L’insurrezione armata, A. Neuberg

L’insurrezione armata, A. Neuberg
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Prefazione

Gli editori, ritenendo che quest’opera abbia una grande importanza teorica e pratica e che risponda all’interesse ognora crescente per queste questioni del proletariato rivoluzionario nell’attuale periodo, pubblicano il libro in tutta fretta, senza attendere le aggiunte o correzioni che l’autore avrebbe potuto apportare.
Il libro di Neuberg è prezioso per due motivi. In primo luogo perché si tratta di una dette poche opere scritte da un marxista e rivoluzionario attivo, che ha lottato, armi in pugno, contro il mondo capitalista. In secondo luogo perché quest’opera è di straordinaria attualità nella situazione storica presente.
Così si legge nel programma dell’I.C. votato in occasione del VI congresso mondiale: “Quando le classi dirigenti sono disorganizzate, le masse in uno stato d’effervescenza rivoluzionaria, gli strati sociali intermedi disposti, nelle loro esitazioni, a unirsi al proletariato; quando le masse sono pronte alla lotta e al sacrificio, il partito del proletariato ha il compito di guidarle diretta¬mente all’assalto dello Stato borghese. Ciò avviene tramite la pro¬paganda di parole d’ordine transitorie sempre più accentuate (So¬viet, controllo operaio della produzione, comitati contadini per l’espropriazione della grande proprietà fondiaria, disarmo della borghesia, armamento del proletariato, ecc.) e attraverso l’orga¬nizzazione di azioni di massa. A queste azioni di massa si riferi¬scono: gli scioperi, scioperi e manifestazioni combinate, scioperi combinati con le manifestazioni armate e, infine, lo sciopero gene-rale collegato all’insurrezione armata contro il potere dello Stato della borghesia. Quest’ultima forma superiore della lotta è sog¬getta alle regole dell’arte militare e presuppone un piano strate¬gico dette operazioni offensive, l’abnegazione e l’eroismo del proletariato.”1 Nel prosieguo, il programma sottolinea in particolare che lasciar trascorrere il momento culminante della situazione rivoluzionaria proprio mentre al partito del proletariato si richiede un attacco audace e deciso contro il nemico, “… lasciarsi sfuggire quest’occasione senza dare il via all’insurrezione, significa lasciare l’iniziativa all’avversario e condannare la rivoluzione alla sconfitta. ”
II sesto congresso dell’I.C. che ha adottato il programma, ha ricordato nella sua risoluzione politica l’approssimarsi certo e a breve scadenza d’una nuova ondata rivoluzionaria. La decima seduta plenaria del C.E. dell’I.C., tenutasi a un anno di distanza dal VI congresso, cioè nel luglio 1929, ha constatato che il “fatto nuovo dopo il sesto congresso è stato un nettissimo orientamento a sinistra della classe operaia internazionale e l’approssimarsi di una nuova ondata rivoluzionaria nel movimento operaio.” Prendendo le mosse da tale valutazione della situazione internazionale, il Comitato esecutivo in seduta plenaria ha presentato a tutta l’Internazionale e a ciascun partito comunista in particolare, come obbiettivo principale del momento, la conquista della maggioranza della classe operaia e, come problema decisivo per il raggiungimento di questo obbiettivo, i grandi scioperi politici la cui organizzazione, a seguito delle decisioni adottate, “servirà ai partiti comunisti per realizzare una maggiore unità negli interventi economici disparati delle masse proletarie, arricchendone l’esperienza politica e guidandole così alla lotta immediata per la dittatura del proletariato.”
Gli eventi verificatisi dopo la decima seduta del C.E. dell’I.C. ne hanno confermato interamente le conclusioni: essi annunciano in genere l’avvicinarsi del momento indicato da quelle risoluzioni, il momento della lotta immediata per la dittatura del proletariato.
La lotta immediata per la dittatura del proletariato è neces¬sariamente la lotta armata, la sollevazione armata delle masse proletarie che, secondo il programma dell’I.C., deve basarsi sulle re gole-dell’arte militare e presupporre un piano militare. Ma se il momento si approssima, i partiti comunisti e tutto il proletariato internazionale vi si devono preparare, devono studiare l’arte militare, devono familiarizzarsi con l’esperienza e la lezione delle sollevazioni armate, tenendo conto delle condizioni concrete e delle particolarità dei rispettivi paesi. Tale esigenza si riferisce naturalmente e innanzi tutto ai partiti comunisti e al proletariato dei paesi nei quali la nuova ondata rivoluzionaria in questo momento avanza più rapidamente, e cioè la Germania, la Polonia e la Francia. Però anche negli altri paesi, nelle condizioni attuali, i partiti e il proletariato non possono e non devono rimandare a domani lo studio del problema dell’insurrezione armata.
Netta presente opera Neuberg si è proposto di esaminare soltanto le questioni riguardanti l’aspetto militare, tattico o tecnico, dell’insurrezione, per cui in certi brani si potrà rilevare un “partito preso militare” che si esprime attraverso l’insù fidente attenzione dedicata al chiarimento degli elementi politici. La sollevazione armata, essendo un ramo particolare dell’arte militare, ubbidisce a regole particolari, indicate a suo tempo da Lenin nei dettagli, che ogni proletario rivoluzionario deve assolutamente conoscere.

Il programma dell’I.C., riassumendo l’immensa esperienza internazionale delle insurrezioni proletarie, svela come esse scaturiscano dagli scioperi e dalle manifestazioni normali, attraverso varie combinazioni di grandi scioperi politici e di manifestazioni armate. Questa esperienza internazionale, generalizzata nel pro¬gramma sotto forma di direttiva, dimostra come, nella preparazione della sollevazione armata, il punto centrale sia la volontà del Partito di chiamare sulle piazze, attraverso lo sciopero, le masse proletarie le quali, una volta scese in piazza, possano essere animate e organizzate in vista della lotta per il potere. Di conseguenza è opportuno dedicarsi soprattutto all’analisi di que¬sti diversi fattori: vedere come si sono presentati, come i partiti hanno reagito, come ha reagito il proletariato, come si sono svi¬luppati gli eventi, quali conclusioni, positive o negative, se ne possono trarre per il futuro. Per il futuro imminente questo è il problema essenziale. Bisogna offrire ai partiti e alle masse prole¬tarie un’analisi per quanto possibile dettagliata dell’esperienza ac¬cumulata finora, insegnando loro a portare gli scioperi e le mani¬festazioni a un livello superiore, per trasformarli in scioperi generali combinati con una sollevazione armata contro il potere dello Stato della borghesia.
Nel capitolo sul lavoro in seno all’esercito non si è tenuto sufficientemente conto né dei fatti nuovi intervenuti nella politica militare della borghesia, né dell’esperienza -più recente dei partiti comunisti a questo riguardo.

Scrive Neuberg”Se un esercito e una polizia militarmente ben addestrati…, sostenuti dai distaccamenti fascisti armati oggi presenti in ogni paese, si battono effettivamente contro la rivoluzione, potreb¬bero riuscire a rendere molto difficile la vittoria di quest’ultima, quand”anche fossero favorevoli tutte le altre condizioni.”
Da qui Neuberg trae opportunamente la conclusione che èindispensabile dedicarsi a un’assidua opera attiva per demoraliz¬zare le forze armate detta borghesia, citando in proposito il seguente passo dell’articolo di Lenin sulla lezione dell’insurrezione di Mosca: “Se la rivoluzione non trascina le masse e non coinvolge l’esercito, la lotta rischia di farsi gravissima.” Per precisare e completare l’idea di Lenin è utile però aggiungere al brano citato le righe che subito dopo ricorrono nel medesimo articolo: “Le masse devono sapere che si stanno avviando a una lotta armata, cruenta e disperata. Lo sprezzo della vita deve difondersi tra le masse, garantendo la vittoria. L’offensiva contro il nemico deve essere quanto più energica è possibile; l’attacco, non la difesa, deve essere la parola d’ordine delle masse; lo sterminio implacabile del nemico, il loro obbiettivo; l’organizzazione del com-battimento sarà mobile e flessibile; gli elementi titubanti della truppa saranno trascinati nella lotta attiva.”
Tutta l’esperienza delle rivoluzioni dimostra come la conquista della truppa si attui nel corso stesso della battaglia, durante il contatto diretto tra le masse rivoluzionarie e gli elementi esitanti dell’esercito, già inclini alla demoralizzazione. A questo punto si avrà la lotta materiale per l’esercito di cui parla Lenin, con lo sterminio degli ufficiali, modificata in conformità con i fatti nuovi della politica militare della borghesia intervenuti nel dopoguerra. Attualmente l’indica¬zione di Lenin assume un’importanza particolare. Uno degli aspetti più notevoli della nuova politica militare borghese è infatti l’orientamento alla costituzione di un esercito politicamente sicuro, fenomeno che si osserva in tutti i paesi borghesi e che porta all’istituzione di eserciti mercenari e di organizzazioni paramilitari volontarie della borghesia, a fianco o, addirittura, al posto dei tradizionali eserciti “nazionali” del servizio militare obbligatorio. In moltissimi paesi questa tendenza ha già portato, come conse¬guenza, a una situazione in cui questi distaccamenti reclutati in previsione della guerra civile contro il proletariato sono divenuti parte essenziale della forza armata della borghesia. Ciò è vero non soltanto in Germania, in Austria e in Inghilterra, dove non esisteva il servizio militare obbligatorio, ma anche in Francia, dove, in forza della recente legislazione, l’esercito del tempo di pace si compone essenzialmente di volontari. In Finlandia l’esercito della leva obbligatoria conta solo trentamila uomini, mentre l’organiz¬zazione volontaria della borghesia, i cosiddetti schutzkors, ne ha circa centomila e meglio armati.
Sarebbe però un grave errore rinunciare a tentare di infiacchire questi eserciti di mercenari. Si deve disorganizzare assolutamente ogni tentativo fatto dalle classi dominanti per assicurarsi forze armate obbedienti e fidate. Si tratta di un lavoro dificilis-simo, ma non per questo impossibile, poiché queste formazioni volontarie della borghesia comprendono elementi proletari e semi¬prole tari, a parte il fatto che non si deve escludere in partenza la possibilità di infiltrarvi appositamente elementi rivoluzionari che le scompiglino e le disorganizzino. Un compito del genere impone però molta tenacia, poiché proprio dal momento che queste truppe sono l’ultimo baluardo della borghesia, la minima oscillazione, la minima traccia di demoralizzazione tra esse costituiranno un mo¬mento delicatissimo per la borghesia stessa.
Tuttavia non si può sperare che un lavoro del genere, anche il più ardito e il più perseverante, consenta a conquistare alla rivo¬luzione il grosso delle truppe mercenarie. Il proletariato deve at-tendersi e tenersi pronto a vedere queste forze “battersi contro la rivoluzione.” Per contro, anche se nel 1923 non si poteva spe¬rare di conquistare una parte rilevante della Reichswehr e detta polizia militare alla rivoluzione, non per questo si doveva escludere la possibilità di vittoria del proletariato tedesco: per fare una grande guerra tra di loro o contro l’URSS, gli Stati imperialisti non avevano abbastanza eserciti mercenari o organizzazioni fasciste altamente qualificate come quelle ài cui dispongono oggi. Le classi dominanti saranno costrette a mobilitare, attorno a que¬ste unità “sicure,” grosse masse d’operai e di contadini e ad armarle, fatto che produrrà le condizioni più favorevoli atta conquista del grosso delle forze militari, soprattutto in una situazione rivoluzionaria quale quella che necessariamente si presenterà in presenza di nuove guerre imperialiste. Tutto questo, però, non significa dar ragione a quegli opportunisti di destra i quali pretendono che la vittoria della rivoluzione proletaria sarebbe possibile soltanto a seguito di una guerra.
Bene ha fatto Neuberg a dissociarsi categoricamente da un simile punto di vista, facendo giustamente notare come una situazione rivoluzionaria possa maturarsi non soltanto dopo una guerra, bensì anche in presenza di una situazione “pacifica.”
Se già nel 1906, quando la Russia aveva il servizio di leva obbligatorio e quindi si poteva sperare di scardinare le forze armate, Lenin insisteva sulla necessità di una lotta fisica accanita per guadagnare la truppa e di una guerra a morte contro le unità fedeli allo zarismo, oggi, con le armate mercenarie e con le organizzazioni fasciste, la cosa è tanto più vera. Occorre sottolineare ulteriormente la necessità che ‘il proletariato si appresti tempestivamente non soltanto a lottare per conquistare a sé le truppe, ma anche a combatterle con le armi, a “sterminare il nemico,” come diceva Lenin.
Con che cosa sterminarlo? Come armare il proletariato, viste le difficoltà crescenti che si oppongono allo scaldamento delle forze armate?
Per l’armamento del proletariato in occasione della rivoluzione del 1905, Lenin forniva i seguenti consigli: “I distaccamenti dovranno armarsi da soli come potranno (fucili, rivoltelle, bombe, coltelli, manganelli, bastoni, stoppacci imbevuti di petrolio per appiccare il fuoco, corde e scale di corda, badili per erigere le barricate, cartucce di pirossilina, rotoli di filo spinato, chiodi [contro la cavalleria], ecc.). In nessun caso si dovranno attendere soccorsi dall’esterno: bisognerà procurarsi tutto da soli.” (“Sulla questione dei compiti dei reparti dell’esercito rivoluzionario,” ottobre 1905, in Léninski Sbornik, tomo V).

Se la borghesia dei paesi capitalisti avanzati dispone oggi di mezzi d’oppressione più perfezionati rispetto a quelli della borghesia russa del 1905, anche il proletariato avrà maggiori possi¬bilità di allora nel procurarsi le armi. Gli operai addetti all’industria bellica, al settore metallurgico, alla produzione chimica, han¬no familiarità con i materiali esplosivi, sanno fabbricare le armi, sanno caricare i mortai, trasportano tutto questo materiale sulle vie ferrate o fluviali ecc.
In queste condizioni, dunque, è possibile prevedere una lotta a fondo vittoriosa contro gli eserciti mercenari e i reparti fascisti anche in tempo di pace. Naturalmente tale lotta sarà realizzabile solo in presenza di condizioni altrimenti favorevoli, cioè soprattutto se gli elementi decisivi della popolazione lavoratrice saranno risoluti a prendere le armi e daranno prova di grande attivismo, di spirito d’iniziativa e d’inventività per armarsi da soli “come potranno.”
I fattori essenziali detta vittoria dell”insurrezione non riposano esclusivamente su un’adeguata preparazione militare e tecnica, ma anche sulla disposizione delle masse a combattere, ad accettare dei sacrifici, nonché sull’esistenza di un partito bolscevico che si metta politicamente alla testa del movimento, organizzandolo. In moltissimi casi sono appunto questi ultimi fattori ad avere il peso decisivo.

Neuberg aferma che nel 1923 in Germania bastarono pochi mesi a formare una guardia rossa di 250 mila uomini, ma che questa guardia rossa, mancando la conoscenza della tattica del combattimento nelle strade e della tattica insurrezionale in genere, lasciava molto a desiderare. Che l’organizzazione della guar¬dia rossa tedesca lasciasse molto a desiderare è un fatto certo, ma è bene guardarsi dalla conclusione erronea che ne traggono gli opportunisti. Le guardie rosse del proletariato insorto otter-ranno il massimo effetto in combattimento e subiranno perdite minime se i loro uomini meglio addestrati e i loro capi saranno convenientemente armati e conosceranno bene l’arte militare, almeno per quanto riguarda il maneggio delle armi, la tattica del combattimento urbano e in aperta campagna, ecc.
Sarebbe però un grave errore d’opportunismo attendere la formazione dei reparti d’una guardia rossa ben addestrata e ben armata per scate¬nare l’insurrezione nonostante una situazione rivoluzionaria favo¬revole e politicamente ben preparata. Quando, nel febbraio 1917, i proletari russi scesero nelle strade per rovesciare l’autocrazia e ancora, nell’ottobre 1917, per rovesciare la borghesia, il loro armamento e la loro organizzazione militare, come ognuno sa, erano estremamente rudimentali, soprattutto in febbraio.
Eppure, nel corso della battaglia (come più tardi, nel 1923, gli operai di Cra-covia), trovarono armi, alleati tra le truppe, capi militari che, attraverso tutte le asperità della guerra civile, li condussero alla vittoria su un nemico ben armato e sostenuto da un robusto apparato governativo. Tra i fattori essenziali alla vittoria in ogni in¬surrezione armata Neuberg annovera “la superiorità militare delle forze insorte rispetto alle forze armate del nemico,” “la partecipazione delle masse al combattimento contemporaneamente all’ intervento dell’organizzazione tattica.” In realtà questa partecipazione delle masse è, non uno degli obbiettivi essenziali, bensì il vero obbiettivo essenziale della preparazione dell’insurrezione, al quale tutti gli altri vanno subordinati, altrimenti sarebbe assolutamente impossibile evitare le deviazioni del settarismo o deviazioni grossolanamente opportuniste.
Al tempo stesso dobbiamo rallegrarci dell’insistenza con cui Neuberg spiega l’importanza degli elementi della tecnica militare nella preparazione della sollevazione armata, giacché in ogni par¬tito si riscontra una marcata tendenza a sottovalutare questi fattori. Il proletariato deve convincersi che l’entusiasmo da solo e la risolutezza non bastano a rovesciare il potere della borghesia: a questo fine sono indispensabili le armi e una buona organizzazione militare fondata sull’arte militare e su un piano operativo. Ecco il grande merito che va riconosciuto a Neuberg.

