Gramsci bolscevico…”I falsari del moderno revisionismo, gli illusionisti del “socialismo del 21° secolo” e tutti gli intellettuali borghesi e reazionari sono così smentiti su tutta la linea. Antonio Gramsci fu un grande dirigente rivoluzionario del proletariato, un gigante del pensiero e dell’azione comunista che ha sempre combattuto le deviazioni antileniniste, ha sempre difeso la dittatura del proletariato, il sistema della democrazia operaia incarnata nei consigli (soviet), contro la falsa democrazia borghese e le sue varianti socialdemocratiche (ad es. l’odierna “democrazia partecipativa”), ha sempre insistito sulla necessità di una trasformazione rivoluzionaria dell’intera società attraverso l’abbattimento dello Stato borghese e si è sempre mantenuto fedele al marxismo-leninismo e al socialismo proletario, fino all’ultimo giorno della sua esistenza”

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Riceviamo e volentieri pubblichiamo questo documento dei compagni di Piattaforma Comunista ,articolo pubblicato sul n° 29 della rivista Unidad y Lucha (edizione in lingua spagnola) ,organo della Conferenza Internazionale dei Partiti e Organizzazioni Marxiste Leniniste (CIPOML)

Gramsci bolscevico

Una delle più grossolane trivialità diffuse su Antonio Gramsci dai politicanti opportunisti e dagli intellettuali borghesi, è la presunta lontananza, o addirittura il contrasto, fra le sue posizioni e quelle sostenute da Lenin e Stalin, di conseguenza la vicinanza con le idee di Trotsky.
La leggenda ha origini remote e ben orchestrate. Cominciò “Il Messaggero” fascista, che il 12 maggio 1937 annunciando la morte di Gramsci parlò in modo tanto ignorante quanto vigliacco della “sua fedeltà a Trotsky”.
Successivamente, negli anni ’60 e ’70 dello scorso secolo il “trotskismo” di Gramsci fu il pane quotidiano degli imbroglioni revisionisti che in tal modo costruivano l’indegna mitologia dell’estraneità o addirittura dell’avversione fra il “buono” Gramsci e “il cattivo” Stalin.
In realtà, dall’esame dei testi emerge esattamente l’opposto, cioè una coincidenza con le posizioni bolsceviche e una netta critica delle posizioni trotzkiste e degli altri oppositori di Stalin. Lasciamo dunque la parola a Gramsci.

