Enver Hoxha APPUNTI SULLE TESI DEL X CONGRESSO DEL PARTITO COMUNISTA ITALIANO

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Enver Hoxha

 

APPUNTI SULLE TESI DEL X CONGRESSO  DEL PARTITO COMUNISTA ITALIANO

I dirigenti revisionisti del Partito Comunista Italiano, attenendosi alla linea revisionista tito-kruscioviana sull’evoluzione mondiale, sono arrivati alla conclusione che “l’imperialismo ha perduto quasi totalmente la sua base coloniale e [che] gli Stati e popoli liberi del vecchio mondo delle colonie si sforzano anch’essi di trovare e seguire una via di sviluppo economico che non sia più quella pesante e dolorosa dello sfruttamento capitalistico” (punto 1, § 2).

Essi affermano che “dagli Stati socialisti e, prima di tutto dall’ Unione Sovietica (chiaramente: dai revisionisti sovietici e dai loro sostenitori), parte oggi una sfida alla competizione pacifica con le classi dirigenti borghesi, per la costruzione di un ordinamento economico e sociale nel quale siano soddisfatte tutte le aspirazioni degli uomini e dei popoli alla libertà, al benessere, all’indipendenza, al completo sviluppo e rispetto della persona umana, alla pacifica collaborazione fra tutti gli Stati”. La linea revisionista di Krusciov e di Togliatti verso la riconciliazione con l’imperialismo, verso la loro “integrazione pacifica” politica, economica e sociale con l’imperialismo, non potrebbe essere espressa più chiaramente.

Sviluppando, più avanti, le loro tesi sul problema della realizzazione della pace, i revisionisti italiani hanno svelato il loro vero volto di pacifisti affermando che sono pronti a fare ogni concessione sul piano ideologico, politico ed organizzativo. E questa disposizione, per essi, è perfettamente logica, in quanto si fonda su tutta una concezione teorica che è loro propria, e che consiste nel considerare la presa del potere senza lotta armata, soltanto per mezzo di riforme di struttura, per via pacifica, per via evolutiva.

Secondo loro, la borghesia italiana e la borghesia internazionale finiranno per arrendersi, naturalmente col tempo e dopo qualche “infiammato” discorso di Togliatti e di Pajetta in Parlamento.

Le tesi indicano: “Si fanno strada anche nei gruppi dirigenti tendenze che faticosamente si muovono verso il riconoscimento della necessità che una nuova guerra mondiale venga evitata. Questa tendenza esiste anche nel gruppo politico che fa capo al nuovo Presidente degli Stati Uniti d’ America, che, a tale scopo, ha tentato d’elaborare una nuova strategia che permette di garantire, pur accettando una certa distensione nelle relazioni internazionali e l’abbandono delle forme coloniali tradizionali, la prevalenza economica e politica dell’imperialismo.” (punto 4, a metà del § 1).

Jruschov y Breznev (1964)Cosa vuol dire ciò? Molto semplicemente che i revisionisti italiani affermano che i gruppi dirigenti imperialisti, perfino il gruppo Kennedy (dunque il fior fiore dell’imperialismo), tendono ad aderire all’idea che la guerra debba essere evitata, che diventano pacifici; e, sempre secondo loro, ciò si manifesta nella “strategia fondamentale dell’imperialismo”, proclamata da Kennedy, là dove si troverebbe qualcosa di “nuovo” come la tendenza “alla distensione nelle relazioni internazionali e il rifiuto delle forme tradizionali colonialiste”; ed affermano tutto questo ciò senza tener conto del fatto che ciò ha lo scopo di garantire il predominio economico e politico dell’imperialismo (naturalmente dell’imperialismo “pacifico”).

Non si trova qui espressa chiaramente la famosa tesi di tutti i revisionisti moderni secondo la quale la natura dell’imperialismo sarebbe, a loro dire, cambiata? La direzione revisionista del P. C. italiano vede nel “gruppo Kennedy” un nuovo elemento di progresso, realista, pronto a fare delle concessioni a favore della pace e del socialismo, che condanna il colonialismo (indipendentemente dal fatto che esso stabilisce una nuova forma  colonialista). In breve, il gruppo togliattiano “getta fiori” a Kennedy e al suo gruppo.

