Karl Marx-F. Engels (1861-62)-Scritti sulla guerra civile americana.- Karl Marx (1861) Appunti economici

 

1620580_623047117766627_1635547941_n

Marx ed Engels (1861-62) Scritti sulla guerra civile americana

Appunti economici . Marx (1861) Londra, 3 novembre 1861
In questo momento non esiste in Inghilterra una politica generale; l’interesse del paese è tutto concentrato sulla crisi finanziaria, agricola e commerciale della Francia, la crisi industriale della Gran Bretagna, la carenza del cotone e la questione americana.
Nei circoli competenti a giudicare non si dubita neppure per un attimo che la speculazione monetaria della Banca di Francia con alcune grosse società al di qua e al di là della Manica sia un palliativo quanto mai labile. Tutto quel che si poteva ottenere e che si è ottenuto con tale manovra, è stata una riduzione momentanea della fuga di valuta in Inghilterra. I reiterati tentativi della Banca di Francia di raccogliere rinforzi in metallo pregiato a Pietroburgo, Amburgo e Berlino intaccano il suo credito senza rimpinguare i suoi forzieri. L’aumento del tasso d’interesse dei buoni del tesoro, per mantenerli in circolazione, e la necessità di concedere una remissione dei pagamenti per il nuovo prestito italiano di Vittorio Emanuele, sono entrambi considerati qui in Inghilterra gravi sintomi delle difficoltà finanziarie della Francia. Inoltre, è risaputo che attualmente due progetti si contendono la precedenza alle Tuileries. I bonapartisti più decisi, con Persigny e Péreire (del Credit Mobilier) alla loro testa, intendono asservire completamente la Banca di Francia all’autorità governativa, ridurla al rango di un ufficio del Ministero delle Finanze, e valersi dell’istituzione così trasformata come in una fabbrica di assegnati.
Come è noto, tale principio era originariamente alla base dell’organizzazione del Credit Mobilier. Il partito meno avventuroso, rappresentato da Fould ed altri rinnegati del tempo di Luigi Filippo, propone un altro prestito nazionale, che dovrebbe ammontare a quattrocento milioni di franchi secondo alcuni, a settecento milioni secondo altri. Il Times in un editoriale di oggi riflette presumibilmente il parere della City quando dichiara che la francia è totalmente paralizzata dalla crisi economica ed ha perso ormai la sua influenza in Europa. Ciò nonostante, il Times e la City hanno torto. Se ” l’uomo di dicembre ” riuscirà a superare l’inverno senza gravi tempeste interne, in primavera farà risuonare le trombe di guerra. Così facendo non risolverà la crisi interna, ma soffocherà la sua voce.
In una corrispondenza precedente ho rilevato come la speculazione del cotone a Liverpool in queste ultime settimane ricordi per molti aspetti i giorni più folli della speculazione sulle strade ferrate nel 1845. Dentisti, chirurghi, avvocati, cuoche, vedove, operai, impiegati e signori, commedianti ed ecclesiastici, soldati e sarti, giornalisti e affittacamere, uomini e donne, tutti speculavano sul cotone. Piccolissime quantità, variabili da una a quattro balle, venivano comprate, vendute e rivendute; quantità più consistenti sono rimaste per mesi negli stessi depositi, pur cambiando almeno venti volte il proprietario. Chiunque avesse comprato il cotone alle dieci lo rivendeva alle undici con una maggiorazione di mezzo penny alla libbra; così, lo stesso cotone passava da una mano all’altra per sei volte nel giro di dieci ore. Questa settimana comunque è sopraggiunta una tregua, per la semplice e buona ragione che una libbra di cotone (cioè, middling Orleans) era aumentata ad uno scellino, che dodici pence fanno uno scellino e quindi cifra tonda. Perciò tutti han voluto vendere tutto, non appena si è raggiunto il prezzo massimo, provocando un aumento improvviso dell’offerta e la reazione conseguente. Non appena gli inglesi si capaciteranno che una libbra di cotone può superare il valore di uno scellino, il ballo si San Vito riprenderà ad impazzire più che mai.
L’ultimo bollettino mensile ufficiale del Board of Trade concernente le importazioni e le esportazioni inglesi non ha fugato menomamente questa sensazione di depressione. Le tabelle delle esportazioni si riferiscono al periodo che va dal gennaio al settembre del 1861. In confronto allo stesso periodo dell’anno precedente, indicano una diminuzione di circa otto milioni di sterline, di cui 5.671.730 riguardano soltanto le esportazioni negli Stati Uniti, mentre il resto è diviso fra le colonie britanniche del Canada settentrionale, le Indie Orientali, l’Australia, la Turchia e la Germania. Soltanto in Italia si registra un aumento: per esempio, le esportazioni di manufatti di cotone in Sardegna, Toscana, Napoli e Sicilia sono salite da 656.802 sterline nel 1860 a 1.204.286 sterline nel 1861, le esportazioni di filato di cotone sono passate da 348.158 a 583.373 sterline, e le esportazioni di ferro da 120.867 a 160.912 sterline, e via dicendo. Tali cifre non fanno a meno di pesare sulla bilancia delle simpatie inglesi per la libertà d’Italia.
Mentre le esportazioni della Gran Bretagna diminuivano quindi di quasi otto milioni di sterline, le sue importazioni aumentavano in misura ancora più rilevante, circostanza che non facilita affatto il riassestamento della bilancia; mentre nei primi otto mesi del 1860 le importazioni di frumento ammontavano soltanto a 6.796.139 sterline, nel periodo corrispondente di quest’anno il totale è di 13.431.387 sterline.
Il fenomeno più singolare che rilevano le tabelle delle importazioni dalla Francia, che hanno ormai raggiunto il valore di quasi diciotto milioni di sterline all’anno, mentre le esportazioni inglesi in Francia non sono molto più consistenti, diciamo, di quelle in Olanda. Gli uomini politici europei sinora non hanno posto debitamente in risalto questo fenomeno assolutamente nuovo della storia del commercio moderno. Esso dimostra che sul piano economico la Francia dipende dall’Inghilterra forse sei volte più di quanto quest’ultima non dipenda dalla Francia, se non ci si limita a considerare le tabelle delle importazioni ed esportazioni inglesi, ma si instaura un confronto con le tabelle delle importazioni ed esportazioni francesi. Ne consegue che l’Inghilterra è divenuta ormai il maggior mercato di esportazione della Francia, mentre per l’Inghilterra la Francia rimane un mercato d’esportazione secondario. Da questo deriva, malgrado tanto sciovinismo e tutte le rodomontate su Waterloo, l’irrequietezza e la paura di un conflitto con “la perfida Albione”.
Infine, dalle tabelle delle importazioni ed esportazioni inglesi più recenti appare un altro elemento importante. Mentre nei primi nove mesi di quest’anno le esportazioni dell’Inghilterra negli Stati Uniti sono diminuite di oltre il 25 per cento in confronto al periodo corrispondente del 1860, il porto di New York da solo ha incrementato le sue esportazioni in Inghilterra di ben sei milioni di sterline nei primi otto mesi dell’anno in corso. In questo periodo sono quasi cessate le esportazioni dell’oro dall’America all’Inghilterra, mentre ora, al contrario, sono settimane che il flusso dell’oro procede dall’Inghilterra a New York. In realtà sono proprio Francia e Gran Bretagna con la loro produzione agricola insufficiente a colmare il disavanzo degli Stati Uniti, mentre la tariffa Morrill e l’economia inseparabile da una guerra civile hanno decimato contemporaneamente il consumo di manufatti inglesi e francesi nel Nordamerica. E adesso si possono contrapporre questi dati statistici alle geremiadi del Times sulla rovina finanziaria degli stati del Nord!
Die Presse, 8 novembre 1861 Lezioni dalla Guerra Civile Americana
Engels (1861)

________________________________________
Written: November, 1861 Source: Marx/Engels Collected Works, Volume 19 Publisher: Progress Publishers, Moscow, 1964
First Published: The Volunteer Journal, for Lancashire and Cheshire No. 66, December 6, 1861

Quando, qualche settimana addietro, focalizzavamo l’attenzione sul processo di scrematura resosi necessario nell’esercito volontario americano, eravamo ben lungi dall’esaurire le valide lezioni che questa guerra sta continuamente impartendo ai volontari della nostra sponda dell’Atlantico. Crediamo quindi opportuno ritornare sull’argomento.
Il tipo di guerra che si sta svolgendo in America è davvero senza precedenti. Dal Missouri alla Baia di Chesapeake, un milione di uomini, piuttosto equamente divisi fra due parti ostili, si fronteggiano ormai da circa sei mesi senza mai essere giunti ad una sola azione generale. Nel Missouri, i due eserciti avanzano, si ritirano, ingaggiano battaglia, avanzano e di nuovo si ritirano, a turno, senza un risultato visibile; ancora, dopo sette mesi di marce e contro-marce, che debbono aver ridotto il terreno ad uno stato miserevole, le cose sembrano meno decisive che mai. Nel Kentucky, dopo un lungo periodo di apparente neutralità, ma, in realtà, di preparazione, un tale stato di cose sembra imperante; nel West Virginia, svariate piccole scaramucce si protraggono senza apparente risultato; e sul Potomac, dove le maggiori forze dei rispettivi eserciti si concentrano, quasi osservandosi a vicenda, nessuno si prende la briga di attaccare, a riprova del fatto che, stando così le cose, perfino una vittoria sarebbe di nessuna utilità. Ed a meno che circostanze estranee producano dei cambiamenti, questo statico modo di guerreggiare può protrarsi per molti mesi ancora.
Come si spiega tutto ciò?
Gli americani possono contare, da entrambi le parti, quasi su null’altro che volontari. Il ristretto nucleo del vecchio esercito regolare statunitense o si è dissolto, oppure è troppo debole per poter addestrare le enormi masse di reclute arruolate all’inizio della guerra. Per trasformare questi uomini in soldati, non ci sono neanche abbastanza sergenti. L’addestramento, di conseguenza, procede molto lentamente, e non si può dire quanto tempo occorra affinchè il materiale umano ammassato sulle due sponde del Potomac sarà pronto a muoversi in grandi raggruppamenti, ed ingaggiare battaglia con l’opposta fazione.
Ma seppure questi uomini fossero addestrati in un lasso di tempo ragionevole, mancherebbero pur sempre gli ufficiali per dirigerli. Pur non menzionando i capitani di compagnia (che non si possono reclutare fra i civili) non ci sono abbastanza ufficiali per formare dei comandanti di battaglione, neanche se si ricorresse ad ogni singlolo tenente.
Un numero consistente di colonnelli civili sono dunque impreparati; e nessuno che conosca i volontari può azzardarsi a definire McClennan o Beauregard dei temporeggiatori se evitano di entrare in azione oppure di compiere complicate manovre strategiche affidandosi a colonnelli con neanche sei mesi di ferma.
Tuttavia supponiamo che questa difficoltà sia, nel complesso, superabile; che i colonnelli civili, con le loro belle uniformi, abbiano acquisito le conoscenze ed esperienze tattiche atte ad espletare i loro doveri, almeno per quanto riguarda la fanteria. Ma come la mettiamo con la cavalleria? Addestrare un reggimento di cavalleria richiede un tempo maggiore, ed ufficiali con più esperienza, rispetto ad un reggimento di fanteria. Anche se tutti gli uomini sapessero già cavalcare, governare e nutrire il proprio cavallo, questo risparmierebbe ben poco del tempo necessario all’addestramento. Controllare il cavallo in modo che compia tutte le evoluzioni necessarie alle operazioni di cavalleria, è cosa ben diversa dal modo di cavalcare normalmente praticato dai civili. La cavalleria napoleonica, che Sir William Napier (Storia della Guerra Peninsulare) considerava perfino migliore della cavalleria inglese dell’epoca, era costituita dai più sgraziati cavalieri che abbiano mai inforcato una sella. E molti dei nostri migliori cavalieri, una volta entrati nei volontari a cavallo, hanno dovuto ammettere di avere ancora un bel po’ da imparare. Non dobbiamo stupirci, dunque, di trovare gli americani del tutti insufficienti in fatto di cavalleria, e che quel poco che hanno consiste di una specie di Cosacchi o di Indiani irregolari, inadatti a compiere cariche in massa. Riguardo all’artiglieria, poi, le cose sono ancora peggiori, così come per il genio. Entrambi sono armi altamente scientifiche, e richiedono un lungo ed accurato periodo di addestramento per ufficiali e sottufficiali, e certamente, più addestramento anche per i soldati semplici, che nella fanteria. L’artiglieria, oltretutto, è un’arma più complessa da gestire rispetto alla stessa cavalleria; ci vogliono cannoni, cavalli addestrati al traino, e due classi di uomini: cannonieri e puntatori; inoltre occorrono numerosi carri-munizioni, vasti magazzini per i proiettili, forge, officine, e via dicendo; il tutto accompagnato da elaborati macchinari. Si stima che i Federali abbiano 600 cannoni in campo; ma come questi cannoni siano adoprati, si può facilmente immaginare, sapendo che è letteralmente impossibile, in sei mesi, tirare fuori dal nulla 100 batterie schierate e organizzate.
Ma supponiamo, ancora, che queste difficoltà siano state superate, e che le parti operative dei due schieramenti siano in condizione di svolgere il loro lavoro; potrebbero muoversi? Difficilmente. Un esercito va nutrito; ed in una regione scarsamente popolata come il Kentucky, deve attingere principalmente dalle riserve. Le munizioni vanno reintegrate; deve avere al seguito armaioli, sellai, sarti ed artigiani di ogni sorta, per mantenere il proprio equipaggiamento in buono stato. Tutti questi requisiti brillano per la loro mancanza in America; debbono essere creati dal nulla.
L’America, sia il Nord che il Sud, Federali e Confederati, non aveva un’organizzazione militare. L’esercito era totalmente inadatto a fronteggiare un qualsiasi almeno rispettabile nemico; e la milizia quasi inesistente. Le precedenti guerre dell’Unione non avevano mai messo a dura prova la forza militare della nazione; l’Inghilterra, fra il 1812 e il 1814, non mise in campo molti uomini, e il Messico ricorse principalmente alla marmaglia. La posizione geografica dell’America ha fatto sì che che nessun nemico potesse mai attaccarla con più di 30 o 40 mila soldati nella peggiore delle ipotesi; ed a tali numeri le immense distese della nazione opporrebbero ben più temibili ostacoli di qualsiasi truppa l’America potesse riuscire a schierargli contro; mentre il suo esercito sarebbe stato sufficiente a formare un nucleo di circa 100 mila volontari, addestrati in un tempo ragionevole. Ma quando la guerra civile ha richiamato più di un milione di combattenti, l’intero sistema si è sgretolato, ed per ogni cosa si è dovuto ricominciare da capo. E i risultati sono dinanzi ai nostri occhi. Due immense, impacciate distese di uomini, timorosi gli uni degli altri, quasi più preoccupati della vittoria che della sconfitta, si fronteggiano, cercando, a costi spaventosi, di darsi una pur minima organizzazione. Lo spreco di denaro, pur spaventoso, è inevitabile, data la totale assenza di quel lavoro sotterraneo necessario alla costruzione di una tale struttura. Ignoranza ed inesperienza regnando sovrane in ogni ministero, come potrebbe essere altrimenti? D’altro canto, il ritorno per la spesa sostenuta, in termini di efficienza ed organizzazione, è ben poco; e come poteva essere altrimenti?
I volontari britannici possono ringraziare i loro santi protettori se trovano, al loro arruolamento, un esercito esperto, numeroso e ben disciplinato che li prende sotto le sue ali protettrici. A parte gli immancabili pregiudizi inerenti ogni sorta di istituzione, quell’esercito li riceve e tratta con i guanti. Si spera che né i volontari né i civili possano mai pensare che il nuovo tipo di servizio militare possa superare, da qualsiasi punto di vista, quello vecchio. Se qualcuno la pensa così, basta uno sguardo ai due eserciti volontari americani per provarne l’ignoranza e la follia. Nessun esercito di nuova formazione può sopravvivere senza l’addestramento e l’apporto delle immense risorse materiali ed intellettuali che costituiscono il bagaglio di un serio esercito regolare, e soprattutto di quella organizzazione che di quell’esercito è a capo. Supponiamo una minaccia di invasione in Inghilterra, e cerchiamo di paragonare quello che si farebbe a ciò che inevitabilmente sta accadendo in America. In Inghilterra, il Ministero della Guerra, con l’ausilio di pochi buoni addetti, facili da trovare fra dei militari ben addestrati, sarebbe all’altezza di fornire il necessario supporto ad un esercito di 300 mila volontari; sottufficiali ce ne sono a bizzeffe; tre o quattro battaglioni di volontari ognuno con il suo compito specifico, e, con un piccolo sforzo, ogni battaglione avrebbe il suo ufficiale di linea come assistente ed il suo colonnello. La cavalleria, decisamente, non si può improvvisare; ma una decisa riorganizzazione dei volontari artiglieri (con ufficiali e puntatori della Regia Artiglieria) riuscirebbe a guidare più di una batteria da campo. Gli ingegneri civili aspettano solo l’opportunità di ricevere quell’addestramento militare che li trasformerebbe in ingegneri ufficiali di prim’ordine. Il ministero dei trasporti è già organizato, e potrebbe servire ai bisogni di 400 mila uomini facilmente come se fossero 100 mila. Nulla sarebbe lasciato al caso, e nulla sarebbe sconvolto; dovunque ci sarebbe aiuto ed assistenza ai volontari, che non sarebbero costretti a brancolare nel buio; e, a parte qualche grossolano errore che l’Inghilterra non evita mai ogniqualvolta si getta in una guerra, non abbiamo ragione di dubitare che in sei settimane tutto filerebbe liscio come l’olio. Ora, guardate l’America, e dite se un esercito di volontari è all’altezza di un esercito regolare.
Crisi per la questione
della schiavitù
Marx (1861)

Londra, 10 dicembre 1861
Indubbiamente gli Stati Uniti hanno raggiunto un punto critico nella questione che sta alla radice di tutta la guerra civile: la questione della schiavitù. Il generale Frèmont è stato destituito dalle sue funzioni perché aveva dichiarato liberi gli schiavi appartenenti ai ribelli. Poco tempo dopo il governo di Washington ha reso note le istruzioni impartite al generale Sherman – capo del corpo di spedizione nella Carolina Meridionale. In base a tali istruzioni, che vanno più in là del proclama di Frèmont, gli schiavi fuggiaschi, anche quelli appartenenti agli schiavisti lealisti, dovranno esser equiparati a lavoratori salariati e, in certe condizioni, dovranno essere armati; in tal caso, i proprietari “lealisti” si consoleranno alla prospettiva di ricevere in futuro un adeguato indennizzo.
Il colonnello Cochrane si spinge anche oltre Frèmont e reclama l’armamento generale degli schiavi come misura bellica. Il segretario alla Guerra Cameron ha dato l’approvazione ufficiale allo “spirito” delle proposte di Cochrane.
Nel frattempo, il segretario agli Interni smentisce per conto del governo le dichiarazioni del segretario alla Guerra. Quest’ultimo ribadisce la sua “opinione” con energia ed enfasi ancora maggiori in una conferenza ufficiale, ed afferma di voler dibattere la questione in una comunicazione al Congresso. Il generale Halleck, successore di Frèmont sul fronte del Missouri, e il generale Dix nella Virginia orientale cacciano gli schiavi fuggiaschi dagli accampamenti dell’esercito e proibiscono loro di riapparire in futuro in prossimità delle posizioni occupate dall’esercito. Contemporaneamente, comunque, il generale Wool accoglie a braccia aperte il “contrabbando nero” a Forte Monroe. I vecchi leaders del Partito democratico, i senatori Dickinson e Crosswell (ex membri della cosiddetta reggenza democratica )[1] approvano l’operato di Cochrane e Cameron, mentre nel Kansas il colonnello Jennison scavalca tutti i suoi superiori e predecessori facendo un discorso alle sue truppe, in cui dichiara fra l’altro:
” Nessuna esitazione nei confronti dei ribelli e di chi parteggia per loro… Ho dichiarato al generale Frèmont che non avrei impugnato le armi, se avessi creduto che lo schiavismo sarebbe sopravvissuto anche dopo la guerra. Gli schiavi che appartenevano ai ribelli continuano a cercare rifugio nel nostro accampamento, e noi li difenderemo fino all’estremo, fino all’ultimo uomo e all’ultima cartuccia. Non voglio nelle mie truppe uomini che non siano abolizionisti; non vi è posto per loro, ed io spero che non ve ne siano affatto, poiché sappiamo tutti che la questione della schiavitù è alla radice di questa guerra maledetta, ne costituisce l’essenza e l’idea… E se il governo non approva la mia condotta, potrà anche revocarmi dal mio incarico – ma in tal caso continuerò ad agire per mio conto , anche se all’inizio non disporrò che di mezza dozzina di uomini “.
Negli stati di confine schiavisti, soprattutto nel Maryland e in mino misura nel Kentucky, la questione degli schiavi in pratica è già in via di soluzione. E’ stato osservato un immenso flusso e riflusso di schiavi; si calcola, ad esempio, che vi si trovino circa 50 mila schiavi provenienti dal Missouri – in parte fuggiaschi, in parte deportati dagli schiavisti degli stati del “profondo Sud”.
Un evento quanto mai importante e significativo non trova alcuna eco in nessun quotidiano inglese – e ciò non ci sorprende affatto. Il 18 novembre nell’isola di Hatteras si sono incontrati i rappresentanti di 45 contee della Carolina Settentrionale, che si sono costituiti un governo provvisorio, hanno sconfessato l’atto di secessione e proclamato il ritorno della Carolina Settentrionale in seno all’Unione. I membri dei collegi elettorali della parte dello stato rappresenta in tale assemblea sono invitati ad eleggere i propri rappresentanti al Congresso di Washington.
Die Presse, 11 dicembre 1861

Note
1. La reggenza democratica era il gruppo dirigente del Partito democratico nello stato di New York. Rimase in vita sino al 1854 e si riuniva ad Albany, che era allora il centro amministrativo dello stato di New York.

