Moissaye J. Olgin -Trotskismo: controrivoluzione mascherata (1935), terza parte

pubblicato in : http://www.revolutionarydemocracy.org/archive/olgin0.htm

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6. L’Unione Sovietica

Ancora nel 1931, in un opuscolo dal titolo La rivoluzione permanente, Trockij scrive testualmente:
La rivoluzione socialista inizia su basi nazionali, ma non può essere completata su quelle basi. Il mantenimento della rivoluzione proletaria all’interno di un quadro nazionale può essere soltanto provvisorio anche se, come mostra l’esperienza dell’Unione Sovietica, di lunga durata. In una dittatura proletaria isolata, le contraddizioni interne ed esterne crescono inevitabilmente al crescere dei successi. Restando isolato, lo Stato proletario diventerà alla fine vittima di queste contraddizioni.

Ora, i bolscevichi non hanno mai sostenuto che un attacco all’Unione Sovietica da parte dei governi capitalisti sia impossibile. I dirigenti bolscevichi sono sempre stati espliciti in questo senso. Lenin disse:

Fintantoché la nostra Repubblica sovietica resta un’isolata zona di confine circondata dall’intero mondo capitalista, sarà una fantasia assolutamente ridicola e utopica il pensare […] alla scomparsa di alcuno dei pericoli che ci sovrastano. Ovviamente, fino a quando queste contraddizioni fondamentali permangono, restano anche i pericoli, e non c’è posto dove possiamo nasconderci da essi. (Lenin, “Discorso all’assemblea dei segretari di cellula dell’organizzazione moscovita del Partito Comunista di Russia”, Opere complete, vol. XXXI, p. 414)
Con la crescita della potenza sovietica, il progresso dell’industrializzazione, lo sviluppo dell’agricoltura socialista, il rafforzamento delle forze difensive del paese mentre le simpatie per l’Unione Sovietica da parte dei lavoratori dei paesi capitalisti crescono rapidamente, i mezzi per resistere a un attacco militare dall’esterno sono aumentati. Ciononostante, il pericolo permane, e nessuno lo sa bene come la dirigenza sovietica.
Ma quando Trockij parla della crescita inevitabile delle contraddizioni interne ed esterne non intende il pericolo semplice e chiaro di un attacco militare imperialista. Insiste non tanto sulle contraddizioni esterne, cioè le contraddizioni tra la parte capitalista e quella socialista del mondo, ma piuttosto su quelle che chiama “contraddizioni interne”. Alla fine, dice, l’Unione Sovietica deve “cadere vittima” di queste contraddizioni.
Quali sono? Quali contraddizioni rimanevano in Unione Sovietica nel 1931? La classe dei proprietari terrieri si era estinta da tempo. La borghesia era ridotta a piccole e insignificanti frazioni di ciò che era in passato. I kulaki erano stati enormemente indeboliti in seguito alla rapida collettivizzazione dei villaggi. Le contraddizioni di classe diminuivano giorno dopo giorno con la rapida liquidazione dei resti delle vecchie classi. Le differenze tra città e campagna stavano diminuendo in seguito all’introduzione delle macchine e della tecnica moderna nella campagna collettivizzata.
I successi crescenti dell’Unione Sovietica significavano un ulteriore miglioramento della produzione industriale, un ulteriore progresso nella collettivizzazione, l’eliminazione dei kulaki e della piccola borghesia, la crescita della cultura in un paese in cui l’esistenza delle masse è assicurata. Perché questi successi crescenti dovrebbero celare delle “contraddizioni interne” che devono “inevitabilmente” aumentare?
Le difficoltà c’erano, sicuramente. I resti della borghesia non intendevano arrendersi senza combattere, e facevano danni qui e là, ma la crescita
dell’economia socialista e la rapida padronanza delle vette della conoscenza da parte dei lavoratori destinavano quei tentativi al fallimento. La stessa acquisizione delle tecniche moderne, il superamento delle vecchie abitudini di lavoro, il dominio della natura erano accompagnati da alcune discrepanze, alcune inadeguatezze. Ma quelle erano le difficoltà della crescita. Ogni passo successivo della Rivoluzione offriva soluzioni a quei problemi.
Da dove viene, quindi, l’inevitabilità di “restare vittima” di terribili contraddizioni interne?
Questo è uno dei tanti segreti del ragionamento di Trockij. Non è affatto un ragionamento. Ovviamente in questo caso il desiderio è il padre del pensiero, il desiderio che l’Unione Sovietica fallisca, così che la sua teoria della “rivoluzione permanente”, cioè lo scontro inevitabile tra proletari e contadini, si riveli corretta.
Forse Trockij intende dire che è impossibile costruire il socialismo in Unione Sovietica perché il paese non ha i requisiti necessari?
A rischio di essere tediosi, vorremmo ricordare un’altra volta che l’Unione Sovietica ha realizzato miracoli nella costruzione della vita economica e culturale del paese. Anche prima della fine della guerra civile, anche mentre gli eserciti interventisti stranieri erano ancora sul suolo sovietico, i bolscevichi iniziarono a pianificare il lavoro dell’edificazione socialista. All’inizio sembrava un compito sovrumano. Il paese era stato distrutto da tre anni di guerra imperialista, razziato dalle armate dei generali bianchi russi e dei governi stranieri, strangolato da quasi cinque anni di embargo economico. Ma i bolscevichi videro il grande patrimonio della dittatura del proletariato, l’inesauribile energia e le abilità creatrici delle masse liberate di lavoratori, con il proletariato in testa e il Partito Bolscevico alla guida.
Lenin, che meglio di chiunque altro conosceva le mancanze di quel grande paese, vide anche la possibilità di costruire il socialismo. Al tempo in cui Trockij stava pubblicando il suo 1905 per dimostrare che il socialismo in un solo paese era impossibile, al tempo in cui stava lavorando al suo programma di opposizione al leninismo, Lenin scrisse (gennaio 1923):

In realtà, il potere dello Stato su tutti i grandi mezzi di produzione, il potere dello Stato nelle mani del proletariato, l’alleanza di questo proletariato con milioni e milioni di contadini poveri e poverissimi, la garanzia della direzione dei contadini da parte del proletariato, ecc., non è forse questo tutto ciò che occorre per potere, con la cooperazione, con la sola cooperazione, che noi una volta consideravamo dall’alto in basso come affare da bottegai e che ora, durante la NEP, abbiamo ancora il diritto, in un certo senso, di considerare allo stesso modo, non è forse questo tutto ciò che è necessario per condurre a termine la costruzione di una società socialista integrale? [Corsivo nostro] Questo non è ancora la costruzione della società socialista, ma è tutto ciò che è necessario e sufficiente per condurre a termine la costruzione. (Lenin “Sulla cooperazione”, Opere complete, vol. XXXIII, p. 428)

Oggi la fondazione di una società socialista è già iniziata e l’Unione Sovietica si sta rapidamente avvicinando a una società senza classi. Ma Trockij mantiene ancora la posa del profeta e “avverte” il mondo:

La crisi incombente dell’economia sovietica farà inevitabilmente collare, in un prossimo futuro, la leggenda zuccherosa [della possibilità di costruire il socialismo in un solo paese] e, non abbiamo motivo per dubitarne, causerà molti morti. […] La crisi sovietica coglierà i lavoratori europei, e specialmente i comunisti, del tutto impreparati. […] Le contraddizioni dell’economia sovietica, l’incompletezza e la precarietà di molte delle sue conquiste, i grossolani errori della dirigenza e i pericoli che sbarrano la strada al socialismo […] Il prossimo futuro porterà con sé una nuova conferma della nostra correttezza. (Lev Trockij, L’economia sovietica in pericolo, pp. 4-5)

Essendosi convinto che il socialismo in Russia è semplicemente irrealizzabile, sviluppa una livorosa ostilità verso tutto ciò che accade in Unione Sovietica. Magnifica le difficoltà, ne inventa dove non esistono, vede una “crisi” dove c’è soltanto uno dei tanti ostacoli da superare, vede un affievolimento delle forze quando le forze stanno aumentando e aspettano il momento buono, nega i successi, li interpreta come fallimenti, assume la posa dell’accusatore puntando il dito contro il Partito Comunista e il suo Comitato Centrale guidato da Stalin, e dice: “eccoli, i burocrati che sono la rovina della Rivoluzione dei lavoratori”.
Alla base di tutto stanno la sua sfiducia intellettuale piccolo-borghese nella Rivoluzione e la sua paura di fronte agli ostacoli che minacciano la dittatura del proletariato in un mondo ostile.
Che cosa lo infastidiva così terribilmente all’inizio della sua carriera di oppositore? Che cosa ha fatto da base per l’unione priva di principi dei trotskisti con Zinov’ev e Kamenev? Era l’atteggiamento disfattista nei confronti della Nuova Politica Economica dell’Unione Sovietica.
Nel 1921 i bolscevichi, contro le valutazioni erronee di alcuni comunisti “di sinistra”, abbandonarono il cosiddetto comunismo di guerra e introdussero la Nuova Politica Economica (NEP). Il comunismo di guerra, che aveva prevalso dal 1918, era un mezzo per affrontare la guerra civile e respingere l’invasione. Il governo si appropriava di tutto ciò che veniva prodotto nel paese e lo distribuiva secondo quanto pianificato al fine di resistere all’attacco delle forze di classe nemiche. In quegli anni la produzione non aumentò, ma diminuì. I trasporti non furono migliorati e si deteriorarono. La quota maggiore di quanto veniva prodotto nelle fabbriche e nelle fattorie andava al fronte. Il governo raccoglieva vettovaglie e materie prime dai contadini e doveva fornire in cambio prodotti lavorati. Questi però non arrivavano a causa del collasso del sistema industriale e della necessità di rifornire il fronte. Perciò i contadini stavano supportando il paese in quegli anni cruciali e il governo, per usare l’espressione di Lenin, pagava in cambiali. Promise loro una sorte migliore in futuro. Quando la guerra finì, almeno nei suoi aspetti principali, quando la Repubblica sembrava al sicuro, almeno per un po’, divenne ovvio che la continuazione del comunismo militare era impossibile. Era necessario rafforzare l’alleanza con i contadini medi che si era indebolita sotto la pressione del comunismo di guerra. Era necessario gettare le fondamenta dell’edificazione del socialismo. In primo luogo, il paese dei soviet doveva imparare a produrre. Ai contadini dovevano essere dati gli incentivi per aumentare i raccolti, e questo era fattibile soltanto quando sarebbero stati liberi di vendere i loro prodotti al mercato libero. Per questo era necessaria la legalizzazione del mercato libero. Per uscire dall’orrenda stagnazione economica era necessario incoraggiare persino la produzione industriale privata.
La Nuova Politica Economica comprendeva:
a) le risorse naturali e gli stabilimenti industriali su larga scala sotto il controllo della dittatura del proletariato;
b) l’intero sistema bancario sotto il controllo della dittatura del proletariato;
c) l’intero sistema di trasporti su rotaia e su acqua sotto il controllo della dittatura del proletariato;
d) gli scambi con l’estero interamente sotto il controllo della dittatura del proletariato;
e) i suoli e gli edifici cittadini sotto il controllo dei soviet locali;
f) i terreni agricoli sotto il controllo dei soviet regionali e locali;
g) le manifatture e gli scambi privati permessi sotto la supervisione dello Stato proletario e in accordo alle leggi proletarie;
h) la possibilità per i contadini di vendere il surplus della loro produzione al mercato libero dietro pagamento di una tassa.
Era una ritirata dalla posizione del comunismo di guerra, ma era necessaria per un rapido salto in avanti. La dittatura del proletariato era più forte che mai. Le posizioni strategiche dell’intero sistema economico furono mantenute sotto controllo proletario; l’industria e gli scambi privati servivano soltanto come stimolo all’industria e al commercio socialisti per migliorare in quantità e qualità ed essere in grado di competere con il settore privato. Con i soviet che proteggevano le loro stesse industrie e i commerci, privilegiandoli rispetto a quelli privati, non era difficile prevedere che alla fine i primi avrebbero trionfato sui secondi.
Lenin, che aveva una fiducia incrollabile nelle abilità creative delle masse lavoratrici, introdusse la Nuova Politica Economica perché i soviet potessero iniziare un rapido progresso economico verso il socialismo. Trockij non vide quel progresso.
E poi c’erano i contadini. Trockij, come sappiamo, non ebbe mai una gran fiducia nei contadini come forza rivoluzionaria. Con l’introduzione della Nuova Politica Economica riapparve in campagna il contadino ricco, il kulak. In realtà, non assomigliava molto al contadino ricco pre-rivoluzionario. Era privo di potere politico e decisamente non così ricco come alcuni kulaki sotto il capitalismo. Ma era un dato di fatto innegabile. Per legge non poteva comprare terre, ma possedeva illegalmente le terre di alcuni contadini poveri che non avevano le attrezzature e la forza per lavorare la loro proprietà, e che molto spesso diventavano suoi braccianti. I kulaki divennero gli sfruttatori delle campagne. A volte si facevano strada fino ai soviet locali, dove esercitavano influenza politica. Il governo fece tutto il possibile per aiutare i contadini poveri: li liberò dalle tasse, concesse crediti, a volte forniva loro bestiame e attrezzature. D’altro lato, tassava la maggior parte dei profitti dei contadini ricchi. Nonostante questo, la divisione di classe nelle campagne era tornata.
Gli uomini della NEP nelle città, i kulaki in campagna! Trockij vide la sua opportunità. Insieme a Zinov’ev e Kamenev affermò che la Rivoluzione era in pericolo, che gli elementi capitalisti si stavano mangiando quelli socialisti nell’economia sovietica. Se gli oppositori fossero sinceramente spaventati o fingessero di allarmarsi, non ci riguarda. Quello che fecero fu rivolgere un attacco maligno e senza scrupoli contro la dirigenza del Partito Comunista.
Uno degli elementi caratteristici dell’opposizione trotskista è che non vuole vedere lo sviluppo dell’Unione Sovietica; finge di non notare le forze sociali che passano da una fase a un’altra. Nella NEP vide un sistema che sarebbe durato decenni, se non per sempre. Grazie alle difficoltà di quella politica, l’opposizione si rianimò. I bolscevichi avevano un piano preciso che consisteva nel cambiare la situazione radicalmente, e in un breve arco di tempo. Ma ignorare le affermazioni dei bolscevichi contrarie alle previsioni è un’altra caratteristica particolare del trotskismo.
Come previdero quel cambiamento il Partito Bolscevico e Stalin? Immaginarono e lavorarono per una rapida vittoria del settore socialista dell’economia nazionale su quello capitalista. Previdero che nell’immediato futuro le fabbriche socialiste sovietiche sarebbero migliorate a un punto tale che avrebbero potuto competere facilmente con quelle capitaliste e portare all’estinzione. Previdero che molto presto le cooperative avrebbero appreso così bene l’arte del commercio che sarebbero state in grado di escludere dagli affari i venditori privati e li avrebbero ridotti al rango di dipendenti. Per quanto riguarda i contadini piccoli e medi, il Partito e Stalin sapevano perfettamente che le proprietà e le gestioni private erano una fase di passaggio, che molto presto i contadini si sarebbero uniti alle cooperative, cioè che con l’aiuto del Partito e dello Stato avrebbero iniziato a costruire fattorie collettive, il che avrebbe significato la fine dei kulaki e l’abolizione delle classi nei villaggi.
Videro che alcuni kulaki si stavano arricchendo, ma non ne erano affatto spaventati. Sapevano che i kulaki non sarebbero durati a lungo come classe. La loro politica intendeva “riformare” i contadini poveri e medi, insegnargli a organizzare l’agricoltura socialista sotto la guida della dittatura del proletariato, e sapevano che questo avrebbe reso impossibile l’esistenza dei kulaki. Procedettero con tutta la prontezza possibile in quelle circostanze per preparare il materiale necessario alla collettivizzazione dell’agricoltura. Questo materiale consisteva in attrezzature migliori, macchine agricole, sementi migliorate e agronomi esperti per portare l’agricoltura al livello della produzione socialista.
Il piano era ben progettato. Fu concepito da Lenin e messo in pratica con coerenza e abilità dal Partito Bolscevico sotto Stalin. Era l’unica via possibile. Ma questa rivoluzione in campo agricolo poteva essere possibile solo con un’alleanza tra gli operai e i contadini.
Combattere i kulaki imponendo una pesante tassa sui loro profitti ed eliminando la loro influenza nei soviet locali; aiutare i contadini poveri con terre, attrezzature agricole, crediti e libertà dalle tasse; allearsi con i contadini medi per migliorare le loro condizioni economiche e avvicinarli agli obiettivi del proletariato; “elevare il livello culturale e materiale della vita contadina, mettere i piedi delle masse contadine sulla strada che porta al socialismo” (Stalin): questo era il piano ben progettato dai bolscevichi. Contro tutto questo furono sviluppate due teorie: quella di destra e quella di “sinistra”. La destra sottovalutava la natura capitalista dei kulaki, considerati come contadini medi. La “sinistra” (Trockij) sopravvalutava la natura piccolo-borghese dei contadini medi, considerati come kulaki.
All’improvviso Trockij scoprì una massa contadina che consisteva in larga misura di “kulaki”. Il Partito Bolscevico combatté queste due tendenze perché sapeva dove stava andando.

L’essenziale è ora di stringere i legami con le masse fondamentali dei contadini, elevarne il livello materiale e culturale e andare avanti insieme a queste masse fondamentali sulla via che porta al socialismo. L’essenziale è di edificare il socialismo insieme ai contadini, assolutamente insieme ai contadini e assolutamente sotto la direzione della classe operaia, poiché la direzione della classe operaia è la garanzia principale che l’edificazione percorrerà il cammino che porta al socialismo. (Stalin, “Bilancio dei lavori della XIV conferenza del PCR(b)”, Opere complete, vol. VII, pp. 143-144)

In che cosa consisteva il cammino per il socialismo nelle campagne? Stalin risponde così:

Ma come inserire l’economia contadina nel sistema dell’edificazione economica? Attraverso la cooperazione. Attraverso la cooperazione creditizia, agricola, di consumo, di produzione. Queste sono le vie e i sentieri attraverso i quali lentamente, ma sicuramente, l’economia contadina deve inserirsi nel sistema generale dell’edificazione socialista (Ibid., p. 145)

La cooperazione di produzione è l’altro nome delle fattorie collettive. Perché si doveva procedere lentamente? Perché le fabbriche e gli stabilimenti socialisti dovevano produrre abbastanza macchinari e utensili da spingere i contadini a organizzarsi in cooperative; perché le miniere sovietiche dovevano produrre carbone e minerali grezzi sufficienti per la produzione di ferro e acciaio da usare per i macchinari agricoli; perché i lavoratori dovevano essere addestrati per essere in grado di produrre; e per tutto questo ci vollero anni. In totale ci vollero non meno di sette anni, dal 1922 al 1929, dall’inizio della NEP alla grande balzo verso la collettivizzazione. Ma quanto rumore fecero i trotskisti in quegli anni! Quanti mali fecero! Quanti granelli di sabbia misero nella macchina dell’economia sovietica! Quanto danneggiarono l’unità del Partito Comunista, la prima condizione per realizzare la costruzione dell’economia socialista!

Per tre anni, dal 1924 al 1927, quando erano ancora membri del Partito, continuarono a insistere sulla crescita dei kulaki e degli uomini della NEP. Le loro proposte pratiche non erano dettate da una comprensione dell’economia sovietica, ma dal panico. Dicevano: “collettivizziamo tutti i contadini in una volta sola; se necessario usiamo la forza”. Il che avrebbe aizzato i contadini contro i proletari e mandato in rovina la Rivoluzione. Chiedevano di velocizzare l’industrializzazione investendo un altro miliardo di rubli nell’industria. Questo miliardo doveva essere ottenuto alzando i prezzi dei beni prodotti, il che avrebbe abbassato la qualità della vita: una misura che avrebbe aumentato le difficoltà invece di diminuirle, dato che l’innalzamento dei prezzi avrebbe colpito duramente i contadini poveri e medi, consumatori principali dei beni industriali, e avrebbe abbassato la qualità della loro vita, rafforzando soltanto la posizione dei kulaki.
L’opposizione di Trockij stava facendo tutto il possibile per separare il proletariato e i contadini medi.
Erano ancora nel Partito, ma lo combattevano come nemici intenzionati non a criticarlo ma a distruggerlo. Nessuna esagerazione era eccessiva per loro, nessuna insinuazione troppo bassa, nessuna distorsione troppo miserabile. Misero in circolazione pubblicazioni piene di vili accuse contro tutto quello che il Partito faceva. Salutarono il decimo anniversario della Rivoluzione d’ottobre affermando che il Partito Comunista era il partito dei burocrati, dei kulaki e degli uomini della NEP.
Questa propaganda era accompagnata dalla formazione di fazioni segrete che stampavano volantini e li distribuivano clandestinamente. Il Partito dovette fermarli. L’opposizione fu espulsa, ma questo non fermò la propaganda.
Abbiamo dovuto dilungarci su questa fase delle attività dell’opposizione perché permette di capire ciò che segue. Ogni essere umano ragionevole, dopo aver visto che le sue paure e le sue apprensioni erano ingiustificate, avrebbe ammesso di essersi sbagliato. Non Trockij. La rapida industrializzazione dell’Unione Sovietica, la scomparsa quasi totale degli uomini della NEP, la collettivizzazione dell’agricoltura, l’eliminazione della classe dei kulaki, si poteva pensare, avrebbero soddisfatto i trotskisti, se davvero credevano quello che andavano urlando a gran voce. Ma l’opposizione di Trockij diventa più livorosa man mano che la terra gli manca sotto i piedi. È il livore di quegli elementi piccolo-borghesi che vedono la vittoria del socialismo ma non vogliono diventare dei lavoratori e guadagnarsi da vivere onestamente nella condizione in cui il proletariato è in possesso del potere.
Trockij continua sempre a far danni.

Se c’è una vittoria in Unione Sovietica che anche i nemici sono stati costretti a riconoscere, è il fenomenale successo economico nell’industria e nell’agricoltura. I fatti sono talmente noti che è quasi superfluo nominarli un’altra volta. Da un paese arretrato, l’Unione Sovietica è diventata uno dei paesi industriali più avanzati. Da un paese con venti milioni di possedimenti contadini individuali, è diventata un paese con coltivazioni moderne su larga scala. Da un paese che dipendeva dagli altri per i macchinari industriali, è diventata in grado di produrre per sé le tecnologie più complesse e avanzate. Da un paese a maggioranza analfabeta a uno in cui quasi tutti, soprattutto le giovani generazioni, hanno un’istruzione. Gli stabilimenti sovietici sono tra i migliori al mondo. Gli ingegneri e gli operai sovietici padroneggiano le tecnologie più avanzate. La produzione industriale è cresciuta del 400% in cinque anni. L’agricoltura ha superato le iniziali difficoltà e si avvia a fornire al paese un’abbondanza di prodotti. Le fabbriche producono trattori, camion e altri macchinari agricoli nell’ordine di centinaia di migliaia.
I successi dell’Unione Sovietica, il miglioramento del livello di vita delle masse, la loro vita culturale: tutto questo suscita l’ammirazione di milioni di lavoratori in tutto il mondo e fa crescere la rabbia degli sfruttatori.
Dov’è Trockij? Non è con i lavoratori. Sputa livore in accordo con gli sfruttatori. Dà loro aiuto e conforto. Ha anche iniziato una campagna contro l’Unione Sovietica e definisce questi successi inesistenti. Cosa c’è che non va, secondo lui? Semplicemente, “non si può costruire il socialismo in un solo paese”. Ecco perché:

La crescita generale dell’economia da un alto e il sorgere di nuovi bisogni e nuovi squilibri dall’altro aumentano invariabilmente la necessità di collegarsi all’economia mondiale. Il programma di “indipendenza”, cioè del carattere di autosufficienza dell’economia sovietica, rivela sempre più la sua natura reazionaria e utopica. L’autarchia è l’idea di Hitler e non di Marx e Lenin. (Lev Trockij, L’economia sovietica in pericolo, p. 17)

Non c’è una sola frase in questa lunga tirata che significhi qualcosa. Il signore sceglie di “ignorare” la differenza tra l’economia capitalista e quella socialista. Nell’economia capitalista le contraddizioni sono inevitabili e non possono essere risolte. La crescita della produzione di massa accompagnata da salari più bassi, per fare un esempio, crea quel tipo di “squilibri” che il capitalismo non è in grado di risolvere. Nell’economia sovietica la cosa è diversa. Gli “squilibri” di cui parla Trockij, come per esempio i ritardi nella produzione di carbone o gomma, sono tutt’altro che catastrofici. Creano alcune difficoltà facili da superare. Con la crescita dell’economia sovietica tendono a diminuire invece che ad aumentare. Quando c’è abbondanza di acciaio, non importa granché se questo o quest’altro stabilimento è in ritardo. Quando il sistema ferroviario è migliorato, non importa se questa o quest’altra strada è incompleta. Quando l’agricoltura ha raggiunto una moderna base scientifica, non importa molto neppure se le condizioni climatiche sono favorevoli. Il raccolto di quest’anno è stato abbondante nonostante una terribile siccità. Gli squilibri e le difficoltà che li accompagnano, signor Trockij, tendono a diminuire, invece che ad aumentare, nell’economia sovietica.
Riguardo al programma di indipendenza, perché è reazionario e perché è utopistico? Non è vero che oggi l’economia sovietica è meno dipendente dagli altri paesi rispetto a cinque anni fa? Le industrie sovietiche non sono giganti industriali in grado di fornire al paese le tecnologie necessarie mentre cinque anni fa dipendeva dalle importazioni? L’enorme quantità e varietà di risorse naturali non garantisce all’Unione Sovietica un libero sviluppo economico indipendente dai paesi capitalisti? Che cosa c’è di utopico in un fatto vero? E perché è reazionario? Se lo sviluppo economico fosse rallentato come conseguenza di una certa politica, questa potrebbe essere definita “reazionaria” dal punto di vista economico, ammesso che i soli dirigenti sovietici fossero in grado di alterare quella politica. Comunque, se lo sviluppo economico fosse immensamente accelerato come conseguenza della politica bolscevica, se andasse al di là di qualunque cosa i paesi capitalisti possono sognare anche nei periodi di massima prosperità, dov’è la reazione?
Che l’idea dell’economia socialista non è l’autarchia ma lo scambio internazionale, e che solo sotto un sistema sovietico internazionale questo scambio sarà posto su basi scientifiche, non abbiamo proprio bisogno di impararlo da Trockij. Questa è una delle tesi fondamentali del marxismo. L’autarchia non è l’ideale dell’Unione Sovietica. L’Unione Sovietica non desidera e non lavora per l’autarchia. Ma l’indipendenza economica dal mercato mondiale capitalista è una necessità dovuta al fatto che l’Unione Sovietica è circondata da un mondo capitalista ostile.
L’idea che lo sviluppo dell’Unione Sovietica richieda un aumento della “necessità di collegarsi all’economia mondiale” è radicalmente sbagliata. Da molti anni Trockij ha cara l’idea che l’economia sovietica faccia parte dell’economia mondiale, che regge e cade con quest’ultima. Quali sono i fatti?
L’economia sovietica procede da una vittoria all’altra; l’economia capitalista sta marcendo, si disintegra, collassa. L’economia sovietica avanza verso conquiste senza precedenti in un paese sempre più solido sotto il governo dei soviet. L’economia capitalista è incapace di superare la sua crisi e i paesi capitalisti sono diretti verso il rovesciamento dell’intero sistema esistente. Anche i ciechi possono vederlo.
Sono passati più di due anni dalla pubblicazione di L’economia sovietica in pericolo. Allora Trockij disse che il prossimo futuro avrebbe portato una conferma della sua correttezza. In questi anni l’economia sovietica ha conosciuto una nuova, fenomenale impennata. Ma i latrati di Trockij contro la vittoriosa edificazione socialista continuano con toni persino più alti. La struttura del socialismo è quasi completa, ed egli continua a ripetere che “il socialismo in solo paese è impossibile”.
Alle numerose “contraddizioni” che Trockij scopre nella costruzione del socialismo sovietico se n’è aggiunta un’altra nuova di zecca: la contraddizione tra produzione e consumo. Neppure un trotskista può più negare la colossale crescita economica dell’Unione Sovietica. Anche il nemico più acerrimo deve ammettere con dispiacere che la collettivizzazione dell’agricoltura è un dato di fatto. Ma i fatti non scoraggiano i trotskisti. I fatti possono essere distorti, e la distorsione più recente di Trockij è che, nonostante lo straordinario aumento della produzione di beni di consumo e lo straordinario aumento dei consumi dei singoli lavoratori e contadini, le merci sarebbero ancora molto desiderate dalle masse e tutti vorrebbero consumarne di più. Trockij lo chiama “stimolo all’accumulazione individuale” e, dato che ha sentito che Marx parlava “anche” di accumulazione (accumulazione originaria del capitale!), arriva alla conclusione molto profonda che questo “stimolo all’accumulazione individuale” potrebbe portare a un ritorno del capitalismo.