D’altra parte, tenendo conto di questa loro sottomissione all’imperialismo americano, si comprende bene quale valore possono avere le polemiche dei dirigenti del P. C. italiano nei confronti della borghesia italiana, con la quale essi si sono uniti e si uniranno ancor più domani sulle questioni più fondamentali. Essi saranno ridotti alla condizione di servi dell’imperialismo americano, così come lo sono i dirigenti della grande borghesia italiana. In questo modo l’aristocrazia operaia italiana si arruola con passo sicuro sulla via dei servi del capitale.

Nelle sue tesi, la direzione del P.C. italiano giunge fino ad attribuire la responsabilità dell’ aggressione contro Cuba, l’intensificazione della corsa al riarmo, ecc. non allo stesso Kennedy, ma alla pressione dei “gruppi militari”, di qualche cattivo elemento del suo apparato, che fa pressione su quell’“uomo buono, democratico e pacifico” che è Kennedy.

Più oltre è detto: “Sarebbe tuttavia errato negare che elementi di differenziazione continuano a manifestarsi nei gruppi dirigenti dell’imperialismo. Ciò rende oggi più facile isolare i gruppi oltranzisti, che esistono in ogni paese e fanno capo, da un lato allo Stato maggiore e alle organizzazioni tendenzialmente fasciste degli USA, dall’altro lato al militarismo tedesco e al militarismo francese, uniti nel combattere le prospettive di una distensione internazionale e del consolidamento della pace.” (punto 4 § 1, più in basso).

Così, secondo le tesi del X Congresso del P. C. italiano, appoggiandosi su questa “brava gente” diversamente, si può facilmente venire a capo degli estremisti, dei militaristi, dei fascisti, ecc.

Fondando le sue speranze sulla buona volontà di questa “brava gente”, la direzione del P. C. italiano arriva alla conclusione revisionista che è dunque possibile instaurare la coesistenza pacifica, risolvere i problemi economici e politici, eliminare le divergenze e “non esportare né la controrivoluzione, né la rivoluzione”. E le tesi precisano: “Le lotte per questi obiettivi devono condursi escludendo tanto la prospettiva di una nuova guerra mondiale, quanto la possibilità di interventi stranieri diretti ad “esportare” sia la controrivoluzione che la rivoluzione.” (punto 4, più in basso). Secondo costoro, fino ad oggi la rivoluzione è stata esportata, ed in questo campo “l’occhio e la mano di Mosca” sono sempre stati presenti.

Ne seguirebbe logicamente, sempre secondo i revisionisti italiani, che “se la rivoluzione non fosse stata esportata” non vi sarebbero state queste preoccupazioni, poiché, in fin dei conti, ci sarebbe stata soltanto la Rivoluzione d’Ottobre, e basta!; la borghesia e la sua “democrazia” con i suoi benefici, come il terrore, gli assassinii, le misure di repressione e lo sfruttamento dei lavoratori, avrebbero, attraverso un processo di sviluppo, portato il “progresso”, il socialismo. Ne deriva dunque che la “coesistenza” esaltata dai revisionisti italiani racchiude in sé “una garanzia per l’imperialismo mondiale”, frena l’estensione della rivoluzione, della lotta della classe operaia, della dittatura del proletariato, ecc. Si tratta qui ovviamente dell’integrazione del socialismo nel capitalismo, ciò che è ancora più spregevole delle teorie opportuniste di Kautsky e di Bernstein.

Infatti i revisionisti moderni italiani, non contenti di dare assicurazioni all’imperialismo a questo proposito, si sono anche assunti il compito di scalzare il socialismo là dove esso ha trionfato, e di estinguere e soffocare la rivoluzione, là dove sono state create le condizioni per il suo scoppio. Indubbiamente, l’imperialismo ha bisogno di servi come Krusciov, Togliatti, Tito, ecc. per metterli in azione a suo vantaggio e prolungare la sua esistenza. Ma, per quanto facciano, imperialisti e revisionisti vedranno i loro sforzi fallire, poiché le rivoluzioni scoppieranno, la classe operaia e gli altri oppressi si organizzeranno e si scateneranno.