Il governo di Washington e le potenze occidentali
Marx (1861)
Londra, 20 dicembre 1861
Una delle maggiori sorprese di una guerra così ricca di sorprese come la guerra anglo-franco-russa è stata senza dubbio la dichiarazione sul diritto marittimo concordata a Parigi nella primavera del 1856. Quando iniziò la guerra contro la Russia, l’Inghilterra tenne in sospeso le armi più formidabili di cui disponeva: la confisca della merce di proprietà del nemico su navi neutrali e la guerra con navi corsare. Alla fine delle ostilità, l’Inghilterra faceva scempio delle sue armi e ne sacrificava i miseri resti sull’altare della pace. La Russia, il paese ufficialmente vinto, riceveva una concessione che sin dai tempi di Caterina II aveva tentato invano di estorcere con tutta una serie di “neutralità armate”, di guerre e di intrighi diplomatici. L’Inghilterra ufficialmente vittoriosa rinunziava invece ai grandi mezzi di attacco e di difesa che erano stati sviluppati dalla sua potenza marittima e che aveva mantenuto per un secolo e mezzo contro un mondo in armi.
I motivi umanitari che sono serviti da pretesto alla Dichiarazione del 1856 perdono ogni valore anche all’esame più superficiale. La pirateria non è una barbarie maggiore dell’azione di corpi volontari o di guerriglieri nella guerra terrestre. Le requisizioni militari, per esempio, colpiscono solo le casse del governo nemico, risparmiando le proprietà dei privati? La natura della guerra terrestre salvaguarda i possedimenti nemici che si trovano in zona neutrale, e quindi sotto la sovranità di una potenza neutrale. La natura della guerra per mare elimina queste barriere, dal momento che il mare, come grande via di comunicazione delle nazioni, non può cadere sotto la sovranità di nessuna potenza neutrale.
Sta di fatto comunque che la Dichiarazione del 1856 ammanta di espressioni filantropiche una grande mancanza di umanità. In linea di principio, essa trasforma la guerra da guerra di popoli in guerra di governi; concede alla proprietà un’inviolabilità che nega alle persone; libera il commercio dagli orrori della guerra e così facendo rende insensibili ad essi le classi che esercitano il commercio e l’industria. Per il resto è fin troppo evidente che i pretesti umanitari della Dichiarazione del 1856 erano diretti soltanto agli spettatori europei, non diversamente dai pretesti religiosi della Santa Alleanza!
E’ ben noto che Lord Clarendon, che ha firmato il documento di trasferimento dei diritti marittimi al Congresso di Parigi, ha agito, come ha poi confessato alla Camera Alta, all’insaputa della Corona, senza riceverne direttiva alcuna. La sua unica autorità consisteva in una lettera privata di Lord Palmerston. Fino ad ora Palmerston non ha osato chiedere al Parlamento inglese di approvare la Dichiarazione di Parigi e la firma che vi ha apposto Clarendon. A parte le discussioni sul contenuto della Dichiarazione, si temevano discussioni sulla questione se, indipendentemente dalla Corona e dal Parlamento, un ministro inglese potesse arrogarsi il diritto di spazzar via le antiche fondamenta della potenza marittima inglese con un colpo di penna. Se questo coup d’état ministeriale non ha portato un uragano di interpellanze, ma, piuttosto, è stato tacitamente accettato come fait accompli, Palmerston lo deve all’influenza della scuola liberista di Manchester [1]. Secondo quella scuola, coincideva con gli interessi da lei rappresentati, e perciò con la filantropia, la civiltà ed anche il progresso, un’innovazione che avrebbe permesso al commercio inglese di continuare a fare indisturbato i suoi affari con il nemico su navi neutrali, mentre i marinai e soldati combattevano per l’onore della nazione. I liberisti di Manchester esultavano per il fatto che con un incostituzionale coup de main il ministro aveva legato l’Inghilterra alle concessioni internazionali cui era del tutto improbabile addivenire secondo la procedura parlamentare costituzionale. Di qui l’attuale indignazione del gruppo di Manchester in Inghilterra per le rivelazioni del “libro azzurro” parlamentare presentato da Seward al Congresso di Washington!
Come è noto, gli Stati Uniti sono stati l’unica grande potenza che si è rifiutata di aderire alla Dichiarazione di Parigi del 1856. Se rinunciavano alla pirateria, allora avrebbero dovuto creare una grande marina di stato. Qualsiasi indebolimento dei loro mezzi di guerra sul mare li minacciava contemporaneamente con l’incubo di un esercito di terra permanente, secondo i criteri europei. Ciò nonostante il presidente Buchanan ha dichiarato di essere pronto ad accettare la Dichiarazione di Parigi, purchè la stessa inviolabilità venisse assicurata per ogni proprietà, nemica o neutrale, trovata sulle navi, ad eccezione del contrabbando di guerra. La sua proposta è stata respinta. Dal libro azzurro di Seward ora si apprende che Lincoln, subito dopo aver assunto la presidenza, ha offerto all’Inghilterra e alla Francia l’adesione degli Stati Uniti alla Dichiarazione di Parigi, per quanto riguarda la pirateria, a condizione che la proibizione della pirateria venisse estesa alle parti degli Stati Uniti in rivolta, cioè alla Confederazione sudista. Ha avuto una risposta che in pratica equivaleva al riconoscimento dei diritti dei belligeranti alla Confederazione sudista.
“Umanità, progresso e civiltà” hanno suggerito ai governi di San Giacomo e delle Tuileries che la proibizione della pirateria avrebbe ridotto enormemente le possibilità di secessione e perciò di dissoluzione degli Stati Uniti. Perciò la Confederazione è stata riconosciuta in tutta fretta come parte belligerante, per poter poi rispondere al gabinetto di Washington che l’Inghilterra e la Francia naturalmente non potevano riconoscere la proposta di una parte belligerante come legge vincolante per l’altra parte belligerante. La stessa “nobile rettitudine” ha ispirato tutti i negoziati diplomatici dell’Inghilterra e della Francia con il governo dell’Unione fin dallo scoppio della guerra civile, e se il San Jacinto non avesse fermato il Trent nello stretto delle Bahamas, qualsiasi altro incidente sarebbe stato sufficiente a fornire un pretesto per il conflitto al quale mirava Lord Palmerston.
Die Presse, 25 dicembre 1861

Note
1. La scuola di Manchester sosteneva il liberismo in filosofia e il libero scambio in economia politica – Marx e Engels ci dimostrano che il liberismo racchiude l’idea di Stato e si riallaccia al dirigismo.
L’opinione della stampa e l’opinione popolare
Marx (1861)
Londra, 25 dicembre 1861
Gli uomini politici del continente, che pensano di avere nella stampa di Londra un termometro dell’umore del popolo inglese, al momento attuale traggono inevitabilmente conclusioni fallaci.
Alle prime notizie del caso Trent l’orgoglio nazionale inglese ha preso fuoco ed il grido di guerra agli Stati Uniti è risuonato quasi da ogni parte. La stampa di Londra, d’altro canto , ha ostentato grande moderazione, e perfino il Times ha dubitato dell’esistenza di un casus belli.
A che cosa è dovuto questo fenomeno? Palmerston non era sicuro che i giuristi della Corona fossero in posizione tale da escogitare qualche pretesto legale per la guerra. Infatti, una settimana e mezza prima dell’arrivo del La Plata a Southampton, i rappresentanti della Confederazione sudista da Liverpool si erano rivolti al gabinetto inglese, avevano denunziato l’intenzione degli incrociatori americani di cacciare Mason, Slidell. e soci dai porti inglesi e di intercettarli in alto mare,e avevano richiesto l’intervento del governo inglese. Seguendo il parere dei consiglieri giuridici della Corona, il governo inglese ha respinto la richiesta. Di qui il tono inizialmente pacifico e moderato della stampa di Londra in contrasto con l’impazienza bellicosa del popolo. Comunque, appena i giuristi della Corona – il procuratore generale e il vice procuratore generale, entrambi membri del gabinetto – hanno scovato un pretesto tecnico per un contrasto con gli Stati Uniti, le relazioni fra il popolo e la stampa si sono capovolte. La febbre della guerra aumentava nella stampa nella stessa misura in cui diminuiva nel popolo. Attualmente una guerra con l’America incontra in tutti gli strati sociali, esclusi gli amici del “re cotone” ed i Krautjunker[1], un’ostilità pari al fragoroso grido di guerra della stampa.
Ma considerate adesso la stampa di Londra! Alla sua testa è il Times, il cui redattore capo, Bob Lowe, prima faceva il demagogo in Australia, dove creava agitazioni per la separazione dall’Inghilterra. E’ un membro subordinato del governo, una specie di ministro della Pubblica Istruzione, una creatura di Palmerston. Il Punch è il giullare di corte del Times e trasforma i sesquipedalia verba in scherzi forbiti e caricature senza mordente. Un importante redattore del Punch ha avuto da Palmerston un posto al ministero della Sanità e un appannaggio annuo di mille sterline.
IL Morning Post è in parte proprietà privata di Palmerston, mentre un’altra parte di questa singolare istituzione è stata venduta all’ambasciata di Francia; il resto appartiene alla haute volèe[2] e fornisce le cronache più precise ai lacchè di corte ed ai sarti delle signore. Agli inglesi il Morning Post è quindi noto come il Jenkins, il lacchè della stampa.
Il Morning Advertiser è proprietà comune dei “bettolieri”, cioè dei pubs, che oltre alla birra possono vendere anche alcolici. E’ anche l’organo dei bigotti anglicani e degli allibratori, gente che fa affari con le corse dei cavalli, le scommesse, il pugilato. Il redattore di questo quotidiano, Grant, che prima faceva lo stenografo per i giornali ed è del tutto sprovveduto sul piano letterario, ha avuto l’onore di esser invitato alle soirèes private di Palmerston. Da allora è entusiasta del “ministro veramente inglese”, che allo scoppio della guerra con la Russia aveva denunziato come “agente russo”. Si deve aggiungere che i pii patrocinatori di questo giornale da osteria sono guidati a bacchetta dal conte di Shaftesbury, e che Shaftesbury è il genero di Palmerston. Shaftesbury è il papa dei seguaci della Chiesa Bassa, che confonde lo spiritus sanctus con il profano dell’onesto Advertiser.
Il Morning Chronicle! Quantum mutatus ab illo! Per quasi mezzo secolo è stato la voce possente del partito whig e il non sfortunato rivale del Times, ma dopo la guerra dei whigs la sua stella si è offuscata. E’ passato attraverso metamorfosi di ogni genere: è diventato un giornale da pochi soldi ed ha cercato di vivere di “notizie a sensazione”, come, per esempio, prendendo le difese dell’avvelenatore Palmer. In seguito si è venduto all’ambasciata francese, che, ad ogni modo, si è ben presto dispiaciuta di gettar via il suo denaro. Allora si è dato all’antibonapartismo, ma co risultati altrettanto insoddisfacenti. Infine ha trovato l’acquirente che cercava da tanto tempo in Yancey e Mann – i rappresentanti della Confederazione sudista a Londra.
Il Daily Telegraph è proprietà privata di un certo Lloyd, ed è bollato dalla stessa stampa inglese come il giornale popolare di Palmerston. Oltre a questa funzione esso offre anche una chronique scandaleuse. E’ caratteristico che questo Telegraph, all’arrivo della notizia del Trent, per ordini superiori abbia dichiarato che la guerra era impossibile. La dignità e la moderazione impostagli parevano così insolite anche ad esso, che da allora ha pubblicato una mezza dozzina di articoli su tale esempio luminoso di moderazione e di dignità. Comunque appena ha ricevuto l’ordre di cambiare opinione, il Telegraph ha cercato un compenso alla coercizione esercitata su di esso superando tutti i suoi compagni nel levare clamore di guerra.
Il Globe è il giornale governativo della sera che riceve sussidi ufficiali da tutti i ministeri whig.
I giornali dei tories, il Morning Herals e l’Evening standard, che appartengono entrambi alla stessa boutique, sono guidati da un duplice scopo: sfogare l’odio ereditario per le “colonie inglesi in rivolta”, e fronteggiare la crisi cronica delle loro finanze. Essi sanno che una guerra con l’America distruggerebbe inevitabilmente l’attuale governo di coalizione ed aprirebbe la strada ad un governo tory. Con i tories al potere ritornerebbero i sussidi ufficiali all’Herald e allo Standard. La conseguenza è che lupi famelici in cerca di preda non potrebbero ululare più forte di quanto facciano questi giornali dei tories alla caccia di una guerra americana e della susseguente pioggia d’oro!
Fra i quotidiani londinesi, gli unici altri giornali degni di nota sono il Daily News ed il Morning Star, che si oppongono entrambi ai tamburi di guerra. Il Daily News è limitato nei suoi movimenti per i contatti con Lord John Russell; il Morning Star, il foglio di Bright e Cobden, ha un’influenza circoscritta per il fatto di essere un “giornale per la pace ad ogni costo”.
Per la maggior parte i settimanali londinesi sono semplicemente echi della stampa quotidiana, e son quindi estremamente bellicosi. L’Observer è al soldo del governo; il Saturday Review cerca di fare dello spirito e crede di raggiungere il suo intento affettando una cinica superiorità, inattaccabile ai pregiudizi “umanitari”. Per far mostra di bello spirito, gli avvocati, i preti e i maestri di scuola corrotti che scrivono su questo giornale hanno elargito sorrisetti d’approvazione agli schiavisti fin dall’inizio della guerra civile americana. Naturalmente poi hanno suonato le trombe di guerra insieme al Times. Ora stanno già facendo progetti per una campagna contro gli Stati Uniti, dimostrando un’ignoranza da far rizzare i capelli.
Lo Spectator, l’Examiner e soprattutto il MacMillan’s Magazine sono da ricordare come eccezioni più o meno lodevoli.
E’ palese pertanto che nell’insieme la stampa di Londra – ad eccezione degli organi dei commercianti del cotone, i giornali provinciali offrono un contrasto encomiabile – non rappresenta niente altro che Palmerston, ancora e sempre Palmerston. Palmerston vuole la guerra; gli inglesi non la vogliono. I prossimi avvenimenti mostreranno chi vincerà questo duello, se Palmerston o il popolo. Comunque Palmerston sta facendo un gioco più pericoloso di quello che faceva Luigi Bonaparte all’inizio del 1859.
Die Presse, 31 dicembre 1861
Note
1. Krautjunker, mangiatori di cavoli, è termine dispregiativo per indicare i signorotti di campagna.
2. Alla società.

L’impostura delle notizie francesi Conseguenze economiche della guerra
Marx (1861)
Londra, 31 dicembre 1861
Sembra che la fede nei miracoli si sposti da una sfera solo per insediarsi in un’altra: se si è allontanata dalla natura, ora aumenta nella politica. Almeno tale è il parere dei giornali di Parigi e dei loro compari delle agenzie telegrafiche e delle redazioni di corrispondenza giornalistiche. Così i giornali parigini della sera di ieri annunciano: Lord Lyons ha dichiarato a Seward che aspetterà fino alla sera del 20 dicembre, ma poi partirà per Londra, nel caso che il gabinetto di Washington si rifiuti di rilasciare i prigionieri. Perciò ieri i giornali della sera di Parigi sapevano già quali passi aveva fatto Lord Lyons dopo aver ricevuto i dispacci trasmessigli dalla nave Europa. Fino ad oggi, comunque, la notizia dell’arrivo dell’Europa a New York non è ancora giunta sul continente. La Patrie ed i suoi colleghi, prima di essere informati dell’arrivo dell’Europa in America, pubblicano in Europa notizie su fatti avvenuti negli Stai Uniti poco dopo la partenza dell’Europa. La Patrie ed i suoi colleghi credono palesemente che non vi sia bisogno di magia per fare giochi di prestigio. Un giornale di Londra rileva nel suo articolo dedicato alla borsa che queste invenzioni parigine, al pari degli articoli provocatori di certi giornali inglesi, giovano non solo alle speculazioni politiche di alcune persone che sono al potere, ma anche alle speculazioni in borsa di certi privati.
L’Economist, fino ad ora una delle voci più fragorose del partito della guerra, nel suo ultimo numero pubblica la lettera di un commerciante di Liverpool ed un articolo di fondo nei quali ammonisce il pubblico inglese a non sottovalutare affatto le conseguenze di una guerra con gli Stati Uniti. Nel 1861 l’Inghilterra ha importato grano per 15.380.301 sterline: circa sei milioni di sterline sono andate agli Stati Uniti. L’Inghilterra risentirebbe dell’impossibilità di acquistare grano americano più di quanto gli Stati Uniti risentirebbero dell’impossibilità di venderlo. E gli Stati Uniti avrebbero il vantaggio di saperlo per primi. Se si decidesse di entrare in guerra, il governo americano invierebbe immediatamente telegrammi da Washington a San Francisco, e le navi americane nell’oceano Pacifico e nel mare della Cina inizierebbero le operazioni di guerra molte settimane prima che l’Inghilterra potesse dare all’India la notizia della guerra.
Fin dallo scoppio della guerra civile il commercio americano con la Cina è diminuito enormemente, e così pure quello con l’Australia. Tuttavia, nella misura in cui tale commercio sussiste ancora, i carichi vengono acquistati prevalentemente con lettere di credito inglesi, e quindi con capitale inglese. Invece il commercio inglese riguardante le importazioni dall’India, dalla Cina e dall’Australia, sempre molto considerevole, è aumentato ancora dopo l’interruzione delle attività commerciali con gli Stati Uniti. Perciò i corsari americani avrebbero un grande campo d’azione, i corsari inglesi un campo relativamente trascurabile. Gli investimenti di capitali inglesi negli Stati Uniti sono maggiori di tutto il capitale investito nell’industria cotoniera inglese. Gli investimenti di capitale americano in Inghilterra sono praticamente inesistenti. La marina militare inglese sovrasta quella americana, ma non più nella misura in cui la sovrastava durante la guerra del 1812-1814.
Se già a quei tempi i corsari americani si mostravano di gran lunga superiori a quelli inglesi, che dite ora? Un blocco effettivo dei porti nordamericani, soprattutto in inverno, è assolutamente fuori causa. Nelle acque interne fra il Canada e gli Stati Uniti – e qui la superiorità è determinante per l’esito della guerra di terra in Canada – gli Stati Uniti dominerebbero incontrastati sin dall’apertura delle ostilità.
In breve, il commerciante di Liverpool conclude:
” Nessuno in Inghilterra osa raccomandare la guerra solo per amore del cotone. Per noi sarebbe meno costoso mantenere tutte le regioni cotoniere per tre anni a spese dello stato anziché far guerra agli Stati Uniti per un anno per causa loro “.
Ceterum censeo che il caso Trent non porterà alla guerra.
Die Presse, 4 gennaio 1862

