkov. Reilly passò il tempo che gli restava distruggendo documenti inutili o che potessero incriminarlo e nascondendo con attenzione i suoi codici e altro materiale. Cromie non si fece vedere al caffè, allora Reilly decise di correre ancora una volta il rischio di presentarsi all’ambasciata britannica. Mentre se ne andava sussurrò un consiglio a Balkov: “Qualcosa potrebbe essere andato storto. Stia pronto a lasciare Pietrogrado e ad attraversare la frontiera con la Finlandia”. Sulla Prospettiva Vlademirovskij vide uomini e donne che correvano a rifugiarsi negli androni e nelle vie laterali. Si sentì il rombo di potenti motori. Come un razzo passò un’auto piena di soldati dell’Armata Rossa, poi un’altra, poi un’altra ancora.
Reilly affrettò il passo. Correva quasi quando svoltò nella strada dove si trovava l’ambasciata britannica. Si fermò di colpo. Di fronte all’ambasciata giacevano parecchi cadaveri: erano funzionari sovietici morti. Quattro auto formavano una barriera di fronte all’ambasciata e dall’altro lato della strada c’era un doppio cordone di soldati dell’Armata Rossa. “Bene, compagno Relinskij, è venuto ad assistere al nostro carnevale?” Reilly si voltò e vide un giovane soldato che aveva incontrato parecchie volte sotto le false spoglie di compagno Relinskij della Čeka. “Che succede, compagno?” chiese rapidamente

“La Čeka stava cercando un tale di nome Sidney Reilly,” rispose il soldato.

 

Reilly seppe più tardi che cos’era accaduto. Dopo l’assassinio di Urickij, le autorità di Pietrogrado avevano inviato agenti della Čeka ad accerchiare l’ambasciata britannica. All’interno dell’ambasciata gli impiegati stavano bruciando documenti sotto la direzione di Cromie. Il capitano si era precipitato giù e aveva sbarrato la porta in faccia agli agenti sovietici. Questi avevano sfondato la porta e l’agente britannico li aveva accolti dall’alto della scala con una Browning automatica in ciascuna mano. Cromie aveva sparato e ucciso un commissario e parecchi altri funzionari. Gli agenti della Čeka avevano risposto al fuoco. Cromie era caduto con una pallottola in testa…

Reilly passò il resto della notte in casa di un terrorista socialista-rivoluzionario di nome Sergej Dornoskij. La mattina inviò Dornoskij a esplorare la situazione. Egli ritornò con parecchie copie della Pravda. “Il sangue correrà per le strade,”disse. “Qualcuno ha colpito Lenin a Mosca. Disgraziatamente ha fallito il colpo!” Porse a

 

Reilly il giornale che annunciava, a caratteri cubitali, l’attentato contro Lenin. La sera precedente, la terrorista Fanja Kaplan aveva tirato due colpi a bruciapelo. contro Lenin nel momento in cui questi usciva dalle officine Michelson dove aveva tenuto un comizio. I proiettili erano stati dentellati e avvelenati. Uno di essi era penetrato nel polmone di Lenin sopra il cuore, l’altro nel collo presso la grande arteria. Lenin non era stato ucciso, ma la sua vita era sospesa a un filo.

 

La pistola che aveva colpito Lenin era stata fornita a Fanja Kaplan dal complice di Reilly, Boris Savinkov. In seguito Savinkov stesso rivelò questo particolare nelle sue memorie. Con una piccola pistola automatica assicurata sotto il braccio Reilly parti immediatamente per Mosca. Durante il viaggio, il giorno dopo, comprò un giornale alla stazione di Klin. Le notizie erano le peggiori che potesse immaginare. Veniva esposta in tutti i suoi particolari la congiura di Rei1ly: il piano di assassinare Lenin e altri capi sovietici, di impadronirsi di Mosca e di Pietrogado e di stabilire una dittatura militare sotto Savinkov e Judenič. Reilly leggeva e sudava freddo. René Marchand, il giornalista francese che era stato presente alla riunione al consolato, aveva informato i bolscevichi di quanto vi era stato detto. Ma il colpo finale doveva ancora venire. Il colonnello Berzin aveva fatto il nome del capitano Sidney Rei1ly come dell’agente che gli aveva offerto due milioni di rubli per indurlo a partecipare a una congiura che aveva lo scopo di sopprimere i dirigenti sovietici. La stampa sovietica pubblicava anche una lettera che Bruce Lockhart aveva dato a Berzin perché la portasse ad Archangel’sk oltre le linee britanniche.

Lockhart era stato arrestato a Mosca dalla Čeka. Gli arresti di altri funzionari e agenti alleati erano in corso.

I muri di Mosca erano coperti di manifesti che descrivevano Reilly. Veniva dichiarato fuorilegge e venivano elencati tutti i suoi vari pseudonimi: Massino, Constantine, Relinskij. La caccia era cominciata.

Sfidando il pericolo Reilly proseguì per Mosca. Trovò la ballerina Dagmara nell’appartamento di una donna, Vera Petrovna, complice di Fanja Kaplan. Dagmara disse a Reilly che il suo appartamento era stato perquisito parecchi giorni prima dalla Čeka. Era riuscita a nascondere due milioni di rubli in biglietti da mille rubli l’uno, parte del prezzo della cospirazione versato a Reilly. Gli agenti della Čeka non l’avevano arrestata, non sapeva perché. Forse credevano, seguendo lei, di rintracciare Reilly. L’impresa non era facile per Reilly, con soltanto i due milioni di Dagmara a sua disposizione.

Travestito ora da mercante greco, ora da ex ufficiale zarista, ora da funzionario sovietico, da operaio comunista, era continuamente in moto per eludere la Čeka. Un giorno incontrò il suo vecchio collega di Mosca, il capitano George Hill dei servizi segreti britannici, che era riuscito a sfuggire alla retata dei bolscevichi. I due agenti controllarono liste di nomi e indirizzi. Reilly scoprì che una buona parte del suo apparato cospirativo era ancora intatto. Sentì che c’era ancora speranza. Ma a differenza di Reilly, Hill pensava che il gioco fosse finito. Aveva sentito che era stato organizzato uno scambio di prigionieri tra i sovietici e il governo britannico: i russi avrebbero liberato Lockhart e altri in cambio di un salvacondotto per vari rappresentanti sovietici, tra i quali Maksim Litvinov, che le autorità britanniche avevano arrestato in Inghilterra.

“Mi costituisco,” disse Hill, e consigliò a Reilly di fare lo stesso. Reilly non accettò la sconfitta. “Tornerò senza il permesso dei rossi,” disse al capitano Hill. Promise al complice che si sarebbero incontrati all’Hotel Savoy di Londra due mesi dopo 5 Reilly rimase in Russia ancora parecchie settimane per raccogliere materiale, consigliare e incoraggiare gli elementi antisovietici che ancora resistevano. Poi, dopo esser più volte sfuggito miracolosamente alla cattura, riuscì infine, munito di un passaporto tedesco falso, a raggiungere Bergen in Norvegia, dove si imbarcò per la Gran Bretagna.

 

Di ritorno a Londra, il capitano Reilly si presentò ai suoi superiori dei servizi segreti. Era pieno di rimpianti per le occasioni perdute: “Se René Marchand non fosse stato un traditore… Se a Berzin non fosse mancato il coraggio… Se il corpo di spedizione avesse fatto una rapida avanzata su Vologda… Se avessi potuto accordarsi con Savinkov…” Ma di una cosa Reilly era sicuro. Il fatto che la Gran Bretagna fosse ancora in guerra con la Germania era un errore. Bisognava porre fine immediatamente alle ostilità sul fronte orientale e formare una coalizione contro il bolscevismo. Il grido di guerra del capitano Sidney George Reilly era: “Pace, pace ad ogni costo; e poi un fronte unico contro i veri nemici dell’umanità!”

 

 

  

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Capitolo quarto: Avventura siberiana

1. Promemoria

Il 2 agosto 1918, il giorno in cui le truppe britanniche sbarcarono ad Archangel’sk, il generale statunitense William S. Graves, comandante della 8a divisione di Camp Fremont, Palo Alto, California, riceveva un messaggio cifrato dal Dipartimento di Stato di Washington. La prima frase diceva:

Non deve rivelare a nessun membro del suo staff e a nessun altro il contenuto di questo messaggio. Il messaggio ordinava quindi al generale Graves di “prendere il primo rapido in partenza da San Francisco per Kansas City, e qui di recarsi all’Hotel Baltimore dove avrebbe incontrato il Segretario di Stato”. Il messaggio non dava ragione né della convocazione del generale a Kansas City né della durata dell’assenza.

Il generale Graves, vecchio soldato provato, non era abituato a fare domande alle quali non avrebbe ricevuto risposta. Cacciò pochi indumenti in una valigetta e due ore dopo era sul treno Santa Fé-San Francisco. Quando giunse a Kansas City trovò ad aspettarlo alla stazione Newton D. Baker, Segretario alla Guerra. Il Segretario aveva fretta. Doveva prendere il treno subito, disse. In due parole spiegò a Graves la ragione del misterioso incontro. Il Dipartimento di Stato aveva deciso di affidare a Graves il comando del corpo di spedizione in procinto di partire per la Siberia. Il segretario Baker porse quindi a Graves una busta sigillata : “Qui troverà le direttive della politica degli Stati Uniti in Russia a cui deve attenersi. Faccia attenzione: camminerà su un campo minato. Dio la benedica e addio”.Quella notte, solo nella sua stanza d’albergo a Kansas City, il generale Graves aprì la busta sigillata. Conteneva un memorandum intitolato Promemoria, non firmato e così contrassegnato in calce: Dipartimento di Stato, Washington, D.C., 17 luglio 1918. Cominciava con alcune generalità circa “il cuore di tutto il popolo degli Stati Uniti” impegnato a “vincere la guerra”. Era necessario, continuava il documento, che gli Stati Uniti “collaborassero senza riserve” in ogni modo possibile con gli Alleati contro la Germania. E infine il memorandum giungeva al nocciolo della questione:

Il governo degli Stati Uniti ha la convinzione precisa e definitiva, maturata dopo un accuratissimo esame dell’intera situazione in Russia, che un intervento militare in questo paese non farebbe che accrescere la confusione piuttosto che diminuirla, sarebbe dannoso anziché conveniente e non favorirebbe il raggiungimento del nostro scopo principale, che è di vincere la guerra contro la Germania. Detto governo non può quindi, per principio, prendere parte a tale intervento o sanzionarlo.

Con questa chiara e precisa dichiarazione di principi il generale Graves si trovava in pieno accordo. Ma perché mai dunque gli veniva affidato il comando delle truppe in territorio russo? Sconcertato, il generale proseguì la lettura: Un’azione militare in Russia è ammissibile, dal punto di vista del governo degli Stati Uniti, unicamente per aiutare i cecoslovacchi a consolidare le loro forze e a cooperare con successo con loro fratelli slavi.

Cecoslovacchi? In Russia?

Andai a letto,” scrisse più tardi il generale Graves nel suo libro American-Siberian Adventure, “ma non mi riusciva di prender sonno. Continuavo a chiedermi che cosa facevano le altre nazioni e perché non mi si dava qualche informazione su quanto accadeva in Siberia”. Se il generale Graves avesse conosciuto la risposta alle domande che lo tenevano sveglio, sarebbe stato assai più turbato di quel che già non fosse, quella notte d’estate a Kansas City.

2. Intrigo a Vladivostok

Sotto il regno feudale degli zar, la vasta e straordinariamente ricca regione siberiana era rimasta quasi interamente sottosviluppata. La maggior parte dell’immensa area che si estendeva dalle frontiere dell’Europa al Pacifico e dall’Artico all’Afghanistan era completamente disabitata. Attraverso quella terra selvaggia e inesplorata si estendeva la ferrovia Transiberiana a binario unico, unico collegamento tra est e ovest. Chiunque controllasse quella ferrovia e alcune miglia di territorio su entrambi i lati controllava la Russia asiatica, un subcontinente di incalcolabile importanza strategica e ricchezza.

A metà dell’estate del 1918, mentre viaggiava sulla Transiberiana diretto verso est, Raymond Robins aveva scorto, fermi sui binari di smistamento, vagoni carichi di soldati cecoslovacchi. I cechi, obbligati contro la loro volontà a servire nell’esercito austro-ungarico, avevano disertato in massa ed erano passati nelle linee russe prima ancora della Rivoluzione. Lo Stato Maggiore imperiale russo li aveva inquadrati in un esercito ceco che combatteva a fianco dei russi contro le forze austro-tedesche. Caduto Kerenskij, il governo sovietico aveva accettato la proposta alleata di trasportare le truppe ceche a Vladivostok, dove sarebbero state imbarcate per raggiungere, dopo un viaggio intorno al globo, le forze alleate sul fronte occidentale. Più di 50 mila soldati cechi erano sparpagliati lungo le cinquemila miglia (8300 chilometri) della ferrovia Kazan-Vladivostok.

I soldati cechi credevano di andare in Europa a combattere per l’indipendenza della Cecoslovacchia; ma i loro capi, i generali reazionari Gajda e Syrový, avevano altri piani. In combutta con alcuni uomini di stato alleati, macchinavano di servirsi delle truppe ceche per rovesciare il governo sovietico. In base agli accordi tra gli Alleati e il governo sovietico, i cechi avrebbero dovuto consegnare le armi alle autorità sovietiche durante la traversata del territorio russo. Ma il 4 giugno 1918 l’ambasciatore David R. Francis aveva avvertito confidenzialmente suo figlio che stava “elaborando un piano per impedire, se possibile,” il disarmo dei cechi. L’ambasciatore aggiungeva:

Non ho da Washington né istruzioni né autorità per incoraggiare questi uomini a disobbedire agli ordini del governo sovietico, a parte un’espressione di simpatia da parte del Dipartimento di Stato. Ma non è la prima volta che mi assumo delle responsabilità.

Obbedendo agli ordini dei generali Gajda e Syrový, i cechi rifiutarono di consegnare il loro equipaggiamento militare alle autorità sovietiche. Simultaneamente, lungo tutta la Transiberiana scoppiarono tumulti. Le truppe ceche, ben addestrate e abbondantemente equipaggiate, s’impadronirono di molte delle località in cui erano dislocate, rovesciando i soviet locali e sostituendoli con amministrazioni antisovietiche. Durante la prima settimana di luglio, con l’aiuto di controrivoluzionari russi, il generale Gajda inscenò un colpo di forza a Vladivostok e istituì in quella città un regime antisovietico. Le strade erano coperte di manifesti firmati dall’ammiraglio Knight della marina statunitense, dal viceammiraglio Kato della marina giapponese, dal colonnello Pons della missione francese e dal capitano Badiura dell’esercito cecoslovacco, che era diventato il comandante della città occupata. Il proclama informava la popolazione che l’intervento delle potenze alleate avveniva “in uno spirito di amicizia e simpatia per il popolo russo”.

Il 22 luglio 1918, cinque giorni dopo che il Dipartimento di Stato aveva steso il suo Promemoria sulla necessità di inviare le truppe statunitensi in Siberia per aiutare le truppe ceche, il console a Mosca, DeWitt Clinton Pole1, inviava al console a Omsk il seguente telegramma cifrato:Potete informare confidenzialmente i capi cecoslovacchi che, in attesa di ulteriori notizie, sarebbe desiderio degli Alleati, dal punto di vista politico, che essi mantenessero le loro posizioni attuali. D’altra parte, essi non devono esitare di fronte alle esigenze militari. È desiderabile in primo luogo che essi si assicurino il controllo della Transiberiana, e quindi, se possibile, che mantengano il controllo sul territorio in loro possesso. Informate i rappresentanti francesi che il console generale francese si associa a queste istruzioni.

Il pretesto addotto dalle potenze alleate per giustificare l’invasione della Siberia nell’estate del 1918 fu quello di salvare i cechi dagli attacchi non provocati delle truppe dell’Armata Rossa e dei prigionieri di guerra tedeschi armati dai bolscevichi. Tutta la primavera e l’inverno i giornali britannici, francesi e statunitensi furono pieni della sensazionale notizia che i bolscevichi stavano armando “decine di migliaia di prigionieri tedeschi e austriaci in Siberia” per combattere i cechi. Il New York Times riferì che nella sola città di Tomsk sessantamila tedeschi erano stati equipaggiati dai rossi. Il capitano Hicks del servizio di spionaggio statunitense, il capitano Webster della missione della Croce Rossa, e il maggiore Drysdale, addetto militare a Pechino, si recarono in Siberia con il permesso delle autorità sovietiche per compiere un’inchiesta. Dopo settimane di accurate indagini, i tre uomini giunsero alla stessa conclusione: in Siberia non c’erano né prigionieri tedeschi né austriaci. Le accuse, dichiararono i tre ufficiali, erano montature propagandistiche con il deliberato proposito di coinvolgere gli Alleati in una guerra contro la Russia sovietica2. Il 3 agosto 1918 le truppe britanniche sbarcarono a Vladivostok. “Noi veniamo,” dichiarava l’8 agosto il governo britannico al popolo russo, “per impedire il vostro smembramento e la vostra distruzione da parte della Germania. […] Vi assicuriamo solennemente che non occuperemo un pollice del vostro territorio. I destini della Russia sono nelle mani del popolo russo. Sta a lui, e a lui soltanto, decidere sulla propria forma di governo e trovare una soluzione per i propri problemi sociali”. Il 16 agosto sbarcò il primo distaccamento statunitense: “Un’azione militare in Russia è ammissibile ora,” dichiarava Washington, “soltanto per proteggere e aiutare nei limiti delle nostre possibilità i cecoslovacchi contro i prigionieri armati tedeschi e austriaci che li attaccano, e per appoggiare ogni tentativo di autogoverno e di autodifesa per cui gli stessi russi siano disposti ad accettare il nostro aiuto”.

I Giapponesi sbarcarono altre forze quello stesso mese.

“Nel seguire questa politica,” annunciava Tokyo, “il governo giapponese segue il suo desiderio di promuovere relazioni di amicizia duratura e riafferma la sua politica di rispettare l’integrità territoriale della Russia e di astenersi da ogni ingerenza nella sua politica nazionale”.

I soldati giapponesi in Siberia erano stati previdentemente provvisti dal Comando Supremo giapponese di piccoli dizionari russi in cui la parola “bolscevico”, tradotta con barsuk (“tasso” o “animale selvatico”), era seguita dalla nota: “da sterminare”.

3. Terrore in Oriente

Il 1° settembre 1918 il generale Graves giunse a Vladivostok per assumere il comando del corpo di spedizione statunitense in Siberia.“Sbarcai in Siberia,” scrisse più tardi il generale in American Siberian Adventure, “senza alcuna idea preformata di quanto si dovesse o non si dovesse fare. Non nutrivo nessun preconcetto nei confronti di nessuna delle fazioni russe ed ero sicuro che sarei riuscito a lavorare in perfetta armonia con tutti gli Alleati”.

Le istruzioni impartite al generale Graves nel Promemoria erano di proteggere la Transiberiana, aiutare le truppe cecoslovacche a imbarcarsi a Vladivostok e astenersi dall’intervenire negli affari interni della Russia. Aveva appena preso possesso del suo quartier generale, quando ricevette una visita del generale ceco Gajda che lo mise al corrente della situazione russa. I russi, gli disse Gajda, “non potevano essere governati con la cortesia e la persuasione, ma soltanto con la frusta o con la baionetta”. Per salvare il paese dal caos era necessario spazzar via il bolscevismo e istituire una dittatura militare. Gajda aggiunse di conoscere l’uomo adatto: l’ammiraglio Aleksandr Vassilievič Kolčak, ex comandante navale zarista, che era appena tornato dal Giappone per organizzare un esercito antisovietico e aveva già raccolto intorno a sé, in Siberia, considerevoli forze. Nel frattempo il generale Graves avrebbe aiutato i cechi e le altre truppe antisovietiche a combattere i bolscevichi. Gajda presentò a Graves un piano di avanzata immediata sul Volga e di attacco contro Mosca dall’est. Questo piano, rivelò Gajda, era stato approvato dagli esperti francesi e britannici e dai rappresentanti del Dipartimento di Stato. Graves replicò riferendo gli ordini che aveva ricevuto dal suo governo e dichiarò che li avrebbe rispettati. Aggiunse che, finché il comando sarebbe stato nelle sue mani, nessun soldato statunitense sarebbe stato usato contro i bolscevichi o sarebbe intervenuto in altro modo negli affari interni russi. Gajda se ne andò furente. Poco dopo Graves ricevette un’altra visita importante. Si trattava questa volta del generale Knox, l’ex sostenitore di Kornilov, ora comandante delle forze britanniche in Siberia. “Si sta facendo la reputazione di un amico dei poveri,” ammonì Knox. “Non sa che sono dei porci?”

Il generale Graves aveva quella che Raymond Robins chiamava una mente aperta. Era un uomo a cui piaceva rendersi conto delle cose con i propri occhi. Decise di informarsi direttamente di quello che stava accadendo in Siberia. I suoi ufficiali del servizio di informazioni furono inviati in giro per il paese e ritornarono con lunghe e particolareggiate relazioni. Graves giunse ben presto alla conclusione che:

La parola “bolscevico” usata in Siberia indicava la maggioranza del popolo russo e che servirsi delle truppe per combattere i bolscevichi o armare o equipaggiare, nutrire o pagare russi bianchi per combatterli era assolutamente in contraddizione con la “non ingerenza negli affari interni della Russia”.

Nell’autunno 1918 c’erano già più di settemila soldati britannici nella Siberia settentrionale. Altri settemila tecnici, ufficiali e soldati collaboravano con l’ammiraglio Kolčak ad addestrare ed equipaggiare il suo esercito antisovietico di russi bianchi. Millecinquecento italiani aiutavano i britannici e i francesi. C’erano circa ottomila soldati

statunitensi al comando del generale Graves. La forza di gran lunga più numerosa in Siberia era quella dei giapponesi (più di settantamila uomini), che avevano l’ambizione di prendersi la Siberia.

In novembre l’ammiraglio Kolčak, aiutato dai britannici e dai francesi, si proclamò dittatore della Siberia. L’ammiraglio, un ometto eccitabile descritto da uno dei suoi colleghi come “un bambino ammalato […] indubbiamente nevrastenico […] sempre sotto l’influenza altrui”, stabilì il suo quartier generale a Omsk e si conferì il titolo di “comandante supremo della Russia”. Salutando Kolčak come il “Washington russo”, l’ex ministro zarista Sazonov si affrettò ad autonominarsi suo rappresentante ufficiale a Parigi. Londra e Parigi risonavano di inni elogiativi a Kolčak. Sir Samuel Hoare ripeteva che Kolčak era “un gentleman”. Winston Churchill lo descriveva come “onesto”, “incorruttibile”, “intelligente” e “patriota”. Il New York Times vedeva in lui “un uomo forte e onesto” con “un governo stabile e pressoché rappresentativo”. Il regime di Kolčak era generosamente rifornito dagli Alleati, in particolare dai britannici, di munizioni, armi e denari. “Abbiamo inviato in Siberia,” annunciava con orgoglio Knox, “centinaia di migliaia di fucili, centinaia di milioni di cartucce, centinaia di migliaia di uniformi e di giberne, ecc. Ogni pallottola sparata contro i bolscevichi dai soldati russi nel corso di quell’anno è stata fabbricata in Inghilterra da operai britannici con materiale britannico e spedito a Vladivostok in stive britanniche”.
Un’aria popolare russa dell’epoca diceva:

Uniformi inglesi,

spalline francesi,

tabacco giapponese,

Kolčak guida le danze!

Il generale Graves non condivideva l’entusiasmo degli Alleati per Kolčak e il suo governo. Ogni giorno i suoi informatori gli portavano nuove notizie del regno del terrore instaurato da Kolčak. L’esercito dell’ammiraglio contava centomila uomini e altre migliaia dovevano arruolarsi, sotto pena la fucilazione. Le prigioni e i campi di concentramento erano pieni. Centinaia di russi, che avevano avuto la temerità di opporsi al nuovo dittatore, pendevano dai pali del telegrafo e dagli alberi lungo la Transiberiana. Molti altri dormivano l’eterno sonno nelle fosse comuni che avevano dovuto scavare con le proprie mani prima che le mitragliatrici dei boia di Kolčak li abbattessero. Violenze, assassini e rapine erano all’ordine del giorno.

Uno degli aiutanti di Kolčak, l’ex ufficiale zarista Rozanov, diede queste istruzioni alle sue truppe:

1. Quando occupate villaggi precedentemente occupati dai banditi [i partigiani sovietici], insistete per farvi consegnare i comandanti del movimento; se non riuscite a farveli consegnare ma avete prove sufficienti della loro presenza, fucilate una persona su dieci.

2. Se, quando le truppe attraversano una città e la popolazione non le informa, avendo la possibilità di farlo, della presenza del nemico, un contributo monetario deve essere richiesto a tutti, senza eccezioni.

3. I villaggi in cui la popolazione ha accolto le truppe ad armi in pugno devono essere bruciati e tutta la popolazione maschile adulta deve essere fucilata; proprietà, case, carri, ecc., devono essere requisiti a uso dell’esercito.

Descrivendo l’ufficiale che aveva diramato questi ordini, Knox disse a graves: “Rozanov è proprio un bullo!”
Insieme alle truppe di Kolčak, bande di terroristi finanziate dai giapponesi saccheggiavano le campagne. I loro principali capi erano gli atamany Gregorij Semënov e Kalmykov. Il colonnello Morrow, comandante delle truppe statunitensi nel settore transbaicalico, riferì che in un villaggio occupato dalle truppe di Semënov, erano stati assassinati tutti gli abitanti: uomini, donne, bambini. La maggioranza degli abitanti, riferiva il colonnello, erano stati uccisi “come conigli” mentre fuggivano dalle loro case. Gli uomini erano stati bruciati vivi.

“I soldati di Semënov e di Kalmykov,” riferiva il generale Graves, “sotto la protezione delle truppe giapponesi, vagavano per la campagna come bestie da preda, uccidendo e derubando la gente. […] Se si chiedeva loro ragione di questi brutali assassini, rispondevano che gli uccisi erano bolscevichi e questa spiegazione, a quanto pareva, era sufficiente a soddisfare tutti”. Il generale Graves espresse esplicitamente il suo orrore per le atrocità compiute ,dalle forze antisovietiche in Siberia. Il suo atteggiamento gli attirò l’ostilità dei dirigenti russi-bianchi, britannici, francesi e giapponesi. L’ambasciatore statunitense in Giappone, Morris, nel corso di un viaggio in Siberia, riferì al generale Graves di aver ricevuto dal Dipartimento di Stato un telegramma che diceva che la politica degli Stati Uniti in Siberia esigeva l’appoggio di Kolčak. “Ora, generale,” concluse Morris, “deve appoggiare Kolčak”. Graves rispose di non aver ricevuto nessun ordine in proposito dal Ministero della Guerra. “È il Dipartimento di Stato, non quello della Guerra, che dirige questa faccenda,” replicò Morris. “Il Dipartimento di Stato non dirige me,” fu la risposta di Graves.

Gli agenti di Kolčak lanciarono una campagna di propaganda per compromettere la reputazione di Graves e farlo richiamare dalla Siberia. Circolavano menzogne e pettegolezzi che sostenevano che il generale fosse diventato un “bolscevico” e che ora le sue truppe stessero aiutando i “comunisti”. Gran parte della propaganda era antisemita. Ecco un esempio:

I soldati degli Stati Uniti sono infettati dal bolscevismo. La maggior parte sono ebrei dell’East Side di New York che spingono costantemente all’ammutinamento.

Il colonnello John Ward, un parlamentare britannico che lavorava come consigliere politico di Kolčak, dichiarò pubblicamente di aver scoperto, durante una visita al quartier generale delle forze di spedizione statunitensi, che “su sessanta ufficiali di collegamento e traduttori, oltre cinquanta erano ebrei russi!”

Alcuni degli stessi compatrioti di Graves aiutarono a diffondere questa propaganda. “Il console statunitense a Vladivostok,” rivelò Graves, “telegrafava ogni giorno al Dipartimento di Stato, senza commenti, gli articoli diffamatori, falsi e scurrili sulle truppe statunitensi che venivano pubblicati sulla stampa di Vladivostok. Quegli articoli e le critiche alle truppe negli Stati Uniti, sostenevano che fossero bolscevichi. Queste accuse non potevano essere basate su alcun atto compiuto dai soldati […] ma erano le stesse che venivano scagliate dai seguaci di Kolčak, tra i quali il console generale Harris, contro chiunque in Siberia non appoggiasse Kolčak”.

Mentre la campagna diffamatoria era al culmine, un messaggero speciale fu inviato al quartier generale di Graves dal generale Ivanov-Rinov, comandante delle forze di Kolčak nella Siberia occidentale. Il messaggero disse a Graves che se avesse voluto contribuire con ventimila dollari al mese all’esercito di Kolčak, il generale Ivanov-Rinov avrebbe fatto in modo che la campagna dio propaganda contro lui e le sue truppe terminasse.

Questo generale Ivanov-Rinov era uno dei comandanti più sadici e selvaggi al servizio di Kolčak. I suoi soldati nella Siberia occidentale massacrarono l’intera popolazione maschile dei villaggi sospettati di aver ospitato i “bolscevichi”. Avevano l’abitudine di violentare le donne e frustarle con i calcatoi dei fucili. Uccidevano vecchi, donne e bambini. Un giovane ufficiale statunitense mandato a investigare le atrocità commesse da Ivanov-Rinov fu così sconvolto da quello che vide che, una volta terminato il rapporto a Graves, disse: “Per Dio, non mi mandi mai più in una spedizione del genere. Ero sul punto di levarmi l’uniforme, unirmi a quella povera gente e aiutarla per come potevo!”

Quando Ivanov-Rinov fu minacciato da un’insurrezione popolare, Sir Charles Eliot, Alto Commissario britannico, invito Graves a esprimere preoccupazione per la sicurezza del comandante di Kolčak. “Per quanto mi riguarda,” rispose Graves, “la gente può portare Ivanov-Rinov davanti al quartier generale degli Stati Uniti e impiccarlo a quel palo del telefono finché muore, e nessun americano lo aiuterebbe”. Mentre la guerra civile dilagava e aveva luogo l’intervento in Siberia e in tutta la Russia sovietica, si verificarono in Europa avvenimenti sorprendenti. Il 9 novembre 1918, i marinai tedeschi si ammutinarono a Kiel, uccisero i loro ufficiali e innalzarono la bandiera rossa. Imponenti dimostrazioni per la pace si ebbero in tutta la Germania. Sul fronte occidentale, i soldati alleati e tedeschi fraternizzavano nelle trincee. Il Comando Supremo tedesco chiese l’armistizio. L’imperatore Guglielmo II riparò in Olanda, consegnando alla frontiera la sua spada a un giovane doganiere olandese stupefatto. L’11 novembre veniva firmato l’armistizio. La prima guerra mondiale era finita.

 

Capitolo quinto: Pace e guerra

1. Pace in Occidente

 

La prima guerra mondiale era finita d’improvviso. Come disse il capitano tedesco Ernst Röhm: “Scoppiò la pace”. A Berlino, ad Amburgo e in tutta la Russia si costituirono soviet. Nelle strade di Parigi, di Londra e di Roma, gli operai facevano dimostrazioni per la pace e la democrazia. L’Ungheria era in preda alla rivoluzione. I Balcani erano sconvolti dalle agitazioni contadine. Dopo quattro terribili anni di guerra, le stesse parole appassionate erano sulla bocca di tutti: No more war! Nie wieder Krieg! Jamais plus de guerre! Mai più la guerra! “Lo spirito della Rivoluzione permea di sé tutta l’Europa,” osservava David Lloyd George nel suo memorandum riservato del marzo 1919 per la Conferenza di pace di Parigi. “Esiste tra i lavoratori una sensazione profonda non solo di malcontento, ma di rabbia e di rivolta, contro le condizioni prebelliche. Da un capo all’altro dell’Europa le masse europee fanno il processo a tutto l’ordine esistente, nei suoi aspetti politici, sociali ed economici”. Due nomi riassumevano le aspirazioni delle masse e le paure di pochi: Lenin e Wilson. In Oriente la Rivoluzione di Lenin aveva spazzato via lo zarismo e aperto una nuova era per i popoli oppressi del vecchio Impero Russo. In Occidente Woodrow Wilson coniò quattordici punti che stimolarono un fermento di speranze e aspettative democratiche.

Quando il presidente degli Stati Uniti mise piede sull’insanguinato suolo europeo a dicembre, una folla festante si radunò per baciargli la mano e gettare fiori ai suoi piedi. Il presidente del Nuovo Mondo fu salutato dai popoli del Vecchio come il “re dell’umanità”, il “salvatore”, il “principe della pace”. Credevano che il professore alto e magro di Princeton fosse il Messia venuto ad annunciare una nuova grande epoca. Dieci milioni di uomini erano morti sul campo di battaglia; venti milioni erano invalidi e mutilati; tredici milioni di civili erano morti di fame e di epidemie; altri milioni vagavano abbandonati e senza tetto fra le rovine fumanti dell’Europa. Ma ora finalmente la guerra era terminata e il mondo prestava orecchio alle parole di pace. “Il mio concetto della Società delle Nazioni è il seguente: essa dovrà avere la funzione di una forza morale operante tra gli uomini di tutto il mondo,” disse Woodrow Wilson1.

Al principio del gennaio del 1919 i quattro grandi (Woodrow Wilson, David Lloyd George, Georges Clemenceau e Vittorio Emanuele Orlando) iniziavano al Quai d’Orsay di Parigi le trattative per la pace. Ma un sesto della terra non era rappresentato alla Conferenza. Mentre gli statisti discutevano, decine di migliaia di soldati alleati stavano conducendo una cruenta guerra non dichiarata contro la Russia sovietica. A fianco dei controrivoluzionari bianchi comandati da Kolčak e da Denikin, le truppe alleate combattevano il giovane esercito sovietico lungo un immenso fronte che si stendeva dalle desolate regioni artiche sino al Mar Nero, e dai campi di frumento dell’Ucraina alle montagne e alle steppe della Siberia. Una violenta e fantastica campagna di propaganda antisovietica si scatenava in quella primavera del 1919 in tutta l’Europa e gli Stati Uniti. Il London Daily Telegraph dava notizia di un “regno del terrore” a Odessa accompagnato da una “settimana del libero amore”. Il New York Sun riportava a caratteri cubitali: “Feriti americani mutilati dai rossi con le scuri”. E il New York Times gli teneva testa: “Un gigantesco bordello la Russia rossa. […] Vittime scampate testimoniano di rabbiose cacce all’uomo nelle vie di Mosca. […] Si contendono le carogne ai cani”. La stampa mondiale, sia tedesca che alleata, pubblicava “documenti autentici” nei quali si dichiarava che in Russia “giovani donne e ragazze della borghesia” venivano “trascinate a forza nelle baracche[…] alla mercé dei reggimenti di artiglieria!”
Resoconti autentici sulle reali condizioni della Russia, che venissero da giornalisti, agenti segreti, diplomatici o persino da generali come Judson e Graves, venivano soppressi o ignorati. Chiunque si arrischiasse a discutere la campagna antisovietica veniva automaticamente denunciato come “bolscevico”. Soltanto due mesi dopo l’armistizio, sembrava che i capi alleati avessero dimenticato lo scopo per cui si era combattuto il grande conflitto. La “minaccia del bolscevismo” aveva messo da parte ogni altra considerazione e dominava la Conferenza di pace di Parigi.

Il comandante in capo degli eserciti alleati, il maresciallo Ferdinand Foch, si presentò a una riunione segreta della Conferenza di pace per chiedere un accordo immediato con la Germania, affinché gli Alleati potessero unire tutti i loro mezzi per gettarli contro la Russia Sovietica. Il maresciallo Foch difese la causa del mortale nemico della Francia, la Germania.“È ben nota,” disse Foch, “la difficile situazione attuale del governo tedesco.

A Mannheim, a Karlsruhe, a Baden e a Dusseldorf, il movimento sovietico sta guadagnando rapidamente terreno. In questo momento il governo tedesco accetterebbe qualsiasi offerta di pace fatta dagli Alleati. Il governo tedesco non ha che un desiderio: concludere la pace. È l’unica cosa che soddisferebbe il popolo e permetterebbe al governo di dominare la situazione”.

 

Per reprimere la rivoluzione tedesca, si sarebbe dovuto permettere al Comando Supremo tedesco di conservare un esercito di centomila ufficiali e uomini e la cosiddetta “Relchswehr nera” composta dei soldati meglio addestrati e più imbevuti di spirito teutonico. Inoltre, il Comando Supremo aveva l’autorizzazione di sovvenzionare le leghe e le società terroristiche clandestine affinché queste uccidessero, torturassero e demoralizzassero i democratici tedeschi. Tutto questo era fatto per “salvare la Germania dal bolscevismo…”2 L’ex comandante delle truppe tedesche del fronte orientale, il generale Max Hoffmann, l’“eroe di Brest-Litovsk”, avvicinò il suo recente nemico, il maresciallo Foch, per sottoporgli un piano in base al quale l’esercito tedesco avrebbe marciato su Mosca per cancellare “alla radice” il bolscevismo. Foch approvò il piano, ma propose che l’attacco fosse sferrato dall’esercito francese piuttosto che da quello tedesco. Foch voleva mobilitare tutta l’Europa occidentale contro la Russia sovietica.
“In Russia,” dichiarò Foch alla Conferenza di Parigi, “regnano oggi il bolscevismo e l’anarchia completa. Il mio piano è di sistemare tutte le questioni più importanti in Occidente per permettere così agli Alleati di servirsi dei mezzi disponibili per risolvere la questione orientale. […] Le truppe polacche potranno tener testa ai russi, purché vengano rifornite di materiale bellico moderno. Occorreranno molte truppe, che si potranno ottenere mobilitando finlandesi, polacchi, cechi, romeni e greci, e gli elementi russi ancora fedeli agli Alleati. […] Se questo sarà fatto, il 1919 vedrà la fine del bolscevismo!”

 

Woodrow Wilson voleva un accordo equilibrato con la Russia. Il presidente degli Stati Uniti riconobbe l’assurdità delle trattative sulla pace mondiale che escludevano un sesto della popolazione umana. Wilson chiese con urgenza alla Conferenza di invitare i delegati sovietici per cercare di raggiungere un accordo pacifico. Tornò ripetutamente su questa idea, cercando di scacciare lo spettro del bolscevismo dalle menti dei conferenzieri. “In tutto il mondo c’è un senso di rivolta contro gli interessi occulti che influenzano il mondo nella sfera politica ed economica”: così Wilson si rivolse al Consiglio dei Dieci durante un incontro segreto della Conferenza. “La strada per risolvere questa prevalenza è, secondo me, quella della discussione costante e di un lento processo di riforme; ma il mondo si è stancato dei rinvii. Negli Stati Uniti ci sono uomini del miglior carattere e del miglior giudizio che simpatizzano con il bolscevismo perché per loro sembra offrire all’individuo quel regime di opportunità a cui aspirano”.

 

Ma Woodrow Wilson era circondato da uomini determinati a preservare a ogni costo lo status quo. Prigionieri dei loro trattati imperialisti segreti e dei loro patti commerciali, quegli uomini si organizzarono per sminuire, sabotare e frustrare Wilson a ogni passo. Ci furono momenti pieni di tensione nei quali Wilson si infuriò e minacciò di portare la sua causa di fronte al popolo, ignorando politici e militaristi.

A Roma Wilson aveva progettato di tenere un discorso sensazionale dal balcone di Palazzo Venezia dal quale, solo pochi anni dopo, Mussolini avrebbe arringato le sue camicie nere. I monarchici italiani, spaventati dagli effetti delle parole di Wilson sul popolo di Roma, impedirono alla folla di radunarsi e repressero le manifestazioni sostenendo che erano fomentate dai “bolscevichi”. Lo stesso accadde a Parigi, dove Wilson passò una mattinata intera alla finestra del suo albergo in attesa di pronunciare il discorso promesso ai lavoratori francesi. Non sapeva che la polizia e i soldati erano stati mobilitati per impedire ai lavoratori di raggiungere il suo albergo. Ovunque Wilson si recasse in Europa, era circondato da agenti segreti e propagandisti. Alle sue spalle si svolgevano intrighi senza fine.

 

Ognuna delle potenze alleate aveva mobilitato il proprio apparato spionistico per la Conferenza di pace. A Place de la Concorde i servizi segreti statunitensi stabilirono un quartier generale speciale dove agenti ben addestrati e impiegati selezionati con attenzione lavoravano giorno e notte per intercettare e decodificare i messaggi segreti inviati dalle altre potenze. Il quartier generale era coordinato dal maggiore Herbert O. Yardley, che in seguito rivelò nel suo The American Black Chamber come i rapporti degli agenti statunitensi in Europa che descrivevano la situazione venissero sistematicamente tenuti lontani da Wilson, che invece veniva continuamente esposto alla più torbida e fantasiosa propaganda antibolscevica.

Yardley intercettò molte volte messaggi segreti riguardanti cospirazioni per sabotare la politica di Wilson. In un’occasione ne intercettò uno ancora più sinistro:

Il lettore comprenderà lo shock che ricevetti mentre decodificavo un telegramma che descriveva un complotto per assassinare Wilson somministrandogli del veleno o infettandolo con una forma di influenza. Il nostro informatore, nel quale avevamo la massima fiducia, supplicò le autorità di informare il presidente. Non avevo modo di sapere se il complotto fosse autentico e, ammesso che lo fosse, se avesse avuto successo. Ma questi sono i fatti incontestabili: i primi segni della malattia di Wilson si verificarono mentre era a Parigi, e presto morì dopo una prolungata agonia.

 

2. Alla Conferenza di pace

 

Nelle sedute preliminari della Conferenza di pace di Parigi il presidente Wilson trovò un alleato inaspettato nei suoi tentativi di ottenere un trattamento equo per la Russia. Il primo ministro britannico David Lloyd George mosse una serie di violenti attacchi contro i piani antisovietici di Foch e del pimo ministro francese Georges Clemenceau.

“I tedeschi,” dichiarò Lloyd George, “quando avevano bisogno di ogni uomo disponibile per rinforzare la loro offensiva sul fronte occidentale, furono obbligati a immobilizzare circa un milione di uomini per tenere poche province russe, che costituivano soltanto il margine del paese. E allora per di più il bolscevismo era debole e disorganizzato. Ora è forte e dispone di un esercito formidabile. Quale degli Alleati occidentali è pronto a mandare un milione di uomini in Russia? Se io proponessi di inviare altri mille soldati inglesi in Russia per questo scopo, l’esercito si ammutinerebbe! Lo stesso vale per le truppe statunitensi in Siberia, per i canadesi e i francesi. L’idea di schiacciare il bolscevismo con la forza militare è pura pazzia. Ammettendo che sia possibile, chi occuperà la Russia?” A differenza di Wilson, il primo ministro britannico non era mosso da considerazioni idealistiche. Temeva la rivoluzione in Europa e in Asia e, da vecchio politicante, la “volpe” gallese era estremamente sensibile agli umori del popolo britannico, ostile a ogni ulteriore intervento in Russia. C’era una ragione ancora più urgente che lo spingeva a opporsi ai piani di Foch. Sir Henry Wilson, Capo di Stato Maggiore britannico, in un recente rapporto segreto al Ministero della Guerra aveva dichiarato che la Gran Bretagna doveva attenersi alla linea politica di “ritirare le truppe dall’Europa e dalla Russia e di concentrare tutta la nostra forza nei nostri futuri focolai di rivolta: Gran Bretagna, Irlanda, Egitto e India”. Lloyd George temeva che Foch e Clemenceau volessero tentare di stabilire l’egemonia francese in Russia mentre la Gran Bretagna era impegnata altrove.

Così l’astuto primo ministro britannico, convinto che avrebbe potuto raggiungere il suo scopo semplicemente abbandonando per qualche tempo la Russia a sé stessa, appoggiava il presidente degli Stati Uniti, Wilson che chiedeva di entrare in trattative con i bolscevichi. Alle sessioni segrete della Conferenza di pace, Lloyd George fu esplicito. “I contadini hanno accettato il bolscevismo,” dichiarò, “per la stessa ragione per cui i contadini accettarono la Rivoluzione francese, perché ha dato loro la terra. I bolscevichi sono il governo de facto. Noi abbiamo riconosciuto il governo dello zar benché sapessimo che era completamente marcio. Lo facemmo perché era il governo de facto. […] Ma noi rifiutiamo di riconoscere i bolscevichi! Dire che spetta a noi la scelta dei rappresentanti di un grande popolo è contrario a ogni principio per cui abbiamo combattuto”.

II presidente Wilson dichiarò che non era possibile non riconoscere la verità di quel che aveva detto Lloyd George. Propose da parte sua di indire una conferenza nell’isola di Prinkipo o in qualche altro luogo “di facile accesso” per studiare le possibilità di pace della Russia. Per dovere di imparzialità, sarebbero stati invitati i delegati tanto del governo sovietico come dei gruppi antisovietici.

La “Tigre” francese, Georges Clemenceau, portavoce degli azionisti di imprese zariste e dello Stato Maggiore, prese la parola a favore dell’intervento. Clemenceau sapeva che l’astuta politica di Lloyd George non avrebbe incontrato il favore dei circoli dirigenti britannici dove i militaristi e i servizi segreti erano già impegnati in una guerra antisovietica. Al tempo stesso, Clemenceau sapeva che di fronte a Wilson era necessario confutare gli argomenti di Lloyd George con una decisa dichiarazione sulla minaccia rappresentata dal bolscevismo. “In linea di principio,” cominciò Clemenceau, “non sono favorevole a entrare in trattative con i bolscevichi, non perché sono criminali, ma perché li alzeremmo al nostro livello, ammettendo che sono degni di trattare con noi”. II primo ministro britannico e il presidente degli Stati Uniti, se era permesso al primo ministro francese di esprimersi così, stavano assumendo un atteggiamento troppo accademico e dottrinario rispetto al problema del bolscevismo. “II pericolo bolscevico è immenso in questo momento,” dichiarò Clemenceau. “Il bolscevismo si diffonde. Ha invaso le province baltiche e la Polonia e proprio stamane abbiamo ricevuto la cattiva notizia della sua diffusione a Budapest e a Vienna. Anche l’Italia è in pericolo. Là il pericolo è probabilmente maggiore che in Francia. Se il bolscevismo, dopo aver invaso la Germania, dovesse attraversare l’Austria e l’Ungheria e raggiungere l’Italia, l’Europa si troverebbe di fronte a un pericolo smisurato. Perciò bisogna fare qualcosa contro il bolscevismo!”

Clemenceau non faceva affidamento soltanto sulla propria eloquenza. Chiese il permesso di ascoltare “testimoni esperti” sul bolscevismo. Il primo era l’ambasciatore Noulens, un tempo amico dell’ambasciatore Francis e fulcro degli intrighi antisovietici all’interno dei corpi diplomatici. Noulens fu presentato a Wilson e Lloyd George. “Mi limierò ai dati di fatto,” disse Noulens, e immediatamente si lanciò in un incredibile racconto delle “atrocità bolsceviche”. “Non soltanto uomini, ma anche donne sono state fucilate,” disse. Ci sono state atrocità, annegamenti, amputazioni di nasi e lingue, mutilazioni, seppellimenti di persone ancora vive, stupri e razzie ovunque”.

Noulens ripeté le dicerie febbrili dei diplomatici antisovietici e degli émigré bianchi: “Una compagnia di torturatori di professione è mantenuta alla Fortezza di Pietro e Paolo. […] L’armata bolscevica è un’orda più che un esercito!”

“Poi c’è il caso del capitano Cromie, il rappresentante della flotta britannica,” continuò Noulens, “ucciso mentre difendeva l’ambasciata britannica, il cui cadavere è rimasto per tre giorni esposto alla finestra dell’ambasciata!” Terrore, omicidi di massa, degenerazione, corruzione, assoluto disprezzo per gli Alleati: queste erano le caratteristiche principali del regime sovietico… “Infine,” disse Noulens, “desidero far presente che il governo bolscevico è assolutamente imperialista. Intende conquistare il mondo e non vuole la pace con alcun governo!” Ma nonostante tutti gli sforzi di Noulens, il presidente degli Stati Uniti non si lasciò impressionare. Solo pochi giorni prima un agente speciale statunitense, W.H. Buckler, aveva avuto un colloquio riservato con Maksim Litvinov dietro richiesta di Wilson. In un rapporto datato 18 gennaio 1919 Buckler informò il presidente che:

Litvinov ha dichiarato che il governo sovietico desidera ardentemente la pace. […] Detestano le preparazioni militari e le costose campagne a cui la Russia è ora sottoposta dopo quattro anni di guerra devastante, e desiderano accertarsi che gli Stati Uniti e gli Alleati vogliano la pace.

Se è così, la pace potrà essere negoziata con facilità perché, secondo Litvinov, il governo sovietico è pronto a scendere a compromessi su ogni punto, compresa la protezione delle aziende straniere esistenti, la garanzia di nuove concessioni in Russia e il debito pubblico. […] L’atteggiamento conciliante del governo sovietico è fuori discussione. […] Se la Società delle Nazioni è disposta a impedire la guerra senza incoraggiare la reazione, può contare sul supporto del governo sovietico.

Buckler aggiunse alcuni elementi interni ai bolscevichi si opponevano fortemente alla politica di pace del governo sovietico. Questi elementi di opposizione “sperano in un intervento più attivo da parte degli Alleati,” e avvertì che “la continuazione dell’intervento fa il gioco di questi estremisti”.

II piano di pace di Wilson, assecondato da Lloyd George, parve per un momento trionfare malgrado Clemenceau e Foch. Wilson redasse una nota con un abbozzo delle sue proposte e la inviò al governo sovietico e ai vari gruppi di russi bianchi. II governo sovietico accettò subito il piano di Wilson e si preparò a inviare una delegazione a Prinkipo. Ma come disse più tardi Winston Churchill, “il momento non era propizio” alla pace con la Russia. La maggioranza dei capi alleati erano convinti che il regime sovietico sarebbe stato abbattuto.

Su consiglio degli Alleati che li finanziavano, i vari gruppi bianchi rifiutarono di incontrare i delegati sovietici a Prinkipo. Alla Conferenza di pace l’atmosfera cambiò improvvisamente. Lloyd George, comprendendo di trovarsi davanti a un fallimento, ritornò improvvisamente a Londra. Al suo posto fu inviato d’urgenza a Parigi, per sostenere la causa degli estremisti antibolscevichi, il giovane Ministro della Guerra e dell’Aviazione, Winston Churchill3.

Era il 14 febbraio 1919, il giorno prima che Wilson tornasse negli Stati Uniti per affrontare il blocco degli isolazionisti al Congresso, capeggiato dal senatore Lodge, che aveva sabotato tutti i suoi tentativi di creare un sistema di cooperazione e sicurezza mondiale. Wilson sapeva di aver fatto fiasco in Europa e temeva di farlo anche negli Stati Uniti. Era deluso, stanco e profondamente scoraggiato. Winston Churchill fu presentato al presidente Wilson dal Ministro degli Esteri britannico A.J. Balfour, il quale dichiarò che il Ministro della Guerra era venuto a Parigi per spiegare l’attuale punto di vista del governo britannico sulla questione della Russia. Churchill immediatamente si lasciò andare a un attacco contro il piano proposto da Wilson per la conferenza della pace di Prinkipo. “C’è stata una seduta di gabinetto, ieri a Londra,” disse, “nella quale è stata manifestata una grave ansia riguardo alla situazione russa, particolarmente rispetto alla Conferenza di Prinkipo. […] Se soltanto i bolscevichi interverranno alla Conferenza, c’è da aspettarsene poco di buono. Bisogna considerare l’aspetto militare della questione. La Gran Bretagna ha in Russia dei soldati che ogni giorno vengono uccisi sui campi di battaglia”.Wilson rispose a Churchill: “Dato che il signor Churchill è arrivato da Londra apposta per anticipare la mia partenza, mi sembra di dover esprimere il mio parere personale sulla questione. Tra le molte incertezze connesse al problema russo, io possiedo una opinione molto chiara su due punti: il primo è che le truppe delle potenze alleate non stanno facendo niente di buono in Russia. Non sanno per chi o per cosa stanno combattendo, non vedono compiersi nessuno sforzo promettente per stabilire l’ordine in qualche parte della Russia. Si assiste solo a movimenti locali, come quello dei cosacchi che non può certo espandersi al di fuori del proprio ambiente. La mia conclusione perciò è che gli Alleati dovrebbero ritirare le loro truppe da ogni parte del territorio russo”.
“Il secondo punto,” continuò Wilson, “riguarda Prinkipo. […] Quello che cerchiamo non è un riavvicinamento ai bolscevichi ma informazioni chiare. I rapporti inviati dalla Russia da varie fonti ufficiali e non ufficiali sono talmente contraddittori che non è possibile fare un quadro coerente della situazione del paese. Si potrebbe far luce sulla situazione incontrando i rappresentanti russi”. Quando il presidente ebbe finito di parlare, Churchill replicò: “Un ritiro completo di tutte le truppe alleate è una politica logica e chiara, ma la sua conseguenza sarebbe la distruzione di tutte le armate non bolsceviche in Russia. Queste contano ora circa 500.000 uomini e, sebbene la loro qualità non sia delle migliori, i loro effettivi stanno aumentando. Una tale politica equivarrebbe a scardinare l’intera macchina di guerra. Non vi sarebbe più nessuna resistenza armata contro i bolscevichi, e una prospettiva interminabile di violenza e miseria sarebbe tutto quello che rimarrebbe dell’intera Russia”. “Ma in qualche settore queste forze e questi aiuti verrebbero certamente a sostenere i reazionari,” obiettò Wilson. “Di conseguenza, se agli Alleati si chiede quale causa stanno sostenendo in Russia, sarebbero costretti a rispondere che non lo sanno!” Churchill stette ad ascoltare cortesemente. “Mi piacerebbe sapere,” disse, “se, nel caso che il Consiglio approvasse di armare le forze antibolsceviche in Russia, la conferenza di Prinkipo risulterebbe un fallimento”.

Scoraggiato, ammalato, abbandonato da Lloyde George, Wilson comprese che egli era solo in mezzo a una compagnia di persone decise ognuna a continuare la sua strada. “Ho spiegato al Consiglio come agirei se io fossi solo,” disse il presidente degli Stati Uniti, “comunque, accetto la mia sorte”.

Wilson tornò negli Stati Uniti a combattere la sua tragica, impari battaglia contro la reazione statunitense4. Il Segretario di Stato Lansing prese il suo posto alla conferenza di Parigi e nel tono della discussione subentrò un notevole cambiamento. I rappresentanti degli Alleati non sentirono più il bisogno di nascondere quello che avevano in mente.

Clemenceau raccomandò seccamente che la Conferenza “si tirasse fuori dai guai più discretamente e velocemente possibile”. La questione di Prinkipo doveva essere accantonata del tutto e non la si doveva più nominare. “Gli Alleati si sono cacciati in questo affare di Prinkipo,” disse, “e ora devono uscirne!” Il Ministro degli Esteri britannico Balfour estese i commenti di Clemenceau: “È necessario,” dichiarò, “far passi per mettere i bolscevichi dalla parte del torto, non solo di fronte alla pubblica opinione, ma anche di fronte a coloro che pensano che il bolscevismo sia una forma deviata di democrazia con parecchi elementi buoni”.

Quindi la Conferenza tenne una prolungata discussione sui mezzi migliori per aiutare le armate bianche russe contro il governo sovietico. Churchill, che aveva sostituito Lloyd George al tavolo della Conferenza, propose l’immediata istituzione di un Consiglio Supremo Alleato per gli Affari Russi, con sezioni politica, economica e militare. La sezione militare doveva “mettersi al lavoro subito” per tracciare i particolari di un ampio programma di intervento armato.

 

3. La missione di Golovin

 

Con Churchill riconosciuto comandante in capo, anche se non ufficialmente, delle armate alleate antisovietiche, la scena si spostò a Londra, dove durante quella primavera e quell’estate ci fu un andirivieni di emissari speciali dei russi bianchi agli uffici del governo inglese a Whitehall. Venivano come rappresentanti dell’ammiraglio Kolčak, del generale Denikin e di altri capi russi bianchi per dare i ritocchi finali per un colpo decisivo contro i sovietici. I loro segretissimi negoziati furono trattati in gran parte con Winston Churchill e con Sir Samuel Hoare. Churchill, come Ministro della Guerra, si impegnò a equipaggiare le armate bianche con il materiale dei rifornimenti bellici inglesi. Hoare sovrintese a questi complicati intrighi diplomatici.

Tra i rappresentati dei russi bianchi c’erano dei “democratici” come il famoso terrorista socialista-rivoluzionario Boris Savinkov, il principe L’vov e Sergej Sazonov, ex Ministro degli Esteri zarista, che operava come rappresentante di Denikin e Kolčak a Parigi. Il 27 maggio 1919 il London Times informò:

La notte scorsa signor Sazonov ha incontrato alcuni membri del Parlamento alla Camera dei Rappresentanti. Sir Samuel Hoare ha svolto la funzione di presidente. […] Il signor Sazonov ha detto di ritenere probabile un prossimo rovesciamento del regime bolscevico, e ha aggiunto che il riconoscimento del governo dell’ammiraglio Kolčak potrebbe fare molto per favorire questo evento. Ha espresso la profonda gratitudine dei russi non solo per il supporto materiale che è stato fornito loro dalla Gran Bretagna, ma anche per il contributo della marina britannica nel salvataggio di numerosi rifugiati.

 

Il “rappresentante ufficiale delle armate dei russi bianchi” al Ministero della Guerra britannico era era il generale Golovin. Era arrivato all’inizio di quella primavera con una nota personale di presentazione per Winston Churchill. Subito dopo aver raggiunto Londra, Golovin conferì con Sir Samuel Hoare. Tra gli argomenti discussi ci fu la questione del Caucaso, e in particolare i grandi giacimenti di petrolio di Groznyj e Baku. Il 5 maggio, accompagnato da Hoare, Golovin fece la sua prima visita al Ministero della Guerra. Dietro consiglio di Hoare, l’ufficiale russo si presentò in uniforme di servizio. Fu ricevuto con grande cordialità dagli ufficiali britannici, che lo ascoltarono attenti mentre descriveva i progressi delle varie campagne dei russi bianchi.
Quello stesso giorno, alle cinque del pomeriggio, Golovin vide Churchill. Il Ministro della Guerra parlò con tono furibondo dell’opposizione dei liberali britannici e della classe lavoratrice agli aiuti militari per armate bianche antisovietiche. Churchill confidò di sperare, nonostante queste opposizioni, nell’invio di altri diecimila “volontari” per la campagna nel nord. Sapeva che i rinforzi erano fortemente necessari in quell’area a causa della pesante demoralizzazione che si era diffusa tra le truppe britanniche e statunitensi. Churchill sottolineò anche la sua intenzione di supportare il più possibile il generale Denikin. A qualunque costo, Denikin poteva aspettarsi 2500 “volontari” che avrebbero servito da istruttori militari e consulenti tecnici. Per un immediato aiuto materiale, Churchill disse a Golovin che ventiquattro milioni di sterline (circa cento milioni di dollari) sarebbero stati distribuiti nei vari fronti antisovietici, e che ci sarebbero stati equipaggiamenti e armi adeguate per permettere ai centomila membri delle truppe di Judenič di marciare su Pietrogrado. Si sarebbero trovati accordi perché i cinquecento ufficiali zaristi prigionieri di guerra in Germania fossero trasferiti ad Archangel’sk a spese britanniche.

“I risultati del colloquio sono andati ben oltre le mie aspettative,” dichiarò Golovin nel rapporto che inviò ai suoi superiori appena tornato in Russia. “Churchill non è solo un simpatizzante ma un amico energico e attivo. Ci è stato assicurato il massimo aiuto. Ora dobbiamo mostrare agli inglesi di essere pronti a trasformare le parole in azioni”5.

 

  

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Capitolo sesto: L’intervento

1. Preludio

Nell’estate del 1919, senza dichiarazione di guerra, le forze armate di quattordici stati invadevano il territorio della Russia sovietica. Questi stati erano:

Gran Bretagna

Serbia

Francia

Cina

Giappone

Finlandia

Germania

Grecia

Italia

Polonia

Stati Uniti

Romania
Cecoslovacchia

Turchia

A fianco degli invasori antisovietici combattevano gli eserciti bianchi controrivoluzionari1, guidati da ex generali zaristi, i quali volevano restaurare quell’aristocrazia feudale che il popolo sovietico aveva rovesciato.

I piani strategici degli attaccanti erano ambiziosi. Gli eserciti dei generali bianchi, congiuntisi alle truppe interventiste, dovevano convergere su Mosca dal nord, dal sud, dall’est e dall’ovest. A nord e a nord-ovest, ad Archangel’sk, a Murmansk e negli stati baltici, le forze britanniche erano in approntamento insieme con le truppe bianche del generale Judenič.

Al sud, nelle basi caucasiche e lungo il Mar Nero si trovavano le truppe bianche del generale Denikin, ampiamente rifornite e rafforzate dai francesi. All’est, le forze di Kolčak, dirette da esperti militari britannici, erano accampate lungo gli Urali. A ovest, sotto il comando di ufficiali francesi, si trovava l’esercito polacco di Piłsudski, appena organizzato.

Varie erano le ragioni addotte dagli statisti alleati per giustificare la presenza delle loro truppe in Russia. Quando i loro soldati erano sbarcati a Murmansk e Archangel’sk nella primavera e nell’estate del 1918, i governi alleati avevano dichiarato che le loro truppe dovevano impedire ai tedeschi di impadronirsi di materiale bellico. Più tardi avevano dichiarato che le loro truppe si trovavano in Siberia per aiutare le forze ceche a ritirarsi dalla Russia. A queste aggiunsero poi il pretesto di voler aiutare i russi a “ristabilire l’ordine”.

Gli statisti alleati negarono ripetutamente di volere un intervento armato contro la Russia o di voler ingerire negli affari interni del paese. “Noi non vogliamo ingerirci nella politica interna della Russia,” dichiarava nell’agosto del 1918 Arthur Balfour, ministro britannico degli Esteri, “spetta alla Russia regolare le proprie faccende”. Il caustico e dinamico Winston Churchill, che diresse di persona la campagna alleata contro la Russia, scrisse in seguito nel suo libro The world Crisis: the Aftermath:

Erano forse [gli Alleati] in guerra contro la Russia? Certamente no. Ma facevano fuoco a bruciapelo contro i russi sovietici. Avevano invaso il suolo russo. Armavano i nemici del governo sovietico. Bloccavano i suoi porti e affondavano le sue navi. Ne auspicavano e preparavano seriamente la caduta. Ma la guerra, orrore! L’intervento, vergogna! Per essi, asserivano, era completamente indifferente il modo in cui i russi sistemavano i loro affari. Erano imparziali – bum!

Il giovane governo sovietico si batteva per la propria esistenza in condizioni di disperata inferiorità. Il paese era uscito dalla guerra devastato ed esausto. Gli affamati e i miserabili erano milioni. Le fabbriche erano vuote, le terre incolte, i trasporti fermi. Pareva impossibile che il paese potesse sopravvivere all’assalto violentissimo di un nemico che disponeva di eserciti numerosi e ben equipaggiati, di vaste risorse finanziarie, di abbondanti vettovaglie.

Assediata da ogni parte dagli invasori stranieri, minacciata da infinite cospirazioni al suo interno, l’Armata Rossa si ritirava lentamente attraverso il paese, combattendo senza tregua. Il territorio controllato da Mosca era ridotto a un sedicesimo della superficie totale della Russia. Era un’isola sovietica in un mare antisovietico.

 

2. La campagna nel nord

All’inizio dell’estate del 1918 agenti speciali dei servizi segreti britannici arrivarono ad Archangel’sk. La loro missione era di preparare un’insurrezione armata contro l’amministrazione del soviet locale in quel punto così fortemente strategico. Lavorando sotto la supervisione del capitano George Ermolaevič Chaplin, un ex ufficiale zarista a cui era stata affidata una commissione nell’esercito britannico, e supportati da cospiratori controrivoluzionari bianchi, gli agenti britannici fecero i preparativi necessari per la ribellione.

La rivolta scoppiò il 2 agosto. Il giorno seguente il maggiore Frederick C. Poole, comandante in capo delle forze britanniche nel nord della Russia, occupò Archangel’sk con le forze di terra supportate da armate britanniche e francesi. Contemporaneamente, truppe serbe e russe “bianche” guidate guidate dal colonnello Thornhill del servizio segreto britannico iniziarono una marcia da Onega per tagliare la linea Archangel’sk-Vologda e attaccare da dietro le truppe bolsceviche in ritirata.
Una volta rovesciato il soviet di Archangel’sk, il generale Poole istituì un governo fantoccio chiamato “Amministrazione Suprema della Russia del Nord” e guidato da un anziano politico, Nicolaj Čakovskij.

Presto, comunque, anche quel governo antisovietico sembrò troppo liberale per adattarsi al gusto del generale Poole e dei suoi alleati zaristi, che decisero di fare a meno della formalità di un governo e instaurarono una dittatura militare. Entro il 6 settembre Poole e i suoi alleati “bianchi” avevano realizzato il loro piano. Quel giorno l’ambasciatore David R. Francis, in visita ad Archangel’sk, fu invitato a passare in rivista un battaglione di truppe statunitensi. Mentre l’ultima fila di truppe marciava, il generale Poole si rivolse all’ambasciatore americano e fece notare come per caso che “qui ieri c’era una rivoluzione”. “Che diavolo dice?” esclamò l’ambasciatore Francis. “Chi l’ha guidata?” “Chaplin,” rispose Poole indicando l’ufficiale zarista che aveva guidato il colpo di stato contro il soviet di Archangel’sk.Francis fece segno a Poole di avvicinarsi. “Poole, chi ha guidato la rivoluzione la notte scorsa?”

“Io,” rispose Poole laconicamente. Il colpo di stato era avvenuto la notte precedente. Il capitano Chaplin e alcuni ufficiali britannici, in piena notte, avevano rapito il presidente Čakovskij e alcuni membri dell’Amministrazione Suprema e li avevano portati via in barca, nel monastero solitario su un’isola vicina. Là il capitano Chaplin aveva lasciato i politici russi sotto il controllo di guardie armate. Una misura così estrema era troppo rozza anche per l’ambasciatore Francis, che inoltre era rimasto completamente all’oscuro dell’operazione. Francis disse al generale Poole che il governo degli Stati Uniti non avrebbe supportato un colpo di stato. Nell’arco di ventiquattro ore il governo fantoccio fu riportato ad Archangel’sk e la sua “Amministrazione Suprema” fu ristabilita. Francis comunicò per telegramma al Dipartimento di Stato che in seguito ai loro sforzi la democrazia era stata ristabilita.

All’inizio del 1919 le forze britanniche ad Archangel’sk e Murmansk raggiunsero le 18.400 unità. Combattevano fianco a fianco con loro 5.100 americani, 1.800 francesi, 1.200 italiani, mille serbi e circa ventimila russi bianchi. Descrivendo Archangel’sk in quel periodo, il capitano delle forze di spedizione statunitensi John Cudahy2 scrisse nel suo libro, Archangel: The American War Against Russia, che “erano tutti ufficiali”. C’erano, racconta Cudahy, innumerevoli ufficiali zaristi “appesantiti dalle loro medaglie poderose e luccicanti”; ufficiali cosacchi con alti cappelli grigi, tuniche fastose e sciabole tintinnanti; ufficiali britannici da Eton e Harrow; soldati francesi con magnifici cappelli a punta e stivali scintillanti, ufficiali serbi, italiani e francesi…”
“E, ovviamente,” notò Cudahy, “c’era un gran numero di attendenti per lustrare gli stivali, brunire gli speroni e tenere tutto bene in ordine, e altri attendenti che si occupavano delle nomine al club degli ufficiali e servivano il whisky con soda”

Lo stile di vita sofisticato di questi ufficiali contrastava violentemente con il modo in cui combattevano.
“Abbiamo usato le bombe a gas sui bolscevichi,” scrisse Ralph Albertson, ufficiale del YMCA che si trovava in Russia nel 1919, nel suo libro Fighting Without a War. “Quando evacuammo il villaggio, sistemammo tutte le trappole esplosive che ci venivano in mente. Una volta sparammo a più di trenta prigionieri. […] E quando catturammo il Commissario di Borok, un sergente mi ha detto di aver lasciato il suo corpo sulla strada, nudo, con sedici colpi di baionetta addosso. Prendemmo Borok di sorpresa, e il Commissario, un civile, non ebbe il tempo di armarsi. […] Sentii un ufficiale dire ripetutamente ai suoi di non fare prigionieri, di ucciderli tutti anche se fossero disarmati. […] Li vidi sparare a sangue freddo a un prigioniero bolscevico disarmato, che non stava dando nessun problema. Notte dopo notte le squadre d’assalto facevano la loro infornata di vittime”.

I soldati alleati di basso rango non capivano la campagna antisovietica. Si chiedevano perché stessero ancora combattendo in Russia se la guerra era finita. Fu difficile per i comandi alleati dare delle risposte. “All’inizio non fu ritenuto necessario,” annotò Cudahy. “Poi lo Stato Maggiore si ricordò dell’importanza del morale […] e diffuse delle dichiarazioni che confusero i soldati più di un lungo periodo di silenzio”. Uno dei proclami del Comando Generale Britannico nella Russia del nord, che fu letto alle truppe statunitensi, iniziava con queste parole:

Sembra esserci fra le truppe un’idea molto indistinta del motivo per cui stiamo combattendo nella Russia settentrionale. Può essere spiegato in poche parole. Siamo qui contro i bolscevichi, che sono anarchia pura e semplice. Guardate alla Russia in questo momento. Il potere è nelle mani di pochi uomini, quasi tutti ebrei.

Il morale delle truppe si logorava sempre più. Violente discussioni tra i britannici, i francesi e i russi bianchi si fecero sempre più frequenti. Iniziarono gli ammutinamenti. Quando il 339° reggimento di fanteria degli Stati Uniti si rifiutò di obbedire agli ordini, il colonnello Stewart al comando radunò i suoi uomini e lesse loro gli articoli del codice penale militare che punivano con la morte l’ammutinamento. Dopo un momento di impressionante silenzio, il colonnello chiese se ci fossero domande. Si alzò una voce tra i ranghi: “Signore, perché siamo qui, e quali sono le intenzioni del governo degli Stati Uniti?” Il colonnello non seppe rispondere alla domanda. Il Capo di Stato Maggiore britannico, Sir Henry Wilson, scrisse nel libro blu ufficiale questo rapporto sulla situazione nella Russia del nord durante l’estate del 1919: Il 7 luglio un violento ammutinamento è scoppiato nella 3^ compagnia del 1° [battaglione] della legione slavo-britannica e della compagnia corazzata del 4° reggimento fucilieri del nord, che stavano in riserva sulla riva destra della Dvina. Tre ufficiali britannici e quattro russi sono stati uccisi, e due ufficiali britannici e due russi feriti. Il 22 luglio abbiamo ricevuto notizia che il reggimento russo nel distretto di Onega si è ammutinato e ha ceduto l’intero fronte di Onega ai bolscevichi.

Negli Stati Uniti cresceva la richiesta che i soldati fossero ritirati dalla Russia. L’incessante macchina di propaganda contro i bolscevichi non riuscì a silenziare le voci di mogli e genitori che non capivano perché, a guerra finita, i loro mariti e figli fossero ancora impegnati in una solitaria, inconcludente e misteriosa campagna nella Siberia selvaggia e nel gelo di Murmansk e Archangel’sk. Per tutta l’estate e l’autunno del 1919, delegazioni provenienti da ogni parte degli Stati Uniti arrivarono a Washington per incontrare i membri della Camera dei deputati e chiedere che i soldati in Russia fossero riportati a casa. La loro richiesta trovò eco al Congresso. Il 5 settembre 1919, il senatore Borah così si espresse:

Signor presidente, non siamo in guerra con la Russia; il Congresso non ha dichiarato guerra al governo russo o al popolo russo. Il popolo degli Stati Uniti non desidera essere in guerra con la Russia. […] E tuttavia, pur non essendo in guerra con la Russia, mentre il Congresso non ha fatto nessuna dichiarazione di guerra, noi combattiamo contro il popolo russo. Abbiamo un esercito in Russia; riforniamo di munizioni e di materiale altre forze armate in quel paese e siamo impegnati in un conflitto come se si fosse fatto appello ad un’autorità costituita, come se si fosse fatta una dichiarazione di guerra e la nazione fosse stata mobilitata per questo scopo. […] Non esiste nessuna giustificazione né legale né morale per sacrificare queste vite umane. E una violazione dei principi elementari del libero governo.

I britannici e i francesi erano d’accordo con la disapprovazione del popolo statunitense per la guerra contro la Russia sovietica. Ciononostante, la guerra non dichiarata contro la Russia continuò.

3. La campagna nel nord-ovest

L’armistizio del novembre 1918 tra gli Alleati e gli Imperi Centrali conteneva nell’articolo 12 una clausola poco nota che stabiliva che le truppe tedesche sarebbero rimaste stanziate nei territori russi in cui si trovavano fino a quando gli Alleati lo avrebbero ritenuto opportuno. Fu compreso subito che quelle truppe sarebbero state impiegate contro i bolscevichi.

Nelle province baltiche, comunque, le armate del kaiser si disintegrarono rapidamente. Esausti per la guerra e sull’orlo dell’ammutinamento, i soldati tedeschi disertarono in massa.

Di fronte a un movimento bolscevico in rapida crescita in Estonia, Lettonia e Lituania, lo Stato Maggiore britannico decise di concentrare il suo supporto verso le bande di guardie bianche che operavano in quell’area. L’uomo scelto per guidare quelle bande e stringere in una sola unità militare fu il generale conte Rüdiger von der Goltz del Comando Supremo tedesco.

Il generale von der Goltz aveva guidato i corpi di spedizione tedeschi contro la Repubblica Finlandese nella primavera del 1918, dopo che la Finlandia aveva dichiarato la propria indipendenza in seguito alla Rivoluzione russa. Von der Goltz era stato destinato alla campagna finlandese su esplicita richiesta del barone Karl Gustav von Mannerheim, un aristocratico svedese ed ex ufficiale della cavalleria imperiale zarista, che guidava le forze bianche in Finlandia 3.

Nel ruolo di comandante delle armate bianche nel Baltico, von der Goltz lanciò una campagna di terrore per sradicare il movimento sovietico in Lettonia e Lituania. Le sue truppe depredarono vaste aree e praticarono esecuzioni di massa di civili. Lettoni e lituani erano troppo poco equipaggiati e organizzati per resistere a quell’attacco selvaggio. In breve tempo von der Goltz fu di fatto dittatore dei due paesi.

L’American Relief Administration, sotto la direzione di Herbert Hoover, mise ampi rifornimenti di cibo a disposizione delle regioni occupate dall’esercito del generale tedesco von der Goltz. Gli Alleati si trovarono presto di fronte a un dilemma. Con il loro aiuto von der Goltz dominava l’area del Baltico, ma era ancora un generale tedesco e di conseguenza c’era il rischio che, attraverso la sua influenza, la Germania potesse ottenere il controllo degli stati baltici.

Nel giugno 1919 i britannici decisero di sostituire von der Goltz con un generale sotto il loro controllo.
Un amico di Sidney Reilly, il generale ex zarista cinquantottenne Nikolaj Judenič, fu nominato comandante in capo delle forze bianche riorganizzate. I britannici accettarono di fornirgli l’equipaggiamento militare necessario per marciare su Pietrogrado. La prima spedizione di merci concessa comprendeva l’equipaggiamento completo per diecimila uomini, quindici milioni di cartucce, tremila fucili automatici e numerosi carri armati e aeroplani 4.

Alcuni rappresentanti dell’American Relief Administration promisero di fornire cibo alle zone occupate dalle truppe di Judenič. Il maggiore R.R. Powers, capo della sezione estone della missione baltica dell’ARA, guidò un’attenta indagine per stimare la quantità di cibo necessaria a garantire l’assedio di Pietrogrado da parte delle armate bianche di Judenič. Navi cariche delle merci fornite dall’ARA da distribuire nei territori occupati da Judenič cominciarono ad attraccare a Reval.Sotto il comando di Judenič una violenta offensiva fu lanciata contro Pietrogrado. Nella terza settimana dell’ottobre 1919 la cavalleria di Judenič era arrivata ai sobborghi della città. I governi alleati erano convinti che la caduta di Pietrogrado era solo una questione di giorni, forse ore. Le prime pagine del New York Times descrivevano la vittoria come già compiuta: 18 ottobre Forze anti-rosse ora a Pietrogrado Si dice a Stoccolma 20 ottobre Caduta di Pietrogrado, se ne riparla Tagliata la linea per Mosca 21 ottobre Forze anti-rosse vicino a Pietrogrado.Notizie sulla caduta della città attese a ore a Londra Ma alle porte di Pietrogrado Judenič fu fermato. Radunando tutte le sue forze, la città rivoluzionaria rispose al colpo. Le forze di Judenič vacillarono di fronte a quell’impetuoso assalto. Il 29 febbraio 1920 il New York Times scrisse: “Judenič lascia l’esercito. Parte per Parigi con la sua fortuna da cento milioni di marchi”. In fuga verso sud dall’Estonia, in una macchina che batteva bandiera britannica, Judenič lasciò dietro di sé il totale sfacelo del suo esercito un tempo altezzoso. Gruppi sbandati di soldati vagavano nella campagna imbiancata dalla neve, morendo a migliaia di fame, malattie e freddo.

4. La campagna nel sud

Mentre le armate di Judenič si dirigevano verso Pietrogrado nel nord, l’attacco da sud fu guidato dal generale Anton Denikin, un ex ufficiale zarista quarantacinquenne dall’aria distinta, con la barba brizzolata e i baffi grigi. Il generale Denikin dichiarò che i militanti delle armate bianche avevano “un sacro pensiero dentro di loro, una vivida speranza, un desiderio. […] Quello di salvare la Russia”. Ma tra i russi l’armata di Denikin fu meglio conosciuta per le sue sadici metodi di guerra.

Con i suoi fertili campi di grano e i giacimenti di carbone e ferro della regione del Don, l’Ucraina era stata teatro di sanguinosi conflitti sin dall’inizio della Rivoluzione russa. Dopo la fondazione della Repubblica Popolare Ucraina nel dicembre 1917, il generale ucraino antisovietico Symon Petljura aveva chiesto al Comando Supremo tedesco di inviare truppe in Ucraina per aiutarlo a rovesciare il regime sovietico. I tedeschi, attratti dalle grandi riserve di cibo del paese, non aspettarono un secondo invito.

