V. I. Lenin : Sotto la bandiera altrui

 V. I. Lenin : Sotto la bandiera altrui  – 1915

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Nel n.1 del Nasce Dielo (Pietrogrado, gennaio 1915) è stato pubblicato un articolo programmatico assai caratteristico del signor A. Potresov: Sul limitare di due epoche. Come già un precedente articolo dello stesso autore, pubblicato qualche tempo fa in una rivista, questo articolo espone le idee fondamentali di tutta una corrente borghese del pensiero sociale in Russia, la corrente liquidatrice, sulle questioni più importanti e scottanti del nostro tempo, A dire il vero, non si tratta di articoli, ma del manifesto di una determinata tendenza, e chiunque li leggerà attentamente e rifletterà sul loro contenuto vedrà che solo considerazioni casuali, cioè estranee agli interessi puramente pubblicistici, hanno impedito all’autore (e ai suoi amici, perché l’autore non è solo) di esprimere i suoi pensieri nella forma che sarebbe più appropriata, quella della dichiarazione o del «credo».

L’idea principale di A. Potresov è che la democrazia moderna si trova sul limitare di due epoche, e la differenza fondamentale fra la vecchia epoca e la nuova sta nel passaggio dalla limitatezza nazionale all’internazionalismo. Per democrazia moderna A. Potresov intende la democrazia propria della fine del XIX e dell’inizio del XX secolo, che differisce dalla vecchia democrazia borghese, propria della fine del XVIII secolo e dei primi due terzi del XIX.

A prima vista può sembrare che l’idea dell’autore sia assolutamente giusta; che ci troviamo di fronte a un avversario della tendenza nazional-liberale, oggi dominante nella democrazia moderna; che l’autore sia un «internazionalista», e non un nazional-liberale.

Infatti, la difesa dell’internazionalismo, il sostenere che la limitatezza nazionale e l’esclusivismo nazionale sono caratteristiche di un’epoca ormai passata, non vuol forse dire rompere decisamente con l’epidemia del nazional-liberalismo, questa piaga della democrazia moderna o, più esattamente, dei suoi rappresentanti ufficiali?

A prima vista è non solo possibile, ma quasi inevitabile, che si abbia questa impressione. E invece è un errore profondo. L’autore fa passare la sua merce sotto una bandiera altrui. Egli si è servito – consapevolmente o inconsapevolmente, questo poco importa nel nostro caso – di una piccola astuzia di guerra, ha innalzato la bandiera dell’«internazionalismo» per contrabbandare senza rischi, sotto questa bandiera, la merce nazional-liberale. Perché A. Potresov è indubbiamente un nazional-liberale.

Il nocciolo del suo articolo (e del suo programma, della sua piattaforma, del suo «credo») sta proprio nell’impiego di questa piccola furberia di guerra, ingenua, se volete, nel far passare l’opportunismo sotto la bandiera dell’internazionalismo. Bisogna soffermarsi a chiarire questo punto nodale in ogni particolare, perché si tratta di una questione d’importanza immensa, primaria. E l’utilizzazione di una bandiera altrui da parte di A. Potresov è tanto più pericolosa in quanto egli si nasconde non solo dietro al principio dell’«internazionalismo», ma anche dietro al titolo di sostenitore della «metodologia marxista».

In altre parole, A. Potresov vuole essere un autentico seguace e rappresentante del marxismo, mentre in realtà sostituisce al marxismo il nazional-liberalismo. A. Potresov vuole «correggere» Kautsky, accusandolo di fare l’«avvocato», cioè di difendere il liberalismo del colore ora dell’una ora dell’altra nazione, il liberalismo del colore di diverse nazioni. A. Potresov vuole contrapporre l’internazionalismo e il marxismo al nazional-liberalismo (perché è assolutamente indubbio e incontestabile che oggi Kautsky è diventato un nazional-liberale). Ma in effetti A. Potresov contrappone al nazional-liberalismo variopinto un nazional-liberalismo monocolore. E invece il marxismo è ostile – e, nell’attuale concreta situazione storica, è ostile sotto tutti i rapporti – a qualsiasi nazional-liberalismo.

Che sia proprio cosi, e perché sia cosi, lo diremo adesso.

I

Il lettore capirà più facilmente il perché delle disavventure di A. Potresov, che lo hanno portato a navigare sotto la bandiera nazional-liberale, se riuscirà a penetrare il senso del seguente passo del suo articolo:

«…Con tutta la passione che era loro propria (a Marx e ai suoi compagni) essi si mettevano con fervore alla ricerca di una soluzione del problema, per quanto esso fosse complesso; facevano la diagnosi del conflitto, cercavano di determinare il successo di quale campo avrebbe aperto più spazio alle possibilità che consideravano desiderabili, e in tal modo stabilivano la base sulla quale costruire la loro tattica» (p. 73, il corsivo nella citazione è nostro),

«II successo di quale campo è più desiderabile»: ecco che cosa bisogna stabilire, e per di più non da un punto di vista nazionale, ma internazionale; ecco la sostanza della metodologia marxista; ecco che cosa Kautsky non indica, trasformandosi in tal modo da «giudice» (da marxista) in «avvocato» (nazional-liberale). Questa è l’idea di A. Potresov. Egli stesso è profondamente convinto di non fare affatto l’«avvocato», sostenendo che il successo di una delle parti (e precisamente della sua parte) è più desiderabile, ma di lasciarsi guidare da considerazioni veramente internazionaliste sui peccati «incommensurabili» dell’altra parte…

E Potresov, Maslov, Plekhanov, ecc. si lasciano guidare da considerazioni veramente internazionaliste, giungendo alle stesse conclusioni del primo fra loro… E’ talmente ingenuo che… ma non anticipiamo, e finiamo prima di tutto l’analisi della questione puramente storica.

Marx ha determinato «il successo di quale campo è più desiderabile», per esempio, durante la guerra d’Italia del 1859. A. Potresov si ferma proprio su questo esempio, «che ha per noi un interesse specifico, in considerazione di alcune sue particolarità». Anche noi, da parte nostra, acconsentiamo ad assumere l’esempio scelto da A. Potresov. Napoleone III nel 1859 dichiarò la guerra all’Austria dicendo che lo faceva per liberare l’Italia, ma in realtà per raggiungere i suoi scopi dinastici.