Un’assemblea filo-americana
Marx (1862)
Londra, 1 gennaio 1862
In Inghilterra il movimento contrario alla guerra aumenta di giorno in giorno di energia e proporzioni. Pubbliche assemblee nelle parti più diverse del paese sollecitano un arbitrato della disputa fra Inghilterra e America. In questo senso piovono note sul capo del governo e la stampa provinciale indipendente è quasi unanime nella sua opposizione al grido di guerra della stampa di Londra.
Qui accluso c’è un resoconto dettagliato della riunione tenuta lunedì scorso a Brighton, poiché si trattava di una riunione della classe lavoratrice, e i due oratori principali, Cunnigham e White, sono membri influenti del Parlamento e siedono entrambi nel partito di maggioranza alla Camera.
Wood (un lavoratore) ha proposto la prima mozione, secondo cui ” la disputa fra Inghilterra e America nasceva da un’errata interpretazione del diritto internazionale, e non da un affronto intenzionale alla bandiera britannica; che di conseguenza questa assemblea è del parere che tutta la questione controversa sia da riferire ad una potenza neutrale che sia arbitra della decisione; che nelle attuali circostanze una guerra con l’America non è giustificabile, ma merita piuttosto la condanna del popolo inglese “. Per sostenere la sua istanza Wood fra l’altro ha fatto rilevare:
” Si dice che questa nuova offesa sia semplicemente l’ultimo anello di una catena di offese che l’America ha inflitto all’Inghilterra. Ammettiamo che sia vero: che cosa dimostrerebbe per quanto riguarda il grido di guerra del momento attuale? Dimostrerebbe che finchè l’America è stata forte e unita, noi abbiamo subìto le sue offese senza battere ciglio; ma ora, nel momento in cui è in pericolo, ci avvaliamo di una posizione a noi favorevole per vendicare l’offes. Un simile modo di agire non ci bollerebbe come vigliacchi agli occhi del mondo civile? “.
Cunningham: ” … In questo momento si sta sviluppando in seno all’Unione una dichiarata politica di emancipazione (applausi), ed io esprimo la grande speranza che non si permetta alcun intervento da parte del governo inglese (applausi) …Voi, inglesi nati liberi, permettereste che vi si coinvolga in una guerra anti-repubblicana? Poiché è l’intenzione del Times e del partito che sta dietro le sue spalle…Faccio appello ai lavoratori d’Inghilterra, che hanno il maggiore interesse a conservare la pace, perché facciano sentire la loro voce e, se necessario, entrino in azione per impedire un crimine così grande (applausi scroscianti)…Il Times ha fatto ogni sforzo per eccitare l’animo del paese alla guerra e per suscitare negli americani un senso di ostilità fomentando rancori e discordie… io non appartengo al cosiddetto partito della pace. Il Times ha favorito la politica della Russia e (nel 1853) ha fatto pesare tutta la sua potenza per portare il nostro paese ad osservare tranquillamente l’invadenza militare della barbarie russa in oriente. Io ero tra quelli che hanno alzato la voce contro questa falsa politica. Al tempo della presentazione del progetto di legge contro la cospirazione, che aveva lo scopo di facilitare l’estradizione dei rifugiati politici, al Times nessuno sforzo è sembrato troppo grande pur di farlo approvare alla Camera Bassa. Io sono stato uno dei novantanove membri della Camera che si sono opposti a questa prevaricazione della libertà del popolo inglese, ed hanno causato la caduta del ministro (applausi). Ora quel ministro è a capo del governo. Io gli predìco che se dovesse cercare di immischiare il nostro paese in una guerra con l’America senza ragioni valide e sufficienti, il suo piano fallirà ignominiosamente. Io gli prometto un’altra ignominiosa sconfitta, ancora peggiore di quella che gli è toccata in occasione del progetto di legge contro la cospirazione (applausi scroscianti) …Non conosco la comunicazione ufficiale che è stata fatta a Washington; ma l’opinione prevalente è che i consiglieri giuridici della Corona abbiano raccomandato al governo di prendere posizione in base al limitatissimo pretesto legale secondo il quale i rappresentanti sudisti non avrebbero potuto esser catturati senza la nave che li ha trasportati. Di conseguenza il rilascio di Slidell e Mason è da richiedersi come conditio sine qua non.
Supponiamo che il popolo dell’altra parte dell’oceano Atlantico non permetta al suo governo di rilasciarli. Farete la guerra per la persona di questi due inviati degli aguzzini schiavisti?…esiste in questo paese un partito che vuole la guerra contro la repubblica americana. Ricordate l’ultima guerra russa. Dai dispacci segreti pubblicati a Pietroburgo era chiaro oltre ogni possibile dubbio che gli articoli pubblicati dal Times nel 1855 erano stati scritti da una persona che aveva accesso alle carte e ai documenti di Stato segreti della Russia. A quel tempo Layard lesse i passi salienti alla Camera Bassa, e il Times, costernato, cambiò subito tono e la mattina seguente suonò la tromba di guerra…Il Times ha più volte attaccato l’imperatore Napoleone e sostenuto il nostro governo nella sua richiesta di crediti illimitati per le fortificazioni di terra e per le batterie galleggianti. Dopo di che, dopo aver fatto risuonare il grido di allarme contro la Francia, ora il Times desidera lasciare le nostre coste esposte all’imperatore francese coinvolgendo il nostro paese in una guerra oltre Atlantico?…Dobbiamo temere che i grandi preparativi attuali non siano fatti solo per il caso Trent ma anche per l’eventualità di un riconoscimento degli stati schiavisti da parte del nostro governo. Se l’Inghilterra lo farà, allora si ricoprirà di perpetua vergogna “.
White: ” Si deve dare atto alla classe lavoratrice di esser stata la promotrice di quest’assemblea e di aver sostenuto tutte le spese organizzative tramite il suo comitato…L’attuale governo non ha mai avuto il buon senso di trattare con onestà e franchezza con il popolo…Non ho mai creduto nemmeno per un attimo che vi fosse la più remota possibilità di guerra per via del caso Trent. Ho dichiarato alla presenza di molti membri del governo che neppure un ministro credeva alla possibilità di una guerra per via del caso Trent. Perché allora tutti questi preparativi? Io credo che Inghilterra e Francia si siano accordate per riconoscere l’indipendenza degli stati sudisti la primavera prossima. In quel periodo la Gran Bretagna avrà una flotta più forte nelle acque americane, e il Canada sarà perfettamente preparato alla difesa. Quindi, se gli stati del Nord sono decisi a fare del riconoscimento degli stati del Sud un casus belli, la Gran Bretagna sarà pronta…”.
L’oratore quindi ha continuato a parlare dei pericoli di una guerra con gli Stati Uniti, ha ricordato la solidarietà che aveva dimostrato l’America alla morte del generale Havelock, l’aiuto che i marinai americani avevano dato alle navi inglesi nello sfortunato scontro di Pehio, ed altri episodi. Ha concluso facendo osservare che la guerra civile sarebbe finita con l’abolizione della schiavitù, e che di conseguenza l’Inghilterra doveva dare il suo appoggio incondizionato al Nord.
Approvata all’unanimità la proposta iniziale, è stato presentato all’assemblea un promemoria per Palmerston, che è stato anch’esso discusso ed approvato.
Die Presse, 5 gennaio 1862
La storia del dispaccio soppresso di Seward
Marx (1862)
Londra, 4 gennaio 1862
Il caso Trent, che era morto e sepolto, è stato riesumato – questa volta, però, come casus belli non l’Inghilterra e gli Stati Uniti, ma tra il popolo inglese ed il suo governo. Il nuovo casus belli sarà esaminato dal Parlamento, che si riunirà il mese prossimo. Senza dubbio avrete già preso nota della polemica del Daily News e dello Star contro il Morning Post riguardo alla soppressione e alla smentita del messaggio di pace di seward del 30 novembre, che il 19 dicembre è stato letto a Lord John Russell dall’ambasciatore americano Adams. Permettetemi ora di ritornare su questa faccenda. Con l’assicurazione del Morning Post che il dispaccio di Seward non aveva il benchè minimo rapporto con il caso Trent, i titoli di borsa sono crollati e proprietà del valore di parecchi milioni hanno cambiato mano, perse da una parte, vinte dall’altra. Perciò negli ambienti finanziari e industriali l’ingiustificabile menzogna di un organo semi-ufficiale quale il Morning Post, smascherato dalla pubblicazione del dispaccio di seward del 30 novembre, ha suscitato la più viva indignazione.
Il pomeriggio del 9 gennaio sono giunte a Londra notizie di pace; la sera stessa l’Evening Star (l’edizione serale del Morning Star) ha interpellato il governo sulla soppressione del dispaccio di Seward del 30 novembre. La mattina seguente, il 10 gennaio, ilmorning Post ha replicato:
” Naturalmente ci si domanderà perché non ne abbiamo sentito parlare prima, dal momento che il dispaccio di Seward deve essere pervenuto ad Adams in dicembre. La spiegazione è molto semplice: il dispaccio ricevuto da Adams non è stato comunicato al governo inglese “[1].
La sera di quello stesso giorno lo Star ha smentito decisamente il Post e ha dichiarato che la sua “rettifica” era un meschino sotterfugio: infatti il dispaccio non era stato “comunicato”, perché era stato “letto” da Adams a Lord Palmerston e Lord Russell.
La mattina dopo, sabato 11 gennaio, il Daily News è sceso in campo, ein base all’articolo del Morning Post del 21 dicembre ha dimostrato che sia il giornale che il governo erano perfettamente a conoscenza del dispaccio di Seward e lo avevano deliberatamente contraffatto. Il governo allora si è preparato alla ritirata. La sera dell’11 gennaio il giornale semi-ufficiale Globe dichiarava che Adams aveva comunicato al governo il dispaccio di Seward il 19 dicembre; esso peraltro ” non conteneva alcuna offerta del genere che Lord Russell supponeva che il governo federale sarebbe stato disposto a fare, oltre a non presentare scuse immediate per l’oltraggio che il capitano Wilkes aveva inflitto alla nostra bandiera “[2]. Questa vergognosa confessione di aver deliberatamente ingannato il popolo inglese per tre settimane ha attizzato il fuoco invece di spegnerlo. Su tutti i giornali delle zone industriali della Gran Bretagna è risuonato un grido furibondo, che ieri ha finalmente trovato un’eco anche sui giornali dei tories. Tutta la questione, si è osservato senza mezzi termini, è stata posta all’ordine del giorno non dai politici, ma dal mondo del commercio. Il Morning Star di oggi nota in proposito:
” Lord John Russell si è reso complice di quel nascondere la verità che è virtuale indizio di falsità: ha permesso al Morning Post di affermare senza tema di smentita proprio l’opposto della verità, ma non può aver dettato quell’articolo mendace ed estremamente pernicioso che è apparso il 21 dicembre…Solo un uomo ha una carica abbastanza elevata ed un carattere abbastanza meschino da poter ispirare l’atroce scritto…Il ministro che ha contraffatto i dispacci afgani è l’unica persona capace di sopprimere il messaggio di pace di Seward…La stolta indulgenza della Camera dei Comuni ha perdonato quell’offesa. Il Parlamento ed il popolo non si uniranno per infliggergli la pena per l’altra? “.
Die Presse, 18 gennaio 1862

Note
1. Morning Post, 10 gennaio 1862.
2. Globe, 11 gennaio 1862.

Un coup d’ètat
di Lord John Russell
Marx (1862)
Londra, 17 gennaio 1862
L’atteggiamento di Lord John Russell durante la recente crisi è stato davvero irritante, anche per un uomo la cui intera vita parlamentare dimostra come abbia esitato raramente a sacrificare il potere effettivo alla posizione ufficiale. Nessuno ha dimenticato che Lord John Russell ha perduto la carica di primo ministro che è stata assunta da Palmerston, ma sembra che nessuno ricordi che egli ha avuto da Palmerston il ministero degli Esteri. Tutto il mondo ha considerato assiomatico che Palmerston dirigesse il gabinetto sotto il proprio nome e la politica estera sotto il nome di Russell. All’arrivo delle prime notizie di pace da New York, whigs e tories han fatto a gara a cantare le lodi dell’arte di governo di Palmerston, mentre il ministro degli Esteri, Lord John Russell, non era nemmeno oggetto di encomio come suo assistente. E’ stato completamente ignorato. Comunque, era appena scoppiato lo scandalo causato dalla soppressione del dispaccio americano del 30 novembre, quando il nome di Russell è stato riportato in vita.
Accusa e difesa allora hanno scoperto che il ministro degli esteri responsabile si chiamava Lord John Russell! Ma a quel punto anche Russell ha perduto la pazienza. Senza aspettare l’apertura dei lavori del Parlamento e contrariamente a tutte le usanze ministeriali, egli ha immediatamente pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 12 gennaio la propria corrispondenza con Lord Lyons. Tali lettere dimostrano che il dispaccio del 30 novembre di Seward è stato letto a Lord John Russell il 19 dicembre da Adams; che Russell ha riconosciuto esplicitamente che quel dispaccio presentava le scuse per l’atto del capitano Wilkes, e che Adams, dopo le parole di Russell, considerava sicura la soluzione pacifica della disputa. Dopo questa rivelazione ufficiale, che ne è del Morning Post del 21 dicembre, che negava l’arrivo di qualsiasi dispaccio di Seward che si riferisse al caso Trent? Che ne è del Morning Post del 10 gennaio, che accusava adams della soppressione del Dispaccio? Che ne è di tutto il rumore di guerra della stampa di Palmerston dal 19 dicembre 1861 all’8 gennaio 1862?
E vi è di più! Il messaggio di Lord John Russell a Lord Lyons del 9 dicembre 1861 dimostra che il gabinetto inglese non ha presentato alcun ultimatum di guerra; che Lord Lyons non ha ricevuto l’ordine di lasciare Washington sette giorni dopo la consegna dell’ultimatum; che Lord Russell ha ordinato all’ambasciatore di evitare ogni parvenza di minaccia e, infine, che il gabinetto inglese aveva stabilito di prendere una decisione definitiva solo dopo aver ricevuto la risposta americana. Tutta la politica strombazzata dalla stampa di Palmerston, che ha trovato tanta eco servile sul continente, è quindi soltanto una chimera. Non è mai stata messa in atto in realtà. Dimostra soltanto, come asserisce un giornale di Londra di oggi, che Palmerston ” ha cercato di frustrare la linea di condotta dichiarata e vincolante dei consiglieri responsabili della Corona “.
Che il coup de main di Lord John Russell sia piombato sulla stampa di Palmerston come un fulmine a ciel sereno, è un fatto incontrovertibile. Il Times di ieri ha soppresso la corrispondenza di Russell e non ne ha fatto menzione alcuna. Soltanto oggi figura nelle sue colonne una ristampa della London Gazette, con un articolo di fondo che funge da presentazione e commento e che evita accuratamente il problema reale, il contrasto fra il popolo inglese ed il governo inglese, e che lo sfiora soltanto nell’espressione stizzosa: ” Lord Russell ha dovuto spiegare tutto il suo ingegno per trovare un accenno di scuse ” nel dispaccio di Seward del 30 novembre. D’altra parte il Giove tonante di Printing House Square sfoga la sua collera in un secondo editoriale, nel quale Gilpin, membro del governo, capo del Board of Trade nonché sostenitore della scuola di Manchester, è giudicato indegno della sua carica ministeriale. Perché martedì scorso in una pubblica riunione a Northampton, di cui egli è rappresentante in Parlamento, Gilpin, ex libraio, demagogo ed apostolo della moderazione che nessuno prenderà mai per eroe, ha commesso il crimine di esortare il popolo inglese ad impedire con dimostrazioni pubbliche un riconoscimento quanto mai inopportuno della Confederazione sudista, che egli ha sconsideratamente bollato come figlia della schiavitù. Come se, esclama sdegnato il Times, come se Palmerston e Russell – adesso il Times si ricorda improvvisamente dell’esistenza di Lord John Russell – non si fossero sempre battuti per distruggere la schiavitù! Sicuramente è stata un’indiscrezione, un’indiscrezione calcolata da parte di Gilpin, invitare il popolo inglese a scendere in campo contro le idee schiaviste di un governo al quale egli stesso appartiene. Ora Gilpin, come si è detto, non è un eroe. Tutta la sua carriera rivela scarsa attitudine al martirio. La sua indiscrezione è avvenuta lo stesso giorno in cui Lord John Russell ha fatto il suo coup de main. Pertanto possiamo concludere che il governo non è una “famiglia felice” e che alcuni dei suoi membri si sono già assuefatti all’idea di una “separazione”.
L’epilogo russo del dramma del Trent è non meno interessante delle sue ripercussioni nel governo. La Russia, che in tutto questo baccano è rimasta silenziosa, in disparte, a braccia conserte, ora balza sulla scena, dà a Seward un buffetto sulla spalla – e dichiara che è arrivato alfine il momento di regolare definitivamente i diritti marittimi dei paesi neutrali. La Russia, come si sa, si considera investita del compito di fissare all’ordine del giorno della storia del mondo, al momento giusto e nel posto giusto, le questioni urgenti della civiltà. La Russia si pone al riparo da qualsiasi attacco delle potenze marittime nel momento in cui queste rinunziano, con i loro diritti di belligeranti contro i paesi neutrali, alla loro influenza sulle esportazioni russe. La Convenzione di Parigi del 16 aprile 1856, che è in parte una copia letterale del trattato russo di neutralità armata del 1870 contro l’Inghilterra, non è ancora legge in Inghilterra. Che scherzo del destino sarebbe se la disputa anglo-americana finisse con la sanzione, da parte del Parlamento e della Corona inglesi, della concessione che due ministri britannici hanno fatto alla Russia, sotto la loro personale responsabilità, alla fine della guerra anglo-russa!
Die Presse, 21 gennaio 1862

Un’assemblea dei lavoratori londinesi
Marx (1862)
Londra, 28 gennaio 1862
Si sa che al Parlamento non è rappresentata la classe lavoratrice, che è una componente tanto preponderante di una società che, a memoria d’uomo, non ha più avuto contadini. Tale classe però non è priva di importanza politica. In questo paese non è mai stata fatta alcuna innovazione importante, non è mai stata presa alcuna misura decisiva, senza pressioni dall’esterno, che sia stata l’opposizione a richiedere tali pressioni contro il governo, o al contrario il governo a richiedere pressioni contro l’opposizione. Per pressione dall’esterno gli inglesi intendono le grandi dimostrazioni popolari extra-parlamentari, che naturalmente non possono essere inscenate senza la viva collaborazione della classe lavoratrice. Pitt ha saputo servirsi delle masse contro i whigs nella guerra contro la Francia giacobina. Il Catholic Emancipation Act, il Reform Bill, l’abolizione delle leggi protezionistiche sul grano, la legge delle dieci ore lavorative, la guerra contro la Russia, il rigetto del progetto di legge di Palmerston contro la cospirazione furono tutti frutto di burrascose dimostrazioni extra-parlamentari, nelle quali la classe lavoratrice, a volte incitata artatamente, a volte di sua spontanea iniziativa, ora come dramatis persona ora come coro, rappresentava la parte principale o, secondo le circostanze, quella più rumorosa. Ancor più singolare è l’atteggiamento della classe lavoratrice riguardo alla guerra civile americana.
E’ incredibile e ogni giorno più grande la miseria dei lavoratori delle regioni industriali del Nord, a causa della chiusura degli stabilimenti e della riduzione delle ore di lavoro, motivate dal blocco navale degli stati schiavisti. Le altre parti componenti la classe lavoratrice non incontrano le stesse difficoltà, ma sono gravemente danneggiate dalle ripercussioni della crisi dell’industria cotoniera sugli altri settori della produzione, dalla riduzione delle esportazioni dei loro prodotti nel Nordamerica per effetto della tariffa Morrill e dall’annullamento di tali esportazioni negli stati del Sud per effetto del blocco navale. Attualmente l’intervento inglese in America è divenuto, pertanto, una questione di sopravvivenza per i lavoratori. Inoltre i loro “superiori naturali” non disdegnano alcun mezzo atto ad istigarli contro gli Stati Uniti. L’unico giornale dei lavoratori ancora esistente che vanti una grande tiratura, il reynold’s Weekly Newspaper, è stato comprato appositamente perché per sei mesi possa ripetere ogni settimana con violente diatribe il ceterum censeo dell’intervento inglese.
Di conseguenza la classe lavoratrice è perfettamente consapevole del fatto che il governo sta aspettando solo che gli venga richiesto dal basso – la pressione dall’esterno – di intervenire per mettere fine al blocco americano e alla miseria inglese. In tali circostanze è ammirevole la tenacia con la quale i lavoratori se ne stanno zitti, o parlano soltanto per far sentire la loro voce contro l’intervento e in favore degli Stati Uniti. Questa è un’ulteriore, luminosa dimostrazione dell’indistruttibile superiorità delle masse popolari inglesi, di quella superiorità che è il segreto della grandezza dell’Inghilterra e che, per parlare nel linguaggio iperbolico di Mazzini, ha fatto sembrare tanti semidei i soldati inglesi durante la guerra di Crimea e l’insurrezione dell’India.
Per caratterizzare la “politica” dei lavoratori, eccovi il resoconto di una grande assemblea di lavoratori che ha avuto luogo ieri a Marylebone, la zona più popolosa di Londra.
Il presidente Steadman ha aperto la seduta facendo notare che si trattava di prendere una decisione riguardo all’accoglienza che il popolo inglese avrebbe riservato a Mason e Slidell. ” Si deve considerare se questi signori siano venuti qui per liberare gli schiavi dalle loro catene o per forgiare un altro anello da aggiungere a queste catene “.
Yates:
“In questa occasione i lavoratori non debbono più tacere. I due signori che stanno venendo qui attraverso l’oceano Atlantico sono i rappresentanti degli stati schiavisti e tirannici. Essi si ribellano apertamente alla Costituzione legale del loro paese e vengono qui per indurre il nostro governo a riconoscere l’indipendenza degli stati schiavisti. Ora è dovere dei lavoratori dire la loro opinione, se non si vuole che il governo inglese creda che noi siamo indifferenti alla sua politca estera. Noi dobbiamo far vedere che il denaro speso da questo popolo per l’emancipazione degli schiavi non può essere sperperato inutilmente. Se il nostro governo avesse agito onestamente, avrebbe sostenuto di tutto cuore gli stati del Nord nella soppressione di questa spaventosa ribellione “.
Dopo una difesa particolareggiata degli stati del Nord e dopo aver osservato che ” la violenta tirata di Lovejoy contro l’Inghilterra è stata provocata dalle calunnie della stampa inglese “, l’oratore ha proposto la mozione seguente:
” Questa assemblea decide che gli agenti dei ribelli, Mason e Slidell, ora in viaggio dall’America verso l’Inghilterra, sono assolutamente indegni dell’appoggio morale dei lavoratori di questo paese, dal momento che sono schiavisti e rappresentanti dichiarati della fazione tirannica che è contemporaneamente ribelle alla repubblica americana e nemica giurata dei diritti sociali e politici della classe lavoratrice di tutti i paesi del mondo “.
Whyune ha appoggiato la mozione. Ha anche detto che ad ogni modo era chiaro che si doveva evitare qualsiasi insulto personale a Mason e a Slidell durante la loro permanenza a Londra.
Nichols, residente ” nell’estremo Nord degli Stati Uniti “, come ha dichiarato egli stesso, ma in realtà mandato alla riunione da Yancey e Mann come advocatus diaboli, ha protestato contro la mozione:
” Sono qui perché qui c’è libertà di parola. Da noi il governo non permette a nessuno di aprir bocca da tre mesi. La libertà è stata schiacciata non solo nel Sud, ma anche nel Nord. La guerra ha molti nemici nel Nord, ma essi non osano parlare. Non meno di duecento giornali sono stati soppressi o distrutti dalla plebaglia. Gli stati del Sud hanno il diritto di separarsi dal Nord nella stessa misura in cui gli Stati Uniti avevano il diritto di separarsi dall’Inghilterra “.
Malgrado l’eloquenza di Nichols la prima mozione è stata approvata all’unanimità. Poi egli ha ripreso la parola: ” Se rimproverate a Mason e a Slidell di essere schiavisti, si potrebbe dire altrettanto di Washington, di Jefferson ecc…”.
Beales ha confutato Nichols con un discorso molto preciso, quindi ha proposto una seconda mozione:
” In considerazione dei malcelati sforzi del Times e di altri giornali menzogneri di presentare l’opinione pubblica inglese in modo non rispondente a verità riguardo alle vicende americane; di coinvolgerla in una guerra contro milioni di nostri consanguinei con un pretesto qualsiasi, e di trar profitto dai pericoli momentanei della repubblica americana per diffamare le istituzioni democratiche, questa assemblea considera supremo dovere dei lavoratori – dal momento che essi non sono rappresentanti al Senato della nazione – dichiarare la loro solidarietà con gli Stati Uniti nella loro lotta titanica per salvare l’Unione; denunziare la scandalosa disonestà del Times e dei giornali aristocratici ad esso affini, tutti fautori dello schiavismo; prender posizione col massimo vigore in favore della più rigorosa politica di non-intervento negli affari degli Stati Uniti ed in favore della composizione di tutte le possibili controversie ad opera di commissioni e di corti d’arbitrato nominate da entrambe le parti in causa; denunziare la politica di guerra del giornale dei truffatori di borsa, e manifestare la più calorosa solidarietà per gli abolizionisti ed auspicare una soluzione definitiva della questione della schiavitù “.
Questa mozione è stata approvata all’unanimità, al pari della mozione conclusiva di ” inviare al governo americano, tramite Adams, una copia delle decisioni enunziate, come espressione dei sentimenti e delle opinioni della classe lavoratrice inglese “.
Die Presse, 2 febbraio 1862