A proposito della lotta per l’acquisto delle forze armate delle classi dominanti, Neuberg scrive: “il compito principale del lavoro da portare avanti nell’esercito, nella marina, nella polizia e nella gendarmeria, sta nel tentare di attrarre al fronte comune del proletariato i soldati e i marinai.”
A ciò occorre aggiungere che bisogna operare un’attenta di¬scriminazione tra le diverse formazioni che compongono le forze armate della borghesia. Un esempio del modo in cui debba essere trattata questa questione si può trovare in un proclama che, prima dell’insurrezione del dicembre 1905, venne affisso nelle vie di Mosca. Ecco, tra gli altri, alcuni consigli che venivano offerti agli operai insorti: “Distinguete bene i vostri nemici coscienti dai vostri nemici inconsapevoli e casuali. Annientate i primi, rispar¬miate i secondi. Nella misura del possibile non toccate la fanteria. I soldati sono figli del popolo e di propria volontà non marce¬ranno contro il popolo. Sono gli ufficiali, i comandi superiori, a spingerli. È contro questi ufficiali, contro questi comandi, che voi dirigerete i vostri colpi. Ogni ufficiale che conduce i soldati al massacro degli operai è dichiarato nemico del popolo e posto fuori legge: ucciderlo senza remissione. Nessuna pietà per i cosacchi. Si sono coperti di troppo sangue popolare, sono sempre stati i nemici degli operai. Attaccate i dragoni e le pattuglie di cavalleria, e annientateli.
Nel combattimento contro la polizia agite così: in ogni circostanza favorevole uccidete tutti gli ufficiali fino al grado di commissario compreso; disarmate e arrestate i graduati di truppa e uccidete quelli tra loro che sono noti per crudeltà e infamia; ai semplici agenti togliete soltanto le armi e costringeteli a servire non più la polizia, bensì voi.”
Questa questione nulla ha perduto della sua importanza dalla rivoluzione del 1905 a oggi. Anzi, con le nuove tendenze dei paesi borghesi in materia militare, secondo cui il sistema dei reparti armati particolarmente fidati e degli eserciti speciali in pre¬visione della guerra civile si combina con le forme più variate e allargate di militarizzazione generale della popolazione (fino alla costituzione di organizzazioni paramilitari socialfasciste e pseudooperaie sul tipo della Reichsbanner in Germania e dello Schùtz-bund in Austria), il problema esige il più attento esame.
Il libro di Neuberg non chiarisce a sufficienza la questione dello scardinamento diretto dell’esercito nell’insurrezione, né le questioni della lotta per l’acquisto delle forze armate, della direzione degli interventi rivoluzionari dei soldati e dell’organizza¬zione della rivolta all’interno dell’esercito. // capitolo che dovrebbe trattare di tali problemi, infatti, si limita quasi esclusivamente a parlare dell’opera in seno alle forze armate in tempo di pace e, inoltre, come si desume dal titolo, del lavoro del Partito comunista, senza quasi mai accennare all’azione che sui soldati deve esercitare il proletariato in genere, alla fraternizzazione tra la popolazione lavoratrice e i soldati, ai collegamenti tra le ca¬serme e le fabbriche, tutte questioni che, invece, si pongono im¬periosamente in ogni lotta a fondo e in particolare nella sollevazione armata. Un brillante esempio di quest’opera di scardina¬mento dell’esercito ci viene dall’azione dei bolscevichi russi du¬rante la guerra imperialista e poi, sotto il potere dei Soviet, durante la guerra civile.
A tal proposito merita un esame particolare da parte dei partiti comunisti di ogni paese capitalista, la lezione della sollevazione dei marinai francesi a Odessa nel 1919, affinchè vi si possa trovare lo spunto di un’applicazione più vasta e rigorosa nel caso che si ripetano le medesime condizioni.
Neuberg accenna al ruolo del Partito bolscevico nei preparativi per l’insurrezione armata soltanto a proposito delle questioni pratiche organizzative e di funzionamento delle sezioni militari del Partito stesso.

È verissimo che il buon funzionamento di queste sezioni costituisce una dette condizioni essenziali alla migliore preparazione dell’insurrezione armata e che, ciò nonostante, fino a tempi recenti, le sezioni militari di tutti i partiti non sono state affatto all’altezza del compito e sono in genere insufficientemente dirette dalle autorità del Partito (anche se le 21 condizioni d’adesione all’Internazionale comunista contengono un articolo speciale che impone a tutti i partiti comunisti il lavoro presso l’esercito); ma se è necessario chiarire il funzionamento delle sezioni militari, sarà ancor più necessario chiarire la questione degli organismi speciali destinati alla preparazione e alla condotta imme¬diata dell’insurrezione, vale a dire i comitati rivoluzionari, ai quali andrebbe consacrato un capitolo a sé, cosa che non è stata fatta in questo libro.
A questo proposito si potrebbe approfittare soprattutto della ricca esperienza della rivoluzione d’Ottobre. La preparazione diretta dell’insurrezione è l’elemento essenziale di successo per la lotta armata del proletariato. È un lavoro che non si lascia organizzare secondo gli schemi soliti degli stati maggiori, giacché si tratta di azioni combinate delle forze armate della rivoluzione e delle masse proletarie con gli elementi operai che le sostengono; si tratta di dirigere la lotta armata e gli scioperi poli-liei dette masse; si tratta di coordinare e di condurre gli interventi rivoluzionari di tutte le organizzazioni di massa, distruggendo e annientando radicalmente l’influenza politica di tutti i partiti e raggruppamenti social-fascisti o puramente fascisti, utilizzando largamente i sindacati e, soprattutto, i comitati di fabbrica per trasformare le battaglie parziali del proletariato in battaglie ar¬mate per la dittatura del proletariato. Sarà essenziale, tra l’altro, dimostrare con degli esempi concreti la necessità di una fermezza incrollabile: una volta iniziata l’insurrezione, bisogna svilupparla senza esitare di fronte a nessun ostacolo, per difficile che possa apparire. Quante e quante volte sarebbe naufragata la rivoluzione d’Ottobre se il Partito comunista si fosse orientato secondo le proposizioni opportuniste e conciliatrici dei Zinov’ev e dei Kamenev!
È di estrema importanza che i quadri del Partito (e le masse proletarie) comprendano la differenza tra le funzioni dei comitati militari rivoluzionari e quelle delle organizzazioni di Partito. I comitati, costituiti atta vigilia dell’insurrezione, preparano l’attacco militare contro l’ordine costituito; le organizzazioni del Partito continuano l’opera di mobilitazione rivoluzionaria delle masse e di smascheramento degli avversari politici della prepa¬razione dell’insurrezione armata. Al tempo stesso dirigono i co¬munisti facenti parte dei comitati militari rivoluzionari, richia¬mano quelli tra loro che manifestano esitazioni o incapacità, inte¬grano i comitati con nuovi membri, ecc.
Occorre soprattutto mettere in luce il ruolo che spetta al Partito nella preparazione diretta dell’insurrezione armata. Come si sa, il Partito bolscevico ha posto la questione della preparazione all’insurrezione armata davanti a tutta l’opinione proletaria (nei congressi, sui manuali, sui giornali, ecc.) già diversi mesi prima della rivoluzione d’Ottobre. La cosa era indispensabile, considerato il fatto che l’insurrezione armata predisposta dal Partito bol¬scevico del proletariato non è una cospirazione blanquista ordita nel più rigoroso segreto da un pugno di rivoluzionari. È ovvio che i piani militari debbano essere elaborati con la più assoluta segretezza, però politicamente, quanto alla preparazione dette mas¬se alla lotta armata, l’insurrezione deve essere preordinata con il concorso del grosso del proletariato. Condizione indispensabile del successo è la diffusione dell’idea dell’insurrezione armata tra le masse, la perfetta comprensione da parte dei semplici operai dello sviluppo degli avvenimenti, del significato delle manifesta¬zioni armate e degli scioperi politici di massa sempre più fre¬quenti, dei compiti che incombono a ogni proletario in caso di scontro armato tra le forze della rivoluzione e quelle delle classi dominanti.

Si richiama in particolare l’attenzione del lettore su quelle parti del libro in cui si tratta della partecipazione dette masse contadine atta preparazione e all’esecuzione delle sollevazioni ar¬mate. A questo proposito s’impone più che mai il richiamo alle ricche esperienze offerte dai movimenti partigiani dell’URSS e della Cina, esperienze che, tra le altre cose, forniscono indicazioni pratiche di somma importanza circa la struttura degli eserciti rivo¬luzionari contadini: 1. Gli eserciti rivoluzionari contadini sono strutturati secondo il principio territoriale; 2. Ogni località desi¬gna uno stato maggiore subordinato alla direzione politica (il Co¬mitato del Partito comunista o della Lega contadina), con la presenza di una frazione comunista; 3. Lo stato maggiore della località: a) organizza l’approvvigionamento dell’esercito, impo¬nendo determinate prestazioni a tutti gli abitanti, b) designa tra gli anziani una guardia del villaggio e dei vari accessi al villaggio stesso, e) recluta tra i giovani le riserve per i reparti mobili, da mettere un po’ per volta a disposizione dette corrispondenti unità operanti, d) organizza il servizio di ricognizione nel settore del¬l’armata e nelle vicinanze, conservando il collegamento perma¬nente con le unità operanti; 4. Le condizioni necessarie del suc-cesso, nell’organizzazione come nella condotta delle operazioni de¬gli eserciti rivoluzionari contadini, sono: a) la composizione pro¬letaria e semi-proletaria di questi eserciti, b) la presenza di una dirigenza di operai industriali e di comunisti che occupi gli inca¬richi del comando militare e politico, e) il coordinamento delle azioni contadine con la lotta rivoluzionaria del proletariato urbano.
A proposito delle organizzazioni volontarie paramilitari delle classi dominanti, Neuberg, citando le decisioni prese al VI congresso dell’I.C., scrive: “Occorre risvegliare l’animosità più accesa detta popolazione contro questi reparti, svelandone la vera natura. ” Tale indicazione richiede un ulteriore sviluppo: non basta risvegliare l’odio, ma bisogna anche organizzare la lotta, frantumando con ogni mezzo l’attività e l’esistenza stessa delle unità paramilitari borghesi. La pratica della lotta di classe ha già forgiato un’arma utile a questo fine nell’attuale periodo di pace: si tratta delle or¬ganizzazioni di difesa proletaria. Per il momento, essendo insuffi¬ciente la lotta contro il fascismo condotta da queste organizzazioni, basta offrire loro al più presto utili consigli sul modo di svilup¬pare, nelle condizioni attuali, una vasta offensiva contro il fascismo.
È impossibile accettare l’affermazione di Neuberg secondo cui le insurrezioni detta Comune di Parigi, di Canton e di Mosca (1905) sarebbero state oggettivamente votate all’insuccesso in quanto si sarebbero verificate in un momento in cui l’ondata rivoluzionaria non era già più al suo culmine, affermazione che contraddice al giudizio marxista già acquisito alla storia. In particolare, per le insurrezioni che si presentano come combattimenti di retroguardia in periodo di declino per la rivoluzione, occorre ricordarsi che, se si sviluppano con successo, possono servire sem¬pre come punto di partenza per una nuova ondata rivoluzionaria. Occorre infine soffermarsi sui capitoli dedicati ai moti di Canton e di Sciangai, a proposito dei quali Neuberg ci offre materiale preziosissimo, mai pubblicato prima d’ora. Egli spiega però questi movimenti in un modo che non coincide affatto con la linea dell’Internazionale comunista.
Neuberg, caratterizzando la situazione cantonese alla fine del 1927, cioè atta vigilia dell’insurrezione, parla di “sviluppo della lotta proletaria,” ecc. Tuttavia, nella chiusura del capitolo, scrive che soltanto in un secondo tempo fu stabilito dall’I.C. che l’insurrezione di Canton era stata una battaglia di retroguardia. È evidente che l’autore avrebbe dovuto cominciare proprio da qui, spiegando la decisione dell’ottava seduta del C.E. dell’I.C. che qualificava l’insurrezione cantonese come combattimento di retroguardia, e descrivendo paratamente che cosa sia un combatti¬mento di retroguardia. Non è affatto vero, per esempio, che una battaglia di retroguardia sia necessariamente votata all’insuccesso, giacché, come abbiamo già accennato, può servire da punto di partenza per una fase nuova della lotta. Invece Neuberg, partendo dalla definizione di battaglia di retroguardia riservata all’insurrezione cantonese, trae la conclusione, falsa, che “non esi¬stevano a Canton in grado sufficiente le condizioni indispensabili di carattere sociale senza le quali la vittoria dell’insurrezione armata è impossibile.”

Nel capitolo sull’insurrezione di Sciangai dell’aprile 1927 riscontriamo diverse formule inesatte dalle quali si deve dedurre che Neuberg ritiene che nell’aprile 1927 la presenza del Partito comunista cinese nel Kuomintang fosse un errore. Come si sa, l’I.C. si era assolutamente opposta a quel tempo all’uscita dal Kuomintang del Partito comunista. Gli avvenimenti successivi confermarono in pieno la fondatezza di questo parere. Neuberg poteva illustrare come il Partito comunista doveva agire sempre restando nel Kuomintang, sfruttando la propria influenza tra i ranghi per formare un potente blocco rivoluzionario operaio e contadino che si mettesse a capo detta lotta armata delle masse a Sciangai e altrove, in vista dell’instaurazione della dittatura rivoluzionaria degli operai e dei contadini.
Il capitolo riguardante l’insurrezione di Canton e quella di Sciangai esige quindi dal lettore un’attenzione particolarmente critica.
Gli editori danno alle stampe questo libro nella certezza che, nonostante i suoi difetti, ne scaturirà una lettura estremamente utile a ogni comunista, a ogni proletario rivoluzionano.
Il Comitato Centrale del Partito Comunista (S.F.I.C.)