«Dietro le spalle di Napoleone III, – scrive A. Potresov, – si disegnava la figura di Gorciakov, che aveva appena concluso un trattato segreto con l’imperatore dei francesi». Ne vien fuori un groviglio di contraddizioni: da una parte la monarchia più reazionaria d’Europa, che opprime l’Italia, dall’altra parte i rappresentanti, Garibaldi compreso, dell’Italia rivoluzionaria che si sta liberando, i quali procedono fianco a fianco con l’arcireazionario Napoleone III, ecc. «Non sarebbe stato più facile – scrive A. Potresov – allontanarsi dal peccato, dicendo: “Tutti e due sono pessimi”? Però né Engels, né Marx, né Lassalle si sono lasciati allettare dalla “semplicità” di tale soluzione, e si sono messi a indagare» (A. Potresov vuol dire: a studiare ed esaminare) «la questione: quale sbocco del conflitto poteva offrire più possibilità di successo alla causa che era cara a tutti loro?»

Marx ed Engels ritenevano, contrariamente a Lassalle, che la Prussia dovesse intervenire. Fra le loro considerazioni, a quanto Potresov stesso riconosce, vi era anche quella «che in seguitò allo scontro con la coalizione nemica potesse sorgere in Germania un movimento nazionale che si sarebbe esteso, scavalcando i suoi numerosi potentati; e che si dovesse cercare quale fra le potenze del concerto europeo costituisse il male principale: se la monarchia reazionaria del Danubio o gli altri rappresentanti più in vista di questo concerto».

Per noi ha poca importanza, conclude Potresov, sapere se avesse ragione Marx o Lassalle; l’importante è che tutti erano d’accordo sulla necessità di determinare, da un punto di vista internazionale, a quale campo fosse preferibile che andasse la vittoria.

Questo è l’esempio preso da A. Potresov, questo è il ragionamento del nostro autore. Se allora Marx ha saputo «soppesare i conflitti internazionali»(l’espressione è di A. Potresov), nonostante il carattere estremamente reazionario dei governi di entrambe le parti belligeranti, anche oggi i marxisti sono tenuti a fare un analogo esame, conclude Potresov.

Questa conclusione è puerilmente ingenua oppure grossolanamente sofistica, perché si riduce a questo: siccome Marx nel 1859 voleva risolvere la questione: quale è la borghesia di cui si deve preferire il successo?, anche noi, dopo più di mezzo secolo, dobbiamo risolvere esattamente la stessa questione.

A. Potresov non ha notato che per Marx la domanda posta nel 1859 (e in una serie di altri casi successivi), «il successo di quale campo è più desiderabile?», equivale alla domanda: «il successo di quale borghesia è più desiderabile?». A. Potresov non ha notato che Marx si poneva la domanda in un momento in cui esistevano – e non solo esistevano, ma si ponevano in primo piano nel processo storico dei più importanti Stati d’Europa – movimenti borghesi incontestabilmente progressivi. Ai giorni nostri sarebbe ridicolo perfino pensare a una borghesia progressiva, a un movimento borghese progressivo quando si parla, per esempio, di figure indubbiamente centrali e importanti del «concerto» europeo come l’Inghilterra e la Germania.

La vecchia «democrazia» borghese di queste potenze centrali e importanti è diventata reazionaria. Ma il signor A. Potresov lo ha «dimenticato» e ha sostituito al punto di vista della democrazia moderna (non borghese) il punto di vista della vecchia pseudo-democrazia (borghese). Questo passaggio alle posizioni di un’altra classe, e per di più di una classe vecchia, superata, è opportunismo bell’e buono. Non si può neppure parlare di giustificare tale spostamento analizzando il contenuto oggettivo del processo storico nell’epoca passata e nella nuova.

Proprio la borghesia – per esempio in Germania, ed anche in Inghilterra – cerca di effettuare la sostituzione compiuta da A. Potresov, sostituire cioè all’epoca imperialista l’epoca dei movimenti borghesi progressivi, di liberazione nazionale e di liberazione democratica. A. Potresov si trascina acriticamente al seguito della borghesia. E questo è tanto più imperdonabile in quanto proprio Potresov, nell’esempio scelto da lui stesso, ha dovuto ammettere e indicare di che tipo fossero le considerazioni che guidavano Marx, Engels e Lassalle in quell’epoca da lungo tempo trascorsa **.

Prima di tutto si trattava di considerazioni sul movimento nazionale (della Germania e dell’Italia), di fare in modo che esso si sviluppasse scavalcando i «rappresentanti del medioevo»; in secondo luogo erano considerazioni sul «male principale» costituito dalle monarchie reazionarie (austriaca, napoleonica, ecc.) nel concerto europeo.

Queste considerazioni sono assolutamente chiare e indiscutibili. I marxisti non hanno mai negato il carattere progressivo dei movimenti borghesi di liberazione nazionale contro le forze feudali e assolutistiche. A. Potresov non può ignorare che negli Stati centrali, cioè nei più importanti Stati belligeranti della nostra epoca non c’è e non poteva esserci niente di simile. Allora tanto in Italia quanto in Germania vi erano dei movimenti popolari di liberazione nazionale che duravano da decenni. Allora non era la borghesia occidentale a sostenere con le sue finanze determinate altre potenze, ma al contrario queste potenze erano effettivamente il «male principale». A. Potresov non può non sapere – e lui stesso lo riconosce in questo articolo – che nella nostra epoca non un’unica potenza tra queste altre è, o può essere, il «male principale».

La borghesia (per esempio quella tedesca, ma certo non essa soltanto) rinfocola per scopi interessati l’ideologia dei movimenti nazionali cercando di trasferirla nell’epoca dell’imperialismo, cioè in un’epoca completamente diversa. Dietro alla borghesia, come sempre, si trascinano gli opportunisti, abbandonando il punto di vista della democrazia moderna per adottare il punto di vista della vecchia democrazia (borghese). Proprio in questo sta il difetto fondamentale di tutti gli articoli, di tutto l’atteggiamento e di tutta la linea di A. Potresov e dei suoi accoliti liquidatori.