Sotto il comando del feldmaresciallo Herman von Heichhorn, le truppe tedesche irruppero in Ucraina. Von Heichhorn stesso aveva un considerevole interesse personale nella campagna: sua moglie era la contessa Durnovo, una ricca nobildonna russa, in passato una delle più importanti proprietarie terriere del paese. Espulse le forze sovietiche da Kiev e da Charkiv, fu instaurato uno stato fantoccio, la cosiddetta “Ucraina Libera” controllata dalle forze di occupazione tedesche e con a capo il generale Petljura. Dichiarato il suo obiettivo di instaurare un “socialismo nazionale”, Petljura istigò una serie sanguinari pogrom antisemiti in tutta l’Ucraina. Spietate misure punitive vennero usate per reprimere gli operai e i contadini rivoluzionari. Ciononostante il movimento rivoluzionario continuava a crescere. Compreso che Petljura era incapace di gestire la situazione, von Heichhorn rimpiazzò il suo governo con una dittatura militare. Il nuovo regime fantoccio era guidato dal cognato di von Heichhorn, il generale Pavlo Petrovič Skoropadskyi, un militare russo di nessuna fama che non parlava una parola di ucraino. Skoropadskyi assunse il titolo di etmano (“capo di stato”) d’Ucraina.

L’etmano Skoropadskyi non fece molto più di Petljura: prima della fine del 1918, travestito da civile, scappò dall’Ucraina con l’esercito di occupazione tedesco, che era stato decimato dall’Armata Rossa e dai partigiani ucraini.La partenza dei tedeschi non segnò la fine dei problemi per i bolscevichi in Ucraina. Anche gli Alleati supportavano i movimenti bianchi antisovietici nella Russia del sud. Gli aiuti degli Alleati erano arrivati in fretta alle forze controrivoluzionarie che si erano organizzate nell’“Esercito Volontario” nella regione cosacca del Don sotto la guida di Kaledin, Kornilov, Denikin e altri generali ex zaristi che erano fuggiti a sud dopo la Rivoluzione bolscevica. Inizialmente la campagna dell’Esercito Volontario incontrò numerose avversità. Il comandante in capo originario, il generale Kaledin, si suicidò; il suo successore, il generale Lavr Kornilov, fu espulso dalla regione del Don dall’Armata sovietica e infine ucciso in battaglia il 13 aprile 1918. Il comando dell’Esercito Volontario, in ritirata e ormai allo sbando, fu assunto dal generale Denikin.

Proprio in quel momento, quando la fortuna dei russi bianchi sembrava essere al minimo, le prime truppe britanniche e francesi raggiunsero Murmansk e Archangel’sk, e considerevoli aiuti alleati iniziarono ad attraversare le frontiere russe per aiutare le armate bianche. Salvato dalla distruzione e rinforzato, entro l’autunno del 1918 l’esercito di Denikin fu pronto ad iniziare l’offensiva contro i sovietici.

Il 22 novrembre 1918, esattamente undici giorni dopo la firma dell’armistizio che pose fine alla prima guerra mondiale, un radiogramma portò al quartier generale meridionale di Denikin il messaggio che una flotta alleata era diretta a Novorossisk. Il giorno seguente navi alleate attraccarono nel porto del Mar Nero ed emissari inglesi e francesi sbarcarono per informare Denikin che abbondanti aiuti da Francia e Gran Bretagna sarebbero stati messi a sua disposizione nell’immediato futuro. Nelle ultime settimane del 1918 le truppe francesi occuparono Odessa e Sebastopoli. Una flottiglia inglese attraversò il Mar Nero e stabilì dei distaccamenti a Batum. Un comandante britannico fu nominato governatore generale della regione5. Sotto la supervisione dello Stato Maggiore francese e abbondantemente rifornito di equipaggiamenti militari dai britannici, Denikin lanciò un’imponente offensiva contro Mosca. Il suo aiutante di campo nell’offensiva era il barone von Wrangel, un militare alto e magro con i capelli radi e gli occhi blu scuri, noto per la sua selvaggia crudeltà. Wrangel faceva giustiziare periodicamente gruppi di prigionieri inermi di fronte ai loro compagni, per poi offrire ai prigionieri che avevano assistito all’esecuzione la scelta tra arruolarsi nel suo esercito o finire fucilati. Quando le truppe di Denikin e Wrangel presero d’assalto Stavropol, una delle loro prime azioni fu irrompere in un ospedale e massacrare settanta soldati dell’Armata Rossa feriti. Le razzie erano una pratica ufficiale nell’esercito di Denikin; von Wrangel stesso ordinò alle sue truppe che i bottini dei saccheggi fossero equamente divisi tra i soldati. Dirette verso nord, le forse di Denikin e Wrangel occuparono Caricyn (poi chiamata Stalingrado) nel giugno 1919 e ad ottobre si stavano avvicinando a Tula, a 190 chilometri da Mosca. “L’intera struttura bolscevica in Russia sembra sul punto di collassare,” scrisse il New York Times. “L’evacuazione di Mosca, il centro del bolscevismo, è iniziata”. Il Times disse che Denikin “spazzava via ogni cosa di fronte a lui” e che l’Armata Rossa si era ritirata in preda al “panico selvaggio”. Ma usando un piano d’attacca stabilito da Stalin e da membri della Commissione Militare Rivoluzionaria, l’Armata Rossa iniziò una controffensiva improvvisa. Le forze di Denikin furono colte completamente di sorpresa. Nel giro di poche settimane l’esercito dei russi bianchi era in precipitoso ritiro verso il Mar Nero. Il morale andò in pezzi e le truppe di Denikin fuggirono in panico e disordine. Malati e agonizzanti riempivano le strade. I treni-ospedale mancavano spesso di materiali medici, dottori e infermiere. L’esercito si disintegrò in bande di predoni che si riversavano verso sud. Il 9 dicembre 1919 il barone Wrangel inviò un dispaccio terrorizzato al generale Denikin:

Questa è l’amara verità. L’esercito ha smesso di esistere come forza combattente. Nelle prime settimane del 1920 i resti dell’esercito di Denikin raggiunsero il porto di Novorossisk sul Mar Nero. Soldati bianchi, disertori e rifugiati civili si riversarono in città. Il 27 marzo 1920, mentre la nave da guerra britannica Emperor of India e l’incrociatore francese Waldeck-Rousseau erano pronti a salpare e lanciavano granate contro le colonne rosse che avanzavano, Denikin salpò da Novorossisk su una nave francese. Decine di migliaia di soldati dell’esercito di Denikin si affollarono al porto e videro impotenti il loro comandante e i loro ufficiali che fuggivano.

5. La campagna dell’est

Secondo il piano generale delle forze interventiste, mentre Denikin si dirigeva a Mosca da sud l’ammiraglio Kolčak avrebbe dovuto assediare la città da est. In realtà gli eventi non andarono esattamente secondo il piano… Tra la primavera e l’inizio dell’estate del 1919, i giornali di Parigi, Londra e New York pubblicarono numerosi reportage dettagliati sulle devastanti sconfitte dell’armata Rossa a opera dell’ammiraglio Kolčak. Questi sono alcuni dei titoli a tutta pagina che apparvero sul New York Times:

26 marzo Kolčak insegue l’Armata Rossa in rotta, 20 aprile I rossi collassano in Oriente 22 aprile Il potere rosso vacilla mentre Kolčak vince,15 maggio Kolčak prepara la mossa su Mosca Ma l’11 agosto il Times pubblicò un dispaccio da Washington che diceva:È arrivato il momento, ha dichiarato stanotte un alto ufficiale del governo, di preparare i popoli del mondo antibolscevico per un possibile disastro del regime di Kolčak nella Siberia occidentale.

Entro la metà dell’estate l’ammiraglio Kolčak stava fuggendo disperatamente di fronte agli attacchi dell’Armata Rossa. Contemporaneamente le sue truppe erano tormentate senza sosta dietro le linee da una guerriglia diffusa e in rapida crescita. A novembre Kolčak evacuò la sua capitale Omsk. Con uniformi lacere e stivali logori, le sue truppe si trascinarono a fatica lungo le strade che partivano da Omsk. A migliaia caddero da quella miserabile sfilata senza fine e morirono nella neve ai lati delle strade. Le linee ferroviarie da Omsk erano bloccate da locomotive distrutte. “I morti,” annotò un osservatore, “venivano gettati a marcire lungo i binari”.Kolčak raggiunse Irkutsk su un treno che sventolava lo Union Jack, la bandiera a stelle e strisce, i tricolori francese e italiano e il sole nascente del Giappone.

La popolazione di Irkutsk insorse il 24 dicembre 1919, stabilì un soviet e arrestò Kolčak. Insieme a lui fu trattenuto anche il tesoro che aveva fatto trasportare su un treno speciale: 5.143 scatole e 1.680 valigie di lingotti d’oro, titoli di stato e preziosi, per un valore totale stimato a 1.150.500.000 rubli. L’ammiraglio Kolčak fu messo sotto processo dal regime sovietico e accusato di tradimento. “Se una nave affonda, affonda con tutti marinai,” disse alla corte rimpiangendo di non essere rimasto in mare. Dichiarò amaramente di essere stato tradito da “elementi stranieri” che avevano disertato durante la crisi. La corte condannò Kolčak alla fucilazione. Fu giustiziato il 7 febbraio 1920. Molti dei suoi aiutanti di campo fuggirono in Giappone. Uno di loro, il generale Bakič, mandò il suo ultimo messaggio al console russo bianco a Urga, Mongolia: “Inseguito da ebrei e comunisti, ho attraversato la frontiera!”

6. I polacchi e Wrangel

Nonostante i rovesci catastrofici che avevano sofferto, gli interventisti anglo-francesi lanciarono altre due offensive contro la Russia occidentale. Nell’aprile del 1920, rivendicando l’intera Ucraina orientale e la città russa di Smolensk, i polacchi attaccarono da ovest. Generosamente equipaggiati da francesi e britannici con materiale bellico e prestiti per cinquanta milioni di dollari dagli Stati Uniti 6, i polacchi sfondarono in Ucraina e occuparono Kiev, dove furono fermati e respinti dall’Armata Rossa. Con le truppe russe alle calcagna, i polacchi si ritirarono freneticamente. Entro agosto l’Armata Rossa era arrivata alle porte di Varsavia e Leopoli.

I governi alleati si affrettarono a fornire nuovi prestiti e merci ai polacchi. Il maresciallo Foch inviò di fretta il suo Capo di Stato Maggiore, il generale Maxime Weygand, a dirigere le operazioni polacche. Carri armati e aeroplani britannici furono rapidamente spostai a Varsavia. Le truppe rosse guidate dal generale Tuchačevskij e da Lev Trockij avevano esteso eccessivamente le linee di comunicazione. Ne soffrirono le conseguenze quando la controffensiva polacca le respinse lungo tutta la linea del fronte. Con la pace di Riga, il governo sovietico fu costretto a cedere ai polacchi le parti occidentale della Bielorussia e dell’Ucraina. La pace con la Polonia lasciò l’Armata Rossa libera di occuparsi del barone Wrangel che, sostituito il generale Denikin nel ruolo di comandante in capo nel sud e supportato dai francesi, dalla Crimea era arrivato in Ucraina. Entro la fine dell’autunno 1920 Wrangel fu respinto in Crimea e accerchiato dalle forze rosse. A novembre l’Armata Rossa irruppe a Perekop e dilagò in Crimea, spingendo l’esercito di Wrangel fino al mare.

7. L’ultimo sopravvissuto

Con la distruzione dell’esercito di Wrangel e la fine dei combattimenti a ovest, l’unico esercito straniero rimasto sul suolo russo era quello del Giappone imperiale. Sembrava che la Siberia fosse destinata a cadere con tutte le sue ricchezze nelle mani dei giapponesi. Il generale Tanaka, ministro della guerra e capo dei servizi segreti militari giapponesi, esultò: “Il patriottismo russo si è estinto con la Rivoluzione. Meglio per noi! D’ora in avanti i soviet potranno essere sconfitti da truppe straniere con forze sufficienti”. Il Giappone aveva ancora più di settantamila soldati in Siberia e centinaia di agenti segreti, spie, sabotatori e terroristi. Guardie armate bianche continuavano a operare nell’Estremo Oriente russo sotto la supervisione del Comando Supremo giapponese. La principale tra queste forze antisovietiche fu l’esercito dell’ataman Grigorij Semënov, fantoccio dei giapponesi. La pressione statunitense spinse il Giappone a muoversi con cautela, ma l’8 giugno 1921 i giapponesi firmarono a Vladivostok un accordo segreto con Semënov in preparazione di una nuova offensiva generale contro i sovietici. L’accordo prevedeva che Semënov avrebbe assunto pieni poteri civili dopo la liquidazione dei sovietici, e che: Quando un’autorità di governo stabile sarà istituita in Estremo Oriente, il Giappone riceverà diritti preferenziali per ottenere concessioni di caccia, pesca e sfruttamento delle foreste […] e per la valorizzazione dei giacimenti d’oro e di altre risorse minerarie.

Uno degli aiutanti di campo di Semënov, il barone Roman von Ungern-Sternberg, un pallido aristocratico baltico dall’aria effeminata con capelli lunghi e baffi rossi, era entrato nell’esercito zarista da giovane, aveva combattuto contro i giapponesi nel 1905 e in seguito si era unito a un reggimento di polizia militare cosacco in Siberia. Durante la Prima guerra mondiale aveva militato sotto il barone Wrangel ed era stato decorato con la croce di San Giorgio per il valore dimostrato sul fronte meridionale. Tra gli ufficiali suoi compagni era noto per la sua folle audacia, la feroce crudeltà e gli attacchi d’ira incontrollata. Dopo la Rivoluzione il barone Urgern era tornato in Siberia e aveva assunto il comando di un reggimento cosacco che depredava le campagne e compiva sporadici assalti contro i soviet locali. Fu infine contattato da agenti giapponesi che lo convinsero a stabilirsi in Mongolia. Misero a sua disposizione un variegato esercito di ufficiali bianchi, truppe cinesi antisovietiche, banditi mongoli e agenti segreti giapponesi.

Immerso in un’atmosfera di banditismo feudale e assolutismo nel suo quartier generale a Urga, Ungern prese a considerarsi un uomo mandato dal destino. Sposò una principessa mongola, abbandonò gli abiti occidentali per una tunica di seta gialla e si dichiarò la reincarnazione di Gengis Khan. Incitato dagli agenti giapponesi che lo circondavano costantemente, si immaginò imperatore di un nuovo ordine mondiale emanato dall’Oriente che sarebbe disceso sulla Russia sovietica e l’Europa, distruggendo con il fuoco e la spada le ultime tracce della “democrazia decadente” e del “comunismo giudaico”. Sadico e sull’orlo della pazzia, si abbandonò a innumerevoli atti di ferocia barbarica. Una volta vide una donna ebrea in un piccolo paese della Siberia e offrì mille rubli all’uomo che gli avrebbe portato la sua testa; la testa fu portata e adeguatamente pagata. “Metterò insieme una fila di patiboli lunga dall’Asia fino all’Europa,” dichiarò. All’inizio della campagna del 1921, dal suo quartier generale ad Urga distribuì tra i suoi uomini un proclama:

La Mongolia è diventata il punto di partenza naturale per una compagna contro l’Armata Rossa nella Siberia sovietica. […]
Commissari, comunisti ed ebrei, insieme alle loro famiglie, devono essere sterminati. Le loro proprietà devono essere confiscate. […] Le sentenze di colpevolezza potranno essere disciplinari o prendere le varie forme della pena di morte. “Verità e pietà” non è più ammissibile: d’ora in poi potrà esserci solo “verità e crudeltà spietata”. Il male che è caduto sulla terra con l’obiettivo di distruggere il principio divino nell’anima umana deve essere estirpato alla radice.

Nella selvaggia e desolata campagna Russa di confine, la tattica di guerra di Ungern prese la forma di razzie banditesche, lasciando dietro di sé villaggi in fiamme e corpi mutilati di uomini, donne e bambini. Le città occupate dalle sue truppe furono devastate dagli stupri e dai saccheggi. Ebrei, comunisti e tutti i sospettati delle minime simpatie democratiche venivano fucilati, torturati a morte o bruciati vivi. Nel luglio 1921 l’Armata Rossa iniziò le operazioni per sterminare l’esercito di Ungern. Dopo una serie di scontri violenti e incerti, l’Armata Rossa e i guerriglieri sovietici ebbero una vittoria decisiva. Le bande di Urgern fuggirono, abbandonando quasi tutte le armi, i rifornimenti e i soldati feriti. In agosto Ungern era circondato. Le sue guardie del corpo mongole si ammutinarono e lo consegnarono alle truppe sovietiche. Il barone fu portato con la sua tunica di seta a Novonikolaevsk (oggi Novosibirsk) e sottoposto a un processo pubblico davanti alla Corte Suprema Sovietica Siberiana come nemico del popolo. Fu un processo straordinario. Centinaia di lavoratori, contadini, soldati – russi, siberiani, mongoli e cinesi – riempirono l’aula del tribunale. Migliaia di altri erano rimasti fuori in strada. Molti di loro avevano vissuto sotto il regno del terrore di Ungern; i loro fratelli e figli, i loro mariti e le mogli erano stati fucilati, torturati, gettati nei bollitori delle locomotive. Il barone prese posto e i capi d’accusa furono letti:

In accordo con la delibera della Commissione Rivoluzionaria Siberiana del 12 settembre 1921, il luogotenente generale barone Ungern von Sternberg, già comandante della divisione di cavalleria orientale, è imputato di fronte alla Corte Rivoluzionaria Siberiana delle seguenti accuse: -1. di essersi prestato ai progetti espansionisti del Giappone attraverso i suoi tentativi di creare uno stato asiatico e di rovesciare il governo della Transbaikalia;- 2. di aver progettato di rovesciare l’autorità sovietica con l’obiettivo di restaurare la monarchia in Siberia e l’intenzione finale di innalzare Michail Romanov al trono; -3. di aver brutalmente assassinato un gran numero di contadini e lavoratori russi e di rivoluzionari cinesi.

Ungern non tentò di negare le atrocità. Esecuzioni, torture e massacri erano veri. La sua spiegazione era semplice: “Era la guerra!” Ma un fantoccio dei giapponesi? “La mia idea,” spiegò il barone, “era di usare il Giappone”. Ungern negò ogni tradimento o rapporto segreto con i giapponesi. “L’imputato sta mentendo,” disse l’accusatore sovietico Jaroslavskij, “se dichiara di non aver mai avuto alcun rapporto con il Giappone. Abbiamo prove del contrario!” “Ho avuto contatti con i giapponesi,” ammise Ungern, “proprio come li ho avuti con Zhang Zuoling 7.

[…] Anche Gengis Khan fece visita a Van Khan prima di conquistare il suo regno!” “Non siamo nel dodicesimo secolo,” rispose l’accusatore, “e non siamo qui per giudicare Gengis Khan”. “Per mille anni,” gridò il barone, “gli Ungern hanno dato ordini agli altri, non ne hanno presi!” Fissava altezzosamente i soldati, i contadini e i lavoratori che affollavano a testa alta il tribunale. “Mi rifiuto di riconoscere l’autorità dei lavoratori! Come fa a parlare di governo un uomo che non ha nemmeno un servo? È incapace di dare ordini!” L’accusatore Jaloslavskij lesse il lungo elenco dei crimini di Ungerg: le spedizioni punitive contro gli ebrei e i contadini filo-sovietici, le amputazioni di braccia e gambe, le cavalcate notturne nella steppa con i cadaveri in fiamme usati come torce, la cancellazione di villaggi, i massacri spietati di bambini… “Per i miei gusti,” spiegò freddamente Ungern, “c’erano troppi rossi”. “Perché ha lasciato Urga?” chiese l’accusatore. “Avevo deciso di invadere la Transbaikalia e convincere i contadini a rivoltarsi, ma sono stato fatto prigioniero”. “Da chi?”“Dei mongoli mi hanno tradito”.
“Si è mai chiesto perché si sono comportati così?” “Sono stato tradito!” “Ammette che il fine della sua campagna era lo stesso di tutti gli attentati che recentemente sono stati fatti contro l’autorità dei lavoratori? Non è d’accordo che, tra tutti quei tentativi che avevano il suo stesso fine, il suo era l’ultimo?”“Sì,” rispose il barone Ungern, “il mio era l’ultimo tentativo. Suppongo di essere l’ultimo sopravvissuto”. Nel settembre del 1921 il verdetto della corte sovietica fu emesso. Il barone Roman von Ungern-Sternberg, l’“ultimo sopravvissuto” tra i signori della guerra bianchi, venne fucilato da un plotone dell’Armata Rossa.

Semënov e i resti dell’esercito fantoccio fuggirono in Mongolia e poi in Cina. Passò un altro anno prima che il suolo sovietico fosse definitivamente liberato dai giapponesi. Il 19 ottobre 1922 l’Armata Rossa entrò a Vladivostok. I giapponesi che occupavano la città si arresero e consegnarono tutte le dotazioni militari. I trasportatori con gli ultimi soldati giapponesi lasciarono Vladivostok il giorno seguente. La bandiera rossa fu alzata sulla città.“La decisione di evacuare,” annunciò il Ministero degli Esteri giapponese, “ha l’obiettivo di presentare il Giappone come un paese non aggressivo e che si impegna per mantenere la pace nel mondo”.

 

Capitolo settimo: Un bilancio

I due anni e mezzo di intervento sanguinoso e di guerra civile furono responsabili della morte (in battaglia, per fame o epidemie) di sette milioni di russi tra uomini, donne e bambini. Le perdite materiali furono poi calcolate dal governo sovietico in sessanta milioni di dollari; una somma che superava di molto il debito contratto dallo zar con gli Alleati. Gli invasori non pagarono riparazioni di sorta.

Poche cifre ufficiali furono date sul costo della guerra contro la Russia. Secondo il memorandum pubblicato da Winston Churchill il 15 settembre 1919, la Gran Bretagna, fino a quel giorno, aveva speso circa cento milioni di sterline e la Francia dai trenta ai quaranta milioni di sterline soltanto per sostenere il generale Denikin. La campagna britannica nel nord era costata diciotto milioni di sterline. I giapponesi ammisero di aver speso novecento milioni di yen per le loro truppe in Siberia.
Quali furono i motivi dietro questa inutile e costosa guerra non dichiarata?

I generali bianchi combattevano in buona fede per la restaurazione della loro Grande Russia, per le loro proprietà fondiarie, per i loro profitti, i loro privilegi di classe e le loro spalline. C’erano tra loro alcuni nazionalisti sinceri, ma gli eserciti bianchi erano dominati soprattutto da reazionari, che erano i prototipi degli ufficiali fascisti e dagli avventurieri che più tardi avrebbero fatto la loro comparsa nell’Europa centrale.

I motivi della guerra degli Alleati in Russia erano meno chiari. L’intervento era stato presentato al mondo dai portavoce alleati, nei limiti in cui i motivi ne furono resi pubblici, come una crociata politica contro il bolscevismo.

Il realtà l’“antibolscevismo” era soltanto un alibi e altri fattori avevano un peso assai maggiore: come il legname della Russia settentrionale, il carbone del Donec, l’oro della Siberia e il petrolio del Caucaso. C’entravano anche interessi di più vasta portata, come il piano britannico di costituire una federazione transcaucasica per separare l’India dalla Russia e consegnare ai britannici il dominio esclusivo dei pozzi petroliferi del vicino Oriente; il piano giapponese di conquistare e colonizzare la Siberia; il piano francese di assicurarsi il controllo nelle zone del Donec e del Mar Nero; e gli ambiziosi e lungimiranti piani tedeschi di impossessarsi degli stati baltici e dell’Ucraina.

Uno dei primi atti del governo bolscevico al momento della presa di potere fu la nazionalizzazione dei monopoli economici dell’impero zarista. Miniere, mulini, fabbriche, ferrovie, pozzi di petrolio e le altre grandi imprese economiche furono dichiarati proprietà del popolo sovietico. Il governò sovietico ripudiò anche il debito estero contratto dal regime zarista, anche perché i capitali erano stati concessi deliberatamente per aiutare lo zarismo a reprimere la rivoluzione popolare1.
Nonostante la sua esibizione di ricchezza e potere, l’impero zarista era in realtà una semi-colonia degli interessi finanziari anglo-francesi e tedeschi. Gli investimenti finanziari francesi nello zarismo ammontavano a diciassette miliardi e 591 milioni di franchi. Gli interessi anglo-francesi controllavano non meno del 72% del carbone, del ferro e dell’acciaio e il 50% del petrolio della Russia. Centinaia di milioni di franchi e sterline erano estratti ogni anno dal lavoro dei proletari e contadini russi dagli interessi stranieri alleati con lo zar.

Un membro del Parlamento britannico, il tenente colonnello Cecil L’Estrange Malone, così si esprimeva alla Camera dei Comuni nel 1920, durante un vivace dibattito sulla politica alleata in Russia:

Ci sono gruppi e individui nel nostro paese che hanno denaro e azioni in Russia, e questa è la gente che sta lavorando e intrigando per rovesciare il regime bolscevico. […] Ai tempi del vecchio regime era possibile partecipare in ragione del dieci o venti per cento allo sfruttamento degli operai e dei contadini russi, ma in regime socialista non si otterrà praticamente nulla, e noi constatiamo che ogni interesse nel nostro paese è in un modo o nell’altro legato con la Russia sovietica.

Il Russian Year Book del 1918, proseguiva l’oratore, aveva calcolato che gli investimenti franco-britannici in Russia ammontavano a circa un miliardo e seicento milioni di sterline o approssimativamente a otto miliardi di dollari.
“Quando parliamo del maresciallo Foch e dei francesi che si oppongono alla pace con la Russia,” disse il colonnello Malone, “non intendiamo la democrazia francese e non intendiamo i contadini e i lavoratori francesi, ma gli azionisti francesi. Dobbiamo essere molto chiari a questo proposito. Intendiamo le persone i cui risparmi ricavati illegalmente costituiscono il miliardo e seicento milioni di sterline che è affondato in Russia”.

 

C’era la Royal Dutch Shell Oil Company, i cui interessi russi coinvolgevano quelli della Ural Caspian Oil Company, della North Caucasian Oilfield, della New Schibarev Petroleum Company e di molte altre imprese petrolifere; c’era il grande monopolio di armamenti della Metro-Vickers che, insieme alla Schneider-Creusot francese e alla Krupp tedesca, aveva virtualmente controllato l’industria zarista delle munizioni; c’erano le grandi banche britanniche e francesi: gli Hoares, Baring Brothers, Hambros, Crédit Lyonnais, Société Générale Rothschild e Comptoir National d’Escompte di Parigi, che tutti avevano investito immense somme di denaro in Russia sotto il regime zarista…

“Tutti questi interessi,” spiegò il colonnello Malone alla Camera dei Comuni, “si intrecciano l’uno con l’altro. Sono tutti interessati a prolungare la guerra in Russia. […] Dietro a questi interessi e dietro ai finanzieri ci sono i giornali e gli altri che servono a influenzare e a formare l’opinione pubblica in questo paese”.

 

Alcuni portavoce alleati erano piuttosto franchi sulle ragioni per supportare la armate bianche in Russia.
Durante un banchetto al Club Russo-Britannico nel 1919, Sir Francis Baker, dirigente europeo della Vickers e presidente del Comitato Esecutivo della Camera di Commercio Russo-Britannica, rivolse queste parole agli industriali e ai politici presenti:

Facciamo i nostri auguri all’ammiraglio Kolčak e al generale Denikin. Alzo il bicchiere e vi chiedo di brindare alla salute dell’ammiraglio Kolčak, del generale Denikin e del generale Judenič!

La Russia è un grande paese. Lo sapete tutti, perché siete tutti intimamente legati a essa nei vostri affari, quali sono le potenzialità della Russia dal punto di vista delle manifatture, dei minerali o di ogni altra cosa, perché la Russia ha tutto.

Mentre le truppe e le munizioni anglo-francesi arrivavano in Siberia, il Bulletin della Federazione delle Industrie Britanniche, la più potente associazioni di industriali britannici, strillava:

Siberia, il premio più grande offerto al mondo civilizzato dalla scoperta delle Americhe!

Mentre le truppe alleate irrompevano nel Caucaso e occupavano Baku, il giornale finanziario britannico The Near East dichiarava:

In quanto a petrolio, Baku è incomparabile. […] Baku è più grande di qualsiasi altra città petrolifera al mondo. Se il petrolio è re, Baku è il suo trono!

Mentre le armate del generale Denikin dilagavano nel bacino carbonifero del Don spalleggiate dagli Alleati, i signori della R. Martens & Co., il più grande conglomerato del carbone britannico, annunciavano nel loro giornale aziendale Russia:

La Russia possiede delle riserve di petrolio sfruttabili seconde solo a quelle degli Stati Uniti. Secondo stime pubblicate dall’International Geological Congress, il bacino del Donec (dove il generale Denikin sta operando) possiede più di tre volte la riserva di antracite della Gran Bretagna e quasi due volte la quantità a disposizione degli Stati Uniti.

E infine il Japan Salesman tirò le somme:

La Russia, con i suoi 180 milioni di abitanti, con il suo fertile suolo che si estende dall’Europa centrale lungo tutta l’Asia fino alle spiagge del Pacifico e dall’Artico fino al Golfo Persico e il Mar Nero […] offre delle possibilità a cui nemmeno il più ottimista avrebbe mai osato pensare. […] La Russia, in teoria e in pratica, è il granaio, la riserva di pesca, il deposito di legname, la miniera di carbone, oro, argento e platino del mondo!

Gli invasori anglo-francesi e giapponesi erano attratti dai ricchi premi che attendevano i conquistatori della Russia. Le ragioni degli Stati Uniti, invece, erano più varie. La politica estera tradizionale , espressa da Woodrow Wilson e dal Dipartimento della Guerra, richiedeva un’alleanza con la Russia in quanto potenziale alleato per controbilanciare gli imperialismi di Germania e Giappone. Gli investimenti statunitensi nello zarismo erano ridotti, ma dietro consiglio del Dipartimento di Stato centinaia di milioni di dollari avevano raggiunto la Russia per sostenere il traballante governo di Kerenskij. Il Dipartimento di Stato continuò a supportare Kerenskij e a riconoscere la sua “Ambasciata Russa” a Washington ancora per molti anni dopo la Rivoluzione bolscevica. Alcuni ufficiali del Dipartimento di Stato cooperarono con i generali bianchi e gli interventisti anglo-francesi e giapponesi.

Tra gli statunitensi colui che aveva un’importanza maggiore e un interesse più diretto alla guerra in Russia era Herbert Hoover, futuro presidente degli Stati Uniti e allora Commissario all’Alimentazione. Già ingegnere minerario impiegato da ditte britanniche, prima della guerra Hoover aveva cospicui investimenti nelle miniere e nei pozzi petroliferi russi. Il corrotto regime zarista pullulava di alti funzionari e di aristocratici terrieri pronti a barattare le ricchezze del loro paese e la sua forza-lavoro con “compensi” stranieri o con una parte del bottino. Hoover si era interessato del petrolio russo sin dal 1909, quando erano stati aperti i primi pozzi a Maikop. In un anno si era assicurato partecipazioni in non meno di undici compagnie petrolifere russe:

 

Maikop Neftyanoij Syndicate,

Maikop Scirvanskij Oil Company,

Maikop Apsheron Oil Company,

Maikop and General Petroleum Trust,

Maikop Oil and Petroleum Products,

Maikop Areas Oil Company,

Maikop Valley Oil Company

Maikop Mutual Oil Company,

Maikop Hadijenskij Syndicate,

Maikop New Producers Company,

 Amalgamated Maikop Oilfields.

Già nel 1912 l’ex ingegnere minerario era socio del famoso multimilionario britannico Leslie Urquhart in tre nuove compagnie che erano state create per sfruttare le concessioni di legname e di minerali negli Urali e in Siberia. Urquhart rimise a galla il cartello russo-asiatico e stipulò con due banche zariste un contratto in base al quale questo cartello avrebbe manipolato tutti i progetti minerari in quelle zone. Le azioni russo-asiatiche da $ 16.25 nel 1913 salirono a $ 47.50 nel 1914. Quello stesso anno il cartello ottenne dal regime zarista tre nuove concessioni che comprendevano:

Due milioni e mezzo di acri di terra, tra cui incluse vaste foreste, forze idriche; riserve di oro, rame, argento e zinco per un ammontare approssimativo di 7.262.000 tonnellate; dodici miniere in pieno sfruttamento; due fonderie di rame;
venti segherie; 250 miglia di ferrovie; altiforni, laminatoi, fabbriche di acido solforico, raffinerie d’oro, immense riserve di carbone.
Il valore totale di questi beni era valutato a un miliardo di dollari. Fin dal 1917 Hoover si era ritirato dal cartello russo-asiatico e aveva venduto le sue azioni di compartecipazione russe. Dopo la Rivoluzione bolscevica tutte le concessioni in cui Hoover era stato un tempo associato furono abrogate e le miniere confiscate dal governo sovietico. “Il bolscevismo,”disse Herbert Hoover alla Conferenza della pace di Parigi, “è peggiore della guerra!” Egli rimase infatti uno dei nemici più accaniti del governo sovietico per il resto della sua vita. È un fatto che, qualunque possa essere stato il movente personale, sotto il suo controllo i rifornimenti statunitensi sostennero i russi bianchi e alimentarono le truppe d’assalto dei regimi più reazionari d’Europa, impegnati a respingere l’ondata democratica dopo la prima guerra mondiale. Così l’aiuto degli Stati Uniti divenne un’arma diretta contro i movimenti popolari in Europa2.

“La sostanza della politica degli Stati Uniti durante la liquidazione dell’armistizio fu di dare il massimo contributo per impedire che l’Europa diventasse bolscevica o fosse sopraffatta dai loro eserciti”, dichiarò più tardi Hoover in una lettera a Oswald Garrison Villard del 17 agosto 1921. La sua definizione del “bolscevismo” coincideva con quella di Foch, Pétain, Knox, Reilly e Tanaka. Come Segretario del Commercio, come presidente degli Stati Uniti e successivamente come leader dell’ala isolazionistica del partito repubblicano, Hoover si batté instancabilmente per impedire che venissero stabiliti rapporti amichevoli, commerciali e diplomatici tra gli Stati Uniti e il suo più potente alleato contro il fascismo mondiale: l’Unione Sovietica.

L’intervento armato fallì in Russia non soltanto grazie alla solidarietà e all’eroismo senza precedenti dei popoli sovietici, i quali combattevano per difendere la libertà appena conquistata, ma anche grazie al valido appoggio dato alla giovane repubblica sovietica dai popoli democratici di tutto il mondo. In Francia, in Gran Bretagna e negli Stati Uniti l’opinione pubblica si era sollevata e vigorosamente opposta all’invio di uomini, di armi, viveri e danari agli eserciti antisovietici in Russia. “Giù le mani dalla Russia!”: era la parola d’ordine dei comitati che s’andavano costituendo. I lavoratori scioperavano e i soldati si ribellavano contro la politica d’intervento degli stati maggiori. Statisti democratici, giornalisti, insegnanti e numerosi uomini d’affari protestavano contro l’attacco non dichiarato e non provocato contro la Russia Sovietica. Sir Henry Wilson, capo di stato maggiore britannico, ammise francamente la mancanza di appoggio da parte dell’opinione pubblica alla politica d’intervento. Il 10 dicembre 1919, nel libro azzurro ufficiale britannico, il capo di stato maggiore scriveva:

 

Le difficoltà dell’Intesa nel formulare una politica russa si sono rivelate davvero insormontabili, poiché in nessun paese alleato vi è stato un sufficiente peso dell’opinione pubblica per giustificare l’intervento armato contro i bolscevichi su scala decisiva, con l’inevitabile risultato che le operazioni militari hanno mancato di coesione e di uno scopo ben definito.

La vittoria dell’Armata Rossa sui nemici rappresentava così in pari tempo una vittoria internazionale dei popoli democratici di tutti i paesi. Un’ultima ragione del fallimento dell’intervento fu la mancanza di unità tra gli invasori. Gli istigatori dell’intervento rappresentavano una coalizione della reazione mondiale, ma era una coalizione cui faceva difetto la sincera intenzione di cooperare. Le rivalità imperialistiche spezzarono il blocco imperialistico. I britannici temevano le mire francesi sul Mar Nero e quelle tedesche sulla zona baltica. Gli statunitensi ritenevano di dover frustrare le mire giapponesi in Siberia. I generali bianchi litigavano fra loro per il bottino.

La guerra d’intervento, cominciata nel segreto e nella disonestà, finì in un vergognoso disastro.
Il suo retaggio di odio e malafede doveva avvelenare l’atmosfera dell’Europa per il successivo quarto di secolo.

 

 

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Libro secondo: Segreti del cordone sanitario

Capitolo ottavo: La crociata bianca

1. Dopoguerra agitato

La prima fase della guerra contro la Russia sovietica era finita pressoché in un fallimento. Il governo sovietico aveva il controllo indiscusso della maggior parte dei suoi territori; ma era al bando delle altre nazioni, accerchiato da un cordone sanitario di stati-fantocci ostili, tagliato fuori dalle normali relazioni politiche e commerciali con il resto del mondo. Ufficialmente il sesto del globo terrestre sotto i soviet non esisteva, non era “riconosciuto”. All’interno, il governo sovietico si trovava di fronte al caos economico: officine ridotte in macerie, miniere allagate, agricoltura rovinata, trasporti distrutti, malattie, fame e analfabetismo quasi universale. Alla bancarotta ereditata dal regime feudale zarista si aggiungevano le rovine dovute a sette anni di guerre incessanti, di rivoluzione, di controrivoluzione e di invasione straniera.

Al di là dei confini sovietici il mondo cercava ancora la pace e non la trovava. Lo statista britannico Bonar Law, quattro anni dopo la pace di Versailles, in una relazione sulle condizioni del mondo alla Camera dei Comuni, dichiarava che ben 23 guerre venivano combattute in diverse parti del mondo. Il Giappone aveva occupato regioni della Cina e soppresso brutalmente il movimento di indipendenza della Corea; le truppe britanniche reprimevano insurrezioni popolari in Irlanda, in Afganistan, in Egitto e in India; in Siria, i francesi erano in guerra aperta con le tribù dei drusi che, con gran dispetto dei francesi, erano armate di mitragliatrici provenienti dalle officine britanniche Metro-Vickers; il Comando Supremo tedesco, dietro la facciata della repubblica di Weimar, stava cospirando per spazzare via gli elementi democratici del Reich e far risorgere la Germania imperialistica.
Ogni paese d’Europa era in fermento: cospirazioni e contro-cospirazioni di fascisti, nazionalisti, militaristi e monarchici, tutti perseguenti i loro fini particolari sotto la stessa maschera dell’“antibolscevismo”. Un memorandum segreto scritto nei primi anni del dopoguerra dal Ministero degli Esteri britannico descriveva così lo stato dell’Europa:

Oggi l’Europa è divisa in tre grandi parti: i vincitori, i vinti e la Russia. La sensazione di incertezza che fiacca la salute dell’Europa occidentale è causata in misura non piccola dalla scomparsa della Russia come potenza un tempo considerevole nel contesto europeo. La più minacciosa delle nostre incertezze.

Tutti i nostri ultimi nemici sono ancora pieni di risentimento per quello che hanno perso; i nostri ultimi alleati temono di perdere quello che hanno vinto. Metà Europa è pericolosamente arrabbiata, l’altra metà è pericolosamente spaventata. La paura porta a provocazioni, armamenti, alleanze segrete, maltrattamenti delle minoranze. Tutto ciò porta a sua volta a un odio più grande e stimola desideri di vendetta, mentre la paura si intensifica e le sue conseguenze si aggravano. Comincia così un circolo vizioso.
Anche se al momento la Germania non è in grado di intraprendere azioni aggressive, è certo che con maggiori disponibilità chimiche diventerà prima o poi un potente fattore militare. Non sono pochi i tedeschi che sperano, una volta riacquistata questa forza, di esercitarla contro l’Impero Britannico.

Mentre il Ministero degli Esteri britannico osservava con compiacimento il riarmo della Germania e vedeva la Russia come “la più minacciosa delle incertezze”, oltre l’Atlantico, in mezzo all’isteria e alla confusione dell’era post-wilsoniana, gli Stati Uniti sognavano il ritorno a un “glorioso isolamento”. La grande illusione americana di quel tempo era riassunta in una frase: “ritorno alla normalità”. Secondo Walter Lippmann, che allora scriveva per il New York World, la “normalità” consisteva in queste credenze:

Che il destino dell’America non sia connesso in alcun modo rilevante a quello dell’Europa; Che l’Europa debba cuocere nel suo brodo;[…]Che si possa vendere all’Europa senza comprare dall’Europa; […] e che se all’Europa non piace deve accettarlo lo stesso controvoglia, ma le conviene di no.

Lippmann concluse: Dalla paura e in mezzo al disordine è stata generata una specie di isteria che evoca eserciti, tariffe folli, diplomazia aggressiva, ogni tipo di morboso nazionalismo, il fascismo e il Ku Klux Klan.Nonostante l’inquietudine, la stanchezza della guerra e l’anarchia economica che dominavano in Europa, nuovi piani di invasione militare della Russia sovietica venivano elaborati e assiduamente studiati dai Comandi Supremi di Polonia, Finlandia, Romania, Jugoslavia, Francia, Inghilterra e Germania. La frenetica propaganda antisovietica proseguiva.

Quattro anni dopo la Grande Guerra, che avrebbe dovuto segnare la fine di tutte le guerre, esistevano tutte le premesse necessarie per una seconda guerra mondiale, che doveva essere sferrata contro la democrazia mondiale sotto l’insegna dell’“antibolscevismo”.

2. L’esodo della Russia bianca

Con la débâcle delle armate bianche di Kolčak, Judenič, Denikin, Wrangler e Semënov, l’immensa struttura arcaica dello zarismo era andata incontro al suo collasso definitivo, spazzando via gli elementi selvaggi, barbari e reazionari che aveva a lungo protetto. Gli spietati avventurieri, gli aristocratici decadenti, i terroristi di professione, la soldataglia banditesca, la temuta polizia segreta e tutte le altre forze feudali e antidemocratiche che avevano costituito la controrivoluzione bianca fuoriuscirono dalla Russia come un gettito fangoso e violento. Verso ovest, est e sud, attraverso l’Europa e l’Estremo Oriente, nell’America del nord e del sud, questa marea portò via con sé il sadismo dei generali bianchi, i pogrom delle centurie nere, l’altezzoso disprezzo dello zarismo per la democrazia, gli oscuri odi, pregiudizi e nevrosi della vecchia Russia imperiale.
I protocolli dei savi di Sion (una frode antisemita con cui l’Ochrana aveva incitato ai massacri degli ebrei, e la bibbia con cui le centurie nere spiegavano tutti i mali del mondo nei termini di un “complotto giudaico internazionale”) circolavano ora pubblicamente a Londra e New York, Parigi e Buenos Aires, Shanghai e Madrid. Ovunque andassero, gli émigré russi fertilizzavano il terreno per la controrivoluzione mondiale: il fascismo. Entro il 1923 in Germania vivevano mezzo milione di russi bianchi. Più di quattrocentomila erano immigrati in Russia e novantamila in Polonia. Altre decine di migliaia si erano stabilite negli stati baltici e balcanici, in Cina e in Giappone, in Canada, negli Stati Uniti e in America del sud. Tremila ex ufficiali bianchi e le loro famiglie si erano trasferiti nella sola New York. Il numero totale di émigré russi venne stimato tra il milione e mezzo e i due milioni1. Sotto la supervisione dell’Unione Militare Russa, che aveva il suo quartier generale a Parigi, unità armate di russi bianchi furono stabilite in tutta Europa, in Estremo Oriente e in America e annunciarono pubblicamente che stavano preparando una nuova invasione della Russia sovietica.

Il governo francese fondò una scuola di istruzione navale per russi bianchi nel porto nordafricano di Bizerte, dove trenta navi della flotta zarista erano state dislocate con equipaggi di seimila ufficiali e marinali. Il governo jugoslavo fondò accademie speciali per l’addestramento degli ex ufficiali zaristi e i loro figli. Ampi distaccamenti dell’armata di Wrangler furono trasferiti intatti nei Balcani. Diciottomila cosacchi e cavalieri furono inviati in Jugoslavia; diciassettemila militari bianchi andarono in Bulgaria, altre migliaia furono stanziate in Grecia e Ungheria. La Guardia Bianca prese possesso di intere branche degli apparati di polizia segreti negli stati antisovietici del Baltico e dei Balcani e si sistemarono in posti chiave.
Con l’assistenza del maresciallo Piłsudski, il terrorista Boris Savinkov organizzò un esercito bianco di trentamila uomini.
Semënov fuggì con i resti del suo esercito in territorio giapponese. Le sue truppe furono riorganizzate in un’armata bianca speciale sotto la supervisione del Comando Supremo giapponese. Il barone Wrangler, il generale Denikin e lo sterminatore Symon Petjula si stabilirono a Parigi, dove furono da subito coinvolti in innumerevoli piani antisovietici2. Il generale Krasnov e l’etmano Skoropadskyi, che avevano collaborato con l’esercito del kaiser in Ucraina, andarono a vivere a Berlino, sotto al protezione dei servizi segreti militari tedeschi3.

Nel 1920 un piccolo gruppo di émigré russi immensamente ricchi, tutti con considerevoli investimenti in Francia e in altri paesi stranieri, si incontrarono a Parigi e fondarono un’organizzazione destinata a giocare un ruolo importante nelle future cospirazioni contro la Russia sovietica. L’organizzazione, che fu chiamata Torgprom (Comitato Russo Commerciale, Finanziario e Industriale), era costituita da banchieri, industriali e uomini d’affari ex zaristi. Tra i membri c’erano: G.N. Nobel, che aveva investito capitali considerevoli nell’industria petrolifera di Baku; Stepan Ljanozov, il “Rockefeller russo”; Vladimir Rjabušinskij, esponente della famosa famiglia di mercanti zaristi; N.C. Denisov, le cui immense fortune erano investite nell’industria dell’acciaio; e altri realisti russi i cui nomi erano famosi nei circoli industriali e finanziari di tutto il mondo.
Insieme a loro erano associati alla Torgprom anche potentati britannici, francesi e tedeschi, che non avevano abbandonato le speranze di recuperare gli investimenti perduti in Russia o di guadagnare nuove concessioni come risultato del rovesciamento del regime sovietico. “Il Torgprom,” dichiarò Denisov, presidente dell’organizzazione, “ha lo scopo di combattere il bolscevismo sul fronte economico in ogni modo e forma”. I membri del Torgprom erano interessati, come disse Nobel, “nella pronta resurrezione della patria e nella possibilità di tornare presto a lavorarci”. Le operazioni antisovietiche del Torgprom non si limitavano al fronte economico. Un annuncio ufficiale pubblicato dall’organizzazione diceva: Il Comitato Commerciale e Industriale continuerà la sua lotta incessante contro il governo sovietico, continuerà a illuminare l’opinione pubblica dei paesi colti [sic] sul vero significato degli eventi che si svolgono in Russia, e a preparare una futura nel nome della libertà e della verità.

3. Un gentiluomo di Reval

Nel giugno del 1921 un gruppo di ex ufficiali, industriali e aristocratici zaristi tenne una conferenza antisovietica nella Reichenhalle in Baviera. La conferenza, a cui parteciparono rappresentanti delle organizzazioni antisovietiche di tutta l’Europa, elaborò i piani per una campagna mondiale di agitazione contro la Russia sovietica. La conferenza elesse un Consiglio Monarchico Supremo che aveva la funzione di lavorare per la “restaurazione della monarchia capeggiata dal sovrano legittimo della casa Romanov, secondo le leggi fondamentali dell’Impero Russo”. Il Partito Nazionalsocialista Tedesco, ancora in fasce, inviò un delegato alla conferenza. Il suo nome era Alfred Rosenberg. Giovane, esile, con un lungo viso pallido, labbra sottili, capelli neri, l’espressione stanca e imbronciata, Alfred Rosenberg aveva incominciato a frequentare le birrerie di Monaco nell’estate del 1919. Lo si poteva trovare abitualmente alla Augustinerbrau o alla Franziskanerbrau, dove sedeva solo per ore e ore a un tavolo in un angolo. Talvolta alcuni amici lo raggiungevano e allora, benché li salutasse con poco calore, si animava e i suoi occhi neri si ravvivavano e brillavano nel suo viso pallidissimo mentre incominciava a parlare a bassa voce animatamente. Parlava russo e tedesco perfettamente. Alfred Rosenberg era figlio di un latifondista baltico che possedeva una vasta proprietà vicino al porto zarista di Reval. Suo padre si vantava di discendere dai cavalieri dell’Ordine Teutonico che avevano invaso nel medioevo le province baltiche; e il giovine Rosenberg si considerava con orgoglio come tedesco. Prima della Rivoluzione aveva studiato architettura al Politecnico di Mosca. Era fuggito dal territorio sovietico quando i bolscevichi erano arrivati al potere e si era unito ai terroristi della Guardia Bianca che combattevano agli ordini del generale Rudiger von der Goltz nella zona baltica. Nel 1919 Rosenberg era comparso a Monaco, tutto imbevuto delle dottrine antidemocratiche e antisemitiche delle centurie nere zaristiche.

Un piccolo gruppo di Guardie Bianche emigrate e di baroni baltici spodestati iniziarono a raccogliersi regolarmente a Monaco per ascoltare le appassionate e velenose tirate di Rosenberg contro i comunisti e gli ebrei. Condividevano tutti le idee di Rosenberg sulla decadenza della democrazia e sulla cospirazione internazionale degli ebrei. “Nel suo intimo ogni ebreo è un bolscevico!”: questo era il tema inesauribile delle tirate di Rosenberg. Dalla tenebrosa e torturata mente di Alfred Rosenherg, dal suo odio patologico contro gli ebrei e dalla frenetica ostilità contro la Russia sovietica si sprigionava gradualmente una filosofia mondiale controrivoluzionaria, una mistura dei pregiudizi fanatici della Russia zarista con le ambizioni imperialiste della Germania. Per salvare il mondo dalla “decadenza democratica giudaica e dal bolscevismo,” scrisse Rosenberg nel suo Der Mythus des 20. Jahrunderts, occorreva iniziare “in Germania” la creazione di un nuovo stato tedesco. “È dovere del fondatore del nuovo stato,” aggiungeva, “costituire un’associazione di uomini sul tipo dell’Ordine Teutonico”.

Una razza di superuomini tedeschi doveva compiere la missione della conquista mondiale. “Il significato della storia mondiale si è irradiato da nord, nato da una razza bionda e con gli occhi azzurri che in molteplici ondate ha determinato il volto spirituale del mondo”.

L’idea di una crociata contro la Russia sovietica domina tutti gli scritti di Rosenberg, che sognava quel giorno apocalittico in cui gli eserciti potenti del nuovo “ordine teutonico” avrebbero varcato i confini russi e schiacciato gli odiati bolscevichi. “Da ovest a est è la direzione,” dichiarava, “dal Reno alla Vistola, da ovest a est dovrà risuonare, da Mosca a Tomsk”. La Germania attraversava il periodo della dura crisi postbellica, della disoccupazione in massa, di una inflazione senza precedenti, di una fame dilagante. Dietro la facciata democratica della repubblica di Weimar, instaurata d’accordo con il Comando Supremo tedesco dopo la cruenta soppressione dei soviet degli operai e dei contadini, una cricca di militaristi prussiani, junker e magnati industriali preparava in segreto la rinascita e l’espansione della Germania imperiale. Sconosciuto al resto del mondo, il futuro programma di riarmo della Germania veniva accuratamente elaborato da centinaia di ingegneri, di disegnatori e di tecnici specializzati, che lavoravano sotto il controllo del Comando Supremo tedesco in un laboratorio clandestino costruito dalla ditta Borsig in una foresta fuori Berlino.

La Sezione IIIB (i servizi segreti militari tedeschi) era stata ufficialmente smantellata alla fine della guerra. In realtà era stata riorganizzata con ricchi fondi elargiti da Krupp, Hungelberg e Thyssen, ed era impegnata a lavorare sotto la supervisione del vecchio capo, il colonnello antisemita Walther Nicolai.

I piani per la nuova guerra della Germania venivano preparati diligentemente e con precisione.
Tra i principali contribuenti finanziari della campagna segreta per ringiovanire l’imperialismo tedesco c’era un mellifluo ma energico industriale, Arnold Rechberg. Ex aiutante del Kronprinz e amico intimo di molti membri dello Stato Maggiore imperiale, Rechberg aveva interessi nel grande trust tedesco del potassio. Era uno dei capi promotori della Lega Tedesca Nazionalista e Antisemita segreta, e fu proprio quello il particolare che attirò l’attenzione di Alfred Rosenberg.
Rechberg volle conoscere Rosenberg. Colto da simpatia per il fanatico controrivoluzionario di Reval, Rechberg lo presentò a un altro dei suoi protetti, un demagogo austriaco trentenne e spia della Reichswehr: Adolf Hitler.

Rechberg provvedeva già ai fondi per acquistare le uniformi e sosteneva altre spese per il partito nazista di Adolf Hitler. Poi Rosenberg e i suoi ricchi amici acquistarono un oscuro giornale, il Völkischer Beobachter, e lo affidarono al movimento nazista. Il giornale diventò l’organo ufficiale del Partito Nazista. Hitler ne nominò direttore Alfred Rosenberg.
Il primo giorno dell’anno 1921, dieci giorni dopo che il Völkischer Beobachter era diventato proprietà dei nazisti, il giornale ricordò le fondamenta della politica estera di Hitler:

E quando arriva il momento e si avvicina la tempesta sui confini orientali della Germania, si dovrà radunare centomila uomini pronti a sacrificare laggiù le loro vite. […] Coloro che sono determinati a osare tutto devono essere preparati al carattere degli ebrei occidentali […] che alzeranno voci potenti quando gli ebrei orientali saranno attaccati. […] Quello che è certo è che l’esercito russo sarà spinto indietro lungo tutta la frontiera da una seconda Tannenberg. Questa è una questione puramente tedesca e l’inizio della nostra ricostruzione.

L’editoriale fu scritto da Alfred Rosenberg. Dalla fusione tra lo zarismo feudale e il rinato imperialismo tedesco del ventesimo secolo, il nazismo stava prendendo forma…

4. Il piano Hoffmann

Era compito di Alfred Rosenberg fornire al Partito Nazista un’ideologia politica. Un altro degli amici di Rechberg, il generale Max Hoffmann, ebbe quello di studiare la strategia militare. Max Hoffmann aveva passato gran parte della giovinezza in Russia come diplomatico alla corte dello zar. Era arrivato a parlare il russo meglio del tedesco. Nel 1905, appena promosso a trentacinque anni nello staff del generale von Schlieffen, aveva militato come ufficiale di collegamento nella Prima Armata giapponese nella guerra russo-giapponese. Hoffmann non dimenticò mai le pianure della Manciuria: un fronte che sembra non avere confini e una forza d’attacco compatta e perfettamente addestrata che penetra “come il coltello nel burro” dentro un esercito molto più grande e con enormi riserve, ma pesante e mal guidato.

All’inizio della prima guerra mondiale, Hoffmann era stato nominato comandante in capo delle operazioni dell’ottava armata tedesca dislocata nella Prussia orientale con l’ordine di prevenire l’atteso attacco russo. La strategia che portò al disastro zarista di Tannenberg fu più tardi attribuita dalle autorità militari non a Hindenburg o a Ludendorff, ma a Hoffmann. Dopo Tannenberg, Hoffmann diventò comandante delle forze tedesche sul fronte orientale. A Brest-Litovsk Hoffmann dettò i termini della pace alla delegazione sovietica.

In due guerre, Hoffmann aveva visto l’esercito russo in azione e ogni volta era stato testimone di una schiacciante sconfitta. L’Armata Rossa, secondo Hoffmann, era soltanto il vecchio esercito russo “decomposto in plebaglia”.
All’inizio della primavera del 1919, il generale Hoffmann si era presentato alla Conferenza di pace di Parigi con un piano di attacco contro Mosca che avrebbe dovuto essere diretto dall’esercito tedesco. Secondo Hoffmann, il suo piano presentava un doppio vantaggio: non soltanto avrebbe “salvato l’Europa dal bolscevismo”, ma avrebbe al tempo stesso salvato l’esercito imperiale tedesco e impedito la sua dissoluzione. Una versione modificata del piano Hoffmann era stata approvata dal maresciallo Foch.

Il 22 novembre 1919, in un’intervista al London Daily Telegraph, Hoffmann dichiarò: “Negli ultimi due anni sono gradualmente arrivato alla conclusione che il bolscevismo è il più grande pericolo che abbia minacciato l’Europa da secoli”. Nelle sue memorie, La guerra di opportunità perdute, Hoffmann si lagnò della rinuncia del mondo a marciare su Mosca secondo il suo piano. Dopo aver visitato a Berlino il generale Hoffmann nel 1923, l’ambasciatore britannico lord  D’Abernon scrisse nel suo diario diplomatico:

Tutte le sue opinioni sono dominate dal concetto generale che nulla andrà per il suo verso nel mondo finché tutte le potenze civili dell’Occidente non si associano per impiccare il governo sovietico. […] Quando gli chiesero se credeva nella possibilità di un tale accordo tra Francia, Germania e Inghilterra per attaccare la Russia, rispose: “Se è necessario, si deve fare!”

Negli anni del dopoguerra, in seguito al fallimento dell’intervento armato contro la Russia sovietica, Hoffmann rielaborò il suo piano e lo fece circolare tra gli Stati Maggiori d’Europa sotto forma di memorandum riservatissimo. Il memorandum suscitò da subito grande interesse nei circoli filofascisti d’Europa. Il maresciallo Foch e il suo Capo di Stato Maggiore Pétain, entrambi amici intimi di Hoffmann, espressero la loro calda approvazione per la versione riveduta del piano. Tra le altre personalità che condivisero il piano c’erano Franz von Papen, il generale barone Karl von Mannerheim, l’ammiraglio Horthy e il capo del servizio di informazioni della marina britannica, ammiraglio Barry Domvile.

L’ultima versione del piano Hoffmann ebbe l’appoggio di un vasto e influente settore del Comando Supremo tedesco, benché rappresentasse chiaramente un distacco radicale dalla strategia militare e politica della tradizionale scuola bismarckiana 5. Il nuovo piano Hoffmann progettava un’alleanza tra la Germania, la Francia, l’Italia, l’Inghilterra e la Polonia contro la Russia. Strategicamente, secondo le parole di un preveggente commentatore europeo, Ernst Henri (nel libro Hitler Over Russia), il piano proponeva:

la concentrazione di nuovi eserciti sulla Vistola e sulla Dvina secondo il modello napoleonico; una marcia fulminea, diretta dal comando tedesco, contro le orde bolsceviche in ritirata; l’occupazione di Leningrado e di Mosca nel corso di poche settimane; un rastrellamento definitivo del paese fino agli Urali; e quindi la salvezza di una civiltà esausta per mezzo della conquista di mezzo continente.

Tutta l’Europa, con la Germania alla testa, sarebbe dovuta essere mobilitata e scaraventata contro l’Unione Sovietica.

 

Capitolo nono: La singolare carriera di un terrorista

1. Il ritorno di Sidney Reilly

Berlino, dicembre 1922. Un ufficiale della marina tedesca e un ufficiale dei servizi segreti britannici stavano chiacchierando nella hall affollata del famoso Hotel Adlon con una donna giovane, graziosa, elegante. Era Pepita Bobadilla, una stella dell’operetta londinese, altrimenti conosciuta come la signora Chambers, vedova del noto drammaturgo inglese Haddon Chambers. Si parlava di spionaggio. L’inglese iniziò a parlare delle gesta incredibili compiute nella Russia sovietica da un agente segreto britannico che egli designava come Mister C. La fama di Mister C era giunta alle orecchie del tedesco. Fu una gara di aneddoti sulle favolose avventure di Mister C. Finalmente, incapace di trattenere più  a lungo la sua curiosità, la signora Chambers chiese: “Ma chi è questo Mister C?” “E chi non è piuttosto?” replicò l’inglese. “Le dirò, signora Chambers, che questo signor C. è un uomo misterioso. È’ l’uomo più misterioso d’Europa. E, incidentalmente, potrei aggiungere che c’è sul suo capo la taglia più grossa che mai ci sia stata sulla testa di qualsiasi vivente. I bolscevichi darebbero una provincia per averlo tra le mani, vivo o morto…. È un uomo che vive in perpetuo pericolo. Più volte è stato i nostri occhi e le nostre orecchie in Russia e, sia detto tra noi, è a lui che dobbiamo se il bolscevismo non costituisce oggi per la nostra civiltà un pericolo ancor maggiore di quello che è realmente”.

La signora Chambers moriva dalla voglia di saperne di più sul conto del misterioso Mr. C. Il suo interlocutore sorrise. “L’ho visto oggi,” aggiunse l’inglese, “sta qui all’Adlon Hotel”. Quella sera la signora Chambers incontrò per la prima volta Mister C.: era, scrisse poi, “un uomo dall’aria distinta e ben vestito” con “un viso magro piuttosto truce,” con “un fare che potrebbe dirsi sardonico e l’espressione di chi non una volta sola, ma parecchie ha visto in faccia la morte”. La signora Chambers se ne innamorò al primo incontro.

Furono presentati l’uno all’altra. Mister C. parlò quella sera alla signora Chambers “dello stato dell’Europa, della Russia, della Čeka” e, soprattutto, “della minaccia del bolscevismo”. Rivelò alla signora Chambers il suo vero nome: capitano Sidney George Reilly…

Dopo il fallimento della sua congiura del 1918 contro i soviet, Sidney Reilly era stato rimandato in Russia dal Ministro della Guerra Winston Churchill per organizzare il servizio di spionaggio del generale Denikin. Reilly faceva anche da collegamento tra Denikin e i suoi vari alleati antisovietici europei. Nel 1919 e nel 1920 la spia britannica aveva svolto la sua attività a Parigi, Varsavia, Praga, organizzando eserciti antisovietici e agenzie di spionaggio e sabotaggio. Poi era stato agente semi-ufficiale per alcuni milionari zaristi émigré, tra cui il suo vecchio amico e padrone conte Čuberskij. Uno dei più ambiziosi progetti varati da Reilly in quel periodo fu il Torgprom, il cartello degli industriali emigrati zaristi e dei loro soci anglo-francesi e tedeschi.
Come risultato delle sue operazioni finanziarie, Reilly aveva accumulato un considerevole patrimonio personale ed era direttore di numerose aziende, in passato legate all’alta finanza russa. Aveva coltivato importanti contatti internazionali e fra i suoi amici personali contava Winston Churchill, il generale Hoffmann e il Capo di Stato Maggiore finlandese Wallenius.
L’odio fanatico contro la Russia sovietica non era diminuito nella spia britannica. L’annientamento del bolscevismo era adesso il motivo dominante della sua vita. Il suo entusiasmo per Napoleone, l’aspirante conquistatore della Russia, lo aveva reso un collezionista di cimeli napoleonici fra i più appassionati del mondo. La sua collezione valeva decine di migliaia di dollari. La figura del dittatore corso lo affascinava.

“Un tenente di artiglieria corso disperse le ceneri ancora calde della Rivoluzione francese,” diceva Sidney Reilly. “Perché mai un agente dello spionaggio britannico con tante carte in mano non potrebbe diventare padrone di Mosca?” Il 18 maggio 1923 la signora Chambers e il capitano Sidney Reilly si sposarono a Londra, nell’Ufficio di Stato Civile di Henrietta Street a Covent Garden. Fece da testimone il capitano George Hill, il vecchio complice di Reilly a Mosca.
La signora Chambers non tardò a essere coinvolta nei fantastici intrighi della vita di suo marito. Scrisse più tardi:

Gradualmente fui iniziata agli strani maneggi che si svolgevano dietro le scene della politica europea. Imparai che sotto la superficie di ogni capitale europea covava il fuoco della cospirazione degli esiliati contro i tiranni attuali del loro paese. A Berlno, a Parigi, a Praga, a Londra, piccoli gruppi di esiliati si riunivano, cospiravano, facevano piani. Helsingfors poi era perpetuamente agitata dalle cospirazioni che erano finanziate e assecondate da parecchi governi europei. Sidney era appassionatamente interessato a tutto il movimento e gli dedicava molto tempo e denaro.

Un giorno, un misterioso visitatore si presentò nell’appartamento londinese di Sidney Rei1ly. Dapprima si presentò come “Mr. Warner”. Aveva una gran barba nera che nascondeva quasi tutta la faccia, zigomi sporgenti e occhi freddi azzurro acciaio. Era di statura gigantesca e le sue lunghe braccia raggiungevano quasi i suoi ginocchi. Presentò le sue credenziali: un passaporto britannico, un documento d’identificazione scritto e firmato dal capo socialista-rivoluzionario Boris Savinkov a Parigi e una lettera di presentazione di un eminente uomo politico britannico.

“Sarò a Londra per una settimana,” disse il visitatore a Reilly, “e conferirò col vostro Foreign Office”.
“Mr. Warner” rivelò quindi la sua identità. Il suo vero nome era Drebkov, già capo di uno dei gruppi “dei cinque” nell’organizzazione cospirativa antisovietica organizzata da Rei1ly nel 1918 a Mosca. Adesso era un capo dell’organizzazione clandestina bianca a Mosca.

“Aveva proprio una bella organizzazione in Russia, capitano Reilly,” disse Drebkov. “Ci siamo rimessi in piedi, abbiamo ricominciato a farla funzionare! Ci sono tutti i suoi vecchi agenti. Si ricorda di Balkov? È con noi… Un giorno o l’altro rovesceremo i rossi e i bei tempi ricominceranno. Ma lo sa come siamo noi russi. Facciamo piani e piani e piani, elaboriamo un complotto meraviglioso dietro l’altro, poi litighiamo per dettagli inutili, un’occasione d’oro dopo l’altra scivola via e non si combina niente! Puah!” Drebkov venne quindi allo scopo della sua visita. “Abbiamo bisogno di un uomo in Russia, capitano Reilly,” egli disse, “un uomo che possa dar ordini e essere seguito, ai cui ordini non si discuta; un uomo che sia un capo, un dittatore, se volete, come Mussolini in Italia; un uomo che con mano ferrea possa comporre i dissidi che dividono i nostri amici e faccia di noi lo strumento che colpirà dritto al cuore i tiranni della Russia!”

“Perché non Savinkov ?” chiese Sidney Reilly. “Si trova a Parigi , è l’uomo che ci vuole, una grande personalità, un vero grand’uomo, un capo, un organizzatore!” Registrando il colloquio nel suo diario, la signora Reilly scrisse:

Capivo dal tono di voce di Sidney quanto grande fosse il sacrifico che stava facendo affidando l’affare a Savinkov, il leader russo, che ammirava così a cuore aperto.

2. “Un affare come un altro!”

Boris Savinkov, l’uomo a cui nel 1924 i più autorevoli circoli politici di Downing Street e del Quai d’Orsay guardavano come al futuro dittatore della Russia, era sotto molti aspetti uno degli uomini più notevoli emersi dal crollo della vecchia Russia. Sottile, pallido, calvo, con la voce bassa, sempre impeccabilmente vestito con la giacca a coda e le scarpe di vernice, Savinkov aveva più l’aspetto di un “direttore di banca,” come disse una volta il romanziere Somerset Maugham, che del famoso terrorista e spietato controrivoluzionario che era in realtà. Aveva un ingegno multiforme e duttile. Winston Churchill, a cui Savinkov era stato presentato da Sidney Reilly, descrisse poi il terrorista russo nel suo libro Great Contemporaries come un uomo che univa “alla saggezza dell’uomo di stato, le qualità di un comandante, il coraggio di un eroe, e la pazienza di un martire. L’intera vita di Savinkov , aggiunge Churchill, era trascorsa nella cospirazione”.

Da giovine, nella Russia zarista, Savinkov era stato uno dei dirigenti più in vista del Partito socialista-rivoluzionario. Insieme con quattro altri capi dirigeva l’Organizzazione di Lotta del partito, un comitato di terroristi responsabile dell’organizzazione delle uccisioni dei funzionari zaristi. Il granduca Sergej, zio dello zar, e il ministro dell’interno, Vjačeslav Konstantinovič von Plehve, erano stati uccisi da tale organizzazione nei primi anni del secolo 1. Fallito il primo tentativo di rovesciare lo zarismo nel 1905, Boris Savinkov si stancò della esistenza di rivoluzionario. Si dedicò alla letteratura. Scrisse un romanzo autobiografico sensazionale, Il cavallo pallido, in cui descriveva la parte avuta nell’assassinio di Plehve e del granduca Sergej. Vi raccontava come, travestito da agente britannico, fosse stato per intere giornate appostato in una casetta, in una strada secondaria, con un falso passaporto britannico in tasca e “tre chilogrammi di dinamite sotto la tavola”, nell’attesa che la carrozza del granduca transitasse per quella strada. Anni dopo, durante la guerra, il romanziere inglese Somerset Maugham, inviato in Russia dal servizio segreto britannico per stabilire contatti con Savinkov 2, chiese al terrorista russo se non occorreva grande coraggio per compiere questi assassini. Savinkov replicò: “Niente affatto, mi creda. È un affare come un altro! Ci si abitua a queste cose.”

Nel giugno del 1917, Boris Savinkov, assassino di professione e romanziere, fu nominato da Kerenskij, dietro suggerimento dei consulenti alleati, Commissario politico della 7a armata sul fronte galiziano. Le truppe di quell’armata si stavano ammutinando contro il governo provvisorio e si diceva che i metodi brutali di Savinkov fossero necessari per far fronte alla situazione. Savinkov represse le agitazioni. In un’occasione fu riferito che aveva sparato di sua mano ai delegati di un consiglio militare bolscevico…
Su insistenza di Savinkov, Kerenskij nominò il generale Kornílov comandante in capo delle armate russe. Savinkov stesso fu nominato vice-ministro alla guerra. Era agente segreto per conto del governo francese e stava cospirando per rovesciare il regime di Kerenskij e istituire una dittatura militare sotto Kornilov.

Dopo la Rivoluzione, Savinkov diresse la sollevazione antibolscevica di Jaroslavl’, finanziata segretamente dai Francesi, che sarebbe dovuta coincidere con il fallito colpo di stato di Reilly a Mosca. Le forze di Savinkov furono sbaragliate dall’Armata Rossa ed egli stesso sfuggì alla cattura per puro miracolo. Lasciò il paese e diventò uno dei rappresentanti diplomatici dei russi bianchi in Europa. Winston Churchill dice di lui in Great Contemporaries: “Responsabile di tutte le relazioni con gli Alleati e con quegli stati baltici e confinanti, i quali non erano meno importanti e formavano allora il cordone sanitario dell’Occidente, l’ex nichilista diede prova di grandi capacità, sia di comando che di intrigo”.

Nel 1920 Savinkov si recò in Polonia. Con l’aiuto del suo buon amico, il maresciallo Piłsudski, mise insieme circa diecimila uomini tra ufficiali e soldati, li armò e iniziò ad addestrarli per un altro attacco contro la Russia sovietica.
In seguito Savinkov trasferì il suo quartier generale a Praga. Agendo in stretto collegamento con il generale fascista Gajda, Savinkov creò un’organizzazione conosciuta col nome di “Guardie Verdi”, composta per lo più di ex ufficiali zaristi e di terroristi controrivoluzionari. Le Guardie Verdi effettuarono una serie di colpi di mano attraverso la frontiera sovietica, derubando, saccheggiando, bruciando fattorie, massacrando operai e contadini e assassinando i funzionari sovietici locali. Per svolgere questa attività Savinkov si valeva della stretta collaborazione di varie agenzie di spionaggio europee.
Uno degli aiutanti di Savinkov, un terrorista socialista-rivoluzionario di nome di nome Fomičov, organizzò un ramo dell’apparato cospirativo e terrorista di Savinkov a Vilnius, l’ex capitale lituana che era stata annessa dalla Polonia nel 1920. Con l’aiuto dei servizi segreti polacchi il gruppo di Fomičov cominciò a formare cellule segrete in territorio sovietico per svolgere il lavoro di spionaggio e per assistere i gruppi terroristici inviati dalla Polonia ed equipaggiati con armi, denaro e documenti falsi dalla polizia polacca.

In seguito, in una lettera all’Izvestija del 17 settembre 1924, Fomičov descrisse così le operazioni svolte dal suo gruppo:

Quando le spie e i distaccamenti ritornavano dopo gli omicidi che erano stati inviati a perpetrare, io ero l’intermediario tra loro e le autorità polacche, perché ero io che consegnavo a queste ultime i documenti rubati e il materiale di spionaggio. È così che i distaccamenti di Sergej Pavlovskij, Trubnikov, Monič, Daniel, Ivanov e altri più piccoli, insieme a spie singole e terroristi, furono mandati in Russia. Tra le altre cose, ricordo che il colonnello Sveževskij fu mandato in Russia nel 1922 con l’ordine di uccidere Lenin.

I metodi spietati di Savinkov, la sua personalità magnetica, le sue capacità organizzative veramente eccezionali esercitavano un fascino senza pari sugli emigrati bianchi e gli statisti europei antisovietici che ancora sognavano di rovesciare il governo sovietico. Talvolta, tuttavia, il passato di Savinkov poneva queste persone in una posizione imbarazzante. Nel 1919, a Parigi, quando Winston Churchill stava negoziando con l’ex primo ministro zarista Sazonov, venne fuori la questione Savinkov. Churchill così descrive l’incidente nel suo libro Great Contemporaries:

“Cosa ne pensa di Savinkov?” chiese Churchill . L’ex primo ministro zarista fece un gesto di sconforto con le mani: “È un assassino! Non mi do pace di dover lavorare con lui! Ma che cosa si può fare? È un uomo competente, pieno di risorse, deciso. Nessun altro ha le sue doti!”

3. Domenica a Chequers

Nel 1922, con la carestia che imperversava nelle devastate regioni della Russia, sembrava che il crollo imminente del governo sovietico fosse inevitabile. Capi di stato europei, émigré bianchi e oppositori politici nella Russia sovietica erano occupati a stringere patti segreti e a organizzare nuovo governi russi pronti a prendere il potere da un momento all’altro. Si svolgevano intense discussioni su un potenziale dittatore russo. Il capitano Sidney Reilly presentò Savinkov a Winston Churchill.
Per Churchill la personalità di questo “assassino letterato”, come egli lo chiamava, era stata per lungo tempo un interrogativo. D’accordo con Reilly che Savinkov era un uomo “cui si poteva affidare la direzione di grandi imprese”, Churchill decise di presentarlo al primo ministro britannico, Lloyd George. Fu combinato un incontro molto riservato a Chequers, residenza campestre del primo ministro inglese.

La stessa auto portò Churchill e Savinkov a Chequers. “Era domenica,” racconta Churchill in Great Contemporaries. “Il primo ministro stava intrattenendo alcuni pastori della Chiesa Libera ed era circondato da un coro di cantori gallesi arrivati dalla loro terra natale per rendergli omaggi canori. Per parecchie ore essi cantarono graziosamente degli inni gallesi: Dopo avvenne il nostro colloquio”.

Ma a Lloyd George non andava a genio che sul governo britannico cadesse la responsabilità di appoggiare Boris Savinkov. Secondo Lloyd George, “il peggio era passato” in Russia. L’esperimento bolscevico, il controllo socialista delle industrie, era naturalmente destinato al fallimento. I capi bolscevichi “di fronte alle responsabilità reali del governo” avrebbero abbandonato le loro teorie comuniste o “come Robespierre e St. Just [sic],” avrebbero finito col prendersi per i capelli fra loro e perdere il potere. Quanto alla “minaccia mondiale del comunismo,” di cui Churchill e i servizi segreti sembravano così preoccupati, semplicemente non esisteva, aggiunse Lloyd George…

“Signor primo ministro,” osservò Savinkov con il suo fare grave, cerimonioso, quando Lloyd George ebbe finito, “mi conceda l’onore di osservare che dopo la caduta dell’Impero Romano ci fu il Medioevo!”

4. Il processo di Mosca, 1924

Il 21 gennaio del 1924, la morte di Lenin risvegliò in Reilly nuove ardenti speranze. Dalla Russia i suoi agenti lo informavano che gli elementi all’opposizione stavano intensificando i loro sforzi per impadronirsi del potere. All’interno dello stesso Partito Bolscevico si stavano manifestando profondi dissensi e pareva che sorgesse la possibilità di trarre vantaggio da una seria scissione. Secondo Reilly il momento era adatto per vibrare il colpo.

Reilly si era convinto che i suoi vecchi piani di restaurare lo zarismo avevano fatto il loro tempo. La Russia si era allontanata dallo zarismo. Reilly credeva che si dovesse stabilire una dittatura poggiante sui contadini ricchi (i kulaki) e sulle altre forze militari e politiche ostili al governo sovietico. Era convinto che Boris Savinkov fosse l’uomo ideale per instaurare in Russia il tipo di regime instaurato in Italia da Mussolini. La spia britannica viaggiava da una capitale d’Europa all’altra cercando di persuadere i servizi segreti e gli stati maggiori ad appoggiare la causa di Savinkov.

Una delle personalità più in vista che in quei giorni si unirono alla campagna antisovietica fu Sir Henry Wilhelm August Deterding, di origine olandese, cavaliere dell’Impero Britannico e capo del grande cartello internazionale del petrolio Royal Dutch Shell. Deterding era destinato a diventare il principale finanziatore e il portavoce dell’alta finanza della causa antibolscevica.
Grazie agli sforzi di Reilly, il re del petrolio fu coinvolto nel Torgprom, l’organizzazione dei milionari zaristi emigrati. Da Ljanozov e Mantascev a Parigi e da altri membri europei del Torgprom, molto abilmente Deterding fece regolare atto d’acquisto di alcune delle più importanti zone petrolifere dell’Unione Sovietica. All’inizio del 1924 il re del petrolio britannico, non essendo riuscito di assicurarsi il controllo del petrolio sovietico con la pressione diplomatica, si dichiarò “proprietario” del petrolio russo e denunciò il governo sovietico come illegale e al bando del mondo civile. Valendosi delle immense risorse della sua ricchezza, della sua influenza e dei suoi innumerevoli agenti segreti, Sir Henry Deterding dichiarò guerra all’Unione Sovietica, con la manifesta intenzione di assicurarsi il possesso dei ricchi pozzi petroliferi del Caucaso.
L’intervento di Deterding accentuò l’importanza della campagna di Sidney Reilly. La spia britannica stese rapidamente un piano concreto di attacco contro la Russia sovietica e lo sottopose ai membri interessati dei vari stati maggiori europei. Il piano, una variante del piano Hoffmann, prevedeva una doppia azione, politica e militare.
Politicamente, il piano di Reilly prevedeva una controrivoluzione in Russia innescata degli elementi di opposizione segreti in sinergia con i terroristi di Savinkov. Con il consolidarsi della controrivoluzione sarebbe iniziata anche la fase militare: Londra e Parigi avrebbero denunciato formalmente il governo sovietico e riconosciuto Savinkov dittatore della Russia. Le armate bianche stanziate in Jugoslavia e Romania avrebbero attraversato la frontiera sovietica, la Polonia avrebbe attaccato Kiev, la Finlandia assediato Leningrado. Contemporaneamente ci sarebbe stata una rivolta armata nel Caucaso guidata dai seguaci del menscevico Noe Zhordania3. Il Caucaso si sarebbe separato dal resto della Russia, diventando una Federazione Transcaucasica “indipendente” sotto gli auspici anglo-francesi. I pozzi di petrolio e gli oleodotti sarebbero così ritornati ai loro vecchi proprietari e agli alleati stranieri.