Nell’attività di dirigente e segretario del Partito comunista d’Italia

Nel 1924 Gramsci, nel suo intervento alla “Conferenza di Como”, per la prima volta tracciò un parallelo fra Trotsky e Bordiga (che pure avevano divergenze fra di loro), criticando entrambi:
“L’atteggiamento di Trotskij in un primo periodo può essere paragonato a quello attuale del compagno Bordiga. Trotskij, pur partecipando “disciplinatamente” ai lavori del Partito, aveva col suo atteggiamento di opposizione passiva – simile a quello di Bordiga – creato un senso di malessere in tutto il partito il quale non poteva non avere sentore di questa situazione. […] Ciò dimostra che una opposizione – anche se mantenuta nei limiti di una disciplina formale – da parte di spiccate personalità del movimento operaio, può non solo impedire lo sviluppo della situazione rivoluzionaria ma può mettere in pericolo le stesse conquiste della Rivoluzione” (Gramsci, La costruzione del Partito comunista. 1923-1926, Einaudi, Torino, 1971).
L’anno successivo, Gramsci proseguendo la lotta per la bolscevizzazione del Partito, affermò che le posizioni di Trotsky sul “supercapitalismo americano” erano pericolose e da respingere perché “rinviando la rivoluzione a tempo indeterminato sposterebbero tutta la tattica dell’Internazionale comunista […] e sposterebbero pure la tattica dello Stato russo, poiché se si rimanda la rivoluzione europea per un’intera fase storica, se, cioè, la classe operaia russa non potrà, per un lungo periodo di tempo, contare sull’appoggio del proletariato di altri paesi, è evidente che la rivoluzione russa deve modificarsi” (dal Verbale della relazione di Gramsci al Comitato centrale del Partito comunista d’Italia del 6 febbraio 1925).
Gramsci fu sempre consapevole dell’importanza della lotta alle deviazioni dal leninismo e al frazionismo. Perciò nello stessa relazione dichiarò: “Nella mozione si dovrebbe, inoltre, dire come le concezioni di Trotskij e soprattutto il suo atteggiamento rappresentano un pericolo, in quanto la mancanza di unità nel partito in un paese in cui vi è un solo partito, scinde lo Stato. Ciò produce un movimento controrivoluzionario […] Dalla questione Trotskij si dovrebbero, infine, dedurre degli insegnamenti per il nostro partito. Trotskij, prima degli ultimi provvedimenti, si trovava nella posizione in cui attualmente si trova Bordiga nel nostro partito: egli aveva nel Comitato centrale una parte puramente figurativa. La sua posizione costituiva uno stato tendenziale di frazione, così come l’atteggiamento di Bordiga mantiene nel nostro partito una situazione frazionistica obbiettiva. […] L’atteggiamento di Bordiga, come fu quello di Trotskij, ha delle ripercussioni disastrose”(ibid.).
Sempre nel 1925, in occasione del V Plenum dell’Esecutivo allargato dell’Internazionale, la delegazione italiana, guidata da Gramsci, si schierò senza riserve a favore delle posizioni di Stalin riguardo la critica a Trotsky.
Per Gramsci la scelta della costruzione del socialismo in URSS, nelle condizioni dell’accerchiamento capitalistico, era perfettamente aderente alle necessità di un periodo caratterizzato dalla relativa stabilizzazione capitalista e dal rallentamento dell’ondata rivoluzionaria.
Di qui l’intransigente critica a Trotsky, alla sua strategia della “rivoluzione permanente”, che riteneva sbagliata, semplicistica, insufficiente, e la sua convinta adesione alla strategia e alla politica del gruppo dirigente bolscevico, che ribadirà, come vedremo nei Quaderni del carcere.
In Gramsci è stata sempre presente la preoccupazione per la coesione del Partito russo di cui aveva bisogno il proletariato, a livello nazionale ed internazionale.
In quegli anni, in cui le divergenze fra il partito sovietico e il blocco trotskista e zinovievista erano divenute programmatiche, Gramsci mise più volte in guardia sui rischi di disgregazione su cui la borghesia internazionale avrebbe certamente fatto leva per abbattere il potere proletario in Russia.
A proposito della lotta intrapresa dal CC del PCR (b) contro il blocco delle opposizioni di Trotsky, Zinoviev e Kamenev, Gramsci scrisse: “Una quistione infatti è preminente nei provvedimenti presi collettivamente dal Comitato Centrale e dalla Commissione di Controllo del Partito comunista dell’U.R.S.S.: la difesa dell’unità organizzativa del Partito stesso. E’ evidente che su questo terreno non sono possibili né concessioni né compromessi di sorta, chiunque sia l’iniziatore del lavoro di disgregazione del partito, di qualsiasi natura e ampiezza siano i suoi meriti passati, qualunque sia la posizione che ha a capo dell’organizzazione comunista […] Perciò anche noi riteniamo che tutta la Internazionale debba stringersi solidamente intorno al Comitato Centrale del Partito Comunista dell’URSS per approvarne l’energia, il rigore e lo spirito di decisione nel colpire implacabilmente chiunque attenti all’unita del Partito” (Provvedimenti del C.C. del P.C. dell’U.R.S.S. in difesa dell’unità del Partito e contro il lavoro frazionistico, in “l’Unità”, 27 luglio 1926).
Dalla stessa preoccupazione per l’unità organizzativa ed ideologica del Partito sovietico, e le sue ripercussioni interne e internazionali (in particolare per la lotta che si stava conducendo in Italia per lo sviluppo del Partito), è ispirata la famosa “Lettera al Comitato Centrale del Partito comunista sovietico” dell’ottobre 1926 (pubblicata in: Gramsci, Scritti politici, III, Editori Riuniti, 1973).
In questa lettera Gramsci intervenne, a nome dell’Ufficio politico del Partito comunista d’Italia, nel duro scontro politico che si stava sviluppando in URSS fra il gruppo dirigente bolscevico e l’opposizione trotskista-zinovievista, dichiarando “fondamentalmente giusta la linea politica della maggioranza del CC del Partito comunista dell’URSS” guidato da Stalin.
Malgrado Gramsci fosse solo parzialmente informato sulla situazione russa, il suo schieramento con la maggioranza leninista sui contenuti della lotta in atto fu netto e inequivocabile. L’accusa di sostanza al blocco frazionista delle opposizioni è durissima e motivata da una ragione di principio che Gramsci precisò in termini molto chiari: “Ripetiamo che ci impressiona il fatto che l’atteggiamento del blocco delle opposizioni [cioè Zinoviev, Kamenev e Trotzky] investa tutta la linea del comitato centrale, toccando il cuore stesso della dottrina leninista e dell’azione del nostro partito dell’Unione. E’ il principio e la pratica dell’egemonia del proletariato che vengono posti in discussione, sono i rapporti fondamentali di alleanza tra operai e contadini che vengono turbati e messi in pericolo, cioè i pilastri dello Stato operaio e della Rivoluzione”.
Da convinto sostenitore dei principi leninisti, Gramsci nella stessa lettera criticò a fondo “la radice degli errori del blocco delle opposizioni e l’origine dei pericoli latenti che nella sua attività sono contenuti” identificandola in quella “tradizione della socialdemocrazia e del sindacalismo, che ha impedito finora al proletariato occidentale di organizzarsi in classe dirigente”.
Si tratta di una presa di posizione che Gramsci rafforzò ulteriormente nella successiva “Lettera a Togliatti” del 26 ottobre 1926, nella quale, riflettendo sulla lentezza del processo di bolscevizzazione dei partiti occidentali, scrisse: “La discussione russa e l’ideologia delle opposizioni gioca in questo arresto e ritardo un uffizio tanto più grande, in quanto le opposizioni rappresentano in Russia tutti i vecchi pregiudizi del corporativismo di classe e del sindacalismo che pesano sulla tradizione del proletariato occidentale e ne ritardano lo sviluppo ideologico e politico.” (Ibid.)
E concluse precisando: “la nostra lettera era tutta una riquisitoria contro le opposizioni, fatta in termini non demagogici ma appunto perciò più efficace e più seria.” (Ibid).
E’ dunque completamente priva di fondamento un’interpretazione di queste lettere volta ad avvalorare la visione di un “Gramsci trotskista” o oscillante. E’ chiarissimo da quale parte stava Gramsci nella lotta sviluppatasi nel Partito russo: dalla parte della maggioranza bolscevica dei membri del Partito.