Finché la stragrande maggioranza della popolazione non è ancora uscita dell’autentica povertà, l’urgenza dell’appropriazione individuale e dell’accumulazione di beni mantiene un carattere di massa ed entra continuamente in contrasto con le tendenze collettiviste della vita economica. […] Se si permette all’accumulazione di superare certi limiti, si trasforma in un’accumulazione originaria capitalista e può risultare in un rovesciamento dei kolchoz e in seguito anche dei monopoli [il complesso delle fabbriche statali]. “Abolizione delle classi” in senso socialista significa garantire a tutti i membri della società condizioni di vita tali da eliminare lo stimolo all’accumulazione individuale. Siamo ancora molto lontani da questo. […] L’attuale società di transizione è piena di contraddizioni che, nella sfera del consumo, la sfera più immediata e vitale per chiunque, arrivano a un punto di estrema tensione e minacciano sempre di causare un’esplosione nella sfera della produzione. […] Potenzialmente, riguardo alle possibilità e ai pericoli in essa latenti, è una lotta di classe […] che emerge dalla feroce competizione tra gli interessi insiti nella sfera del consumo, sulla base di un’economia ancora deficitaria e squilibrata. (Lev Trockij, L’assassinio di Kirov, febbraio 1935, pp. 10-11)

Trockij si traveste ancora da paladino del socialismo. Dato che il socialismo in Unione Sovietica non è ancora arrivato a una situazione in cui si stimolano gli acquisti di beni di consumo, egli vede l’occasione per un attacco. Il fatto che le masse dell’Unione Sovietica siano ancora “affamate di merci” (che è un incentivo per una produzione maggiore e migliore) è trasformato da Trockij in una nuova lotta di classe. Trasforma con un colpo di mano il desiderio di acquisti in un desiderio di accumulazione. La necessità per il contadino collettivo di ricevere più metri di tele di cotone per sé e la sua famiglia lo spingerà, secondo Trockij, ad “accumulare” così tanto tessuto che alla fine diventerà un capitalista e, chi lo sa, potrebbe anche aprire una fabbrica tessile sulla base della proprietà privata. Il lavoratore tessile ansioso di ricevere più farina di grano e cavoli potrebbe mettere da parte quei prodotti (“accumularli”) mentre nel frattempo rifiuta di consumarli, e (“estrema tensione nella sfera del consumo”!) potrebbe ancora trasformarsi nel proprietario di un silos di grano capace di competere con i silos statali e causare “un’esplosione nella sfera della produzione”. O forse il contadino collettivo, che era così ansioso e impaziente di ricevere la sua radio dalla città, potrebbe non usarla per sé ma venderla al suo vicino, e con i soldi così “accumulati” mettersi in affari e gradualmente sviluppare una “lotta di classe” e diventare una minaccia per i kolchoz e i monopoli.
È assurdo, ma c’è una logica in tutte le assurdità trotskiste. Trockij spera che, siccome i beni di consumo non sono ancora disponibili in Unione Sovietica in quantità sufficienti da assicurare a tutti il lusso oltre che il comfort, alcuni contadini delle fattorie collettive possano ancora illudersi e fidarsi dei kulaki, ancora presenti nelle cooperative travestiti da membri fedeli, e con l’aiuto dei trotskisti sabotare l’agricoltura collettiva.
Purtroppo per Trockij, le masse contadine hanno imparato la lezione nel 1932, quando a causa dell’inesperienza alcuni di loro si arresero alle pressioni dei kulaki nel Caucaso del Nord e in Ucraina. Ora sanno che le loro speranze stanno in una migliore produzione collettiva. I membri individuali delle cooperative potrebbero mettere da parte una quota del grano comune “per i giorni delle vacche magre”, ma questo non li renderà dei kulaki, e con la crescita della sicurezza e dell’abbondanza nei villaggi anche questa pratica sarà presto abbandonata. Gli operai cittadini non hanno mai “accumulato”, non mettono da parte nulla, spendono volentieri tutto quello che guadagnano perché non hanno paura di perdere il lavoro e si aspettano salari ancora più alti e una migliore qualità della vita. Non c’è pericolo di una nuova lotta di classe “nella sfera del consumo” in Unione Sovietica.
In realtà esiste una contraddizione in questa sfera: quella tra i fatti e i desideri di Trockij, tra un ex rivoluzionario e un attuale controrivoluzionario. Gli piacerebbe vedere un’accumulazione di capitale dove c’è desiderio di produrre e consumare e dove le masse imparano dall’esperienza quotidiana che più producono e più consumeranno. Sa che le masse hanno sentito parlare delle contraddizioni tra la produzione di massa e il mercato in contrazione nei paesi capitalisti, e si affretta a usare espressioni simili nella speranza di illudere gli sprovveduti e fargli credere che la crisi del capitalismo (povertà in mezzo all’abbondanza) e la relativa carenza di beni in Unione Sovietica (dove l’apparato produttivo è stato ricostruito da capo e la produzione crescente sta eliminando le carenze) siano la stessa cosa.
Da nessun’altra parte Trockij ha rivelato la sua vera natura di falsario controrivoluzionario come in queste invenzioni.
Che cosa vuole? Ha un piano? Ha un qualche programma? Tempo fa ha avanzato la proposta, molto profonda, che l’Unione Sovietica rallenti il ritmo dell’industrializzazione e della collettivizzazione. Tutto a nome del comunismo “di sinistra”, del “vero” comunismo. Era tipico di Trockij: fraseologia rivoluzionaria e proposte controrivoluzionarie. Ora che l’Unione Sovietica è sorta su basi di granito, ora che agli operai e ai contadini vengono fornite quantità ancora maggiori di beni di consumo, ora che le loro conoscenze e le loro esperienze sono aumentate di mille volte, ora che possono aumentare facilmente la produzione delle fabbriche e dei campi, che cosa propone? Ha un programma per oggi?
Cercherete invano una risposta negli innumerevoli scritti di Trockij e dei suoi seguaci.
In realtà non intendono avanzare un programma. Intendono confondere i lavoratori dei paesi capitalisti che non conoscono a sufficienza la costruzione del socialismo in Unione Sovietica. Intendono dissuadere i lavoratori dei paesi capitalisti, compresi i lavoratori degli Stati Uniti, dallo scegliere la via bolscevica per uscire dalla crisi. Lottano per diffondere pessimismo sulla conquista più grande del proletariato mondiale, l’unica vittoria importante e duratura della rivoluzione socialista nel tempo presente. Intendono preparare ideologicamente le masse a una guerra contro l’Unione Sovietica. Servono alla perfezione i fini capitalisti.

Dalla particolare versione trotskista della “rivoluzione permanente” alla teoria dell’impossibilità di costruire il socialismo in un solo paese; da questa agli attacchi controrivoluzionari contro tutto ciò che viene fatto in Unione Sovietica; dagli attacchi verbali contro le roccaforti del comunismo ai sostegni e aiuti pratici ai nemici di classe. È davvero una sorpresa che le conseguenze logiche estreme di Trockij e Zinov’ev portino al revolver?

7. Il Partito Comunista

Piccolo gruppo compatto, noi camminiamo per una strada ripida e difficile tenendoci con forza per mano. Siamo da ogni parte circondati da nemici e dobbiamo quasi sempre marciare sotto il fuoco. Ci siamo uniti, in virtù di una decisione liberamente presa, allo scopo di combattere i nostri nemici e di non sdrucciolare nel vicino pantano, i cui abitanti, fin dal primo momento, ci hanno biasimato per aver costituito un gruppo a parte e preferito la via della lotta alla via della conciliazione. Ed ecco che taluni dei nostri si mettono a gridare: “Andiamo nel pantano!”. E, se si incomincia a confonderli, ribattono: “Che gente arretrata siete! Non vi vergognate di negarci la libertà d’invitarvi a seguire una via migliore?”. Oh, sì, signori, voi siete liberi non soltanto di invitarci, ma di andare voi stessi dove volete, anche nel pantano; del resto pensiamo che il vostro posto è proprio nel pantano e siamo pronti a darvi il nostro aiuto per trasportarvi i vostri penati. Ma lasciate la nostra mano, non aggrappatevi a noi e non insozzate la nostra grande parola della libertà, perché anche noi siamo “liberi” di andare dove vogliamo, liberi di combattere non solo contro il pantano, ma anche contro coloro che si incamminano verso di esso. (Lenin, “Che fare?”, Opere complete, vol. V, p. 326)

Con queste splendide parole, nel 1902 Lenin descrisse il significato della disciplina rivoluzionaria proletaria per il Partito Bolscevico. Il Partito è un’associazione volontaria di persone che accettano di perseguire lo stesso obiettivo e combattere lo stesso nemico. Per essere più efficaci, devono mantenere l’ordine tra i loro ranghi. Tollereranno differenze di opinioni ma insisteranno sull’unità di azione. Il singolo in disaccordo con una decisione è libero di andarsene, ma finché è membro non deve seguire la propria strada in contraddizione con quella del Partito. La libertà di opinione esiste finché il Partito non ha definito la posizione collettiva. Una volta che questa è stabilita, le opinioni contrarie a quella del Partito non devono essere diffuse, perché si causerebbe una spaccatura. Maggiori sono l’unità e la coesione tra i membri del Partito, maggiori saranno le possibilità di successo.
Tutto questo è così evidente che non c’è bisogno di sottolinearlo, ma evidentemente per Trockij non è così. Dai primi giorni della sua carriera egli ha sviluppato un odio particolare per l’organizzazione del Partito Bolscevico, per la disciplina bolscevica, per l’unità bolscevica di pensiero e azione. Su questa base ha lottato contro Lenin per quattordici anni, contro Stalin per dodici, e oggi lotta contro l’Internazionale Comunista.
Accadde dopo il Secondo Congresso del Partito Operaio Socialdemocratico Russo, che segnò la grande divisione tra bolscevichi e menscevichi. I bolscevichi guidati da Lenin proposero e affermarono la decisione di fondare un autentico Partito Bolscevico dove ogni membro sarebbe stato sotto il controllo dell’organizzazione e avrebbe svolto il suo lavoro secondo quanto stabilito dal piano centrale. I menscevichi, fedeli alla loro natura riformista, proposero un’organizzazione più libera in cui ciascuno sarebbe stato effettivamente libero di fare ciò che voleva. Trockij si schierò con i menscevichi. In un opuscolo pubblicato nel 1903 disse del Congresso:

I morti dettarono il loro volere ai vivi. Ci offrirono come pagamento una fattura da usuraio per i debiti del passato recente, e la storia, con la spietatezza di uno Shylock, chiedeva carne dall’organismo vivente del Partito. Una maledizione! Dovemmo pagare. […] Ovviamente non intendiamo negare qui la responsabilità personale del compagno Lenin durante il Secondo Congresso del POSDR. Quest’uomo, con l’energia e il talento che gli sono naturali, recitò la parte del disorganizzatore di partito. (Lev Trockij, Il Secondo Congresso del Partito Operaio Socialdemocratico Russo, rapporto della delegazione siberiana, p. 11)

Abbiamo tutto in poche righe. Trockij maledice la decisione di fondare un vero Partito Bolscevico ben organizzato. Lenin per lui è il disorganizzatore del Partito perché ha insistito per un’organizzazione in cui la marmaglia piccolo-borghese e gli intellettuali individualisti con programmi vanesi e tattiche testarde non avranno spazio. Trockij ripudia il centralismo, pensa che abbia un significato “puramente formale”. In particolare lo irrita l’affermazione di Lenin che il proletariato sia più incline alla disciplina rispetto agli intellettuali con il loro individualismo anarchico. In un altro opuscolo dello stesso periodo scrive:

Che indignazione ti prende quando leggi quelle terribili e deliberate menzogne demagogiche [di Lenin]! Il proletariato, quello stesso proletariato che ti hanno detto giusto ieri essere naturalmente portato verso il sindacalismo, già oggi è chiamato a dare lezioni di disciplina politica! E a chi? A quella stessa intelligencija che, secondo lo schema di ieri, aveva il compito di portare il proletariato alla coscienza di classe, alla coscienza politica! Ieri il proletariato strisciava ancora nella polvere, oggi è stato elevato a un’altezza inattesa! Ieri l’intelligencija era portatrice della coscienza socialista, oggi il guanto di sfida della disciplina di fabbrica è gettato contro di essa! E questo è marxismo! E questo è pensiero socialdemocratico! In verità è impossibile trattare con maggiore cinismo il miglior patrimonio ideologico del proletariato di quanto faccia Lenin! (Lev Trockij, Il nostro compito politico, 1904, p. 75)

Trockij non riesce a capire le basi dell’approccio marxista al proletariato e all’intelligencija. Una delle idee basilari del marxismo è che senza un Partito Comunista il proletariato sarà spinto verso il mero sindacalismo. Il Partito Comunista rappresenta l’avanguardia della classe proletaria, i suoi elementi migliori, la sua parte più coraggiosa e intelligente. Perciò la conoscenza di quella parte dell’intelligencija che si è identificata con i proletari è molto importante. Questo tipo di intelligencija aiuta a dare forma all’ideologia proletaria. Non c’è contraddizione nell’idea che, mentre la portatrice della teoria e della pratica rivoluzionarie è l’avanguardia del proletariato, anche gli intellettuali rivoluzionari hanno un ruolo importante in questa avanguardia. Ed è una verità evidente che il proletariato è più incline alla disciplina, che capisce meglio il significato della disciplina rispetto all’intelligencija piccolo-borghese che può simpatizzare con il movimento dei lavoratori ma non si identifica con i proletari.
Si noti con quale disprezzo Trockij parla del proletariato che dà lezioni di disciplina politica all’intelligencija. Non era un caso. Trockij prende sotto la sua protezione l’intelligencija piccolo-borghese, e sottolinea ripetutamente che gli studenti e gli altri intellettuali possono avere un’importanza maggiore per la rivoluzione dei rivoluzionari di professione (coloro che si dedicano interamente alla rivoluzione, come li descrisse Lenin). Si noti anche l’odio per Lenin:

Non è un caso ma un sintomo rivelatore che il leader dell’ala reazionaria del nostro Partito [corsivo nostro], il compagno Lenin, che difende i metodi tattici di un giacobinismo caricaturale, è stato psicologicamente obbligato a dare una definizione della socialdemocrazia che non rappresenta altro che un tentativo teorico di distruggere il carattere di classe del nostro Partito. Sì, un tentativo teorico non meno pericoloso delle idee politiche di Bernstein [il leader dell’estrema destra revisionista della socialdemocrazia]. (Ibid.., p. 98)

Lenin, il leader dell’ala reazionaria del Partito Socialdemocratico! Queste parole dovrebbero essere marchiate a fuoco sulla fronte di Trockij. Per i trent’anni successivi ha definito i bolscevichi l’ala reazionaria, i burocrati, i dittatori sul proletariato, i frazionisti. Nel 1904
affermò che Lenin stava preparando “una giustificazione filosofica per la scissione del Partito che ha cospirato al fine di mantenere e consolidare i resti del suo esercito”. Questa è la definizione classica di bolscevismo a cui ancora oggi è attaccato:

Il regime da caserma non può essere il regime del nostro Partito proprio come le fabbriche non possono esserne l’esempio. Questi metodi porteranno a una situazione in cui l’organizzazione del Partito sostituirà il Partito, il Comitato Centrale sostituirà l’organizzazione, e alla fine il “dittatore” sostituirà il Comitato Centrale. […] I commissari prenderanno tutte le decisioni mentre “il popolo starà in silenzio”.

Questo è il modo in cui Trockij intende l’organizzazione del Partito Bolscevico.
Gli anni sono passati. Trockij è entrato nel Partito Comunista dell’Unione Sovietica e ha lottato sotto la direzione di Lenin. È stato elevato a incarichi importanti. Ha visto il Partito Comunista in azione come guida del proletariato in una Rivoluzione vittoriosa su un sesto della superficie del mondo. Ha visto lo stesso Partito combattere una gloriosa battaglia storica durante la guerra civile per quasi tre anni. Ha visto il Partito Comunista lavorare mano nella mano con le masse contadine, assicurandosi così la vittoria della Rivoluzione. Ha visto gli inizi del periodo della ricostruzione quando, da un paese quasi devastato, il proletariato ha iniziato a costruire un nuovo sistema industriale che doveva gettare le basi del socialismo. Ha visto ciò che ha reso possibile la vittoria: iniziativa dal basso, flussi di energia creativa aperti dalla dittatura del proletariato e diretti in modo pianificato dal Partito Comunista.
Questo Partito è stato guidato per tutto il tempo dal grande maestro, Lenin, che ha dedicato la maggior parte delle sue enormi forze al problema della costruzione del Partito. Tra il 1923 e il 1924 il Partito stava iniziando a orientarsi lungo le linee della ricostruzione economica e si volgeva verso nuovi obiettivi. Stava cambiando la sua psicologia da un tempo di guerra a un tempo di pace relativa. Gli obiettivi del tempo di pace erano spesso molto più difficili dei precedenti. Gli assestamenti personali e organizzativi furono compiuti non senza contrasti. La gestione degli affari industriali non fu sempre efficiente. L’organizzazione interna al Partito non lavorò sempre con facilità, non poteva farlo. Il Partito era cresciuto. Era un partito proletario diretto verso la prima dittatura del proletariato al mondo. Imperfezioni nella sua organizzazione e squilibri nel suo funzionamento erano inevitabili.
Il Partito possedeva abbastanza democrazia interna, autocritica, flessibilità e coraggio per riconoscere quelle mancanze e correggerle?
Non possiamo riassumere qui la storia del Partito Comunista dell’Unione Sovietica. Basti ricordare la Tredicesima Conferenza del Partito, che si svolse nel gennaio 1924. La situazione interna fu ampiamente discussa. Vennero dibattute, acutamente e con vigore, questioni come le differenze nelle situazioni materiali dei membri, i loro legami con elementi borghesi e le influenze ideologiche di questi ultimi, le divisioni interne che dovevano essere distinte dalla necessaria specializzazione e che tendevano a indebolire i rapporti tra comunisti impegnati in diversi ambiti di lavoro, il pericolo di perdere di vista la prospettiva dell’edificazione socialista complessiva e della rivoluzione mondiale, i pericoli della degenerazione della NEP da parte di lavoratori venuti a stretto contatto con l’ambiente borghese, la burocratizzazione degli apparati di Partito e la minaccia di una separazione dal proletariato che ne conseguiva.
La Conferenza fece una descrizione completa della situazione. Era allarmante? Non c’era ragione di allarmarsi. Le manchevolezze non mettevano realmente in pericolo l’esistenza del Partito Comunista. Il suo corpo era solido, la sua ideologia corretta, le fonti della sua vitalità inesauribili. Quelle fonti erano le masse proletarie dell’Unione Sovietica, e verso quelle masse fu guidato il Partito. La Conferenza dichiarò che “la fiducia delle masse proletaria nel Partito è cresciuta” e definì “compito fondamentale” del Partito “reclutare nuovi membri tra i lavoratori eletti”.

È compito dell’organizzazione del Partito dedicare un’attenzione particolare proprio a questa categoria di lavoratori, fare tutto il possibile per non allontanarli dal lavoro produttivo, aiutarli a elevare il loro livello culturale e favorire in ogni modo la possibilità di un’autentica partecipazione in tutti gli affari del Partito. L’allargamento del nucleo proletario del Partito deve costituire nei mesi a venire uno dei compiti più importanti di tutte le sue organizzazioni. (Risoluzione della Tredicesima Conferenza del Partito Comunista (Bolscevico) Russo)

Trockij era presente a quella conferenza. Ebbe tutte le opportunità di presentare le sue critiche e offrire i suoi rimedi. Non obiettò alla risoluzione, che fu adottata all’unanimità. Ma quando tutto era finito pubblicò un opuscolo dal titolo Il nuovo corso, una bordata contro il Partito Bolscevico e i suoi leader più anziani. Il suo urlo di battaglia era “degenerazione”. In questo opuscolo si finge il paladino dei membri più giovani contro quelli che erano stati in clandestinità prima della Rivoluzione. Afferma curiosamente che sarebbero gli studenti il “barometro” della Rivoluzione (e non i proletari o i proletari-comunisti)! Alla buona e vecchia maniera dichiara che “il Partito vive su due piani: a quello superiore decidono, a quello inferiore si apprende soltanto la decisione”. Parla di “autocompiacimento burocratico e ignoranza degli umori, pensieri e richieste del Partito”. Arriva a parlare di una “degenerazione opportunistica” dei vecchi membri. Di nuovo ha paura, come vent’anni prima, che l’“apparato”, il Comitato Centrale, stia sostituendo il Partito.
Trockij avanzò un programma diverso da quello della Conferenza? Poteva avanzarne uno? Non aveva un programma suo, eccetto un punto che dev’essere discusso in dettaglio. Chiese “libertà di raggruppamento” dentro il Partito Comunista. In realtà quello che chiedeva era la libertà di scindere il Partito in numerosi sotto-partiti in lotta fra loro, ciascuno capace di imporre ai membri la propria disciplina. Non abbandonò mai la concezione del Parlamento nei paesi capitalisti.
È ovvio che un Partito così scisso non può guidare una rivoluzione.
Lenin era ancora vivo quando Trockij iniziò la sua opposizione, ma quest’ultimo lanciò un attacco contro il leninismo già a quel tempo. Disse che il partito Comunista stava “trasformando il leninismo da metodo, l’applicazione del quale richiede iniziativa, pensiero critico, coraggio ideologico, in un dogma che richiede soltanto interpreti scelti una volta e per sempre”.
Non era la situazione nel Partito a dettare il “nuovo corso” di Trockij, né le mancanze dell’apparato. Erano l’influenza della piccola borghesia esterna al Partito e la sua ostilità al bolscevismo che trovavano voce nella bordata di Trockij. Era la contro-rivoluzione. Se fosse stato realmente preoccupato per la Rivoluzione avrebbe smesso con le critiche subito dopo la morte di Lenin, quando nel giro di poche settimane un quarto di milione di lavoratori dalle fabbriche e dagli stabilimenti si riversarono nel Partito Comunista per sostituire, come dicevano, la guida di Lenin con una leadership collettiva dei lavoratori. Trockij non si fermò. Affilò i suoi attacchi e formò una fazione all’interno del Partito. Attraverso la propaganda di quella fazione danneggiò l’unità e la potenza del Partito. La Tredicesima Conferenza del Partito Comunista dell’Unione Sovietica definì la sua opposizione “non soltanto un allontanamento diretto dal leninismo, ma anche la chiara espressione di una discesa piccolo-borghese”.
Gli anni passano. Il Partito Comunista va di vittoria in vittoria. I suoi obiettivi crescono. Il suo lavoro assume proporzioni gigantesche. Il suo equipaggiamento teorico diventa più profondo e ampio, la sua unità più forte. È un monolite. La “catastrofe” prevista da Trockij nel 1924 non si è materializzata. L’accusa di essere un partito degli uomini della NEP e dei kulaki è stata spazzata via e ridicolizzata dagli sviluppi successivi. Eppure Trockij mantiene lo stesso atteggiamento verso il Partito Bolscevico che aveva nel 1904, nel 1914 e nel 1924. Solo che invece di Lenin ora ha un nuovo bersaglio: Stalin.
Trasferisce il suo attacco all’organizzazione del Partito Bolscevico in campo internazionale. Il centralismo, oggi come ieri, è talmente ripugnante alle sue concezioni mensceviche che vede in esso la distruzione del Partito. L’Internazionale Comunista e i Partiti Comunisti che ne costituiscono le sezioni nazionali sono tanto detestabili per lui a causa della loro organizzazione bolscevica quanto detestabile era il Partito Bolscevico con Lenin. Usa le stesse invettive contro l’Internazionale Comunista che erano diventate abituali nei suoi attacchi al Partito nella Russia pre – rivoluzionaria. E lo fa sempre a nome della “democrazia interna al Partito” e della “libertà di critica” che non vengono negate a nessuno nell’Internazionale Comunista.
In uno dei suoi libri Karl Marx cita il filosofo tedesco Hegel dicendo che tutti i grandi avvenimenti e i grandi personaggi della storia universale si presentano, per così dire, due volte[2]. Marx disse che Hegel si era dimenticato di aggiungere: la prima volta come tragedia, la seconda come farsa. Le prediche di Trockij contro il metodo bolscevico di organizzazione non sono mai state un evento della storia universale, ma se il suo primo attacco pareva avere i tratti della tragedia e il secondo quelli della farsa, allora cosa sono il terzo, il quarto e il centesimo? Si direbbero grotteschi se non fosse per la sostanza controrivoluzionaria.
Ciò che segue è la spiegazione più coerente del perché il metodo bolscevico dell’organizzazione sarebbe sbagliato che si possa trovare nei suoi scritti:

Il bolscevismo si è sempre contraddistinto per una concretizzazione storica nell’elaborazione delle forme organizzative, ma non mediante schemi spogli. I bolscevichi cambiarono la propria struttura organizzativa a ogni transizione da una fase a un’altra. Ora, al contrario, uno e un solo principio di “organizzazione rivoluzionaria” viene applicato al potente Partito della dittatura del proletariato come al Partito Comunista Tedesco, che costituisce un serio fattore politico, al giovane Partito Cinese, che è stato immediatamente trascinato nel vortice delle lotte rivoluzionarie, e infine anche al Partito degli Stati Uniti, che in realtà è soltanto un piccolo circolo di propaganda. (Lev Trockij, Strategia della rivoluzione mondiale, 1930, pp. 74-75)

Non una sillaba è vera in tutta questa “teoria”. Trockij fa credere di lottare per forme organizzative adeguate, mentre in realtà sta lottando contro i principi organizzativi fondamentali del bolscevismo. È contro l’essenza stessa dell’organizzazione bolscevica, che consiste nell’avere un Partito indiviso, una linea di Partito, una politica, una guida, mentre le forme di organizzazione e i metodi di lavoro variano al variare delle condizioni. Si dimentica comodamente di essersi sempre opposto all’organizzazione bolscevica che ora finge di elogiare. È rimasto sempre l’individualista piccolo-borghese, erede dell’odio del “padrone di casa” (come disse Lenin) nei confronti dell’organizzazione proletaria.
Qual è il principio dell’organizzazione bolscevica? È il centralismo democratico.

Il centralismo democratico del Partito Comunista deve essere un’autentica sintesi, una fusione di centralismo e democrazia proletaria. Questa fusione può essere raggiunta soltanto sulla base di una continua azione comune, una continua lotta comune dell’intera organizzazione. In un Partito Comunista la centralizzazione non significa una centralizzazione formale e meccanica, ma la centralizzazione dell’azione comunista, cioè la formazione di una guida forte, dotata di un potere solido, e flessibile. […] Soltanto i nemici del comunismo possono affermare che il Partito Comunista, mediante la guida della lotta di classe proletaria e la centralizzazione di questa leadership comunista, aspira a dominare sul proletariato rivoluzionario. Questa è una menzogna. (Tesi del Terzo Congresso dell’Internazionale Comunista)

Il centralismo democratico permette la massima flessibilità, la massima unità, il massimo potere. I principi organizzativi del bolscevismo non sono un dogma morto ma una forza viva e animante.

Il Partito del marxismo rivoluzionario nega nei suoi principi la ricerca di una forma assolutamente corretta di organizzazione adatta a tutte le fasi del processo rivoluzionario, o di metodi assolutamente corretti per il suo lavoro. Al contrario, la forma organizzativa e i metodi di lavoro sono interamente determinati dalle peculiarità di una data situazione storica concreta e dagli obiettivi che sorgono direttamente da quella situazione. (Risoluzione del Decimo Congresso del Partito Comunista dell’Unione Sovietica, 1921)

Questi sono i principi guida dell’organizzazione bolscevica nel Partito Comunista dell’Unione Sovietica e nel Partiti Comunisti dei paesi capitalisti. I Partiti sono diversi in forza ed esperienza, negli obiettivi concreti di fronte a loro, ma sono uniti nel loro scopo e nei principi della loro organizzazione. I bolscevichi insistono ovunque sulla completa unità ideologica, che significa accordo di tutti i Partiti sui principi e le tattiche di base. In tutte le fasi di sviluppo i Partiti Bolscevichi mantengono una stretta disciplina, che non è meccanica ma basa sulla comprensione da parte di ogni membro di ciò che deve essere fatto e perché. I principi bolscevichi si sono rivelati solidi e fruttuosi per l’organizzazione del proletariato nei paesi più avanzati e in quelli più arretrati. Questi sono i principi essenziali della formazione di battaglia, perché la vita del Partito Comunista non è mai quella di pace, dato che anche in tempi relativamente pacifici esso guida la lotta di classe che ha sempre, in un modo o nell’altro, gli elementi di una guerra civile.
Le cellule e le sezioni di Partito, fondamenta dell’organizzazione bolscevica, sono gli strumenti del proletariato avanzato prima, durante e dopo la rivoluzione. Esse garantiscono il massimo adattamento alle condizioni e la massima unità di azione. Se Trockij non riesce a capire perché questi fondamenti dell’organizzazione rivoluzionaria sono applicabili sia in Unione Sovietica e in Germania sia nel Partito Cinese, è una sua sfortuna. Ma questo non toglie che essi abbiano avuto successo sotto tutte le condizioni. Se Trockij si riferisce al Partito Comunista degli Stati Uniti, si sbaglia e basta. Proprio perché l’Internazionale Comunista non intendeva permette a quel Partito di essere “un piccolo circolo di propaganda”, essa ha insistito a basarlo sulle cellule e a far crescere le sezioni. Un circolo di propaganda non ha bisogno di un apparato bolscevico. Ma un Partito d’azione, un Partito Bolscevico che guida le masse nella lotta di classe, deve possedere un apparato radicato nelle masse e capace di muoverle grazie allo stretto contatto con esse nella lotta per i loro bisogni quotidiani. Le cellule e le sezioni non sono organizzazioni isolate nei loro circoli e separate dagli altri lavoratori. Devono essere le nervature in ogni fabbrica, miniera e organizzazione di lavoro, devono difendere i diritti fondamentali dei lavoratori, stare in prima linea in ogni lotta e diventare così la guida delle masse.
È ovvio che questa organizzazione non è ben organizzata e disciplinata, non sarà in grado di svolgere il suo compito.
“Lenin mise in guarda senza sosta sugli eccessi del centralismo”, dice Trockij. Ovviamente Lenin mise in guardia contro il centralismo formale, che non è una sintesi di centralismo e democrazia proletaria. Ovviamente mise in guardia contro il centralismo meccanico e chiese una connessione viva tra la leadership del Partito e i militanti da un lato, e tra il Partito e le ampie masse proletarie dall’altro. Ma chiese anche disciplina. Questo è ciò che scrisse nelle condizioni di ammissione al Comintern:

Nell’epoca attuale di aspra guerra civile il Partito Comunista potrà assolvere il suo dovere soltanto se sarà organizzato nel modo più centralizzato, se in esso dominerà una disciplina ferrea, confinante con la disciplina militare, se il centro del Partito sarà un organo autorevole di potere, dotato di ampi poteri, e godrà della fiducia generale degli iscritti al Partito. (Lenin, “La fondazione dell’Internazionale Comunista”, Opere complete, vol. XXVIII, p. 487)

Questo vale per la disciplina di Partito quando il potere non è stato ancora conquistato dal proletariato. Riguardo a un Partito come quello dell’Unione Sovietica, che guida la dittatura del proletariato, Lenin scrisse
Chi indebolisce, sia pur di poco, la disciplina ferrea del partito del proletario (in particolare nel periodo della dittatura proletaria) aiuta di fatto la borghesia contro il proletariato. (Lenin, “L’estremismo, malattia infantile del comunismo”, Opere complete, vol. XXXI, p. 35)

Trockij aiuta la borghesia contro il proletariato.
Per quanto riguarda le fazioni, nella sua rivendicazione della “libertà di raggruppamento” all’interno del Partito Trockij difende in realtà gli interessi delle forze ostili contro gli interessi della lotta di classe proletaria. È il frazionista supremo. Non ha mai lavorato in un’organizzazione di massa come membro fedele: è sempre riuscito a organizzare attorno a sé un gruppo, una cricca, una corte di ammiratori. Ha combattuto Lenin, ha combattuto Stalin, combatte l’Internazionale Comunista. Nel 1920 organizzò una fazione, ma fu schiacciato. Nel 1922, quando Lenin era ancora vivo, ne organizzò un’altra. Mantenne quella fazione per molti anni, anche se la rinnegò pubblicamente molte volte (questa è la parola di Trockij quando ha a che fare con il Partito Bolscevico!). Sottoscrisse le decisioni della Quindicesima Conferenza del Partito Comunista dell’Unione Sovietica (nell’ottobre 1926) che proibivano le fazioni, e immediatamente ruppe il giuramento.
“Senza raggruppamenti ideologici temporanei, la vita ideologica del Partito è impensabile”, scrive nella Strategia della rivoluzione mondiale. “Senza una vera libertà nella vita di Partito, libertà di discussione e libertà di elaborazione collettiva della propria strada – e con questa anche di raggruppamento – questi Partiti [dell’Internazionale Comunista] non diventeranno mai un potere rivoluzionario”.
Perché i raggruppamenti sono necessari? Supponiamo che il Partito discuta la questione dei metodi di lavoro migliori nei sindacati. Supponiamo che la maggioranza accetti l’idea che i comunisti devono lavorare nei sindacati riformisti e farli crescere fino a diventare organizzazioni militanti. Supponiamo che una minoranza dica che i lavoratori rivoluzionari dovrebbero lasciare i sindacati riformisti e fondare sindacati rivoluzionari separati. Finché la questione non è ancora decisa, ciascun membro del Partito ha il diritto e il dovere di esporre la propria opinione mentre il problema viene discusso. Questa è libertà di discussione. I raggruppamenti non sono necessari per questo scopo. Ma supponiamo che la maggioranza del Partito abbia deciso di lavorare all’interno dei sindacati riformisti. In queste condizioni la minoranza deve smettere di operare a favore della propria linea. Quello che Trockij propone è che alla sua minoranza dovrebbe essere permesso di funzionare come un gruppo, che le si dia libertà di “elaborare collettivamente” la “propria strada”. Qual è questa strada? Ovviamente una lotta contro la maggioranza del Partito.
O la “libertà di raggruppamento” non significa nulla, e allora è una totale assurdità, o significa libertà di formare un partito all’interno di un partito, quella libertà che Trockij si è presa per sé tutta la vita.
Una simile “libertà” indebolisce il Partito, ne mina le fondamenta, crea al suo interno uno stato d’assedio e demoralizza le forze della rivoluzione. Quando ciò accade, dice Stalin, il Partito deve affrontare “il pericolo di essere trasformato in un giocattolo nelle mani degli agenti della borghesia”.

