G.Stalin: RAPPORTO AL XVII CONGRESSO DEL PARTITO SULL’ATTIVITA DEL COMITATO CENTRALE DEL PARTITO COMUNISTA (BOLSCEVICO) DELL’U.R.S.S. 26 GENNAIO 1934

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G.Stalin: RAPPORTO AL XVII CONGRESSO DEL PARTITO

SULL’ATTIVITA DEL COMITATO CENTRALE DEL PARTITO COMUNISTA (BOLSCEVICO) DELL‘U.R.S.S.
26 GENNAIO 1934

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I
La continuazione della crisi del capitalismo mondiale e la situazione estera dell’Unione Sovietica

Compagni! Più di tre anni sono passati dal XVI Congresso. Non è un periodo molto lungo. Ma più di ogni altro è ricco di contenuto. A mio giudizio, nessun altro periodo, nell’ultimo decennio, è stato più ricco di avvenimenti.
Nel campo dell’economia, questi anni sono stati anni di continuazione della crisi economica mondiale. La crisi non ha abbracciato soltanto l’industria, ma anche l’agricoltura nel suo insieme. La crisi non ha infierito soltanto nella sfera della produzione e del commercio, ma si è trasferita anche nella sfera del credito e della circolazione monetaria, capovolgendo i rapporti di credito e di valuta stabilitisi tra i vari paesi. Se prima si discuteva ancora, qua e là, per sapere se vi fosse o no una crisi economica mondiale, ciò oggi non fa più oggetto di discussione, perché l’esistenza della crisi e la sua azione devastatrice sono fatti troppo evidenti. Oggi si discute piuttosto su un altro punto, quello di sapere se si può uscire dalla crisi o se non c’è via d’uscita e, se una via d’uscita c’è, come fare per raggiungerla.
Nel campo della politica, sono stati anni di ulteriore tensione dei rapporti tanto tra i paesi capitalistici, quanto all’interno di questi paesi. La guerra del Giappone contro la Cina e l’occupazione della Manciuria, che hanno inasprito i rapporti nell’Estremo Oriente; la vittoria del fascismo in Germania e il trionfo delle idee di rivincita, che hanno inasprito i rapporti in Europa; l’uscita del Giappone e della Germania dalla Società delle Nazioni, che ha dato un nuovo impulso alla corsa agli armamenti e alla preparazione della guerra imperialista; la sconfitta del fascismo in Spagna, la quale dimostra ancora una volta che la crisi rivoluzionaria matura e che il fascismo è ben lontano dall’essere di lunga durata, – tali sono i fatti più importanti del periodo preso in esame. Nessuna meraviglia che il pacifismo borghese sia ormai in punto di morte e che le tendenze al disarmo siano sostituite in modo franco e aperto dalle tendenze all’armamento e al riarmo.
In mezzo a queste ondate tempestose di sconvolgimenti economici e di catastrofi politiche e militari, l’U.R.S.S. si erge, a parte, come una roccia, proseguendo l’opera sua di edificazione socialista e di lotta per il mantenimento della pace. Se là, nei paesi capitalistici, continua a infierire la crisi economica, nell’U.R.S.S. prosegue ininterrotta l’ascesa, così nel campo dell’industria come nel campo dell’agricoltura. Se là, nei paesi capitalistici, si intensifica febbrilmente la preparazione d’una nuova guerra per una nuova spartizione del mondo e delle sfere d’influenza, l’U.R.S.S. continua invece la lotta accanita e sistematica contro la minaccia di guerra e per la pace, e non si può dire che gli sforzi dell’U.R.S.S. in questo campo non siano stati coronati da nessun successo.
Tale è il quadro generale della situazione internazionale nel momento presente.
Passiamo all’esame dei principali dati che caratterizzano la situazione economica e politica dei paesi capitalistici.

