Moissaye J. Olgin -Trotskismo: controrivoluzione mascherata (1935),prima parte

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Trotskismo: controrivoluzione mascherata (1935), Moissaye J. Olgin

Introduzione
Un grande leader è morto. Il 1° dicembre 1934 Sergej Kirov, membro del Politburo del Partito Comunista dell’Unione Sovietica, cadde in un agguato e venne ferito mortalmente da un colpo di pistola. Il 21 dicembre il governo sovietico annunciò che l’assassino, Nikolaev, era ,membro del cosiddetto “centro leningradese” dei controrivoluzionari,un gruppo terroristico volto ad assassinare le più alte cariche sovietiche. Il comunicato ufficiale diceva:

Le indagini hanno stabilito che il motivo dell’assassinio di Kirov era un piano da parte di questo gruppo clandestino antisovietico per disorganizzare la dirigenza per mezzo di atti terroristici contro i suoi leader, realizzando così un cambio di politica nella direzione del cosiddetto programma trotskista-zinoveviano. […] C’era un altro motivo per l’assassinio: Kirov aveva smantellato, ideologicamente e politicamente, il gruppo leningradese di oppositori zinoveviani

Alcuni giorni dopo furono arrestati Zinov’ev, Kamenev e 17 membri di un altro gruppo controrivoluzionario, il cosiddetto “centro moscovita”. Durante il processo Zinov’ev, a quanto pare consapevole della sua situazione disperata, disse:

Quell’omicidio ignobile ha gettato una luce così terribile sulla vecchia lotta contro il Partito, che ora riconosco che il Partito ha completamente ragione quando parla della responsabilità politica del vecchio gruppo di oppositori nell’omicidio commesso.

Alcuni membri del centro moscovita, nelle loro deposizioni, spiegarono la natura della degenerazione che aveva portato all’omicidio. Evdokimov disse:

Eravamo separati dalla vita autentica del paese e ristagnavamo nel nostro brodo. I nostri legami controrivoluzionari erano forti per noi. Accecati dalla rabbia verso la dirigenza del Partito, non vedevamo ciò che accadeva nelle città e nei villaggi. Non vedevamo i successi colossali della costruzione del socialismo. Gli incredibili processi storici del nostro paese che influenzavano il movimento proletario internazionale non ci sfioravano. Come nemici, davamo importanza alle difficoltà che sorgevano nel recesso di crescita, gioendo maliziosamente ai fallimenti e attribuendoli alla dirigenza del Partito.
[…]
Noi non vedevamo ciò che ogni militante vedeva. Non notavamo la crescita nella consapevolezza della forza e nell’unità del Partito. Rivolgevamo a Stalin maliziose insinuazioni controrivoluzionarie. Accusavamo la dirigenza del Partito di non aver accettato le misure per ravvivare il movimento proletario internazionale. Calunniavamo il Comitato Centrale dicendo che aveva impedito lo sviluppo del movimento.

Un altro membro del gruppo, Baškirov, dichiarò: “l’attentato di Nikolaev è il risultato della sua educazione controrivoluzionaria nell’organizzazione trotskista-zinoveviana”.
Ancora una volta il nome di Trockij veniva messo in connessione con un attacco alla Rivoluzione bolscevica. Ancora una volta Zinov’ev (insieme al suo complice Kamenev) sembrava essere un collaboratore di Trockij. Questa volta non era una questione di parole. Un grande eroe era stato ucciso la nuova Russia era stata privata di un costruttore proletario talentuoso, coraggioso e universalmente amato del sistema socialista. Il colpo era diretto al cuore stesso della Rivoluzione
“La feccia dell’opposizione trotskista-zinoveviana”: così le masse sovietiche definirono il gruppo di cospiratori. E ancora una volta una gigantesca vampata d’odio si alzò tra i milioni di amici dell’Unione Sovietica in tutto il mondo verso quell’uomo, Trockij.
Chi è? Cos’è il trotskismo? Quali sono le sue radici sociali? Qual è il ruolo internazionale del gruppo trotskista? Quella che segue è una breve risposta a queste domande.

1. La carriera di Trockij
Trockij si definisce “un vero bolscevico leninista”. Fecero così anche i boia socialdemocratici della rivoluzione tedesca, Noske, Scheidemann e Severing, che si definirono “veri marxisti”. Trockij ama atteggiarsi a ultima delle grandi figure rivoluzionarie che hanno continuato la tradizione di Lenin. Ci sono persone, soprattutto tra le giovani generazioni, che pensano a lui come a un “vecchio bolscevico”. Non era il capo della Rivoluzione nel 1917? Non era alla guida dell’Armata Rossa tra il 1918 e il 1921?
Questi sono i fatti:
Trockij iniziò la sua carriera politica all’inizio del secolo. Nel 1903, quando la grande divisione tra menscevichi e bolscevichi prese la sua forma definitiva, Trockij si alleò con i menscevichi. In un modo o nell’altro combatté il bolscevismo fino alla tarda estate del 1917. Occasionalmente era d’accordo con questo o quel punto del programma bolscevico, ma subito si univa ai menscevichi per combattere i bolscevichi e Lenin. Rinnovò la sua aperta ostilità al bolscevismo nel 1923, e da allora lo combatté sempre.
Come divenne una figura rivoluzionaria? Non fu mai attivo tra i lavoratori come costruttore delle loro organizzazioni. Non riuscì mai a radunare attorno a sé un numero considerevole di lavoratori. Rimase sempre e soltanto uno scrittore e un oratore che godeva di grande popolarità fra gli intellettuali piccolo-borghesi. Quando il movimento dei lavoratori rivoluzionari russi era giovane, un uomo con una penna tagliente e un talento per l’oratoria come Trockij poteva farsi notare facilmente.
Grazie a queste qualità divenne un membro del primo Soviet dei lavoratori organizzato durante la Rivoluzione del 1905. A quel tempo il Soviet era, secondo Lenin, “un’unione di lotta tra socialisti e democratici rivoluzionari, privo di una forma definita”. Il primo presidente del Soviet, Chrustalev-Nosar, non era neppure un socialista. Dopo il suo arresto, Trockij divenne presidente. Sul suo ruolo durante quei giorni cruciali della Rivoluzione del 1905 abbiamo la testimonianza di un grande studioso, lo storico Pokrovskij:

Durante l’intero periodo della sua attività , il Soviet di Pietroburgo ebbe alla sua testa un menscevico molto intelligente e scaltro, esperto nell’arte di combinare la sostanza menscevica con una fraseologia rivoluzionaria. Il nome di quel menscevico era Troskij. Era un menscevico genuino e autentico che non aveva alcun desiderio di un’insurrezione armata ed era totalmente avverso all’idea di portare la Rivoluzione al suo completamento, cioè di rovesciare lo zarismo. (M. N. Pokrovskij, Brief History of Russia, vol. II, p. 320)

Dopo il 1906 forma un piccolo centro a Vienna, dove occasionalmente pubblica un suo giornale. Combatte il bolscevismo, anche se in gradi diversi. Nel 1912 si unisce a una coalizione antibolscevica conosciuta come il blocco di agosto.
I suoi attacchi al bolscevismo diventano più veementi e privi di scrupoli. Allo scoppio della Guerra mondiale occupa una posizione centrista. A parole si oppone ai socialdemocratici che si sono uniti ai governi capitalisti per aiutare un gruppo di ladroni imperialisti, come Lenin li chiamava, contro un altro; in realtà non rompe con loro e nei suoi discorsi li difende spesso. È contro la guerra, ma anche contro Lenin.
Il programma leninista richiedeva la sconfitta del “nostro stesso” governo durante la guerra; richiedeva la trasformazione in ogni paese della guerra imperialista in una guerra civile, cioè una rivoluzione contro la borghesia; richiedeva la formazione di una nuova organizzazione internazionale di autentici socialisti rivoluzionari. Trockij è contrario a questi slogan. Quando Lenin dice: è bene per la rivoluzione che il “nostro stesso” governo sia sconfitto in guerra, Trockij definisce questo “una concessione ai metodi politici del social-sciovinismo”. Quando i socialisti rivoluzionari si riunirono nel 1915 a Zimmerwald, in Svizzera, per organizzare la lotta contro la guerra imperialista, Trockij faceva parte non della sinistra leninista, ma del centro.
Le sue idee erano così diverse da quelle di Lenin che anche dopo la Rivoluzione del febbraio 1917 Lenin non lo considerava un bolscevico. In una lettera alla Kollontaj datata 17 marzo 1917 Lenin scrive:

Ritengo che il nostro obiettivo principale è evitare di lasciarsi intrappolare in assurdi tentativi di “unità” con i social-sciovinisti (o, ancora più pericoloso, con gli ondivaghi come […] Trockij e co.) e continuare il lavoro del nostro Partito con uno spirito coerentemente internazionalista. (Lenin, La Rivoluzione del 1917)

A metà del maggio 1917, in preparazione a una conferenza, Lenin scrive la sinossi di un rapporto in cui sottolinea la necessità di “essere duri come la pietra nel perseguire la linea proletaria contro i tentennamenti piccolo-borghesi” e aggiunge questa frase significativa:

I tentennamenti dei piccoli borghesi: Trockij (Lenin, Opere complete , vol. XXX)

Rientrato dall’estero dopo la Rivoluzione di febbraio, Trockij si unì al gruppo socialdemocratico di Pietrogrado. Il gruppo aveva una posizione centrista e per molti anni aveva combattuto il gruppo bolscevico della città.
Anche dopo la Rivoluzione di febbraio erano a favore dell’unificazione di tutti i gruppi del Partito Operaio Socialdemocratico Russo, compresi i social-sciovinisti. Gradualmente abbandonarono l’idea dell’unità con questi ultimi, tendendo sempre più verso l’accettazione della politica bolscevica.

Alla fine dell’estate del 1917 il gruppo di Trockij si unì al Partito Bolscevico, alla vigilia del sesto congresso del Partito tenuto all’inizio di agosto. Ebbero una rappresentanza al congresso e il nuovo Comitato Centrale comprendeva tra i suoi 22 membri tre ex pietroburghesi: Trockij, Urickij e Joffe.
Avendo dichiarato di accettare il programma bolscevico, Trockij ricevette dal Comitato Centrale ogni opportunità di lavorare negli interessi del Partito e della classe operaia. Abile oratore ed ex presidente del primo Soviet del 1905, verso la fine del 1917 divenne presidente del Soviet di Pietrogrado. Mantenne questa carica nei giorni decisivi di ottobre, lavorando sotto la guida del Comitato Centrale del Partito Bolscevico.
Durante la presa di potere dei bolscevichi nel novembre 1917, Trockij ricoprì un ruolo importante come membro della Commissione Militare Rivoluzionaria. Ma sarebbe assurdo dire che era il leader dell’insurrezione. Scrive Stalin:

Sono ben lontano dal negare la parte senza dubbio importante avuta da Trockij nell’insurrezione. Ma devo dire che Trockij non ha avuto e non poteva avere nessuna funzione particolare nell’insurrezione d’ottobre, e che, essendo presidente del Soviet di Pietrogrado, egli non ha fatto che eseguire la volontà delle istanze competenti di partito, che guidavano ogni suo passo. (Stalin, “Trotskismo o leninismo?”, Opere complete, vol. VI, p. 391)

Tra i cinque membri incaricati dal Comitato Centrale il 16 ottobre di organizzare l’insurrezione, il nome di Trockij non compare.

In tal modo, a questa seduta del CC è accaduto, come vedete, qualcosa di “orrendo”, cioè nel centro pratico, chiamato a dirigere l’insurrezione, non è entrato, strano a dirsi, l’“animatore”, la “figura principale”, l’“unico dirigente” dell’insurrezione. Come conciliare questo con l’opinione corrente sulla funzione particolare di Trockij? (Ibid., p. 392)

Chi conosce i metodi del Partito Bolscevico capirà facilmente perché Trockij non era tra i dirigenti nominati dal Comitato Centrale. Era un uomo nuovo. Non aveva mai aiutato la costruzione del Partito. Era stato in disaccordo con i bolscevichi fino a poco prima. In realtà non era di stampo bolscevico. Era un uomo di influenza riconosciuta in Russia, ma la sua influenza si estendeva principalmente alla piccola borghesia. Era una sorta di anello tra il Partito Bolscevico e le masse piccolo-borghesi che il Partito voleva guidare.
Il disaccordo di Trockij con Lenin emerse immediatamente dopo la presa di potere. Fu necessario firmare il trattato di Brest-Litovsk con la Germania perché la rivoluzione proletaria potesse prendere tempo e consolidarsi. Trockij, allora Commissario per gli Affari Esteri, rifiutò di firmare il trattato. Furono necessarie la straordinaria forza di volontà e le sferzate di Lenin perché Trockij abbandonasse la sua posa insostenibile e accettasse un passo che segnò la salvezza della Rivoluzione.

Il tempo passava. Trockij lavorava con i bolscevichi. All’apparenza divenne uno di loro, ma era un estraneo nel Partito Bolscevico. Venne la guerra civile e a Trockij fu affidata una posizione di prestigio. Era, per così dir,e il capo propagandista dell’Armata Rossa. Era il Commissario Militare ma non un vero militare. Non sapeva nulla dell’organizzazione dell’esercito e aveva idee sbagliate sulla strategia della guerra rivoluzionaria. Il lavoro di organizzazione dell’Armata Rossa fu svolto dall’intero paese, da milioni di proletari sotto la guida del Partito Comunista. I combattimenti veri e propri si svolsero sotto la supervisione di esperti militari e l’attenta guida di Lenin. Trockij viaggiò su e giù per il fronte, dando ordini decisi che potevano essere citati come esempi di stile militare, andò nelle trincee a parlare con i soldati dell’Armata, pronunciò grandi orazioni pubbliche, ma non guidò mai la guerra civile. Poté illudersi e credere di essere l’intero spirito di quella tremenda lotta storica. Forse ci crede ancora oggi. La verità è esattamente l’opposto . La verità è che Stalin e Vorošilov furono i grandi combattenti sui vari fronti di battaglia, dirigenti con chiare idee rivoluzionarie e strateghi di prim’ordine.

Prima che gli echi delle battaglie si fossero spenti, Trockij sviluppò un’opposizione aperta e violenta alla politica di Lenin riguardo ai compiti dei sindacati. Voleva che essi fossero non organizzazioni di rappresentanza dei lavoratori nelle fabbriche, nel commercio e nelle industrie, ma unità amministrative legate allo Stato che svolgessero funzioni di governo. Organizzò, in opposizione a Lenin, una piccola fazione che minacciava di sabotare le attività del Partito Comunista in un momento in cui l’unità era una questione di vita o morte. Lenin bollò questo frazionismo come un atto di sabotaggio.

Si può forse negare che, anche se “i nuovi compiti e metodi” fossero indicati da Trockij in modo altamente giusto quanto in realtà lo sono in modo totalmente errato (del che parleremo in seguito), col suo solo atteggiamento Trockij danneggerebbe se stesso, il partito, il movimento sindacale, l’educazione di milioni di membri dei sindacati e la repubblica?? (Lenin, “Ancora sui sindacati”, Opere complete , vol. XXXII, p. 61)

Trockij fu sconfitto. Se il suo “piano” avesse avuto successo, avrebbe minato l’intero sistema sovietico.
Nel 1923 riprende nuovamente l’opposizione al Partito Bolscevico. Questa volta non è più una questione singola. L’intero Partito Comunista, la sua struttura, le sue attività, la sua linea lo ripugnano. All’inizio era solo in mezzo ai massimi dirigenti. Nel 1926 fu raggiunto da Zinov’ev e Kamenev, che nel novembre del 1917 si erano distinti per essersi opposti all’insurrezione e alla presa di potere da parte del Partito Bolscevico ed erano stati definiti “crumiri” da Lenin. Avevano idee diverse da quelle di Trockij sotto molti aspetti, ma accettarono la sua guida e le basi della sua opposizione.