Trockij si definisce un “vero bolscevico leninista”, ma più predica più si rivela nemico di tutti i principi che Lenin ha sostenuto e per i quali ha lottato. Il suo articolo per la rivista reazionaria Liberty del 23 marzo 1935, dal titolo “se l’America dovesse diventare comunista”, è estremamente illuminante. Trockij parla alla borghesia americana ma ovviamente pensa ai lavoratori. Cerca di convincere i lettori che la rivoluzione in America sarebbe un gioco da ragazzi. “la rivoluzione comunista americana sarebbe insignificante a confronto di quella bolscevica in Russia”, dice tacendo il fatto che la borghesia americana è molto meglio organizzata, accorta ed equipaggiata di quella russa. L’ovvia lezione ai lavoratori di questa tesi trotskista è che non c’è bisogno di organizzare un forte Partito Comunista di massa. “la guerra civile […] non è combattuta da una manciata di uomini al comando, il 5 o 10% che possiede i nove decimi della ricchezza americana”, dichiara Trockij ignorando la grande influenza di quel “5 o 10%” sulla classe media cittadina e sui contadini ricchi. (È significativo che Trockij, l’uomo che dichiarò impossibile il socialismo in un solo paese perché tutte le classi sfruttate si sarebbero rivoltate contro il proletariato appena questo avesse preso il potere, ora fa marcia indietro e dice che tutti sarebbero a favore del socialismo una volta sconfitto il governo capitalista: fa di tutto per illudere i lavoratori.) “Tutti al di sotto di questo gruppo [del 5 o 10%] sono già economicamente pronti per il socialismo”, dice. Ovviamente, con un così grande numero di comunisti pronti, non c’è bisogno di forgiare i ranghi di un partito proletario negli Stati Uniti.
“Senza costrizione!”: questo è lo slogan avanzato da Trockij per gli Stati Uniti, per i soviet americani. In un paese dove la violenza e gli spargimenti di sangue segnano ogni passo della classe dominante in relazione al proletariato, Trockij vuole convincere i lavoratori – in una maniera degna del pastore Norman Thomas [3] – che “i soviet americani non avranno bisogno di ricorrere alle misure drastiche che le circostanze hanno spesso imposto ai russi”. Trockij tenta di prendere due piccioni con una fava: da un lato intende dimostrare che i lavoratori russi sbagliarono a usare “troppa violenza” contro i borghesi e i proprietari terrieri controrivoluzionari; dall’altro tenta di “insegnare” ai lavoratori americani che la loro rivoluzione sarà una festa di amichevole cooperazione da parte delle classi possidenti e che l’approccio leninista alla rivoluzione e i metodi leninisti di organizzazione e lotta non si applicano su questa sponda dell’oceano. Non è un caso che Trockij sia il padre della teoria di Lovestone sull’“eccezionalismo” americano.
Occorre far notare però che Trockij non vede alcun motivo per cui le classi possidenti, con l’eccezione dei capi dei monopoli più grandi, dovrebbero essere spaventate da una rivoluzione sovietica. Propone che esse continuino i loro affari sulla base della proprietà e del lavoro privato anche dopo la rivoluzione. Il governo, dice, deve fornire loro materie prime, crediti e una certa quantità di ordini finché i loro affari “saranno gradualmente e senza costrizione risucchiati all’interno del sistema di affari socializzato”. L’uomo che una volta inveiva contro la Nuova Politica Economica in Unione Sovietica quando era politicamente ed economicamente necessaria ora propone per gli Stati Uniti un ampio sistema semi-capitalista, per un periodo post-rivoluzionario in cui non ve n’è alcuna necessità perché il paese è economicamente pronto per il socialismo. Tutto va bene per corrompere le menti dei lavoratori, persino il riformismo della vecchia guardia del Partito Socialista Americano. (Perché non acquistare le aziende dai proprietari con buoni statali, come propongono alcuni socialisti? Sarebbe ancora di più “senza costrizione”.)
Ancora più eloquente è la sua difesa della democrazia borghese in un’America sovietica. Qui rivela completamente la sua natura: un devoto all’altare del sistema politico capitalista.
Egli immagina il socialismo americano non con la dittatura del proletariato ma come con conglomerato di partiti e gruppi in lotta tra loro. “Con noi [in Russia]”, scrive nell’articolo per Liberty, “i soviet sono stati burocratizzati come risultato del monopolio politico di un singolo partito”. Una cosa del genere non deve succedere in America. Non solo devono esserci gruppi e gruppetti all’interno del Partito Comunista, ma il Partito stesso non deve avere il “monopolio politico”. Devono esserci molti partiti con eguali diritti, cioè senza privilegi speciali per alcuno. Chi rappresenteranno quei partiti? Se il Partito Comunista rappresenta i lavoratori, allora è ovvio che gli altri partiti devono rappresentare i coltivatori ricchi, i contadini poveri, la media borghesia, la piccola borghesia, forse gli intellettuali. Come opereranno quei partiti?

Naturalmente, mediante la lotta. “Un’ampia lotta tra interessi, gruppi e idee non è soltanto concepibile: è inevitabile”, dice Trockij. Splendido. Un soviet che ricorda molto un parlamento borghese. Molti partiti vi sono rappresentati con eguali diritti. Ciascun partito in lotta con gli altri. Molti partiti che formano una coalizione per sconfiggere un pericoloso rivale comune. Perché non una coalizione di tutti questi partiti contro il partito dei lavoratori? Quest’ultimo partito, nella concezione di Trockij, dovrebbe essere diviso in una serie di gruppi e fazioni legalizzati con i loro programmi separati. La popolazione avrà la sua scelta di partiti, gruppi, programmi. Nessuna disciplina speciale è necessaria per alcun partito; nessuna unità monolitica per il Partito Comunista. (È significativo che nel suo progetto per Liberty Trockij non nomini affatto il Partito Comunista). Una maggioranza di voti nella camera legislativa deciderà la politica da seguire.
Tra le questioni principali da affrontare c’è anche “la trasformazione delle fattorie”, la transizione dall’agricoltura capitalista a quella socialista. Se dovesse esserci una maggioranza di voti contro la collettivizzazione, allora questa sarebbe la “volontà del popolo”. Ciascun partito e gruppo avrà la propria stampa, “perché l’America sovietica non imiterà il monopolio della stampa da parte della burocrazia sovietica russa”. Ciascun gruppo e partito avrà la sua quota di stampa “sulla base della rappresentazione proporzionale dei voti nell’elezione di ciascun soviet”, “lo stesso principio sarà applicato all’uso di sale per le conferenze, alla concessione di tempo all’aria aperta, e così via”.
Sotto questo quadro idilliaco c’è l’idea di un soviet nel quale gli affari privati prosperano e l’organizzazione statale è copiata da quella dei parlamenti capitalisti. L’assunto è che non esiste controrivoluzione, non esistono tentativi da parte della borghesia di rovesciare il nuovo sistema, non c’è necessità per i lavoratori di difendere la rivoluzione contro gli attacchi interni ed esterni, e quindi nessuna necessità di organizzarsi in potenti organizzazioni politiche di lotta con disciplina quasi militare e unità di volontà e azione, che garantiscono una rapida ed efficace possibilità di attacco. Ciò che Trockij descrive non è un proletariato organizzato in una formazione di battaglia e capace di attirare a sé degli alleati dalle altre classi un tempo oppresse mentre sopprime la controrivoluzione e abolisce le classi, ma una massa eterogenea di umanità divisa, fedele a vari partiti e fazioni di partito e che difende i propri “interessi, gruppi e idee”. Come si possa raggiungere l’unità in queste condizioni resta uno dei segreti di Trockij. Ma egli non si preoccupa tanto dell’unità, perché il suo slogan è “senza costrizione”.
La piccola borghesia, spaventata da un forte Stato proletario e da un forte Partito proletario, non disposta a vedere il proletariato che esercita il potere rivoluzionario, mostra qui la sua natura di classe più chiaramente di quanto abbia mai fatto prima. Quello che descrive come un soviet americano non ha nulla a che vedere con la dittatura del proletariato insegnata e messa in pratica da Lenin.
La dittatura del proletariato è la guerra più eroica e più implacabile della classe nuova contro un nemico più potente, contro la borghesia, la cui resistenza è decuplicata dal fatto di essere stata rovesciata.[…]La dittatura del proletariato è una lotta tenace, cruenta e incruenta, violenta e pacifica, militare ed economica, pedagogica e amministrativa, contro le forze e le tradizioni della vecchia società. (Lenin, “L’estremismo, malattia infantile del comunismo”, Opere complete, vol. XXXI, pp. 14 e 35)

La ragione delle “critiche” e delle “ammonizioni” di Trockij è molto semplice. Denuncia come “burocrazia” qualunque cosa non si adatti alle sue idee parlamentari borghesi, e il piccolo borghese che c’è in lui accusa di “paralizzare la rivoluzione” ciò che rappresenta veramente la dittatura del proletariato e l’autentica unità rivoluzionaria. Un autentico Partito Bolscevico modellato sulle linee leniniste diventa una “fazione stalinista”.
[2] – Georg Friedrich Hegel, Lezioni sulla filosofia della storia, 1840; citato in Karl Marx, Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte, 1852. [N.d.t.]
[3] – Norman Mattoon Thomas (1884-1968) fu un pastore presbiteriano, sei volte candidato alla presidenza degli Stati Uniti per il Partito Socialista Americano. Alla guida del Partito tra il 1937 e il 1940, tentò di aumentarne l’influenza mediante alleanze strategiche con piccoli gruppi della galassia di sinistra e l’apertura a personalità di fama, tra cui Jay Lovestone (espulso dal Partito Comunista Americano per il suo supporto all’opposizione buchariniana) e il trotskista James Cannon. [N.d.t.]

8. Il Comitato Anglo-Russo

L’atteggiamento trotskista nei confronti dei problemi della rivoluzione mondiale è un prodotto dell’errore fondamentale di Trockij sull’impossibilità del socialismo in un solo paese.
Tra le innumerevoli questioni, ci occuperemo delle seguenti come esempi:
1. il Comitato Anglo-Russo di Unità;
2. la Rivoluzione cinese;
3. la questione del terzo periodo;
4. la questione del social-fascismo;
5. la situazione tedesca.
La gloria suprema di queste politiche appare nella forma di una straordinaria nuova struttura, la Quarta Internazionale.

Il Comitato Anglo-Russo di Unità fu istituito nel 1926 allo scopo di organizzare un’azione comune dei lavoratori contro l’imperialismo, contro la guerra e per l’unità sindacale. Era composta dai rappresentanti sindacali sovietici e britannici. Intendeva offrire ai lavoratori britannici e di tutto il mondo una miglior comprensione della situazione e degli obiettivi dei lavoratori sovietici, aiutare i proletari nella lotta contro l’imperialismo britannico e aumentare l’influenza sovietica tra i lavoratori dei paesi capitalisti.
Perché i leader dei sindacati britannici acconsentirono alla formazione del Comitato? Perché i lavoratori in Gran Bretagna e in altri paesi si stavano radicalizzando; perché l’influenza della Rivoluzione bolscevica tra i lavoratori di tutti i paesi stava crescendo; perché i sindacati sovietici impressionarono quelli degli altri paesi, dato che partecipavano al potere statale della Repubblica dei lavoratori; e perché ovunque i comunisti affermavano la necessità dell’unità delle masse lavoratrici in campo economico.
Perché i leader dei sindacati sovietici accettarono di entrare nel Comitato? Conoscevano benissimo la natura dei sindacalisti britannici, anche quelli “di sinistra”: Purcell, Cook e altri. Ma videro in quel Comitato un’apertura di contatto con le masse europee più ampie. Il Comitato era un pulpito dal quale le voci del bolscevismo sarebbero state udite da gran parte dei lavoratori inglesi e di altri paesi. In esso videro soprattutto un’arma per la difesa dell’Unione Sovietica in un momento in cui gli imperialisti stavano mettendo a punto i piani per un attacco. La tradizione dei comitati d’azione proletari contro l’intervento britannico in Russia del 1920 era ancora recente.
Attraverso il Comitato Anglo-Russo di Unità la questione di un fronte unito di lotta contro il capitalismo e la guerra fu presentata a un’ampia massa di proletari nei paesi capitalisti. Delegazioni di lavoratori sovietici non iscritti al Partito sono una pratica comune. A Purcell e i suoi compagni fu permesso di visitare l’Unione Sovietica, dove furono accolti con amicizia. In cambio, ai rappresentanti dell’Unione Sovietica fu data l’opportunità di comparire di fronte a grandi masse di lavoratori britannici per presentare i loro progetti rivoluzionari.
L’opposizione era “contraria”.
In un opuscolo del teorico del trotskismo negli Stati Uniti, Max Shachtman, si sostiene che il Comitato fosse “un blocco politico tra i riformisti inglesi e la burocrazia di partito russa” (Ten Years, p. 39). In realtà non era un blocco, e non era nemmeno un’alleanza; era un comitato per la propaganda dell’unità sindacale. Fu il Comitato a offrire all’Unione Sovietica l’opportunità di smascherare anche i leader “di sinistra” quando ve ne fu l’occasione. Ciò accadde dopo il collasso dello sciopero generale in Gran Bretagna nel maggio 1926. I leader britannici del Comitato si spostarono a destra e iniziarono a nasconderne l’appartenenza ai lavoratori; in realtà stavano cercando di svincolarsi dagli obblighi che avevano accettato entrando nel Comitato.

Questo diede ai sindacati sovietici l’opportunità di comparire di fronte ai lavoratori britannici e spiegare loro il tradimento dei sindacalisti “di sinistra”. E fu proprio in quel momento che i trotskisti divennero più chiassosi e chiesero lo scioglimento del Comitato.
Il discepolo di Trockij negli Stati Uniti già citato presenta un’ingegnosa teoria. Sottolinea “la falsità della convinzione” che leader come Purcell, Cook, Hicks, Swales e Citrine possano diventare “gli organizzatori rivoluzionari del proletariato mondiale contro la guerra imperialista e per la difesa della Repubblica Sovietica”. Oh, profondo teorico! Oh, penetrante tattico! I comunisti dovettero attendere fino al 1933 per apprendere questa consumata saggezza sui leader riformisti che restano leader riformisti. Il signor Shachtman dimentica per sua convenienza che, quando si costituisce un fronte unito al quale un leader riformista è costretto a partecipare, non è il leader ma sono le masse sotto la sua influenza a essere spinte alla difesa dell’Unione Sovietica e agli altri compiti rivoluzionari.
Shachtman lancia il suo attacco mortale con questa bordata: nel Comitato Anglo-Russo vede la mano degli “stalinisti”, che sono alla frenetica ricerca di “anti-interventisti” e che tentano di “trasformare i Partiti Comunisti in guardie di frontiera sovietiche” (Ibid., p. 39).

Il signor Shachtman non vuole che i Partiti Comunisti proteggano le frontiere dell’Unione Sovietica. Perché dovrebbe, se i trotskisti non pensano che in Unione Sovietica si stia costruendo il socialismo? Lo dice francamente: “La concezione stalinista del ruolo e della natura del Comitato Anglo-Russo sgorga direttamente dalla teoria del socialismo in un solo paese. Secondo questa teoria, la Russia potrebbe costruire la sua economia socialista razionalmente isolata, se solo l’intervento militare straniero potesse essere scongiurato”. Per i trotskisti non è così, perciò scongiurare l’intervento militare straniero non è per loro l’obiettivo primario del proletariato internazionale.
Un’altra cosa va detta a proposito del Comitato Anglo-Russo. Proprio nel momento in cui la situazione si faceva più difficile, quando il tradimento dello sciopero generale britannico pose l’ostacolo più grande sulla strada dell’avvicinamento sovietico ai lavoratori britannici, quando era necessario usare più pazienza e tattiche più flessibili nei confronti di quei lavoratori, l’opposizione si ritirò di fronte alle difficoltà. In un modo autenticamente piccolo-borghese, cadde nel panico. L’espressione di quel panico era la richiesta di scioglimento. La richiesta suonava “ultrarivoluzionaria”. Era sconfittismo.

9. La Rivoluzione cinese

La Rivoluzione cinese è, accanto a quella russa, la più grande conquista delle masse proletarie del mondo. Per la prima volta nella storia, l’imperialismo mondiale fu scosso in uno dei suoi bastioni, in un paese arretrato e spietatamente derubato dal capitale britannico, francese, giapponese e americano. La Rivoluzione cinese è una prova eccellente della correttezza del marxismo-leninismo, che vede due forze fondamentali della rivoluzione mondiale: il movimento proletario nei paesi capitalisti e i movimenti di liberazione nazionale nelle colonie, e che sottolinea che queste due forze devono essere unite in un fronte comune contro un nemico comune, l’imperialismo.
Le tesi della questione coloniale e nazionale presentate da Lenin al Secondo Congresso dell’Internazionale Comunista (1920) dicono:

Il capitalismo europeo trae il suo poter principalmente non dai paesi europei industrializzati, ma dai suoi domini coloniali. Per la sua esistenza sono necessari il controllo di vasti mercati coloniali e un ampio sfruttamento. […] Il plusvalore ricevuto dalle colonie è la risorsa principale del capitalismo moderno. Il proletariato europeo sarà in grado di rovesciare il sistema capitalista soltanto quando questa risorsa si esaurirà. La separazione delle colonie [dalla “madrepatria”] e la rivoluzione proletaria rovesceranno il sistema capitalista in Europa. Di conseguenza, l’Internazionale Comunista deve mantenere stretti contatti con quelle forze rivoluzionarie che al momento sono impegnate nel rovesciamento dell’imperialismo nei paesi economicamente e politicamente oppressi. Per il completo successo della rivoluzione mondiale è necessaria l’azione comune di entrambe queste forze [corsivo nostro]. (Lenin, “Tesi per il Secondo Congresso dell’Internazionale Comunista”, Opere complete, vol. XXXI, pp. 159-166

Nell’ultimo decennio la Rivoluzione cinese è stata la forza che più ha scosso il capitalismo nei suoi aspetti coloniali cercando e in parte riuscendo a sottrargli il controllo di un vasto mercato semi-coloniale e di un ampio campo di sfruttamento.
Guardate lo spettacolo dei soviet cinesi di oggi. La bandiera rossa con falce e martello sventola su un territorio con una popolazione di circa novanta milioni di persone, circa un quinto di tutta la popolazione cinese. La regione centrale è tutta sotto il controllo dei soviet, e in altre regioni sono sparsi altri distretti sovietici. I soviet hanno un governo centrale e governi locali composti da operai e contadini e guidati dal Partito Comunista Cinese, che all’inizio del 1935 contava oltre 400.000 membri.
Una nuova vita nasce nelle oasi di governo contadino e proletario, nel mezzo di un paese schiacciato dall’imperialismo, impoverito e messo in ginocchio. Gente libera, padrona del proprio destino. Lavoratori liberi marciano sotto la guida del Partito Comunista e dell’Internazionale Comunista verso il socialismo. Il sistema non è ancora socialista. Non può esserci nazionalizzazione della terra finché la maggior parte della Cina non sarà nelle mani della Rivoluzione e i territori sovietici saranno pienamente consolidati; e non può esserci confisca delle fabbriche e dei negozi (che non sono molti nelle zone sovietiche) finché il potere sovietico non si diffonderà nelle aree più industrializzate del paese. Ciò che è stato fatto con i soviet getta però le fondamenta del futuro sistema socialista, che sarà la prossima fase della Rivoluzione. Il potere statale e locale è nelle mani dei lavoratori ed è controllato dal Partito Comunista. Le forze armate dello Stato sono nelle mani dei lavoratori. I proletari hanno il ruolo di guida e sono la maggioranza nei soviet. C’è vera unità rivoluzionaria tra proletari e contadini.
L’Esercito Rosso dei sovietici cinesi è diventato la meraviglia del mondo. Le forze armate sono composte da circa un milione di uomini, dei quali almeno 4.000 sono nell’esercito regolare mentre gli altri formano distaccamenti irregolari. L’Esercito Rosso è il vero esercito del popolo. In caso di necessità sempre più operai e contadini si uniscono alle forze regolari e irregolari o alla guardie rosse, che svolgono anche compiti militari. L’Esercito Rosso dei sovietici cinesi, come l’Armata Rossa, è una forza culturale oltre che militare. Tra i suoi ranghi si svolge educazione politica e le vittorie dei sovietici cinesi sono spiegabili non soltanto grazie all’organizzazione superiore delle forze armate, ma principalmente dal fatto che i combattenti divendono ciò che a loro è caro: la loro patria sovietica.
Una lettera da una repubblica sovietica cinese, scritta nella primavera del 1930, descrive l’organizzazione di un soviet.

Al momento il Fujian occidentale sovietizzato è un mondo totalmente diverso dal resto delle province ancora controllate da Kuomintang. Dopo la rivolta vittoriosa i contadini divisero tra loro la terra e i salari dei lavoratori furono alzati. La qualità della vita delle masse lavoratrici è cambiata drasticamente. Concessioni fondiarie, cambiali, ipoteche e cose del genere furono bruciate. La parola d’ordine “nessuna rendita ai latifondisti, nessuna tassa alle autorità del Kuomintang, nessun pagamento agli usurai” ora si è realizzata. Le vecchie agenzie di riscossione sono scomparse, gli esattori vengono fucilati. Ora facciamo del nostro meglio per aiutare gli altri paesi a sbarazzarsi dei reazionari e iniziare la ricostruzione, aumentare la produzione, migliorare il sistema di irrigazione e le risaie, riparare le strade, aprire scuole, eccetera.

In ogni contea del Fujian occidentale ci sono soviet. […] Dall’età di 16 anni i cittadini di entrambi i sessi possono votare ed essere eletti. Solo a coloro che appartengono alla classe sfruttatrice è stato tolto il diritto di voto. […] In questo momento tutti i deputati sono contadini poveri, operai, soldati, studenti rivoluzionari e artigiani. Il governo sovietico ha iniziato a lavorare per il riscatto. Ogni contadino ora riceve abbastanza acqua per irrigare i suoi campi. […] abbiamo società cooperative […] e associazioni di credito dove noi contadini possiamo prendere soldi in prestito senza essere derubati dagli usurai. […] Sono organizzate lezioni notturne per gli adulti. […] Tra i delegati eletti nei soviet ci sono donne; le donne sono diventate eguali agli uomini in ogni aspetto. Neppure il loro zelo rivoluzionario è inferiore. […] Puoi trovarne qualcuna anche nell’Esercito Rosso. Non ci sono ladri o mendicanti nel nostro territorio. Tutti possono lavorare. […] I soviet si prendono cura dei disabili. […] Abbiamo aperto ospedali e farmacie gratuiti; se in passato i contadini non avevano un posto dove andare quando si ammalavano, tranne che da Guanyin[4], ora vengono alle istituzioni sovietiche. […] Ogni comunità ha il suo circolo, che non serve solo per la ricreazione ma anche per l’educazione intellettuale. (Viktor A. Jachontov, The Chinese Soviets, pp. 88-90)

Sei guerre sono state scatenate dal governo di Nanchino contro i soviet cinesi negli ultimi cinque anni, e sono tutte fallite. La sesta guerra (chiamata “spedizione” in Cina), iniziata nel settembre 1933, durò fino alla fine del 1934. Il piano d’attacco fu elaborato da un vecchio servitore del kaiser, il generale tedesco Von Seeckt, ora a capo dello Stato Maggiore dell’esercito di Nanchino. Chiang Kai-shek concentrò contro i soviet tra le 65 e le 70 divisioni, comprendente ciascuna dai 7.000 ai 10.000 uomini. Aveva artiglieria da campo, carri armati e 300 aeroplani, in parte acquistati dagli Stati Uniti con i soldi prestatigli sotto forma di “prestiti per grano e cotone”. Il suo piano era di circondare il distretto sovietico da ogni lato ed espellere l’Esercito Rosso dal suo territorio passo dopo passo.
Quale fu il risultato? Nel solo distretto sovietico perse più di 100.000 uomini, tra i quali 40-45.000 uccisi, 12-15.000 prigionieri, 40-45.000 feriti. Tutte le truppe dei militaristi dello Sichuan, dalle 30 alle 35 divisioni, furono sconfitte e persero circa 70.000 uomini. Nello stesso periodo l’Esercito Rosso continuava a crescere; in vari distretti la sua forza aumentò dal 50% al 1.000%. La sola Quarta Armata crebbe in un anno dai 15.000 ai 140-150.000 uomini. Durante la campagna i sovietici persero alcuni territori ma in vari distretti l’Esercito Rosso ne occupò di nuovi due volte più grandi. Non fu nulla di nuovo per la storia dei sovietici cinesi. Potevano essere costretti a evacuare temporaneamente un posto, ma ne occupavano altri. Anche il nemico è costretto ad ammettere che sono qui per restare.
Consideriamo la loro situazione strategica nel fronte di battaglia tra capitalismo e socialismo. Qui c’è l’Unione Sovietica, bastione del proletariato e di tutti gli oppressi del mondo. Qui c’è l’imperialismo giapponese, che si è mangiato la Manciuria, ha occupato la provincia di Jehol e attacca la Repubblica Popolare Mongola, tutto in preparazione dell’attacco definitivo contro l’Unione Sovietica. Qui c’è Chiang Kai-shek, capo del governo di Nanchino, un servo dell’imperialismo giapponese che mette in pratica tutti gli ordini dei signori della guerra giapponesi e permette loro di rafforzarsi a spese della Cina per avanzare contro l’Unione Sovietica. Qui ci sono gli imperialisti inglesi, americani e altri, che sono invidiosi dell’imperialismo giapponese e vogliono prendersi una fetta di Cina ma permettono al Giappone di proseguire perché esso è la punta di lancio dell’imperialismo mondiale contro l’Unione Sovietica in Estremo oriente. E qui, sulla strada dell’imperialismo giapponese e mondiale, in una delle parti più fertili e densamente popolate della Cina, la Repubblica Sovietica Cinese occupa un ampio territorio a sudest e si estende verso le province centrali, baluardo contro l’imperialismo mondiale e lo stesso governo reazionario dei latifondisti e capitalisti cinesi. Al di fuori dell’Unione Sovietica, nessun paese al mondo ha mai giocato un ruolo più importante nel grande conflitto storico tra la dittatura del capitalismo e la dittatura del proletariato.
In un documento presentato alla fine del 1932 dal governo giapponese alla Commissione di Indagine della Società delle Nazioni, la cosiddetta Commissione Lytton, leggiamo:

Il futuro del movimento comunista cinese è materia di seria preoccupazione e difficile da trattare. All’apparenza il movimento può apparire un fenomeno casuale, iniziato nel 1920 con la formazione del Partito Comunista Cinese e attraverso le macchinazioni del Comintern. Ma in realtà le sue origini risalgono in profondità alle particolari condizioni sociali, economiche e politiche della Cina; e a meno che queste non vengano rimosse, il movimento non avrà fine ma probabilmente si espanderà. Non possiamo aspettarci che il governo di Nanchino, nel suo attuale stato di impotenza, raggiunga l’obiettivo di ripulire la Cina dagli eserciti rossi e dalle aree sovietiche. Fortunatamente queste ultime sono ancora geograficamente separate dalla Russia. Nel caso in cui dovessero stabilire un contatto geografico diretto lungo i confini della Siberia, della Mongolia o del Turkestan, potrebbe sorgere una situazione che nessun governo cinese sarebbe in grado di affrontare da solo [corsivo nostro]. La sovietizzazione dell’intera Cina non è un’impossibilità assoluta. E che cosa potrebbe significare per il mondo (e per gli Stati confinanti, come il Giappone) la combinazione di una Cina rossa, con 400 milioni di persone e incommensurabili risorse naturali, e della Russia sovietica, che possiede un sesto della superficie della terra, è una questione dovrebbe essere tenuta in mente quando si seguono gli sviluppi del movimento comunista in Cina.

