G.Stalin: RAPPORTO AL XVII CONGRESSO DEL PARTITO SULL’ATTIVITA DEL COMITATO CENTRALE DEL PARTITO COMUNISTA (BOLSCEVICO) DELL’U.R.S.S. 26 GENNAIO 1934-Terza parte

10609639_680475028711122_1529671545930310483_n

http://scintillarossa.forumcommunity.net/?t=15730386

Il Partito

Passo alla questione del partito.
Il congresso attuale si svolge sotto la bandiera della vittoria completa del leninismo, sotto la bandiera della liquidazione dei residui dei gruppi antileninisti.
Battuto e disperso il gruppo antileninista dei trotskisti. I suoi organizzatori si trascinano ora all’estero nelle rimesse dei partiti borghesi.
Battuto e disperso il gruppo antileninista dei destri. I suoi organizzatori già da lungo tempo hanno ripudiato le loro opinioni e adesso si sforzano in tutti i modi di far dimenticare i peccati che hanno commesso contro il partito.
Battuti e dispersi i gruppi sorti sulla base delle deviazioni nazionaliste. I loro organizzatori o sono definitivamente passati all’emigrazione interventista oppure hanno fatto ammenda onorevole.
La maggioranza dei partigiani di questi gruppi antirivoluzionari è stata costretta a riconoscere la giustezza della linea del partito e ha capitolato davanti al partito.
Se al XV Congresso era ancora necessario dimostrare la giustezza della linea del partito e condurre la lotta contro certi gruppi antileninisti, se al XVI Congresso si dovette dare il colpo di grazia agli ultimi seguaci di questi gruppi, in questo congresso non c’è più nulla da dimostrare e, a quel che pare, nessuno da colpire. Tutti vedono che la linea del partito ha trionfato (applausi scroscianti).
Ha trionfato la politica dell’industrializzazione del paese. I suoi risultati sono ora evidenti agli occhi di tutti. Che cosa si può opporre a questo fatto?
Ha trionfato la politica della liquidazione dei kulak e della collettivizzazione integrale. I suoi risultati sono pure evidenti agli occhi di tutti. Che cosa si può opporre a questo fatto?
L’esperienza del nostro paese ha provato che la vittoria del socialismo in un solo paese, singolarmente preso, è pienamente possibile. Che cosa si può opporre a questo fatto?
E’ evidente che tutti questi successi e, prima di tutte, la vittoria del piano quinquennale, hanno definitivamente demoralizzato e annientato i gruppi antileninisti d’ogni genere.
Bisogna riconoscere che il partito è oggi unito e compatto come non era mai stato prima (prolungati e fragorosi applausi).