1 Thèses et résolutions du VIe congrès, p. 96. Bureau d’Éditions, Paris.

Introduzione

L’insurrezione armata è la forma più alta della lotta politica del proletariato.
La condizione essenziale del suo trionfo è che gli elementi de¬terminanti del proletariato siano pronti a sostenere una lotta ar¬mata implacabile per rovesciare il potere politico delle classi domi¬nanti, e che esista inoltre un grande partito comunista, ideologi¬camente e organicamente coerente, forte della teoria leninista e idoneo a condurre la lotta delle masse.
Non appena un desiderio elementare e irresistibile di lotta animi le masse, non appena milioni e milioni d’uomini abbiano preso coscienza dell'”impossibilità di continuare a vivere come prima” e siano disposti a qualunque sacrificio, dovere del Partito comunista è di condurli sapientemente sulle posizioni essenziali di combattimento, di scegliere oculatamente l’ora in cui verrà sferrato l’attacco al potere governativo costituito e di dirigere politi¬camente e militarmente la battaglia durante l’insurrezione vera e propria.
“L’insurrezione è un’arte come è arte la guerra e, come ogni arte, è subordinata a certe regole la cui dimenticanza conduce alla rovina il partito che si sia reso colpevole di averle trascurate.” La storia delle lotte armate del proletariato, nonostante la lezione della rivoluzione d’Ottobre e le notevoli opere di Marx, Engels e Lenin sull’insurrezione, dimostra che i vari partiti comunisti non hanno ancora imparato l’arte dell’insurrezione.
La tattica dell’insurrezione armata è una materia la cui cono¬scenza è estremamente difficile. Il Partito sarà in grado di con¬durre opportunamente la lotta armata delle masse soltanto a patto che ciascuno dei suoi aderenti assimili i principi essenziali di questa tattica.
Lo studio della tattica insurrezionale deve avere per fonda¬mento l’esperienza storica, soprattutto l’esperienza delle lotte armate del proletariato nel corso degli ultimi decenni. Solo lo stu¬dio completo delle insurrezioni che si sono verificate in questi ultimi tempi in tutte le parti del mondo offrirà la chiave dei prin¬cipali fattori di quest’arte originale. Soltanto lo studio della ricca esperienza realizzata dalle lotte armate del proletariato permetterà di approfondire i principi essenziali della tattica e della stra¬tegia delle insurrezioni e di evitare in futuro gli errori del passato.
Risulta che molte sezioni dell’I.C. non hanno ancora dedicato sufficiente attenzione allo studio delle insurrezioni proletarie e della tattica insurrezionale in genere. Ci sembra che non sia stato neppure intrapreso come si conviene lo studio delle opere di Lenin sull’argomento, nonostante il fatto che vi si possa ritrovare, oltre ai vari problemi della strategia e della tattica della lotta armata proletaria per la presa del potere, tutto il concentrato d’esperienza di tre rivoluzioni russe e gran parte dell’esperienza delle battaglie rivoluzionarie dell’Occidente. Lenin risponde a tutti i più gravi interrogativi della preparazione e dell’organizzazione della rivoluzione proletaria.
Lo studio dell’esperienza insurrezionale e della tattica della lotta armata in genere risulta impossibile senza una buona conoscenza delle opere di Lenin, lo stratega e il tattico geniale della lotta armata del proletariato che ci ha lasciato di quella lotta una ricca esperienza sistematizzata.
Senza parlare dell’accanita lotta politica quotidiana condotta dalla borghesia, con l’ausilio della socialdemocrazia, contro il proletariato rivoluzionario, contro il Partito comunista, sua avan¬guardia, e contro le organizzazioni proletarie o semiproletarie (contadini) poste sotto la sua influenza, le classi dirigenti di ogni paese hanno svolto e continuano a svolgere un lavoro immane per sfruttare a proprio vantaggio l’esperienza della lotta armata del proletariato e delle rappresaglie condotte contro le insurrezioni proletarie: oggi non v’è governo borghese (e non soltanto borghese) che non disponga di considerazioni bell’e pronte fondate su questa esperienza, di industrie già organizzate, di piani d’azione già predisposti in vista dell’eventualità di un intervento armato di parte operaia. La borghesia, per accomunare tutte le sue espe¬rienze in fatto di lotta contro il proletariato rivoluzionario, convoca congressi internazionali (convegno poliziesco a Washington nel 1925, ecc.). Si pubblica una massa ingente di manuali e di istruzioni ufficiali per insegnare alla polizia e all’esercito la tattica della lotta antinsurrezionale, si predispongono piani diabolici che prevedono l’impiego di tutto l’arsenale dei moderni armamenti, compresi gli ordigni chimici, contro il proletariato rivoluzionario, nell’eventualità di una sollevazione dei proletari, armi in pugno, contro il regime sociale esistente.
La borghesia di tutto il mondo, non fidandosi interamente dell’esercito permanente e della polizia in armi da impiegare contro il proletariato in una situazione schiettamente rivoluzionaria, organizza alacremente una vera e propria armata controrivoluzionaria (organizzazioni volontarie, associazioni studentesche paramilitari, squadre fasciste, leghe di difesa d’ogni sorta, circoli militari di fabbrica, ecc.) per la tutela dell’ordine costituito.
Allo scopo di sottrarre la polizia all’influenza di una popolazione a tendenze rivoluzionarie, in certi paesi, in Germania per esempio, vengono creati a spese dell’erario, ai margini dei grossi centri industriali, quartieri residenziali destinati ad accogliere gli agenti e le loro famiglie. Altri poliziotti vengono addirittura acquartierati in caserme, inquadrati militarmente, dotati degli armamenti più moderni (auto blindate, carri armati, aerei, mi¬tragliatrici, artiglieria, gas, ecc.). Scopo di tutti questi provvedimenti di militarizzazione è la trasformazione della polizia in una forza per quanto possibile sicura da utilizzare nella lotta contro gli operai rivoluzionari.
Per quanto riguarda l’esercito, le classi dirigenti posseggono un sistema complesso inteso al mantenimento di una disciplina che assicuri in modo certo l’impiego efficace dei soldati in fun¬zione antinsurrezionale.
Le classi dominanti si preparano febbrilmente alle future lotte di classe decisive, sfruttando a tal fine, sotto ogni aspetto, l’esperienza degli scontri passati. Il proletariato, e soprattutto la sua avanguardia, il Partito comunista, non deve quindi perdere di vista questa esperienza.
Viviamo nell’epoca delle guerre imperialiste e delle rivoluzioni proletarie. Mentre, da un lato, la borghesia imperialista internazionale, impegnata in una guerra sistematica di sterminio ai danni del proletariato rivoluzionario, prepara furiosamente nuovi atti di brigantaggio per la spartizione del mondo e predica la crociata contro l’URSS, unico stato proletario dell’universo, giovandosi dell’ausilio della socialdemocrazia internazionale, dall’altro il proletariato rivoluzionario, alleato dei contadini lavoratori e dei mi¬lioni di schiavi coloniali entrati in lotta rivoluzionaria contro l’imperialismo e la reazione indigena, dedica sempre più le nuove energie e i propri sforzi alla preparazione della mina rivoluzionaria che farà saltare in aria il vecchio mondo. L’umanità sta precipitando verso grandiosi scuotimenti sociali.
Le condizioni degli scontri rivoluzionari decisivi stanno ma¬turando di pari passo con l’inasprimento degli antagonismi tra i vari gruppi capitalisti e dell’antagonismo tra questi ultimi e l’URSS, focolaio della rivoluzione proletaria mondiale.
Nonostante la stabilizzazione temporanea del capitalismo (o forse grazie a tale stabilizzazione), è possibile e verosimile che la guerra civile dichiarata (l’inizio della rivoluzione) cominci nei vari paesi prima della prossima guerra imperialista contro il paese della dittatura del proletariato. Ma la guerra imperialista e la guerra contro l’URSS rendono la rivoluzione inevitabile nella maggior parte degli stati.
L’influenza del fattore militare nella rivoluzione è immensa. “Soltanto la forza può risolvere i grandi problemi storici, e la forza organizzata è, nella lotta contemporanea, l’organizzazione militare.”
Durante la rivoluzione ogni comunista è un soldato della guerra civile e un dirigente della lotta armata delle masse. Nel preparare intensamente e minuziosamente, giorno per giorno, la mobilitazione rivoluzionaria dei lavoratori, educandoli al rovescia¬mento del dominio imperialista, i comunisti di tutti i paesi de¬vono oggi, in una situazione che non è immediatamente rivoluzionaria, prepararsi coscienziosamente al loro ruolo di dirigenti della futura insurrezione del proletariato. Lo studio dell’arte mi¬litare e, in particolare, dell’esperienza delle lotte armate del pro¬letariato nei vari paesi, lo studio dei problemi militari dell’insurrezione, la propaganda dell’idea dell’insurrezione armata delle masse operaie, soprattutto nell’epoca presente, in cui s’annuncia il nuovo balzo del movimento rivoluzionario del proletariato e dei popoli oppressi d’Oriente, costituiscono il compito di ciascun partito comunista, un compito di cui sarebbe impossibile esagerare l’importanza. “Ricordiamoci che s’avvicina il momento della lotta delle masse. Sarà l’insurrezione armata. Il partito del proletario co¬sciente deve fare il suo dovere in questo grande scontro!”

La Seconda Internazionale e l’insurrezione

L’insurrezione armata, in quanto una delle forme della lotta di classe del proletariato, è al centro del sistema di Marx ed Engels. La necessità assoluta, la fatalità del ricorso da parte proletaria a questa forma di lotta, in uno stadio storico determinato dell’evoluzione della lotta di classe in una data nazione, discendono direttamente da tutta la concezione marxista dello sviluppo delle forme sociali, del ruolo rivoluzionario della violenza nella storia, del ruolo dello Stato come strumento del dominio di una classe e, infine, della dittatura del proletariato. Negare la necessità e la fatalità dell’insurrezione armata e, in generale, della lotta armata del -proletariato contro le classi dominanti, significa ine-vitabilmente negare la lotta di classe nel suo insieme, negare la dittatura del -proletariato e, al tempo stesso, alterare i fondamenti stessi del marxismo rivoluzionano, riducendolo a una ripugnante dottrina di non resistenza.

Non riconoscere nella dittatura del proletariato la sola transizione possibile dal capitalismo al socialismo significa, praticamente, non ammettere la rivoluzione proletaria in generale. Tutte le altre concezioni che si sforzano di dimostrare la possibilità e la necessità di una diversa via, non violenta, cioè non rivoluzionaria, del passaggio dal capitalismo al socialismo, negano il ruolo storico del proletariato come avanguardia della società, ricacciandolo in una situazione subordinata rispetto alle altre classi.

Fondandosi sulla dottrina di Marx e Engels, Lenin ha genialmente dimostrato nelle sue opere, e soprattutto nell’importante suo scritto Stato e rivoluzione, l’inoppugnabilità di queste tesi essenziali del marxismo rivoluzionario, tuttavia sistematicamente ignorate, deformate e rese irriconoscibili dagli opportunisti. D’altro canto, la storia e il vergognoso fallimento ideologico della Seconda Internazionale, e in particolare della socialdemocrazia tedesca, l’atteggiamento di quest’ultima verso le questioni fondamentali (lo Stato, la dittatura, l’insurrezione) del socialismo scientifico, hanno confermato categoricamente, anche nella pratica, la fondatezza delle tesi di Marx e di Engels, giustificate e completate da Lenin in base a fatti storici nuovi.
Il ruolo di propagatore della deformazione opportunista del marxismo su questi problemi essenziali (dittatura del proletariato, lotta armata della classe operaia per il potere, annientamento dello Stato borghese e costituzione, sulle sue rovine, di un apparato governativo proletario e tutte le altre questioni di principio del marxismo rivoluzionario) appartiene, come si sa, alla socialdemocrazia tedesca.

Mentre per Marx “la forza è sempre stata nella storia la puerpera dell’antico regime, portatrice di un re-gime nuovo”; mentre “tra società capitalista e società comunista intercorre il periodo della trasformazione rivoluzionaria della prima nella seconda… e lo Stato in questo periodo può essere sol-tanto la dittatura rivoluzionaria del proletariato;”1 mentre “la rivoluzione è un atto in cui una parte della popolazione impone all’altra la propria volontà, ricorrendo ai fucili, alle baionette e ai cannoni… e in cui il partito vittorioso è costretto necessariamente a conservare il proprio dominio con la paura che le sue armi incutono ai reazionari” (Engels); mentre, secondo Marx, “il proletariato crea le fondamenta del proprio dominio, rovesciando con la violenza la borghesia”2 e “soprattutto la Comune ha dimostrato che la classe operaia non può puramente e semplicemente impadronirsi della macchina dello Stato e farla funzionare ai propri fini,”3 ma deve “frantumarla, condizione prima di ogni rivoluzione autenticamente popolare sul continente,”4 la socialdemocrazia tedesca ha invece sempre sostenuto, e continua a sostenere, la tesi secondo cui il passaggio dal regime capitalista al regime socialista si compirà in modo pacifico, senza spargimento di sangue, senza la distruzione dell’apparato governativo della borghesia, senza l’istituzione della dittatura del proletariato.

Nel 1875 la socialdemocrazia tedesca, nella sua bozza di programma sulla questione dello Stato, non preconizzava affatto, nonostante l’esperienza della Comune di Parigi e il giudizio datone da Marx, la dittatura del proletariato (e la necessità del rovesciamento violento della vecchia macchina statale borghese), bensì “uno Stato libero popolare da sostituire all’attuale Stato prussiano fondato sul dominio di classe.” Sappiamo che Marx e soprattutto Engels si beffarono impietosamente di questo articolo del programma di Gotha, definendolo “ciarlataneria” “da respingere, soprattutto dopo la Comune di Parigi,” e aggiungendo che parlare di Stato popolare libero era un “nonsenso.”5
Naturalmente, con un’idea così radicalmente falsa sulla natura dello Stato, il programma di Gotha evitava di porre la questione della dittatura e della lotta armata per la dittatura del proletariato.
E di tali problemi non si parlava minimamente nel vangelo della Seconda Internazionale, il programma di Erfurt adottato nel 1891. Invano vi si cercherebbe un accenno non solo alla dittatura del proletariato, ma persino alla Repubblica democratica, “ultima forma di governo della società borghese, sotto la quale si deve sviluppare la battaglia conclusiva” (Marx).
Nel commentario ufficiale del programma di Erfurt, Kautsky, l’apostolo della Seconda Internazionale, tentò nel 1892 di porre la questione della transizione da un regime sociale all’altro, ma la risolse in uno spirito prettamente opportunista:
Questa rivoluzione – ossia la presa del potere politico da parte del proletariato – può assumere le forme più svariate, a seconda delle condizioni in cui si compie. Non è affatto inseparabile dalla violenza e dallo spargimento di sangue? Si sono già viste nella storia universale delle classi sufficientemente perspicaci, sufficientemente deboli o sufficientemente codarde da arrendersi spontaneamente alla necessità dei fatti.7
Vediamo qui profilarsi nettamente la posizione opportunista della socialdemocrazia tedesca sulla questione della natura del passaggio del potere dalla borghesia al proletariato, passaggio concepito da Kautsky e dalla socialdemocrazia in genere non come frutto di una lotta di classe trasformatasi, a un dato momento, in lotta armata, accanita, delle classi oppresse contro la borghesia e le classi dominanti, non come dittatura del proletariato, insomma, bensì come sbocco d’una evoluzione pacifica e senza scosse, cedimento volontario delle posizioni sociali tenute dai borghesi.
Chissà poi qual era il caso concreto della storia universale che Kautsky aveva in mente a questo proposito. Lui non ce lo dice, né del resto avrebbe mai potuto dircelo, poiché sa perfettamente che nella storia universale non si conosce un solo esempio di classi dominanti che abbiano spontaneamente ceduto di fronte alla necessità. L’esperienza, anzi, insegna il contrario: nessun regime sociale né alcuna classe che incarnasse un ordinamento sociale qualsiasi hanno mai lasciato il passo volontariamente alla nuova classe sociale in ascesa, hanno mai abbandonato l’arengo della storia senza una lotta cruenta.
Tipica di questo punto di vista è la dichiarazione resa da Wilhelm Liebknecht al congresso di Erfurt:
Veramente rivoluzionari non sono i mezzi, bensì i fini. La violenza è sempre stata, nell’eternità, un elemento reazionario.8
Nel suo ultimo libro, La concezione materialista della storia, così si è espresso Kautsky a proposito della lotta armata e dello sciopero:Con uno Stato democratico – l’attuale Stato borghese -, con una democrazia consolidata, la lotta armata non ha più alcuna funzione nella soluzione dei conflitti sociali, conflitti che si risolvono con mezzi pacifici, con la propaganda e il voto. Per-sino lo sciopero di massa, come mezzo di pressione della classe operaia, trova sempre meno motivo d’impiego.9
Ecco dunque, secondo Kautsky, la “via del potere,” ecco il suo orientamento per quanto riguarda la lotta armata del proletariato contro la borghesia e lo sciopero come forma di lotta di classe e modo di soluzione dei conflitti sociali negli Stati capitalisti moderni! È il contrario dei principi marxiani sulle medesime questioni.
Però Kautsky, lungi dal limitarsi a rinnegare la necessità del ricorso alla violenza da parte del proletariato contro i suoi nemici di classe, assicura che la stessa borghesia si asterrà dalla lotta armata contro la classe operaia:

Dato il rapido sviluppo dell’industria, non sono più i mezzi militari, bensì i procedimenti economici ad assumere un peso decisivo nello Stato.
I capitalisti non dominano le masse come un tempo facevano i feu-datari, cioè tramite la superiorità militare… Finora hanno conservato il potere grazie alle loro ricchezze e all’importanza delle loro funzioni econo-miche nell’attuale processo produttivo. Lo conserveranno fino a quando le masse oppresse e sfruttate non comprenderanno la necessità di mettersi al posto dei capitalisti e delle organizzazioni che da essi dipendono, con organizzazioni appartenenti alla classe operaia e compiendo le stesse funzioni altrettanto bene, se non meglio.
È la necessità economica, non la superiorità militare, l’arma che i capitalisti opporranno al regime democratico delle classi lavoratoci.10
Dopo tale affermazione “teorica” circa la fonte del potere borghese, Kautsky assicura che la borghesia, al momento in cui i mezzi di produzione passeranno dalle sue mani a quelle della democrazia, non si sognerà nemmeno di opporsi con la resistenza armata.
Il programma di Heidelberg, adottato nel 1925 dalla socialdemocrazia tedesca, sanziona, a proposito dello Stato, l’atteggiamento di fatto della socialdemocrazia, quell’atteggiamento che essa ha sempre tenuto e che continua a tenere rispetto alla Repubblica borghese fin dalla rivoluzione del novembre 1918. Nell’attuale sistema repubblicano (in Germania così come in molti altri paesi, Austria, Svizzera, ecc.) la socialdemocrazia vede uno stadio transitorio che condurrebbe al socialismo, e si assume quindi categoricamente la difesa di questo regime. L’esperienza della guerra e del dopoguerra ha dimostrato con chiarezza evidente come i capi della socialdemocrazia tedesca siano davvero pronti ad ogni sacrificio per difendere la Repubblica borghese contro il proletariato rivoluzionario, accettando con grande entusiasmo il compito di cani da guardia e assolvendolo con il massimo zelo.
I ragionamenti di Kautsky del 1892 e del 1926, quelli di W.Liebknecht (padre ndr) del 1891 e quelli degli altri teorici socialdemocratici sulla questione della violenza dei tempi recentissimi (si pensi a T. Haubach) si rassomigliano come gocce d’acqua. Ecco Haubach dichiarare gravemente