Anche supponendo che il governo giapponese abbia sopravvalutato qualche elemento, bisogna dire che nel complesso il quadro è corretto. Il nemico più forte del comunismo in Estremo Oriente vede chiaramente il pericolo dei sovietici cinesi per l’imperialismo giapponese e quello mondiale.
I soviet cinesi e l’Esercito Rosso sono la principale forza antimperialista in Cina contro lo sfruttamento del paese da parte del capitale straniero. Sono un faro per le masse lavoratrici degli altri territori cinesi e mostrano come, quando il regime di Nanchino è rovesciato, la vita delle masse migliora immediatamente e gli agenti dell’imperialismo vengono distrutti. Attirano le simpatie di tutti i patrioti cinesi che desiderano sinceramente vedere rovesciato il giogo straniero. È per questo che i sovietici cinesi sono ora in grado di ottenere l’alleanza non solo dei soldati mobilitati dall’esercito di Nanchino ma di intere armate, compresi i comandanti di grado più basso. Ed è per questo che i soviet cinesi sono invincibili e i loro territori crescono.
In un’intervista concessa al corrispondente del mensile giapponese Chun Ya Gun Lien nel giugno 1933 Chiang Kai-shek, comandante in capo dell’esercito di Nanchino, dà la seguente spiegazione del colpo mortale assestato alle sue forze armate dall’Esercito Rosso:

È molto difficile scoprire chi tra la popolazione locale è un buon elemento e chi è cattivo. Oltre alle unità regolari ci sono anche distaccamenti partigiani, cioè i cosiddetti contadini partigiani. […] Questi partigiani insieme alle masse muovono una guerra partigiana a seconda di quello che richiedono le condizioni oggettive, allo scopo di gettare in confusione la retroguardia delle forze di spedizione o di attaccare a sorpresa le unità che si occupano di rifornire le forze di spedizione.
Fanno anche ricognizioni, suscitano il malcontento tra le nostre truppe e camuffano i posti dove le truppe regolari dell’Esercito Rosso sono situate. In breve, fanno tutto quello che è in loro potere per frustrare i nostri piani. […] Quando non combattono lavorano nei campi, ma tutte le volte che c’è bisogno di loro si armano e vengono in aiuto dell’esercito comunista. […] Proprio perché è impossibile tracciare una linea tra un buon cittadino e un partigiano rosso, per le nostre truppe è inevitabile avere la sensazione che “il nemico stia spiando ovunque”. Persino nei distretti dove la popolazione non è ancora stata contaminata dalle attività comuniste, le truppe sentono che non ci sarà pace finché l’intera popolazione non sarà spazzata via. Questa difficile situazione porta alle avversità incontrate dalle forze di spedizione, che riassumerò così: si è rivelato assolutamente impossibile ottenere rifornimenti di cibo o qualsiasi servizio personale per le nostre truppe; la popolazione dei distretti che confinano o sono soltanto vicini ai distretti dei banditi diventa rossa sempre più frequentemente per paura di essere massacrata senza eccezioni dalle forze di spedizione. (Citato da Wan Ming, Revolutionary China Today, pp. 39-40)

Qual è la posizione di Trockij in relazione a questo grande centro della rivoluzione mondiale?
Valuteremo la correttezza di Trockij ricordando che tra il1929 e il 1930, nel periodo di formazione ed estensione dei soviet cinesi, egli definì i soldati dell’Esercito Rosso “banditi”, e che dopo la ritirata temporanea della Rivoluzione tra la fine del 1927 e l’inizio del 1928 continuava a gridate “sconfitta, sconfitta e sconfitta”, “declino, declino e declino”, dichiarando che i tentativi dei primi leader dell’Esercito Rosso, Ho Lung e Yeh Tin, erano “avventure”, proclamando che i soviet erano una maligna invenzione di Stalin e insistendo continuamente sulla “Rivoluzione strangolata”, sul Partito Comunista Cinese “defunto”, su Stalin che aveva “disarmato la Rivoluzione cinese” e l’aveva “pugnalata alle spalle”. In un periodo in cui i congressi dei soviet erano già stati organizzati in numerosi distretti (Jiangxi, Hubei, Fujian, Hunan, Guangdong, Jiangsu, Anhui, Zhejiang e Honan) e si pianificava il primo congresso sovietico pan-cinese, Trockij continuava a lamentare che Stalin
ha subordinato i lavoratori cinesi alla borghesia, messo un freno al movimento contadino, supportato i generali reazionari, disarmato i lavoratori, impedito la comparsa dei soviet e liquidato quelli già fondati. (Lev Trockij, “Stalin e la Rivoluzione cinese”, Problemi della Rivoluzione cinese, 1930, pp. 307-308)

Come molti degli “atteggiamenti” di Trockij, questa negazione della Rivoluzione cinese e questa accusa a Stalin di mali immaginari che sono l’esatto contrario dei fatti storici possono sembrare folli ai non iniziati. In realtà hanno una logica: la logica controrivoluzionaria che sgorga delle sue concezioni mensceviche di base. Sono in assoluta armonica con il suo atteggiamento controrivoluzionario verso la Rivoluzione, l’Unione Sovietica e l’Internazionale Comunista.
Quest’uomo nega l’edificazione del socialismo in Unione Sovietica: perché non dovrebbe negare l’esistenza dei soviet in Cina? Afferma che Stalin abbia distrutto la Rivoluzione russa: perché non dovrebbe dire che Stalin ha distrutto la Rivoluzione cinese? Non gli è mai importato minimamente che i fatti evidenti smentiscano le sue bugie.
In questo atteggiamento nei confronti della Rivoluzione cinese, nei suoi “consigli”, nelle sue “raccomandazioni” e “tesi”, nei “memorandum” sulla politica del Comintern in Cina, la sua linea controrivoluzionaria, sempre decorata con frasi “ultra-rivoluzionarie”, è ancora più evidente che nell’atteggiamento verso la Rivoluzione russa. Qui abbiamo Trockij in forma concentrata: la quintessenza del trotskismo, per così dire.
Per iniziare ha sostenuto una posizione menscevica riguardo la natura stessa della Rivoluzione cinese. Non è riuscito a vedere che era una Rivoluzione per la liberazione nazionale in un paese semi-coloniale, in cui la forza di base era la rivoluzione contadina contro i resti del feudalesimo. Per lui non c’era differenza sostanziale tra la Cina e un qualsiasi paese imperialista.
Non c’è bisogno di fornire molte altre prove che la Cina sia da un lato un paese semi-coloniale e dall’altro semi-feudale. All’inizio della seconda Rivoluzione cinese nel 1925 (la prima si svolse nel 1911 e liberò il paese dalla monarchia) la Cina era soggiogata dagli imperialisti stranieri economicamente e politicamente. Circa l’80% delle ferrovie cinesi e il 78% della navigazione negli oceani e nei fiumi erano nelle mani del capitale straniero. Una rete di banche controllate dall’estero succhiava il sangue della popolazione. Il commercio estero e i proventi dei consumi erano nelle mani degli imperialisti stranieri guidati dalla Gran Bretagna. Gli imperialisti fissarono basse tariffe per i beni importati dai loro paesi, a detrimento delle manifatture cinesi. I capitalisti stranieri avevano il monopolio delle tasse su sale, vino e tabacco, che nel 1931 fruttarono 245 milioni di dollari cinesi. Il meglio delle miniere di carbone, dei pozzi di petrolio, dei porti, dei fornitori di macchinari, delle stazioni elettriche, degli impianti chimici, dei mulini, di cotone, zucchero, tabacco e carta era nelle mani dei capitalisti stranieri. Il capitale estero faceva tutto il possibile per ostacolare lo sviluppo indipendente delle forze produttive cinesi.
Per assicurasi l’assoluta libertà di sfruttamento economico, i governi imperialisti si garantirono privilegi politici che privarono il paese della sua sovranità. Avevano i cosiddetti treaty ports[5] dove mantenevano i propri distaccamenti militari e la propria polizia per la protezione delle aziende industriali e finanziarie. Si assicurarono libertà dalla tassazione e dalle legislazioni locali per gli stranieri. Navi mercantili straniere navigavano liberamente per i fiumi cinesi, senza alcun controllo da parte delle autorità locali. Ci sono una cinquantina di città dove i capitalisti stranieri sono i veri governanti. Possiedono territori in affitto dove i loro privilegi sono ancora più grandi. Hanno concessioni e insediamenti che sono Stati all’interno dello Stato cinese. L’Insediamento Internazionale di Shanghai è governato da una municipalità straniera. Oltre a questo, tutti i residenti stranieri godono del privilegio di extraterritorialità, che significa che uno straniero in Cina può essere processato solo da una corte internazionale.
Un patriota cinese descrive così la situazione:

All’inizio uno straniero vestito di nero (missionario) viene da me e mi dice: “amami come un fratello, altrimenti ti manderò ad arrostire nella grande fornace di laggiù”. Poi un uomo in abiti colorati viene da me con delle merci e dice: “compra questa spazzatura ad alto prezzo, altrimenti mi lamenterò con l’uomo vestito di bianco con la pistola”. Alla fine l’uomo vestito di bianco viene e dice: “tu non vuoi amare l’uomo vestito di nero come tuo fratello, non vuoi comprare le merci a buon prezzo dall’uomo con gli abiti colorati. Se è così, vattene e lascia la tua casa e il tuo campo all’uomo in nero e a quello colorato, altrimenti ti ucciderò”. Ma prima che riesca ad aprir bocca, mi uccide comunque, e tutti e tre mi sopraffanno: uno mi schizza con acqua, l’altro mi vuota le tasche, il terzo getta il mio corpo ai cani. Poi tutti loro portano via la mai casa, la mia terra, mia moglie, i miei figli e le sacre immagini dei miei antenati. (P. Mif, Chinese Revolution, p. 21)

La dominazione straniera, che insidiava la Cina e ne impediva la crescita, fu una delle ragioni della Rivoluzione.
La dominazione straniera era legata inestricabilmente al dominio dei signori della guerra e dei latifondisti. I signori della guerra, con i loro eserciti mercenari, mettevano in pratica la volontà degli imperialisti dentro la Cina, come ricompensa per il loro supporto nel mantenere il popolo cinese sotto il loro tallone di ferro. I signori della guerra (tra i molti che comandavano in Cina, il più potente era Zhang Zuolin, dittatore del Nord) erano qualcosa di simile agli zar, cioè despoti semi-feudali. Il loro potere si basava su quello dei latifondisti locali che comprendeva, come nel feudalesimo, autorità economica, amministrativa e giudiziaria sui contadini. I latifondisti vivevano del sudore e del sangue dei contadini.
Nei primi anni venti le statistiche mostravano che 2.800.000 latifondisti possedevano più della metà della superficie coltivabile totale di una sezione tipica della Cina, mentre 31 milioni di contadini (i due gruppi più bassi) possedevano insieme meno di tutti i latifondisti. Come risultato i contadini non potevano condurre un’“economia” sui loro piccoli appezzamenti di terra e dovevano prenderla in affitto dai latifondisti, pagando dal 60 al 90% del raccolto. L’affittuario doveva fornire al latifondista un certo numero di polli e anatre e una certa quantità di vino gratis. Inoltre doveva lavorare un certo numero di giorni per il latifondista. Su cento contadini della Cina centrale e meridionale, 40 erano affittuari, 28 semi-affittuari e solo 32 possedevano le proprie fattorie. Tutti i contadini pagavano tasse esorbitanti. Oltre alla tassa principale esistevano numerose tasse speciali: per l’esercito, la milizia, i presidi, le guardie, eccetera: complessivamente circa una trentina. I contadini erano spesso obbligati a pagare le tasse in anticipo. Sono noti casi in cui una tassa veniva raccolta dai contadini con 90 giorni di anticipo. Tutto questo andava ai signori della guerra e ai latifondisti.

Lavorando con incredibile assiduità per un numero incredibile di ore su appezzamenti di terreno incredibilmente piccoli, i contadini cinesi non riuscivano a guadagnarsi da vivere, per quanto ci provassero. Carestie, pestilenze e inondazioni erano il destino quotidiano di milioni e milioni di lavoratori della terra. Le masse contadine, centinaia di milioni di loro, furono la fonte principale della Rivoluzione cinese.
Gli operai (c’erano due milioni di operai in industrie cittadine di larga scala su un totale di cinque milioni di operai in tutta la Cina) soffrivano il tipo di sfruttamento conosciuto in Europa soltanto all’inizio del XIX secolo. Una giornata lavorativa di dodici ore era la norma, con alcuni operai costrretti a lavorare sedici o diciotto ore al giorno. Non c’erano restrizioni per il lavoro minorile; bambini di sette o otto anni lavoravano dodici ore al giorno. Il salario abituale dei lavoratori qualificati è di circa 20 centesimi al giorno. I salari più bassi arrivano a volte fino ai 4 centesimi al giorno. Erano noti casi di ragazzi tra i nove e i quindici anni che lavoravano in fabbriche di fiammiferi in un’atmosfera inquinata dalle 4 del mattino alla 8:30 di sera, con solo una pausa per cena, e ricevevano dai 3 ai 6 centesimi al giorno. Questo barbaro sfruttamento permise ai capitalisti di guadagnare profitti del 100% e oltre. La vita degli operai era tale che il 40% era obbligato a vivere al di sotto persino dello standard di vita dei manovali cinesi. Così gli operai soffrivano nelle mani degli imperialisti in quanto nativi di un paese oppresso e come lavoratori.
Gli operai furono una delle grandi forze della Rivoluzione cinese. Essendo meno numerosi in confronto alla popolazione totale rispetto agli operai della Russia, non potevano assumere immediatamente nella Rivoluzione cinese il ruolo che ebbero gli operai russi; non potevano stabilire immediatamente la dittatura del proletariato come era stato fatto in Russia nel novembre 1917. Ciononostante il loro ruolo nella Rivoluzione fu quello di una forza guida. Lo sciopero generale del maggio-giugno 1925 è considerato l’inizio della Grande Rivoluzione cinese. Seguirono scioperi in altre città. In tutti i movimenti rivoluzionari dopo il 1925 la classe operaia, guidata dal Partito Comunista, sta in prima fila. Nei soviet cinesi attuali gli operai sono riconosciuti come guide. In sostanza la Rivoluzione cinese è comunque una rivoluzione contadina e antimperialista e non una rivoluzione socialista. Questo fu riconosciuto molto presto dall’Internazionale Comunista. Nelle istruzioni al Terzo Congresso del Partito Comunista Cinese del 1923, l’Internazionale Comunista disse:
La Rivoluzione nazionale in Cina e la creazione di un fronte antimperialista saranno inevitabilmente accompagnate da una rivoluzione contadina contro i resti del feudalesimo. Solo allora la Rivoluzione sarà vittoriosa, quando riuscirà a coinvolgere la massa fondamentale della popolazione cinese, i piccoli contadini.
Perciò la questione centrale dell’intera politica è la questione contadina. […] È per questo che il Partito Comunista, in quanto partito della classe lavoratrice, deve lottare per un’alleanza tra operai e contadini. Questa può essere realizzata soltanto mediante una propaganda incessante e la realizzazione in pratica delle parole d’ordine della Rivoluzione contadina, come la confisca delle terre dei latifondisti, la confisca delle terre dei monasteri e delle chiese e la loro cessione ai contadini senza compensi, l’abolizione delle rendite, l’abolizione dell’attuale sistema tributario, abolizione della riscossione delle tasse, abolizione delle tariffe doganali tra le province, abolizione del mandarinato, creazione di organi di autogoverno contadino che gestiranno le terre confiscate. Oltre a queste esigenze fondamentali occorre convincere l’intera massa dei contadini poveri della necessità della lotta contro l’imperialismo straniero. […] Solo quando l’istituzione contadina è posta sotto le parole d’ordine dell’anti-imperialismo possiamo sperare in un autentico successo. Non occorre ribadire che la leadership deve appartenere al Partito della classe lavoratrice. Gli ultimi eventi nel campo del movimento operaio (scioperi straordinari) hanno mostrato chiaramente tutta l’importanza di un movimento operaio in Cina. Il Partito Comunista è costantemente obbligato a spingere il Kuomintang verso la Rivoluzione contadina.

Il carattere della Rivoluzione cinese, che combina la rivoluzione antimperialista con quella contadina, e il ruolo dei lavoratori e del loro partito, il Partito Comunista, non potrebbe essere definito più adeguatamente di quanto abbia fatto questo documento ancora prima del vero inizio della Rivoluzione nel 1925. L’Internazionale Comunista, ancora guidata da Lenin, non sottovalutò mai il ruolo del proletariato nella Rivoluzione. Vide comunque che si trattava della Rivoluzione di un paese oppresso che insorgeva contro il giogo dell’imperialismo, e che la sua forza principale erano i contadini, la maggioranza della popolazione. E Trockij? Fedele al suo disprezzo per i contadini, fu semplicemente incapace di vedere i milioni di contadini impoveriti e oppressi che stavano iniziando a formare comitati locali per combattere contro i latifondisti. Per lui i contadini non esistevano, perciò per lui la forza principale delle lotte rivoluzionarie in questo paese semi-feudale non esisteva.
Ancora nel 1920, dopo tre anni di eroica lotta, aveva questo da dire sui contadini e la Rivoluzione:
Numericamente, i contadini cinesi costituiscono una massa ancora più schiacciante di quelli russi; ma stritolati nella morsa delle contraddizioni mondiali, dalla cui soluzione in un modo o nell’altro dipende il loro destino, i contadini cinesi sono ancora meno capaci dei russi di esercitare il ruolo di guida. Al momento non è più una previsione teorica; è un fatto provato e riprovato da ogni lato. (Lev Trockij, Problemi della Rivoluzione cinese, p. 133)
Si noti l’espressione: “morsa delle contraddizioni mondiali”. Sembra che la contraddizione tra gli interessi di milioni di contadini e quelli di latifondisti e signori della guerra cinesi non appartenga alle contraddizioni mondiali; sembra che neppure la contraddizione tra gli interessi dei contadini e quelli degli oppressori e sfruttatori imperialisti appartenga alle contraddizioni mondiali. Sembra che i contadini debbano aspettare che qualche altra forza risolva i loro problemi.
Trockij non si accorse neppure del carattere antimperialista della Rivoluzione cinese. Mentre il suo disprezzo per i contadini come forza rivoluzionaria era un vecchio tratto rivelato dal suo atteggiamento verso la Rivoluzione russa, qui si rivela da un nuovo punto di vista. Non riuscì a vedere che la liberazione dal giogo del potere straniero era una questione di vita o morte per la stragrande maggioranza della popolazione della Cina. Quello che vide nella Rivoluzione non era affatto una rivoluzione: considerava l’intero movimento come un tentativo degli industriali cinesi di sbarazzarsi del controllo straniero sulle dogane, di stabilire un’“autonomia doganale”.
Con un approccio del genere poteva soltanto commettere errori, uno più grossolano dell’altro, e avanzare proposte che, se accolte, avrebbero condannato la Rivoluzione al disastro.
Fino alla metà del 1927 il Kuomintang, menzionato sopra nelle istruzioni dell’Internazionale Comunista, era un partito della rivoluzione nazionale. Fondato nel 1912 da Sun Yat-sen, guadagnò grande influenza e potere nei primi anni venti. Nel 1925 controllava la città meridionale di Canton e i territori confinanti, aveva un proprio esercito e la sua influenza cresceva. Inizialmente un partito di intellettuali e piccoli borghesi, attrasse presto un gran numero di contadini e operai. A metà del 1926 il suo esercito, guidato da Chiang Kai-shek, allora un rivoluzionario, iniziò la famosa marcia verso nord (la spedizione settentrionale).
Fu la più grande ondata rivoluzionaria che il mondo avesse mai visto fuori dalla Russia. In breve tempo gli eserciti rivoluzionari conquistarono le più importanti province della Cina: Hunan, Hubei, Jiangxi, Henan, Jiangsu, Zhejiang, eccetera. La marcia procedette dalle zone cinesi meno industrializzate alle più industrializzate e sviluppate. Ovunque arrivassero gli eserciti veniva organizzato un governo rivoluzionario, il dominio straniero era abolito, i privilegi stranieri limitati. La marcia verso nord fu accompagnata da una crescita straordinaria del movimento proletario. Ovunque ci fosse il governo rivoluzionario, la classe operaia emergeva dalla clandestinità in cui era stata confinata dai signori della guerra e iniziava a operare alla luce del sole. Organizzava sindacati; usava l’arma dello sciopero per migliorare la propria condizione. Il Partito Comunista crebbe in modo straordinario e organizzò grandi manifestazioni proletarie con decine di migliaia di partecipanti. Più ancora, i lavoratori si armarono qui e là nelle province liberate. Allo stesso tempo ci fu un grande sviluppo del movimento contadino. Milioni di contadini insorsero contro i latifondisti organizzando comitati dei poveri, rifiutandosi di pagare le rendite, fondando i loro governi locali nei villaggi, spesso attaccando le proprietà dei latifondisti e occupando le terre. Fu una grande ondata rivoluzionaria che si abbatté su gran parte della Cina, spazzando via i signori della guerra e gli imperialisti e dando sfogo all’energia creativa rivoluzionaria degli operai e dei contadini.
Quale doveva essere l’atteggiamento dell’Internazionale Comunista e del Partito Comunista Cinese nei confronti di questa rivoluzione nazionale? Nel 1923 l’Internazionale chiese al Partito Comunista di “spingere il Kuomintang a sinistra”. Nel novembre 1926, nella Risoluzione del Settimo Plenum del Comintern, dichiarò:

Se il proletariato non avanzerà un programma agrario non sarà in grado di coinvolgere i contadini in una lotta rivoluzionaria e perderà l’egemonia nel movimento di liberazione nazionale.

Il Comintern insisté ripetutamente sullo sviluppo del movimento proletariorivoluzionario contro i capitalisti e del movimento contadino contro i latifondisti.Le istruzioni del Comintern al Partito Comunista Cinese, diffuse nel dicembre 1926, dicono:

La politica generale di ritirata nelle città e di limitazione della lotta degli operai per il miglioramento delle loro condizioni è scorretta. Nei villaggi la lotta deve essere sviluppata, ma allo stesso tempo è necessario sfruttare il momento favorevole per migliorare la posizione materiale e legale dei lavoratori, impegnandosi in ogni modo per dare alla loro lotta un carattere organizzato che escluda eccessi e imprudenze. In particolare è necessario impegnarsi perché la lotta nelle città sia diretta contro gli strati della grande borghesia e prima di tutto contro gli imperialisti, così che la piccola e media borghesia cinese sia mantenuta per quanto possibile all’interno del quadro di un fronte unito contro il nemico comune. […] Riteniamo necessario avvertire che decreti contro la libertà di sciopero e riunione tra lavoratori sono assolutamente inammissibili.

All’inizio del 1927 il Comintern disse nelle sue istruzioni:
È necessario puntare ad armare gli operai e i contadini, a trasformare i comitati contadini locali in veri organi di potere con autodifesa armata, eccetera. È’ necessario che il Partito Comunista appaia ovunque come tale; la politica di semi-legalità volontaria è inammissibile; il Partito Comunista non deve apparire come un freno al movimento di massa; non deve celare la politica traditrice e reazionaria dell’ala destra del Kuomintang; ma il suo smascheramento deve mobilitare le masse attorno al Kuomintang e al Partito Comunista.
Da ciò è ovvio che mentre l’Internazionale Comunista lottava per ottenere il massimo sviluppo possibile della Rivoluzione contro l’imperialismo mondiale, lottava anche per ottenere il massimo guadagno per gli operai e i contadini dentro la Rivoluzione e attraverso la Rivoluzione.
Un uomo come Trockij, che non riusciva a comprendere i contadini antifeudali e la portata nazionale antimperialista della Rivoluzione, era costretto ad avanzare proposte controrivoluzionarie.
Propose che il Partito Comunista si ritirasse dal Kuomintang e formasse i soviet. Sostenne che il blocco antimperialista tra il proletariato e la borghesia durante la marcia verso nord fosse contrario al leninismo. Ribadì che la formazione immediata dei soviet fosse l’unica strada leninista.

Se all’inizio della campagna nel Nord avessimo iniziato a organizzare i soviet nei distretti “liberati” (e le masse lottavano istintivamente per questo) avremmo portato al nostro fianco l’insurrezione contadina, avremmo costituito il nostro esercito, avremmo danneggiato gli eserciti avversari e nonostante la sua giovane età il Partito Comunista Cinese sarebbe stato in grado, con una guida giudiziosa da parte del Comintern, di maturare in quegli anni di stress e arrivare al potere, se non in tutta la Cina in una volta, almeno in una parte considerevole di essa. E soprattutto avremmo avuto un partito. (Lev Trockij, Problemi della Rivoluzione cinese, p. 134)
Non dimentichiamoci che i soviet sono organi di potere. Trockij non li concepiva come organi della dittatura rivoluzionaria del proletariato e dei contadini. Voleva saltare la fase storicamente necessaria della Rivoluzione e arrivare subito ai soviet come dittatura del proletariato.
Quale sarebbe stato il compito di tali organi? Sarebbero stati un governo diretto contro il governo nazionale. Avrebbero scatenato i contadini contro di sé, perché i contadini avrebbero visto, nel tentativo di sabotare il Kuomintang rivoluzionario in cui ancora avevano fiducia, un tentativo di interferire con la Rivoluzione contadina. Non sarebbero stati in grado di costituire un esercito sovietico perché la stragrande maggioranza dei contadini e gran parte degli operai credevano in Chiang Kai-shek, che all’epoca era un rivoluzionario. Non sarebbero stati in grado di danneggiare l’esercito di Chiang Kai-shek perché quell’esercito era impegnato in una rivoluzione vittoriosa. Non avrebbero rafforzato il Partito Comunista perché esso si sarebbe isolato dalle masse rivoluzionarie. Riguardo a prendere il potere in una parte considerevole della Cina, essi riuscirono a farlo proprio perché non si presentarono agli occhi delle masse come sabotatori della Rivoluzione nazionale, ma mostrarono alle masse in base alla propria esperienza che Chiang Kai-shek era un traditore.
La parola d’ordine dei soviet suona rivoluzionaria, ma in date circostanze, quando è impossibile da realizzare, il suo uso sarebbe stato un atto controrivoluzionario. Avrebbe tagliato le gambe alla Rivoluzione. Riassumendo le esperienze della Rivoluzione cinese al Sesto Congresso dell’Internazionale Comunista, Kuusinen, uno dei dirigenti del Comintern, disse:
Bene, compagni, questo è soltanto il soggettivismo ultra-rivoluzionario alla massima potenza di un piccolo borghese impazzito, o che cosa? Non so cosa sia soggettivamente, ma so perfettamente quale sarebbe stato il significato oggettivo di una tale azione messa in pratica. Se avessimo tentato una cosa del genere, sarebbe stato il metodo più sicuro per provocare l’immediato collasso della Rivoluzione, o almeno del […] movimento contadino. Nella situazione attuale della Cina avanzare una parola d’ordine del genere poteva avere soltanto l’effetto di una provocazione. (Momenti del Sesto Congresso del Comintern, edizione tedesca, vol. III, p. 24)
Il fatto che nel marzo 1927 Chiang Kai-shek tradì la Rivoluzione e divenne uno strumento dell’imperialismo mondiale è sfruttato da Trockij per dimostrare il proprio acume. Non sapeva in precedenza che non si può fare affidamento sulla borghesia? Non aveva proposto i soviet? Finge di non sapere che una cosa è quando la borghesia tradisce la rivoluzione, e un’altra quando il Partito Comunista tenta di sabotarla. “Dimentica” che ciò che aveva proposto avrebbe portato a una guerra degli operai contro i contadini. Continua a ripetere ad nauseam che il Partito Comunista non poteva essere “un’appendice del partito della borghesia”. Attribuisce al Comintern la falsa affermazione che “milioni di operai e contadini potrebbero essere messi in movimento e guidati se solo la bandiera del Kuomintang venisse sventolata un po’ nell’aria” (Lev Trockij, La Rivoluzione cinese e le tesi di Stalin, 1927). Si è soltanto “dimenticato” di considerare una piccola cosa: quei milioni di contadini erano in realtà impegnati in una vera rivoluzione contadina contemporaneamente alla lotta del fronte unito antimperialista. Non ha mai capito le varie fasi di una rivoluzione e passa da una all’altra.
L’Internazionale Comunista era consapevole del fatto che la Rivoluzione non poteva fare affidamento sulla borghesia a lungo? Tutte le sue istruzioni sottolineano il fatto che, nonostante ci fosse un fronte unito, un blocco delle masse con la borghesia, il destino della Rivoluzione dipendeva dagli operai e dai contadini. Il Comintern consiglio agli operai e ai contadini di armarsi, e se necessario sfidare i leader del Kuomintang. Consigliò loro di formare comitati contadini, combattere la destra del Kuomintang e spingere il partito a sinistra, di far avanzare il Partito Comunista con coraggio. Avvertì i comunisti che era necessario sviluppare il movimento di massa, che da solo avrebbe salvato la Rivoluzione. “Altrimenti”, dicono le istruzioni del dicembre 1926, “la Rivoluzione è minacciata da un pericolo terribile”.
Il Partito Comunista Cinese, giovane, militante, ardente ma privo di esperienza, commise degli errori. Ci furono dirigenti comunisti che non si accorsero della necessità di un fronte rivoluzionario proletario indipendente. Ci furono dirigenti comunisti che dissero: “Non dobbiamo mettere in imbarazzo il fronte unito antimperialista con una Rivoluzione troppo contadina”. Ci furono comunisti che dissero: “Non devono esserci troppi scioperi perché allontanerebbero la borghesia dalla Rivoluzione”. Ci furono comunisti che, per la stessa ragione, esitarono ad armare i lavoratori. Furono commessi molti errori di questo tipo. Alcuni erano inevitabili, data la complessità e la novità della situazione. La dirigenza comunista dell’epoca era, a causa delle condizioni storiche, piccolo-borghese (dalle città) e intellettuale. Non si era ancora temprata nella lotta. Non aveva ancora assorbito pienamente i principi leninisti di disciplina comunista. Ma questo non significa affatto che la linea dell’Internazionale Comunista e di Stalin fosse sbagliata.
Al Sesto Congresso dell’Internazionale Comunista gli errori del Partito furono descritti così:
Il Partito Comunista Cinese ha sofferto una serie di gravi sconfitte, che sono legate a una serie di gravi errori opportunisti: l’assenza di indipendenza e libertà di critica riguardo al Kuomintang; la mancata comprensione della transizione da una fase della Rivoluzione all’altra e della necessità di prepararsi in tempo per la resistenza; infine, l’aver intralciato la Rivoluzione contadina. (Momenti del Sesto Congresso del Comintern, edizione tedesca, vol. IV, p. 40)
La linea del Comintern, comunque, era in accordo con gli insegnamenti di Lenin e gli interessi della Rivoluzione.
Lenin disse questo riguardo al supporto alla borghesia nazionale in una rivoluzione:

L’Internazionale Comunista deve stringere un’alleanza temporanea con la borghesia democratica delle colonie e dei paesi arretrati, ma non fondersi con essa e deve assolutamente conservare l’indipendenza del movimento proletario, sia pure nella forma più embrionale. (Lenin, “Tesi per il Secondo Congresso dell’Internazionale Comunista”, Opere complete, vol. XXXI, p. 159)
Noi, come comunisti, dobbiamo sostenere e sosterremo i movimenti borghesi di liberazione nelle colonie solo nei casi in cui questi movimenti siano effettivamente rivoluzionari, in cui i loro rappresentanti non ci impediscano di educare ed organizzare nello spirito della rivoluzione i contadini e le grandi masse degli sfruttati. (Lenin, “Secondo Congresso dell’Internazionale Comunista”, Opere complete, vol. XXXI, p. 228)
Il movimento del Kuomintang dal 1926 fino al marzo 1927 era veramente rivoluzionario e i suoi rappresentanti non solo non impedirono ai comunisti di educare e organizzare le masse contadine e operaie nello spirito rivoluzionario, ma li blandirono persino. Così al Settimo Plenum del Comintern (nel novembre 1926) un portavoce di Chiang Kai-shek affermò: “Ciò per cui lotta il Kuomintang è che dopo la Rivoluzione nazionale in Cina non si crei un dominio borghese, come è successo in occidente e come vediamo in tutti i paesi eccetto l’Unione Sovietica. […] Siamo tutti convinti che sotto la guida del Partito Comunista e del Comintern il Kuomintang realizzerà il suo compito storico”. (Momenti del Settimo Plenum, edizione tedesca, p. 404)
L’Internazionale Comunista non si fece mai illusioni su un blocco duraturo del proletariato con la borghesia. Quello su cui insisteva era usare i rivoluzionari borghesi finché era possibile, allo scopo di raggiungere il massimo risultato.
Chiang Kai-shek tradì. Quando gli imperialisti iniziarono a bombardare Nanchino nel marzo 1927, Chiang si unì a loro contro i rivoluzionari. Perché? Perché la borghesia era spaventata dallo spettro di un eccessivo potere dei contadini e degli operai. Messa di fronte all’alternativa di soffrire nelle mani degli imperialisti stranieri o essere schiacciata dall’onda in piena delle rivolte proletarie, la borghesia scelse la prima strada. Chiang Kai-shek eseguì il volere dei suoi padroni, e si separò dal Kuomintang.
Qui inizia la seconda fase della Rivoluzione, quella di Wuhan. “La borghesia nazionale si allontanò dalla Rivoluzione mentre il movimento contadino cresceva verso una potente rivoluzione di decine di milioni di contadini” (Stalin). La sinistra del Kuomintang formò il governo di Wuhan. I comunisti vi parteciparono. Trockij, che non ha mai capito il passaggio di una rivoluzione da una fase all’altra, ora inverte la rotta e “consiglia” ai comunisti di partecipare al Kuomintang. “Siamo a favore che i comunisti lavorino e attraggano pazientemente gli operai e i contadini al proprio fianco”, dichiara nel suo opuscolo La Rivoluzione cinese e le tesi di Stalin (maggio 1927). Perché adesso? Le forze di Wuhan non erano diverse in linea di principio da quelle di Chiang Kai-shek prima del marzo 1927. Ma qui abbiamo una delle tante contorsioni che sono così tipiche di Trockij.
Che cos’era il periodo di Wuhan? Con insuperabile chiarezza Stalin spiegò questo nel suo discorso di fronte alla Sessione Plenaria del Comitato Centrale e della Commissione Centrale di Controllo dell’Unione Sovietica del 1° agosto 1927:

Mentre nella prima fase la punta della rivoluzione era rivolta principalmente contro l’imperialismo straniero, il tratto caratteristico della seconda fase consiste nel fatto che la rivoluzione rivolge la sua punta principalmente contro i nemici interni, e innanzi tutto contro i signori feudali, contro il regime feudale. È stato adempiuto nella prima fase i compito di abbattere l’imperialismo straniero? No, non è stato adempiuto. L’adempimento di questo compito è stato lasciato in eredità alla seconda fase della rivoluzione cinese. La prima fase ha dato alle masse rivoluzionarie soltanto la spinta iniziale contro l’imperialismo, per poi terminare il suo corso e trasmettere questo compito al futuro. C’è da supporre che neanche nella rivoluzione non si riuscirà ad adempiere interamente il compito di cacciar via gli imperialisti. La seconda fase darà una nuova spinta alle grandi masse degli operai e dei contadini cinesi contro l’imperialismo, ma lo farà solo per lasciare il compimento dell’opera alla fase successiva, alla fase sovietica. (Stalin, “Sessione plenaria comune del CC e della CCC del PC(b) dell’URSS”, Opere complete, vol. 10, pp. 34-35)
Stalin, il leninista, comprese e spiegò ciò che era incomprensibile a Trockij: la transizione da una fase della rivoluzione all’altra. Previde che la fase successiva della rivoluzione sarebbe stata la fase sovietica. Sapeva che il blocco con la borghesia nel governo di Wuhan non sarebbe durato a lungo. Comunque, non poteva suggerire al Partito Comunista di porsi contro il regime di Wuhan. Sarebbe stato pericoloso per la Rivoluzione che ora aveva contro di sé, oltre ai signori della guerra e gli imperialisti, anche un’ampia parte della borghesia guidata da Chiang Kai-shek, il cosiddetto regime di Nanchino.
Perché era necessario per i comunisti restare nel governo di Wuhan? Secondo Stalin, il loro compito
consisteva nell’utilizzare in tutti i modi possibili l’organizzazione legale del Partito, del proletariato (sindacati), dei contadini (leghe) e della rivoluzione in generale.
Consisteva nello spingere i membri del Kuomintang di Wuhan a sinistra, dalla parte della rivoluzione agraria.
Consisteva nel fare del Kuomintang di Wuhan il centro della lotta contro la controrivoluzione, l’anima della futura dittatura democratica rivoluzionaria del proletariato e dei contadini. (Ibid., pp. 35-36)
In risposta alle richiesta dei trotskisti di formare immediatamente i soviet, Stalin spiegò che sarebbe stato “avventurismo”, un “avventuroso salto di fasi”, dato che avrebbe significato saltare la fase di sviluppo del Kuomintang di sinistra. “Il Kuomintang di Wuhan non si era ancora screditato e svelato agli occhi delle ampie masse di operai e contadini; non era ancora esaurito come organizzazione borghese-rivoluzionaria”.
Le rivoluzioni si muovono rapidamente. La seconda fase della Rivoluzione fu seguita da una terza alla fine del 1927. La borghesia divenne davvero completamente screditata agli occhi degli operai e dei contadini. Gran parte del territorio conquistato dalla marcia verso nord era adesso nelle mani del regime di Nanchino, che aveva al suo fianco anche la borghesia del regime di Wuhan. Il Partito Comunista, ora solo, guidava il movimento operaio e contadino. Le differenze di classe entrarono in gioco. La borghesia si ritirò dagli imperialisti stranieri per cercare rifugio, anche se a un prezzo mortale, contro l’ondata rossa della Rivoluzione agraria e proletaria. Il passo successivo della Rivoluzione erano, inevitabilmente, i soviet. La Rivoluzione democratica-borghese entrò nella fase della dittatura rivoluzionaria democratica del proletariato e dei contadini.
Il primo soviet fu organizzato a Canton dopo l’insurrezione armata dell’11 dicembre 1927. La Comune di Canton durò soltanto tre giorni. Fu soffocata nel sangue degli eroici combattenti dalle forze unite della borghesia cinese, dei latifondisti e degli imperialisti internazionali. Ma quella non fu la fine della Rivoluzione. Fu soltanto uno dei suoi passi indietro. Certo, nel territorio di Nanchino il Partito Comunista era costretto all’illegalità. Numerosi operai e contadini furono condannati a morte dal boia Chiang Kai-shek. Ma la Rivoluzione continuava a marciare. Anche prima della sconfitta della Comune di Canton, i comunisti cinesi guidati dai generali Yeh Tin, Ro Lung e Zhu De organizzarono una rivolta vittoriosa tra i migliori corpi dell’esercito del Kuomintang a Nanchang, nella provincia di Jianxi. Riuscirono a far schierare con il Partito Comunista una forza armata di circa 15.000 uomini, che fu il nucleo dei futuri eserciti rossi. Per un po’ gli eserciti rossi si ritirarono nelle regioni di montagna, ma già nel febbraio 1928 abbiamo un regime sovietico fondato nel distretto di Yongding, nella provincia di Fujian. A maggio c’è un congresso di operai, contadini e soldati rossi nello Jiangxi orientale. Tra settembre e ottobre abbiamo un regime sovietico nella provincia di Hunan. Da allora i soviet cinesi continuarono a crescere fino a raggiungere l’attuale fase di potere e consolidamento.
È impossibile sopravvalutare l’importanza di questo sviluppo di fronte alle difficoltà soverchianti. I soviet erano, e in larga parte sono ancora oggi, isolati dai grandi centri con le masse del moderno proletariato. Hanno sofferto invasioni e assedi. Numerose spedizioni furono organizzate contro di loro, non solo di natura militare ma anche propagandistica. La nuova Repubblica Sovietica dovette creare il suo esercito rosso e armarsi in un paese che non è altamente industrializzato. Le armi furono ottenute in gran parte con battaglie vittoriose contro le armate di Chiang Kai-shek. Eppure, che progresso straordinario!
Che cosa fu la Comune di Canton? L’Internazionale Comunista, nelle tesi per il Sesto Congresso, disse:

L’insurrezione di Canton, l’eroica battaglia di retroguardia del proletariato cinese nel periodo appena trascorso della Rivoluzione cinese, rimane, nonostante i gravi errori della dirigenza, il vessillo della nuova fase sovietica della Rivoluzione.

All’incirca nello stesso periodo in cui l’Internazionale Comunista stava abbozzando le tesi sul soviet di Canton come bandiera della nuova fase della Rivoluzione, Trockij dichiarò:
Il soviet [di Canton] che fu creato di fretta, solo per rispettare il rituale, era semplicemente il travestimento di un putsch avventurista. Perciò scoprimmo, quando tutto era finito, che il soviet di Canton era solo uno di quei vecchi draghi cinesi: era semplicemente disegnato su carta. (Lev Trockij, “L’insurrezione di Canton”, Problemi della Rivoluzione cinese, p. 157)

Stalin, chiaramente, si limitò a mettere in scena un rituale per dimostrare di essere un buon rivoluzionario. Fece un putsch per dimostrare di non essere peggio di Trockij! Ma Trockij non si lascerà ingannare. “Eravamo a favore della creazione dei soviet in Cina nel 1926. Eravamo contrari alla farsa dei soviet di Canton nel dicembre 1927” (Ibid.). Era a favore dell’industrializzazione e della collettivizzazione nel 1925 in Russia. Vede l’industrializzazione come un “travestimento” e la collettivizzazione come una “farsa” nel 1935. “Non ci sono contraddizioni qui”, dice. No, non ci sono contraddizioni. La politica di Trockij è sempre controrivoluzionaria; o propone la separazione delle forze rivoluzionarie o descrive una grande battaglia rivoluzionaria come una “farsa”. Quella “farsa di soviet” di Canton, ricordiamolo, fu una delle insurrezioni più eroiche degli operai e dei contadini. Più di 7.000 combattenti furono fucilati solo a Canton quando l’insurrezione fu stroncata.
Negli anni successivi al 1927 Trockij rifiuta di riconoscere la diffusione della Rivoluzione in Cina e la fondazione dei soviet. Ciò che in realtà è la transizione verso una fase superiore della Rivoluzione, per lui è la fine di ogni cosa: oscurità e sconfitta. Il desiderio è il padre del pensiero. In questo, la sua malignità confina con il grottesco. “Ho Lung e Yeh Tin, anche tralasciando la loro politica opportunista, non poterono evitare di essere degli avventuristi isolati, degli pseudo-comunista alla Machno [Machno era mezzo bandito e mezzo rivoluzionario durante la Rivoluzione russa], non poterono far altro che schiantarsi contro il loro isolamento, e si sono schiantati” (Problemi della Rivoluzione cinese, pp. 149-150). Questo è il modo in cui salutò la formazione del nucleo del futuro esercito rosso. Il rapporto del Partito Comunista Cinese al Sesto Congresso (nell’estate del 1928) sulla crescita del numero dei membri del Partito, un rapporto che mostrò che la Rivoluzione non era sconfitta, fu definito da Trockij come “un’informazione mostruosa” che meritava una “confutazione indignata” (Ibid., p. 160). Non poté affatto confutare le cifre, ma allora trovò un altro problema: la maggioranza dei nuovi membri, disse, erano contadini, e perciò il Partito Comunista Cinese “ha cessato di essere in conformità con la sua destinazione storica” (Ibid., p. 161), cioè in conformità con la pretesa di Trockij che i contadini non possano avere un ruolo rivoluzionario. La Rivoluzione, secondo lui, è persa. “Al momento la rivoluzione è rimandata a un futuro indefinito. E inoltre, le conseguenze della sua sconfitta non sono ancora completamente esaurite” (Ibid., p. 177, ottobre 1928).
La formazione dei soviet nel 1929 fu trattata da lui come uno scherzo. “Forse i comunisti cinesi sono insorti perché hanno ricevuto gli ultimi commenti di Molotov sulla risoluzione a proposito del ‘terzo periodo’. […] Questa insurrezione nasce dalla situazione della Cina, o piuttosto dalle istruzioni sul ‘terzo periodo’?” (Ibid., p. 233, novembre 1929).
Mentre gli operai e i contadini cinesi guidati dai comunisti combattevano eroicamente e sacrificavano le loro vite sui campi di battaglia per fondare il potere sovietico, Trockij, al sicuro ad Alma Ata, dava sfogo al suo odio velenoso contro Stalin e i comunisti. Oh, alla fine svelò il segreto di Ho Lung, Yeh Tin e l’insurrezione di Canton del 1927, e anche il sinistro significato della formazione dei soviet nel 1929. “Le campagne avventurose di Ho Lung e Yeh Tin nel 1927 e l’insurrezione di Canton [erano] programmate per il momento dell’espulsione dell’opposizione dal Partito Comunista Russo” (Ibid., pp. 233-234): furono organizzate, cioè, per distogliere l’attenzione dei lavoratori; in sé non erano nulla. Riguardo alla formazione dei soviet in alcune aree della Cina nel 1929, questo è il segreto, e la sua rivelazione rende Trockij decisamente allarmato:

I comunisti cinesi sono insorti a causa della conquista da parte di Chiang Kai-shek delle ferrovie orientali? Questa insurrezione, interamente partigiana nella sua natura, ha come scopo sorprendere alle spalle Chiang Kai-shek? Se così stanno le cose, ci chiediamo chi abbia dato un tale consiglio ai comunisti cinesi. Chi ha la responsabilità politica del passaggio alla guerriglia? (Ibid., p. 235)

Si noti la doppia malizia: la noncuranza per una delle conquiste più grandi della Rivoluzione mondiale e il disprezzo per la sicurezza dell’Unione Sovietica. Trockij è contro la difesa delle frontiere sovietiche da parte degli operai e i contadini cinesi (forse sarebbe stato contento se le forze di Chiang Kai-shek fossero riuscite a colpire l’Unione Sovietica?). Afferma:
Il proletariato sovietico, che ha il potere e le marmi nelle sue mani, non può chiedere che l’avanguardia del proletariato cinese inizi subito una guerra contro Chiang Kai-shek, cioè che usi i mezzi che lo stesso governo sovietico, correttamente, non ritiene possibile applicare. (Ibid., p. 234)

Questo la dice lunga sull’atteggiamento di Trockij riguardo all’Unione Sovietica. Incidentalmente, l’attacco degli imperialisti alle ferrovie orientali cinesi fu fermato da un’azione rapida e decisa dell’Armata Rossa dell’Unione Sovietica, l’esercito degli operai e dei contadini. Come al solito Trockij fa previsioni, e le sue previsioni sono stupide. Così vede entro la fine del 1929 “la prospettiva di una terribile debacle e di una degenerazione avventurista dei resti del Partito Comunista”. Che sia successo il contrario non è colpa di Trockij.
Basta con le codardie di un controrivoluzionario impazzito. Potremmo citare molti altri esempi per mostrare che quest’uomo è un acerrimo nemico della Rivoluzione cinese, che è incapace di vedere nei soviet cinesi una conquista rivoluzionaria, che ancora nell’agosto 1930 dichiara che “i contadini sono incapaci di creare indipendentemente il proprio governo sovietico”, che la guida dei soviet cinesi, secondo lui, non sarebbe nelle mani del Partito Comunista ma “è stata consegnata a qualche altro partito politico”, eccetera. Ma le perle citate fin qui saranno sufficienti per descrivere questo nemico della Rivoluzione mondiale.
Comunque, un caso va citato per completare il quadro. Dopo il 1928 Trockij inizia improvvisamente a predire la stabilizzazione economica della Cina sotto il regime di Nanchino, l’aumento delle sue forze produttive, un’autentica “ripresa economica” e di conseguenza “una relativa stabilizzazione (politica) borghese”, che è “radicalmente diversa da una situazione rivoluzionaria”. Non abbiamo bisogno di insistere sul fatto che oggi la Cina è in una crisi più profonda e che le forze rivoluzionarie stanno crescendo molto in fretta nell’area di Nanchino. Quello che ci interessa è la parola d’ordine di Trockij, “Per un’Assemblea Costituente”:

Il Partito Comunista può e deve formulare la parola d’ordine di un’Assemble Costituente con pieni poteri, eletta a suffragio universale, equo, diretto e segreto. (Ibid., p. 189, scritto nell’ottobre 1928)
Niente più Rivoluzione. Niente più soviet. Niente più armi agli operai e ai contadini. Il Partito Comunista dovrebbe iniziare, dice Trockij, “dall’inizio”, e ciò significa aiutare la borghesia a consolidare il potere statale, aiutare la borghesia a unire tutta la Cina sotto un’unica Assemblea Costituente, formare un’opposizione, legale per sua natura, all’interno del parlamento borghese.
Un controrivoluzionario sconfitto smascherato dal corso della Rivoluzione e con la bava alla bocca a causa della sua debolezza: questo è diventato Trockij riguardo alla Rivoluzione cinese. Al suo odio per l’Unione Sovietica si è aggiunto l’acre odio per la Cina sovietica. Quando vede la due cose insieme, quando vede i comunisti cinesi alzare la parola d’ordine di una guerra nazionale rivoluzionaria contro l’imperialismo giapponese, si muove per “mettere in guardia” nello stesso modo in cui ha “messo in guardia” contro la difesa delle ferrovie cinesi orientali.
Stava cercando di trarre profitto dagli errori del Partito Comunista Cinese, ora cerca di nascondere i suoi successi storici mondiali. Evita comunque con attenzione di nominare una cosa: il dirigente comunista cinese responsabile più di ogni altro degli errori opportunisti del Partito era un uomo di nome Chen Duxiu, che fu poi espulso e divenne il leader dei controrivoluzionari trotskisti in Cina.

[4] – Guānyīn è il nome cinese di Avalokiteśvara, bodhisattva della grande compassione secondo il buddismo mahāyāna. [N.d.t.]

[5] – Città portuali aperte al traffico commerciale grazie a trattati ineguali tra i paesi imperialisti e quelli semi-coloniali, ovviamente a condizioni vessatorie per questi ultimi. [N.d.t.]

10. Il terzo periodo
Il periodo tra il 1918 e la fine del 1923 fu un periodo di ampi movimenti di massa e rivoluzioni. Basti ricordare la Rivoluzione proletaria in Ungheria, la Rivoluzione proletaria in Baviera, l’occupazione delle fabbriche da parte degli operai in Italia, l’insurrezione del 1921 in Germania, il potente movimento rivoluzionario tedesco nell’autunno del 1923. Questo periodo finì con la sconfitta della rivoluzione tedesca.
Il periodo successivo è quello della stabilizzazione relativa e parziale del capitalismo. La produzione capitalista aumenta ma non riesce a superare la crisi generale del capitalismo. L’economia mondiale è divisa in due settori: quello capitalista e quello socialista. Il capitalismo introduce tecnologie più avanzate, ricorre alla produzione di massa, ma la nuova massa di merci necessita di un mercato quando invece i mercati si restringono. I capitalisti aumentano lo sfruttamento dei lavoratori al fine di assicurare profitti al capitale. Ma questo a sua volta diminuisce il mercato interno. In molti paesi, mentre c’è “prosperità”, la qualità della vita dei lavoratori si abbassa, il che significa una diminuzione del loro potere di acquisto. Tutto ciò spinge gli imperialisti a cercare freneticamente nuovi mercati, nuove sfere di investimento e fonti di materie prime, e porta a nuovi scontri tra le potenze imperialiste. Tutti i governi si armano con fervore. Nuove guerre sono all’orizzonte.
Allo stesso tempo lo sfruttamento delle masse operaie e contadine spinge a un aumento della resistenza. Nelle colonie c’è un rafforzamento del movimento antimperialista che spesso assume le proporzioni di una rivolta.
Questa era la situazione nel 1928 e la ragione per cui il Sesto Congresso dell’Internazionale Comunista, quando fu convocato nell’estate del 1928, dichiarò che la fine della stabilizzazione capitalista era vicina e che un nuovo periodo era iniziato: il terzo periodo post-bellico. In quel periodo, disse il Comintern, le masse diventano più radicali. Partecipano a lotte contro il capitalismo in numero maggiore. Come conseguenza delle contraddizioni interne ed esterne dei paesi capitalisti, lo spirito rivoluzionario dei lavoratori, secondo il Comintern, crescerà. Per un futuro non lontano il Comintern previde una nuova ondata di guerre e rivoluzioni.

L’uomo che più di ogni altro portò a questa concezione della situazione mondiale era Stalin. Era lui a possedere un acuto senso della realtà e la chiara concezione della strada da seguire. Fu lui a lottare senza soste contro entrambi i fronti: gli opportunisti di destra che, come i lovestoniani negli Stati Uniti, non vedevano la crisi incombente; la radicalizzazione dei lavoratori nei paesi capitalisti e la possibilità di una rapida avanzata verso il socialismo in Unione Sovietica; e gli opportunisti di “sinistra” che sostenevano incerti esperimenti avventuristi per una mera sfiducia nelle forze rivoluzionarie in maturazione.
Gli eventi successivi dimostrarono la correttezza della sua analisi. La crisi economica mondiale assestò un duro colpo ai centri vitali dell’intero sistema capitalista meno di un anno dopo il Congresso. Il movimento rivoluzionario in India, Arabia e numerose altre colonie, le vittorie dei sovietici cinesi, la Rivoluzione a Cuba, la Rivoluzione in Spagna, l’insurrezione rivoluzionaria in Austria, il movimento rivoluzionario crescente in Francia e negli Stati Uniti sono alcuni esempi dei tanti sconvolgimenti che segnarono il terzo periodo.
Dobbiamo confessare di non aver mai trovato negli scritti dei trotskisti nulla che somigli a una spiegazione del perché essi erano in disaccordo con l’analisi del “terzo periodo”. Si limitarono a schernire. Non videro alcun nuovo periodo. Per loro il capitalismo era ancora stabile nel 1928 e oltre. Nessuno tra tutti questi movimenti rivoluzionari riuscì a impressionarli. Il capitalismo è ancora stabile secondo le loro stime.

11. La situazione tedesca e la questione del social -fascismo

Il fattore maggiore nella stabilizzazione del capitalismo dopo il primo ciclo di guerre e rivoluzioni fu la socialdemocrazia. In paesi come Germania e Austria i leader socialdemocratici si occuparono di organizzare e sostenere lo Stato capitalista contro l’assalto rivoluzionario dei lavoratori. Un socialdemocratico tedesco, Noske, affogò nel sangue la rivoluzione dei lavoratori tedeschi tra il 1918 e il 1919. I ministri socialdemocratici repressero gli scioperi, spararono alle manifestazioni dei lavoratori e imposero la legge marziale contro di loro. In Gran Bretagna un governo socialista inviò l’esercito per reprimere l’insurrezione dei popoli delle colonie. I socialdemocratici francesi presero l’iniziativa di introdurre la legge marziale imperialista. In breve, ovunque i leader della socialdemocrazia divennero parte dell’apparato statale borghese. Avanzarono l’idea che dove c’era un governo di coalizione, cioè un governo di ministri capitalisti e socialisti, ci fosse anche una transizione dal capitalismo al socialismo. Il fatto in questione è che un governo di coalizione rimane un governo capitalista, dato che non scuote le fondamenta del capitalismo, la proprietà privata e lo sfruttamento. Al contrario, serve soltanto a rafforzare il capitalismo ingannando i lavoratori con l’idea di una pacifica transizione al socialismo.
In Germania e Austria, in realtà, la socialdemocrazia aiutò la crescita del fascismo. Squadre fasciste venivano organizzate sotto la protezione di governi socialdemocratici. Le manifestazioni fasciste non erano disturbate dai capi della polizia, mentre quelle comuniste erano disperse. Alle squadre fasciste fu permesso di armarsi, mentre l’organizzazione militante dei lavoratori tedeschi, il Fronte Rosso, fu messa fuori legge. Leggi marziali e semi-marziali furono rapidamente introdotte per frenare il movimento dei lavoratori, che chiedevano un miglioramento delle loro intollerabili condizioni.
Proprio come Lenin, dopo il tradimento del proletariato da parte della socialdemocrazia all’inizio della guerra, aveva definito i leader socialdemocratici “social- patrioti” e “social – sciovinisti”, dopo i nuovi tradimenti della socialdemocrazia l’Internazionale Comunista definì i suoi leader “social- fascisti” perché aprivano la strada al fascismo.
Fu disastroso per il proletariato tedesco e del mondo intero il fatto che i leader socialdemocratici avessero fatto causa comune con il capitalismo. Fu disastroso che molti milioni di lavoratori fossero ingannati dalla fraseologia socialista dei socialdemocratici e li ritenessero autentici combattenti per gli interessi della classe lavoratrice. Fu una sfortuna il fatto che il Partito Comunista Tedesco potesse ottenere soltanto sei milioni di voti e non avesse la maggioranza della classe lavoratrice dietro di sé. Sarebbe stato meglio per i lavoratori della Germania e per la rivoluzione mondiale se le masse proletarie tedesche avessero coltivato meno illusioni sui loro leader socialdemocratici. Sarebbe stato difficile per il fascismo arrivare la potere se in Germania fosse stato organizzato un potente fronte unito.
Non si può negare che vi furono alcune debolezze nel lavoro del Partito Comunista Tedesco, ma l’opposizione al fronte unito non fu tra queste. Il Partito Comunista non riuscì a far entrare tutti i suoi membri nei sindacati riformisti, così da avere un supporto rivoluzionario più forte. Non lavorò a sufficienza nei sindacati riformisti, e questa fu la più trascurata tra le sue attività, anche se costruì l’Opposizione Sindacale Rivoluzionaria[6] con oltre 30.000 membri prima dell’avvento del fascismo. Non si radicò a sufficienza delle fabbriche e negli stabilimenti. Non fu abbastanza flessibile nell’approccio ai militanti socialdemocratici. Tutte queste mancanze furono ripetutamente sottolineate dall’Internazionale Comunista, e il Partito si sforzò molto per migliorare il suo lavoro. Come risultato la sua influenza crebbe enormemente.

Nel periodo prima che Hitler arrivasse al potere, il Partito Comunista riuscì a penetrare tra ampie masse e persino a influenzare alcuni socialdemocratici, alcuni membri dei sindacati riformisti e anche alcuni membri del Reichsbanner[7], proprio perché fu in grado di organizzare la lotta contro il decreto d’emergenza. L’autorità del Partito aumentò molto e alcuni membri dei sindacati riformisti iniziarono a partecipare agli scioperi guidati dall’Opposizione Sindacale Rivoluzionaria e dai comunisti. Così, oltre ai comunisti, al comitato per lo sciopero dei trasporti a Berlino parteciparono anche membri dei sindacati riformisti e persino alcuni nazional-socialisti. (Osip Pjatnickij, La situazione attuale in Germania, p. 20)

Il Partito Comunista Tedesco era pronto a combattere il fascismo. In effetti i comunisti combatterono le squadre fasciste per le strade in numerose occasioni, subendo i loro attacchi e quelli della polizia che, per esempio in Prussia, era comandata dai socialdemocratici e proteggeva ovunque le camicie brune.
Che i comunisti stavano lavorando per un fronte unito con i lavoratori socialdemocratici, se necessario attraverso un accordo con i leader della socialdemocrazia, può essere visto da quanto segue.
Nel 1925 il Partito Comunista propose al Partito Socialdemocratico una lotta unitaria contro il pericolo monarchico. Più tardi, quello stesso anno, vedendo che comunisti e socialdemocratici erano la maggioranza tra i membri dell’amministrazione comunale di Berlino, i comunisti proposero ai socialdemocratici un programma di azione comune per gli interessi dei lavoratori. Nel 1926 i comunisti proposero ai dirigenti socialdemocratici di partecipare a un plebiscito contro la restituzione delle proprietà alla vecchia famiglia reale tedesca. Nella primavera del 1928 il Partito Comunista propose manifestazioni unitarie per il 1° maggio. Nell’ottobre 1928 propose un’azione antimilitarista unita contro la costruzione di un incrociatore da battaglia. Tra il 1929 e il 1932 propose ripetutamente un’azione congiunta contro i tagli ai salari. Nell’aprile 1932 propose una lotta unita di tutte le organizzazioni proletarie contro i tagli ai salari.
Tutte queste proposte furono rifiutate dai socialdemocratici. Ampie masse di lavoratori risposero ad alcuni appelli comunisti per l’azione unitaria. I dirigenti socialdemocratici preferirono cooperare con i partiti capitalisti.
Quando Von Papen espulse i socialdemocratici dal governo prussiano, il Partito Comunista propose uno sciopero generale unitario per il ritiro dei decreti di emergenza e per lo smantellamento delle Sturmtruppe. Il 30 gennaio 1933, quando Hitler arrivò al potere, il Partito Comunista propose di nuovo uno sciopero generale per combattere la reazione. Nel marzo dello stesso anno, dopo il rogo del Reichstag, il Partito Comunista propose di nuovo al Partito Socialdemocratico e ai sindacati di dichiarare uno sciopero generale contro l’attacco ai lavoratori. Tutte queste proposte furono rifiutate dai socialdemocratici, che preferirono credere di poter funzionare e mantenere un minimo di potere sotto qualunque regime capitalista.
Di chi è la colpa?
Trockij dice: è colpa dei comunisti. Perché? Perché definirono i socialdemocratici “social-fascisti”. Trockij non può negare il fatto che i comunisti stessero tentando di organizzare il fronte unito. Organizzarono l’Azione Antifascista, che avrebbe dovuto unir ei lavoratori di tutti i partiti. Tentarono di organizzare il fronte unito nelle fabbriche e nei sindacati. I dirigenti socialdemocratici seminarono sfiducia nei confronti dei comunisti e del fronte unito, e questo ostacolò l’azione comunista. Trockij fece la sua parte. Ora è scontento. Ecco il suo asso:
Se alla definizione della sua politica il Comintern avesse sostenuto, dal 1929 o persino dal 1930 o 1931, l’obiettiva inconciliabilità tra la socialdemocrazia e il fascismo, o più esattamente tra il fascismo e la socialdemocrazia; se su questa base avesse costruito una politica del fronte unito sistematica e persistente, entro pochi mesi sarebbe stato ricoperto da una rete di potenti comitati di difesa popolare, potenziali soviet dei lavoratori. (Lev Trockij, The Militant, 10 marzo 1934)
Ma, mio caro Trockij, non c’era inconciliabilità tra socialdemocrazia e fascismo, o più esattamente tra i dirigenti socialdemocratici e il fascismo. Non c’era inconciliabilità per quanto riguardava i dirigenti socialdemocratici. Certamente non si aspettavano di venir tolti di mezzo così spietatamente. Avevano costituito una parte considerevole dell’apparato statale sotto ogni regime prima di quello di Hitler, ed erano convinti che persino sotto Hitler avrebbero mantenuto una certa quota di potere. Non importava quanto i comunisti avessero cercato di mostrare loro le conseguenze dell’ascesa del fascismo: semplicemente non ci credevano. Avrebbero detto di saperla più lunga.
Osservate il comportamento dei dirigenti socialdemocratici austriaci, che dovevano essere molto più radicali dei loro confratelli tedeschi e che conoscevano l’esperienza dei compagni tedeschi. Ascoltate la testimonianza del marxista di “sinistra” Otto Bauer, che in un’intervista al corrispondente del New York Times G. E. R. Gedye (pubblicata il 18 febbraio 1934) parlava di come i socialdemocratici austriaci fossero pronti a collaborare con il dittatore fascista Dollfuss a spese della Costituzione austriaca:

Dalla data del trionfo di Hitler in Germania (5 marzo), quando le “elezioni” per il Reichstag imposero il controllo nazista sul paese, il nostro Partito ha fatto i massimi sforzi per giungere a un accordo con il governo. […] Nelle prime settimane di marzo i nostri dirigenti erano ancora in stretto contatto personale con Dollfuss e cercarono frequentemente di convincerlo a una soluzione costituzionale. Alla fine di marzo promise personalmente al nostro leader, Dennenberg, che all’inizio di aprile avrebbe aperto i negoziati con noi per la riforma della Costituzione [per limitare la democrazia borghese secondo la volontà del fascismo]. Non mantenne mai quella promessa, perché all’inizio di aprile passò definitivamente al campo fascista […] e rifiutò di parlare con qualunque socialista. Quando disse che non poteva incontrare i leader dell’epoca, ci offrimmo di mandargli altri negoziatori. Rifiutò risolutamente. Dato che non potemmo incontrarlo di nuovo, cercammo di negoziare mediante altre persone. Onestamente, non lasciammo nulla di intentato. Avvicinammo il presidente Miklas. […] Poi tentammo con i politici clericali, che conoscevamo da molto tempo. […] Ma tutto si infranse di fronte alla cocciuta resistenza di Dollfuss, che semplicemente rifiutò di sentir parlare ancora dei socialisti. Un gruppo di socialisti religiosi si unì a un gruppo di democratici cattolici e tentò di indurre la Chiesa a intervenire. Anche quello fu inutile.
Supponiamo che a quell’epoca avessero offerto loro un fronte unito con i comunisti per lottare contro Dollfuss. Non pensavano a combattere il fascismo. Non avevano intenzione di difendere la democrazia borghese. Sentite questa preziosa ammissione di Bauer nella stessa intervista:

Ci offrimmo di fare la concessione più grande che un partito democratico e socialista avesse mai fatto. Informammo Dollfuss che se soltanto avesse fatto passare un decreto in Parlamento avremmo accettato una misura che autorizzava il governo a governare per decreto, senza il Parlamento, per due anni [corsivo nostro], a due condizioni: che una piccola commissione parlamentare, in cui il governo aveva la maggioranza, doveva essere in grado di criticare i decreti, e che una corte costituzionale, l’unica protezione contro le violazioni della Costituzione, doveva essere ripristinata.
Certamente erano pronti a spingersi molto lontano. I socialdemocratici di “sinistra” erano pronti ad accettare l’abolizione del Parlamento, a condizione che l’abolizione fosse approvata dal Parlamento (una procedura messa in pratica da Hitler in Germania). Erano pronti, dicono, ad accettare un governo senza Parlamento “per due anni”, ma è ovvio che non sarebbe stato molto difficile convincerli ad accettare un’estensione dei tempi. Erano interessati a mantenere le loro posizioni nei sindacati, nei consigli comunali, nella polizia, nel sistema giudiziario, sapendo molto bene che quelle posizioni si sarebbero ridimensionate sotto il fascismo. Si aggrapparono a un’ombra di potere in un momento in cui, secondo la loro stessa testimonianza, “l’insoddisfazione e l’agitazione dei lavoratori contro la politica conservatrice del nostro comitato di Partito cresceva mentre crescevano le provocazioni del governo. […] L’agitazione è diventata febbrile nelle ultime settimane” (Ibid.).
È per non aver indotto dirigenti del genere a organizzare un fronte unito che Trockij accusa i comunisti.
Bisogna ricordare che egli non accusa i comunisti di non aver avvicinato i lavoratori, perché sa molto bene che lo fecero e fecero ogni sforzo per convincerli a unirsi al fronte unito. Il suo asso nella manica è l’accusa che i dirigenti comunisti non abbiano fatto pace con quelli socialdemocratici.
L’argomento di Trockij a supporto della possibilità di un fronte unito con i dirigenti socialdemocratici non regge.

