G. Stalin : Problemi economici del socialismo nell’URSS – Risposta ai compagni A. V. Sanina e V. C. Vensger

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G. Stalin : Risposta ai compagni A. V. Sanina e V. C. Vensger

 

Ho ricevuto le vostre lettere. Com’è evidente, gli autori di queste lettere studiano in modo approfondito e serio i problemi dell’economia del nostro paese. Nelle lettere vi sono non poche formulazioni giuste e considerazioni interessanti. Tuttavia, accanto ad esse vi sono anche alcuni gravi errori teorici. Nella presente risposta penso di soffermarmi proprio su questi errori.

 

1. -Questione del carattere delle leggi economiche del socialismo. I compagni Sanina e Vensger affermano che “solo grazie all’azione cosciente dei cittadini sovietici, occupati nella produzione materiale, nascono le leggi economiche del socialismo”. Questa tesi è completamente sbagliata. Esistono leggi dello sviluppo economico obiettivamente, fuori di noi, indipendentemente dalla volontà e dalla coscienza degli uomini? Il marxismo risponde a questa domanda in modo affermativo. Il marxismo ritiene che le leggi dell’economia politica del socialismo sono il riflesso nella testa degli uomini di leggi obiettive esistenti fuori di noi. La formula dei compagni Sanina e Vensger invece risponde negativamente a questa domanda. Ciò vuol dire che questi compagni sono sulle posizioni di una teoria sbagliata, la quale afferma che le leggi dello sviluppo economico nel socialismo “sono create”, “sono trasformate” dagli organi dirigenti della società. In altri termini, essi si distaccano dal marxismo e si pongono sulla via dell’idealismo soggettivo.

Naturalmente, gli uomini possono scoprire queste leggi obiettive, conoscerle e, poggiando su di esse, utilizzarle nell’interesse della società. Ma essi non possono né “crearle”, né “trasformarle”. Supponiamo di accogliere per un momento la posizione della teoria sbagliata, che nega l’esistenza di leggi obiettive nella vita economica del socialismo e proclama la possibilità di “creare” le leggi economiche, di “trasformare” le leggi economiche. A che cosa questo condurrebbe?

Condurrebbe a farci cadere nel regno del caos e della casualità, a farci trovare in uno stato di servile dipendenza da questa casualità, a privarci della possibilità, nonché di comprendere, ma nemmeno di orientarci in questo caos di cose casuali. Questo ci condurrebbe a liquidare l’economia politica come scienza, perché la scienza non può vivere e svilupparsi senza il riconoscimento di leggi obiettive, senza lo studio di queste leggi.

Liquidata la scienza, ci priveremmo della possibilità di prevedere il corso degli avvenimenti nella vita economica del paese, cioè ci priveremmo della possibilità di esercitare la direzione economica anche più elementare. In ultima analisi cadremmo in potere dell’arbitrio di avventurieri “economici”, pronti a “distruggere” le leggi dello sviluppo economico e a “creare” nuove leggi senza comprendere e tener conto delle leggi obiettive. è a tutti nota la classica formulazione della posizione marxista su questo problema, data da Engels nel suo Antidühring: “Le forze socialmente attive agiscono in modo assolutamente eguale alle forze naturali: in maniera cieca, violenta, distruttiva, sino a quando non le riconosciamo e non facciamo i conti con esse. Ma una volta che le abbiamo riconosciute, che ne abbiamo compreso il modo d’agire, la direzione e gli effetti, dipende solo da noi il sottometterle sempre più al nostro volere e per mezzo di esse raggiungere i nostri fini. E questo vale in modo tutto particolare per le odierne potenti forze produttive. Sino a quando ostinatamente ci rifiuteremo di intenderne la natura e il carattere, e a questa intelligenza si oppongono il modo di produzione capitalistico e i suoi sostenitori, queste forze agiranno malgrado noi e contro di noi, e, come abbiamo diffusamente esposto, ci domineranno. Ma una volta che siano comprese nella loro natura, esse, nelle mani dei produttori associati, possono essere trasformate da demoniache dominatrici in docili serve. è questa la differenza tra la forza distruttiva dell’elettricità nel lampo della tempesta e l’elettricità domata del telegrafo e della lampada ad arco; la differenza tra l’incendio e il fuoco che agisce a servizio dell’uomo. Quando le odierne forze produttive saranno considerate in questo modo, conformemente alla loro natura finalmente conosciuta, all’anarchia sociale della produzione subentrerà una regolamentazione socialmente pianificata della produzione, conforme ai bisogni sia della comunità che di ogni singolo. Così il modo di appropriazione capitalistico, in cui il prodotto asservisce anzitutto chi lo produce, ma poi anche colui che se lo appropria, viene sostituito dal modo di appropriazione dei prodotti, fondato sulla natura stessa dei moderni mezzi di produzione: da una parte da un’appropriazione direttamente sociale come mezzo per mantenere ed allargare la produzione, dall’altra da un’appropriazione direttamente individuale come mezzo di sussistenza e di godimento“6 .