Nei Quaderni del carcere

Come è noto i revisionisti sostengono che Gramsci nei Quaderni del carcere non parla di Stalin, se non indirettamente, e quando accenna all’URSS staliniana si esprime in modi critici (vedi ad es. le tesi di G. Vacca in L’URSS staliniana nell’analisi dei Quaderni dal carcere, in Gorbacev e la sinistra europea, Roma 1989, p. 75).
Si tratta di menzogne e mistificazioni senza ritegno, perché i passi dei Quaderni del carcere, che si occupano del socialismo sovietico, sono tutti a favore di Lenin e Stalin e contro Trotsky.
Le questioni cruciali che Gramsci affrontò nei Quaderni per difendere il bolscevismo e criticare Trotsky e sono quattro: 1) la teoria della rivoluzione permanente; 2) le fasi della rivoluzione, la strategia e la tattica conseguenti; 3) l’industrializzazione in URSS; 4) il rapporto fra internazionalismo e politica nazionale.
Passiamo dunque in rassegna le relative note dei Quaderni del carcere, sulla base dell’edizione curata dall’International Gramsci Society (IGS). Il testo corrisponde a quello dell’Edizione critica a cura di V. Giarratana, pubblicata da Einaudi nel 1975. Fra parentesi quadre inseriamo le necessarie spiegazioni degli pseudonimi (ad es. nei Quaderni Lenin viene chiamato Ilici, Stalin viene chiamato Bessarione, Trotzky a volte viene chiamato Bronstein, altre volte Leone Davidovici, oppure Davidovich;) e delle perifrasi usati da Gramsci per sfuggire alla censura fascista.