La socialdemocrazia non può vivere né respirare senza appoggiarsi alle organizzazioni politiche e sindacali della classe lavoratrice. Perciò è precisamente lungo questa linea che si realizza la contraddizione inconciliabile tra la socialdemocrazia e il fascismo; precisamente lungo questa linea si apre la necessità e la fase incolmabile della politica del fronte unito con la socialdemocrazia. (The Militant, 10 marzo 1934)

Questo argomento è scorretto tanto quanto la traduzione in inglese delle frasi è pessima. Gli eventi hanno dimostrato che la borghesia ricorre al fascismo quanto trova che la socialdemocrazia non sia più in grado di tenere in scacco il movimento rivoluzionario delle masse. Per questo motivo tutte le organizzazioni di massa della classe lavoratrice, anche se dominate da dirigenti socialdemocratici, vengono soppresse. Ma prima dell’avvento di Hitler i dirigenti socialdemocratici non ci credevano.
Facevano affidamento sulla democrazia borghese, sulla Costituzione di Weimar, sul rispetto tedesco per la legge e l’ordine e, ultima ma non ultima, sulla loro carriera al servizio della borghesia. Si inventarono la politica di supporto al “male minore” solo per avere una scusa per collaborare con la borghesia. Il loro capo della polizia di Berlino, Zoergiebel, aprì il fuoco sui lavoratori che partecipavano alla manifestazione del 1° maggio (1929), senza permesso. Il numero di vittime fu superiore a 30. I loro dirigenti approvarono una legge semi-marziale introdotta per soffocare le rivolte operaie. I loro dirigenti sostennero i tagli ai salari e la corsa agli armamenti. La socialdemocrazia sostenne i governi di Bruening, Von Papen e Schleicher. Era pronta a sostenere Hitler. Non riconobbe il governo di Hitler dopo le elezioni del 5 marzo 1933, affermando che Hitler era stato legalmente nominato da Hindenburg e gli era stato dato un chiaro mandato di maggioranza dal popolo? Non era pronta a collaborare con il suo governo se gliene fosse stata offerta la possibilità?
Non aveva assunto il ruolo di opposizione leale anche dopo essere stata presa a calci in faccia dagli stivali nazisti? Il gruppo parlamentare socialdemocratico non votò all’unanimità al Reichstag, il 17 maggio 1933, a favore della politica di Hitler? Carl Severing[8] non restò un sostenitore di Hitler nonostante tutto? Lo stesso vecchio dirigente socialdemocratico non fece appello alla popolazione del Saar perché votasse per i nazisti? I dirigenti sindacali socialdemocratici non si schierarono con Hitler?
Quando arrivò il crollo, quando furono ignominiosamente estromessi senza resistenza, allora il processo di rivalutazione dei valori iniziò non soltanto tra i lavoratori socialdemocratici ma anche tra alcuni dirigenti. Una parte (Severing e compagni) stanno aspettando solo un’opportunità per essere “arruolati” dai fascisti. Il centro vacilla. L’ala sinistra è a favore di un fronte unito con i comunisti. I fronti uniti si fanno avanti soprattutto in Francia, in Spagna e anche negli Stati Uniti, sotto l’iniziativa e la guida dei comunisti. Ma per aspettarsi che i dirigenti socialdemocratici tedeschi accettino un fronte con i comunisti prima del gennaio 1933, bisogna essere Trockij.
In sostanza questa predica è l’atteggiamento menscevico di Trockij nei confronti della socialdemocrazia. Il vecchio menscevico si definisce la guida dell’“opposizione di sinistra”. Non crede che la socialdemocrazia sia “così male”. È sincero quando dice che i comunisti non avrebbero dovuto definire “social-fascisti” i socialdemocratici. Crede che non lo siano. Crede che siano anche combattenti, almeno per la democrazia borghese e per gli interessi dei lavoratori fino a quando posso essere difesi sotto la democrazia borghese. Per lui i socialdemocratici sono “anche” socialisti. Ora, è perfettamente vero che se i comunisti avessero abbandonato le proprie posizioni comuniste e avessero fatto pace con i dirigenti socialdemocratici tedeschi alle condizioni di quei dirigenti, allora ci sarebbe stato un fronte unito. Il problema è che non sarebbe stato un fronte unito contro il fascismo.
La natura grottesca di questo sbarramento è evidente dall’esperienza francese. Quando il fronte unito fu fondato in Francia, quando un grande movimento di massa contro il fascismo cominciò a svilupparsi sulla base del fronte unito, il gruppo trotskista si unì al Partito Socialista, si fuse con esso e combatté all’interno del Partito contro il fronte.
Ecco i trotskisti in azione.
Ma perché il Partito Comunista non tentò un’insurrezione armata in Germania all’inizio del 1933 con le proprie forze? I trotskisti pongono spesso questa domanda.
La risposta è data da Lenin, che spiega “la legge fondamentale della rivoluzione”:

Per la rivoluzione non basta che le masse sfruttate e oppresse siano coscienti dell’impossibilità di continuare a vivere come per il passato ed esigano dei cambiamenti; per la rivoluzione è necessario che gli sfruttatori non possano più vivere e governare come per il passato. Soltanto quando gli “strati inferiori” non vogliono più il passato e gli “strati superiori” non possono più vivere come in passato, la rivoluzione può vincere. In altri termini questa verità significa che la rivoluzione non è possibile senza una crisi di tutta la nazione (che coinvolga cioè sfruttati e sfruttatori) [corsivo nostro]. Per la rivoluzione è quindi innanzi tutto necessario che la maggioranza degli operai (o, quanto meno, la maggioranza degli operai coscienti, pensanti, politicamente attivi) comprenda pienamente la necessità del rivolgimento e sia pronta ad affrontare la morte per esso, e, inoltre, che le classi dirigenti attraversino una crisi di governo che trascini nella politica anche le masse più arretrate […] indebolisca il governo e consenta ai rivoluzionari di abbatterlo al più presto. (Lenin, “L’estremismo, malattia infantile del comunismo”, Opere complete, vol. XXXI, pp. 74-75)

Discutendo della situazione tedesca al tempo in cui Hitler prese il potere, Osip Pjatnickij[9], un dirigente dell’Internazionale Comunista, cita questa definizione della situazione rivoluzionaria data da Lenin e ne trae l’inevitabile conclusione.

Queste condizioni erano maturate in Germania nel gennaio 1933? No. L’intera borghesia, di fronte alla minaccia della rivoluzione proletaria, nonostante l’esistenza di disaccordi al suo interno rimase unita contro il proletariato rivoluzionario. La stragrande maggioranza dei piccoli borghesi seguì la borghesia rappresentata da Hitler, che promise loro il ritorno della “grande” vecchia Germania, in cui la piccola borghesia aveva vissuto in condizioni più o meno tollerabili. Il proletariato era diviso dal Partito Socialdemocratico, che era ancora seguito dalla maggioranza dei lavoratori. Così gli sfruttatori furono ancora in grado di vivere e dirigere, furono ancora in grado di sfruttare la classe lavoratrice come in passato, anche se con nuovi metodi fascisti. (Osip Pjatnickij, La situazione attuale in Germania, p. 27)
Valutando la situazione tedesca, il Presidium del Comitato Esecutivo del Comintern arrivò alla sola conclusione che una dirigenza responsabile poteva trarre dalle relazioni esistenti tra le forze sociali tedesche:

In quelle circostanze il proletariato era in una posizione in cui non poteva organizzare (e in effetti non riuscì a organizzare) un colpo immediato e decisivo contro l’apparato statale, che allo scopo di lottare contro il proletariato assorbì le organizzazioni di lotta della borghesia fascista: le Sturmtruppe, gli elmi d’acciaio e la Reichswehr[10]. La borghesia fu in grado di consegnare, senza seria resistenza, il potere di governo del paese ai nazional-socialisti, che agirono contro i lavoratori per mezzo di provocazioni, terrore sanguinario e banditismo politico.
Analizzando le condizioni per un’insurrezione vittoriosa del proletariato, Lenin disse che una battaglia decisiva può essere considerata pienamente matura a condizione “che tutte le forze di classe a noi ostili si siano sufficientemente ingarbugliate, si siano sufficientemente azzuffate tra loro, si siano sufficientemente indebolite in una lotta superiore alle loro capacità; che, a differenza della borghesia, tutti gli elementi intermedi esitanti, vacillanti, instabili, e cioè la piccola borghesia, la democrazia piccolo-borghese, si siano sufficientemente smascherati dinanzi al popolo, si siano sufficientemente screditati con il loro fallimento nell’azione politica; che nel proletariato sia sorta e abbia preso ad affermarsi vigorosamente una tendenza di massa a sostenere le azioni rivoluzionarie più energiche e coraggiose contro la borghesia. In tal caso la rivoluzione è matura, in tal caso, se abbiamo saputo calcolare tutte le condizioni indicate e brevemente tratteggiate qui sopra e se abbiamo scelto opportunamente il momento, la nostra vittoria è assicurata”[11].
La specificità delle circostanze al tempo del colpo di stato di Hitler era che queste condizioni per un’insurrezione vittoriosa non erano ancora riuscite a maturare in quel dato momento. Esistevano soltanto in fase embrionale.
Riguardo all’avanguardia del proletariato, il Partito Comunista, non desiderando scivolare nell’avventurismo non poteva ovviamente compensare questo fattore mancante con le proprie azioni.

La critica di Trockij al Comintern è l’espressione della disperazione di un piccolo borghese spaventato dal fascismo e privo di fiducia nelle forse rivoluzionarie del proletariato. Le politiche proposte da Trockij, quindi, sono quelle di un riformista piccolo-borghese.
Le parole d’ordine e le illusioni democratiche non possono essere abolite per decreto. È necessario che le masse attraversino e le superino nell’esperienza della lotta. […] È necessario trovare gli elementi dinamici nell’attuale situazione difensiva del proletariato; dobbiamo far sì che le masse traggano delle conclusioni dalla loro logica democratica; dobbiamo allargare e accrescere le vie della lotta. (Lev Trockij, “I nostri compiti presenti”, The Militant, 9 dicembre 1933)
In queste parole è contenuto un intero programma. Esso presuppone una situazione politica generale in cui la reazione nera sia destinata a regnare suprema per un periodo molto lungo e in cui una determinata lotta proletaria per il potere sia impensabile. Presuppone un sistema capitalista stabile. Suppone che la lotta dei lavoratori per il miglioramento delle loro condizioni immediate debba procedere necessariamente per le vie parlamentari. Perciò propone la lotta per delle riforme democratiche come compito principale dei lavoratori.
Come tutte le creazioni socialdemocratiche del genere, è reazionario e utopistico.
È reazionario perché abbandona la lotta proletaria per il potere in un momento in cui le condizioni stanno rapidamente maturando per quella lotta. È utopistico perché non è mai possibile per i lavoratori limitarsi alle sole “parole d’ordine democratiche” se devono difendere il loro diritto a vivere.
I lavoratori sono affamati. Sono oppressi.
Devono lottare per salari più alti e assistenza sociale, contro la violenza poliziesca e i linciaggi. Ogni volta che intraprendono una vera lotta, essi superano inevitabilmente i limiti della democrazia borghese. Si scontrano con la polizia, sfidano le corti, violano le imposizioni. Annullano gli sfratti con la forza. “Si rivoltano”. Quando il capitalismo è scosso e indebolito alle fondamenta, come in questo momento, la presa di potere diventa un obiettivo per l’immediato futuro. Ogni lotta è un passo verso la presa di potere. Ogni battaglia dà alla classe lavoratrice una nuova esperienza, le insegna la lezione di unità e permette l’avanzata contro la borghesia. Solo questa avanzata può portare a un miglioramento immediato delle vite presenti dei lavoratori e può assicurare loro i diritti fondamentali e migliori condizioni economiche.
È la lotta di classe contro il capitalismo che i comunisti stanno scrivendo sulla bandiera del proletariato: la lotta di classe che nella sua forma più estrema è l’insurrezione armata, la battaglia finale per la dittatura del proletariato.
È sulla collaborazione di classe che Trockij sta costruendo la fragile impalcatura del programma della sua “quarta internazionale”. Ascoltate un “bolscevico” trotskista esortare il mondo in questo pezzo di roboante declamazione:
Noi bolscevichi riteniamo che la vera salvezza dal fascismo e dalla guerra stia nella conquista rivoluzionaria del potere e nella fondazione della dittatura proletaria. [Ma il nostro “credo” è solo un’ombra senza sangue né vita. – M.J.O.] Voi lavoratori socialisti [leggi: burocrati socialdemocratici. – M.J.O.] non siete d’accordo con questa strada. Sperate non solo di salvare ciò che è stato guadagnato ma anche di avanzare lungo la strada della democrazia. [In collaborazione con Roosevelt, Richberg e Perkins. – M.J.O.] Bene! Finché non vi abbiamo convinti e attratti al nostro fianco, siamo pronti a seguire questa strada con voi fino alla fine. [È più facile seguirvi che avere a che fare con lavoratori militanti che potrebbero non essere d’accordo con la sottomissione agli editti “democratici” dei capi della polizia. – M.J.O.] Ma vi chiediamo di portare avanti la lotta per la democrazia non a parole ma nei fatti. [Per esempio, lasciate che Norman Thomas faccia di nuovo visita alla First Lady – M.J.O.] […] Lasciate che il vostro Partito inizi una vera lotta per un forte movimento democratico. [Che deve essere ancora più ingannevole di quelli di Epic o LaFollette, che nei loro programmi hanno delle rivendicazioni economiche. – M.J.O.] Per questo è necessario prima di tutto spazzare vie tutti i resti dello Stato feudale. È necessario dare il suffragio a tutti gli uomini e le donne che hanno compiuto i 18 anni, anche ai soldati nell’esercito. [Dimenticatevi la fame di ragazzi e ragazze. Dategli la felicità del suffragio, che sarà un balsamo per le loro ferite. Incidentalmente, ai capi costa meno dell’assistenza sociale. – M.J.O.] Piena concentrazione del potere legislativo ed esecutivo nelle mani di una camera! Lasciate che il vostro Partito apra una seria campagna sotto queste parole d’ordine! Fategli stimolare milioni di lavoratori, fategli conquistare il potere con la spinta delle masse! [Viva il nuovo governo Ebert-Noske-Scheidemann-Ramsay MacDonald! – M.J.O.] Questo sarebbe in ogni caso un serio tentativo di lotta contro il fascismo e la guerra. [Nello stesso modo in cui Severing, Otto Bauer e Julius Deutsch lottarono contro il fascismo e la guerra. – M.J.O.] Noi bolscevichi manterremmo il diritto di spiegare ai lavoratori l’insufficienza delle parole d’ordine democratiche; non potremmo assumerci la responsabilità politica del governo socialdemocratico; ma vi aiuteremmo onestamente nella lotta per quel governo. [Vi aiuteremmo a ingannare le masse. – M.J.O.] Insieme a voi respingeremmo tutti gli attacchi della reazione borghese. [E vi aiuteremmo a sparare ai lavoratori e contadini che infrangono le leggi “democratiche” nella lotta per il pane. – M.J.O.] Più ancora, ci impegneremmo di fronte a voi a non intraprendere alcuna azione rivoluzionaria che vada oltre i limiti della democrazia (vera democrazia) finché la maggioranza non si schiererà coscienziosamente dalla parte della dittatura rivoluzionaria. [Sarà nostro dovere democratico reprimere gli scioperi “illegali” e disperdere le manifestazioni “illegali”. Come osano superare i limiti della vera democrazia borghese?! – M.J.O.] (Lev Trockij, “I nostri compiti presenti”, The Militant, 9 dicembre 1933)

Deve essere chiaro da tutto questo che quando Trockij si rivolge ai “lavoratori socialisti” intende i leader socialisti, quelli che hanno impedito ai lavoratori socialisti di impegnarsi in un’autentica lotta di classe. In secondo luogo bisogna notare che il programma proposto è puramente riformista. Aiuterebbe la socialdemocrazia a governare in uno Stato capitalista (l’aiuterebbe “onestamente”); aiuterebbe la socialdemocrazia a migliorare la macchina dello Stato capitalista; si obbligherebbe a non intraprendere alcuna azione che vada contro la democrazia borghese (quando dice “vera democrazia” deve sapere che una tale democrazia esiste solo come dittatura del proletariato, e che ogni democrazia borghese, non importa quanto abbellita,è una democrazia fittizia progettata come arma degli sfruttatori contro gli sfruttati); in altre parole egli aiuta a imporre sui lavoratori il dominio dei capitalisti che agiscono mediante lo strumento della falsa democrazia. In terzo luogo bisogna notare che Trockij non omette invano delle richieste vitali come i salari più alti, una giornata di lavoro più breve, l’assistenza contro la disoccupazione, il diritto delle nazioni oppresse. Perché nel momento in cui i lavoratori iniziano a lottare per quelle richieste la legalità borghese va in frantumi. I suoi limiti sono superati. Trockij promette implicitamente ai dirigenti socialdemocratici di non impegnarsi in quelle azioni, di non favorirle. Inoltre sa bene che quando i socialdemocratici saranno al potere useranno le forze armate dello Stato contro i lavoratori che metteranno in pratica quelle azioni. Quando fa appello ai socialdemocratici perché si uniscano a lui, è obbligato a limitarsi a richieste innocue come una singola camera e l’abbassamento dell’età del voto. Solo qui i socialdemocratici possono venirgli incontro. Ed è solo con un programma del genere che ha intenzione di legare il destino dei trotskisti a quello dei dirigenti socialdemocratici.
Ancora una volta ci troviamo di fronte a un piccolo borghese preso dal panico. Ha visto l’avvento del fascismo. Crede che il fascismo durerà a lungo. Crede che la classe lavoratrice sia schiacciata. Calunnia il Partito Comunista Tedesco, dicendo che è morto quando in realtà è vivo e lotta. Non vuole vedere le forze lottare per una rivoluzione sociale. Non vuole capire che una volta che le masse insorgono (ovunque insorgano) devono lottare per la vita, contro la fame, contro l’annichilimento a opera del capitale finanziario, e ciò significa lottare contro lo Stato capitalista nella sua forma fascista o socialdemocratica. Non vuole rendersi conto che i lavoratori (le masse dei lavoratori, la maggioranza dei lavoratori) si uniranno sotto la bandiera della lotta contro i capitalisti, che è sempre una lotta che mina lo Stato capitalista. Vuole impedire alle masse dei lavoratori di impegnarsi nella lotta contro il capitalismo sotto la guida comunista. Fa appello ai leader socialdemocratici per un fronte unito su questo programma. Non è una sorpresa che sia contrario al fronte unito organizzato dai partiti comunisti. Quel fronte unito è diretto contro il capitalismo, non costruisce fortezze per esso. Viene per distruggerlo.
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[6] La Revolutionäre Gewerkschafts Opposition, il sindacato comunista, venne dichiarata illegale subito dopo la presa di potere da parte dei nazisti. Continuò a operare in clandestinità fino al 1935, quando fu definitivamente stroncata. [N.d.t.]
[7] Il Reichsbanner Schwarz-Rot-Gold (“Bandiera nera, rossa e oro del Reich”) era un’organizzazione paramilitare costituita da socialdemocratici e liberali allo scopo di difendere la democrazia parlamentare borghese e la sua Costituzione. Avversò sia il Partito Comunista che quello Nazional-Socialista. Fu disciolta dai nazisti nel 1933 e ricostituita nella Repubblica Federale Tedesca nel 1953 come organizzazione culturale. [N.d.t.]
[8] Carl Severing, politico socialdemocratico dell’epoca di Weimar, fu ministro degli interni della Prussia dal 1920 al 1926 e dal 1930 al 1932 e ministro degli interni del Reich dal 1928 al 1930. Nel 1932, con l’ascesa di Von Papen, cadde in disgrazia. Nel 1930 aveva introdotto una legge per la difesa della Repubblica che limitava notevolmente i diritti di associazione e di stampa. [N.d.t.]
[9] Osip Pjatnickij fu a capo del Dipartimento Internazionale del Comintern negli anni venti e trenta. Nell’ottobre del 1937 fu rimosso da tutte le cariche ed estromesso dal Comitato Centrale del PCUS e arrestato. L’anno seguente fu condannato a morte. [N.d.t.]
[10] La Reichswehr era l’esercito di difesa del Reich dal 1919 al 1935. Il 16 marzo 1935 fu rinominata Wehrmacht. [N.d.t.]
[11] La citazione è tratta da “L’estremismo, malattia infantile del comunismo”, in Opere complete, vol. XXXI, p. 84. [N.d.t.]

12. I trotskisti negli Stati Uniti

Alla fine del 1928 un gruppo di trotskisti fu espulso dal Partito Comunista degli Stati Uniti. Questo gruppo, guidato da Cannon e Shachtman, aveva formato una fazione all’interno del Partito e aveva iniziato a svolgere una campagna antipartitica. All’epoca il Partito era diviso in due fazioni, i seguaci di Foster e quelli di Lovestone e quelli di Foster, e queste due fazioni operavano quasi alla luce del sole. A ogni modo, la loro esistenza era nota sia ai membri del Partito sia all’Internazionale. I trotskisti, fedeli alla tradizione del loro capo, tennero segreta l’esistenza della propri fazione. Non si erano mai occupati di discutere del trotskismo all’interno del Comitato di Partito. Non avevano mai proposto alcun programma diverso da quelli delle fazioni esistenti. In effetti fingevano di non avere differenze di opinioni che si sarebbero scontrate con quelle dell’una o dell’altra fazione. Nonostante ciò, si raccolsero in un gruppo segreto per progettare una cospirazione contro l’intero Partito.
Erano un gruppo di una dozzina o due di intellettuali senza base sociale. Il loro leader nominale, Cannon, un ex avvocato, non aveva esperienza di lavoro ideologico od organizzativo. Era stato un membro del Comitato Centrale nei giorni in cui la vita del Partito era anormale, ma non ebbe mai alcun contatto con ampie masse di lavoratori. Shachtman, che divenne il “teorico” dei trotskisti, era stato un funzionario minore del Partito. Non avevano radici nella classe proletaria. Le loro “attività” negli Stati Uniti consistevano nel diffamare l’Unione Sovietica e il Comintern e nel denigrare il Partito Comunista degli Stati Uniti. A volte si inserivano in qualche lotta economica dei lavoratori, soltanto per aiutare i burocrati sindacali reazionari e i padroni.
Ci limiteremo ad alcuni esempi caratteristici.
Il 23 giugno 1931 Stalin pronunciò un discorso a una conferenza di dirigenti dell’industria sovietica dal titolo Nuova situazione, nuovi compiti dell’edificazione economica. Nel discorso Stalin elencava sei punti, sei nuove condizioni per lo sviluppo dell’industria. I primi tre punti riguardavano l’organizzazione del lavoro, l’organizzazione dei salari e il miglioramento delle condizioni dei lavoratori; il quarto punto riguardava il compito di far avanzare e sviluppare gli elementi migliori della classe proletaria così che “la classe operaia debba crearsi la propria intellettualità tecnico-produttiva”. “Ma non ci occorrono degli ingegneri, dei tecnici e dei dirigenti qualunque”, disse Stalin. “Ci occorrono dei dirigenti, degli ingegneri e dei tecnici tali che siano capaci di comprendere la politica della classe operaia del nostro paese, capaci di assimilare questa politica e disposti a realizzarla coscienziosamente.
Ma che cosa significa ciò? Ciò significa che il nostro paese è entrato in una fase del suo sviluppo tale che la classe operaia deva crearsi la sua propria intellettualità tecnico-produttiva, capace di difendere i suoi interessi nella produzione, in quanto interessi della classe dominante”. Stalin fa poi notare che l’intelligencija tecnico-produttiva non deve essere reclutata soltanto tra le persone di istruzione più elevata, ma anche “tra i pratici delle nostre aziende, tra gli operai qualificati, tra gli elementi colti della classe operaia nell’officina, nella fabbrica, nella miniera. […] Il nostro compito consiste nel non respingere questi compagni pieni d’iniziativa, ma nello spingerli più arditamente ai posti di direzione, nel dare loro la possibilità di manifestare le loro capacità organizzative e di completare le loro conoscenze, nel creare loro un ambiente adeguato, senza lesinare il denaro [corsivo nostro]”.
Il quinto punto riguarda gli ingegneri e i tecnici delle vecchie scuole. Stalin disse che l’Unione Sovietica doveva fare un uso maggiore di quelle forze tecniche. C’è un nuovo atteggiamento mentale da parte dell’intelligencija borghese, dice Stalin. Molti dei vecchi intellettuali che un tempo simpatizzavano con i sabotatori ora si sono avvicinati ai soviet.

Se, nel periodo in cui infieriva il sabotaggio, il nostro atteggiamento verso la vecchia intellettualità tecnica si esprimeva prevalentemente in una politica che tendeva a sgominarla, oggi, nel momento in cui si compie una svolta di questi intellettuali verso il potere sovietico, il nostro atteggiamento nei loro confronti deve esprimersi prevalentemente in una politica di attrazione e di sollecitudine per questi elementi. […] Sarebbe sciocco e irragionevole considerare oggi ogni specialista e ogni ingegnere della vecchia scuola quasi come un criminale e un sabotatone non ancora preso in flagrante. (Stalin, “Nuova situazione, nuovi compiti dell’edificazione economica”, Opere scelte, p. 733)
Il sesto punto riguarda l’introduzione di un rendimento commerciale più efficace e la necessità di “aumentare l’accumulazione all’interno dell’industria”.
L’effetto del discorso fu di ravvivare le forze in tutta l’Unione Sovietica. Erano suggerimenti pratici che mostravano la strada per migliorare il lavoro nell’industria e nell’agricoltura. Rivelarono un nuovo punto di vista, confermando l’affermazione precedente di Stalin secondo cui non c’era fortezza che i bolscevichi non potessero conquistare. Un brivido di gioia attraversò la terra dei soviet, perché in quel discorso milioni e milioni di lavoratori e ingegneri videro in incoraggiamento per il loro lavoro e la profonda convinzione che l’importante obiettivo del piano quinquennale poteva essere raggiunto.
Ma cosa avevano da dire i trotskisti americani sul discorso di Stalin? Videro in esso un passo indietro. “Non c’è dubbio che l’intero spirito della nuova politica di Stalin, l’adozione formale e ufficiale della quale è naturalmente una conclusione rinunciataria, segna un nuovo passo indietro dalla politica rivoluzionaria del tempo di Lenin”, scrive il Militant l’11 giugno 1931. Perché sia un passo indietro, i trotskisti non lo sanno spiegare. In che cosa differisca dalla politica di Lenin, tranne che ha a che fare con nuovi problemi in una nuova fase di sviluppo, è ugualmente difficile da scoprire. Ma questi trotskisti hanno scoperto un gancio a cui fissare le loro calunnie. “Il socialismo”, dice il Militant, “non può essere costruito da specialisti borghesi. Neppure la fondazione di un’economia socialista può essere tracciata da loro. Possono essere di grande aiuto, ma l’obiettivo principale richiede il sincero entusiasmo dell’iniziativa collettiva, l’attività e la partecipazione delle masse proletarie”.
Sembrerebbe che Stalin, l’iniziatore della competizione socialista, sia contro l’iniziativa collettiva e la partecipazione del proletariato. L’élite trotskista suppone che i suoi lettori non abbiano letto il discorso di Stalin.
Questo è il genere dei loro attacchi contro l’Unione Sovietica. Un’azione intesa a favorire la costruzione del socialismo, che segnò un decisivo passo avanti nel completamento del piano quinquennale, è descritta come una resa alla borghesia, come un passo indietro.
E questo succede ogni giorno.
Il loro atteggiamento nei confronti dell’Internazionale Comunista è esemplificato da quello verso l’Unione Sovietica. Quando il proletariato mondiale celebrava la nuova vittoria raggiunta dalla dittatura del proletariato attraverso il riconoscimento del governo sovietico da parte di quello degli Stati Uniti, i trotskisti si unirono ai socialdemocratici di ogni sorta e alla borghesia nel descrivere il riconoscimento come una resa da parte dell’Internazionale Comunista.
I termini dell’accordo tra Litvinov e Roosevelt, che seguivano esattamente la linea tracciata da Lenin nel 1919 per simili problemi dell’epoca, furono interpretati come segni che il governo sovietico accettasse di abbandonare le attività comuniste negli Stati Uniti. In questo modo i trotskisti erano d’accordo con la posizione borghese secondo cui il governo sovietico e il Comintern sarebbero la stessa cosa; in secondo luogo, cercarono di interpretare una vittoria del proletariato mondiale come una sconfitta. I ruoli erano ben divisi. Trockij assicurò ipocritamente alla borghesia americana attraverso il New Republic che non aveva nulla da temere dal riconoscimento sovietico, mentre i trotskisti americani insistettero sul “tradimento” del comunismo da parte del Comintern. Scrisse Trockij:
Quanto più decisamente la burocrazia sovietica si è trincerata sulla posizione di un socialismo nazionale, tanto più la questione della rivoluzione internazionale, e il Comintern con essa, sono stati relegati sullo sfondo. […] L’attuale governo sovietico tenta in ogni modo di garantire la propria sicurezza interna contro i rischi legati non solo alle guerre ma anche alle rivoluzioni. La sua politica internazionale è stata trasformata da una politica internazionale rivoluzionaria a una conservatrice. (Lev Trockij, The New Republic, 1 novembre 1933)

Scrisse il Militant il 21 ottobre 1933:

Il Comintern è morto per quanto riguarda la rivoluzione. […] Il Comintern attuale è un costoso apparato per l’indebolimento dell’avanguardia proletaria. Questo è tutto! Non è in grado di fare di più. […] Il Comintern, come apparato centrale, è diventato un ostacolo al movimento rivoluzionario.