 

2. -Questione delle misure dirette a elevare la proprietà colcosiana  al livello di proprietà di tutto il popolo.

Quali misure sono necessarie per elevare la proprietà colcosiana che, naturalmente, non è proprietà di tutto il popolo, al livello di proprietà di tutto il popolo (“nazionale”)? Alcuni compagni ritengono che è necessario semplicemente nazionalizzare la proprietà colcosiana, dichiarandola proprietà di tutto il popolo, sull’esempio di ciò che è stato fatto a suo tempo con la proprietà capitalistica. Questa proposta è assolutamente sbagliata e indiscutibilmente inaccettabile. La proprietà colcosiana è una proprietà socialista e noi non possiamo in nessun modo procedere nei suoi confronti come con la proprietà capitalistica. Dal fatto che la proprietà colcosiana non è proprietà di tutto il popolo non deriva in nessun modo che la proprietà colcosiana non sia proprietà socialista.

Questi compagni suppongono che il passaggio della proprietà di singoli gruppi e di singole persone in proprietà dello Stato sia l’unica o, in ogni caso, la migliore forma di nazionalizzazione. Questo non è vero. In realtà il passaggio in proprietà dello Stato non è l’unica e neppure la migliore forma di nazionalizzazione, ma è la forma iniziale della nazionalizzazione, come dice giustamente Engels nell’Antidühring. è incontestabile che, finché esiste lo Stato, il passaggio in proprietà dello Stato è la forma iniziale più comprensibile di nazionalizzazione. Ma lo Stato non esisterà in eterno. Con l’estendersi del campo d’azione del socialismo nella maggior parte dei paesi del mondo lo Stato si estinguerà e, naturalmente, in legame con ciò cadrà la questione del passaggio del patrimonio di singole persone e di singoli gruppi in proprietà dello Stato. Lo Stato si sarà estinto, ma la società continuerà a esistere.

Di conseguenza, erede della proprietà di tutto il popolo non sarà lo Stato, che si sarà estinto, ma sarà la società stessa, rappresentata dal suo organo economico dirigente, centrale. Stando così le cose, che cosa si deve fare per elevare la proprietà colcosiana al livello di proprietà di tutto il popolo?

Come misura principale per elevare a questo livello la proprietà  colcosiana, i compagni Sanina e Vensger propongono di vendere in proprietà ai colcos i principali strumenti di produzione concentrati nelle stazioni di macchine e trattori, sgravare così lo Stato dagli investimenti di capitali nell’agricoltura e ottenere che i colcos stessi si assumano la responsabilità di provvedere al mantenimento e allo sviluppo delle stazioni di macchine e trattori. Essi dicono. “Sarebbe errato pensare che gli investimenti dei colcos dovranno  essere principalmente diretti a soddisfare i bisogni culturali della campagna colcosiana, e che lo Stato dovrà continuare a effettuare  la massa principale degli investimenti per soddisfare i bisogni della produzione agricola. Non sarebbe più giusto liberare lo Stato da questo carico, dato che i colcos sono pienamente in grado di prenderlo interamente su di sè? Lo Stato avrà non poco da fare per investire i propri fondi allo scopo di crare nel paese abbondanza di beni di consumo”. Per giustificare questa proposta, i suoi autori ricorrono ad alcuni argomenti. In primo luogo. Citando le parole di Stalin, secondo cui i mezzi di produzione non vengono venduti neppure ai colcos, gli autori della proposta mettono in dubbio questa tesi di Stalin, dichiarando che lo Stato vende tuttavia ai colcos mezzi di produzione, quali l’attrezzamento agricolo minuto che comprende i vari tipi di falci, i piccoli motori, ecc.