Il piano di Reilly ebbe l’approvazione e l’appoggio dei dirigenti antibolscevichi degli Stati Maggiori della Francia, Polonia, Finlandia e Romania. Il Foreign Office dimostrò un interesse speciale per la proposta di separare il Caucaso dalla Russia. Il dittatore fascista Mussolini invitò a uno speciale colloquio a Roma Boris Savinkov. Mussolini desiderava conoscere Il “dittatore russo”. Offrì di fornire passaporti italiani agli agenti di Savinkov per facilitar loro il passaggio della frontiera russa durante la preparazione dell’attacco. Il duce accettò inoltre di raccomandare alle sue legazioni estere e alla sua polizia segreta, l’Ovra di assistere Savinkov in ogni modo. Secondo le parole di Reilly “una grande cospirazione controrivoluzionaria era prossima alla maturazione”.

Il 10 agosto 1924, dopo una lunga discussione finale con Reilly, Boris Savinkov, munito di passaporto italiano, partì per la Russia. Era accompagnato da pochi aiutanti ed elementi fidati delle sue Guardie Verdi. Passato il confine sovietico avrebbe dovuto preparare gli ultimi particolari per la insurrezione generale. Era stata presa ogni precauzione per impedire che Savinkov fosse identificato. Appena entrato nel territorio sovietico avrebbe dovuto incontrarsi con rappresentanti del movimento bianco clandestino, che si erano assicurati la complicità del funzionari sovietici nelle città di confine. Savinkov avrebbe dovuto inviare un messaggio, a mezzo di un corriere segreto, a Rellly, per annunciargli di essere arrivato in Russia sano e salvo.
Passavano i giorni e Savinkov non si faceva vivo. A Parigi, Reilly attendeva con impazienza e apprensione crescenti, impossibilitato di agire finché il corriere non fosse giunto. Passò una settimana, una seconda…

Il 28 agosto la prevista rivolta nel Caucaso scoppiò. All’alba, un distaccamento di uomini di Zhordania attaccarono la città georgiana di Tschiaturi, ancora immersa nel sonno, uccisero gli ufficiali del soviet locale e presero possesso della città. Attacchi terroristici e omicidi avvennero in tutto il Caucaso. Ci furono tentativi di occupare i giacimenti di petrolio…
E infine Reilly scoprì quel che era accaduto a Boris Savinkov. Il 29 agosto 1924 l’Izvestija annunciò che “l’ex terrorista e controrivoluzionario Boris Savinkov” era stato arrestato dalle autorità sovietiche “dopo aver passato clandestinamente la frontiera sovietica”.

Savinkov e i suoi aiutanti avevano attraversato la frontiera in Polonia. Sul suolo sovietico erano stati ricevuti da un gruppo di uomini che essi credettero cospiratori e condotti in una casa a Minsk. Appena giunti era comparso un ufficiale sovietico armato ad annunciare che la casa era accerchiata. Savinkov e i suoi compagni erano caduti in una trappola.

Anche la rivolta nel Caucaso fu sfortunata. Le popolazioni di montagna sulle quali i controrivoluzionari facevano affidamento si schierarono a difesa del regime sovietico. Insieme ai lavoratori degli impianti petroliferi mantennero il controllo delle ferrovie, degli oleodotti e dei giacimenti fino all’arrivo delle truppe sovietiche regolari. Gli scontri continuarono sporadicamente per alcune settimane; alla fine, ma fu chiaro sin dall’inizio che le autorità sovietiche avevano la situazione in pugno. Il 13 settembre 1924 il New York Times scrisse che la rivolta nel Caucaso era stata “finanziata e diretta da Parigi” da “potenti finanzieri” e dagli “ex proprietari dei giacimenti di petrolio di Baku”. Alcuni giorni dopo i resti dell’esercito controrivoluzionario di Zhordania furono accerchiati e fatti prigionieri dalle truppe sovietiche.

L’arresto di Savinkov e il fallimento della congiura costituivano già di per sé un’amara pillola per Sidney Reilly e per i suoi amici; ma il processo pubblico di Savinkov, che fu tenuto poco dopo a Mosca, fu un colpo ancora più duro. Tra l’orrore e lo stupore delle molte personalità di primo piano implicate nella faccenda, Boris Savinkov cominciò a esporre per filo e per segno i particolari della cospirazione. Con grande calma, iniziò con l’informare il tribunale che, fin da quando aveva attraversato il confine sovietico, sapeva che sarebbe caduto in una trappola. “Avete fatto un buon colpo mettendomi dentro,” aveva dichiarato all’ufficiale sovietico che l’aveva arrestato. “A dire il vero, io fiutavo un tranello, ma decisi di venire in Russia ad ogni costo. E vi dirò il perché… Avevo deciso di non più lottare contro di voi!”

Savinkov dichiarò di aver finalmente aperto gli occhi e di aver capito che il movimento antisovietico era futile e sbagliato. Si descrisse davanti al tribunale come un patriota onesto ma sviato, che a poco a poco aveva perduto fiducia nel carattere e negli scopi dei suoi soci.

“Con orrore,” dichiarò, “divenni sempre più convinto che non pensassero alla patria, non al popolo, ma solo agli interessi di classe!” Nel 1918, disse alla corte, l’ambasciatore francese Noulens aveva finanziato la sua organizzazione terroristica segreta in Russia. Noulens gli aveva ordinato di far partire la rivolta di Jaroslavl’ all’inizio del luglio 1918 e gli aveva promesso un appoggio effettivo con l’invio di truppe francesi. La rivolta era scoppiata come previsto, ma il supporto non era arrivato.

“Da dove prendeva i soldi in quel periodo? E in che quantità?” chiese il presidente della corte.
“Ricordo che all’epoca ero completamente disperato,” rispose Savinkov, “perché non sapevo dove avremmo potuto trovare i soldi, quando senza preavviso fummo avvicinati da dei cechi che mi consegnarono una somma di oltre duecentomila rubli-Kerenskij*. All’epoca quei soldi salvarono la nostra organizzazione. […] Ci dissero questo: volevano che quei soldi fossero impiegati per le attività della lotta terroristica. Sapevano che consideravo il terrorismo un mezzo di lotta (non l’ho mai nascosto), lo sapevano e ci diedero soldi insistendo che fossero usati prima di tutto per attività terroristiche”.
Negli anni seguenti, aggiunse, gli fu chiaro in quanto patriota sovietico che gli elementi antisovietici all’estero non si interessavano del movimento in sé, ma unicamente di ottenere i pozzi petroliferi russi e altre ricchezze minerarie. “Mi hanno parlato sovente e con insistenza,” disse a proposito dei suoi consiglieri britannici, “dell’opportunità di costituire una federazione sud-orientale formata dal Caucaso settentrionale e dalla Transcaucasia. Questa Federazione, secondo loro, sarebbe stato soltanto il principio: l’Azerbagian e la Georgia ne avrebbero dovuto far parte in un secondo tempo. Qui si poteva sentire l’odor del petrolio!”

Savinkov descrisse quindi le trattative con Churchill. “Churchill mi ha mostrato una volta la carta della Russia meridionale in cui le posizioni di Denikin e del vostro esercito erano segnate con bandierine. Ricordo ancora la mia indignazione quando andai a trovarlo ed egli mi disse d’improvviso, indicandole bandierine di Denikin : “Ecco il mio esercito!” Non risposi: mi sentivo come inchiodato al suolo. Stavo per uscire dalla stanza, ma poi pensai che se avessi fatto uno scandalo e sbattuto la porta dietro di me, i nostri soldati in Russia sarebbero rimasti senza scarpe”. “Per quale ragione gli inglesi e i francesi vi rifornirono di scarpe, munizioni, mitragliatrici e cosi via?” chiese il presidente della corte. “Ufficialmente, i loro scopi erano molto nobili,” rispose Savinkov. “Noi eravamo alleati fedeli, voi eravate i traditori, eccetera. Ma nello sfondo ecco quello che c’era : al minimo, petrolio che è una cosa di indubbio valore. Tutt’al più, lasciate che i russi si accapiglino tra loro: meno ne rimangono vivi, tanto meglio per noi. Tanto più debole rimarrà la Russia”.

La sensazionale deposizione di Savinkov durò due giorni. Egli raccontò tutta la sua carriera di cospiratore. Fece i nomi dei più noti statisti e finanzieri in Gran Bretagna, Francia e altri paesi europei che lo avevano aiutato. Dichiarò di esserne diventato lo strumento, contro la propria volontà. “Vivevo, per così dire, sotto una campana di vetro. Non vedevo nient’altro che le mie cospirazioni. […] Non conoscevo il popolo. Lo amavo, ed ero disposto a dare la mia vita. Ma i veri interessi del polo, i suoi desideri… potevo averne una minima idea?”

Nel 1923 aveva cominciato ad avvertire un accenno della “grande importanza mondiale” della Rivoluzione bolscevica e aveva deciso di tornare in Russia “per vedere con i miei occhi e sentire con le mie orecchie”.

Il tribunale sovietico condannò Boris Savinkov a morte come traditore della patria, ma grazie alla sua completa e sincera confessione la pena fu commutata in dieci anni di carcere 4. Appena la notizia dell’arresto di Savinkov era giunta a Parigi, insieme a quella ancora più sorprendente del suo atto di contrizione, Sidney Reilly era ritornato precipitosamente a Londra per conferire con i suoi superiori. L’8 settembre 1924, il Morning Post, organo dei tories antibolscevici, pubblicò una lunga e sensazionale dichiarazione di Reilly. Reilly affermava che il processo di Savinkov a Mosca non c’era mai stato. E che che Savinkov era stato ucciso mentre attraversava la frontiera sovietica: Savinkov è stato ucciso mentre tentava di attraversare la frontiera russa, ed una parodia di processo a porte chiuse è stata inscenata dalla Čeka a Mosca5. Reilly difendeva vigorosamente l’onestà di Savinkov come cospiratore antisovietico:

Mi dichiaro onorato di essere stato uno dei suoi amici più intimi e suo seguace devoto, e su me ricade il sacro dovere di difendere il suo onore. […] Ho trascorso con Savinkov i giorni precedenti alla sua partenza per l’Unione Sovietica. Godevo della sua piena fiducia e i suoi piani erano stati elaborati con me di comune accordo.

La dichiarazione di Reilly terminava con un appello al redattore del Morning Post: Sir, mi appello a voi, il cui giornale è sempre stato il campione dichiarato dell’antibolscevismo e dell’anticomunismo, pregandovi di aiutarmi a difendere il nome e l’onore di Boris Savinkov!

Contemporaneamente Reilly inviava a Churchill una lettera riservata, di cui ogni parola era stata accuratamente pesata:

Caro Signor Churchill:

La sciagura toccata a Boris Savinkov ha sicuramente prodotto un’impressione estremamente dolorosa su di Lei. Né io né alcuno dei suoi più intimi amici e collaboratori siamo sin qui riusciti ad avere notizie veramente attendibili sulla sua sorte. È nostra convinzione che egli sia caduto vittima di uno dei più bassi e più audaci intrighi che la Čeka abbia mai inscenato. La nostra opinione è espressa nella lettera che mando oggi stesso al Morning Post. Conoscendo il vostro cortese interesse mi prendo la libertà di unirvene una copia per Sua conoscenza.

Rimango, mio caro signor Churchill, il vostro SIDNEY REILLY

L’autenticità del processo non tardò però ad essere comprovata e Reilly fu obbligato a inviare un’altra lettera al Morning Post.
La lettera diceva: I comunicati stampa, particolareggiati e spesso stenografati, del processo Savinkov, convalidati dalla testimonianza di testimoni oculari degni di fede e imparziali, hanno provato senza possibilità di dubbio il tradimento di Savinkov. Non soltanto egli ha tradito i suoi amici, la sua organizzazione e la sua causa, ma è deliberatamente e completamente passato dalla parte dei suoi ex nemici. Si è reso complice dei suoi carcerieri nell’attacco più forte possibile contro il movimento antibolscevico e ha fornito loro uno straordinario successo politico a uso interno ed esterno. Con il suo atto Savinkov ha cancellato per sempre il suo nome dall’albo d’onore del movimento anticomunista.

I suoi vecchi amici e seguaci deplorano la sua tragica e ingloriosa fine, ma coloro che mai per nessuna ragione verranno a patti con i nemici dell’umanità rimangono incrollabili. Il suicidio morale del loro ex capo è per loro un incentivo a stringere le loro file e a “continuare la lotta”. Il vostro SIDNEY REILLY

Poco dopo, Reilly ricevette un prudente biglietto di Churchill:

CHARTWELL MANOR Westerham, Kent 15 settembre 1924

Caro signor Reilly,

La Sua lettera mi ha molto interessato. Gli avvenimenti hanno preso la piega che mi attendevo. Non credo che Lei debba giudicare Savinkov con eccessiva severità. Egli si trovava in una situazione terribile; e soltanto coloro che hanno superato vittoriosamente una tale prova hanno il diritto di condannarlo. A ogni modo, attendo di conoscere la fine della storia prima di cambiare la mia opinione su Savinkov.

Il vostro W. S. CHURCHILL

La pubblicazione della confessione e della testimonianza di Savinkov imbarazzò oltre ogni dire coloro che avevano assecondato la sua causa in Gran Bretagna. Nel bel mezzo dello scandalo, Reilly fu spedito in tutta fretta negli Stati Uniti. Churchill si ritirò temporaneamente nella sua residenza di campagna nel Kent. Il Ministero degli Esteri britannico si chiuse in un discreto silenzio.
L’epilogo sensazionale doveva ancora venire. Verso la fine dell’ottobre 1924, pochi giorni prima delle elezioni generali in Gran Bretagna, nel Daily Mail di Lord Rothermere veniva annunciato a caratteri cubitali che Scotland Yard aveva scoperto un sinistro complotto sovietico contro la Gran Bretagna. Come prova documentata della congiura il Daily Mail pubblicava la nota “lettera di Zinov’ev”, cioè le pretese istruzioni di Grigorij Zinov’ev, capo russo del Comintern, ai comunisti britannici sul modo di sconfiggere i tories nelle imminenti elezioni.

Era la risposta dei tories alla confessione di Savinkov; ed ebbe il suo effetto. I conservatori vinsero le elezioni ponendosi con un programma violentemente antibolscevico.

          Parecchi anni dopo, Sir Wyndham Childs di Scotland Yard rivelò che in realtà non c’era mai stata nessuna lettera di Zinov’ev. Il documento era un falso e vari agenti stranieri erano implicati nella sua compilazione. Per le origini occorreva risalire nell’ufficio di Berlino del colonnello Walther Nicolaj, ex capo dell’Ufficio Informazioni della Germania imperiale, che ora lavorava in stretta intesa con il Partito Nazista. Sotto la direzione di Nicolaj, una guardia bianca baltica, il barone Uexhuell, che fu poi alla testa dei servizi stampa nazisti, aveva creato nella capitale tedesca un ufficio speciale dove si fabbricavano documenti antisovietici e si dava a queste falsificazioni la diffusione più ampia e la pubblicità più clamorosa.

La consegna della falsa lettera di Zinov’ev al Ministero degli esteri e poi al Daily Mail era stata effettuata, a quanto si diceva, da George Bell, un misterioso agente internazionale. Bell era al soldo del magnate del petrolio anglo americano, Sir Henry Deterding.

 

Capitolo decimo: Alla frontiera finlandese

1. Antibolscevismo a Broadway

 

Una delegazione di russi bianchi si trovava sulla banchina del Nieuw Amsterdam per dare il benvenuto a Sidney Reilly e a sua moglie al loro arrivo negli Stati Uniti nell’autunno del 1924. Fiori, champagne e discorsi infiammati accolsero l’“eroe della crociata antibolscevica”. Reilly non tardò a trovarsi di casa negli Stati Uniti. Un prestito finanziario all’Unione Sovietica veniva largamente discusso. Numerosi affaristi influenti erano favorevoli; il governo sovietico, desideroso di ottenere l’amicizia degli Stati uniti e disperatamente bisognoso di capitali e macchinari per riorganizzare la sua economia devastata, aveva intenzione di fare delle concessioni per ottenerlo.

“C’erano ottime possibilità che i sovietici ottenessero il prestito,” ricordò poi la signora Reilly, “e Sidney era determinato a fare sì che non avvenisse. Gran parte del suo lavoro negli Stati Uniti aveva l’obiettivo di impedire il prestito”.
Riley si gettò immediatamente nella lotta contro quel prestito. Aprì un ufficio in Broadway, che diventò ben presto il quartier generale dei cospiratori antisovietici e russi bianchi negli Stati Uniti. Una voluminosa propaganda antisovietica proveniente dall’ufficio di Reilly incominciò a circolare nel paese, a raggiungere influenti case editrici, giornalisti, insegnanti, uomini politici e d’affari. Reilly intraprese un giro di conferenze per informare il pubblico statunitense della “minaccia del bolscevismo, il pericolo che rappresentava per la civiltà e il commercio del mondo intero”. Ebbe numerosi “colloqui confidenziali” con piccoli gruppi scelti di uomini di Wall Street e con industriali facoltosi in varie città.

“Con letture pubbliche e articoli sulla stampa,” scrisse la signora Reilly, “Sidney lottò contro il finanziamento ai bolscevichi, ed è superfluo aggiungere che, rivelazione dopo rivelazione, scoperta dopo scoperta, la sua vittoria fu completa e il prestito all’Unione Sovietica non si materializzò mai”1.

Sabotare il prestito all’Unione Sovietica non era l’attività principale di Reilly negli Stati Uniti. Lo scopo di Reilly era di creare nel paese un ramo della Lega Internazionale Antibolscevica, che avrebbe dovuto appoggiare potentemente le diverse congiure antisovietiche che egli andava tramando in Europa e in Russia. Altre sezioni della Lega di Reilly erano già all’opera a Berlino, Londra, Parigi e Roma e così pure lungo tutto il cordone sanitario degli stati baltici e balcanici. In Estremo Oriente, a Harbin, in Manciuria, era sorta una sezione della Lega finanziata dal Giappone, diretta dal noto terrorista cosacco, l’ataman Grigorij Semënov. Negli Stati Uniti non esisteva ancora un’organizzazione di tal fatta. Ma esisteva però un’ottima materia prima con cui crearla…
I russi bianchi amici di Reilly presentarono quest’ultimo ai loro finanziatori statunitensi più autorevoli e più ricchi, da cui si attendevano larghi contributi di denaro per finanziare il movimento antisovietico. “Per quel che riguarda il denaro, il mercato per questa specie di imprese si trova qui e soltanto qui,” scrisse quell’anno Reilly in una lettera riservata a uno dei suoi agenti in Europa. “Ma, per ottenere denaro, occorre esser qui con un programma molto preciso e convincente e con prove inconfutabili che la minoranza interessata ha la possibilità di intraprendere e di effettuare entro un ragionevole periodo di tempo la riorganizzazione dell’affare”. La “minoranza interessata” a cui Reilly si riferiva nel suo linguaggio cifrato era il movimento antisovietico in Russia, la “riorganizzazione dell’affare” il rovesciamento del governo sovietico. Reilly aggiungeva:

Con tali premesse, sarebbe possibile avvicinare per primo il più grande produttore di automobili, che potrebbe essere interessato nei brevetti purché gli si dia prova (e non chiacchiere soltanto) che i brevetti hanno possibilità di successo. Una volta conquistato il suo interesse, la questione denaro si può considerare risolta. Secondo le memorie della signora Reilly, il marito si riferiva a Henry Ford.

 

2. L’agente B1

 

Il leader del movimento degli émigré bianchi negli Stati Uniti era un ex ufficiale zarista, il tenente Boris Brasol, ex agente dell’Ochrana che un tempo aveva lavorato come Pubblico Ministero alla Corte Suprema di San Pietroburgo. Era arrivato negli Stati Uniti nel 1916 come rappresentante russo alla conferenza degli Alleati a New York, e in seguito vi era rimasto come agente speciale zarista.

Uomo minuto, pallido, nervoso ed effeminato, con la fronte spaziosa, il naso prominente e lo sguardo accigliato, Brasol aveva fama di violento e prolifico propagandista antisemita. Nel 1913 aveva avuto un ruolo di prima importanza nel caso Beilis, quando la polizia segreta aveva tentato di provare che gli ebrei praticassero rituali omicidi e avessero ucciso un bambino cristiano di Kiev per il suo sangue  2.

Dopo la Rivoluzione Brasol aveva fondato la prima organizzazione cospirativa di russi bianchi negli Stati Uniti, l’Unione degli Ufficiali Militari e Navali Zaristi, composta per la maggior parte da ex membri delle centurie nere. Nel 1918 il gruppo di Brasol aveva stretti contatti con il Dipartimento di Stato, al quale forniva i dati contraffatti e le informazioni erronee sui quali le autorità statunitensi avrebbero basato le loro opinioni in merito ai falsi “documenti di Sisson”3. Dichiarandosi un esperto di affari russi, Brasol riuscì a garantirsi una posizione sicura nei servizi segreti statunitensi. Una delle prime azioni di Brasol, con il nome in codice di “Agente B1”, fu commissionare a Natalie De Bogory, figlia di un ex generale zarista, la traduzione in inglese dei Protocolli dei savi di Sion, la tristemente famosa frode antisemita che era stata usata nella Russia imperiale dalla polizia segreta zarista per provocare pogrom su larga scala contro gli ebrei, e che l’émigré zarista Alfred Rosenberg stava contemporaneamente diffondendo a Monaco. Brasol inserì la traduzione dei Protocolli nell’archivio dei servizi segreti statunitensi come documento autentico che avrebbe “spiegato la Rivoluzione russa”.

Per aumentare il supporto ai russi bianchi e convincere gli statunitensi che la Rivoluzione bolscevica fosse parte di una “cospirazione ebraica internazionale”, Brasol iniziò a far circolare i Protocolli in tutti gli Stati Uniti e completò la frode con i propri scritti. All’inizio del 1921 fu pubblicato a Boston un suo libro, The World at the Crosspath, in cui sosteneva che la Rivoluzione russa fosse stata istigata, finanziata e guidata dagli ebrei. Il rovesciamento dello zar e i successivi sviluppi internazionali, scrisse Brasol, facevano parte di “un sinistro movimento in cui gli ebrei del mondo e il signor Wilson si sono alleati”.
Il 1 luglio 1921 Brasol riuscì dichiarare, in una lettera scritta a un altro émigré bianco negli Stati Uniti, il generale conte Artëmij Čerep-Spiridovič: Nell’ultimo anno ho scritto tre libri che hanno nuociuto agli ebrei più di quanto potessero farlo dieci pogrom.
Čerep-Spiridovič era egli stesso uno straordinario propagandista antisemita, e inoltre riceveva supporto finanziario da un famoso industriale statunitense: il suo nome era Henry Ford. Anche Boris Brasol era in contatto con agenti di Ford, e copie dei

Protocolli furono inviate al magnate dell’auto 4.

 

3. Centurie nere a Detroit

 

Una strana e sinistra alleanza fu stretta negli Stati Uniti tra gli émigré zaristi dalla mentalità feudale e il famoso industriale che aveva sviluppato i metodi produttivi più moderni al mondo…

Alla fine della guerra Henry Ford era un uomo amareggiato e disilluso. Il progetto utopistico della nave della pace, che Ford aveva spedito in Europa durante la guerra, si era rivelato un fiasco incredibile, e come risultato il fabbricante di automobili era stato totalmente ridicolizzato. Inoltre era profondamente dispiaciuto dalle difficoltà che aveva trovato nell’assicurarsi un prestito da Wall Street per la prevista espansione dei suoi affari. Tanto poco istruito quanto talentuoso in fatto di tecnologia, Ford prestò orecchio ai russi bianchi quando vennero da lui e gli dissero che i responsabili dei suoi problemi erano gli ebrei. Come prova del loro assunto presentarono i Protocolli dei Savi di Sion. Dopo aver esaminato attentamente i Protocolli, Ford arrivò alla conclusione che offrissero una spiegazione per tutti i suoi problemi. Decise quindi di dare distribuzione nazionale a quella frode antisemita ristampando i Protocolli nel suo giornale, il Dearborn Independent.

Uno dei risultati fu che aristocratici russi antisemiti, terroristi della Guardia Bianca, membri delle centurie nere responsabili dei pogrom ed ex agenti della polizia segreta zarista, emigrati negli Stati Uniti dopo la Rivoluzione, si presentarono alla fabbrica di Ford a Detroit. Lo convinsero che anche il governo degli Stati Uniti fosse minacciato da un “complotto ebraico” rivoluzionario e che i gruppi liberali statunitensi fossero in realtà dei “fronti ebraici”. Sotto la loro esperta supervisione, nutrita e ricoperta di rispettabilità dalla posizione e dalle ricchezze di Ford, una gigantesca e intricata organizzazione segreta venne fondata per spiare i liberali, promuovere campagne reazionarie e antisovietiche, raccogliere voci antisemite e diffondere propaganda antiebraica negli Stati Uniti.

Il quartier generale dell’organizzazione era alla Ford Motor-Company. I suoi membri avevano numeri in codice speciali: la segretaria privata di Ford, E.G. Liebold, era 121X; W.J. Cameron, direttore del Dearborn Independent, era 122X; Natalie De Bogory, l’assistente di Brasol che aveva tradotto i Protocolli, era 29H.

L’organizzazione di Ford penetrò ogni fase della vita del paese. I suoi agenti erano attivi nei giornali più diffusi, in famose università, nelle industrie e perfino nelle agenzie del governo. Il dottor Harris Houghton, ex membro dei servizi segreti militari, guidò il cosiddetto “servizio di investigazione Ford”, una divisione speciale dell’apparato cospirativo. Il codice di Houghton era 103A. Il compito principale del capo del servizio di investigazione era ottenere informazioni confidenziali sui liberals più famosi per obiettivi di propaganda antisovietica e antisemita. Tra coloro che vennero indagati e messi sulla lista nera del servizio di investigazione vi furono Woodrow Wilson, il colonnello Raymond Robins, il reverendo John Haynes Holmes, Helen Keller, i giudici della Corte Suprema Hughes e Brandeis. Secondo i resoconti segreti dell’organizzazione, queste persone erano strumenti del “complotto ebraico” per sovvertire il governo americano.

 

Le scoperte del servizio di investigazione vennero pubblicizzate dal Dearborn Independent, che allo stesso tempo pubblicava anche i Protocolli dei Savi di Sion. Ecco un esempio dei commenti su Woodrow Wilson:

Quando era presidente, il signor Wilson era molto vicino agli ebrei. Il suo governo, come tutti sanno, era composto in prevalenza da ebrei. In quanto dignitario presbiteriano, il signor Wilson tornava occasionalmente al vecchio modo di pensare cristiano durante i suoi discorsi pubblici, e fu sempre seguito da vicino da censori ebrei.

Un articolo su William Howard Taft si concludeva con questo paragrafo:

Questa è la storia degli sforzi di William Howard Taft per opporsi agli ebrei, e di come essi lo mandarono in rovina Forse vale la pena conoscerla, dato che è diventato un membro di quei “fronti gentili” che gli ebrei usano a propria difesa.

Agenti speciali dell’organizzazione di Ford furono inviati all’estero e viaggiarono migliaia di chilometri per raccogliere calunnie e falsità contro gli ebrei. Uno di quegli agenti, un russo bianco di nome Rodënov, si recò in Giappone per ottenere del materiale di propaganda antisemita speciale dalla colonia di emigrati russi del posto. Prima di lasciare gli Stati Uniti, Rodënov telegrafò a W. Smith, uno dei leader dell’organizzazione di Ford:

Le mie condizioni sono le seguenti: per sei mesi Le fornirò in esclusiva il materiale concordato. Lei anticiperà mensilmente 15.000 dollari americani pagabili alla banca di Yokohama. Pagherà anche il materiale già fornito. Rodënov. Per descrivere la situazione che si era sviluppata alla Ford Motor-Company, Norman Hapgood, celebre giornalista e in seguito ambasciatore in Danimarca, scrisse:

Nell’atmosfera in cui lavoravano gli investigatori di Ford, si parlava di autentici pogrom che sarebbero avvenuti negli Stati Uniti. Nel circolo di Ford stavano crescendo proprio gli esatti sintomi che esistevano in Russia negli anni delle centurie nere. […] Dal punto di vista politico, significava che la storia si stava ripetendo. In questo paese Brasol era il capo degli espatriati russi che cercavano di rimettere i Romanov sul trono, e ciò significava che la persecuzione di Ford si era unita, con la logica degli eventi, alla crociata centenaria che i despoti d’Europa avevano fomentato ripetutamente al fine di infiammare per i loro obiettivi le ignoranti passioni religiose delle masse oscure.

Come Henry Deterding in Gran Bretagna e Fritz Thyssen in Germania, il re statunitense dell’automobile Henry Ford si era immedesimato con l’antibolscevismo mondiale e con il fenomeno fascista in rapido sviluppo. Secondo il New York Times dell’8 febbraio 1923, il vicepresidente della Dieta bavarese, Auer, aveva dichiarato pubblicamente:
La Dieta bavarese è da lungo tempo informata che il movimento di Hitler è stato in parte finanziato da un dirigente antisemita americano, Henry Ford. L’interessamento di Ford per il movimento antisemita bavarese è incominciato un anno fa, quando gli agenti di Ford presero contatto con il noto pangermanista Dietrich Eckart. […] L’agente fece ritorno in America e immediatamente il denaro del signor Ford cominciò ad affluire a Monaco.

Hitler si vanta apertamente dell’appoggio di Ford ed elogia Ford non come un grande individualista, ma come un grande antisemita. Nel piccolo modesto ufficio di via Cornelius a Monaco, dove Adolf Hitler aveva il suo quartier generale, una sola fotografia incorniciata era appesa al muro: era il ritratto di Henry Ford.

 

4. Fine di Sidney Reilly

 

Subito dopo il suo arrivo negli Stati Uniti, Sidney Reilly aveva iniziato a lavorare a stretto contatto con agenti dell’apparato antisemita e antisovietico di Ford. Con la loro assistenza compilò una “lista completa di coloro che lavoravano segretamente per la causa bolscevica”5. Grazie agli sforzi di Reillv, si stabilirono contatti tra il movimento antisemita e antidemocratico degli Stati Uniti e i rami europei ed asiatici della Lega Internazionale Antibolscevica. Fin dalla primavera del 1925 il terreno era preparato per un’organizzazione internazionale di propaganda fascista e per un centro di spionaggio operante sotto la maschera dell’“antibolscevismo”.
Frattanto, Reilly si manteneva in stretto contatto con i suoi agenti in Europa. Riceveva messaggi regolarmente da Reval, da Helsinki, da Roma; Berlino e da altri centri di intrighi antisovietici. La maggior parte di queste lettere indirizzate all’ufficio di Reilly a New York erano cifrate o scritte con inchiostro simpatico sul retro di lettere d’ affari dall’apparenza innocua.
Le comunicazioni contenevano rapporti dettagliati su ogni nuovo sviluppo del movimento antisovietico in Europa. La débâcle di Savinkov aveva temporaneamente demoralizzato una larga parte del movimento. Le guardie verdi si erano frantumate in piccole bande isolate di terroristi e banditi. Gelosie e sospetti reciproci contribuivano a disorganizzare gli altri gruppi antisovietici. Sembrava che la grande controrivoluzione dovesse essere rimandata per un certo periodo di tempo.
“Sidney vide correttamente,” scrive la signora Reilly, “che la controrivoluzione doveva iniziare in Russia, e che tutto il suo lavoro dall’esterno avrebbe creato soltanto una passiva ostilità straniera contro i sovietici. Fu contattato molte volte a nome di organizzazioni di Mosca, com’era stato contattato da Drebkov a Londra, ma agì con cautela…”

Al principio di quella primavera Reilly ricevette una lettera proveniente da Reval in Estonia che lo turbò profondamente. La lettera, cifrata, era di un vecchio amico, il comandante E., che aveva prestato servizio con Reilly nei servizi segreti britannici durante la guerra e che ora era impiegato presso il consolato britannico di uno dei paesi baltici. La lettera datata 24 gennaio 1925 iniziava così:

Caro Sidney,

Due persone mandate da me, i coniugi Krašnoštanov, verranno probabilmente a trovarvi a Parigi. Vi diranno di avere un messaggio per voi dalla California e vi daranno una nota consistente in un poemetto di Omar Khayyām che voi ricorderete. Se volete conoscer meglio i loro affari, potete chiedere loro di restare. Se la faccenda non vi interessa direte loro: “Mille grazie. Addio”.

Nel codice usato dal comandante E. e da Reilly, “Krašnoštanov” significava un agente antisovietico di nome Schultz e sua moglie; “California” significava l’Unione Sovietica e il “poemetto di Omar Khayyām” uno speciale messaggio cifrato. La lettera del comandante E. continuava:

E ora veniamo ai loro affari. Rappresentano una ditta che probabilmente avrà in futuro una grande influenza sul mercato europeo e su quello degli Stati Uniti. Ritengono che il loro giro d’affari potrà avere pieno sviluppo in non meno di due anni, ma si potrebbero produrre circostanze che diano loro lo slancio desiderato nel prossimo futuro. Si tratta di un affare veramente importante e intorno al quale non serve far chiacchiere…

Il comandante E. proseguiva dicendo che un “gruppo tedesco” era molto interessato alla partecipazione all’“affare” e che un

“gruppo francese” e un “gruppo britannico” stavano per entrarvi attivamente. Riferendosi di nuovo alla “ditta” che, secondo le sue indicazioni, operava in Russia, il comandante E. scriveva:

Si rifiutano di rivelare a chiunque il nome dell’uomo che è sta dietro quest’impresa. Posso dirvi solo questo: alcuni dei personaggi principali sono membri dei gruppi di opposizione. Capirete pienamente la necessità della segretezza. […] Io vi presento questo schema pensando che potrà forse sostituire l’altro grande schema sul quale voi lavoravate, ma che è fallito in maniera cosi disastrosa.

Sidney Reilly e sua moglie lasciarono New York il 6 agosto 1925. Il mese seguente arrivarono a Parigi e Reilly cercò subito contatti con gli Schultz, dei quali il comandante E. gli aveva scritto. Essi descrissero la situazione in Russia, dove dopo la morte di Lenin il movimento di opposizione alleatosi con Lev Trockij era stato organizzato in un vasto apparato clandestino, mirante a rovesciare il regime staliniano. Reilly si convinse presto della primaria importanza dei nuovi sviluppi della situazione. Cercò ansiosamente di entrare nel più

breve tempo in contatti personali con i dirigenti della fazione anti-staliniana in Russia. Furono scambiati messaggi attraverso agenti segreti. Infine si concordò che Reilly doveva incontrarsi alla frontiera sovietica con un rappresentante importante del movimento. ReiIly andò a Helsinki per incontrare il Capo di Stato Maggiore dell’esercito finlandese, suo amico personale e membro della sua Lega Antibolscevica, il quale doveva prendere le disposizioni necessarie per far varcare a Reilly la frontiera sovietica.
Poco dopo, Reilly scrisse alla moglie, rimasta a Parigi: “Sta succedendo veramente qualcosa di nuovo, potente e importante in Russia”.
Una settimana dopo, il 25 settembre 1925, Reilly inviò a sua moglie da Viborg, in Finlandia, un biglietto scritto in fretta in cui diceva: È assolutamente necessario che io vada per tre giorni a Pietrogrado e a Mosca. Partirò stanotte e sarò di ritorno qui martedì mattina. Voglio che tu sappia che non avrei mai intrapreso questo viaggio se non fosse stato assolutamente essenziale, e se non fossi stato convinto che non c’è praticamente alcun rischio nell’impresa. Scrivo questa lettera solo per il caso improbabile che mi capiti qualche disavventura. Se dovesse succedere, non devi fare alcuna mossa: potrebbero aiutare un po’ ma finirebbero per allarmare i bolscevichi e rivelare la mia identità. Se per caso dovessi essere arrestato in Russia, potrebbe essere soltanto per qualche accusa insignificante e i miei amici sono abbastanza potenti da ottenere la mia liberazione.

Fu questa l’ultima lettera scritta dal capitano Sidney Reilly dei servizi segreti britannici… Dopo alcune settimane, non avendo ancora ricevuto notizie dal marito, la signora Reilly si mise in contatto con Marie Schultz, complice di Reilly a Parigi. La signora Reilly riferì più tardi nelle sue memorie la loro conversazione: “Quando vostro marito arrivò qui,” le disse la signora Schultz, “gli spiegai esattamente lo stato delle cose circa la nostra organizzazione. Abbiamo dalla nostra parte alcuni dei più importanti funzionari bolscevichi di Mosca, che bramano di farla finita con l’attuale regime, purché possa essere garantita la loro sicurezza”. Il capitano Reilly, continuò la signora Schultz, era stato da principio piuttosto scettico. Disse che l’aiuto estero per una nuova avventura contro l’Unione Sovietica poteva essere cercato soltanto se il gruppo dei cospiratori all’interno del paese avesse una certa forza reale. “Gli assicurai, disse la signora Schultz, “che la nostra organizzazione in Russia era potente, influente e ben collegata”. La signora Schultz proseguì riferendo che l’incontro fra Reilly e i rappresentanti dell’organizzazione cospirativa russa era stato fissato a Viborg, in Finlandia. “Al capitano Reilly, costoro fecero una profonda impressione,” disse, “specialmente il loro capo, un altissimo funzionario bolscevico che nasconde sotto il manto del suo ufficio la più ardente ostilità verso l’attuale regime”.

Il giorno seguente, accompagnati dalle guardie di pattuglia finlandesi, Reilly e i cospiratori russi si erano incamminati verso la frontiera. “Personalmente,” disse la signora Schultz, “andai solo fino alla frontiera per augurar loro buon viaggio”. Rimasero in una capanna sulla riva del fiume fino al cader della notte. “Aspettammo a lungo mentre i finlandesi stavano ansiosamente in ascolto della pattuglia rossa, ma tutto era tranquillo. Infine uno dei finlandesi scese cautamente nell’acqua e, un po’ nuotando, un po’ camminando, attraversò il fiume. Vostro marito lo seguì…” Fu questa l’ultima volta che la signora Schultz vide il capitano Reilly.

Finito il suo racconto, la signora Schultz porse alla signora Reilly il ritaglio dell’Izvestija che diceva:

Nella notte tra il 28 e il 29 settembre, quattro contrabbandieri tentarono di oltrepassare la frontiera finlandese: due furono uccisi, uno, un soldato finlandese, fatto prigioniero e il quarto ferito a morte…

I fatti, come vennero precisati più tardi, furono questi. Reilly aveva passato con successo la frontiera sovietica e parlato con alcuni membri dell’opposizione russa anti-staliniana. Si trovava sulla via del ritorno e in prossimità della frontiera finlandese, quando, insieme alle sue guardie del corpo, fu improvvisamente avvicinato da un’unità delle guardie di confine sovietiche. Reilly e gli altri tentarono di fuggire. Le guardie fecero fuoco. Una pallottola colpì Reilly in fronte, uccidendolo all’istante.
Solo diversi giorni dopo, le autorità sovietiche identificarono il “contrabbandiere” che avevano ucciso. Dopo l’identificazione annunciarono formalmente la morte del capitano Sidney George Reilly. Il Times di Londra pubblicò un necrologio di due righe: “Sidney Reilly ucciso il 28 settembre da truppe della GPU nel villaggio di Allekul, Russia”.

 

  

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Capitolo undicesimo:

 

Ouverture con tamburi di guerra

Una violenta tempesta covava sotto l’apparente calma degli anni intorno al 1925. Enormi territori coloniali e semicoloniali, mossi a nuove speranze di libertà dall’esempio della Rivoluzione russa, si stavano destando al desiderio di diventare libere nazioni e minacciavano di travolgere tutta la gravosa struttura dell’imperialismo coloniale… La tempesta si scatenò nella primavera del 1926. La Rivoluzione si accese in Cina, dove il fronte unico del Kuomintang e delle forze comuniste abbatté la corrotta dittatura di Pechino, regime-fantoccio dell’imperialismo occidentale, e creò una Cina libera. L’avvenimento fu annunciato da un eruzione di propaganda antisovietica furente e esasperata in tutta l’Asia e in tutto il mondo occidentale. La Rivoluzione cinese, la ribellione di centinaia di milioni di uomini oppressi contro l’oppressione straniera e interna fu attaccata violentemente come un diretto risultato di una “cospirazione di Mosca”. L’Imperatore del Giappone si dichiarò subito disposto a fare da “baluardo antibolscevico” in Asia. Incoraggiato dalle potenze occidentali, il Giappone si preparava ad intervenire in Cina per stroncare la Rivoluzione. Il Primo Ministro giapponese, il generale Tanaka, inviò all’Imperatore il suo celebre memoriale segreto in cui definiva gli obiettivi dell’imperialismo nipponico: Per conquistare il mondo, dobbiamo prima di tutto conquistare la Cina; in seguito, tutti gli altri paesi asiatici dei mari del sud ci temeranno e capitoleranno. Allora il mondo capirà che l’Estremo Oriente è nostro. […] Con tutte le risorse della Cina a nostra disposizione, passeremo alla conquista dell’India, dell’arcipelago, dell’Asia Minore, dell’Asia centrale e anche dell’Europa. Ma il primo passo dev’essere l’assedio e il controllo della Manciuria e della Mongolia. […] Presto o tardi dovremo combattere contro l’Unione Sovietica. […] Se desideriamo ottenere in futuro il controllo della Cina, dobbiamo prima di tutto schiacciare gli Stati Uniti1.

Nel marzo 1927 Zhang Zuolin, signore della guerra cinese e strumento dei giapponesi, inscenò un’irruzione nell’ambasciata sovietica a Pechino e annunciò di avere scoperto le prove di una congiura bolscevica contro la Cina. Fu il segnale per l’inizio della controrivoluzione cinese. Incoraggiate dalle offerte giapponesi e anglo-francesi di aiuti, armi e di riconoscimento, le forze del Kuomintang con a capo Chiang Kai-shek spezzarono improvvisamente il fronte unico e attaccarono i loro alleati rivoluzionari. Ne seguì un massacro. Migliaia di lavoratori, studenti e contadini cinesi, sospetti di simpatie liberali o comuniste, presi a Shanghai, Pechino e altrove furono fucilati o imprigionati in campi di concentramento e torturati a morte. La guerra civile sommerse la Cina. Ma la Rivoluzione cinese aveva destato in tutta l’Asia i movimenti latenti per la conquista della libertà. L’Indonesia, l’Indocina, la Birmania e l’India erano in ebollizione. Gli imperialisti, fortemente allarmati, guardarono al Giappone come a un baluardo contro il “bolscevismo”. Contemporaneamente, in Europa, gli Stati Maggiori degli eserciti tirarono di nuovo fuori dai cassetti i vecchi piani della crociata antibolscevica e dell’attacco generale contro Mosca.
Alla conferenza diplomatica internazionale di Locarno, negli anni 1925-1926, i diplomatici anglo-francesi avevano trattato febbrilmente con la Germania per un’azione comune contro l’Unione Sovietica. Il portavoce dei tories britannici, William Ormsby-Gore, aveva descritto la posta in gioco a Locarno con termini chiari e inconfondibili nel suo discorso a Manchester del 23 ottobre 1924:

La solidarietà della civiltà cristiana è necessaria per disperdere le forze più sinistre che siano sorte non soltanto nella nostra vita, ma in tutta la storia europea.

Per come la vedo io, la lotta di Locarno è questa: la Germania deve considerare il suo futuro legato al destino delle grandi potenze occidentali, o si schiererà con la Russia per la distruzione della civiltà occidentale? L’importanza di Locarno è terribile. Significa che, per quanto riguarda il governo tedesco, esso è staccato dalla Russia e rimesso al suo posto nello schieramento occidentale.

In Francia, il presidente del consiglio Raymond Poincaré auspicò pubblicamente un’offensiva militare comune da parte delle potenze europee, compresa la Germania, contro l’Unione Sovietica. A Berlino, la stampa imperialistica e antidemocratica annunciava che era giunta l’ora di schiacciare il bolscevismo. Dopo una serie di riunioni con generali della Reichswehr e industriali simpatizzanti con il partito nazista, il generale Max Hoffmann si recò in fretta a Londra per sottoporre il suo famoso piano al Ministero degli Esteri e a un gruppo scelto di tories e generali. La mattina del 5 gennaio 1926, il London Morning Post pubblicò una lettera straordinaria di Sir Henry Deterding. In essa, Deterding annunciava che erano in preparazione piani di un nuovo intervento bellico contro l’Unione Sovietica.

Prima che sian passati molti mesi, la Russia ritornerà alla civiltà, ma sotto un governo migliore di quello degli zar. […] Il bolscevismo in Russia avrà termine prima della fine di quest’anno; appena sarà finito, la Russia potrà contare sul credito di tutto il mondo e aprire le sue frontiere a tutti coloro che vorranno lavorare. Denaro e credito e, quello che è meglio ancora, mano d’opera entreranno allora in Russia.

Jacques Bainville, notissimo giornalista francese di destra, commentava a Parigi: “Se il presidente della Royal Dutch ha fissato una data per la fine del regime sovietico, è perché ha le sue ragioni per farlo…” Il 3 marzo 1927 il visconte Grey disse alla Camera dei Lord: “Il governo sovietico non è affatto un governo nazionale nel senso ordinario. Non è un governo russo nelle stesso senso in cui il governo francese è francese o il governo tedesco è tedesco”.Il 27 maggio 1927 agenti di polizia e dei servizi segreti irruppero negli uffici dell’Arcos, l’organizzazione commerciale sovietica a Londra. Arrestarono gli impiegati e perquisirono gli uffici, forzando l’archivio e le casseforti, scavando persino buchi nei pavimenti, nei soffitti e nelle pareti in cerca di “archivi segreti”. Non fu trovato nessun documento di natura incriminante, ma il Morning Post, il Daily Mail e altri giornali antisovietici pubblicarono assurde storie sulle “prove” di cospirazioni sovietiche contro la Gran Bretagna, scoperte nella sede dell’Arcos.

Il governo conservatore inglese ruppe le relazioni diplomatiche e commerciali con l’URSS. Nella stessa estate furono compiute perquisizioni nei consolati sovietici e in altre agenzie ufficiali a Berlino e a Parigi. A giugno l’ambasciatore sovietico in Polonia, V. I. Voikov, fu assassinato a Varsavia. Bombe furono gettate a un convegno del partito bolscevico a Leningrado…2 In un’intervista concessa al London Sunday Referee il 21 agosto 1927, il maresciallo Foch indicò chiaramente la meta a cui tutta questa violenza tendeva. “Nel febbraio 1919, nei primi tempi del leninismo,” affermò, “dichiarai alla conferenza degli ambasciatori a Parigi che mi sarei assunto il compito di eliminare una volta per tutte la minaccia bolscevica, se gli stati che circondano la Russia fossero stati riforniti di munizioni e di tutto l’occorrente per la guerra. La mia proposta fu respinta perché si era stanchi della guerra, ma gli anni successivi mostrarono ben presto come avessi ragione”.
Ad Arnold Rechberg, uno dei principali promotori del movimento nazista in Germania, il maresciallo Foch inviò una lettera in cui diceva: Non sono tanto sciocco da credere che si possa permettere a pochi tiranni criminali di governare più di metà del continente e vasti territori asiatici. Ma nulla si potrà fare finché Francia e Germania non saranno unite. Vi prego di trasmettere i miei saluti al generale Hoffmann, il grande protagonista dell’alleanza militare antibolscevica.Tutto era pronto per la guerra.

 

 

Capitolo dodicesimo: Milionari e sabotatori

1. Un incontro a Parigi

Un pomeriggio nel tardo autunno del 1928, alcuni émigré russi immensamente ricchi si incontrarono segretamente nella sala privata di un ristorante sul Grand Boulevard di Parigi. Tutte le precauzioni erano state prese per impedire agli estranei di venire a sapere della faccenda. L’incontro era stato organizzato dai leader del Torgprom, il cartello internazionale dei milionari ex zaristi. I nomi degli uomini presenti erano stati leggendari nella vecchia Russia: G.N. Nobel, N.C. Denisov, Vladimir Rjabušinskij e altri personaggi di eguale fama. Questi émigré milionari si erano riuniti per conferire clandestinamente con due distinti visitatori dall’Unione Sovietica. Il professor Leonid Ramzin, uno dei visitatori, era uno straordinario scienziato russo, direttore dell’Istituto Termo-tecnico di Mosca e membro del Consiglio Economico Supremo. L’altro visitatore, Viktor Laričev, era il segretario della Sezione Carburanti della Commissione di Stato per la Pianificazione. Il professor Ramzin e Laričev si trovavano a Parigi per un viaggio d’affari ufficiale; il vero scopo della loro visita nella capitale francese, in realtà, era di informare i leader del Torgprom sulle attività dell’organizzazione di spie e sabotatori da loro guidata in Unione Sovietica..L’organizzazione di Ramzin e Laričev era chiamata “partito industriale”. Composto in prevalenza da membri della vecchia intelligencija scientifica che aveva costituito una piccola classe privilegiata ai tempi dello zar, il partito industriale aveva circa duemila membri segreti. La maggior parte di essi ricopriva ruoli importanti nell’apparato tecnologico sovietico. Finanziati e diretti dal Torgprom, i membri del partito industriale svolgevano attività spionistiche e di sabotaggio nell’industria sovietica.
Il professor Ramzin fu il primo a parlare all’incontro nel ristorante parigino. Disse al suo pubblico che era stato fatto tutto il possibile per interferire con l’ampio e ambizioso piano quinquennale appena lanciato da Stalin per industrializzare l’Unione Sovietica, un sesto del pianeta. I membri del partito industriale, disse Ramzin, erano attivi in tutte le branche dell’industria sovietica e stavano mettendo in pratica con attenzione tecniche scientifiche e sistematiche di sabotaggio.

“Uno dei nostri metodi,” spiegò il professore agli ascoltatori, “è il metodo degli standard minimi, cioè il massimo ritardo dello sviluppo industriale del paese e il rallentamento del ritmo di industrializzazione. In secondo luogo, c’è la creazione di una sproporzione tra le singole branche dell’economia nazionale e anche tra i singoli settori della stessa branca. E infine c’è il metodo del capitale congelato, cioè investimenti di capitale in costruzioni assurdamente inutili o che si sarebbero potute rimandare, non essendo necessarie al momento”. Il professor Ramzin espresse profonda soddisfazione per i risultati che erano stati ottenuti con il metodo del capitale congelato. “Questo metodo ha portato a un taglio del ritmo di industrializzazione,” disse. “senza dubbio ha abbassato il livello generale della vita economica del paese, creando scontento in larghe fasce della popolazione”. D’altro canto, fece notare Ramzin, c’erano stati anche sviluppi meno promettenti. Un gruppo di membri del partito industriale che lavoravano alle miniere di Šachty era appena stato arrestato dall’OGPU*.

Molti altri, attivi nelle industrie petrolifere e dei trasporti, erano stati anch’essi arrestati. Inoltre, da quando Lev Trockij era stato mandato in esilio e il suo movimento di opposizione si era frantumato, gran parte della vecchia lotta politica e del dissenso interno si era spenta, rendendo così molto più difficili le operazioni del partito industriale. “Abbiamo bisogno di un maggiore supporto da parte vostra,” concluse il professor Ramzin. “ma più di ogni altra cosa, abbiamo bisogno di un intervento armato se i bolscevichi devono essere rovesciati”. Arrivò il turno di N.C. Denisov, presidente della Torgprom. Un rispettoso silenzio si diffuse nel piccolo gruppo quando iniziò a parlare.

“Come sapete,” disse Denisov, “abbiamo conferito con Poincaré e anche con Briand. Per un certo tempo Poincaré ha espresso la sue completa approvazione riguardo all’idea di organizzare un intervento armato contro l’Unione Sovietica e, come ricorderete, durante una delle nostre recenti conferenze ha dichiarato che la questione era già stata presentata allo Stato Maggiore francese. Adesso ho il privilegio di comunicarvi ulteriori informazioni della massima importanza”. Denisov fece una pausa drammatica, mentre il suo pubblico attendeva in tensione. “Vi informo che lo Stato Maggiore francese ha formato una commissione speciale guidata dal generale Joinville per organizzare l’attacco contro l’Unione Sovietica!”1

Ci fu immediatamente un tumulto di commenti entusiasti. Tutti i presenti in quella stanza piena di fumo iniziarono a parlare contemporaneamente. Ci vollero molti minuti prima che Denisov potesse continuare con il suo rapporto sulle attività del Torgprom…

2. Il piano di attacco

Il periodo scelto per l’attacco militare all’Unione Sovietica era la tarda estate del 1929 o al più tardi l’estate del 1930. Le forze militari principali sarebbero state fornite da Polonia, Romania e Finlandia. Lo Stato Maggiore francese avrebbe messo a disposizione gli istruttori militari e possibilmente l’uso delle forze aeree. La Germania avrebbe offerto tecnici e reggimenti volontari, i britannici la marina. Il piano di attacco era un adattamento del piano Hoffmann.

La Romania avrebbe fatto la prima mossa dopo la provocazione di una serie di incidenti di frontiera in Bessarabia. Poi sarebbe intervenuta la Polonia, con il supporto degli stati di frontiera baltici. L’armata bianca di Wrangel, composta da circa centomila uomini, avrebbe attraversato la Romania per unirsi all’armata meridionale nell’intervento. La flotta britannica avrebbe supportato le operazioni nel Mar Nero e nel Golfo di Finlandia. I cosacchi di Krasnov, acquartierati nei Balcani dal 1921, sarebbero sbarcati sulle rive del Mar Nero, nella regione di Novorossisk, si sarebbero mossi lungo il Don fomentando ribellioni nelle comunità cosacche e avrebbero sfondato in Ucraina. Lo scopo dell’operazione sarebbe stato tagliare le comunicazioni tra i giacimenti di carbone del Donec e Mosca, portando così a una crisi nella fornitura di metalli e carburante. Mosca e Leningrado sarebbero state attaccate simultaneamente, mentre l’armata meridionale si sarebbe mossa attraverso i distretti occidentali dell’Ucraina, con il fianco sulla riva destra del Dnepr.

Tutti gli attacchi sarebbero stati compiuti senza dichiarazioni di guerra, con una repidità sorprendente. Sotto quella pressione, si pensava, l’Armata Rossa sarebbe rapidamente collassata e la caduta del regime sovietico sarebbe stata una questione di giorni.

A nome dello Stato Maggiore francese, durante una conferenza organizzata dai leader del Torgprom il colonnello Joinville chiese al professor Ramzim quali possibilità ci fossero di ottenere un’assistenza militare attiva dagli oppositori in Unione Sovietica al momento dell’attacco dall’esterno. Ramzin rispose che gli oppositori, pur isolati e clandestini dopo l’espulsione di Lev Trockij, erano ancora in numero sufficiente a dare supporto.

Il colonnello Joinville raccomandò che il partito industriale e i suoi alleati organizzassero un “ramo militare” speciale, e diede a Ramzin i nomi di numerosi agenti segreti francesi a Mosca che avrebbero potuto aiutarlo a creare quel tipo di organizzazione.
Da Parigi, ancora ufficialmente in viaggio d’affari, il professor Ramzin viaggiò a Londra per incontrare i rappresentanti della Royal Dutch Shell e della Metro-Vickers, il gigantesco cartello britannico delle munizioni dominato dal sinistro Sir Basil Zaharoff, che un tempo aveva grossi investimenti nella Russia zarista. Lo scienziato russo fu informato che, mentre la Francia stava giocando il ruolo principale in quel piano per intervenire in Unione Sovietica, anche la Gran Bretagna era pronta a fare la sua parte. I britannici avrebbero dato supporto finanziario, continuato a esercitare pressioni diplomatiche per isolare i sovietici e messo a disposizione la loro flotta al momento dell’attacco.

Tornato a Mosca, Ramzin mise al corrente gli altri coinvolti nella cospirazione dei risultati del suo viaggio all’estero. Fu accorato che il partito industriale avrebbe operato con due obiettivi: portare l’industria e l’agricoltura al massimo della situazione critica per stimolare il malcontento di massa contro il regime sovietico, e sviluppare un apparato per aiutare direttamente gli eserciti invasori attraverso atti di sabotaggio e terrorismo dietro le linee sovietiche.

I soldi del Torgprom forniti da agenti francesi a Mosca iniziarono a finanziare le attività di sabotaggio in vari settori industriali. Al ramo nell’industria metallurgica arrivarono cinquecentomila rubli; a quello dell’industria petrolchimica trecentomila; a quello tessile duecentomila; a quello del settore elettrico centomila. Periodicamente, a richiesta degli agenti francesi, britannici o tedeschi, i membri del partito industriale e i loro alleati stendevano rapporti speciali di spionaggio sui prodotti e i campi di aviazione, sulla produzione di rifornimenti militari e le industrie chimiche, sulle condizioni delle ferrovie.

Con l’avvicinarsi del momento dell’invasione, le speranze tra gli émigré milionari si fecero alte. Il 7 luglio 1930 uno dei leader del Torgprom, Vladimir Rjabušinskij, pubblicò sul Vzorošdenie, il giornale parigino dei russi bianchi, un articolo sorprendente dal titolo Una guerra necessaria.

“La guerra in arrivo contro la Terza Internazionale per assicurare la liberazione della Russia sarà senza dubbio nominata dal destino la più giusta e profittevole di tutte le guerre,” dichiarava Rjabušinskij. I precedenti tentativi di intervento in Russia, aggiungeva, avevano fallito o erano stati abbandonati perché erano troppo costosi per essere realizzati. “Nel 1920 e fino al 1925, gli specialisti si aspettavano di ottenere questi obiettivi nell’arco di sei mesi con un esercito di un milione di uomini. Si calcola che la spedizione sia costata in totale cento milioni di sterline”. Ma ora, diceva l’émigré milionario, gli investimenti necessari ad abbattere il regime sovietico sarebbero stati notevolmente inferiori a causa della politica interna e delle difficoltà economica in Unione Sovietica:

Probabilmente cinquecentomila uomini e tre o quattro mesi sarebbero sufficienti a finire il lavoro senza interruzioni. La distruzione definitiva delle bande comuniste richiederebbe, ovviamente, un po’ più di tempo, ma quella è una cosa che riguarda il lavoro della polizia più che le operazioni militari.

Rjabušinskij elencava poi i numerosi benefici “commerciali” che sarebbero derivati da un’invasione della Russia. Un’economia russa prospera controllata da uomini come lui, sosteneva, avrebbe garantito l’“afflusso annuale verso il sistema economico europeo di quella ricchezza sotto forma della domanda di vari tipi di merci”, che avrebbe portato alla “cancellazione dell’esercito dei cinque milioni abbondanti di disoccupati in Austria, Germania e Gran Bretagna”. La crociata antisovietica era ovviamente “un’impresa grande e sacra e il dovere morale dell’umanità”. Ma dimenticandosi di questo aspetto e guardando alla cosa “dal punto di vista più semplice, nudo e crudo, senz’anima e puramente commerciale,” Rjabušinskij fece notare:

Possiamo dichiarare con sicurezza che non c’è un’impresa al mondo più giustificata dal punto di vista commerciale, o più profittevole, di quella che riguarda l’emancipazione della Russia. Spendendo un miliardo di rubli, l’umanità riceverà in cambio non meno di cinque miliardi, cioè il 500% ogni anno, con la prospettiva di un ulteriore incremento nel tasso di profitto di un altro 100 o 200%. Dove potreste fare affari migliori?

3. Uno sguardo dietro le quinte

Uno sguardo ad alcuni degli incredibili complotti antidemocratici e antisovietici tramati in quegli anni nel sottobosco della diplomazia e della finanza europea venne accidentalmente rivelato in Germania alla fine degli anni Venti…
Nel corso di un’investigazione di routine a Francoforte, i detective della polizia tedesca erano incappati per caso in una grande quantità di banconote sovietiche (červonec) contraffatte nascoste in un magazzino, impacchettate in enormi rotoli e pronte per essere spedite in Unione Sovietica. Il processo che ne seguì, conosciuto come il “processo červonec”, suscitò un clamore internazionale. Prima della fine, i nomi di molte eminenti personalità europee erano stati fatti davanti alla corte. Tra i coinvolti c’erano Sir Henry Deterding e il suo misterioso agente Georg Bell, il magnate del petrolio zarista Nobel, l’industriale bavarese filonazista Willi Schmidt e il famoso generale Max Hoffmann, che morì poco dopo la fine del processo. Gli imputati al processo, accusati di aver falsificato banconote sovietiche, erano Bell, Schmidt e due cospiratori antisovietici georgiani un tempo legati a Noe Zhordania, Karumidze e Sadathierashvili. Con l’avanzare del processo, si scoprì che l’obiettivo degli imputati era inondare il Caucaso di banconote false per creare tensione politica e disordini in Unione Sovietica. “I fattori economici,” sottolineò il giudice, “come i pozzi di petrolio e le miniere, sembrano avere un ruolo dominante in questo intrigo”. Divenne subito chiaro che la contraffazione di banconote era soltanto l’inizio di una gigantesca cospirazione. Willi Schmidt, l’industriale filonazista, testimoniò che il suo interesse principale era “sopprimere il comunismo in Germania,” e che pensava che fosse necessario rovesciare prima il regime sovietico in Russia. Ammise di aver pagato le spese del generale Hoffmann quando quest’ultimo si era recato a Londra nel 1926 per presentare al Ministero degli Esteri britannico una copia del suo piano di alleanza franco-tedesco-britannica contro la Russia. Schmidt disse che aveva “la massima fiducia nel generale Hoffmann, per il suo carattere personale e per i suoi legami con i grandi interessi petroliferi in Gran Bretagna”.
Il cospiratore georgiano, Karumidze, identificò i “grandi interessi petroliferi” con quelli di Sir Henry Deterding, il principale finanziatore della cospirazione.

Ulteriori testimonianze stabilirono che potenti gruppi finanziari e politici tedeschi, francesi e britannici avevano elaborato un complesso piano per separare il Caucaso dall’Unione Sovietica come mossa preliminare per scatenare una guerra generale contro la Russia. Erano stati fondati cartelli per lo “sfruttamento economico dei territori liberati”. La Germania avrebbe fornito truppe, tecnici e armi. I gruppi anglo-francesi avrebbero esercitato pressione diplomatica sulla Romania e la Polonia per assicurarsi la loro partecipazione alla crociata…Un documento che avrebbe potuto “mettere a repentaglio la sicurezza dello stato tedesco se reso pubblico” venne letto alla corte durante la camera di consiglio. Si disse che ne fosse coinvolto il Comando Supremo tedesco.
Il processo stava diventando pericoloso. “Anche se il Ministero degli Esteri [tedesco] e l’ambasciata britannica dichiarano che nulla sarà nascosto al pubblico,” scrisse il New York Times il 23 novembre 1927, “è ormai chiaro che la polizia ha ordinato di mettere a tacere l’intero affare”.

Il “processo červonec” ebbe un finale improvviso e straordinario. Dato che le banconote non avevano mai circolato, essendo state sequestrate dalla polizia prima di essere distribuite, la corte tedesca dichiarò che non era stata commessa una contraffazione nel senso stretto del termine. Anche se la falsificazione delle banconote sovietiche era provata, la corte sostenne che i falsari e i loro complici “erano guidati da motivi politici non personali e meritevoli di assoluzione”. I cospiratori imputati lasciarono il tribunale da uomini liberi.

I riferimenti a quel caso sensazionali scomparvero dai giornali dopo una dichiarazione pubblica di Sir Henry Deterding:
È vero che conoscevo il generale Hoffmann. Lo ammiravo come soldato e condottiero. Sfortunatamente ora è morto e non può difendersi. Ma lo difenderò io. […] Il generale Hoffmann era un nemico implacabile del bolscevismo. Aveva lavorato anni a un progetto per unire le grandi potenze contro la minaccia russa. […] Il fatto che fosse favorevole a una guerra contro Mosca è noto a ogni studnete di politica post-bellica. È davvero un peccato che sia morto, perché avrebbe saputo cosa rispondere ai suoi calunniatori.

4. La fine del mondo

L’attacco pianificato all’Unione Sovietica fu rimandato dal 1929 all’estate del 1930. La ragione data nei circoli dei russi bianchi era “l’impreparazione francese”, ma era generalmente noto che tra i vari gruppi erano emersi “disaccordi sulle sfere di influenza nei territori liberati”. I gruppi britannici e francesi rivaleggiavano per il controllo del Caucaso e dei giacimenti di carbone del Donec, ed entrambi si opponevano alla Germania a proposito dell’Ucraina. Nonostante ciò Henry Deterding, il vero leader del movimento, riteneva con ottimismo che queste divergenze potessero essere risolte e previde con sicurezza l’inizio della guerra per l’estate del 1930.Il 15 giugno 1930, in risposta alla lettera di un russo bianco, che lo ringraziava del denaro ricevuto, Deterding scriveva:

Se desiderate veramente esprimere la vostra gratitudine, vi chiederei questo: cercate di essere, nella nuova Russia che risorgerà entro pochi mesi, uno dei migliori figli della vostra patria.

Nel mese seguente Sir Henry Deterding fu l’oratore principale alla celebrazione del decimo anniversario della fondazione della Scuola Normale Russa a Parigi, un’accademia militare per i figli degli ufficiali e nobili russi bianchi. Alla cerimonia assistettero principi e principesse zaristi emigrati, vescovi, generali, ammiragli e ufficiali di gradi minori. Al loro fianco stavano membri altolocati dell’esercito francese in grande uniforme.

Deterding esordì dicendo ai convenuti che non c’era nessun bisogno di ringraziarlo dell’aiuto da lui prestato alla loro opera, perché stava compiendo solo il suo dovere verso la civiltà occidentale. Rivolgendosi a un gruppo di giovani russi bianchi in uniforme disse :

Dovete avere fiducia in voi stessi. Dovete ricordare che tutto il vostro lavoro e le vostre attività vi riporteranno nella vostra patria nativa, il suolo russo. La speranza di una pronta liberazione della Russia, che ora sta soffrendo una calamità nazionale, cresce e diventa ogni giorno più forte. L’ora dell’emancipazione della vostra grande patria è vicina.

Tutti i presenti, gli ufficiali francesi non meno entusiasticamente dei russi bianchi, applaudirono la dichiarazione successiva di Sir Henry: La liberazione della Russia avverrà molto prima di quello che noi tutti pensiamo. Potrebbe trattarsi addirittura di pochi mesi!

In mezzo a tutti questi preparativi di guerra sopraggiunse un’interruzione inattesa e catastrofica: la crisi mondiale.
Il 18 dicembre 1930 Benito Mussolini descrisse gli effetti sull’Europa di quell’evento senza precedenti: La situazione in Italia era soddisfacente fino all’autunno del 1929, quando il mercato americano è esploso all’improvviso come una bomba. Per noi poveri provinciali europei è stata una grande sorpresa. Siamo rimasti stupefatti, come il mondo all’annuncio della morte di Napoleone. […] All’improvviso quella scena meravigliosa è collassata e abbiamo avuto una serie di brutte giornate. Le azioni hanno perso il 30, 40, 50% del loro valore. La crisi diventava sempre più profonda. […] Da quel giorno siamo stati ributtati in alto mare, e da quel giorno la navigazione è diventata estremamente difficile per noi.

Disoccupazione, fame, demoralizzazione delle masse e miseria furono inevitabilmente legate al crollo economico che, iniziatosi a Wall Street, presto travolse come un uragano l’Europa e l’Asia, sconvolgendo tutti i paesi che avrebbero dovuto costituire la Santa Alleanza contro il bolscevismo. Grandi banche e grandi consorzi industriali crollavano quasi giornalmente; i piccoli risparmiatori furono rovinati; gli operai gettati sul lastrico. Mentre milioni di persone soffrivano la fame più terribile, il grano marciva nei silos strapieni; il grano in eccedenza veniva riportato nei campi; il caffè veniva usato per alimentare le fornaci, il pesce rigettato nel mare. Il mondo non era più in grado di pagare le merci che aveva prodotto in sovrabbondanza. Tutto un sistema di distribuzione economica era crollato.

Nei primi mesi del 1931, Sir Montagu Norman, governatore della Banca d’Inghilterra, scrisse a M. Moret, governatore della Banca di Francia: “Il sistema capitalistico di tutto il mondo civile sarà rovinato entro un anno se non saranno prese misure drastiche per salvarlo”. Un mondo era crollato e fra le terrificanti rovine intere nazioni di esseri umani esterrefatti si aggiravano come anime sperdute.

Nell’Estremo Oriente, il Giappone vide che l’occasione propizia era giunta. La prima fase del memoriale di Tanaka divenne operativa.
Nella notte del 18 settembre 1931, le forze militari giapponesi invasero la Manciuria. Le armate cinesi del Kuomintang, ancora impegnate in una guerra civile contro i comunisti cinesi, furono colte di sorpresa e opposero scarsa resistenza. Il Giappone occupò tutta la Manciuria “per salvare la Cina dal bolscevismo”. La seconda guerra mondiale era cominciata, ma non proprio secondo i progetti.

 

 

Capitolo tredicesimo: Tre processi



1. Il processo al partito industriale

L’unico paese non colpito dalla crisi industriale fu la sesta parte del pianeta che era stata deliberatamente esclusa dagli affari mondiali dal 1917, l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche. Mentre il resto del genere umano si dibatteva nella morsa della crisi, l’Unione Sovietica era alla prese con la più grande espansione economica e industriale della storia. Il primo piano quinquennale di Stalin stava galvanizzando la vecchia Russia verso imprese di lavoro creativo senza precedenti. Intere città furono innalzate in aride steppe; nuove miniere e fabbriche sorgevano in un lampo. Milioni di contadini si trasformarono dalla sera alla mattina in lavoratori qualificati, ingegneri, scienziati, dottori, architetti ed educatori. In pochi anni si compirono i progressi di secoli; i mužiki, i cui antenati si erano tormentati le schiene con falci e zappe primitive e su aratri di legno, ora mietevano sul suolo fertile con trattori e mietitrebbie e combattevano i parassiti del grano con insetticidi chimici sparsi da aeroplani. All’interno di questo gigantesco sforzo rivoluzionario, un’intera generazione sovietica che non aveva mai conosciuto il degrado della tirannia zarista diventava adulta.

Allo stesso tempo, il governo sovietico colpì duramente i nemici interni. Una serie di tre processi svelò e distrusse l’intrigo del Torgprom, che rappresentava l’ultimo grande tentativo degli imperialisti anglo-francesi e dei controrivoluzionari in Russia.
Il 28 ottobre 1930 il professor Ramzin, insieme a molti altri leader e membri del partito industriale, furono scoperti e arrestati. Perquisizioni dell’OGPU furono compiute simultaneamente in tutta l’Unione Sovietica, e membri dei movimenti clandestini socialisti-rivoluzionari, menscevichi e delle guardie bianche vennero arrestati insieme a numerosi agenti segreti polacchi, francesi e romeni.

Il processo ai leader del partito industriale si svolse di fronte alla Corte Suprema sovietica a Mosca e durò dal 25 novembre al 7 dicembre 1930. Gli otto imputati, tra i quali il professor Ramzin e Viktor Laričev, furono accusati di aver aiutato i cospiratori stranieri contro l’Unione Sovietica, di aver svolto attività spionistiche e di sabotaggio e di aver complottato per rovesciare il governo sovietico. Messi di fronte alle prove che gli agenti segreti sovietici avevano raccolto contro di loro, gli accusati cedettero uno dopo l’altro e ammisero le loro colpe. Le loro testimonianze fornirono non solo tutti i dettagli sulle attività di spionaggio e sabotaggio, ma coinvolsero anche Sir Henry Deterding, il colonnello Joinville, Leslie Urquhart, Raymond Poincaré e altri eminenti militari, uomini di stato e affaristi europei che avevano supportato il partito industriale e il Torgprom.
Cinque degli imputati, tra i quali Ramzin e Laričev, furono condannati al massimo della pena, la fucilazione, come traditori del loro paese. Gli altri tre, tecnici che avevano operato seguendo gli ordini, furono condannati a dieci anni di prigione1.

2. Il processo ai menscevichi

Poco dopo la débâcle del partito industriale, le autorità sovietiche colpirono di nuovo. Il 1° marzo 1931 quattordici membri di un’estesa rete di sabotatori composta da ex menscevichi furono messi sotto processo di fronte alla Corte Suprema di Mosca 2.
Tra gli imputati al processo contro i menscevichi c’erano numerosi ufficiali di alto rango membri di agenzie amministrative e tecniche di vitale importanza. Durante i primi giorni del regime sovietico quei menscevichi avevano finto di rinunciare alla loro ostilità contro i bolscevichi. Cooperando con il partito industriale e altri elementi segreti antisovietici, si erano infiltrati in nell’apparato statale. Uno dei cospiratori menscevichi, Groman, si era assicurato una posizione di prestigio nell’ufficio sovietico di pianificazione industriale (Gosplan) e aveva tentato di sabotare il primo piano quinquennale fissando stime scorrette e abbassando gli obiettivi di produzione nelle industrie vitali.

Tra il 1928 e il 1930 l’“ufficio federale”, il comitato centrale dell’organizzazione menscevica segreta, ricevette un totale di circa mezzo milione di rubli dalle fonti estere. Il contribuente principale era il Torgprom, ma anche altri gruppi antisovietici fecero donazioni considerevoli e mantennero contatti ravvicinati con loro. I  menscevichi erano fortemente supportati dalla Seconda Internazionale, l’organizzazione internazionale dei lavoratori controllata dai socialdemocratici e i socialisti antisovietici.
Secondo gli imputati, il contatto con i circoli stranieri antisovietici era l’ex leader menscevico Rafail Abramovič, fuggito in Germania dopo la Rivoluzione. Uno dei leader della cospirazione, Vasilij Šer, dichiarò:

Nel 1928 Abramovič rientrò dall’estero. Noi membri dell’ufficio federale eravamo stati avvisati in anticipo del suo viaggio. […]
Abramovič fece notare la necessità di concentrare il peso principale del lavoro sui gruppi di dipendenti sovietici con più responsabilità. Fece notare anche che quei gruppi dovevano essere uniti e si doveva aumentare il ritmo delle attività di disorganizzazione.
Un altro cospiratore menscevico, Lazar Salkind, disse alla Corte: Abramovič arrivò alla conclusione che era necessario iniziare con i metodi di sabotaggio attivo nelle varie branche del sistema economico sovietico, per disorganizzare la politica economica agli occhi delle masse operaie e contadine. Il secondo pilastro della lotta contro il potere sovietico era l’intervento militare, ci disse Abramovič 3. Il 9 marzo 1931 la Corte Suprema sovietica emise il verdetto. I menscevichi imputati furono condannati a pene detentive che andavano dai 5 ai 10 anni.

3. Il processo agli ingegneri della Vickers

Alle nove e mezza di sera dell’11 marzo 1933 sferrò l’attacco finale a ciò che restava della cospirazione del Torgprom. Agenti dell’OGPU arrestarono a Mosca sei ingegneri britannici e dieci russi, tutti di pendenti della sede moscovita della compagnia elettrica britannica Metropolitan-Vickers. Gli arrestati erano accusati di aver svolto attività di spionaggio e sabotaggio agli ordini dei servizi segreti britannici.

Il rappresentante della Vickers a Mosca, il capitano C.S. Richards, era rientrato a Londra di tutta fretta poco prima degli arresti. Richards aveva lavorato come agente segreto in Russia sin dal 1917 quando, al comando della sezione di spionaggio locale, aveva preso parte a una serie di intrighi antisovietici prima dell’occupazione alleata di Archangel’sk. Sotto la direzione di Richards, la sede moscovita della Metro-Visckers era presto diventata il centro delle operazioni dei servizi segreti britannici in Russia.
Tra i “tecnici” britannici arrestati dalle autorità sovietiche c’era l’ex vicecomandante di Richards nella spedizione di Archangel’sk, Allan Monkhouse. Dichiaratosi estraneo a ogni accusa, Monkhouse ammise tuttavia di aver lavorato con Richards e dichiarò: Il signor Richards e io ci incontrammo nel 1917 a Mosca e in seguito ad Archangel’sk, dove ricopriva il ruolo di capitano sei servizi segreti. Mi è noto che il signor Richards si trovava a Mosca nell’aprile o maggio 1918. Non so i motivi per cui venne a Mosca, ma mi disse che all’epoca aveva attraversato in segreto la frontiera con la Finlandia. Nel 1923 fu nominato direttore della compagnia elettrica Metropolitan-Vickers. Nello stesso anno andò a Mosca per i negoziati sulla fornitura di equipaggiamenti.

Monkhouse era stato rimandato in Russia nel 1924 per lavorare agli ordini di Richards alla sede di Mosca della Vickers.
Leslie Charles Thornton, un altro dei dipendenti della Vickers arrestati, che era stato mandato a Mosca come capo ingegnere edile, era figlio di un ricco industriale tessile zarista e cittadino russo di nascita. Aveva preso la cittadinanza inglese dopo la Rivoluzione ed era diventato un agente dell’intelligence britannica. Due giorni dopo il suo arresto, Thornton scrisse e firmò una deposizione in cui dichiarava:

Tutte le nostre operazioni di spionaggio in territorio sovietico sono dirette dai servizi segreti britannici attraverso il loro agente C.S. Richards, che lavora come direttore amministrativo della Metropolitan-Vickers Electrical Export Company.
Le operazioni di spionaggio in territorio sovietico erano dirette da me e da Monkhouse, rappresentante della suddetta compagnia britannica; entrambi lavoriamo, come da accordi ufficiali con il governo sovietico, come appaltatori per la produzione di turbine e impianti elettrici e per la fornitura di supporto tecnico. Secondo le istruzioni datemi da C.S. Richards, i membri del personale britannico furono gradualmente cooptati dall’organizzazione spionistica dopo il loro arrivo in territorio sovietico e istruiti secondo necessità. L’“ingegnere” William MacDonald ammise anch’egli le accuse e dichiarò:

Il comandante dell’operazione di spionaggio, nascosto dietro lo schermo della Metropolitan-Vickers, era il signor Thornton, che lavorava a Mosca come capo ingegnere edile. Il capo della rappresentanza era il signor Monkhouse, anche lui affiliato alle attività illegali di Richards. L’assistente del signor Thornton durante gli spostamenti e suo complice nel lavoro di spionaggio era l’ingegnere Cushny, ufficiale dell’esercito britannico e ora ingegnere della compagnia Metropolitan-Visckers. Questo è il principale gruppo di intelligence che ha svolto il lavoro di spionaggio in Unione Sovietica.