Marx ed Engels nell’epoca della vecchia democrazia (borghese) si ponevano il problema: il successo di quale borghesia è più desiderabile?, mirando a che un movimento modestamente liberale si sviluppasse in un movimento impetuosamente democratico. A. Potresov nell’epoca della democrazia moderna (non borghese) predica il nazional-liberalismo borghese, mentre né in Inghilterra, né in Germania, né in Francia non c’è neppure da parlare di movimenti progressivi borghesi: né modestamente liberali, né impetuosamente democratici. Marx ed Engels andavano più avanti della loro epoca, l’epoca dei movimenti progressivi nazionali borghesi, spingendoli oltre, preoccupandosi di farli sviluppare «scavalcando» i rappresentanti del medioevo.

A. Potresov, come tutti i socialsciovinisti, si trova indietro rispetto alla sua epoca di democrazia moderna, riprendendo il punto di vista da lungo tempo superato, morto e perciò intrinsecamente falso, della vecchia democrazia (borghese).

Perciò il seguente appello di A. Potresov alla democrazia è sommamente confuso e ultrareazionario:

«… Non indietreggiare, ma vai avanti. Non verso l’individualismo, ma verso la coscienza internazionale in tutta la sua integrità e in tutta la sua forza. Avanti, cioè, e in un certo senso anche indietro: indietro verso Engels, Marx, Lassalle, verso il loro metodo di valutazione dei conflitti internazionali, verso il loro modo di includere e di utilizzare anche l’azione internazionale degli Stati nell’ambito generale della democrazia».

A. Potresov trascina indietro la democrazia moderna, non «in un certo senso», ma in tutti i sensi: la riporta alle parole d’ordine e all’ideologia della vecchia democrazia borghese, alla dipendenza delle masse dalla borghesia… Il metodo di Marx consiste prima di tutto nel considerare il contenuto oggettivo del processo storico in un determinato momento concreto, in una data situazione, nel comprendere prima di tutto quale movimento, e di quale classe, è la molla fondamentale del progresso possibile in una situazione concreta. Allora, nel 1859, il contenuto oggettivo del processo storico nell’Europa continentale non era l’imperialismo, ma erano i movimenti borghesi di liberazione nazionale. La molla principale era il movimento della borghesia contro le forze feudali e assolutistiche. Ma il saggio A. Potresov, 55 anni dopo, quando i magnati del capitale finanziario della borghesia decrepita sono divenuti simili ai feudatari reazionari e ne hanno occupato il posto, vuol valutare i conflitti internazionali dal punto di vista della borghesia, e non della nuova classe ***.

A. Potresov non ha riflettuto sul valore della verità che egli ha espresso con queste parole. Ammettiamo che due paesi siano in guerra fra loro nell’epoca dei movimenti borghesi di liberazione nazionale. A quale paese augurare il successo dal punto di vista della democrazia moderna? Naturalmente a quello il cui successo darà più impulso e svilupperà più impetuosamente il movimento di liberazione della borghesia, scalzerà di più il feudalesimo. Ammettiamo, poi, che l’elemento determinante della situazione storica oggettiva sia cambiato e che al posto del capitale del periodo di liberazione nazionale vi sia il capitale finanziario internazionale, reazionario e imperialista. Il primo dei due paesi possiede, mettiamo, i tre quarti dell’Africa e il secondo un quarto. Il contenuto oggettivo della loro guerra è una nuova spartizione dell’Africa. A quale parte augurare il successo? La domanda, posta nella sua forma precedente, è assurda, perché non ci sono più i precedenti criteri di valutazione: non c’è né il pluriennale sviluppo del movimento di liberazione borghese, né il pluriennale processo di decadenza del feudalesimo. Non è compito della democrazia moderna di aiutare né il primo paese a consolidare il suo «diritto» sui tre quarti dell’Africa, né di aiutare il secondo ad appropriarsi questi tre quarti (anche se la sua economia si sviluppa più rapidamente di quella del primo).

La democrazia moderna resterà fedele a se stessa solo se non si alleerà a nessuna borghesia imperialista, se dichiarerà che «tutte e due sono pessime», se in ogni paese augurerà la sconfitta della borghesia imperialista. Ogni altra soluzione sarà, in pratica, nazional-liberale, non avrà niente a che fare col vero internazionalismo.

Il lettore non si lasci ingannare dalla terminologia reboante di A. Potresov, con la quale egli cerca di coprire il suo passaggio alle posizioni della borghesia. Quando A. Potresov esclama: «Non verso l’individualismo, ma verso la coscienza internazionale in tutta la sua integrità e in tutta la sua forza», egli intende contrapporre il suo punto di vista a quello di Kautsky. Quando egli definisce «individualismo» l’opinione di Kautsky (e dei suoi simili) egli vuol dire che Kautsky rifiuta di domandarsi «il successo di quale parte sia più desiderabile», e che questi giustifica il nazional-liberalismo degli operai in ogni paese «individuale». Invece noi – A. Potresov, Cerevanin, Maslov, Plekha-nov, ecc. – facciamo appello alla «coscienza internazionale in tutta la sua integrità e la sua forza», perché noi siamo per il nazional-liberalismo di un determinato colore, non certo dal punto di vista di uno Stato preso individualmente (o di una nazione individualmente presa), ma da un punto di vista autenticamente internazionale… Questo ragionamento sarebbe ridicolo, se non fosse cosi,., vergognoso.

Sia A. Potresov e soci, sia Kautsky si trascinano al rimorchio della borghesia, tradendo la posizione della classe che pretendono di rappresentare.