1. Problemi della direzione politica e ideologica.

Ma vuol forse dire, questo, che la lotta sia finita e che l’ulteriore offensiva del socialismo possa esser lasciata cadere, come qualche cosa d’inutile?
In nessun modo.
Vuol forse dire che nel partito tutto preceda per il meglio, che non vi si manifesterà più nessuna deviazione e che, per conseguenza, si possa ora riposare sugli allori?
No, niente affatto.
Abbiamo sconfitto i nemici del partito, gli opportunisti di tutte le tinte, i fautori di deviazioni nazionaliste d’ogni specie; ma residui della loro ideologia non sono ancora usciti dalla testa di singoli membri del partito e non di rado si fanno sentire. Non si può considerare il partito come qualche cosa di staccato dagli uomini che lo circondano. Il partito vive e combatte nell’ambiente che lo circonda. Non c’è da stupirsi che dall’esterno penetrino non di rado nel partito delle tendenze malsane. E nel nostro paese c’è senza dubbio un terreno per simili tendenze, non foss’altro per il fatto che esistono ancora da noi, tanto nella città quanto nella campagna, alcuni strati intermedi della popolazione dove si forma l’ambiente che alimenta queste tendenze.
La XVII Conferenza del nostro partito ha affermato che uno dei compiti fondamentali per l’attuazione del secondo piano quinquennale consiste “nel distruggere le sopravvivenze del capitalismo nell’economia e nella coscienza degli uomini”. E’ un concetto assolutamente giusto. Ma possiamo dire di aver già superato tutte le sopravvivenze del capitalismo nell’economia? No, non possiamo dirlo. E tanto meno possiamo dire di aver superato le sopravvivenze del capitalismo nella coscienza degli uomini. Non possiamo dirlo, non solo perché lo sviluppo della coscienza degli uomini ritarda sulla loro situazione economica, ma anche perché esiste ancora un accerchiamento capitalistico, che si sforza di ravvivare e di stimolare le sopravvivenze del capitalismo nell’economia e nella coscienza degli uomini nell’U.R.S.S., e contro il quale noi bolscevichi dobbiamo tener sempre le polveri asciutte.
E’ chiaro che queste sopravvivenze non possono non costituire un terreno favorevole per rianimare, nella testa di singoli iscritti al partito, l’ideologia dei gruppi antileninisti battuti. Aggiungete a questo il livello teorico non molto alto della maggioranza degli iscritti al nostro partito, il debole lavoro ideologico degli organismi di partito, il fatto che i nostri militanti di partito sono sovraccarichi di lavoro puramente pratico che toglie loro la possibilità di completare il loro bagaglio teorico, e comprenderete qual è l’origine della confusione che esiste nella testa di singoli membri del partito su tutta una serie di problemi del leninismo, confusione che penetra non di rado nella nostra stampa e contribuisce a ravvivare i residui dell’ideologia dei gruppi antileninisti battuti.
Ecco perché non si può dire che la lotta sia terminata e che non vi sia più la necessità di una politica d’offensiva del socialismo.
Si potrebbero prendere parecchi problemi del leninismo e dimostrare, sulla loro base, quanto siano ancora vivi in alcuni iscritti al partito i residui dell’ideologia dei gruppi antileninisti battuti.
Prendiamo, per esempio, la questione dell’edificazione della società socialista senza classi. La XVII Conferenza del partito ha detto che andiamo verso la creazione di una società socialista, senza classi. E’ chiaro che la società senza classi non può sorgere in modo, per cosi dire, spontaneo. Bisogna conquistarla e costruirla con gli sforzi di tutti i lavoratori, rafforzando gli organi della dittatura del proletariato, sviluppando la lotta di classe, sopprimendo le classi, liquidando le sopravvivenze delle classi capitalistiche, in una lotta continua tanto contro i nemici interni che contro quelli esterni.
La cosa sembra chiara.
Eppure, chi non sa che la proclamazione di questa tesi del leninismo, così chiara ed elementare, ha generato non poca confusione nelle teste e fatto sorgere delle tendenze malsane in una parte degli iscritti al partito?
La tesi sulla nostra marcia verso la società senza classi, lanciata come parola d’ordine, è stata da loro interpretata come l’affermazione d’un processo spontaneo. Ed essi aggiungevano: poiché si parla di società senza classi vuol dire che si può attenuare la lotta di classe, che si può allentare un po’ la dittatura del proletariato e in generale farla finita con lo Stato, il quale dovrà comunque estinguersi, prossimamente. E toccavano il cielo col dito, pensando che ben presto non ci sarebbe più stata nessuna classe, vale a dire non più lotta di classe, vale a dire non più preoccupazioni né affanni, e che si poteva perciò deporre le armi e andarsene tranquillamente a dormire in attesa dell’avvento della società senza classi (ilarità generale in tutta la sala).
Non c’ dubbio che questa confusione mentale e queste tendenze assomigliano, come s’assomigliano due gocce d’acqua, alle note concezioni dei destri, secondo le quali il vecchio deve automaticamente integrarsi nel nuovo, finché un bel giorno, senza accorgersene, ci dovremo trovare nella società socialista.
Come vedete, i residui dell’ideologia dei gruppi antileninisti battuti sono perfettamente in grado di rianimarsi e sono ancora ben lontani dall’aver perduto la loro vitalità.
E’ evidente che se questa confusione d’idee e queste tendenze non bolsceviche dovessero estendersi alla maggioranza del nostro partito, il partito si troverebbe smobilitato e disarmato.
Prendiamo, inoltre, la questione dell’artel agricolo e della comune agricola. Oggi tutti riconoscono che l’artel costituisce, nelle condizioni attuali, l’unica forma giusta del movimento colcosiano. Ed è comprensibilissimo: a) l’artel lega in modo giusto gli interessi personali, quotidiani dei membri dei colcos ai loro interessi collettivi; b) l’artel adatta felicemente gli interessi personali, quotidiani agli interessi della società e così facilita l’educazione nello spirito del collettivismo dei contadini che ieri ancora avevano un’azienda individuale.
A differenza dell’artel, dove vengono collettivizzati soltanto i mezzi di produzione, nelle comuni si collettivizzano, fino a questi ultimi tempi, non solo i mezzi di produzione, ma anche tutto ciò che è destinato all’uso personale e familiare di ogni membro della comune, vale a dire che i membri della comune, a differenza dei membri dell’artel, non avevano in loro possesso personale il pollame, il bestiame minuto, la vacca, il grano, l’orto attinente alla casa. Ciò vuol dire che nelle comuni gl’interessi personali, quotidiani degl’iscritti, non soltanto non erano tenuti presenti e non erano coordinati con gl’interessi collettivi, ma erano soffocati da questi ultimi ai fini d’un egualitarismo piccolo-borghese. E’ chiaro che questo fatto costituisce il lato più debole delle comuni e spiega anche perché le comuni non abbiano una larga diffusione e si contino solo ad unità o a decine. Per questa stessa ragione le comuni, per mantenersi in vita e non disgregarsi completamente, si son viste costrette a rinunciare alla socializzazione di tutto ciò che è destinato all’uso personale o familiare e incominciano a lavorare sulla base di giornate-lavoro, incominciano a distribuire a casa dei loro membri il grano, ammettono il possesso personale del pollame, del bestiame minuto, della vacca, ecc. Vale a dire che le comuni sono passate di fatto alle condizioni degli artel. E non vi è nulla di male, perché così esigono gl’interessi di un sano sviluppo del movimento di massa dei colcos.
Ciò non significa naturalmente che la comune non sia necessaria in generale, e che essa non rappresenti più una forma superiore del movimento dei colcos. No, la comune è necessaria e rappresenta, naturalmente, la forma più alta del movimento dei colcos, ma non la comune attuale, che è sorta sulla base di una tecnica non sviluppata e di una insufficienza di prodotti e che si mette essa stessa nelle condizioni d’un artel, bensì la comune futura, che sorgerà sulla base di una tecnica più sviluppata e di un’abbondanza di prodotti. L’attuale comune agricola è sorta sulla base di una tecnica poco sviluppata e di un’insufficienza di prodotti. Questo spiega, in sostanza, perché essa praticava l’egualitarismo e teneva in poco conto gl’interessi personali, quotidiani dei suoi membri, tanto da vedersi oggi costretta a trasformarsi in un artel, dove sono coordinati razionalmente gl’interessi personali e collettivi dei membri dei colcos. La comune futura nascerà dallo sviluppo e dell’agiatezza dell’artel. La futura comune agricola sorgerà quando i campi e le fattorie degli artel abbonderanno di grano, di bestiame, di pollame, di legumi e di ogni altro prodotto, quando negli artel si apriranno delle lavanderie meccanizzate, delle cucine e dei refettori moderni, delle panetterie meccanizzate, ecc., quando il membro del colcos vedrà che gli è più vantaggioso prendere la carne e il latte alla fattoria che mantenere per conto suo la vacca e il bestiame minuto, quando la colcosiana vedrà che le è più vantaggioso mangiare alla mensa collettiva, prendere il pane alla panetteria e ricevere la biancheria lavata dalla lavanderia collettiva, che non occuparsi essa stessa di queste cose. La comune futura sorgerà sulla base d’una tecnica più sviluppata e d’un artel più sviluppato, sulla base di un’abbondanza di prodotti. Quando avverrà tutto questo? Non presto, naturalmente, ma avverrà. Sarebbe un delitto accelerare artificialmente il processo di trasformazione dell’artel nella futura comune. Ciò imbroglierebbe tutte le carte e farebbe il gioco dei nostri nemici. Il processo di trasformazione dell’artel nella futura comune dovrà farsi gradualmente, nella misura in cui tutti i membri del colcos si convinceranno della necessità d’una simile trasformazione.