Circola una leggenda secondo cui a Trockij e ai suoi seguaci non fu “data la possibilità” di presentare il loro punto di vista tra i ranghi del Partito. In realtà il dibattito tra l’opposizione e la dirigenza del Partito era continuo dal 1924 al 1927. In numerose sessioni degli organi centrali e in innumerevoli incontri degli organi inferiori il programma dell’opposizione fu scartato. Schiere di libri, centinaia di opuscoli sulle questioni furono pubblicati e ampiamente distribuiti. L’opposizione fu ascoltata fino al punto di esaurire la pazienza dei membri del Partito.
Quando la discussione finì, quei leader e il loro gruppo di seguaci erano completamente screditati, disprezzati dal Partito e dalle masse proletarie e denunciati come cospiratori.
Siamo perfettamente consapevoli della gravità di una simile accusa. Ma come altro possiamo definire le attività di militanti del Partito apparentemente responsabili che, siccome la schiacciante maggioranza dei membri è in disaccordo con loro e chiede la loro sottomissione, organizza una piccola cricca all’interno del Partito, con la sua disciplina e i suoi centri, si allea con dei piccoli borghesi estranei al Partito per mettere in pratica attività antipartitiche, comincia stampare pubblicazioni contro la dirigenza e la diffonde tra le masse, compiendo così i primi passi verso la disgregazione dell’ossatura stessa della Rivoluzione, il Partito Comunista?
Questo è esattamente ciò che Trockij, Zinov’ev e Kamenev fecero nel 1927. Il Partito fu costretto a espellere la cricca. Alcuni di loro in seguito ritrattarono, come avevano fatto già prima del 1927, soltanto per riprendere le attività disgregatrici. Trockij non ritrattò. Gli fu ordinato di lasciare la capitale e fu trasferito ad Alma Ata, in Asia centrale. In seguito fu espulso dal paese. Da allora continua a fornire alla borghesia mondiale munizioni contro l’Unione Sovietica. La sua polvere è bagnata. Il suo cannone ruggisce senza ferire. Ma la borghesia finge di vedere in lui un’autentica fonte di informazioni genuine. Conduce la sua attività controrivoluzionaria grazie alla fama di essere stato un leader durante la Rivoluzione. Nei suoi innumerevoli scritti sostiene assurdamente di essere stato lui, e non Lenin, a guidare la Rivoluzione.
Questa è, in poche parole, la carriera nel nostro uomo. È mai stato un bolscevico? Nell’arco di trentatrè anni è stato legato ai bolscevichi soltanto per sei. Anche in quel periodo ebbe con loro un gran numero di violenti disaccordi. In effetti, ci fu a mala pena una posizione leninista con la quale fu sinceramente d’accordo. Non divenne mai parte integrante dell’organizzazione bolscevica. Sembra essere stato un corpo estraneo all’interno dell’organismo del Partito Bolscevico, persino quando era membro del loro Ufficio Politico.

I bolscevichi non hanno bisogno di citare il passato non-bolscevico di un uomo che è entrato a far parte genuinamente e sinceramente del loro Partito. Se citiamo il passato di Trockij è perché, come vedremo meglio più avanti, non se l’è mai lasciato davvero alle spalle. È ancora il suo presente. Adesso si oppone con violenza al Partito Bolscevico di Stalin proprio come vent’anni fa si opponeva al Partito Bolscevico di Lenin; calunnia Stalin tanto malignamente quanto calunniava Lenin, e per le stesse ragioni.

Come è potuto accadere che Trockij, il quale ha sulle spalle un fardello tanto sgradevole [di odio verso i bolscevichi], si sia ciò nondimento trovato nelle file dei bolscevichi durante il movimento di ottobre? Ciò è accaduto perché Trockij aveva allora rinunciato (rinunciato di fatto) al suo fardello, lo aveva nascosto in un armadio. Senza questa “operazione” una collaborazione seria con Trockij sarebbe stata impossibile. […]
Poteva Trockij, in una simile situazione [quando l’impraticabilità della sua teoria fu provata dall’esperienza concreta], non nascondere il suo fardello nell’armadio e non seguire i bolscevichi, egli che non aveva dietro di sé nessun gruppo più o meno serio e che veniva ai bolscevichi come un’unità politica isolata, priva di un esercito? Certamente non poteva!
[…] Il fatto è che il vecchio fardello del trotskismo, nascosto nell’armadio nei giorni del movimento di ottobre, viene ora di nuovo tirato fuori nella speranza di poterlo smerciare. (Stalin, “Trotskismo o leninismo?”, Opere complete , vol. VI, pp. 418-419)

Quando Trockij nascose il suo “fardello tanto sgradevole” nell’armadio era un’unità politica isolata. Quando lo tirò fuori di nuovo pensava di avere un potente esercito alla spalle. Si sbagliava. I ranghi militanti del Partito Comunista e tutti i lavoratori onesti dell’Unione Sovietica si rifiutarono di seguire l’uomo dal fardello tanto sgradevole. Ora sta cercando di fondare quell’esercito su scala mondiale. Senza successo.
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NOTE
[1] – In realtà le sue idee sulla strategia della guerra civile erano così sbagliate che se fossero state messe in pratica i nemici avrebbero trionfato. Basti ricordare che nell’estate del 1919, in un momento cruciale della lotta contro il generale bianco Kolčak, Trockij propose di muovere parte delle forze rosse dal fronte orientale a quello meridionale, lasciando la regione degli Urali, con le sue fabbriche e ferrovie, nelle mani di Kolčak.

Il Comitato Centrale del Partito Comunista si oppose e decise un’avanzata verso Kolčak per espellerlo dagli Urali. Quello fu l’inizio della fine per il generale, ma fu anche la fine del ruolo di Trockij sul fronte orientale. Subito non ebbe più alcun ruolo neppure sul fronte meridionale contro Denikin. Egli non racconta tutto questo nella sua storia della Rivoluzione. La sincerità di Trockij…

2. Le basi sociali del trotskismo

Abbiamo fornito alcuni dettagli sulla storia della vita politica di Trockij, ma il trotskismo non è questione di un uomo solo. Non è la peculiarità di un individuo. Il trotskismo è un fenomeno sociale. Il fatto che a Trockij sia capitato di far parte della Rivoluzione aggiunge un certo prestigio ai suoi discorsi agli occhi degli sprovveduti. In questo come in molti altri casi, l’elemento personale non può essere ignorato. Ma anche se Trockij non fosse mai esistito, il marchio dell’opposizione alla Rivoluzione che rappresenta avrebbe trovato una sua espressione.
Il trotskismo rinasce a ogni fase del movimento rivoluzionario perché è l’espressione di una certa classe, la piccola borghesia.
Una volta Karl Marx disse che questa classe è “una classe di transizione nella quale gli interessi di due classi si elidono simultaneamente”.
La piccola borghesia si trova a metà tra il proletariato e l’alta borghesia. Lotta per raggiungere la posizione dell’alta borghesia ma quest’ultima, usando il potere del capitale concentrato e centralizzato, la rigetta continuamente nella posizione del proletariato. Soggettivamente la grande borghesia desidera arricchirsi e raggiungere la vetta del potere economico capitalista, ma oggettivamente i suoi interessi stanno nella lotta contro il capitalismo perché esso le toglie il terreno sotto i piedi e perché soltanto in un sistema socialista il piccolo borghese di oggi diventerà un membro libero della società, non timoroso del futuro, dato che sotto il socialismo diverrà un individuo impegnato in un lavoro produttivo utile. La classe della piccola borghesia, perciò, è ondivaga. Gli interessi di due classi, disse Marx, si “elidono simultaneamente” in essa.

Ciò significa che la piccola borghesia non può essere completamente controrivoluzionaria come la grande borghesia, ma non può essere neppure completamente a favore della rivoluzione come il proletariato. La piccola borghesia è spaventata dalla grande borghesia ma ha paura anche della rivoluzione. Alcune parti di essa sono attratte dalla rivoluzione che rappresenta i loro interessi futuri, ma si ritirano davanti alla linea netta dell’opposizione rivoluzionaria. Fondamentalmente vorrebbero la pacificazione tra le classi, perché nulla è più caro al cuore della piccola borghesia della pace sociale. Comunque, sentono che la pace sociale significa anche la loro maledizione. Perciò, quando il proletariato sviluppa un forte movimento rivoluzionario, molti elementi piccolo-borghesi sono attratti irresistibilmente verso il campo rivoluzionario, soltanto per denunciarne gli “estremi” e nascondersi dietro la maschera dell’“estrema sinistra”. Si trovano male con il sistema capitalista esistente, ma anche con la rivoluzione e i suoi leader. Non essendo veramente rivoluzionari, essendo capaci soltanto di farsi guidare dalla rivoluzione, sviluppano spesso un’immensa vanità.