 In definitiva, l’imperialismo non può sfuggire alla morte. Ma, nel frattempo, non disarma e non rinuncia neppure alle sue intenzioni di dominare il mondo e distruggere il socialismo.E’ per queste ragioni che le teorie revisioniste al servizio della strategia imperialista devono essere smascherate aspramente ed estirpate alla radice. I revisionisti moderni sono diventati arroganti, hanno oggi a disposizione il potere economico e militare, e sfruttano ai loro fini il potenziale e l’autorità dell’Unione Sovietica e del Partito bolscevico.

Perciò colpirli con dei guanti, è, se così posso esprimermi, come pungere un elefante con uno spillo; quello che occorre, al contrario, è portare senza tregua dei colpi mortali nei loro confronti, in modo da strappar loro la maschera, far vedere ai popoli e ai comunisti il loro vero volto e tutta la loro putrefazione, e impedir loro di nasconderlo.

Così, i revisionisti italiani, attraverso le tesi che hanno proclamato, “predicano e lottano” per un mondo pacifico, dove tutti fraternizzano “sotto il segno della croce”. I comunisti e la classe operaia, secondo loro, devono mostrarsi calmi, tolleranti, non alzare troppo la voce, e in alcun modo prendere le armi né agire contro quelli che detengono il potere e la forza, poiché questi saranno portati essi stessi a fare delle concessioni da se (e bisogna pure che ne facciano qualcuna, che distribuiscano qualche elemosina!) in nome della pace, in nome del “progresso” , a favore dei poveri, ecc., ecc. E’ all’incirca il sermone del papa in Vaticano “Pace in terra e in cielo”, (in altri termini la fraternità e l’ armonia tra i ricchi e i poveri).

Così Togliatti e gli altri traditori del marxismo-leninismo che seguono le sue orme vogliono rendere sicura la loro tranquillità, le loro residenze, le loro auto, i loro seggi alla Camera e al Senato, ecc. “ in nome del comunismo e grazie alla coesistenza pacifica”, mentre i perturbatori di “questa divina religione romana” sono tacciati di “traditori”, “dogmatici”, “settari”, “stalinisti”, “ guerrafondai”, ecc. ecc. Più oltre, i revisionisti italiani scrivono nelle loro tesi: “Il colpo dell’ azione politica e di massa deve essere concentrato in primo luogo contro i gruppi oltranzisti dello schieramento imperialistico, contro i fautori aperti di acutizzazione della situazione internazionale e di guerra, per smascherarli, isolarli e batterli.” (punto 5, § 1).

I revisionisti italiani vogliono dire con ciò che le masse devono indirizzare anche questa lotta, che a loro spetta condurre, non contro i gruppi come quello del “buon Kennedy”, ma contro gli estremisti e i militaristi.

Quindi i revisionisti predicano di fare una distinzione là dove questa in realtà non può esservi, mentre è interesse dell’imperialismo fare, per finta, una “distinzione” affinché il lupo “sotto una pelle d’agnello” possa affilare i suoi denti. Ecco quale è la teoria dei revisionisti.

Per quanto riguarda la politica dei governanti italiani, le tesi, invocando “la pace e la politica pacifica” che questi ultimi dovrebbero, a sentir loro, seguire, ammettono che l’esistenza del Mercato Comune non deve fermare la lotta per la pace. Vi è detto: “Anche il cosiddetto “europeismo” dei nostri governanti si è finora inserito in questo quadro (di appoggio all’ imperialismo americano). Invece, l’adesione al MEC non può e non deve far ostacolo ad un’azione di pace” (punto 5, § 5). In altri termini, i revisionisti italiani suppongono che il Mercato Comune sia un’organizzazione capitalista che non impedisce, ma contribuisce alla pace, e che possiamo, quindi, “accettare”. E, accettando il Mercato Comune, essi suggeriscono, più oltre, di lottare soltanto contro gli “estremisti e i militaristi” che vi si sono introdotti. Così, secondo i revisionisti italiani, il Mercato Comune Europeo è “un passo avanti” verso il socialismo.

Le tesi del X° Congresso del P. C. italiano sostengono inoltre che il predominio economico del capitalismo americano verso gli altri paesi capitalisti è in declino (tutto il punto 6).