Così si presenta il problema dell’artel e della comune.
La cosa, a quanto pare, è chiara e quasi elementare.
Eppure in una parte degl’iscritti al partito esiste in proposito un’estrema confusione. Essi ritengono che il partito, dichiarando l’artel forma fondamentale del movimento colcosiano, si sia allontanato dal socialismo, abbia compiuto una ritirata, passando dalla comune, forma superiore del movimento colcosiano, a una forma inferiore. Perché, di grazia? Perché nell’artel, a sentir loro, non esisterebbe eguaglianza, dato che la differenza dei bisogni e delle condizioni personali di vita dei membri dell’artel rimane, mentre nella comune regnerebbe l’eguaglianza, dato che in essa i bisogni e le condizioni personali di vita dei suoi iscritti sono livellati. Ma, in primo luogo, non esistono più delle comuni dove dominino l’eguaglianza, il livellamento dei bisogni e della vita personale. La pratica ha dimostrato che le comuni sarebbero sicuramente andate in rovina, se non avessero rinunciato all’egualitarismo e non fossero passate di fatto allo stato di artel. Per conseguenza, inutile riferirsi a ciò che di fatto non esiste già più. In secondo luogo, è noto ad ogni leninista, purché sia un vero leninista, che il livellamento nel campo dei bisogni e delle condizioni di vita private è un’assurdità reazionaria da piccoli borghesi, degna di una qualche setta primitiva di asceti, ma non di una società socialistica organizzata marxisticamente, poiché non si può esigere che tutti gli uomini abbiano bisogni e gusti perfettamente uguali, che tutti gli uomini quanto al loro tenore di vita privata vivano secondo un unico modello E finalmente: forse che in mezzo agli operai non si conserva la differenza tanto nei bisogni quanto anche nel loro tenore di vita privato? Significa questo forse che gli operai si trovino più lontani dal socialismo, che i membri delle comunità rurali? Quella gente evidentemente crede che il socialismo richieda l’egualitarismo e il livellamento dei bisogni o del tenore di vita privato dei membri della società. Non occorre neanche dire che una simile supposizione non ha niente in comune col marxismo, col leninismo. Il marxismo intende l’eguaglianza non come il livellamento nel campo dei bisogni e della vita privata, ma come distruzione delle classi, cioè: a) come liberazione eguale di tutti i lavoratori dallo sfruttamento, dopo che i capitalisti siano stati spodestati ed espropriati; b) abolizione eguale per tutti della proprietà privata dei mezzi di produzione, dopo che questi ultimi sono passati a diventare proprietà di tutta la società; c) obbligo eguale per tutti di lavorare secondo le proprie capacità e diritto eguale per tutti i lavoratori di essere ricompensati di ciò secondo il loro lavoro (società socialistica); d) obbligo eguale per tutti di lavorare secondo le proprie capacità e diritto eguale per tutti i lavoratori di essere ricompensati di ciò secondo i loro bisogni (società comunistica). In tale questione il marxismo parte dal concetto che i gusti e i bisogni degli uomini non sono e non possono essere omogenei e eguali quanto alla qualità o quanto alla quantità, né nel periodo del socialismo né nel periodo del comunismo.
Eccovi dunque la concezione marxistica dell’eguaglianza.
Nessun’altra eguaglianza il marxismo né ha riconosciuto né riconosce.
Arrivare da ciò alla deduzione, che il socialismo esiga l’egualitarismo e il livellamento dei bisogni dei membri della società, il livellamento dei loro gusti e del tenore di vita privato; che secondo il marxismo tutti dovrebbero andare vestiti nella stessa maniera, mangiare gli stessi cibi, nella stessa quantità, significa dire delle insulsaggini e calunniare il marxismo.
E’ tempo ormai di persuadersi che il marxismo è nemico dell’egualitarismo. Già nel “Manifesto del Partito Comunista” Marx ed Engels sferzarono il socialismo utopistico primitivo, chiamandolo reazionario per la sua propaganda di un “ascetismo generale e di un egualitarismo grossolano”.
Engels nel suo “Anti Duhring” consacrò un intero capitolo alla critica mordace del “socialismo radicale ugualitario”, sostenuto dal Duhring come contrappeso al socialismo marxistico.
“Il contenuto reale dell’esigenza proletaria dell’eguaglianza”, diceva Engels, “si riduce all’esigenza della distruzione delle classi. Qualsiasi esigenza di eguaglianza, che vada più in là di questo punto, inevitabilmente conduce all’assurdità”.
La stessa cosa disse Lenin:
“Engels aveva mille volte ragione, quando scrisse: Il concetto di eguaglianza al di là della distruzione delle classi è un pregiudizio stupidissimo e assurdo. I professori borghesi a proposito del concetto di eguaglianza hanno tentato di accusarci, come se noi volessimo rendere un uomo uguale all’altro. Di questa assurdità, che essi stessi hanno inventata, hanno cercato di accusare i socialisti. Ma essi non sapevano nella loro ignoranza, che i socialisti – e precisamente i fondatori del moderno socialismo scientifico, Marx e Engels – dicevano: L’eguaglianza è una frase vuota, se per eguaglianza non si comprende la distruzione delle classi. Le classi, le vogliamo distruggere, – sotto questo rapporto noi stiamo per l’eguaglianza. Ma pretendere per questo, che noi renderemo tutti gli uomini eguali tra di loro, è una frase assolutamente vuota di senso e una stupida escogitazione degli intellettuali”. (Discorso di Lenin “Intorno all’inganno del popolo mediante le parole d’ordine Libertà e Eguaglianza”).
Mi pare che sia chiaro.
Gli scrittori borghesi volentieri immaginano il socialismo marxistico come una vecchia caserma zarista, nella quale tutto è subordinato al principio del livellamento. Ma i marxisti non possono essere responsabili della ignoranza e della ottusità mentale degli scrittori borghesi.
Non può essere dubbio che questa confusione di concetti nei singoli membri del Partito riguardo al socialismo marxistico e l’entusiasmo esagerato che le comunità rurali hanno dimostrato per le tendenze egualitaristiche, somiglino come due gocce d’acqua alle idee piccolo-borghesi dei nostri pasticcioni di “sinistra”, nei quali l’idealizzazione delle comunità rurali arrivava un tempo al punto che essi tentavano di impiantare le comunità perfino nelle officine e nelle fabbriche, dove operai qualificati e non qualificati lavorando ciascuno secondo le sue mansioni, dovevano versare i loro salari in una cassa comune e spartirli poi in misura eguale. E’ noto, quale danno abbiano recato alla nostra industria questi esercizi puerili egualitaristici dei pasticcioni di “sinistra”.
Come vedete, i residui ideologici dei gruppi avversi al Partito e ora sconfitti, hanno una vitalità abbastanza grande.
E’ comprensibile che se queste idee estremiste di “sinistra” trionfassero nel Partito, questo cesserebbe di essere marxista e il movimento delle aziende collettivizzate finirebbe coll’essere disorganizzato.
Oppure per esempio prendiamo la questione della parola d’ordine: “Rendere agiati tutti i membri delle aziende collettivizzate”. Questa parola d’ordine riguarda non soltanto i membri delle aziende collettivizzate, riguarda più ancora gli operai, perché vogliamo rendere agiati tutti gli operai, farne degli uomini che conducano una vita agiata e del tutto civile.
Sembrerebbe una cosa ovvia. Sarebbe stato inutile abbattere il capitalismo nell’ottobre del 1917 e costruire il socialismo durante parecchi anni, se non potessimo ottenere che tutti gli uomini vivano da noi nella contentezza. Il socialismo non significa miseria e privazioni, ma distruzione della miseria e delle privazioni, organizzazione di una vita agiata e civile per tutti i membri della società.
Eppure questa parola d’ordine chiara e in sostanza elementare ha provocato tutta una serie di malintesi, di equivoci, di confusioni in una parte dei membri del Partito. Non è questa parola d’ordine, essi dicono, un ritorno alla vecchia parola d’ordine ripudiata dal Partito: “Arricchitevi”? Se tutti diventeranno agiati, essi continuano, e se cesserà di esistere la povertà, su chi dovremo noi bolscevichi appoggiarci nel nostro lavoro, come lavoreremo senza povertà?
Forse ciò può sembrare ridicolo, ma l’esistenza di idee così ingenue ed anti-leniniste in mezzo ad una parte dei membri del Partito è un fatto indubitabile, che non si può trascurare.
Questa gente, evidentemente, non comprende, che tra la parola d’ordine “arricchitevi” e la parola d’ordine “rendere agiati tutti i membri delle aziende collettive” c’è tutto un abisso. In primo luogo, possono arricchirsi soltanto delle persone o dei gruppi singoli, mentre la parola d’ordine della vita agiata riguarda non persone o gruppi singoli, ma tutti quanti i membri delle aziende collettive. In secondo luogo si arricchiscono singoli gruppi o persone allo scopo di sottomettere a sé gli altri uomini e di sfruttarli, mentre la parola d’ordine della vita agiata di tutti quanti i membri delle aziende collettivizzate, essendo collettivizzati i mezzi della produzione nelle aziende collettivizzate, esclude qualsiasi possibilità di sfruttamento degli uni da parte degli altri. In terzo luogo, la parola d’ordine “arricchitevi” fu proclamata nel periodo iniziale dello stadio della NEP, quando il capitalismo parzialmente risorgeva, quando i kulak erano ancora forti, nel paese predominava l’economia rurale individuale, o l’economia rurale collettiva si trovava ancora allo stato embrionale, mentre la parola d’ordine “rendere agiati tutti i membri delle aziende collettive” è stata proclamata nell’ultimo stadio della NEP, quando gli elementi capitalistici nell’industria erano ormai distrutti, i kulak nelle campagne sbaragliati, l’economia rurale individuale ricacciata in posizione secondaria, e le aziende collettive trasformate nella forma predominante dell’economia rurale. Non parlo poi della circostanza che la parola d’ordine “rendere agiati tutti i membri delle aziende collettive” è stata proclamata non isolatamente ma in legame indissolubile con la parola d’ordine “rendere le aziende collettive bolsceviche”.