Tendenza anti-interventista
Marx (1862)
Londra, 31 gennaio 1862
La grandezza commerciale di Liverpool trae le sue origini dalla tratta degli schiavi. Gli unici contributi di Liverpool alla letteratura ed alla poesia inglese sono le odi alla tratta degli schiavi. Cinquant’anni fa Wilberforce potè metter piede a Liverpool solo a rischio della propria vita. Come nel secolo precedente il commercio degli schiavi, così in questo secolo il commercio del prodotto dello schiavismo, il cotone, ha costituito il fondamento essenziale della grandezza di Liverpool. Nessuna meraviglia, dunque, se Liverpool è il centro degli inglesi filo-secessionisti: infatti è l’unica città del Regno Unito dove durante la recente crisi sia stato possibile organizzare un convegno quasi pubblico in favore di una guerra contro gli Stati Uniti. Che dice ora Liverpool? Ascoltiamo con attenzione uno dei suoi maggiori quotidiani, il Daily Post.
In un articolo di fondo intitolato “Gli astuti yankees” si dichiara tra l’altro:
” Gli yankees, con la loro solita furbizia, sono riusciti a tramutare una perdita in guadagno. Per la verità hanno fatto in modo di servirsi dell’Inghilterra per il proprio tornaconto…La Gran Bretagna ha il vantaggio di fare sfoggio della sua potenza…(ma a che pro?). Gli yankees sono sempre stati favorevoli ai privilegi illimitati dei neutrali, ma la Gran Bretagna vi si opponeva (privilegi che sono stati contestati soprattutto durante la guerra anti-giacobina, la guerra anglo-americana del 1812-14, ed anche, più recentemente, nel 1842, durante i negoziati tra Lord Ashburton ed il segretario di Stato americano Daniel Webster. Ora la nostra opposizione deve cessare. Il principio degli yankees è virtualmente riconosciuto. E Seward ne dà la conferma… (dichiara che l’Inghilterra ha accondisceso in linea di massima e che con il caso Trent gli Stati Uniti hanno ottenuto una concessione per assicurarsi la quale finora avevano fatto invano ricorso ad ogni mezzo diplomatico e bellico) “.
Ancora più importante è l’ammissione dell’improvviso mutamento dell’opinione pubblica, anche a Liverpool, che troviamo sul Daily Post.
” I confederati – dice – non hanno fatto assolutamente nulla per smentire la buona opinione che si aveva di loro, al contrario. Hanno combattuto coraggiosamente e compiuto sacrifici enormi. Se non otterranno la loro indipendenza, tutti dovranno ammettere che se la meritano… L’opinione pubblica tuttavia adesso è contraria alle loro rivendicazioni: essi non sono più quelle brave persone che erano sei mesi fa, e quando si parla di loro si dice implicitamente che sono gente molto sgradevole.
“…In pratica è iniziata una reazione. Gli anti-schiavisti che, ci si perdoni l’espressione volgare, calavano le brache davanti all’eccitazione popolare, ora se ne vengono a condannare con paroloni altisonanti la vendita dei negri e i proprietari schiavisti degli stati del Sud…Ieri le mura della città erano coperte da un grande manifesto pieno di denunzie ed irate invettive, e un giornale londinese della sera, il Sun, ricordava qualcosa che andava a scapito di Mason…”l’autore dell’esecranda legge sugli schiavi fuggiaschi”…I confederati hanno pagato le spese del caso Trent: doveva tornare a loro vantaggiio, invece è risultato la loro rovina. I favori di questo paese vengono loro meno, ed essi dovranno rendersi conto quanto prima di tale singolare situazione. Sono stati gravemente maltrattati, ma non avranno risarcimento alcuno ” [1].
Dopo un’ammissione simile da parte di un simpatizzante della secessione quale era il quotidiano di Liverpool, è facile intendere il mutato linguaggio che ora ostentano improvvisamente alcuni importanti giornali di Palmerston prima dell’apertura dei lavori parlamentari. L’Economist di sabato scorso presenta un articolo intitolato “Sarà rispettato il blocco?”
Prima di tutto parte dell’assioma che il blocco è soltanto un blocco sulla carta e che perciò il diritto internazionale permette di violarlo. La Francia ha richiesto che il blocco sia rimosso con la forza. In pratica la soluzione della questione sta quindi nelle mani dell’Inghilterra, che ha un motivo grave e imperioso per compiere tale passo: per la precisione, ha bisogno del cotone americano. Si può far notare, incidentalmente, che non è ben chiaro in che modo un ” blocco che esiste solo sulla carta ” possa impedire la spedizione del cotone. ” Ciò nonostante “, esclama l’Economist, ” l’Inghilterra deve rispettare il blocco “. Avendo motivato questo giudizio con una serie di sofismi, alla fine arriva al nocciolo della questione.
” Non sarebbe auspicabile in un caso del genere – scrive – che il nostro governo compisse qualche passo o intraprendesse qualche azione sulla quale l’intero paese non si trovasse sinceramente e spontaneamente d”ccordo… Ora noi dubitiamo che la massa del popolo britannico sia già preparata a qualche intervento che abbia la minima parvenza di spalleggiare una repubblica schiavista o di contribuire alla sua costituzione. Il sistema sociale degli stati confederati è basato sulla schiavitù; i federalisti hanno fatto quanto potevano… per persuaderci che la schiavitù sta alla radice del movimento di secessione, e che loro, i federalisti, erano ostili alla schiavitù; e la schiavitù suscita il nostro più vivo orrore ed abominio.
Ma il vero errore del movimento popolare consiste in questo: …non lo scioglimento dell’Unione, ma il suo ripristino equivarrebbe a rinsaldare e perpetuare la schiavitù dei negri, ed è l’indipendenza del Sud e non la sua sconfitta che noi dobbiamo auspicare con fiducia per un pronto miglioramento ed una definitiva scomparsa della schiavitù da noi aborrita… noi abbiamo la speranza di chiarire presto questo punto ai nostri lettori. Ma non è ancora chiaro. La maggioranza degli inglesi pensa ancora diversamente; e finché si penserà così, qualunque intervento da parte del nostro governo per metterci in una posizione di vera opposizione al Nord, e di conseguente alleanza con il Sud, sarebbe sostenuto ben poco dalla sincera collaborazione della nazione britannica “[2].
In altre parole: il tentativo di un intervento del genere provocherebbe la caduta del governo. E questo spiega anche perché il Times si pronunzi tanto decisamente contro qualsiasi intervento e in favore della neutralità dell’Inghilterra.
Die Presse, 4 febbraio 1862
Note
1. Liverpool Daily Post, 13 gennaio 1862.
2. Economist, 25 gennaio 1862.
La crisi del cotone
Marx (1862)
Londra, 3 febbraio 1862
Alcuni giorni fa ha avuto luogo l’assemblea annuale della Camera di Commercio di Manchester. Essa rappresenta il Lancashire, la più grande regione industriale del Regno Unito e il centro più importante dell’industria cotoniera britannica. C. Potter, presidente dell’asemblea, e Bazly e Turner, i principali oratori, rappresentano Manchester e una parte del Lancashire alla Camera Bassa. Perciò dai verbali dell’assemblea apprendiamo ufficialmente quale sarà l’atteggiamento del grande centro dell’industria cotoniera inglese al “Senato della nazione” riguardo alla crisi americana.
L’anno scorso all’assemblea della Camera di Commercio Ashworth, uno dei più grandi magnati del cotone di tutta l’Inghilterra, aveva esaltato con fantasia degna di Pindaro l’espansione senza precedenti dell’industria del cotone nell’ultimo decennio. In particolare egli faceva rilevare che nemmeno le crisi commerciali del 1847 e del 1857 avevano provocato la diminuzione delle esportazioni dei filati di cotone e dei tessuti inglesi. Egli spiegava il fenomeno con le mirabolanti possibilità del sistema di libero scambio introdotto nel 1846. Già allora parve strano che questo sistema, che non era riuscito a risparmiare all’Inghilterra le crisi del 1847 e del 1857, potesse sottrarre un settore particolare dell’industria inglese all’influenza delle crisi. Ma cosa sentiamo dire oggi? Tutti gli oratori, Ashworth compreso, ammettono che a partire dal 1858 ha avuto luogo una saturazione senza precedenti dei mercati d’oltre Atlantico, e che per effetto di una continua sovrapproduzione su larga scala l’attuale ristagno era inevitabile, anche senza la guerra civile americana, la tariffa Morrill e il blocco. Che anche senza queste circostanze aggravanti la diminuzione delle esportazioni dell’anno scorso sarebbe stata di ben sei milioni di sterline è naturalmente una questione controversa; ma non sembra cosa improbabile dal momento che sentiamo che i principali mercati dell’Asia e dell’Australia hanno provviste di manufatti di cotone inglesi sufficienti per dodici mesi.
Quindi, per ammissione della Camera di commercio di Manchester, che è autorità in materia, la crisi dell’industria cotoniera inglese fino ad ora non è stata il risultato del blocco americano, bensì della sovrapproduzione inglese. Ma quali sarebbero le conseguenze, se continuasse la guerra civile americana? A questa domanda riceviamo ancora una volta una risposta unanime: sofferenze smisurate per la classe lavoratrice e rovina per i piccoli produttori. Cheatham ha osservato: ” A Londra si dice che hanno ancora molto cotone per andare avanti; ma non si tratta soltanto di cotone, si tratta anche e soprattutto di prezzo, e con i prezzi attuali il capitale dei proprietari di cotonifici si sta riducendo a zero “.
Ad ogni modo la Camera di commercio si dichiara decisamente contraria a qualsiasi intervento negli Stati Uniti, benchè la maggior parte dei suoi membri siano dal Times indotti a considerare inevitabile lo scioglimento dell’Unione.
” L’ultima cosa che dovremmo fare – dice Porter – è raccomandare qualsiasi cosa che somigli ad un intervento. L’ultimo posto dove una cosa simile potesse esser presa in considerazione era Manchester. Niente ci avrebbe indotti a raccomandare qualcosa che fosse moralmente sbagliata “.
Bazley: ” Nella questione americana si deve osservare il principio del non-intervento. Il popolo di quel grande paese deve veramente risolvere le proprie faccende da sé “.
Cheatham: ” L’opinione generale in questa regione è del tutto contraria all’intervento nella disputa americana. E’ necessario parlar chiaro a questo riguardo, perché se vi fosse qualche dubbio il governo si troverebbe sottoposto a forti pressioni “.
Cosa consiglia allora la Camera di Commercio? Il governo inglese dovrebbe rimuovere ogni ostacolo di carattere amministrativo che si frappone all’importazione del cotone in India. In particolare dovrebbe eliminare la tassa di importazione del 10% che grava sui filati e sui tessuti di cotone inglesi in India. Il regime della East India Company era stato appena abolito, l’India era appena entrata a far parte dell’Impero Britannico, quando Palmerston introduceva questa tassa d’importazione sui prodotti inglesi tramite Wilson, e questo nello stesso tempo in cui vendeva la Savoia e Nizza per il trattato commerciale anglo-francese. Mentre il mercato francese veniva in una certa misura aperto all’industria inglese, il mercato della Indie Orientali era ad essa precluso in misura decisamente maggiore.
A questo proposito, Bazley ha rilevato che da quando è stata introdotta questa tassa sono state esportate grandi quantità di macchinari inglesi a Calcutta e a Bombay e che vi sono state impiantate fabbriche di tipo inglese. Queste si preparavano a sottrarre loro il miglior cotone indiano. Se al 10% della tassa d’importazione si aggiungeva il 15% per le spese di trasporto, i rivali generati artificialmente dall’iniziativa del governo inglese venivano a godere di una tariffa di protezione del 25%.
In generale l’assemblea ha espresso la fiera opposizione dei magnati dell’industria inglese alla tendenza protezionistica che si sta sviluppando sempre più nelle colonie, e particolarmente in Australia. Questi signori dimenticano che per un secolo e mezzo le colonie hanno protestato invano contro il “sistema coloniale” della madre-patria. A quel tempo le colonie chiedevano il libero scambio, e l’Inghilterra teneva fermo il suo divieto. Adesso l’Inghilterra predica il libero scambio, e le colonie ritengono il protezionismo nei confronti dell’Inghilterra più conforme ai loro interessi.
Die Presse, 8 febbraio 1862

Il dibattito parlamentare
sul discorso della Corona
Marx (1862)
Londra, 7 febbraio 1862
L’apertura dei lavori del Parlamento è stata una cerimonia senza lustro. L’assenza della Regina e la lettura del discorso della Corona da parte del Lord Cancelliere hanno bandito ogni effetto spettacolare. Anche il discorso della Corona è stato breve senza essere incisivo; ha riassunto i faits accomplis della politica estera e per una valutazione di essi ha fatto riferimento ai documenti presentati al Parlamento. Solo una frase ha destato un certo scalpore, la frase nella quale si dice che la Regina ” confida che non vi sia ragione di temere alcun turbamento della pace in Europa “. Questa frase implica infatti che la pace europea è relegata nel regno della speranza e della fede.
Secondo la prassi parlamentare, i signori che dovevano rispondere al discorso della Corona alle due Camere erano già stati designati dai ministri tre settimane prima. Conformemente alla procedura abituale, la loro replica riecheggia largamente il discorso della Corona e abbonda delle stucchevoli lodi che i ministri profondono su se stessi in nome del Parlamento. Quando Sir Francis Burdett nel 1811 prevenne quelli che erano stati incaricati ufficialmente di rispondere e colse l’occasione per sottoporre il discorso della Corona agli strali della critica, la stessa Magna Carta sembrò messa in pericolo. Da quella volta non si è più ripetuta una simile enormità.
L’interesse al dibattito sul discorso della Corona perciò è limitato alle “allusioni” del circolo ufficiale di opposizione ed alle “reazioni allusive” dei ministri. Questa volta però l’interesse è stato più accademico che politico. Si è assistito alla migliore orazione funebre del principe Alberto, che durante la sua vita non ha trovato affatto leggero il giogo dell’oligarchia inglese. Secondo la vox populi, Derby e Disraeli hanno conquistato la palma accademica, l’uno per la sua facondia naturale, l’altro per la sua teorica.
La parte “tecnica” del dibattito verteva sugli Stati Uniti, il Messico e il Marocco.
Riguardo agli Stati Uniti, l’opposizione (gli Outs) ha elogiato la politica del partito al potere (gli Ins o beati possidentes). Derby, capo dei conservatori alla Camera dei Lords, e Disraeli, capo dei conservatori alla Camera dei Comuni, non si sono opposti al governo, ma l’uno all’altro.
Derby prima di tutto ha espresso il suo malcontento per l’assenza di “pressione dall’esterno”. Egli “ammirava”, ha detto, il comportamento stoico e dignitoso dei lavoratori delle industrie. Per quanto riguardava i proprietari dei cotonifici, però, egli doveva escluderli dalle sue lodi. Per loro le agitazioni americane si erano rivelate straordinariamente opportune, dal momento che la sovrapproduzione e la saturazione di tutti i mercati avrebbero imposto, in ogni caso, restrizioni commerciali.
Derby ha sferrato poi un violento attacco al governo dell’Unione, ” che aveva esposto se stesso ed il suo popolo alla più indegna umiliazione “, e non aveva agito da gentleman perché non aveva preso l’iniziativa di rilasciare spontaneamente Mason, Slidell e compagni e non aveva fatto debita ammenda. Disraeli, il suo sostenitore alla Camera Bassa, ha capito immediatamente quanto l’attacco furibondo di Derby fosse nocivo per le speranze dei conservatori. Perciò ha dichiarato, al contrario: ” Considerando le grandi difficoltà che incontrano gli uomini di stato del Nordamerica…oserei dire che essi le hanno fronteggiate con risolutezza e coraggio “.
D’altro canto – con la coerenza che gli è solita – Derby ha protestato contro “le nuove dottrine” del diritto marittimo. L’Inghilterra aveva sempre sostenuto i diritti dei belligeranti contro le pretese dei neutrali. Vero è che Lord Clarendon aveva fatto una “pericolosa” concessione nel 1856 a Parigi; fortunatamente questa non era ancora stata ratificata dalla Corona, cosicchè “non alterava la posizione del diritto internazionale”. Disraeli invece, chiaramente in collusione con il governo a tale riguardo, ha evitato accuratamente di toccare questo problema.
Derby approvava la politica di non-intervento del governo. Non è ancora giunto il momento di riconoscere la Confederazione sudista, ma egli ha chiesto documenti autentici per giudicare ” fino a che punto il blocco sia reale ed efficace e… se il blocco è stato tale da dover essere riconosciuto e rispettato dal diritto delle genti “. Lord John Russell, d’altro canto, ha dichiarato che il governo dell’Unione aveva impiegato nel blocco un numero sufficiente di navi, ma non lo aveva fatto dappertutto allo stesso modo. Disraeli ha detto di non permettersi di giudicare la natura del blocco, ma ha chiesto documenti governativi come chiarimento. Egli ha messo in guardia con enfasi da un prematuro riconoscimento della Confederazione, dal momento che attualmente l’Inghilterra si sta già compromettendo minacciando uno stato americano (il Messico), del quale è stata la prima a riconoscere l’indipendenza.
Dopo gli Stati Uniti è stata la volta del Messico. Nessun membro del Parlamento ha condannato una guerra senza previa dichiarazione, ma i parlamentari hanno condannato l’ingerenza nelle relazioni interne di un paese con la parola d’ordine di una “politica di non-intervento”, e la coalizione dell’Inghilterra, della Francia e della Spagna nell’intimidire una terra pressoché indifesa. In realtà l’opposizione ha semplicemente rivelato di riservarsi il Messico per manovre di partito. Derby ha chiesto documenti sia sulla Convenzione fra le tre potenze che sul modo in cui essa veniva attuata. Egli ha detto di approvare la Convenzione perché – secondo il suo punto di vista – per ciascuna delle parti la giusta via consisteva nel far valere i propri diritti indipendentemente dalle altre. Le voci che correvano gli facevano temere che almeno una delle potenze – la Spagna – si proponesse di agire al limite del tradimento. Quasi che Derby ritenesse veramente quella grande potenza che è la Spagna capace dell’audacia di agire in opposizione alla volontà di Inghilterra e Francia! Lord John Russell ha risposto che le tre potenze perseguivano il medesimo scopo e avrebbero evitato con cura di ostacolare i messicani nel risolvere le loro questioni.
Alla Camera Bassa Disraeli ha rinviato qualsiasi giudizio fino a quando non avrà esaminato i documenti presentatigli. Comunque ha trovato “sospetto l’annunzio del governo”. L’indipendenza del Messico è stata riconosciuta prima di tutti dall’Inghilterra. Questo riconoscimento richiama una politica memorabile – la politica contraria alla Santa Alleanza – ed un insigne statista, Canning. Quale singolare occasione dunque ha spinto l’Inghilterra a vibrare il primo colpo contro questa indipendenza? Inoltre l’intervento non ha tardato molto a mutar pretesto. Originariamente si trattava di ottenere riparazione dei torti patiti dai cittadini britannici. Ora si dice che vengano introdotti nuovo princìpi governativi e che venga fondata una nuova dinastia.
Lord Palmerston ha detto ai parlamentari di esaminare i documenti loro sottoposti e di considerare che la Convenzione proibisce agli alleati di “assoggettare” il Messico o di imporre una forma di governo non gradita al popolo. Allo stesso tempo però egli ha rivelato un segreto diplomatico: egli sa per sentito dire che nel Messico un partito desidera che la repubblica venga trasformata in monarchia, ma ignora quale sia la consistenza di tale partito. ” Da parte sua egli desidera soltanto che venga stabilita nel Messico una qualche forma di governo con cui possano trattare i governi stranieri “. Palmerston ha dichiarato che il governo in carica non esisteva, rivendicando così per l’alleanza fra l’Inghilterra, Francia e Spagna la prerogativa della Santa Alleanza di decidere dell’esistenza o meno dei governi stranieri. ” Questo è il massimo “, ha soggiunto modestamente, ” che il governo della Gran Bretagna desideri ottenere “. Nient’altro!
L’ultima “questione controversa” della politica estera riguardava il Marocco. Il governo inglese ha concluso un accordo con il Marocco che gli consente di estinguere il suo debito nei confronti della Spagna, debito che la Spagna non avrebbe mai potuto imporre al Marocco senza il consenso dell’Inghilterra. Sembra che certe persone abbiano anticipato denaro al Marocco per pagare le sue quote alla Spagna, togliendole così il pretesto per occupare anche Tetuan e per rinnovare la guerra. Il governo inglese, in un modo o nell’altro, ha garantito a queste persone l’interesse sul loro prestito, ed ha avocato a sé come garanzia il controllo dell’amministrazione delle dogane del Marocco.
Derby ha trovato “piuttosto strano” questo modo di assicurare l’indipendenza del Marocco, ma non ha sollecitato alcuna risposta dai ministri. Alla Camera dei Comuni Disraeli si è addentrato più decisamente nella questione: era ” in una certa qual misura incostituzionale “, dal momento che il governo aveva gravato l’Inghilterra di nuovi obblighi finanziari agendo alle spalle del Parlamento Palmerston gli ha risposto semplicemente di esaminare i “documenti” presentati.
Gli affari interni sono stati appena accennati. Derby ha soltanto ammonito i parlamentari, per riguardo ” allo stato d’animo della Regina “, a non sollevare questioni controverse ” disturbatrici ” quali la riforma parlamentare. Egli è pronto a versare regolarmente il suo tributo di ammirazione alla classe lavoratrice inglese, a patto che essa tolleri di essere esclusa dalla rappresentanza popolare con lo stesso stoicismo con il quale sopporta il blocco americano.
Sarebbe un errore prevedere un futuro idillico in seguito all’apertura idillica del Parlamento: al contrario! Scioglimento del Parlamento o scioglimento del governo è la parola d’ordine della sessione di quest’anno. Si troverà poi l’opportunità di precisare meglio tale alternativa.
Die Presse, 12 febbraio 1862