Esiste un nesso tra il fine e i mezzi, come vuole la saggezza dei gesuiti. Ogni mezzo è al tempo stesso un fine, dice Hegel, e la saggezza delle nazioni ritiene che sia impossibile scacciare il diavolo col diavolo. Dunque il problema della violenza, in ogni fase dell’evoluzione, dipende dall’idea che ci si fa del fine ultimo del socialismo. Se si crede che questo fine ultimo, il socialismo, comporti l’assenza della violenza come sua condizione imprescindibile, allora e in ogni caso, si dovrà rispettare il principio della non violenza… per conseguire lo scopo finale.11
Oggi non trovereste un solo teorico socialdemocratico, neppure tra quelli cosiddetti di sinistra, che non solidarizzi in pieno con la formula già citata di Kautsky e degli altri leader della socialdemocrazia.
Seppure certi socialdemocratici, come Julius Deutsh12 in Germania, il socialdemocratico di sinistra Bruno Kalninch in Lettonia” ed altri ancora, pervengano talvolta, nelle loro opere teoriche, alla conclusione che, in certe condizioni particolari, il proletariato potrebbe anche far ricorso a metodi di costrizione nei confronti della borghesia, ciò non sposta minimamente il fondo delle cose. Kautsky e i suoi accoliti non avrebbero nulla da rimproverare loro in fatto di rispetto dei principi socialdemocratici. Le parole dure usate dai socialdemocratici di sinistra sulla possibilità di impiegare la violenza contro la borghesia sono indispensabili per mantenere in cattività ideologica quegli elementi pro-letari che non avessero ancora rinunciato a considerare la socialdemocrazia internazionale un partito operaio. È tuttavia evidente a chiunque che, finché la socialdemocrazia resterà fedele alla sua concezione dello Stato, negando la dittatura del proletariato e vedendo nella Repubblica borghese attuale una conquista della classe operaia da difendere contro i nemici all’interno (il proletariato rivoluzionario) e all’esterno, le sarà assolutamente impossibile chiamare veramente alle armi le masse lavoratrici per rovesciare la borghesia.
Gli autori del socialismo scientifico non hanno mai tradito i loro principi sul ruolo della violenza e dell’insurrezione proletaria. È una leggenda che Engels, nella sua prefazione alla Guerra civile in Francia di Marx, scritta immediatamente alla vigilia della morte (1895), avrebbe tradito le sue antiche idee sull’insurrezione, rinunciando ai metodi del 1848 e del 1871 e preconizzando l’evoluzione pacifica. È una leggenda propagata dai riformisti della socialdemocrazia tedesca da trent’anni a questa parte, ma ora che Rjazanov è riuscito a farsi consegnare da Bernstein il testo autografo di Engels, non vi sarà più spazio per l’inganno.
Oggi sappiamo che i redattori del Comitato centrale del Partito socialdemocratico, pubblicando la prefazione di Engels, ne stralciarono tutti i passi che accennassero ai fini storici (mobilitazione ed educazione rivoluzionaria delle masse, organizzazione ed educazione del Partito, ecc.) che erano quelli dei rivoluzionari tedeschi attorno al 1895, e alla necessità di ricorrere per il futuro alla lotta armata per la conquista del potere.
Le idee autentiche di Engels circa l’impiego della violenza traspaiono da un brano della lettera a Lafargue del 3 aprile 1895, nella quale l’autore protesta energicamente per la deformazione della sua prefazione al libro di Marx. Ecco quanto Engels scriveva in quella lettera:
X14 mi ha giocato un tiro mancino: nella mia introduzione agli articoli di Marx sulla Francia del 1848-50 egli ha messo in risalto tutto ciò che poteva servire a sostenere la tattica contraria alla violenza e di pacifismo ad ogni costo, quella tattica che da qualche tempo egli ama tanto predicare, soprattutto ora che si preparano a Berlino le leggi eccezionali. Io, invece, raccomando questa tattica – di temporanea rinuncia alla lotta armata – soltanto per la Germania nell’epoca attuale, e sempre con grave riserva. In Francia, in Belgio, in Italia e in Austria non deve essere seguita inte-ramente; nella stessa Germania potrebbe rivelarsi inapplicabile nel prossimo futuro.15
Dalla prefazione di Engels, come oggi sappiamo, grazie al lavoro di Rjazanov, era stato soppresso per esempio il seguente paragrafo, che pure caratterizza le idee engelsiane sui combattimenti urbani:
Ne consegue allora che in futuro la battaglia per le strade non dovrebbe avere più il suo ruolo? Neanche per idea! Ne consegue semplicemente che, dal 1848 in poi, le condizioni si sono fatte meno favorevoli agli insorti civili e più favorevoli all’esercito. In futuro, quindi, ogni combattimento urbano potrà trionfare solamente se questo svantaggio della situazione sarà meno marcato durante la prima fase della rivoluzione sociale che non nelle fasi successive, e qualora il combattimento sia impegnato con forze più consistenti. Ma allora si preferirà, come durante tutta la grande Rivoluzione francese, o il 4 settembre e il 31 ottobre a Parigi, l’offensiva dichiarata alla tattica passiva delle barricate.16
Questo passo della prefazione di Engels, soppresso da Bernstein all’atto della pubblicazione, nonché il brano sopra citato della lettera a Lafargue, costituiscono uno schiacciante atto d’accusa contro l’intera frazione dirigente della socialdemocrazia tedesca e, soprattutto, contro Bernstein, il quale tentava così di far passare Engels, agli occhi del Partito e di tutto il proletariato, per un rivoluzionario piccolo-borghese pentito dei peccati rivoluzionar! di gioventù. A tale proposito è interessante citare ancora un brano poco noto di Marx, in cui l’autore mette in rilievo le sue idee sulla violenza e sulla dittatura non più di due anni prima della morte. In una lettera al socialdemocratico olandese Domela Nieuwenhuys, così scriveva Marx il 22 febbraio 1881:
Un governo socialista non può mettersi a capo di un paese se non esistono le condizioni sufficienti perché possa anche prendere i provvedimenti voluti e spaventare la borghesia in modo da realizzare le condizioni preliminari di una politica conseguente.17
Credere di intimorire la borghesia con altri mezzi che non siano la violenza è un’illusione di cui soltanto la controrivoluzione
può approfittare. Eppure la socialdemocrazia tedesca giudica altrimenti: lungi l’idea di spaventare in alcun modo la borghesia. Ecco quel che dice un’autorità di questa socialdemocrazia e di tutta la Seconda Internazionale, R. Hilferding:
La definizione data da Marx [lo Stato come mezzo di costrizione nelle mani delle classi dirigenti] non è una teoria dello Stato, per il semplice motivo che si riferisce a tutte le formazioni politiche dall’origine della società in poi…
Noi socialisti dobbiamo comprendere che l’organizzazione è costituita da aderenti, da dirigenti e da un apparato, il che significa che lo Stato, dal punto di vista politico, altro non è che il governo, apparato direttivo, e i cittadini che fan parte dello Stato…
D’altro canto, ne consegue che l’elemento essenziale di ogni Stato moderno sono i partiti, poiché l’individuo è in grado di manifestare la propria volontà solamente tramite un partito. Pertanto tutti i partiti sono essi stessi elemento dello Stato, non meno indispensabile del governo e dell’apparato amministrativo.18

Questa la definizione di Stato offertaci dall’autore del Capitale finanziario. Naturalmente, visto e considerato che lo Stato non è lo strumento di dominio di una classe, bensì “il governo, apparato direttivo, i cittadini e i partiti” (per cui il Partito comunista di Germania sarebbe “elemento indispensabile” dello Stato borghese), ne segue che in Germania e altrove il potere non è affatto nelle mani della borghesia, ma di tutte le classi e di tutti i partiti, nelle mani di tutti i cittadini che fan parte dello Stato. Se così è, però, lungi dal combattere lo Stato, conviene sforzarsi di occuparvi un posto adatto. In pratica ciò si manifesta nella formazione dei governi di coalizione, nei quali la social-democrazia si associa ai partiti borghesi, e in un’aspra lotta contro il proletariato rivoluzionario e la sua avanguardia, il Partito comunista, i quali si battono contemporaneamente con la borghesia e con i dirigenti socialdemocratici per instaurare la dittatura del proletariato.

Tale fondamento teorico della già citata tesi controrivoluzionaria kautskiana intorno alla lotta armata e alla soluzione degli antagonismi sociali, significa che la socialdemocrazia tedesca (e non soltanto quella tedesca) crede d’aver già realizzato il sogno dello Stato popolare libero che accarezzava nel 1875, convinta che ormai non resti altro da fare che democratizzare prima questo Stato, poi democratizzare la Società delle Nazioni e, finalmente, entrare pacificamente, senza rivoluzione né dittatura né spargimento di sangue, nel socialismo.
Kautsky giustifica tale tesi ancor più nettamente. Ecco come parla dello Stato nel suo libro già citato sulla Concezione materialista della storia:

Dopo le ultime dichiarazioni di Engels sullo Stato è trascorsa più d’una generazione e il tempo non ha lasciato intatto il carattere dello Stato moderno. Se la definizione di Stato data da Marx e Engels, assolutamente esatta ai tempi loro, conservi o non conservi oggi tutta la sua importanza, questa è una cosa che richiede un approfondimento.19

Nel prosieguo del saggio, Kautsky si accanisce a dimostrare, con abilità sorprendente, come lo Stato dell’epoca del capitale finanziario abbia un carattere completamente diverso da quello di Marx e di Engels: non è più uno strumento d’oppressione di classe.
[Scrive a p. 599]: Lo Stato democratico moderno si distingue dai tipi precedenti in quanto l’utilizzazione dell’apparato governativo da parte delle classi sfruttatici non ne condivide l’essenza, non ne è inseparabile. Anzi, lo Stato democratico tende a non essere l’organo di una minoranza, come accadeva sotto i regimi precedenti, bensì quello della maggioranza della popolazione, cioè delle classi lavoratrici. Pertanto, se diventa organo d’una minoranza di sfruttatori, la causa non va ricercata nella sua natura intrinseca, bensì nelle classi lavoratrici, le quali mancano di unità, di conoscenza, d’indipendenza o di attitudine al combattimento, caratteristiche che, a loro volta, sono la conseguenza delle condizioni in cui queste classi vivono.
La democrazia offre la possibilità di annientare la potenza politica degli sfruttatori, circostanza che al giorno d’oggi, con il costante incremento numerico degli operai, si verifica effettivamente sempre più spesso.
Quanto più si allarga questa situazione, tanto più lo Stato democratico cessa di essere semplice strumento manovrato dalle classi sfruttatela. L’apparato governativo già comincia, in certe condizioni, a rivolgersi contro gli sfruttatori, cioè a funzionare in senso contrario a quello in cui funzionava finora. Da strumento d’oppressione, esso comincia a mutarsi in strumento d’emancipazione dei lavoratori.20
Ogni commento sarebbe superfluo. Il governo del capitale consorziato non è uno strumento nelle mani delle classi possidenti: è lo Stato che conduce il proletariato alla sua emancipazione.
Se a tutto questo si aggiungono gli attacchi sfrontati di Kautsky all’Unione sovietica, contro la quale egli si scatena cinicamente in vari brani della sua opera, i ditirambi in onore della Società delle nazioni, strumento di pace e paladina della democrazia, e le assicurazioni secondo cui le classi dominanti non impiegheranno mai le armi contro la democrazia; se ci si rammenta, infine, della condotta della socialdemocrazia tedesca nel dopoguerra, soprattutto nel 1918, ’19, ’20, ’21 e ’23, balza evidente agli occhi il motivo per cui Kautsky si è visto costretto a rivedere in modo tanto grossolano la dottrina di Marx e Engels sullo Stato.
A proposito della forza militare ed economica dello Stato moderno, Kautsky perviene alla seguente conclusione:
II valore internazionale che la Repubblica tedesca ha riacquistato mostra come la forza d’una nazione sia determinata molto più dai suoi progressi culturali ed economici, che non dall’importanza del suo esercito. Oggi, infatti, in pieno sviluppo democratico, uno Stato circondato da democrazie e che non persegua mire aggressive quasi non ha bisogno di un esercito per difendersi, dal momento che la Società delle nazioni è organizzata razionalmente. Se la Russia possedesse un regime democratico ed entrasse a far parte della Società delle nazioni, verrebbe a mancare uno dei principali ostacoli al disarmo generale.21
La Società delle nazioni, strumento di pace! L’URSS, strumento di guerra! Fino a che punto può giungere la sfacciataggine.
La falsificazione della prefazione di Engels, la deformazione del marxismo in tutti i punti essenziali, ecco che cosa era necessario ai riformisti per portare avanti il loro sporco lavoro opportunista al riparo del nome di Engels. Ne è dimostrazione lampante tutta la prassi socialdemocratica degli ultimi quindici anni, prassi sulla quale sarebbe inutile insistere (già da tempo si è chiarito il posto che occupa la socialdemocrazia nel sistema difensivo del regime borghese). Oggi tutti possono vedere come la socialdemocrazia, nella pratica come nella teoria, sia contro la violenza del proletariato ai danni della borghesia, ma a favore della violenza della borghesia ai danni del proletariato.

Da quanto è stato detto fin qui risulta che la socialdemocrazia tedesca, e tutta la Seconda Internazionale dietro di lei, non è mai stata veramente e fino in fondo marxista sui problemi fon-damentali del marxismo. La genesi del riformismo, la vergognosa resa ideologica della socialdemocrazia tedesca hanno cominciato a vedere la luce al tempo di Gotha e di Erfurt, passando per la falsificazione delle opere di Marx e di Engels sulla dittatura, sulla lotta armata del proletariato e sulla lotta di classe in genere, problemi decisivi che segnano la linea di demarcazione tra gli auten-tici rivoluzionari e tutto ciò che è estraneo alla rivoluzione. È a questo che si riferiva Lenin quando diceva:
L’elemento essenziale della dottrina di Marx è la lotta di classe. Cosi si dice e si scrive molto spesso. Ma questo non è vero e da questa affermazione errata deriva, di solito, una deformazione opportunista del marxismo, un travestimento del marxismo nel senso di renderlo accettabile alla borghesia. Perché la dottrina della lotta di classe non è stata creata da Marx, ma dalla borghesia prima di Marx, e può, in generale, essere accettata. dalla borghesia. Colui che si accontenta di riconoscere la lotta delle classi non è ancora un marxista, e può darsi benissimo che egli non esca dai limiti del pensiero borghese e dalla politica borghese. Ridurre il marxismo alla dottrina della lotta delle classi, vuoi dire mutilare il marxismo, deformarlo, ridurlo a ciò che la borghesia può accettare. Marxista è soltanto colui che estende il riconoscimento della lotta delle classi sino al riconoscimento della dittatura del proletariato. In questo consiste la differenza più profonda tra il marxista e il banale piccolo-borghese (e anche il grande). È questo il punto attorno al quale bisogna mettere alla prova la comprensione e il riconoscimento effettivi del marxismo. E non vi è da meravigliarsi che, nel momento in cui la storia dell’Europa ha condotto la classe operaia a porsi praticamente questa questione, non solo tutti gli opportunisti e i riformisti, ma anche tutti i “kautskiani” (gente che oscilla tra il riformismo e il marxismo) abbiano rivelato di essere dei miserabili filistei e dei democratici piccolo-borghesi che negano la dittatura del proletariato…
L’opportunismo non porta il riconoscimento della lotta di classe sino al punto precisamente essenziale, sino al passaggio dal capitalismo al comunismo, sino al periodo dell’ abbattimento della borghesia e del suo annientamento completo. In realtà, questo periodo è inevitabilmente un periodo di lotta di classe di un’asprezza inaudita, un periodo in cui le forme di questa lotta diventano quanto mai acute, e quindi anche lo Stato di questo periodo deve essere uno Stato democratico in modo nuovo (per i proletari e i non possidenti in generale), e dittatoriale in modo nuovo (contro la borghesia)… I socialdemocratici tedeschi, rifiutando i principi di Marx e di Engels sulla dittatura del proletariato e sul ruolo dello Stato, non hanno mai potuto porre convenientemente nella teoria (senza parlare di risoluzione pratica) la questione dell’insurrezione armata?2