1. L’andamento della crisi economica nei paesi capitalistici.

L’attuale crisi economica nei paesi capitalistici si differenzia da tutte le crisi analoghe, tra l’altro, per il fatto che si trascina maggiormente ed è di più lunga durata. Se prima le crisi si esaurivano in uno o due anni, la crisi attuale è già al suo quinto anno, e un anno dopo l’altro devasta l’economia dei paesi capitalistici e consuma le riserve che sono state accumulate negli anni precedenti. Nulla di strano che questa sia la più grave di tutte le crisi.
Come si spiega l’inaudito prolungarsi dell’attuale crisi industriale?
Si spiega, prima di tutto, col fatto che la crisi industriale ha abbracciato tutti i paesi capitalistici senza eccezione, rendendo più difficili le manovre di alcuni paesi a danno di altri.
Si spiega, in secondo luogo, col fatto che la crisi industriale si intreccia con la crisi agraria, la quale abbraccia tutti i paesi agrari e semiagrari senza eccezione, ciò che non poteva mancare di complicare e di approfondire la crisi industriale.
Si spiega, in terzo luogo, col fatto che la crisi agraria, in questo frattempo, si è aggravata e ha colpito tutti i rami dell’economia agricola, compreso l’allevamento, provocando un forte regresso dell’agricoltura, fino alla sostituzione delle macchine col lavoro manuale, della trattrice col cavallo, fino a ridurre fortemente e in qualche caso a far abbandonare del tutto l’uso dei concimi chimici, ciò che ha prolungato ancor di più la crisi industriale.
Si spiega. in quarto luogo, col fatto che i cartelli monopolistici dominanti nell’industria si sforzano di mantenere elevati i prezzi delle merci, circostanza che rende la crisi particolarmente dolorosa e impedisce l’assorbimento delle riserve di merci.
Si spiega infine, – ed è l’essenziale, – col fatto che la crisi industriale si è sviluppata nelle condizioni create dalla crisi generale del capitalismo nel momento in cui il capitalismo non ha più e non può più avere, né negli Stati principali, né nelle colonie e nei paesi dipendenti, quella forza e quella saldezza che aveva prima della guerra e della Rivoluzione d’ottobre; nel momento in cui l’industria dei paesi capitalistici ha ereditato dalla guerra imperialista il fenomeno cronico di un’incompleta utilizzazione delle aziende ed eserciti di milioni di disoccupati, dai quali non è più in grado di liberarsi.
Tali sono le circostanze che hanno reso così persistente l’attuale crisi industriale.
Queste stesse circostanze spiegano pure il fatto che la crisi non si è limitata alla sfera della produzione e del commercio, ma ha abbracciato anche il sistema del credito, la valuta, la sfera dei debiti, ecc., distruggendo i rapporti che si erano tradizionalmente stabiliti tanto tra i vari paesi, quanto tra i differenti gruppi sociali nei singoli paesi.
Una grande funzione ha avuto la caduta dei prezzi delle merci. Nonostante la resistenza dei cartelli monopolistici, la caduta dei prezzi si è accentuata con forza irresistibile: prima di tutto e più di tutto sono caduti i prezzi delle merci dei detentori di merci disorganizzati (contadini, artigiani, piccoli capitalisti), e soltanto gradualmente e in minor misura i prezzi delle merci dei detentori di merci organizzati, dei capitalisti raggruppati in cartelli. La caduta dei prezzi ha reso insostenibile la situazione dei debitori (industriali, artigiani, contadini, ecc); i creditori invece si sono trovati in una situazione straordinariamente privilegiata. Una tale situazione doveva condurre ed ha effettivamente condotto a fallimenti giganteschi di ditte e di imprenditori singoli. Nel corso degli ultimi tre anni sono crollate, in conseguenza di questo fenomeno, decine di migliaia di società per azioni negli Stati Uniti, in Germania. in Inghilterra e in Francia. Il fallimento delle società per azioni è stato seguito dalla svalutazione delle monete, che ha leggermente agevolato la situazione dei debitori. La svalutazione delle monete è stata seguita dal mancato pagamento dei debiti sia interni che esteri, legalizzato dallo Stato. I fallimenti di banche come la Darmstadt e la Dresden in Germania, il Kredit-Anstalt in Austria, e di trust come quello di Krueger nella Svezia e di Insull negli Stati Uniti, ecc., sono noti a tutti.
E’ comprensibile che simili avvenimenti, che hanno scosso le basi del sistema del credito, dovessero portare e abbiano effettivamente portato con sé la cessazione di pagamenti dei crediti e dei prestiti esteri, la cessazione dei pagamenti per i debiti interalleati, la cessazione dell’esportazione di capitali, una nuova contrazione del commercio estero, una nuova diminuzione dell’esportazione di merci, un rafforzamento della lotta per i mercati esteri, la guerra commerciale tra i vari paesi e il dumping. Si, compagni, il dumping. Non parlo del preteso dumping sovietico, a proposito del quale, ancora poco tempo fa, certi onorevoli deputati di alcuni onorevoli parlamenti d’Europa e d’America strillavano fino alla raucedine. Parlo del vero dumping, praticato oggi da quasi tutti gli Stati “civili” e sul quale tutti questi valorosi e onorevoli deputati mantengono un prudente silenzio.
E’ pure comprensibile che queste devastazioni, le quali accompagnano la crisi industriale, sviluppandosi al di fuori della sfera della produzione, non potessero a loro volta non influire sul corso della crisi industriale nel senso d’un approfondimento e d’un aggravamento della crisi stessa.
Tale è il quadro generale dell’andamento della crisi industriale.
Ecco alcune cifre tratte da documenti ufficiali, che danno un’idea dell’andamento della crisi industriale nel periodo in esame:

VOLUME DELLA PRODUZIONE INDUSTRIALE
(in % rispetto al 1929)

1929 1930 1931 1932 1933

U.R.S.S. 100,0 129,7 161,9 184,7 201,6
Stati Uniti 100,0 80,7 68,1 53,8 64,9
Inghilterra 100,0 92,4 83,8 83,8 86,1
Germania 100,0 88,3 71,7 59,8 66,8
Francia 100,0 100.7 89.2 69,1 77,4

Questo prospetto, come vedete, parla da sé.
Mentre l’industria, nei principali paesi capitalistici, partendo dal livello del 1929 cadeva di anno in anno e cominciava a riprendersi leggermente soltanto nel 1933, senza tuttavia raggiungere il livello del 1929, l’industria nell’U.R.S.S. ha progredito di anno in anno, obbedendo a un processo di ascesa ininterrotta.
Mentre l’industria dei principali paesi capitalistici accusa in media una contrazione del 25% e più del volume della sua produzione alla fine del 1933 rispetto al 1929, l’industria dell’U.R.S.S. in questo periodo è aumentata di più del doppio, è aumentata cioè di più del 100% (applausi).
A chi giudichi da questo prospetto può sembrare che fra i quattro paesi capitalistici l’Inghilterra si trovi nella situazione più favorevole. Ma ciò non è del tutto esatto. Se prendiamo l’industria di questi paesi e la confrontiamo col livello prebellico, avremo un quadro alquanto diverso.
Ecco il prospetto corrispondente:

VOLUME DELLA PRODUZIONE INDUSTRIALE
(in % rispetto al livello prebellico)
1913 1929 1930 1931 1932 1933

U.R.S.S 100 194,3 252,1 314,7 359,0 391,9
Stati Uniti 100 170,2 137,3 115,9 91,4 110,2
Inghilterra 100 99,1 91,5 83,0 82,5 85,2
Germania 100 113,0 99,8 81,0 67,6 75,4
Francia 100 139.0 140,0 124,0 96,1 107,6

Come vedete, l’industria dell’Inghilterra e della Germania non ha ancora raggiunto il livello prebellico, mentre gli Stati Uniti e la Francia lo hanno superato di alcuni punti e l’U.R.S.S., nello stesso periodo ha elevato, ha aumentato la propria produzione industriale di più del 290% rispetto al livello prebellico (applausi).
Ma da questi prospetti va tratta anche un’altra conclusione.
Mentre l’industria dei principali paesi capitalistici, a cominciare dal 1930, e soprattutto dal 1931, ha continuato a cadere, raggiungendo nel 1932 il punto più basso, nel 1933 essa ha cominciato leggermente a riprendersi e a risollevarsi. I dati mensili per il 1932 e il 1933 confermano ancor più questa conclusione, perché dimostrano che l’industria di questi paesi, nonostante le oscillazioni della sua produzione nel corso del 1933, non ha mostrato la tendenza a scendere fino al livello più basso raggiunto nell’estate del 1932.
Che cosa significa questo?
Questo significa che l’industria dei principali paesi capitalistici ha già evidentemente superato il punto della maggior caduta, punto al quale nel corso del 1933 non è più ritornata.
C’è chi propende ad attribuire questo fatto esclusivamente all’influenza di fattori artificiali, come la congiuntura di guerra e d’inflazione. Nessun dubbio che questa congiuntura esercita qui una funzione non piccola. Ciò è soprattutto vero nei riguardi del Giappone, dove questo fattore artificiale è l’elemento principale e decisivo di una certa vivificazione di alcuni rami dell’industria e principalmente dell’industria di guerra. Ma sarebbe un errore grossolano spiegare tutto con la congiuntura di guerra e d’inflazione. Una simile spiegazione sarebbe errata, non foss’altro perché certi miglioramenti da me indicati nell’industria si notano non in zone isolate e prese a caso, ma in tutti o quasi tutti i paesi industriali, compresi i paesi a moneta stabile. E’ chiaro che accanto alla congiuntura di guerra e d’inflazione si fa sentire qui anche l’effetto delle forze economiche interne del capitalismo.
Il capitalismo è riuscito a migliorare leggermente la situazione dell’industria a spese degli operai, aggravando il loro sfruttamento e intensificando il loro lavoro a spese degli agricoltori, adottando una politica di prezzi i più bassi possibili per i prodotti del lavoro, per i generi alimentari e, in parte, per le materia prime, a spese dei contadini delle colonie e dei paesi economicamente deboli, riducendo ancora di più i prezzi dei prodotti del loro lavoro, prima di tutto delle materie prime e in seguito anche dei generi alimentari.
Vuol forse dire questo che ci troviamo di fronte al passaggio dalla crisi a una depressione ordinaria, che sarà seguita da una nuova ascesa e da una nuova prosperità industriale? Evidentemente, no. In ogni caso, non esistono nel momento attuale dati, diretti o indiretti, che indichino una ripresa imminente dell’industria nei paesi capitalistici. Anzi, a giudicare dall’insieme, simili dati non possono neppure esistere, almeno per l’immediato futuro. Non possono esistere, perché continuano ad agire le condizioni sfavorevoli che impediscono una ripresa d’una qualche importanza nell’industria dei paesi capitalistici. Si tratta della continuazione della crisi generale del capitalismo nel quadro della quale si svolge la crisi economica. Si tratta di una cronica utilizzazione incompleta delle aziende, di una cronica disoccupazione di massa, dell’intrecciarsi della crisi industriale con la crisi agraria, della mancanza di quella tendenza a un rinnovamento di una qualche entità del capitale fisso, che di solito annuncia la ripresa, ecc. ecc.
E’ evidente che ci troviamo in presenza del passaggio dal punto più basso del declino dell’industria, dal punto di maggior profondità della crisi industriale, a una depressione, ma non a una depressione abituale, bensì a una depressione di tipo speciale. che non conduce a una nuova ascesa e prosperità dell’industria, ma non la fa neppure tornare al punto più basso.