Non è forse chiaro che la parola d’ordine “arricchitevi” significava in sostanza un appello alla restaurazione del capitalismo, mentre la parola d’ordine “rendere agiati tutti i membri delle aziende collettive”, significa un appello all’annientamento degli ultimi resti del capitalismo mediante il rafforzamento della potenza economica delle aziende collettive e la trasformazione di tutti i membri di esse in lavoratori agiati?
Non è forse chiaro che tra queste due parole d’ordine non c’è e non ci può essere nessun punto di contatto?
In quanto poi alla questione, che senza l’esistenza della povertà sarebbero inconcepibili sia il lavoro bolscevico sia il socialismo, questa è una tale sciocchezza che è perfino penoso parlarne. I leninisti si appoggiano sulla povertà, quando ci sono elementi capitalistici e c’è la povertà sfruttata dai capitalisti. Ma quando gli elementi capitalistici sono sbaragliati, e la povertà è liberata dallo sfruttamento, il compito dei leninisti consiste non nel conservare e rafforzare la povertà, le premesse della sua esistenza sono già distrutte, ma consiste nell’annientare la povertà e sollevare la condizione dei poveri al livello di una vita agiata. Sarebbe sciocco credere che il socialismo possa essere costruito sulla base della miseria e delle privazioni, sulla base della contrazione dei bisogni privati e dell’abbassamento del livello della vita al livello di vita dei poveri, i quali poi essi stessi non vogliono più rimanere poveri e si spingono in su verso la vita agata. A chi giova un simile presunto socialismo? Sarebbe non un socialismo, ma una caricatura del socialismo. Il socialismo può essere costruito soltanto sulla base di un accrescimento intenso delle forze produttive della società, sulla base dell’abbondanza dei prodotti e delle merci, sulla base di una vita agiata dei lavoratori, sulla base di un rapido aumento dell’incivilimento. Perché il socialismo, il socialismo marxista, significa non la contrazione dei bisogni privati ma il loro estendersi e fiorire uniforme, non la limitazione o il rifiuto di soddisfare a codesti bisogni, ma il soddisfacimento completo e generale di tutti i bisogni dei lavoratori evoluti.
Non può essere dubbio che quella confusione d’idee in alcuni membri del Partito nei riguardi della povertà e dell’agiatezza rispecchi le idee dei nostri pasticcioni di “sinistra”, i quali idealizzano la povertà quale sostegno eterno del bolscevismo in tutte le condizioni di qualsiasi genere, e considerano le aziende collettivizzate quale arena di un’accanita lotta di classe.
Come vedete anche qui, in questa questione, i residui ideologici dei gruppi avversi al Partito, e ormai sconfitti, non hanno perduto la loro vitalità.
E’ comprensibile che se simili idee impasticciate riportassero la vittoria nel nostro Partito, le aziende collettivizzate non avrebbero avuto i successi che sono state capaci di registrare negli ultimi due anni e si sarebbero disgregate in brevissimo tempo.
Oppure prendiamo, per esempio, la questione nazionale. Anche qui, nel campo della questione nazionale, come in altre questioni, si manifesta in una parte degl’iscritti al partito una confusione d’idee che crea un certo pericolo. Ho parlato della vitalità delle sopravvivenze del capitalismo. Bisogna rilevare che le sopravvivenze del capitalismo nella coscienza degli uomini sono assai più vivaci nel campo dei problemi nazionali che in qualsiasi altro campo. Sono più vivaci, perché hanno la possibilità di ben mascherarsi d’un costume nazionale. Molti pensano che il crollo di Skripnik sia un caso unico, un’eccezione alla regola. Non è vero. Il crollo di Skripnik e del suo gruppo in Ucraina non è un’eccezione. Simili aberrazioni si riscontrano anche in alcuni compagni di altre repubbliche nazionali.
Che cos’è una deviazione verso il nazionalismo, si tratti del nazionalismo dei grandi russi o di un nazionalismo locale? Una deviazione verso il nazionalismo è un adattamento della politica internazionalista della classe operaia alla politica nazionalista della borghesia. Ogni deviazione verso il nazionalismo riflette i tentativi della “propria” borghesia “nazionale” di minare il regime sovietico e di restaurare il capitalismo. La fonte, come vedete, è la stessa per tutte e due le deviazioni; è l’abbandono dell’internazionalismo leninista. Se volete mantenere sotto il vostro fuoco tutte e due queste deviazioni, bisogna colpire, prima di tutte, la loro fonte, colpire coloro che abbandonano l’internazionalismo, si tratti della deviazione verso il nazionalismo locale o della deviazione verso il nazionalismo dei grandi russi (applausi fragorosi).
Si discute quale delle due deviazioni rappresenti il pericolo principale: se la deviazione verso il nazionalismo dei grandi russi o la deviazione verso il nazionalismo locale. Nelle condizioni attuali questa è una discussione di pura forma e perciò è vuota. Sarebbe stupido voler dare una ricetta bell’e fatta per tutti i momenti e per tutte le situazioni circa il pericolo principale e non principale. Tali ricette non esistono nella realtà. Il pericolo principale è rappresentato da quella deviazione contro la quale si è cessato di lottare e alla quale si è cosi offerta la possibilità di crescere fino a diventare un pericolo per lo Stato (applausi prolungati).
In Ucraina, fino a pochissimo tempo fa, la deviazione verso il nazionalismo ucraino non rappresentava il pericolo principale: ma quando cessò la lotta contro di essa e le si permise di svilupparsi fino a far causa comune con coloro che pensano a un intervento, questa deviazione divenne il pericolo principale. Il problema del pericolo principale nel campo della questione nazionale non si risolve con delle discussioni vane e formali, ma con un’analisi marxista dello stato di cose esistenti in un determinato momento e con lo studio degli errori che sono stati commessi in questo campo.
Lo stesso bisogna dire circa la deviazione di destra e di “sinistra” nella politica generale. Anche qui, come in altri campi, si nota non poca confusione di idee in certi membri del nostro partito. Talvolta, conducendo la lotta contro la deviazione di destra, si attenua la pressione sulla deviazione di “sinistra”, e s’indebolisce la lotta contro di essa, perché si pensa che non sia pericolosa o che sia meno pericolosa. E’ un errore grave e pericoloso. E’ una concessione alla deviazione di “sinistra” inammissibile per un iscritto al partito. E la cosa è tanto più inammissibile, in quanto negli ultimi tempi i “sinistri” sono definitivamente scivolati sulle posizioni dei destri e in sostanza non si differenziano più in nulla da costoro.
Abbiamo sempre affermato che i “sinistri” non sono altro che dei destri, i quali mascherano la loro politica di destra con delle frasi di “sinistra”. Adesso gli stessi “sinistri” confermano questa nostra affermazione. Prendete la collezione dello scorso anno del “Bollettino” trotskista. Che cosa chiedono, che cosa scrivono i signori trotskisti? In che cosa consiste il loro programma di “sinistra”? Essi esigono: lo scioglimento dei sovcos perché non redditizi, lo scioglimento della maggior parte dei colcos perché fittizi, l’abbandono della politica di liquidazione dei kulak, il ritorno alla politica delle concessioni e l’attribuzione in concessione di tutta una serie di nostre aziende industriali, perché non redditizie.
Eccovi il programma di questi miserabili poltroni e capitolatori, un programma controrivoluzionario di restaurazione del capitalismo nell’U.R.S.S.
In che cosa si differenzia questo programma da quello dell’estrema destra? In nulla, evidentemente. Ne risulta che i “sinistri” si sono apertamente associati al programma controrivoluzionario dei destri, per formare un blocco con loro e condurre una lotta comune contro il partito.
Come si potrebbe dire dopo di ciò che i “sinistri” non sono pericolosi o sono poco pericolosi? Non è forse chiaro che coloro i quali dicono simili sciocchezze portano acqua al mulino dei nemici giurati del leninismo?
Come vedete, anche qui, per quanto riguarda le deviazioni dalla linea del partito, – si tratti di deviazioni nella politica generale o di deviazioni nella questione nazionale, – le sopravvivenze del capitalismo nella coscienza degli uomini, e anche nella coscienza di certi membri del nostro partito, conservano ancora una notevole vitalità.
Eccovi dunque alcune questioni importanti e attuali del nostro lavoro politico e ideologico, sulle quali esistono in alcuni strati del partito confusione di idee, incomprensione e persino abbandono aperto del leninismo. E queste non sono le sole questioni che permettono di dimostrare la confusione di idee che si riscontra in certi membri del partito.
Si può dire, dopo di ciò, che tutto, nel partito, proceda nel migliore dei modi?
E’ chiaro che non lo si può dire.
I nostri compiti nel campo del lavoro politico e ideologico sono i seguenti:

1) portare alla dovuta altezza il livello teorico del partito;

2) rafforzare il lavoro ideologico in tutti i gradi dell’organizzazione del partito;

3) condurre una propaganda instancabile del leninismo nelle file del partito;

4) educare nello spirito dell’internazionalismo leninista le organizzazioni di partito e gli attivisti senza partito che le circondano;

5) non dissimulare, ma criticare coraggiosamente le deviazioni di alcuni compagni dal marxismo-leninismo;

6) smascherare sistematicamente l’ideologia e i residui dell’ideologia delle correnti nemiche del leninismo.

2. Problemi della direzione organizzativa.

Ho parlato dei nostri successi. Ho parlato della vittoria della linea del partito, tanto nel campo dell’economia nazionale e della cultura, quanto nel campo dell’eliminazione dei gruppi antileninisti nel partito. Ho parlato dell’importanza storica mondiale della nostra vittoria. Ciò non significa, tuttavia, che la vittoria sia già stata ottenuta ovunque e completamente, e che tutti i problemi siano già risolti. Siffatti successi e trionfi non esistono nella realtà. Rimangono non pochi problemi non risolti e non poche lacune d’ogni genere. Abbiamo davanti a noi un mucchio di compiti che attendono di essere risolti. Ma ciò significa senza dubbio che la maggior parte dei compiti immediati e non rinviabili è già stata risolta con successo e in questo senso la vittoria grandiosa riportata dal nostro partito è indiscutibile.
Ma sorge una domanda: come è stata raggiunta questa vittoria, come è stata ottenuta praticamente, con quale lotta, con quali sforzi?
Alcuni pensano che sia sufficiente elaborare una giusta linea del partito, proclamarla ai quattro venti, esporla sotto forma di tesi generali e di risoluzioni, e votarla all’unanimità perché la vittoria venga, per cosi dire, in modo spontaneo. Ciò, naturalmente, non è giusto; è un grave errore. Soltanto degli impiegatucci e dei burocrati incorreggibili possono ragionare a questo modo. In realtà queste vittorie e questi successi sono stati ottenuti non spontaneamente, ma in una lotta accanita per la realizzazione della linea del partito. La vittoria non viene mai da sé, di solito bisogna strapparla. Le buone risoluzioni e le dichiarazioni a favore della linea generale del partito sono soltanto un inizio, perché rappresentano soltanto il desiderio di vincere e non la vittoria stessa. Una volta fissata una linea giusta, una volta data al problema una giusta soluzione, il successo dipende dal lavoro organizzativo, dall’organizzazione della lotta per l’applicazione della linea del partito, dalla giusta scelta degli uomini, dal controllo dell’esecuzione delle decisioni prese dagli organi dirigenti. Senza di ciò la giusta linea del partito e le giuste decisioni rischiano d’essere seriamente compromesse. Ben più: dopo che si è fissata la linea politica giusta, è il lavoro di organizzazione che decide di tutto e tra l’altro anche del destino della linea politica stessa, vale a dire della sua realizzazione o del suo fallimento.
In realtà la vittoria è stata ottenuta e conquistata mediante una lotta sistematica e accanita contro le difficoltà di ogni genere che ingombravano il cammino dell’applicazione della linea del partito, mediante il superamento di queste difficoltà, mediante la mobilitazione a questo scopo del partito e della classe operaia, mediante l’organizzazione della lotta per il superamento delle difficoltà, mediante la sostituzione dei militanti incapaci e la scelta di altri migliori, capaci di condurre la lotta contro le difficoltà.
Quali sono queste difficoltà e dove si annidano?
Sono le difficoltà del nostro lavoro di organizzazione, le difficoltà della nostra direzione organizzativa. Esse si annidano in noi stessi, nei nostri militanti che occupano posti di direzione, nelle nostre organizzazioni, nell’apparato delle nostre organizzazioni di partito, delle nostre organizzazioni sovietiche, economiche, sindacali, giovanili e d’ogni altro genere.
Bisogna comprendere che la forza e l’autorità delle nostre organizzazioni di partito, delle nostre organizzazioni sovietiche, economiche e d’ogni altro genere, nonché dei loro dirigenti, sono salite a un livello senza precedenti. E appunto perché la loro forza e la loro autorità sono salite a un livello senza precedenti, tutto o quasi tutto dipende oggi dal loro lavoro. Invocare le cosiddette condizioni oggettive non è più ammissibile. Dopo che la giustezza della linea politica del partito è stata confermata dall’esperienza di molti anni e la volontà degli operai e dei contadini di appoggiare questa linea non lascia più dubbio, la funzione delle cosiddette condizioni oggettive si è ridotta al minimo, mentre la funzione delle nostre organizzazioni e dei loro dirigenti è diventata decisiva, eccezionale. Che cosa significa questo? Significa che oggi la responsabilità per le nostre lacune e per le insufficienze nel lavoro risiede nove volte su dieci non nelle cause “oggettive”, ma in noi stessi e solo in noi stessi.
Abbiamo nel partito più di due milioni di membri e di candidati. Abbiamo più di 4 milioni di membri e di candidati nella Gioventù comunista. Abbiamo più di 3 milioni di corrispondenti operai e contadini. Nella Società d’incoraggiamento alla difesa contro la guerra aerea e chimica sono iscritte più di 12 milioni di persone e nei sindacati più di 17 milioni. A queste organizzazioni dobbiamo i nostri successi. E se, nonostante l’esistenza di simili organizzazioni e di simili possibilità che facilitano i nostri successi, riscontriamo non poche deficienze nel lavoro e una quantità non indifferente di lacune, la colpa è solo nostra, del nostro cattivo lavoro organizzativo, della nostra cattiva direzione organizzativa.
I metodi burocratici e impiegateschi negli apparati di direzione, le chiacchiere sulla “direzione in generale” invece di una direzione viva e concreta; l’organizzazione funzionale (a compartimenti stagni tra le diverse sezioni d’una stessa istituzione) e senza responsabilità personale; l’assenza di responsabilità personale nel lavoro e l’egualitarismo nel sistema dei salari; l’assenza d’un controllo sistematico dell’esecuzione delle decisioni prese; la paura dell’autocritica, – ecco le fonti delle nostre difficoltà, ecco dove si annidano oggi le nostre difficoltà.
Sarebbe ingenuo pensare che queste difficoltà possano essere vinte con delle risoluzioni e delle deliberazioni. I burocrati e gl’imbrattacarte sono da tempo maestri nel dimostrare a parole la loro fedeltà alle decisioni del partito e del governo e nel metterle praticamente a dormire. Per vincere queste difficoltà bisognava liquidare il ritardo del nostro lavoro organizzativo rispetto alle esigenze della linea politica del partito, bisognava portare in tutti i campi dell’economia nazionale la direzione organizzativa al livello della direzione politica, bisognava ottenere che il nostro lavoro di organizzazione assicurasse l’applicazione pratica delle parole d’ordine politiche e delle decisioni del partito.
Per vincere queste difficoltà e ottenere dei successi bisognava organizzare la lotta per il superamento delle difficoltà, bisognava attrarre a questa lotta le masse degli operai e dei contadini, bisognava mobilitare il partito stesso, bisognava epurare il partito e le organizzazioni economiche dagli elementi non sicuri, instabili, degenerati.
Che cosa si esigeva per raggiungere questo obiettivo?