Vicende americane
Marx (1862)
Londra, 26 febbraio 1862
Il presidente Lincoln azzarda un passo avanti soltanto quando il corso degli eventi e le richieste generali dell’opinione pubblica non consentono ulteriori indugi. Ma una volta che “old Abe” si è convinto di essere arrivato a quel momento critico, allora sorprende in egual misura amici e nemici, con un’azione improvvisa eseguita nel modo più silenzioso possibile. Così, nel modo meno appariscente, recentemente ha fatto un colpo che sei mesi prima gli sarebbe costato la carica presidenziale e che, anche pochi mesi fa, avrebbe suscitato una marea di discussioni. Intendiamo parlare della destituzione di McClellan dal suo posto di comandante in capo di tutti gli eserciti dell’Unione.
Prima di tutto Lincoln ha sostituito il ministro della Guerra, Cameron [1], con un giurista energico e spietato, Edwin Stanton. Questi emanò un ordine del giorno ai generali Buell, Halleck, Butler, Sherman ed altri comandanti di interi settori o capi di spedizione, con il quale veniva comunicato loro che in futuro avrebbero ricevuto tutti gli ordini, in chiaro e segreti, direttamente dal ministro della Guerra. Infine Lincoln emanò degli ordini dove si firmò come “Comandante in capo dell’esercito e della marina”, un attributo che gli spettava, secondo la Costituzione. In questo modo “tranquillo”, “il giovane Napoleone” fu privato del comando supremo che aveva tenuto sino ad allora su tutti gli eserciti e la sua azione di comando fu limitata all’armata del Potomac, benché gli restasse il titolo di “comandante in capo”. Le vittorie conseguite nel Kentucky, nel Tennessee e sulla costa atlantica erano i primi avvenimenti favorevoli che segnavano l’assunzione del comando supremo da parte del presidente Lincoln.
La carica di comandante in capo, detenuta sino allora da McClellan, è stata istituita negli Stati Uniti sulla scorta del modello inglese e corrisponde approssimativamente alla carica di Gran Connestabile dell’antico esercito francese. Durante la guerra di Crimea anche l’Inghilterra scoprì l’inutilità di tale istituzione ormai superata. Di conseguenza fu concluso un compromesso per il quale parte degli attributi sino allora spettanti al comandante in capo venivano trasferiti al ministro della Guerra.
Mancano ancora gli elementi necessari per poter valutare la tattica temporeggiatrice di McClellan sul Potomac; comunque è fuori di dubbio che la sua influenza ha agito da freno sull’andamento generale della guerra. Si può ripetere per McClellan quello che Macaulay dice di Essex: ” Gli errori militari di essex furono dovuti per lo più a scrupolo politico. Era fedele alla causa del Parlamento, ma senza alcun ardore, ed una grande disfatta era la sola cosa che temesse più di una grande vittoria “. McClellan e la maggior parte degli ufficiali dell’esercito regolare usciti da West Point sono più o meno legati dall’esprit de corps ai loro vecchi camerati militanti in campo avverso. Nutrono la stessa gelosia per i parvenus che sono per loro i “militari civili”. A loro avviso la guerra deve essere condotta in modo rigorosamente tecnico, mirando continuamente alla restaurazione dell’Unione sulla sua vecchia base, e perciò deve soprattutto rimanere estranea a tendenze rivoluzionarie che tocchino le questioni di principio. Bella concezione, per una guerra che è essenzialmente una guerra di princìpi! I primi generali del Parlamento inglese caddero nello stesso errore. ” Ma ” dice Cromwell [2], ” come cambiò tutto, non appena la guida fu presa da uomini che professavano princìpi di fede e di religiosità! “.
Il Washington Star, il giornale particolare di McClellan, in uno dei suoi ultimi numeri dichiara: ” Lo scopo di tutti gli accordi militari del generale Mcclellan è di restaurare completamente l’Unione, esattamente com’era prima dello scoppio della ribellione “. Nessuna meraviglia, dunque, se sul Potomac, sotto gli occhi del generale supremo, l’esercito era addestrato a catturare gli schiavi! Ancora poco tempo fa, con un ordine speciale, McClellan ha cacciato dall’accampamento gli Hutchinson, una famiglia di musicisti, perché cantavano canzoni antischiaviste!
A parte tali dimostrazioni “anti-tendezialistiche”, McClellan ha protetto con il suo scudo i traditori dell’Unione. Così, per esempio, ha promosso Maynard ad una carica più elevata, benchè costui – e lo dimostrano i documenti resi pubblici dal comitè d’inchiesta della Camera dei Deputati – lavorasse come agente al soldo dei secessionisti. A partire dal generale Patterson, il cui tradimento fu la causa della sconfitta di Manassas, fino al generale Stone, che predispose la sconfitta di Ball’s Bluff con un accordo diretto con il nemico, McClellan sapeva tenere ogni traditore militare lontano dalla corte marziale, e, in moltissimi casi, anche dall’espulsione dall’esercito. Il comitè d’inchiesta del Congresso, a questo proposito, ha rivelato i fatti più sorprendenti. Lincoln decise di prendere provvedimenti energici per dimostrare che con l’assunzione del comando supremo da parte sua era suonata l’ora per i traditori con le spalline e che era giunto il momento cruciale nella conduzione delle operazioni. Per suo ordine il generale Stone fu arrestato nel suo letto alle due di notte del 10 febbraio e portato a Forte Lafayette. Poche ore dopo fu reso noto l’ordine del suo arresto, firmato da Stanton, in cui si formula l’accusa di alto tradimento, che dovrà essere giudicata da una corte marziale. Stone venne arrestato e messo sotto accusa senza comunicare nulla al generale McClellan.
Finché rimaneva inattivo e si cullava sugli allori prima di guadagnarseli, McClellan era naturalmente deciso a nonpermettere ad alcun altro generale di prevenirlo. I generali Halleck e Pope avevano deciso una mossa combinata per costringere ad una battaglia decisiva il generale Price, che già una volta era sfuggito a Frémont grazie all’intervento di Washington. Un telegramma di McClellan proibì loro di vibrare il colpo. Il generale Halleck, richiamato con un telegramma analogo, dovette desistere dall”ttacco di Forte Columbus, in un momento in cui il forte era pressochè allagato. McClellan aveva chiaramente proibito ai generali dell’Ovest di corrispondere uno con l’altro. Ognuno di loro doveva per prima cosa rivolgersi a Washington appena veniva proposta un’azione combinata. Ora il presidente Lincoln ha ridato loro la necessaria libertà di azione.
Quanto fosse vantaggiosa per la secessione la politica militare del generale McClellan, è dimostrato oltre ogni dubbio dai continui panegirici che gli dedica il New York Herald. Per i gusti dell’Herald, egli è un eroe. Il famoso Bennet, proprietario e redattore capo dell’Herald, prima aveva tenuto in pugno i governi di Pierce e di Buchanan per mezzo dei suoi “rappresentanti speciali”, ossia i suoi corrispondenti a Washington. Sotto la presidenza di Lincoln egli cercò di conquistarsi lo stesso potere per vie traverse, facendo sì che il suo “rappresentante speciale”, il dottor Joes, un uomo del Sud e fratello di un ufficiale che aveva disertato dall’Unione, entrasse nei favori di McClellan. Sotto il patrocinio di McClellan, devono essere state permesse grandi libertà a questo Joes quando Cameron era a capo del dicastero della Guerra. Evidentemente egli si aspettava che Stanton gli garantisse gli stessi privilegi, e pertanto l’8 febbraio si presentava al ministero della Guerra dove il ministro della Guerra, il suo segretario in capo e alcuni membri del congresso si stavano consultando appunto sui provvedimenti bellici necessari. Messo alla porta, Joes si inalberò, e quando finalmente battè in ritirata, minacciò che l’Herald avrebbe sparato a zero sull’attuale dicastero della Guerra nel caso che gli avesse rifiutato lo “speciale privilegio” di confidargli, in particolare, le deliberazioni del Gabinetto, i telegrammi, le comunicazioni pubbliche e le notizie belliche. La mattina dopo, il 9 febbraio, il dottor Joes aveva riunito tutto lo stato maggiore di McClellan a bere champagne a colazione con lui. Le disgrazie, però, fanno presto ad arrivare. Un sottufficiale entrò con sei uomini, prese il potente Joes e lo portò a Forte McHenry dove, come stabiliva chiaramente l’ordine del ministro della Guerra, doveva essere tenuto sotto stretto controllo come spia.
Die Presse, 3 marzo 1862

Note
1. L’11 gennaio 1862 Lincoln destituiva Cameron dalla carica di ministro della Guerra e lo nominava ambasciatore in Russia.
2. Cfr. il discorso di Cromwell al Parlamento, il 4 luglio 1653.

I filo-secessionisti alla camera bassa
riconoscimento del blocco americano
Marx (1862)
Londra, 8 marzo 1862
Parturing montes! Fin dall’apertura del Parlamento gli inglesi filo-secessionisti avevano minacciato una “mozione” sul blocco americano. La risoluzione è stata presentata infine alla Camera Bassa nella veste assai modesta di una mozione che esorta il governo a “presentare altri documenti sullo stato del blocco” – e anche questa mozione insignificante è stata respinta, senza la formalità della votazione.
La risoluzione era proposta da Gregory, il rappresentante di Galway, che nella sessione parlamentare dell’anno scorso, subito dopo lo scoppio della guerra civile, aveva già presentato una mozione mirante al riconoscimento della Confederazione degli Stati del Sud. Nel suo discorso di quest’anno è innegabile una certa abilità sofistica. Il discorso risente soltanto del fatto di essere sfortunatamente diviso in due parti, che si annullano a vicenda. Una parte descrive gli effetti disastrosi del blocco dell’industria cotoniera inglese e di conseguenza chiede la rimozione del blocco stesso. L’altra parte dimostra, sulla base dei documenti presentati dal governo, tra i quali due memoriali di Yancey e Mann e di Mason, che il blocco non esiste affatto, tranne che sulla carta, e che di conseguenza non dovrebbe più essere riconosciuto. Gregory ha condito il suo discorso con una citazione dietro l’altra di articoli del Times. Il Times, per il quale è molto seccante sentirsi ricordare in questo momento le sue dichiarazioni profetiche, ringrazia Gregory con un articolo di fondo nel quale lo espone al pubblico ludibrio. La mozione di Gregory era appoggiata da Bentick, un Tory a oltranza che per due anni si è sforzato invano di allontanare da Disraeli parte dei conservatori.
E’ stato uno spettacolo ridicolo in sé e per sé vedere i presunti interessi dell’industria inglese sostenuti da Gregory, rappresentante di Galway, un posto di mare senza importanza dell’Irlanda occidentale, e da Bentinck, rappresentante del Norfolk, una zona puramente agricola.
Forster, rappresentante di Bradford, un centro industriale inglese, si è opposto ad entrambi. Il discorso di Forster merita un esame più attento, dal momento che dimostra in modo singolare, l’inconsistenza delle voci sul blocco americano propalate in Europa dagli amici della secessione. In primo luogo, ha detto, gli Stati Uniti hanno osservato tutte le formalità richieste dal diritto internazionale. Non hanno dichiarato alcun porto in stato di blocco senza il dovuto proclama, senza preavviso del momento del suo inizio o senza aver fissato i quindici giorni allo scadere dei quali sarebbe stato proibito alle navi straniere neutrali di entrare ed uscire dal porto.
Il discorso sulla “inefficacia” legale del blocco si basa quindi soltanto sui casi, a quanto pare frequenti, in cui sarebbe stato violato. Prima dell’apertura del Parlamento è stato detto che era stato violato da 600 navi. Gregory ora riduce il numero a 400. La sua asserzione si basa su due elenchi forniti al governo, uno il 30 novembre dai rappresentanti del Sud Yancey e Mann, l’altro, l’elenco supplementare, da Mason. Secondo Yancey e Mann più di 400 navi – in partenza e in arrivo – hanno rotto il blocco, tra la proclamazione e il 20 agosto. Secondo i rapporti della dogana, comunque, il numero totale delle navi ammonta soltanto a322. Di queste, 119 sono partite prima della dichiarazione del blocco, 56 prima della scadenza dei quindici giorni di preavviso. Restano 147 navi. Di queste 147 navi, 25 erano battelli fluviali che andavano nell’entroterra a New Orleans, dove sono rimasti fermi; 106 erano navi costiere; ad eccezione di tre vascelli, erano tutte navi “quasi interne”, secondo quanto ha detto lo stesso Mason. Di queste 106, 66 sono salpate tra Mobile e New Orleans.
Chiunque conosca questa costa sa quanto sia assurdo chiamare violazione del blocco il passaggio di un battello dietro le lagune, toccando appena il mare aperto e scivolando lungo la costa. Lo stesso vale per i battelli tra Savannah e Charleston, dove si insinuano tra le isole tra strette lingue di terra. Secondo la dichiarazione del console inglese Bunch, queste chiatte comparvero solo per alcuni giorni sul mare aperto. Dopo avere detratto 106 battelli costieri, restano 16 partenze per porti stranieri; di queste 15 erano porti americani, soprattutto per Cuba, e una per Liverpool. La “nave” che attraccò a Liverpool era una goletta, come tutte le altre “navi”, ad eccezione di uno “sloop”. Si è parlato molto, ha esclamato Forster, di blocchi fittizi. Quest’elenco di Yancey e Mann non è un elenco fittizio? Egli ha sottoposto l’elenco supplementare di Mason ad un esame analogo, e ha ulteriormente dimostrato che solamente tre o quattro incrociatori sono sfuggiti dal blocco, mentre nell’ultima guerra anglo-americana non meno di 516 incrociatori americani forzarono il blocco inglese e si spinsero sino alle coste inglesi. ” Il blocco, al contrario, è stato straordinariamente efficace sin dall’inizio “.
Un’ulteriore prova è fornita dalle relazioni dei consoli inglesi; soprattutto, comunque, dalle liste dei prezzi del Sud. L’11 gennaio il prezzo del cotone a New Orleans offriva un aggio del 100% per l’esportazione in Inghilterra; il guadagno sull’importazione del sale ammontava al 1500% e il guadagno sul contrabbando di guerra era incomparabilmente superiore. Malgrado questa allettante prospettiva di guadagno, era impossibile tanto spedire cotone in Inghilterra quanto spedire il sale a New Orleans o a Charleston. ” Di fatto, comunque, Gregory non si lamentava dell’inefficacia del blocco, bensì della sua eccessiva efficacia. Ci esorta a porre termine al blocco e con esso alla paralisi dell’industria e del commercio. Basta una risposta: chi esorta questa camera a violare il blocco? I rappresentanti delle zone che ne risentono negativamente? Quest’appello viene da Manchester, dove le fabbriche hanno dovuto chiudere, o da Liverpool, dove per mancanza di carichi le navi stanno ferme nei bacini? Al contrario, viene da Galway, ed è sostenuta dal Norfolk “.
Tra gli amici dei secessionisti si è messo in vista Lindsay, un grosso armatore di North Shields. Lindsay aveva offerto all’Unione i suoi cantieri navali, e all’uopo era andato a Washington, dove ha avuto il dispiacere di veder rifiutare le sue proposte d’affari. Da allora le sue simpatie sono andate tutte ai secessionisti.
Il dibattito si concludeva con un discorso molto circostanziato di Sir R. Palmer, il vice-procuratore generale, che parlava a nome del governo. Egli ha fornito convincenti prove giuridiche sulla forza e la validità del blocco secondo il diritto internazionale. In tale occasione egli ha fatto scempio – e di questo l’ha accusato Lord Cecil – dei “nuovi princìpi” proclamati nella Convenzione di Parigi del 1856. Tra l’altro ha espresso la sua meraviglia per il fatto che nel Parlamento britannico Gregory ed i suoi alleati osassero fare appello all’autorità di Monsieur de Hautefeuille. Quest’ultimo è senza dubbio una “autorità” di nuovo conio del partito bonapartista. Gli articoli di Hautefeuille nella Revue Contemporaine sui diritti marittimi dei neutrali dimostrano la più completa ignoranza o mauvaise foi per ordine superiore.
Con il fallimento dei parlamentari filo-secessionisti sulla questione del blocco viene eliminata ogni eventualità di rottura fra l’Inghilterra e gli Stati Uniti.
Die Presse, 12 marzo 1862