L’arresto degli “ingegneri” della Vickers fornì l’occasione per un’immediata tempesta di proteste antisovietiche in Gran Bretagna. Il primo ministro Stanley Baldwin, senza aspettare di conoscere le accuse e le prove del caso, dichiarò categoricamente che i britannici arrestati erano del tutto innocenti. I parlamentari conservatori chiesero di nuovo la chiusura di tutte le relazioni commerciali e diplomatiche con Mosca. L’ambasciatore britannico in Unione Sovietica e amico di Henry Deterding, Sir Esmond Ovey, si precipitò al Ministero degli Esteri sovietico e disse a Maksim Litvinov che i prigionieri dovevano esser immediatamente rilasciati senza processo per evitare “gravi conseguenze nelle relazioni reciproche”.
Quando finalmente il processo iniziò, il 12 aprile, nella sala blu del vecchio Noble’s Club di Mosca, il Times scrisse di una “corte affollata e piegata agli accusatori”. Il 16 aprile l’Observer descrisse il processo come “un’ordalia condotta in nome della giustizia ma in cui non c’è traccia di alcun procedimento giudiziario conosciuto alla civiltà”. Il Daily Express del 18 aprile descrisse così il pubblico ministero Vyšinskij: “Il russo dai capelli color carota e la faccia rossa sputò insulti […] e batté sul tavolo”. La stessa settimana l’Evening Standard descrisse l’avvocato difensore sovietico Braude come “quella sorta di ebreo che si potrebbe incontrare ogni sera in Shaftsbury Avenue”.

Al pubblico britannico fu lasciato intendere che non si stava svolgendo un autentico processo agli accusati, e che gli ingegneri britannici erano soggetti alle più spaventose torture per estorcere loro delle confessioni. Il 20 marzo il Daily Express aveva esclamato: “I nostri compatrioti sono sottoposti agli orrori delle prigioni sovietiche!” Il Times del 17 aprile dichiarò: “Si avverte molta incertezza riguardo a ciò che sta succedendo a MacDonald in prigione tra una seduta e l’altra della corte. Chi conosce i metodi della Čeka pensa che la sua vita sia in pericolo”. Il Daily Mail di lord Lothermere, che pochi mesi dopo sarebbe diventato l’organo semi-ufficiale del Partito Fascista Britannico di Sir Oswald Mosley, informò i lettori di una strana “droga tibetana” usata dall’OGPU per annientare la volontà delle sue “vittime”.

Tutti gli imputati britannici, comunque, rivelarono in seguito di essere stati trattati con grande cortesia e considerazione dalle autorità sovietiche. Nessuno di loro era stato soggetto ad alcuna forma di coercizione, metodi di terzo grado o violenze. Allan Monkhouse, che continuò garbatamente a negare di essere stato a conoscenza delle attività dei suoi colleghi anche di fronte a una montagna di prove, dichiarò al London Dispatch del 15 marzo a proposito degli accusatori dell’OGPU:

Erano straordinariamente gentili con me e fin troppo ragionevoli negli interrogatori. I miei esaminatori sembravano uomini di prim’ordine capaci di fare il loro lavoro. La prigione dell’OGPU è all’avanguardia in efficienza, completamente pulita, ordinata e ben organizzata. Questa è la prima volta che mi arrestano, ma ho visitato le prigioni inglesi e posso dichiarare che quelle dell’OGPU sono molto superiori. […] Gli ufficiali dell’OGPU erano molto interessati alla mia sicurezza.

Ciononostante, sotto la pressione dei tories il governo britannico impose un embargo di tutte le importazioni dall’Unione Sovietica e gli scambi tra i due paesi vennero fermati. Il 15 aprile, dopo un colloquio privato con i rappresentanti britannici a Mosca, Leslie Thornton ritrattò improvvisamente la sua confessione firmata. Durante il processo ammise che i fatti che aveva descritto erano sostanzialmente corretti, ma dichiarò che la parola “spia” era sbagliata. Cercando di spiegare perché avesse usato quella parola in precedenza, Thornton disse che durante la confessione era “emozionato”. Interrogato la pubblico ministero Vyšinskij, ammise di aver confessato “di sua volontà”, “senza pressione o coercizione”, e testualmente:

Vyšinskij: Non fu distorto nulla?

Thornton: No, non avete cambiato nulla.

Vyšinskij: Ma forse lo ha fatto Roginskij [assistente del procuratore]?

Thornton: No.

Vyšinskij: Forse l’OGPU?

Thornton: No, l’ho firmata di mio pugno.

Vyšinskij: E con la testa? Quando ha firmato rifletteva e pensava?

Thornton: (Non risponde).

Vyšinskij: E adesso cosa pensa?

Thornton: Al momento la penso diversamente.

Dopo un colloquio privato con i rappresentanti britannici, William MacDonald ritrattò anch’egli la sua confessione. Poi, di fronte alle prove raccolte dalle autorità sovietiche, cambiò di nuovo idea e si dichiarò colpevole. Le sue ultime parole alla corte furono: “Ho ammesso la mia colpa e non ho altro da aggiungere”.

Il 18 aprile la Corte Suprema sovietica pronunciò il suo verdetto. Con una eccezione, tutti gli imputati russi furono giudicati colpevoli e condannati a pene detentive che andavano da tre a dieci anni. L’imputato britannico Albert Gregory fu assolto perché le prove a suo carico erano insufficienti. Gli altri cinque ingegneri britannici furono dichiarati colpevoli. Monkhouse, Nordwall, e Cushny furono espulsi dall’Unione Sovietica. Leslie Thornton e William MacDonald furono condannati rispettivamente a due e tre anni di carcere.

Le sentenze erano miti e il processo fu chiuso di fretta. Il governo sovietico era riuscito nel suo intento di smantellare i resti della cospirazione del Torgprom e il centro dell’intelligence britannica in Russia. Fu raggiunto un compromesso reciproco tra il governo sovietico e quello britannico: gli scambi ripresero e i condannati, compresi Thornton e MacDonald, furono rimandati in Gran Bretagna. Un fenomeno molto più pericoloso per l’Unione Sovietica dell’ostilità dei tories britannici era sorto all’orizzonte politico internazionale. Adolf Hitler aveva preso il potere in Germania.

 

Capitolo quattordicesimo: Fine di un’era

Il mito propagandistico della “minaccia del bolscevismo” aveva portato al potere il nazismo. Con il pretesto di salvare la Germania dal comunismo, Adolf Hitler da oscuro caporale austriaco e spia della Reichswehr era assurto a Cancelliere del Reich. Nella notte del 27 febbraio 1933, Hitler si mise ancor più in luce con un supremo atto di provocazione: l’incendio del Reichstag. Hitler dichiarò che questo incendio (causato in realtà dagli stessi nazisti) era il segnale di un’insurrezione comunista contro il governo tedesco. Con questo pretesto i nazisti proclamarono lo stato di emergenza, imprigionarono o assassinarono i dirigenti antifascisti e distrussero i sindacati. Dalle rovine fumanti del Reichstag Hitler sorse come Führer del terzo Reich.
Il terzo Reich sostituì la controrivoluzione bianca zarista nella sua funzione di baluardo mondiale di reazione antidemocratica. Il nazismo fu l’ apoteosi della controrivoluzione, dotata delle tremende risorse industriali e militari dell’imperialismo tedesco rinascente. Il suo credo politico fu la risurrezione degli oscuri odi e delle premesse finanziarie dello zarismo. Le sue SA, le vecchie “centurie nere” redivive, furono innalzate alla dignità di un regolare organizzatore militare. I pogrom su vasta scala e lo sterminio di intere popolazioni facevano parte del programma ufficiale del governo del terzo Reich. I Protocolli dei savi di Sion fornirono l’ideologia nazista. I capi nazisti erano i discendenti spirituali del barone Wrangel e di Ungern, gli uomini del terrore bianco in Russia. I quindici anni di fittizia pace e di segreta guerra contro la democrazia e il progresso, condotta sotto l’insegna dell’“antibolscevismo” avevano dato i loro inevitabili frutti. Le fiamme che divorarono il Reichstag dovevano ben presto diffondersi e moltiplicarsi fino a minacciare l’intero globo. “Noi riprendiamo la marcia che interrompemmo sei secoli fa”, scrisse Hitler nel Mein Kampf. Noi cambiamo il corso dell’emigrazione germanica, sinora sempre diretta verso il Mezzogiorno e l’Occidente d’Europa, e guardiamo a Oriente. Così poniamo fine alla politica coloniale e commerciale dell’anteguerra e passiamo alla politica territoriale dell’avvenire. Quando parliamo di nuovi territori, non possiamo non pensare alla Russia, in primo luogo, e agli stati di confine ad essa soggetti”. La lusinga dell’“antibolscevismo” attrasse come una potente calamita le forze della reazione e dell’imperialismo mondiale nell’orbita dell’appoggio ad Adolf Hitler.

Gli stessi uomini di stato e gli stessi militaristi che in passato avevano appoggiato ogni intrigo e ogni cospirazione bianca contro la Russa sovietica si presentavano ora come i principali apologisti e promotori del nazismo. In Francia, la cerchia degli antibolscevichi, stretta intorno al maresciallo Foch e i suoi ex aiutanti, Pétain e Weygand, ignorarono la minaccia che veniva al loro paese dal nazismo, tanto erano bramosi di allearsi con questo nuovo movimento antibolscevico, che superava in forza tutti gli altri. Mannerheim in Finlandia, Horthy in Ungheria, Syrový in Cecoslovacchia e tutti gli altri strumenti della guerra segreta antisovietica si trasformarono da un giorno all’altro in avanguardia dell’aggressione nazista contro l’Oriente.
Nel maggio del 1933, solo pochi mesi dopo l’avvento al potere di Hitler in Germania, Alfred Rosenberg si recò in Gran Bretagna per conferire con Sir Henry Deterding. II “filosofo” nazista fu ospite nella grande tenuta che il magnate del petrolio possedeva a Buckhurst Park vicino al castello di Windsor. Fra i tories inglesi, sostenitori della crociata antibolscevica, esisteva già un forte e crescente gruppo filonazista.II 28 novembre 1933 il Daily Mail di Lord Rothermere intonò il motivo che presto doveva dominare la politica estera britannica:

I gagliardi giovani nazisti di Germania sono la guardia d’Europa contro il pericolo comunista. […] La Germania ha bisogno di spazio vitale. […] L’immissione delle riserve di energia e di capacità organizzativa tedesche nella Russia bolscevica contribuirebbe a restituire il popolo russo a un’esistenza civile, e segnerebbe forse un nuovo periodo di prosperità nel commercio mondiale.

Tutte le sparse forze dell’antibolscevismo mondiale e della controrivoluzione bianca dovevano essere mobilitate, sotto la direzione nazista, in una forza internazionale unita che distruggesse la democrazia europea, invadesse l’Unione Sovietica e cercasse di conquistare il dominio del mondo.

 

Ma nelle democrazie occidentali c’erano anche capi di stato accorti che rifiutarono di accettare l’antibolscevismo di Hitler come una giustificazione per tutti crimini e le cospirazioni naziste. In Gran Bretagna e negli Stati Uniti c’erano due leader straordinari che sin dall’inizio compresero che con il trionfo del nazismo in Germania un’era della storia mondiale era arrivata alla fine. La guerra segreta contro la Russia sovietica, che durava da quindici anni, aveva creato nel cuore d’Europa un Frankenstein, un mostro militarizzato che minacciava la pace e la sicurezza di tutte le nazioni libere.

Quando le SA di Hitler percorsero le strade della Germania brandendo i loro manganelli e cantando “Oggi è nostra la Germania, domani sarà nostro il mondo intero!”, una voce inglese pronunciò poche parole di ammonimento e di allarme profetico; era inaspettatamente la voce di Winston Churchill, l’ex leader dell’antibolscevismo tory.

Nel dicembre 1933, Churchill ruppe drammaticamente i rapporti con i suoi colleghi tories e additò nel nazismo la più grave minaccia per l’Impero britannico. Replicando direttamente all’affermazione di Lord Rothermere che “i gagliardi giovani nazisti di Germania sono la guardia d’Europa contro il pericolo comunista”, Churchill disse:

Tutte queste bande di gagliardi giovani teutonici che marciano per le vie e le strade della Germania […] sono in cerca di armi, e quando le avranno, chiederanno, credetemi, la restituzione dei loro territori perduti e delle colonie, e, quando la richiesta sarà fatta, infallibilmente scuoterà e forse distruggerà nelle fondamenta ogni paese.

Churchill chiedeva un accordo con la Francia e persino con l’Unione Sovietica contro la Germania nazista. Fu bollato come traditore e guerrafondaio dagli uomini che in passato lo avevano definito un eroe della causa antibolscevica…
Al di là dell’Atlantico un altro uomo vide che un’era della storia del mondo si era conclusa. Franklin Delano Roosevelt, da poco eletto presidente degli Stati Uniti, capovolse all’improvviso la politica antisovietica del suo predecessore, il presidente Herbert Hoover. Il 16 novembre 1933 le relazioni diplomatiche fra gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica furono ristabilite in pieno. Nello stesso giorno il presidente Roosevelt in una lettera a Maksim Litvinov affermò:

Confido che le relazioni ora stabilite fra i nostri popoli possano rimanere sempre normali e amichevoli, e che d’ora innanzi le nostre nazioni possano collaborare nel loro interesse reciproco e per la conservazione della pace mondiale 1.

L’anno successivo la Germania nazista si ritirava dalla Società delle Nazioni. AI suo posto, nel consesso delle nazioni entrava l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche. Era l’inizio di una nuova epoca. Doveva essere l’epoca dei tradimenti più fantastici e mostruosi che la storia abbia mai registrato, l’epoca di una diplomazia segreta condotta mediante il terrore, l’assassinio, la cospirazione, i colpi di stato, la frode e l’inganno in misura mai conosciuta in passato. E quest’epoca doveva culminare nella seconda guerra mondiale.

 

  

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Libro terzo: La quinta colonna della Russia

 

Capitolo quindicesimo: La via del tradimento


1. Un ribelle tra i rivoluzionari

Dal momento in cui Hitler salì al potere in Germania, la controrivoluzione internazionale divenne parte integrante del piano nazista per la conquista del mondo. Hitler mobilitò in ogni paese le forze controrivoluzionarie che per quindici anni si erano organizzate in tutto il mondo. Queste forze furono ora trasformate in quinte colonne della Germania nazista e divennero organizzazioni di tradimento, spionaggio e terrore. Erano, queste quinte colonne, le avanguardie segrete della Wehrmacht tedesca. Una delle più potenti e più importanti operava in Unione Sovietica. Era capeggiata da un uomo che è forse il più eminente rinnegato politico della storia. Il nome di quest’uomo era Lev Trockij.

Quando sorse il Terzo Reich Lev Trockij era già a capo di una congiura antisovietica internazionale che contava potenti forze in Unione Sovietica. Nel suo esilio Trockij complottava il rovesciamento del governo sovietico, il ritorno in Russia e l’assunzione di quel potere personale che un tempo era stato sul punto di prendere. “Vi fu un momento,” scrisse Winston Churchill nei suoi Great Contemporaries, “in cui Trockij fu quasi sul punto di occupare il trono vacante dei Romanov”.

Negli anni 1919-1920 la stampa mondiale soprannominò Trockij il “Napoleone rosso”. Trockij era Commissario di Guerra. Vestito di un lungo elegante cappotto militare, con gli stivali lucidi e la pistola automatica al fianco, Trockij passava da un fronte di battaglia all’altro, tenendo focosi discorsi ai soldati dell’Armata Rossa. Trasformò un treno blindato nel suo quartier generale privato e si circondò di una guardia del corpo personale in divisa. Aveva una propria fazione nel comando dell’Armata, nel Partito Bolscevico e nel governo sovietico. Il treno di Trockij, la sua guardia, i suoi discorsi e la sua testa (il ciuffo di capelli neri, la piccola barba nera a punta e gli occhi accesi dietro gli occhiali luccicanti) erano celebri in tutto il mondo. In Europa e negli Stati Uniti le vittorie dell’Armata Rossa erano attribuite al “comando di Trockij”. Ecco come il Commissario di Guerra Trockij, impegnato in uno dei suoi spettacolari raduni di massa a Mosca, fu descritto dal celebre corrispondente estero statunitense Isaac F. Marcosson:

Trockij apparve con quella che gli attori chiamano una buona entrata. […] Dopo un certo ritardo e al momento psicologicamente migliore, emerse dalle ali della folla e si diresse a passi svelti verso il piccolo pulpito che viene usato da tutti gli oratori russi.Ancora prima che salisse sul palco c’era un fremito di anticipazione in quell’enorme pubblico. Si poteva sentire mormorare: “Arriva Trockij”. […]Dal palco la sua voce era ricca, profonda ed eloquente. Attraeva e repelleva; dominava e spadroneggiava. Era elementare, quasi primitivo nel suo fervore, un motore umano ad alta potenza. Inondava i suoi ascoltatori con un Niagara di parole, come non ne avevo mai sentite. Vanità e arroganza su tutto.

Dopo la sua drammatica deportazione dalla Russia sovietica nel 1929, elementi antisovietici crearono in tutto il mondo un mito intorno al nome e alla personalità di Lev Trockij. Secondo questo mito, Trockij era “il più grande capo bolscevico della Rivoluzione russa” e “l’ispiratore, il più stretto collaboratore e il logico successore di Lenin”.

Ma nel febbraio 1917, un mese prima del crollo dello zarismo, Lenin stesso scriveva:Il nome Trockij significa: fraseologia di sinistra e blocco con la destra contro la sinistra. Lenin definì Trockij il “Giuda” della Rivoluzione russa 1. Traditore si diventa, non si nasce. Come Benito Mussolini, Pierre Laval, Joseph Goebbels, Jacques Doriot, Wang Jingwei e altri famigerati avventurieri dell’epoca moderna, Lev Trockij aveva cominciato la sua carriera come dissidente, come elemento di estrema sinistra in seno al movimento rivoluzionario del suo paese natale. Il nome Trockij era uno pseudonimo. Era nato Lev Davidovič Bronstein in una benestante famiglia della classe media di Janovka, un piccolo villaggio di contadini vicino Cherson, Russia meridionale, nel 1879. La sua prima ambizione era di diventare uno scrittore. “Ai miei occhi,” scrisse Trockij nella sua autobiografia, La mia vita, “scrittori, giornalisti e artisti lottavano sempre per un mondo più attraente di qualsiasi altro, un mondo aperto all’eletto”.

Il giovane Trockij iniziò a lavorare a una commedia e frequentava i salotti letterari di Odessa con stivali a tacchi alti, con un grembiule blu da artista, un cappello di paglia in testa e un bastone nero. Mentre era ancora studente si unì a un gruppo di radicali bohémien. A diciotto anni fu arrestato dalla polizia zarista per aver diffuso pubblicazioni radicali e venne esiliato in Siberia insieme ad altre centinaia di studenti e rivoluzionari. Fuggì dall’esilio nell’autunno del 1902 e andò a vivere all’estero, dove avrebbe passato gran parte della sua vita come agitatore e cospiratore tra gli émigré russi e i socialisti cosmopoliti delle capitali europee.

Per i primi mesi del 1903 Trockij fu membro della redazione di Iskra, il giornale marxista che Lenin dirigeva in esilio a Londra. In seguito alla divisione tra bolscevichi e menscevichi che ebbe luogo quell’estate all’interno del movimento marxista russo, Trockij si affiliò agli oppositori politici di Lenin, i menscevichi. Il talento letterario, la retorica fiammeggiante, la personalità dominante e la propensione all’auto-mitizzazione gli fecero presto guadagnare la reputazione del più brillante agitatore menscevico. Visitò le colonie degli studenti radicali russi a Bruxelles, Parigi, Liegi, in Svizzera e in Germania, attaccando Lenin e gli altri bolscevichi che chiedevano un partito rivoluzionario disciplinato e altamente organizzato per guidare la lotta contro lo zarismo. In un pamphlet dal titolo Il nostro compito politico, pubblicato nel 1904, Trockij accusò Lenin di voler imporre un “regime da caserma” sui radicali russi. Con un linguaggio sorprendentemente simile a quello che in seguito avrebbe usato nei suoi attacchi a Stalin, il giovane Trockij denunciò Lenin come “il leader dell’ala reazionaria del nostro partito”.
Nel 1905, dopo la sconfitta della Russia nella guerra contro il Giappone, i proletari e i contadini insorsero nella “prima” abortita Rivoluzione russa. Trockij si affrettò a tornare in Russia e divenne un membro di primo piano del soviet di San Pietroburgo controllato dai menscevichi. Troskij si trovò a suo agio nella frenetica atmosfera di intrighi, nell’intenso conflitto politico e nella sensazione del potere imminente. A ventisei anni emerse da quell’esperienza convito di essere destinato a diventare il leader della Rivoluzione russa: parlava già nei termini del suo “destino” e della sua “intuizione rivoluzionaria”. Anni dopo, in La mia vita, scrisse:Arrivai in Russia nell’estate del 1905; gli altri leader émigré non arrivarono prima di ottobre e novembre. Tra i compagni russi non ce n’era uno dal quale avrei potuto imparare qualcosa. Al contrario, dovetti assumere io stesso il ruolo del maestro. […] In ottobre mi gettai a capofitto in quell’immenso vortice che, in senso personale, fu la prova più grande per i miei poteri. Le decisioni dovevano essere prese sotto il fuoco. Qui non posso fare a meno di notare che presi quelle decisioni piuttosto spontaneamente. […] Sentivo con sicurezza che i miei anni di apprendistato erano finiti. […] Negli anni che seguirono imparai come impara un maestro, non un allievo. […] Nessuna grande opera è possibile senza intuizione. […] Gli eventi del 1905 mi rivelarono, credo, questa intuizione rivoluzionaria, e mi permisero di affidarmi al suo stabile supporto per il resto della mia vita. […] In tutta coscienza, non posso accusarmi di alcun serio errore di giudizio sulla valutazione della situazione politica e nelle sue prospettive rivoluzionarie.

Di nuovo all’estero dopo la sconfitta della Rivoluzione del 1905, Trockij stabilì il suo quartier generale politico a Vienna e, criticando Lenin come “candidato al ruolo di dittatore”, lanciò una campagna di propaganda per costruire il proprio movimento e promuovere se stesso come “rivoluzionario internazionalista”. Da Vienna si spostò senza sosta in Romania, Svizzera, Francia, Turchia, arruolando seguaci e stabilendo solidi legami con i socialisti europei e la sinistra radicale. Gradualmente e con insistenza, si costruì tra gli émigré menscevichi, i socialisti rivoluzionari e gli intellettuali bohémien la reputazione di principale rivale di Lenin all’interno del movimento rivoluzionario russo. “L’intero edificio del leninismo,” scrisse in una lettera confidenziale al leader menscevico Čeidze il 23 febbraio 1913, “è attualmente costruito sulla menzogna e la falsificazione e porta in sé il germe avvelenato della propria decomposizione”. Trockij arrivò a dire ai suoi complici menscevichi che secondo lui Lenin non era altro che uno “sfruttatore professionista di ogni arretratezza del movimento operaio russo”.

Il crollo del regime zarista nel marzo 1917 sorprese Trockij a New York, impegnato a pubblicare un giornale russo radicale, il Novy Mir, in collaborazione con il suo amico e avversario di Lenin, Nikolaj Bucharin, un emigrato politico russo ultra-sinistro descritto come “un biondo Machiavelli in una giacca di cuoio”2. Trockij si affrettò a fissare il suo ritorno in Russia. Il viaggio fu interrotto allorché le autorità canadesi lo arrestarono a Halifax. Dopo un fermo di un mese, fu rilasciato su richiesta del governo provvisorio russo e si imbarcò per Pietrogrado. II governo britannico aveva deciso di lasciar tornare Trockij in Russia. Secondo le memorie dell’agente Bruce Lockhart, i servizi segreti ritenevano di poter trarre profitto dai “dissensi fra Trockij e Lenin”3. Trockij giunse a Pietrogrado in maggio. Cercò in un primo tempo di creare un proprio partito rivoluzionario: un blocco composto di ex emigrati e di elementi dell’estrema sinistra, provenienti da partiti radicali diversi. Ma ben presto fu chiaro che il movimento di Trockij non aveva possibilità di sviluppo. Il partito bolscevico aveva l’appoggio delle masse rivoluzionarie. Nell’agosto del 1917 Trockij compì un salto politico sensazionale. Dopo quattordici anni di opposizione a Lenin e ai bolscevichi, Trockij chiese di entrare nel Partito Bolscevico.

Più volte Lenin aveva ammonito di stare in guardia contro Trockij e le sue ambizioni personali; ma ora, nella lotta cruciale per la creazione di un governo sovietico, la politica di Lenin richiedeva un fronte unico di tutte le fazioni, di tutti i gruppi e partiti rivoluzionari. Trockij era il portavoce di un vasto gruppo. Fuori della Russia il suo nome era più conosciuto di quello di qualsiasi altro capo rivoluzionario russo, a eccezione di Lenin. Inoltre, le sue doti eccezionali di oratore, agitatore e organizzatore potevano essere usate con grande vantaggio dei bolscevichi. La domanda di ammissione al Partito Bolscevico presentata da Trockij fu accettata. È significativo che Trockij fece il suo ingresso nel Partito in modo teatrale. Portò con sé nel partito tutto il suo seguito di dissidenti di sinistra. Secondo l’espressione scherzosa di Lenin, sembrava di venire a un accordo con una “grande potenza”. Trockij divenne segretario del soviet di Pietrogrado, nel quale aveva fatto la sua prima apparizione rivoluzionaria nel 1905. Al momento della formazione del primo governo sovietico come coalizione di bolscevichi, socialisti-rivoluzionari di sinistra ed ex menscevichi, Trockij ebbe il Commissariato agli Affari Esteri. La sua familiarità con le lingue straniere e la sua vasta conoscenza degli altri paesi lo rendevano adatto a tale carica.

2. L’opposizione di sinistra

Prima come Commissario per gli Affari Esteri e poi come Commissario di Guerra, Trockij fu il portavoce principale della cosiddetta opposizione di sinistra in seno al Partito Bolscevico4. Benché poco numerosi , questi oppositori erano oratori e organizzatori di talento. Avevano vaste relazioni all’estero e anche in Russia fra i menscevichi e i socialisti-rivoluzionari. Nei primi giorni dopo la Rivoluzione si assicurarono posti importanti nell’esercito, nel corpo diplomatico e negli organi esecutivi dello stato.

Nella direzione dell’opposizione Trockij aveva a fianco altri due radicali dissidenti: Nikolaj Bucharin, il sottile, biondo, sedicente “ideologo marxista” a capo di un gruppo di cosiddetti “comunisti di sinistra”, e Grigorij Zinov’ev, tarchiato ed eloquente agitatore di sinistra che, insieme al cognato di Trockij, Lev Kamenev, guidava una sua fazione chiamata dei “zinovevisti”. Trockij, Bucharin e Zinov’ev spesso erano in conflitto su questioni di tattica e a causa di rivalità personali e di contrastanti ambizioni politiche, ma nei momenti cruciali unirono le loro forze in reiterati tentativi di conquistare il controllo del governo sovietico.

Fra i seguaci di Trockij si trovavano: Jurij Pjatakov, radicale, figlio di una ricca famiglia ucraina, caduto sotto l’influenza di Trockij in Europa; Karl Radek, il brillante giornalista e agitatore polacco “di sinistra” che in Svizzera si era unito a Trockij nell’opposizione a Lenin; Nikolaj Krestinskij, ex avvocato e ambizioso rappresentante alla Duma bolscevica; Grigorij Sokolnikov, giovane radicale cosmopolita che entrò nel Commissariato degli Esteri sotto gli auspici di Trockij.
Come Commissario di Guerra Trockij si circondò inoltre di una cricca di uomini dell’esercito, duri, violenti, decisi a tutto, i quali formavano una speciale “guardia di Trockij”, fanaticamente devoti al loro “capo”. Membro preminente della fazione militare di Trockij era Nikolaj Muralov, il comandante spilungone e spavaldo della guarnigione militare di Mosca. La guardia del corpo personale di Trockij comprendeva Ivan Smirnov, Sergej Mračkovskij e Efraim Dreitzer. L’ex terrorista socialista-rivoluzionario Bljumkin, assassino del conte Mirbach, divenne il capo della guardia del corpo personale di Trockij 5.

Trockij si associò inoltre alcuni ex ufficiali zaristi con i quali aveva stretto rapporti amichevoli e, malgrado i frequenti richiami da parte del Partito Bolscevico, li assegnò a importanti posti militari. Uno di questi ufficiali ex zaristi, con cui Trockij si legò strettamente nel 1920, durante la campagna di Polonia, era Michail Nikolaevič Tuchačevskij, un capo militare dalle ambizioni napoleoniche.Scopo dell’opposizione di sinistra, così raggruppata, era di soppiantare Lenin e di prendere il potere in Russia.

— La grande questione che i rivoluzionari russi dovevano affrontare dopo la sconfitta delle armate bianche e degli interventisti era: che cosa fare con il potere sovietico? Trockij, Bucharin e Zinov’ev sostenevano che fosse impossibile costruire il socialismo nella “Russia arretrata”. L’opposizione di sinistra voleva trasformare la Russia in un serbatoio per la “rivoluzione mondiale”, un centro dal quale promuovere le rivoluzioni negli altri paesi. Sfrondata della sua “fraseologia ultrarivoluzionaria”, come Lenin e Stalin fecero ripetutamente notare, l’opposizione di sinistra tendeva verso una lotta selvaggia per il potere, un “anarchismo bohémien”, e in Russia, una dittatura militare sotto il Commissario di Guerra Trockij e i suoi associati.

La questione divenne centrale nel Congresso dei soviet del dicembre 1920. Era l’anno più freddo, affamato e cruciale della Rivoluzione. Il Congresso si radunò nella Sala delle Colonne di Mosca. La città era bloccata dalla neve, intirizzita dal gelo, affamata e malata. Nella grande Sala, priva di riscaldamento a causa della mancanza di carburante, i delegati sovietici avvolti in pelli di pecora, lenzuoli e pellicce rabbrividivano per il freddo intenso di dicembre.

Lenin, ancora pallido e scosso dalle conseguenze dei proiettili avvelenati di Fanny Kaplan che avevano rischiato di porre fine alla sua vita nel 1918, salì sul palco per rispondere all’opposizione di sinistra. Descrisse le condizioni terribili in cui versava la Russia. Fece appello all’unità nazionale per affrontare le “difficoltà incredibili” di riorganizzare la vita economica e sociale. Annunciò una Nuova Politica Economica che avrebbe abolito il rigido “comunismo di guerra” e restaurato una parte di commercio privato e di capitalismo in Russia e aperto la via alla ricostruzione. “Facciamo un passo indietro,” disse, “per fare in seguito due passi avanti!”

Quando Lenin annunciò la “ritirata temporanea” della Nuova Politica Economica, Trockij esclamò: “Il cuculo ha segnato la fine del governo sovietico!” Ma Lenin pensava che il lavoro del governo sovietico fosse solo all’inizio. Disse al Congresso: Soltanto quando il paese sarà elettrificato, quando avremo dato all’industria, all’agricoltura e ai trasporti la base tecnica della grande industria moderna, solo allora vinceremo definitivamente.

Sul palco c’era un’enorme mappa della Russia. Al segnale di Lenin, un bottone fu premuto e la mappa si illuminò improvvisamente e mostrò al Congresso il modo in cui Lenin immaginava il futuro del suo paese. Luci elettriche splendevano sulla mappa in una miriade di punti, indicando ai delegati sovietici infreddoliti e affamati i generatori, i bacini idroelettrici e gli altri grandi progetti futuri dai quali correnti di energia elettrica avrebbero un giorno trasformato la vecchia Russia in una nazione socialista moderna e industrializzata. Un mormorio di esaltazione e incredulità attraversò il salone freddo e affollato.
Karl Radek, l’amico di Trockij, osservava lo spettacolo profetico attraverso gli spessi occhiali, scosse le spalle e sussurrò: “Fanta-elettricità!” La battuta di Radek divenne uno slogan trotskista. Bucharin disse che Lenin stava tentando di ingannare i contadini e gli operai con le sue “chiacchiere utopiche sull’elettricità”.

Fuori della Russia, gli amici e i fautori internazionali di Trockij in seno ai circoli socialisti e comunisti di sinistra ritenevano che il regime di Lenin fosse condannato. Molti altri osservatori ritenevano inoltre che Trockij e l’opposizione di sinistra stessero per prendere il potere. Il corrispondente estero americano Isaac F. Marcosson scriveva che Trockij aveva “dietro a sé i comunisti giovani, la maggior parte degli ufficiali e dei soldati dell’Armata Rossa”. Ma il mondo esterno sopravvalutava, al pari dello stesso Trockij, la sua forza e la sua popolarità. Nel tentativo di trascinarsi dietro le masse, Trockij percorreva il paese e compariva con fare drammatico nelle pubbliche adunanze, tenendo appassionati discorsi in cui accusava i “vecchi bolscevichi” di aver “degenerato” e chiamava la “gioventù” ad appoggiare il suo movimento. Ma i soldati, gli operai e contadini russi, reduci da poco dalla lotta vittoriosa contro coloro che intendevano essere i Napoleoni bianchi, non erano disposti a tollerare un “Napoleone rosso” che sorgesse dalle loro file. Nella sua Storia della Russia Sir Bernard Pares scriveva a proposito di Trockij in quel periodo:

Un critico acuto che lo ha avvicinato ha detto giustamente che per la sua natura e per i suoi metodi Trockij apparteneva a tempi pre-rivoluzionari. I demagoghi stavano passando di moda.

Al X° Congresso del Partito Bolscevico nel marzo 1921, il Comitato Centrale con a capo Lenin approvò una risoluzione che dichiarava fuori della legge tutte le “fazioni” in seno al Partito, in quanto costituivano una minaccia per l’unità della direzione rivoluzionaria. Da quel momento, tutti i dirigenti del Partito si sarebbero dovuti sottomettere alle deliberazioni della maggioranza e alla sua direzione, pena l’espulsione dal Partito. Il comitato centrale ammonì in modo particolare il “compagno Trockij” contro la sua “attività faziosa” e affermò che “nemici dello stato”, approfittando della confusione creata dalla sua attività disgregatrice, si infiltravano nel Partito col nome di “trotskisti”. Alcuni autorevoli trotskisti e altri oppositori di sinistra furono espulsi. L’anno seguente, nel marzo 1922, Josif Stalin fu eletto Segretario Generale del Partito, con l’incarico di portare a compimento i piani di Lenin. In seguito al secco ammonimento del Partito e all’espulsione dei suoi seguaci, la massa che seguiva Trockij cominciò ad assottigliarsi. Il suo prestigio diminuiva. L’elezione di Stalin fu un colpo schiacciante per la sua fazione nell’apparato del Partito. Il potere sfuggiva di mano a Trockij.

3. La via del tradimento

dall’inizio l’opposizione di sinistra aveva lavorato in due maniere. Alla luce del giorno, dalle tribune, nei propri giornali e nei propri centri di conferenze, gli oppositori portavano fra il popolo la loro propaganda. Dietro le quinte, in ristrette riunioni segrete della fazione cui partecipavano Trockij, Bucharin, Zinov’ev, Radek, Pjatakov e altri, si elaborava tutta la strategia e si definiva la tattica dell’opposizione. Sulla base di questo movimento d’opposizione, Trockij creò in Russia un’organizzazione cospirativa segreta, fondata sul “sistema dei cinque” che Reilly aveva sviluppato e che i socialisti-rivoluzionari e altri cospiratori antisovietici avevano adottato.

Nel 1923, l’apparato clandestino di Trockij era già un’organizzazione potente e a largo raggio. Codici speciali, cifrari e parole d’ordine furono adottati da Trockij e dai suoi seguaci per le comunicazioni illegali. Si installarono in tutto il paese tipografie clandestine. Cellule trotskiste furono costituite nell’esercito, nel corpo diplomatico e nelle istituzioni sovietiche di Stato e di partito.
Alcuni anni dopo Trockij rivelò che suo figlio, Lev Sedov, era coinvolto allora nella congiura trotskista, la quale già non rappresentava più una semplice opposizione politica in seno al Partito bolscevico, ma stava per fondersi con la guerra segreta contro il regime sovietico.

“Nel 1923,” scrisse Trockij nel pamphlet Lev Sedov: Figlio, amico, combattente, “Lev si gettò a capofitto nell’attività dell’opposizione. […] In tal modo, a diciassette anni, iniziò una vita di rivoluzionario pienamente consapevole. Afferrò rapidamente l’arte del lavoro cospirativo, delle riunioni illegali, della pubblicazione e della distribuzione segreta dei documenti d’opposizione. Il Komsomol [Organizzazione Giovanile Comunista] sviluppò rapidamente i propri quadri di dirigenti di opposizione”.
Ma Trockij era andato più in là del lavoro cospirativo all’interno della Russia sovietica.Nell’inverno del 1921 Nikolaj Krestinskij, ex avvocato ed eminente trotskista dalla pelle nerastra e dallo sguardo sfuggente era stato nominato ambasciatore sovietico in Germania. Nel corso delle sue visite di dovere si recò dal generale Hans von Seeckt, comandante della Reichswehr. Seeckt era stato informato dai rapporti del suo servizio spionistico che Krestinskij era trotskista. Il generale tedesco fece capire a Krestinskij che la Reichswehr guardava con simpatia la opposizione russa, capeggiata dal Commissario alla Guerra, Trockij.

Pochi mesi dopo, a Mosca, Krestinskij riferì a Trockij le parole del generale von Seeckt. Trockij aveva un bisogno disperato di fondi per la sua crescente organizzazione clandestina. Gli rispose che l’opposizione in Russia aveva bisogno di alleati esteri, e doveva essere pronta a concludere alleanze con potenze amiche. La Germania non era nemica della Russia, aggiunse Trockij, e non c’era nessuna probabilità di un prossimo conflitto fra i due paesi; i tedeschi guardavano a Ovest, con l’ardente brama di vendicarsi della Francia e della Gran Bretagna. Gli uomini politici dell’opposizione nella Russia sovietica dovevano esser pronti a trarre vantaggio da questa situazione.

Al suo ritorno a Berlino nel 1922, Krestinskij ebbe l’incarico di “approfittare di un incontro con Seeckt in occasione di negoziati ufficiali per proporgli di concedere a Trockij un sussidio regolare per lo sviluppo dell’attività illegale trotskista”.
Ecco, secondo le parole dello stesso Krestinskij, quel che accadde: Sollevai il problema con Seeckt, e accennai alla somma di 250.000 marchi oro. Dopo essersi consultato con il suo aiutante, il capo di stato maggiore Hasse, il generale Seeckt si disse d’accordo in via di principio e pose la controrichiesta che alcune delicate e importanti informazioni di carattere militare gli fossero date, anche se non regolarmente, o dallo stesso Trockij a Mosca o per mezzo mio. Inoltre, egli doveva essere favorito nella concessione di visti d’entrata per le persone che avrebbero inviato come spie nell’Unione Sovietica. Questa controrichiesta del generale Seeckt fu accettata e nel 1923 l’accordo fu concluso6. Il 21 gennaio 1924 il creatore e leader del Partito Bolscevico, Vladimir Ilič Lenin, morì. Trockij era nel Caucaso a riprendersi da un lieve attacco di influenza. Non ritornò a Mosca per il funerale di Lenin ma rimase alla stazione balneare di Sukhumi.“A Sukhumi passai lunghe giornate sul balcone che dava sul mare,” scrisse in La mia vita. “Nonostante fosse gennaio, il sole era caldo e luminoso. […] Mentre respiravo la brezza marina, assimilavo nel mio intero essere la garanzia della mia giustezza di fronte alla storia”.

4. La lotta per il potere

Subito dopo la morte di Lenin, Trockij reclamò apertamente il potere. Al Congresso del Partito, nel maggio 1924, Trockij chiese che riconoscessero lui e non Stalin come successore di Lenin. Contro il parere dei propri alleati, volle che la richiesta fosse messa ai voti. I 748 delegati bolscevichi del Congresso si pronunziarono all’unanimità perché a Stalin fosse conservata la carica di Segretario Generale e condannarono la lotta di Trockij per il potere personale. Il ripudio popolare di Trockij era così ovvio che persino Bucharin, Zinov’ev e Kamenev furono spinti a schierarsi con la maggioranza e votare contro di lui. Trockij li accusò furiosamente di averlo “tradito”. Ma pochi mesi dopo Trockij e Zinov’ev si allearono di nuovo e formarono una nuova “opposizione” La nuova opposizione si spinse ben oltre le fazioni precedenti, chiedendo pubblicamente una “nuova guida” per l’Unione Sovietica e raccogliendo ogni sorta di elementi malcontenti e sovversivi in una lotta politica contro il governo sovietico. Come Trockij stesso ebbe a scrivere più tardi, “al seguito di questa avanguardia si trascinava un codazzo di ogni specie di carrieristi insoddisfatti, male in arnese e scontenti”. Spie, sabotatori, controrivoluzionari, bianchi , terroristi affluivano alle cellule segrete della nuova opposizione. Le cellule cominciarono ad accumulare armi. Una vera armata segreta trotskista si stava costituendo in territorio russo. “Dobbiamo mirare molto lontano,” disse Trockij a Zinov’ev e a Kamenev, come egli ricorda in La mia vita, “dobbiamo prepararci per una lotta lunga e grave”.

Dal di fuori, il capitano Sidney Reilly decise che era giunto il momento per vibrare il colpo. Boris Savinkov, aspirante dittatore della Russia e agente britannico, fu rimandato quella estate in Unione Sovietica per preparare l’attesa rivolta controrivoluzionaria7. A quanto riferisce Winston Churchill, che ebbe anch’egli la sua parte in questa congiura, Savinkov era in relazioni segrete con Trockij. In Grandi contemporanei Churchill scrisse: “Nel giugno 1924 Kamenev e Trockij lo [Savinkov] invitarono definitivamente a ritornare”.

Quello stesso anno il luogotenente trotskista Christian Rakovskij fu nominato ambasciatore sovietico nel Regno Unito. Rakovskij, che nel 1937 Trockij definì “il mio amico, il mio sincero vecchio amico”, ricevette poco dopo il suo arrivo la visita di due ufficiali britannici, Armstrong e Lockhart. Secondo Rakovskij, i due ufficiali gli comunicarono che: Lo sa perché è stato accettato in Inghilterra? Abbiamo mandato Eastman a investigare su di lei , sappiamo che appartiene alla fazione di Trockij e che è un suo amico intimo. Solo considerando questo l’Intelligence Service ha accettato che venisse nominato ambasciatore in questo paese 8.

Rakovkij tornò a Mosca alcuni mesi dopo e comunicò a Trockij cos’era successo a Mosca. I servizi segreti britannici, come quelli tedeschi, volevano stabilire delle relazioni con l’opposizione. “È una cosa a cui pensare,” rispose Trockij.

Alcuni giorni dopo, Trockij disse a Rakovskij che “le relazioni con i servizi segreti britannici” dovevano “essere stabilite”9.
Mentre preparava la sua ultima missione in Russia, il capitano Reilly scrisse alla moglie: “Sta succedendo veramente qualcosa di nuovo, potente e importante in Russia”. L’agente di Reilly, l’ufficiale consolare E., gli aveva riferito che erano stati stabiliti dei contatti con i movimenti di opposizione in Unione Sovietica.Ma quell’autunno, dopo essere arrivato in Russia per incontrarsi con i leader di opposizione, Reilly fu ucciso da una guardia di frontiera sovietica. Alcuni mesi dopo la morte di Reilly, Trockij fu colpito da quella che in seguito descrisse in La mia vita come una “febbre misteriosa” che i medici di Mosca “non riuscivano a spiegare” e decise che era necessario recarsi in Germania. Scrisse nella sua autobiografia:

Il Politburo si occupò della questione della mia visita all’estero e dichiarò di considerare il viaggio estremamente pericoloso per le informazioni di cui disponeva e a causa della situazione politica generale, ma lasciò a me la decisione finale. La dichiarazione era accompagnata da una nota della GPU che sosteneva l’inammissibilità del mio viaggio. […] Forse il Politburo temeva anche che operassi per consolidare l’opposizione straniera. Dopo aver consultato i miei amici decisi comunque di partire.

Trockij soggiornò “in una clinica privata di Berlino” dove ricevette la visita di Nikolaj Krestinskij, il suo contatto con l’intelligence militare tedesca. Mentre Trockij e Krestinskij discutevano in clinica, un “ispettore di polizia” tedesco comparve all’improvviso e annunciò che la polizia segreta aveva preso misure straordinarie per salvaguardare la vita di Trockij, avendo scoperto un complotto per assassinarlo.

In seguito a questa operazione di intelligence così efficiente, Trockij e Krestinskij discussero a porte chiuse con l’agente tedesco per molte ore… Quell’estate fu raggiunto un nuovo accordo fra Trockij e i servizi segreti militari tedeschi. Krestinskij definì così i termini dell’accordo: A quel tempo eravamo già abituati a ricevere regolarmente delle somme in contanti. […] I soldi servivano per le attività trotskiste che si stavano sviluppando all’estero in vari paesi, per le pubblicazioni e così via. […] Nel 1928, quando la lotta dei trotskisti all’estero contro la leadership del Partito era al culmine, [Seeckt] propose che le informazioni che gli venivano trasmesse occasionalmente diventassero più regolari, e che le organizzazioni trotskiste garantissero, nel caso di una presa di potere durante una nuova guerra mondiale, la disponibilità del governo trotskista a prendere in considerazione le giuste richieste della borghesia tedesca, vale a dire i trattati e gli accordi di vario tipo. Dopo essermi consultato con Trockij […] risposi positivamente al generale Seeckt, e le nostre informazioni divennero più frequenti, non più sporadiche come erano prima. Furono date a voce delle promesse riguardo a futuri accordi postbellici. […] Continuammo a ricevere soldi. Dal 1923 fino al 1930 ricevemmo annualmente 250.000 marchi tedeschi in oro, […] in totale circa due milioni di marchi d’oro.

Rientrato a Mosca dalla Germania, Trockij lanciò una violenta campagna contro la dirigenza sovietica. “Nel 1926,” scrisse in La mia vita, “la lotta nel Partito si sviluppò con intensità crescente. In autunno l’opposizione uscì persino all’aperto nelle assemblee di sezione del Partito”. Questa tattica fallì e fece sorgere un diffuso risentimento tra gli operai, che denunciarono con indignazione l’attività disgregatrice trotskista. “L’opposizione,” scrisse Trockij, “fu costretta a battere in ritirata…”
Mentre nell’estate del 1927 incombeva sull’Unione Sovietica la minaccia di una guerra, Trockij rinnovò i suoi attacchi contro il governo. A Mosca dichiarò pubblicamente: “Dobbiamo restaurare la tattica di Clemenceau che, com’è noto, insorse contro il governo francese quando i tedeschi erano a ottanta chilometri da Parigi!” Stalin denunciò come tradimento le dichiarazioni di Trockij. “Si sta formando una sorta di fronte unito da Chamberlain 10 a Trockij,” disse. Si votò nuovamente riguardo a Trockij e la sua opposizione. In un referendum generale condotto tra tutti membri del Partito Bolscevico, la maggioranza schiacciante, con 740.000 voti contro 4.000, ripudiò l’opposizione trotskista e si dichiarò favorevole all’amministrazione di Stalin 11.

Nella sua autobiografia egli descrive la febbrile attività cospirativa del suo movimento in quell’epoca :

In varie parti di Mosca e di Leningrado si tennero riunioni segrete, cui partecipavano operai e studenti di entrambi i sessi, i quali si raccoglievano in gruppi da venti a cento e a duecento per ascoltare qualche rappresentante dell’opposizione. In una sola giornata io intervenivo a due, tre e talvolta anche a quattro di queste riunioni. […] L’opposizione organizzò ingegnosamente una grande assemblea nel salone del Politecnico, che era stato occupato dall’interno. […] I tentativi dell’amministrazione di fermare l’assemblea si rivelarono inefficaci. Kamenev e io parlammo per circa due ore.

Trockij preparava febbrilmente il momento di scoprire le carte. Alla fine di ottobre i suoi piani erano pronti. Un’insurrezione doveva aver luogo il 7 novembre 1927, giorno del decimo anniversario della rivoluzione bolscevica. I seguaci più risoluti di Trockij, già membri dell’Armata Rossa, dovevano capeggiare l’insurrezione. Si costituivano distaccamenti per l’occupazione di punti strategici in tutto il paese. Segnale dell’insurrezione doveva essere una dimostrazione politica contro il governo sovietico durante la grande parata degli operai che doveva aver luogo a Mosca la mattina del 7 novembre. Trockij scrisse in seguito in La mia vita:

Il gruppo dirigente dell’opposizione era di fronte a questo finale con gli occhi sbarrati. Ci accorgemmo con chiarezza di poter rendere le nostre idee proprietà comune delle nuove generazioni non con la diplomazia e gli espedienti, ma solo attraverso una lotta aperta che non si sottraesse a nessuna conseguenza pratica. Andammo incontro all’inevitabile débâcle con la certezza di aver comunque aperto la strada al trionfo delle nostre idee in un futuro più lontano.

L’ insurrezione di Trockij fallì appena ebbe inizio. La mattina del 7 novembre, mentre gli operai marciavano per le vie di Mosca, volantini di propaganda trotskisti piovevano su di loro con l’annuncio dell’avvento della “nuova direzione”. Piccole bande di trotskisti apparvero improvvisamente nelle strade, agitando bandiere e cartelli. Gli operai indignati le dispersero.
Le autorità sovietiche agirono con prontezza. Muralov, Smirnov, Mračkovskij, Dreitzer e altri ex membri della guardia militare trotskista furono rapidamente sopraffatti. Kamenev e Pjatakov vennero arrestati a Mosca.

 Agenti del governo irruppero nelle tipografie clandestine trotskiste e nei depositi d’armi. Zinov’ev e Radek furono arrestati a Leningrado, dove si erano recati per organizzare un putsch previsto per lo stesso giorno. Uno dei seguaci di Trockij, il diplomatico Joffe, già ambasciatore in Giappone, si uccise. In alcuni luoghi i trotskisti furono arrestati in compagnia di ex ufficiali bianchi, terroristi socialisti-rivoluzionari e agenti stranieri. Trockij fu espulso dal Partito Bolscevico e mandato in esilio.

5. Alma Ata

Fu esiliato ad Alma Ata, capitale della Repubblica Sovietica del Kazakistan in Siberia, vicino al confine cinese. Gli fu data una casa per lui, la moglie Nataša e il figlio Sedov. Il governo sovietico, che non conosceva ancora il vero obiettivo e il significato della sua congiura, lo trattò con indulgenza. Gli fu permesso di conservare alcune delle sue personali guardie del corpo, fra cui l’ex ufficiale dell’Armata Rossa Efraim Dreitzer. Poteva ricevere e spedire carteggio personale, poteva disporre di una propria biblioteca e di “archivi” riservati e poteva ricevere di tanto in tanto le visite di amici e ammiratori.
Ma l’esilio non pose affatto fine alla sua attività cospirativa…

Il 27 novembre 1927 il più acuto degli strateghi trotskisti, il diplomatico e agente tedesco Nikolaj Krestinskij, scrisse una lettera riservata a Trockij in cui delineava l’esatta strategia seguita dai cospiratori negli anni seguenti. Era folle per l’opposizione trotskista, scriveva Krestinskij, continuare con le agitazioni aperte contro il governo sovietico; i trotskisti dovevano invece tentare di ritornare nel Partito, occupare posizioni chiave nel governo e continuare la lotta per il potere all’interno dello stesso apparato governativo. I trotskisti dovevano cercare “lentamente, gradualmente e con un lavoro persistente nel Partito e nel governo” di restaurare e riguadagnare “la confidenza delle masse e l’influenza su di esse”.
La sottile strategia di Krestinskij piacque a Trockij che, come in seguito rivelò Krestinskij, diede subito istruzioni ai seguaci che erano stati arrestati ed esiliati di “continuare le attività in segreto” e “occupare posizioni di responsabilità più o meno indipendenti”. Pjatakov, Radek, Zinov’ev, Kamenev e altri oppositori esiliati cominciarono a denunciare Trockij, ammettendo il “tragico errore” della loro passata opposizione e chiedendo la riammissione nel Partito Bolscevico.

La casa di Trockij ad Alma Ata era il centro di attivi intrighi antisovietici. “La vita ideologica dell’opposizione bolliva in quel tempo come un caldaia”, scrisse più tardi in Lev Sedov: figlio, amico e combattente. Da Alma Ata dirigeva una propaganda clandestina su scala nazionale e una campagna sovversiva contro il regime sovietico 12.

Il figlio di Trockij, Lev Sedov, fu incaricato di coordinare il sistema di comunicazioni segreto usato dal padre per restare in contatto con i suoi seguaci e altri oppositori nel paese. Appena ventenne, dotato di grandi energie, Sedov combinava un fiero attaccamento agli ideali dell’opposizione con un incessante, livoroso risentimento nei confronti dell’atteggiamento egoistico e dittatoriale del padre. In Lev Sedov: figlio, amico e combattente, Trockij rivelò il ruolo fondamentale svolto dal figlio nella supervisione delle comunicazioni segrete da Alma Ata:

Nell’inverno del 1927 […] Lev aveva compiuto ventidue anni. […] Il suo lavoro ad Alma Ata in quell’anno fu veramente senza pari. Lo chiamavamo il nostro Ministro degli Esteri, Ministro della Polizia e Ministro delle Comunicazioni. E nel compiere quelle operazioni dovette affidarsi a un apparato illegale.

Sedov operò come contatto con i corrieri segreti che portavano messaggi ad Alma Ata e ricevevano le “direttive” di Trockij.

A volte da Mosca arrivavano corrieri speciali. Incontrarli non era una cosa semplice. […] I rapporti con l’esterno erano gestiti interamente da Sedov. Usciva di casa nelle notti di pioggia o quando la neve cadeva abbondante, oppure di giorni si nascondeva nella biblioteca per evadere la sorveglianza delle guardie e incontrare il corriere in un bagno pubblico o nella fitta vegetazione fuori città, o nel mercato orientale dove i kirghisi si affollavano con i loro cavalli, gli asini e le merci. Ogni volta tornava felice, con uno sguardo vittorioso negli occhi e il prezioso bottino sotto i vestiti.

Ogni settimana passavano tra le mani di Sedov almeno “cento oggetti” di natura misteriosa. Inoltre, grandi quantità di lettere personali e di propaganda furono spedite da Trockij da Alma Ata. Molte delle lettere contenevano “direttive” per i suoi seguaci e materiale di propaganda. “Tra aprile e ottobre [del 1928],” si vantò Trockij, “ricevemmo circa mille lettere e documenti politici e settecento telegrammi. Nello stesso periodo spedimmo cinquecento telegrammi e non meno di ottocento lettere politiche”.
Nel dicembre 1928 un rappresentante del governo sovietico fu inviato ad Alma Ata per visitare Trotskij. Secondo quanto è riferito in La mia vita, egli disse a Trockij: “L’attività dei suoi simpatizzanti politici ha assunto negli ultimi tempi in tutto il paese un carattere decisamente controrivoluzionario; le condizioni in cui si trova ad Alma Ata le danno tutta la possibilità di dirigere questa attività”. Il governo sovietico desiderava da parte di Trockij la promessa che avrebbe desistito dalla sua attività sediziosa. Altrimenti, sarebbe stato costretto a considerarlo un traditore e a procedere energicamente. Trockij si rifiutò di ascoltare l’ammonimento. Il suo caso fu deferito al collegio speciale dell’OGPU a Mosca. In una nota dell’OGPU datata 18 gennaio 1929 si legge: Oggetto: caso del cittadino Trockij Lev Davidovič, in base all’articolo 5810 del Codice Penale accusato di attività controrivoluzionarie nella forma dell’organizzazione di un partito illegale antisovietico, le cui attività sono volte a provocare azioni antisovietiche e a mobilitarsi per un’azione armata contro il potere sovietico; Si dispone: il cittadino Trockij Lev Davidovič è espulso dal territorio dell’Unione Sovietica.La mattina del 22 gennaio 1929 Trockij fu formalmente espulso dall’Unione Sovietica. Fu l’inizio della fase più straordinaria della sua carriera“

L’esilio significa di solito l’eclissi. Il contrario è accaduto nel caso di Trockij,” scrisse più tardi Isaac F. Marcosson in Turbulent Years. “Calabrone umano mentre si trovava entro i confini sovietici, la sua puntura è difficilmente meno efficace a distanza di migliaia di miglia. Esercitando un controllo da lontano, era diventato il nemico pubblico numero uno della Russia. Napoleone ebbe una Sant’Elena che mise termine alla sua carriera di perturbatore d’Europa. Trockij ne ebbe cinque. Ognuna fu un covo di intrighi. Maestro nell’arte della propaganda, visse in un’atmosfera fantastica di congiura nazionale e internazionale, come un personaggio da romanzo giallo di Oppenheim”.

Capitolo sedicesimo: Genesi di una quinta colonna

1. Trockij all’Elba

 

Il 13 febbraio 1929 Lev Trockij arrivò a Costantinopoli. Vi giunse non come un esule politico screditato, ma anzi come un sovrano in visita. La stampa mondiale riferì in prima pagina, a grandi titoli, il suo arrivo. Corrispondenti esteri aspettavano per salutare il motoscafo privato che lo portava al molo. Scostatili, Trockij si diresse all’automobile guidata da una delle sue guardie personali e fu portato di gran fretta in un alloggio preparato per il suo arrivo. In Turchia si scatenò una tempesta politica. Il filosovietici chiedevano la sua espulsione, gli antisovietici lo accolsero come il nemico del regime sovietico. Il governo turco sembrava indeciso. C’erano forti pressioni diplomatiche per tenere Trockij in Turchia, vicino al confine con l’URSS. Alla fine si raggiunse un compromesso. Trockij sarebbe rimasto in territorio turco, anche se non proprio in Turchia: al “Napoleone rosso” in esilio fu dato asilo sull’isola turca di Prinkipo. Trockij, la moglie, il figlio e alcune guardie personali vi si stabilirono alcune settimane dopo. A Prinkipo, la pittoresca isola del Mar Nero dove Woodrow Wilson aveva sognato di tenere una conferenza della pace fra alleati e sovietici, Trockij esule fissò il suo nuovo quartier generale politico con il figlio Sedov come aiutante maggiore e comandante

in seconda. Un’atmosfera strana, piena di mistero e di intrigo, circondava la piccola casa in cui viveva Trockij. La casa era guardata al di fuori da cani poliziotti e da guardie del corpo armate. All’interno, era invasa da avventurieri radicali provenienti da Russia, Germania, Spagna e altri paesi, che avevano seguito Trockij a Prinkipo e che egli definiva i suoi “segretari”. Formarono presto una nuova guardia trotskista. C’era un flusso costante di visite in quella casa: propagandisti antisovietici, politici, giornalisti, devoti dell’eroe in esilio e aspiranti “rivoluzionari mondiali”. Le guardie del corpo restavano fuori dalla biblioteca di Trockij quando egli era impegnato in conferenze private con i rinnegati dei movimenti internazionali socialisti o comunisti. Ogni tanto, in visite avvolte dalla segretezza, agenti dei servizi segreti e altri misteriosi personaggi venivano a parlare con Trockij.

In un primo tempo, a capo della sua guardia del corpo, a Prinkipo stava Bljumkin, l’assassino socialista-rivoluzionario che lo aveva seguito come un cane fedele sino dai primi anni dopo il 1920. Più tardi, nel 1930, Trockij lo rinviò in Unione Sovietica con una missione speciale. Bljumkin fu preso dalla polizia sovietica, processato, giudicato colpevole di aver introdotto clandestinamente nell’URSS armi e propaganda antisovietica e fucilato. Più tardi, capi della guardia del corpo furono il francese Raymond Molinier e lo statunitense Sheldon Barte.

Trockij cercò con la massima cura di conservare nel suo esilio temporaneo la fama di “grande rivoluzionario”. Era nel suo cinquantesimo anno d’età. La sua figura tarchiata, leggermente curva, stava diventando pesante e flaccida. Il suo famoso ciuffo di capelli neri e la sua piccola barba a punta erano grigi. Ma i suoi movimenti erano ancor sempre rapidi e impazienti. I suoi occhi scuri dietro gli occhiali luccicanti sopra il naso a punta davano alle sue fattezze cupe e mobili un’espressione di speciale malevolenza. Molti osservatori erano respinti dalla sua fisionomia “mefistofelica”. Altri trovavano nella sua voce e nei suoi occhi un fascino quasi ipnotico.

Cercando di mantenere la sua fama fuori dell’Unione Sovietica, Trockij non lasciò nulla al caso. Gli piaceva citare le parole dell’anarchico francese Proudhon: “Rido del destino, e quanto agli uomini, sono troppo ignoranti, troppo asserviti, perché io abbia risentimento verso di loro”. Ma prima di concedere interviste a visitatori importanti, Trockij provava accuratamente la sua parte e studiava persino i gesti adatti dinanzi allo specchio della sua camera. I giornalisti che visitavano Prinkipo dovevano presentare a Trockij i loro articoli prima di pubblicarli per permettergli di correggerli. Durante le conversazioni, Trockij rovesciava un fiume senza fine di asserzioni dogmatiche e invettive antisovietiche, enfatizzando ogni frase e gesto con l’intensità teatrale dell’oratore di massa.

Lo scrittore tedesco Emil Ludwig intervistò Trockij poco dopo che si era stabilito a Prinkipo. Trockij era ottimista. Una crisi incombeva sull’URSS, disse a Ludwig; il piano quinquennale era un fallimento; vi sarebbe stata disoccupazione e un disastro economico e industriale; il programma di collettivizzazione nell’agricoltura era condannato; Stalin stava conducendo il paese alla catastrofe; l’opposizione stava aumentando…

“Di qual entità è il suo seguito in Russia?” domandò Ludwig. Trockij divenne improvvisamente prudente. Fece un gesto con la mano bianca, grossa e ben curata. “È difficile precisarlo”. I

suoi seguaci erano “dispersi”, disse a Ludwig. Lavoravano clandestinamente, “sottoterra”.

“Quando pensate di riprendere l’azione aperta?”

A questa domanda, Trockij rispose, dopo qualche riflessione:

“Quando si presenterà l’occasione dall’esterno. Forse una guerra, un nuovo intervento europeo, quando la debolezza del governo avesse agito come stimolo!”

 

Winston Churchill, sempre appassionatamente interessato a ogni fase della campagna antisovietica mondiale, studiò con attenzione l’esilio di Prinkipo. “Trockij non mi è mai piaciuto,” scrisse nel 1944. Ma la sua audacia cospiratoria, il talento di oratore e l’energia demoniaca erano graditi al temperamento avventuroso di Churchill, che in Grandi contemporanei descrisse così l’obiettivo della cospirazione internazionale dal momento in cui Trockij aveva lasciato il suolo sovietico:

Trockij […] lotta per guidare i bassifondi d’Europa verso il rovesciamento dell’esercito sovietico.

 

Nello stesso periodo anche il corrispondente estero statunitense John Gunther visitò il quartier generale di Trockij. Parlò con Trockij e con diversi dei suoi seguaci russi ed europei. Con sorpresa di Gunther, l’atteggiamento di Trockij non era quello di un esule sconfitto, ma piuttosto quello di un sovrano o di un dittatore. Gunther pensò a Napoleone all’Elba, proprio nei giorni che precedettero il drammatico ritorno e i Cento Giorni. Gunther riferì :

 

Un movimento trotskista è sorto quasi in tutta Europa. In ogni paese vi è un nucleo di agitatori trotskisti. Essi prendono ordini direttamente da Prinkipo. Vi è una specie di collegamento fra i diversi gruppi, attraverso le loro pubblicazioni e i loro manifesti, ma per lo più attraverso lettere private. I vari comitati centrali sono legati a un quartier generale internazionale a Berlino.

Gunther cercò di far parlare Trockij della sua Quarta Internazionale, gli chiese che cosa rappresentasse e che cosa facesse. Trockij fu molto riservato sull’argomento. In un momento di espansione mostrò a Gunther diversi “libri vuoti” in cui si nascondevano e si trasportavano documenti segreti. Elogiò l’attività di Andrés Nin in Spagna1. Trockij aveva anche seguaci e simpatizzanti influenti negli Stati Uniti. Parlò di cellule trotskiste in via di formazione in Francia, Norvegia e Cecoslovacchia. La loro attività, disse a Gunther, era “semi-clandestina”.

Gunther scrisse che Trockij aveva “perduto la Russia, almeno per il momento; nessuno sa se la riconquisterà fra dieci o vent’anni”. La mira principale di Trockij era di “tener duro, sperando nella caduta di Stalin in Russia e, nel frattempo, di consacrare ogni briciola di energia all’incessante perfezionamento della sua organizzazione anticomunista all’estero”.
“Una cosa sola,” concludeva Gunther, “potrebbe far tornare subito Trockij in Russia”.Quella cosa era “la morte di Stalin”.

 

Tra il 1930 e il 1931 Trockij lanciò da Prinkipo una straordinaria campagna di propaganda antisovietica che presto penetrò in ogni paese. Era un genere di propaganda interamente nuovo, infinitamente più sottile e disorientante di qualsiasi cosa fosse stata messa in pratica in passato dai crociati antibolscevichi.

I tempi erano cambiati. Dopo la grande crisi, il mondo intero era orientato alla rivoluzione perché non voleva un ritorno ai regimi del passato che avevano portato così tanta povertà e sofferenza. La prima controrivoluzione in Italia era stata promossa con efficacia dal suo leader ex socialista, Benito Mussolini, come la “rivoluzione italiana”. In Germania, i nazisti stavano guadagnando un supporto di massa non soltanto arruolando i reazionari antibolscevichi, ma anche presentandosi ai lavoratori e ai contadini tedeschi come “nazional-socialisti”. Già dal 1903, Trockij padroneggiava un tipo di propaganda di quelli che Lenin aveva definito “slogan ultra-rivoluzionari che non gli costano nulla”.

Ora Trockij stava procedendo a sviluppare su scala mondiale la tecnica di propaganda che aveva originariamente impiegato contro Lenin e il Partito Bolscevico. In innumerevoli articoli di ultra-sinistra e dal tono violentemente radicale, iniziò ad attaccare il regime sovietico e a chiedere il suo rovesciamento violento, non perché si trattava di un regime rivoluzionario ma perché, per usare le sue parole, era “controrivoluzionario” e “reazionario”. Da un giorno all’altro molti crociati antibolscevichi abbandonarono la vecchia linea propagandista filozarista e controrivoluzionaria per adottare la nuova tattica trozkista di attaccare la Rivoluzione russa “da sinistra”. Negli anni seguenti divenne accettabile per gente come lord Rothermere e William Randolph Hearst accusare Josif Stalin di aver “tradito la Rivoluzione”.

 

La prima grande opera di propaganda di Trockij per presentare la sua linea antisovietica alla controrivoluzione internazionale fu la sua autobiografia melodrammatica e romanzata, La mia vita. Pubblicata in origine come una serie di articoli antisovietici in Europa e negli Stati Uniti, l’opera aumentò il prestigio del movimento trotskista e diffuse il mito del suo autore come “rivoluzionario mondiale”. Trockij si descriveva come il vero autore e organizzatore della Rivoluzione russa, che in qualche modo era stato escluso dal suo meritato ruolo di leader da oppositori “astuti”, “mediocri” e “asiatici”.

Agenti e giornalisti antisovietici trasformarono immediatamente il libro di Trockij in un sensazionale best seller mondiale che pretendeva di raccontare la storia della Rivoluzione russa “dall’interno”.

 

Adolf Hitler lesse l’autobiografia appena fu pubblicata. Il suo biografo Konrad Heiden racconta in Der Führer come nel 1930 il leader nazista sorprese un gruppo di amici lanciandosi in elogi entusiastici del libro di Trockij. “Straordinario!” aveva urlato agitando il libro davanti ai presenti, “ho imparato moltissimo da questo libro, e potete farlo anche voi!”

L’autobiografia divenne immediatamente un libro da studiare per gli agenti segreti antisovietici e fu accolto come una guida fondamentale per la propaganda contro il regime sovietico. La polizia segreta giapponese ne fece una lettura obbligata per i comunisti giapponesi e cinesi imprigionati nel tentativo di abbatterne il morale e convincerli che l’Unione Sovietica aveva tradito la Rivoluzione cinese e la causa per cui stavano combattendo. Anche la Gestapo ne fece un uso simile.

 

La mia vita era solo il primo passo della prodigiosa campagna antisovietica di Trockij. Fu seguita da La Rivoluzione tradita, L’economia sovietica in pericolo, Il fallimento del piano quinquennale, Stalin e la Rivoluzione cinese, La scuola stalinista della falsificazione e innumerevoli altri libri, pamphlet e articoli antisovietici, molti dei quali apparvero per la prima volta a titoli cubitali su giornali reazionari europei e statunitensi. L’“ufficio” di Trockij forniva a ciclo continuo “rivelazioni”, “scoperte” e “retroscena” sull’URSS per la stampa antisovietica.

Per la distribuzione in Unione Sovietica pubblicò il Bollettino dell’opposizione. Stampato all’estero, prima in Turchia e poi in Germania, Francia, Norvegia e altri paesi, e in seguito portato in URSS da corrieri trotskisti segreti, il Bollettino non aveva lo scopo di raggiungere le masse: era rivolto ai diplomatici, ai militari e agli intellettuali che in passato avevano seguito Trockij o che potevano essere influenzati da lui. Il Bollettino conteneva anche istruzioni per il lavoro di propaganda trotskista in Unione Sovietica e all’estero; dipingeva senza sosta foschi scenari di disastri per il regime sovietico predicendo crisi industriali, nuove guerre civili e il collasso dell’Armata Rossa al primo attacco dall’estero. La pubblicazione giocava abilmente con tutti i dubbi e le ansie che l’estrema tensione e le difficoltà del periodo di costruzione avevano fatto sorgere tra gli elementi instabili, confusi e insoddisfatti: proprio a loro il Bollettino chiedeva di compiere atti di violenza contro il governo.

Ecco alcuni esempi della propaganda antisovietica diffusa da Trockij in tutto il mondo negli anni successivi alla sua espulsione dall’URSS:

La politica dell’attuale dirigenza, il piccolo gruppo di Stalin, sta portando il paese a grande velocità verso una pericolosa crisi e il collasso. (Lettera ai membri del Partito Comunista dell’Unione Sovietica, marzo 1930)

La crisi imminente dell’economia sovietica ridurrà inevitabilmente in rovine nel prossimo futuro la stucchevole leggenda [che il socialismo può essere costruito in un solo paese], e non abbiamo ragione di dubitare che causerà molte morti. […] Le funzioni dell’economia [sovietica] sono prive di riserve materiali e programmazione. […] La burocrazia incontrollata ha distrutto il suo prestigio con una lunga accumulazione di errori. […] Una crisi è imminente [in Unione Sovietica] con una serie di conseguenze come la chiusura forzata delle imprese e la disoccupazione. (L’economia sovietica in pericolo, 1932)
I lavoratori affamati sono scontenti per la politica del Partito.

Il Partito è scontento della dirigenza. I contadini sono scontenti per l’industrializzazione e la collettivizzazione e per la città. (Articolo per il Militant del 4 febbraio 1933) Il primo shock sociale, esterno o interno, potrebbe gettare la frammentata società sovietica in una guerra civile. (L’Unione Sovietica e la Quarta Internazionale, 1933) Sarebbe infantile pensare che la burocrazia stalinista possa essere rimossa per mezzo del Partito o del Congresso sovietico. I normali mezzi costituzionali non sono più in grado di rimuovere la cricca che governa. […] Possono essere costretti a cedere il potere all’avanguardia proletaria solo con la forza. (Bollettino dell’opposizione, ottobre1933)

 

Le crisi politiche convergono verso la crisi economica che si sta facendo strada. (L’assassinio di Kirov, 1935)
All’interno del Partito Stalin si è posto al di sopra di ogni critica e dello Stato. È impossibile eliminarlo se non tramite l’assassinio. Ogni oppositore diventa ipso facto un terrorista. (Dichiarazione al New York Evening Journal di William Randolph Hearst, 26 gennaio 1937)

Possiamo aspettarci che l’Unione Sovietica esca vincitrice dalla grande guerra imminente? Risponderemo francamente a questa franca domanda: se la guerra dovesse rimanere soltanto una guerra, la sconfitta dell’Unione Sovietica sarebbe inevitabile. Dal punto di vista tecnico, economico e militare, l’imperialismo è incomparabilmente più forte. Se non sarà paralizzato da una rivoluzione in Occidente, l’imperialismo spazzerà via il regime presente. (Articolo per l’American Mercury, marzo 1937)
La sconfitta dell’Unione Sovietica sarebbe inevitabile nel caso in cui la nuova guerra non dovesse provocare una nuova rivoluzione. […]
Se ammettiamo in teoria una guerra senza rivoluzione, allora la sconfitta dell’Unione Sovietica è inevitabile. (Testimonianza alla Commissione Dewey, 1937)

 

2. Appuntamento a Berlino

 

Dal momento in cui Trockij aveva lasciato l’Unione Sovietica gli agenti dei servizi segreti stranieri erano stati desiderosi di contattarlo e servirsi della sua organizzazione internazionale. La Defensiva polacca, l’Ovra fascista, i servizi segreti militari finlandesi, gli émigré bianchi che coordinavano le attività antisovietiche in Romania, Jugoslavia e Ungheria, e gli elementi reazionari interni ai servizi segreti britannici e al Deuxème Bureau francese erano tutti pronti a trattare con il “nemico pubblico numero uno della Russia” per i loro scopi. Finanziamenti, assistenza, una rete di spie e corrieri furono messi a disposizione di Trockij per il mantenimento e l’estensione delle sue attività di propaganda internazionale e per la riorganizzazione dell’apparato cospirativo in Unione Sovietica.

La cosa più importante era la crescente vicinanza di Trockij con i servizi segreti militari tedeschi, la Sezione 111B, che sotto il comando del colonnello Walter Nicolai stavano già collaborando con la Gestapo di Heinrich Himmler.
Fino al 1930, l’agente trotskista Krestinskij aveva ricevuto dalla Reichswehr tedesca circa due milioni di marchi d’oro per il finanziamento dell’attività trotskista in Russia, in cambio di informazioni consegnate al servizio segreto militare tedesco dai trotskisti. Krestinskij rivelò in seguito:

Dal 1923 fino al 1930 ricevemmo annualmente 250.000 marchi tedeschi in oro, […] in totale circa due milioni di marchi d’oro. Fino al 1927 le stipule degli accordi si svolgevano principalmente a Mosca. In seguito, dalla fine del 1927 fino quasi alla fine del 1928, per circa dieci mesi ci fu un’interruzione dei finanziamenti perché, dopo che il trotskismo era stato schiacciato, io ero completamente isolato, non conoscevo i piani di Trockij e non ricevevo informazioni o istruzioni da lui. […] Continuò così fino all’ottobre 1928, quando ricevetti una lettera da Trockij, che all’epoca era in esilio ad Alma Ata. […] La lettera diceva che avrei ricevuto il denaro dai tedeschi, che Trockij proponeva di girare a Maslow o ai suoi amici francesi, cioè Roemer, Madeline Paz e altri. Contattai il generale Seeckt. All’epoca si era dimesso e non occupava alcuna carica. Si offrì volontario per parlare con Hammerstein e ottenere il denaro. Hammerstein era il capo dello staff della Reichswehr, e nel 1930 divenne comandante in capo.

Nel 1930 Krestinskij fu nominato Vicecommissario per gli Affari Esteri e trasferito da Berlino a Mosca. Il suo allontanamento dalla Germania insieme alla crisi in seno alla Reichswehr dovuta alla crescente potenza del nazismo, arrestarono di nuovo per un certo tempo il flusso del denaro tedesco nelle casse trotskiste. Ma Trockij era già sul punto di stringere un nuovo, ampio accordo con il servizio segreto militare tedesco.

Nel febbraio del 1931 Lev Sedov affittò un appartamento a Berlino. Secondo il suo passaporto, Sedov era in Germania come “studente”; era venuto a Berlino ostentatamente per frequentare un “istituto scientifico tedesco”. Ma quell’anno, il soggiorno di Sedov nella capitale della Germania era dovuto a motivi più urgenti.

 

Alcuni mesi prima Trockij aveva scritto un pamphlet dal titolo Germania: la chiave della situazione internazionale. Centosette deputati nazisti erano stati eletti al Reichstag e il Partito Nazista aveva ricevuto 6.400.000 voti. Quando Sedov arrivò a Berlino, un senso di tensione e aspettativa febbrile incombeva sulla capitale tedesca. Truppe di camicie nere organizzavano parate per le strade della città cantando “Horst Wessel”, devastando i negozi ebrei e le abitazioni e i club di liberali e lavoratori. I nazisti erano sicuri di sé. “Nella mia vita non sono mai stato così ben disposto e intimamente contento,” scrisse Adolf Hitler sul Völkischer Beobachter.

Ufficialmente la Germania era ancora una democrazia. I rapporti commerciali con l’Unione Sovietica erano al culmine: il governo sovietico acquistava macchinari dalle industrie tedesche e tecnici tedeschi ottenevano importanti lavori nelle miniere russe e nei progetti di elettrificazione. Ingegneri sovietici visitavano la Germania e rappresentanti di commercio, acquirenti e agenti commerciali viaggiavano continuamente avanti e indietro tra Mosca e Berlino per progetti legati al piano quinquennale. Alcuni di quei cittadini sovietici erano seguaci o ex collaboratori di Trockij. Sedov agiva a Berlino per conto di suo padre, con incarichi cospirativi.

“Lev stava sempre all’erta,” scrisse più tardi Trockij in Lev Sedov: figlio, amico e combattente, “e cercava affannosamente il modo di comunicare con la Russia, andando alla caccia di turisti che ne tornavano, di studenti sovietici destinati all’estero o di funzionari simpatizzanti nelle rappresentanze estere”. Compito principale di Sedov a Berlino era di prendere contatti con vecchi membri dell’opposizione, di comunicar loro le istruzioni di Trockij, o di riceverne messaggi importanti destinati a suo padre. “Per evitare di compromettere i suoi informatori” e per “sfuggire alle spie della GPU,” scrisse Trockij, “Sedov correva per ore intere lungo le strade di Berlino”.

Diversi eminenti trotskisti erano riusciti ad assicurarsi posti nella Commissione per il Commercio Estero. Fra di loro c’era Ivan Smirnov, già ufficiale dell’Armata Rossa e membro influente della guardia di Trockij. Dopo un periodo di esilio, Smirnov aveva seguito la strategia di altri trotskisti, denunciato Trockij e chiesto la riammissione al Partito Bolscevico. Ingegnere di professione, Smirnov ottenne presto una posizione di scarsa importanza nell’industria dei trasporti. All’inizio del 1931 fu nominato consulente in una missione commerciale a Berlino.