Ci occorreva organizzare:

1) l’estensione dell’autocritica e lo smascheramento delle insufficienze del nostro lavoro;

2) la mobilitazione delle organizzazioni di partito, sovietiche, economiche, culturali e giovanili nella lotta contro le difficoltà;

3) la mobilitazione delle masse operaie e contadine nella lotta per applicare le parole d’ordine e le decisioni del partito e del governo;

4) l’estensione tra i lavoratori dell’emulazione socialista e del lavoro udarnico;

5) una vasta rete di sezioni politiche nelle Stazioni di macchine e trattrici e nei sovcos, per avvicinare al villaggio la direzione di partito e sovietica;

6) la suddivisione dei Commissariati del popolo, delle direzioni centrali e dei trust, per avvicinare la direzione economica alle aziende;

7) la liquidazione dell’assenza di responsabilità personale nel lavoro e dell’egualitarismo nel sistema dei salari;

8) la liquidazione del “sistema funzionale”, rafforzando la responsabilità personale e orientandoci verso la soppressione dei collegi di direzione;

9) il rafforzamento del controllo dell’esecuzione, orientandoci verso la riorganizzazione della Commissione centrale di controllo e dell’Ispezione operaia e contadina al fine di rendere sempre più forte il controllo dell’esecuzione;

10) lo spostamento degli elementi qualificati dagli uffici a posti più vicini alla produzione;

11) lo smascheramento e l’allontanamento dagli apparati amministrativi dei burocrati incorreggibili;

12) la destituzione di coloro che trasgrediscono le decisioni del partito e del governo, degli imbottitori di crani, dei chiacchieroni, per mettere al loro posto gente nuova, attiva, capace di assicurare una direzione concreta del lavoro ad essa affidato, e per rafforzare la disciplina di partito sovietica;

13) l’epurazione delle organizzazioni economiche e sovietiche e la riduzione del loro personale;

14) infine, l’epurazione del partito dagli elementi infidi e degenerati.