 Essi ritengono che se lo Stato vende ai colcos questi mezzi di produzione, esso potrebbe vendere loro anche tutti  gli altri mezzi di produzione, come le macchine delle stazioni di macchine e trattori. Questo argomento è inconsistente. Naturalmente, lo Stato vende ai colcos l’attrezzamento agricolo minuto, come si desume dallo statuto dell’artel agricolo e dalla Costituzione. Ma si può mettere su uno stesso piano l’attrezzamento agricolo minuto e mezzi essenziali della produzione in agricoltura quali sono le macchine delle stazioni  di macchine e trattori o, poniamo, la terra che indubbiamente è anch’essa uno dei principali mezzi di produzione nell’agricoltura? è chiaro che è impossibile. è impossibile perché l’attrezzamento agricolo minuto non decide in nessuna misura le sorti della produzione colcosiana, mentre mezzi di produzione come le macchine delle stazioni di macchine e trattori e la terra decidono interamente le sorti dell’agricoltura nelle nostre attuali condizioni.

Non è difficile capire che quando Stalin diceva che i mezzi di produzione non vengono venduti ai colcos, non intendeva l’attrezzamento agricolo minuto, ma i mezzi principali della produzione agricola: le macchine delle stazioni di macchine e trattori e la terra. Gli autori della proposta giuocano con l’espressione “mezzi di produzione” e confondono due cose diverse, senza accorgersi che si mettono su una falsa strada.

In secondo luogo, i compagni Sanina e Vensger citano poi il fatto che nel periodo in cui ebbe inizio il movimento colcosiano di massa, tra la fine del 1929 e l’inizio del 1930, lo stesso Comitato centrale del Partito comunista (b) dell’Urss sosteneva la necessità di  trasferire le stazioni di macchine e trattori in proprietà ai colcos, chiedendo ai colcos di compensare il valore delle stazioni di macchine e trattori entro un termine di tre anni. Essi ritengono che, sebbene allora questa operazione non fosse riuscita “data la povertà” dei colcos, oggi, che i colcos sono diventati ricchi, si possa ritornare a questa politica, a vendere ai colcos le stazioni di macchine e trattori. Anche questo argomento è inconsistente. Il Comitato centrale del Partito comunista (b) dell’Urss decise effettivamente all’inizio del 1930 di vendere ai colcos le stazioni di macchine e trattori. Questa decisione fu approvata su proposta di un gruppo di lavoratori d’assalto colcosiani a titolo d’esperimento, come prova, con la riserva di ritornare entro breve tempo sulla questione e riesaminarla.

Ma, sin dal primo controllo dei risultati, si vide che questa decisione non era opportuna, e dopo alcuni mesi e precisamente alla fine del  1930 fu abrogata. L’ulteriore ascesa del movimento colcosiano e lo sviluppo dell’edificazione colcosiana convinsero definitivamente sia i colcosiani, sia i dirigenti che la concentrazione dei principali strumenti della produzione agricola nelle mani dello Stato, nelle mani delle stazioni di macchine e trattori, era l’unico mezzo per assicurare ritmi elevati di sviluppo alla produzione colcosiana. Tutti noi siamo lieti della gigantesca ascesa della produzione agricola del nostro paese, dell’aumento della produzione cerealicola, della produzione del cotone, del lino, della barbabietola, ecc. Qual è la fonte di questa ascesa? La fonte di questa ascesa sta nella tecnica moderna, nelle numerose macchine moderne poste al servizio di tutte queste branche produttive. Qui non si tratta solo della tecnica in generale, ma del fatto che la tecnica non può restar ferma allo stesso punto, deve continuamente perfezionarsi, che la vecchia tecnica deve essere messa da parte e sostituita da quella moderna e la tecnica moderna deve essere sostituita da quella modernissima.

Senza questo è inconcepibile il progresso della nostra agricoltura socialista, sono inconcepibili sia i grandi raccolti, che l’abbondanza dei prodotti agricoli. Ma che cosa significa togliere dalla circolazione centinaia di migliaia di trattori a ruote e sostituirli con trattori a cingoli, sostituire decine di migliaia di mietotrebbiatrici  invecchiate con mietotrebbiatrici nuove, creare nuove macchine, poniamo, per le culture tecniche? Significa sopportare spese di miliardi, che possono essere recuperati solo entro 6-8 anni.

Possono sopportare queste spese i nostri colcos, anche se sono milionari? No, non possono, perché non sono in grado di addossarsi spese di miliardi che possono essere recuperate solo entro 6-8 anni.