II

A. Potresov ha intitolato il suo articolo; Sul limitare di due epoche. È indiscutibile che noi viviamo sul limitare di due epoche, e gli avvenimenti storici di grandissima importanza che si svolgono dinanzi a noi possono essere compresi soltanto analizzando, in primo luogo, le condizioni oggettive del passaggio da un’epoca all’altra. Si tratta di grandi epoche storiche; in ogni epoca ci sono e ci saranno movimenti parziali, singoli, ora in avanti, ora indietro; vi sono e vi saranno diverse deviazioni dal tipo medio e dal ritmo medio del movimento. Non possiamo sapere con quale rapidità, né con quale successo, si svilupperanno singoli movimenti storici di una determinata epoca.

Ma possiamo sapere e sappiamo quale classe sta al centro di questa o quell’epoca e ne determina il contenuto fondamentale, la direzione principale del suo sviluppo, le particolarità essenziali della situazione storica, ecc. Solo su questa base, cioè tenendo conto in primo luogo dei principali caratteri peculiari delle varie «epoche» (e non dei singoli episodi della storia di singoli paesi), possiamo costruire giustamente la nostra tattica; e solo la conoscenza dei lineamenti principali di una data epoca può essere la base che permette di tener conto delle caratteristiche più particolari di questo o quel paese.

Proprio in questo sta il sofisma principale di A. Potresov e di Kautsky (il cui articolo è stato pubblicato nello stesso numero del Nasce Dielo) o l’errore storico capitale di entrambi, che li porta a conclusioni nazional-liberali, e non marxiste.

Il fatto è che l’esempio assunto da A. Potresov e che presenta, per lui, un «interesse specifico», l’esempio della campagna d’Italia del 1859, e tutta una serie di esempi storici analoghi, assunti da Kautsky, non si riferiscono «in nessun modo a quelle epoche storiche», «sul limitare» delle quali noi viviamo. Chiamiamo epoca moderna (o terza) l’epoca nella quale entriamo (o siamo entrati, ma che si trova nel suo stadio iniziale). Chiamiamo epoca di ieri (o seconda) quella dalla quale siamo appena usciti. Allora bisognerebbe chiamare epoca dell’altroieri (o prima) l’epoca dalla quale A. Potresov e Kautsky prendono i loro esempi. Il rivoltante sofisma, l’intollerabile falsità dei ragionamenti di A. Potresov e di Kautsky stanno proprio nel fatto che essi sostituiscono alle condizioni dell’epoca moderna (terza) le condizioni dell’epoca dell’altroieri (prima).

La consueta divisione corrente delle epoche storiche, riportata più volte nella letteratura marxista, spesso ripetuta da Kautsky e adottata da A. Potresov nel suo articolo, è la seguente; 1) 1789-1871; 2) 1871-1914; 3) 1914-?. S’intende che qui i limiti, come in generale tutti i limiti nella natura e nella società sono convenzionali e mobili, relativi, e non assoluti. E noi prendiamo solo in modo approssimativo i fatti storici più salienti e rilevanti, come pietre miliari dei grandi movimenti storici. La prima epoca, che va dalla grande Rivoluzione francese alla guerra franco-prussiana, è l’epoca dell’ascesa della borghesia, della sua completa vittoria. È la linea ascendente della borghesia, è l’epoca dei movimenti democratici borghesi in generale e dei movimenti nazionali borghesi in particolare, l’epoca della rapida demolizione delle istituzioni feudali e assolutiste ormai superate. La seconda epoca è quella del completo dominio della borghesia e della sua decadenza, l’epoca del passaggio dalla borghesia progressiva al capitale finanziario reazionario e ultrareazionario. È l’epoca in cui una nuova classe prepara e raccoglie lentamente le sue forze, la democrazia moderna. La terza epoca, appena incominciata, pone la borghesia nella stessa «situazione» in cui erano i feudatari durante la prima epoca. È l’epoca dell’imperialismo e degli sconvolgimenti imperialisti, o derivanti dall’imperialismo.

Proprio Kautsky ha tracciato con la massima precisione in una serie di articoli e nel suo opuscolo La via del potere (uscito nel 1909) i lineamenti fondamentali della terza epoca ai suoi inizi, ha rilevato la differenza radicale di quest’epoca dalla seconda (quella di ieri), ha riconosciuto che i compiti immediati erano cambiati, come pure le condizioni e le forme di lotta della democrazia contemporanea, e che questo cambiamento derivava dal mutamento delle condizioni storiche oggettive. Oggi Kautsky brucia ciò che prima venerava, fa voltafaccia nel modo più inverosimile, più indecente, più spudorato. Nell’opuscolo citato, egli parla senza ambagi dei segni che preannunziano, l’avvicinarsi della guerra, e precisamente di quella guerra che nel 1914 è divenuta un fatto. Basterebbe un semplice confronto di alcuni passi di quest’opuscolo con ciò che Kautsky scrive oggi per dimostrare con assoluta evidenza che egli ha tradito le sue convinzioni e le sue più solenni dichiarazioni. E Kautsky in questo non è affatto un caso unico (e per di più non è affatto un caso solo tedesco), ma è il rappresentante tipico di tutto uno strato superiore della democrazia moderna, che al momento della crisi si è schierato dalla parte della borghesia.

Tutti gli esempi storici presi da A. Potresov e da Kautsky si riferiscono alla prima epoca. Al tempo delle guerre del 1855, 1859, 1864, 1866, 1870, e anche del 1877 (russo-turca) e del 1896-1897 (guerra greco-turca e i moti in Armenia), il contenuto oggettivo fondamentale degli avvenimenti storici consisteva in movimenti di carattere borghese nazionale o in «convulsioni» della società borghese che si liberava dalle varie forme di feudalesimo. Per diversi paesi progrediti, non si poteva neanche parlare di una qualsiasi azione di una democrazia realmente autonoma e corrispondente a una epoca di avanzata maturità e di decadenza della borghesia.

La classe principale che al tempo di quelle guerre, e partecipando a quelle guerre, seguiva una linea ascendente e che sola poteva agire con forza schiacciante contro le istituzioni feudali e assolutiste, era la borghesia. In diversi paesi, questa borghesia, rappresentata da diversi strati di possidenti produttori di merci, era, in diversa misura, progressiva e qualche volta (per esempio una parte della borghesia italiana del 1859) perfino rivoluzionaria; ma la caratteristica generale dell’epoca era appunto la tendenza progressiva della borghesia, e cioè la sua lotta non ancora definita, non ancora conclusa contro il feudalesimo.