2. Aggravamento della situazione politica nei paesi capitalistici.

Come risultato di questa prolungata crisi economica, si è avuto un aggravamento, finora senza precedenti, della situazione politica dei paesi capitalistici, tanto all’interno di questi paesi che nei rapporti fra l’uno e l’altro.
Il rafforzamento della lotta per i mercati esteri, la distribuzione degli ultimi residui del libero commercio, i dazi doganali proibitivi, la guerra commerciale, la guerra monetaria, il dumping e molte altre misure analoghe che rivelano un nazionalismo estremo nella politica economica, hanno inasprito in massimo grado i rapporti fra i vari paesi, hanno creato la base per dei conflitti militari e hanno posto all’ordine del giorno la guerra come mezzo per una nuova spartizione del mondo e delle sfere di influenza a profitto degli Stati più forti.
La guerra del Giappone contro la Cina, l’occupazione della Manciuria, l’uscita del Giappone dalla Società delle Nazioni e la sua avanzata nella Cina del Nord hanno reso ancora più tesa la situazione. L’accentuarsi della lotta per il Pacifico a l’aumento degli armamenti militari a navali nel Giappone e negli Stati Uniti, nell’Inghilterra e nella Francia, sono il risultato di questo aggravamento.
L’uscita della Germania dalla Società delle Nazioni a lo spettro della rivincita hanno dato un nuovo impulso all’inasprirsi della situazione e all’incremento degli armamenti in Europa.
Non c’è da stupirsi se il pacifismo borghese vivacchia oggi miserevolmente e se alle chiacchiere sul disarmo vengono sostituite delle trattative “realistiche” in vista dell’armamento e del riarmo.
Di nuovo, come nel 1914, si presentano in primo piano i partiti dell’imperialismo guerrafondaio, i partiti della guerra e della rivincita.
E’ chiaro che si va verso una nuova guerra.
Ancor più si inasprisce, sotto l’azione di questi stessi fattori, la situazione interna dei paesi capitalistici. Quattro anni di crisi industriale hanno estenuato e ridotto alla disperazione la classe operaia. Quattro anni di crisi agraria hanno completamente rovinato gli strati dei contadini disagiati non solo nei principali paesi capitalistici, ma anche, e soprattutto, nei paesi dipendenti e coloniali. Sta di fatto che il numero dei disoccupati, nonostante tutti gli imbrogli delle statistiche per farlo apparire più basso, raggiunge, secondo le cifre ufficiali degli istituti borghesi, i tre milioni in Inghilterra, i cinque milioni in Germania, i dieci milioni negli Stati Uniti, senza parlare poi degli altri paesi d’Europa. Aggiungete i disoccupati parziali, il cui numero supera i due i milioni, aggiungete le masse di milioni di contadini rovinati e avrete un quadro approssimativo della miseria e della disperazione delle masse lavoratrici. Le masse popolari non sono ancora arrivate al punto di dare l’assalto al capitalismo; ma l’idea dell’assalto matura, – è difficile metterlo in dubbio, – nella coscienza delle masse. Fatti come la rivoluzione spagnola, che ha abbattuto il regime fascista, o come l’estendersi delle regioni sovietiche in Cina, che non può essere arrestato dagli sforzi controrivoluzionari congiunti della borghesia cinese e straniera, lo dimostrano in modo eloquente.
Così appunto si spiega anche il fatto che le classi dominanti dei paesi capitalistici distruggono scrupolosamente e riducono a zero gli ultimi residui del parlamentarismo e della democrazia borghese, che possono essere utilizzati dalla classe operaia nella sua lotta contro gli oppressori, costringono i partiti comunisti all’esistenza clandestina e passano apertamente all’impiego di mezzi terroristici per il mantenimento della loro dittatura.
Lo sciovinismo e la preparazione della guerra come elementi fondamentali della politica estera; la repressione contro la classe operaia e il terrore nel campo della politica interna, come mezzo indispensabile per il rafforzamento delle retrovie dei futuri fronti di guerra – ecco che cosa preoccupa oggi particolarmente gli uomini politici imperialisti dei nostri giorni.
Non c’è da stupirsi che il fascismo sia diventato oggi l’articolo più di moda tra gli uomini politici della borghesia guerrafondaia. Non parlo soltanto del fascismo in generale, ma prima di tutto del fascismo di tipo tedesco, che erroneamente vien chiamato nazionalsocialismo, perché il più minuzioso degli esami non lascia scoprire in esso neppure un atomo di socialismo.
In rapporto a ciò, la vittoria del fascismo in Germania non dev’essere soltanto considerata come un segno di debolezza della classe operaia e come il risultato del tradimento della classe operaia da parte della socialdemocrazia che ha aperto la strada al fascismo. Essa dev’essere anche considerata come un segno della debolezza della borghesia, come un segno del fatto che la borghesia non è più in grado di dominare coi vecchi metodi del parlamentarismo e della democrazia borghese e si vede perciò costretta a ricorrere nella politica interna a metodi di governo terroristici, come un segno del fatto che essa non è più in grado di trovare una via d’uscita dalla situazione attuale sulla base d’una politica estera di pace ed è perciò costretta a ricorrere a una politica di guerra
Tale è la situazione.
Come vedete, si va verso una nuova guerra imperialista, come via d’uscita dalla situazione attuale.
Ma non vi è nessuna ragione di supporre che la guerra possa offrire un’effettiva via di uscita. Al contrario, la guerra complicherà ancora di più la situazione. Per di più, essa scatenerà senza dubbio la rivoluzione e metterà in pericolo l’esistenza stessa del capitalismo in numerosi paesi, come già avvenuto nel corso della prima guerra imperialista. E se, nonostante l’esperienza della prima guerra imperialista, gli uomini politici borghesi si aggrappano tuttavia alla guerra. come colui che affoga si aggrappa a un filo di paglia, vuol dire ch’essi si sentono definitivamente perduti e disorientati, che sono finiti in un vicolo cieco e sono pronti a gettarsi a capofitto nell’abisso.
Non è perciò male dare un rapido sguardo ai piani d’organizzazione della guerra che sono attualmente in incubazione negli ambienti politici borghesi.
Gli uni pensano che la guerra deve essere organizzati contro una delle grandi potenze. Pensano di infliggerle un colpo mortale e di sistemare a sue spese i propri affari. Supponiamo pure che organizzino una simile guerra. Quale può esserne il risultato? Come noto, anche durante la prima guerra imperialista si voleva distruggere una delle grandi potenze, la Germania, e arricchirsi a sue spese. Ma quale è stato il risultato? Non hanno distrutto la Germania, ma hanno seminato in Germania un tale odio contro i vincitori e hanno creato un terreno talmente fertile per la rivincita, che oggi non possono ancora, e probabilmente non lo potranno tanto presto, mangiare il piatto ripugnante che essi stessi hanno preparato. Ma, per contro, hanno ottenuto la disfatta del capitalismo in Russia, la vittoria della rivoluzione proletaria in questo paese e, non occorre dirlo, l’Unione Sovietica. Dov’è la garanzia che la seconda guerra imperialista darà dei risultati “migliori” della prima? Non è più giusto supporre il contrario?