Poco dopo il suo arrivo in Germania, Smirnov fu contattato da Lev Sedov. Nel corso di numerosi incontri clandestini nell’appartamento di Sedov e in birrerie e caffè fuori mano, Smirnov venne al corrente dei piani di Trockij per riorganizzare l’opposizione clandestina in collaborazione con agenti segreti tedeschi.

Da quel momento in poi, disse Sedov a Smirnov, la lotta contro il regime sovietico avrebbe dovuto assumere i caratteri di un’offensiva a tutto campo. Le vecchie rivalità e le differenze politiche fra trotskisti, buchariniani, zinovevisti, menscevichi, socialisti-rivoluzionari e tutti gli altri gruppi e fazioni dovevano essere dimenticate. In secondo luogo, la lotta doveva assumere un carattere militare. Doveva iniziare una campagna nazionale di attacchi terroristici e sabotaggi contro il regime sovietico e doveva essere pianificata in ogni dettaglio. Mediante attacchi diffusi e attentamente coordinati, l’opposizione sarebbe stata in grado di far precipitare il governo nella confusione e nella demoralizzazione senza speranza: allora l’opposizione avrebbe preso il potere.

Il compito immediato di Smirnov era di far pervenire ai membri più fidati dell’opposizione a Mosca le istruzioni di Trockij per riorganizzare il lavoro clandestino e preparare gli attacchi terroristici e i sabotaggi. Doveva anche organizzarsi per inviare regolarmente informazioni a Berlino, che poi sarebbero state recapitate a Sedov da corrieri fidati e da lui mandate al padre. La parola d’ordine con cui i corrieri si identificavano era “Ho portato i saluti di Galja”. Sedov chiese a Smirnov di fare un’ultima cosa mentre era ancora a Berlino: doveva contattare il capo di una missione commerciale sovietica appena arrivato e informarlo che Sedov era ancora in città e desiderava vederlo per una questione della massima importanza.

La persona in questione era Jurij Leonodovič Pjatakov, vecchio seguace e devoto ammiratore di Trockij.

Magro e alto, ben vestito, con la fronte spaziosa, la pelle chiara e la barba corta e rossa, Pjatakov aveva più l’aspetto di un insegnante che del cospiratore inveterato. Nel 1927, dopo il tentativo di putsch, era stato il primo dirigente trotskista a rompere con Trockij e a chiedere la riammissione nel Partito. Uomo di straordinaria abilità nella gestione commerciale e negli affari, ottenne alcuni buoni incarichi nelle industrie sovietiche in rapida espansione quando era ancora in esilio in Siberia. Alla fine del 1929 fu riammesso in prova nel Partito Bolscevico. Fu a capo di una serie di commissioni sui trasporti e la pianificazione delle industrie chimiche e nel 1931 ottenne un seggio nel Consiglio Economico Supremo, l’istituto centrale della pianificazione industriale sovietica. Quello stesso anno fu mandato a Berlino a capo di una missione speciale per acquistare equipaggiamento tecnico tedesco a nome del governo.

Seguendo le istruzioni di Sedov, Ivan Smirnov rintracciò Pjatakov nel suo ufficio a Berlino. Gli disse che Lev Sedov era in città e aveva un messaggio speciale per lui da parte di Trockij. Alcuni giorni dopo Pjatakov vide Sedov. Ecco la relazione dello stesso Pjatakov sull’incontro:

C’è un caffè noto col nome di “Am Zoo”, a breve distanza dal giardino zoologico sulla piazza omonima. Vi andai e vidi Lev Sedov seduto a un tavolino. In passato, ci conoscevamo molto bene. Mi disse che non mi parlava a suo nome, ma a nome di suo padre; che Trockij, sapendo che ero a Berlino, gli aveva dato l’ordine categorico di cercarmi, di incontrarsi con me e di parlarmi. Sedov disse che Trockij non aveva abbandonato affatto l’idea di riprendere la lotta contro Stalin, che vi era stato un temporaneo rallentamento dovuto in parte ai diversi spostamenti di Trockij da un paese all’altro, ma che questa lotta ora veniva ripresa, del che egli Trockij, a mezzo suo, mi stava informando. […] Dopo questo, Sedov mi chiese di punto in bianco: “Trockij vi domanda di prender parte a questa lotta”. Acconsentii.

Allora Sedov proseguì e informò Pjatakov della linea su cui Trockij proponeva di riorganizzare l’opposizione:

Sedov passò a definire il carattere dei nuovi metodi di lotta: non era il caso di sviluppare una qualsiasi forma di lotta di massa, di organizzare un movimento di massa; adottando una qualsiasi specie di lavoro di massa, saremmo immediatamente perduti; Trockij era fermamente convinto che bisognava rovesciare Stalin con la violenza, coi metodi del terrorismo e del sabotaggio.

Fra Sedov e Pjatakov ebbe presto luogo un altro incontro. Questa volta Sedov gli disse: “Vi renderete conto, Jurij Leonodovič, che, poiché la lotta è stata ripresa, occorre denaro. Voi potete provvedere i fondi necessari alla lotta”. Sedov spiegò a Pjatakov come si poteva fare. Nella sua qualità di rappresentante ufficiale di commercio del governo sovietico in Germania, Pjatakov doveva assicurare il maggior numero possibile di ordinazioni a due ditte tedesche, la Borsig e la Demag. Nel trattare con questi consorzi, Pjatakov non doveva essere “troppo esigente in quanto a prezzi”. Trockij aveva un accordo con le due ditte. “Voi dovrete pagare prezzi più elevati,” disse Sedov, “ma questo denaro sarà destinato al nostro lavoro”2.

A Berlino c’erano altri due oppositori segreti che Sedov mise all’opera nell’opera nell’apparato trotskista: erano Aleksej Šestov, un ingegnere della missione commerciale di Pjatakov, e Sergej Bessonov, membro della rappresentanza commerciale sovietica a Berlino.
Bessonov, ex socialista-rivoluzionario, era un quarantenne tozzo dall’aria mediocre e dalla carnagione scura. La rappresentanza commerciale di cui era membro era la principale agenzia di commercio sovietica in Europa e gestiva gli scambi con dieci diversi paesi; Bessonov stesso risiedeva stabilmente a Berlino.

 

Era quindi l’uomo ideale per servire da “elemento di contatto” tra i trotskisti russi e i loro leader in esilio. Fu stabilito che le comunicazioni segrete dalla Russia sarebbero state spedite a Bessonov, che poi le avrebbe fatte arrivare a Sedov o Trockij. Aleksej Šestov era una persona ben diversa, e il suo ruolo doveva essere adatto al suo temperamento. Divenne uno degli organizzatori principali delle cellule di sabotaggio trotskiste e tedesche in Siberia, dove era un membro dell’Associazione Industriale Carbonifera Orientale e Siberiana. Aveva appena trent’anni. Nel 1923, mentre era ancora studente all’Istituto Minerario di Mosca, si era unito all’opposizione trotskista e nel 1927 aveva guidato una delle stamperie clandestine a Mosca. Uomo magro e dagli occhi chiari, con un temperamento intenso e violento, Šestov seguiva Trockij con devozione fanatica. “Ho incontrato Trockij di persona molte volte,” si vantava.

Per lui Trockij era “la guida”, ed era così che si rivolgeva sempre a lui. “Non serve a niente mettersi a sedere e fischiettare finché cambia il tempo,” gli disse Sedov quando si incontrarono a Berlino. “Dobbiamo procedere con tutte le forze e i mezzi a nostra disposizione a una strategia di discredito della politica di Stalin”. Trockij sosteneva che “l’unica strada corretta, una strada difficile ma sicura, era rimuovere con la forza Stalin e i membri del governo attraverso i mezzi del terrorismo”. “Ci siamo già infilati una volta in un vicolo cieco,” approvò Šestov, “è necessario disarmarci, o tracciare il sentiero per una nuova lotta”.

Sedov chiese a Šestov se conosceva un industriale tedesco di nome Dehlmann; Šestov rispose che lo conosceva di fama. Era il direttore dell’impresa Frölich-Klüpfel-Dehlmann. Molti degli ingegneri della ditta erano impiegati nelle miniere della Siberia occidentale dove anche Šestov lavorava. Allora Sedov disse a Šestov che doveva “mettersi in contatto con Dehlmann” prima di tornare in Unione Sovietica. La ditta di Dehlmann, spiegò, poteva essere molto utile all’opposizione trotskista per “minare l’economia sovietica” in Siberia. Dehlmann stava già aiutando a diffondere la propaganda e gli agenti trotskisti nel paese; in cambio Šestov poteva fornire a Dehlmann informazioni sicure sulle nuove miniere e industrie sovietiche, a cui l’industriale tedesco era molto interessato…

“Mi stai consigliando di fare un accordo con la ditta?” chiese Šestov.“Che c’è di così terribile?” rispose il figlio di Trockij. “Se ci stanno facendo un favore, perché non dovremmo aiutarli?”“Mi stai chiedendo di diventare una spia!” esclamò Šestov.

Sedov scosse le spalle. “È assurdo usare una parola del genere. In una lotta non c’è ragione di essere così schizzinosi. Se accetti il terrorismo, se accetti il sabotaggio distruttivo delle industrie, non riesco proprio a capire perché non riesci ad accettare questo”.

Alcuni giorni dopo, Šestov vide Smirnov e gli riferì quello che Sedov aveva detto. “Mi ha ordinato di stabilire contatti con la Frölich-Klüpfel-Dehlmann. Mi ha detto senza giri di parole di fare da contatto con un gruppo di spie e sabotatori nel bacino del Kuzneck. In quel caso, sarei anch’io una spia e un sabotatore”. “Smettila di sprecare parole del genere!” gridò Smirnov. “Il tempo passa ed è necessario agire. Cosa c’è che ti sorprende nel fatto che pensiamo sia possibile rovesciare Stalin mobilitando tutte le forze controrivoluzionarie del Kuzneck? Perché trovi così terribile allearti con dei tedeschi? Non c’è altro modo. Dobbiamo farcelo piacere”.

Šestov restò in silenzio. Allora Smirnov gli chiese: “Beh, come ti senti?”“Non provo niente,” rispose, “faccio quello che la nostra guida Trockij ci ha insegnato: fare attenzione e attendere ordini”.

 

Prima di lasciare Berlino, Šestov incontrò Dehlmann e fu reclutato con il nome in codice “Alëša” nel servizio segreto militare tedesco. In seguito dichiarò:

Incontrai il direttore dell’azienda, Dehlmann, e il suo assistente Koch. Il succo della conversazione con i capi della Frölich-Klüpfel-Dehlmann era questo: prima di tutto, si parlò di fornire informazioni segrete attraverso i rappresentanti dell’impresa che lavoravano nel bacino del Kuzneck e di organizzare operazioni di sabotaggio insieme ai trotskisti. Fu detto anche a sua volta l’impresa avrebbe inviato più agenti a richiesta della nostra organizzazione. […] Avrebbero aiutato in ogni modo i trotskisti a prendere il potere 3.

Di ritorno in Unione Sovietica, Šestov portò con sé una lettera che Sedov gli aveva detto di consegnare a Pjatakov, che era tornato a Mosca. Šestov nascose la lettera nella suola di una scarpa e la consegnò a Pjatakov al Commissariato dell’Industria Pesante. La lettera era di Trockij in persona, da Prinkipo, e definiva i “compiti immediati” che l’opposizione doveva svolgere in Unione Sovietica.

Il primo era “di ricorrere a ogni mezzo possibile per rovesciare Stalin e i suoi associati”. Ciò significava terrorismo.
Il secondo consisteva nell’“unire tutte le forze anti-staliniane”. Ciò significava collaborazione con il servizio segreto militare tedesco e con qualsiasi altra forza antisovietica disposta a lavorare con l’opposizione.

Il terzo compito era “di contrastare tutti i provvedimenti del governo sovietico e del Partito bolscevico, specialmente nel campo economico”. Era il sabotaggio.

Pjatakov doveva essere il primo luogotenente di Trockij, con l’incarico di gestire l’apparato cospirativo interno all’Unione Sovietica.

3. I tre livelli

 

Durante tutto il 1932, la futura quinta colonna in Russia cominciò ad assumere forme concrete nel mondo clandestino dell’opposizione. In piccole riunioni segrete e incontri furtivi, i partecipanti della congiura venivano informati della nuova linea e istruiti per i loro nuovi compiti. Una rete di cellule terroristiche e sabotatrici e un sistema di corrieri furono organizzati in Unione Sovietica. A Mosca e a Leningrado, nel Caucaso e in Siberia, nel bacino del Donec e negli Urali, gli agitatori trotskisti organizzarono variegati incontri segreti dei nemici giurati del regime sovietico: socialisti-rivoluzionari, menscevichi, oppositori di sinistra e di destra, nazionalisti, anarchici, fascisti bianchi e monarchici. I messaggi di Trockij vennero diffusi in tutto l’agitato sottobosco di oppositori, spie e agenti segreti. Una nuova offensiva contro il regime sovietico stava per iniziare.
La richiesta pressante di Trockij di preparare atti terroristici allarmò in un primo tempo alcuni dei vecchi intellettuali trotskisti. Il giornalista Karl Radek non nascose il suo sgomento quando Pjatakov lo mise al corrente della nuova tattica. Nel febbraio 1932, Radek ricevette da Trockij una lettera personale inviatagli, come tutte le comunicazioni trotskiste di carattere riservato, per mezzo di un corriere segreto.

“Dovete ricordare l’esperienza precedente,” scrisse Trockij al suo tentennante seguace, “e rendervi conto che per voi non può esserci un ritorno al passato, che la lotta è entrata in una fase nuova e che l’aspetto di tale fase è questo: o perire insieme all’Unione Sovietica o porre il problema di allontanarne i capi”.

La lettera di Trockij, insieme all’insistenza di Pjatakov, convinsero alla fine Radek. Consentì ad accettare la nuova “linea” : terrorismo, sabotaggio e collaborazione con “potenze straniere”.

 

Fra gli organizzatori più attivi delle cellule terroristiche, che ora venivano costituite in tutta l’Unione Sovietica, c’erano Ivan Smirnov e i suoi compagni più vecchi della guardia di Trockij: Sergej Mračkovskij e Efraim Dreitzer.

Sotto la direzione di Smirnov, Mračkovskij e Dreitzer cominciarono a costituire piccoli gruppi permanenti composti da militari

ed ex seguaci di Trockij ai tempi della guerra civile disposti a usare metodi violenti.

“Le speranze da noi riposte nel crollo della politica del Partito,” disse Mračkovskij a uno di questi gruppi terroristici a Mosca nel 1932, “sono da considerarsi condannate. I metodi di lotta usati finora non han dato nessun risultato positivo. Rimane solo una via di lotta ed è l’eliminazione violenta dei dirigenti del Partito. Stalin e gli altri capi vanno eliminati. Ecco il compito principale!”
Nel frattempo Pjatakov si dava alla ricerca di cospiratori nei posti-chiave dell’industria, specialmente nelle industrie belliche e nei trasporti, reclutandoli per la campagna di sabotaggio sistematico che Trockij voleva scatenare contro l’economia sovietica.
Nell’estate del 1932, tra Pjatakov, quale luogotenente di Trockij in Russia, e Bucharin, capo dell’opposizione di destra, fu discussa la possibilità di un accordo per metter termine alle passate rivalità e ai dissidi e svolgere un lavoro comune sotto il comando supremo di Trockij. Il gruppo minore capeggiato dai veterani dell’opposizione, Zinov’ev e Kamenev, acconsentì a sottomettersi all’autorità di Trockij. In seguito Bucharin disse questo a proposito dei frenetici negoziati tra i cospiratori:

 

Parlai con Pjatakov, Tomskij e Rykov. Rykov parlò con Kamenev, e Kamenev con Pjatakov. Nell’estate del 1932 ebbi una seconda conversazione con Pjatakov nel Commissariato dell’Industria Pesante. All’epoca era molto semplice per me, dato che lavoravo con lui. Era il mio capo. Dovevo andare nel suo ufficio privato per affari e potevo farlo senza destare sospetti. […]
In quella conversazione, nell’estate del 1932, Pjatakov mi disse del suo incontro con Sedov riguardo alla strategia terroristica di Trockij. […] Decidemmo che avremmo trovato molto presto una base comune molto presto, che le differenze nella nostra lotta contro il potere sovietico sarebbero state superate.

 

Le ultime trattative furono concluse in quell’autunno e una riunione segreta fu tenuta in una casa di campagna abbandonata, una dacia alle porte di Mosca. I congiurati avevano disposto sentinelle attorno alla casa e lungo tutte le vie di accesso per difenderla da ogni sorpresa e per garantirsi una segretezza assoluta. In questa riunione fu costituito una sorta di comando supremo delle forze d’opposizione riunite, il quale doveva dirigere le future campagne di terrorismo e di sabotaggio in tutta l’Unione Sovietica. Questo comando supremo dell’opposizione fu chiamato il “blocco delle destre e dei trotskisti”. Era formato di tre compartimenti diversi. Se uno di questi veniva scoperto, gli altri avrebbero continuato l’opera.

Il primo livello, il centro terroristico trotskista-zinovevista, capeggiato da Zinov’ev, era responsabile dell’organizzazione e della direzione del terrorismo.

Il secondo livello, il centro trotskista parallelo, capeggiato da Pjatakov, era responsabile dell’organizzazione e della direzione del sabotaggio.

Il terzo livello, che era anche il più importante, il vero blocco delle destre e dei trotskisti, capeggiato da Bucharin e da Krestinskij, comprendeva la maggior parte dei dirigenti e dei membri più autorevoli delle forze d’opposizione riunite.
L’intera organizzazione consisteva soltanto di poche migliaia di membri e di venti o trenta dirigenti che avevano cariche importanti nell’esercito, agli esteri, nel servizio segreto, nell’industria, nei sindacati e negli uffici del Partito e del governo.

 

Fin dall’inizio, nel blocco delle destre e dei trotskisti si infiltrarono, e ne presero in mano le redini, agenti pagati di servizi segreti stranieri, e specialmente agenti del servizio segreto militare tedesco. Ecco alcuni degli agenti dei servizi segreti stranieri membri dirigenti del nuovo blocco cospirativo.

 

Nikolaj Krestinsij, trotskista e Vicecommissario per gli Esteri, era agente del servizio segreto militare tedesco sin dal 1923, quando per la prima volta ricevette incarichi di spionaggio dal generale Hans von Seeckt.

 

Arkadij Rosengoltz, trotskista e Commissario del Popolo per il Commercio Estero, aveva assolto compiti di spionaggio per il Comando Supremo tedesco sin dal 1923. “La mia attività di spionaggio risale al 1923,” raccontò lo stesso Rosengoltz più tardi, “quando, su istruzioni di Trockij, trasmisi varie informazioni segrete al comandante in capo della Reichswehr, Seeckt, e al capo del Comando Supremo tedesco, Hasse”. Nel 1926 Rosengoltz cominciò a lavorare per i servizi segreti britannici, mantenendo tuttavia i suoi contatti con la Germania.

 

Christian Rakovskij, trotskista ed ex ambasciatore in Gran Bretagna e in Francia, agente dei britannici a partire dal 1924. Ecco le parole dello stesso Rakovskij: “Entrai in rapporti criminali con i britannici nel 1924”. Nel 1934 divenne anche agente del servizio segreto giapponese.

 

Stanislav Rataičak, trotskista e capo dell’Amministrazione Centrale delle Industrie Chimiche; agente dei servizi segreti tedeschi. Era stato mandato in Russia immediatamente dopo la Rivoluzione. Svolse attività di spionaggio e sabotaggio nelle industrie degli Urali.

 

Ivan Hrasche, trotskista, dirigente dell’industria chimica sovietica, arrivò in Russia come spia per i servizi segreti cecoslovacchi nel 1919, camuffato da ex prigioniero di guerra russo. Divenne poi un agente dei servizi segreti tedeschi.
Aleksej Šestov, trotskista e membro dell’Associazione delle Industrie Orientali e Siberiane del Carbone, divenne un agente tedesco nel 1931 attraverso la compagnia Frölich-Klüpfel-Dehlmann e svolse attività di spionaggio e sabotaggio in Siberia.

Gavrill Pušin, trotskista e dirigente delle industrie chimiche Gorlovka, divenne un agente tedesco nel 1935. Secondo la sua confessione alle autorità sovietiche, aveva fornito ai tedeschi dati sulla produzione di tutte le imprese chimiche sovietiche nel 1934, il loro programma di lavoro per il 1935 e i piani di sviluppo di tecnologia ad azoto fino al 1938.
Jakov Livšic, trotskista e funzionario della Commissione per le Ferrovie nell’Estremo Oriente, era agente del servizio segreto

militare giapponese e trasmetteva regolarmente al Giappone informazioni sulle ferrovie sovietiche.

 

Ivan Knjazev, trotskista, membro dell’esecutivo per il sistema ferroviario degli Urali; agente del Servizio segreto giapponese. Sotto la direzione di questo attuava un’attività di sabotaggio negli Urali, e teneva il Comando Supremo giapponese informato sul sistema dei trasporti sovietico. Josif Turok, trotskista vicedirettore del reparto trasporti della ferrovia Perm e Urali; agente del servizio segreto giapponese. Nel 1935 Turok ricevette dai Giapponesi 35.000 rubli per le operazioni di spionaggio e di sabotaggio che egli assolveva negli Urali. Michail Černov, membro dell’opposizione di destra e Commissario per l’Agricoltura; agente del servizio segreto militare tedesco dal 1928. Sotto la direzione dei tedeschi, Černov svolgeva in Ucraina una larga attività di sabotaggio e di spionaggio*.

 

Vassilij Šarangovič, membro della destra e segretario del Comitato Centrale del Partito Comunista di Bielorussia. Era stato mandato in Russia come spia nel 1921. Negli anni seguenti aveva continuato a lavorare sotto la supervisione dei servizi segreti polacchi fornendo dati e compiendo operazioni di sabotaggio in Bielorussia. Grigorij Grinko, membro della destra e del Commissariato del Popolo per le Finanze., agente dei tedeschi e dei polacchi dal 1922. Era il leader del movimento nazionalista fascista ucraino, aveva aiutato a contrabbandare armi e munizioni in Unione Sovietica e praticato azioni di spionaggio e sabotaggio per i tedeschi e i polacchi. L’organizzazione cospirativa dei trotskisti, dell’opposizione di destra e degli zinovevisti era di fatto la quinta colonna dell’Asse in Unione Sovietica.

 

  

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Capitolo diciassettesimo: Tradimento e terrore

1. La diplomazia del tradimento

Tra il 1933 e il 1934 le nazioni d’Europa sembravano prese da una misteriosa malattia. Un paese dopo l’altro veniva scosso improvvisamente da colpi di Stato, putsch militari, sabotaggi, assassini e impressionanti rivelazioni di intrighi e di congiure. Non passava quasi mese senza qualche nuovo atto di tradimento e di violenza. Un’epidemia di tradimento e di terrore dilagava in tutta l’Europa.

La Germania nazista era il focolaio dell’infezione. L’11 gennaio 1934 un telegramma della United Press riferiva da Londra: “Ora che la Germania nazista è il centro dei nuovi movimenti fascisti, tutto il continente è scosso dalle agitazioni e dalle violenze di coloro che ritengono condannate le vecchie forme di governo”.

Il termine “quinta colonna” non era ancora noto. Ma già le avanguardie segrete del Comando Supremo tedesco avevano lanciato la loro offensiva contro le nazioni d’Europa. I cagoulard e la Croix-de-Feu in Francia; la Union of Fascists in Gran Bretagna; i rexisti nel Belgio; il POW polacco; gli henleinisti e le guardie di Hlinka in Cecoslovacchia; i collaborazionisti in Norvegia; la Guardia di ferro in Romania; l’Imro bulgaro; il finlandese Lappo; i Lupi di Ferro in Lituania; la Croce Fiammeggiante in Lettonia e molte altre società segrete naziste di recente fondazione o leghe controrivoluzionarie riorganizzate erano già all’opera per spianare la via alla conquista della Wehrmacht tedesca e all’asservimento del continente e stavano preparando l’attacco all’Unione Sovietica.

Ecco una lista dei principali atti terroristici condotti dai nazifascisti subito dopo l’ascesa di Hitler al potere.

Ottobre 1933: assassinio di Aleksandr Mailov, segretario dell’ambasciata sovietica, a Leopoli, in Polonia, da parte dei nazionalisti ucraini dell’OUN, organizzazione terroristica finanziata dai nazisti.

Dicembre 1933: assassinio del presidente romeno Ion Duca da parte dei fascisti della Guardia di Ferro.

Febbraio 1934: disordini a Parigi fomentati dalla Croix-de-Feu, organizzazione fascista francese.

Marzo 1934: tentativo di colpo di stato in Estonia da parte dei “combattenti per la libertà” finanziati dai nazisti.

Maggio 1934: colpo di stato fascista in Bulgaria; tentato putsch in Lettonia organizzato dalla Fratellanza Baltica filo-nazista.

Giugno 1934: assassinio del Ministro dell’Interno polacco, il generale Bronisław Pieracki, per mano dell’OUN, che nello stesso mese ucciderà anche il capo dell’Organizzazione per l’Azione Cattolica, Ivan Babiy; tentativo di insurrezione di massa in Lituania guidato dall’organizzazione fascista del Lupi di Ferro.

Luglio 1934: fallito putsch in Austria e assassinio del cancelliere Engelbert Dollfuss per mano di terroristi nazisti.

Ottobre 1934: assassinio di re Alessandro di Jugoslavia e del Ministro degli Esteri francese Barthou da parte di membri del movimento degli ustascia, organizzazione fascista croata.

Due uomini erano responsabili dell’organizzazione e della direzione di quest’attività della quinta colonna nazista che presto si estese molto al di là dell’Europa, penetrando negli Stati Uniti, nell’America Latina, nell’Africa e, d’intesa con il servizio segreto giapponese, in tutti i territori dell’Estremo Oriente. Essi erano Alfred Rosenberg e Rudolf Hess. Rosenberg sovraintendeva all’ufficio per la politica estera del Partito Nazista, con il compito di dirigere migliaia di agenzie di spionaggio, sabotaggio e propaganda naziste in tutto il mondo, con determinati punti di riferimento nell’Europa orientale e nella Russia sovietica. Come delegato di Hitler, Rudolf Hess aveva l’incarico di tutte le trattative estere segrete per conto del governo nazista.
Fu Alfred Rosenberg, l’ex emigrato zarista di Reval, a stabilire per primo rapporti ufficiali segreti fra i nazisti e Lev Trockij. Fu Rudolf Hess, il sostituto di Hitler, a rafforzarli …

Nel settembre 1933, otto mesi dopo che Hitler era diventato dittatore della Germania, il diplomatico trotskista e agente tedesco Nikolaj Krestinskij, che era diretto a una casa di cura di Kissingen per il suo annuale “periodo di riposo”, sostò alcuni giorni a Berlino. Krestinskij era allora Vicecommissario del Popolo per gli Affari Esteri.

A Berlino, Krestinskij vide Sergej Bessonov, l’agente di collegamento trotskista all’ambasciata sovietica. Krestinskij, in preda a grande agitazione, informò Bessonov che “Alfred Rosenberg, capo del reparto di politica estera del partito nazionalsocialista di Germania”, aveva “compiuto sondaggi nei nostri ambienti circa una possibile alleanza segreta fra i nazionalsocialisti tedeschi e i trotskisti russi”.
Krestinskij disse a Bessonov che doveva vedere Trockij. Bisognava combinare un incontro a ogni costo. Krestinskij si sarebbe fermato nella casa di cura di Kissingen sino alla fine di settembre, poi sarebbe andato a Merano, in Alto Adige. Trockij avrebbe potuto avvicinarlo, con la dovuta cautela, nell’uno o nell’altro dei due luoghi. L’incontro fu fissato. Nella seconda metà dell’ottobre 1933 Lev Trockij, accompagnato dal figlio Sedov, varcò con un passaporto falso la frontiera franco-italiana e s’incontrò con Krestinskij all’Albergo Bavaria di Merano1.

Si discusse su quasi tutte le questioni fondamentali che riguardavano il futuro sviluppo della congiura in Unione Sovieticao. Trockij esordì asserendo chiaramente che “la conquista del potere poteva avvenire in Russia solo con la forza”. Ma, così da solo, l’apparato cospirativo non era abbastanza forte per effettuare un colpo con successo e per mantenersi al potere senza un aiuto dal di fuori. Per questo era assolutamente necessario stabilire un accordo concreto con quegli stati stranieri che, per i loro fini, fossero interessati ad appoggiare i trotskisti contro il governo sovietico.

“L’embrione di un tale accordo,” disse Trockij a Krestinskij, “è stato il nostro accordo con la Reichswehr; ma quest’accordo non era soddisfacente né per i trotskisti né per i tedeschi per due ragioni: in primo luogo, una delle parti non era il governo tedesco nel suo insieme, ma solo la Reichswehr. In secondo luogo, quale era la sostanza del nostro accordo con la Reichswehr? Ricevevamo modeste somme di denaro, ed essi a loro volta ricevevano informazioni di cui avrebbe avuto bisogno in caso di un attacco armato. Ma il governo tedesco, e Hitler specialmente, desidera colonie, territori, e non solo informazioni di spionaggio. E si accontenterebbe di territori sovietici piuttosto che di colonie per le quali dovrebbe far la guerra alla Gran bretagna, agli Stati Uniti e alla Francia. Quanto a noi, non abbiamo bisogno di 250.000 marchi oro. Abbiamo bisogno delle forze armate tedesche per conquistare il potere con il loro appoggio. Ed è in questa direzione che il lavoro dovrebbe essere continuato”.
La prima cosa, disse Trockij, era di cercare un accordo col governo tedesco. “Ma anche i giapponesi sono una forza con cui ci si dovrebbe necessariamente accordare,” aggiunse. “Sarebbe necessario che i trotskisti russi iniziassero sondaggi presso i rappresentanti giapponesi a Mosca. A questo riguardo, usate Sokolnikov che lavora al Commissariato del Popolo per gli Esteri ed è incaricato degli affari orientali”.

Trockij istruì a fondo Krestinskij sull’organizzazione dell’apparato cospirativo russo. “Anche se l’Unione Sovietica fosse attaccata dalla Germania,” diceva Trockij, “questa non ci permetterebbe ancora di impadronirci della macchina dello stato se certe forze interne non sono state preparate. È necessario avere un punto d’appoggio, un’organizzazione fra i comandanti dell’Armata Rossa e allora, riunendo i nostri sforzi , potremo impossessarci, al momento opportuno, dei centri più vitali e salire al potere, sostituendo al governo attuale, che bisognerà arrestare, un governo nostro formato in precedenza”.

Al suo ritorno in Russia, Krestinskij doveva avvicinare il generale Tuchačevskij, Vicecapo di Stato Maggiore dell’Armata Rossa. “È un uomo di tipo bonapartista,” disse Trockij a Krestinskij, “un avventuriero ambizioso, desideroso non solo di avereun’importante parte militare ma anche militare-politica, e farà certamente causa comune con noi”.

I seguaci di Trockij in Russia dovevano dare ogni appoggio al generale Tuchačevskij, badando allo stesso tempo di collocare i loro uomini in posizioni strategiche così che, al momento del colpo di stato, l’ambizioso Tuchačevskij non sarebbe stato capace di controllare il nuovo governo senza l’aiuto di Trockij. Prima della fine della conferenza Trockij diede a Krestinskij ordini specifici per Pjatakov sulle campagne terroristiche e di sabotaggio in Russia. Parlandone nello specifico, disse che “gli atti sovversivi e terroristici” dovevano essere considerati da due punti di vista. Prima di tutto, dovevano “essere attuati in tempo di guerra con l’obiettivo di sabotare la capacità difensiva dell’Armata Rossa e disorganizzare il governo al momento del colpo di stato”. Ma in secondo luogo, bisognava comprendere che questi atti avrebbero reso la posizione di Trockij “più forte” e avrebbero dato “una maggiore confidenza nei negoziati con i governi stranieri”, perché così avrebbe potuto “confidare sul fatto che i suoi seguaci in Unione Sovietica sarebbero stati sufficientemente forti e attivi”.

Tornato a Mosca, Krestinskij fece, in una riunione clandestina di trotskisti russi, un’ampia relazione del suo incontro con Trockij. Alcuni cospiratori, in particolare Karl Radek, considerato il “Ministro degli Esteri” di Trockij, erano irritati dal fatto che Trockij avesse iniziato trattative così importanti senza prima essersi consultato con loro. Radek, udito il rapporto di Krestinskij, mandò a Trockij un messaggio speciale chiedendo “ulteriori chiarimenti sulla questione della politica estera”.
La risposta di Trockij, scritta dalla Francia, fu consegnata a Radek poche settimane dopo, da Vladimir Romm, un giovane corrispondente estero dell’Agenzia Tass, che serviva da corriere trotskista. Romm aveva ricevuto la lettera da Trockij a Parigi e l’aveva portata clandestinamente in Russia, nascondendola nella copertina di un popolare libro sovietico, Tsushima2. Più tardi, Radek descrisse il contenuto della lettera nei termini seguenti:

Trockij formulava il problema in questo modo. In Germania l’avvento al potere del fascismo aveva fondamentalmente mutato l’intera situazione. Implicava la guerra in un prossimo futuro, una guerra inevitabile tanto più che al tempo stesso si acutizzava la situazione nell’Estremo Oriente. Trockij non aveva nessun dubbio che questa guerra sarebbe finita con la disfatta dell’Unione Sovietica. La disfatta creerà condizioni favorevoli per l’avvento al potere del blocco. […] Trockij affermava di aver preso contatto con uno stato dell’Estremo Oriente e con uno stato dell’Europa Centrale, e di aver detto apertamente in circoli semi-ufficiali di questi stati che il blocco era disposto a trattare con essi e a fare considerevoli concessioni sia di carattere economico che di carattere territoriale.

Nella stessa lettera, Trockij informava Radek che i trotskisti russi, i quali occupavano posti diplomatici, sarebbero stati presto avvicinati da alcuni diplomatici stranieri e avrebbero dovuto confermare ad essi la propria lealtà verso Trockij e assicurarli che appoggiavano Trockij in ogni maniera…

Grigorij Sokolnikov, il Vicecommissario agli Affari Orientali, si precipitò poco tempo dopo nell’ufficio di Radek, all’Izvestija. “Immagina un po’!” esclamò Sokolnikov nervosamente appena la porta fu chiusa. “Sto conducendo trattative al Commissariato del Popolo per gli Affari Esteri. La conversazione si avvia alla fine. Gli interpreti hanno lasciato la stanza. Improvvisamente l’inviato giapponese si rivolge a me e mi chiede se sono informato delle proposte che Trockij ha fatto al suo governo”.
Sokolnikov fu profondamente turbato da quest’incidente. “Come vede Trockij questa cosa?” domandò a Radek. “Come posso io, Vicecommissario del Popolo, condurre simili trattative? È una situazione assolutamente impossibile!”

Radek cercò di calmare il suo amico agitato. “Calmati,” disse. “Trockij non si rende conto di questa particolare situazione, è ovvio”. Radek continuò ancora assicurando Sokolnikov che la cosa non si sarebbe ripetuta. Aveva già scritto a Trockij dicendogli che era impossibile che i trotskisti russi conducessero trattative con agenti tedeschi e giapponesi “sotto gli occhi dell’OGPU”. I trotskisti russi, disse Radek, avrebbero dovuto lasciare carta bianca a Trockij, incaricandolo di continuare letrattative per suo conto, purché li tenesse pienamente informati degli ulteriori sviluppi. Poco dopo, lo stesso Radek presenziava una cerimonia diplomatica a Mosca, quando un diplomatico tedesco gli sedette accanto e gli disse tranquillamente: “I nostri capi sanno che il signor Trockij si sta adoperando per un avvicinamento con la Germania. I nostri capi desiderano sapere che cosa significa quest’idea del signor Trockij. Forse è l’idea di un emigrato che dorme male? Che cosa c’è dietro queste idee?” Descrivendo la propria reazione a quest’inatteso approccio nazista, Radek disse più tardi:

La nostra conversazione durò, naturalmente, solo un paio di minuti; l’atmosfera di un ricevimento diplomatico non è propizia a lunghi discorsi. Avevo letteralmente un minuto secondo per decidere e dargli una risposta. […] Gli dissi che gli uomini politici realisti dell’URSS capivano il significato di un ravvicinamento tedesco-sovietico ed erano disposti a fare le necessarie concessioni per attuarlo.

Nella notte del 30 giugno 1934 il terrore nazista colpì all’interno dei suoi stessi ranghi quando Hitler liquidò gli elementi dissenzienti del suo movimento. Nel giro di ventiquattro ore, il capitano Ernst Röhm, comandante delle SA di Hitler, Edmund Heines, leader supremo del movimento nella Germania orientale, Karl Ernst, capo delle SA berlinesi, insieme a schiere di loro amici e associati, caddero sotto il fuoco dei fucili nazisti a Monaco e Berlino. Ansia e paura si abbatterono sull’intero movimento nazista.
Da Parigi, Trockij ordinò immediatamente a uno dei suoi “segretari” più fidati, una spia di nome Karl Reich, alias Johanson, di contattare Sergej Bessonov, il contatto trotskista a Berlino, che fu convocato a Parigi per fare un rapporto completo sulla situazione tedesca.

Bessonov non fu in grado di recarsi a Parigi immediatamente, ma alla fine di luglio riuscì a lasciare Berlino. Dopo aver incontrato Trockij in un albergo parigino e aver presentato il suo rapporto sulla situazione in Germania, ritornò a Berlino quella sera stessa. Trockij era in uno stato di grande agitazione nervosa quando Bessonov lo vide. Gli eventi in Germania, l’eliminazione dei “nazisti radicali” guidati da Röhm, avrebbero potuto interferire con i suoi piani. Bessonov gli garantì che Hitler, Himmler, Hess, Rosenberg, Goering e Goebbels avevano ancora il potere saldamente nelle loro mani.
“Verranno presto da noi!” gridò Trockij. Disse a Bessonov che aveva importanti compiti per lui a Berlino per il prossimo futuro. “Non dobbiamo fare gli schizzinosi in queste storie,” disse. “Per ottenere veri e importanti aiuti da Hess e Rosenberg, non dobbiamo esitare a concedere importanti cessioni di territori. Dobbiamo consentire la cessione dell’Ucraina. Tienilo a mente per il tuo lavoro e i negoziati con i tedeschi. Lo scriverò anche a Pjatakov e Krestinskij”.

Una rete di tradimenti era già stata tessuta nei vari uffici dei corpi diplomatici sovietici. Ambasciatori, segretari, consoli e agenti consolari minori erano coinvolti in un apparato cospirativo non solo in Europa, ma anche in Estremo Oriente…
L’ambasciatore sovietico in Giappone era coinvolto nella cospirazione. Il suo nome era Jurenev ed era un trotskista segreto dal 1926. Seguendo le istruzioni di Trockij, strinse accordi con i servizi segreti giapponesi. Ad assistere Jurenev nei suoi affari con i giapponesi c’era il vecchio amico di Trockij Christian Rakovskij, l’ex ambasciatore in Francia e Germania che ora non occupava più posti di rilievo nel Ministero degli Esteri sovietico: lavorava come funzionario in varie commissioni sanitarie pubbliche, ma era ancora una personalità importante nella cospirazione. Nel settembre 1934 Rakovskij andò in Giappone con una delegazione sovietica per partecipare a una conferenza internazionale della Croce Rossa che si sarebbe svolta a Tokyo in ottobre. Prima di partire, ricevette una busta dal Commissariato per le Industrie Pesanti di Mosca. Era stata spedita da Pjatakov e conteneva una lettera che Rakovskij avrebbe dovuto consegnare a Jurenev. All’apparenza la lettera chiedeva informazioni di routine sugli scambi commerciali, ma sul retro, scritto con inchiostro invisibile, c’era un messaggio che informava Jurenev che Rakovskij doveva essere “usato” negli accordi con i giapponesi.

Il giorno dopo il suo arrivo in Giappone, Rakovskij fu contattato da un agente giapponese. L’incontro si svolse in un corridoio della sede della Croce Rossa a Tokyo. L’agente disse a Rakovskij che gli obiettivi del movimento trotskista “coincidevano totalmente” con quelli del governo giapponese, e aggiunse di essere sicuro che egli sarebbe stato in grado di fornire a Tokyo informazioni utili riguardanti la “situazione” in Unione Sovietica. Quella sera stessa Rakovskij riferì a Jurenev delle sua conversazione con l’agente giapponese. “L’idea è di reclutarmi come spia,” disse, “come informatore del governo giapponese”.
“Non c’è motivo di esitare,” rispose l’ambasciatore trotskista, “il dado è tratto”.
Alcuni giorni dopo Rakovskij cenò con un lato ufficiale dei servizi segreti giapponesi. Il militare venne subito al punto. “Sappiamo che lei è un seguace e amico intimo di Trockij,” gli disse. “Devo chiederle di scrivergli che il nostro governo non è soddisfatto dei suoi articoli sulla questione cinese e del comportamento dei trotskisti cinesi. Abbiamo il diritto di aspettarci una linea di condotta diversa da parte di Trockij. Deve capire quello che è necessario. Non c’è bisogno di scendere nei dettagli, ma è chiaro che un incidente provocato in Cina sarebbe un pretesto auspicabile per intervenire”. L’ufficiale giapponese descrisse poi a Rakovskij il genere di informazioni confidenziali che il governo giapponese era interessato a ricevere dagli informatori trotskisti: le condizioni delle fattorie collettive, ferrovie, miniere e industrie, soprattutto nelle zone orientali dell’Unione Sovietica. A Rakovskij furono dati vari nomi in codice e pseudonimi per la sua attività di spionaggio. Fu stabilito che il dottor Naida, un segretario della delegazione della Croce Rossa, avrebbe fatto da contatto tra lui e i servizi segreti giapponesi…

Prima di lasciare Tokyo, Rakovskij parlò un’ultima volta con Jurenev. L’ambasciatore trotskista era abbattuto. “Ci siamo cacciati in un tale casino che a volte non si sa più come comportarsi!” disse con aria cupa. “C’è il timore che aiutando un alleato si finisca col danneggiarne un altro. Per esempio, adesso sta crescendo l’antagonismo tra Gran Bretagna e Giappone sulla questione cinese, e noi dobbiamo mantenere i rapporti con i servizi segreti di entrambi. […] E io devo trovare il modo di orientarmi in tutto questo!”

Rakovskij rispose: “Noi trotskisti abbiamo tre carte da giocare in questo momento: i tedeschi, i giapponesi e i britannici. […] Dobbiamo puntare su tutto, tentare il tutto per tutto; ma se una mossa azzardata ha successo, gli avventurieri si fanno chiamare grandi statisti!”3

2. La diplomazia del terrore

Mentre i congiurati russi rafforzavano i loro rapporti e preparavano il tradimento con i rappresentanti della Germania e del Giappone, un’altra fase dell’offensiva segreta contro il governo sovietico era già avviata. Al tradimento si aggiungeva il terrore.
Nell’aprile 1934 un ingegnere sovietico di nome Bojaršinov entrò nell’ufficio del costruttore capo delle miniere del Kuzneck, in Siberia, per fare rapporto su qualcosa di molto sospetto che stava accadendo nel suo dipartimento. C’erano decisamente troppi incidenti, incendi sotterranei, guasti meccanici. Bojaršinov sospettava che si trattasse di sabotaggio. Il capo costruttore lo ringraziò per le informazioni. “Informerò la gente giusta,” disse, “nel frattempo non dire niente a nessuno”. Il capo costruttore era Aleksej Šestov, spia tedesca e capo dei sabotatori trotskisti in Siberia. Alcuni giorni dopo Bojaršinov venne trovato morto in un fossato. Era stato investito da un camion mentre tornava a casa dal lavoro per una strada solitaria di campagna. Il conducente era un terrorista professionista di nome Čerepuchin. Šestov lo aveva incaricato di uccidere Bojaršinov in cambio di quindicimila rubli.4
Nel settembre 1934 Vjačeslav Molotov, presidente del Consiglio dei Commissari del Popolo, arrivò in Siberia per un giro d’ispezione nei territori minerari e industriali. Molotov stava tornando dalla visita di una delle miniere del bacino carbonifero di Kuzneck quando l’automobile su cui viaggiava uscì improvvisamente di strada, precipitò per un argine scosceso e si arrestò proprio sull’orlo di un profondo bacino d’acqua. Fortemente scossi e contusi, ma senza gravi conseguenze, Molotov e i suoi compagni uscirono dall’automobile rovesciata. Per poco erano sfuggiti alla morte.

Il guidatore era Valentin Arnold, direttore del garage locale e membro dell’organizzazione terroristica trotskista. Šestov gli aveva dato istruzione di assassinare Molotov; e Arnold aveva deliberatamente fatto uscire l’automobile dalla strada, con l’intenzione di uccidere se stesso insieme a Molotov. L’attentato fallì solo perché all’ultimo momento Arnold perse il coraggio e rallentò, avvicinandosi all’argine dove l’“incidente” sarebbe dovuto avvenire…

Nell’autunno del 1934 gruppi di terroristi trotskisti e di destra agivano in tutta l’Unione Sovietica. Le organizzazioni erano composta da ex socialisti rivoluzionari, ex menscevichi, assassini professionisti ed ex agenti dell’Ochrana zarista. In Ucraina e Bielorussia, in Georgia e Armenia, in Uzbekistan, Azerbaigian e nelle regioni marittime dell’Estremo Oriente, nazionalisti antisovietici e fascisti vennero reclutati nelle organizzazioni terroristiche. In molti luoghi, agenti nazisti e giapponesi ne dirigevano direttamente le operazioni.

Era stata compilata una lista dei capi sovietici da assassinare. Il capolista era Josif Stalin. Fra gli altri, c’erano i nomi di Klement Vorošilov, Vjačeslav Molotov, Sergej Kirov, Lazar’ Kaganovič, Andrej Ždanov, Vjačeslav Menžinskij, Maksim Gor’kij e Valerian Kujbyšev.

I terroristi ricevevano periodicamente messaggi da Lev Trockij, nei quali si sottolineava la necessità di eliminare i capi sovietici. Uno di tali messaggi giunse a Efraim Dreitzer, l’ex guardia del corpo di Trockij, nell’ottobre del 1934. Trockij lo aveva scritto con inchiostro invisibile sui margini di una rivista cinematografica tedesca. Fu portato a Dreitzer da sua sorella che lo aveva ricevuto da un corriere trotskista a Varsavia. Il messaggio diceva:

Caro amico. Comunica che oggi abbiamo dinanzi a noi i seguenti compiti principali: 1) eliminare Stalin e Vorošilov;
2) svolgere attività per l’organizzazione di nuclei nell’esercito; 3) nel caso di una guerra, approfittare di ogni insuccesso e di ogni confusione per prendere il potere.

Il messaggio era firmato Starik (“vecchio”), che era la firma cifrata di Trockij. Dopo lunghe osservazioni, i cospiratori scoprirono la strada usata dal Commissario per la Difesa Vorošilov per recarsi a Mosca. Tre terroristi armati di revolver stazionarono per alcuni giorni lungo via Frunze, una delle strade principali attraverso le quali la macchina di Vorošilov doveva passare. Ma la macchina viaggiava sempre ad alta velocità, così i terroristi decisero, come disse in seguito uno di loro, che era “inutile sparare a una macchina in corsa”. Anche molti piani per uccidere Stalin andarono a vuoto. Un terrorista trotskista, che avrebbe dovuto sparargli durante una conferenza del Partito a Mosca, riuscì a intrufolarsi nella sala del congresso ma non fu in grado di avvicinarsi abbastanza al leader sovietico per usare il revolver. Un’altra volta dei terroristi spararono con un fucile ad alta potenza mentre Stalin viaggiava su una motonave, ma i colpi lo mancarono. “Peccato,” disse Lev Kamenev quando il terrorista Ivan Bakaev lo informò del fallimento di uno dei suoi piani per uccidere Stalin, “speriamo di avere più successo la volta prossima”5.

Trockij si faceva sempre più impaziente. Il tono dei suoi messaggi ai seguaci in Russia cambiò bruscamente. Li accusò rabbiosamente di essere “sempre impegnati a organizzare preparativi e conversazioni” e di non aver realizzato “nulla di concreto”. Iniziò a mandare i suoi agenti speciali in Unione Sovietica per aiutare a organizzare e aumentare gli atti terroristici. Questi agenti, émigré russi o trotskisti tedeschi, viaggiavano con passaporti falsi forniti loro dai cospiratori attivi nel servizio diplomatico sovietico o dai servizi segreti tedeschi e la Gestapo.

Il primo degli agenti speciali era un trotskista tedesco di nome Nathan Lurye. Era seguito da altri due uomini: Konon Berman-Jurin e Fritz David, alias Ilja-David Krugljanskij. Nel marzo 1933 Trozkij mandò altri due agenti: Valentine Olberg e Moissei Lurye, alias Alexander Emel.

Prima di lasciare Berlino, a Nathan Lurye fu detto che avrebbe dovuto operare sotto la supervisione di un ingegnere e architetto tedesco di nome Frantz Weitz, che all’epoca lavorava in Unione Sovietica. Weitz non era un seguace di Trockij ma un membro del Partito Nazionalsocialista Tedesco. Era stato mandato in Unione Sovietica in missione segreta da Heinrich Himmler, direttore della Gestapo. Himmler aveva incaricato Weitz di organizzare operazioni terroristiche e di spionaggio in collaborazione con il centro trotskista-zinovevista.

Quando un seguace di Zinov’ev chiese spiegazioni su questa alleanza diretta con un agente nazista, Zinov’ev rispose: “Che cosa ti disturba tanto? Sei uno storico, conosci la storia di Lasalle e Bismarck, quando Lasalle voleva usare Bismarck negli interessi della rivoluzione. Perché oggi non possiamo usare Himmler?” Poco prima di partire per l’Unione Sovietica, Berman-Jurin e David incontrarono Trockij di persona. L’incontro si svolse a Copenaghen verso la fine del novembre 1932. Berman-Jurin disse poi:

Mi incontrai due volte con lui [Trockij]. Prima di tutto iniziò a farmi domande sulle mie attività passate, poi parlammo dell’Unione Sovietica. Mi disse: “La questione principale è Stalin. Dev’essere fisicamente distrutto”. Disse che altri metodi di lotta erano ormai inefficaci. Per questo erano necessarie persone disposte a osare qualsiasi cosa, capaci di sacrificare anche se stesse per questa missione storica. Disse proprio così. […] In serata continuammo la conversazione. Gli chiesi come si potesse conciliare il terrorismo individuale con il marxismo. Allora Trockij rispose che i problemi non dovevano essere affrontati in modo dogmatico. In Unione Sovietica si era arrivati a una situazione che Marx non avrebbe potuto prevedere. Disse anche che oltre a Stalin era necessario assassinare anche Kaganovič e Vorošilov. […] Durante la conversazione camminava nervosamente su e giù per la stanza e parlava di Stalin con un odio straordinario. […] Disse che l’attacco terroristico, se possibile, avrebbe dovuto colpire durante il plenum o al congresso del Comintern, così che il colpo a Stalin potesse risuonare in una grande assemblea. Questo avrebbe avuto una ripercussione tremenda, ben oltre i confini dell’Unione Sovietica. […] Sarebbe stato un evento storico di importanza mondiale.

A Fritz David, l’altro agente, Trockij disse: “Il terrore contro Stalin, questo è il compito rivoluzionario. A un vero rivoluzionario la mano non tremerà”. Parlò anche del “dissenso crescente” in Unione Sovietica. David gli chiese se questo scontento potesse scomparire nel caso di una guerra contro i giapponesi. Trotckij rispose: “No. Al contrario, in quel caso le forze ostili al regime cercherebbero di unirsi e mettersi alla guida delle masse scontente, armarle e guidarle contro i burocrati al governo”.
Il centro terroristico trotskista-zinovevista stava per vibrare l’importante primo colpo della congiura contro il governo sovietico. Questo primo colpo fu l’assassinio di Sergej Kirov, segretario del Partito a Leningrado e uno dei più stretti collaboratori di Stalin nel governo. All’inizio del novembre 1934 Zinov’ev, che si trovava a Mosca, mandò Bakaev a controllare l’organizzazione delle cellule terroristiche a Leningrado.  I terroristi di Leningrado, che avevano già provato più volte ad avvicinarsi a Kirov, non erano troppo contenti di ricevere l’emissario di Zinov’ev. “Così Grigorij Eveseevič [Zinov’ev] non si fida di noi,” disse a Bakaev uno dei sicari. “Manda gente a controllare il nostro umore e il nostro lavoro. Beh, non ne siamo orgogliosi!”
Una riunione delle cellule di Leningrado, a cui parteciparono sette terroristi, mise Bakaev al corrente degli ultimi sviluppi. Fu informato che era stata organizzata una sorveglianza regolare lungo la strada che Kirov prendeva per recarsi in ufficio, all’Istituto Smol’nyj. Bakaev incontrò l’uomo che era stato scelto per compiere l’omicidio. Leonid Nikolaev, un pallido, esile ex libraio trentenne che era stato licenziato per irregolarità ed era stato espulso dal Komsomol* perché inaffidabile.
Nikolaev disse a Bakaev che aveva programmato di sparare a Kirov vicino a casa sua o allo Smol’nyj. Aggiunse di aver già provato a ottenere un appuntamento con Kirov, senza successo. Bakaev ripeté le istruzioni che Zinov’ev gli aveva dato a Mosca

Il compito principale è organizzare il lavoro terroristico segretamente, così da impedire di essere compromessi in qualsiasi modo. […] Quando venite interrogati, la cosa più importante è negare con insistenza ogni legame con l’organizzazione. Se vi accusano di attività terroristiche, dovete negare con tutte le forze e rispondere che il terrorismo è incompatibile con i principi dei bolscevichi marxisti.

Zinov’ev fu soddisfatto dagli sviluppi a Leningrado. Egli e Kamenev erano sicuri che l’assassinio di Kirov avrebbe avuto luogo presto. Credevano che quell’atto avrebbe gettato il governo sovietico in confusione e che sarebbe stato un segnale per atti simili contro altri dirigenti sovietici in tutto il paese. “Quello che le teste hanno di particolare,” commentò Kamenev, “è che non ricrescono”. Il 10 dicembre 1934, alle 4:27 del pomeriggio, Sergej Kirov lasciò il suo ufficio allo Smolnyj. Scese il lungo corridoio ornato di marmo che conduce a una stanza dove avrebbe dovuto fare un rapporto sulla delibera del Comitato Centrale di abolire il razionamento del pane. Mentre passava per un corridoio che incrociava quello principale, un uomo saltò fuori, gli puntò la rivoltella alla nuca e sparò. Alle 4:30 Kirov era morto.

L’assassino era Leonid Nikolaev. Cercò dapprima di scappare, poi di spararsi, ma fu immobilizzato prima di poter fare qualunque cosa. Il 28 dicembre 1934 Nikolaev fu processato di fronte al Collegio Militare della Corte Suprema sovietica. “Quando sparai a Kirov,” dichiarò, “pensavo questo: uno sparo dev’essere un segnale per un’esplosione, una rivolta nel paese contro il Partito Comunista e contro il governo sovietico”. Il Collegio Militare condannò Nikolaev alla fucilazione6.
Nikolaev non confessò il fatto che Zinov’ev, Kamenev e altri leader del centro terroristico trotskista-zinovevista fossero direttamente coinvolti nell’omicidio.

Ma era chiaro al governo sovietico che l’attenta pianificazione dell’assassinio aveva richiesto un’organizzazione molto più elaborata e pericolosa di quella del gruppo di Nikolaev. Il Partito Bolscevico incaricò un investigatore speciale di far luce sull’affaire di Leningrado. Il suo nome era Nikolaj Ivanovič Ežov, membro del Comitato Centrale del Partito e capo della Commissione di Controllo. Due settimane dopo il processo a Nikolaev, Grigorij Zinov’ev, Lev Kamenev e numerosi loro complici, tra i quali Bakaev, furono messi sotto processo a Leningrado con l’accusa di complicità nell’assassinio di Kirov. Per tutto il processo Zinov’ev e Kamenev seguirono una condotta attentamente preparata in anticipo. Non ammettendo nulla oltre a ciò che il governo aveva già scoperto durante le indagini, finsero un profondo rimorso e “confessarono” che le attività dell’opposizione politica in cui erano stati coinvolti avevano “creato un’atmosfera” favorevole alle “attività antisovietiche”. Ammisero di essere i leader di un “centro moscovita” di oppositori politici e si assunsero la “responsabilità morale” dell’assassinio di Kirov, dato che avevano il sedizioso movimento politico nel quale il crimine era maturato. Ma negarono con decisione di essere stati personalmente a conoscenza della cospirazione per assassinare Kirov. “Sono abituato a considerarmi un leader,” dichiarò Zinov’ev, “e ovviamente avrei dovuto sapere tutto. […] Quello spaventoso assassinio ha gettato una luce così negativa su tutta la nostra lotta contro il Partito, che ora posso ammettere che il Partito ha assolutamente ragione quando parla della responsabilità politica del vecchio gruppo zinovevista riguardo all’omicidio”.

Kamenev recitò la stessa parte. “Devo dire che non sono un codardo per natura, ma non ho mai pensato di combattere con delle armi,” disse. “Ho sempre pensato che saremmo arrivati a un punto in cui il Comitato Centrale sarebbe stato costretto a negoziare con noi, che se ne sarebbe andato e avrebbe lasciato il posto a noi”.Lo stratagemma funzionò, Il tribunale non fu in grado di provare che Zinov’ev e Kamenev avevano partecipato direttamente all’assassinio di Kirov. Furono invece giudicati colpevoli di aver organizzato pericolose attività antisovietiche. Nella sentenza si legge:

Il procedimento non ha portato alla luce alcun elemento in grado di qualufucare le attività dei membri del centro moscovita come un incitamento diretto all’assassinio del compagno Kirov del 1° dicembre 1934; ciononostante, il processo ha confermato che i membri del centro controrivoluzionario moscovita erano consapevoli delle tendenze terroristiche del gruppo di Leningrado e le hanno stimolate.

Per le loro attività cospirative, Zinov’ev e Kamenev furono condannati rispettivamente a dieci e cinque anni di reclusione.
Il processo si era limitato a grattare la superficie della cospirazione, e molti strani elementi non erano stati portati alla luce.
Quando Zinov’ev e Kamenev furono arrestati, quattro agenti dei servizi segreti sovietici li portarono al quartier generale del dell’NKVD7. Gli agenti erano Molčanov, capo del Dipartimento Politico dell’NKVD, Pauker e Volovič, capo e vicecapo del Dipartimento Operativo, e Bulanov, assistente del segretario dell’NKVD. Quando arrestarono Zinov’ev e Kamenev gli agenti agirono in modo decisamente insolito. Non solo non perquisirono gli appartamenti dei sospettati per cercare materiale compromettente, ma permisero ai due di distruggere un gran numero di documenti che avrebbero potuto incriminarli.

Ancora più sorprendenti erano i segreti dei quattro agenti: Molčanov e Bulanov erano membri segreti della cospirazione trotskista, mentre Pauker e Volovič erano agenti tedeschi. I quattro erano stati scelti appositamente per eseguire l’arresto da Genrich Jagoda, il segretario dell’NKVD.

 

Capitolo diciottesimo: Assassinio al Cremlino

1. Yagoda

Nel maggio del 1934, sei mesi prima dell’assassinio di Sergej Kirov, era morto di un attacco cardiaco Vjačeslav Rudol’fovič Menžinskij, direttore dell’OGPU, da lungo tempo sofferente. Il suo posto fu occupato dal vicedirettore Genrich Grigor’evič Jagoda, un quarantatreenne efficiente e di bassa statura, con il mento sfuggente e i baffetti ben tagliati.
Jagoda era membro segreto del blocco delle destre e dei trotskisti. Era entrato nella congiura nel 1929 come membro dell’opposizione di destra, non perché credesse nel programma di Bucharin o in quello di Trockij, ma perché pensava che l’opposizione fosse destinata a prendere il potere in Russia. Jagoda voleva trovarsi dalla parte dei vincitori. Ecco le sue parole:

Seguivo il corso della lotta con la più grande attenzione, avendo deciso già sin da principio che mi sarei schierato con la parte che sarebbe uscita vittoriosa. […] Quando iniziò la repressione dei trotskisti, non era ancora certo chi potesse uscirne vincitore, i trotskisti o il Comitato Centrale. In ogni caso, sarei rimasto fedele a quello che pensavo. Perciò, come Vicesegretario dell’OGPU incaricato di svolgere le operazioni repressive, operai in modo tale da non farmi odiare dai trotskisti. Quando li mandavo in esilio, creavo per loro delle condizioni tali da permettere loro di continuare le attività.

Il ruolo di Jagoda nella cospirazione era inizialmente noto solo ai tre leader di destra, Bucharin, Rykov e Tomskij. Nel 1932, quando venne formato il blocco delle destre e dei trotskisti, il suo ruolo divenne noto anche a Pjatakov e Krestinskij.
Come vice-presidente dell’OGPU, Jagoda era in grado di proteggere i cospiratori dalla scoperta e dall’arresto. “Per parecchi anni,” dichiarò più tardi, “presi tutte le precauzioni necessarie per proteggere l’organizzazione, specialmente il suo centro”. Jagoda nominò membri del blocco delle destre e dei trotskisti agenti speciali nella OGPU. In tal modo, vari agenti dei servizi segreti stranieri poterono penetrare nella polizia segreta sovietica e svolgere, sotto la protezione di Jagoda, un’attività spionistica per conto dei loro rispettivi governi. “Li consideravo,” disse più tardi Jagoda riferendosi alle spie straniere, “forze utili all’attuazione dei piani cospirativi, specialmente per il mantenimento dei legami con i servizi segreti stranieri”.

Nel 1933 Ivan Smirnov, organizzatore-capo del centro terroristico trotskista-zinovevista, fu arrestato inaspettatamente da agenti del governo sovietico. Jagoda non ne poté impedire l’arresto. Con il pretesto di interrogare il prigioniero, Jagoda visitò Smirnov nella sua cella e lo “istruì” sul modo di comportarsi durante l’interrogatorio.

Nel 1934, molto tempo prima dell’assassinio di Kirov, era stato arrestato  da agenti dell’OGPU di Leningrado il terrorista Leonid Nikolaev. In suo possesso erano state trovate una pistola e una cartina con tracciata la via percorsa ogni giorno da Kirov. Quando Jagoda era stato informato dell’arresto di Nikolaev, aveva dato istruzioni a Zaporožec, vicecapo dell’OGPU di Leningrado, di rilasciare il terrorista senza interrogarlo ulteriormente. Zaporožec, che era uno degli uomini di Jagoda, obbedì.
Poche settimane più tardi, Nikolaev aveva assassinato Kirov. Ma l’assassinio di Kirov non fu che uno dei molti assassini compiuti dal blocco delle destre e dai trotskisti con l’aiuto diretto di Jagoda…

Dietro l’aspetto tranquillo e sicuro di sé, Jagoda nascondeva un’ambizione sfrenata, ferocia e astuzia. Poiché le operazioni segrete del blocco delle destre e dei trotskisti dipendevano sempre più dalla sua protezione, il vicedirettore dell’OGPU cominciò a considerarsi come la figura centrale e la personalità dominante di tutta la congiura. Sognava di diventare la versione russa di Hitler. Lesse il Mein Kampf e confidò al devoto vicesegretario di averlo trovato “un libro molto interessante”. Restò impressionato, gli disse, dal fatto che Hitler avesse fatto carriera “da umile sergente all’uomo che è ora”. Anche Jagoda aveva iniziato la carriera militare come sergente.

Jagoda aveva le sue idee sul tipo di governo che sarebbe dovuto venire instaurato dopo il rovesciamento di Stalin. Sarebbe stato modellato su quello della Germania nazista, disse a Bulanov. Egli stesso ne sarebbe stato il Führer; Rykov avrebbe rimpiazzato Stalin alla guida di un Partito riorganizzato; Tomskij sarebbe stato il capo dei sindacati, che sarebbero stati messi sotto un rigido controllo militare, come i Reichsarbeitsdienst (“battaglioni del lavoro”) nazisti; il “filosofo” Bucharin, come lo definì Jagoda, sarebbe stato il Goebbels russo.

Quanto a Trockij, Jagoda non era certo se gli avrebbe permesso di ritornare in Russia. Sarebbe dipeso dalle circostanze. Nel frattempo, Jagoda era tuttavia disposto a servirsi delle trattative condotte da Trockij con la Germania e il Giappone. Il colpo di stato, diceva Jagoda, avrebbe dovuto coincidere con lo scoppio della guerra contro l’Unione Sovietica. “Useremo ogni mezzo per attuare il putsch: azioni armate, provocazioni e perfino avvelenamenti,” disse a Bulanov. “Ci sono momenti in cui occorre agire lentamente e con cautela, e altri in cui bisogna agire rapidamente e all’improvviso”.

La decisione del blocco delle destre e dei trotskisti di adottare il terrorismo come arma politica contro il regime sovietico aveva l’approvazione di Jagoda. La decisione gli fu comunicata da J. S. Enukidze, ex soldato e funzionario della segreteria del Cremlino, organizzatore degli atti di terrorismo per la destra. Jagoda aveva una sola obiezione: i metodi terroristici usati dai cospiratori erano, secondo lui, troppo primitivi e pericolosi. Egli cominciò a escogitare metodi di assassinio politico più raffinati delle armi tradizionali, bombe, pugnali o pallottole.

In un primo tempo Jagoda fece esperimenti con il veleno. Installò un laboratorio clandestino e vi fece lavorare diversi chimici. Il suo scopo era di scoprire un metodo di uccisione che non destasse sospetti. “Assassinio con garanzia”, lo chiamava.
Ma perfino i veleni erano troppo primitivi. Però non occorse molto tempo a Jagoda per perfezionare la sua speciale tecnica dell’assassinio, che egli raccomandava ai capi del Blocco della Destra e dei trotskisti come arma perfetta. “È molto semplice,” diceva, “una persona si ammala per cause naturali, oppure è stata ammalata per qualche tempo. Quelli che le stanno vicino si abituano, naturalmente, all’idea che il paziente morirà o guarirà. Il medico che cura il paziente ha la facoltà di facilitare la guarigione del paziente o la sua morte. […] Ebbene, tutto il resto è questione di tecnica”.

Bastava trovare i medici adatti.

2. L’assassinio di Menžinskij

Il primo medico coinvolto da Jagoda nel suo originale schema di assassinio fu il dottor Lev Levin, un uomo corpulento, di mezza età, ossequiente, che si vantava volentieri del suo disinteresse per le cose politiche. Era medico curante di Jagoda. Più importante era per Jagoda il fatto che il dottor Levin fosse un membro eminente del corpo sanitario del Cremlino. Fra i suoi pazienti abituali vi erano importanti capi sovietici, tra cui il superiore di Jagoda, Vjačeslav Menžinskij, segretario dell’OGPU.

Jagoda iniziò a ricoprire Levin di favori speciali: gli inviava vini costosi, fiori per la moglie e vari altri regali. Mise a sua disposizione una casa in campagna, senza spese. Quando il dottor Levin viaggiava all’estero, Jagoda gli permetteva di portare in Russia che acquisti senza pagare le imposte dovute. Il medico era lusingato e un po’ sorpreso da quelle insolite attenzioni da parte di un paziente così influente.

In conseguenza delle manovre di Jagoda, l’ignaro dottor Levin fu indotto ad accettare denaro sottomano e a commettere alcune infrazioni di minor conto delle leggi sovietiche. Allora Jagoda entrò senza indugi in argomento. Disse al Levin che nell’Unione Sovietica stava per prendere il potere un movimento clandestino di opposizione, di cui egli stesso era uno dei capi. I cospiratori, disse, avrebbero potuto far buon uso dei suoi servigi. Alcuni capi sovietici, fra cui alcuni pazienti del dottor Levin, dovevano essere tolti di mezzo. “Si ricordi bene,” disse Jagoda al dottore atterrito, “che non può fare a meno di ubbidirmi, che non può sfuggirmi. Una volta che ho riposto la mia fiducia in lei per questa faccenda, lei deve apprezzarlo ed eseguire quanto ho detto. Non deve parlarne con nessuno. Nessuno le crederà. Crederanno a me e non a lei”. Jagoda aggiunse: “Lasciamo questo discorso, ci penserà a casa sua. La richiamerò fra pochi giorni”. Levin descrisse in seguito la sua reazione alle parole di Jagoda.

Non ho bisogno di dirvi quale fu la mia reazione psicologica, quanto fu terribile per me sentire quelle parole. Si può capire abbastanza bene. E poi, quell’incessante tortura mentale. […] E poi aggiunse: ‘Si rende conto chi le sta parlando, il capo di quale istituzione!’ […] Disse ripetutamente che un mio rifiuto di attuare il suo piano avrebbe significato la rovina mia e della mia famiglia. Ritenni di non aver altra via se non quella di sottomettermi. Levin aiutò Jagoda ad assicurarsi i servigi di un altro medico, il quale a sua volta curava di frequente Menžinskij. Era il dottor Ignatij Nikolaevič Kazakov, i cui metodi terapeutici, poco ortodossi erano stati motivo di accese controversie nell’ambiente medico sovietico nei primi anni trenta. Il dottor Kazakov pretendeva di avere scoperto una cura quasi infallibile per numerosissime malattie per mezzo di una tecnica speciale da lui chiamata “lisatoterapia”. Il segretario dell’OGPU Menžinskij, che soffriva di angina pectoris e di asma bronchiale, aveva grande fiducia nelle cure di Kazakov e vi si sottoponeva regolarmente1. Seguendo le istruzioni di Jagoda, Levin andò dal Kazakov. Levin gli disse: “Menžinskij è un cadavere che cammina. Sta veramente perdendo tempo”. Kazakov guardò il suo collega con aria attonita. “Devo avere un colloquio riservato con lei,” disse Levin.“Su che cosa?” chiese Kazakov. “Sulla salute di Menžinskij…”

Poi Levin entrò in argomento. “Credevo che fosse più intelligente, ancora non mi ha capito,” disse a Kazakov. “Mi stupisce che si occupi della cura di Menžinskij con tanto zelo e che abbia persino migliorato la sua salute. Non avrebbe mai dovuto metterlo in condizioni di tornare al suo lavoro”. Poi, mentre stupore ed orrore aumentavano in Kazakov, Levin proseguì: “Deve capire che Menžinskij è già un uomo morto e che, ridandogli la salute, permettendogli di tornare al suo lavoro, lei si sta mettendo in contrasto con Jagoda. Menžinskij sbarra la strada a Jagoda ed egli ha interesse a toglierlo di mezzo al più presto. Jagoda è uomo che non si ferma davanti a nulla”.

Levin aggiunse: “Non una parola con Menžinskij! La avviso che se ne parlerete con lui Jagoda la eliminerà. Non riuscirà a sfuggirgli, e non importa dove si nasconderà . La troverebbe anche se fosse sotto terra”.

Nel pomeriggio del 6 novembre 1933, Kazakov ricevette una chiamata urgente dalla casa di Menžinskij. Quando arrivò dal segretario dell’OGPU fu accolto da un odore soffocante di trementina e vernice. Nel giro di pochi minuti ebbe difficoltà a respirare. Uno dei segretari di Menžinskij lo informò che la casa era stata riverniciata e che una “sostanza speciale” era stata aggiunta alla vernice per “farla asciugare più in fretta”. Era quella “sostanza speciale” a causare l’odore pungente.
Kazakov salì le scale. Trovò Menžinskij in agonia. Le condizioni dei bronchi erano state terribilmente aggravate dalle esalazioni. Stava seduto in una posizione innaturale, con la faccia e il corpo gonfi, a malapena in grado di respirare. Kazakov gli ascoltò il respiro: era difficoltoso e rauco, con esalazioni prolungate, tipico di un serio attacco di asma bronchiale. Kazakov gli fece immediatamente un’iniezione per alleviare le sue condizioni, poi spalancò tutte le finestre della stanza e ordinò al segretario di aprire tutte le porte e le finestre della casa. Lentamente l’odore si dissolse. Il dottor Kazakov rimase con Menžinskij finché il paziente si sentì meglio. Quando l’attacco fu passato, tornò a casa.

Appena rientrato sentì squillare il telefono. Era una chiamata dal quartier generale dell’OGPU. Fu informato che Genrich Jagoda desiderava vederlo immediatamente. Una automobile era già partita per venirlo a prendere e portarlo al suo ufficio.
“Allora, che cosa ne pensa della salute di Menžinskij?” fu la prima cosa detta da Jagoda quando lui e Kazakov furono soli nell’ufficio. Il basso, azzimato e bruno Vicesegretario dell’OGPU stava seduto dietro la sua scrivania e osservava freddamente l’espressione di Kazakov.Kazakov rispose che un improvviso rinnovarsi degli attacchi d’asma aveva aggravato le condizioni di Menžinskij. Jagoda rimase in silenzio per un momento.“Ha parlato con Levin?”“Sì” Jagoda si alzò improvvisamente dalla sedia e cominciò a passeggiare in su e in giù davanti alla sua scrivania. D’un tratto, si voltò verso Kazakov investendolo furiosamente: “In tal caso perché perde tempo? Perché non agisce? Chi le ha detto di immischiarsi negli affari altrui?” “Che cosa vuole da me?” domandò Kazakov. “Chi le ha detto di prestare le vostre cure mediche a Menžinskij?” chiese Jagoda. “Si sta dando da fare con lui inutilmente la sua vita non serve a nessuno. È un ingombro per tutti. Le ordino di concordare con Levin un metodo di cura che possa determinare la rapida fine di Menžinskij!” Dopo una pausa aggiunse: “La avviso, Kazakov, se tenta di disobbedirmi, troverò la maniera di sbarazzarmi di lei! Non mi sfuggirà mai”.

I giorni successivi furono per Kazakov pieni di terrore, di paura e di incubi. Faceva il suo lavoro in uno stato di sonnambulismo. Doveva o non doveva riferire alle autorità sovietiche quello che sapeva? A chi poteva parlare? Come poteva essere sicuro di non parlare a una delle spie di Jagoda?

Levin, che spesso s’incontrava con lui durante questo periodo, gli parlò dell’esistenza di una vasta congiura clandestina contro il governo sovietico. Funzionari influenti e famosi come Jagoda, Rykov e Pjatakov facevano parte della congiura; scrittori e filosofi brillanti come Karl Radek e Bucharin vi erano entrati; uomini dell’esercito l’appoggiavano in segreto. Se egli, Kazakov, rendeva ora qualche servizio utile a Jagoda, questi se ne sarebbe ricordato il giorno in cui fosse al potere. Una guerra segreta si stava combattendo entro l’Unione Sovietica e i medici dovevano, come gli altri, decidere da che parte schierarsi.
Il dottor Kazakov cedette. Disse a Levin che avrebbe eseguito gli ordini di Jagoda.Ecco, con le parole dello stesso Kazakov, la tecnica usata da lui e da Levin per assassinare il presidente dell’OGPU Vjačeslav Menžinskij:

Mi incontrai con Levin e insieme a lui elaborai il seguente metodo. Approfittammo delle due proprietà fondamentali dell’albume e dei suoi prodotti. Primo: i prodotti della decomposizione idrolitica dell’albume stimolano gli effetti delle medicine. Secondo: il lisato aumenta la sensibilità dell’organismo. Approfittammo di queste due proprietà. Inoltre sfruttammo anche le particolari condizioni dell’organismo di Menžinskij, la combinazione dell’asma bronchiale con l’angina pectoris. È noto che in caso di asma bronchiale vengono prescritte sostanze che stimolano il sistema nervoso simpatico e la tiroide. La sostanza è un estratto della ghiandola surrenale, prodotta nella parte midollare. In caso di angina pectoris viene stimolato il sistema simpatico che parte dal plesso sottogiugulare del ganglio simpatico. Ci approfittammo proprio di questo. […] Gradualmente sostituimmo dei nuovi preparati ai vecchi. […] Era necessario far uso di stimolanti cardiaci (digitale, adonide, atropina). Questi medicinali furono somministrati in quest’ordine: prima somministrammo i lisati, poi, dopo un periodo di interruzione, gli stimolanti cardiaci. Il risultato di quel trattamento fu un indebolimento completo.

Nella notte del 10 maggio 1934 Menžinskij morì.

L’uomo che ne prese il posto come capo dell’OGPU era Genrich Jagoda.“Nego di aver causato la morte di Menžinskij spinto da motivi di natura personale”. Dichiarò in seguito Jagoda. “Aspiravo al posto di capo dell’OGPU non per considerazione personale, ma nell’interesse dell’organizzazione cospirativa”.

3. Assassinio con garanzia

La lista degli obiettivi del blocco delle destre e dei trotskisti comprendeva questi alti dirigenti sovietici: Stalin, Vorošilov, Kirov, Menžinskij, Molotov, Kujbyšev, Kaganovič, Gor’kij e Ždanov. Queste persone erano tutte sotto protezione. Il governo sovietico aveva una lunga e amara esperienza nei rapporti con i terroristi, e nulla veniva lasciato al caso. Jagoda lo sapeva molto bene. Quando il terrorista di destra Enukidze gli comunicò la decisione del centro terroristico trotskista-zinovevista di assassinare pubblicamente Sergej Kirov, Jagoda inizialmente obiettò. Nelle sue parole:

Esposi il mio timore che un atto terroristico diretto potesse esporre non solo me, ma anche l’intera organizzazione. Feci notare a Enukidze che c’era un metodo meno pericoloso e gli ricordai che Menžinskij era stato assassinato con l’aiuto di medici. Enukidze rispose che Kirov doveva essere ucciso secondo il piano, che i trotskisti e gli zinovevisti si sarebbero occupati personalmente dell’assassinio e che non dovevamo frapporre ostacoli. Riguardo al metodo sicuro di uccidere con l’aiuto di medici, Enukidze disse che nel molto presso il centro avrebbe discusso su chi tra i dirigenti del Partito e del governo dovesse essere ucciso in quel modo.

Un giorno, verso la fine dell’agosto 1934, un giovane membro segreto dell’opposizione di destra fu chiamato al Cremlino nell’ufficio di Enukidze. Si chiamava Venjamin Maksimov. Da studente aveva frequentato nel 1928 la speciale “scuola marxista” di Mosca allora diretta da Bucharin. Questi lo aveva reclutato per la congiura. Intelligente, giovane, privo di scrupoli, Maksimov era stato addestrato accuratamente dai dirigenti della destra ed era stato assegnato, dopo il conseguimento del diploma, a vari uffici di segretario. All’epoca in cui fu chiamato nell’ufficio di Enukidze, Maksimov era segretario personale di Valerian Kujbyšev, presidente del Consiglio Supremo dell’Economia Nazionale, membro dell’ufficio politico del partito comunista e amico intimo e collaboratore di Stalin.