E’ del tutto naturale che elementi della democrazia moderna – e Marx, come loro rappresentante – ispirandosi al principio incontestabile dell’appoggio alla borghesia progressiva (alla borghesia capace di lottare) contro il feudalesimo, dovessero allora risolvere questo problema: «il successo di quale parte» cioè di quale borghesia è preferibile? Il movimento popolare nei principali paesi coinvolti nella guerra aveva allora un carattere democratico generale, cioè democratico borghese, per il suo contenuto economico e di classe. E’ del tutto naturale che allora non si potesse neppure porre un’altra domanda, fuorché questa: il successo di quale borghesia, in quale concorso di circostanze, con la disfatta di quali forze reazionarie (feudali e assolutiste, che frenavano l’ascesa della borghesia) promette più «spazio» alla democrazia moderna?

Inoltre Marx, come è stato costretto a riconoscere perfino A. Potresov, quando «soppesava» i conflitti internazionali sulla base dei movimenti borghesi nazionali e di liberazione, s’ispirava a considerazioni miranti a determinare il successo di quale parte fosse più suscettibile di favorire lo «sviluppo» (p. 74 dell’articolo di A. Potresov) dei movimenti democratici nazionali e popolari in generale. Ciò vuol dire che di fronte ai conflitti militari nati sul terreno dell’ascesa della borghesia verso il potere nelle singole nazioni, Marx, come nel 1848, si preoccupava più di tutto dell’estensione e dell’accentuazione dei movimenti democratico-borghesi con la partecipazione di masse sempre più larghe e più «plebee», della piccola borghesia in generale, dei contadini in particolare, e infine delle classi non abbienti. Proprio questa attenzione di Marx all’estensione della base sociale del movimento, al suo sviluppo, distingueva radicalmente la tattica conseguentemente democratica di Marx dalla tattica inconseguente di Lassalle, incline all’alleanza coi nazional-liberali.

Anche nella terza epoca i conflitti internazionali sono rimasti per la loro forma, uguali ai conflitti della prima epoca, ma il loro contenuto sociale e di classe è cambiato radicalmente. La situazione storica obiettiva è oggi completamente diversa.

Invece della lotta antifeudale del capitale, che si sviluppa e procede verso la liberazione nazionale, si accende la lotta del capitale finanziario più reazionario, sorpassato e sopravvissuto a se stesso, in decadenza, contro le forze nuove. La forma borghese nazionale dello Stato che, nella prima epoca, favoriva lo sviluppo delle forze produttive dell’umanità che si liberava dal feudalesimo, è oggi, nella terza epoca, un ostacolo all’ulteriore sviluppo delle forze produttive. La borghesia, che era la classe più avanzata, la classe ascendente, è divenuta una classe che tramonta, decade, una classe intrinsecamente morta, reazionaria. Ascende oggi – su larga scala storica – una classe completamente diversa.

A. Potresov e Kautsky hanno abbandonato il punto di vista di questa classe e sono andati indietro, ripetendo le menzogne borghesi secondo cui il contenuto oggettivo del processo storico sarebbe ancora oggi il movimento progressivo della borghesia contro il feudalesimo. In realtà oggi non si può parlare, per la democrazia moderna, di andare al rimorchio della borghesia reazionaria, imperialista, di qualunque «colore» essa sia.

Nella prima epoca, obiettivamente, il problema storico era: come la borghesia progressiva doveva «utilizzare», nella sua lotta contro i rappresentanti principali del feudalesimo morente, i conflitti internazionali per il massimo vantaggio di tutta la democrazia borghese mondiale in generale. Allora, nella prima epoca, più di mezzo secolo fa, era naturale e inevitabile che la borghesia, asservita dal feudalesimo, augurasse la sconfitta al «suo» oppressore feudale; d’altronde il numero di queste principali cittadelle feudali, cruciali, d’importanza europea, era assai limitato. E Marx «soppesava» in quale paese, in una determinata situazione concreta, la vittoria del movimento borghese di liberazione sarebbe stata più efficace per minare le cittadelle feudali europee.

Adesso, nella terza epoca, non ci sono più affatto cittadelle feudali d’importanza europea. Certo, la democrazia moderna ha il compito di «utilizzare» i conflitti internazionali, ma quest’utilizzazione dev’essere precisamente internazionale – malgrado A. Potresov e Kautsky – e dev’essere diretta non contro i singoli capitali finanziari nazionali, ma contro il capitale finanziario internazionale. E a utilizzare i conflitti non deve essere la classe che cinquanta o cento anni fa era ascendente. Allora si trattava della «azione internazionale» (l’espressione è di A. Potresov) della democrazia borghese più avanzata; ora un compito dello stesso genere è storicamente maturato ed è stato posto dalla situazione oggettiva di fronte a una classe completamente diversa.

IlI

Potresov caratterizza in maniera assai incompleta la seconda epoca o «l’arco di quarantacinque anni» ( 1870-1914), secondo la sua espressione. Della stessa incompiutezza soffre la caratterizzazione di quest’epoca nell’opera di Trotski, pubblicata in tedesco, benché questi non sia d’accordo con le conclusioni pratiche di A. Potresov (il che va a tutto vantaggio del primo); del resto a questi due autori resta indubbiamente oscura la ragione per cui essi sono in un certo senso vicini.

A proposito dell’epoca che abbiamo chiamato seconda, o di ieri, A. Potresov scrive:

«La limitazione dell’attività e della lotta alle questioni particolari e la gradualità che penetra dappertutto, questi segni di un’epoca, che certuni hanno eretto a principio, sono diventati per altri un fatto abituale e, in quanto tale, un elemento della loro mentalità, una sfumatura della loro ideologia» (p. 71). «La sua (di quest’epoca) capacità di progredire regolarmente e cautamente aveva un’altra faccia, in primo luogo nella sua palese incapacità di agire nei momenti in cui la gradualità veniva turbata o quando si svolgevano avvenimenti catastrofici di ogni genere; e, in secondo luogo, nell’isolamento dell’azione nazionale, dell’ambiente nazionale» (p. 72) … «Né rivoluzione, né guerre» (p. 70) … «La democrazia assumeva tanto più un carattere nazionale, quanto più si prolungava il periodo della sua “guerra di posizione”, quanto più a lungo restava sulla scena quella fase della storia europea che… non ha conosciuto nel cuore dell’Europa conflitti internazionali, e, quindi, non ha vissuto fermenti che dilagassero oltre le frontiere degli Stati nazionali, non ha sentito acutamente interessi di portata europea o mondiale.» (pp. 75-76).