Altri pensano che bisogna organizzare la guerra contro uno dei paesi deboli dal punto di vista militare, ma vasti dal punto di vista del mercato, per esempio contro la Cina, la quale, a quanto si pretende, non potrebbe essere definita uno Stato nel vero senso della parola, ma rappresenterebbe soltanto “un territorio non organizzato” che avrebbe bisogno di essere conquistato dagli Stati forti. Vogliono, è evidente, spartirsela definitivamente e sistemare i propri affari a sue spese. Supponiamo che organizzino una guerra simile. Quale può esserne il risultato? E’ noto che all’inizio del secolo XIX l’Italia e la Germania erano considerate precisamente come oggi si considera la Cina, cioè come dei “territori non organizzati” e non come degli Stati, e che l’una e l’altra venivano tenute soggette. Ma quale fu il risultato? Fu, come noto, la guerra della Germania e dell’Italia per l’indipendenza, e l’unificazione di questi due paesi in Stati indipendenti. Ne è derivato, nel cuore dei popoli di questi paesi, un rafforzamento dell’odio contro gli oppressori, le cui conseguenze non sono ancora scomparse sino ad oggi e probabilmente non scompariranno tanto presto. Si domanda: dov’è la garanzia che non avvenga la stessa cosa in seguito alla guerra degli imperialisti contro la Cina?
Altri ancora pensano che la guerra debba essere organizzata da una “razza superiore”, diciamo la “razza germanica” contro una “razza inferiore”, prima di tutto contro gli slavi, che solo una guerra di tal genere possa offrire una via d’uscita dalla situazione, perché la “razza superiore” sarebbe chiamata a fecondare quella “inferiore” e a regnare su di essa. Supponiamo che si metta in pratica questa strana teoria che è tanto distante dalla scienza quanto il cielo dalla terra. Quale può esserne il risultato? E’ noto che l’antica Roma considerava gli antenati dei tedeschi e dei francesi dei nostri giorni esattamente nello stesso modo in cui i rappresentanti della “razza superiore” considerano oggi le nazioni slave. E’ noto che l’antica Roma li trattava come “razza inferiore”, come “barbari”, destinati a essere eternamente sottoposti alla “razza superiore”, alla “grande Roma”, e, – sia detto fra noi – l’antica Roma aveva qualche ragione per farlo, il che non si può dire dei rappresentanti dell’attuale “razza superiore” (tempesta d’applausi). Ma quale fu il risultato? Che i non romani, cioè tutti i “barbari” si unirono contro il nemico comune e come una tempesta abbatterono Roma. Si domanda: dov’è la garanzia che le pretese dei rappresentanti dell’attuale “razza superiore” non porteranno agli stessi risultati pietosi? Dov’è la garanzia che i politicanti letterati fascisti di Berlino debbano aver più fortuna dei vecchi e sperimentati conquistatori romani? Non è più giusto prevedere il contrario?
Infine, altri ancora pensano che la guerra bisogna organizzarla contro l’U.R.S.S. Pensano di schiacciare l’U.R.S.S., di spartirsene il territorio e di arricchirsi a sue spese. Sarebbe errato credere che pensino così soltanto alcuni circoli militari del Giappone. Sappiamo che piani di questo genere sono in incubazione negli ambienti dei dirigenti politici di alcuni Stati d’Europa. Supponiamo che questi signori passino dalle parole ai fatti. Quale può esserne il risultato? Non v’è dubbio che questa guerra sarà la guerra più pericolosa per la borghesia. Sarà la guerra più pericolosa, non soltanto perché i popoli dell’U.R.S.S. si batteranno a morte per le conquiste della rivoluzione. Sarà la guerra più pericolosa per la borghesia anche perché la guerra si combatterà non solo sui fronti, ma anche nelle retrovie del nemico. La borghesia so lo tenga per detto: gli innumerevoli amici che la classe operaia dell’U.R.S.S. ha in Europa e nell’Asia si sforzeranno di colpire alle spalle i propri oppressori, se questi intraprenderanno una guerra criminale contro la patria della classe operaia di tutti i paesi. E i signori borghesi non se la prendano con noi, se il giorno dopo una tale guerra mancheranno intorno a loro all’appello alcuni di quei governi, che regnano oggi felicemente “per grazia di dio” (vivissimi applausi). Se ben ricordate, vi è già stata una guerra simile contro l’U.R.S.S., quindici anni or sono. Com’è noto, l’onorevolissimo signor Churchill diede allora a quella guerra una definizione epica, chiamandola “la spedizione dei 14 Stati”. Ricordate certamente che quella guerra unì tutti i lavoratori del nostro paese in un solo esercito di combattenti generosi che difesero col loro petto la loro patria operaia e contadina contro i nemici esterni. Sapete bene come quella guerra è finita. E’ finita con la cacciata degli invasori dal nostro paese e con la creazione di “comitati d’azione” rivoluzionari in Europa. Non v’è dubbio che la seconda guerra contro l’U.R.S.S. porterà alla sconfitta totale degli aggressori, alla rivoluzione in numerosi paesi d’Europa e d’Asia, e allo schiacciamento dei governi borghesi e feudali di questi paesi.
Tali sono i piani militari dei politicanti borghesi in pieno disorientamento.
Come vedete, questi piani non brillano né per intelligenza, né per coraggio (applausi).
Ma se la borghesia sceglie la via della guerra, la classe operaia dei paesi capitalistici, ridotta alla disperazione da quattro anni di crisi e di disoccupazione, si mette sulla via della rivoluzione. Ciò significa che la crisi rivoluzionaria matura e continuerà a maturare. E la crisi rivoluzionaria si svilupperà tanto più rapidamente quanto più la borghesia si impegolerà nelle sue combinazioni militari, quanto più frequentemente essa farà ricorso a metodi di lotta terroristici contro la classe operaia e contro i contadini lavoratori.
Alcuni compagni pensano che non appena esiste una crisi rivoluzionaria, la borghesia debba venirsi a trovare in una situazione senza uscita, che la sua fine, di conseguenza, sia già segnata dal destino, che la vittoria della rivoluzione sia perciò fin d’ora assicurata e che non resti loro altro da fare che attendere la caduta della borghesia e redigere dei bollettini di vittoria. E’ questo un errore molto grave La vittoria della rivoluzione non giunge mai da sola. Bisogna prepararla e conquistarla. E può prepararla e conquistarla soltanto un forte partito proletario rivoluzionario. Possono esistere dei momenti in cui la situazione è rivoluzionaria, il potere della borghesia è scosso sino alle fondamenta, ma la vittoria della rivoluzione non arriva, perché non esiste un partito rivoluzionario del proletariato sufficientemente forte e autorevole per condurre le masse al suo seguito e prendere il potere nelle proprie mani. Non sarebbe ragionevole pensare che simili “casi” non possano verificarsi.
Non sarebbe inutile ricordare a questo proposito le parole profetiche pronunciate da Lenin sulla crisi rivoluzionaria al II Congresso dell’Internazionale comunista:

“Eccoci arrivati alla questione della crisi rivoluzionaria, come base della nostra azione rivoluzionaria. Occorre qui, prima di tutto. mettere in rilievo due errori diffusi. Da un lato, gli economisti borghesi rappresentano questa crisi come un semplice “disturbo”, secondo l’elegante espressione degli inglesi. D’altro canto i rivoluzionari si sforzano qualche volta di dimostrare che la crisi è assolutamente senza uscita. E’ un errore. Non ci sono delle situazioni assolutamente senza uscita. La borghesia si comporta come un brigante senza scrupoli che ha perduto la testa; commette una sciocchezza dopo l’altra, aggravando la situazione, affrettando la propria rovina. Va bene. Ma non si può “dimostrare” che essa non abbia assolutamente nessuna possibilità di addormentare, con una serie di piccole concessioni, una minoranza degli sfruttati, di schiacciare questo o quel movimento, questa o quell’insurrezione di una parte qualsiasi degli oppressi e degli sfruttati. Tentar di “dimostrare” in precedenza che la situazione è “assolutamente” senza uscita, sarebbe vuota pedanteria o giuoco di idee e di parole. In questa e in altre questioni simili, la “dimostrazione” vera può essere data soltanto dalla pratica. Il regime borghese attraversa in tutto il mondo una crisi rivoluzionaria delle più profonde. Bisogna “dimostrare” ora, con l’attività dei partiti rivoluzionari, che essi hanno abbastanza coscienza, organizzazione, collegamenti con le masse sfruttate, decisione e capacità, per utilizzare questa crisi per una rivoluzione coronata da successo, per una rivoluzione vittoriosa”. (Rapporto sulla situazione internazionale e sui compiti fondamentali dell’I.C.”, Vol. XXV, pp. 340-341, ed. russa).

3. I rapporti fra l’U.R.S.S. e gli Stati capitalisti.

E’ facile capire quanto sia riuscito difficile all’U.R.S.S. condurre la sua politica di pace in quest’atmosfera avvelenata dai miasmi delle combinazioni di guerra.
In questa ridda prebellica che si estende a tutta una serie di paesi, l’U.R.S.S. ha continuato in questi anni a restare salda e incrollabile sulle sue posizioni di pace, a lottare contro il pericolo di guerra e per il mantenimento della pace, andando incontro a quei paesi i quali in un modo o nell’altro sono interessati al mantenimento della pace, denunciando e smascherando coloro che preparano, che provocano la guerra.
Su che cosa ha contato l’U.R.S.S. in questa lotta difficile e complessa per la pace?

a) Sulla propria crescente forza economica e politica.

b) Sull’appoggio morale di milioni di operai di tutti i paesi vitalmente interessati al mantenimento della pace.

c) Sul buon senso di quei paesi che non sono interessati, per un motivo o per l’altro, alla rottura della pace, e vogliono sviluppare i rapporti commerciali con un contraente puntuale e corretto come l’U.R.S.S.

d) Infine, sul nostro glorioso esercito, pronto a difendere il paese dagli attacchi esterni.