1. Gramsci scrisse di Trotsky già nel Quaderno 1, in chiusura di un’importante nota titolata “Direzione politica di classe prima e dopo l’andata al governo”. In essa, prendendo spunto dalle vicende del Risorgimento italiano, si riferì alle enormi e inedite problematiche a cui si trovò di fronte il governo dei Soviet. In questa nota Gramsci affrontò direttamente la parola d’ordine trotskista della “rivoluzione permanente”: “A proposito della parola d’ordine «giacobina» lanciata da Marx alla Germania del 48 49 [l’idea della rivoluzione ininterrotta] è da osservare la sua complicata fortuna. Ripresa, sistematizzata, elaborata, intellettualizzata dal gruppo Parvus-Bronstein [Helphand-Trotzky], si manifestò inerte e inefficace nel 1905 e in seguito: era una cosa astratta, da gabinetto scientifico. La corrente [il bolscevismo] che la avversò in questa sua manifestazione intellettualizzata, invece, senza usarla «di proposito» la impiegò di fatto nella sua forma storica, concreta, vivente, adatta al tempo e al luogo, come scaturiente da tutti i pori della società che occorreva trasformare, di alleanza tra due classi [la classe operaia e i contadini] con l’egemonia della classe urbana [la classe operaia].”
Per Gramsci il moderno “giacobinismo” si esprimeva anzitutto in una politica di alleanza con i contadini, sotto l‘egemonia della classe operaia. Dunque, Gramsci valorizzava la giusta politica bolscevica, che Stalin portò avanti, contro la tesi trotskista della “rivoluzione permanente”. Questa tesi respingeva l’importanza dei contadini poveri quale forza rivoluzionaria ed esprimeva completa sfiducia nella capacità del proletariato di dirigere tutti gli sfruttati e gli oppressi nella rivoluzione, giungendo all’impossibilità di edificare il socialismo in un solo paese.
La nota citata si chiude con una durissima accusa nei confronti di Trotsky, che viene paragonato al borghese reazionario Crispi: “Nell’un caso [Trotsky], temperamento giacobino senza il contenuto politico adeguato, tipo Crispi; nel secondo caso [i bolscevichi] temperamento e contenuto giacobino secondo i nuovi rapporti storici, e non secondo un’etichetta intellettualistica.”
E’ interessante osservare che questa stessa nota venne ripresa quasi integralmente nel Quaderno 19, scritto nel 1934-35, cioè dopo la definitiva rottura con il trotskismo.
Gramsci tornò sulla questione della “rivoluzione permanente” nel Quaderno 7, § 16, in una famosa nota dal titolo “Guerra di posizione e guerra manovrata o frontale”: “È da vedere se la famosa teoria di Bronstein [Trotsky] sulla permanenza del movimento non sia il riflesso politico della teoria della guerra manovrata (ricordare osservazione del generale dei cosacchi Krasnov), in ultima analisi il riflesso delle condizioni generali-economiche-culturali-sociali di un paese in cui i quadri della vita nazionale sono embrionali e rilasciati e non possono diventare «trincea o fortezza». In questo caso si potrebbe dire che Bronstein, che appare come un «occidentalista» era invece un cosmopolita, cioè superficialmente nazionale e superficialmente occidentalista o europeo.
Invece Ilici [Lenin] era profondamente nazionale e profondamente europeo. Bronstein nelle sue memorie ricorda che gli fu detto che la sua teoria si era dimostrata buona dopo… quindici anni e risponde all’epigramma con un altro epigramma. In realtà la sua teoria, come tale, non era buona né quindici anni prima né quindici anni dopo”.
Dopo aver contrapposto Lenin a Trotsky, Gramsci aggiunse dopo poche righe: “La teoria del Bronstein [Trotsky] può essere paragonata a quella di certi sindacalisti francesi sullo sciopero generale e alla teoria di Rosa [Luxemburg] nell’opuscolo tradotto da Alessandri: l’opuscolo di Rosa e la teoria di Rosa hanno del resto influenzato i sindacalisti francesi”.