Il difetto principale di questa definizione, come pure della corrispendente definizione della stessa epoca data da Trotski, sta nel rifiuto di vedere e di riconoscere le profonde contraddizioni interne della democrazia moderna, che si è sviluppata sulla base sopra descritta. Si ha l’impressione che la democrazia moderna di quell’epoca sia restata un tutto unico, che, in complesso, si compenetrava dell’idea della gradualità, assumeva un carattere nazionale, si disabituava alle perturbazioni della gradualità e alle catastrofi, s’immeschiniva, si copriva di muffa.

In realtà non poteva essere cosi, perché, accanto alle tendenze menzionate agivano indiscutibilmente altre tendenze contrarie; la «vita» delle masse operaie s’internazionalizzava (attrazione verso le città e livellamento delle condizioni di vita nelle grandi città del mondo intero, internazionalizzazione del capitale, mescolanza di popolazione urbana e rurale, locale e allogena nelle grandi fabbriche, ecc.); le contraddizioni di classe si inasprivano; i sindacati padronali premevano più pesantemente sui sindacati operai; sorgevano forme di lotta più aspre e pesanti come, per esempio, gli scioperi di massa; aumentava il costo della vita; l’oppressione del capitale finanziario diventava intollerabile, ecc. ecc.

In realtà non è stato cosi: lo sapevamo assai bene. Nessuno, letteralmente nessuno dei grandi paesi capitalistici d’Europa è stato risparmiato in quell’epoca dalla lotta fra le due tendenze contrarie all’interno della democrazia moderna. Questa lotta, in ciascuno dei grandi paesi, nonostante il generale carattere «pacifico», «stagnante», sonnolento dell’epoca, assumeva talvolta le forme più tumultuose, che giungevano fino alle scissioni. Queste correnti contrastanti si sono espresse in tutti, senza eccezione, i campi della vita, e a proposito di tutte le questioni della democrazia moderna: atteggiamento verso la borghesia, alleanze coi liberali, voto dei crediti, atteggiamento verso la politica coloniale, le riforme, il carattere della lotta economica, la neutralità dei sindacati, ecc.

«L’idea della gradualità che penetrava dappertutto» non era affatto la tendenza integralmente dominante di tutta la democrazia moderna, come parrebbe leggendo Potresov e Trotski. No, questa gradualità si è cristallizzata in una corrente determinata che non di rado, nell’Europa di questo periodo, ha generato singole frazioni, talvolta addirittura partiti distinti della democrazia moderna. Questa tendenza ha avuto i suoi capi, i suoi organi di stampa, la sua politica, la sua particolare – e organizzata in modo particolare – influenza sulle masse della popolazione. E non basta. Essa si appoggiava sempre più, e infine, se cosi si può dire, «si accomodò» definitivamente sugli interessi di un determinato ceto sociale all’interno della democrazia moderna.

«L’idea di gradualità che penetrava dappertutto» attirò naturalmente nelle file della democrazia moderna una serie di compagni di strada piccolo-borghesi; poi, sorsero particolarità piccolo-borghesi nella vita e, di conseguenza, anche nell’«orientamento» politico di un certo strato di parlamentari, di giornalisti, di funzionari dei sindacati; si formò, più o meno netta e delimitata, una specie di burocrazia e di aristocrazia della classe operaia.

Prendete, per esempio, il possesso delle colonie, l’ampliamento dei possedimenti coloniali. Indubbiamente fu questa una delle caratteristiche dell’epoca ora descritta e della maggior parte dei grandi Stati. Che cosa significava dal punto di vista economico? Una quantità di sovrapprofitti e di privilegi particolari per la borghesia, e anche, indubbiamente, la possibilità per una piccola minoranza di piccoli borghesi di ricevere le briciole di queste «fette di torta»; e in seguito la stessa possibilità anche per gli impiegati meglio piazzati, per i funzionari del movimento operaio, ecc. Che un’infima minoranza della classe operaia inglese, per esempio, abbia «goduto» delle briciole dei profitti coloniali, dei privilegi, è un fatto innegabile, riconosciuto e indicato già da Marx ed Engels. Ma quello che era allora un fenomeno esclusivamente inglese è diventato un fenomeno generale per tutti i grandi paesi capitalistici d’Europa di mano in mano che tutti questi paesi s’impossessavano di vaste colonie, e in generale di mano in mano che il periodo imperialista del capitalismo si sviluppava e cresceva.

In una parola, «l’idea della gradualità che penetra dappertutto» della seconda epoca (o di ieri) non ha solo creato una certa «incapacità di agire quando la gradualità veniva turbata», come pensa A. Potresov, non ha solo generato certe tendenze «possibiliste», come suppone Trotski: essa ha creato tutta una tendenza opportunista che si appoggia a un determinato ceto sociale, all’interno della democrazia moderna, ceto legato alla borghesia del suo «colore» nazionale dai molteplici fili degli interessi economici, sociali e politici comuni, una tendenza palesemente, apertamente, ben consapevolmente e sistematicamente ostile ad ogni idea di «perturbazioni della gradualità».

La radice di molti errori tattici ed organizzativi di Trotski (per non parlare di A. Potresov) sta proprio nel suo timore, o rifiuto, o incapacità di riconoscere la piena «maturità» della tendenza opportunista, e il suo strettissimo, indissolubile legame coi nazional-liberali (o col socialnazionalismo) dei nostri giorni. In pratica negare questa «maturità» e questo legame indissolubile porta perlomeno al completo disorientamento e all’impotenza di fronte al flagello socialnazionalistico (o nazional-liberale) dominante.