Ecco, nelle grandi linee, i mezzi a cui il partito è dovuto ricorrere per superare le difficoltà, per portare il livello del nostro lavoro di organizzazione al livello della direzione politica e assicurare, in tal modo, l’applicazione della linea del partito.
Voi sapete che il Comitato centrale ha svolto precisamente in questo modo il suo lavoro di organizzazione nel periodo in esame.
Il Comitato centrale si è ispirato al pensiero geniale di Lenin secondo cui l’essenziale nel lavoro di organizzazione è la scelta degli uomini e il controllo dell’esecuzione.
Sulla scelta degli uomini e sulla destituzione di coloro che non sono stati all’altezza dei compiti ricevuti, vorrei dire alcune parole.
Oltre ai burocrati e imbrattacarte incorreggibili, sull’allontanamento dei quali non esistono fra noi divergenze, ci sono ancora due tipi di militanti che frenano e ostacolano il nostro lavoro, che non ci permettono di andare avanti.
I militanti del primo tipo sono coloro che hanno reso dei servizi nel passato, ma ora sono diventati dei grandi signori e ritengono che le leggi del partito e dei Soviet non siano scritte per loro, ma per gli imbecilli. Sono gli stessi che non si sentono in obbligo di applicare le decisioni del partito e del governo e distruggono, così, le basi della disciplina del partito e dello Stato. Su che cosa contano, quando infrangono le leggi del partito e dei Soviet? Sperano che il potere sovietico non si deciderà a toccarli, grazie ai loro servizi passati. Questi gran signori presuntuosi pensano di essere insostituibili e di poter impunemente infrangere le decisioni degli organi dirigenti. Che cosa fare con dei militanti di questo genere? Bisogna toglierli senza esitare dai posti di direzione, senza riguardo ai loro meriti passati (voce: “Giusto!”). Bisogna destituirli, passarli a cariche inferiori e render la cosa pubblica sulla stampa (voci: “Giusto!”). Ciò è necessario per ridurre la boria di questi burocrati, di questi gran signori presuntuosi, e metterli a posto. Ciò è necessario per rafforzare la disciplina del partito e dei Soviet in tutto il nostro lavoro (voci: “E’ giusto!”. Applausi).
E adesso sul secondo tipo di militanti. Parlo dei chiacchieroni, direi dei chiacchieroni onesti (risa): gente onesta, devota al potere dei Soviet, ma incapace di dirigere, incapace di organizzare checchessia. L’anno scorso ebbi una conversazione con un compagno di questo genere, un compagno molto stimato, ma chiacchierone incorreggibile, capace di annegare nelle chiacchiere qualsiasi opera viva. Ecco la conversazione:
Io: Come va da voi la semina?
Lui: La semina, compagno Stalin? Ci siamo mobilitati (risa).
Io: Ebbene, e allora?
Lui: Abbiamo posto la questione in pieno (risa).
Io: E poi?
Lui: C’è una svolta, compagno Stalin, presto ci sarà una svolta (risa).
Io: Ebbene?
Lui: Si intravedono dei progressi (risa).
Io: Va bene, ma come va da voi la semina?
Lui: Nella semina per ora, compagno Stalin, non abbiamo combinato nulla di buono (scoppio di ilarità generale).
Eccovi il ritratto del chiacchierone: si sono mobilitati, hanno posto la questione in pieno, vi è la svolta, vi sono i progressi e tutto resta al punto di prima.
Proprio come un operaio ucraino che non molto tempo fa, interrogato sulla linea di un’organizzazione, caratterizzava la situazione così: “Che dire? La linea… la linea, certamente, c’è, è soltanto il lavoro che non si vede” (ilarità generale). Evidentemente anche questa organizzazione ha i suoi chiacchieroni onesti.
E quando destituisci simili chiacchieroni, allontanandoli dal lavoro operativo, essi spalancano le braccia e rimangono perplessi: “Ma perché ci destituiscono? Non abbiamo fatto tutto quello ch’è necessario per il lavoro? Non abbiamo forse convocato la conferenza degli udarnichi; non abbiamo forse proclamato alla conferenza degli udarnichi le parole d’ordine del partito e del governo? Non abbiamo forse eletto tutto l’Ufficio politico del Comitato centrale alla presidenza d’onore (ilarità generale), non abbiamo forse inviato un saluto al compagno Stalin? Che cosa volete ancora da noi?” (ilarità generale).
Che fare con questi chiacchieroni incorreggibili? Se li lasciamo a un lavoro operativo, sono capaci di annegare qualsiasi lavoro vivente in un fiume di discorsi interminabili. E’ chiaro che bisogna toglierli dai posti di direzione e destinarli a un altro lavoro, non operativo. Per i chiacchieroni non c’è posto in un lavoro operativo (voci: “Giusto”. Applausi).
Sui criteri seguiti dal Comitato centrale nella scelta degli uomini per le organizzazioni sovietiche ed economiche, e sul modo come è stato svolto il lavoro per rafforzare il controllo dell’esecuzione delle decisioni, ho già brevemente parlato. Il compagno Kaganovic vi farà in proposito un rapporto più particolareggiato, al terzo punto dell’ordine del giorno del Congresso.
Vorrei dire alcune parole sul lavoro da fare per l’ulteriore rafforzamento del controllo dell’esecuzione.
Una giusta organizzazione del controllo dell’esecuzione ha un’importanza decisiva nella lotta contro i metodi burocratici e impiegateschi. Si applicano le decisioni degli organi dirigenti o vengono esse poste in disparte dai burocrati e dagl’imbrattacarte? Vengono esse applicate giustamente o deformate? L’apparato lavora in modo onesto e bolscevico o gira a vuoto? Si potrà sapere tutto ciò tempestivamente soltanto mediante un ben impostato controllo dell’esecuzione. Un controllo dell’esecuzione ben impostato è un proiettore che permette di illuminare in qualsiasi momento l’andamento del lavoro dell’apparato e di smascherare i burocrati e gli imbrattacarte. Si può affermare con sicurezza che i nove decimi dei nostri difetti e delle nostre manchevolezze si spiegano con la mancanza di un buon controllo dell’esecuzione. Non ci può esser dubbio che un simile controllo avrebbe permesso di evitare molti difetti e molte lacune del nostro lavoro.
Ma affinché il controllo dell’esecuzione raggiunga il suo scopo, sono necessarie per lo meno due condizioni: primo che il controllo dell’esecuzione sia sistematico e non saltuario, e secondo, che alla direzione del controllo dell’esecuzione, in tutti gli anelli delle organizzazioni di partito e delle organizzazioni sovietiche ed economiche, vi siano non delle persone di secondo piano, ma delle persone sufficientemente autorevoli, vale a dire i dirigenti stessi delle organizzazioni.
Di grandissima importanza è una giusta organizzazione del controllo dell’esecuzione nelle istituzioni dirigenti centrali. L’ispezione operaia e contadina, per la struttura della sua organizzazione, non può soddisfare alle esigenze di un ben impostato controllo dell’esecuzione. Alcuni anni fa, quando il nostro lavoro economico era più semplice e meno soddisfacente, e quando si poteva contare sulla possibilità di ispezionare il lavoro di tutti i Commissariati del popolo e di tutte le organizzazioni economiche, l’Ispezione operaia e contadina era al suo posto. Ma oggi che il nostro lavoro economico è cresciuto ed è diventato più complesso, e non esiste più né la necessità né la possibilità di farlo ispezionare da un centro solo, l’Ispezione operaia e contadina deve essere riorganizzata. Oggi ci occorre non già un’ispezione, bensì una verifica dell’esecuzione delle decisioni del centro; ci occorre un controllo dell’esecuzione delle decisioni del centro. Oggi ci occorre un’organizzazione che, senza proporsi lo scopo universale di ispezionare tutti e tutto, sia in grado di concentrare tutta la sua attenzione sul lavoro di controllo, sul lavoro di verifica dell’esecuzione delle decisioni emananti dagli organi centrali del potere sovietico. Una simile organizzazione può essere soltanto la Commissione di controllo sovietico presso il Consiglio dei Commissari del popolo dell’U.R.S.S., commissione che lavori su direttive del Consiglio dei Commissari del popolo e abbia nelle varie località dei rappresentanti indipendenti dagli organi locali. E affinché essa goda di un’autorità sufficiente e possa, in caso di necessità, chiamare a rispondere del proprio lavoro qualsiasi funzionario responsabile, è necessario che i candidati alla Commissione di controllo sovietico siano designati dal Congresso del partito e confermati dal Consiglio dei Commissari del popolo e dal Comitato esecutivo centrale dell’U.R.S.S. Penso che una simile organizzazione potrà rafforzare il controllo sovietico e la disciplina sovietica.
Per quel che riguarda la Commissione centrale di controllo, essa fu creata, com’è noto, prima di tutto e principalmente per prevenire la scissione del partito. Voi sapete che per un certo tempo il pericolo di una scissione è effettivamente esistito. Sapete che la Commissione centrale di controllo e le sue organizzazioni riuscirono a prevenire il pericolo d’una scissione. Ma oggi il pericolo di una scissione non esiste più. Invece abbiamo oggi assolutamente bisogno di un’organizzazione che possa concentrare il massimo della sua attenzione sul lavoro di controllo dell’esecuzione delle decisioni prese dal partito e dal suo Comitato centrale. Una simile organizzazione può essere soltanto la Commissione di controllo del partito presso il Comitato centrale del partito comunista (bolscevico) dell’U.R.S.S., commissione che lavori secondo le direttive del partito e del suo Comitato centrale, e abbia nelle varie località dei rappresentanti indipendenti dalle organizzazioni locali. E’ comprensibile che un’organizzazione di così grande responsabilità debba avere una grande autorità. E perché abbia un’autorità sufficiente e possa chiamare a rispondere del proprio lavoro qualsiasi militante responsabile che si sia reso colpevole, compresi anche i membri del Comitato centrale, è necessario che soltanto l’organo supremo del partito, il Congresso del partito, possa scegliere e destituire i membri di questa commissione. Non vi può esser dubbio che una simile organizzazione sarà veramente capace di assicurare il controllo dell’esecuzione delle decisioni degli organi centrali del partito e di rafforzare la disciplina del partito.
Così si presentano i problemi della direzione organizzativa.

I nostri compiti nel campo del lavoro organizzativo sono i seguenti:

1) continuare a adeguare il nostro lavoro organizzativo alle esigenze della linea politica del partito;

2) portare la direzione organizzativa al livello della direzione politica;

3) ottenere che la direzione organizzativa assicuri completamente l’attuazione delle parole d’ordine politiche e delle decisioni del partito.