Enukidze informò Maksimov che, “mentre prima la destra calcolava che il governo sovietico potesse essere rovesciato organizzando certi strati della popolazione a tendenza antisovietica, ora la situazione è mutata […] ed è necessario passare a metodi più energici per prendere il potere”. Enukidze descrisse la nuova tattica dei congiurati. D’accordo con i trotskisti, la destra aveva adottato la decisione di eliminare diversi avversari politici con mezzi terroristici. Questo si doveva fare “rovinando la salute dei dirigenti”. Tale metodo era “il più opportuno, perché, fermandosi alle apparenze, se ne sarebbe attribuita la causa a una malattia e sarebbe stato perciò possibile mascherare l’attività terroristica della destra”.

“I preparativi di tale azione sono già iniziati,” aggiunse Enukidze, informando Maksimov che le fila di tutta la faccenda risalivano a Jagoda. Di lui, segretario di Kujbyšev, ci si doveva valere per l’assassinio del presidente del Consiglio Supremo dell’Economia. Kujbyšev soffriva di una seria affezione cardiaca e i cospiratori progettavano di approfittarne.
Maksimov, sorpreso dal tipo di incarico, era esitante.

Alcuni giorni dopo fu di nuovo convocato nell’ufficio di Enukidze. Questa volta, mentre l’assassinio di Kujbyšev veniva discusso nei dettagli, un terzo uomo rimase seduto in un angolo della stanza. Per tutta la conversazione non disse una parola, ma le implicazioni della sua presenza furono subito chiare a Maksimov. L’uomo era Genrich Jagoda…

“Quello che le chiediamo,” gli disse Enukidze, “è: primo, di dar loro [ai medici di Enukidze] la possibilità di visitare di frequente il paziente, di fare in modo che non ci siano ostacoli alle loro cosiddette visite; secondo, nel caso di malattia grave o attacchi di ogni specie, di non affrettarsi a chiamare il medico e, se sarà necessario, di chiamare solo i medici che lo hanno in cura”.

Verso l’autunno del 1934, la salute di Kujbyšev peggiorò rapidamente. Soffriva intensamente e poteva lavorare ben poco.
Il dottor Levin descrisse più tardi la tecnica che egli, seguendo le istruzioni di Jagoda, applicò per aggravare il male di Kujbyšev:

Il punto debole del suo organismo era il cuore, e fu il cuore che colpimmo. Sapevamo che il suo cuore già da tempo era in cattive condizioni. Soffriva di un’affezione dei vasi cardiaci di miocardite, ed era soggetto a leggeri attacchi di angina pectoris. In tali casi, è necessario risparmiare il cuore, evitare stimolanti cardiaci potenti, che ecciterebbero eccessivamente l’attività del cuore e condurrebbero gradualmente al suo ulteriore indebolimento. […] A Kujbyšev somministrammo stimolanti senza intervalli per un periodo prolungato, fino cioè all’epoca del suo viaggio nell’Asia Centrale. A partire dall’agosto, fino al settembre o ottobre 1934, gli furono fatte iniezioni di speciali estratti di ghiandole endocrine e di altri stimolanti cardiaci, senza mai interrompere. Ciò intensificò e provocò attacchi frequenti di angina pectoris.

Alle due del pomeriggio del 25 gennaio 1935, Kujbyšev ebbe un grave attacco cardiaco nel suo ufficio del Consiglio dei Commissari del Popolo a Mosca. A Maksimov, che si trovava con lui in quel momento, Levin aveva detto che, nel caso di un simile attacco, sarebbe stato necessario che il malato si sdraiasse e rimanesse assolutamente immobile, ma che era suo compito far in modo che Kujbyšev facesse esattamente l’opposto. Maksimov persuase Kujbyšev, le cui condizioni erano gravissime, ad andar a casa.

Pallido come uno spettro e muovendosi con difficoltà estrema, Kujbyšev lasciò l’ufficio. Maksimov telefonò subito a Enukidze informandolo dell’accaduto. Il leader della destra disse a Maksimov di non perdere la calma e di non chiamare medici.
Con grande sforzo Kujbyšev lasciò il Consiglio dei Commissari del Popolo e raggiunse la sua abitazione. Lentamente, tra atroci dolori, salì i tre piani che conducevano al suo appartamento. La domestica che gli venne incontro sulla porta, appena lo ebbe visto, telefonò immediatamente al suo ufficio chiedendo che si chiamasse d’urgenza un medico.

Quando i medici arrivarono, Valerjan Kujbyšev era morto.

3. “Necessità storica”

I più brutali degli omicidi compiuto sotto la supervisione di Jagoda furono quelli di Maksim Gor’kij e di suo figlio Peškov.
Gor’kij aveva sessantotto anni all’epoca del suo omicidio. Era celebre ed apprezzato in tutto il mondo non solo come il più grande autore russo vivente ma anche come straordinario umanista. Soffriva di tubercolosi ed era cardiopatico. Suo figlio Peškov aveva ereditato un’estrema propensione alle infezioni respiratorie. Entrambi erano pazienti del dottor Levin.
Gli assassini furono orchestrati da Jagoda in seguito a una decisione unanime dei leader del blocco della destra e dei trotskisti. Nel 1934 Jagoda comunicò la decisione al dottor Levin e gli ordinò di metterla in atto.

“Gor’kij è molto vicino alla dirigenza,” gli disse, “un uomo molto devoto alla politica attuata in questo paese, molto fedele a Stalin, un uomo che non si troverà mai sulla nostra strada. Lei conosce l’autorità che le parole di Gor’kij hanno nel nostro paese e oltreconfine. Sa benissimo dell’influenza di cui quell’uomo gode e quanto male può causare al nostro movimento con le sue parole. Deve accettare di fare il suo lavoro e ne raccoglierà i frutti quando il nuovo governo sarà al potere”.

Quando Levin si mostrò esitante a queste parole, Jagoda continuò: “Non c’è bisogno che si preoccupi, deve capire che è inevitabile, che è un momento storico, una necessità storica, una fase della Rivoluzione attraverso cui dobbiamo passare, e ci passerà insieme a noi, ne sarà testimone e ci aiuterà con i mezzi a sua disposizione”2.

Peškov fu ucciso prima del padre. Il dottor Levin disse:

C’erano tre elementi nel suo organismo dei quali potevamo approfittare: un sistema cardiovascolare straordinariamente sensibile, la debolezza degli organi respiratori ereditata dal padre, e infine il sistema nervoso vegetativo. Anche una piccola quantità di vino aveva effetti sul suo organismo, ma nonostante questo beveva vino in gran quantità.

Il dottor Levin lavorò metodicamente sulle debolezze dell’organismo di Peškov, che all’inizio del 1934 prese un violento colpo di freddo e si ammalò di polmonite batterica.

Quando sembrava che Peškov stesse per riprendersi, Jagoda era furioso. “Maledetti,” esclamò, “sono capaci di uccidere persone in salute con le loro cure, e adesso non ci riescono con un malato!” Ma alla fine gli sforzi di Levin ottennero i risultati sperati. Il medico disse in seguito:

Il paziente era molto debilitato; il cuore era in condizioni pietose; il sistema nervoso, per quanto ne sappiamo, ha un ruolo fondamentale durante le infezioni. Era iperteso e indebolito, e la malattia si aggravò terribilmente.
[…] Il progresso della malattia era aggravato dal fatto che le medicine in grado di aiutare il cuore furono eliminate mentre, al contrario, vennero somministrate quelle che lo indebolivano. E alla fine, […] l’11 maggio morì di polmonite.

Maksim Gor’kij fu assassinato con metodi simili. Per tutto il 1935 i suoi frequenti viaggi lontano da Mosca, che lo sottrassero alla morsa del dottor Levin, gli salvarono temporaneamente la vita. Ma all’inizio del 1936 arrivò l’occasione che Levin stava aspettando. Gor’kij contrasse una seria influenza a Mosca. Il dottor Levin ne aggravò deliberatamente le condizioni e, come nel caso di Peškov, la malattia degenerò in polmonite batterica. Per la seconda volta Levin uccise un suo paziente:

Per quanto riguarda Aleksej Maksimovič Gor’kij, il programma era questo: usare le medicine indicate in generale, contro le quali non potevano sorgere dubbi o sospetti e che potevano essere usate per stimolare l’attività cardiaca. Tra queste medicine c’erano la canfora, la caffeina, il cardiosol e il digalen. Potevamo usarle per un certo gruppo di malattie cardiache, ma nel suo caso furono somministrate in dosi straordinarie. Così, per esempio, ricevette non meno di quaranta iniezioni di canfora […] in ventiquattro ore. Quella dose era troppo pesante per lui. […] Più due iniezioni di digalen. […] Più due iniezioni di caffeina. […] Più due iniezioni di stricnina.

Il 18 giugno 1936 il grande scrittore sovietico morì.

Capitolo diciannovesimo: Giorni decisivi

1. Guerra in Occidente

 

Nel 1935 i piani per l’attacco coordinato tedesco-giapponese contro l’Unione Sovietica erano a buon punto. Le armate giapponesi in Manciuria compivano perlustrazioni e incursioni oltre la frontiera sovietica orientale. Nei paesi baltici e balcanici, in Austria e in Cecoslovacchia, si preparavano le quinte colonne naziste. Diplomatici britannici e francesi reazionari favorivano zelantemente il Drang nach Osten promesso da Hitler…

Il 3 febbraio , a conclusione di discussioni fra il presidente del Consiglio francese Pierre Laval e il Ministro degli Esteri britannico Sir John Simon, il governo francese e quello britannico annunziarono di essere disposti ad abolire, di comune accordo, a favore della Germania nazista alcune clausole del Trattato di Versailles sul disarmo.

Il 17 febbraio il London Observer commentò:

Perché in questo momento la diplomazia di Tokyo è così impegnata a Varsavia e a Berlino? […] Mosca dà la risposta. […] I rapporti tra Germania, Polonia e Giappone si fanno ogni giorno più stretti. In caso di emergenza potrebbero portare a un’alleanza antisovietica.

Poiché le armi sarebbero state usate contro l’Unione Sovietica, il programma di riarmo della Germania nazista fu appoggiato in ogni possibile maniera dagli uomini di stato antisovietici della Gran Bretagna e della Francia.

Il l° marzo, dopo un plebiscito preceduto da un’intensa campagna di terrore e di propaganda fra gli abitanti del distretto, la Saar

con le sue miniere di carbone, di importanza vitale, fu consegnata dalla Francia alla Germani a nazista.
Il 16 marzo il governo del Terzo Reich ripudiò formalmente il trattato di Versailles e comunicò agli ambasciatori francesi, britannici, polacchi e italiani a Berlino che un decreto aveva proclamato il “servizio militare universale” in Germania.
Il 13 aprile Berlino annunciò l’intenzione di creare una flotta aerea di bombardieri pesanti.

Il 18 giugno, undici giorni dopo che il leader dei conservatori Stanley Baldwin era stato nominato primo ministro britannico, fu annunziato un accordo navale anglo-tedesco. La Germania nazista era autorizzata a costruirsi una nuova flotta e “a disporre di un tonnellaggio di sottomarini pari a quello posseduto complessivamente dai membri del Commonwealth britannico”. L’accordo fu raggiunto dopo uno scambio di lettere fra il Ministro degli Esteri nazista Joachim von Ribbentrop e il nuovo Ministro degli Esteri britannico, Sir Samuel Hoare.

 

Il 3 novembre l’Écho de Paris dava notizia di una conferenza a cui avevano partecipato il banchiere nazista Hjalmar Schacht, il governatore della Banca d’Inghilterra Sir Montagu Norman e il governatore della Banca di Francia, M. Tannéry. Secondo il giornale francese, Schacht aveva dichiarato:Non abbiamo intenzione di modificare le nostre frontiere occidentali. Prima o poi, Germania e Polonia si divideranno l’Ucraina, ma per il momento ci accontentiamo di far sentire la nostra forza nelle province baltiche.

 

L’11 novembre il New York Herald Tribune osservò: Il premier Laval, che è anche Ministro degli Esteri, è sostiene fortemente l’ipotesi di un accordo tra la Terza Repubblica francese e il terzo Reich tedesco, ed è intenzionato a rinnegare il patto franco-sovietico, firmato ma non ratificato dal Parlamento francese, qualora il regime di Hitler dovesse garantire la frontiera orientale francese in cambio della completa libertà di azione nella regione del Memel e in Ucraina.

 

Di fronte alla crescente minaccia di guerra, il governo sovietico propose ripetutamente un ‘azione unita da parte di tutte le nazioni minacciate dall’aggressione fascista. Ripetutamente, dinanzi alla Società delle Nazioni e nelle capitali d’Europa, il Commissario agli Esteri Maksim Litvinov insistette sulla necessità che le nazioni non aggressive stringessero un patto di alleanza e di sicurezza collettiva. Il 3 maggio 1935, il governo sovietico firmò un trattato di mutua assistenza con il governo francese e il 16 maggio un trattato analogo con il governo cecoslovacco. “La guerra deve apparire a tutti come il pericolo minaccioso del domani,” disse Litvinov alla Società delle Nazioni. “All’organizzazione, attivissima, della guerra dev’essere contrapposta l’organizzazione della pace, per la quale finora ben poco è stato fatto”. Nell’ottobre del 1935, con la benedizione diplomatica di Pierre Laval e di Sir Samuel Hoare, le armate italiane fasciste invadevano l’Etiopia.

La seconda guerra mondiale, iniziatasi con l’attacco del Giappone alla Manciuria nel 1931, si spostava verso l’Occidente 1.
In territorio sovietico l’avanguardia fascista segreta aveva già lanciato un ‘importante offensiva contro il potenziale bellico dell’armata rossa. Insieme agli agenti tedeschi e giapponesi, il blocco delle destre e dei trotskisti aveva già iniziato una campagna sistematica, preparata con ogni cura, contro l’industria, i trasporti e l’agricoltura con l’obiettivo di minare, in vista della imminente guerra, il sistema difensivo sovietico.La campagna di sabotaggio sistematico fu continuata sotto l’esperto controllo di Pjatakov, il Commissario per l’Industria Pesante.

“Il terrore è un metodo drastico,” disse Pjatakov durante un incontro segreto dei cospiratori trotskisti e di destra a Mosca, “ma non basta. È necessario sabotare i risultati ottenuti dal potere sovietico, distruggere il prestigio della guida di Stalin e disorganizzare la politica economica. […] Le attività vanno sviluppate nel modo più energico. Dobbiamo agire con la massima determinazione. Dobbiamo agire con forza e persistenza, non fermarci di fronte a nulla. Ogni mezzo è utile e giusto: questa è la direttiva di Trockij che il centro trotskista deve seguire!”

Entro l’autunno del 1935 le operazioni di sabotaggio nei luoghi strategici dell’Unione Sovietica avevano raggiunto il massimo livello. Nelle nuove industrie pesanti degli Urali, nelle miniere di carbone dei bacini del Donec e del Kuzneck, nelle ferrovie, negli impianti elettrici e nelle opere edili, i sabotatori trotskisti guidati da Pjatakov sferravano attacchi potenti e coordinati alle branche vitali dell’industria sovietica. Simili attività di sabotaggio, dirette da Bucharin e da altri leader della destra, erano in corso nelle fattorie collettive, nelle cooperative e nelle agenzie statali economiche e commerciali. Agenti segreti tedeschi e giapponesi dirigevano molte delle azioni di sabotaggio.

Quelli che seguono sono soltanto alcuni esempi dei sabotaggi realizzati da tedeschi, giapponesi, cospiratori di destra e trotskisti, nelle parole dei terroristi stessi.

Ivan Knjazev, trotskista e agente del Giappone, dirigente del sistema ferroviario degli Urali:

Riguardo alla progettazione delle diverse attività di sabotaggio sulle ferrovie e agli incidenti ferroviari, ho seguito pienamente le istruzioni, dato che in quel caso le istruzioni dei servizi segreti militari giapponesi coincidevano perfettamente con quelle che avevo ricevuto in precedenza dall’organizzazione trotskista. […] Il 27 ottobre […] ci fu un incidente ferroviario a Šumicha. […] Era un treno per le truppe. […] Fu opera della nostra organizzazione. […] Il treno viaggiava ad alta velocità, circa quaranta o cinquanta chilometri orari. Si scontrò all’ottavo binario, dove c’era un treno merci. […] Ventinove uomini nell’Armata Rossa [rimasero uccisi], altri ventinove feriti. […] Da trenta a cinquanta incidenti furono causati da noi. I servizi segreti giapponesi insistevano sulla necessità di usare armi batteriologiche in tempo di guerra, con l’obiettivo di contaminare i treni dei soldati, le mense e gli ospedali militari con batteri altamente infettivi.

 

Leonid Serebrjakov, trotskista, vice-supervisore dell’Amministrazione Ferroviaria:

 

Stabilimmo un obiettivo molto concreto e preciso: distruggere il traffico di merci, ridurre i carichi quotidiani aumentando le corse di vagoni vuoti, evitando di aumentare il livello molto basso di funzionamento di veicoli e locomotive ed evitando di sfruttare pienamente la loro capacità di trazione e trasporto, e così via. […] Su proposta di Pjatakov, Livšic [agente trotskista e spia dei giapponesi] si incontrò con me nell’ufficio dell’Amministrazione Centrale dei Trasporti su Strada. Era il supervisore delle ferrovie meridionali. […] Mi informò che alle ferrovie meridionali aveva un assistente, Zorin, che poteva occuparsi di quelle attività. […] Livšic e io discutemmo la questione e concludemmo che, oltre alle azioni dell’organizzazione nel centro e nelle province, i cui effetti avrebbero causato confusione e caos sulle ferrovie, era necessario anche assicurarci la possibilità di bloccare i più importanti snodi ferroviari nei primi giorni di mobilitazione creando degli ingorghi che avrebbero intralciato il sistema dei trasporti e ridotto la capacità degli snodi.

 

Aleksej Šestov, trotskista e agente nazista, membro dell’Associazione Industriale Carbonifera Orientale e Siberiana:

 

Nelle miniere di Prokopevek il metodo a camere e pilastri era usato senza riempire la cavità in cui si lavorava. Come risultato avevamo una perdita di circa il 50% del carbone invece del solito 15 o 20%. Inoltre ci furono circa sessanta incendi sotterranei nelle miniere fino alla fine del 1935.[…] Gli allungamenti dei condotti iniziarono al momento sbagliato, in particolare nella cava “Molotov”; nella cava “Koksovaja” non andammo intenzionalmente oltre i cento metri di profondità dopo il 1933, e l’estensione della cava “Meneicha” non iniziò al momento giusto. […] Nell’installazione dei macchinari e dei generatori sotterranei fu compiuto un lavoro di sabotaggio su vasta scala.

 

Stanislav Rataičak, trotskista e agente nazista, Capo dell’Amministrazione Centrale delle Industrie Chimice:

 

Su mie istruzioni […] furono provocati tre guasti, un atto diversivo alle fabbriche Gorlovka e poi altri due guasti, uno alle fabbriche Nevskij e un altro alle Voskressensk.

 

Jakov Drobnis, vicedirettore delle fabbriche Kemerovo:

 

Alla fine del luglio 1934 mi vennero affidate le attività di sabotaggio e diversione nell’intero bacino del Kunzeck. […] Vissi in nell’Asia centrale fino al 1933 e me ne andai l’anno seguente, perché il centro trotskista decise di trasferirmi nella Siberia occidentale. Dato che Pjatakov aveva l’autorità di trasferirmi da un lavoro all’altro, il problema fu risolto facilmente. […]
Uno degli atti di sabotaggio previsti era mettere i fondi a disposizione di progetti di importanza secondaria. Un altro era ritardare la costruzione di lavori in modo da impedire la messa in attività di dipartimenti importanti per la data fissata dal governo. […] La centrale elettrica del distretto fu ridotta in uno stato tale che, se fosse stato necessario per i sabotaggi, la miniera avrebbe potuto essere inondata appena dato l’ordine. Inoltre venne fornito del carbone tecnicamente inadatto come carburante, e questo causò delle esplosioni. Fu fatto deliberatamente. […] Numerosi operai furono gravemente feriti.

 

Michail Černov, membro della destra, agente dei servizi segreti tedeschi, Commissario dell’Agricoltura dell’Unione Sovietica:

I servizi segreti tedeschi diedero istruzioni precise riguardo all’allevamento di cavalli per […] non fornire cavalli all’Armata Rossa. Riguardo ai semi, progettammo di confonderli e mischiarli tra loro per abbassare il livello delle coltivazioni nel paese. […] Riguardo all’allevamento, l’obiettivo era uccidere le razze con pedigree e aumentare la mortalità delle mandrie impedendo lo sviluppo della produzione di foraggio e soprattutto infettando artificialmente i capi con vari tipi di batteri. […]
Per causare un’alta mortalità tra le mandrie della Siberia orientale diedi istruzione a Ginsburg, capo del Dipartimento Veterinario e membro dell’organizzazione di destra, […] di non fornire siero anti-carbonchio. Quando scoppiò un’epidemia, nel 1936, si scoprì che non c’era siero disponibile. Non so dire le cifre precise, ma il risultato fu che almeno 25.000 cavalli morirono.

 

Vasilij Šarangovič, membro della destra e agente segreto dei polacchi, segretario del Comitato Centrale del Partito Comunista Bielorusso: Fui impegnato soprattutto in attività di sabotaggio nel campo agricolo. Nel 1932 noi tutti, e io personalmente, compimmo un’intensa attività distruttiva in quella sfera. Prima di tutto, rallentando il ritmo della collettivizzazione. […]
Inoltre ci impegnammo a sabotare i piani di raccolta del grano. […] Diffondemmo epidemie tra i maiali che portarono a un alto tasso di mortalità; lo facemmo iniettando loro vaccini contaminati. […] Nel 1936 causammo un aumento dell’anemia tra i cavalli in Bielorussia. Fu fatto intenzionalmente, perché in Bielorussia i cavalli sono estremamente importanti per la difesa. Ci impegnammo a distruggere questa risorsa nel caso in cui fosse servita per la guerra. Se ricordo bene, trentamila cavalli morirono in seguito a quell’operazione.

2. Una lettera da Trockij

 

Alla fine del 1935, mentre la guerra si avvicinava sempre più, Karl Radek ricevette a Mosca, per mezzo di un corriere speciale, una lettera di Trockij da tempo attesa. Veniva dalla Norvegia 2. Radek l’apri e cominciò a scorrerla ansiosamente. In otto pagine di sottile carta inglese, Trockij illustrava i particolari dell’accordo segreto che stava finalmente per concludere con i governi della Germania e del Giappone. Dopo un preambolo in cui accentuava l’importanza della “vittoria del fascismo tedesco” e l’imminenza della “guerra internazionale”, Trockij veniva al punto:

Ci sono due forme possibili del nostro avvento al potere. La prima è che esso avvenga prima della guerra, la seconda durante la guerra. […] Bisogna riconoscere che la questione del potere, in pratica, si presenterà al blocco soltanto nel caso della sconfitta in guerra dell’URSS. Per questa ragione il blocco deve fare energici preparativi. […]

Da adesso in poi, scriveva Trockij, “gli atti di sabotaggio dei trotskisti nelle industrie belliche” dovevano essere compiuti sotto il diretto “controllo degli alti comandi tedesco e giapponese”. I trotskisti non dovevano intraprendere nessuna “attività pratica” senza il previo consenso dei loro alleati tedeschi e giapponesi.

Per garantire il pieno appoggio della Germania e del Giappone, senza i quali “sarebbe assurdo sperare di salire al potere”, il blocco di destra e dei trotskisti doveva esser pronto a fare notevoli concessioni. Trockij le elencava:

La Germania ha bisogno di materie prime, di alimenti e di mercati. Dovremo permetterle di partecipare allo sfruttamento dei minerali, del manganese, dell’oro, del petrolio, delle apatiti, e impegnarci di rifornirla per un certo periodo di prodotti alimentari e di grassi a prezzi inferiori a quelli mondiali. Dovremo dare il petrolio di Sachalin al Giappone e impegnarci a rifornirlo di petrolio nel caso di una guerra con l’America. Dovremo anche permettergli di sfruttare i nostri giacimenti auriferi. Dovremo accogliere la richiesta della Germania di non opporci alla sua annessione dei paesi danubiani e dei Balcani, e non dovremo ostacolare l’annessione della Cina da parte del Giappone. […] Dovremo, inevitabilmente, fare delle concessioni territoriali. Dovremo cedere la Provincia marittima e l’Amur al Giappone e l’Ucraina alla Germania.

 

La lettera descriveva poi il tipo di regime che sarebbe stato instaurato dopo il rovesciamento del governo sovietico:

Bisogna comprendere che senza riportare la struttura sociale dell’URSS in linea con quella dei paesi capitalisti, il governo del blocco non sarà in grado di restare al potere. […]

L’ammissione dei capitali tedeschi e giapponesi per lo sfruttamento dell’URSS creerà importanti interessi capitalisti in territorio sovietico. Gli strati sociali dei villaggi che non hanno abbandonato la psicologia capitalista e sono insoddisfatti delle fattorie collettive entreranno nella loro orbita. I tedeschi e i giapponesi ci chiederanno di allentare l’atmosfera nei distretti rurali; dovremo quindi fare concessioni e permettere la dissoluzione delle fattorie collettive o ritirarci da esse.

Dal punto di vista politico, territoriale ed economico ci sarebbero stati drastici mutamenti nella nuova Russia:
Non si deve parlare di democrazia. La classe operaia ha vissuto diciotto anni di rivoluzione e ha grandi appetiti; e questa classe operaia doverà essere rimandata nelle fabbriche private e statali che dovranno competere con i capitali stranieri nelle condizioni più difficili. Ciò significa che le condizioni di vita dei lavoratori si abbasseranno drasticamente. Nelle campagne la lotta dei contadini poveri e medi contro i kulaki sarà rinnovata. E poi, per mantenere il potere, avremo bisogno di un governo forte, incurante delle forme che saranno usate per dissimularlo
. La lettera di Trockij concludeva:

Dobbiamo accettare qualsiasi cosa, ma se resteremo in vita e al potere, non tarderà a scoppiare, come conseguenza della vittoria di questi due paesi [Germania e Giappone], dei loro saccheggi e profitti, un conflitto fra di essi e altri paesi, e questo porterà a un nostro nuovo passo in avanti, alla nostra revanche.

Radek lesse la lettera con sentimenti contrastanti. “Dopo aver letto quelle direttive,” disse in seguito, “ci pensai sopra tutta la notte. […] Era chiaro che, anche se contenevano tutti gli elementi che erano sempre stati presenti, in quel momento quegli elementi erano così maturi che […] ciò che Trockij proponeva era senza limiti. […] Avevamo smesso di essere padroni delle nostre azioni”.

Il mattino seguente Radek mostrò la lettera di Trockij a Pjatakov. “Bisogna assolutamente incontrarsi con Trockij, in una maniera o nell’altra,” disse Pjatakov. Egli stesso stava per lasciare l’Unione Sovietica con un incarico ufficiale e si sarebbe fermato a Berlino alcuni giorni. Radek doveva mandare un messaggio urgente per informare Trockij del viaggio di Pjatakov e chiedergli di contattarlo a Berlino il più presto possibile.

 

3. Volo per Oslo

 

Pjatakov giunse a Berlino il 10 dicembre 1935. Era stato preceduto da un messaggio di Radek a Trockij, e un corriere doveva avvicinarlo appena fosse arrivato in città. Il corriere era Dmitri Bucharcev, un trotskista, corrispondente berlinese dell’Izvestia. Egli disse a Pjatakov che un tale Stirner gli avrebbe portato notizie di Trockij. Stirner, disse, era l’“uomo di Trockij” a Berlino 3.
Pjatakov si recò con Bucharcev in un viale del giardino zoologico. Un uomo li stava aspettando. Era “Stirner”. Consegnò a Pjatakov una nota di Trockij, che diceva: “J. L. [le iniziali di Pjatakov], il latore della presente è uomo di assoluta fiducia”.
In parole concise come quelle della nota consegnata, Stirner dichiarò che Trockij era molto desideroso di vedere Pjatakov e aveva dato a lui l’incarico di prendere le disposizioni necessarie. Si sentiva Pjatakov di recarsi in aereo a Oslo, in Norvegia?
Pjatakov si rese pienamente conto del rischio di essere scoperto che un simile viaggio implicava. Ma era deciso a vedere a ogni costo Trockij. Accettò. Stirner gli disse di trovarsi la mattina seguente all’aeroporto di Tempelhof. Quando Pjatakov s’informò del passaporto, Stirner rispose: “Non si preoccupi. Ci penserò io. Ho conoscenze a Berlino”.

Il mattino seguente, all’ora fissata, Pjatakov andò all’aeroporto di Tempelhof. Stirner lo aspettava all’ingresso. Fece segno a Pjatakov di seguirlo. Mentre andavano verso il campo, Stirner mostrò a Pjatakov il passaporto che era stato preparato per lui. Era rilasciato dal governo nazista. Al campo un aereo stava aspettando, pronto a decollare… In quello stesso pomeriggio l’aereo atterrò su un campo nelle vicinanze della città di Oslo. Un’automobile era in attesa di Pjatakov e di Stirner. Girarono per una mezz’ora finché giunsero a un quartiere di campagna nei dintorni di Oslo. L’automobile si fermò davanti a una piccola casa, dove Trockij stava aspettando il suo vecchio amico.

 

Gli anni dell’amaro esilio avevano mutato l’uomo che Pjatakov riconosceva come capo. Trockij sembrava più vecchio dei suoi cinquant’anni circa. La barba e i capelli erano grigi. Era incurvato. Dietro al pince-nez, i suoi occhi brillavano con un’intensità quasi maniacale. Poche parole furono perdute per i saluti. Per ordine di Trockij, egli e Pjatakov furono lasciati soli nella casa. La loro conversazione durò due ore. Pjatakov cominciò con un resoconto sulla situazione nella Russia. Trockij lo interrompeva continuamente con commenti taglienti e sarcastici.

“Non riuscite a staccarvi dal cordone ombelicale di Stalin!” esclamò. “Scambiate l’opera staliniana per una costruzione socialista!” Trockij criticò Pjatakov e gli altri seguaci russi, accusandoli di parlare troppo e fare troppo poco. “Ovviamente,” disse con rabbia, “laggiù perdete troppo tempo a discutere degli affari internazionali; fareste meglio a dedicarvi agli affari vostri, che stanno andando così male! Riguardo alle questioni internazionali, me ne intendo molto più io di voi!”

Ripeté la sua convinzione che il crollo del regime staliniano era inevitabile. Il fascismo non avrebbe tollerato a lungo lo sviluppo della potenza sovietica. I trotskisti si trovavano in Russia dinanzi a questa alternativa: “perire fra le rovine del regime staliniano”, oppure galvanizzare immediatamente tutte le loro energie in uno sforzo generale per rovesciarlo. Non ci doveva essere nessuna esitazione circa l’accettazione della guida e dell’assistenza degli alti comandi tedesco e giapponese in questa lotta cruciale.
Un conflitto militare fra Unione Sovietica e potenze fasciste era inevitabile, aggiunse Trockij, non in un futuro remoto, ma presto, molto presto. “La data dello scoppio della guerra è già fissata,” disse. “Sarà nel 1937”.

Era chiaro per Pjatakov che Trockij non aveva inventato questa informazione. Trockij rivelò ora a Pjatakov che qualche tempo addietro aveva “condotto trattative piuttosto lunghe con il vicepresidente del Partito Nazionalsocialista Tedesco, Rudolf Hess”.
In seguito a esse aveva concluso un accordo, “un accordo assolutamente definitivo”, con il governo del terzo Reich. I nazisti erano disposti ad aiutare i trotskisti a salire al potere in Unione Sovietica.

“Va da sé,” disse, “che un atteggiamento così favorevole non è dovuto a uno speciale affetto per noi. Deriva semplicemente dai reali interessi dei fascisti e da quanto abbiamo promesso di fare per loro, se saliremo al potere”. In concreto l’accordo concluso da Trockij con i nazisti consisteva di cinque punti. In cambio dell’ appoggio tedesco dato alla presa del potere dei trotskisti in Russia, Trockij aveva accettato:

l) di garantire un atteggiamento generale favorevole verso il governo tedesco e la necessaria collaborazione con esso nelle più importanti questioni internazionali ;

2) di fare concessioni territoriali [l’Ucraina];

3) di permettere a industriali tedeschi, in forma di concessione (o in altre forme), di esercitare a loro vantaggio industrie complementari o essenziali per l’economia tedesca (metalli ferrosi, manganese, petrolio, oro, legname da costruzione, ecc.);

4) di creare in URSS condizioni favorevoli all’attività dell’impresa tedesca privata;

5) di procedere in tempo di guerra a vaste operazioni di sabotaggio nell’industria bellica e al fronte. Quest’attività sabotatrice

doveva essere condotta, secondo le istruzioni di Trockij, d’accordo con il Comando Supremo tedesco.

In quanto rappresentante di Trockij in Russia, Pjatakov era preoccupato che questo accordo così impegnativo con i nazisti potesse essere difficile da spiegare ai militanti trotskisti e di destra. “I militanti non devono essere informati delle condizioni previste dall’accordo,” rispose Trockij con impazienza. “Li spaventerebbero e basta”. L’organizzazione non doveva sapere nulla dell’accordo dettagliato che era stato raggiunto con le potenze fasciste. “Non è possibile né conveniente renderlo pubblico,” disse, “e neppure comunicarlo a un numero troppo alto di trotskisti. Solo un gruppo piccolo e ristretto di persone potranno esserne informate, in questo momento”. Trockij continuò a insistere sull’importanza del fattore tempo.

Si tratta di un periodo piuttosto breve. Se ci lasciamo sfuggire quest’occasione, sorgerà da un lato il pericolo di una completa liquidazione del trotskismo in Russia, e dall’altro il pericolo che presenta l’esistenza, per altri decenni, di quella mostruosità che è il regime staliniano, favorito da un certo numero di risultati economici, e specialmente da quadri nuovi, da giovani che si sono formati e sono stati educati a considerare tale regime come naturale, a considerarlo come un regime socialista, sovietico. Essi non pensano a nessun altro e non possono immaginarne nessun altro! È nostro dovere opporci a tale regime!

“Senta,” concluse Trockij quando si avvicinò l’ora della partenza di Pjatakov. “Ci fu un tempo in cui tutti noi socialisti democratici consideravamo lo sviluppo del capitalismo un fenomeno progressivo, positivo. […] Ma avevamo un altro compito, cioè quello di organizzare la lotta contro il capitalismo, di preparare i suoi affossatori. Allo stesso modo, noi ora dovremmo entrare al servizio del regime staliniano, non però per aiutarne la costruzione, ma per divenirne gli affossatori. È questo il nostro compito!” Due ore dopo Pjatakov lasciava Trockij nella casetta dei dintorni di Oslo, e rientrava a Berlino allo stesso modo in con cui era venuto: un aereo privato preso a nolo e con un passaporto nazista.

 

4. Ora zero

 

La seconda guerra mondiale, che secondo Trockij avrebbe dovuto colpire l’Unione Sovietica nel 1937, era già arrivata in Europa. Dopo la conquista dell’Etiopia da parte di Mussolini (maggio 1936), gli eventi erano precipitati. Nel marzo 1936 Hitler aveva rimilitarizzato la Renania. A luglio, i fascisti promossero in Spagna un putsch militare contro il governo repubblicano. Con il pretesto della “lotta contro il bolscevismo” e della soppressione di una “rivoluzione comunista”, truppe tedesche e italiane sbarcarono in Spagna per appoggiare la rivolta. Il capo fascista spagnolo, il generale Francisco Franco, marciò su Madrid. “Quattro colonne stanno marciando su Madrid,” si vantava l’ubriacone generale fascista Quiepo de Llano. “Una quinta colonna è in attesa di darci il benvenuto dentro la città!” Fu la prima volta che il mondo udì la fatale espressione: “quinta colonna”4.

 

Adolf Hitler, parlando a migliaia di militi al congresso del Partito Nazista a Norimberga, manifestò pubblicamente, il 12 settembre, la sua intenzione di invadere l’Unione Sovietica.

“Siamo pronti in qualunque momento!” gridò. “Non posso permettere che, sulla soglia di casa mia, ci siano Stati rovinati! […] Se avessi i monti Urali con la loro immensa massa di tesori di materie prime, se avessi la Siberia con le sue vaste foreste e l’Ucraina con i suoi immensi campi di grano, la Germania con il suo regime nazionalsocialista nuoterebbe nell’abbondanza!”
Il 25 novembre 1936 il Ministro degli Esteri nazista Ribbentrop e l’ambasciatore giapponese in Germania, Mushakoji, firmarono a Berlino il patto anti-Comintern, impegnando le loro forze unite per un attacco comune contro il “bolscevismo mondiale”.

Consapevole dell’imminente pericolo di guerra, il governo sovietico iniziò una subitanea controffensiva contro il nemico entro i propri confini. Durante la primavera e l’estate del 1936, in una serie di energiche operazioni compiute in tutto il paese, le autorità sovietiche fecero retate di spie naziste, organizzatori segreti trotskisti e della Destra, terroristi e sabotatori. In Siberia un agente nazista di nome Emil Stickling venne arrestato e si scoprì che aveva diretto attività di sabotaggio nelle miniere di Kemerovo in collaborazione con Aleksej Šestov e altri trotskisti. A Leningrado fu catturato Valentine Olberg, che non era soltanto un agente nazista ma anche uno degli emissari speciali di Trockij: aveva contatti con Fritz David, Nathan Lurye, Konon Berman-Jurin e altri terroristi. L’uno dopo l’altro, i capi del primo “strato” della congiura vennero scoperti.

Un messaggio in codice che Ivan Smirnov aveva spedito dal carcere ai suoi complici fu intercettato dalle autorità sovietiche. I terroristi trotskisti Efraim Dreitzer e Sergej Mračkovskij furono arrestati.

I congiurati russi furono invasi da uno stato di febbrile ansietà. Ora tutto dipendeva dall’attacco dall’esterno.

Gli sforzi di Jagoda diretti a ostacolare le indagini ufficiali diventavano sempre più brutali. Sembra che Ežov abbia raggiunto il fondo della cospirazione di Leningrado,” disse furiosamente al segretario Bulanov.

Uno dei suoi uomini, l’agente del NKVD Borisov, fu chiamato di punto in bianco al quartier generale delle investigazioni speciali, all’Istituto Smolnyj a Leningrado, per essere interrogato. Barisov aveva avuto una parte decisiva nei preparativi dell’assassinio di Kirov. Jagoda agì da disperato. Mentre si recava allo Smolnyj, Borisov fu ucciso in un “incidenteautomobilistico”…

Ma l’eliminazione di un singolo testimone non bastava. Le indagini ufficiali proseguirono. Di giorno in giorno giungevano notizie di nuovi arresti. Uno a uno, le autorità sovietiche mettevano insieme i complicati pezzi della congiura, del tradimento e dell’assassinio. In agosto, quasi tutti i membri più importanti del centro terroristico trotskista-zinovevista erano in stato d’arresto. Il governo sovietico annunziava che le indagini speciali sull’assassinio di Kirov avevano portato alla luce materiale nuovo sensazionale. Kamenev e Zinov’ev erano di nuovo a processo.

Il processo cominciò il 19 agosto 1936, davanti al Collegio Militare della Corte Suprema dell’URSS, nella Sala d’Ottobre della Casa dei Sindacati. Zinov’ev e Kamenev, condotti dinanzi al tribunale dalla prigione, dove scontavano ancora delle pene per le condanne precedenti, erano accusati di alto tradimento insieme a quattordici dei loro vecchi seguaci. Gli altri accusati comprendevano gli ex leader della guardia trotskista, Ivan Smirnov, Sergej Mračkovskij ed Efraim Dreitzer; il segretario di Zinov’ev, Grigorij Evdokimov, e il suo aiutante, Ivan Bakaev; e i cinque emissari speciali di Trockij, Fritz David, Nathan Lurye, Moissei Lurye, Konon Berman-Jurin e Valentine Olberg. l processo – il primo dei cosiddetti “processi di Mosca” – mise a nudo e distrusse il centro terroristico, primo strato dell’apparato cospirativo. Contemporaneamente, mise in luce che la cospirazione contro il regime sovietico era molto più grave e coinvolgeva forze di gran lunga più importanti dei terroristi trotskisti e zinovevisti processati. Mentre il processo andava vanti, il pubblico ebbe una prima visione negli stretti rapporti che si erano creati fra Trockij e i capi della Germania nazista.

L’interrogatorio da parte del procuratore Vyšinskij di Valentine Olberg, il trotskista tedesco inviato in Unione Sovietica da

Trockij in persona, portò alla luce alcuni elementi sorprendenti:

Vyšinskij: Che cosa sa di Friedmann?

Olberg: Friedmann era un altro membro dell’organizzazione trotskista berlinese inviato in Unione Sovietica.
Vyšinskij: È al corrente del fatto che Friedmann aveva contatti con la polizia segreta tedesca?
Olberg: Ne avevo sentito parlare.

Vyšinskij: I contatti fra i trotskisti tedeschi e la polizia erano sistematici?

Olberg: Sì, erano sistematici e fatti con il consenso di Trockij.

Vyšinskij: Come sa che Trockij ne era al corrente e approvava?

Olberg: Mi occupavo direttamente di un contatto. Il mio contatto fu stabilito con l’approvazione di Trockij.

Vyšinskij: Il suo contatto con chi?

Olberg: Con la polizia segreta fascista.

Vyšinskij: Quindi possiamo dire che lei stesso ammette i contatti con la Gestapo?

Olberg: Non lo nego. Nel 1933 iniziammo i contatti sistematici fra i trotskisti tedeschi e la polizia fascista tedesca.

Olberg descrisse alla corte come si era procurato il falso passaporto sudamericano con il quale era entrato in Unione Sovietica. Disse di averlo ottenuto tramite “Tukalevskij”5, un agente della polizia segreta tedesca a Praga. Olberg aggiunse che per ottenere il passaporto era stato aiutato anche dal fratello, Paul Olberg.

“Suo fratello aveva qualche rapporto con la Gestapo?”

“Era l’agente di Tukalevskij.”

“Un agente della polizia fascista?”

“Sì,” rispose Olberg.

Nathan Lurye disse alla corte che prima di lasciare la Germania aveva ricevuto istruzioni di lavorare in Unione Sovietica con l’ingegnere Franz Weitz.

“Chi è Franz Weitz?” chiese Vyšinskij.

“Frantz Weitz era un membro del Partito Nazionalsocialista Tedesco,” rispose Lurye. Era arrivato in URSS su ordine di Himmler, che all’epoca era il capo delle SS e in seguito divenne capo della Gestapo”.

“Franz Weitz era il suo rappresentante?”

“Franz Weitz arrivò in Unione Sovietica con l’obiettivo di compiere attacchi terroristici”.

Ma fu soltanto con la deposizione di Kamenev che i leader trotskisti e di destra si accorsero di quanto la loro situazione fosse disperata. Kamenev rivelò l’esistenza degli altri “livelli” dell’apparato cospirativo.

“Sapendo che potevamo essere scoperti,” disse alla corte, “demmo incarico a un piccolo gruppo di continuare le nostre attività terroristiche. Scegliemmo Sokolnikov. Ci sembrava che dal lato dei trotskisti questo ruolo potesse essere svolto con successo da Serebrjakov e Radek. […] Nel 1932, 1933 e 1934 mantenni personalmente delle relazioni con Tomskij e Bucharin e mi informai sui loro sentimenti politici. Simpatizzavano con noi. Quando chiesi a Tomskij delle opinioni di Rykov, mi rispose: ‘Rykov la pensa come te’. Allora gli chiesi cosa ne pensasse Bucharin, ed egli rispose: ‘Bucharin la pensa come me, ma segue una tattica diversa. Non è d’accordo con la linea del Partito, ma sta seguendo una tattica di radicamento persistente per guadagnarsi la fiducia personale della dirigenza’”.

Alcuni degli accusati chiesero pietà. Altri sembravano rassegnati al loro destino. “La nostra importanza politica e il nostro passato non erano uguali,” disse Efraim Dreitzer, “ma essendo diventati degli assassini, ora siamo tutti uguali. Sono uno tra quelli che non hanno alcun diritto di aspettarsi o di chiedere pietà”.

Nelle sue ultime parole, il terrorista Fritz David urlò: “Maledico Trockij! Maledico l’uomo che mi ha rovinato la vita e mi ha spinto a commettere un crimine odioso!”

La sera del 23 agosto il Collegio Militare della Corte Suprema emise la sua sentenza. Zinov’ev, Kamenev, Smirnov e gli altri tredici membri del blocco terroristico trotskista e zinovevista erano condannati alla fucilazione per tradimento e per attività terroristiche. Una settimana dopo, Pjatakov, Radek, Sokolnikov e Serbrjakov furono arrestati. Il 27 settembre, Jagoda fu allontanato dal suo ufficio di presidente del NKVD. Lo sostituì Nikolaj Ežov, capo del comitato di investigazione speciale della Commissione Centrale di Controllo del Partito Bolscevico. Il giorno prima del suo allontanamento dagli uffici del NKVD, Jagoda fece un ultimo disperato tentativo: quello di avvelenare il suo successore Ežov. Il tentativo fallì.

Era giunta l’“ora zero” per i congiurati russi. I capi della destra – Bucharin, Rykov e Tomskij – si aspettavano di essere arrestati a giorni. Chiesero un’azione immediata senza attendere lo scoppio della guerra. Il capo sindacalista di destra Tomskij, in preda al panico, propose di passare immediatamente a un attacco armato contro il Cremlino. La proposta fu scartata perché troppo rischiosa. Le forze non erano pronte per un’avventura simile.

In un ultimo incontro fra i capi del blocco delle destre e dei trotskisti, poco prima che Pjatakov e Radek fossero arrestati, fu deciso di preparare un putsch armato. La sua organizzazione e la direzione di tutta l’organizzazione cospirativa furono affidate a Nikolaj Krestinskij, Vicecommissario per gli Affari Esteri. Krestinskij non si era mai esposto come gli altri ed era poco probabile che venisse sospettato; d’altro canto, aveva mantenuto stretti rapporti con Trockij e con i tedeschi. Sarebbe stato in condizione di proseguire anche se Bucharin, Rykov e Tomskij fossero stati arrestati.

Come sostituto e comandante in seconda Krestinskij si scelse Arkadij Rosengoltz che era tornato a Mosca da poco, dopo aver diretto per molti anni a Berlino la Commissione per il Commercio Estero. Alto, biondo, dall’aspetto atletico, Rosengoltz aveva svolto incarichi importanti nell’amministrazione sovietica e tenuta accuratamente nascosta la sua affiliazione all’opposizione trotskista. Solo Trockij e Krestinskij sapevano che era trotskista e agente dei servizi segreti militari tedeschi fin dal 19236.

Da questo momento in poi il controllo diretto del blocco delle destre e dei trotskisti si trovava nelle mani di due trotskisti che erano entrambi agenti tedeschi, Krestinskij e Rosengoltz. Dopo una prolungata discussione, entrambi decisero che era giunto il momento in cui la quinta colonna russa doveva giocare l’ultima carta. Quest’ultima carta era il putsch militare. L’uomo scelto come capo dell’insurrezione armata fu il maresciallo Tuchačevskij,

Vicecommissario per la Difesa dell’Unione Sovietica.

 

 

  

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Capitolo ventesimo: La fine della storia



1. Tuchačevskij

 

Lo spettro del Corso si aggirava ancora per la Russia. Il nuovo candidato al ruolo era il corpulento e imbronciato maresciallo Michail Nicolaevič Tuchačevskij, l’ex ufficiale zarista e figlio di un nobile proprietario terriero che era diventato uno dei leader dell’Armata Rossa.

Da giovane, appena diplomato all’esclusiva Accademia Militare Aleksandrovkij, aveva dichiarato: “Diventerò un generale a trent’anni o mi suiciderò!” Servì come ufficiale nell’armata zarista durante la prima guerra mondiale e nel 1915 fu fatto prigioniero dai tedeschi. Un ufficiale francese prigioniero insieme a lui, il tenente Fervaque, descrisse in seguito l’ufficiale russo come impavido e ambizioso. La sua testa era imbottita di filosofia nietzschiana. “Odio San Vladimiro, che portò la cristianità in Russia, svendendo il paese alla civiltà occidentale,” esclamò. “Avremmo dovuto mantenere il nostro rude paganesimo, la nostra barbarie. Ma torneranno entrambi, ne sono sicuro!” A proposito della Rivoluzione disse: “Molti la desiderano. Siamo un popolo indolente ma molto distruttivo. Dovesse esserci una rivoluzione, lo sa Dio quando finirà. Credo che un regime costituzionale significherebbe la fine della Russia. Abbiamo bisogno di un despota!”

Alla vigilia della Rivoluzione bolscevica, Tuchačevskij scappò dalla prigionia in Germania e rientrò in Russia. Ì ai suoi colleghi ufficiali zaristi che stavano organizzando le armate bianche contro i bolscevichi, poi improvvisamente cambiò schieramento. A un amico, il capitano bianco Dmitrij Golum-Bek, Tuchačevskij confidò il proposito di disertare la causa bianca. “Gli chiesi cosa intendesse fare,” dichiarò in seguito Golum-Bek, “e mi disse: ‘In tutta franchezza, vado con i bolscevichi. L’armata bianca non può fare nulla. Non abbiamo un capo’. Camminò su e giù per alcuni minuti e poi gridò: ‘Non seguirmi se non vuoi, ma credo di fare la cosa giusta. La Russia sarà diversa!””

 

Nel 1918 si unì al Partito Bolscevico. Trovò presto il suo posto fra gli avventurieri militari gravitanti intorno al Commissario per la Guerra Trockij, ma fu attento a non lasciarsi implicare nei suoi intrighi politici. Ufficiale ben preparato e di grande esperienza, Tuchačevskij fece una rapida carriera nel ranghi inesperti dell’Armata Rossa. Comandò la prima e la quinta armata sul fronte contro Wrangel, partecipò alla felice offensiva contro Denikin e, insieme a Trockij, diresse la disgraziata controffensiva contro gli invasori polacchi. Nel 1922 divenne capo dell’Accademia Militare dell’Armata Rossa.

Era fra gli eminenti ufficiali russi che presero parte alle trattative militari con la repubblica di Weimar tedesca, dopo il trattato di Rapallo concluso in quell’anno.Negli anni successivi Tuchačevskij capeggiò un piccolo gruppo di militari di carriera e di ufficiali ex zaristi nel Comando Supremo dell’Armata Rossa, i quali si risentivano della direzione degli ex partigiani bolscevichi, il maresciallo Budënnyj e il maresciallo Vorošilov. Il gruppo di Tuchačevskij includeva i generali Jakin, Kork, Uborevič e Feldmann, che provavano un’ammirazione quasi servile per il militarismo tedesco. Gli uomini più vicini a Tuchačevskij erano l’ufficiale trotskista V. I. Putna, addetto militare a Berlino, Londra e Tokyo, e il generale Jan B. Gamarnik, amico personale dei generali della Reichswehr Seeckt e Hammerstein.

Insieme a Putna e Gamarnik, Tuchačevskij creò presto una piccola e influente cricca filotedesca in seno al Comando Supremo dell’Armata Rossa. Tuchačevskij e i suoi sapevano dei rapporti che Trockij aveva con la Reichswehr, ma li consideravano cosa “politica”, la quale doveva essere completata da un’alleanza militare fra il gruppo militare di Tuchačevskij e i capi militari tedeschi. Hitler, come Trockij, era un “politico”. I militari avevano le loro idee…

Sin dalla fondazione del blocco delle destre e dei trotskisti, Trockij aveva sempre considerato Tuchačevskij come la carta decisiva di tutta la congiura, da giocarsi solo al momento finale, strategico. Trockij mantenne i suoi rapporti con Tuchačevskij soprattutto attraverso Krestinskij e l’addetto militare trotskista, Putna. Più tardi Bucharin nominò Tomskij suo agente personale di collegamento con il gruppo militare. Sia Trockij che Bucharin si rendevano pienamente conto del disprezzo di Tuchačevskij per i “politici” e gli “ideologi” e temevano le sue ambizioni militari. Discutendo con Tomskij la possibilità di far entrare in azione il gruppo militare, Bucharin domandò:

“Dev’essere un colpo militare. Per la logica delle cose, il gruppo militare dei cospiratori avrà un’influenza enorme […] perciò si corre il rischio del bonapartismo. E i bonapartisti – mi riferisco in particolare a Tuchačevskij – cominceranno a sbarazzarsi degli alleati e dei cosiddetti ispiratori, in stile napoleonico. Tuchačevskij è un potenziale piccolo Napoleone, e lo sai come Napoleone trattava gli ideologi!” Bucharin chiese a Tomskij: “Tuchačevskij come s’ immagina il putsch?”

“È un affare dell’organizzazione militare,” rispose Tomskij. Aggiunse che al momento dell’attacco nazista all’Unione Sovietica, il gruppo militare aveva in programma di “aprile il fronte ai tedeschi,” il che significava arrendersi al Comando Supremo tedesco. Il piano era stato elaborato in segreto da Tuchačevskij, Putna, Gamarnik e i tedeschi. In questo caso,” disse pensosamente Bucharin, “potremmo essere in grado di sbarazzarci del pericolo bonapartista che mi preoccupa”

Tomskij non capì. Bucharin andò avanti a spiegare: Tuchačevskij avrebbe tentato di stabilire una dittatura militare; avrebbe persino potuto cercare di guadagnarsi il supporto popolare trattando i leader politici della cospirazione da capri espiatori. Ma una volta preso il potere i politici avrebbero potuto rivoltarsi contro i militari. Bucharin disse a Tomskij: “Potrebbe essere necessario processare i colpevoli della ‘sconfitta’ al fronte. Ci permetterà di conquistare le masse con slogan patriottici…”

 

All’inizio del 1936 Tuchačevskij andò a Londra come rappresentante militare sovietico al funerale di re Giorgio V d’Inghilterra. Prima di partire ricevette l’agognato titolo di Maresciallo dell’Unione Sovietica. Era già convinto che fosse vicina l’ora in cui il regime sovietico sarebbe stato rovesciato e una nuova Russia, in alleanza militare con Germania e Giappone, avrebbe dominato il mondo. In viaggio per Londra, Tuchačevskij si fermò brevemente a Varsavia e Berlino, dove incontrò i colonnelli polacchi e i generali tedeschi. Era così ottimista che fece ben pochi tentativi per nascondere l’ammirazione per i militari tedeschi.
Tornato da Londra, durante una cena formale all’ambasciata sovietica a Parigi stupì la diplomazia europea attaccando esplicitamente i tentativi del governo sovietico di arrivare a una sicurezza collettiva con le potenze occidentali. A tavola con Nicolae Titulescu, Ministro degli Esteri romeno, Tuchačevskij disse:

 

Monsieur le Ministre, è in errore se lega il destino della sua carriera e del suo paese a potenze che sono vecchie e “finite”, come Gran Bretagna e Francia. È alla nuova Germania che dobbiamo volgerci. Per un certo tempo, almeno, la Germania sarà alla guida del continente europeo. Sono sicuro che Hitler ci salverà tutti.

Le dichiarazioni di Tuchačevskij furono registrate dal capo dell’agenzia di stampa dell’ambasciata romena a Parigi, E. Schachanan Esseze, anch’egli presente alla cena. Un altro ospite, la celebre giornalista politica francese Geneviève Tabouis, raccontò in seguito nel suo libro Ils l’ont appelée Cassandre:

 

Incontrai Tuchačevskij per l’ultima volta il giorno dopo i funerali di re Giorgio V. Durante una cena all’ambasciata sovietica, il generale russo aveva conversato a lungo con Politis, Titulescu, Herriot, Boncour. […] Era appena tornato da un viaggio in Germania e non lesinava elogi ai nazisti. Seduto alla mia destra, disse più volte mentre discuteva il patto aereo tra le grandi potenze e il paese di Hitler: “Sono già invincibili, Madame Tabouis!”

Perché parlava con quella fiducia? Era a causa della calorosa accoglienza che aveva trovato tra i diplomatici tedeschi, che trovavano facile parlare con lui, un russo di vecchio stampo? A ogni modo non fui l’unica quella sera ad allarmarmi per la sua esibizione di entusiasmo. Uno degli ospiti – un diplomatico importante – mi borbottò nelle orecchie mentre lasciavamo l’ambasciata: “Beh, spero che non tutti i russi la pensino a quel modo”.

Le sensazionali rivelazioni al processo dell’agosto 1936 al blocco terroristico trotskista-zinovevista e i successivi arresti di Pjatakov e Radek allarmarono seriamente Tuchačevskij. Si mise in contatto con Krestinskij e gli disse che i piani dei cospiratori avrebbero dovuto essere drasticamente modificati. Il origine il gruppo militare non avrebbe dovuto entrare in azione prima che l’Unione Sovietica fosse attaccata dall’esterno; ma gli sviluppi internazionali – il patto franco-sovietico, la difesa inaspettata di Madrid – rimandavano continuamente l’attacco. I cospiratori in Russia, disse Tuchačevskij, dovevano mettere in moto gli eventi realizzando il colpo di stato prima del previsto. I tedeschi sarebbero immediatamente intervenuti per aiutare gli alleati russi. Krestinskij disse che avrebbe inviato immediatamente un messaggio a Trockij per informarlo della decisione di anticipare l’azione. Nel messaggio, che fu spedito a ottobre, scrisse: Riteniamo che un gran numero di trotskisti siano stati arrestati, ma ciononostante le forze principali del blocco non sono state ancora intaccate. Possiamo passare all’azione, ma per questo obiettivo è necessario che l’azione dall’estero sia anticipata.

 

Per “azione dall’estero” Krestinskij intendeva l’attacco nazista all’Unione Sovietica… Poco dopo l’invio del messaggio Tuchačevskij avvicinò di nuovo Krestinskij durante l’ottavo Congresso Straordinario dei Soviet nel novembre 1936. Gli arresti continuavano, disse nervosamente, e non c’era motivo per credere che si sarebbero fermati al livello più basso dell’apparato cospirativo. Il loro contatto militare, Putna, era già stato arrestato. Stalin sospettava chiaramente l’esistenza di un’estesa cospirazione ed era pronto a ricorrere a misure drastiche. C’erano già abbastanza prove per condannare Pjatakov e altri. L’arresto Putna e la rimozione di Jagoda dalla segreteria dell’NKVD significavano che le autorità sovietiche si stavano avvicinando alle radici della cospirazione. Era impossibile dire dove il processo avrebbe portato. L’intero apparato clandestino era in bilico.
Tuchačevskij era favorevole a un’azione immediata. Il blocco doveva prendere una decisione in merito senza indugio e radunare tutte le forze per supportare il putsch militare… Krestinskij ne discusse con Rosengoltz. I due trotskisti tedeschi erano d’accordo con Tuchačevskij. Un altro messaggio fu inviato a Trockij: oltre a informarlo della determinazione di Tuchačevskij di passare all’azione senza aspettare la guerra, Krestinskij pose anche importanti questioni di strategia politica:

Dovremo nascondere il vero obiettivo del putsch. Dovremo fare dichiarazioni al popolo, all’esercito e ai paesi esteri. […] In primo luogo, sarebbe meglio non dichiarare al popolo che il putsch è stato progettato per rovesciare l’attuale ordine socialista. […] [Dovremmo] atteggiarci a ribelli sovietici che rovesciano un cattivo governo sovietico e ne instaurano uno buono. […] In ogni caso, non dovremmo essere troppo espliciti in merito.

La risposta di Trockij arrivò a Krestinskij a fine dicembre. Il leader in esilio era completamente d’accordo con lui. In effetti, dopo l’arresto di Pjatakov lo stesso Trockij era arrivato alla conclusione che il gruppo militare avrebbe dovuto passare all’azione immediatamente. Mentre la lettera di Krestinskij era ancora in viaggio, aveva scritto a Rosengoltz per chiedere un’immediata azione militare…

“Dopo aver ricevuto la risposta,” dichiarò poi Krestinskij, “iniziammo a preparare il putsch. Lasciammo mano libera a Tuchačevskij, gli demmo carta bianca per occuparsi personalmente del lavoro”.

 

2. Il processo al centro parallelo trotskista

 

Anche il governo sovietico stava passando all’azione. Le rivelazioni del processo Zinov’ev-Kamenev avevano tolto ogni dubbio sul fatto che la congiura all’interno del paese era ben più grave di una semplice opposizione segreta di “sinistra” . In realtà i centri della congiura non erano in Russia: erano a Berlino e a Tokyo. Man mano che le investigazioni proseguivano, apparivano al governo sovietico con sempre maggiore chiarezza la conformazione e il carattere della quinta colonna dell’Asse. Il 23 gennaio 1937 Pjatakov, Radek, Sokolnikov, Šestov, Muralov e dodici loro compagni di congiura, fra cui alcuni agenti chiave dei servizi segreti tedeschi e giapponesi, furono processati per tradimento davanti al Collegio Militare della Corte Suprema dell’Unione Sovietica. Per mesi i membri dirigenti del centro trotskista avevano negato le accuse loro rivolte. Ma le prove a loro carico furono complete e schiaccianti. Uno dopo l’altro ammisero di aver diretto attività terroristiche e di sabotaggio e di aver mantenuto, su istruzioni di Trockij, rapporti con i governi di Germania e Giappone. Ma sia all’interrogatorio preliminare che al processo non rivelarono tutto. Non dissero nulla sull’esistenza del gruppo militare; non accennarono né a Krestinskij né a Rosengoltz; mantennero il silenzio sul blocco delle destre e sui trotskisti, il “livello” più potente della congiura che, mentre essi erano sottoposti a stringenti interrogatori, si preparava febbrilmente a conquistare il potere. In prigione, Sokolnikov, ex Vicecommissario per gli Affari Orientali, aveva rivelato gli aspetti politici della congiura; le trattative con Hess, lo smembramento dell’URSS, il piano per instaurare una dittatura fascista dopo il rovesciamento del regime sovietico. Davanti alla corte Sokolnikov depose: Consideravamo che il fascismo era la forma più organizzata del capitalismo, che avrebbe trionfato, invaso l’Europa e ci avrebbe schiacciati. Perciò era meglio scender a patti. […] Tutto questo fu spiegato con l’argomento seguente: meglio fare certi sacrifici, anche molto gravi, piuttosto che perdere ogni cosa. […] Ragionavamo da uomini politici. […] Ritenevamo di dover correre certi rischi.

Pjatakov ammise di essere il capo del centro trotskista. Parlando con voce tranquilla, risoluta, scegliendo con cura le parole, l’ex membro del Consiglio Supremo dell’Economia Nazionale testimoniò i fatti accertati delle attività di sabotaggio e terroristiche da lui dirette fino al suo arresto. In piedi alla sbarra, con il lungo e magro viso pallido, del tutto impassibile, sembrava, secondo l’ambasciatore americano Joseph E. Davies, “un professore che facesse lezione”. Vyšinskij cercò di far rivelare a Pjatakov come i trotskisti e gli agenti tedeschi e giapponesi si erano riconosciuti. Pjatakov evitò le domande.

Vyšinskij: Per quale motivo l’agente tedesco Rataičak si rivelò a lei?

Pjatakov: Due persone mi avevano parlato…Vyšinskij: Si rivelò lui per primo o lo fece lei?

Pjatakov: Fu una cosa reciproca.

Vyšinskij: Si rivelò prima lei?

Pjatakov: Chi per primo.. lui o io… l’uno o l’altro… non lo so.

Come riferì più tardi John Gunther nel suo Inside Europe:

L’impressione, ampiamente diffusa all’estero, che gli accusati raccontassero tutti la stessa storia, che fossero abietti e striscianti, che si comportassero come pecore al macello, non è proprio esatta. Essi discutevano ostinatamente con il Pubblico Ministero; in generale dissero solo quello che erano costretti a dire.

Man mano il processo proseguiva, e dalle successive deposizioni degli accusati Pjatakov veniva rivelandosi come un assassino politico spietato, un traditore di gran sangue freddo e calcolatore; una nota di in certezza e di disperazione si fece sentire in quella voce fino ad allora calma ed equilibrata.

Alcuni dei fatti in possesso dell’autorità furono per lui un colpo. L’atteggiamento di Pjatakov mutò. Dichiarò in sua difesa che, anche prima dell’arresto, aveva cominciato a mettere in discussione la direzione di Trockij. Disse che non approvava le trattative con Hess. “Ci eravamo cacciati in un vicolo cieco,” disse alla corte. “Stavo cercando una via d’uscita…” Nel suo ultimo appello alla corte, Pjatakov esclamò:

Si, sono stato trotskista per molti anni! Ho lavorato in stretta unione con i trotskisti. […] Non pensate, cittadini giudici. […] che durante questi anni spesi nella clandestinità soffocante del trotskismo, io non vedessi quello che accadeva nel paese! Non pensate che io non capissi quello che si realizzava nell’industria. Vi dico francamente: talvolta, quando uscivo dai bassifondi trotskisti e mi dedicavo all’altro mio lavoro, sentivo qualche volta una specie di sollievo, e naturalmente, parlando da un punto di vista umano, questo dualismo non era solo una questione di condotta esteriore, ma c’era anche un dualismo nel mio intimo. […] Fra poche ore voi emetterete la vostra sentenza. […] Non negatemi una cosa sola, cittadini giudici. Non negatemi il diritto di sentire che, anche ai vostri occhi, ho trovato in me la forza; benché troppo tardi, di farla finita con il mio passato criminale!

 

Ma fino all’ultimo istante, non una parola sugli altri congiurati uscì dalle sue labbra… Nikolaj Muralov, l’ex comandante della guarnigione militare moscovita e leader della vecchia guardia trotskista, che dal 1932 aveva diretto le cellule cospirative negli Urali insieme a Šestov e ai “tecnici” tedeschi, si appellò alla clemenza alla corte e chiese che la sua “franca testimonianza” fosse presa in considerazione. Uomo imponente, barbuto e dai capelli grigi, Muralov era in piedi come sull’attenti mentre testimoniava. Dichiarò che dopo il suo arresto, in seguito a una lunga lotta interiore, aveva deciso di “mettere tutto in chiaro”. Secondo Walter Durany e altri testimoni, le sue parole suonavano oneste mentre dichiarava alla sbarra:

Ho rifiutato l’assistenza legale e di parlare in mia difesa perché ho l’abitudine di difendermi e attaccare usando buone armi. Adesso non ho buone armi con cui difendermi. […] Sarebbe indegno di me accusare qualcuno di avermi trascinato nell’organizzazione trotskista. […] Non mi azzardo a dare la colpa ad altri. La responsabilità è solo mia. Questa è la mia colpa, la mia sventura. […] Per più di un decennio sono stato il fedele soldato di Trockij.

Karl Radek, fissando attraverso gli spessi occhiali l’aula affollata, fu di volta in volta umile, servile inpertinente e arrogante sotto il fuoco di fila di domande dell’accusatore Vyšinskij. Come Pjatakov, ma con maggiore completezza, ammise il tradimento. Radek dichiarò anche che, prima dell’arresto, appena aveva ricevuto la lettera di Trockij sulle trattative con i nazisti e giapponesi, si era deciso a ripudiare Trockij e a denunciare la congiura. Per settimane intere era stato incerto sul da farsi.

Vyšinskij: Quale fu la sua decisione?

Radek: Il primo passo da fare sarebbe stato di andare dal Comitato Centrale del Partito, di fare una dichiarazione, di fare il nome di tutte le persone. Questo non l’ho fatto. Non fui io ad andare dalla GPU, ma la GPU a venire a prendermi.

Vyšinskij: Risposta eloquente!

Radek: Risposta triste!

Nel suo appello finale, Radek si descrisse come un uomo lacerato dai dubbi, eternamente in bilico tra la fedeltà al regime sovietico e quella all’opposizione di sinistra, di cui era stato membro sin dai giorni della Rivoluzione. Era convinto, disse, che il regime sovietico non avrebbe mai potuto resistere alla pressione ostile dall’esterno. “Ero in disaccordo sulla questione principale,” dichiarò alla corte, “sulla continuazione nella lotta per il piano quinquennale”. Trockij “ha sfruttato le mie profonde incertezze interiori”. Un passo dopo l’altro, secondo il suo racconto, Radek era stato trascinato nel cuore della cospirazione. Poi erano arrivati gli accordi con i servizi segreti stranieri e infine quelli di Trockij con Alfred Rosenberg e Rudolf Hess. Trockij, disse Radek, “ci mise di fronte ai fatti compiuti”.

Per spiegare i motivi che lo avevano spinto a dichiararsi colpevole e a confessare ciò che sapeva della cospirazione, Radek disse: Quando mi ritrovai al Commissariato del Popolo per gli Affari Interni, l’ufficiale che mi interrogava […] mi disse: “Non sei un bambino. Ci sono quindici persone che testimoniano contro di te. Non puoi uscirne, e come uomo dotato di senno non puoi pensare di farlo”.

Per due mesi e mezzo tormentai gli ufficiali che mi interrogavano. Molti si sono chiesti se venivamo torturati mentre eravamo sotto interrogatorio. Devo dire che non fui io a essere torturato, ma loro a essere torturati da me, perché li costrinsi a fare molto lavoro inutile. Per due mesi e mezzo ho sfidato gli ufficiali, costringendoli a interrogarmi e a mettermi a confronto con le testimonianze degli altri accusati, a svelarmi tutte le loro carte, così che potessi vedere chi aveva confessato e cosa aveva detto. […] E un giorno l’ufficiale che mi interrogava mi disse: “Sei l’ultimo. Perché perdi tempo? Perché non dici quello che devi dire?” E io risposi: “Sì, domani inizierò a testimoniare”.

Il verdetto fu pronunciato il 30 gennaio 1937. Gli accusati furono giudicati colpevoli di tradimento, di essere “agenti delle forze fasciste tedesche e giapponesi -per svolgere attività di sabotaggio e terroristiche”, colpevoli di aiutare gli “aggressori stranieri ad impadronirsi di territori dell’URSS”. La Sezione Militare della Corte Suprema sovietica condannò alla fucilazione Pjatakov, Muralov, Šestov e altri dieci. Radek, Sokolnikov e altri due agenti, meno importanti, furono condannati a molti anni di reclusione.

 

Nella sua requisitoria del 28 gennaio 1937 il Pubblico Ministero Vyšinskij dichiarò:

Attraverso l’attività di spionaggio, le persone che sotto il comando di Trockij e Pjatakov hanno stretto accordi con i servizi segreti tedeschi e giapponesi hanno tentato di raggiungere degli obiettivi che avrebbero colpito gravemente gli interessi, non solo del nostro paese, ma anche di molti altri che come noi desiderano la pace, e che come noi stanno lottando per la pace. […] Chiediamo con forza che i governi di quei paesi che vogliono la pace e stanno lottando per essa pongano fine a ogni attività criminale, spionistica, terroristica e di sabotaggio organizzata dai nemici della pace e della democrazia, dalle forze oscure del fascismo che si stanno preparando alla guerra, che si preparano a distruggere la causa della pace e, di conseguenza, la causa di tutta l’umanità avanzata e progressista.

Le parole di Vyšinskij ebbero scarsa diffusione fuori dall’Unione Sovietica, ma furono ascoltate e ricordate da alcuni diplomatici e giornalisti. L’ambasciatore americano a Mosca, Joseph E. Davies, fu profondamente impressionato dal processo a cui assisteva giornalmente e di cui, con l’aiuto di un interprete, non perdeva una parola. L’ambasciatore Davies, ex consulente legale di complessi industriali, dichiarò che l’accusatore sovietico Vyšinskij, generalmente descritto dai propagandisti antisovietici come un “inquisitore brutale”, gli ricordava “molto da vicino Homer Cummings, come lui calmo, spassionato, intellettuale, abile e sagace. Condusse il processo di tradimento in una maniera che conquistò il mio rispetto e la mia ammirazione di uomo di legge”.
Il 17 febbraio 1937 l’ambasciatore Davies, in un dispaccio riservato al Segretario di Stato Cordell Hull, riferiva che quasi tutti i diplomatici esteri di Mosca condividevano la sua opinione circa la giustizia della sentenza. L’ambasciatore Davies scrisse:

Ho parlato con molti membri del corpo diplomatico qui accreditati, se non con tutti e, con una sola eccezione, tutti erano del mio parere che il processo abbia provato chiaramente l’esistenza di una cospirazione politica diretta a rovesciare il governo.

Ma questi fatti non furono resi pubblici. Potenti forze cospiravano per nascondere la verità sulla quinta colonna nella Russia sovietica. L’11 marzo 1937, l’ambasciatore Davies scrisse nel suo diario di Mosca:

Un altro diplomatico, il Ministro ***, mi ha fatto ieri una dichiarazione molto significativa. Discutendo del processo, mi disse che secondo lui gli accusati erano indubbiamente colpevoli; che tutti quelli di noi che avevano assistito al processo erano praticamente d’accordo su questo, che il mondo esterno, a giudicare dai resoconti della stampa, sembrava tuttavia pensare che il processo era una messinscena (façade, diceva), e che, nonostante sapesse come stavano realmente le cose, era però un bene che fuori della Russia si pensasse così1.

 

3. Azione a maggio

 

La cospirazione era ancora lontana dall’essere sconfitta. Al pari di Pjatakov, anche Radek aveva nascosto alle autorità sovietiche informazioni importanti, benché le sue deposizioni fossero apparse esaurienti. Ma durante il secondo giorno del processo Radek aveva commesso un serio errore: la sua parlantina lo aveva tradito. Nel tentativo di aggirare una domanda di Vyšinskij, aveva fatto il nome di Tuchačevskij. “Vitalij Putna;”disse, “venne a vedermi con alcune richieste di Tuchačevskij”. Proseguì rapidamente e non nominò più Tuchačevskij. Il giorno dopo Vyšinskij lesse ad alta voce alcune deposizioni di Radek del giorno precedente. “Vorrei sapere in merito a cosa ha nominato Tuchačevskij”.

Ci fu una breve pausa. Poi la risposta di Radek arrivò tranquillamente, senza esitazioni. Tuchačevskij, spiegò, aveva richiesto “del materiale su affari governativi” che Radek teneva nel suo ufficio all’Izvestija. Il militare aveva mandato Putna a prenderlo. Era tutto. “Ovviamente,” aggiunse, “Tuchačevskij non aveva idea del mio ruolo. […] So che la sua opinione sul Partito e sul Governo è quella di un uomo assolutamente devoto!” Durante il processo non fu detto nient’altro su Tuchačevskij, ma i congiurati rimasti erano convinti che ogni ulteriore ritardo del colpo finale sarebbe stato fatale.

Krestinskij, Rosengoltz, Tuchačevskij e Gamarnik tennero in tutta fretta una serie di incontri segreti. Tuchačevskij cominciò con l’assegnare ufficiali del gruppo militare a “comandi” speciali, ciascuno dei quali avrebbe dovuto assolvere compiti speciali al momento dell’attacco.

Alla fine del marzo 1937, i preparativi per il colpo di forza militare erano allo stadio finale. In un incontro con Krestinskij e Rosengoltz, nell’appartamento di quest’ultimo a Mosca, Tuchačevskij annunciò che il gruppo militare sarebbe stato pronto ad agire entro sei settimane. La data dell’azione sarebbe stata fissata per i primi di maggio, ad ogni modo prima del 15 maggio. Il gruppo militare, aggiunse, stava ancora discutendo “alcune varianti” in merito ai sistemi da seguire per impadronirsi del potere.

Secondo uno di questi piani, quello su cui Tuchačevskij “contava soprattutto”, affermò Rosengoltz più tardi, “un gruppo di militari, suoi aderenti, dovevano sotto vari pretesti adunarsi nel suo appartamento, entrare nel Cremlino, impossessarsi della centrale telefonica del Cremlino e uccidere i capi del Partito e del governo”. Contemporaneamente, secondo questo piano, Gamarnik e le sue unità “si sarebbero impadroniti del Commissariato del Popolo per gli Affari Interni”.

Furono discusse altre “varianti”, ma secondo Krestinskij e Rosengoltz questo piano sembrava il più coraggioso e quindi il più sicuro…

L’incontro a casa di Rosengoltz si chiuse con una nota di ottimismo. Il piano del putsch ideato da Tuchačevskij prometteva di riuscire con una certa sicurezza. Nonostante la perdita di Pjatakov e altri, sembrava che il giorno a lungo atteso e pianificato dai cospiratori fosse a portata di mano. Aprile passò rapidamente fra gli ultimi febbrili preparativi del colpo. Krestinskij cominciò a compilare lunghe liste di “persone di Mosca da arrestare e da allontanare dai loro posti, al momento in cui sarebbe stato sferrato il colpo, ed elenchi di gente che potevano sostituirle”. Uomini armati al comando di Gamarnik ebbero l’incarico di uccidere Molotov e Vorošilov. Rosengoltz, nella sua qualità di Commissario per il Commercio Estero, parlava di fissare un appuntamento con Stalin alla vigilia del colpo e di assassinare il capo sovietico nel suo quartier generale del Cremlino…

Era la seconda settimana del maggio 1937.

Poi, improvviso e devastante, il governo sovietico colpì. L’11 maggio, il maresciallo Tuchačevskij venne allontanato dal suo posto di Vicecommissario della Guerra e assegnato a un comando di minore importanza nel distretto del Volga. Al generale Gamarnik venne tolta la carica di Vicecommissario della Guerra. Anche i generali Jakir e Uborevič, complici di Tuchačevskij e Gamarnik, vennero allontanati. Altri due generali, Kork e Eidemann, furono arrestati e accusati di essere in rapporti segreti con la Germania nazista.

“Iniziai a prepararmi per l’arresto,” dichiarò in seguito Krestinskij. “Ne discussi con Rosengoltz, che non si fece prendere dal panico e tentò di mantenere i contatti con Trockij. […] Alcuni giorni dopo venni arrestato”.

Un comunicato ufficiale aveva rivelato che Bucharin, Rykov e Tomskij, che erano stati strettamente sorvegliati e seguiti, erano ora accusati di tradimento. Bucharin e Rykov erano stati arrestati. Tomskij, fuggito all’arresto, si uccise. Il 31 maggio il generale Gamarnik seguì il suo esempio e si uccise con un colpo di pistola. Si annunciò che Tuchačevskij e diversi altri alti ufficiali erano stati arrestati dall’NKVD. Poco dopo, fu arrestato anche Rosengoltz. Continuava su scala nazionale il rastrellamento di persone sospette di essere agenti della quinta colonna.

La mattina dell’11 giugno 1937, alle undici, il maresciallo Michail Nikolaevič Tuchačevskij e altri sette generali dell’Armata Rossa furono portati davanti a un tribunale militare speciale della Suprema Corte sovietica. Il processo ebbe luogo a porte chiuse per il carattere militare riservato delle deposizioni. Fu una corte marziale militare. Gli imputati erano accusati di cospirazione con potenze nemiche ai danni dell’Unione Sovietica. Di fronte ai marescialli Vorošilov, Budënnyj, Šopošnikov e altri comandanti dell’Armata Rossa, erano a processo insieme a Tuchačevskij:

il generale V. I. Putna, ex rappresentante militare a Londra, Tokyo e Berlino;

il generale I. E. Jakir, ex comandante della guarnigione militare di Leningrado;

il generale I. P. Uborevič, ex comandante dell’Armata Rossa in Bielorussia;

il generale R. P. Eidemann, ex capo dell’Osoaviachim (organizzazione militare volontaria di difesa);

il generale A. I. Kork, ex dirigente dell’Accademia Militare Frunze;

il generale B. M. Feldman, ex capo della Sezione Personale dello Stato Maggiore;

il generale V. M. Primakov, ex comandante della guarnigione militare di Charkiv.