Il legame fra opportunismo e socialnazionalismo è negato, in generale sia da A. Potresov, sia da Martov, Axelrod, VI. Kosovski (giunti a un punto tale da parlare in difesa del voto nazional-liberale per i crediti militari da parte dei democratici tedeschi), sia da Trotski.

Il loro «argomento»principale è che non c’è piena corrispondenza fra la vecchia divisione della democrazia «secondo l’opportunismo» e la sua attuale divisione «secondo il socialnazionalismo». Questo argomento, in primo luogo, è inesatto di fatto, come ora dimostreremo, e, in secondo luogo, è assolutamente unilaterale, incompleto e inconsistente, in linea di principio, dal punto di vista marxista. Persone e gruppi possono passare da un campo all’altro: questo è non soltanto possibile, ma perfino inevitabile ogni volta che vi sia una grande «scossa» sociale; il carattere di una determinata corrente non ne risulta affatto cambiato; non cambia neppure il legame ideologico di determinate correnti, non cambia il loro significato di classe. Queste considerazioni – potrebbe sembrare – sono cosi universalmente note e indiscutibili che è perfino imbarazzante insistervi troppo. Eppure gli autori da noi nominati hanno dimenticato proprio queste considerazioni.

Il significato fondamentale di classe – o, se volete, il contenuto soci ale-economico – dell’opportunismo sta nel fatto che certi elementi della democrazia moderna sono passati (di fatto, cioè anche se non ne hanno avuto coscienza) dalla parte della borghesia su molte questioni. L’opportunismo è una politica operaia liberale. A chi avesse paura della apparenza «frazionistica» di queste espressioni, consigliamo di prendersi la pena di studiare i pareri di Marx, Engels e Kautsky («autorità» particolarmente comoda per gli avversali del «frazionismo», non è vero?) magari solo sull’opportunismo inglese. Non può esservi dubbio che il risultato di tale studio sarà il riconoscimento della radicale e sostanziale coincidenza fra opportunismo e politica operaia liberale. Il significato di classe fondamentale del socialnazionalismo dei nostri giorni è assolutamente lo stesso.

L’idea fondamentale dell’opportunismo è l’alleanza o il ravvicinamento (talvolta l’accordo, il blocco, ecc.) fra la borghesia e il suo antipode. L’idea fondamentale del socialnazionalismo è esattamente la stessa. La parentela politico-ideologica, il legame, perfino l’identità fra opportunismo e socialnazionalismo non suscitano alcun dubbio. Ma, s’intende, non dobbiamo basarci sulle persone né sui gruppi, ma proprio sull’analisi del contenuto di classe delle correnti sociali e sull’esame politico e ideologico dei loro principi fondamentali, essenziali.

Affrontando lo stesso tema da un lato un po’ differente, porremo la domanda: da dove proviene il socialnazionalismo? Come si è sviluppato ed è cresciuto? Che cosa gli ha dato importanza e forza? Chi non ha saputo dare risposta a queste domande, non ha affatto compreso il socialnazionalismo e, beninteso, è assolutamente incapace di «distinguersi ideologicamente» da esso, anche se giura e spergiura di essere pronto a tale «distinzione ideologica».

La risposta a questa domanda può essere una sola: il socialnazionalismo è sorto dall’opportunismo, ed è proprio quest’ultimo che gli ha dato forza. Come è potuto il socialnazionalismo nascere «ad un tratto»? Esattamente come nasce «ad un tratto» un bambino, se sono passati nove mesi dal suo concepimento. Ognuna delle numerose manifestazioni dell’opportunismo nel corso di tutta la seconda epoca (o epoca di ieri) in tutti i paesi d’Europa era uno dei ruscelli che «d’un tratto» si sono fusi tutti insieme, ora, nel grande, anche se poco profondo (e aggiungiamo fra parentesi: torbido e sporco) fiume socialnazionalista. Nove mesi dopo il suo concepimento il bambino deve staccarsi dalla madre; molti decenni dopo il concepimento da parte dell’opportunismo, il suo frutto maturo, il socialnazionalismo, dovrà in un termine più o meno breve (in confronto ai decenni) staccarsi dalla democrazia moderna. Per quanto la brava gente gridi, si arrabbi, s’infuri per queste idee e per questi discorsi, questo è inevitabile, perché deriva da tutto lo sviluppo sociale della democrazia moderna e dalla situazione oggettiva della terza epoca.

Ma la non completa coincidenza tra la divisione «secondo l’opportunismo» e la divisione «secondo il socialnazionalismo», proverebbe forse che tra le due manifestazioni non esiste un legame sostanziale? In primo luogo, non lo proverebbe, cosi come, alla fine del secolo XVIII, il passaggio di singoli individui della borghesia ora dalla parte dei feudatari, ora dalla parte del popolo non prova che «non esistessero legami» tra lo sviluppo della borghesia e la grande Rivoluzione francese del 1789.

In secondo luogo, in complesso – e qui si tratta appunto del complesso – questa coincidenza esiste: prendete non un paese, ma una serie di paesi, dieci paesi europei per esempio: la Germania, l’Inghilterra, la Francia, il Belgio, la Russia, l’Italia, la Svezia, la Svizzera, l’Olanda e la Bulgaria. Solo i tre paesi in corsivo presentano qualche eccezione; negli altri paesi le correnti dei nemici risoluti dell’opportunismo hanno precisamente generato le correnti ostili al socialnazionalismo. Paragonate i famosi Quaderni mensili e i loro nemici in Germania, il Nasce Dielo e i suoi nemici in Russia, il partito di Bissolati e i suoi nemici in Italia, i sostenitori di Greulich e di Grimm in Svizzera, di Branting e di Hoglund in Svezia, di Troelstra e di Pannekoek e Gorter in Olanda, e infine gli obstcedeltsi e i tesniaki in Bulgaria (117).