Pensano a se stessi come i “soli” e “autentici” rivoluzionari, e denunciano i veri rivoluzionari come “dogmatici” e “limitati”.
L’approccio di Trockij alla Rivoluzione è quello della piccola borghesia.
Il fatto che non sia né un bottegaio né un modesto artigiano non deve ingannare chi non conosce l’interpretazione marxista dei movimenti sociali. Non bisogna supporre, dice Marx, che coloro che rappresentano la piccola borghesia siano tutti “bottegai o campioni entusiasti della classe dei piccoli bottegai”.

Possono essere lontani dai bottegai, per cultura e situazione personale, tanto quanto il cielo è lontano dalla terra. Ciò che fa di essi dei rappresentanti del piccolo borghese è il fatto che la loro intelligenza non va al di là dei limiti che il piccolo borghese stesso non oltrepassa nella sua vita, e perciò essi tendono, nel campo della teoria, agli stessi compiti e alle stesse soluzioni a cui l’interesse materiale e la situazione sociale spingono il piccolo borghese nella pratica. Tale è, in generale, il rapporto che passa tra i rappresentanti politici e letterari di una classe e la classe che essi rappresentano. (Karl Marx, Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte)

Qual è stata l’influenza della piccola borghesia nella Rivoluzione russa?

Già nel 1908 Lenin, parlando del revisionismo del marxismo, spiegava così i suoi pericoli:

In ogni paese capitalista esistono sempre, accanto al proletariato, larghi strati di piccola borghesia, di piccoli proprietari. […] È del tutto naturale quindi che le concezioni piccolo-borghesi penetrino nuovamente nelle file dei grandi partiti operai. È del tutto naturale che debba essere così e sarà così sempre, sino allo sviluppo della rivoluzione proletaria, perché sarebbe un grave errore pensare che per compiere questa rivoluzione sia necessaria la proletarizzazione “completa” della maggioranza della popolazione. Ciò che noi sperimentiamo ora spesso soltanto nel campo ideologico: le discussioni contro le correzioni teoriche di Marx; ciò che ora non si manifesta nella pratica che a proposito di certi problemi particolari del movimento operaio: le divergenze tattiche coi revisionisti e le scissioni che si producono su questo terreno, tutto ciò la classe operaia dovrà inevitabilmente subirlo ancora in proporzioni incomparabilmente più grandi quando la rivoluzione proletaria avrà acutizzato tutti i problemi controversi, avrà concentrato tutte le divergenze sui punti che hanno l’importanza più diretta per determinare la condotta delle masse e ci avrà imposto, nel fuoco del combattimento, di discernere i nemici dagli amici e di respingere i cattivi alleati per infliggere al nemico colpi decisivi. (Lenin, “Marxismo e revisionismo”, Opere complete , vol. XV, p. 34)

Con la chiarezza di un genio, Lenin ha previsto la lotta della rivoluzione proletaria con i suoi “cattivi alleati” piccolo-borghesi. Qual è il ruolo di questi cattivi alleati? Vent’anni dopo Stalin lo ha spiegato così:
E siccome il proletariato non vive nel vuoto, ma nel più effettivo e reale dei mondi, con tutte le sue particolarità, gli elementi borghesi, sorti sulla base della piccola produzione, “circondano il proletariato, da ogni parte, d’un ambiente piccolo-borghese, lo penetrano di questo ambiente, lo corrompono, spingono continuamente il proletariato a ricadere nella mancanza di carattere, nella dispersione, nell’individualismo, nelle alternative di entusiasmo e di abbattimento che sono proprie della piccola borghesia”. (Lenin, “Estremismo, malattia infantile del comunismo”, Opere complete, vol. XXXI, p. 34) e così portano nel proletariato e nel suo partito certi ondeggiamenti, certe esitazioni.
Ecco qual è la radice, la base di ogni sorta di esitazioni e di deviazioni dalla linea leninista nelle file del nostro partito. (Stalin, Del pericolo di destra nel Partito Comunista (bolscevico) dell’URSS)

Più precisamente, Stalin spiega in Principi del Leninismo

Tutti questi gruppi piccolo-borghesi penetrano in un modo o nell’altro nel partito, portandovi lo spirito dell’esitazione e dell’opportunismo, lo spirito della disgregazione e dell’incertezza. Essi sono pure la fonte principale del frazionismo e della disgregazione, la fonte della disorganizzazione e della demolizione del partito dall’interno. Fare la guerra all’imperialismo avendo alle spalle simili «alleati», significa trovarsi nella posizione di gente che è presa a fucilate da due parti: di fronte e alle spalle. Perciò la lotta spietata contro questi elementi, la loro espulsione dal partito, è condizione pregiudiziale del successo della lotta contro l’imperialismo. (Stalin, “Principi del leninismo”, Opere complete , vol. VI, p. 225)

La definizione del trotskismo come rappresentante dell’influenza della piccola borghesia sul proletariato e su alcuni membri del Partito Comunista venne espressa ripetutamente nelle risoluzioni dei Congressi del Partito Comunista dell’Unione Sovietica. Il Tredicesimo Congresso (1924) dichiarò:

Con la presente “opposizione” siamo di fronte non solo a un tentativo di revisionismo del bolscevismo, non solo a un allontanamento dal leninismo, ma anche a una deviazione piccolo-borghese espressa con chiarezza. Non c’è il minimo dubbio sul fatto che questa “opposizione” riflette oggettivamente la pressione della piccola borghesia sulle posizioni del Partito del proletariato e sulla sua politica.

Al Quindicesimo Congresso (1927) il Partito Comunista definì così l’opposizione di Trockij, Zinov’ev e Kamenev:
La negazione della possibilità di un’edificazione vittoriosa del socialismo in Unione Sovietica e la conseguente negazione del carattere socialista della nostra Rivoluzione, la negazione del carattere socialista dell’industria di Stato, la negazione dello sviluppo socialista nei villaggi sotto la condizione della dittatura del proletariato e della politica di unione del proletariato con le masse contadine sulla base dell’edificazione socialista, e infine la sostanziale negazione della dittatura del proletariato in Unione Sovietica (“Termidoro”) e la conseguente tendenza alla capitolazione e allo sconfittismo: tutti questi orientamenti ideologici hanno trasformato l’opposizione di Trockij in uno strumento della democrazia piccolo-borghese all’interno dell’Unione Sovietica e in una truppa ausiliaria della socialdemocrazia internazionale al di fuori delle sue frontiere.

Come individuo, Trockij è soltanto il rappresentante di una certa classe sociale. È un intellettuale piccolo-borghese. Ha iniziato opponendosi alla Rivoluzione e al Partito Comunista, e ha finito col guidare la controrivoluzione. Fedele alla sua natura, è entrato nel movimento rivoluzionario della classe lavoratrice, ma non ha mai creduto alla capacità delle forze rivoluzionarie di portare la Rivoluzione a una conclusione vittoriosa e ha sempre detestato l’essenza stessa del Partito proletario. Detesta le tediose attività quotidiane della costruzione e del perfezionamento dell’organizzazione dei lavoratori. Detesta la disciplina quando è applicata a lui, ma la ama quando è applicata agli altri. Quando era Commissario di Guerra era spietato verso i suoi subordinati. Quando sconfitto mille a uno nel Partito Bolscevico, rifiutò di sottomettersi.
Nel periodo più rivoluzionario della sua vita fu sempre pieno di incertezze. Ogni volta che la Rivoluzione si trovava di fronte a una difficoltà, cadeva nel panico. Quando erano necessarie pazienza e resistenza, chiedeva azioni spettacolari. Quando la ritirata temporanea era l’ordine del giorno, sosteneva spavalderie senza senso che avrebbero distrutto la Rivoluzione. Quando la Rivoluzione raccoglieva le forze per una nuova avanzata, ne lamentava il “collasso”. Quando si arrivava a una nuova vittoria, la dipingeva come una sconfitta.