La guerra civile americana (1)
Marx (1862)
Londra, 21 marzo 1862
Da qualunque punto di vista la si consideri, la guerra civile americana presenta uno spettacolo senza confronti negli annali della storia militare. L’immensa ampiezza del territorio conteso; la vasta estensione del fronte e delle linee di operazione; la consistenza numerica degli eserciti nemici, la cui organizzazione trovava ben poco sostegno in una precedente struttura organizzativa; il costo favoloso di questi eserciti; il modo do guidarli e i princìpi tattici e strategici generali secondo i quali viene fatta la guerra, sono tutti elementi nuovi agli occhi dello spettatore europeo.
La congiura secessionista, organizzata, patrocinata e sostenuta, fin da molto tempo prima del suo scoppio, dal governo Buchanan, ha dato al Sud un vantaggio che era la sola cosa con la quale poteva sperare di raggiungere il suo scopo. Per il Sud – compromesso dalla sua popolazione di schiavi e da un elemento fortemente unionista fra gli stessi bianchi, con un numero di uomini liberi di due terzi inferiore al Nord, ma più pronto all’attacco, grazie alla moltitudine di avventurieri e sfaccendati cui dà ricetto – tutto dipendeva da un’offensiva rapida, audace, anche temeraria. Se i sudisti fossero riusciti a prendere Saint-Louis, Cincinnati, Washington, Baltimora e forse Filadelfia, avrebbero potuto far leva sul panico, e poi con la diplomazia e la corruzione avrebbero potuto assicurarsi il riconoscimento dell’indipendenza di tutti gli stati schiavisti. Se questo primo furibondo attacco fosse fallito, almeno nei punti essenziali, la loro posizione fatalmente sarebbe diventata ogni giorno peggiore, mentre contemporaneamente sarebbe aumentata la forza del Nord. Questo punto è stato ben compreso dagli uomini che avevano organizzato la congiura secessionista con spirito veramente bonapartista. Essi hanno iniziato la campagna secondo i piani; le loro bande di avventurieri si sono riversate nel Missouri e nel Tennessee, mentre le loro truppe più organizzate invadevano la Virginia orientale e preparavano un colpo di mano contro Washington. Con il fallimento di questo colpo, sul piano militare, la campagna sudista era perduta in partenza.
Il Nord è salito pigramente, con riluttanza sulla scena di guerra, com’era da prevedersi dato il suo maggiore sviluppo industriale e commerciale. Il meccanismo sociale qui era di gran lunga più complesso che nel Sud, e si richiedeva molto più tempo per imprimere questa insolita direzione al suo movimento. L’arruolamento dei volontari per tre mesi è stato un errore grande, ma forse inevitabile. La politica del Nord consisteva nel rimanere inizialmente sulla difensiva in tutti i punti cruciali, organizzare le sue forze, addestrarle con operazioni su piccola scala e senza correre il rischio di battaglie decisive, e appena l’organizzazione si fosse sufficientemente consolidata e l’elemento traditore fosse stato in qualche modo allontanato dall’esercito, passare finalmente ad un’offensiva energica e martellante, e soprattutto riconquistare il Kentucky, il Tennessee, la Virginia e la Carolina Settentrionale. La trasformazione dei civili in soldati richiedeva necessariamente più tempo nel Nord che nel Sud, ma una volta che si fosse compiuta si poteva contare sulla superiorità individuale dell’uomo del Nord.
Nell’insieme, tenendo conto anche degli errori di origine politica più che militare, il Nord ha agito secondo quei princìpi. La guerriglia nel Missouri e nella Virginia Occidentale, mentre proteggeva le popolazioni unioniste, abituava le truppe al servizio al fronte ed agli scontri a fuoco, senza esporle a sconfitte decisive. La grande disfatta di Bull Run è stata in un certo senso il risultato dell’errore precedente di arruolare volontari per tre mesi. Era assurdo permettere che una posizione forte, su terreno difficile e in possesso di un nemico di poco inferiore di numero fosse attaccata frontalmente da un esercito la cui prima linea era costituita da elementi inesperti. Il panico che si è impadronito dell’esercito dell’Unione al momento decisivo, per motivi ancora oscuri, non poteva sorprendere nessuno che avesse una conoscenza anche approssimativa della storia delle guerre popolari. Episodi analoghi accaddero molto spesso alle truppe francesi dal 1792 al 1795; tuttavia non impedirono a quelle stesse truppe di vincere le battaglie di Jemappes e Fleurus, Montenotte, Castiglione e Rivoli. I motteggi della stampa europea per il panico di Bull Run avevano una sola scusante alla loro stupidaggine: la millanteria di una parte della stampa americana del Nord prima della battaglia.
La tregua di sei mesi che è seguita alla sconfitta di Manassas è stata sfruttata dal Nord meglio che dal Sud. Non solo le file del Nord sono state rafforzate in misura maggiore che non quelle del Sud, ma anche gli ufficiali hanno ricevuto una migliore formazione, e la disciplina e l’addestramento delle truppe non ha incontrato nel Nord gli stessi ostacoli del Sud. I tradimenti e le intromissioni incompetenti sono stati eliminati progressivamente, e il periodo del panico di Bull Run appartiene già al passato. Ovviamente, gli eserciti di entrambe le parti non devono essere misurati secondo il metro dei grandi eserciti europei e nemmeno del primo esercito regolare degli Stati Uniti. Infatti Napoleone poteva addestrare battaglioni di reclute nelle caserme durante il primo mese, iniziare a marciare durante il secondo e guidarli contro il nemico nel terzo; ma allora ogni battaglione riceveva un rinforzo sufficiente di ufficiali e sottufficiali, ogni compagnia alcuni vecchi soldati, e il giorno della battaglia le nuove truppe erano unite in brigate insieme ai veterani che, per così dire, ne costituivano il nerbo. In America non esistevano tutte queste condizioni. Senza la considerevole massa dotata di esperienza militare che era emigrata in America in seguito ai moti rivoluzionari europei del 1848-1849, l’organizzazione dell’esercito dell’Unione avrebbe richiesto molto più tempo ancora. Il numero minimo dei morti e dei feriti in proporzione al totale delle truppe (di solito uno su venti) dimostra che la maggior parte delle battaglie, anche le più recenti, nel Kentucky e nel Tennessee, sono state combattute prevalentemente con armi da fuoco a raggio abbastanza lungo, e che le cariche all’arma bianca, quando vi sono state, o si sono arrestate subito di fronte al fuoco nemico o hanno volto il nemico in fuga prima che si arrivasse al combattimento a corpo a corpo. Nel frattempo la nuova campagna è stata iniziata sotto auspici più favorevoli con l’avanzata di Buell e Halleck attraverso il Kentucky fino al Tennessee.
Dopo la riconquista del Missouri e della Virginia Occidentale, l’Unione ha iniziato la campagna con l’avanzata nel Kentucky. Qui i secessionisti tenevano tre forti posizioni: i campi fortificati di Columbus sul Mississipi a sinistra, di Bowling Green al centro e di Mill Springs sul fiume Cumberland a destra. La loro linea si estendeva per trecento miglia da ovest ad est. L’estensione di questa linea non consentiva ai tre corpi di sostenersi a vicenda e offriva alle truppe dell’Unione l’opportunità di attaccarle separatamente con forze superiori. Il grande errore nella disposizione dei secessionisti era dovuto al loro tentativo di proteggere tutto quello che avevano occupato. Un solo campo centrale ben munito e fortificato, scelto come terreno di battaglia per uno scontro decisivo e tenuto dal grosso dell’esercito, avrebbe difeso molto meglio il Kentucky. Esso avrebbe dovuto metterle in una posizione pericolosa, qualora avessero tentato di avanzare ugualmente contro una concentrazione di truppe così forte.
Date le circostanze, gli unionisti hanno deciso di attaccare quei tre campi uno dopo l’altro, di fare uscire il nemico dalle sue postazioni e costringerlo ad accettare battaglia in campo aperto. Questo piano, conforme a tutte le regole dell’arte della guerra, è stato attuato con decisione e rapidità. Verso la metà di gennaio un corpo di circa 15 mila unionisti marciava su Mill Springs, che era tenuto da 20 mila secessionisti. Gli unionisti hanno manovrato in modo da far credere al nemico di avere a che fare soltanto con un debole corpo di ricognizione. Il generale Zollicoffer è caduto immediatamente nella trappola, è uscito dal suo campo fortificato e ha attaccato gli unionisti. Si è subito reso conto di avere di fronte una forza superiore: è caduto sul campo, mentre le sue truppe subivano una completa disfatta, pari a quella degli unionisti a Bull Run. Questa volta però la vittoria è stata sfruttata in ben altro modo.
L’esercito sconfitto è stato incalzato da presso finché non è arrivato, sfinito, demoralizzato, senza artiglieria da campo né salmerie, al suo accampamento a Mill Springs. Questo campo si trovava sulla riva settentrionale del Cumberland, cosicché nel caso di un’altra sconfitta le truppe non avevano aperta altra ritirata se non attraverso il fiume, con pochi battelli a vapore e chiatte fluviali. In genere troviamo che quasi tutti gli accampamenti dei secessionisti erano dislocati sulla sponda nemica del fiume. Occupare simili posizioni non solo è secondo le regole, ma è molto utile se si ha un ponte alle spalle. In tal caso l’accampamento serve da testa di ponte e dà a chi lo occupa il modo di impegnare le proprie forze a suo piacimento su entrambe le rive del corso d’acqua, mantenendo così il controllo assoluto del fiume. Senza un ponte alle spalle, invece, un accampamento sulla sponda nemica di un fiume taglia la ritirata dopo uno scontro sfortunato e costringe le truppe a capitolare, o le espone al massacro e all’annegamento, la sorte che è toccata agli unionisti a Ball’s Bluff sulla sponda nemica del Potomac, dove li aveva spinti il tradimento del generale Stone.
Quando i secessionisti sconfitti avevano impiantato il loro accampamento a Mill Springs, avevano capito subito di dover respingere un attacco nemico contro le loro fortificazioni, altrimenti ne sarebbe seguita necessariamente la capitolazione entro brevissimo tempo. Dopo l’esperienza della mattinata avevano perduto fiducia nelle loro capacità di resistenza. Di conseguenza, quando il giorno dopo gli unionisti sono avanzati per attaccare l’accampamento, si son resi conto che il nemico aveva profittato della notte per abbandonare il campo, portando con sé, dall’altra parte del fiume, le salmerie, l’artiglieria e le munizioni. In tal modo l’estrema destra della linea secessionista si è ritirata verso il Tennessee, e il Kentucky orientale, dove la massa della popolazione è ostile al partito schiavista, è stato riconquistato all’Unione.
Nello stesso periodo – verso la metà di gennaio – sono iniziati i preparativi per cacciare i secessionisti da Columbus e da Bowling Green. Si teneva pronta una grande flottiglia di cannoniere corazzate e di battelli-mortaio, e si sparse ovunque la voce che essa doveva servire da scorta ad un forte esercito in marcia lungo il Mississipi da Cairo a Memphis e New Orleans. Ad ogni modo, tutte le azioni sul Mississpi erano semplicemente manovre diversive. Al momento decisivo le cannoniere furono portate sul fiume Ohio e da lì sul Tennessee, che risalirono fino a Forte Henry. Questo posto, insieme a Forte Donelson sul Cumberland, costituiva la seconda linea di difesa dei secessionisti nel Tennessee. La posizione era scelta bene, perché nel caso di una ritirata dietro al Cumberland, questo fiume ne avrebbe coperto il fronte, ed il Tennessee il fianco sinistro, mentre la sottile lingua di terra tra i due fiumi era protetta a sufficienza dai due forti stessi. La rapida azione degli unionisti, comunque, faceva breccia nella seconda linea prima ancora di attaccare l’ala sinistra e il centro della prima linea.
Nella prima settimana di febbraio le cannoniere degli unionisti comparvero davanti a Forte Henry, che si arrese dopo un breve bombardamento. La guarnigione fuggì a Forte Donelson, dal momento che le forze terrestri della spedizione non erano abbastanza consistenti da circondare la posizione. Allora le cannoniere ridiscesero il Tennessee, risalirono l’Ohio e di lì, lungo il Cumberland, arrivarono a Forte Donelson. Una sola cannoniera si avventurò audacemente su per il Tennessee, costeggiando lo stato del Mississipi e spingendosi fino a Florance nell’Alabama settentrionale, dove una serie di acquitrini e di secche (note col nome di Muscle Shoals) le impedirono di proseguire la navigazione. Il fatto che una sola cannoniera abbia compiuto questo lungo viaggio di almeno 150 miglia e poi sia ritornata, senza essere attaccata, dimostra come il sentimento unionista prevalga lungo il fiume – cosa che sarà molto utile alle truppe unioniste se dovranno spingersi tanto lontano.
La spedizione fluviale lungo il Cumberland coordinò allora i suoi movimenti con quelli delle forze di terra al comando dei generali Halleck e Grant. I secessionisti dislocati a Bowling Green si ingannarono sui movimenti degli unionisti. Di conseguenza rimasero tranquillamente nel loro accampamento per tutta la settimana successiva alla caduta di Forte Henry, mentre Forte Donelson veniva circondato dalla parte di terra da 40 mila unionisti e dalla parte del fiume veniva minacciato da una poderosa flottiglia di cannoniere. Come il campo di Mill Springs e Forte Henry, Forte Donelson aveva il fiume alle spalle, senza un ponte per la ritirata. Era la postazione più forte che gli unionisti avessero attaccato fino allora: le fortificazioni erano state predisposte con la massima cura, inoltre il luogo era abbastanza grande da ospitare i 20 mila uomini che l’occupavano. Il primo giorno dell’attacco le cannoniere fecero tacere il fuoco delle batterie puntate verso il fiume e bombardarono l’interno delle opere di difesa, mentre le truppe di terra respingevano il grosso dei secessionisti a cercare rifugio proprio sotto il tiro delle proprie opere di difesa. Il secondo giorno sembra che le cannoniere, che il giorno prima avevano subìto gravi danni, non abbiano fatto molto. Le truppe di terra, invece, dovettero sostenere uno scontro lungo e molto accanito con le colonne della guarnigione, che cercavano di sfondare l’alka destra del nemico per assicurarsi la linea di ritirata verso Nashville. Comunque, un vigoroso attacco sferrato dall’ala destra degli unionisti contro l’ala sinistra dei secessionisti, e i notevoli rinforzi che ricevette l’ala sinistra degli unionisti, decisero le sorti dello scontro in favore degli attaccanti. Parecchie opere avanzate erano state travolte; la guarnigione, costretta entro le sue linee di difesa interne, senza possibilità di ritirata e chiaramente incapace di resistere ad un ulteriore assalto, il giorno dopo si piegava ad una resa senza condizioni.
Die Presse, 26 marzo 1862

La guerra civile americana (2)
Marx (1862)
Londra, 22 marzo 1862
Con Forte Donelson l’artiglieria, le salmerie e i rifornimenti militari del nemico caddero nelle mani degli unionisti; 13 mila secessionisti si arresero il giorno della sua caduta; altri mille il giorno dopo, e appena l’avanguardia dei vincitori comparve davanti a Clarcksville, che si trova più a monte sulle rive del Cumberland, la città aprì le porte. Anche qui erano stati ammassati notevoli rifornimenti dei secessionisti.
La presa di Forte Donelson presenta un unico enigma: la fuga del generale Floyd con 5 mila uomini il secondo giorno di bombardamento. Questi fuggiaschi erano troppi per essere portati via di nascosto su battelli a vapore durante la notte; qualche misura di precauzione da parte degli assalitori avrebbe dovuto impedire tale fuga.
Sette giorno dopo la resa di Forte Donelson, Nashville fu occupata dai federali. La distanza tra i due luoghi è di circa 100 miglia inglesi, e una marcia di 15 miglia al giorno, su strade pessime e nella stagione più sfavorevole dell’anno, torna ad onore delle truppe unioniste. Ricevuta la notizia della caduta di Forte Donelson, i secessionisti evacuarono Bowling Grenn; una settimana dopo abbandonarono Columbus e si ritirarono su un’isola del Mississipi, 45 miglia a sud. Così il Kentucky è stato completamente riconquistato dall’Unione. Il Tennessee potrà rimanere nelle mani dei secessionisti soltanto se attaccheranno e vinceranno una grande battaglia; a tal fine, si dice che abbiano concentrato 65 mila uomini. Nel frattempo niente impedisce agli unionisti di contrapporre loro forze soverchianti.
Il comando delle operazioni nella campagna del Kentucky da Somerset a Nashville merita il massimo elogio. La riconquista di un territorio così vasto, l’avanzata in un solo mese dal fiume Ohio al Cumberland, dimostrano un’energia, una risolutezza e una velocità d’azione quali raramente sono state raggiunte da eserciti regolari in Europa. Per esempio, si può fare il confronto con la lenta avanzata degli alleati da Magenta a Solferino nel 1859 – senza l’inseguimento del nemico in ritirata e senza il tentativo di tagliar fuori i suoi dispersi o di aggirare ed accerchiare in alcun modo interi corpi delle sue truppe.
Halleck e Grant in particolare offrono un buon esempio di comando militare forte e deciso. Senza considerare minimamente Columbus né Bowling Green, essi hanno concentrato le loro forze nei punti decisivi, cioè Forte Henry e Forte Donelson, hanno lanciato su questi un attacco rapido e violento, e proprio per questo la posizione di Columbus e Bowling Green diveniva insostenibile. Poi hanno subito marciato su Clarksville e Nashville, senza dare ai secessionisti in ritirata il tempo di occupare nuove posizioni nel Tennessee settentrionale. Durante questo rapido inseguimento il grosso delle truppe secssioniste a Columbus è rimasto completamente tagliato fuori dal centro e dall’ala destra del suo esercito. I giornali inglesi hanno criticato ingiustamente questa operazione. Anche se l’attacco su Forte Donelson fosse fallito, i secssionisti, impegnati dal generale Buell a Bowling Green, non avrebbero potuto inviare abbastanza uomini da permettere alla guarnigione di inseguire gli unionisti respinti in campo aperto o da minacciare la loro ritirata. D’altro canto, Columbus è così lontana che i suoi uomini non avrebbero mai potuto interferire nei movimenti di Grant. Di fatto, dopo che gli unionisti cacciarono i secessionisti dal Missouri, Columbus divenne una oposizione del tutto inutile. Le truppe che formavano la guarnigione di Columbus dovettero ritirarsi in tutta fretta a Memphis o addirittura nell’Arkansas, per sfuggire al pericolo di dover ingloriosamente deporre le armi.
In seguito all’evacuazione del Missouri e alla riconquista del Kentucky, il teatro di guerra si è tanto ristretto che i diversi eserciti possono collaborare, entro certi limiti, lungo tutta la linea d’operazioni e agire per il conseguimento dei risultati stabiliti. In altre parole, la guerra assume ora per la prima volta un carattere strategico, e la configurazione geografica del paese acquista nuovo interesse; ora è compito dei generali nordisti trovare il tallone d’Achille degli stati del cotone.
Fino all’occupazione di Nashville non era stata possibile alcuna strategia combinata fra l’esercito del Kentucky e quello del Potomac: erano troppo distanti l’uno dall’altro; si trovavano sulla stessa linea del fronte, ma le loro linee d’operazione erano completamente diverse. I movimenti dell’esercito del Kentucky diventano importanti per l’intero teatro di guerra solo con l’avanzata vittoriosa nel Tennessee.
I giornali americani, influenzati da McClellan, non fanno che parlare della teoria dell’avvolgimento dell’anaconda. Secondo tale teoria un’enorme linea di eserciti dovrà avvolgersi attorno ai ribelli, stringere gradualmente le sue spire, ed infine strangolare il nemico. Questa è una puerilità bella e buona, una riesumazione del cosiddetto “sistema del cordone” ideato in Austria verso il 1770, e messo in atto contro i francesi dal 1792 al 1797 con enorme ostinazione e con altrettanto insuccesso. Il colpo definitivo a questo sistema fu vibrato a Jemappes, a Fleurus e più particolarmente a Montenotte, a Millesimo, a Dego, a Castiglione e a Rivoli. I francesi tagliavano in due “l’anaconda” attaccando in un punto dove avevano concentrato forze superiori; le spire dell’anaconda venivano quindi stritolate una dopo l’altra.
Negli stati popolosi e più o meno centralizzati, vi è sempre un punto che rappresenta il cuore della resistenza nazionale; questa si spezza se quello cade in mano al nemico. Parigi offre un magnifico esempio al riguardo. Gli stati schiavisti tuttavia non possiedono tale centro; sono scarsamente popolati, con poche grandi città, e quelle poche situate tutte lungo la costa. Quindi, ci si chiede: esiste ciò malgrado un centro di gravità militare, la cui occupazione spezzerà la spina dorsale della resistenza, oppure quegli stati sono come era ancora la Russia nel 1812, cioè non si possono conquistare se non occupando ogni villaggio, ogni podere, insomma, tutta la periferia? Diamo uno sguardo alla formazione geografica della terra dei secssionisti, con la sua lunga striscia di costa sia sull’oceano Atlantico che sul golfo del Messico. Finché i confederati tenevano il Kentucky e il Tennessee, il tutto formava una grande massa compatta. La perdita di tutti e due quegli stati ha aperto un immenso squarcio nel loro territorio, separando a mò di cuneo gli stati dell’oceano Atlantico settentrionale dagli stati del golfo del Messico. La linea diretta dalla Virginia e le due Caroline al Texas, la Louisiana, il Mississipi e anche parte dell’Alabama passa attraverso il Tennessee, che ora è occupato dagli unionisti. L’unica strada che dopo la conquista completa del Tennessee da parte degli unionisti unisce ancora i due gruppi di stati schiavisti passa attraverso la Georgia. Questo dimostra che la Georgia è la chiave per arrivare alla terra dei secessionisti. Con la perdita della Georgia la Confederazione sarebbe tagliata in due parti prive di qualsiasi collegamento. Una riconquista della Georgia da parte dei secessionisti sarebbe addirittura inconcepibile, perché le forze militari degli unionisti sarebbero radunate in una posizione centrale, mentre i loro avversari, divisi in due campi, avrebbero forze appena sufficienti per sferrare un attacco coordinato.
La conquista di tutta la Georgia, con la costa della Florida, sarebbe indispensabile per una tale operazione? Niente affatto. In una terra dove le comunicazioni, particolarmente fra posti lontani, dipendono più dalle ferrovie che dalle strade, è sufficiente occupare le ferrovie. La linea ferroviaria più meridionale fra gli stati del golfo del Messico e la costa atlantica passa per Macon e Gordon, nei pressi di Milledgeville.
L’occupazione di questi due punti, di conseguenza, taglierebbe in due la terra dei secessionisti e metterebbe gli unionisti in grado di sconfiggere le due parti una dopo l’altra. Ne consegue anche che senza il possesso del Tennessee non può esistere una repubblica sudista. Senza il Tennessee il punto vitale della Georgia dista solo otto o dieci giorni di marcia dalla frontiera; il Nord terrebbe costantemente le mani alla gola del Sud, e alla minima pressione il Sud dovrebbe cedere o riprendere a combattere per la sopravvivenza, in circostanze in cui una sola sconfitta eliminerebbe ogni prospettiva di successo.
Dalle precedenti considerazioni si deduce quanto segue:
Il Potomac non è la posizione più importante del teatro d’operazione. La presa di Richmond e l’avanzata dell’armata del Potomac verso sud – difficile per via dei molti fiumiciattoli che tagliano la linea di marcia – potrebbero dare una spinta psicologica formidabile, ma da un punto di vista puramente militare non deciderebbero un bel nulla.
Le sorti della campagna dipendono dall’esercito del Kentucky, che ora è nel Tennessee. Da una parte questo esercito è vicinissimo ai punti nevralgici, dall’altra occupa un territorio senza il quale la secssione non può sopravvivere. Di conseguenza questa armata dovrebbe essere rafforzata a spese di tutte le altre, sacrificando tutte le operazioni minori. I suoi prossimi punti di attacco sarebbero Chattanooga e Dalton sull’alto corso del Tennessee, i due nodi ferroviari più importanti di tutto il Sud. Dopo la loro occupazione il collegamento tra gli stati orientali e quelli occidentali del territorio secessionista sarebbe limitato alle linee convergenti della Georgia. Quindi si affronterebbe il problema di tagliare un’altra linea ferroviaria fra Atlanta e la Georgia, ed infine di eliminare l’ultimo collegamento tra le due regioni occupando Macon e Gordon.
Altrimenti, se dovesse esser messo in atto il piano dell’anaconda, malgrado tutti i successi nei singoli scontri, e anche sul Potomac, la guerra potrebbe prolungarsi all’infinito, mentre le difficoltà finanziarie e le complicazioni diplomatiche potrebbero dare al Sud maggiore libertà di manovra.
Die Presse, 27 marzo 1862