Il primo paragrafo del punto 7 delle tesi indica: “Particolarmente nociva risulta essere stata la tendenza ad imitare meccanicamente e ad applicare un solo modello di costruzione di una economia e di una società socialiste, senza tener conto delle diverse condizioni storiche, della diversa situazione politica concreta, delle tradizioni e necessità di ogni paese. Questo indirizzo errato, contrario ai principi del marxismo e all’insegnamento di Lenin, non poteva non avere conseguenze economiche e politiche dannose, a volte aggravate da forme di restrizione della vita democratica, che non erano giustificate da circostanze eccezionali, di dura lotta di classe, di guerra civile e di intervento straniero per schiacciare la rivoluzione”.

Con ciò, i revisionisti italiani evocano e condannano il presunto fatto che “i paesi socialisti stabiliscono gli stessi modelli di economia e di società socialisti senza tenere conto delle differenze di condizioni storiche, politiche, delle tradizioni” ecc. In altri termini, secondo i revisionisti italiani, tutti noi paesi socialisti dovremmo, nell’edificazione del socialismo, seguire la via che ci traccia Togliatti, il quale, com’è risaputo, non ha potuto prendere il potere, non ha potuto costruire il socialismo, e non riuscirà mai a costruirlo attraverso la sua via revisionista. Secondo loro, noi avremmo copiato, spinto più avanti ed imposto “i funesti metodi dogmatici sovietici”.

Così l’universale esperienza sovietica del periodo di Lenin e di Stalin è rigettata, o ridotta in macerie dai revisionisti italiani. Ma ciò che i revisionisti non dicono è che da noi, che abbiamo applicato questa esperienza, il contadino, ad esempio, vive bene, mentre proprio il contadino italiano non ha un pollice di terra, non ha da mangiare, e ciò nonostante le “forme e i metodi di Togliatti” che, lungi da avergli portato alcunché, hanno al contrario ancora più aggravato la sua situazione. Essi “dimenticano” di dire che da noi l’industria è nelle mani della classe operaia, mentre là dove Togliatti “lotta”, sono i capitalisti che hanno il dominio su di essa, o anche che nel paese in cui Togliatti fa ascoltare i suoi sermoni le banche succhiano il sangue del popolo, mentre da noi esse sono nelle mani del popolo e funzionano soltanto nel suo interesse. E così via. Ne risulta dunque che i “filosofi” revisionisti italiani passano il loro tempo in chiacchiere e non in cose serie, pontificano, e, “essendo essi stessi a piedi, compatiscono il cavaliere caduto da cavallo”.

Sostenendo queste tesi, i revisionisti italiani tendono a tre obiettivi: denigrare l’edificazione del socialismo nei nostri paesi; sostenere e considerare come normali e giuste le deviazioni revisioniste nell’edificazione del socialismo in Jugoslavia ed in Polonia; e, non solo discolparsi per non aver fatto nulla, ma far credere che essi “hanno agito bene”, poiché “la linea della nuova struttura, che essi raccomandano, li condurrà al socialismo.”

Così, essi si atteggiano a “pontefici” del marxismo e a “guide ideologiche” di tutti i “partiti” che non hanno ancora costruito il socialismo. I revisionisti italiani consigliano a questi “partiti” di guardarsi dagli “incresciosi” orientamenti staliniani e di volgere i loro sguardi verso Roma. Tutte le strade portano a Roma!.. e il papa (“ marxista”) è Togliatti & C.

Nel passaggio appena citato del primo § del punto 7, si trova espresso apertamente il punto di vista dei revisionisti italiani secondo il quale le pretese “deformazioni del marxismo-leninismo” nell’edificazione del socialismo in Unione Sovietica e nei nostri paesi non erano affatto obbligatorie, poiché non esistevano, secondo loro, né una pressione ostile, né una lotta di classe (ed essa non aveva, del resto, ragion d’essere!) e la rivoluzione non era minacciata dall’esterno! Questi traditori sono dunque giunti fino a falsificare la storia, a nascondere la politica aggressiva degli imperialisti, le loro minacce e i loro attacchi contro l’Unione Sovietica e gli altri paesi socialisti. Con ciò, essi non fanno che mostrare ancora una volta che sono soltanto dei lacchè dei capitalisti.