2. Nelle sue riflessioni, Gramsci collegò la questione della “rivoluzione permanente” alla questione del passaggio dalla “guerra di movimento” alla “guerra di posizione”. In particolare, dopo la sconfitta della rivoluzione in Germania nel 1923 e il passaggio su posizioni difensive del movimento operaio, Gramsci si convinse che il problema dello sviluppo del processo rivoluzionario in Europa dovesse essere rielaborato, comprendendo i motivi del momentaneo fallimento e stabilendo compiti rivoluzionari adeguati alla nuova fase.
La riflessione del Quaderno 6, § 138 è dedicata a questa fondamentale problematica strategica e tattica: “Passaggio dalla guerra manovrata (e dall’attacco frontale) alla guerra di posizione anche nel campo politico. Questa mi pare la quistione di teoria politica la più importante, posta dal periodo del dopo guerra e la più difficile ad essere risolta giustamente. Essa è legata alle quistioni sollevate dal Bronstein [Trotsky], che in un modo o nell’altro, può ritenersi il teorico politico dell’attacco frontale in un periodo in cui esso è solo causa di disfatta.”
Nell’affrontare il complesso problema dell’alternativa, o meglio della combinazione, fra “tattica di assalto” e “tattica di assedio” che si era posto nel dibattito dell’Internazionale Comunista, Gramsci partì da una considerazione di straordinaria importanza, sistematicamente ignorata dai revisionisti e dai riformisti: “Tutto ciò indica che si è entrati in una fase culminante della situazione politico storica, poiché nella politica la «guerra di posizione», una volta vinta, è decisiva definitivamente.”
Sulla base di questa considerazione, a cui era pervenuto analizzando la profonda crisi di capacità di direzione e di governo della borghesia, ma anche la maggiore resistenza dell’apparato statale in Occidente e l’esistenza di vasti strati intermedi, Gramsci aggiunse nel Quaderno 7, § 16: “Mi pare che Ilici [Lenin] aveva compreso che occorreva un mutamento dalla guerra manovrata, applicata vittoriosamente in Oriente nel 17, alla guerra di posizione che era la sola possibile in Occidente […] Questo mi pare significare la formula del «fronte unico» […] Solo che Ilici non ebbe il tempo di approfondire la sua formula, pur tenendo conto che egli poteva approfondirla solo teoricamente, mentre il compito fondamentale era nazionale, cioè domandava una ricognizione del terreno e una fissazione degli elementi di trincea e di fortezza rappresentati dagli elementi di società civile ecc.”
Siamo nel cuore del programma di ricerca che Gramsci condusse nei Quaderni.
Ma c’era anche un altro aspetto fondamentale dei metodi strategici e tattici imposti dai rapporti di forza storicamente creatisi, quello relativo all’Unione Sovietica. Al riguardo Gramsci annotò: “La guerra di posizione domanda enormi sacrifizi a masse sterminate di popolazione; perciò è necessaria una concentrazione inaudita dell’egemonia e quindi una forma di governo più «intervenzionista», che più apertamente prenda l’offensiva contro gli oppositori e organizzi permanentemente l’«impossibilità» di disgregazione interna: controlli d’ogni genere, politici, amministrativi, ecc., rafforzamento delle «posizioni» egemoniche del gruppo dominante, ecc.”.
Si tratta di un’aperta adesione alla linea di Stalin, al rafforzamento della dittatura del proletariato, una politica “in cui si domandano qualità eccezionali di pazienza e di spirito inventivo”, ma che era l’unica vincente in quella concreta fase storica. Una linea diametralmente opposta a quella di Trotsky.