Un caso Mirès [1] su scala internazionale
Marx (1862)
Londra, 28 aprile 1862
Un tema importante nei circoli diplomatici inglesi è la comparsa della Francia sulla scena messicana. Si trova sconcertante il fatto che Luigi Bonaparte abbia dovuto rinforzare il corpo di spedizione nel momento in cui aveva promesso di ridurlo, e che egli voglia andare avanti mentre l’Inghilterra si ritira. Qui si sa molto bene che la spinta per la spedizione messicana è venuta dal governo di San Giacomo, non dalle Tuileries. Si sa altrettanto bene che a Luigi Bonaparte piace portare a termine tutte le sue imprese, ma in modo particolare le avventure oltremare, sotto l’egida dell’Inghilterra. Come è noto, il restaurato impero non ha ancora emulato le gesta del suo predecessore acquartierando gli eserciti francesi nelle capitali dell’Europa moderna. Come pis aller, li ha portati invece nelle capitali dell’antica Europa, a Costantinopoli, Atene e Roma, e nientemeno che a Pechino. E se si perdesse l’effetto spettacolare di un viaggio nella capitale degli aztechi, e l’occasione di raccolte archeologiche militari à la Montauban? Tuttavia, se si considerano lo stato attuale delle finanze francesi e i futuri seri conflitti con gli Stati Uniti e con l’Inghilterra ai quali può portare l’avanzata di Luigi Bonaparte in Messico, allora si è costretti a rifiutare senza ulteriori domande l’interpretazione precedentemente data della sua condotta, che è condivisa da diversi giornali britannici.
Al tempo della Convenzione del 17 luglio 1861, quando si dovevano soddisfare i diritti dei creditori inglesi, e contemporaneamente il plenipotenziario inglese richiedeva un esame di tutti i debiti ed i misfatti del Messico, il ministro degli Esteri messicano valutò il debito nei confronti della Francia a 200 mila dollari, cioè una bagatella di circa 40 mila sterline. Il calcolo fatto ora dalla Francia, d’altra parte, non si limita affatto a questa modesta cifra.
Sotto l’amministrazione cattolica di Zuloaga e Miramon furono emesse obbligazioni dello stato messicano per l’ammontare di 14 milioni di dollari, per il tramite della banca svizzera di J. B. Jecker e Co. La somma totale delle obbligazioni arrivò soltanto a 5% dell’ammontare nominale, ossia a 700 mila dollari. La somma totale delle obbligazioni emesse cadde immediatamente nelle mani dei francesi più importanti, fra i quali i parenti dell’imperatore e le eminenze grigie della haute politique. La banca di Jecker e Co. fece avere le obbligazioni a quei signori a molto meno del loro prezzo di emissione.
Miramon contrasse questo debito al tempo in cui la capitale era in suo possesso. In seguito, dopo che si ridusse alla stregua di un semplice capo di guerriglieri, fece in modo che obbligazioni di stato per il valore nominale di 38 milioni di dollari venissero emesse attraverso il cosiddetto ministro delle Finanze, il Señor Peza-y-Peza. Ancora una volta fu la banca di Jecker e Co. che negoziò l’emissione, ma in quell’occasione limitò il suo anticipo alla modesta somma di 500 mila dollari, ossia dall’1% al 2% a dollaro. Ancora una volta i banchieri svizzeri seppero disporre della loro proprietà messicana con la massima rapidità, e ancora una volta le obbligazioni caddero nelle mani di quei francesi “importanti”, tra i quali vi erano gli habitués della corte imperiale i cui nomi resteranno negli annali delle borse europee finché si ricorderà il caso Mirès.
Dunque, questo debito di 52 milioni di dollari, dei quali finora non sono stati pagati nemmeno 1.200.000 dollari, l’amministrazione del presidente Juarez si rifiuta di riconoscerlo, da un lato perché non ne sa niente, dall’altro perché Miramon, Zuloaga e Peza-y-Peza non avevano alcuna autorità costituzionale per contrattare un tale debito di stato. Ad ogni modo i francesi “importanti” in questione dovevano far valere in alto loco il punto di vista opposto.
Lord Palmerston da parte sua veniva debitamente informato da alcuni membri del Parlamento che tutta la faccenda avrebbe provocato interpellanze molto spiacevoli alla Camera Bassa. Tra le tante cose da temere, si poteva porre la questione se la potenza terrestre e navale britannica dovesse servire a sostenere le operazioni rischiose di certi politici d’oltre Manica amanti del gioco d’azzardo. Di conseguenza Palmerston ha colto prontamente l’occasione della Conferenza di Orizaba per ritirarsi da un affare che minaccia di insozzarci come una caso Mirès su scala internazionale.
Die Presse, 12 maggio 1862

Note
1. Isaac Jules Mirès, banchiere parigino (1809-71).

La stampa inglese e la caduta di New Orleans
Marx (1862)
Londra, 16 maggio 1862
All’arrivo delle prime notizie della caduta di New Orleans, il Times, l’Herald, lo Standard, il Morning Post, il Daily Telegraph e altri inglesi “simpatizzanti” per i “negrieri” sudisti dimostrarono con argomenti strategici, tattici, filosofici, esegetici, politici, morali molto eloquenti che la notizia era una delle “voci tendenziose” che Reuter, Havas, Wolff ed i loro tirapiedi mettevano tanto spesso in circolazione. I mezzi di difesa naturali di New Orleans, si diceva, erano stati potenziati non solo con forti di nuova costruzione, ma anche con infernali congegni sottomarini di ogni genere e con cannoniere corazzate. A questo si aggiungeva il carattere spartano della gente di New Orleans e il suo odio mortale per i mercenari di Lincoln. Infine, non era davanti a New Orleans che l’Inghilterra aveva subito la sconfitta che portò ad una fine ignominiosa la sua seconda guerra contro gli Stati Uniti (dal 1812 al 1814)? Di conseguenza non vi era ragione di dubitare che New Orleans avrebbe rinnovato l’epopea di Mosca e Saragozza. Inoltre aveva 15 mila balle di cotone con le quali era molto facile accendere un inestinguibile fuoco autodistruttore, a parte il fatto che nel 1814 le balle di cotone debitamente bagnate si erano dimostrate indistruttibili alle cannonate ancor più delle fortezze di Sebastopoli. Perciò era chiaro come il sole che la caduta di New Orleans era un parto della solita millanteria yankee.
Quando due giorni dopo le prime notizie venivano confermate dalle navi che arrivavano da New York, la massa della stampa inglese filo-schiavista conservava il suo scetticismo. L’Evening Standard in particolare era così sicuro nella sua incredulità che nello stesso numero pubblicò un primo articolo di fondo che dimostrava al colto a all’inclita l’inespugnabilità della città a forma di mezza luna, mentre le sue “ultime notizie” annunziavano in tutte le lettere la caduta della città inespugnabile. Il Times, comunque, che ha sempre considerato la prudenza il miglior coraggio, cambiava atteggiamento. Pur dubitando ancora della notizia, si teneva pronto ad ogni eventualità, dal momento che New Orleans era una città di “facinorosi” e non di eroi. In quell’occasione il Times aveva ragione. New Orleans è una colonia della feccia della bohème francese, una colonia di galeotti francesi nel vero senso della parola – e con il mutare dei tempi non ha mai smentito la sua origine. Soltanto che il Times è arrivato buon ultimo, quando la cosa era di dominio pubblico.
Comunque alla fine il fait accompli ha colpito persino Thomas, il più ostinato dei ciechi. Che fare? La stampa inglese filo-schiavista dimostrava ora che la caduta di New Orleans era un vantaggio per i confederati e una sconfitta per i federali.
La caduta di New Orleans permetteva al generale Lovell di rinforzare con le sue truppe l’esercito di Beauregard; Beauregard era quello che più aveva bisogno di rinforzi, in quanto si diceva che 160.000 uomini ( una enorme esagerazione ) fossero stati concentrati sul suo fronte da Halleck e, d’altro canto, il generale Mitchell aveva tagliato le comunicazioni di Beauregard con l’est, interrompendo i collegamenti ferroviari tra Memphis e Chattanooga, cioè la linea di Richmond, Charleston e Savannah. Quando gli fu tagliata questa via di comunicazione (cosa che abbiamo indicato come la mossa strategica necessaria molto tempo prima della battaglia di Corinth), Beauregard non aveva più alcun collegamento ferroviario con Corinth se non la linea di Mobile e New Orleans. Dopo la caduta di New Orleans si era trovato a dipendere dalla sola ferrovia che porta a Mobile, e naturalmente non poteva più procurare le vettovaglie necesarie per le sue truppe; per questo motivo ripiegò su Memphis e, secondo la stampa inglese filo-schiavista, le sue possibilità di approvvigionamento sono naturalmente aumentate con l’arrivo delle truppe di Lovell!
D’altro canto, notavano gli stessi oracoli, la febbre gialla falcidierà i federalisti a New Orleans, e infine, se la città non è Mosca, il suo sindaco è un emulo di Bruto. Basta leggere (sul New York Herald) la sua epistola melodrammaticamente valorosa al commodoro Farragut: ” Nobili parole, signore, belle parole! “. Ma le parole, per quanto dure, non rompono le ossa.
I giornali degli schiavisti del Sud tuttavia non commentano la caduta di New Orleans con lo stesso ottimismo dei loro consolatori inglesi. Questo si vede dai brani seguenti:
Il Richmond Dispatch dice:
” Che è successo delle cannoniere corazzate, la Mississipi e la Louisiana, dalle quali ci aspettavamo la salvezza della città a mezza luna? Per l’effetto che hanno avuto sul nemico, queste navi potevano anche essere di vetro. E’ inutile negare che la caduta di New Orleans è per noi un grave colpo. Il governo confederato resta tagliato fuori dalla Louisiana occidentale, dal Texas, dal Missouri e dall’Arkansas “.
Il Norfolk Day Book osserva:
” Questa è la sconfitta più grave dall’inizio della guerra. Preannunzia privazioni e ristrettezze a tutte le classi sociali e, quel che è peggio, minaccia i rifornimenti del nostro esercito “.
L’Atlantic Intelligencer deplora:
” Ci aspettavamo una conclusione diversa. L’avvicinarsi del nemico non è stato un attacco di sorpresa; era stato previsto da tanto tempo, e ci era stato promesso che anche se fosse passato per Forte Jackson, spaventosi dispositivi di artiglieria lo avrebbero costretto a battere in ritirata oppure avrebbero provocato il suo annientamento. In tutto questo ci siamo ingannati, come è accaduto sempre quando si supponeva che le difese garantissero la sicurezza di una postazione o di una città. Ne risulta che le invenzioni moderne hanno annientato la capacità difensiva delle fortificazioni. Le cannoniere corazzate le distruggono o passano oltre, senza fare tante cerimonie. Memphis, temiamo, seguirà la stessa sorte di New Orleans. Non sarebbe follia ingannare noi stessi con la speranza? “.
Infine il Petersburg Express:
” La presa di New Orleans da parte dei federali è l’avvenimento più straordinario e più decisivo di tutta la guerra “.
Die Presse, 20 maggio 1862
Un trattato contro il traffico degli schiavi
Marx (1862)
Londra, 18 maggio 1862
Il trattato per la soppressione della tratta degli schiavi stipulato fra Stati Uniti ed Inghilterra il 7 aprile di quest’anno a Washington ci è ora comunicato in extenso dai giornali americani. I punti essenziali di questo importante documento sono i seguenti: il diritto di perquisizione è reciproco, ma potrà essere esercitato soltanto da quelle navi da guerra, di entrambe le parti, che avranno ricevuto una speciale autorizzazione a farlo da una delle potenze firmatarie. Periodicamente le potenze aderenti al trattato si forniranno vicendevolmente statistiche complete sulle unità delle loro flotte incaricate di sorvegliare il traffico dei negri. Il diritto di perquisizione potrà essere esercitato solo sui mercantili che si troveranno entro un raggio di 200 miglia dalla costa africana e a sud di 32 gradi di latitudine nord, e entro 30 miglia nautiche dalla costa di Cuba. La perquisizione, sia di navi inglesi da parte di incrociatori americani sia di navi americane da parte di incrociatori inglesi, non avrà luogo in quella parte di mare compresa nelle acque territoriali inglesi o americane (cioè entro 3 miglia nautiche dalla costa), né davanti ai porti o alle colonie di potenze straniere.
Tribunali delle prede formati per metà da inglesi e per metà da americani e residenti della Sierra Leone, a Città del Capo e a New York, pronunzieranno le sentenze relative alle navi catturate. In caso di condanna di una nave, la cui ciurma sarà consegnata alle autorità della nazione di cui la nave batteva bandiera, finché questo sarà possibile senza affrontare spese esorbitanti. Non solo la ciurma (compreso il capitano, il secondo ecc.) ma anche i proprietari della nave incorreranno nelle sanzioni penali in vigore nel paese. L’indennizzo dei proprietari dei mercantili assolti dai tribunali misti dovrà essere pagato entro un anno dalla potenza sotto la cui bandiera viaggiava la nave da guerra assalitrice. Si considera motivo legale per la cattura delle navi non solo la presenza di schiavi negri a bordo, ma anche di accorgimenti apportati nella costruzione della nave al fine di facilitare la tratta dei negri, manette, catene e altri strumenti per tenere in custodia i negri e, infine, riserve di provviste che non siano in relazione alle esigenze dell’equipaggio. Una nave sulla quale vengano trovate tali cose sospette dovrà provare la sua innocenza, e anche nel caso di assoluzione non potrà reclamare alcun indennizzo.
I comandanti degli incrociatori che abusino della autorità loro conferita dal trattato dovranno esser puniti dai rispettivi governi. Se il comandante di un incrociatore di una delle potenze firmatarie dovesse avere il sospetto che un mercantile scortato da una o più navi da guerra dell’altra potenza firmataria abbia negri a bordo, o sia implicato nella tratta di schiavi africani, o sia attrezzato per tale commercio, dovrà comunicare i suoi sospetti al comandante della scorta e perquisire in sua compagnia la nave sospetta; se rientrerà nella categoria prevista dal trattato, tale nave dovrà esser portata fino al luogo di residenza di uno dei tribunali misti. I negri trovati a bordo delle navi condannate saranno messi a disposizione del governo di cui batte bandiera la nave che avrà operato la cattura. Essi dovranno essere messi immediatamente in libertà e rimanere liberi sotto la garanzia del governo nel cui territorio si trovano. Il trattato potrà essere denunziato solo dopo dieci anni e resterà in vigore per una anno intero a partire dalla denunzia di una delle parti contraenti.
La tratta dei negri ha ricevuto un colpo mortale da questo trattato anglo-americano –
conseguenza della guerra civile americana. Il trattato acquisterà un’efficacia ancora maggiore con l’approvazione del disegno di legge presentato recentemente dal senatore Sumner, che revoca la legge del 1808 sul traffico dei negri sulle coste degli Stati Uniti. Tale disegno di legge paralizzerà in larga misura il commercio che gli stati che allevano negri (gli stati schiavisti di frontiera) esercitano con gli stati che si servono di mano d’opera negra (gli stati schiavisti propriamente detti).
Die Presse, 22 maggio 1862

Avvenimenti nordamericani
Marx (1862)
Londra, 7 ottobre 1862
La breve incursione dei sudisti nel Maryland ha deciso le sorti della guerra civile americana, anche se per un certo periodo la fortuna delle armi potrà arridere in egual misura all’uno e all’altro contendente. Abbiamo già accennato su queste colonne che la lotta per gli stati schiavisti di confine è anche una lotta per il dominio dell’Unione. Ebbene, la Confederazione è stata sconfitta in questa lotta, che pure aveva iniziato nelle circostanze più favorevoli che le si potessero presentare.
Si ritiene, e con ragione, che il Maryland sia la testa ed il Kentucky il braccio del partito schiavista negli stati di confine. La capitale del Maryland, Baltimora, sinora è rimasta fedele all’Unione esclusivamente perché era tenuta in stato d’assedio. Era fermo convincimento di tutti, nel Sud come nel Nord, che la comparsa delle truppe confederate nel Maryland avrebbe suonato la diana di una rivoluzione popolare contro “i satelliti di Lincoln”. Di conseguenza, non si trattava soltanto di riportare un successo militare, ma anche e soprattutto di dare a tutti una dimostrazione morale tale da galvanizzare gli elementi filo-sudisti in tutti gli stati di confine e da attrarli con forza irresistibile nel turbine degli eventi. L’occupazione del Maryland doveva significare la caduta di Washington e costituire una minaccia per Filadelfia ed anche per New York.
L’invasione tentata contemporaneamente nel Kentucky – il più importante di tutti gli stati di confine, per la densità della popolazione, la posizione geografica e le risorse economiche – presa a sé, appare soltanto una manovra diversiva. Tuttavia, coincidendo con una vittoria decisiva nel Maryland, avrebbe potuto provocare lo stroncamento del partito unionista nel Tennessee e permettere di colpire di fianco lo stato del Missouri, assicurando il dominio dell’Arkansas e del Texas, minacciando New Orleans, e soprattutto spingendo la guerra nell’Ohio – lo stato centrale del Nord, il cui possesso assicurerebbe il controllo di tutto il Nord, così come il possesso della Georgia assicurerebbe il dominio del Sud. Un esercito confederato nell’Ohio avrebbe tagliato i collegamenti fra gli stati nordisti dell’Est e quelli dell’Ovest, avrebbe potuto attaccarli di volta in volta sfruttando la sua posizione centrale, e avrebbe messo in rotta il nemico.
Una volta fallito l’attacco del grosso dell’esercito ribelle nel Maryland, l’invasione del Kentucky, compiuta senza il vigore necessario e senza il previsto appoggio popolare, si è ridotta ad una serie di scontri di guerriglia privi di significato. Anche la conquista di Louisville a questo punto non avrebbe altra conseguenza che quella di amalgamare ancor più i “giganti dell’Ovest” – i volontari dell’Iowa, dell’Illinois, dell’Indiana e dell’Ohio – in una valanga formidabile come quella che precipitò sul Sud all’epoca della prima, gloriosa campagna del Kentucky.
L’invasione del Maryland ha dimostrato quindi che l’ondata secessionistica non aveva l’impeto necessario per dilagare oltre il Potomac e raggiungere l’Ohio. Il Sud si trova costretto alla difensiva in un momento in cui solo l’attacco poteva dargli la vittoria. Privo degli stati di confine, chiuso in una morsa fra il Mississipi ad ovest e l’Atlantico ad est, con le sue manovre il Sud non ha concluso nulla – e si è scavato la fossa.
Non si deve dimenticare neppure per un attimo che i sudisti sventolando lo stendardo della rivolta avevano preso immediatamente possesso degli stati di confine e li dominavano politicamente. Volevano anche i Territori: adesso oltre ai Territori hanno perso anche gli stati di confine.
Eppure l’invasione del Maryland era iniziata sotto gli auspici più favorevoli per il Sud: una sequela di infamanti sconfitte del Nord. Lo scoraggiamento degli eserciti federali, il prestigio di Stonewall Jackson, l’eroe del momento, il recente rafforzamento del Partito democratico nel Nord – per cui si prospettava persino la possibilità di eleggere Jefferson Davis alla presidenza – , il riconoscimento del governo schiavista da parte di Inghilterra e Francia, ben felici di proclamare la legittimità interna della Confederazione! Eppur si muove! [1] Ma la ragione trionfa egualmente nella storia universale.
Il proclama di Lincoln presenta un’importanza ancora maggiore dell’invasione del Maryland. Lincoln è una figura sui generis negli annali della storia. Non ha pathos, non posa a grand’uomo, non si drappeggia nella toga della storia, non spiega la sua eloquenza in voli pindarici. Dà sempre la forma più comune ai suoi gesti più importanti. Laddove chiunque altro, battendosi per un “palmo di terra”, dichiara di “battersi per un’idea”, Lincoln anche quando si batte per un’idea si esprime soltanto in termini di “palmi di terra”.
Indeciso e riluttante, canta a malincuore l’aria di bravura del suo personaggio, quasi scusandosi del fatto che le circostanze lo costringano a “fare l’eroe”. I decreti più formidabili che egli lancia contro il nemico, e che non perderanno mai la loro importanza storica, somigliano – e tale è l’intenzione del loro autore – a comuni citazioni inviate da un legale alla parte opposta, con tutti i cavilli giuridici e le intricate motivazioni dell’actio iuris. Ed è proprio questa caratteristica del recente proclama, il documento più importante della storia americana dopo la fondazione dell’unione, un documento che deroga decisamente dalla Costituzione americana: il manifesto per l’abolizione della schiavitù.
Non vi è nulla di più facile che rilevare nelle azioni di Lincoln elementi contrastanti con l’estetica e apparentemente privi di logica, forme burlesche e contraddittorie: i cantori della schiavitù, Times, Saturday Review e tutti quanti non si fan certo pregare. Eppure, nella storia degli Stati Uniti come nella storia dell’umanità, Lincoln occupa un posto a fianco di Washington. In realtà, in un’epoca in cui qualsiasi bagatella sulla sponda europea dell’Atlantico assume un’aria melodrammatica e strabiliante, non ci dice nulla il fatto che nel Nuovo Mondo gli avvenimenti importanti si presentino in termini così anodini?
Lincoln non è figlio di una rivoluzione popolare. Il normale operato del sistema elettorale, del tutto ignaro delle grandi imprese storiche che era chiamato a compiere, ha portato al vertice dello stato proprio lui – un plebeo che si è fatto strada, da spaccapietre a rappresentante dell’Illinois, un uomo privo di acume intellettuale e di particolare grandezza di carattere, senza doti sensazionali – semplicemente un uomo di buona volontà. Eppure, il Nuovo Mondo ha conseguito così la sua più grande vittoria, dimostrando che grazie al suo alto livello di organizzazione politica e sociale persone comuni animate da buona volontà sono in grado di adempiere compiti per cui nel Vecchio Continente ci vorrebbe un eroe!
Ai suoi tempi Hegel faceva notare che in realtà la commedia è superiore al pathos. Se non ha il dono del pathos dell’azione storica, Lincoln ha invece, come uomo comune figlio del popolo, il dono dello humor. In quale momento Lincoln ha promulgato il suo proclama per l’abolizione della schiavitù nei territori della Confederazione, che entrerà in vigore il 1° gennaio 1863? Proprio nel momento in cui la Confederazione decideva alla Convenzione di Richmond di intavolare “trattative di pace” come stato indipendente. Proprio nel momento in cui gli schiavisti degli stati di confine credevano che con l’incursione dei sudisti nel Kentucky la “peculiare istituzione” fosse ormai invincibile – invincibile come il loro controllo sul loro concittadino, il presidente insediato a Washington, Abramo Lincoln.
Die Presse, 12 ottobre 1862

Note
1. In italiano in originale.