I trotskisti danno il loro supporto alla menzogna borghese secondo cui il Comintern sarebbe un’agenzia del governo sovietico, che detterebbe direttamente la politica dei partiti comunisti nei paesi capitalisti. Questo è uno dei molti modi in cui aiutano la reazione.
Le loro invettive contro il Comintern non devono essere intese come un’espressione del loro dispiacere per il lento progresso della rivoluzione mondiale. Il fatto che è che maggiori sono i risultati dell’Unione Sovietica e le ondate dei movimenti rivoluzionari in tutto il mondo tanto più i trotskisti gridano che l’Unione Sovietica sarebbe in fase di collasso e il Comintern sarebbe “morto”. Naturalmente l’atteggiamento dei trotskisti verso il Partito Comunista degli Stati Uniti è dettato dagli stessi sentimenti. Proprio nel momento in cui il Partito Comunista degli USA doveva fare progressi, nel momento in cui esso si mise alla testa di ampie masse di disoccupati, dando forma alle loro richieste e guidandole in numerose lotte per il pane e l’assistenza sociale contro la disoccupazione, nel momento in cui si legava sempre più agli scioperi di massa dei lavoratori delle industrie di base, formandone l’avanguardia più militante e consapevole, nel momento in cui il Partito stava iniziando a funzionare come un vero partito comunista che ispirava fiducia persino ad ampi settori della piccola borghesia e impauriva la classe dominante, i trotskisti ebbero questo da dire in proposito:

Il Partito Comunista degli Stati Uniti, in generale, può registrare solo stagnazione e recessione. […] La dirigenza imposta sul Partito alle sue spalle durante il Settimo Congresso ha mostrato una tragica bancarotta in tutti i campi. [La dirigenza del Partito fu regolarmente eletta a un congresso di delegati regolarmente eletti in tutte le sezioni del Partito, nelle conferenze di sezione e di distretto, dopo due mesi di discussione sui problemi del giorno, sul programma e sulle tattiche del Partito. – M.J.O.] La crisi nella dirigenza del Partito Comunista ha assunto un carattere permanente, acutizzandosi in proporzione all’aumento delle possibilità di successo. [Proprio in quel periodo la dirigenza del Partito si guadagnava la fiducia dei militanti in una proporzione mai conosciuta nella sua storia. Per la prima volta era stata fissata una vera comprensione e una reciproca fiducia tra la dirigenza e la base del Partito. Questo si espresse in un nuovo spirito di fiducia ed entusiasmo tra i membri. – M.J.O.] I membri sono governati come servi politici, il regime è sempre più meccanizzato; ogni vita interna libera e vitale, ogni iniziativa, ogni indagine e discussione sui problemi vitali è soffocata appena si manifesta. [Era il periodo in cui l’ondata di scioperi di massa (ai quali il Partito partecipava) e il movimento dei disoccupati (che il Partito aveva innescato, organizzato e guidato) necessitavano della più ampia discussione sui nuovi compiti del Partito, sui nuovi metodi di lavoro da applicare e sull’iniziativa dal basso da stimolare. Fu proprio in quel momento che nuova linfa vitale fu iniettata nelle unità di base del Partito, e per la prima volta in molti anni ci fu un’autentica, pulsante vitalità che permeava molte sezioni del Partito. – M.J.O.] Ai membri viene insegnato un disprezzo reazionario per le considerazioni teoriche e viene invece instillata una volgare “praticità”. Viene detto loro, in effetti, di fare il lavoro assegnato senza riflettere o discutere. [Negli ultimi anni, soprattutto dopo l’unificazione del Partito nel 1929, la vendita della pubblicistica è decuplicata. Le opere fondamentali di Marx, Engels e Lenin sono state distribuite tra i membri del Partito e i lavoratori in generale nell’ordine di centinaia di migliaia. Sono state pubblicate intere biblioteche di opuscoli su ogni fase della vita americana e internazionale. I problemi del Partito, in primo luogo la necessità dello studio teorico, vengono discussi non solo al chiuso delle sezioni ma anche agli incontri pubblici dei membri, ai quali tutti i lavoratori sono ammessi. Mai prima d’ora il Partito aveva svolto una vita ideologica così intensa. – M.J.O.] Sono costantemente colti di sorpresa da nuove “svolte”, nelle quali la vecchia politica viene gettata via senza spiegazioni mentre viene giustificata quella nuova. [Se il Partito non si adattasse alle nuove situazioni, i trotskisti direbbero che è stagnante; quando si adatta al cambiamento delle condizioni, parlano di “svolte improvvise”. – M.J.O.] (“Tesi per la discussione pre-congressuale”, The Militant, 25 luglio 1931)

Dopo aver letto i trotskisti che parlano di burocratismo e “stagnazione”, un lettore sprovveduto concluderebbe naturalmente che quelli sono bolscevichi che desiderano soltanto far avanzare la causa della rivoluzione. Niente del genere. Rivelano la loro natura in questa “richiesta” al Partito:
Il Partito deve abbandonare la sua analisi esagerata della tempistica dello sviluppo della classe lavoratrice e adattare il suo corso all’autentico rapporto di forze nella lotta di classe e all’andamento del suo sviluppo. Il Partito deve infine sbarazzarsi del fardello disastroso dei resti del “terzo periodo” e in particolare della teoria del “social fascismo”. (Ibid.)

Ecco il punto. Il Partito sopravvaluta la tempistica dello sviluppo rivoluzionario negli Stati Uniti. I trotskisti non credono che questo sviluppo esista. Nel 1931, due anni dopo l’inizio della crisi, negano la possibilità dell’insurrezione rivoluzionaria. Ribadiscono che il terzo periodo non esiste. Non c’è radicalizzazione, secondo loro. Più di ogni altra cosa sono sdegnati che il Partito chiami Waldmans, Solomons, Lees, Cahans, Pankens e gli altri reazionari alla guida del Partito Socialista “social-fascisti”. Cannon non crede che siano tali, pensa che siano buoni socialisti. Il Partito non rende loro giustizia.
Prima delle elezioni i trotskisti “supportano” ipocriticamente il Partito Comunista. Scrivono sul loro Militant: “Votate comunista”. Nello stesso articolo spiegano che il voto serve a mostrare “quanto negativamente le politiche e i programmi erronei dello stalinismo abbiano respinto questa svolta a sinistra”. In altre parole, fanno appello ai votanti per mostrare che i comunisti si sbagliano. Come possono mostrarlo? Naturalmente, astenendosi dal votare il programma comunista.
La chiamano “strategia”. La strategia dei rinnegati.
Le attività pratiche dei trotskisti si limitano principalmente all’interferenza di esili gruppetti nei compiti dei lavoratori sotto la guida comunista, che siano gli scioperi, il movimento dei disoccupati, manifestazioni o marce per la fame. Ecco un esempio. Il Partito Comunista organizza una marcia della fame nazionale per la fine del novembre 1932. Questa marcia è un vero fronte unito. I delegati sono eletti alle riunioni dei consigli sindacali, nei consigli dei disoccupati, negli incontri di massa, nelle conferenze di massa dei lavoratori. La stragrande maggioranza dei delegati non fa parte del Partito. Molti di loro partecipano per la prima volta ad azioni di massa. I trotskisti, che pubblicamente fanno appello al fronte unito, sono presenti per spargere un po’ di veleno riguardo alla marcia.
Che cosa hanno da dire? Semplicemente che i leader della marcia non un’indennità di disoccupazione. “Aiuti immediati devono sostituire i sussidi per la disoccupazione come parola d’ordine principale”, così interpretano il movimento. Il loro obiettivo è mostrare che la marcia non deve essere supportata. La chiamano “un lavoro comunista subordinato e ausiliario”, lasciando così intendere che non meriterebbe un autentico supporto. (The Militant, 5 novembre 1932).
Queste sono le tattiche dei trotskisti. Questo è il valore della loro retorica sul fronte unito. Non si può dire che abbiano avuto un ruolo negli scioperi degli anni scorsi. Solo in casi isolati, grazie al tacito assenso dei leader dell’AFL, singoli trotskisti si inserirono negli scioperi in corso, solo per mettere in pratica le politiche dei riformisti.
Nello sciopero all’azienda tessile Paterson del settembre-ottobre 1933, che fu tradito dai lovestoniani Keller e Rubenstein, la partecipazione die trotskisti si espresse principalmente nella collaborazione con i burocrati sindacali. I comunisti furono definiti divisori e traditori, mentre Keller e Rubenstein vennero descritti come autentici combattenti. In un caso riuscirono ad assumere il ruolo di guida di uno sciopero: fu nello sciopero dei camionisti a Minneapolis nell’estate del 1934. Tre trotskisti, Brown, Dunne e Skoglund, erano i leader della sezione 574 della General Drivers’ Union, sotto i cui auspici fu condotto lo sciopero. Questi leader volsero lo sciopero in una direzione tipicamente riformista. I padroni stavano cercando di diffondere la “paura rossa”. I dirigenti della sezioni 574, invece di spiegare ai lavoratori il significato di quella paura, negarono di essere comunisti. Su un volantino distribuito durante lo sciopero leggiamo:

Non lasciate che la paura rossa vi impedisca di venire a questo incontro. Se siamo “rossi” e “comunisti”, perché non abbiamo spinto l’industria del petrolio verso lo sciopero mentre la gran parte della nostra organizzazione lo è già?

Ciò fu in seguito lodato dal Militant come un tentativo di “affrontare direttamente la questione”.

A Frisco il grido del comunismo ha causato una profonda lacerazione nel fronte dello sciopero. A Minneapolis è stato un fiasco completo. I leader hanno affrontato direttamente la questione. Non si sono precipitati a negare le accuse, né hanno urlato le loro opinioni al mondo intero. (The Militant, 25 agosto 1934)

C’era la questione della legge marziale in relazione a quello sciopero. Il governatore del Minnesota Olson dichiarò la legge marziale a Minneapolis. I padroni, organizzati nell’Alleanza dei Cittadini, lottarono contro la legge marziale perché non volevano che Olson avesse troppo potere e perché credevano che la polizia locale fosse sufficiente per occuparsi dello sciopero. L’Alleanza dei Cittadini fece appello per un’ingiunzione contro la legge marziale. L’amministrazione era irremovibile riguardo alla sospensione della legge. I trotskisti la sostennero. Brown, presidente della sezione 574, dichiarò: “Naturalmente ci fa piacere vedere che la decisione del governatore riguardo alla legge marziale è stata confermata.
Credo che la decisione contribuisca allo sviluppo delle condizioni che possono far terminare questo sciopero”. I trotskisti partivano dal presupposto che Olson, essendo laburista e proprietario terriero, non rappresentasse veramente il capitalismo, che fosse una sorta di individuo neutrale che poteva oscillare da una parte o dall’altra. La continuazione della legge marziale significava la sconfitta dello sciopero. Invece di combatterla proseguendo con i picchettaggi di massa e facendo appello ad altre industrie per il supporto ai camionisti, i trotskisti si affidarono a Olson. C’erano grandi aspettative per uno sciopero generale a Minneapolis. Il Partito Comunista avanzò l’idea di una conferenza unita del lavoro che avrebbe dovuto decidere sulla questione di uno sciopero generale “con l’obiettivo di lottare per il diritto dei lavoratori di unirsi a sindacati di loro scelta, per il diritto al picchettaggio, per la libertà di parola e di riunione, per la libertà dei nostri fratelli detenuti e l’abrogazione delle leggi militari che minacciavano di schiacciare lo sciopero”. I comunisti si rifecero all’esperienza di San Francisco, dove uno sciopero generale aveva colpito quasi tutte le attività economiche per cinque giorni. Dissero: ciò che è stato fatto a San Francisco può essere fatto a Minneapolis. I trotskisti dovettero affrontare una straordinaria approvazione dello sciopero generale da parte dei lavoratori che non potevano rifiutare di punto in bianco. Lo fecero, rimandando la questione ai dirigenti dell’AFL nel Minnesota. Scrisse l’Organizer, l’organo ufficiale dello sciopero, il 18 agosto 1934:

In vista dell’attacco concentrato alla sezione 574 da parte di tutte le forze del capitale, i lavoratori sono pronti a mettere in pratica tutte le loro risorse [cioè dichiarare lo sciopero generale – M.J.O.]? Questo è il problema. La risposta dipende prima di tutto dai dirigenti delle organizzazioni operaie di Minneapolis, e in secondo luogo dai militanti dei sindacati che hanno il potere di decidere.

“I dirigenti delle organizzazioni operaie” erano i riformisti dell’Unione Centrale del Lavoro di Minneapolis, che si opponevano strenuamente allo sciopero generale. Lo sciopero generale fu schiacciato. Le richieste dei camionisti non furono soddisfatte, anche se i lavoratori avevano il potere di esigere concessioni dai padroni.
Qual è il ruolo dei trotskisti? Si nascondono dietro frasi rivoluzionarie. Fanno credere di essere terribilmente preoccupati per il progresso della rivoluzione mondiale. In realtà ostacolano il movimento rivoluzionario con la loro propaganda e le loro tattiche. Questo esiguo gruppo di piccoli borghesi scontenti ha un solo obiettivo: screditare la teoria e la pratica rivoluzionarie.
Il seguente passaggio di una delle “tesi” trotskiste si adatta perfettamente agli autori. “L’obiettivo dell’opposizione di sinistra”, dicono, “non è l’organizzazione di un nuovo partito di elementi semi-riformisti, semi-sindacalisti, demoralizzati, passivi e screditati a margine del movimento comunista”. I trotskisti danno inconsapevolmente un’ottima descrizione di se stessi. Questa gente prova soltanto odio: odio per i vivi movimenti rivoluzionari delle masse, odio per un Partito Bolscevico organizzato che guida il movimento rivoluzionario, odio per il centralismo democratico che garantisce il massimo della forza con la massima iniziativa dal basso nel Partito, odio per il prototipo del bolscevismo, il Partito Comunista dell’Unione Sovietica, odio per i dirigenti di quel Partito e odio per l’Internazionale Comunista. In nome del “comunismo” parlano la stessa lingua di Hamilton Fish, Matthew Woll, William Randolph Hearst e Abraham Cahan. Scrive il Militant del 10 febbraio 1934:
Il fatto è che se nella lotta per il potere i fascisti hanno preso molto dal bolscevismo, allora nell’ultimo periodo la burocrazia sovietica si è familiarizzata con molti tratti del fascismo vittorioso, prima di tutto sbarazzandosi del controllo del Partito e imponendo il culto del leader.
Con fare innocente i trotskisti chiedono: perché c’è una dittatura così “dura” in Unione Sovietica? Ci avevano detto, sostengono, che il socialismo significa l’abolizione delle classi. Quindi non dovrebbero esserci più nemici interni. Ma allora perché un governo così forte?
La durezza della dittatura è causata dalla necessità di sopprimere la resistenza delle classi dominanti rovesciate e di minarne le radici economiche. Ma secondo la teoria ufficiale il compito fondamentale dello Stato dei lavoratori è quasi del tutto raggiunto. Il secondo piano quinquennale dovrà soltanto completarlo.
Eppure,

Il secondo piano quinquennale […] non prevede affatto una mitigazione della coercizione di governo né una diminuzione dei finanziamenti alla GPU. La burocrazia al potere non si prepara minimamente a cedere le posizioni di comando; al contrario, le rifornisce di garanzie nuove e più sostanziali. (The Militant, 10 febbraio 1934)

Quando furono scritte queste righe i trotskisti americani mantenevano un contatto diretto con il “centro leningradese” dal quale venne l’assassinio di Kirov, oppure era soltanto a conoscenza della sua esistenza? Ce lo chiediamo.
Una cosa sembra certa: quando protestano contro la “burocrazia al potere”, contro la GPU, contro quella che chiamano “coercizione”, quando sono scontenti della disciplina che esiste, come dicono, “anche all’interno del quadro formale del Partito”, quando esagerano sulla “durezza” della dittatura del proletariato dicendo che non era mai stata così nemmeno “durante gli anni delle guerra civile”, parlano a nome di se stessi. Vorrebbero che la dittatura del proletariato fosse debole, così da permettere ai sabotatori trotskisti di fare il loro sporco lavoro indisturbati. Quando ricevono un colpo, quando vedono che la giustizia sovietica può essere spietata contro il nemico di classe, mandano avanti James P. Cannon a proporre un’azione.
Noi affermiamo che i metodi attuali della leadership di Stalin […] stanno sferrando un colpo mortale alla stessa Rivoluzione russa. Il gruppo stalinista guiderebbe l’Unione Sovietica, come ha guidato i lavoratori tedeschi, verso la catastrofe. La classe operaia internazionale è l’unica forza al mondo che può impedire questa catastrofe. Deve farlo nel suo stesso interesse, così come nell’interesse della Rivoluzione russa. La classe operaia internazionale deve correre subito in aiuto dell’Unione Sovietica contro i pericoli mortali che la minacciano dall’interno. (The Militant, 22 dicembre 1934)
Lasciando perdere tutte le dichiarazioni di amicizia per la “Rivoluzione” in astratto e per la “classe operaia” in generale, che cosa significa questo sproloquio? È un appello all’azione. Prepara le menti dei lavoratori per il supporto all’intervento in Unione Sovietica. Fa credere al lettore che qualunque cosa sia meglio del governo del Partito Comunista in Unione Sovietica.
Da questo alla decisione da parte di qualche seguace esaltato di uccidere i leader della Rivoluzione non c’è che un passo.

I gruppi e i partiti politici dovrebbero essere giudicati non dalle parole ma dalle azioni, ci ha detto Lenin molte volte. Le azioni supreme dei trotskisti americani rivelano la loro natura. Si fusero con i seguaci di Muste nel Partito dei Lavoratori degli Stati Uniti. Chi è Muste? Citeremo i trotskisti stessi. Sul Militant del 4 luglio 1931 parlano della “posizione intrinsecamente riformista del progressismo di Muste”. Dopo la fondazione da parte di Muste della Conferenza per l’Azione Progressista del Lavoro, il Militant scrisse questo in un editoriale. Prima di tutto elencava alcuni nomi, uno dei quali era un ex seguace di Lovestone “che ha rinunciato persino a quella tenue varietà di comunista per strisciare verso la CPLA”, poi un altro che era stato espulso dal Partito Comunista e da allora si era impegnato a difendere il regime di Hillman dall’accusa di ingannar ei lavoratori, e poi lo stesso Muste, “il leader degli pseudo-progressisti nel movimento operaio”, e poi continuava così:

Questi sono elementi senza una casa politica, i classici esponenti centristi che tentano di ripetere oggi gli esperimenti farseschi fatti un decennio fa con la formazione dell’“Internazionale due e mezzo”. Che gli esponenti del nuovo partito guardino ai recenti tentativi dei leader della “sinistra” del Partito Laburista Indipendente Britannico per costruire una nuova Internazionale non può essere messo in dubbio nemmeno per un istante. È ugualmente certo che a una seconda edizione dell’Internazionale due e mezzo, compresa una sua “sezione” americana, seguirà una ritirata nel campo della socialdemocrazia di cui è un’emanazione [corsivo nostro]. Nessun altro destino è riservato ai politici piccolo-borghesi che tentano di allungare una breve esistenza indipendente sulla base dell’insoddisfazione dei lavoratori verso la socialdemocrazia. (The Militant, 8 agosto 1931)

La Conferenza di Muste fu in seguito trasformata nel Partito dei Lavoratori Americani. Si aggiunsero ad esso numerosi individui scontenti che si definivano comunisti ma il cui comunismo consisteva in sostanza nella lotta ideologica contro il marxismo-leninismo. Tra loro c’era Max Eastman, l’autore di libri antimarxisti; c’era Sidney Hook il cui libro su Marx è una grossolana deformazione del marxismo; c’era V.F. Calverton che per molti anni aveva pubblicato riviste antimarxiste, eccetera.
Il Partito dei Lavoratori Americani venne formato aggiungendo questi individui alla Conferenza per l’Azione Progressista del Lavoro. L’anima del nuovo “Partito” rimase il blando riformista Muste, il cui ruolo nei sindacati consisteva nel collaborare con i peggiori burocrati sindacali e ricoprire le loro azioni con una fraseologia progressista. Alla fine del 1934 il gruppo trotskista si unì al Partito dei Lavoratori Americani. Si fuse con il gruppo di Muste formando il Partito dei Lavoratori degli Stati Uniti. Cannon lodò la fusione. Sul Militant del 17 novembre 1934 si disse certo che la formazione di questo “partito” avrebbe portato all’unità comunista. “Il caos e la disintegrazione lasceranno il posto a un chiaro schieramento di partiti: i socialdemocratici, gli stalinisti (centristi) e il partito del marxismo rivoluzionario”. Il partito del marxismo rivoluzionario è quello che consiste in Cannon più Muste, Eastman, Hook, Calverton e alcuni intellettuali che non sono mai stati marxisti.
I gruppi politici si riconoscono dalle azioni. I trotskisti si sentivano troppo insignificanti. Come la vacca magra del faraone, si “mangiarono” il gruppo di Muste “e non si poteva ignorare che l’avevano fatto”. Si vantano di aver consolidato il “marxismo rivoluzionario”. È una smorfia da clown. Il nuovo “partito” non è altro che una formazione alla “Internazionale due e mezzo”. Che presto o tardi si sistemerà sulle ginocchia della Seconda Internazionale è dimostrato dall’esempio del gruppo trotskista in Francia, che si è unito al Partito Socialista Francese.

Un esempio di veracità trotskista.
Una delle prime azioni del Partito dei Lavoratori degli Stati Uniti fu di celebrare l’anniversario della morte di Lenin con un volantino, Il testamento di Lenin. Questo pezzo di calunnia trotskista, che descrive lo “stalinismo” come “rozzo, infido e burocratico”, riproduce quello che viene spacciato per un autentico documento scritto da Lenin nel 1923 e “soppresso” dal Partito Comunista dell’Unione Sovietica. Nel documento si legge che Trockij sarebbe più adatto come segretario generale del Partito rispetto a Stalin, che è “troppo rude”.
A proposito del “testamento di Lenin” Trockij, mentre era ancora membro del Partito, disse questo in un articolo intitolato “Trockij rimprovera Eastman” e pubblicato sul Daily Worker di New York l’8 agosto 1925:

Lenin non h lasciato nessun “testamento”, e lo stesso carattere dei suoi rapporti col Partito, come il carattere del Partito stesso, escludevano la possibilità di un tale “testamento”. La stampa dell’emigrazione, la stampa estera borghese e quella menscevica di solito ricordano come “testamento” una lettera di Lenin (tanto alterata da essere irriconoscibile) contenente consigli di carattere organizzativo. […] Qualsiasi chiacchiera sull’occultamento o sulla violazione del “testamento” è una maligna invenzione ed è interamente diretta contro l’effettiva volontà di Lenin e gli interessi del Partito da lui creato.

Quando era nel suo interesse prendere le distanze da un “discepolo” come Max Eastman (il cui libro Dopo la morte di Lenin era fetore al naso di ogni rivoluzionario) Trockij scrisse un articolo sprezzante per confutare la leggenda del testamento di Lenin che si chiudeva con queste parole: “il libercolo [di Eastman] può servire soltanto ai peggiori nemici del comunismo e della Rivoluzione. Costituisce perciò oggettivamente un’arma della contro-rivoluzione” (Ibid.). Quando è nell’interesse di Trockij esibire la propria ampia influenza, Eastman diventa uno dei pilastri del nuovo “partito del marxismo rivoluzionario” e la “maligna invenzione” è spacciata per il testamento di Lenin.
Ora Trockij pubblica un opuscolo per mostrare che il “testamento” era autentico.
Questi controrivoluzionari si sono talmente invischiati in una rete di menzogne e falsità che non possono fare una singola mossa senza perfidia.
Lenin disse: “Trockij vive sempre con i pettegolezzi”, “Trockij inganna i lavoratori nella maniera più ipocrita e svergognata”. Discutendo del “testamento” di Lenin alla Sessione Plenaria del Comitato Centrale e della Commissione Centrale di Controllo del Partito Comunista dell’Unione Sovietica nell’ottobre 1927, Stalin fece notare il fatto che il documento non era un “testamento” ma una lettera inviata da Lenin al Tredicesimo Congresso del Partito Comunista, che la lettera era stata letta al Congresso e che quest’ultimo aveva deciso all’unanimità di non pubblicarla, tra le altre ragioni perché Lenin stesso non desiderava né aveva chiesto la pubblicazione. Simili lettere inviate da Lenin a funzionari e conferenze di Partito non erano rare. Le lettere venivano lette da coloro a cui erano rivolte, e non c’era“occultamento”. La questione del “testamento” di Lenin era stata affrontata ripetutamente alla Sessione Plenaria, disse Stalin in quell’occasione; delle grida si levarono dalla platea: “decine di volte”.
Certamente il Partito non trascurò la lettera in questione. Riguardo ai contenuti della lettera, Stalin fece notare che il Partito non aveva motivo di esserne insoddisfatto o di nasconderla, perché in realtà annichiliva tre leader dell’opposizione, mentre a proposito di Stalin nominava soltanto la sua “rudezza” ma non trovava errori nella sua linea politica. Stalin citò questo passaggio della lettera di Lenin:

Non mi dilungherò sulle caratteristiche personali degli altri membri del Comitato Centrale. Ricordo soltanto che l’episodio di ottobre di Zinov’ev e Kamenev [l’opposizione alla presa di potere – M.J.O.] non è naturalmente dovuto al caso, ma lo si può ascrivere a loro colpa personale tanto poco quanto a Trockij il suo non bolscevismo.

Stalin attira l’attenzione della Sessione sul fatto che

nel “testamento” non vi sia né una parola, né un accenno agli errori di Stalin. Si parla solo della rudezza di Stalin. Ma la rudezza non è né può essere un difetto della linea o della posizione politica di Stalin. (Stalin, “L’opposizione trotskista ieri e oggi”, Opere complete, vol. X, p. 189)

Sul suggerimento di Lenin di “togliere Stalin da questo incarico e di designare a questo posto un altro uomo che, a parte tutti gli altri aspetti, si distingua dal compagno Stalin solo per una migliore qualità, quella cioè di essere più tollerante, più leale, più cortese e più riguardoso verso i compagni, meno capriccioso, eccetera”, Stalin disse:

È assolutamente vero. Sì, io sono rude, compagni, nei riguardi di coloro che in modo rude e perfido distruggono e scindono il Partito. Questo non l’ho nascosto, né lo nascondo. […] Alla prima seduta dell’assemblea plenaria del CC dopo il XIII Congresso [nel 1924] ho chiesto all’assemblea plenaria del CC di esimermi dalla carica di segretario generale. Il congresso stesso ha discusso la questione. Ogni delegazione l’ha discussa, e tutte le delegazioni, all’unanimità, compresi Trockij, Kamenev e Zinov’ev, hanno imposto al compagno Stalin di restare al suo posto.
Che cosa potevo dunque fare? Fuggire dal mio posto? Non è nel mio carattere; non sono mai fuggito da nessun posto e non ho il diritto di farlo, poiché questa sarebbe una diserzione. Come ho già detto prima, non sono libero di disporre di me; quando il Partito impone una cosa devo sottomettermi.
Un anno dopo ho di nuovo chiesto all’assemblea plenaria di essere esonerato dalla carica, ma di nuovo mi è stato imposto di restare. Che cosa dunque potevo fare? (Ibid., p. 188)

La “quarta internazionale” di cui ora predicano i trotskisti è solo una somma delle caratteristiche principali dell’avanguardia controrivoluzionaria.
I trotskiski “dovrebbero cominciare a negoziare apertamente con le organizzazioni socialiste di sinistra”, disse Cannon nell’ottobre 1933 adeguandosi al programma del suo maestro. Le negoziazioni ebbero successo. In Francia i trotskisti si unirono al Partito Socialista per rafforzarlo in un’epoca in cui le masse di lavoratori si spostavano a sinistra. L’obiettivo dei trotskisti è rendere il Partito Socialista Francese più attraente per i lavoratori. “Se il Partito Comunista tenta di disorganizzare quello Socialista”, scrive il loro organo, la Voix Communiste n. 38 del 1934, “allora solo le nostre idee e i nostri metodi potranno innestare un nucleo rivoluzionario nel Partito Socialista, permettendogli di resistere alla rovina assoluta”. I trotskisti vogliono essere la tinta rosa sopra il contenuto giallo della leadership della Seconda Internazionale che impedirà ai lavoratori di unirsi ai ranghi del movimento rivoluzionario.
All’autentica maniera di Trockij, la fusione del gruppo trotskista con il partito della Seconda Internazionale viene salutata come un fattore progressista.