Se abbiamo indugiato così a lungo sulla socialdemocrazia tedesca è perché essa rimane tuttora la guida morale della Seconda Internazionale. Tutto ciò che abbiamo detto a suo riguardo si riferisce del pari a tutti i partiti aderenti a questa Internazionale.
1 KARL MARX, Critica al programma di Gotha.
2 MARX e ENGELS, Manifesto del Partito comunista.
3 MARX e ENGELS, Prefazione al Manifesto del Partito comunista, edizione 1872.
4 MARX, Lettere a Kugelmann.
5 Lettera di Engels del 18-28 marzo 1875 a Bebel.
6 II corsivo è nostro.
7 KAUTSKY, II programma di Erfurt.
8 Citato dall’articolo di CH. RAPPOPORT, Ricordi di Engels, in Annali del marxismo
.9 KAUTSKY, La concezione materialista della storia, Ed. tedesca, tomo II, pp. 431-432.
10 KAUTSKY, ibidem, tomo II, p. 474.
II THÉODORE HAUBACH, II socialismo e la questione degli armamenti, in “Die Gesell-schaft,” n. 2, anno III, p. 122.
12 V. JULIUS DEUTSCH, La forza armata e la socialdemocrazia, Berlino, p. 110. Deutsch rileva che in certi casi la borghesia applica la forza bruta contro il proletariato. In questi casi il proletariato “se non vuoi essere battuto senza combattere, non dovrà passivamente rinunciare al proprio futuro, e non gli resterà che far ricorso all’arma suprema della lotta di classe e rispondere con la forza alla forza.”
13 BRUNO KALNINCH, La politica di guerra della socialdemocrazia, Riga 1928. L’autore scrive: “L’Internazionale operaia socialdemocratica ha adottato nel suo congresso di Bruxelles del 1928 un programma militare che, a proposito della limitazione degli armamenti, reclama: 1) l’interdizione della guerra chimica e batteriologica; 2) la limitazione dell’artiglieria pesante, dei carri armati, degli aerei e delle unità navali; 3) la riduzione dei bilanci della guerra; 4) il controllo internazionale sulla fabbricazione e sul traffico delle armi; 5) la soppressione delle leggi contro la pubblicazione di notizie sulle armi segrete. Queste decisioni devono essere applicate tramite accordi internazionali tra tutti i paesi. Il controllo sarà demandato alla Società delle Nazioni.”
L’Internazionale ritiene che “la campagna per la limitazione internazionale degli armamenti potrà avere successo soltanto nella misura in cui si arriverà ad ottenere la soluzione pacifica dei conflitti internazionali.” Per tale motivo l’Internazionale esige “il rinvio di ogni controversia internazionale a dei tribunali di arbitrato. La Società delle nazioni deve elaborare un trattato d’arbitrato vincolante per tutti e che tutti i governi dovranno sottoscrìvere. ”
L’Internazionale fa obbligo a tutti i partiti socialisti di ottenere una legge che vieti la dichiarazione della mobilitazione generale prima che la controversia sia stata sottoposta alla Società delle nazioni in vista della soluzione pacifica. Contro i governi che rifiutino di demandare la controversia internazionale ai tribunali d’arbitrato e che intraprendano la guerra, l’Internazionale suggerisce l’impiego dei mezzi più radicali, “senza escludere neppure l’impiego della lotta violenta e delle azioni rivoluzionarie.”
Ecco dunque l’atteggiamento della Seconda Internazionale sulla questione della guerra e del disarmo. Non è contro la guerra, ma soltanto contro la guerra chimico-batteriologica; non è contro gli armamenti in genere, ma soltanto contro gli armamenti illimitati. La guerra in genere è ammissibile e possibile, purché sia autorizzata dalla Società delle Nazioni imperialiste. Quanto alle minacce di Kalninch e di Deutsch a proposito dell’applicazione dei metodi rivoluzionari rivolte ai governi borghesi, si tratta di buffo-nate: le famose mozioni dei congressi di Stoccarda e di Basilea del 1907 e del 1912 erano più rivoluzionarie delle attuali gesta della socialdemocrazia, eppure non contarono più di un pezzo di carta straccia in occasione della guerra imperialista del 1914-18. Ricordiamo la guerra in Marocco e in Siria, gli interventi imperialisti in URSS e in Cina, quello degli Stati Uniti in America latina; ricordiamo anche le molteplici insurrezioni proletarie in vari paesi, gli scioperi operai, il ruolo e la condotta della socialdemocrazia in queste occasioni, e avremo finalmente chiara davanti agli occhi l’ipocrisia dei dirigenti “di sinistra” sulla questione della guerra, del disarmo e della lotta rivoluzionaria contro la borghesia.
14 Engels aveva in mente Bernstein.
15 La citazione è tratta dagli Archivi Marx-Engels, tomo II, 2a ed., p. 25. I corsivi sono dello stesso Engels.
16 Ibidem, p. 259. Il corsivo è nostro.
17 MARX. Lettera a Domela Nieuwenhuys del 22 febbraio 1881, nella “Pravda” del 14 marzo 1928. Il corsivo è nostro.
18 HILFERBING, II Congresso socialdemocratico di Kiel del 1927. Citato dall’articolo di
A. SLIEPKOV, II volto del traditore, in “Bolscevik,” n. 8, 1928, p. 16.
22 LENIN, Le opere, Stato e rivoluzione, Editori Riuniti, 1970, pp. 875-876.

II bolscevismo e l’insurrezione

Lenin non si è limitato a ripristinare la teoria marxiana dello Stato (si veda il suo opuscolo Stato e rivoluzione], ma ha anche studiato e posto praticamente il problema della dittatura del proletariato, facendone la parola d’ordine della lotta di tutto il proletariato internazionale. Lenin ha arricchito il marxismo, scoprendo la forza concreta di questa dittatura: il sistema sovietico.
Per quanto riguarda l’insurrezione, già nel 1902 (si veda il suo Che fare?}, Lenin sottolineava la necessità di prepararsi all’insurrezione armata imminente. Nel 1905, essendosi create le condizioni favorevoli, egli fece ricorso a tutta la sua autorità per dimostrare come soltanto l’insurrezione armata, la forma più acuta e decisiva della lotta in tempo di rivoluzione, possa alla fine condurre il proletariato alla vittoria.
Tracciando il bilancio dell’insurrezione di Mosca del dicembre 1905 e portando un vigoroso attacco alla famosa frase di Plekhanov, ripresa da ogni opportunista (“Non bisognava prendere le armi”), Lenin critica e insegna al nostro Partito e a tutto il proletariato ciò che segue:

Al contrario, si sarebbero dovute impugnare le armi con maggior decisione, energia e spirito offensivo, si sarebbe dovuto spiegare alle masse l’impossibilità di limitarsi a uno sciopero pacifico e la necessità di condurre una lotta armata intrepida, implacabile. Ed oggi dobbiamo infine riconoscere direttamente e apertamente che gli scioperi politici sono insufficienti, dobbiamo condurre fra le più larghe masse un’agitazione per l’insurrezione armata, senza dissimulare questo problema con ogni specie di “gradi preliminari,” senza coprirlo con nessun velo. Nascondere alle masse la necessità di una guerra accanita, sanguinosa, distruttiva, come obbiettivo immediato dell’azione futura, vuoi dire ingannare se stessi e il popolo.

In occasione della rivoluzione d’Ottobre del 1917 Lenin, come si sa, fu l’anima dell’insurrezione, l’anima della rivoluzione.Rispondendo ai professionisti della falsificazione del marxismo, cioè ai menscevichi e ai socialisti-rivoluzionari che, in piena armonia con i cadetti e con altri partiti monarchici e borghesi, accusavano i bolscevichi di blanquismo,2 Lenin dettò (nel 1917) la formula classica del problema dell’insurrezione armata e delle condizioni per la sua riuscita:

Per riuscire, l’insurrezione deve appoggiarsi non su di un complotto, non su di un partito, ma sulla classe progressiva. Questo in primo luogo. L’insurrezione deve appoggiarsi sullo slancio rivoluzionario del popolo. Questo in secondo luogo. L’insurrezione deve sfruttare il punto crìtico nella storia della rivoluzione ascendente, che è il momento in cui l’attività delle file più avanzate del popolo è massima e più forti sono le esitazioni nelle file dei nemici e nelle file degli amici deboli, equivoci e indecisi della rivoluzione. Questo in terzo luogo. Ecco le tre condizioni che, nell’impostazione del problema dell’insurrezione, distinguono il marxismo dal blanquismo.

E aggiunge subito: Ma allorquando queste condizioni esistono, rifiutarsi di considerare l’insurrezione come un’arte – cioè prepararla politicamente e militarmente – significa tradire il marxismo e tradire la rivoluzione.3

Qui è detto tutto, in profondità, in una forma concisa e generale, circa le premesse di una insurrezione vittoriosa. Tuttavia Lenin, in quello stesso anno 1917, nella Lettera ai compagni torna in modo ancor più concreto e più dettagliato sulla differenza tra marxismo e blanquismo a proposito dell’insurrezione, sottolineando contemporaneamente le condizioni necessarie perché essa riesca vittoriosa:

Una congiura militare è blanquismo se essa non è organizzata dal partito di una classe determinata, se coloro che l’organizzano non hanno valutato giustamente il momento politico in generale e la situazione internazionale in particolare, se il partito non ha la simpatia, dimostrata concretamente, della maggioranza del popolo; se lo sviluppo degli avvenimenti rivo-luzionari non ha condotto alla distruzione pratica delle illusioni conciliatrici della piccola borghesia; se non si è conquistata la maggioranza degli organi – del genere dei “soviet” – riconosciuti “muniti di pieni poteri” o diversamente considerati tali per la lotta rivoluzionaria; se non vi è nell’esercito (nel caso che gli avvenimenti si svolgano in tempo di guerra) uno stato d’animo completamente maturo di ostilità contro un governo che prolunga una guerra ingiusta, contro la volontà del popolo; se le parole d’ordine dell’insurrezione (come “Tutto il potere ai soviet,” “La terra ai contadini,” “Proposta immediata di una pace democratica a tutti i popoli belligeranti,” “Annullamento immediato dei trattati segreti, abolizione della diplomazia segreta” ecc.) non hanno la più larga diffusione e la massima popolarità; se gli operai avanzati non sono convinti della situazione disperata delle masse e sicuri dell’appoggio delle campagne, appoggio dimostrato da un importante movimento contadino o da un’insurrezione contro i grandi proprietari fondiari e contro il governo che li difende; se la situazione economcia del paese permette seriamente di sperare in una soluzione favorevole della crisi con i mezzi pacifici e parlamentari.

Nell’opuscolo II fallimento della II Internazionale nel 1915, Lenin scriveva a tal proposito quanto segue:

Per un marxista è cosa certa che nessuna rivoluzione è possibile in mancanza di una situazione rivoluzionaria. Non è poi detto che ogni sir tuazione rivoluzionaria scaturisca in una rivoluzione. Quali sono, in generale, i sintomi di una situazione rivoluzionaria? Siamo sicuri di non sbagliarci nell’indicare i tre elementi seguenti:
1. L’impossibilità da parte delle classi dominanti di conservare integro il proprio dominio; una “crisi” dei circoli dirigenti, crisi politica della classe al potere, produce una falla nella quale penetrano il malcontento e l’indignazione delle classi oppresse. Affinchè abbia luogo una rivoluzione non basta, in genere, che “non si accetti di scendere più in basso”; bisogna altresì che non si possa più vivere come per il passato.
2. Il peggioramento abnorme delle privazioni e delle sofferenze delle classi oppresse.
3. L’incremento sensibile, in funzione di quanto precede, dell’attività delle masse le quali, “in tempo di pace,” si lasciano tranquillamente derubare, ma che nei momenti di crisi sono incitate da tutta la situazione, e anche dai dirigenti, a prendere l’iniziativa di un’azione storica.

In mancanza di queste modificazioni oggettive, indipendenti dalla vo-lontà dei gruppi isolati e dei partiti, nonché da quella delle classi, la rivoluzione è, in linea generale, impossibile. L’insieme di queste modificazioni oggettive costituisce esattamente la situazione rivoluzionaria. Una situazione di questo tipo si ebbe in Russia nel 1905 e in tutti i paesi dell’Occidente nell’era delle rivoluzioni; ma si è anche avuta in Germania nel 1859-60^e in Russia nel 1879-80, quantunque fosse mancata la rivoluzione. Perché? Perché non è detto che da ogni situazione rivoluzionaria scaturisca la rivoluzione; perché la rivoluzione si compie soltanto quando, ai fattori enumerati, si aggiunga l’elemento soggettivo, ossia l’attitudine della classe rivoluzionaria all’azione rivoluzionaria, l’attitudine di masse abbastanza forti da spezzare o scuotere il vecchio regime che, anche all’apice della crisi, “non cade se non lo si fa cadere.”3 Lenin è tornato più volte sulla necessità di queste premesse sociali e politiche.6 I brani qui citati, che si potrebbero moltipli-care a volontà, rivelano quale immensa e decisiva importanza egli attribuisse alla questione delle premesse politiche della rivoluzione. Appunto in relazione a queste premesse, determinanti il grado di maturità della situazione rivoluzionaria, Lenin ha sempre deciso i problemi d’ordine storico: il Partito deve già orientarsi all’organizzazione immediata dell’insurrezione, o deve continuare nel solito lavoro di mobilitazione rivoluzionaria delle masse, attendendo un momento più favorevole all’insurrezione?
È ovvio che Lenin non considerò mai l’insurrezione come atto isolato, senza rapporto alcuno con gli altri momenti della lotta di classe. L’insurrezione è preparata da tutta la lotta delle classi di un dato paese, non essendo altro che la continuazione organica di quella lotta. Ogni attività del partito rivoluzionario, lotta per la pace, contro l’intervento imperialista (in Cina, nel-l’URSS, ecc.), contro le guerre imperialiste in corso di preparazione (in Europa, in America, ecc.), contro la razionalizzazione capitalista, per gli aumenti salariali, le riforme sociali in genere, per il miglioramento del tenore di vita del proletariato, la nazionalizzazione delle terre, la battaglia parlamentare, ecc., tutto questo deve essere diretto alla preparazione e alla mobilitazione delle masse in vista di una forma superiore di lotta, nella fase iniziale della rivoluzione, in previsione dell’insurrezione.
Partendo dalla dottrina di Lenin, il progetto programmatico dell’Internazionale Comunista specifica quali sono le situazioni che impongono al Partito di condurre le masse al combattimento per rovesciare il potere borghese:

In presenza di una spinta rivoluzionaria, quando le classi dominanti sono disorganizzate, quando le masse sono in istato di fermento rivoluzionario, quando gli elementi intermedi esitano a favore del proletariato, quando le masse sono pronte all’azione e al sacrificio, allora al partito del proletariato incombe il dovere di guidarle all’attacco diretto contro lo Stato borghese. Tale risultato s’ottiene con la propaganda di parole d’ordine transitorie sempre più attive (Soviet, controllo operaio sulla produzione, consigli contadini per l’occupazione dei latifondi, disarmo della borghesia e riarmo del proletariato) e con l’organizzazione di azioni di massa, alle quali vanno subordinate tutte le ramificazioni dell’agitazione di Partito e della propaganda, ivi compresa l’azione parlamentare. In queste azioni delle masse rientrano: gli scioperi, scioperi abbinati a dimostrazioni o a manifestazioni armate, e infine lo sciopero generale di concerto con l’insurrezione armata contro il potere della borghesia. L’insurrezione armata, che è la forma più alta della lotta, poggia sulle regole dell’arte militare, presuppone un piano militare, reca il carattere offensivo delle operazioni militari, presuppone nel proletariato la dedizione assoluta e l’eroismo assoluto. Condizione indispensabile di tali azioni è l’organizzazione delle grandi masse in unità di combattimento, la cui stessa forma abbracci e metta in movimento il più alto numero possibile di lavoratori (Soviet dei deputati operai e contadini, Soviet dei soldati, ecc.), nonché un’opera rivoluzionaria intensificata in seno all’esercito e alla flotta.
Passando a nuove e più accentuate parole d’ordine, bisogna lasciarsi guidare dalla regola essenziale della tattica politica del leninismo: saper condurre le masse su posizioni rivoluzionarie in modo tale che siano le masse stesse a convincersi, per propria esperienza, della giustezza della linea seguita dal Partito. La mancata osservanza di questa norma conduce fatalmente al distacco delle masse, al “golpismo” e alla degenerazione ideologica del comunismo, in un dottrinarismo di sinistra, in “un avventurismo” rivoluzionario “piccolo borghese.” Né sono minori i pericoli quando, per converso, si tralascia di approfittare del momento critico della situazione rivoluzionaria, che impone al partito del proletariato l’attacco decisivo, con estrema arditezza, contro il nemico: lasciar trascorrere questo momento senza scatenare l’insurrezione, significa lasciare l’iniziativa all’avversario e condannare la rivoluzione alla sconfitta.7

Una cosa è definire teoricamente le condizioni indispensabili in presenza delle quali sia possibile il successo dell’insurrezione; altra cosa, assolutamente diversa e molto più complessa, è valutare praticamente il grado di maturazione raggiunto dalla situazione rivoluzionaria e quindi risolvere la questione dell’avvio all’insurrezione. Questo problema della data dell’insurrezione è di importanza eccezionale.
L’esperienza sta a dimostrare come non sia sempre possibile risolverlo come le circostanze vorrebbero. Capita sovente che, sotto l’influenza dell’impazienza rivoluzionaria, del terrorismo e della provocazione delle classi dirigenti, si esageri il grado di maturità della situazione rivoluzionaria, precipitando il disastro dell’insurrezione; oppure capita di sottovalutare una situazione che esigerebbe dal Partito del proletariato azioni decisive, lasciandosi così sfuggire il momento favorevole all’organizzazione di un’insurrezione vittoriosa.

A titolo illustrativo citeremo alcuni esempi storici.

Il 14 agosto 1870 i blanquisti organizzano a Parigi un’insurrezione. Le masse non sostengono gli insorti, i quali vengono annientati. Tre settimane dopo, rimaste sconfitte a Sedan le truppe francesi a opera dei Prussiani, tutta Parigi si solleva il 4 settembre. Tra le masse il fermento era già grande al momento dell’azione blanquista, però era mancata la forza d’urto necessaria per dare alle masse stesse l’impulso voluto, proprio quando la disorganizzazione delle classi dirigenti era un fatto compiuto. La scossa attesa giunse con la disfatta di Sedan. I blanquisti non avevano compreso appieno il grado di maturazione della situazione, avevano sbagliato per difetto la scelta della data dell’insurrezione e, così, erano stati battuti.
Kamenev, Zinov’ev e altri, nel 1917, allorché era stata dibattuta in seno al Partito la questione della presa del potere, ritennero che le circostanze non fossero ancora mature, che i bolsce-vichi non avrebbero conservato il potere, che le masse non sarebbero scese in piazza, che non fossero abbastanza rivoluzionarie, che “non vi fosse nella situazione internazionale nulla che costringesse il Partito bolscevico all’azione immediata, che nuocerebbe piuttosto alla causa della rivoluzione socialista in Occidente l’inevitabile massacro,” che noi si fosse isolati, mentre la borghesia sarebbe stata ancora forte e che, insomma, bisognasse attendere l’Assemblea costituente per decidere della sorte della rivoluzione russa.