Un comunicato ufficiale dichiarava:

Le indagini hanno stabilito la partecipazione degli imputati e del generale Jan Gamarnik ad associazioni eversive legate a circoli militari di primo piano di uno dei paesi stranieri che stanno mettendo in atto una politica di avversione nei confronti dell’Unione Sovietica.Gli imputati erano membri dei servizi segreti militari di quel paese.

Gli imputati hanno fornito sistematicamente informazioni segrete sullo stato dell’Armata Rossa ai circoli militari di quel paese.

Essi hanno svolto attività di sabotaggio per indebolire l’Armata Rossa e causarne la sconfitta nel caso di un attacco all’Unione Sovietica.

Il 12 giugno il tribunale militare emise la sentenza. Gli imputati vennero dichiarati colpevoli e condannati alla fucilazione come traditori. Ventiquattro ore dopo la sentenza fu eseguita da un plotone dell’Armata Rossa.

Ancora una volta, assurde dicerie e calunnie antisovietiche dilagarono in tutto il mondo. L’intera Armata Rossa, si diceva, era in fermento, pronta a rivoltarsi contro il governo sovietico; Vorošilov “marciava su Mosca” a capo di un’armata anti-staliniana; “fucilazioni in massa” avvenivano in tutta l’Unione Sovietica; da questo momento in poi, l’Armata Rossa, perduti i suoi “generali migliori”, non costituiva “più un fattore importante nella situazione internazionale”. Molti osservatori onesti furono profondamente turbati dagli avvenimenti in Unione Sovietica. Il carattere e la tecnica della quinta colonna erano ancora sconosciuti. Il 4 luglio 1937, Joseph E. Davies, ambasciatore statunitense a Mosca, ebbe un colloquio col Ministro degli Esteri sovietico Maksim Litvinov. Disse francamente a Litvinov che l’esecuzione dei generali e i processi dei trotskisti avevano suscitato un’impressione sfavorevole negli Stati Uniti e in Europa.

L’ambasciatore americano comunicò al Ministero degli Esteri sovietico: “Ritengo che l’opinione di Francia e Gran Bretagna in merito alla forza dell’Unione Sovietica di fronte a Hitler ne sia rimasta scossa”.

Litvinov fu egualmente franco. Disse all’ambasciatore Davies che il governo sovietico doveva “assicurarsi”, mediante quei processi e quelle esecuzioni, che non ci fossero traditori in grado di cooperare con Berlino e Tokyo all’inevitabile scoppio della guerra.

“Un giorno,” disse Litvinov, “il mondo capirà quello che abbiamo fatto per proteggere il nostro governo dalla minaccia del tradimento. […] Noi abbiamo reso un servizio a tutto il mondo, proteggendo noi stessi contro la minaccia di un dominio hitleriano e nazista sul mondo intero, e facendo in tal modo dell’Unione Sovietica un forte baluardo contro la minaccia nazista”.

Il 28 luglio 1937, dopo aver personalmente fatto delle indagini sulla reale situazione interna della Russia sovietica, l’ambasciatore Davies mandò al segretario di Stato Cordell Hull il “Dispaccio n. 457, strettamente riservato”. L’ambasciatore passava in rassegna gli avvenimenti recenti e smentiva le assurde voci sul malcontento delle masse e sul crollo imminente del governo sovietico. “Non vi è traccia (come pretendono i giornali) di cosacchi accampati vicino al Cremlino o in movimento sulla Piazza Rossa,” scriveva. L’ambasciatore Davies riassumeva la sua analisi del caso Tuchačevskij con le seguenti parole:

Se non sopravverranno assassini o guerre all’esterno, la posizione di questo governo e dell’attuale regime appare ben salda oggi, e probabilmente anche per parecchio tempo a venire. Il pericolo del sorgere di un Corso per il momento è stato eliminato.

 

 

4. Finale

 

L’ultimo dei tre celebri processi di Mosca ebbe inizio il 2 marzo 1938 nella sede dei sindacati, davanti alla Sezione Militare della Corte Auprema dell’URSS. Le udienze, comprendenti sessioni antimeridiane, pomeridiane e serali e a porte chiuse – durante le quali furono udite le deposizioni implicanti segreti militari – durarono sette giorni. Gli imputati erano ventuno. Fra di essi si trovavano l’ex capo dell’OGPU Jagoda e il suo segretario Pavel Bulanov; i capi della destra, Nikolaj Bucharin e Aleksej Rykov; i dirigenti trotskisti e agenti tedeschi Nikolaj Krestinskij e Arkadij Rosengoltz; il trotskista e agente dei giapponesi Christian Rakovskij; i capi della destra e agenti tedeschi Michail Černov e Grigorij Grinko; l’agente polacco Vasilij Šarangovič e altri undici cospiratori, membri del blocco, sabotatori, terroristi e agenti stranieri, compresi l’agente di collegamento trotskista Sergej Bessonov e i medici assassini Levin e Kazakov.

Il giornalista Walter Duranty, che assistette al processo, scrisse nel suo libro The Kremlin and the People:

Era realmente il “processo per finire tutti i processi”, perché le finalità erano ben chiare, il Pubblico Ministero aveva tutte le prove, e aveva individuati i nemici, all’interno e all’esterno. I dubbi e le esitazioni del passato erano ora superati, perché un caso dopo l’altro, e specialmente, ritengo, il caso dei “generali”, avevano gradualmente completato il quadro che era così confuso e incompleto all’epoca dell’assassinio di Kirov.

Il governo sovietico aveva studiato il caso con estrema attenzione. Mesi di investigazioni preliminari, raccolta di prove e testimonianze dai processi precedenti, confronti di testimoni e accusati ed esami incrociati dei cospiratori arrestati avevano portato alla definizione dei capi d’accusa. Il governo sovietico sostenne:

1) che tra il 1932 e il 1933, seguendo le istruzioni dei servizi segreti di paesi ostili all’Unione Sovietica, gli imputati avevano formato un gruppo di cospiratori chiamato “blocco delle destre e dei trotskisti” con l’obiettivo di compiere attività spionistiche, sabotare, compiere atti terroristici per debilitare il potere militare dell’Unione Sovietica, provocare un attacco militare di quei

paesi, operato per la sconfitta e la disgregazione dell’URSS;

2) che il “blocco delle destre e dei trotskisti” aveva stabilito relazioni con alcuni paesi esteri con l’obiettivo di ricevere da loro assistenza armata nell’adempimento dei disegni criminali;

3) che il “blocco delle destre e dei trotskisti” si era impegnato sistematicamente in attività di spionaggio a favore di quei paesi, fornendo ai loro servizi segreti informazioni importantissime per lo stato;

4) che il “blocco delle destre e dei trotskisti” si era impegnato sistematicamente in attività di sabotaggio in varie branche dell’economia sovietica (industria, agricoltura, ferrovie, sviluppo municipale, eccetera);

5) che il “blocco delle destre e dei trotskisti” aveva organizzato numerosi attacchi terroristici contro la dirigenza del Partito Comunista dell’Unione Sovietica e il governo sovietico, e perpetrato attacchi terroristici contro Kirov, Menžinskij, Kujbyšev e Gor’kij.

Il processo del blocco delle destre e dei trotskisti, per la prima volta nella storia, rese pubbliche in ogni particolare le attività di una delle quinte colonne dell’Asse. L’intera tecnica del metodo impiegato dall’Asse per le conquiste segrete fu messa a nudo; la propaganda, lo spionaggio, il terrore, il tradimento nelle alte cariche, le macchinazioni dei collaborazionisti, la tattica di un’armata segreta che colpisce dall’interno, tutta la strategia della quinta colonna per mezzo della quale i nazisti minavano già la Spagna, l’Austria, la Cecoslovacchia, la Norvegia, il Belgio, la Francia e altri paesi d’Europa e d’America, furono rivelate in pieno. “I Bucharin e i Rykov, gli Jagoda e i Bulanov, i Krestinskij e i Rosengoltz,” dichiarò l’accusatore sovietico Vyšinskij nel suo discorso conclusivo dell’1l marzo 1938, “sono una sola cosa con la quinta colonna”.

L’ambasciatore Joseph E. Davies, che assistette alle udienze, trovò che il processo era “impressionante” nei suoi elementi drammatici, legali, umani e politici. Scrisse alla figlia 1’8 marzo:

Tutte le debolezze e tutti i vizi fondamentali della natura umana – e nella loro luce peggiore le ambizioni personali – emergono in questo processo. Essi rivelano il profilo di una cospirazione che fu abbastanza vicina a conseguire lo sperato successo e a rovesciare questo governo.

 

Alcuni degli accusati, per salvarsi, tentarono di svincolarsi dalla piena responsabilità dei loro delitti, di addossare la colpa ad altri, di atteggiarsi a uomini politici sinceri, ma traviati. Altri, senza apparente emozione o speranza di sfuggire alla sentenza, riferivano i truci particolari degli assassini “politici” commessi, e le operazioni di spionaggio e di sabotaggio compiute sotto la direzione dei servizi segreti militari tedeschi e giapponesi.

Nella sua dichiarazione finale alla corte Bucharin, che a processo si era descritto come l’“ideologo” della cospirazione, diede un vivido ritratto psicologico delle tensioni interne e dei dubbi che dopo gli arresti avevano afflitto molti degli ex radicali diventati traditori e, insieme a Trockij, cospiratori al soldo della Germania nazista e del Giappone contro l’Unione Sovietica:

 

Nella mia testimonianza durante il processo ho già detto che non è stata la nuda logica della lotta a guidare noi cospiratori controrivoluzionari nella squallore della clandestinità, che è già stata descritta in tutta la sua natura. La nuda logica della lotta era accompagnata da una degenerazione delle idee, una degenerazione psicologica, una degenerazione di noi stessi, una degenerazione delle persone. Esistono esempi molto noti di questa degenerazione nella storia. Posso citare anche solo Briand, Mussolini e altri. Anche noi degenerammo. […]

Ora parlerò di me, della ragione del mio pentimento. Ovviamente devo ammettere che le prove che mi incriminano giocano un ruolo molto importante. Per tre mesi ho rifiutato di parlare, poi ho iniziato a testimoniare. Perché? Perché mentre ero in prigione ho valutato di nuovo il mio intero passato. Quando ti chiedi “Devi morire; per che cosa muori?”, un vuoto totalmente nero sorge all’improvviso di fronte a te con assoluta intensità. Non c’era nulla per cui morire, se si vuole morire senza pentirsi. […] E quando ti chiedi “Supponi che non morirai, che un miracolo ti salverà la vita; per che cosa? Isolato da tutti, nemico del popolo, in una situazione inumana, completamente isolato da qualunque cosa costituisca l’essenza di una vita […]”. E di nuovo la stessa risposta. In quei momenti, cittadini giudici, tutte le cose personali, le incrostazioni personali, il rancore, l’orgoglio e tante altre cose se ne vanno, scompaiono. […]

Parlo forse per l’ultima volta in vita mia. Posso concludere a priori e i miei altri alleati nel crimine, insieme alla Seconda Internazionale, […] si sforzeranno di sconfiggerci, e me in particolare. Rifiuto questa difesa. […] Attendo il verdetto.

La sentenza fu pronunciata la mattina del 13 marzo 1938. Tutti gli accusati furono giudicati colpevoli. Tre di essi, Pletnev, Bessonov e Rakovskij furono condannati al carcere, gli altri alla fucilazione.

* * * Tre anni dopo, nell’estate del 1941, dopo l’invasione nazista dell’URSS, Joseph E. Davies, ex ambasciatore in Unione Sovietica, scrisse: In Russia è mancata la cosiddetta “aggressione interna” pronta a collaborare con il Comando Supremo tedesco. La marcia di Hitler su Praga nel 1939 fu accompagnata dall’attivo appoggio militare delle organizzazioni di Henlein in Cecoslovacchia; lo stesso avvenne nell’invasione della Norvegia. Nel quadro russo invece non vi furono né Henlein alla maniera sudetica, né Tiso a quella slovacca, né Degrelle del tipo belga, né Quisling come in Norvegia… Il perché di questo va cercato nei cosiddetti processi di tradimento o di epurazione a cui avevo assistito e di cui avevo sentito parlare nel 1937 e nel 1938. Riesaminando da sotto una nuova visuale i resoconti di quei processi e rivedendo quel che io stesso ne avevo allora scritto, mi avvidi che, praticamente, tutti i metodi dell’attività della quinta colonna tedesca, quale ora la conosciamo, erano stati scoperti e messi a nudo dalle confessioni e dalle deposizioni rese in questi processi dai Quisling russi. […] Tutti quei processi, epurazioni e liquidazioni che sembrarono allora tanto violenti e che scandalizzarono il mondo, appaiono ora chiaramente come uno degli aspetti del vigoroso e risoluto sforzo del governo di Stalin per proteggersi non solo da una rivoluzione all’interno, ma anche da un attacco dall’esterno, si misero a lavorare per ripulire il paese da tutti gli elementi che potessero tradire, e i casi dubbi furono tutti risolti a favore del governo. Nel 1941 non ci furono in Russia affiliati alla quinta colonna: erano stati tutti giustiziati in precedenza. L’epurazione aveva ripulito il paese, liberandolo dal tradimento. La quinta colonna dell’Asse in Unione Sovietica era stata schiacciata.

Capitolo ventunesimo: Assassinio in Messico


L’imputato principale di tutti e tre i processi di Mosca era un uomo che si trovava a diecimila chilometri di distanza. Nel dicembre 1936, dopo il processo Zinov’ev-Kamenev e l’arresto di Pjatakov, Radek e di altri membri dirigenti del centro trotskista, Trockij fu costretto a lasciare la Norvegia. Varcò l’Atlantico e arrivò in Messico il 13 gennaio 1937. Dopo un breve soggiorno a casa del ricco artista Diego Riveira, organizzò un nuovo quartier generale in una villa a Coyoacan, sobborgo di Città del Messico. Da Coyoacan, nei mesi successivi, Trockij seguì, senza poter far nulla, il progressivo sfacelo dell’intricata e potente quinta colonna russa sotto i potenti colpi del governo sovietico…

Il 26 gennaio 1937 Trockij pubblicò una dichiarazione firmata sulla stampa di Hearst negli stati Uniti a proposito del processo a Pjatakov e Radek. “All’interno del Partito Stalin si è posto al di sopra di ogni critica e dello Stato,” scrisse a proposito delle testimonianze al processo. “È impossibile eliminarlo se non tramite l’assassinio”.

A New York fu formato il Comitato Americano per la Difesa di Lev Trockij, guidato dai suoi seguaci negli Stati Uniti ma

nominalmente coordinato da socialisti, giornalisti e intellettuali antisovietici. Il Comitato includeva anche numerosi liberali. Uno di loro, Mauritz Hallgren, giornalista e condirettore del Baltimore Sun, si ritirò appena gli fu chiaro il vero obiettivo del gruppo, la propaganda antisovietica. Il 27 gennaio 1937 Halgren dichiarò pubblicamente al Comitato:

Sono convinto, date queste circostanze, che il Comitato Americano per la Difesa di Lev Trockij è diventato, forse inconsapevolmente, uno strumento dei trotskisti per per l’intervento politico contro l’Unione Sovietica. […] Vi prego quindi di cancellare il mio nome dai membri del Comitato.

Il Comitato per la Difesa di Lev Trockij svolse un’intensa campagna di propaganda che rappresentava Trockij come uno sfortunato “eroe della Rivoluzione” e i processi di Mosca come “complotti di Stalin”. Una delle sue prime azioni fu la creazione di una “commissione di inchiesta” per “indagare le accuse mosse contro Lev Trockij ai processi di Mosca dell’agosto 1936 e gennaio 1937”. I membri della Commissione erano l’anziano filosofo John Dewey, l’intellettuale Carleton Beals, l’ex membro socialista del Reichstag Otto Rühle, il giornalista antisovietico ex radicale Benjamin Stolberg e la fervente giornalista filo-trotskista Suzanne La Follette.

Con una considerevole copertura mediatica, il 10 aprile la Commissione Dewey iniziò le udienze a Coyoacan. Gli unici testimoni erano Trockij e uno dei suoi segretari, Jan Frankel, che era diventato un membro della sua guardia personale a Büyükada nel 1930. Il consulente legale di Trockij era l’avvocato statunitense Albert Goldman 1.

Le udienze durarono sette giorni. La “testimonianza” di Trockij, largamente pubblicizzata dalla stampa europea e statunitense, consisteva principalmente in violente accuse a Stalin e al governo sovietico e in stravaganti elogi del proprio ruolo durante la Rivoluzione russa. Le prove dettagliate presentate contro di lui ai processi di Mosca furono per la maggior parte ignorate dalla Commissione. Il 17 aprile Carleton Beans rassegnò le dimissioni e dichiarò pubblicamente quanto segue:

L’adorazione incondizionata degli altri membri della Commissione nei confronti del signor Trockij per tutto il tempo delle udienze ha sconfitto ogni spirito di indagine onesta. […] Il primo giorno mi fu detto che le mie domanda erano inopportune. Il controinterrogatorio finale è stato organizzato in modo tale da impedire ogni ricerca della verità. Sono stato rimproverato per aver fatto domande a Trockij sui suoi archivi. […] Il controinterrogatorio consisteva nel permettere a Trockij di spargere accuse propagandistiche con eloquenza e accuse folli, con tentativi molto rari di fargli dimostrare le sue dichiarazioni. […] La Commissione potrà ingannare il pubblico se lo desidera, ma io non presterò il mio nome alla possibilità di ulteriori insulsaggini simili a quelle già commesse.

 

Sotto gli auspici del Comitato Americano per la Difesa di Lev Trockij fu organizzata una campagna per portare Trockij negli Stati Uniti. Libri, articoli e dichiarazioni dei trotskisti circolavano ampiamente in tutto il paese, mentre la verità sui processi di Mosca restava chiusa negli archivi del Dipartimento di Stato o nelle menti dei corrispondenti da Mosca che credevano, come scrisse in seguito Walter Duranty, all’”estrema riluttanza dei lettori statunitensi a leggere qualcosa di positivo sulla Russia”2.
In Messico, come in Turchia, in Francia e in Norvegia e ovunque aveva vissuto, Trockij non tardò a essere circondato da una congrega di discepoli, avventurieri e guardie armate. Ancora una volta, viveva in un’atmosfera di intrigo.
La villa di Coyoacan dove Trockij aveva installato il suo quartier generale era virtualmente una fortezza. Un muro alto circa sette metri la cingeva. Nelle torri a quattro angoli montavano la guardia giorno e notte sentinelle armate di mitra. Oltre alla unità di polizia messicana distaccata appositamente fuori della villa, vi era la guardia del corpo armata di Trockij che teneva il suo quartier generale sotto incessante controllo. Tutti i visitatori dovevano presentare documenti d’identità e subire un interrogatorio stringente simile a quello dei posti di guardia di frontiera. I loro lasciapassare dovevano essere firmati e controfirmati. Dopo essere stati ammessi a varcare i cancelli del muro di cinta, venivano perquisiti, in cerca di armi nascoste, prima di poter, entrare nella villa.

All’interno della casa vi era un’atmosfera di intensa attività. Vi lavoravano numerose persone che prendevano istruzioni dal capo e eseguivano i suoi ordini. Segretari particolari preparavano scritti di propaganda antisovietica, i proclami di Trockij, articoli, libri e comunicazioni segrete in russo, tedesco, francese, spagnolo e inglese. Come a Büyükada, Parigi. e Oslo, molti di questi “segretari” di Trockij portavano la rivoltella al fianco, e la stessa atmosfera di intrigo e mistero circondava il cospiratore antisovietico.
La posta era moltissima e affluiva al quartier generale messicano da tutte le parti del mondo. Spesso le lettere esigevano un trattamento chimico, trattandosi di messaggi scritti con inchiostro invisibile fra innocue righe visibili. Continua e intensa era la corrispondenza telegrafica e telefonica con l’Europa, l’Asia e gli Stati Uniti. Un fiume ininterrotto di giornalisti, celebrità, uomini politici, misteriosi visitatori in incognito, venivano a intervistare il capo “rivoluzionario” del movimento antisiovietico o a conferire con lui. Vi erano frequenti delegazioni di trotskisti francesi, statunitensi, indiani, cinesi, agenti del POUM.
Trockij riceveva gli ospiti con l’aria di un despota al potere. La giornalista statunitense Betty Kirk, che intervistò Trockij in Messico e lo fece fotografare per Life, descrisse così le sue maniere istrioniche e dittatoriali:

 

Trockij guardò il suo orologio da polso e con autorità disse che ci avrebbe concesso esattamente otto minuti. Quando ordinò alla segretaria russa di sedersi per la fotografia in cui dettava, strillò che era troppo lenta. Ordinò a Bernard Wolfe, il suo segretario nordamericano, di sedersi anche lui, e mentre Wolfe attraversava la stanza Trockij batté sul bordo della scrivania con una matita esclamando: “Svelto, non perdere tempo!”

Dalla sua villa fortificata di Coyoacan, Trockij dirigeva in tutto il mondo la sua organizzazione antisovietica: la Quarta Internazionale. In tutta l’Europa, l’Asia, America del nord e del sud, legami stretti esistevano fra la Quarta Internazionale e la rete nazista della quinta colonna. In Cecoslovacchia: trotskisti collaboravano con l’agente nazista Konrad Henlein e con il suo Sudeten Deutsche Partei (Partito dei Tedeschi dei Sudeti). Sergej Bessonov, il corriere trotskista che era stato consigliere dell’ambasciata sovietica a Berlino, dichiarò durante il suo processo nel 1938 che nell’estate del 1935 aveva stretto rapporti con Konrad Henlein a Praga. Bessonov dichiarò di aver fatto personalmente da intermediario tra il gruppo di Henlein e Lev Trockij.
In Francia: Jacques Doriot, agente nazista e fondatore del Partito Popolare Fascista, comunista rinnegato, era trotskista. Doriot lavorava in stretto rapporto con la sezione francese della Quarta Internazionale trotskista, al pari di altri agenti nazisti e fascisti francesi. In Spagna: trotskisti si trovavano in grande numero nelle file del POUM, l’organizzazione della qunta colonna che appoggiava la rivolta fascista di Franco. Il capo del POUM era Andrés Nin vecchio amico e alleato di Trockij.
In Cina: trotskisti operavano sotto il controllo diretto dello spionaggio militare giapponese. La loro attività era molto apprezzata dagli ufficiali dirigenti lo spionaggio giapponese. Il capo del servizio di spionaggio giapponese dichiarò nel 1937 a Pechino: “Dovremmo appoggiare il gruppo trotskista e aiutarlo attivamente, in modo che la loro attività nelle varie parti della Cina possa riuscire utile e vantaggiosa per l’impero, poiché questi Cinesi disgregano l’unità del paese. Essi lavorano con finezza e abilità non comuni”.

In Giappone: i trotskisti erano chiamati il “trust dei cervelli dei servizi segreti”. In apposite scuole si insegnava agli agenti segreti giapponesi la tecnica per penetrare nel Partito Comunista dell’Unione Sovietica e combattere l’attività antifascista in Cina e in Giappone.

In Svezia: Nils Hyg, uno dei trotskisti più in vista, aveva ricevuto un sussidio finanziario dal finanziere e truffatore filonazista Ivar Kreuger. Le prove dell’appoggio finanziario dato al movimento trotskista da Kreuger, vennero alla luce dopo il suicidio di Kreuger, quando i revisori trovarono fra le sue carte ricevute di avventurieri politici di ogni sorta, compreso Adolf Hitler. In tutto il mondo i trotskisti erano diventati lo strumento con cui i servizi di spionaggio dell’Asse cercavano di penetrare nei movimenti liberale, radicale e operaio per raggiungere i propri fini 3.

La débâcle finale della quinta colonna russa ai processi di Mosca fu un colpo terribile per Trockij. Una nota di disperazione e isteria cominciò a dominare i suoi scritti. La sua propaganda contro l’Unione Sovietica si fece sempre più violenta, contraddittoria e stravagante. Parlava incessantemente della propria “giustezza di fronte alla storia”. Gli attacchi a Josef Stalin persero ogni parvenza di ragione. Scrisse articoli in cui dichiarava che il leader sovietico traeva un piacere sadico nel “soffiare fumo” in faccia ai neonati. Il divorante odio personale nei confronti di Stalin divenne sempre più la forza dominante nella vita di Trockij. Incaricò i suoi segretari di lavorare a una monumentale e calunniosa Vita di Stalin 4.

Nel 1939 Trockij era in contatto con la Commissione Congressuale guidata dal deputato texano Martin Dies. La Commissione, formata per investigare le attività antiamericane, era diventata un ricettacolo di propaganda antisovietica. Trockij fu avvicinato da agenti della Commissione e invitato a deporre come “testimone esperto” delle minacce di Mosca. L’8 dicembre 1939 il New York Times pubblicò una sua dichiarazione in cui definiva un suo dovere politico collaborare con Dies. Piani per un viaggio di Trockij negli Stati Uniti vennero discussi, m il progetto non si realizzò…

Nel settembre 1939, un agente trotskista europeo che viaggiava sotto il nome di Frank Jacson arrivò negli Stati Uniti sul piroscafo francese Ile de France. Jacson era stato reclutato nel movimento da una trotskista statunitense, Sylvia Ageloff, mentre era studente alla Sorbona a Parigi. Nel 1939, a Parigi, fu avvicinato da un rappresentante della Quarta Internazionale e incaricato di recarsi in Messico per diventarvi uno dei “segretari” di Trockij. Gli fu consegnato un passaporto che in origine era appartenuto a un cittadino canadese, Tony Babich, un membro dell’esercito repubblicano spagnolo ucciso in Spagna dai fascisti. I trotskisti avevano ottenuto il passaporto di Babich e ne avevano tolto la fotografia sostituendola con quella di Jacson.
Jacson fu accolto al suo arrivo a New York da Sylvia Ageloff e da altri trotskisti e fu condotto a Coyoacan, dove iniziò il suo lavoro per Trockij. In seguito Jacson diede le seguenti informazioni alla polizia messicana:

Trockij stava per mandarmi in Russia con l’incarico di organizzarvi un nuovo ordinamento. Mi disse che dovevo andare su aereo a Shanghai, dove avrei trovato altri agenti su certa nave, e insieme, attraverso il Manciukuò, saremmo andati in Russia. La nostra missione consisteva nel portare la demoralizzazione in seno all’Armata Rossa, nel commettere atti diversi di sabotaggio negli impianti bellici e in altre fabbriche.

Jacson non partì mai per la sua missione terroristica in Unione Sovietica. Nel tardo pomeriggio del 20 agosto 1940, nella villa fortificata di Coyoacan, Jacson assassinò il suo capo, Lev Trockij, fracassandogli la testa con una picozza da montagna.
Arrestato dalla polizia messicana, Jacson disse di aver voluto sposare Sylvia Ageloff, e che Trockij aveva vietato questo matrimonio. Un litigio violento a proposito la ragazza era scoppiato fra i due uomini. “Per amore di lei,” disse Jacson, “decisi di sacrificarmi fino all’estremo”.

In ulteriori dichiarazioni, Jacson affermò:

Invece di trovarmi faccia a faccia con un capo politico che dirigesse la lotta per la liberazione della classe operaia, mi vidi dinanzi un uomo che non voleva altro che soddisfare i suoi bisogni e le sue ambizioni di vendetta e di odio e che si serviva della lotta operaia soltanto come di un mezzo di celare la propria bassezza e i suoi calcoli spregevoli. […]
Quanto a questa casa, che egli disse giustamente di aver trasformato in una fortezza, molto spesso mi domandavo da dove fosse venuto il denaro per tali lavori. […] Forse il console di una grande nazione straniera che spesso lo visitava potrebbe rispondere alla domanda in vece nostra. […]

Fu Trockij a distruggere il mio carattere, il mio avvenire e tutti i miei affetti. Mi trasformò in un uomo senza nome, senza paese, in uno strumento suo. Ero in un vicolo cieco. […] Trockij mi fece a pezzi con le sue mani come se fossi stato un pezzo di carta.
La morte di Lev Trockij lasciava un solo candidato vivente alla parte di Napoleone in Russia: Adolf Hitler.

 

  

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Libro quarto: La seconda guerra mondiale e il dopoguerra

 

Capitolo ventiduesimo: La seconda guerra mondiale

1. Monaco

 

“Il fatale decennio 1931-1941,” dichiarava il Dipartimento di Stato nella pubblicazione ufficiale Pace e Guerra: politica estera degli Stati Uniti, “iniziò e si concluse con atti di violenza da parte del Giappone e fu contrassegnato da una decisa, spietata politica di dominazione mondiale da parte del Giappone, della Germania e dell’Italia”. La seconda guerra mondiale cominciò nel 1931 con l’invasione giapponese della Manciuria col pretesto di salvare l’Asia dal comunismo. Due anni più tardi Hitler abbatteva la repubblica tedesca con il pretesto di salvare la Germania dal comunismo. Nel 1935 l’Italia invadeva l’Etiopia per salvarla dal “bolscevismo e dalla barbarie”. Nel 1936 Hitler rimilitarizzava la Renania; la Germania e il Giappone firmavano il patto anti-Comintern e le truppe tedesche e italiane invadevano la Spagna col pretesto di salvarla dal comunismo. Nel 1937 l’Italia si unì alla Germania e al Giappone nel patto anti-Comintern, mentre il Giappone aggrediva nuovamente la Cina, impadronendosi di Pechino, Tientsin e Shanghai. L’anno dopo la Germania compì l’annessione dell’Austria e si costituiva l’Asse Berlino-Roma-Tokyo “per salvare il mondo dal comunismo…” Nel settembre del 1937, rivolgendosi all’Assemblea della Lega delle Nazioni, il ministro sovietico degli Esteri, Maksim Litvinov, disse:

Conosciamo tre stati che negli ultimi anni hanno compiuto attacchi contro altri stati. Malgrado le differenze tra i regimi, le ideologie, i livelli materiali e culturali dei paesi attaccati, tutti e tre gli stati aggressori giustificano le loro aggressioni con un solo e medesimo motivo: la lotta contro il comunismo. I capi di quegli stati credono ingenuamente, o meglio pretendono di credere, che basti pronunziare la parola “anticomunismo” perché siano loro perdonati tutti i tradimenti e tutti i crimini internazionali!

Sotto la maschera del patto anti-Comintern, la Germania, il Giappone e l’Italia marciavano alla conquista e all’asservimento dell’Europa e dell’Asia. Due sole vie possibili si presentavano al mondo: l’unione di tutte le nazioni contro l’aggressione nazista, fascista e giapponese per arrestare la minaccia di guerra dell’Asse prima che fosse troppo tardi, oppure la divisione, la resa di un paese alla volta agli aggressori e l’inevitabile vittoria fascista. I ministri della propaganda dell’Asse, gli agenti di Trockij, i reazionari francesi, britannici e statunitensi si erano stretti tutti insieme nella campagna fascista contro la sicurezza collettiva. La possibilità di unione contro l’aggressione veniva attaccata come “propaganda comunista”, respinta come “sogno utopistico”, calunniata come “incitamento alla guerra”, e al posto suo veniva avanzata la politica del compromesso, il disegno di far deviare la guerra inevitabile verso un assalto concorde contro l’Unione Sovietica. Molta di questa politica fu opera della Germania nazista.
Il Primo Ministro britannico Neville Chamberlain, alfiere della politica di acquiescenza, disse che la sicurezza collettiva avrebbe diviso l’Europa in “due campi armati”:Il giornale tedesco Nacthausgabe dichiarò nel febbraio 1938: Sappiamo ora che il premier inglese, come noi, considera la sicurezza collettiva un’assurdità.

In un discorso a Manchester del 10 maggio 1938 Winston Churchill replicò:

Ci dicono che non dobbiamo dividere l’Europa in due campi armati. Deve esserci dunque soltanto un campo? Il campo armato dei dittatori e una folla di genti allo sbando che vagano nelle loro terre chiedendosi chi tra loro sarà preso per primo, e se verranno soggiogati o soltanto sfruttati?

Churchill fu definito “guerrafondaio”…Nel settembre del 1938 la politica di acquiescenza raggiunse la sua fase culminante quando i governi della Germania nazista, dell’Italia fascista, della Gran Bretagna e della Francia firmarono il patto di Monaco, la vera santa alleanza antisovietica che la reazione sognava fin dal 1918.

Il patto lasciava l’Unione Sovietica senza alleati: il trattato franco-sovietico, pietra angolare della sicurezza collettiva europea era morto; la regione ceca dei Sudeti fu annessa alla Germania nazista e le porte dell’Oriente furono così spalancate alla Wehrmacht1.

“Gli accordi di Monaco,” scrisse Walter Duranty in The Kremlin and the People, “parvero segnare la più grande umiliazione che l’Unione Sovietica avesse patito dopo Brest-Litovsk”. Il mondo aspettava la guerra nazi-sovietica. Al suo ritorno in Gran Bretagna, Neville Chamberlain, agitando un pezzo di carta con la firma di Hitler, esclamò: “Questo significa la pace per il nostro tempo!”Venti anni prima, Sidney Reilly aveva esclamato: “la folle oscenità che si è manifestata in Russia deve scomparire. Pace con la Germania: si, pace con la Germania, pace con chiunque! C’è un nemico solo. L’umanità deve unirsi in una Santa Alleanza contro questo oscuro terrore!” L’11 giugno 1938 Sir Arnold Wilson, sostenitore di Chamberlain nella Camera dei Comuni, dichiarò:

L’unità ha un’importanza capitale, perché il pericolo reale proviene oggi non dalla Germania e dall’Italia […] ma dalla Russia.

Ma le prime vittime del patto antisovietico di Monaco non furono i popoli sovietici, bensì i popoli democratici dell’Europa. Ancora una volta la facciata antisovietica copriva il tradimento contro la democrazia. Nel febbraio 1939 i governi britannico e francese riconobbero la dittatura fascista di Franco quale legittimo governo della Spagna e negli ultimi giorni di marzo, dopo un anno e mezzo di epica e disperata lotta, la Spagna repubblicana diventò una provincia fascista.

Il 15 marzo la Cecoslovacchia cessò di essere uno stato indipendente, le divisioni corazzate entrarono a Praga, le fabbriche Skoda di munizioni e altre ventitré fabbriche di armi, che costituivano un’industria degli armamenti grande tre volte quella dell’Italia fascista, divennero proprietà di Hitler. Il generale filofascista Jan Syrový, già capo delle truppe controrivoluzionarie cecoslovacche che avevano operato nella Siberia sovietica, consegnò al Comando Supremo tedesco gli arsenali, i magazzini, un migliaio di aeroplani e tutto il perfetto equipaggiamento militare dell’esercito cecoslovacco. Il 20 marzo la Lituania consegnò alla Germania il suo unico porto, Memel. La mattina del venerdì santo, il 7 aprile, le truppe di Mussolini, varcato l’Adriatico, invasero l’Albania. Cinque giorni dopo il re Vittorio Emanuele III accettò la corona albanese.

Da Mosca, proprio mentre Hitler muoveva contro la Cecoslovacchia, Stalin ammonì i sostenitori del “compromesso” britannici e francesi che la loro politica antisovietica sarebbe terminata in un disastro per loro stessi.

 

Il 10 marzo 1939 parlò al XVIII Congresso del Partito comunista dell’Unione Sovietica. La guerra senza dichiarazione che le potenze dell’Asse stavano ormai combattendo in Europa e in Asia sotto la maschera del patto anti-Comintern era secondo Stalin diretta non soltanto contro l’Unione Sovietica, ma anche e prima di tutto contro gli interessi della Gran Bretagna, della Francia e degli Stati Uniti. “La guerra è ormai condotta,” affermò, “da stati aggressori che in ogni modo offendono gli interessi degli stati non aggressivi, e in primo luogo dell’Inghilterra, della Francia e degli Stati Uniti, i quali invece hanno indietreggiato, facendo concessioni su concessioni ai trasgressori […] senza il minimo tentativo di resistenza ed anzi con un certo grado di connivenza. Incredibile ma vero”. Gli uomini politici reazionari delle democrazie occidentali, particolarmente in Gran Bretagna e Francia, avevano rinunciato alla politica della sicurezza collettiva e sognavano invece una coalizione antisovietica mascherata con frasi diplomatiche come “compromesso” e “non intervento”. Ma questa politica era ormai condannata. Stalin aggiunse: “Alcuni politici e giornalisti europei e americani, avendo perso la pazienza nell’attesa di una ‘marcia sull’Ucraina sovietica’, stanno rivelando cosa si nasconde realmente dietro la politica di non intervento. Lo stanno dicendo piuttosto apertamente, mettono nero su bianco che i tedeschi li hanno crudelmente ‘delusi’ perché invece di marciare ancora più a est, contro l’Unione Sovietica, si sono volta a ovest, lo vedete, e chiedono le colonie. Si potrebbe pensare che i distretti della Cecoslovacchia siano stati ceduti ai tedeschi come il prezzo da pagare per dichiarare guerra all’Unione Sovietica, e che ora i tedeschi si rifiutino di pagare il conto…” “Lungi da me l’intenzione,” concluse, “di fare prediche sulla politica di non intervento, parlare di tradimenti, inganni e così via. Sarebbe ingenuo predicare la morale a gente che non conosce la morale umana. La politica è la politica, come dice la vecchia e scaltra diplomazia borghese. Bisogna sottolineare, tuttavia, che il gioco politico grande e pericoloso iniziato dai sostenitori della politica di non intervento potrebbe concludersi con un fiasco molto serio per loro”. L’Unione Sovietica desiderava ancora una cooperazione internazionale contro gli aggressori ed una politica realistica di sicurezza collettiva, ma tale collaborazione, affermava Stalin, doveva essere sincera e aperta. L’Armata Rossa non aveva nessuna intenzione di togliere le castagne dal fuoco per conto dei politicanti britannici e francesi del compromesso. Se fosse venuto il peggio, l’Armata Rossa confidava nella propria forza e nella lealtà del popolo sovietico. Come disse Stalin: “In caso di guerra, le retrovie e il fronte del nostro esercito […] saranno più forti di quelli di qualsiasi altro paese, e questo i popoli al di là dei nostri confini a cui piacciono i conflitti armati, farebbero bene a ricordarlo”. Ma il chiarissimo, significativo monito di Stalin fu ignorato.

Nell’aprile 1939 un’indagine sull’opinione pubblica britannica mostrò che l’87% della popolazione era favorevole ad una alleanza anglo-sovietica contro la Germania nazista. Churchill considerava l’accordo anglo-sovietico “una questione di vita o di morte”, e il 27 maggio dichiarò fermamente:

Se i membri del governo di Sua Maestà, dopo aver trascurato le nostre difese, aver gettato via la Cecoslovacchia con tutto quello che significava in quanto a potenza militare ed essersi impegnati a difendere la Polonia e la Romania, rifiutassero ora l’indispensabile aiuto alla Russia, trascinandoci quindi nel peggiore dei modi nella peggiore delle guerre, tradirebbero la generosità con il quale sono stati trattati dai loro compatrioti.

Il 29 luglio David Lloyd George sostenne l’appello di Churchill con queste parole:

Il signor Chamberlain ha negoziato direttamente con Hitler. È andato in Germania per incontrarlo. Egli e lord Halifax si sono recati a Roma, hanno brindato alla salute di Mussolini e gli hanno detto che bravo ragazzo era. Ma chi hanno mandato in Russia? Non hanno mandato neppure il membro del governo di grado più basso; hanno mandato un impiegato del Ministero degli Esteri. Questo è un insulto. […] Non hanno il senso delle proporzioni e della gravità dell’intera situazione mentre il mondo trema sull’orlo di un precipizio.

Le voci del popolo britannico e di persone come Churchill e Lloyd George rimasero inascoltate. “Una stretta e solida alleanza con la Russia,” osservava il Times, “intralcerebbe altri negoziati…”2 Mentre l’estate del 1939 si avvicinava alla fine e la guerra si faceva sempre più vicina, William Strang, l’ufficiale di seconda fila del Ministero degli Esteri che Chamberlain aveva mandato a Mosca, restava l’unico rappresentante britannico a svolgere negoziati diretti con il governo sovietico. La pressione popolare obbligò Chamberlain a fingere altri negoziati con l’Unione Sovietica. L’11 agosto una missione militare britannica arrivò a Mosca per condurre i negoziati congiunti. La rappresentanza britannica aveva viaggiato da Londra su un veliero a tredici nodi, il mezzo di trasporto più lento possibile, e quando arrivò i russi scoprirono che non aveva più autorità di Strang nella firma degli accordi…

Così l’Unione Sovietica doveva rimanere isolata ed esser lasciata sola ad affrontare la Germania nazista, che invece era appoggiata (passivamente se non attivamente) dai governi europei ispirati dalla politica di Monaco.

Joseph E. Davies spiegò più tardi a quale alternativa fosse costretto il governo sovietico. Scrivendo il 18 luglio 1941 ad Harry Hopkins, consigliere del presidente Roosevelt, l’ex ambasciatore in Unione Sovietica dichiarò: Secondo le osservazioni e i contatti da me avuti dal 1936 in poi, credo che, all’infuori del solo presidente degli Stati Uniti, nessun governo al mondo abbia visto più chiaramente del governo sovietico la minaccia di Hitler alla pace e la necessità della sicurezza collettiva e di alleanza fra paesi non aggressori. Il governo sovietico era pronto a combattere per la Cecoslovacchia; aveva annullato prima di Monaco il suo patto di non-aggressione con la Polonia, perché desiderava sgombrare la via al passaggio delle sue truppe attraverso la Polonia per andare in aiuto della Cecoslovacchia, se fosse stato necessario per adempiere agli obblighi del trattato. Anche dopo Monaco e persino nella primavera del 1939, il governo sovietico acconsentì ad unirsi alla Gran Bretagna e alla Francia qualora la Germania attaccasse la Polonia o la Romania, ma insisteva che si tenesse una conferenza internazionale di stati non aggressori per stabilire oggettivamente e realisticamente che cosa ciascuno avrebbe dovuto fare e poi render nota a Hitler la loro concorde volontà di resistenza. […] Il suggerimento venne declinato da Chamberlain in conseguenza della contrarietà della Polonia e della Romania a includere la Russia. […] Per tutta la primavera del 1939 i Soviet cercarono di condurre a termine un accordo che stabilisse un’unità d’azione ed una coordinazione dei piani militari per fermare Hitler.

La Gran Bretagna… rifiutò di accordare alla Russia riguardo agli Stati Baltici le stesse garanzie di protezione che la Russia accordava alla Francia e alla Gran Bretagna in caso di aggressione contro il Belgio e l’Olanda. I sovietici si convinsero, e ben a ragione, che nessun accordo generale efficace, diretto e pratico si poteva stabilire con la Francia e la Gran Bretagna. Furono così spinti ad un patto di non-aggressione con Hitler.

Venti anni dopo Brest-Litovsk, i politici antisovietici avevano di nuovo costretto la Russia a un accordo difensivo non desiderato con la Germania. Il 24 agosto 1939 l’Unione Sovietica firmò un patto di non aggressione con la Germania nazista.

 

2. Seconda guerra mondiale

 

Il 1° settembre 1939 le divisioni meccanizzate naziste invasero da sette punti la Polonia, e due giorni dopo la Gran Bretagna e la Francia dichiararono guerra alla Germania. In due settimane il regime polacco, che sotto l’influenza dell’antisovietica “cricca dei colonnelli” si era alleato col nazismo, aveva rifiutato l’aiuto sovietico e si era opposto alla sicurezza collettiva, cadde in pezzi e i nazisti rastrellarono gli sparsi resti di quello che era stato il loro alleato.

Il 17 settembre, mentre le colonne naziste correvano attraverso la Polonia e il governo polacco era preso dal panico, l’Armata Rossa passò il confine polacco orientale, occupò la Bielorussia, l’Ucraina occidentale e la Galizia prima che le divisioni corazzate naziste vi giungessero, e muovendo rapidamente verso occidente occupò tutto il territorio che la Polonia si era annesso nel 1920 prendendolo alla Russia sovietica.

“Che gli eserciti russi si schierassero su questa linea era necessario per la salvezza della Russia contro la minaccia nazista,” dichiarò Winston Churchill nella sua radiotrasmissione del l° ottobre. “È stato creato un fronte orientale che la Germania nazista non osa assalire. Quando von Ribbentrop venne chiamato a Mosca la scorsa settimana, fu per apprendere e accettare questo: che i progetti nazisti sugli Stati Baltici e sull’Ucraina hanno subito un arresto definitivo”.

 

L’avanzata dell’Armata Rossa verso ovest fu la prima di una serie di mosse compiute dall’Unione Sovietica per controbilanciare il dilagare del nazismo e rafforzare le difese sovietiche in vista di un inevitabile urto col Terzo Reich.
Durante le ultime settimane di settembre e i primi giorni di ottobre, il governo sovietico firmò patti di mutua assistenza con l’Estonia, la Lituania e la Lettonia, patti che specificavano come negli stati baltici si dovessero stabilire guarnigioni dell’Armata Rossa, aeroporti sovietici e basi navali sovietiche.

Ma nel nord rimaneva come potenziale alleato militare del Terzo Reich la Finlandia, il cui capo militare, il barone Karl Gustav von Mannerheim, era in stretti e continui rapporti con il Comando Supremo tedesco. C’erano incontri frequenti tra gli staff militari e periodicamente gli ufficiali tedeschi supervisionavano le manovre militari dei finlandesi. Il capo dello Stato Maggiore finlandese, il generale Karl Oesch, aveva ricevuto il suo addestramento militare in Germania così come il suo vice, il generale Hugo Ostermann, che aveva militato nell’esercito tedesco durante la prima guerra mondiale. Anche le relazioni politiche tra la Finlandia e la Germania nazista erano molto fitte. Il premier socialista Risto Ryti considerava Hitler “un genio”; Per Svinhufrud, il ricco germanofilo che era stato decorato con la croce di ferro, era una delle figure più influenti della scena politica del paese. Con l’aiuto di ufficiali e tecnici tedeschi, la Finlandia era stata trasformata in una potente fortezza che doveva servire di base per l’invasione dell’Unione Sovietica. Tecnici tedeschi avevano presieduto alla costruzione della linea Mannerheim, serie di intricate e magnificamente predisposte fortificazioni che correvano per parecchie miglia lungo la frontiera sovietica ed erano dotate di cannoni pesanti in un punto che distava soltanto ventun miglia da Leningrado. Quando la costruzione della linea Mannerheim fu prossima alla fine, nell’estate 1939, il Capo di Stato Maggiore di Hitler, il generale Halder, giunse dalla Germania a compiere un’ultima ispezione alla massiccia fortificazione.

Il governo sovietico propose alla Finlandia un patto di mutua assistenza e offrì di cedere parecchie migliaia di chilometri quadrati di territorio nella Carelia centrale in cambio di alcune isole strategiche finlandesi vicino a Leningrado, una parte dell’istmo della Carelia e il permesso per trent’anni di costruire una base navale sovietica nel porto di Hangö. I capi sovietici consideravano questi ultimi territori come essenziali per la difesa della base navale di Kronstadt e per la difesa della città di Leningrado. Alla metà di novembre la cricca filonazista che dominava il governo finlandese interruppe improvvisamente i negoziati. Alla fine di novembre l’Unione Sovietica e la Finlandia entrarono in guerra.

 

Gli elementi antisovietici in Gran Bretagna e Francia credevano ormai giunta la guerra santa da tanto tempo attesa. La guerra stranamente inattiva che si combatteva a ovest contro la Germania nazista era la “guerra sbagliata”, la guerra giusta era invece in Oriente. In Gran Bretagna, in Francia e negli Stati Uniti cominciò un’intensa campagna antisovietica al grido di: “Aiutiamo la Finlandia!”
Il primo ministro Neville Chamberlain, che poco tempo prima aveva affermato che il suo paese mancava di armi adatte per combattere i nazisti, dispose rapidamente per l’invio in Finlandia di 144 aerei britannici, 114 cannoni pesanti, 185.000 proiettili, cinquantamila granate, 15.700 bombe aeree, centomila cappotti e 48 ambulanze. In un momento in cui l’esercito francese aveva disperato bisogno di ogni sorta di oggetti di equipaggiamento per tener testa all’inevitabile offensiva nazista, il governo francese cedette all’esercito finlandese 179 aeroplani, 472 cannoni, 795.000 proiettili, 5.100 mitragliatrici e duecentomila granate a mano. Mentre sul fronte occidentale l’inattività continuava, lo Stato Maggiore britannico, dominato ancora da militaristi antisovietici come il generale Ironside, preparò dei piani per mandare centomila uomini in Finlandia attraverso la Scandinavia, e il Comando francese fece preparativi per un attacco simultaneo contro il Caucaso sotto il comando del generale Weygand, il quale affermò apertamente che bombardieri francesi erano pronti nel vicino Oriente per muovere contro i pozzi di petrolio di Baku.

Un giorno dopo l’altro, i giornali britannici, francesi e statunitensi davano a grandi titoli notizia di decisive vittorie finlandesi e di catastrofiche disfatte sovietiche. Ma, dopo tre mesi di combattimenti in un terreno straordinariamente difficile e in condizioni atmosferiche incredibilmente dure, con una temperatura che spesso giunse a sessanta e settanta gradi sotto zero, l’Armata Rossa sfondò l’“inespugnabile” linea Mannerheim e sbaragliò l’esercito finlandese 3. Il 29 marzo 1940, rivolgendosi al SovietSupremo, Molotov disse: …Dopo aver distrutto l’esercito finlandese e disponendo di ogni opportunità per occupare l’intera Finlandia, l’Unione Sovietica non lo ha fatto né ha chiesto alcuna indennità per le spese di guerra come avrebbe fatto una qualsiasi altra potenza, ma ha limitato le richieste al minimo. […] Nel trattato di pace non abbiamo altro obiettivo che la salvaguardia della sicurezza di Leningrado, Murmansk e le ferrovie….

La guerra non dichiarate della Germania nazista contro l’Unione Sovietica andò avanti. Il giorno in cui terminarono le ostilità finno-sovietiche, il generale Mannerheim dichiarò in un proclama alle truppe finlandesi che la loro “sacra missione” era “di essere un avamposto della civiltà occidentale in Oriente”. Subito dopo, il governo finlandese iniziò a costruire nuove fortificazioni lungo la nuova frontiera. Tecnici nazisti vennero a supervisionare il lavoro. Armamenti considerevoli furono richiesti a Germania e Svezia. I comandi finlandese e tedesco compirono manovre militari congiunte. Le truppe tedesche cominciarono ad arrivare in numero considerevole in Finlandia. Numerosi agenti nazisti vennero ad ingrossare il personale dell’ambasciata tedesca a Helsinki e dei dodici consolati sparsi nel paese. Nella primavera 1940 terminò improvvisamente la sosta del fronte occidentale, e il 9 aprile truppe tedesche invasero la Danimarca e la Norvegia. La Danimarca fu occupata in un giorno solo, senza resistenza. Entro la fine del mese la resistenza norvegese era stata schiacciata e le truppe britanniche, recatesi in aiuto dei norvegesi, abbandonarono le loro poche e precarie posizioni. Un regime fantoccio veniva istituito a Oslo sotto il maggiore Vidkun Quisling.

 

Il 10 maggio, Chamberlain diede le dimissioni da Primo Ministro dopo aver portato il suo paese nella situazione forse più disperata di tutta la sua lunga storia. Lo stesso giorno, mentre il re chiamava a formare il nuovo gabinetto Winston Churchill, l’esercito tedesco invase l’Olanda, il Belgio e il Lussemburgo. Il 21 maggio i tedeschi, travolta la disordinata opposizione, raggiunsero la Manica e tagliarono fuori gli Alleati nelle Fiandre.

Il panico invase tutta la Francia, mentre dappertutto la quinta colonna era all’opera. Le truppe francesi vennero abbandonate dai loro ufficiali e intere divisioni si trovarono senza rifornimenti militari. Paul Reynaud disse al Senato che i comandanti dell’esercito francese avevano commesso “errori incredibili” e denunciò “traditori, disfattisti e codardi”. Dozzine di ufficiali di massimo rango vennero improvvisamente arrestati. Ma era troppo tardi: ormai la quinta colonna aveva il controllo della Francia.
L’ex ministro dell’aviazione Pierre Cot scrisse più tardi nel suo Triomphe de la trahison:

 

I fascisti ebbero via libera nel paese e nell’esercito. L’agitazione anticomunista era una cortina fumogena, dietro la quale si andava preparando la grande cospirazione politica che doveva paralizzare la Francia e facilitare l’opera di Hitler. […] Gli strumenti più efficaci della quinta colonna […] furono Weygand, Pétain e Laval. Durante il Consiglio dei Ministri tenuto a Cangé, presso Tours, il 12 giugno 1940, il generale Weygand insistette presso il governo affinché si ponesse fine alla guerra. Il suo principale argomento fu che a Parigi era scoppiata una rivoluzione comunista. Dichiarò che Maurice Thorez, segretario generale del Partito Comunista, era già entrato nel palazzo Presidenziale. Georges Mandel, ministro dell’Interno, telefonò immediatamente al prefetto di Parigi, che smentì quanto Weygand aveva detto. Non c’era alcun movimento in città, la popolazione era calma. […] Appena presero il potere, tra la confusione generale, Pétain e Weygand, con l’aiuto di Laval e Darlan, si affrettarono a sopprimere ogni libertà politica, soffocarono il popolo e stabilirono un regime fascista.

Ora dopo ora la confusione aumentava e la débâcle si faceva più grave, mentre i soldati francesi combattevano disperatamente e il mondo guardava il tradimento di una nazione su una scala mai vista prima di allora. Dal 29 maggio al 4 giugno l’esercito britannico evacuò le sue truppe da Dunkerque, salvando eroicamente 350.000 uomini. Il 10 giugno l’Italia fascista dichiarò guerra a Francia e Gran Bretagna. Il 14 Parigi cadette; Pétain, Weygand, Laval e il trotskista Doriot divennero i governanti-fantocci della Francia. Il 22 giugno venne firmato un armistizio fra Germania e Francia nella foresta di Compiègne, nella stessa vettura ferroviaria in cui il maresciallo Foch, ventidue anni prima, aveva dettato i termini della resa ai tedeschi disfatti.

* * * Mentre la Francia crollava, l’Armata Rossa procedeva rapidamente a rafforzare le linee difensive dell’Unione Sovietica. Alla metà di giugno, precorrendo un imminente putsch nazista negli Stati Baltici, le divisioni corazzate sovietiche occuparono l’Estonia, la Lettonia e la Lituania. Il 27 giugno l’Armata Rossa entrò in Bessarabia e nella Bukovina settentrionale, tolte dalla Romania ai russi dopo la rivoluzione di Ottobre.

L’Unione Sovietica e la Germania nazista si trovavano ora una di fronte all’altra, sulle loro future linee di battaglia.
Verso la fine di luglio i nazisti lanciarono massicci attacchi aerei su Londra e le altre città britanniche, sganciando tonnellate di esplosivi sulla popolazione civile. I raid, che nel corso del mese successivo aumentarono di ferocia, avevano l’obiettivo di terrorizzare e paralizzare l’intera nazione e misero ben presto in ginocchio la già indebolita Gran Bretagna.
Ma nel paese erano in corso profondi cambiamenti. La confusione e le divisioni prodotte dal governo di Chamberlain avevano lasciato spazio alla determinazione e alla crescente unità nazionale. Attraverso la stretta Manica, il popolo britannico vide la quinta colonna all’opera. Il governo di Churchill agì rapidamente e con decisione. Scotland Yard e i servizi segreti spazzarono via gli agenti nazisti, i fascisti britannici e i leader della quinta colonna segreta. Durante un raid improvviso nella sede dell’Unione Britannica dei Fascisti, la polizia sequestrò importanti documenti e arrestò molti membri dell’organizzazione. Il leader del Partito Fascista Britannico, Sir Oswald Mosley, venne arrestato nel suo appartamento. Seguirono altri arresti sensazionali: John Beckett, ex membro del Parlamento e fondatore dell’antisovietico e filo-nazista Partito Popolare; il capitano A.H. Ramsay, membro del Parlamento per i tories; Edward Dudley Elan del Ministero della Salute; sua moglie Dacre Fox, e altri celebri fascisti e filo-nazisti furono arrestati. Venne approvata una legge speciale che puniva con la pena di morte i traditori.
Mostrando di aver imparato bene la lezione della Francia e dei processi di Mosca, nel luglio 1940 il governo inglese annunciò l’arresto dell’ammiraglio Barry Domville, ex direttore dei servizi segreti navali. Domville, amico di Alfred Rosenberg e del generale Max Hoffmann, era coinvolto in tutte le cospirazioni antisovietiche dal 1918. Al momento del suo arresto era a capo di una società segreta filo-nazista inglese di nome The Link (“Il collegamento”), che era stata organizzata con l’aiuto di Heinrich Himmler.
Prese le misure necessarie contro i tradimenti interni, i britannici affrontarono la dura prova degli attacchi aerei nazisti senza indietreggiare. Nel solo 17 settembre 1940 la RAF abbatté non meno di 185 aeroplani tedeschi nei cieli britannici.
Di fronte a una resistenza così fiera e inattesa e preoccupato per l’Armata Rossa al fronte orientale, Hitler si fermò alla Manica e non invase la Gran Bretagna.

Era l’anno 1941: un’atmosfera di intensa attesa gravava su tutta l’Europa mentre l’Unione Sovietica e la Germania nazista, le due maggiori potenze militari del mondo, si preparavano a scontrarsi sul campo di battaglia. Il l° marzo i tedeschi entrarono a Sofia e la Bulgaria divenne una base nazista. Il 6 aprile, dopo che una rivolta popolare ebbe rovesciato il regime del reggente jugoslavo principe Paolo e gli agenti nazisti erano stati costretti a sgombrare il paese, il governo sovietico firmò un patto di non-aggressione col nuovo governo jugoslavo. Lo stesso giorno la Germania nazista dichiarò guerra alla Jugoslavia e la invase. Il 5 maggio, Stalin divenne Primo Ministro dell’Unione Sovietica 4

 

* * * Alle quattro del mattino del 22 giugno 1941, senza dichiarazione di guerra, i carri armati di Hitler, le forze aeree, l’artiglieria da campagna, le unità motorizzate e le fanterie venivano scagliati oltre i confini dell’Unione Sovietica, su un fronte estendentesi dal Baltico al Mar Nero. Quella stessa mattina Goebbels trasmise la dichiarazione di guerra di Hitler, che diceva:

Popolo tedesco! In questo momento è in corso una marcia paragonabile per estensione alle più grandi viste finora dal mondo. Insieme ai nostri compagni finlandesi, i combattenti della vittoria di Narvik sono pronti nell’Artico. Le divisioni tedesche comandante dal conquistatore di Norvegia, in cooperazione con i combattenti della libertà finlandesi, sotto la guida del loro maresciallo, proteggono il suolo della Finlandia. Formazioni del fronte orientale tedesco dalla Prussia dell’est ai Carpazi. Soldati tedeschi e romeni sono uniti sotto la guida del capo di stato Antonescu dalle rive del Prut alle sponde inferiori del Danubio fino alle spiagge del Mar Nero. L’obiettivo di questo fronte non è più la protezione dei singoli paesi, ma la salvaguardia dell’Europa e quindi la salvaguardia di tutti.

L’Italia, la Romania, l’Ungheria e la Finlandia si unirono alla guerra contro l’Unione Sovietica. Speciali contingenti fascisti vennero raccolti in Francia e in Spagna e gli eserciti uniti dell’Europa controrivoluzionaria furono lanciati in una guerra santa contro i Soviet. Il piano del generale Max Hoffmann stava per esser messo alla prova.

Il 7 dicembre 1941, senza preavviso, bombardieri e navi giapponesi attaccavano la flotta degli Stati Uniti a Pearl Harbour, e la Germania nazista e l’Italia fascista dichiaravano loro guerra. Il 9 dicembre, rivolgendosi al popolo degli Stati Uniti, Roosevelt disse:l corso seguito dal Giappone in Asia negli ultimi dieci anni andava in parallelo con quello di Hitler e Mussolini in Europa e Africa. Oggi è diventato molto più di un parallelo: è una collaborazione così ben calcolata che ogni continente e oceano del mondo è considerato dagli strateghi dell’Asse un gigantesco campo di battaglia.

Nel 1931 il Giappone ha invaso Manciukuò, senza preavviso.

Nel 1935 l’Italia ha invaso l’Etiopia, senza preavviso.

Nel 1938 Hitler ha occupato l’Austria, senza preavviso.

Nel 1939 Hitler ha invaso la Cecoslovacchia, senza preavviso.

Sempre nel 1939 ha invaso la Polonia, senza preavviso.

Nel 1940 ha invaso la Norvegia, la Danimarca, l’Olanda, il Belgio e il Lussemburgo, senza preavviso.

Nel 1940 l’Italia ha attaccato la Francia e poi la Grecia, senza preavviso.

Nel 1941 Hitler ha invaso la Russia, senza preavviso.

E ora il Giappone ha attaccato la Malesia, la Thailandia e gli Stati Uniti, senza preavviso.

Tutto era pianificato. La maschera era caduta : la guerra segreta dell’Asse contro l’Unione Sovietica si era fusa con la guerra mondiale contro i popoli liberi. Il 15 dicembre 1941, in un messaggio al Congresso, il presidente Roosevelt dichiarò: Nel 1936, il governo del Giappone si associò apertamente alla Germania, entrando nel patto anti-Comintern. Questo patto, come tutti sappiamo, era nominalmente diretto contro l’Unione Sovietica, ma il suo vero scopo era quello di formare una lega del fascismo contro il mondo libero, particolarmente contro la Gran Bretagna, la Francia e gli Stati Uniti.

La seconda guerra mondiale era entrata nella sua fase finale decisiva, come conflitto tra le forze del fascismo internazionale e gli eserciti uniti dell’umanità progressiva.

Capitolo ventitreesimo: Anti-Comintern americano

1. L’eredità delle centurie nere

 

L’obiettivo principale della diplomazia dell’Asse dopo il 22 giugno 1941 fu quello di evitare ad ogni costo che gli Stati Uniti si unissero all’alleanza anglo-sovietica contro la Germania nazista. L’isolamento degli Stati Unitia era di importanza vitale per il piano degli stati maggiori tedesco e giapponese. Gli Stati Uniti divennero un punto focale della propaganda e degli intrighi dell’Asse.
Fin dal 1918 il popolo degli Stati Uniti era stato sottoposto ad una continua falsa propaganda intorno alla Russia sovietica. La Rivoluzione russa veniva presentata come l’opera di “folle rozze e violente” aizzate da “assassini, criminali e degenerati”; l’Armata Rossa era un’“accozzaglia indisciplinata”; l’economia sovietica “inapplicabile” e l’industria e l’agricoltura sovietiche “in un disperato stato di anarchia”; il popolo sovietico aspettava soltanto la guerra per sollevarsi contro gli “spietati padroni di Mosca”.
Quando la Germania nazista attaccò l’Unione Sovietica, un coro di voci negli Stati Uniti predisse l’immediato collasso del1’URSS. Ecco alcune affermazioni tipiche fatte da cittadini statunitensi dopo l’invasione:

 

In trenta giorni Hitler avrà il controllo della Russia. (Martin Dies, deputato al Congresso, 24 giugno 1941).
Ci vorrà un miracolo più grande di quanti si siano visti da quando fu scritta la Bibbia per salvare i rossi dall’estrema disfatta in brevissimo tempo. (Fletcher Pratt, New York Post, 27 giugno 1941).

 

La Russia è condannata e l’America e la Gran Bretagna sono impotenti a impedirne la rapida distruzione per opera del martellamento della guerra-lampo. (New York Journal American di Hearst, 27 giugno 1941).

 

Nella preparazione e nel comando, nell’addestramento e nell’equipaggiamento, i russi non possono esser messi a paragone con i tedeschi; Timošenko, Budënnyj e Stern non sono generali della statura di un Keitel e di un Brauchitsch. Le epurazioni e la politica hanno indebolito l’Armata Rossa. (Hanson W. Baldwin, New York Times, 29 giugno 1941).

 

Il 20 novembre 1941 un editoriale dal titolo “Ignoranza sulla Russia” pubblicato sul Houston Post formulava una domanda che dominava la mente di molti statunitensi:

Ciò che non è stato spiegato in modo soddisfacente è perché negli ultimi vent’anni gli Stati Uniti siano stati tenuti all’oscuro dei progressi materiali della Russia sovietica. Quando Hitler attaccò la Russia, era opinione unanime nel nostro paese che Stalin non sarebbe durato a lungo. I nostri “cervelli fini” non avevano alcuna speranza nella Russia e prevedevano una rapida conquista di quel paese da parte dei nazisti. […] La maggior parte degli Americani si aspettavano che la Russia piegasse man mano che i nazisti avanzavano. […]Come e perché gli americani non sono stati per tanto tempo informati?

 

Dal 1918 era stata alzata una barriera fra il popolo degli Stati Uniti e quello sovietico. Odi artificiosi e paure nei riguardi dell’URSS erano stati creati da uomini politici reazionari e da capitalisti, da russi bianchi e da agenti controrivoluzionari e infine da rappresentanti dei ministeri della propaganda e dei servizi segreti dell’Asse.

Immediatamente dopo la Rivoluzione russa, gli émigré bianchi avevano cominciato a inondare gli Stati Uniti di falsificazioni antisovietiche e a provocare sospetti e ostilità contro la Russia. Fin dall’inizio la campagna antisovietica degli emigrati zaristi negli Stati Uniti si fuse con una segreta guerra fascista contro gli Stati Uniti.

Le prime cellule naziste si formarono negli Stati Uniti nel 1924. Erano comandate da Fritz Gissibl, capo della associazione nazista Teutonia di Chicago. Lo stesso anno, il capitano Sidney George Reilly e i russi bianchi suoi soci costituirono un ramo della Lega Internazionale Antibolscevica negli Stati Uniti. Per tutti gli anni venti, agenti nazisti come Fritz Gissibl e Heinz Spanknoebel, agli ordini di Rudolf Hess e di Alfred Rosenberg, svolsero la loro attività antidemocratica e antisovietica negli Stati Uniti in stretta collaborazione con i russi bianchi.

Il russo bianco Pëtr Afanas’ev, noto negli Stati Uniti come “Principe Kušubue” e “Peter V. Armstrong”, arrivò a San Francisco nel 1922, aiutò la distribuzione dei Protocolli dei savi di Sion e, in collaborazione con l’ex ufficiale zarista Victor de Kayville, iniziò la pubblicazione di un foglio di propaganda antisemita e filo-nazista, The American Gentile. Afanas’ev collaborava con gli agenti nazisti Fritz Gissibl e Oscar Pfaus.

Nikolaj Rybakov, ex colonnello dell’esercito bianco filo-giapponese di Grigorij Semënov, arrivò negli Stati Uniti all’inizio degli anni venti e svolse attività di propaganda antisemita e antisovietica. Nel 1933, quando Hitler prese il potere in Germania, Rybakov fondò a New York Rossija, un giornale filo-nazista in lingua russa. L’agente dei giapponesi Semënov e il suo aiutante di campo Rodzaevskij mantennero contatti con Rybakov da Manciukuò, dove comandavano un esercito di russi bianchi finanziato dai giapponesi. Il giornale Rossija pubblicava regolarmente propaganda giapponese insieme a quella nazista. Nel 1941, dopo l’attacco all’Unione Sovietica, il giornale di Rybakov descrisse la Wehrmacht come “la fiera spada della Provvidenza che punisce con giustizia, la legione cristiana patriottica anti-bolscevica di Hitler”1. Il collegamento principale tra i nazisti e i russi bianchi negli Stati Uniti era James Wheeler-Hill, segretario nazionale dell’Associazione Tedesco-Americana. Wheeler-Hill non era tedesco: era un russo bianco nato a Baku e trasferitosi prima in Germania e poi negli Stati Uniti dopo la sconfitta delle armate bianche in Russia. Nel 1939 fu arrestato dall’FBI con l’accusa di essere una spia nazista. Il più importante agente di tedeschi e giapponesi tra i russi bianchi degli Stati Uniti era il “conte” Anastasij Andreevič Vonsjackij. Il 25 settembre 1933 l’agente segreto nazista Paul A. von Lilienfeld-Toal scrisse a William Dudley Pelley, capo della filo-nazista Legione d’Argento Americana:

 

Scrivo per informarla dei miei contatti con i russi bianchi. […] Sono in contatto con lo “Stato Maggiore dei fascisti russi” (box 631, Putnam, Connecticut). In questo momento il loro leader, A. A. Vonsjackij, si trova all’estero, ma il suo assistente, D. I. Kunle, mi ha scritto una lettera molto cortese e mi ha inviato alcune copie del loro giornale, il Fascist.

 

Il “conte” Vonsjackij di Thompson, nel Connecticut, era un ex ufficiale zarista che aveva militato nell’armata bianca di Denikin. Dopo la sconfitta aveva guidato un gruppo terroristico bianco in Crimea che rapiva che cittadini russi per chiedere riscatti e li torturava a morte se i soldi non arrivavano. Vonsjackij arrivò negli Stati Uniti all’inizio degli anni venti e si sposò con Marion Buckingham Ream Stephens, un’ereditiera milionaria di ventidue anni più vecchia di lui. Divenne cittadino americano e si stabilì nella lussuosa tenuta dei Ream a Thompson. Con la fortuna della moglie a sua disposizione, Vonsjackij iniziò a fantasticare del suo grandioso progetto: fondare un’armata antisovietica che avrebbe personalmente condotto fino a Mosca. Cominciò a viaggiare assiduamente in Europa, Asia e America meridionale, incontrando ambasciatori del Torgprom, della Lega Internazionale Antibolscevica e di altre agenzie antisovietiche.

Nell’agosto 1933 Vonsjackij fondò negli Stati Uniti il Partito Nazionale Fascista Rivoluzionario Russo. Il simbolo ufficiale era la svastica. Il quartier generale era nella tenuta dei Ream a Thompson, dove Vonsjackij accumulò un arsenale personale di fucili, mitragliatori e vario altro equipaggiamento militare e iniziò a creare squadre d’assalto composte da giovani in uniforme con la svastica.
Nel maggio 1934 visitò Tokyo, Harbin e altre città in Estremo Oriente, dove incontrò numerosi membri del Comando Supremo giapponese e russi bianchi fascisti, tra i quali Grigorij Semënov. Dal Giappone andò in Germania, dove incontrò Alfred Rosenberg, Goebbels e i rappresentanti dei servizi segreti militari. Vonsjackij si assunse il compito di inviare costantemente alla Germania e al Giappone informazioni riservate dagli Stati Uniti. Filiali del partito di Vonsjackij furono aperte a New York, San Francisco, Los Angeles, San Paolo e Harbin. Queste filiali operavano direttamente sotto il controllo dei servizi segreti militari tedeschi e giapponesi. Oltre alle operazioni di spionaggio negli Stati Uniti, l’organizzazione finanziata e guidata da Vonsjackij svolgeva una campagna terroristica e di sabotaggio contro l’Unione Sovietica. L’edizione del febbraio 1934 del Fascist, pubblicata a Thompson, scriveva:

 

Il 7 ottobre il trio fascista A-5 ha causato lo schianto di un treno militare. Secondo le informazioni ricevute, almeno cento persone sono rimaste uccise. Nel distretto di Starobil’sk, grazi e all’azione dei “fratelli” le operazioni di semina sono state sabotate. Numerosi comunisti incaricati della semina sono misteriosamente scomparsi!

Il 3 settembre, nel distretto di Ozera Kmiaz, il segretario comunista di una fattoria collettiva è stato assassinato dai “fratelli” 167 e 168!

Nell’aprile 1934 il Fascist dichiarò che la sua redazione aveva “ricevuto un milione e mezzo di złoty da consegnare a Boris Koverda quando sarà rilasciato di prigione. Il denaro è offerto dal signor Vonsjackij”. In quel periodo Boris Koverda era incarcerato in Polonia per aver ucciso l’ambasciatore sovietico Vojkov a Varsavia. Il programma ufficiale del Partito Nazionale Fascista Russo Rivoluzionario dichiarava:

Organizzare l’assassinio di istruttori militari sovietici, corrispondenti militari, dirigenti politici, oltre ai comunisti più in vista. […] Assassinare, prima di tutti, i segretari del Partito. […] sabotare tutti gli ordini delle autorità rosse. […] Intralciare le comunicazioni della potenza rossa. […] Distruggere i telegrafi, tagliare i cavi, interrompere e distruggere le comunicazioni telefoniche. […] Ricordate fermamente, fratelli fascisti: abbiamo distrutto, stiamo distruggendo e in futuro continueremo a distruggere! 2

Immediatamente dopo l’attacco giapponese a Pearl Harbor il “conte” Anastasij Vonsjackij fu arrestato dall’FBI. Fu arrestato per violazione delle leggi sullo spionaggio, giudicato colpevole di aver trasmesso informazioni riservate al Giappone e alla Germania e condannato a cinque anni di prigione 3.

 

2. “Salvare l’America dal comunismo”

 

Nel 1931 uscì il “Piano per un Movimento internazionale per combattere il pericolo rosso” sotto gli auspici di un’organizzazione chiamata Federazione Civica Nazionale. Il fondatore e capo dell’organizzazione, specialista in agitazioni anticomuniste e anti-operaie, era un ex giornalista di Chicago, Ralph M. Easley. Nel 1927 Norman Hapgood pobblicò un’inchiesta sul “patriottismo di professione” di Easley in cui dichiarava:

L’Unione Sovietica è ovviamente la principale preoccupazione di Easley, che sponsorizza di frequente le attività degli zaristi, con il signor Brooks come consulente.

Tra i soci della Federazione Civica Nazionale c’erano il deputato Hamilton Fish di New York; Harry Augustus Jung, che era stato propagandista antisemita e spia a danno dei lavoratori a Chicago; George Sylvester Viereck, ex agente del kaiser e poi agente nazista; Matthew Woll, vicepresidente reazionario della Federazione Americana del Lavoro e presidente effettivo della Federazione Civica Nazionale, che riferendosi all’Unione Sovietica diceva “questo mostro rosso”, “questa follia”; e numerosi altri autorevoli statunitensi aderenti alla crociata antibolscevica.

All’inizio del 1933 Easley diventò presidente di un’organizzazione chiamata Sezione Americana del Comitato Internazionale per la Lotta contro la Minaccia Mondiale del Comunismo. Il quartier generale di questa organizzazione era nell’Europa Haus di Berlino. Molti membri della Federazione Civica Nazionale aderirono con Easley alla nuova organizzazione4.
La Sezione Americana del Comitato Internazionale per la Lotta contro la Minaccia Mondiale del Comunismo patrocinò il primo documento ufficiale della propaganda nazista che circolò negli Stati Uniti sotto forma di un libro antisovietico in inglese, intitolato Il comunismo in Germania. Il libro era stato stampato in Germania dalla casa editrice Eckhart-Verlag. Migliaia di copie furono spedite negli Stati Uniti, dove veniva diffuso gratuitamente, specie nelle riunioni “patriottiche” di New York, Los Angeles, Chicago e altre città, appoggiato anche da una larga campagna di articoli di giornali, conferenze, riunioni e lettere che raccomandavano la lettura del libro. Nel frontespizio si leggeva la seguente epigrafe:

All’inizio di quest’anno, per settimane, siamo stati ad un pelo dal caos bolscevico! Il cancelliere Adolf Hitler nel suo proclama del 1° settembre 1933.

Nella pagina seguente si leggeva la seguente dichiarazione:

Perché gli americani devono leggere questo libro.

La questione della propaganda e delle attività comuniste è cosa di immediato interesse per il popolo americano in considerazione dell’importanza che va acquistando la questione del riconoscimento dell’URSS da parte del governo degli Stati Uniti. Ecco qui un libro accusatore, che dovrebbe esser letto da ogni cittadino che rifletta, perché narra la storia della lotta mortale intrapresa dalla Germania contro il comunismo. Esso rivela come i metodi sovversivi e gli scopi di distruzione dei comunisti in Germania siano gli stessi che vengono impiegati negli Stati Uniti da questi nemici delle nazioni civili. […]

Il valore di questa esposizione fatta dai tedeschi come ammonimento obiettivo ad altri paesi ha indotto il nostro comitato a metterlo nelle mani dei dirigenti dell’opinione pubblica in tutti gli Stati Uniti.

Immediatamente sotto questo avviso seguiva un elenco di nomi dei principali membri della Sezione Americana del Comitato Internazionale per la Lotta contro la Minaccia Mondiale del Comunismo:

Walter C. Cole (segretario del Consiglio di Difesa Nazionale);

John Ross Delafield (comandante dell’Ordine Militare della Guerra Mondiale);

Ralph M. Easley (segretario della Federazione Civica Nazionale);

Hamilton Fish (deputato degli Stati Uniti);

Helon Huntington Hooker (segretario della Società per la Difesa dell’America);

F.O. Johnson (presidente della Federazione per un’America Migliore);

Orvel Johnson (tenete colonnello dell’Associazione R.O.T.C. Degli Stati Uniti);

Harry Jung (capo dell’Associazione Americana di Vigilanza);

Samuel McRoberts (banchiere);

C.G. Norman (segretario dell’Associazione degli Impiegati nelle Costruzioni);

Ellis Searle (direttore dell’United Mine Workers);

Walter S. Steele (direttore del National Republic);

John B. Trevor (segretario della Coalizione Americana);

Archibald E. Stevenson (ex membro dei servizi segreti militari).

A nome della Sezione Americana del Comitato Internazionale per la Lotta Contro la Minaccia Mondiale del Comunismo.

 

Ecco un breve elenco delle attività svolte dagli sponsor statunitensi del libro di propaganda nazista Il comunismo in Germania.
Harry Augustus Jung, ex spia anti-operaia, guidò un’organizzazione antidemocratica di Chicago chiamata Associazione Americana di Vigilanza il cui giornale, il Vigilant, era considerato una lettura obbligatoria dall’agenzia ufficiale di propaganda nazista. Tra i primi associati di Jung nelle attività antisovietiche c’era il russo bianco Pëtr Afanas’ev, che fornì a Jung una traduzione inglese dei Protocolli perché fossero diffusi “in abbondanza” in tutti gli Stati Uniti. In seguito Jung strinse amicizia con il colonnello Robert R. McCormick, editore del giornale isolazionista e violentemente antisovietico Chicago Tribune, e stabilì i suoi uffici nella Tribune Tower di Chicago.