Solo lo Stato può prendere su di sé queste spese, perché esso e soltanto esso è in grado di addossarsi le perdite dovute all’accantonamento delle vecchie macchine e alla loro sostituzione con macchine nuove, perché esso e soltanto esso è in grado di coprire queste perdite in un periodo di 6-8 anni, compensando entro questo termine le spese sostenute.

Che cosa significa, dopo tutte queste considerazioni, chiedere la vendita delle stazioni di macchine e trattori trasferendone la proprietà ai colcos? Significa causare gravi perdite ai colcos e rovinarli, scalzare la meccanizzazione dell’agricoltura, diminuire i ritmi della produzione colcosiana. Di qui la conclusione: proponendo di vendere le stazioni di macchine e trattori e di trasferirne la proprietà ai colcos, i compagni Sanina e Vensger fanno un passo indietro verso l’arretratezza, cercano di far girare all’indietro la ruota della storia.

Ammettiamo per un istante di aver accettato la proposta dei compagni Sanina e Vensger e di aver cominciato a vendere e passare in proprietà ai colcos i principali strumenti di produzione, le stazioni di macchine e trattori. Quale sarebbe la conseguenza? La prima conseguenza sarebbe che i colcos diventerebbero proprietari dei principali strumenti di produzione, cioè verrebbero a trovarsi in una situazione di eccezione, quale non ha nessuna azienda del nostro paese, perché, come è noto, da noi neppure le aziende nazionalizzate sono proprietarie degli strumenti di produzione. Come si può giustificare questa situazione di eccezione dei colcos, con quali considerazioni di progresso, di movimento in avanti? Si può dire che questa situazione favorirebbe l’elevamento della proprietà colcosiana al livello di proprietà di tutto il popolo, che essa affretterebbe il passaggio della nostra società dal socialismo al comunismo? Non sarebbe più giusto dire che questa situazione potrebbe solo rendere più lontana la proprietà colcosiana dall’essere proprietà di tutto il popolo e determinerebbe non un avvicinamento al comunismo, ma un allontanamento da esso?

La seconda conseguenza sarebbe l’estendersi del campo d’azione della circolazione mercantile, perché un numero colossale di strumenti della produzione agricola cadrebbe nell’orbita della circolazione mercantile. Che ne pensano i compagni Sanina e Vensger: l’estendersi della sfera della circolazione mercantile può favorire la nostra avanzata verso il comunismo? Non sarebbe più giusto dire che tale estensione può solo frenare la nostra avanzata verso il comunismo?   L’errore fondamentale dei compagni Sanina e Vensger è di non capire la funzione e l’importanza della circolazione mercantile nel socialismo, di non capire che la circolazione mercantile è incompatibile con la prospettiva del passaggio dal socialismo al comunismo. Essi, evidentemente, ritengono che si possa passare dal socialismo al comunismo pur permanendo la circolazione mercantile, che la circolazione mercantile non possa impedire questo passaggio. Questo è un profondo errore, che nasce sulla base di una incomprensione del marxismo.

Engels, nel suo Antidühring, criticando la “comune economia” di Dühring operante nelle condizioni della circolazione mercantile, ha dimostrato in modo convincente che l’esistenza della circolazione mercantile deve inevitabilmente portare le cosiddette “comuni economiche” di Dühring alla rinascita del capitalismo. I compagni Sanina e Vensger, evidentemente, non sono d’accordo con questo.

Peggio per loro. Ma noi, marxisti, partiamo dalla nota tesi marxista secondo cui il passaggio dal socialismo al comunismo e il principio comunista della ripartizione dei prodotti secondo i bisogni escludono qualsiasi scambio mercantile, quindi anche la trasformazione dei prodotti in merci e al tempo stesso la loro trasformazione in valore.

Così stanno le cose per quanto riguarda la proposta e gli argomenti dei compagni Sanina e Vensger. Che cosa si deve fare, in fin dei conti, per elevare la proprietà colcosiana al livello di proprietà di tutto il popolo? Il colcos non è un’azienda di tipo ordinario. Il colcos lavora sulla terra e coltiva la terra, che da tempo non è più proprietà colcosiana, ma proprietà di tutto il popolo. Di conseguenza, il colcos non è proprietario della terra che lavora. Proseguiamo. Il colcos lavora servendosi dei principali strumenti di produzione, che non sono proprietà colcosiana, ma di tutto il popolo.