In questo, come nella sua refrattarietà ad ammettere gli errori, ad applicare a se stesso l’autocritica, rappresentava soltanto la sua classe.
Quello che caratterizzava la sua opposizione, quando era ancora soltanto un semplice oppositore, era la mancata comprensione delle forze che muovevano la Rivoluzione e un approccio aridamente razionale alla soluzione dei problemi, un approccio che non aveva alcun rapporto con le realtà della vita. Quello che lo caratterizza adesso, ora che guida l’avanguardia dei controrivoluzionari, è la deliberata invenzione di modi e mezzi per danneggiare la Rivoluzione, l’Unione Sovietica, il Partito Comunista dell’Unione Sovietica, il movimento comunista di tutto il mondo. Questo è diventato il suo unico scopo, l’unica ragione della sua esistenza.

Una volta aveva un sogno. Credeva di essere in grado di prendere il posto di Lenin nel Partito Bolscevico. Il Partito di Lenin non poteva essere guidato da un uomo che non era mai stato un bolscevico e aveva sempre combattuto Lenin. Ma egli non riuscì a capire questa ovvia verità. Siccome era arrivato a credere di essere la forza propulsiva della Rivoluzione, non riteneva possibile accettare un posto minore. Siccome era un intellettuale piccolo-borghese, non riusciva a mettere gli interessi del Partito al di sopra dell’ambizione personale. Perciò dovette recitare la parte del grande intransigente. Da quella posizione è scivolato nell’orrenda fogna in cui si trova oggi.

La storia dei suoi ultimi dieci anni è la storia di una caduta continua. Da membro del Politburo a oppositore interno al Partito, a intralcio espulso dal Partito, a nemico espulso dall’Unione Sovietica, a fornitore alla borghesia mondiale di menzogne sull’Unione Sovietica, a organizzatore delle forze di sabotaggio contro il Partito Comunista e l’Internazionale Comunista, a ispiratore dei complotti per assassinare i dirigenti rivoluzionari, puntando dritto al cuore della Rivoluzione.
In verità, nessun uomo è mai caduto così in basso.

Una volta aveva un sogno. Ne ha uno anche adesso. Vedere l’Unione Sovietica sabotata, il Partito Comunista distrutto, i dirigenti bolscevichi assassinati, il movimento comunista mondiale schiacciato, l’Internazionale Comunista spazzata via, come lo farebbe felice tutto questo! Come si compiace di questa visione! Ovviamente con lo dice così chiaramente. Non può scoprirsi di fronte al mondo. Il suo sporco lavoro è reclutare per la controrivoluzione attraverso una fraseologia radicale. È un maestro nella contraffazione delle parole. Ma tutte le sue azioni sono volte a realizzare il suo sogno.
In questo è identico a Matthew Woll e Randolph Hearst, Abramovich e Hamilton Fish. Stesso stampo.
3. Definizione del trotskismo
Che cos’è il trotskismo?
Più di dieci anni fa, quando Trockij godeva ancora del privilegio di far parte del Partito Comunista dell’Unione Sovietica, Stalin rintracciò nel trotskismo “tre peculiarità che lo pongono in contraddizione inconciliabile con il leninismo”.
Prima di andare avanti dobbiamo dire una parola sui mediti qui usati per discutere del trotskismo. La questione è trattata dal punto di vista del marxismo-leninismo. Si suppone che il leninismo si è dimostrato corretto nella teoria e nella pratica della Rivoluzione. Diamo quindi per scontato che l’opposizione al leninismo è erronea.
Siamo pienamente consapevoli che molti lettori potrebbero essere in disaccordo con il punto di vista leninista. Potrebbero essere contrari alla rivoluzione proletaria, alla dittatura del proletariato, al sistema socialista. Questi lettori potrebbero trovare conforto negli attacchi di Trockij al leninismo. Ma allora devono ammettere di cercare in Trockij non una conferma ma un rifiuto della soluzione leninista al problema sociale. Contro lettori di questo tipo, che attingono dal torrente fangoso delle denunce di Trockij utili argomenti contro l’Unione Sovietica e il comunismo del suo paese , non si troveranno argomenti in queste pagine. L’unica cosa che questi lettori dovrebbero fare è ammettere di usare le munizioni di Trockij contro tutto ciò che Marx, Engels e Lenin hanno sostenuto e contro tutto ciò che Stalin, insieme all’Internazionale Comunista, sostiene oggi.

Molto diverso è il caso di coloro che si dichiarano a favore della rivoluzione proletaria, che ammettono la necessità di organizzare la classe lavoratrice per il rovesciamento del capitalismo e la fondazione di un potere sovietico, e che riconoscono in Lenin il maestro e fondatore del Partito Bolscevico e il leader storico della rivoluzione proletaria. Gli argomenti che seguono intendono dimostrare che non è possibile essere a favore della rivoluzione proletaria e del trotskismo, che se si accettano gli argomenti di Trockij ci si allontana da Lenin, che le affermazioni di fedeltà al leninismo da parte sua sono specchietti per le allodole dietro cui si nascondono la sua sfiducia nel proletariato, nel Partito Comunista Bolscevico e nei suoi metodi, e che il trotskismo è in realtà un’arma contro la Rivoluzione proletaria, un’arma dipinta di rosso per ingannare i lavoratori con tendenze radicali.
Possiamo supporre che coloro che sono onesti nei confronti nel rovesciamento del capitalismo e nella fondazione della dittatura del proletariato (in base ai principi dettati dalla Rivoluzione russa) nei paesi ora capitalisti, compresi gli Stati Uniti, condividano queste affermazioni:
a) che il Partito Comunista (Bolscevico) è il primo requisito per una rivoluzione di successo ;
b) che può esserci soltanto un Partito Bolscevico in ogni paese, e non molti, e che l’unità di quel Partito, la sua coesione e quindi la sua forza sono di suprema importanza;
c) che la spina dorsale della rivoluzione socialista è il proletariato urbano;
d) che il Partito Comunista può realizzare la rivoluzione proletaria solo quando guida l’intera classe lavoratrice, o almeno la sua maggioranza, in un’insurrezione armata contro lo Stato capitalista;
e) che il successo della rivoluzione dipende in larga parte dalla capacità del Partito e del proletariato di allearsi con gli altri gruppi e le altre classi di oppressi e sfruttati, in primo luogo con i contadini, la piccola classe media delle città, gli intellettuali oppressi, eccetera;
f) che la fiducia tra i dirigenti e i membri del Partito è una delle condizioni più importanti per il successo, e che la sfiducia nella dirigenza bolscevica, quando è immotivata, indebolisce la rivoluzione;