3. Come abbiamo visto, un aspetto fondamentale della “guerra di posizione” era rappresentato dalla difesa del potere sovietico e dalla costruzione del socialismo. Anche per quest’ultimo aspetto si ponevano dilemmi acuti. Estremamente interessante è la critica che Gramsci formulò all’inizio di una celebre nota (Quaderno 4, § 52):
“Americanismo e fordismo. La tendenza di Leone Davidovi [Trotsky] era legata a questo problema. Il suo contenuto essenziale era dato dalla «volontà» di dare la supremazia all’industria e ai metodi industriali, di accelerare con mezzi coercitivi la disciplina e l’ordine nella produzione, di adeguare i costumi alle necessità del lavoro. Sarebbe sboccata necessariamente in una forma di bonapartismo, perciò fu necessario spezzarla inesorabilmente.”
Gramsci affrontò qui una delle questioni cruciali dell’aspro dibattito che coinvolse il PCR(b) e l’Internazionale Comunista negli anni ’20 del Novecento: quella delle forme e dei ritmi della industrializzazione e della NEP.
Agli occhi di Gramsci, la figura di Trotsky è quella del massimo rappresentante di una tendenza dannosa, una sorta di “americanismo”, basato sulla costrizione, il comando e i sistemi militari.
Cioè dell’introduzione forzata e accelerata di forme di produzione, di vita quotidiana e di cultura direttamente legate alle esigenze del capitale privato (non a caso Gramsci ricordò l’“interesse di Leone Davidovi [Trotsky] per l’americanismo. Suo interesse, suoi articoli, sue inchieste sul «byt» [vita, stile di vita] e sulla letteratura”).
Nella stessa nota Gramsci affermò che “il principio della coercizione nel mondo del lavoro era giusto […] ma la forma che aveva assunto era errata” e avrebbe condotto a un esito disastroso”.
Dunque, si trattava di una posizione inconciliabile col leninismo, che contraddiceva la “ritirata temporanea” della NEP e avrebbe portato alla rottura dell’alleanza con i contadini e alla rovina del potere sovietico. Era perciò una tendenza da schiacciare senza remore, poiché mirava alla restaurazione del capitalismo.
Su ciò Gramsci non ha mai manifestato dubbi, tant’è che in altre due occasioni spiegò ed approvò la liquidazione di Trotsky: nel Quaderno 14, § 76 inquadrando la liquidazione di Trotsky come “un episodio della liquidazione «anche» del parlamento «nero» che sussisteva dopo l’abolizione del parlamento «legale»”, e nel Quaderno 22 (databile al 1934), quando riferendosi alla tendenza trotskista ribadì “la necessità inesorabile di stroncarla”.

4. Veniamo infine ad un’altra nota di eccezionale importanza: quella contenuta nel Quaderno 14, § 68, nella quale Gramsci, traendo spunto dal Discorso di Stalin all’Università Sverdlov di Mosca del 9 giugno 1925 (vedi nota di chiusura), pose direttamente in antitesi Stalin (Bessarione) e Trotsky (Davidovici).
Scrive Gramsci, approfondendo il tema dell’internazionalismo e della politica nazionale: “Scritto (a domande e risposte) di Giuseppe Bessarione [Stalin] del settembre 1927 su alcuni punti essenziali di scienza e di arte politica. Il punto che mi pare sia da svolgere è questo: come secondo la filosofia della prassi [il marxismo] (nella sua manifestazione politica) sia nella formulazione del suo fondatore [Marx], ma specialmente nella precisazione del suo più recente grande teorico [Lenin], la situazione internazionale debba essere considerata nel suo aspetto nazionale. Realmente il rapporto «nazionale» è il risultato di una combinazione «originale» unica (in un certo senso) che in questa originalità e unicità deve essere compresa e concepita se si vuole dominarla e dirigerla. Certo lo sviluppo è verso l’internazionalismo, ma il punto di partenza è «nazionale» ed è da questo punto di partenza che occorre prender le mosse. Ma la prospettiva è internazionale e non può essere che tale. Occorre pertanto studiare esattamente la combinazione di forze nazionali che la classe internazionale [il proletariato] dovrà dirigere e sviluppare secondo la prospettiva e le direttive internazionali [del Comintern]. […] Su questo punto mi pare sia il dissidio fondamentale tra Leone Davidovici [Trotsky] e Bessarione [Stalin] come interprete del movimento maggioritario [il bolscevismo]. Le accuse di nazionalismo sono inette se si riferiscono al nucleo della quistione. Se si studia lo sforzo dal 1902 al 1917 da parte dei maggioritari [i bolscevichi] si vede che la sua originalità consiste nel depurare l’internazionalismo di ogni elemento vago e puramente ideologico (in senso deteriore) per dargli un contenuto di politica realistica.”
E’ chiaro come il sole che Gramsci nel delineare il “dissidio fondamentale” tra Trotsky/Davidovici e Stalin/Bessarione si schierò decisamente con Stalin, l’interprete del bolscevismo che a suo giudizio impostò e risolse correttamente il problema della combinazione di forze nazionali che la classe internazionale deve dirigere e sviluppare nella prospettiva del comunismo mondiale.