In complesso, la concidenza della vecchia divisione con la nuova è un fatto, e la piena coincidenza non esiste neanche nei più semplici fenomeni della natura; non c’è perfetta coincidenza tra il Volga, dopo che la Kama vi si è gettata e il Volga prima che la Kama vi si getti, e non c’è perfetta somiglianzà tra il bambino e i genitori.

L’Inghilterra è solo apparentemente un’eccezione: infatti, prima della guerra, esistevano due correnti principali intorno a due giornali quotidiani, il che è indice obiettivo evidentissimo del carattere di massa delle due correnti: il Daily Citizen degli opportunisti e il Daily Herald dei nemici dell’opportunismo. I due giornali sono stati trascinati dall’ondata del nazionalismo, ma un’opposizione è sorta per opera di meno di un decimo dei seguaci della prima corrente e di tre settimi circa della seconda. Il metodo usuale di paragonare puramente il Partito socialista britannico col Partito operaio indipendente non è giusto, perché non tiene conto che di fatto quest’ultimo fa blocco coi fabiani (118) e col Partito laburista (119). Fanno dunque eccezione due paesi su dieci; ma anche qui l’eccezione non è assoluta, giacché non si tratta di un cambiamento di posizione delle correnti, ma solo di un’ondata che ha trascinato (per ragioni cosi chiare che è inutile soffermarvisi ) quasi tutti i nemici dell’opportunismo. Questo attesta indiscutibilmente la forza dell’ondata, ma non contesta affatto la coincidenza fra la vecchia e la nuova divisione.

Ci dicono: la divisione «secondo l’opportunismo» è superata; ha senso solo la divisione in fautori dell’internazionalismo e fautori della limitatezza nazionale. È un’idea radicalmente errata. La nozione di «fautore dell’internazionalismo» è priva di ogni contenuto e di ogni senso, se non viene sviluppata concretamente; ed ogni passo di questo sviluppo concreto sarà una enumerazione di caratteri di ostilità verso l’opportunismo. Nella pratica ciò è ancora più giusto. Un fattore dell’internazionalismo che non sia un avversario conseguente e deciso dell’opportunismo, è un miraggio, e niente di più.

Può darsi che certe persone di questo tipo si ritengano sinceramente «internazionalisti», ma gli uomini si giudicano dal loro atteggiamento politico, e non da quello che essi pensano di sé: l’atteggiamento politico di questi «internazionalisti», che non sono avversari conseguenti e decisi dell’opportunismo, sarà sempre di aiuto o di appoggio alla corrente nazionalista. D’altra parte anche i nazionalisti si chiamano «internazionalisti» (Kautsky, Lensch, Haenisch, Vandervelde, Hyndman ed altri), e non solo si chiamano cosi, ma riconoscono pienamente il ravvicinamento, l’accordo, la fusione internazionale di persone che la pensano come loro. Gli opportunisti non sono contro l’«internazionalismo», sono semplicemente per l’approvazione internazionale dell’opportunismo e l’accordo internazionale degli opportunisti.

Note:

* Scritto non prima del febbraio 1915. Pubblicato per la prima volta nella Raccolta, I, delle edizioni «Priliv», Mosca. Firmato: N. Konstantinov.

** Tra l’altro Potresov rifiuta di decidere se fosse Marx o Lassalle ad aver ragione nel valutare le condizioni della guerra del 1859. Noi pensiamo (malgrado Mehring) che avesse ragione Marx, e che Lassalle anche qui fosse un opportunista, proprio come quando civettava con Bismarck. Lassalle si adattava alla vittoria della Prussia e di Bismarck, alla mancanza di una forza sufficiente nei movimenti, nazionali democratici dell’Italia e della Germania. In tal modo egli propendeva per una politica operaia nazional-liberale. Marx invece incoraggiava e sviluppava una politica autonoma, conseguentemente democratica, ostile alla viltà nazional-liberale (l’intervento della Prussia contro Napoleone nel 1859 avrebbe stimolato il movimento popolare in Germania). Lassalle guardava piuttosto in alto che in basso, non poteva staccare gli occhi da Bismarck. Il «sucesso» di Bismarck non giustifica affatto l’opportunismo di Lassalle.

*** «In realtà, – scrive A. Potresov, – proprio in questo periodo di pretesa stagnazione, all’interno di ogni paese si sono svolti vasti processi molecolari, e la situazione internazionale è a poco a poco degenerata perché il suo elemento determinante è diventato sempre più palesemente la politica di conquiste coloniali, la politica dell’imperialismo guerrafondaio.»

116) L’articolo Sotto la bandiera altrui fu modificato dalla redazione della Raccolta delle «Priliv», raccolta che usci nel marzo 1917.

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117) Obstcedeltsi: frazione opportunista e socialsciovinista del Partito socialdemocratico bulgaro, che pubblicava la rivista Obstco Delo (La causa comune); noti anche come socialisti «larghi» (sciroki).

Teasniaki («stretti»): Partito operaio socialdemocratico della Bulgaria, fondato nel 1903 da D. Blagoev dopo la scissione del partito socialdemocratico. Nel 1914-1918 i «tesniaki» lottarono contro la guerra imperialista.

118) Fabiani, membri della «società dei fabiani», riformista e ultra-opportunista, fondata in Inghilterra da un gruppo d’intellettuali borghesi nel 1884. La società prendeva nome dal generale romano Fabio Temporeggiatore, celebre per la sua tattica attesista. Secondo l’espressione di Lenin la società dei fabiani era «l’espressione più compiuta dell’opportunismo e della politica operaia liberale».

119) Partito laburista (Labour Party), fondato nel 1900 dall’unificazione dei sindacati, delle organizzazioni e dei gruppi socialisti al fine d’inviare rappresentanti operai al parlamento («Comitato di rappresentanza operaia»). Nel 1906 il comitato prese il nome di Partito laburista.

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...."L’ineguaglianza dello sviluppo economico e politico è una legge assoluta del capitalismo. Ne risulta che è possibile il trionfo del socialismo all’inizio in alcuni paesi o anche in un solo paese capitalistico, preso separatamente...." Lenin -Sulla parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa-Pubblicato sul Sozial-Demokrat, n. 44, 23 agosto 1915.
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