g) che può esserci soltanto una Internazionale Comunista che guidi i Partiti Comunisti del mondo;
h) che non si può essere un vero rivoluzionario se si combatte contro l’Unione Sovietica, dato che l’Unione Sovietica è il massimo successo del proletariato mondiale e un esempio di costruzione del socialismo. Ma torniamo alla definizione di Stalin. Bisogna ricordare che Stalin la pronunciò in un momento in cui il trotskismo aveva appena cominciato ad alzare la testa. Il testo in cui è contenuta la definizione, Trotskismo o leninismo, fu pubblicato nel novembre 1924. È straordinario con quale chiarezza Stalin abbia previsto il significato e lo sviluppo futuro del trotskismo quando ancora Troskij aveva fama di essere uno dei massimi eroi della Rivoluzione.
Secondo Stalin le “peculiarità” del trotskismo sono: Primo, il trotskismo è la teoria della cosiddetta “rivoluzione permanente”, che è soltanto un altro nome dell’idea che sarebbe impossibile costruire il socialismo in Unione Sovietica. Secondo, il trotskismo significa mancanza di fiducia nella lealtà del Partito Bolscevico, nella sua unità, nella sua ostilità agli elementi opportunisti, che porta alla teoria della “convivenza dei rivoluzionari con gli opportunisti, con i loro gruppi e gruppetti, in seno a un unico partito” (Stalin, “Trotskismo o leninismo”, Opere complete , vol. VI, p. 471). Terzo, il trotskismo significa sfiducia nei dirigenti bolscevichi, tentativo di screditarli e infangarli. Con una visione profetica Stalin sottolinea i pericoli del trotskismo.
Quale pericolo racchiude il nuovo trotskismo? Il pericolo di trasformarsi, per tutto il suo contenuto intrinseco, in un centro e punto di raccolta degli elementi non proletari, che inspirano a indebolire, a disgregare la dittatura del proletariato. […] Il trotskismo opera adesso per menomare il prestigio del bolscevismo e scalzarne le basi. (Stalin, “Trotskismo o leninismo?”, Opere complete, vol. VI, p. 425)
Descrivendo nuovamente il trotskismo sei anni dopo, nel giugno 1930, Stalin dovette soltanto approfondire le “peculiarità” già citate. Le attività dei trotskisti erano coerenti con la descrizione data in passato da Stalin. Ciò che aveva anticipato nel 1924 come possibilità e tendenza era diventato una pratica consolidata.
L’essenza del trotskismo consiste prima di tutto nella negazione della possibilità della costruzione del socialismo nell’Unione Sovietica, con le forze della classe operaia e dei contadini del nostro paese. Che cosa significa? Significa che se in un prossimo futuro non dovesse arrivare un aiuto sotto forma di una rivoluzione mondiale vittoriosa, dovremmo capitolare alla borghesia e fare spazio a una repubblica democratica-borghese. Di conseguenza, ci troviamo di fronte al rifiuto borghese della possibilità di costruire il socialismo nel nostro paese, mascherato da una fraseologia “rivoluzionaria” sulla vittoria della rivoluzione mondiale.
L’essenza del trotskismo consiste, in secondo luogo, nella negazione della possibilità di attirare le masse contadine verso la costruzione del socialismo nelle campagne. Che cosa significa? Significa che la classe lavoratrice non è abbastanza forte da guidare i contadini dietro di sé con l’obiettivo di portare le fattorie individuali sulla strada della collettività, e che se in un prossimo futuro la vittoria della rivoluzione mondiale non dovesse venire in aiuto della classe lavoratrice, i contadini restaureranno il vecchio ordine borghese. Di conseguenza, ci troviamo di fronte alla negazione borghese della forza e delle opportunità della dittatura del proletariato di guidare i contadini verso il socialismo, mascherata con una fraseologia “rivoluzionaria” sulla vittoria della rivoluzione mondiale.
L’essenza del trotskismo consiste, in terzo luogo, nella negazione della necessità della ferrea disciplina, nel riconoscimento della libertà dei gruppi frazionisti all’interno del Partito, nell’accettazione della necessità di costituire un partito trotskista. Per il trotskismo, il Partito Comunista dell’Unione Sovietica non deve essere un partito militante, unito e singolo, ma una collezione di gruppi e fazioni, ciascuno con la propria organizzazione centrale, la propria stampa e così via. E che cosa significa? Significa che dopo la libertà dei gruppi politici nel Partito dovrà arrivare la libertà dei partiti politici nel paese, cioè la democrazia borghese. Di conseguenza, ci troviamo di fronte all’accettazione della libertà dei gruppi frazionisti nel Partito, che porta direttamente alla tolleranza dei partiti politici nel paese della dittatura del proletariato, il tutto mascherato con frasi sulla “democrazia interna al Partito” e sul “miglioramento del regime” all’interno del Partito. (Stalin, Leninism, edizione inglese, vol. II, pp. 391-393)

La negazione della possibilità di costruire il socialismo in Unione Sovietica può soltanto scoraggiare i lavoratori sovietici, distruggere la loro fiducia, affievolire il loro entusiasmo. La negazione della possibilità di costruire il socialismo nelle campagne può soltanto scoraggiare i contadini piccoli e medi, indebolire la loro lotta contro i kulaki, indebolire la loro fiducia nel proletariato urbano e nel suo Partito come guide della Rivoluzione e costruttori del socialismo. La negazione della necessità della disciplina ferrea nel Partito può soltanto incoraggiare le rotture della disciplina, indebolendo così l’arma più forte della dittatura del proletariato. Per questo motivo nel 1930 Stalin lo definì “un gruppo anti-proletario, anti-sovietico e controrivoluzionario che informa con cura la borghesia degli affari del nostro Partito”. (Ibid., p. 391)
Oggi il trotskismo non si limita più a “informare” la borghesia. Oggi il trotskismo è il centro e il punto di incontro dei nemici dell’Unione Sovietica, del proletariato rivoluzionario dei paesi capitalisti, dell’Internazionale Comunista. Il trotskismo sta cercando non solo di disgregare la dittatura del proletariato in Unione Sovietica, ma anche di disgregare le forze a favore della dittatura del proletariato di tutto il mondo.
* * *La nostra esposizione seguirà le “peculiarità” del trotskismo nell’ordine dato da Stalin. Aggiungeremo alcuni capitoli sulle imprese recenti dei trotskisti negli Stati Uniti e all’estero.

4. Socialismo in un solo paese

La negazione della possibilità del socialismo in un solo paese è la base di tutte le idee e le politiche del trotskismo. La negazione, a sua volta, comprende due premesse:
1. la negazione della possibilità di una rivoluzione proletaria vittoriosa in un solo paese quando non c’è una rivoluzione simultanea in uno o più altri paesi;
2. la negazione della possibilità di costruire il socialismo in un paese dove si è svolta una rivoluzione proletaria se non ci sono rivoluzioni simultanee in altri paesi.
Questo è contrario ai fatti storici e all’essenza stessa della concezione leninista della rivoluzione proletaria. Iniziamo da quest’ultima.
La concezione leninista della rivoluzione proletaria nasce dall’analisi della presente fase capitalista come imperialismo, la fase della decadenza del capitalismo, l’“agonia del capitalismo”. Le caratteristiche principali della fase imperialista del capitalismo, secondo il leninismo, sono:

1. il dominio del capitale finanziario nei paesi a capitalismo avanzato; l’esportazione di capitali nei paesi arretrati che rappresentano fonti di materie prime; un’oligarchia finanziaria onnipotente e oppressiva;

2. la crescita di “sfere di influenza” del capitale finanziario e dei suoi possedimenti coloniali fino alla formazione di un “sistema mondiale di legami finanziari e dell’oppressione coloniale dell’ampia maggioranza dell’umanità da parte di una manciata di paesi avanzati”;

3. l’inevitabilità di violente lotte tra quei paesi che hanno già preso possesso dei territori del globo e quelli che desiderano ottenere la loro “parte”: una lotta per la ripartizione del mondo.
La prima delle caratteristiche dell’imperialismo elencate implica “un’intensificazione della crisi rivoluzionaria nei paesi capitalisti e la crescita degli elementi di un’esplosione del fronte interno rivoluzionario al loro interno”. La seconda caratteristica porta a “un’intensificazione della crisi rivoluzionaria nei paesi coloniali e un’accumulazione degli elementi di scontento verso l’imperialismo nel fronte esterno, il fronte coloniale”. La terza caratteristica include il concetto di “inevitabilità della guerra sotto l’imperialismo e l’inevitabilità di una coalizione tra la rivoluzione proletaria in Europa e la rivoluzione coloniale in Oriente, portando così alla formazione di un fronte unito mondiale delle rivoluzioni contro il fronte mondiale dell’imperialismo”. (Si veda Lenin, Imperialismo, fase suprema del capitalismo; Stalin, Principi del leninismo; Programma dell’Internazionale Comunista)
Da questa analisi consegue che esiste un sistema imperialista dell’economia mondiale che rappresenta una unità integrale, che questa unità è continuamente spinta alla divisione e all’esplosione dalle sue contraddizioni interne, e che la rivoluzione proletaria che matura ovunque, anche in paesi relativamente arretrati perché il sistema complessivo è maturo per essa, potrebbe spezzare la catena dell’imperialismo mondiale nel suo anello debole.
La concezione dell’imperialismo come sistema integrato e della rivoluzione proletaria che scoppia dove l’imperialismo è più debole fornisce la chiave per comprendere la rivoluzione proletaria.
Ma ciò significa che in un primo momento la rivoluzione si svolgerà inevitabilmente in un solo paese. Altri paesi potrebbero seguirlo, ma la regola sarebbe una rivoluzione in un solo paese, dove per una ragione o l’altra l’imperialismo non può più impedire l’emergere delle forze rivoluzionarie.
Tutto questo è l’ABC e dovrebbe essere noto a tutti coloro che conoscono i fondamenti del leninismo. Ma il trotskismo nega proprio questo.

Troskij concentrò i suoi attacchi contro la teoria leninista dello “sviluppo ineguale del capitalismo”. È in questi termini che Lenin riassunse i suoi insegnamenti sulla fase imperialista del capitalismo, ed è proprio lo sviluppo ineguale del capitalismo che Trockij nega.