Noi marxisti dobbiamo ammettere che in questo momento la fusione dei due partiti sarebbe progressista non rispetto alle parole d’ordine di Lenin del 1914, non rispetto al Congresso di Tours, ma rispetto alla situazione attuale. Perciò la fusione di entrambi i partiti significherebbe la possibilità di un nuovo inizio. Questa è l’essenza dell’intera questione.
[…]
Il movimento della classe lavoratrice è stato guidato verso un’impasse storica […] e l’inizio dell’impasse, la “capitolazione”, si trasforma in un fattore progressista. (The Communist International, n. 21, 5 novembre 1934)

In un momento in cui le masse di lavoratori socialisti sono insoddisfatte dalle politiche della Seconda Internazionale e si uniscono al fronte unito dell’azione militante con i comunisti, i trotskisti tentano di ritornare all’epoca precedente al 1914, per un “nuovo inizio”. Come se in questi vent’anni non fosse successo nulla. Come se si potesse riportare indietro l’orologio della storia.
Vediamo ora chi c’è nella “quarta internazionale”. Il gruppo trotskista tedesco, che non fu mai forte, si sciolse nel 1933. Nel suo giornale, Die Permanente Revolution, affermò che tutte le stime di Trockij sull’Unione Sovietica, la Germania e la Spagna si erano rivelate sbagliate. Non c’è alcun gruppo trotskista tra gli émigré tedeschi, per non parlare della Germania vera e propria. C’è un piccolo gruppo in Inghilterra, del tutto insignificante. C’è il gruppo francese che è unito in matrimonio con il Partito Socialista. C’è il gruppo americano che è unito con Muste. Vorrebbero portare con loro nella quarta internazionale l’intero Partito Socialista Francese. Proveranno a portare con loro nella quarta internazionale il Partito dei Lavoratori degli Stati Uniti. Qualcuno può dubitare che sarà un’internazionale di autentici “bolscevichi-leninisti”? Forse alla quarta internazionale si unirà un altro “centro leningradese”, che sotto gli slogan di Trockij e Zinov’ev sta covando proprio ora nuove cospirazioni contro i dirigenti sovietici.
E questa accozzaglia di riformisti e degenerati trotskisti, questo mucchio di intellettuali scontenti che aspirano a essere leader mondiali, questo misto di sentimenti, desideri, opinioni e “programmi” ripieni di ipocrisia, che mascherano il riformismo con frasi “rivoluzionarie” e “marxiste” altisonanti, impegnati a dire cose del tutto diverse da quelle che in realtà i leader credono, questa truffa che insozza soltanto il nome “comunista” è spacciata per l’organo internazionale destinato a strappare i lavoratori del mondo all’Internazionale Comunista.
Qui un’analogia storica non è inappropriata. Tra il 1912 e il 1914 Trockij sognava di unire tutte le fazioni dei menscevichi russi e alcuni bolscevichi “migliori” (quelli che sperava di separare da Lenin) in un unico grande partito di cui sarebbe stato il leader riconosciuto. Allora aveva la sua piccola fazione e pubblicava un giornale a Vienna. Si unì al blocco di numerose fazioni mensceviche noto come “blocco d’agosto”. Poi iniziò a predicare ai bolscevichi perché abbandonassero Lenin (che considerava il leader “dell’ala reazionaria” del Partito Socialdemocratico) e si unissero alla sua creatura. Il suo argomento dell’epoca somiglia molto a quello che oggi usa per spiegare la quarta internazionale. Pensava di rappresentare “tutto” il marxismo. Secondo lui i bolscevichi erano parziali, e anche i menscevichi lo erano. Soltanto lui, Trockij, era il marxista completo.
Formulò in concetto in questi termini:
La posizione basata sulla combinazione dialettica degli obiettivi riformisti e rivoluzionari sembra a entrambi [menscevichi e bolscevichi] “conciliatoria” e “un’aurea via di mezzo”. Avendo frazionato il marxismo, sono sinceramente incapaci di riconoscerlo quando appare di fronte a loro nella sua forma integrale. (Borba, n. 1, 1914)

Anche qui troviamo gli “obiettivi riformisti e rivoluzionari” combinati tra loro come nella quarta internazionale. Anche qui troviamo un appello a menscevichi e bolscevichi a non essere parziali e ad accettare Trockij come l’autentico leader del marxismo. Lenin non trovò parole abbastanza forti per criticare questa posizione:

Uomini come Trockij, con le sue frasi roboanti sul Partito Operaio Socialdemocratico Russo e le sue leccate di piedi ai liquidatori [i menscevichi di estrema destra], che non hanno nulla in comune con il POSDR, sono oggi la “piaga dei nostri tempi”. Vogliono costruirsi una carriera sulle prediche a buon mercato a proposito della “conciliazione” con chiunque, con tutti. […] In realtà essi predicano la capitolazione di fronte ai liquidatori che stanno costruendo il Partito dei Lavoratori di Stolypin[12]. (Lenin, “Risoluzione del secondo gruppo parigino del POSDR sulla situazione esistente nel Partito”, Opere complete, vol. VII, pp. 199-208)

Allora come oggi stava sorgendo l’ondata di un movimento rivoluzionario. I tempi bui che avevano seguito la Rivoluzione del 1905 stavano per finire. Era un sentore comune che i lavoratori avevano recuperato e stavano per dare il via a un nuovo ciclo rivoluzionario. I bolscevichi rivendicavano la necessità di una repubblica, la confisca delle proprietà fondiarie a favore dei contadini e la giornata lavorativa di otto ore, le richieste più estreme dell’incombente rivoluzione democratica-borghese.
Allora come oggi Trockij pensava che i lavoratori non fossero pronti a lottare per le richieste estreme della rivoluzione incombente (che oggi è la rivoluzione socialista proletaria). Propose le parole d’ordine di “libertà di associazione, raduno e sciopero”, e nient’altro. Lo considerava un passo verso la lotta per una repubblica. “Perché la lotta per una repubblica non sia il vuoto slogan di pochi privilegiati”, scrisse sul suo giornale viennese, la Prava, il 29 novembre 1911, “è necessario che voi, lavoratori consapevoli, insegnate alle masse a comprendere nella pratica la necessità della libertà di associazione e a lottare per questa vitale richiesta di classe”: un’anticipazione del suo attuale consiglio alle masse perché traggano conclusioni “dalla loro logica democratica”. Commentando quelle parole d’ordine, Lenin fece notare che “la fraseologia rivoluzionaria è usata qui per mascherare e giustificare la falsità del liquidazionismo, per riempire di immondizia le teste dei lavoratori”.
Lenin chiuse così la sua descrizione di Trockij:

Con Trotskij non si può discutere sulla sostanza, in quanto egli non ha idee. Si può e si deve discutere con i liquidatori e gli otzovisti[13] convinti, ma con un uomo che gioca a nascondere gli errori sia degli uni che degli altri non si discute: lo si smaschera come diplomatico della peggiore lega. (Lenin, “Sulla diplomazia di Trockij e su una piattaforma unitaria dei partitisti”, Opere complete, vol. VII, p. 340)

Oggi lo si smaschera come rinnegato controrivoluzionario che ispira l’assassinio di dirigenti rivoluzionari.
[12] Pëtr Arkad’evič Stolypin, primo ministro dal 1906 al 1911, restaurò con misure autoritarie lo potere monarchico colpito dalla Rivoluzione del 1905. Fu assassinato da un rivoluzionario. [N.d.t.]
[13] Bolscevichi favorevoli al ritiro della delegazione di Partito dalla Duma. [N.d.t.]

13. Trockij storico

Trockij deforma il bolscevismo, perché non ha mai potuto formarsi idee più o meno precise sulla funzione del proletariato nella rivoluzione borghese russa.
Ma è cosa assai peggiore travisare la storia di questa rivoluzione. (Lenin, “Il significato storico della lotta all’interno del Partito in Russia”, Opere complete, vol. XVI, p. 348, corsivo nostro)
Per rendere più efficace la sua falsificazione del marxismo, Trockij ne ha falsificato la storia. Dovremo limitarci nuovamente ad alcuni esempi.

Appena l’ordine di smobilitare le truppe [de Pietrogrado] fu comunicato dal quartier generale al Comitato Esecutivo del Soviet di Pietrogrado […] divenne chiaro che gli ulteriori sviluppi della questione avrebbero avuto un’importanza politica decisiva. L’idea di un’insurrezione cominciò a prendere forma in quel momento. Non era più necessario inventarsi un organo sovietico. Il vero scopo del futuro comitato fu dichiarato inequivocabilmente nella stessa sessione, quando Trockij concluse il suo rapporto sul ritiro dei bolscevichi dal Pre-parlamento [un organo consultivo convocato da Kerenskij – M.J.O.] con l’affermazione: “viva la lotta diretta e aperta per un potere rivoluzionario in tutto il paese!”. Quella era la traduzione nel linguaggio della legalità sovietica dello slogan “viva l’insurrezione armata!”. (Lev Trockij, Storia della Rivoluzione russa, vol. III, p. 92)

Trockij fece un’esclamazione, e così iniziò l’insurrezione armata. Lo dice lui stesso.
Procede poi con modestia a raccontare il suo ruolo nella Rivoluzione. “Trockij aveva formulato alcune brevi risoluzioni generali. […] Trockij continuò a parlare. La folla continuava ad agitare le mani nell’aria. Trockij cesellava ogni parola: fate che il vostro voto sia un giuramento. […] La folla teneva in alto le mani. Erano d’accordo. Fecero il giuramento” (qui Trockij cita il menscevico Suchanov). “Trockij fu convocato per discutere la questione. […] Allora Trockij giocava il ruolo decisivo. Il consiglio che ci diede era frutto della sua intuizione rivoluzionaria” (Trockij cita Antonov). La bozza del piano d’azione “fu corretta da Trockij”. “Il presidente, Trockij, si avvicinava all’automobile…”. Pare che ci fosse anche un altro uomo nella Rivoluzione, Lenin, ma in questi scritti sembra insignificante in confronto al magnifico Trockij. Stalin cita un paio dei suoi riferimenti a Lenin:

Volete sapere come è stata decisa dal nostro partito la questione dello scioglimento dell’assemblea costituente? Ascoltate Trockij:
“Bisogna certo sciogliere l’Assemblea costituente – diceva Lenin – ma che faranno i socialisti-rivoluzionari di sinistra?
Fummo però molto tranquillizzati dal vecchio Nathanson. Egli venne dai noi per ‘consigliarsi’ e le sue prime parole furono:
– Bisognerà probabilmente sciogliere l’Assemblea costituente con la forza.
– Bravo! – Esclamò Lenin – Quel che è giusto è giusto! Ma i vostri marceranno?
– Da noi alcuni esitano, penso però che in fin dei conti acconsentiranno – rispose Nathanson”.
È così che si scrive la storia.
Volete sapere come il partito avrebbe risolto la questione del Consiglio militare supremo? Ascoltate Trockij:
“Senza militari seri ed esperti non ce la faremo ad uscire da questo caos – dicevo io a Vladimir Ilič ogni qualvolta tornavo dallo stato maggiore.
– Credo che questo sia giusto. Temo però che tradiscano…
– Mettiamo vicino a ognuno di essi un commissario.
– Meglio ancora due – esclamò Lenin – e di quelli in gamba. È possibile che non abbiamo dei comunisti in gamba?
Così sorse l’ossatura del Consiglio militare supremo”.
È così che Trockij scrive la storia. Che bisogno aveva Trockij di queste fiabe arabe che mettono in cattiva luce Lenin? (Stalin, “Trotskismo o leninismo?”, Opere complete, vol. VI, pp. 423-424)
La risposta è nell’intera carriera di Trockij. Per dimostrare di essere l’autore della teoria del passaggio dalla rivoluzione democratica-borghese a quella socialista, racconta così la storia del bolscevismo:

Dall’anno 1905 il Partito Bolscevico ha condotto una lotta contro l’autocrazia con lo slogan “Dittatura democratica del proletariato e dei contadini”. Questo slogan, come il suo retroterra teorico, deriva da Lenin. In opposizione ai menscevichi, il cui teorico, Plechanov, si opponeva testardamente alla “erronea idea della possibilità di realizzare una rivoluzione borghese senza la borghesia”, Lenin riteneva che la borghesia russa fosse incapace di guidare la propria rivoluzione. Solo il proletariato e i contadini in stretta unità potevano portare a compimento una rivoluzione democratica contro la monarchia e i latifondisti. La vittoria di questa unione, secondo Lenin, doveva inaugurare una dittatura democratica, che non solo non era uguale alla dittatura del proletariato ma era in aperto contrasto con essa, perché il problema non era la creazione di una società socialista, e nemmeno la creazione di forme di transizione a quella società, ma solo la spietata pulizia delle stalle di Augia del feudalesimo.
L’idea popolare e anche ufficialmente riconosciuta dell’egemonia del proletariato nella rivoluzione democratica non poteva di conseguenza significare altro che il partito del proletariato avrebbe aiutato i contadini con un’arma politica del suo arsenale, suggerito loro i migliori metodi e mezzi per liquidare la società feudale e mostrare loro come mettere in pratica questi mezzi e metodi. In ogni caso, parlare del ruolo guida del proletariato nella rivoluzione borghese non significava affatto che il proletariato avrebbe usato l’insurrezione contadina al fine di mettere all’ordine del giorno con il suo supporto il proprio compito storico, la transizione diretta alla società socialista. L’egemonia del proletariato nella rivoluzione democratica era nettamente distinta dalla dittatura del proletariato e polemicamente in contrasto con essa. Il Partito Bolscevico era stato educato a queste idee già dalla primavera del 1905. (Lev Trockij, Storia della Rivoluzione russa, vol. I. pp. 314-315, corsivo nostro)

Trockij vorrebbe farci credere che prima del 1917 i bolscevichi non avessero mai insegnato al proletariato che la sua egemonia in una rivoluzione democratica-borghese doveva essere usata per mettere all’ordine del giorno la transizione diretta alla rivoluzione socialista. Fate il confronto con quello che abbiamo citato da Lenin a proposito della transizione immediata da una rivoluzione democratica-borghese a quella socialista. Fate il confronto specialmente con questo:

Dalla rivoluzione democratica cominceremo subito, nella misura delle nostre forze, delle forze di un proletariato cosciente e organizzato, a passare alla rivoluzione socialista. […] Con tutte le forze aiuteremo tutti i contadini a fare la rivoluzione democratica, affinché più facile sia a noi, partito del proletariato, passare con la massima rapidità a un compito nuovo e più elevato, alla rivoluzione socialista. (Lenin, “L’atteggiamento della socialdemocrazia verso il movimento contadino”, Opere complete, vol. IX, p. 220)

Lenin era infaticabile nell’esprimere il suo disprezzo per i metodi di Trockij. Parlò della “politica avventurista” della sua fazione, della sua “sottile perfidia”. Disse che Trockij “plagia”. Lenin conosceva bene Trockij.
Trockij falsifica la storia del leninismo, la storia della più grande conquista del proletariato mondiale, per servire la borghesia ed esaltare se stesso.
“Quella canaglia di Trockij”, come lo definì Manuil’skij al Tredicesimo Plenum del Comintern, e i suoi associati di ogni risma hanno il compito speciale di calunniare e diffamare il più rande leader vivente della Rivoluzione, Stalin. Ma invano. Egli è l’incarnazione di ciò che più aborre i borghesi: la rivoluzione proletaria guidata dai comunisti, il completamento della costruzione del socialismo in Unione Sovietica, la bolscevizzazione dei Partiti Comunisti nei paesi capitalisti, la lotta inarrestabile per la corretta linea leninista, la ripresa dell’offensiva contro il capitalismo da parte delle forze proletarie sul fronte mondiale, l’inclusione in questo fronte dei popoli oppressi nei paesi coloniali e semi-coloniali.
Se c’è qualcosa di ben noto a proposito di Stalin è la sua volontà di ferro, la sua perseveranza nel realizzare un programma, il suo colossale potere di guida che ha intriso di entusiasmo creativo milioni di persone. Leggete come il falsificatore della storia descrive Stalin:

Di fronte ai grandi problemi Stalin si ritira sempre: non per mancanza di carattere come nel caso di Kamenev, ma per la ristrettezza di vedute e la mancanza di immaginazione creativa. Nei momenti delle grandi decisioni e delle differenze di opinione, la sua sospettosa cautela lo spinge a ritirarsi nell’ombra, ad attendere, e se possibile a mettersi al riparo da qualunque effetto. (Lev Trockij, Storia della Rivoluzione russa, vol. III, p. 164)

Il combattente che insieme a Lenin diresse la Rivoluzione d’ottobre è uno che “si ritira sempre”. Il grande stratega della guerra civile, il cui piano di azione militare, messo in pratica rapidamente e con decisione, portò alla vittoria decisiva su un fronte di centinaia di miglia nella Russia meridionale contro le forze bianche del generale Denikin, è uno che “nei momenti delle grandi decisioni” si ritira “nell’ombra”. L’autore del piano quinquennale, un compito fondamentale su scala mai vista che mise al lavoro 160 milioni di persone per ricostruire un sesto della superficie della terra secondo un preciso disegno sociale, soffre di “mancanza di immaginazione creativa”. Il rivoluzionario che ha portato a compimento l’ultima grande guerra di classe nella Rivoluzione, la liquidazione dei kulaki come classe, è descritto come un uomo che ama “attendere” e “mettersi al riparo da qualunque effetto”.
L’impavido leader sempre impegnato in battaglie ideologiche contro l’opportunismo, che scova l’opportunismo nascosto, non importa quanto ben mascherato, che nelle primissime fasi dell’opposizione di Trockij previde con straordinaria chiarezza che sarebbe diventata il “punto di raccolta degli elementi non proletari, che inspirano a indebolire, a disgregare la dittatura del proletariato”, è definito incapace di prendere decisioni.
Il costruttore della vita delle minoranze nazionali in Unione Sovietica, l’uomo che ha applicato i metodi pratici della soluzione leninista della questione nazionale e ha diretto la costruzione del socialismo in modo da creare una vita culturale ricca, colorata e multiforme tra cento nazionalità diverse per sviluppo economico, lingua, storia, costumi e tradizioni ma unite nel lavoro comune per un meraviglioso futuro, è afflitto da “ristrettezza di vedute”. Il leader mondiale i cui consigli a ogni Partito del Comintern su ogni problema sono corretti, chiari, bilanciati e indicano la via verso nuove e più decisive battaglie di classe, sarebbe un uomo di “sospettosa cautela”.
È così che Trockij scrive la storia. Qual è lo scopo di tutte queste calunnie? Nikolaev ha ucciso Kirov. I trotskisti creano consapevolmente un’atmosfera psicologica che potrebbe spingere qualche folle a tentare di uccidere Stalin?

14. Il pericolo del trotskismo

“Nessuno osa parlare ad alta voce in Russia”.
“I lavoratori russi hanno pessime case, pessimi vestiti, pessimo cibo. A causa della malnutrizione e delle cattive condizioni igieniche, le epidemie si diffondo tra loro”.
Invece delle decantate prospettive meravigliose e dei privilegi particolarmente benefici, i lavoratori delle industrie pesanti hanno ottenuto una giornata lavorativa ufficiale di otto ore più due ore di straordinari; gli stacanovisti lavorano in mancanza costante di materiali e strumenti, con le macchine e gli apparati continuamente fuori uso, in stanze non riscaldate e senza ventilazione”.
“Il sistema della ‘dekulakizzazione’ e delle collettivizzazioni su larga scala ha trasformato la Russia da un paese con un’agricoltura fiorente a un paese in rovina totale. Invece dei vantaggi promessi, che avrebbero dovuto derivare dalla creatività collettiva e dall’applicazione delle macchine su larga scala, i contadini sono stremati. Il duro lavoro obbligatorio nelle fattorie collettive ha portato a una situazione in cui i contadini non possono creare i prodotti indispensabili”.

Chi sono gli autori di queste affermazioni? Provengono dal campo trotskista? Somigliano molto alle affermazioni di Trockij. Pensate a quello che Trockij ha scritto sul “burocratismo” in Russia, sulla democrazia repressa, sull’assenza dei diritti fondamentali sotto il “regime stalinista”. Non somiglia molto all’affermazione che
“nessuno osa parlare ad alta voce in Russia”?
Passiamo alla situazione economica. Pensate a quello che Troskij ha scritto sulle condizioni dei lavoratori.

Gli obiettivi economici vengono fissati senza prendere in alcuna considerazione i mezzi disponibili. Un peso sempre più inumano è gettato sulle spalle dei lavoratori. […] Malnutrizione più compiti obbligatori. La combinazione di queste due condizioni è sufficiente a logorare l’attrezzatura e a sfiancare i produttori stessi. […] Non si crede ai propri occhi. […] La scarsa nutrizione e la spossatezza nervosa portano a un’apatia verso l’ambiente circostante. Come risultato non solo le vecchie fabbriche ma anche quelle nuove, costruite secondo lo stato dell’arte della tecnologia, cadono presto in uno stato morente. (Lev Trockij, L’economia sovietica in pericolo, p. 21)

E questo è ciò che Trockij ha scritto sulla situazione dei contadini:

La corsa a perdifiato verso la collettivizzazione, senza prendere in lacuna considerazione le potenzialità economiche e culturali dell’economia rurale, ha portato in realtà a conseguenze disastrose. Ha distrutto gli stimoli dei piccoli produttori molto prima di essere in grado di sostituirli con altri stimoli economici molto maggiori. La pressione amministrativa, che nell’industria si esaurisce rapidamente, si rivela totalmente priva di potere nella sfera dell’economia rurale. […] La collettivizzazione al cento per cento ha avuto come risultato una crescita del cento per cento di erba nei campi. (Ibid., p. 23)

C’è una qualche differenza materiale tra le ultime due citazioni e quelle all’inizio del capitolo? È difficile trovarne. Lo spirito è lo stesso.
La sostanza è la stessa. Eppure le prime quattro citazioni sono tratte da una pubblicazione dal titolo The Russian Fascist pubblicata negli Stati Uniti in lingua russa (la rivista è pubblicata a Putnam, nel Connecticut, da un tale di nome A. Vonsjackij).
I fascisti russi e l’ex leader della Rivoluzione d’ottobre, Lev Trockij, parlano la stessa lingua.
Qual è la differenza tra di loro? Saremmo portati a pensare che i fascisti parlino a nome della dittatura del capitale mentre Trockij dei lavoratori e contadini russi. Ma anche i fascisti affermano di parlare a nome delle masse. Nelle loro pubblicazioni si presentano come i grandi portavoce degli sfruttati e oppressi, con gli sfruttatori e oppressori che sarebbero, secondo loro, i bolscevichi con a capo Stalin. Anche i fascisti fanno appello alla democrazia. Dicono addirittura di non essere contro i soviet. Vogliano soltanto “libertà di voto senza ostacoli e il diritto di eleggere dei non-partigiani ai soviet”: una richiesta trotskista.
I fascisti sono amici delle masse russe? Pensiamo che nessuna persona ragionevole ci crederebbe. Trockij è amico delle masse russe? Alcuni credono di sì, ma il fatto che le sue affermazioni siano così simili a quelle dei fascisti dovrebbe farli dubitare sul suo vero obiettivo.
La differenza tra fascisti e trotskisti è questa: l’inganno fascista è facilmente svelabile da chiunque abbia un cervello, mentre l’inganno trotskista non è così facile da svelare, perché è nascosto da frasi “rivoluzionarie”, “marxiane” e persino “leniniste”.
In questo sta il pericolo del trotskismo.
Una grande vittoria è stata raggiunta dal proletariato di tutto il mondo nell’ottobre 1917: la Rivoluzione bolscevica che ha fondato la dittatura del proletariato. Per oltre 17 anni la dittatura del proletariato ha governato un paese gigantesco. Successi inimmaginabili nel vecchio regime sono stati raggiunti in un lasso di tempo relativamente breve dopo la fine della guerra civile. Il progresso industriale che ha reso l’Unione Sovietica, per quanto riguarda la metallurgia pesante, il primo paese in Europa e il secondo nel mondo, ha realmente trasfigurato una vasta terra, aprendo di fronte ad essa possibilità ancora più grandi e sconvolgenti. Il progresso agricolo, che ha trasformato un paese di 20 milioni di piccoli proprietari terrieri arretrati in uno con la più moderna agricoltura collettivizzata su larga scala, ha portato l’Unione Sovietica alla ribalta nella produzione di alimenti e materie prime e l’ha resa largamente indipendente dai capricci delle condizioni del tempo. Sono state raggiunte vette culturali che sotto molti aspetti pongono il paese molti al di sopra di qualunque altro nel mondo capitalista.
Tutto questo non fu realizzato senza lotte. Lotte contro gli ex detentori della ricchezza; lotte contro le forze bianche dei proprietari terrieri e dei capitalisti; lotte contro gli eserciti di intervento capitalisti; lotte contro i nemici che penetravano in ogni angolo della vita sovietica per danneggiare e sabotare; lotte contro gli sfruttatori nei villaggi, i kulaki; lotte contro gli intellettuali sabotatori che opponevano ogni resistenza possibile al dominio dei lavoratori; lotte contro l’inefficienza, la mancanza di istruzione e preparazione da parte dei lavoratori; lotte contro l’arretratezza dei contadini; lotte contro le vecchie abitudini, le pratiche centenarie, i pregiudizi e le superstizioni; lotte contro gli elementi estranei all’interno del Partito Comunista che minacciavano di distruggerne l’unità e impedivano così il progresso della Rivoluzione.
Sotto la guida del Partito Bolscevico, prima con Lenin e Stalin e poi con il solo Stalin a capo, tutte queste difficoltà sono state superate, la maggior parte delle battaglie vinte, le fondamenta del socialismo gettate, l’edificio del socialismo quasi completato. I lavoratori dell’Unione Sovietica stanno entrando in una nuova epoca, un’epoca di abbondanza, di una cultura di più grande, di una vita meravigliosa e gioiosa.
Perché cos’è questo progresso economico se non la produzione di merci migliori e più numerose per soddisfare le masse? Cos’è il progresso culturale se non un mezzo per innalzare l’umanità sovietica a un livello più alto e umano?
Cos’è l’intero sistema se non una strada verso un progresso ancora più grande e meraviglioso?
Paragonate tutto questo al crollo dell’industria e dell’agricoltura nel mondo capitalista, con le fabbriche chiuse, i campi di cotone e grano in abbandono, il grano bruciato, il latte versato nei fiumi, decine di milioni di lavoratori gettati nella fame e nella miseria, migliaia e migliaia di agonizzanti, bambini abbandonati a se stessi, giovani che vagano per le strade, scuole e università senza fondi, insegnanti, tecnici specializzati e artisti che ingrossano le fila dei disoccupati e non sono in grado di produrre cultura. Paragonate le conquiste sovietiche con questo enorme spreco di energie umane, talenti umani, possibilità umane, e l’importanza dell’Unione Sovietica sarà chiara alla luce del sole.
L’Unione Sovietica è il faro di tutti gli oppressi e sfruttati del mondo. Ha eliminato lo sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo, l’oppressione delle minoranze nazionali, delle colonie e delle semi-colonie. Ha trasformato le zone un tempo oppresse della Russia abitate da non russi in autentiche oasi di libertà dove fiorisce la cultura nazionale, una cultura che è nazionale nella forma e proletaria nel contenuto. Ha sviluppato le regioni un tempo arretrate per far loro raggiungere il livello delle più avanzate.
L’Unione Sovietica è un esempio per le masse del mondo. Mostra come la schiavitù capitalista e l’oppressione nazionale possono essere abolite. Il Partito Comunista dell’Unione Sovietica è un esempio di come i partiti proletari in ogni paese possono essere organizzati, e di come devono condurre le loro lotte per ottenere la vittoria della classe lavoratrice e la fondazione della dittatura del proletariato. L’Internazionale Comunista è l’organizzazione che unisce tutti i partiti comunisti in un unico grande Partito Bolscevico mondiale, guida della rivoluzione nel mondo.
Non c’è un singolo gruppo rivoluzionario tra i lavoratori e le nazionalità oppresse del mondo che non sia stimolato dall’esempio dell’Unione Sovietica.
Non c’è una singola espressione di rivolta tra le masse che non sia illuminata e resa più cosciente e decisiva dall’esistenza dei partiti comunisti e dell’Internazionale Comunista. Togliete l’Unione Sovietica dalla scena politica, distruggete il Partito Comunista, schiacciate l’Internazionale Comunista e otterrete la più grande sconfitta degli sfruttati e il più grande trionfo per gli sfruttatori.
È per questo che il capitalismo mondiale odia l’Unione Sovietica. È per questo che le potenze imperialiste mondiali cospirano sempre contro l’Unione Sovietica.
È per questo che si preparano assiduamente alla guerra contro l’Unione Sovietica. Conoscono il loro nemico. Conoscono il pericolo che minaccia il loro dominio e la loro stessa esistenza. Si sono impegnate a schiacciare, sabotare, distruggere, spazzare via l’odiata dittatura del proletariato.
Chi le aiuta è un nemico della classe lavoratrice e di tutti gli oppressi. Trockij e i trotskisti appartengono a questo campo.
Ci sono intellettuali di buon cuore e mente candida che pensano che Trockij non abbia ricevuto ciò che gli spettava. Questi campioni del “fair play” dimenticano che è Trockij a non riconoscere all’Unione Sovietica ciò che le spetta. È lui a non essere mai corretto nei confronti dei lavoratori sovietici e del loro Partito Comunista. È lui a non avere un atteggiamento corretto e giusto ma ad avere scheletri nell’armadio. È Trockij che, da membro del Comitato Centrale e del Politburo, ha complottato contro il Partito e quindi contro l’Unione Sovietica, contro lo stesso governo proletario. Quando alla fine il Partito Comunista fu costretto a espellerlo, fu perché si era rivelato un traditore della Rivoluzione.
Il marchio del rinnegato è inciso sulla sua fronte. Quegli intellettuali che sembrano affascinati dal falso luccichio della sua produzione letteraria dovrebbero riflettere per un momento sulle sue attività. Dovrebbe essere il sostenitore della democrazia interna al Partito – lo dice lui stesso – ma quando si trattò di discutere dei sindacati sovietici voleva trasformali in un apparato puramente burocratico imposto dall’alto, e per questo propose di dar loro “un forte scossone”, di “graffiarli con la sabbia”.
Doveva essere il sostenitore della rapida industrializzazione – per la quale avanzò misure azzardate ed essenzialmente distruttive – ma quando, sotto la guida del Partito Comunista e di Stalin, l’industrializzazione fece davvero progressi fenomenali, chiese di fermarla e si lamentò per l’andamento “a rotta di collo”. Doveva essere il sostenitore della collettivizzazione delle proprietà contadine – se necessario con la forza, il che avrebbe rovinato i rapporti tra i lavoratori e i contadini piccoli e medi e sabotato la Rivoluzione – ma quando alla fine la collettivizzazione fece davvero rapidi progressi, disse che devastava l’agricoltura e mandava in rovina i contadini. Doveva essere “ultrarivoluzionario”, un oppositore di sinistra – termine con il quale intendeva un comunista migliore di tutti gli altri – ma le sue attività hanno un solo obiettivo: minare, frantumare, indebolire e di conseguenza distruggere il Partito Comunista dell’Unione Sovietica senza il quale non può esserci la costruzione socialista e nemmeno l’Unione Sovietica. Doveva essere contro il “burocratismo” nel Partito e nell’apparato statale – un pericolo contro cui il Partito e lo stato sovietico lottano e che Trockij esagera di un milione di volte – ma ciò che sta organizzando sono esili cricche di burocrati scontenti, rinnegati di scarse capacità ed enormi ambizioni, individui incapaci che non sono riusciti ad arrivare alla guida dei veri Partiti Comunisti, creature avvelenate da tutti i vizi dei politici capitalisti e che non hanno nulla a che fare con le masse. Dovrebbe essere insoddisfatto dalla politica dell’Internazionale Comunista e dei Partiti Comunisti nei vari paesi perché – secondo lui – non sono abbastanza radicali, ma ogni volta che i suoi seguaci sono coinvolti in qualunque tipo di attività tra i lavoratori suono fedelmente e con obbedienza i passi dei William Greens, Matthew Wolls, John Lewises e gli altri imbonitori del lavoro. Dovrebbe essere un grande difensore del fronte unito, che accusa l’Internazionale Comunista di aver mandato in rovina la rivoluzione tedesca perché non ne ha proposto uno – un’accusa fondata interamente sulle sue invenzioni – ma quando si sviluppa un fronte unito, come in Francia o negli Stati Uniti, i suoi gruppetti si uniscono ai riformisti contro di esso, tentando così di gettare sabbia negli ingranaggi dell’unità proletaria. Dovrebbe essere in polemica con l’Internazionale perché, dice, non fa avanzare la rivoluzione abbastanza rapidamente, ma lui stesso sta creando questo aborto, la quarta internazionale, che serve a lottare non per la rivoluzione socialista ma per la democrazia borghese, cioè per la continuazione dello sfruttamento e dell’oppressione. Si nasconde dietro il nome di Lenin – contro il quale ha combattuto per gran parte della sua vita e con il quale non è mai stato pienamente d’accordo – e afferma di portarne avanti la tradizione, ma lo fa per attaccare il grande genio che sta continuando l’opera di Lenin in quest’epoca e che guida le masse sovietiche di vittoria in vittoria: Stalin.

(continua)

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...."L’ineguaglianza dello sviluppo economico e politico è una legge assoluta del capitalismo. Ne risulta che è possibile il trionfo del socialismo all’inizio in alcuni paesi o anche in un solo paese capitalistico, preso separatamente...." Lenin -Sulla parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa-Pubblicato sul Sozial-Demokrat, n. 44, 23 agosto 1915.
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