Su questa base si è svolta la nostra campagna per la conclusione d’un patto di non aggressione e d’un patto per la definizione dell’aggressore con gli Stati che confinano con noi. Voi sapete che questa campagna ha avuto successo. Com’è noto, un patto di non aggressione è stato concluso non soltanto con la maggioranza degli Stati confinanti con noi a occidente e a mezzogiorno, compresa la Finlandia e la Polonia, ma anche con paesi come la Francia e l’Italia; e un patto per la definizione dell’aggressore è stato concluso con gli stessi Stati confinanti con noi a occidente e a mezzogiorno, compresa la Piccola Intesa.
Su questa stessa base si è rafforzata l’amicizia tra 1’U.R.S.S. e la Turchia, i rapporti tra l’U.R.S.S. e l’Italia sono migliorati e sono divenuti indiscutibilmente soddisfacenti, sono migliorati i rapporti con la Francia, con la Polonia e con gli altri paesi baltici, sono stati ristabiliti i rapporti con gli Stati Uniti, con la Cina, ecc.
Fra tutti i fatti che esprimono i successi della politica di pace dell’U.R.S.S., occorre rilevarne e considerarne a parte due, che hanno senza dubbio una grande importanza.

1) Mi riferisco, in primo luogo, alla svolta che ha avuto luogo negli ultimi tempi nel senso d’un miglioramento dei rapporti tra l’U.R.S.S. e la Polonia, e fra l’U.R.S.S. e la Francia. Nel passato, com’è noto, i nostri rapporti con la Polonia lasciavano a desiderare. In Polonia si assassinavano i rappresentanti del nostro Stato. La Polonia si considerava come il baluardo dei paesi occidentali contro l’U.R.S.S. Tutti gli imperialisti contavano sulla Polonia come su di un distaccamento avanzato in caso di aggressione militare contro l’U.R.S.S. Per quanto riguarda i rapporti fra l’U.R.S.S. e la Francia, la situazione non era migliore. Basterà ricordare i fatti stabiliti dal processo di Mosca contro il gruppo di sabotatori di Ramsin, per richiamare alla memoria il quadro dei rapporti fra l’U.R.S.S. e la Francia. Ed ecco che questi rapporti malaugurati incominciano gradualmente a sparire e sono sostituiti da altri rapporti, che non si possono definire se non come rapporti di riavvicinamento. La questione non consiste solo nel fatto che abbiamo firmato un patto di non aggressione con questi paesi, sebbene il patto in sé stesso sia della più alta importanza. L’essenziale è che, prima di tutto, l’atmosfera, impregnata di sfiducia reciproca, incomincia a rischiararsi. Questo non significa naturalmente che il processo di riavvicinamento che si delinea possa essere considerato come sufficientemente solido e tale da garantire il successo finale. Siamo finora ben lontani dal poter escludere avvenimenti imprevisti e oscillazioni della politica, per esempio, della Polonia, dove le tendenze ostili all’Unione dei Soviet sono ancora forti. Ma la svolta verso il miglioramento dei nostri rapporti, indipendentemente dai risultati che darà nel futuro, è un fatto che merita di essere rilevato e messo in luce come un fattore favorevole alla causa della pace.
Dove va ricercata la causa di questa svolta? Da che cosa viene essa stimolata?
Prima di tutto dall’aumento della forza e della potenza dell’U.R.S.S.
Ai nostri tempi non si ha l’abitudine di tener conto dei deboli: si tien conto solo dei forti. E in seguito, da alcuni cambiamenti sopravvenuti nella politica della Germania, che riflettono lo sviluppo di sentimenti di rivincita e di tendenze imperialiste in Germania.
Alcuni uomini politici tedeschi dicono a questo proposito che 1’U.R.S.S. si orienta attualmente verso la Francia e verso la Polonia, che da avversaria del trattato di Versailles ne è diventata partigiana, che questo cambiamento si spiega con l’instaurazione del regime fascista in Germania. Tutto ciò è falso. Naturalmente, siamo ben lontani dall’entusiasmarci del regime fascista in Germania. Ma qui non si tratta di fascismo, non foss’altro per il fatto che il fascismo, in Italia per esempio, non ha impedito all’U.R.S.S. di stabilire le migliori relazioni con quel paese. Non si tratta neppure di pretesi cambiamenti nel nostro atteggiamento verso il trattato di Versailles. Non saremo certamente noi, che abbiam provato l’onta della pace di Brest-Litovsk, a cantare le lodi del trattato di Versailles. In una cosa soltanto non possiamo essere d’accordo, ed è che, a causa di questo trattato, il mondo sia gettato nell’abisso d’una nuova guerra. Lo stesso va detto del preteso nuovo orientamento dell’U.R.S.S. Non eravamo orientati prima verso la Germania, e così non siamo orientati oggi verso la Polonia e verso la Francia. Eravamo orientati nel passato e siamo orientati attualmente verso l’U.R.S.S. e unicamente verso l’U.R.S.S. (applausi fragorosi). E se gli interessi dell’U.R.S.S. esigono un riavvicinamento con questo o con quel paese, non interessato a vedere violata la pace, lo facciamo senza esitazioni.
No, non si tratta di questo. Si tratta d’un cambiamento della politica della Germania e del fatto che ancor prima dell’arrivo al potere degli attuali uomini politici tedeschi, ma soprattutto dopo il loro arrivo al potere, in Germania è incominciata la lotta fra due linee politiche, fra la vecchia politica, che aveva trovato il suo riflesso nei ben noti trattati fra l’U.R.S.S. e la Germania, e la “nuova” politica, la quale ricorda in generale la politica dell’ex kaiser, che fece occupare, un tempo, l’Ucraina e intraprese la marcia su Leningrado dopo aver trasformato i paesi baltici in base d’operazioni per quest’avanzata. E si aggiunga che la “nuova” politica prende nettamente il sopravvento su quella vecchia. Non si può considerare fortuito il fatto che gli uomini della “nuova” politica abbiano in tutto il sopravvento e che i partigiani della vecchia politica siano caduti in disgrazia. Non è neppure dovuta al caso la nota azione di Hugenberg a Londra, come non sono casuali le non meno note dichiarazioni di Rosenberg, che dirige la politica estera de partito che è al governo in Germania. Ecco come stanno le cose, compagni.