Per fortuna Zinov’ev e Kamenev non godevano di alcun sostegno all’interno del Partito, però non è difficile immaginarsi che cosa sarebbe accaduto se questi compagni, membri del Comitato centrale, avessero avuto dietro di sé, non dico la maggioranza del Partito, ma anche soltanto una frazione più o meno importante, e avessero prolungato la discussione sulla presa del potere. La situazione avrebbe potuto modificarsi a danno del proletariato rivoluzionario, poiché in linea di massima non esistono mai situazioni veramente senza uscita per le classi dirigenti. Magari si sarebbe perduto il momento favorevole e, di conseguenza, la presa del potere sarebbe stata rinviata a tempo indeterminato. Il fatto certo è che, se mai il Partito avesse adottato la posizione di Zinov’ev e Kamenev, la crisi rivoluzionaria del 1917 sarebbe finita in un vicolo cieco, esattamente come la crisi rivoluzionaria tedesca del 1918. Sarebbe mancato, insomma, un partito che considerasse suo compito inderogabile assumersi la responsabilità di organizzare un autentico governo proletario.
La posizione di Zinov’ev e Kamenev nel 1917 è un esempio tipico del modo in cui talvolta la rivoluzione può andar perduta.
In luglio la parte rivoluzionaria del proletariato di Pietro-grado bruciava d’impazienza e, di fatto, intervenne per rovesciare il governo provvisorio. Il Partito bolscevico, Lenin in testa, ammonì le masse: “È ancora troppo presto!” Le giornate dal 3 al 5 luglio si conclusero con un insuccesso. Nel settembre-ottobre, invece, Lenin, nonostante gravi dissensi in seno al Comitato centrale del Partito bolscevico circa il momento della presa del potere, non si stancò di ripetere: “Oggi o mai più! La rivoluzione è in pericolo di morte!”, emanando nel frattempo ogni sorta di direttive di natura politica, militare e pratica che garantissero il successo dell’insurrezione. Ecco come valutava la situazione nel settembre 1917:
II 3-4 luglio si poteva, senza peccare contro la verità, porre la questione in questi termini: sarebbe preferibile impadronirsi del potere perché, diversamente, i nostri nemici ci accuseranno egualmente di sedizione e ci puniranno come insorti. Ma questa considerazione non permetteva di concludere allora per la presa del potere, perché mancavano le condizioni ob-biettive per la vittoria dell’insurrezione:
1. La classe che è all’avanguardia della rivoluzione non era ancora con noi. Non avevamo ancora la maggioranza tra gli operai e i soldati delle due capitali. Oggi l’abbiamo in entrambi i Soviet…

2. Mancava allora lo slancio rivoluzionario di tutto il popolo. Oggi, dopo l’avventura di Kornilov, esso esiste. Quel che avviene in provincia e la presa del potere da parte dei Soviet in molte località lo dimostrano.

3. Non v’erano esitazioni importanti su scala politica generale fra i nostri nemici e fra la piccola borghesia irresoluta. Oggi queste esitazioni sono gigantesche: il nostro principale nemico, l’imperialismo alleato e mondiale (perché gli “alleati” sono alla testa dell’imperialismo mondiale) esita in questo momento tra la guerra fino alla vittoria finale e la pace separata contro la Russia. I nostri democratici piccolo-borghesi, che hanno indubbiamente perduto la maggioranza tra il popolo, hanno cominciato a esitare fortemente, rinunciando al blocco, cioè alla coalizione con i cadetti.

4. Perciò il 3-4 luglio l’insurrezione sarebbe stata un errore: non avremmo potuto conservare il potere né fisicamente né politicamente. Non ne avremmo avuto la forza fisica, perché, quando pure Pietrogrado fosse stata in diversi momenti nelle nostre mani, i nostri operai e i nostri soldati non avrebbero voluto battersi, morire, per conservare Pietrogrado; essi non erano ancora “inferociti” come oggi, non ribollivano di un odio così furibondo contro i Kerenski, e contro gli Tsereteli e i Cernov; e i nostri militanti non erano ancora temprati dall’esperienza della persecuzione contro i bolscevichi, condotta con il concorso dei socialisti-rivoluzionati e dei menscevichi.
Politicamente, il 3-4 luglio non avremmo conservato il potere perché prima dell’avventura di Kornilov l’esercito e la provincia avrebbero potuto marciare e avrebbero marciato contro Pietrogrado.
Oggi il quadro è completamente diverso.
Con noi è la maggioranza della nostra classe, l’avanguardia della rivoluzione, l’avanguardia del popolo, capace di trascinare le masse.
Con noi è la maggioranza del popolo, perché le dimissioni di Cernov sono il sintomo più visibile, più evidente (ma non il solo) che dal blocco dei menscevichi e dei socialisti-rivoluzionari (e dagli stessi socialisti-rivolu-zionari) i contadini non avranno la terra. E proprio in questo consiste il carattere generale, popolare, della rivoluzione…
Per noi è la vittoria sicura, perché il popolo è quasi ridotto alla disperazione, e noi additiamo a tutto il popolo la soluzione giusta…8
Questo stralcio altamente istruttivo da un’opera di Lenin rivela quale enorme importanza egli attribuisse alle condizioni politiche dell’insurrezione, quando si tratta di fissare la data. La sua valutazione della situazione di luglio era esatta. Il Partito non aveva ancora dietro di sé la maggioranza del popolo, il nemico non era ancora abbastanza impelagato nelle sue contraddizioni, “gli oppressi potevano ancora vivere come prima, e le classi dominanti potevano ancora governare come prima.” Bastarono due mesi e la situazione mutò radicalmente. Il nostro partito aveva già con sé la maggioranza del popolo, e Lenin decise in senso positivo la questione dell’insurrezione. S’ingannavano grossolanamente coloro i quali, come Zinov’ev e Kamenev e altri, ritenevano che egli avrebbe così soffocato la rivoluzione russa e, con essa, la rivoluzione internazionale.
Nel settembre Lenin vedeva chiaramente come la maggioranza del popolo seguisse il Partito bolscevico; giudicava correttamente la situazione e sapeva ch’era arrivato il momento dell’insurrezione vittoriosa. Sapendo l’enorme responsabilità che incombeva al nostro partito davanti al proletariato, e non soltanto a quello russo, ma a quello internazionale, egli dubitava di lasciarsi sfuggire il momento favorevole all’insurrezione, temeva che la situazione si modificasse radicalmente a favore delle classi dirigenti e che così la presa del potere rischiasse, almeno per il momento, di rientrare. Ecco perché insisteva tanto imperiosamente, tanto categoricamente sull’insurrezione a ottobre: oggi o mai più! Ogni indugio è la morte! La vittoria è sicura, attendere è un delitto al cospetto della rivoluzione!

Ecco perché Lenin, vedendo che il momento era maturo per un’insurrezione vittoriosa, attaccò tanto aspramente Zinov’ev e Kamenev, chiamandoli crumiri e reclamando la loro espulsione dal Partito. Aveva mille volte ragione, poiché Kamenev e Zinov’ev sottovalutavano il grado di maturazione della situazione rivoluzionaria in Russia e in Occidente, sopravvalutavano le forze della controrivoluzione, assumevano una posizione che, in ultima analisi, in nulla era diversa da quella della socialdemocrazia.
Per contro, un esempio negativo di errore di data nel fissare l’insurrezione è quello dell’azione del marzo 1921 in Germania, o più esattamente della tattica del Partito comunista tedesco in occasione dei fatti del marzo. L’azione di marzo era teoricamente giustificata da una certa tesi dell’offensiva9 che venne poi condannata dal III congresso dell’I.C. e che Lenin caratterizzò come una teoria di complotto militare. Nel marzo 1921 gli operai dei bacini minerari della Germania centrale si scoprirono più rivo-luzionari di quelli delle altre regioni. Il governo cominciò a prendere contro di loro vari provvedimenti repressivi. Come risposta, il Comitato centrale del Partito comunista chiamò le masse operaie tedesche allo sciopero generale che doveva sfociare nell’insurrezione. Nella Germania centrale la parola d’ordine venne accettata: scoppiò uno sciopero generale che, in certi distretti, degenerò in insurrezione armata. Tuttavia, poiché nel resto del paese il proletariato non sostenne attivamente gli operai della Germania centrale, questi ultimi vennero schiacciati dalle soverchianti forze della controrivoluzione.

Il Comitato centrale del P.C. di G. aveva sopravvalutato il carattere rivoluzionario della situazione, senza capire che “alcune decine di milioni d’uomini non fanno la rivoluzione dietro semplice consiglio di un partito,” che “con soltanto un’avanguardia non si può riportare la vittoria,” che “decine di milioni d’uomini non fanno la rivoluzione su ordinazione, ma solo il giorno in cui il popolo è stretto con le spalle al muro, in una situazione insostenibile, in cui la spinta generale, la decisione di decine di mi-lioni d’uomini infrangono tutte le vecchie barriere, trovandosi veramente in grado di creare una nuova vita” (Lenin). Il Partito comunista aveva dimenticato che il proletariato tedesco nel suo insieme, avendo subito tante pesanti sconfitte e trovandosi ridotto alla difensiva dopo le giornate del marzo 1920, non poteva rispondere abbastanza attivamente, senza un’adeguata preparazione politica preliminare, alla parola d’ordine dello sciopero generale e dell’insurrezione lanciata dal Partito, cioè all’appello ad azioni di massa decisive per la presa del potere. Il passaggio fu troppo brusco: l’avanguardia, con un piccolo distaccamento della classe operaia, si gettò nella battaglia decisiva senza neppure sapere se sarebbe stata sostenuta dal grosso della classe operaia di tutto il paese o se, invece, la sua iniziativa sarebbe rimasta isolata.

In questo caso, insomma, la data dell’azione decisiva era stata stabilita male dal Comitato centrale del Partito comunista di Germania e l’appello all’offensiva generale era stato prematuro.
Naturalmente, se il momento dell’insurrezione non è stato scelto con oculatezza, non ne consegue affatto la necessaria condanna dell’insurrezione di marzo: non di questo si tratta, bensì di ricercare le cause della sconfitta. All’insurrezione di marzo avevano preso parte le masse operaie di certe regioni della Germania centrale, che si erano battute contro la polizia e contro la truppa. Non è possibile condannare l’insurrezione poiché bisognerebbe non essere dei rivoluzionari per condannare una lotta di masse soltanto perché l’esito non è stato quello voluto. Al tempo stesso, però, dobbiamo criticare il ruolo e la condotta dei dirigenti in tale occasione, senza coprirne gli errori.

A proposito della scelta del momento giusto, vale la pena di soffermarsi sull’insurrezione di Reval del 1° dicembre 1924, alla quale presero parte non più di duecentotrenta o duecentocinquanta persone. Non si ebbero, insomma, come avremo occasione di vedere in seguito, grandi azioni di massa del proletariato, né alla vigilia, né durante, né dopo la sollevazione. Il Partito agì da solo, con uno sparuto manipolo di rivoluzionari, nella speranza di arrecare un primo fiero colpo alle forze governative e di trascinare in seguito dietro di sé le masse proletarie che avrebbero portato a termine l’insurrezione. Gli insorti, invece, a motivo del numero esiguo, vennero repressi prima ancora che le masse potessero entrare in azione.
In questo caso gli errori del Partito comunista d’Estonia sono evidenti. L’esperienza di Reval conferma una volta ancora la giu-stezza del principio leniniano, secondo cui un’avanguardia da sola non ha la possibilità d’agire, per cui l’intervento di questa avanguardia, senza il sostegno attivo della maggioranza della classe operaia, è votato all’insuccesso.
Non è priva d’interesse, infine, la seconda insurrezione di Sciangai del 21 febbraio 1927, sempre dal punto di vista della scelta del giorno dell’insurrezione. La sommossa fu scatenata nel momento in cui lo sciopero generale era già entrato nella fase discendente, cioè quando metà degli scioperanti, sotto l’influsso del terrorismo governativo, era già tornata al lavoro. Due giorni prima il movimento rivoluzionario del proletariato di Sciangai era stato al suo culmine: erano in sciopero circa trecentomila operai. Ma il Partito, in mancanza dell’organizzazione tecnica necessaria, rinviò la data dell’insurrezione. Due giorni andarono perduti in preparativi, e intanto la situazione generale mutò a sfavore del proletariato. Per questo motivo l’insurrezione non poteva riuscire.
L’esempio della seconda insurrezione di Sciangai dimostra come a volte un giorno o due possano avere un’importanza decisiva.
Dopo quanto s’è detto a proposito della scelta del momento opportuno, non ci sarà bisogno di dilungarci sulla questione che a suo tempo (nel 1905, prima dell’insurrezione di dicembre) è stata argomento di discussione tra Lenin e la nuova Iskra (nella persona soprattutto di Martynov), e cioè: si può fissare l’insur-rcxione per una data determinata? Come si sa l’insurrezione di I Retrogrado del 1917 era stata fissata per il 7 novembre, in occasione dell’apertura del II congresso dei Soviet; diverse insurre-xioni proletarie in altri paesi sono state pure stabilite per date ben precise ed eseguite secondo un piano determinato. Indubbiamente è impossibile ordinare per una data fissa la rivoluzione o, comunque, un movimento operaio, “ma stabilire la data dell’insurrezione, se noi l’abbiamo realmente preparata e se la rivoluzione già compiuta nei rapporti sociali la rende possibile, è cosa perfettamente realizzabile… La data dell’insurrezione può essere fissata, purché coloro che la stabiliscono abbiano influenza sulle masse e sappiano valutare con esattezza il momento opportuno.””

L’insurrezione naturalmente non è, nel senso lato della parola, un’operazione puramente militare; è alla base e innanzi tutto un potente movimento rivoluzionario, un potente slancio delle masse proletarie contro le classi dominanti, o almeno della frazione attiva delle masse che può anche non costituire numericamente la maggioranza del proletariato. È una lotta attiva e risoluta, condotta dalla maggioranza attiva al momento decisivo e nel punto decisivo. Le operazioni militari dell’organizzazione tattica devono coincidere con il culmine del movimento del proletariato. Solo a queste condizioni può riuscire l’insurrezione. Anche la più favorevole delle situazioni rivoluzionarie non basta a garantire la vittoria della rivoluzione. L’insurrezione deve essere organizzata da un partito. Il potere non verrà da solo, bisogna impadro-nirsene. “Il vecchio governo, anche in preda alla crisi, non cadrà se non lo si farà cadere.” (Lenin).

È proprio in questo senso che Lenin, nel già citato II marxismo e l’insurrezione, dopo l’enumerazione delle condizioni politiche che garantiscono il successo dell’insurrezione, scriveva:

E per trattare l’insurrezione da marxisti, cioè come un’arte, dobbiamo nello stesso tempo, senza perdere un minuto, organizzare uno stato maggiore delle squadre insurrezionali, ripartire le nostre forze, mettere i reggimenti fedeli nei punti più importanti, circondare il Teatro Alessandro, occupare la fortezza di Pietro e Paolo,11 arrestare stato maggiore e go-verno, mandare contro gli allievi ufficiali e contro la “divisione selvaggia” delle squadre pronte a sacrificarsi piuttosto che lasciar entrare il nemico nel centro della città, mobilitare gli operai armati, chiamarli a un’ultima accanita battaglia, occupare simultaneamente il telegrafo e il telefono, installare il nostro stato maggiore insurrezionale nella centrale telefonica, collegarlo col telefono a tutte le officine, a tutti i reggimenti, a tutti i punti dove si svolgerà la lotta armata, ecc.12

Lenin non era soltanto il grande stratega della rivoluzione, ma comprendeva anche meglio di chiunque la tesi di Marx, così ricca di contenuto, “l’insurrezione è un’arte,” e la seppe applicare da maestro alla lotta pratica per il potere. Solamente con la valutazione esatta del momento dell’insurrezione e solamente trattando l’insurrezione come un’arte, ossia applicando tutte le misure politiche, tecniche e tattiche necessarie, è stata resa possibile la rivoluzione d’Ottobre.

Per quanto riguarda la preparazione alla lotta decisiva del proletariato per il potere, se si vuole esaminare la questione solo sotto l’aspetto politico generale, è indispensabile sapere quando orientare tutta l’azione politica del Partito alla preparazione pratica diretta (politica e tecnica) dell’insurrezione, quando dare alle masse delle parole d’ordine quali quella del controllo operaio sulla produzione, quella dei comitati contadini per l’occupazione di fondi dei grandi agrari e dello Stato, quella della guardia rossa, dell’armamento del proletariato, del disarmo della borghesia, dell’organizzazione dei Soviet e della presa del potere da parte degli insorti in armi, ecc., cioè sapere quando spostare il centro di gravita dell’agitazione pratica quotidiana verso le parole d’ordine dello scopo ultimo della lotta delle classi lavoratrici, e quando concentrare tutta l’attenzione del Partito sulla mobilitazione delle masse attorno a queste parole d’ordine, che devono diventare, vista la situazione, le parole d’ordine dominanti del momento.