Più avanti, alla fine del § 5 ed al § 7 del punto 7, i revisionisti italiani scrivono: “Il valore primario dell’esperienza compiuta in Unione Sovietica non deve quindi escludere la giusta valutazione dell’esperienza compiuta, in altre condizioni, nella Cina popolare, in Polonia, nelle altre democrazie popolari, a Cuba, nella Jugoslavia. Il dissenso da alcune posizioni sostenute dai comunisti jugoslavi, ad esempio, non può e non deve portare a trascurare lo studio e l’ approfondimento e a negare il valore di ciò che essi hanno fatto e fanno, seguendo una via loro.”

“La risoluzione approvata dagli organi dirigenti del P.C.I. nel mese di novembre 1961, nel corso della discussione sui risultati del XXII° Congresso del P.C.U.S., si muove secondo questa linea ed è fondamentalmente giusta. Essa indica un approccio di ricerca, di dibattito e di approfondimento sulla quale è necessario procedere, sollecitando l’aiuto di dirigenti anche di altri partiti, che direttamente hanno vissuto l’esperienza della conquista del potere e della costruzione socialista.”

Ne risulta chiaramente che i dirigenti del P.C. italiano minimizzano gli errori e le deviazioni revisioniste jugoslave (non parliamo del tradimento aperto della Jugoslavia e del suo essersi messa totalmente al servizio degli USA, che i revisionisti italiani neppure ricordano), a tal punto che essi mettono in primo piano, secondo loro sotto una forma “critica”, l’esperienza jugoslava dell’“edificazione del socialismo” in questo paese (essi, infatti, la sottolineano in modo particolare e in misura sempre maggiore). A questo proposito, essi ribadiscono la “giustezza” delle tesi del loro congresso del 1960, presentandosi come il centro intorno al quale devono raccogliersi gli altri partiti al fine di definire le vie da seguire per l’edificazione del socialismo nel mondo. Secondo le tesi dei revisionisti italiani, i popoli che lotteranno d’ora in poi per prendere il potere e costruire il socialismo devono seguire “delle nuove vie”, applicare “delle nuove forme”, “dei nuovi metodi”, e, quanto all’esperienza acquisita dai paesi socialisti, questa si limiterà ad esercitare un’influenza spontanea, sarà messa in “gabbia”, per essere ammirata da lontano. Tutto, secondo questi revisionisti, sarà conquistato senza colpo ferire, senza che sia sparato un solo colpo di fucile!

Queste tesi mettono in primo piano le premesse, che sono completamente revisioniste, rivestendole poi di una decorazione per mascherare il tradimento. I revisionisti pretendono che: “L’estensione sempre più grande del sistema del capitalismo monopolistico di Stato significa, oggettivamente, il maturare delle condizioni per il passaggio al socialismo.” (punto 8, inizio del § 3)

E naturalmente, come tutti i revisionisti, anche i dirigenti del P. C. italiano, dopo uno sproloquio sulle rivendicazioni delle masse, sulla “lotta democratica di massa”, ne ricavano la conclusione che le trasformazioni e la presa del potere da parte della classe operaia si realizzeranno attraverso la via parlamentare. “Una funzione di primo piano -è detto nelle tesi -può spettare, in questo campo, agli istituti parlamentari, qualora sia attiva in essi una forte corrente democratica e socialista, radicata nel popolo e collegata sempre a un movimento di massa.” (punto 8, fine del § 3). La lotta parlamentare è il “fulcro” “fondamentale” di tutte le “lotte” dei revisionisti.

Per i revisionisti italiani, vi sono due tipi di lotte: “la lotta per la democrazia” e “la lotta per il socialismo”; l’una deve influire sull’altra. In cosa consiste questa democrazia?! E cosa intendono i revisionisti italiani per socialismo? Essi costruiscono tutta questa teoria falsa, antimarxista, per avanzare le loro nefaste tesi revisioniste che mirano alla liquidazione della dittatura del proletariato, alla liquidazione del ruolo dirigente della classe operaia. Nelle tesi è detto: “In queste condizioni, lo stesso termine di dittatura del proletariato può assumere un contenuto diverso da quello che esso ebbe durante gli anni duri della guerra civile e della prima costruzione socialista, in un paese accerchiato dal capitalismo.” (punto 8, inizio del § 3). In breve, i revisionisti italiani affermano che i tempi della dittatura del proletariato sono passati, poiché, in quei tempi, all’epoca “di Noè”, i paesi erano accerchiati da Stati capitalisti.