2) Mi riferisco, in secondo luogo, al ristabilimento di rapporti normali fra l’U.R.S.S. e gli Stati Uniti d’America. Non v’è dubbio che questo atto riveste la più grande importanza per tutto l’insieme dei rapporti internazionali. Non si tratta soltanto del fatto che esso accresce le possibilità di mantenimento della pace, migliora i rapporti fra i due paesi, rafforza i legami commerciali tra di essi e crea una base per una mutua collaborazione. Si tratta del fatto che esso scava un fosso tra il passato, quando gli Stati Uniti erano considerati nei vari paesi come il baluardo di ogni tendenza antisovietica, e il nuovo stato di cose in cui questo baluardo è stato volontariamente tolto di mezzo, a reciproco vantaggio dei due paesi.
Tali sono i due fatti fondamentali, che esprimono i successi della politica di pace dell’Unione dei Soviet.
Sarebbe tuttavia errato pensare che nel periodo in esame tutto per noi sia andato per il meglio. No, siamo ben lontani da questo.
Ricordate, per esempio, le pressioni dell’Inghilterra, l’embargo sulle nostre esportazioni, il tentativo di ingerirsi nei nostri affari interni e di tastarci su questo terreno, al fine di mettere alla prova la forza della nostra resistenza. E’ vero che questo tentativo non ha avuto seguito e che l’embargo è stato poi tolto; ma gli spiacevoli strascichi di questi attacchi si fanno ancora sentire in tutto ciò che riguarda i rapporti fra l’Inghilterra e l’U.R.S.S., e nelle stesse trattative per un accordo commerciale. E questi attacchi contro l’U.R.S.S. non possono considerarsi fortuiti. E’ noto che una parte dei conservatori inglesi non può vivere senza attacchi di questo genere. E appunto perché questi attacchi non sono fortuiti dobbiamo prevedere che anche per l’avvenire si attaccherà l’U.R.S.S., ci si faranno delle minacce di ogni genere, si cercherà di recarci del danno ecc.
Così pure, non si può non tener conto dei rapporti fra l’U.R.S.S. e il Giappone, che hanno bisogno d’un serio miglioramento. Il rifiuto opposto dal Giappone alla firma d’un patto di non aggressione, del quale il Giappone non ho meno bisogno dell’U.R.S.S., mette ancora una volta in rilievo che non tutto procede bene nel campo dei nostri rapporti. Lo stesso va detto della sospensione delle trattative per la Ferrovia orientale cinese, sospensione avvenuta non per causa dell’U.R.S.S., e così pure degli atti inammissibili commessi dagli agenti giapponesi sulla Ferrovia orientale cinese, degli arresti arbitrari di impiegati sovietici della Ferrovia orientale cinese ecc. Senza contare poi che una parte degli elementi militari giapponesi predica apertamente nella stampa la necessità della guerra contro l’U.R.S.S. e dell’occupazione della Regione litoranea con l’approvazione aperta d’altri ambienti militari; e il governo giapponese, invece di richiamare all’ordine gli istigatori di guerra, si comporta come se la faccenda non lo riguardasse. Non è difficile comprendere che cose simili non possono non creare un’atmosfera d’inquietudine e d’’incertezza. Certamente noi continueremo tenacemente anche in futuro a fare una politica di pace e cercheremo di ottenere un miglioramento dei nostri rapporti col Giappone, perché vogliamo che questi rapporti migliorino. Ma qui non dipende tutto da noi. Perciò dobbiamo prendere contemporaneamente tutte le misure atte a premunire il nostro paese da ogni imprevisto, ed essere pronti a difenderlo in caso d’attacco (applausi fragorosi).
Come vedete, accanto ai successi della nostra politica di pace registriamo anche tutta una serie di fenomeni negativi
Tale è la situazione estera dell’U.R.S.S.
La nostra politica estera è chiara. E’ la politica del mantenimento della pace e del rafforzamento dei rapporti commerciali con tutti i paesi. L’U.R.S.S. non pensa a minacciare e tanto meno ad attaccare chicchessia. Siamo per la pace e difendiamo la causa della pace. Ma non temiamo le minacce e siamo pronti a rispondere colpo per colpo ai fautori di guerra (applausi fragorosi). Chi vuole la pace e cerca dei legami d’affari con noi, troverà sempre il nostro appoggio. Ma chi cercasse di attaccare il nostro paese, riceverà un tal colpo mortale, che gli passerà la voglia per il futuro di ficcare il suo grugno porcino nel nostro orto sovietico (tempesta d’applausi).
Tale è la nostra politica estera (applausi scroscianti).
Il nostro compito consiste nel tradurre in pratica anche per il futuro questa politica con tutta la coerenza e la tenacia che sono necessarie.

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...."L’ineguaglianza dello sviluppo economico e politico è una legge assoluta del capitalismo. Ne risulta che è possibile il trionfo del socialismo all’inizio in alcuni paesi o anche in un solo paese capitalistico, preso separatamente...." Lenin -Sulla parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa-Pubblicato sul Sozial-Demokrat, n. 44, 23 agosto 1915.
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