Uno dei migliori bolscevichi

Alla luce dei testi, risulta priva di qualsiasi fondamento un’interpretazione del pensiero di Gramsci in senso trotskista. Dall’opera gramsciana, comprese le riflessioni contenute nei Quaderni del carcere, emerge invece in modo inequivocabile la spietata critica a Trotsky.
In tutti in passi ove Gramsci parla di Trotsky il contenuto è sempre di aspra polemica.
Allo stesso tempo, Gramsci valutava positivamente le scelte compiute da Lenin e Stalin, approvava in pieno la politica dei bolscevichi, compreso quei tratti che oggi la borghesia e i revisionisti racchiudono nel concetto fuorviante di “totalitarismo”.
In nessuno scritto o discorso, nè in libertà, nè in prigione, Gramsci ha espresso un giudizio negativo e tanto meno ha denigrato la direzione del Partido bolscevico e il compagno Stalin.
I falsari del moderno revisionismo, gli illusionisti del “socialismo del 21° secolo” e tutti gli intellettuali borghesi e reazionari sono così smentiti su tutta la linea.
Antonio Gramsci fu un grande dirigente rivoluzionario del proletariato, un gigante del pensiero e dell’azione comunista che ha sempre combattuto le deviazioni antileniniste, ha sempre difeso la dittatura del proletariato, il sistema della democrazia operaia incarnata nei consigli (soviet), contro la falsa democrazia borghese e le sue varianti socialdemocratiche (ad es. l’odierna “democrazia partecipativa”), ha sempre insistito sulla necessità di una trasformazione rivoluzionaria dell’intera società attraverso l’abbattimento dello Stato borghese e si è sempre mantenuto fedele al marxismo-leninismo e al socialismo proletario, fino all’ultimo giorno della sua esistenza.
Come scrisse il Comintern in occasione della morte di Gramsci, causata da lunghi anni di carcere e maltrattamenti fascisti: “Strettamente legato alle masse, capace di istruirsi alla scuola delle masse, sapendo comprenderne tutti gli aspetti della vita sociale, rivoluzionario inflessibile, fedele fino al suo ultimo soffio all’Internazionale Comunista e al suo partito, Gramsci ci lascia il ricordo di uno dei migliori rappresentanti della generazione di bolscevichi che nelle file dell’Internazionale Comunista fu edificata nello spirito della dottrina di Marx, Engels, Lenin, Stalin, nello spirito del bolscevismo.”
Strappare il grande dirigente comunista Antonio Gramsci dalle grinfie borghesi, revisioniste e opportuniste è un importante compito del proletariato rivoluzionario.

Giugno 2014 Piattaforma Comunista (Italia)

Nota:
Il discorso di Stalin, intitolato Domande e risposte (in Stalin, Opere complete, Vol. VII), era stato tradotto in italiano e pubblicato a puntate su “L’Unità” nel 1926.
Citando a memoria in carcere, Gramsci scambia per errore la data di quel discorso con la data (settembre 1927) dell’Intervista con la prima delegazione operaia americana, anch’essa a domande e risposte (in Stalin, Opere complete, vol. X), di cui Gramsci in carcere aveva letto il resoconto in una rivista.
Il curatore dell’edizione critica dei Quaderni, Valentino Gerratana, non si è accorto dello scambio delle date e lo ha perpetuato con un suo commento fuorviante.
È chiaro, invece, che Gramsci fa riferimento al discorso di Stalin del 1925 (si vedano, in particolare, le risposte date da Stalin alle domande n. 2 e 9).

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...."L’ineguaglianza dello sviluppo economico e politico è una legge assoluta del capitalismo. Ne risulta che è possibile il trionfo del socialismo all’inizio in alcuni paesi o anche in un solo paese capitalistico, preso separatamente...." Lenin -Sulla parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa-Pubblicato sul Sozial-Demokrat, n. 44, 23 agosto 1915.
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