Di conseguenza, il colcos non è proprietario dei principali strumenti  di produzione. Ancora. Il colcos è un’azienda cooperativa; esso impiega il lavoro dei suoi membri e ripartisce fra loro le entrate in ragione delle giornate lavorative; inoltre il colcos ha sementi proprie, che annualmente si rinnovano e vengono immesse nella produzione. Si domanda: che cosa possiede propriamente il colcos, dov’è la proprietà colcosiana di cui può disporre in piena libertà, a suo piacimento? Tale proprietà è la produzione del colcos, il prodotto dell’attività produttiva colcosiana: il grano, la carne, il burro, i legumi, il cotone, la barbabietola, il lino, ecc., senza contare gli edifici e l’azienda personale dei colcosiani sul loro appezzamento.

 Il fatto è che una parte considerevole di questa produzione, le eccedenze della produzione colcosiana si riversano sul mercato ed entrano in questo modo nel sistema della circolazione mercantile. Appunto questa circostanza impedisce oggi di elevare la proprietà colcosiana al livello di proprietà di tutto il popolo. Perciò è precisamente da questo punto che si deve sviluppare il lavoro per elevare la proprietà colcosiana al livello di proprietà di tutto il popolo.

Per elevare la proprietà colcosiana al livello di proprietà di tutto il popolo è necessario escludere le eccedenze della produzione colcosiana dal sistema della circolazione mercantile e inserirle nel sistema dello scambio dei prodotti fra l’industria statale e i colcos.

Questa è la misura essenziale. Non abbiamo ancora un sistema sviluppato di scambio dei prodotti, abbiamo però embrioni di scambio dei prodotti nella forma di “smercantilizzazione” dei prodotti agricoli. Come è noto, la produzione dei colcos produttori di cotone, lino, barbabietole, ecc. già da tempo viene “smercantilizzata” non per intero, in verità, ma ad ogni modo “viene smercantilizzata”. Osserviamo tra parentesi che il termine “smercantilizzazione” è infelice e dovrebbe essere sostituito con il termine “scambio di prodotti”. Il compito è di organizzare questi embrioni di scambio dei prodotti in tutte le branche dell’agricoltura e svilupparli in un vasto sistema di scambio dei prodotti, in modo che i colcos, in cambio della loro produzione non ricevano solo danaro ma, principalmente, gli oggetti loro indispensabili.

Questo sistema richiederà un gigantesco aumento della produzione fornita dalla città alla campagna; perciò dovrà essere introdotto senza una fretta particolare, nella misura che si accumulano i prodotti della città. Ma questo sistema deve essere introdotto fermamente, senza esitazioni, restringendo gradualmente il campo d’azione della circolazione mercantile ed estendendo il campo d’azione dello scambio dei prodotti.

Questo sistema, restringendo il campo d’azione della circolazione mercantile, favorirà il passaggio dal socialismo al comunismo. Inoltre, esso permetterà di inserire la proprietà fondamentale dei colcos, il prodotto dell’attività produttiva colcosiana nel sistema generale della pianificazione nazionale. Questo sarà appunto un mezzo concreto e decisivo per elevare la proprietà colcosiana al livello di proprietà di tutto il popolo nelle nostre attuali condizioni. E’ vantaggioso questo sistema per i contadini colcosiani? è incontestabilmente vantaggioso. E’ vantaggioso perché i contadini colcosiani riceveranno dallo Stato una quantità molto superiore di prodotti e a prezzi più bassi di quelli della circolazione mercantile. Tutti sanno che i colcos i quali hanno col governo un contratto per lo scambio di prodotti (“smercantilizzazione”) ricavano vantaggi incomparabilmente maggiori a quelli dei colcos che non hanno questi contratti. Se il sistema dello scambio dei prodotti verrà esteso nel paese a tutti i colcos, questi vantaggi saranno goduti da tutti i nostri contadini colcosiani.

28 settembre 1952

 

Nota

6 F. Engels, Antidüring cit., p. 304.

testo in inglese : http://www.revolutionarydemocracy.org/Stalin/econprobs.htm#Reply2

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...."L’ineguaglianza dello sviluppo economico e politico è una legge assoluta del capitalismo. Ne risulta che è possibile il trionfo del socialismo all’inizio in alcuni paesi o anche in un solo paese capitalistico, preso separatamente...." Lenin -Sulla parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa-Pubblicato sul Sozial-Demokrat, n. 44, 23 agosto 1915.
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