Questo momento è, insomma, l’inizio di una fase nuova della vita del Partito e del proletariato in genere. Determinare con esattezza questo inizio non è meno difficile che determinare l’inizio dell’insurrezione. Se viene fissato troppo presto, cioè quando la situazione generale richiede ancora l’agitazione e la propaganda per le rivendicazioni parziali ordinarie delle masse, quando que-sic ultime sono ancora insufficientemente preparate alle parole d’ordine della lotta finale e alla lotta stessa, senza essere pervase n sufficienza dello spirito rivoluzionario, quando il nemico non e abbastanza sprofondato nelle contraddizioni, allora le parole d’ordine della lotta finale restano inascoltate dalle masse, l’appello al combattimento attraverso queste parole d’ordine risul-inà troppo brusco e inatteso, mentre la decisione del Partito <ircu il mutamento d’orientamento nel senso della preparazione diretta dell’insurrezione, risultando inefficace, non porterà a nes-.ooiiiio sbocco positivo.
D’altro canto ogni manifestazione di “normalismo” sulla questione del mutamento d’orientamento del Partito e della sua azione saranno sempre gravidi di conseguenze che rischiano di rivelarsi pregiudizievoli per la preparazione dell’insurrezione e per tutto l’andamento della sollevazione, oltre al fatto che una dilazione eccessiva può polverizzare la lotta per il potere nel periodo determinato, mentre una buona politica del Partito e una saggia soluzione del problema del mutamento d’orientamento nel senso della preparazione diretta per la presa del potere possono rendere la lotta, oltre che realizzabile, vittoriosa.
Se dell’insurrezione si esamina soltanto l’aspetto militare, è chiaro che, al pari di ogni operazione militare, essa non potrà essere improvvisata, ma richiederà una preparazione lunga, sistematica e completa, con molto anticipo sulla data prestabilita. Se non si considera l’insurrezione come un’arte e se non la si prepara sistematicamente e oculatamente in tutti i suoi aspetti, oltre che dal punto di vista strettamente militare, è inutile sperare nella sua riuscita, quand’anche la situazione politica generale sia favorevole alla presa del potere da parte del proletariato. Tale principio vale per tutti i paesi, ma soprattutto per quelli in cui la borghesia, grazie a un predominio protratto nel tempo, abbia avuto modo di costituire una macchina governativa agile e potente. E quindi, anche partendo da considerazioni strettamente militari, senza parlare degli altri importantissimi elementi politici, è assolutamente indispensabile che il Partito prenda in tempo utile una decisione su questa questione: orientarsi sulla preparazione diretta all’insurrezione, oppure continuare a mobilitare le masse nella lotta per le rivendicazioni quotidiane della classe operaia?
Attraverso un’acuta analisi della situazione del paese, attraverso il collegamento opportuno e diretto con le masse, attraverso la conoscenza della situazione dell’avversario e della direzione della sua politica interna ed estera, il Partito deve trovarsi in grado di prevedere in tempo utile l’approssimarsi d’una situazione rivoluzionaria, orientando tempestivamente tutta la sua opera politica e organizzativa alla preparazione diretta dell’insurrezione.

Una delle cause della sconfitta della rivoluzione tedesca nel 1923 fu che il Partito comunista tedesco si era orientato troppo tardi alla preparazione diretta dell’insurrezione, mentre con una direzione bolscevica nel Partito si sarebbe potuto prevedere l’avvicinarsi della situazione immediatamente rivoluzionaria fin dal momento dell’occupazione (o almeno subito dopo l’occupazione) del Reno e della Ruhr da parte delle truppe francesi. In quel momento, appunto, iniziò in Germania una profonda crisi politica ed economica. Fu in quel momento che, in certe regioni (Sasso-nia, Halle, Merseburgo, ecc.) cominciarono a costituirsi, per iniziativa degli stessi operai, le centurie proletarie di combattimento. Ciò nonostante il Comitato centrale del Partito comunista si orientò all’armamento degli operai e all’insurrezione soltanto all’inizio d’agosto, in occasione dei tre giorni di sciopero generale che portarono al rovesciamento del governo Cuno (nazionalista). Si era perduto troppo tempo: le centurie proletarie si costituirono senza gli opportuni quadri, senza la giusta direzione; presso l’esercito e la polizia il lavoro politico era stato condotto in misura insufficiente; tutto questo, non disgiunto da altri fattori negativi,13 non poteva non influenzare l’esito della crisi rivoluzionaria dell’autunno 1923.

Il Partito comunista tedesco, o più esattamente la sua direzione, non comprese in tempo l’importanza dell’occupazione della Ruhr e del Reno da parte francese, non valutò nella giusta misura le gravi perdite dell’economia tedesca (pari all’80% della produzione siderurgica e al 71% di quella mineraria) e neppure il significato della politica di resistenza “passiva” del governo. Per questi motivi non fu in grado di prevedere in tempo utile la crisi economica che si generò nel seguito della crisi rivoluzionaria.
D’altro canto, se il Partito comunista cinese, subito dopo la sfortunata insurrezione del febbraio 1927 a Sciangai, non avesse compreso che la situazione era ormai favorevole a una nuova insurrezione rivoluzionaria, e se non vi si fosse preparato con tanta energia e a costo di qualsiasi sacrificio, l’insurrezione del 21 marzo, quand’anche fosse comunque riuscita (grazie a condizioni straordinariamente propizie), sarebbe certamente costata ben più di quanto costò essendo stata così accuratamente predisposta.
Altrettanto dicasi per il Partito bolscevico russo nel 1917. Il I ermo orientamento del Partito tutto teso verso la presa del po-icre da parte dei Soviet era stato adottato fin dall’arrivo di Lenin (lesi d’aprile). A partire da quel momento, tutto il lavoro politico e organizzativo del Partito fu coscientemente diretto alla prepara-/ione delle masse per la presa del potere. È agevole immaginarsi die cosa sarebbe accaduto se Lenin avesse esitato su questo punto essenziale, se avesse tardato ad effettuare il mutamento d’orientamento, o se il Partito avesse adottato la posizione che in seguito assunsero Zinov’ev, Kamenev e altri. Naturalmente in questo caso non si sarebbe neppure parlato in ottobre di vittoria, poiché la situazione estremamente favorevole dell’ottobre 1917 non derivava solamente da cause obbiettive (prolungamento della guerra, crisi economica, rivoluzione contadina, ecc.) né si era, per così dire, creata da sola, ma in larga misura era il frutto dell’azione cosciente del Partito bolscevico sugli eventi (educazione rivoluzionaria delle masse, lavoro organizzativo tra il popolo, presso l’esercito, nella flotta, ecc.).
A titolo illustrativo si potrebbero citare molti altri esempi, ma non ce n’è bisogno. L’importanza della questione qui esaminata e la necessità della sua giusta soluzione sono ormai chiare. È un problema non meno importante, per quanto riguarda la preparazione dell’insurrezione, del problema della scelta del momento dell’assalto in presenza d’una situazione rivoluzionaria pervenuta a maturazione.
Piuttosto è opportuno soffermarsi ancora su di una questione di principio, quella delle insurrezioni parziali del proletariato.
La rivoluzione proletaria non segue certamente una linea retta, ma procede attraverso sbalzi e trionfi parziali, a riflussi e a cedimenti temporanei. La vittoria definitiva della rivoluzione non è concepibile senza queste salite e queste discese sul lungo cammino del suo sviluppo. In questa lotta rivoluzionaria prolungata il proletariato si irrobustisce, impara a conoscere le proprie forze, le forze e la politica dell’avversario, giungendo, grazie a questa esperienza, a formarsi una politica e una tattica congeniali, accumulando gli insegnamenti della storia, entrando in combattimento con energia rinnovellata per realizzare i suoi obbiettivi di classe. In tal senso le sconfitte temporanee subite dal proletariato non vanno considerate soltanto come disfatte, poiché ciascuna contiene gli elementi di un trionfo che fatalmente giungerà. Ha detto Engels: “Gli eserciti battuti hanno fatto buona scuola.” Queste parole ammirevoli valgono a maggior ragione per gli eserciti rivo-luzionari, reclutati tra le classi progressive (Lenin). Senza la prova generale del 1905, per esempio, non si potrebbe concepire il trionfo del proletariato russo nell’ottobre 1917. Senza una serie di vittorie e di pesanti sconfitte, che costarono innumerevoli sacrifici in questi ultimi anni al proletariato cinese, non si potrebbe spiegare il trionfo conclusivo della rivoluzione proletaria in Cina. Sono fatti incontestabili. È appunto su questo piano che bisogna porre la questione delle insurrezioni, non più generali, bensì parziali, della lotta parziale (non universale) del proletariato e dei paesi oppressi contro le classi dominanti. In La guerra -partigiana Lenin scriveva:

È assolutamente naturale e inevitabile che l’insurrezione assuma una forma più alta e completa, la forma di una guerra civile prolungata che investa tutto il paese, ossia di una lotta armata tra due parti del popolo. Tale guerra potrà essere concepita solamente come una serie di grandi battaglie poco numerose, separate da intervalli molto lunghi e, negli intervalli, una massa di piccole scaramucce. Se così è, come veramente è, la socialdemocrazia deve assolutamente proporsi di creare le organizzazioni più idonee possibili a condurre le masse tanto nelle grandi battaglie quanto, eventualmente, nelle piccole scaramucce.

Questo combattimento, che occupa lunghi intervalli di tempo, non può essere visto come una vittoria continua senza né insuccessi né sconfitte parziali. Capita spesso che il proletariato intervenga, armi in pugno, contro il potere, senza avere possibilità decisive di vittoria, ma comunque costringendo le classi dirigenti a soddisfare questa o quella delle sue rivendicazioni. Non è lecito pensare che l’intervento armato del proletariato sia ammissibile soltanto dietro un’assoluta garanzia di vittoria. Questa è un’illusione. L’insurrezione armata è un’operazione “che poggia sui principi dell’arte militare” e, in quanto tale (come ogni operazione) non può dare una garanzia assoluta di successo. Le sconfitte, motivate da questa o quella circostanza, anche soltanto di natura puramente soggettiva (il proletariato non ha sempre e non avrà sempre dei dirigenti in numero sufficiente o sufficientemente preparati dal punto di vista tecnico e militare) saranno sempre possibili e, anzi, inevitabili.
Marx scriveva a Kugelmann, il quale a proposito della Comune di Parigi si era permesso di esprimere dei dubbi sulle poche probabilità a favore dei Parigini:
“Evidentemente sarebbe molto comodo fare la storia se si intraprendesse la lotta soltanto con possibilità di vittoria assolutamente certe.
“La canaglia borghese di Versailles aveva posto ai Parigini questa alternativa: raccogliere la sfida o arrendersi senza combattere. In questo secondo caso la demoralizzazione della classe operaia sarebbe stata una sfortuna ben più grave della perdita di tutti i capi che volete.”14
Anche nella nostra epoca, non possono forse verificarsi (e anzi si verificano) situazioni del genere, per cui il proletariato di un dato paese o di un dato centro industriale, senza avere nessuna possibilità di vittoria, si vede comunque costretto da queste o quelle condizioni, e soprattutto per le provocazioni delle classi dirigenti, a impegnarsi nella lotta armata? Non si sono forse visti esempi di sollevazione spontanea (per esempio a Cracovia nel 1923, a Vienna nel 1927, ecc.), in cui il proletariato, senza darsi pensiero dell’esito della battaglia, ha preso le armi, entrando in lizza? Potrà mai il partito proletario rifiutarsi di partecipare alla lotta delle masse, rifiutarsi di guidarla, condannarla, dichiararsi neutrale? Un partito del genere cesserebbe d’essere il partito del proletariato, ben meritando di vedere le masse voltargli le spalle con disprezzo.
Il Partito comunista prende parte accesissima a qualsiasi lotta delle masse, a qualsiasi scontro armato, si mette alla testa delle masse, le guida, indipendentemente dalle condizioni nelle quali la lotta ha luogo, sia con il 100% di probabilità di vittoria sia senza alcuna speranza. Il Partito, in quanto avanguardia della classe, ha il dovere di decidere dell’utilità o dell’inutilità dell’azione prima che abbia inizio la battaglia, e di operare di conseguenza la propria agitazione tra le masse.
Ma una volta impe-gnata la lotta armata, non può più avere esitazione alcuna su ciò che deve fare, cioè sostenerla e guidarla. In casi del genere il Partito deve comportarsi come si comportò Marx durante la Comune di Parigi, come si comportò Lenin durante le giornate del luglio a Pietrogrado. Fin dal settembre 1870 Marx ammonì i Parigini contro l’insurrezione, da lui giudicata una follia, ma una volta scoppiata la sommossa, si schierò a fianco degli insorti. Scriveva Marx durante la lotta del proletariato parigino:
Qualunque cosa accada dell’insurrezione parigina, se anche viene schiacciata dai lupi, dai porci e dai cani repugnanti della vecchia società, pure essa resterà l’impresa più gloriosa del nostro partito dopo l’insurrezione di giugno.15
Come sì sa, Lenin era contrario all’insurrezione di luglio, e avvertiva: “Non è ancora venuto il momento.” Ma dopo che le masse furono scese nelle piazze, egli si trovò con loro.
Vi sono diversi tipi d’insurrezione: le insurrezioni vittoriose, le insurrezioni di massa che però finiscono nell’insuccesso, la piccola guerra per bande (scontri armati limitati), le insurrezioni-putsch, cioè quelle organizzate semplicemente da un partito o da un’organizzazione qualsiasi senza la partecipazione delle masse.
II criterio principale dell’atteggiamento del Partito nei confronti di questi tipi diversi d’insurrezione è questo: vi prendono o non vi prendono parte le masse? Il partito ripudia i putsch, i colpi di mano, in quanto manifestazione d’avventurismo piccolo borghese. Il Partito sostiene e dirige invece ogni lotta di massa, comprese le piccole scaramucce o le operazioni partigiane, purché le masse vi prendano realmente parte.
Sarebbe però errore grave e grossolano trame la conclusione che, se questo o quel settore del proletariato è disposto a scendere in lotta contro il suo nemico di classe, il Partito sia costretto, indipendentemente dalle circostanze generali e locali, a lanciare l’appello all’insurrezione. Un partito del genere sarebbe indegno del nome di dirigente della classe d’avanguardia.
Insurrezione – diceva Lenin nel 1905 – è una parola grossa. L’appello all’insurrezione è una faccenda estremamente seria. Quanto più si complica l’ordinamento sociale, quanto più è perfetta l’organizzazione al potere, quanto più è raffinata la tecnica militare, tanto più è imperdonabile il ricorso a cuor leggero a una simile parola d’ordine.
Quando chiama le masse all’insurrezione, il Partito deve sempre tener conto dei risultati. Deve sapere che delle sollevazioni isolate non possono registrare il successo decisivo. Suo compito è chiamare le masse all’insurrezione nel momento in cui la congiuntura locale e generale sia più favorevole al successo, in cui il rapporto delle forze è a favore della rivoluzione, in cui esiste la fondata speranza di impadronirsi del potere, se non in tutto il paese contemporaneamente, almeno in quei centri idonei a servire da piattaforma per lo sviluppo ulteriore della rivoluzione.
A titolo esemplificativo del modo in cui non ci si deve comportare in fatto di appello all’insurrezione, si possono citare alcune esperienze di certe organizzazioni del Partito comunista cinese. In diverse province (Petcili, Hunan, ecc.) le organizzazioni comuniste, a cavallo tra il 1927 e il 1928, costatata la presenza di una situazione immediatamente rivoluzionaria, chiamarono ripe-tutamente all’insurrezione le masse proletarie, senza chiedersi se queste insurrezioni avessero qualche probabilità di riuscita, se avrebbero rafforzato o indebolito le posizioni del proletariato. In questi appelli, in questi tentativi d’organizzare l’insurrezione si rispecchiava la mentalità d’estrema sinistra tipica di una certa frazione del Partito comunista cinese.
Il Partito sostiene qualsiasi insurrezione di massa. Tuttavia, se l’insurrezione non esplode spontaneamente, ma è organizzata dal Partito, se le masse scendono in lotta armata su invito del Partito, quest’ultimo ha la responsabilità della scelta del momento e della condotta della lotta.