Compagni, termino il mio rapporto.
Quali conclusioni risultano da esso?
Tutti, oggi, riconoscono che i nostri successi sono grandi e senza precedenti. Il paese è stato portato, in un periodo relativamente breve, sulla via dell’industrializzazione e della collettivizzazione. Il primo piano quinquennale è stato realizzato con buoni risultati. Ciò genera un senso di fierezza e rinsalda la fiducia dei nostri lavoratori nelle loro forze. E naturalmente, è bene che sia così. Ma i successi hanno qualche volta anche il loro lato negativo. Essi generano qualche volta dei pericoli che, se lasciati sviluppare, possono scardinare tutto il lavoro. Vi è, per esempio, il pericolo che alcun nostri compagni possano lasciarsi prendere dal capogiro in seguito a questi successi. Casi simili, com’è noto, sono già avvenuti tra di noi. Vi è il pericolo che qualcuno dei nostri compagni, ubriacato dal successo, si lasci dominare dalla boria e cominci a cullarsi con canzoni laudative di questo genere: “Ormai possiamo toccare il cielo col dito”, “Nessuno al mondo potrà tagliarci la strada”, e così via. Ciò non è affatto escluso, compagni. Non vi è nulla di più pericoloso di simili stati d’animo, perché disarmano il partito e ne smobilitano le file. Se simili stati d’animo prevalessero nel nostro partito, ci potremmo trovare dinnanzi al pericolo di veder crollare tutti i nostri successi. E’ vero, abbiamo realizzato il primo piano quinquennale con successo. Ma l’impresa non è finita e non può finir lì, compagni. Abbiamo davanti a noi il secondo piano quinquennale, che esso pure dev’essere realizzato, e pure con successo. Sapete bene che i piani si compiono lottando contro le difficoltà, superando le difficoltà. Ciò significa che vi saranno delle difficoltà e che vi dovrà anche essere una lotta contro di esse. I compagni Molotov e Kuibyscev vi parleranno del secondo piano quinquennale. Dal loro rapporto vedrete quali grandi difficoltà dobbiamo superare per compiere questo piano grandioso. Ciò significa che non si deve cantare la ninna nanna al partito, ma sviluppare in esso la vigilanza; non addormentarlo, ma tenerlo preparato al combattimento; non disarmarlo, ma armarlo; non smobilitarlo, ma tenerlo mobilitato per la realizzazione del secondo piano quinquennale.
Di qui una prima conclusione: non lasciarsi inebriare dai risultati ottenuti e non cadere nella presunzione.
Abbiamo ottenuto dei successi perché abbiamo avuto una giusta linea di partito per dirigerci e abbiamo saputo organizzare le masse per applicare questa linea. E’ superfluo dire che senza queste condizioni non avremmo ottenuto i successi che abbiamo ottenuto e di cui siamo, a giusto titolo, fieri. Ma avere una linea giusta e saperla applicare è cosa molto rara nella vita dei partiti che sono al governo.
Guardate i paesi che ci circondano: trovate voi molti partiti al governo che abbiano una linea giusta e la applichino? In verità, partiti simili non ne esistono oggi al mondo, perché tutti vivono senza prospettive, si impegolano sempre più nel caos della crisi e non vedono la via per uscire dalla palude. Soltanto il nostro partito sa dove vuol andare e marcia avanti con successo A che cosa deve il nostro partito questa sua superiorità? Al fatto che esso è un partito marxista, un partito leninista. Lo deve al fatto ch’esso si ispira nel suo lavoro alla dottrina di Marx, di Engels, di Lenin. Non ci può esser dubbio di sorta che finché rimarremo fedeli a questa dottrina, finché possederemo questa bussola, registreremo sempre dei successi nel nostro lavoro.
Si dice che in alcuni paesi dell’Occidente il marxismo sarebbe già stato distrutto. Si dice che l’avrebbe distrutto una corrente borghese nazionalista, chiamata fascismo. Queste, naturalmente, sono sciocchezze. Così può parlare solo chi ignora la storia. Il marxismo è l’espressione scientifica degli interessi vitali della classe operaia. Per sterminare il marxismo bisognerebbe sterminare la classe operaia. Ma sterminare la classe operaia non è possibile. Più di ottant’anni sono passati da quando il marxismo è sceso in campo. Da allora, decine e centinaia di governi borghesi hanno tentato di sterminare il marxismo. E che cosa è avvenuto? I governi borghesi sono venuti e se ne sono andati, ma il marxismo è rimasto (applausi fragorosi). Anzi, il marxismo è riuscito a riportar vittoria su un sesto del globo e a riportar vittoria proprio nel paese in cui il marxismo era considerato come definitivamente distrutto (applausi fragorosi ). Non si può considerare fortuito il fatto che il paese dove il marxismo ha riportato vittoria completa è ora l’unico paese al mondo che non conosce né crisi né disoccupazione, mentre in tutti gli altri paesi, compresi i paesi fascisti, la crisi e la disoccupazione imperversano già da quattro anni. No, compagni, non si tratta di cosa fortuita (applausi prolungati).
Sì, compagni, noi dobbiamo i nostri successi al fatto che abbiamo lavorato e lottato sotto la bandiera di Marx, di Engels, di Lenin.
Di qui una seconda conclusione: restar fedeli sino all’ultimo alla grande bandiera di Marx, di Engels, di Lenin (applausi).
La classe operaia dell’U.R.S.S. è forte non soltanto perché ha un partito leninista temprato nelle lotte. Essa è forte non soltanto perché ha l’appoggio di masse di milioni di contadini lavoratori. Essa è forte anche perché la sostiene e l’aiuta il proletariato mondiale. La classe operaia dell’U.R.S.S. è una parte del proletariato mondiale, il suo reparto d’avanguardia, e la nostra repubblica è la pupilla del proletariato mondiale. Non v’è dubbio che se la classe operaia dell’U.R.S.S. non avesse avuto l’appoggio della classe operaia dei paesi capitalistici, non avrebbe mantenuto il potere nelle sue mani, non avrebbe assicurato le condizioni per l’edificazione socialista e di conseguenza non potrebbe registrare quei successi che oggi registra. I legami internazionali della classe operaia dell’U.R.S.S. con gli operai dei paesi capitalistici, l’alleanza fraterna degli operai dell’U.R.S.S. con gli operai di tutti i paesi: ecco una delle pietre angolari della forza e della potenza della Repubblica dei Soviet. Gli operai d’Occidente dicono che la classe operaia dell’U.R.S.S. è la squadra d’assalto del proletariato mondiale. Benissimo. Ciò vuol dire che il proletariato mondiale è pronto ad appoggiare anche in avvenire la classe operaia dell’U.R.S.S., nella misura delle proprie forze e delle proprie possibilità. Ma questo impone a noi degli obblighi seri. Questo significa che dobbiamo giustificare col nostro lavoro il titolo d’onore di squadra d’assalto dei proletari di tutti i paesi. Questo ci impegna a lavorare meglio e a lottare meglio per la vittoria definitiva del socialismo nel nostro paese, per la vittoria del socialismo in tutti i paesi.
Di qui una terza conclusione: essere fedeli sino all’ultimo alla causa dell’internazionalismo proletario, alla causa dell’alleanza fraterna dei proletari di tutti i paesi (applausi).
Tali sono le conclusioni.
Viva la grande e invincibile bandiera di Marx, di Engels, di Lenin!

(Fragorosi, prolungati applausi in tutta la sala. Il Congresso fa un’ovazione al compagno Stalin. Si canta l’ <internazionale>. Dopo il canto dell’ <internazionale>, l’ovazione riprende con nuova forza. Si grida: “Urrà per Stalin!”, “Viva Stalin!”, “Evviva il Comitato centrale del partito!”).

Advertisements

Informazioni su paginerosse-drapporosso

...."L’ineguaglianza dello sviluppo economico e politico è una legge assoluta del capitalismo. Ne risulta che è possibile il trionfo del socialismo all’inizio in alcuni paesi o anche in un solo paese capitalistico, preso separatamente...." Lenin -Sulla parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa-Pubblicato sul Sozial-Demokrat, n. 44, 23 agosto 1915.
Questa voce è stata pubblicata in Stalin. Contrassegna il permalink.