Che cos’è lo sviluppo ineguale del capitalismo? Stalin, che più di chiunque altro dopo Lenin si è occupato dello sviluppo della teoria leninista dell’imperialismo e della rivoluzione mondiale, lo spiega in questo modo.
Lo sviluppo ineguale del capitalismo non consiste nel fatto che alcuni paesi sono economicamente più avanzati di altri; in altre parole, sviluppo ineguale non significa diversi gradi di sviluppo dei paesi capitalisti; inoltre, queste differenze nel grado di sviluppo tendono a diminuire nell’epoca presente: è in corso un processo di livellamento delle differenze nel grado di progresso economico dei vari paesi, con i più arretrati che lottano per raggiungere e superare i paesi avanzati. E neppure lo sviluppo ineguale del capitalismo consiste soltanto nel fatto che alcuni paesi raggiungono il livello di altri e li superano come per evoluzione. Questi cambiamenti nelle posizioni relative dei vari paesi non sono una caratteristica peculiare dell’imperialismo: è noto che sono accaduti anche in epoca precedente all’imperialismo.

La legge dello sviluppo ineguale nel periodo dell’imperialismo significa sviluppo a sbalzi di alcuni paesi in confronto ad altri, rapida cacciata dal mercato mondiale di alcuni paesi ad opera di altri, ripartizioni periodiche del mondo già spartito attraverso conflitti armati e catastrofi militari, approfondimento e inasprimento dei conflitti nel campo dell’imperialismo, indebolimento del fronte del capitalismo mondiale, possibilità di rottura di questo fronte da parte del proletariato di singoli paesi, possibilità della vittoria del socialismo in singoli paesi. (Stalin, “Ancora sulla deviazione socialdemocratica nel nostro partito”, Opere complete , vol. IX, pp. 127-128)

Due anni prima della Rivoluzione del 1917 Lenin, criticando la parola d’ordine degli “Stati Uniti d’Europa” avanzata da alcuni bolscevichi all’inizio della guerra, la rifiutò proprio perché implicava l’impossibilità del socialismo in un solo paese. L’idea degli Stati Uniti d’Europa sotto il capitalismo, disse Lenin, era impossibile o reazionaria perché equivaleva a un accordo per spartirsi le colonie. Gli Stati Uniti del Mondo (e non della sola Europa) erano, secondo Lenin, la forma statale di unione e libertà nazionale che i comunisti legavano al socialismo, finché la totale vittoria del comunismo non avrebbe portato alla totale scomparsa dello Stato.

La parola d’ordine degli Stati Uniti del mondo, come parola d’ordine indipendente, non sarebbe forse giusta, innanzitutto perché essa coincide con il socialismo; in secondo luogo, perché potrebbe ingenerare l’opinione errata dell’impossibilità della vittoria del socialismo in un solo paese [corsivo nostro] e la concezione errata dei rapporti di tale paese con gli altri. (Lenin, “Sulla parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa”, Opere complete, vol. XXI, p. 314)

Lenin poi afferma:

L’ineguaglianza dello sviluppo economico e politico è una legge assoluta del capitalismo [corsivo nostro]. Ne risulta che è possibile il trionfo del socialismo all’inizio in alcuni paesi o anche in un solo paese capitalistico, preso separatamente. Il proletariato vittorioso di questo paese, espropriati i capitalisti e organizzata nel proprio paese la produzione socialista, si solleverebbe contro il resto del mondo capitalista, attirando a sé le classi oppresse degli altri paesi, spingendole ad insorgere contro i capitalisti, intervenendo, in caso di necessità, anche con la forza armata contro le classi sfruttatrici ed i loro Stati. […] Impossibile la libera unione delle nazioni nel socialismo senza una lotta ostinata, più o meno lunga, fra repubbliche socialiste e Stati arretrati. (Ibid.)

Trockij nega lo sviluppo ineguale dei paesi capitalisti nella fase imperialista. Nega l’intera analisi leninista dell’imperialismo che forma un tutto integrato che deve essere spezzato dalla rivoluzione proletaria nel suo punto debole. Pensa che le contraddizioni interne ed esterne dell’imperialismo non siano abbastanza forti da rendere possibile la rottura del fronte imperialista in un singolo paese. Pensa che le forze della rivoluzione proletaria non siano abbastanza forti da spezzare il fronte imperialista in un singolo paese. Fedele alla sua abitudine di ricoprire il disfattismo con una fraseologia rivoluzionaria, propone l’idea della rivoluzione in un paese supportata dalle rivoluzioni in altri paesi, ma questo non può cancellare il fatto che egli abbia detto ai lavoratori di tutti i paesi: “voi non potete fare una rivoluzione da soli; sarete certamente sconfitti; aspettate che inizino altri paesi; se non c’è una rivoluzione altrove, siete condannati”.
Il che equivale a negare la possibilità di ogni rivoluzione.
Accade al tempo in cui la prima Rivoluzione (1905) non era ancora finita, anche se stava declinando, mentre i bolscevichi con Lenin facevano ogni sforzo per tenere in vita le organizzazioni dei lavoratori sotto i colpi della reazione crescente; quando i bolscevichi facevano il possibile per riconoscere il valore di ciò che stava succedendo, per analizzare le forze della Rivoluzione, capire le ragioni della sconfitta delle forze rivoluzionarie e preparare le masse a nuove battaglie che erano inevitabili, dato che la Rivoluzione non aveva raggiunto i suoi obiettivi. Fu proprio in quel contesto che Trockij se ne uscì con questa previsione:

Senza il supporto statale diretto del proletariato europeo, la classe operaia di Russia non può mantenere il potere e trasformare il suo governo temporaneo in una dittatura socialista durevole. Su questo non possiamo avere dubbi nemmeno per un istante. (Trockij, La nostra rivoluzione, edizione russa, 1906, p. 278

Che cosa afferma qui Trockij? Dice ai lavoratori che, anche se per coincidenza si trovassero in possesso del potere statale, essi non sarebbero in grado di mantenere quel potere. Avrebbero bisogno, sostiene, del supporto stata del proletariato europeo, cioè del supporto del proletariato europeo in possesso del potere statale. In assenza di quel supporto, la riuscita di una rivoluzione in Russia è impossibile, ed è inutile per i lavoratori russi tentare di prendere il potere. Trockij è d’accordo con i menscevichi che, non considerando la natura imperialista del capitalismo attuale, sono ancora attaccati alla vecchia idea che il movimento proletario rivoluzionario debba essere più forte nei paesi a capitalismo più avanzato. Trockij, insieme ai menscevichi, non considera lo sviluppo ineguale del capitalismo che spiega perché i movimenti rivoluzionari possono essere più forti dove la catena imperialista è più debole, non necessariamente nei paesi capitalisti più avanzati.

Ecco la risposta di Trockij alla teoria leninista dello sviluppo ineguale del capitalismo. La scrisse nel suo opuscolo del 1917 Programma di pace. La ripubblicò nel 1924 nelle sue Opere complete , ritenendola ovviamente corretta.

L’unica considerazione storica più o meno concreta mossa contro la parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa venne formulata sullo svizzero Social-Democrat [organo bolscevico] in questa frase: “Lo sviluppo economico e politico ineguale è una legge assoluta del capitalismo”. Da questo il Social-Democrat trasse la conclusione che la vittoria del socialismo fosse possibile in un solo paese, e che perciò non avesse senso considerare la creazione degli Stati Uniti d’Europa la condizione per la dittatura del proletariato in ogni singolo paese. Che lo sviluppo del capitalismo nei diversi paesi sia ineguale è un fatto assolutamente incontrovertibile. Ma questa stessa ineguaglianza è essa stessa estremamente ineguale. Il livello capitalista di Inghilterra, Austria, Germania o Francia non è identico. Ma a paragone con l’Africa o l’Asia tutti questi paesi rappresentano l’“Europa” capitalista, che è matura per la rivoluzione sociale. Che nessun singolo paese debba “attendere” gli altri nella propria lotta è un’idea elementare che è utile e necessario ripetere, al fine di evitare la sostituzione dell’idea dell’azione internazionale simultanea con quella dell’inazione internazionale attendista. Senza attendere gli altri, noi iniziamo e continuiamo la nostra lotta sul nostro suolo nazionale, sicuri che la nostra iniziativa darà impeto alla lotta negli altri paesi; ma se questo non dovesse succedere, allora sarebbe inutile, alla luce dell’esperienza storica e delle considerazioni teoriche, pensare per esempio che una Russia rivoluzionaria possa resistere di fronte all’Europa conservatrice o che una Germania socialista possa rimanere isolata nel mondo capitalista. (Lev Trockij, Opere complete, edizione russa, vol. III, parte I, pp. 89-90)