La situazione del Nordamerica
Marx (1862)
Londra, 4 novembre 1862

Il generale Bragg, comandante dell’esercito sudista nel Kentucky – le altre forze combattenti del Sud che lo stanno devastando sono solo bande di guerriglieri – entrando da invasore in questo stato di confine ha emanato un proclama che rivela ora con estrema chiarezza il fallimento delle più recenti iniziative della Confederazione. Il proclama di Bragg, indirizzato agli stati del Nord-Ovest, dà per scontata la sua vittoria nel Kentucky, e specula evidentemente sulla possibilità di un’avanzata vittoriosa nell’Ohio, lo stato centrale del Nord. Bragg dichiara innanzi tutto che la Confederazione è pronta a garantire la libertà di navigazione sul Mississipi e sull’Ohio. Tale garanzia avrà una ragion d’essere soltanto se e quando gli schiavisti si troveranno in possesso degli stati di confine. Perciò a Richmond si dava per certo che le incursioni simultanee di Lee nel Maryland e di Bragg nel Kentucky avrebbero assicurato d’un colpo il possesso degli stati di confine ai sudisti. Bragg passa quindi ad illustrare le giuste pretese del Sud, che combatte soltanto per la sua indipendenza, ma per il resto vuole la pace. Ed ecco il punto culminante e più significativo di tutto il proclama: l’offerta di una pace separata con gli stati del Nord-Ovest, invitandoli a staccarsi dall’Unione e ad unirsi alla Confederazione, dal momento che gli interessi economici del Nord-Ovest e del Sud sono concordi quanto quelli del Nord-Ovest e del Nord-Est sono opposti e contrari. E’ evidente: non appena immaginava di avere saldamente in suo possesso gli stati di confine, il Sud dichiarava ufficialmente il suo fine recondito di ricostruire l’Unione escludendo gli stati del New England.
Come l’invasione del Maryland, anche quella del Kentucky è fallita miseramente; la prima è sfumata con la battaglia di Antietam Creek, la seconda con la battaglia di Perryville, nei pressi di Louisville. Anche a Perryville i confederati si sono lanciati all’offensiva, dopo aver attaccato l’avanguardia, che malgrado la schiacciante superiorità numerica del nemico ha tenuto la posizione, dando a Buell il tempo di scendere in campo con il grosso delle sue forze. Non sussiste il minimo dubbio che la sconfitta di Perryville avrà come conseguenza l’evacuazione del Kentucky. Quasi contemporaneamente la banda più numerosa di guerriglieri, costituita dai più fanatici sostenitori dello schiavismo nel Kentucky e guidata dal generale Morgan, è stata annientata a Frankfurt, tra Louisville e Lexington. Infine, la vittoria decisiva di Rosencrans a Corinth costringe l’esercito sconfitto del generale Bragg ad una precipitosa ritirata.
La campagna dei confederati per riconquistare gli stati schiavisti di confine, che pure era stata intrapresa con operazioni su larga scala, con abilità militare e sotto gli auspici più favorevoli, si è risolta quindi in un completo fallimento. A parte i risultati militari immediati, questi combattimenti contribuiscono anche in un altro modo ad eliminare le maggiori difficoltà. Il dominio che gli stati schiavisti vberi e propri esercitano su quelli di confine si basa naturalmente sugli elementi schiavisti di questi ultimi – gli stessi elementi che impongono considerazioni diplomatiche e costituzionali al governo dell’Unione nella sua lotta contro lo schiavismo. Negli stati di confine, il più importante teatro di operazioni della guerra civile, tali elementi in pratica vengono ridotti a zero dalla guerra civile stessa. Una massa di proprietari di schiavi migra continuamente verso Sud con il suo “black chatttel”[1] per portare al sicuro la sua proprietà. Ad ogni sconfitta dei confederati questa migrazione si rinnova su più vasta scala.
Un mio amico, un ufficiale tedesco che ha combattuto sotto la bandiera stellata di volta in volta nel Missouri, nell’Arkansas, nel Kentucky e nel Tennessee, mi scrive che questa migrazione ricorda proprio l’esodo dall’Irlanda nel 1847 e nel 1848. Nel frattempo, gli schiavisti più forti e risoluti, i giovani da una parte e i capi politici e militari dall’altra, si separano dal grosso della loro classe, per costituire bande do guerriglieri nei loro stati (che vengono regolarmente distrutte), oppure per arruolarsi nell’esercito o entrare nell’amministrazione della Confederazione. Ne risulta da un lato un’enorme diminuzione dell’elemento schiavista negli stati di confine, dove esso ha sempre dovuto far fronte agli encroachments [2] dei lavoratori liberi suoi rivali; dall’altro, l’eliminazione della parte più attiva degli schiavisti e dei loro seguaci bianchi. Dietro di loro resta soltanto uno strato di schiavisti “moderati”, che ben presto allungheranno avidamente le mani sul cumulo di denaro loro offerto da Washington per il riscatto del loro black chattel – il cui valore andrà comunque perduto non appena il mercato del Sud sarà chiuso alla vendita degli schiavi. Così, la guerra porta essa stessa ad una soluzione, provocando una vera e propria rivoluzione nella struttura sociale degli stati di confine.
Per il Sud la stagione propizia alla guerra è ormai finita; per il Nord sta cominciando ora, dal momento che i fiumi interni tornano ad essere navigabili e la guerra combinata per terra e per mare, già tentata con tanto successo, è di nuovo possibile. Il Nord si è prontamente avvantaggiato della tregua. Le “corazzate” – dieci di numero – per i fiumi dell’Ovest vengono terminate rapidamente; ad esse si debbono aggiungere venti navi semicorazzate per operazioni in acque poco profonde. Gli arsenali dell’Est hanno già varato numerose corazzate, mentre altre sono in costruzione: saranno tutte pronte per il 1° gennaio 1863. Ericsson, l’ideatore e costruttore della Monitor, sta dirigendo la costruzione di altre nove navi dello stesso modello. Quattro di esse sono già pronte a prendere il mare.
Sul Potomac, nel Tennessee e in Virginia come in diversi centri del Sud – Norfolk, New Bern, Port Royal, Pensacola, New Orleans – l’esercito riceve ogni giorno nuovi rinforzi. Il primo contingente di leva di 300 mila uomini, che Lincoln aveva chiamato alle armi in luglio, è stato interamente incorporato ed è già i gran parte al fronte, mentre si sta formando il secondo contingente di trecentomila uomini da reclutare per nove mesi. In alcuni stati si è preferito sostituire l’arruolamento volontario alla coscrizione, che però non incontra gravi difficoltà in nessuno stato. L’ignoranza e l’odio hanno spinto a criticare aspramente la coscrizione, presentandola come un fatto senza precedenti nella storia degli Stati Uniti. Nulla di più falso. Durante la guerra d’indipendenza e la seconda guerra contro l’Inghilterra (1812-14), la coscrizione servì per arruolare forti contingenti di truppe, e così pure persino in occasione di varie guerricciole con gli indiani, senza incontrare mai un’opposizione degna di rilievo.
È significativo notare che nell’anno in corso l’Europa ha fornito agli Stati Uniti un contingente di emigranti di circa centomila anime, e che metà di questi emigranti proviene dall’Irlanda e dalla Gran Bretagna. Al recente congresso della “Association for the Advancement of Science” tenuto a Cambridge, l’economista inglese Merivale si è sentito in dovere di ricordare ai suoi concittadini un fatto che il Times, il Saturday Review, il Morning Post e il Morning Herald, per non parlare degli dei minorum gentium, hanno completamente ignorato, e che forse l’Inghilterra stessa vorrebbe dimenticare: e cioè che la maggior parte della popolazione in eccesso in Inghilterra trova una nuova patria negli Stati Uniti.
Die Presse, 10 novembre 1862

Note
1.Bestiame nero.
2.L’invadenza.

Sintomi di dissoluzione della Confederazione Sudista
Marx (1862)
Londra, 7 novembre 1862

La stampa inglese è più sudista del Sud, dato che vede tutto nero al Nord mentre ostenta il più roseo ottimismo per quanto riguarda il paese dei “negri”. Si dà il caso però che gli stati schiavisti non partecipino minimamente alla “euforia di vittoria” che sembra travolgere il Times.
La stampa sudista ha risposto con un coro di lamentele e di critiche alla sconfitti di Corinth, accusando “d’incapacità e di presunzione” i generali Price e Van Dorn. Il Mobile Advertiser cita l’esempio del 42° reggimento dell’Alabama, che il venerdì precedente la battaglia contava 530 uomini, ed il sabato sera era ridotto a dieci unità: tutti gli altri uomini erano morti, feriti, prigionieri o dispersi. I giornali della Virginia suonano la stessa solfa.
Scrive il Richmond Whig: ” E’ evidente che l’obiettivo immediato della nostra campagna nel Mississipi è ormai fallito “. gli fa eco il Richmond Enquirer: “E’ da temere che l’esito di questa battaglia abbia nefaste conseguenze sulla nostra campagna nell’Ovest “.
Tale previsione non ha tardato ad avverarsi: la evacuazione dell’esercito di Bragg dal Kentucky e la sconfitta dei confederati presso Nashville, nel Tennessee, ne sono la riprova.
La stessa fonte sudista – i giornali della Virginia, della Georgia e dell’Alabama – ci fornisce interessanti chiarimenti sul conflitto esistente fra il governo centrale di Richmond e i governi dei singoli stati schiavisti. La causa occasionale è la recente legge sulla coscrizione, con cui il Congresso prolungava il periodo di leva molto al di là dei normali limiti d’età. In Georgia un tale Levingood è stato arruolato in base a questa legge; poiché si rifiutava di raggiungere il suo reggimento, è stato arrestato da un agente della Confederazione, J.P.Bruce. Levingood si è appellato al tribunale supremo di Elbert County, in Georgia, che ha decretato la sua immediata liberazione. Nella lunga motivazione della sentenza, i giudici dichiarano tra l’altro:
” Nel paragrafo del preambolo della Costituzione della Confederazione si ribadisce esplicitamente che i diversi stati sono stati indipendenti e sovrani. In che senso sarà possibile sostenerlo nel caso della Georgia, se qualsiiasi miliziano potrà esser sottratto di forza al controllo del comandante supremo di tale stato? Se il Congresso di Richmond emana una legge che ammette talune eccezzioni alla coscrizione, che cosa gli impedisce di emanar leggi che non ammettono eccezione alcuna, in modo da vincolare la responsabilità del governatore, dell’Assemblea legislativa e del personale giudiziario, ponendo termine quindi all’autonomia di tutti gli organi governativi del singolo stato?…Per questi motivi essenziali noi riteniamo e ordiniamo con la presente sentenza che la legge di coscrizione del Congresso è nulla e inesistente, e non ha alcun valore legale…”.
In Virginia si riscontra lo stesso contrasto fra “il singolo stato” e la “Confederazione degli stati”. Motivo del conflitto è il rifiuto del governo virginiano di riconoscere agli agenti di Jefferson Davis il diritto di reclutare i miliziani virginiani e di incorporarli nell’esercito confederato. In proposito si è scatenata una polemica tra il ministro della Guerra e il sinistro generale J.B.Floyd, che sotto la presidenza di Buchanan rivestì la carica di ministro della Guerra dell’Unione, che preparo la secessione e per giunta “alleggerì” il pubblico erario di ingenti somme, che andarono ad impinguare i suoi forzieri personali. Questo famigerato leader secessionista, soprannominato nel Nord Floyd the Thief, adesso si atteggia a paladino dei diritti della Virginia contro la Confederazione. In merito alla corrispondenza tra Floyd e il ministro della Guerra, il Richmond Examiner rileva tra l’altro:
” Tutta questa corrispondenza illustra adeguatamente come il nostro stato (la Virginia) ed il suo esercito siano astiosamente, tenacemente presi di mira da coloro che a Richmond abusano del potere della Confederazione. La Virginia è schiacciata sotto il peso da oneri insopportabili. Ma vi è un limite a tutto: per quanto paziente, lo stato non sopporterà ulteriormente il ripetersi di tali abusi di potere… La Virginia ha procurato da sola praticamente tutte le armi, le munizioni e le forniture militari che hanno permesso di conseguire la vittoria sui campi di Methel e Manassas. Ha messo a disposizione dei confederati 73 mila fucili e moschetti, 233 pezzi di artiglieria e un armamento formidabile, che faceano parte dei suoi arsenali, dei suoi depositi. Ha messo a disposizione della Confederazione fino all’ultimo uomo in grado di combattere; ebbene, ha dovuto ricacciare il nemico dal suo confine occidentale con i suoi propri mezzi. Non è disgustoso constatare che i responsabili del governo confederato osano farsi beffe di lei? “.
Anche nel Texas le continue spedizioni dei suoi uomini sul fronte dell’Est hanno suscitato oposizione alla Confederazione. Il 30 settembre Oldham, il rappresentante del Texas, ha fatto sentire le sue proteste al Congresso di Richmond:
” Per la spedizione Wildgans di Subley, 3.500 soldati scelti texani sono stati mandati incontro alla morte nelle aride pianure del Nuovo Messico – con la conseguenza di attirare il nemico verso i nostri confini, che esso si ripromette di varcare durante l’inverno. Avete dislocato le forze più valide del Texas ad est del Mississipi, le avete trascinate in Virginia, le avete utilizzate nelle zone più pericolose del fronte, dove sono state decimate. I tre quarti degli uomini di ogni reggimento texano riposano nella tomba; quei pochi che son tornati nelle loro case, sono in licenza di convalescenza. Se questo governo continuerà ad attingere fra gli uomini validi del Texas per mantenere tutti i reggimenti al loro effettivo normale, il Texas sarà rovinato, rovinato irrimediabilmente. E’ ingiusto e poco politico. Questi uomini devono difendere la loro famiglia, la loro patria. A loro nome, io protesto contro l’operato del governo, che invia questi uomini dall’ovest del Mississipi verso i fronti dell’est e da ovest “.
In base agli elementi forniti dai giornalisti sudisti possiamo trarre due conclusioni. In primo luogo, gli sforzi imposti dal governo confederato per colmare i vuoti dell’esercito e far fronte alle perdite superano i limiti della sopportazione; le risorse militari si esauriscono. In secondo luogo, ed è questo il punto determinante, la dottrina degli state rights [1] di cui gli usurpatori si erano avvalsi per dare alla secessione una parvenza di costituzionalità, adesso minaccia di ritorcersi a loro danno. Jefferson Davis non è riuscito a “fare del Sud una nazione”, contrariamente a quanto proclama in Inghilterra il suo ammiratore Gladstone.
Die Presse, 14 novembre 1862

Note
1. La dottrina della sovranità dei singoli stati.

I risultati delle elezioni negli Stati del Nord
Marx (1862)
Londra, 18 novembre 1862
Le elezioni rappresentano in pratica una sconfitta del governo di Washington. I vecchi leaders del Partito democratico hanno sfruttato abilmente il malcontento dovuto alle difficoltà finanziarie e all’inesperienza militare, e non vi è dubbio che nelle mani dei vari Seymour, Wood e Bennet lo stato di New York potrà divenire il centro di pericolosi intrighi. Dobbiamo evitare però di esagerare l’importanza pratica di tale reazione. L’attuale Camera dei Rappresentanti repubblicana continua le sue sedute, e i parlamentari neo-eletti entreranno in carica soltanto nel dicembre dell’anno prossimo.
Per quanto riguarda il Congresso di Washington, le elezioni per il momento hanno un carattere puramente dimostrativo. In nessuno stato, ad eccezione di quello di New York, è stato eletto il governatore, e il Partito repubblicano rimane quindi a capo dei vari stati. I successi elettorali dei repubblicani nel Massachusetts, nell’Iowa, nel Michigan e nell’Illinois equilibrano in un certo qual modo i voti perduti a New York, in Pennsylvania, nell’Ohio e nell’Indiana.
Un’analisi un minimo approfondita del progresso dei “democratici” porta a conclusioni ben diverse da quelle strombazzate dai giornali inglesi. La città di New York, gravemente corrotta dalla plebaglia irlandese, da qualche tempo in qua prende parte attiva alla tratta degli schiavi e costituisce il centro del mercato finanziario americano, oltre a rappresentare il creditore ipotecario di tutte le piantagioni del Sud. Da sempre è decisamente “democratica”, così come Liverpool è ancora adesso un centro conservatore. Come già avvenne dopo le elezioni del 1856, i distretti rurali dello stato di New York hanno votato anche questa volta per i repubblicani, anche se non con l’entusiasmo dimostrato nel 1860. D’altronde, gran parte degli uomini che hanno l’età per votare si trova in campagna. Se si considerano i voti dei distretti urbani e rurali, la maggioranza democratica nello stato di New York è di appena otto o diecimila voti.
In Pennsylvania, stato conteso prima fra whigs e democratici, poi tra democratici e repubblicani, la maggioranza democratica si limita a 3.500 voti, nell’Indiana è ancora più esigua, e nell’Ohio, in cui tocca gli ottomila voti, i leaders democraticinoti per le loro simpatie per il Sud – quali ad esempio l’odioso Wallandigham – hanno perduto il seggio al Congresso.
L’irlandese vede nel negro un pericoloso concorrente. I contadini dell’Indiana e dell’Ohio detestano i negri quasi quanto detestano la schiavitù. I negri sono per loro il simbolo della schiavitù e della degradazione della classe lavoratrice, e la stampa democratica agita continuamente dinanzi ai loro occhi la stessa minaccia: i negri che si riversano in massa nei loro territori. A tutto questo si aggiunga ancora che gli stati che hanno fornito i contingenti più numerosi di volontari sono quelli dove è più vivo il malcontento per l’inettitudine che ha condannato al fallimento l’offensiva in Virginia.
Pure, non è questo il punto essenziale. Quando Lincoln venne eletto alla presidenza, nel 1860, la guerra civile non era ancora scoppiata, e la questione dell’emancipazione dei negri non era ancora all’ordine del giorno. Essendo ancora separato completamente dal Partito abolizionista, il Partito repubblicano nel 1860 si limitava a protestare soltanto contro l’estensione della schiavitù ai Territori, e contemporaneamente proclamava di non avere alcuna intenzione di interferire nell’istituzione della schiavitù in quegli stati dove già esisteva legalmente. Se avesse lanciato il grido di guerra dell’emancipazione degli schiavi, Lincoln sarebbe stato sicuramente sconfitto nelle elezioni del 1860, perché la maggioranza non l’avrebbe appoggiato affatto.
Ben diversa è la situazione delle lezioni più recenti. I repubblicani han fatto causa comune con gli abolizionisti, e si sono dichiarati a chiare note favorevoli all’emancipazione immediata, sia come fine in sé che come mezzo per fare cessare la ribellione. Tenendo conto di tale elemento, la maggioranza governativa nel Michigan, nell’Illinois, nel Massachusetts, nello Iowa e nel Delaware è non meno sorprendente dei voti numerosissimi, per quanto minoritari, riportati negli stati di New York, dello Ohio e della Pennsylvania. Un risultato simile prima della guerra era assolutamente inconcepibile, anche nel Massachusetts. È bastato che il governo e il Congresso (convocato per il mese prossimo) dessero prova di una certa energia perché gli abolizionisti, che si identificano ormai con i repubblicani, prendessero ovunque il sopravvento, dal punto di vista morale come da quello numerico. Le velleità interventiste di Luigi Bonaparte forniscono loro un valido sostegno “esterno”. L’unico pericolo rimasto è legato alla permanenza nelle alte gerarchie di generali quali McClellan, che, a prescindere dalla loro inettitudine, sono sostenitori dichiarati dello schiavismo.
Die Presse, 23 novembre 1862

Annunci

Informazioni su paginerosse-drapporosso

...."L’ineguaglianza dello sviluppo economico e politico è una legge assoluta del capitalismo. Ne risulta che è possibile il trionfo del socialismo all’inizio in alcuni paesi o anche in un solo paese capitalistico, preso separatamente...." Lenin -Sulla parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa-Pubblicato sul Sozial-Demokrat, n. 44, 23 agosto 1915.
Questa voce è stata pubblicata in marx-engels. Contrassegna il permalink.