Ma Togliatti e i suoi mestieranti, che pretendono di voler edificare il socialismo, non soltanto sono accerchiati dal capitalismo, ma l’hanno insediato nei loro focolari. A quanto sembra, tuttavia, questi “eroi” revisionisti intendono persuadere questo nemico armato fino ai denti e insediato a casa loro, intendono ricongiungerlo a loro, senza dolore, con dolcezza, con il sorriso! Tutte queste tesi vanno a sostenere le tesi kruscioviane, secondo le quali l’imperialismo ha perduto i suoi denti, è diventato ragionevole, non prepara la guerra, il pericolo dell’imperialismo non esiste più, l’accerchiamento capitalista non esiste più, ecc. ecc.

Soltanto, su questa via “così giusta, così sicura” -dicono i revisionisti italiani -noi ci scontriamo con degli ostacoli che sono, da una parte, “il revisionismo riformista” (al quale essi non dedicano che una sola riga, giusto per la forma, e naturalmente con l’intento di atteggiarsi ad autentici marxisti-leninisti) e, dall’altra parte e soprattutto, i dogmatici, “l’estremismo settario” (un punto al quale essi dedicano non una, ma decine di righe, e si comprende facilmente il perché).

Tuttavia, riguardo ai primi, (i revisionisti riformisti), le tesi raccomandano il ravvicinamento, e ciò non soltanto con le masse dei partiti socialdemocratici, non soltanto con i loro sindacati, ma anche con i capi di questi partiti; non è detta una sola parola sulla lotta ideologica contro di loro, come, naturalmente, su nessuna forma di lotta. Quanto ai dogmatici e ai settari, si raccomanda di condurre contro di loro una lotta ideologico-politica rigorosa, di smascherarli, di mandarli in rovina. E anche questa posizione, da parte dei revisionisti, è molto comprensibile.

In queste tesi (tutto l’ultimo § del punto 8) si ammette che la lotta della classe operaia italiana e degli altri paesi capitalisti dell’Europa occidentale è in declino. Ma i dirigenti revisionisti dei partiti comunisti di questi paesi non se ne assumono essi stessi la responsabilità, non attribuiscono questo fenomeno alla loro linea erronea, al loro tradimento revisionista e alla loro sottomissione al capitale in generale. Questo difetto nessuno vuole prenderlo a suo carico. Il difetto è diventato come un pesante vestito che nessuno vuole

indossare neppure in inverno, e ancor meno in estate! I revisionisti italiani mettono impudentemente nel novero dei documenti storici che hanno definito gli “obiettivi” del comunismo internazionale e la “via che quest’ultimo deve seguire”, anche la risoluzione della Conferenza di Roma di 17 partiti comunisti europei, nella quale, naturalmente, sono emerse grandi divergenze (punto 10, inizio del § 2).

Immediatamente dopo, nelle tesi è enunciato il giudizio seguente: “Nell’ambito della linea fissata da questi documenti, è necessario che ciascun partito si muova in modo autonomo, adeguando le sue posizioni politiche, la sua azione, le sue forme di organizzazione e di vita interna alle particolari condizioni economiche e politiche del proprio paese, alle sue tradizioni, alle forme della sua vita democratica, agli obiettivi immediati che in esso si presentano”… (punto 10, § 2).

Da tutte queste valutazioni e da altre ancora, risulta che le tesi del X Congresso del P. C. italiano spezzano questa linea unica, ed in particolare i documenti delle due conferenze di Mosca del 1957 e del 1960, che devono essere applicati da tutti i partiti comunisti ed operai; [e lo fanno] ponendo tante condizioni specifiche che sboccano sulla via di Krusciov, il quale ha definito la Dichiarazione di Mosca del 1960 come “ un compromesso che non farà fuoco a lungo”. In realtà, le tesi italiane gettano questa Dichiarazione nel cestino.