Walter S. Steele, direttore del National Republic, svolse un’incessante campagna di propaganda antisovietica volta a influenzare gli uomini d’affari degli Stati Uniti e collaborò con Jung alla diffusione dei Protocolli. James B. Trevor era il capo della Coalizione Americana, un’organizzazione che nel 1942 fu incriminata dal Dipartimento di Giustizia per aver cospirato al fine di abbattere il morale delle forze armate. Trevor era molto legato ai russi bianchi e la sua organizzazione diffondeva costantemente propaganda antisovietica.

Archibald E. Stevenson, ex membro dei servizi segreti militari, era uno dei principali istigatori delle agitazioni antisovietiche nel paese prima della seconda guerra mondiale. Amico di Ralph E. Easley, divenne in seguito consulente per le pubbliche relazioni del Consiglio Economico dello Stato di New York, un’agenzia di propaganda anti-operaia e antidemocratica il cui segretario era Merwin K. Hart, un noto ammiratore del dittatore fascista Francisco Franco.

 

Hamilton Fish, deputato per lo Stato di New York, visitò l’Unione Sovietica nel 1923, quando era a capo della Hamilton Fish & Company, un’agenzia di import-export. Tornato negli Stati Uniti fece approvare al Congresso una risoluzione per riaprire le attività commerciali con l’URSS. In seguito divenne uno dei più violenti propagandisti antisovietici. All’inizio degli anni trenta, in qualità di presidente di un comitato incaricato dal Congresso di fare un’inchiesta sul “comunismo negli Stati Uniti”, Hamilton Fish fu il principale portavoce dei russi bianchi negli Stati Uniti e di altri inveterati nemici dell’Unione Sovietica. Fra gli “esperti” che rifornivano di materiale il comitato di Fish c’erano l’ex agente dell’Ochrana Boris Brasol e il propagandista tedesco George Sylvester Viereck. Quando Hitler prese il potere, Fish salutò il capo nazista come colui che aveva salvato la Germania dal comunismo. Come esponente principale dell’isolazionismo e della conciliazione, Fish si alleò con i più noti filo-nazisti statunitensi e ne diffuse la propaganda nel Congressional Record. Alla fine del 1939, egli conferì in Germania col ministro degli Affari Esteri tedesco Joachim von Ribbentrop, col ministro degli Esteri italiano, il conte Galeazzo Ciano, e con altri capi dell’Asse. Fish girò l’Europa su un aeroplano tedesco, insistendo per una seconda Monaco e proclamando che “le richieste della Germania” erano “giuste”. Nel febbraio 1942, durante il processo all’agente nazista Viereck, venne rivelato che l’ufficio di Fish a Washington era servito come quartier generale di un centro di propaganda nazista e che il segretario di Fish, George Hill, era uno dei principali elementi della propaganda tedesca negli Stati Uniti.

 

Al momento dell’entrata in guerra degli Stati Uniti una quantità di organizzazioni fasciste che si dichiaravano “anticomuniste” agivano attivamente nel paese, agendo secondo le direttive (e molte di esse anche con l’aiuto finanziario) di Berlino e Tokyo. Molte furono fondate da agenti pagati dalla Germania nazista e se alcune, come l’Associazione Tedesco-Americana e il Kyffhauser Bund non fecero che qualche debole tentativo per camuffare la loro affiliazione straniera, altre, come le camicie d’argento, il Fronte Cristiano, le Guardie Americane, la Confederazione Nazionalista Americana e i Crociati dell’Americanismo, si camuffarono da società patriottiche, miranti a “salvare gli Stati Uniti” dalla “minaccia del comunismo”.

Nel 1939 si erano costituite negli Stati Uniti non meno di 750 organizzazioni fasciste, che inondavano il paese di bollettini, riviste, circolari e opuscoli a sostegno dell’Asse, antisemiti e antisovietici. Dichiarando di voler salvare gli Stati Uniti dal comunismo, queste organizzazioni e queste pubblicazioni miravano in realtà al rovesciamento del governo, all’instaurazione di un regime fascista e a un’alleanza con l’Asse contro l’Unione Sovietica.

Il 18 novembre 1936 William Dudley Pelley, capo dell’organizzazione delle camicie d’argento, di ispirazione nazista, dichiarava: Sia ben chiaro che se una seconda guerra civile dovrà scoppiare in questo paese, non sarà una guerra per rovesciare il governo, ma per rovesciare gli usurpatori giudaico-comunisti che si sono impadroniti del governo americano e si propongono di farne un ufficio dipendente da Mosca.

 

Dopo l’invasione dell’URSS da parte dei nazisti, padre Charles E. Coughlin, capo del Fronte Cristiano filo-nazista, dichiarava nel numero del 7 luglio 1941 del suo organo di propaganda, il Social Justice: La guerra della Germania contro la Russia è una battaglia per il cristianesimo. […] Ricordatevi che il comunismo ateo venne concepito e instaurato in Russia soprattutto per tramite degli ebrei senza Dio.

 

La stessa propaganda fu diffusa in tutti gli Stati Uniti sul Defender di Gerald B. Winrod a Wichita nel Kansas, sul Beacon Light di William Kullgren a Atascadero in California, su X-Ray di Court Asher a Muncie nell’Indiana, sul Publicity di E. J. Garner a Wichita nel Kansas, sull’America in Danger! di Charles B. Hudson a Omaha nel Nebraska e in molte altre pubblicazioni simili,

favorevoli all’Asse e antisovietiche.

Dopo l’entrata in guerra degli Stati Uniti, molti di questi individui vennero accusati dal Dipartimento di Giustizia di propaganda sediziosa e di cospirazione con gli agenti nazisti allo scopo di rovesciare il governo degli Stati Uniti, ma nonostante ciò essi continuarono durante tutta la guerra a diffondere la loro propaganda, sostenendo che le potenze dell’Asse stessero combattendo una guerra santa e che gli Stati Uniti fossero stati attirati nel conflitto dalla connivenza fra i “cospiratori giudeo-comunisti di Washington, Londra e Mosca”.

 

3. Il caso di Paul Scheffer

 

Alcuni giorni dopo l’attacco giapponese a Pear Harbor, agenti dell’FBI arrestarono un elegante giornalista tedesco di mezza età che abitava in un appartamento alla moda di New York. Il suo nome era Paul Scheffer ed era accreditato negli archivi del Dipartimento di Stato come corrispondente estero del Das Reich, la pubblicazione ufficiale del Ministero della Propaganda nazista. La carriera di Scheffer è uno straordinario esempio di come gli agenti nazisti furono in grado di operare negli Stati Uniti sotto la maschera dell’anticomunismo 5.

Paul Scheffer era un giornalista di fama internazionale. Lavorando come corrispondente da Mosca per il Berliner Tagelblatt, si guadagnò la reputazione di “uomo più informato sull’Unione Sovietica”. I suoi coloriti dispacci dall’URSS venivano pubblicati in dozzine di lingue. Tra i suoi amici e ammiratori c’erano influenti capi di stato, letterati celebri e industriali e finanzieri di primo piano in Europa e America.

Nell’autunno del 1929 la carriera di Scheffer come corrispondente da Mosca terminò in modo improvviso e inatteso. Durante una delle sue periodiche visite in Germania, le autorità sovietiche gli vietarono di tornare in URSS. Gli amici di Scheffer si scatenarono in proteste indignate e furiose, ma e chiesero di conoscere i motivi dell’espulsione, ma la risposta restò chiusa negli archivi sovietici.

Una parte dei fatti fu resa pubblica otto anni dopo, il 2 marzo 1938, quando Michail Černov, il cospiratore di destra ed ex Commissario dell’Agricoltura, testimoniò di fronte al Collegio Militare della Corte Suprema dell’Unione Sovietica. Černov ammise di aver rivelato ai servizi segreti tedeschi segreti militari e commerciali in cambio di quattromila rubli al mese, permettendo così ai cospiratori di realizzare ampie operazioni di sabotaggio. Confessò anche il nome dell’agente segreto sotto la cui supervisione aveva svolto le prime operazioni: si trattava proprio di “Paul Scheffer, corrispondente del Berliner Tageblatt”.
Il 13 marzo 1938 Michail Aleksandrovič Černov venne fucilato da un plotone sovietico. Solo pochi giorni prima dell’esecuzione Paul Scheffer era arrivato negli Stati Uniti come corrispondente estero del Berliner Tageblatt.

Dopo l’espulsione dall’Unione Sovietica nel 1929, Scheffer divenne uno dei più prolifici e meglio pagati propagandisti antisovietici d’Europa: pubblicava almeno un articolo a settimana sui periodici più diffusi in Occidente nel quale attaccava il governo sovietico e prediceva il suo imminente collasso.

Nel 1931 Scheffer, che aveva sposato una contessa russa, visitò gli Stati Uniti per organizzare una campagna contro il riconoscimento del governo sovietico. “Se l’America decide per il riconoscimento,” ammonì gravemente in un articolo per il Foreign Affairs poi ripubblicato sul Reader’s Digest, “si potrà dire che nel 1931 ha scelto deliberatamente tra l’Europa borghese e i sovietici. […] Il riconoscimento da parte americana porterebbe soltanto a una maggiore aggressività della Russia comunista nei suoi attacchi ai paesi borghesi d’Europa”.

Quando Hitler prese il potere, Scheffer era il corrispondente londinese del Berliner Tageblatt. Ritornò immediatamente in Germania e fu nominato direttore del giornale, che nel frattempo era passato sotto la supervisione del Ministero della Propaganda 6.

Nell’inverno del 1937 fu ordinato a Scheffer di stabilirsi negli Stati Uniti. Da New York iniziò presto a inviare al Berliner Tageblatt dispacci che consistevano in abili misti di propaganda antiamericana e informazioni potenzialmente utili per le autorità militari tedesche. Non passò molto tempo prima che Scheffer venisse promosso a corrispondente dagli Stati Uniti per il Das Reich, il giornale ufficiale del Ministero della Propaganda nazista. In quel ruolo, Scheffer era il portavoce di Goebbels negli Stati Uniti. Gli articoli antisovietici dell’“esperto di questioni russe” Scheffer apparivano regolarmente sui principali giornali del paese. Uno dei suoi argomenti preferiti erano i processi di Mosca: ai suoi numerosi lettori statunitensi descrisse i processi, nei quali egli stesso era stato indicato come spia tedesca, come “gigantesche montature”. Presentò Bucharin, Pjatakov, Radek e gli altri membri della quinta colonna russa come “i veri leader bolscevichi”. I suoi elogi più stravaganti, comunque, erano riservati a Lev Trockij.

In un caratteristico articolo intitolato “Da Lenin a Stalin”, pubblicato nell’aprile 1938 sul noto trimestrale Foreign Affairs, Scheffer spiegò che Stalin era un “astuto orientale” motivato da avidità, invidia e brama del potere, e che aveva organizzato l’esecuzione dei trotskisti soltanto perché intralciavano le sue ambizioni personali”. Il lavoro di propaganda di Scheffer negli Stati Uniti non terminò con il suo arresto dopo Pearl Harbor. Il 13 settembre 1943 l’edizione domenicale del New York Times pubblicò in prima pagina un articolo sulla Germania firmato “Conrad Long”. L’autore era descritto in una nota editoriale come “un esperto delle attività tedesche nell’attuale guerra”. L’articolo sosteneva che “il grano ucraino dell’Ucraina” era stato “raddoppiati questa estate dai tedeschi”.

In realtà non esisteva nessun “Conrad Long”: era uno pseudonimo, e il vero autore dell’articolo era Paul Scheffer.
Dopo il suo arresto, alcuni dei suoi influenti amici negli Stati Uniti erano riusciti a farlo rilasciare di prigione e gli permisero di scrivere sotto pseudonimo per il Times. Garantirono a Scheffer anche un posto come consulente sulle questioni tedesche all’Ufficio dei Servizi Stategici.

Nella primavera del 1944 Scheffer fu nuovamente arrestato da agenti del Dipartimento di Giustizia, e questa volta l’ex portavoce di Goebbels rimase in custodia fino alla fine della guerra.

 

4. La Commissione Dies

 

Nell’agosto 1938, poco prima della firma del patto di Monaco, venne fondata negli Stati Uniti la Commissione Congressuale per le Attività Antiamericane. Il segretario della era il deputato texano Martin Dies. Quando la Commissione Dies fu fondata, si suppose che dovesse occuparsi degli intrighi dell’Asse all’interno degli Stati Uniti.

In realtà le “indagini” svolte dal deputato Dies si concentrarono su una cosa: convincere il popolo degli Stati Uniti che il nemico mortale era l’Unione Sovietica.

Il primo investigatore-capo nominato dalla Commissione era una semisconosciuta ex spia antioperaia e propagandista antisovietico di nome Edward F. Sullivan. Prima di passare a lavorare per Dies, Sullivan era stato legato al movimento antisovietico dei nazionalisti negli Stati Uniti, alle dirette dipendenze dell’etmano Skoropadskyi e di altri émigré ucraini a Berlino. Giovane scribacchino senza soldi, Sullivan era stato assoldato per aiutare a diffondere sentimenti antisovietici tra gli statunitensi di origine ucraina. Pur non conoscendo una parola di ucraino, Sullivan cominciò a diffondere materiale di propaganda per un’“Ucraina indipendente”.

Il futuro investigatore-capo di Dies divenne presto una figura di primo piano nel movimento fascista ucraino negli Stati Uniti. Strinse legami con agenti e propagandisti nazisti, collaborò con loro e arrivò anche a identificarsi nella loro causa. Il 5 giugno 1934 Sullivan partecipò a un incontro dell’Associazione Tedesco-Americana e delle truppe d’assalto a Thurnhall, Lexington Avenue e sull’85esima Strada, a New York. Secondo le cronache, Sullivan avrebbe urlato ai presenti: “Gettate quegli ebrei pidocchiosi nell’Oceano Atlantico!”

 

Nell’agosto 1936 Sullivan partecipò a una conferenza nazionale organizzata ad Asheville (Carolina del Nord) dai principali propagandisti filo-nazisti e antisemiti. Tra gli altri partecipanti c’erano William Dudley Pelley, capo delle camicie d’argento; James True, che in collaborazione con Sullivan pubblicava un bollettino fascista; ed Ernest E. Elmhurst, noto anche come E. F. Fleischkopf, membro dell’Alleanza Tedesco-Americana e agente nazista. Gli oratori attaccarono violentemente l’Unione Sovietica e accusarono il governo di Roosevelt di far parte di un “complotto comunista giudaico”. La stampa di Asheville scrisse che il discorso di Sullivan era “quello che avrebbe detto Hitler se avesse parlato di persona”7.
Quando le associazioni liberali rivelarono l’ignobile passato di Sullivan, il deputato Dies lo rimosse con riluttanza dalla carica di investigatore-capo. “Per ragioni di economia,” disse. In seguito Sullivan ritornò nel movimento fascista ucraino e fondò l’Istituto Educativo Ucraino-Americano di Pittsburgh. Questa organizzazione, che si specializzò nella promozione di agitazioni antisovietiche nel milione di cittadini statunitensi di origini ucraine, era in contatto con l’ambasciata tedesca di Washington. Sullivan continuò a collaborare con i propagandisti filo-nazisti e antisovietici in tutto il paese. “Il 4 luglio sarà un ottimo giorno per il suo partito,” promise Coughlin a proposito di un affare che stava organizzando insieme a lui.

Nonostante l’abbandono ufficiale della Commissione Dies, Sullivan continuò a collaborare con essa come uno dei suoi “esperti anticomunisti”. Il 27 luglio 1939 ricevette una lettera dall’amico Harry Jung, il propagandista antisemita e antisovietico di Chicago, che gli scriveva:

 

Uno degli investigatori della Commissione è stato qui per un po’, ha passato del tempo insieme a noi e noi gli abbiamo dato un sacco di informazioni straordinarie. Spero davvero che la collaborazione tra i nostri rispettivi uffici sia completa, soddisfacente e reciproca.

 

Il posto di Sullivan alla Commissione Dies fu preso da J.B. Matthews, un rinnegato proveniente dal movimento radicale. Gli scritti di Matthews erano largamente pubblicizzati e distribuiti dai principali leader fascisti e dagli agenti dell’Asse negli Stati Uniti. Anche il Ministero della Propaganda nazista raccomandava i suoi lavori. Articoli di Matthews apparvero sul Contra-Komintern, un organo dell’Aussenpolitisches Amt di Alfred Rosenberg. Settimana dopo settimana, nella sala dalle colonne bianche nel vecchio House Office Building di Washington, una macabra processione di ex criminali, spie antioperaie, agenti esteri e ricattatori si svolse solennemente di fronte alla Commissione Dies, dove “testimoni esperti” dichiararono che agenti di Mosca stavano complottando per rovesciare il governo degli Stati Uniti. Questi erano alcuni dei “testimoni” anticomunisti.

Alvin Halpern: al secondo giorni di testimonianza, una Corte del Distretto di Columbia lo condannò a due anni di prigione per furto; ciononostante la sua testimonianza fu inclusa nei verbali pubblici della Commissione; Peter J. Innes: spia antioperaia espulsa dall’Unione Nazionale Navale per aver rubato cinquecento dollari dalla cassa; fu in seguito condannato a otto anni di prigione per il tentato stupro di un bambino di otto anni; William C. McCuiston: organizzatore di squadre armate contro i sindacalisti; testimoniò di fronte alla Commissione mentre era indagato per l’omicidio di Philip Carey, dirigente sindacale bastonato a morte a New Orleans; fu in seguito assolto; William Nowell: spia antioperaia e consulente del leader fascista Gerald L. K. Smith, ex camicia d’argento numero 3223; Richard Krebs, alias Jan Valtin: ex detenuto ed ex agente della Gestapo 8.
“Generale” Walter G. Krivickij, alias Samuel Ginsberg: agente della GPU sotto Jagoda fuggito negli Stati Uniti, dove pubblicò una torbida autobiografia antisovietica 9.

 

Ben presto gli archivi di Martin Dies traboccarono dei nomi di presunti “bolscevichi”. A intervalli frequenti il deputato texano annunciava con tono drammatico di aver scoperto una quinta colonna nazionale che operava seguendo le istruzioni di Mosca.
Nel 1940 Dies pubblicò un libro che diffondeva le “scoperte” della sua Commissione. The Trojan Horse in America: A Report to the Nation era dedicato principalmente alla propaganda antisovietica. Mentre i membri dell’Associazione Tedesco-Americana e del Fronte Cristiano organizzavano manifestazioni filo-naziste nelle città degli Stati Uniti, lavorando come promotori della quinta colonna nazista, Dies descriveva Stalin “alla testa di 150 divisioni di truppe sovietiche in uniforme” pronte a invadere gli Stati Uniti.

Dies dichiarò che, in effetti, gli “agenti di Mosca” avevano già iniziato “l’invasione sovietica degli Stati Uniti”10.
Due giorni dopo l’invasione nazista dell’Unione Sovietica Dies predisse: “Hitler prenderà il controllo della Russia in trenta giorni”. Il deputato denunciò l’idea di mandare aiuti all’Armata Rossa. “Gli aiuti americani alla Russia sono una follia,” dichiarò, “perché la Germania li intercetterebbe comunque”. Ammonì che “esiste il grande pericolo che il nostro governo, aiutando la Russia, possa aprire a Stalin un nuovo fronte occidentale qui, nella capitale degli Stati Uniti”.

In una lettera al presidente Roosevelt del 2 ottobre 1941, quando questi aveva dichiarato che la difesa dell’Unione Sovietica era vitale per la difesa degli Stati Uniti, Dies annunciò la sua decisione di continuare con la campagna propagandistica antisovietica. “Ho intenzione, signor presidente,” scrisse, “di sfruttare ogni occasione per far sapere al popolo degli Stati Uniti che le somiglianze tra Stalin e Hitler sono molto più evidenti delle differenze”.

Martin Dies continuò la sua campagna anche dopo che gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica erano diventati alleati militari. Il 29 marzo 1942 il vicepresidente Henry Wallace dichiarò:

 

Se fossimo in tempo di pace, questa tattica potrebbe essere liquidata come il prodotto di una mente malata. Ma non siamo in pace: siamo in guerra, e i dubbi e la rabbia che questa e altre dichiarazioni del deputato Dies tendono a stimolare nella mente della popolazione potrebbero benissimo venire da Goebbels stesso per quanto riguarda i loro effetti pratici. In realtà gli effetti sul nostro morale ne risulterebbero meno danneggiati se il signor Dies fosse a libro paga di Hitler. […] Noi americani dobbiamo affrontare le implicazioni di questa sgradevole verità.

 

5. Aquila solitaria

 

Alla fine del 1940, mentre Hitler andava completando il soggiogamento dell’Europa e preparando il suo prossimo scontro con l’Armata Rossa, apparve sulla scena politica degli Stati Uniti uno strano fenomeno: il Comitato America First. Durante tutto il 1941 per mezzo della stampa, della radio, di riunioni di massa, di comizi volanti, con ogni sorta di espedienti, il Comitato promosse fra il popolo statunitense un’energica propaganda antisovietica, antibritannica e isolazionista.

Il Comitato annoverava tra i suoi dirigenti e portavoce più noti il generale Robert E. Wood, Henry Ford, il colonnello Robert R. McCormick, i senatori Burton E. Wheeler, Gerald P. Nye e Robert Rice Reynolds, i deputati Hamilton Fish, Clare E. Hoffman e Stephen Day, e infine Katherine Lewis, figlia di John L. Lewis.

La più zelante esponente del Comitato era l’ex aviatrice e nota mondana Laura Ingalls, poi condannata come agente prezzolata del governo nazista. Dietro le quinte un altro agente nazista, Georg Sylvester Viereck, elaborava gran parte del materiale propagandistico che poi i pubblicisti dell’America First diffondevano. Ralph Townsend, più tardi condannato come agente giapponese, capeggiava una sezione dell’America First sulla costa occidentale ed era membro della direzione degli organi di propaganda del Comitato stesso, lo Scribner’s Commentator e l’Herald11. Werner C. von Clemm, più tardi condannato per contrabbando di diamanti d’accordo con il Comando Supremo tedesco, lavorava come stratega in incognito e finanziatore della sezione di New York. Frank B. Burch, poi condannato per aver ricevuto diecimila sterline dal governo nazista per fare propaganda illegale negli Stati Uniti, era uno dei fondatori della sezione di Akron nell’Ohio.

 

Nel luglio del 1942 un atto di accusa del Dipartimento di Giustizia individuava il Comitato America First come strumento di una cospirazione per minare il morale delle forze armate degli Stati Uniti.

Ma il capo e il portavoce di gran lunga più importante di tutti era il famoso aviatore Charles A. Lindbergh, già noto filo-nazista e agitatore antisovietico in Europa e America. Lindbergh aveva visitato per la prima volta la Germania nell’estate del 1936 come ospite del governo nazista, che aveva organizzato in suo onore cerimonie grandiose e gli aveva concesso speciali favori. Alti funzionari nazisti lo accompagnarono personalmente durante un “giro d’ispezione” delle industrie belliche e delle basi aeree. Lindbergh fu profondamente impressionato dalla Germania nazista. In occasione dei fastosi ricevimenti dati in suo onore dal maresciallo Hermann Goering e da altri pezzi grossi nazisti espresse la convinzione che l’aviazione tedesca era imbattibile. “L’aviazione tedesca è superiore a quella di qualsiasi altro paese,” dichiarò all’asso della Luftwaffe, il generale Ernst Udet. “Essa è invincibile!” “Volete sapere che cosa diavolo farà questo americano?” chiese il comandante tedesco Bruno Loerzer alla giornalista Bella Fromm. “Metterà una fifa del diavolo in quei matti di americani con le sue chiacchiere sull’invincibile Luftwaffe. Proprio quello che vogliamo!”“Egli rappresenta la miglior campagna in nostro favore in cui potessimo sperare,” disse Axel von Blomberg, figlio del Ministro nazista della Guerra, dopo aver partecipato un ricevimento in onore di Lindbergh nel 1936. Due anni dopo, nei giorni cruciali che precedettero il patto di Monaco, Lindbergh visitò l’Unione Sovietica e vi rimase soltanto pochi giorni. Al suo ritorno incominciò subito a diffondere la voce che l’Armata Rossa fosse irrimediabilmente mal equipaggiata, mal addestrata e miseramente comandata. Sosteneva che in qualsiasi alleanza contro la Germania l’Unione Sovietica avrebbe costituito un alleato passivo, e dichiarava che a suo avviso era necessario collaborare con e non contro i nazisti. L’aeroplano nero e arancione di Lindbergh era ormai di casa sugli aeroporti delle agitate capitali d’Europa, mentre egli volava da un paese all’altro, patrocinando la formazione di alleanze politiche ed economiche con il Terzo Reich.

 

Mentre i negoziati di Monaco erano in corso, gruppetti scelti di aristocratici, di uomini d’affari e politici britannici antisovietici si riunivano nella proprietà di Lady Astor a Cliveden per ascoltare le opinioni di Lindbergh sulla situazione europea. Lindbergh parlava della grande potenza aerea della Germania, della produzione di guerra in rapido aumento e della sua brillante condotta militare. I nazisti, ripeté più volte, erano invincibili. Raccomandò anche che la Francia e la Gran Bretagna venissero a patti con Hitler e “permettessero alla Germania di estendersi a est nell’interno della Russia senza dichiarare la guerra”12.
Si svolsero vari colloqui privati fra Lindbergh e membri del Parlamento britannico e uomini politici di primo piano, fra i quali David Lloyd George, che più tardi si espresse così sul trasvolatore statunitense:

 

Rimase in Russia, mi pare, una settimana: non vide nessuno dei grandi capi russi, non poté veder molto della forza aerea di quel paese, poi ritornò per riferirci che l’esercito russo non valeva nulla, che le fabbriche russe si trovavano in uno spaventoso disordine. E molta gente gli credette, eccetto Hitler.

 

La conversazione di Lloyd George con Lindbergh lasciò nell’ex primo ministro la convinzione che, come egli stesso affermò, l’aviatore fosse “l’agente e lo strumento di persone assai più furbe e malvagie di lui”. Dall’Unione Sovietica fu formulata la stessa accusa in un linguaggio più esplicito. Un gruppo di noti aviatori sovietici pubblicò a Mosca una dichiarazione che accusava Lindbergh di mettere in giro la “colossale menzogna” che “la Germania possieda una forza aerea tale da poter sconfiggere le aviazioni riunite dell’Inghilterra, della Francia, della Russia e della Cecoslovacchia”. E continuavano:
Lindbergh fa la parte dello sciocco mentitore, del servo e dell’adulatore dei fascisti tedeschi e dei loro aristocratici protettori inglesi. Egli ha avuto l’ordine da parte dei circoli reazionari inglesi di dimostrare la debolezza dell’aviazione sovietica e di fornire a Chamberlain un argomento per la capitolazione di Monaco in relazione con la Cecoslovacchia.

 

Tre settimane dopo la firma del Patto di Monaco, il governo del Terzo Reich dimostrò ufficialmente di apprezzare i servizi resi da Lindbergh alla Germania nazista, conferendogli, per mano del maresciallo Goering, la sera del 18 ottobre 1938 durante un pranzo in suo onore, la più alta decorazione tedesca: l’Ordine dell’Aquila nera.

Dopo esser vissuto all’estero per tre anni e mezzo, Lindbergh fece ritorno negli Stati Uniti poco prima dello scoppio della guerra nel 1939.

Appena i nazisti invasero la Polonia e la Gran Bretagna e la Francia dichiararono guerra alla Germania, Lindbergh si affrettò a pubblicare un’urgente dichiarazione: la guerra contro la Germania era una guerra sbagliata; la guerra giusta era quella in Oriente. In un articolo intitolato “Aviation, Geography and Race”, pubblicato nell’edizione di novembre del Reader’s Digest, con espressioni che ricordavano incredibilmente quelle di Alfred Rosenberg, Lindbergh dichiarò:

 

Noi eredi della cultura europea siamo sull’orlo di una guerra disastrosa, una guerra all’interno della nostra famiglia di nazioni, una guerra che ridurrà la forza e distruggerà i tesori della razza bianca. […] L’Asia preme contro di noi dai confini russi, tutte le razze straniere scalpitano senza sosta. […] Possiamo mantenere la pace e la sicurezza soltanto se ci uniamo per preservare ciò che abbiamo di più prezioso, l’eredità del sangue europeo, soltanto se ci guardiamo dagli attacchi degli eserciti stranieri e dalla contaminazione da parte delle razze straniere.

 

Durante il 1940 Lindbergh si avvicinò sempre più al movimento isolazionista, antisovietico e spesso filo-Asse che stava sorgendo sulla scena statunitense, e diventò il principale portavoce del comitato isolazionista No Foreign Wars e l’idolo della quinta colonna degli Stati Uniti 13. Quell’autunno Lindbergh parlò a un piccolo gruppo di studenti di Yale. “Dobbiamo fare la pace con le nuove potenze europee,” disse loro. L’incontro a Yale era stato organizzato da un ricco studente di nome R. Douglas Stuart Jr., erede della fortuna della Quaker Oats Company. Poco dopo, il gruppo di Stuart venne incorporato nella sezione di Chicago del Comitato America First.

Parlando davanti a grandi masse adunate promosse in tutto il paese dal medesimo comitato e alla radio, Lindbergh diceva che l’Unione Sovietica, e non la Germania nazista, era il vero nemico. La guerra “fra la Germania da una parte e l’Inghilterra e la Francia dall’altra,” ammoniva, poteva terminare soltanto “con una vittoria tedesca o con un’Europa prostrata e devastata”. La guerra doveva perciò essere trasformata in una offensiva unita contro l’Unione Sovietica 14.

Tutta l’organizzazione pubblicitaria dell’America First venne messa in moto per una campagna di protesta su piano nazionale contro il piano di aiuti della legge “affitti e prestiti” all’Unione Sovietica. Lindbergh, il deputato Hamilton Fish, i senatori Burton K. Wheeler e Gerald P. Nye e altri portavoce dell’America First denunciarono l’aiuto all’Armata Rossa e dichiararono che il destino dell’Unione Sovietica non riguardava gli Stati Uniti. Herbert Hoover prese parte alla campagna. Il 5 agosto, insieme a John L. Lewis, Hanford McNider e tredici altri capi isolazionisti, l’ex Presidente fece una pubblica dichiarazione di protesta contro “la promessa di aiuti non autorizzati alla Russia […] e altre simili mosse dei belligeranti”. La dichiarazione così continuava: Avvenimenti recenti fanno dubitare se questa guerra sia una netta affermazione della libertà e della democrazia. Non si tratta soltanto di un conflitto mondiale fra tirannia e libertà. L’alleanza anglo-russa ha dissipato questa illusione 15.

 

Quando i giapponesi attaccarono Pearl Harbour, il Comitato America First venne ufficialmente sciolto e il suo presidente, il generale Wood, promise l’appoggio dei suoi membri allo sforzo bellico degli Stati Uniti contro la Germania e il Giappone. Lindbergh si ritirò dalla scena pubblica statunitense e si impiegò presso Henry Ford come consulente tecnico della Ford Motor-Company. Ma la propaganda antisovietica dell’America First continuò…

Quando l’Armata Rossa cominciò le sue grandi controffensive in Russia, gli antichi portavoce dell’America First, che poco tempo prima avevano annunciato che l’Unione Sovietica era schiacciata, dichiararono ora che Mosca e i suoi “agenti del Comintern” erano in procinto di “bolscevizzare” l’Europa 16. Quando l’Armata Rossa si avvicinò ai suoi confini occidentali, i seguaci dell’America First predissero che le truppe sovietiche non avrebbero passato la frontiera, ma avrebbero fatto una “pace separata” con la Germania nazista, lasciando la Gran Bretagna e gli Stati Uniti a combattere da soli. Quando l’Armata Rossa varcò la frontiera, essi levarono nuovamente il grido di un’Europa “dominata da Mosca”…

Tre dei più influenti giornalisti degli Stati Uniti che avevano precedentemente appoggiato il Comitato America First continuarono a diffondere una velenosa propaganda antisovietica anche dopo che Stati Uniti e Unione Sovietica si allearono nella guerra contro la Germania nazista. Erano William Randolph Hearst, il capitano Joseph M. Patterson e il colonnello Robert R. McCormick, i quali stamparono per i molti milioni dei loro lettori un’infinita serie di articoli destinati a destare sospetti e antagonismo contro l’alleato degli Stati Uniti.

Ecco alcuni passi tipici pubblicati durante la guerra: 

Sapete che non possiamo aspettarci molto dalla Russia. L’orso che cammina come un uomo non pensa sempre come un uomo. C’è sempre nell’attività mentale russa la suggestione del brutale egoismo e della totale imprevedibilità dell’animale selvaggio che è il loro simbolo. (New York Journal-American di Hearst, 30 marzo 1942) Ricapitolando la situazione sui vari fronti, sembra che le cose vadano molto bene in Russia – per la Russia. Naturalmente la Russia non è pienamente solidale con le Nazioni Unite; essa è semisolidale con l’Asse. (New York Journal-American di Hearst, 30 marzo 1942) Ciò a cui mira Stalin è questo: egli prepara la strada per una pace separata con la Germania nel momento in cui penserà che sia una buona politica il farla e crea i precedenti per questa mossa accusando gli Alleati di non mantenere i loro impegni. Di conseguenza si considera liberato da quelli che egli possa aver contratti. Può darsi che non abbia bisogno di questa scusa, ma essa è pronta se ne avrà bisogno; il terreno è preparato. (Chicago Tribune di McCormick, 10 agosto 1943) Se Stalin può ottenere più dalla Germania senza problemi di quanto possa ottenere in seguito dai suoi cosiddetti alleati, che cosa sceglierebbe un uomo supremamente egocentrico, per il quale la perfidia è un’abitudine naturale? L’intera carriera del georgiano che abita al Cremlino è un flusso turbolento di egoistica mancanza di scrupoli che scorre dalla fonte della sua cupidigia naturale all’oggetto desiderato. (Chicago Tribune di McCormick, 24 agosto 1943)

 

Che cosa sarà meglio, un’ Europa russa o un’ Europa tedesca? (Daily News di Patterson, 27 agosto 1943) È ridicolo pensare di mantenere la pace con l’aiuto della Russia. La Russia ha invaso le povere Finlandia e Polonia ed era pronta ad avventarsi sulla Germania con l’approvazione dell’Inghilterra, solo Hitler si è opposto. (Lettera del 2 novembre 1943, da una serie di lettere simili pubblicate regolarmente sul New York Daily News di Patterson)

 

Il 28 aprile 1942 il presidente Roosevelt ammonì che “lo sforzo bellico non doveva essere ostacolato da pochi falsi patrioti che si servono della sacra libertà di stampa per far eco ai sentimenti dei propagandisti di Tokyo e Berlino”.
L’8 novembre 1943, durante la conferenza al Madison Square Garden per celebrare il decimo anniversario delle relazioni tra sovietici e statunitensi, il ministro dell’Interno Harold L. Ickes denunciò con violenza la campagna di propaganda antisovietica portata avanti ininterrottamente da Hearst, Patterson e McCormick:

 

Sfortunatamente in questo paese ci sono forze potenti e attive che stanno deliberatamente spargendo il malcontento nei confronti della Russia. […] Fatemi citare soltanto, come esempio, la stampa di Hearst e l’asse dei giornali di Patterson e McCormick, in particolare questi ultimi. […] Se questi editori odiano la Russia e la Gran Bretagna, il loro odio nei confronti della loro patria è più che dissoluto. […] Devono odiare il loro paese e disprezzare le sue istituzioni se intendono deliberatamente stimolare l’odio per le due nazioni del cui aiuto abbiamo bisogno se vogliamo sconfiggere Hitler.

 

Alla fine del 1944, quando la Germania nazista si trovava ormai di fronte all’imminente sconfitta risultante dalle offensive combinate degli eserciti degli Stati Uniti, della Gran Bretagna e dell’Unione Sovietica, tornò a risonare negli Stati Uniti l’appello ad armarsi contro l’URSS. Da Roma, recentemente liberata, William C. Bullitt, ex ambasciatore a Mosca e a Parigi, invitava ad un’alleanza antisovietica per salvare la civiltà occidentale dalla minaccia dell’“imperialismo sovietico”.

La carriera di William C. Bullitt aveva seguito un corso che ormai ci è familiare… Nel 1919 era stato uno degli emissari di Woodrow Wilson in Russia e quindici anni più tardi, nel 1934, era diventato il primo ambasciatore statunitense in Unione Sovietica. Ricco, ambizioso, dotato del gusto dell’intrigo diplomatico, Bullitt strinse amichevoli relazioni con molti trotskisti russi e cominciò a parlare della necessità per l’Unione Sovietica di cedere Vladivostok al Giappone e di fare delle concessioni alla Germania nazista in Occidente. Nel 1935 visitò Berlino. William E. Dodd, allora ambasciatore in Germania, così riferisce:

 

Giunto a Berlino nella primavera o nell’estate del 1935, egli [Bullitt] mi riferì che era certo che il Giappone avrebbe attaccato la Russia orientale entro sei mesi e si attendeva che il Giappone avrebbe preso tutto l’Estremo Oriente russo.
Bullitt disse che la Russia non aveva alcun diritto di tenere la penisola che avanza da Vladivostok nel Mar del Giappone e tanto valeva cederla subito al Giappone. Gli dissi: Ammette che si permetta alla Germania di far quello che vuole, e invece alla Russia con i suoi 160.000.000 di abitanti si dovrebbe negare l’accesso al Pacifico e al Baltico? Rispose: “Oh, è indifferente”. […] Io fui stupito di un simile discorso da parte di un diplomatico in carica.

Durante una colazione con l’ambasciatore francese, ripeté lo stesso atteggiamento ostile e discusse a lungo con l’ambasciatore stesso delle probabilità di insuccesso del patto di pace franco-sovietico che si stava allora negoziando e che l’ambasciatore inglese mi diceva essere la miglior garanzia possibile di una pace europea. […] Più tardi, o più o meno alla stessa epoca, quando giunse qui direttamente da Mosca il nuovo ambasciatore italiano, ci fu riferito che Bullitt aveva dichiarato le sue simpatie per il fascismo prima di lasciare Mosca.

 

Il 27 gennaio 1937 l’ambasciatore Dodd scrisse:

 

Rapporti pervenutimi recentemente affermano che le banche americane stanno considerando l’eventualità di nuovi grandi crediti e prestiti all’Italia e alla Germania, il cui apparato bellico è ancora abbastanza ingente da minacciare la pace del mondo. Ho anche sentito dire, ma mi sembra incredibile, che Bullitt dà il suo appoggio a simili progetti.

 

Nel 1940, dopo la caduta della Francia, Bullitt, ritornato negli Stati Uniti, dichiarò che il maresciallo Pétain era un “patriota” perché, arrendendosi al nazismo, aveva salvato il suo paese dal comunismo. Quattro anni più tardi, quando la seconda guerra mondiale volgeva al termine, Bullitt comparve sul continente europeo come “corrispondente” della rivista Life, alla quale mandò da Roma un articolo sensazionale, pubblicato nel numero del 4 settembre 1944. Col pretesto di riferire le opinioni di anonimi “romani”, Bullitt ripeteva la propaganda antisovietica che il fascismo internazionale aveva sfruttato per venti anni nel suo tentativo di conquistare il mondo:

 

I romani si aspettano che l’Unione Sovietica dominerà la Finlandia, l’Estonia, la Lettonia, la Lituania, la Polonia, la Romania, la Bulgaria, l’Ungheria e la Cecoslovacchia. […] Si aspettano che, oltre alla Polonia occidentale, i russi si annetteranno anche la Prussia orientale, compresa Könisberg. […] Una triste barzelletta che fa il giro di Roma rivela l’essenza della loro [dei romani] speranza: Che cosa è un ottimista? Una persona che crede che fra circa quindici anni comincerà la terza guerra mondiale fra l’Unione Sovietica e l’Europa occidentale, appoggiata dalla Gran Bretagna e dagli Stati Uniti. Che cosa è un pessimista? Una persona che crede che l’Europa occidentale, la Gran Bretagna e gli Stati Uniti non oseranno combattere.

Bullitt affermava che la minaccia contro cui la civiltà occidentale doveva unirsi fosse Mosca e i suoi “agenti comunisti”.
Era lo stesso grido con cui, un quarto di secolo prima, alla fine della prima guerra mondiale, il capitano Sidney George Reilly aveva creduto di poter sollevare la controrivoluzione in tutto il mondo 17. Ma profondi cambiamenti erano avvenuti nel mondo.

Proprio mentre William C. Bullitt invitava ad una nuova crociata contro l’Unione Sovietica, gli eserciti della Gran Bretagna, degli Stati Uniti e dell’URSS convergevano da ogni parte verso la cittadella della controrivoluzione, Berlino.
Di fronte alla minaccia della schiavitù fascista e contro la forza più reazionaria che il mondo avesse mai visto, le democrazie occidentali avevano trovato il loro più potente alleato nel paese che era nato dalla Rivoluzione russa. L’alleanza non era accidentale. L’inesorabile logica degli avvenimenti, dopo un quarto di secolo di tragici malintesi e di ostilità artificialmente alimentati, aveva inevitabilmente portato a unirsi nella lotta comune i popoli amanti della libertà, e dall’incomparabile spargimento di sangue, dalle sofferenze della seconda guerra mondiale emergevano le Nazioni Unite.

 

 

 

 

  

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Capitolo ventiquattresimo: Il caso dei sedici

Negli ultimi mesi della seconda guerra mondiale la propaganda antisovietica in Gran Bretagna e negli Stati Uniti si concentrò sulla questione della Polonia. Mentre l’Armata Rossa si dirigeva a ovest, attraversando il confine polacco e liberando zone sempre più ampie della Polonia dagli invasori nazisti, i tories britannici e gli isolazionisti statunitensi affermavano che la “libertà polacca” era minacciata dall’Unione Sovietica. Settimana dopo settimana la stampa di Hearst, Patterson e McCormick negli Stati Uniti chiedeva un’azione antisovietica per salvare la Polonia dal “bolscevismo”. Al Congresso statunitense e al Parlamento britannico, alcuni politici denunciarono ripetutamente gli “obiettivi imperialisti rossi in Polonia” e accusarono il governo sovietico di aver tradito i principi delle Nazioni Unite. Gran parte di questa propaganda si basava su dichiarazioni e materiali diffusi ufficialmente dal governo polacco in esilio a Londra e dai suoi rappresentanti a Washington. Il governo polacco in esilio era composto da militari, portavoce dei proprietari terrieri, fascisti e alcuni socialisti e leader contadini che si erano rifugiati in Gran Bretagna dopo il collasso della Polonia nel 19391.

In quel periodo c’erano in realtà due governi polacchi. Oltre al regime degli émigré a Londra, un governo provvisorio (il cosiddetto governo di Varsavia) esisteva dentro i confini polacchi. Il governo di Varsavia, fondato su un’alleanza di partiti antifascisti, ripudiò la Costituzione fascista di Piłsudski del 1935 (che i polacchi a Londra invece mantennero) e dichiarò l’obiettivo di realizzare riforme economiche e politiche e di stringere relazioni amichevoli con l’Unione Sovietica.
Alla conferenza di Jalta del febbraio 1945 Churchill, Roosevelt e Stalin discussero a lungo la questione del futuro della Polonia e si accordarono perché il governo di Varsavia fosse “riorganizzato su una base democratica più ampia con l’inclusione dei leader democratici della Polonia stessa e dei polacchi all’estero”, e poi riconosciuto come il legittimo governo provvisorio del paese. L’accordo di Jalta trovò una strenua opposizione da parte degli émigré polacchi a Londra e dei loro alleati britannici e statunitensi, che lo denunciarono come un “tradimento della Polonia”. Cominciarono intrighi diplomatici per impedire la messa in pratica dell’accordo.

L’agitazione antisovietica e gli intrighi attorno alla questione polacca raggiunsero il culmine nel maggio 1945, quando il governo sovietico annunciò di aver arrestato sedici agenti polacchi del governo in esilio a Londra con l’accusa di cospirazione. L’azione del governo sovietico, dichiararono gli émigré, era l’esempio più estremo più estremo dei tentativi da parte di Mosca di soffocare la “democrazia polacca” e di imporre una “dittatura rossa” sulla Polonia.

Il nome più noto tra quelli dei sedici arrestati era quello del generale Leopold Okulicki, ex capo dell’esercito polacco in esilio. Questo esercito aveva giocato un ruolo chiave nella campagna antisovietica degli émigré.

Questo esercito polacco fu inizialmente organizzato in territorio sovietico da un accordo congiunto polacco-sovietico allo scopo di combattere fianco a fianco con l’Armata Rossa contro i tedeschi. Era guidato dal generale Władysław Anders, ex membro della “cricca dei colonnelli” che dominavano la Polonia sotto la dittatura di Piłsudski. Al fine di addestrare ed equipaggiare l’esercito di Anders il governo sovietico garantì un prestito senza interessi di trecento milioni di rubli e fornì assistenza nel reclutamento e nella gestione degli accampamenti. Anders, Okulicki e gli altri generali polacchi, in realtà, si opponevano segretamente all’alleanza con l’Armata Rossa, ritenendo che l’esercito sovietico fosse destinato a una rapida sconfitta da parte dei tedeschi, e agirono di conseguenza.

Un rapporto del tenente colonnello Berling, in seguito comandante delle forze armate del regime di Varsavia, rivelò che nel 1941, poco dopo la formazione delle prime unità polacche in territorio sovietico, il generale Anders aveva dichiarato durante una conferenza con i suoi ufficiali:

Quando l’Armata Rossa collasserà sotto i colpi tedeschi saremo in grado di sfondare in Iran attraverso il Mar Caspio. Dato che saremo l’unica forza armata in quel territorio, saremo nella posizione di poter fare quello che vorremo.

Quando, contrariamente alle aspettative di Anders, l’Armata Rossa non collassò di fronte al blitzkrieg tedesco, i comandanti polacchi informarono gli ufficiali che non dovevano preoccuparsi di rispettare i termini dell’accordo militare con i sovietici e combattere insieme a loro contro la Germania. “Non c’è bisogno di affrettarsi,” disse Anders al generale Borucie-Spiechowiczow, comandante della quinta divisione polacca di fanteria.

Secondo Berling, Anders e i suoi ufficiali “fecero tutto il possibile per prolungare l’addestramento e l’equipaggiamento delle divisioni” così che non dovessero entrare ina zione contro la Germania. Il generale Okulicki sabotò attivamente l’equipaggiamento delle truppe polacche. Berling disse:

Okulicki sabotò l’organizzazione della base sul Mar Caspio che doveva ricevere le armi e i rifornimenti inglesi per l’Iran. Le autorità sovietiche costruirono un ramo ferroviario speciale e delle cisterne sulle spiagge del Caspio, ma il comando del generale Anders impedì a ogni fucile, carro armato o pacco di rifornimenti di arrivare.

Gli ufficiali e i civili polacchi che aspettavano l’aiuto sovietico e intendevano imbracciare le armi contro gli invasori tedeschi erano terrorizzati dalla cricca reazionaria di Anders e Okulicki. Furono compilate liste di “amici dei sovietici” da considerare “traditori della Polonia”. Un indice speciale, noto come File B, conteneva i nomi e le generalità di tutti coloro che erano accusati di “simpatizzare con i sovietici”. Propaganda fascista antisemita venne diffusa dal comando polacco. “C’erano,” informa Berling, “discussioni esplicite sulla necessità di ‘regolare i conti con gli ebrei’ e i pestaggi di ebrei erano frequenti”. La Dwojka, il servizio di spionaggio dell’esercito di Anders, iniziò ad accumulare segretamente dati sui piani di guerra, le fattorie statali, le ferrovie i depositi di armi e le posizioni dei soldati sovietici.

Nella primavera del 1942 l’esercito di Anders non aveva ancora combattuto una singola battaglia contro il nemico tedesco. Invece, gli ufficiali e i civili polacchi venivano indottrinati con l’ideologia antisovietica e antisemita dei comandanti. Alla fine il comando polacco chiese che il suo esercito fosse evacuato dall’Iran con l’approvazione britannica. Nell’agosto 1942 75.491 tra ufficiali e civili polacchi e 37.756 membri delle loro famiglie avevano lasciato il territorio sovietico senza aver mai combattuto.
Il 13 marzo 1944 il corrispondente australiano James Aldridge telegrafò al New York Times un rapporto non censurato sul comportamento fascista dei comandanti polacchi in Iran. Aldridge dichiarò di aver voluto rendere pubblici i fatti sugli émigré polacchi da oltre un anno e che la censura degli Alleati non gliel’aveva permesso. Un censore gli disse: “So che è tutto vero, ma cosa posso farci? Riconosciamo il governo polacco, lo sai”.

Ecco alcuni fatti descritti da Albridge:

Il campo polacco era diviso in classi. Le condizioni del campo si facevano progressivamente peggiori man mano che si scendeva di posizione. Gli ebrei erano separati in un ghetto. Il campo era diretto con metodi totalitari. […] Una continua campagna contro la Russia era condotta dai gruppi più reazionari. […] Quando più di trecento bambini ebrei erano pronti ad andare in Palestina, l’élite polacca, che era molto antisemita, fece pressione sulle autorità irachene perché non permettessero loro di passare. […]
Ho sentito molti americani dire che avrebbero voluto raccontare la vera storia dei polacchi ma che era inutile, dato che i polacchi avevano una lobby molto potente a Washington.

Dall’Iran gli émigré polacchi si spostarono in Italia, dove stabilirono il loro quartier generale sotto la direzione dello stato maggiore britannico e con il supporto del Vaticano. L’ambizione mai nascosta di Anders, Okulicki e dei loro associati era di convertire l’esercito polacco nel nucleo di una nuova armata bianca per eventuali azioni contro l’Unione Sovietica.
Nel 1944, mentre l’Armata Rossa si avvicinava al confine polacco, i polacchi a Londra intensificarono la loro campagna antisovietica. “Una condizione essenziale per la nostra vittoria e per la nostra stessa esistenza è almeno l’indebolimento, se non la sconfitta, della Russia,” dichiarò il Penstwo Polski, uno dei giornali clandestini fatti circolare in Polonia da agenti del governo in esilio. Istruzioni segrete dai polacchi londinesi ai loro agenti segreti dicevano: “Occorre sforzarsi a ogni costo di mantenere le migliori relazioni con le autorità civili tedesche”. Il governo polacco in esilio si stava preparando per un’azione armata contro l’Unione Sovietica. L’agenzia incaricata dell’azione era l’Armia Krajowa (AK), un apparato militare clandestino organizzato e controllato dal governo polacco a Londra; il suo comandante era il generale Bor-Komorowski. All’inizio del marzo 1944 il generale Okulicki fu convocato al quartier generale del generale Sosnkowski, il rappresentante militare degli émigré a Londra. In seguito Okulicki descrisse così l’incontro:

Quando fui ricevuto dal generale Sosnowski, prima di volare in Polonia, mi fu detto che nel prossimo futuro avremmo potuto aspettarci un’offensiva dell’Armata Rossa che avrebbe portato alla sconfitta dei tedeschi in Polonia. In quel caso, disse Sosnowski, l’Armata Rossa avrebbe occupato il paese e non avrebbe permesso l’esistenza dell’Armia Krajowa in quanto agenzia subordinata al governo polacco di Londra.

Sosnowski propose di fingere di dissolvere l’AK dopo l’abbandono della Polonia da parte dei tedeschi, e la fondazione di un “quartier generale di riserva” per le operazioni nei territori sotto il controllo dell’Armata Rossa: Sosnowski disse che questo quartier generale di riserva avrebbe dovuto dirigere la lotta dell’Armia Krajowa contro l’Armata Rossa. Chiese di far pervenire le istruzioni al comandante dell’Armia Kajowa in Polonia, il generale Bor-Komorowski.

Subito dopo Olukicki fu inviato nella Polonia occupata dai tedeschi dove si mise in contatto con Bor-Komorowski e gli comunicò la decisione di Sosnowski. Il comandante dell’Armia Krajowa disse a Okulicki che avrebbe fondato un apparato speciale per svolgere i seguenti obiettivi:

1. Preservare le armi per svolgere attività clandestine e per la preparazione di un’insurrezione contro l’Unione Sovietica;

2. Creare distaccamenti armati armati composti da non più di sei militanti ciascuno;

3. Formare gruppi terroristici di “liquidazione” per assassinare i nemici dell’organizzazione e i rappresentanti del comando militare sovietico;

4. Organizzare sabotaggi ferroviari dietro le linee sovietiche;

5. Svolgere attività di spionaggio militare all’interno dell’Armata Rossa;

6. Preservare le stazioni radio già organizzate dall’AK e mantenere le comunicazioni con il comando centrale dell’organizzazione a Londra;

7. Diffondere propaganda scritta e orale contro l’Unione Sovietica.

Nell’autunno del 1944 l’Armata Rossa raggiunse le rive della Vistola e si arrestò di fronte a Varsavia per radunare le forze e far arrivare i rifornimenti dopo la lunga offensiva estiva. La strategia del Comando Supremo sovietico non era lanciare un attacco frontale verso la capitale polacca ma di espugnarla mediante un accerchiamento improvviso, preservando così la città e la sua popolazione. Ma a insaputa del Comando Supremo e agendo su ordine del governo in esilio, Bor-Komorowski diede il via a un’insurrezione generale dei patrioti polacchi a Varsavia, dichiarando che l’Armata Rossa stava per entrare in città. Con l’esercito sovietico in quel momento completamente impreparato ad attraversare la Vistola, il Comando Supremo tedesco fu in grado di bombardare sistematicamente ogni settore della città occupato dai patrioti insorti. Questo è il racconto fatto da Okulicki del ruolo di Bor-Komorowski nella resa definita delle forze polacche a Varsavia:

Alla fine del settembre 1944 il comandante dell’Armia Krajova, il generale Bor-Komorowski, negoziò la resa con il comandante delle truppe tedesche a Varsavia, l’Obergruppenführer von Den-Bach. Bor-Komorowski incaricò il capo del secondo dipartimento del quartier generale, il colonnello Bogusławski, di condurre i negoziati in rappresentanza del comando militare dell’Armia Krajowa. Informando Bor-Komorowski in mia presenza sui termini della resa avanzati dai tedeschi, Bogusławski disse che von Den-Bach riteneva necessario che i polacchi cessassero la lotta armata contro i tedeschi, perché il nemico comune di Polonia e Germania era l’Unione Sovietica. Quando incontrai Bor-Komorowski il giorno della resa, gli dissi che forse von Den-Bach aveva ragione, ed egli era d’accordo con me.

Tra l’autunno del 1944 e la primavera del 1945, mentre l’Armata Rossa lanciava gigantesche offensive per distruggere definitivamente la forza militare tedesca sul fronte orientale, l’Armia Krajowa guidata dal generale Okulicki svolse un’intensa campagna di terrorismo, sabotaggio, spionaggio e azioni armate tra l’esercito sovietico.

“Le azioni del comando militare sovietico nella zona delle ostilità furono sabotate,” dichiarò in seguito Stanisław Jasiukowicz, vicepremier del governo in esilio e collaboratore di Okulicki, “La nostra stampa e le stazioni radio si impegnarono in nella propaganda diffamatoria. Il popolo polacco veniva aizzato contro i russi”.

Distaccamenti dell’AK fecero esplodere con la dinamite i treni che trasportavano le truppe sovietiche, distrussero i depositi dei rifornimenti, minarono le strade sulle quali le truppe dovevano passare e sabotarono i trasporti e le linee di comunicazione in ogni modo possibile. In un ordine diffuso il 17 settembre 1944 da uno degli aiutanti di Okulicki si legge:

Le operazioni devono essere universali: far esplodere treni militari, furgoni, ferrovie, bruciare ponti, distruggere i magazzini e i soviet dei villaggi. Deve essere tutto svolto in segreto.

Un comandante dell’AK di nome Lubikowski, che dirigeva una scuola speciale segreta per spie e sabotatori, descrisse in seguito alcune delle missioni svolte dai suoi agenti:

Ricevetti un rapporto scritto sull’esecuzione dell’ordine […] da Ragner, che mi informava di aver compiuto dodici atti di sabotaggio, fatto deragliare due treni, fatto esplodere due ponti e danneggiato una ferrovia in otto punti.

Gruppi terroristici speciali dell’AK aggredivano e uccidevano i militari dell’Armata Rossa e i rappresentanti del governo di Varsavia. Secondo i dati incompleti resi pubblici dalle autorità militari sovietiche, i terroristi uccisero 594 tra ufficiali e soldati dell’Armata Rossa in un periodo di otto mesi e ne ferirono altri 294.

Allo stesso tempo, seguendo le istruzioni ricevute via radio dal comando polacco a Londra, gli agenti del generale Okulicki svolsero ampie operazioni di spionaggio dietro le linee sovietiche. Una direttiva del governo polacco a Londra rivolta a Okulicki e datata 11 novembre 1944, n. 7201-1-777, dice:

Dato che la conoscenza delle intenzioni e delle possibilità militari […] dei sovietici all’est è della massima importanza per pianificare ulteriori sviluppi in Polonia, deve […] colmare il vuoto trasmettendo rapporti di spionaggio in accordo con le istruzioni del dipartimento di intelligence del quartier generale.

La direttiva richiedeva anche informazioni dettagliate sulle unità militari, i treni per i rifornimenti, le fortificazioni, gli aerodromi, gli armamenti e l’industria bellica dell’Unione Sovietica. Settimana dopo settimana rapporti segreti in codice venivano inviati ai polacchi in esilio a Londra da una rete di stazioni radio operative nell’area controllata dall’Armata Rossa. Un cablogramma tipico, il numero 621-2, inviato da Cracovia ai capi militari a Londra e intercettato dai servizi segreti militari sovietici, informava:

Nell’ultima metà di marzo una media di venti treni con truppe e munizioni (artiglieria, carri armati americani, soldati di cavalleria di cui un terzo donne) passavano quotidianamente diretti a ovest. […] L’ordine della coscrizione urgente delle classi 1895-1925 è stato postato a Cracovia. Una cerimonia di giuramento militare di ottocento ufficiali provenienti dall’est si è svolta a Cracovia con la collaborazione del generale Zymierski.

Il 22 marzo 1945 il generale Okulicki riassunse le speranze dei suoi superiori a Londra in una direttiva segreta inviata al colonnello “Slavbor”, comandante della divisione occidentale dell’Armia Krajowa:

L’ipotetica vittoria dell’Unione Sovietica sulla Germania non soltanto minaccerebbe gli interessi britannici in Europa, ma l’intera Europa ne sarebbe terrorizzata. […] Considerati i loro interessi nel continente, i britannici dovranno procedere alla mobilitazione delle forze europee contro l’Unione Sovietica. È chiaro che dovremo svolgere il nostro ruolo in prima fila in questo blocco antisovietico; è anche impossibile immaginare questo schieramento senza la partecipazione di una Germania controllata dai britannici.

I progetti e le speranza degli émigré polacchi ebbero vita breve. All’inizio del 1945 i servizi segreti militari sovietici iniziarono ad arrestare i cospiratori all’interno delle linee militari. Nell’estate dello stesso anno tutti i leader erano caduti in mani sovietiche. Sedici di loro, compreso Okulicki, furono processati di fronte al Collegio Militare della Corte Suprema dell’Unione Sovietica.
Durante il processo ebbe luogo questo scambio tra il pubblico ministero sovietico, il generale Afanasev, e il leader dell’apparato clandestino antisovietico Okulicki:

Afanasev: Le sue azioni hanno interferito con le operazioni contro i tedeschi?

Okulicki: Sì.

Afanasev: Chi hanno aiutato?

Okulicki: I tedeschi, naturalmente.

Il generale Afanasev disse alla corte che non avrebbe chiesto la pena di morte per gli accusati perché erano “soltanto fantocci” degli émigré polacchi a Londra e perché “ora stiamo vivendo i giorni felici della vittoria ed essi non sono più pericolosi”. Il pubblico ministero aggiunse:

Questo processo riassume le attività dei reazionari polacchi che hanno combattuto per anni l’Unione Sovietica. La loro politica ha portato all’occupazione della Polonia da parte dei tedeschi. L’Armata Rossa ha combattuto per la libertà e l’indipendenza contro la barbarie. […] L’Unione Sovietica, con l’aiuto degli Alleati, ha avuto un ruolo decisivo nella sconfitta della Germania. Ma Okulicki e gli altri volevano pugnalare l’Unione Sovietica alle spalle. […] Preferiscono un cordone sanitario attorno alla Russia all’amicizia con essa.

Il 21 giugno il Collegio Militare sovietico pronunciò il verdetto. Tre degli accusati furono assolti. Il generale Okulicki e undici suoi complici furono giudicati colpevoli e condannati a periodi di reclusione che andavano dai quattro mesi ai dieci anni 2.
Dopo il processo gli Stati Uniti e la Gran Bretagna ritirarono il loro riconoscimento del governo polacco in esilio a Londra 3. Il governo di Varsavia, riorganizzato secondo i termini dell’accordo di Jalta, venne formalmente riconosciuto come il governo provvisorio del paese.

Capitolo venticinquesimo: Pace o guerra?



1. La nuova crociata

 

Nella lotta per l’esistenza si impara a conoscere gli amici e a riconoscere i nemici. Nel corso della seconda guerra mondiale molte illusioni e menzogne furono messe a nudo.La guerra procurò al mondo molte sorprese. Esso rimase dapprima sbalordito quando le quinte colonne balzarono fuori dall’ombra in Europa e Asia per impadronirsi del potere con l’aiuto dei nazisti e degli eserciti giapponesi. La fulmineità con cui furono vinte le prime vittorie dell’Asse stupì tutti coloro che non avevano notizia dei lunghi anni di preparativi, di intrighi, di terrore e di cospirazioni da parte dell’Asse stesso.Ma la più grande sorpresa della seconda guerra mondiale fu l’Unione Sovietica. Da un giorno all’altro si era dissipata una fitta nebbia, dalla quale emergevano la vera statura e il vero significato della nazione sovietica, i suoi capi, la sua economia, il suo esercito, il suo popolo e, per usare le parole di Cordell Hull, “l’epica qualità del suo fervore patriottico”.

 

La prima grande constatazione scaturita dalla seconda guerra mondiale fu che l’Armata Rossa, sotto la guida del maresciallo Stalin, era la forza combattiva meglio addestrata e più potente a servizio del progresso e della democrazia.
Il 23 febbraio 1942 il generale Douglas MacArthur dell’esercito degli Stati Uniti informò i suoi concittadini, a proposito dell’Armata Rossa:

 

La situazione mondiale mostra che in questo momento le speranze della civiltà sono riposte nelle gloriose insegne del coraggioso esercito russo. Durante la mia vita ho partecipato a molte guerre e sono stato testimone di altre, ho anche studiato nei loro particolari le campagne dei maggiori condottieri del passato. In nessuna ho mai osservato una così efficace resistenza ai più duri colpi da parte di un nemico non ancora sconfitto, seguita da un contrattacco travolgente come quello che sta ora respingendo il nemico verso il suo territorio. Le proporzioni e la grandiosità dello sforzo denotano che esso è il più grande avvenimento militare della storia.

 

La seconda grande constatazione fu che l’Unione Sovietica possedeva un sistema economico di efficienza mirabile e capace di sostenere una produzione di massa in condizioni tragicamente avverse. Al suo ritorno da una missione ufficiale a Mosca nel 1942, il vice-presidente dell’Ufficio per la Produzione di Guerra degli Stati Uniti, William Batt, dichiarò:

 

Partii con un certo sentimento di perplessità sulla capacità dei russi di sostenere una guerra che li impegnava a fondo; mi convinsi molto rapidamente che l’intera popolazione partecipava alla lotta, sino all’ultima donna e all’ultimo fanciullo.
Ero piuttosto dubbioso quanto alla competenza tecnica del russi; li trovai straordinariamente realisti e capaci nel far funzionare le loro fabbriche e nel produrre macchine da guerra.

Ero molto perplesso e turbato per le voci che qui circolavano sulla scarsa compattezza e sul carattere non rappresentativo del governo russo; trovai un governo forte, competente e appoggiato da un immenso entusiasmo popolare.
In una parola, partendo mi facevo questa domanda: la Russia è un alleato solido, sul quale si possa fare affidamento? […] E la domanda ha avuto una risposta pienamente affermativa.

 

La terza grande constatazione fu che i popoli dell’Unione Sovietica, appartenenti a varie nazionalità, erano uniti dietro il loro governo con un fervore unico nella storia.In Quebec, il 31 agosto 1943, il primo ministro Winston Churchill dichiarò, a proposito del governo sovietico e dei suoi capi:

“Nessun governo è finora stato capace di sopravvivere a colpi così gravi e crudeli come quelli inflitti da Hitler alla Russia. […] Non soltanto la Russia è sopravvissuta e si è riavuta da quegli spaventosi colpi, ma ha inflitto, come nessuna altra forza nel mondo avrebbe potuto, danni mortali all’esercito tedesco.”

 

La quarta grande constatazione fu che l’alleanza delle democrazie occidentali con la Russia sovietica era stata la premessa concreta di un nuovo ordine internazionale di pace e sicurezza fra tutti i popoli. L’11 febbraio 1943, il New York Herald Tribune così si esprimeva in un editoriale:

“Non vi sono oggi che due alternative per le democrazie. Una è quella di collaborare con la Russia nel ricostruire il mondo, e si presenta un’eccellente occasione per farlo se crediamo nella forza dei nostri principi e la mettiamo alla prova applicandoli. L’altra, di ingolfarci in intrighi con tutte le forze reazionarie e antidemocratiche d’Europa, col solo risultato di alienarci il Cremlino.”

 

L’8 novembre 1943 il presidente dell’Ufficio per la Produzione di Guerra, Donald Nelson, così parlava a New York del suo viaggio in Unione Sovietica:

“Sono tornato dal mio viaggio con una profonda fiducia nell’avvenire della Russia e nei vantaggi che questo avvenire recherà al mondo intero, noi compresi. Per quello che io posso prevedere, una volta che saremo giunti alla vittoria e questa guerra sarà alle nostre spalle, il sospetto reciproco è l’unica cosa che potrà farci paura. Se collaboreremo con le altre Nazioni Unite per produrre per fini pacifici e per elevare dappertutto il tenore di vita dei popoli, noi saremo sulla via di raggiungere nuovi livelli di prosperità e soddisfazioni umane maggiori di quanto abbiamo mai conosciuto in passato.”

Il 1° dicembre 1943, nella storica conferenza di Teheran, fu data la risposta alla congiura antidemocratica e antisovietica che per venticinque anni aveva tenuto il mondo in un’incessante ridda di diplomazia segreta, di intrighi controrivoluzionari, di terrore, di paure e di odi e che era culminata inevitabilmente nella guerra dell’Asse per asservire l’umanità.

I capi delle tre nazioni più potenti del mondo, il presidente degli Stati Uniti Franklin Delano Roosevelt, il primo ministro della Gran Bretagna Winston Churchill e il maresciallo dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche Josif Stalin, si incontravano per la prima volta e, dopo una serie di conferenze militari e diplomatiche, diramavano la dichiarazione delle tre potenze.

 

Riconosciamo pienamente la suprema responsabilità che incombe su di noi e su tutte le nazioni di fare una pace che sia bene accetta alle grandi masse dei popoli del mondo e bandisca il flagello e il terrore della guerra per molte generazioni.
Con i nostri consiglieri diplomatici abbiamo riflettuto sui problemi per il futuro. Cercheremo la cooperazione e la partecipazione attiva di tutte le nazioni, grandi e piccole, i cui popoli si sono votati nel cuore e nella mente, come i nostri stessi popoli, all’eliminazione della tirannia e della schiavitù, dell’oppressione e dell’intolleranza. Le accoglieremo appena sceglieranno di entrare nella famiglia mondiale delle nazioni democratiche.

 

L’accordo di Teheran fu seguito dalle decisioni della conferenza in Crimea del febbraio 1945. Ancora una volta i tre statisti, riunitisi questa volta a Jalta, si accordarono sulla politica da seguire per la disfatta finale della Germania nazista e la completa eliminazione del Comando Supremo tedesco. Le discussioni di Jalta si estesero al periodo di pace che si avvicinava e posero le fondamenta di quella fatidica conferenza delle Nazioni Unite tenuta a San Francisco, in cui doveva essere promulgata in aprile la Carta di una organizzazione per la sicurezza mondiale, basata sull’alleanza delle tre massime potenze.

Alla vigilia della conferenza di San Francisco, il 12 aprile 1945, l’Unione Sovietica perdeva un grande amico e tutto il mondo un grande capo democratico: il presidente Franklin Delano Roosevelt. Ma il lavoro che egli aveva iniziato andò avanti. Il presidente Harry S. Truman, assumendo immediatamente la carica di presidente, si impegnava a condurre la guerra contro l’Asse sino alla conclusione vittoriosa insieme agli altri membri delle Nazioni Unite e condurre a compimento il programma post-bellico di Roosevelt per una pace durevole, in stretto accordo con la Gran Bretagna e l’Unione Sovietica.

L’8 maggio 1945 i rappresentanti del Comando Supremo tedesco, alla presenza dei generali in capo statunitensi, britannici e sovietici firmavano tra le rovine di Berlino l’atto finale della resa incondizionata delle forze della Wehrmacht nazista. La guerra in Europa era finita. Winston Churchill, in un messaggio al maresciallo Stalin, disse: “Le generazioni future riconosceranno incondizionatamente il loro debito verso l’Armata Rossa come lo riconosciamo noi che siamo stati testimoni delle sue gesta gloriose”.

Nessuna guerra della storia è stata combattuta con tanto accanimento come quella fra la Germania nazista e l’Unione Sovietica. Per 1.418 giorni, per quarantasette mesi, per quattro anni, battaglie di una portata e di una violenza mai raggiunte prima infuriarono sui giganteschi campi di battaglia del fronte orientale. Ebbero fine il 2 maggio 1945, quando le truppe corazzate dell’Armata Rossa presero d’assalto il cuore della cittadella nazista, Berlino. Un ignoto soldato inalberò la bandiera rossa sul Reichstag. E le bandiere della libertà sventolarono in tutta l’Europa 1.

 

Incalcolabile è stato per l’umanità il costo della seconda guerra mondiale. Venti milioni di uomini sono morti sul campo; decine di milioni di uomini, donne e bambini, di fame e di malattie, nei campi di concentramento o nelle camere della morte dei nazisti. Milioni sono rimasti senza tetto. Città un tempo famose per la loro bellezza sono state ridotte in polvere; la ricchezza culturale di secoli dispersa in fiamme e ceneri. Innumerevoli fabbriche, miniere, stabilimenti sono stati ridotti a rovine informi. Vaste aree di terra coltivata sono diventate sterili deserti. Nella scia della guerra si sono aperti la strada la carestia, la peste, la miseria e l’impoverimento delle masse.

E queste colossali sofferenze, queste perdite per l’umanità, sono nate in gran parte dagli intrighi e dalle ostilità, dai pregiudizi e dalla propaganda, dallo stato di guerra latente o aperto creato deliberatamente dalle forze reazionarie contro la Russia sin dalla Rivoluzione del 1917. Di fatto, questa grande congiura non fu mai diretta soltanto contro il popolo sovietico, ma anche contro le aspirazioni democratiche dei popoli di tutto il mondo. Essa diede vita al fascismo e sboccò inevitabilmente nella seconda guerra mondiale.

 

Se una lezione si doveva ricavare dalla guerra era che la pace e la sicurezza nel mondo dipendevano dall’amicizia fra l’Unione Sovietica e le potenze anglo-americane, così come la vittoria era dipesa dalla loro alleanza in guerra.
Eppure, subito dopo la creazione delle Nazioni Unite, basata sul concetto di unità post-bellica tra le potenze Alleate e sulla completa eliminazione del fascismo, una nuova ondata di propaganda e di intrighi antisovietici cominciò a minacciare le fondamenta della pace. Ancora una volta, come dopo la prima guerra mondiale, i popoli d’Europa chiesero che fossero realizzate le loro aspirazioni democratiche; ancora una volta i popoli coloniali assoggettati chiesero la libertà e l’indipendenza nazionale, e ancora una volta le forze della reazione internazionale e dell’imperialismo si allearono per conservare i loro interessi e frustrare le aspirazioni dei popoli. E ancora una volta, associato alla lotta contro la democrazia mondiale, risuonò il grido controrivoluzionario di guerra contro l’Unione Sovietica.

 

Soltanto sei mesi dopo la conclusione della seconda guerra mondiale, Winston Churchill assunse nuovamente il ruolo di massimo araldo della crociata antisovietica. Come conseguenza della schiacciante sconfitta del partito conservatore in Gran Bretagna e di fronte alla crescente crisi del dominio imperialistico britannico sul mondo coloniale, Churchill riscoprì la “minaccia del bolscevismo”. In un discorso tenuto a Fulton nel Missouri il 5 maggio 1946 e largamente diffuso, Churchill, rivolgendosi al popolo degli stati Uniti, chiese un’alleanza fra i due paesi contro “la crescente sfida e il crescente pericolo per la civiltà cristiana” rappresentato dal comunismo sovietico.

Negli Stati Uniti e in Gran Bretagna si scatenò di nuovo la campagna antisovietica e il timore di una terza guerra mondiale si impadronì dei popoli. Parlando il 20 marzo 1946 al Senato, il senatore della Florida Claude Pepper mise energicamente in guardia contro lo spaventoso pericolo di una nuova guerra. L’Unione Sovietica aveva speciali ragioni per temere la guerra. Ecco le parole del senatore Pepper:

Priva della bomba atomica, priva di sbocchi in acque calde, priva della comune cortesia di negoziati economici col suo maggiore alleato, convinta che la sua ideologia è tale che non potrà mai essere accettata da nazioni dominate dai cartelli, dai reazionari o da russofobi, la Russia è assediata da molte paure. […] La Russia sa che cos’è la guerra. Il suo timore non è immaginario; nasce dall’angoscia e dalle sofferenze; dalle rovine fumanti delle vaste aree devastate, dai 15 milioni di uomini, donne e bambini – 50 volte le nostre perdite – da essa perduti in questa guerra, dai 25 milioni rimasti senza casa e morenti di fame a causa della guerra, da tutti coloro che, affamati, poveramente vestiti e miseramente alloggiati, andarono a combattere quei nemici che, con crudele barbarie e inaudita atrocità, invasero il suo territorio e attaccarono il suo popolo. […] La paura della Russia è aggravata dai suoi ricordi del passato. Essa ricorda l’estate del 1919, quando gli eserciti di quindici nazioni, comprese la Gran Bretagna, la Francia, la Cina, gli Stati Uniti, la Germania e il Giappone, dilagarono sul suolo russo contro la nuova Unione Sovietica. […] Ricorda la paura rossa, la congiura ben congegnata e violenta che fu tramata ai suoi danni in seno alle maggiori potenze capitalistiche dopo che le forze militari straniere erano state sgombrate dall’Unione Sovietica; il lungo periodo in cui essa fu temuta e odiata da tutti e non riconosciuta da nessuno. […] Ricorda come Hitler fu portato al potere contro di essa e come le fu negato di partecipare a Monaco, dove si ebbe virtualmente la certezza che Hitler l’avrebbe attaccata.

Ricorda del complotto tedesco-italo-giapponese per distruggerla sotto il pretesto ipocrita del Patto anti-Comintern, e che nessuna nazione di una certa grandezza e potenza protestò contro tale progetto di aggressione.

 

Il senatore Pepper mise in rilievo il pericolo dell’alleanza anglo-statunitense contro l’Unione Sovietica proposta da Winston Churchill: Le Nazioni Unite andrebbero in rovina se due delle tre grandi potenze, sotto il mantello dell’ONU, costituissero un altro cordone sanitario intorno al terzo membro del grande trinomio. […] Qual è dunque la via d’uscita da questa crisi? E come si possono salvare l’ONU e la pace?

Vorrei suggerire che la sola maniera è quella di applicare i grandi principi di Franklin Delano Roosevelt, al quale più che a ogni altro si deve la creazione dell’ONU, di ristabilire la collaborazione tra Gran Bretagna, Unione Sovietica e Stati Uniti, e di costruire una disposizione d’animo completamente nuova da parte di queste potenze nei confronti della pace e del benessere.

 

Ma fra quegli uomini che avevano la responsabilità di formulare la politica estera degli Stati Uniti, le parole del senatore Pepper rimasero inascoltate. Nei mesi successivi l’agitazione antisovietica aumentò invece di diminuire, e con essa crebbe anche lo stato di tensione del mondo. Nella primavera del 1947, esattamente due anni dopo la prima conferenza delle Nazioni Unite, alcuni eminenti statunitensi già chiedevano una guerra immediata contro l’Unione Sovietica.

Parlando davanti alla Commissione per le Attività Antiamericane il 24 marzo 1947, George H. Earle, già governatore della Pennsylvania, che aveva svolto vari incarichi diplomatici in Europa, dichiarò che se il governo sovietico non avesse accettato le condizioni imposte dagli Stati Uniti per il controllo della energia atomica, si sarebbe dovuto gettare sull’Unione Sovietica bombe atomiche. “Immediatamente?” chiese il deputato J. Parnell Thomas. “Immediatamente,” rispose Eagle.

Parlando davanti alla Commissione per gli Affari Esteri il 31 marzo 1947, il deputato del Michigan Fred L. Crawford propose che il governo degli Stati Uniti mandasse un ultimatum al governo sovietico, intimandogli di distruggere immediatamente le sue armi e dichiarando che in caso di rifiuto l’aviazione statunitense sarebbe andata a gettare bombe atomiche sulle città sovietiche. Ammesso che i sovietici preferissero combattere piuttosto che disarmare a tali condizioni, il deputato Crawford rilevò che questa soluzione doveva essere affrontata “ora o fra pochi mesi” e aggiunse: “Dite ai nostri portavoce di guardare bene in faccia Molotov, Stalin e Vyšinskij. Dite loro di piantarsi davanti a questi signori, e di dichiarar loro: o disarmate o noi procediamo”.

Il 1° aprile 1947, il capitano Eddie Rickenbacker, presidente dell’Eastern Airlines, disse davanti all’Assemblea del Connecticut che la terza guerra mondiale “doveva inevitabilmente scoppiare”, salvo il caso che l’Unione Sovietica fosse sconvolta da una rivoluzione interna. Il capitano Rickenbacker dichiarò che “se volessimo garantirci la pace per altri cinquant’anni” sarebbe categoricamente necessario il rovesciamento del governo sovietico per mezzo una rivoluzione “pacifica o cruenta”.Dopo le isteriche invettive di Hitler, il mondo non aveva più udito minacce così bellicose contro l’Unione Sovietica come quelle gridate negli Stati Uniti nella primavera del 1947.

 

2. La politica di inasprimento

 

Nella conferenza di Jalta del febbraio 1945, quando venne per la prima volta enunciato il concetto di un’organizzazione internazionale per il mantenimento della pace e della sicurezza nel dopoguerra, venne riconosciuto da Roosevelt, Churchill e Stalin che il primo requisito per il suo effettivo funzionamento er