Si noti il riferimento a una sola frase. L’unica “considerazione storica più o meno concreta”, dice Trockij, contro la parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa e a favore della possibilità di una rivoluzione proletaria vittoriosa in un singolo paese si trova in una sola frase. Trockij ignora l’intera teoria leninista dell’imperialismo come fase del capitalismo decadente, del capitalismo morente. L’intera teoria leninista della rivoluzione per lui non esiste. Cancella il riferimento allo sviluppo economico ineguale affermando che i principali paesi europei sono tutti maturi per la rivoluzione sociale.
Quello che non nota è, da un lato, la contraddizione tra Inghilterra, Austria, Germania o Francia, e dall’altro le contraddizioni tra quei paesi e le loro colonie e sfere di influenza. Per lui la rivoluzione non è il risultato di quelle contraddizioni, della rottura del fronte imperialista in questo o quel paese.

Per lui la rivoluzione arriva simultaneamente o quasi simultaneamente nei paesi più avanzati, oppure non arriva affatto. Dato che le rivoluzioni non avvengono in questo modo, è ovvio che Trockij non vede la possibilità di una rivoluzione. Occorre ricordare che questo fu pubblicato nel 1924, sette anni dopo la Rivoluzione d’ottobre. Era inutile, disse Trockij, pensare che la Rivoluzione in Russia potesse “resistere” di fronte all’Europa conservatrice.
Questo è, come lo definì Stalin, “un peccato contro la realtà”. Il fatto che il proletariato dell’Unione Sovietica avesse mantenuto il potere per sette anni di fronte all’Europa capitalista avrebbe dovuto convincere chiunque della correttezza della teoria leninista sulla vittoria della rivoluzione socialista in un singolo paese. Ma cosa sono i fatti storici per Trockij? Ancora oggi si attacca alla sua fallimentare teoria dell’impossibilità del socialismo in un solo paese.
Quando i leninisti parlano della rivoluzione socialista in un solo paese non negano il supporto e l’assistenza rivoluzionari provenienti dalle masse di altri paesi. È ben noto che senza l’aiuto delle masse nei paesi capitalisti l’Unione Sovietica non avrebbe potuto resistere.

Questo stesso aiuto alla dittatura del proletariato da parte delle masse dei paesi capitalisti è una delle contraddizioni dell’imperialismo: la situazione nei paesi capitalisti potrebbe non essere matura per una rivoluzione, ma i lavoratori e gli altri sfruttati sono abbastanza rivoluzionari da rendersi conto che la dittatura del proletariato in Unione Sovietica è la più grande conquista del proletariato mondiale, e sono abbastanza determinati da combattere l’imperialismo dei loro paesi a difesa della patria dei lavoratori.
D’altro lato, la teoria leninista non nega la possibilità che la dittatura del proletariato di un singolo paese venga schiacciata da un’azione concertata dell’imperialismo mondiale, anche se la probabilità di un attacco del genere diminuisce con la crescita dell’Unione Sovietica e del movimento rivoluzionario nel mondo capitalista, comprese le colonie. Ma, essendo rivoluzionari, i leninisti si chiedono: che cosa farebbe il Partito proletario in una situazione rivoluzionaria in cui c’è la possibilità di un attacco vittorioso allo Stato capitalista, la possibilità di una presa di potere da parte del proletariato? I leninisti dicono che in quelle condizioni è un dovere per i lavoratori prendere il potere. I trotskisti dicono che i lavoratori devono prima assicurarsi che ci sia la possibilità di una rivoluzione in altri paesi; se questa possibilità non c’è, i lavoratori non devono prendere il potere. I leninisti sono proletari rivoluzionari. I trotskisti tendono a disarmare il proletariato per impedirgli di sfruttare la situazione rivoluzionaria.
Come ha potuto Trockij ignorare l’esistenza dell’Unione Sovietica? I lavoratori russi non presero il potere sotto la guida dei bolscevichi nell’ottobre 1917, “di fronte all’Europa conservatrice”? Non fu quella una rivoluzione in un solo paese? I lavoratori non sono stati al potere per così tanti anni?
Trockij non può ignorare il fatto che sta di fronte a lui, ma lo aggira per sostenere la sua “teoria” originale sull’impossibilità di una rivoluzione socialista vittoriosa in un singolo paese. Ciò che esiste in Unione Sovietica, per lui, non è una vera rivoluzione socialista; quello che viene fatto in Unione Sovietica non è la costruzione del socialismo.
Nella postfazione del 1922 del suo opuscolo Programma di pace scrive:

L’asserzione, ripetuta molte volte nel Programma di pace, che la rivoluzione proletaria non può arrivare a una conclusione vittoriosa all’interno dei confini di un solo paese potrebbe apparire, agli occhi di alcuni lettori, confutata dall’esperienza quasi quinquennale della nostra Repubblica Sovietica. Ma questa conclusione non avrebbe basi. Il fatto che lo Stato dei lavoratori abbia resistito contro il mondo intero in un singolo paese, e per di più in un paese arretrato, testimonia la colossale potenza del proletariato, che in altri paesi più avanzati, più civilizzati, sarà capace di realizzare autentiche meraviglie. Ma anche se come Stato abbiamo resistito dal punto di vista politico e militare, non abbiamo ancora iniziato a lavorare per creare una società socialista e non ci siamo neppure avvicinati a questa fase. Finché la borghesia rimane al potere in altri paesi europei siamo costretti, nella nostra lotta contro l’isolamento economico, a fare accordi con il mondo capitalista; allo stesso tempo si potrebbe dire con certezza che questi accordi potrebbero al massimo aiutarci a curare alcuni dei nostri mali economici, a fare questo o quest’altro passo avanti, ma quell’autentica avanzata nella costruzione dell’economia socialista in Russia sarà possibile solo dopo la vittoria del proletariato nei più importanti paesi europei. (Lev Trockij, Opere complete , edizione russa, vol. III. Parte I, pp. 92-93)

Questo è il modo in cui Trockij liquida i successi della Rivoluzione proletaria in Russia. Si sbaglia ma accumula un’affermazione fantastica sopra l’altra per coprire il suo errore originale. I lavoratori hanno mantenuto il potere in Russia; la Rivoluzione proletaria ha resistito di fronte a un mondo ostile, ma Trockij deve sempre avere ragione. È la Rivoluzione che, nella sua interpretazione, si sbaglia sempre. Il socialismo in Russia non può essere costruito senza la vittoria del proletariato “nei più importanti paesi europei”. Ciò che viene costruito in Russia, quindi, non è socialismo.
Così scrisse nel 1922, e così scrive ancora nel 1935, quando dichiara che l’Unione Sovietica si sta avvicinando alla “crisi generale”:
Le crisi politiche convergono verso la crisi generale, che si fa strada e si esprime nel fatto che, nonostante il titanico spreco di energie da parte delle masse e i più grandi successi tecnologici, i risultati economici sono ancora molto arretrati e la stragrande maggioranza della popolazione continua a condurre un’esistenza all’insegna della povertà. (Lev Trockij, L’assassinio di Kirov, 1935, p. 12)

Eccoci di fronte al cuore del metodo di Trockij. Per provare che il socialismo in un solo paese è impossibile, tenta di dimostrare che tutti i risultati dell’Unione Sovietica sono il contrario della costruzione del socialismo. Per rafforzare i suoi argomenti, guida la controrivoluzione che tenta di danneggiare la costruzione socialista e distruggere l’Unione Sovietica. Trockij resta sempre fedele a se stesso.

(continua)

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...."L’ineguaglianza dello sviluppo economico e politico è una legge assoluta del capitalismo. Ne risulta che è possibile il trionfo del socialismo all’inizio in alcuni paesi o anche in un solo paese capitalistico, preso separatamente...." Lenin -Sulla parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa-Pubblicato sul Sozial-Demokrat, n. 44, 23 agosto 1915.
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