Per sostenere questa aperta deviazione, i revisionisti italiani “citano il marxismo-leninismo”. Ma essi dimenticano che la Dichiarazione non riflette l’ esperienza di un partito, ma l’ esperienza di tutto il movimento comunista mondiale. Gli 81 partiti comunisti ed operai hanno portato a Mosca la loro esperienza, e hanno fissato in questa Dichiarazione l’essenza di questa esperienza e gli orientamenti da seguire per il futuro. Sono degli orientamenti fondamentali e non dei piccoli dettagli, propri di alcuni partiti, quelli che Togliatti vuole applicare secondo la situazione, le condizioni sociali, religiose, ecc., ecc.!

E per sostenere ancora questa tesi “ben fondata”, i revisionisti italiani attaccano, come fanno soltanto i traditori, il nostro Partito del Lavoro, per la sola ragione che esso difende con rigore il marxismo-leninismo e la dichiarazione di Mosca degli 81 partiti comunisti ed operai. Nelle loro tesi essi dedicano ai loro attacchi contro di noi non meno di 28 righe, un record rispetto allo spazio accordato ad altre questioni: “Nel contrasto con i dirigenti del Partito del Lavoro di Albania sono venuti alla luce dissensi profondi. Essi riguardano il problema del rapporto tra la costruzione del socialismo ed il rispetto dei principi della democrazia, tra il rafforzamento e lo sviluppo delle funzioni del partito comunista e l’esistenza nelle sue file di un regime interno di centralismo democratico. Essi riguardano, inoltre, la solidarietà e l’unità del movimento comunista internazionale e dei paesi socialisti, nella lotta per la loro stessa difesa contro l’imperialismo. I dirigenti del Partito del Lavoro di Albania hanno abbandonato l’internazionalismo, hanno respinto la linea comune del movimento comunista, si sono posti sul terreno di polemiche velenose e false, del frazionismo aperto, della disgregazione delle nostre file.

Le loro posizioni sono da respingersi e condannarsi senza esitazione, augurando che essi riescano a ritrovare la via del marxismo, del leninismo e dell’internazionalismo proletario.” (punto 10, § 4). Nessun altro partito è chiamato in causa nelle loro tesi. Ciò attesta il timore che essi hanno dello spirito di giustizia del P.L.A., il loro timore della nostra giusta linea, che li smaschera; ciò mostra che l’immensa maggioranza dei comunisti nel mondo sostiene la giusta linea del nostro partito. Ecco perché i revisionisti italiani si appellano affinché veniamo smascherati.

Ma ciò è precisamente l’opposto che si è verificato e che si verificherà. I revisionisti italiani propongono inoltre nelle loro tesi una variante camuffata dell’integrazione economica dei paesi capitalisti e socialisti. Essi giungono fino a precisare nelle loro tesi che ciò deve riguardare i paesi europei. Al punto 10 § 10, si può leggere: “Ma occorre intanto battersi, nel quadro della lotta mondiale per la pace e la coesistenza pacifica, per una politica di cooperazione economica internazionale, che permette di superare i contrasti che oggi si oppongono a un più rapido sviluppo economico che si traduca in progresso sociale.

 In particolare in Europa è necessario sviluppare un’iniziativa unitaria, per porre le basi di una cooperazione economica europea, anche tra Stati a diversa struttura sociale, che permetta, nel quadro degli organismi economici ed politici dell’ONU, di intensificare gli scambi, di eliminare o ridurre gli ostacoli doganali, di intervenire in comune per favorire il progresso nelle aree sottosviluppate.” Così, con le loro tesi, i revisionisti italiani si avvicinano alle tesi di Tito, alle tesi di Krusciov, e infine alle tesi fondamentali di Kennedy: “prima l’integrazione dell’Europa, poi la sua integrazione con l’America…”.

Tesi per un articolo, redatte nel novembre 1962. Apparse per la prima volta nel tomo 24 delle Opere complete.

La crisi del revisionismo moderno italiano, Ed. 8 Nentori, Tirana, 1977, pp. 51-67.

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...."L’ineguaglianza dello sviluppo economico e politico è una legge assoluta del capitalismo. Ne risulta che è possibile il trionfo del socialismo all’inizio in alcuni paesi o anche in un solo paese capitalistico, preso separatamente...." Lenin -Sulla parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa-Pubblicato sul Sozial-Demokrat, n. 44, 23 agosto 1915.
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