L’insurrezione è un’arte, come la guerra, o come qualsiasi altra arte, ed è soggetta a certe norme, la cui mancata osservanza comporta la rovina del Partito che se ne renda colpevole. Queste regole, che sono delle deduzioni circa la natura dei partiti e delle circostanze da considerare, sono talmente chiare e semplici che per impararle è bastata ai Tedeschi la breve esperienza del 1848. In primo luogo non giocare mai con l’insurrezione, se non si è decisi ad affrontare tutte le conseguenze del gioco. L’insurrezione è un calcolo che presenta grandezze incognite, il cui valore può mutare da un giorno all’altro; le forze che si combattono hanno il vantaggio dell’organizzazione, della disciplina e dell’autorità tradizionale. Se non si è in grado di opporre ad esse delle forze superiori, si è sconfitti, si è perduti. In secondo luogo, una volta scelta la via rivoluzionaria, si agisca con la massima determinazione e si prenda l’offensiva; la difensiva è la morte di ogni sollevazione armata: è la fine, prima ancora di scendere in campo contro il nemico. Si attacchino gli awersari alla sprovvista, mentre le sue truppe sono disperse; si faccia in modo di registrare ogni giorno nuovi successi, anche se esigui; si mantenga l’ascendente morale che ha portato alla prima sollevazione vittoriosa; si raccolgano gli elementi che seguono sempre la spinta più possente e che si schierano sempre dalla parte più sicura; si costringa il nemico a battere in ritirata prima di essere riuscito a radunare le proprie forze. Secondo le parole di Danton, il più grande maestro di tattica rivoluzionaria finora conosciuto: de l’audace, de l’audace, encore de l’audace™

Nell’esaminare i problemi dell’insurrezione noi avremo sempre presente, d’ora in poi, questo notevole passo di Marx, così ricco di contenuto e di profondità di pensiero, in base al quale si sono orientati Lenin e il Partito bolscevico nella loro tattica insurrezionale, e che deve servire da fio conduttore a tutti i partiti comunisti nella preparazione e nella condotta della lotta armata per il potere.

Nel mettere in luce le caratteristiche delle diverse insurrezioni nei vari Paesi, dedicheremo la nostra attenzione non soltanto ai problemi di principio, ma anche, ovunque ciò sia possibile (nella misura in cui disporremo di dati precisi), ai dettagli concernenti le questioni d’organizzazione tecnica e di tattica militare nei preparativi d’insurrezione e in occasione dell’insurrezione vera e propria.

Un esame, per quanto completo possibile, dei vari esempi d’insurrezione offerti dalla storia ci fornirà del materiale che ci consentirà di trarre certe conclusioni generali in fatto d’organizzazione e di condotta della lotta armata del proletariato.
La storia della lotta di classe del proletariato internazionale nel XX secolo è già estremamente ricca di esempi di lotta armata. Il nostro compito non comporta l’esame di tutte le insurrezioni proletarie e neppure delle più importanti. Ci limiteremo ad analizzare gli esempi più caratteristici, che sono poi i più istruttivi tanto dal punto di vista dei principi politici, ossia della valutazione delle condizioni sociali e politiche e della scelta del momento dell’insurrezione, quanto dal punto di vista della preparazione e della condotta militare dell’insurrezione stessa.

1 LENIN, Le opere, Gli insegnamenti dell’insurrezione di Mosca, Editori Riuniti, 1970, p. 437.

2 II blanquismo è una dottrina rivoluzionaria che deve la sua origine al comunista rivoluzionario francese Auguste Blanqui (1805-1881). La dottrina di Blanqui è a contatto diretto, su molte questioni sociali e politiche di fondo, con il marxismo moderno, di cui è stata, anzi, l’immediata precorritrice. Blanqui era comunista e materialista, però non dialettico. Era partigiano dichiarato della lotta di classe e della dittatura di un partito proletario centralizzato. Credeva fermamente nel ruolo creatore della violenza
nel processo storico.
Come dice Engels, Blanqui era “un rivoluzionario della vecchia generazione.” Paul Froelich (si veda il suo brillante articolo sul blanquismo nella rivista “L’Internazionale comunista,” 1925, n. 12) dimostra l’esattezza di tale definizione e aggiunge: “È l’espressione più viva, il rappresentante classico dell’epoca delle rivoluzioni che segna il passaggio tra l’epoca borghese e l’epoca proletaria, cioè del momento in cui portavoce cosciente della rivoluzione era ancora la borghesia, ma era già anche il proletariato. In qualità di rappresentante di quell’epoca, per la sua origine come per la sua attività, egli servì da anello di collegamento tra il giacobinismo e il comunismo moderno.” Froelich ha perfettamente ragione.
La tattica di Blanqui consisteva nell’effettuare una rivoluzione, nell’aprire una breccia nel regime borghese, nell’impadronirsi al momento buono del potere, servendosi di un’organizzazione armata segreta, fortemente inquadrata e centralizzata, per trascinare poi dietro di sé il proletariato. Blanqui non comprendeva, né poteva comprendere, la necessità di certe condizioni senza le quali l’insurrezione non può essere vittoriosa. Tutti i tentativi d’insurrezione preparati da lui stesso e dai suoi discepoli fallirono. Il proletariato, rappresentato da Blanqui, non aveva ancora compiutamente preso coscienza di sé come classe, non si era ancora abbastanza cristallizzato, apparteneva ancora alla piccola borghesia. Rapporti sociali non ancora maturi diedero vita a una teoria non ancora matura.
Il marxismo-leninismo ha ereditato dal blanquismo la necessità di organizzare e di preparare la rivoluzione, la necessità e la fatalità di un’implacabile lotta armata contro il potere costituito, però non ha potuto accettare le idee del “rivoluzionario della vecchia generazione” intorno alla tecnica del complotto. A lato della preparazione sistematica della rivoluzione, Marx e Lenin allineano la necessità delle premesse economiche e sociali dell’insurrezione (possente balzo rivoluzionario del proletariato), senza le quali è impossibile concepir vittoria.
Bernstein accusava a sua volta Marx di blanquismo. Oggi è tutta la Seconda Internazionale che accusa l’Internazionale comunista di blanquismo, ponendo sullo_ stesso piano blanquismo e comunismo. Nel calunniare così i comunisti, i socialdemocratici rappresentano il rivoluzionario convinto del passato, Blanqui, come un fanatico piccolo-borghese.
3 LENIN, Le opere, II marxismo e l’insurrezione, Editori Riuniti, 1970, pp. 949-950.
4 LENIN, Le opere, Editori Riuniti, 1970, p. 197
5 LENIN e ZINOV’EV, Cantre le courant, t. I, pp. 148-149, Bureau d’Éditions, Paris.
6 Si veda nel libro La malattìa infantile del comunismo la battaglia di Lenin contro i dottrinarismo d’estrema sinistra al III Congresso dell’I.C., e, in particolare, i suoi articoli e discorsi del settembre-ottobre 1917.
7 Programma dell’I.C., capitolo VI.
8 LENIN, Le opere, II marxismo e l’insurrezione, cit., pp. 950-951
9 Certi “teorici” del comunismo tedesco vararono in quella occasione la “teoria dell’offensiva,” ossia la teoria dell’assalto rivoluzionario, in base al seguente ragionamento: poiché la guerra imperialista del ’14-’18 e la rivoluzione d’Ottobre hanno inaugurato l’era delle rivoluzioni proletarie, la sola tattica giusta dell’I.C. deve essere quella dell’assalto rivoluzionario per rovesciare la borghesia. Questi “teorici” non facevano però i conti con il principio leninista secondo cui il capitalismo, nell’epoca della sua dissoluzione, è ancora capace di sussulti temporanei, nel corso dei quali la tattica dell’assalto rivoluzionario deve essere sostituita da un’altra, più conveniente, ma non per questo meno rivoluzionaria.

10 LENIN, Le opere, Due tattiche, Editori Riuniti, 1970, pp. 432-433.
11 Al Teatro Alessandro di Pietrogrado teneva le sue riunioni la Conferenza democratica. La fortezza di Pietro e Paolo, sulla Neva, di fronte al Palazzo d’Inverno, serviva da carcere per i prigionieri politici, aveva
un grande arsenale e rappresentava un importante punto strategico.
12 LENIN, Le opere, II marxismo e l’insurrezione, cit., pp. 953-954.
13 Trascuriamo di parlare, in questa sede, degli errori opportunisti del Comitato i mirale del P.C. tedesco su diversi punti, errori che hanno avuto un peso preponde-iMute sulla disfatta della rivoluzione del 1923. Di questo argomento si è occupato a l” “n. Io il V Congresso dell’I.C. Qui ci riferiamo soltanto a certi fattori di natura politico-imi ilaiv.
14 lettere di Marx a Kugelmann, citazione da Lenin.
15 Lettere di Marx a Kugelmann, citazione da Lenin.
16 Questa traduzione italiana è fedele al testo francese originale. Comunque è Lenin che, in Consigli ài un assente, cita da Marx. Cfr. K. MARX-F. ENGELS, Rivoluzione e controrivoluzione in Germania, in II 1848 in Germania e in Francia, Roma, Edizioni Rinascita, 1948, p. 99.

L’insurrezione di Reval

La situazione politica generale in Estonia nel 1924

L’insurrezione proletaria del 1° dicembre 1924 a Reval ci offre un esempio estremamente istruttivo, sotto ogni aspetto, della lotta armata di una parte del proletariato estone. Lo studio di questa vicenda è assolutamente indispensabile a tutto il proletariato rivoluzionario internazionale e a tutti i partiti rivoluzionari che si preparino seriamente alla conquista del potere politico.
Nell’autunno del 1924 la situazione politica in Estonia1 era ritenuta dal Partito comunista favorevole all’organizzazione di una insurrezione vittoriosa e all’istituzione della dittatura del proletariato. Ecco, in grandi linee, come questa organizzazione era caratterizzata.
Fino al 1924 l’industria e il commercio erano stati in larga misura finanziati con i sussidi governativi, forniti dalla Banca d’emissione soprattutto a spese delle riserve auree. All’inizio del 1924 i partiti d’opposizione accertarono che queste riserve erano state quasi completamente saccheggiate ad opera degli amici del partito dirigente degli agrari e della alta borghesia. In Parlamento si formò un raggruppamento di partiti d’opposizione piccolo-borghesi che, sotto il nome di Lega democratica (democristiani, nazionaldemocratici, operaisti) costituì una coalizione governativa di centro con il concorso dei socialdemocratici.

Il nuovo governo si vide costretto a bloccare i crediti agli agenti di cambio e agli speculatori della grande borghesia e degli agrari, provocando però la serrata generale delle fabbriche e una serie di imponenti fallimenti. Nell’estate del 1924 la disoccupazione raggiunse proporzioni inaudite per l’Estonia: 15.000 senza lavoro. Nel corso dell’estate il numero degli operai occupati scese a soli 6.000.
La caduta del marco, verificatasi in autunno, fece salire il costo della vita del 150% circa, mentre i salari rimanevano immutati. La bilancia commerciale con l’estero era in passivo. Il bilancio nazionale era sommerso da uno spaventoso disavanzo. La crisi industriale e commerciale si aggravò ulteriormente con la crisi agricola. Il raccolto del 1923 era andato abbastanza bene, ma le colture invernali s’annunciavano pessime.
I tentativi compiuti dal governo per ottenere nuovi prestiti erano tutti naufragati. Anzi, Inghilterra, Francia e Stati Uniti reclamavano il rimborso dei vecchi prestiti concessi all’Estonia durante la guerra civile e la guerra contro l’URSS.
La criminalità assunse proporzioni senza precedenti nel paese, mentre si diffondevano la corruzione, la concussione e, in genere, la venalità dei pubblici uffici. Secondo le statistiche ufficiali, nel 1919 erano stati puniti 28.000 reati; nel 1922, 44.000; nel 1924, 64.000.
Nell’esercito la disciplina si era considerevolmente allentata. Secondo lo Stato maggiore, ogni soldato o marinaio finiva almeno una volta l’anno agli arresti di rigore.
La classe dirigente rivelava manifesti segni di cedimento. Dopo la formazione del nuovo governo di centro, le beghe intestine e gli scandali sollevati dalle diverse cricche dirigenti avevano assunto proporzioni enormi. La destra accusava apertamente il centro di usurpazione del potere e d’incapacità di far uscire il paese dalla crisi economica e politica; il centro accusava a sua volta la destra di speculazione, di frode, ecc. Al Parlamento questi attacchi si concludevano solitamente con ingiurie e risse. Il Parlamento aveva perduto ogni autorità presso le masse.
Gli agrari e l’alta borghesia reclamavano cinicamente la revisione della Costituzione a favore delle classi possidenti, parlavano della necessità di liquidare il “governo democratico” e di riportare al potere un uomo dal pugno di ferro, un dittatore.
Il governo era praticamente privo di un programma, di qual-siasi mezzo reale per consolidare la propria autorità e per risanare l’economia del paese. La sola incombenza “effettiva” di questo miserabile regime di speculatori falliti, di giocatori d’azzardo e di ubriaconi (il ministro della Difesa fu trovato sbronzo marcio in un vicolo di Re vai) era la guerra accanita contro gli operai e i contadini rivoluzionari. Nel novembre 1924 inscenò un processo monstre a carico di 149 comunisti. A forza di assassini dei capi operai (il presidente dei sindacati Tomp venne passato per le armi durante il processo dei 149 per oltraggio alla corte), a forza di condanne a militanti rivoluzionari e di distruzioni delle organizzazioni operaie, col fuoco, col ferro e col carcere, la borghesia estone sperava di aver la meglio sul movimento rivoluzionario.
Nonostante tutto, durante l’intero anno 1924 le aspirazioni rivoluzionarie della classe operaia e, in genere, di tutti i lavoratori, crebbero rapidamente. Sempre più frequentemente si sentivano gli operai reclamare lo scioglimento del governo e la costituzione del potere operaio e contadino. La manifestazione del 1° Maggio e la settimana antibellicista ai primi di agosto si tennero dietro la parola d’ordine della guerra civile. Ai comizi e alle manifestazioni si univano quasi sempre folti gruppi di soldati. Gli operai non erano i soli a mostrare questo atteggiamento combattivo. Operai agricoli, piccoli coltivatori, contadini poveri e per-sino la piccola borghesia cittadina solidarizzavano con l’agitazione del Partito comunista.
Era chiaro al Partito che il solo sbocco possibile alla situazione stava nell’adottare arditamente la via dei metodi rivoluzionari attivi. In aprile il Comitato centrale decise di orientarsi alla preparazione dell’insurrezione armata. Da quel momento in poi tutte le riunioni e tutte le conferenze convocate dal Partito, tutta l’opera politica e organizzativa del Partito furono intese a preparare le masse all’azione rivoluzionaria e all’adesione dell’Estonia all’Unione sovietica. Tale atteggiamento era dettato dallo stesso rapporto tra le forze sociali, indubbiamente a favore della rivoluzione. Il Partito calcolava di avere con sé in caso di azione per la primavera del 1924, un buon 50% di probabilità di successo. In autunno il rapporto tra le forze reali era ancor più favorevole. Si riteneva che con una buona organizzazione dell’insurrezione il successo non sarebbe mancato.

Preparazione militare dell’insurrezione A partire dalla primavera del 1924 il Partito si ripropose come obbiettivo militare principale la costituzione di forze proletarie capaci di frantumare, al momento dell’attacco, i raggruppamenti a tendenza controrivoluzionaria disposti alla resistenza (scuole militari, ecc.). In primavera, intanto, avevano cominciato a formarsi squadre di combattimento, prima sotto forma di gruppi a tre, con il nome di “gruppi di difesa” o gruppi antifascisti,2 poi sotto forma di gruppi di dieci.
La settimana prima dell’insurrezione di Reval, i gruppi di dieci vennero riuniti in compagnie, e le compagnie in battaglioni di 120-150 uomini ciascuno. Era previsto che in occasione dei primi successi questi battaglioni, o meglio queste intelaiature di battaglione, andassero completati con l’inserimento di operai e di soldati pronti a combattere. Verso l’autunno erano stati così organizzati un migliaio d’uomini in tutto il paese. I due terzi circa di questa forza erano costituiti da operai senza partito.
Per dirigere l’organizzazione delle squadre di combattimento e in genere tutta la preparazione militare dell’insurrezione, vennero designati, accanto al Comitato centrale e ai comitati comunisti delle varie città, degli specialisti militari.
Al momento dell’insurrezione esistevano a Reval tre battaglioni con la seguente forza:
1° battaglione, 170 uomini; 2° battaglione, 120 uomini; 3° battaglione, 110 uomini; totale: 400 uomini.
L’arte militare (impiego del fucile e di alcuni modelli di rivoltella, delle bombe a mano, nozioni elementari di tattica) era già nota alla maggior parte degli uomini. Ce n’erano però alcuni che non sapevano servirsi delle loro armi. Il comando (comandanti di compagnia e di battaglione) era insufficientemente preparato ni suo ruolo di direzione militare, mentre la necessità della segre-le/za e l’impossibilità di convocare frequentemente gli uomini, o anche soltanto i capi intermedi, rendevano estremamente difficile l’istruzione degli uni e degli altri.
Al momento dell’insurrezione l’armamento dell’intera organizzazione di Reval si componeva di:
#) 100 rivoltelle Parabellum, con 50 colpi ciascuna; b) Una sessantina tra carabine e fucili, con una quantità limitata di cartucce; e] 3 mitragliatrici a rotazione manuale, sistema Thomson, con un migliaio di colpi ciascuna;
d) Alcune decine di bombe a mano e 20 bombe ad alto potenziale.
Le forze controrivoluzionarie di Reval, che secondo i calcoli del Partito e dell’organizzazione militare, avrebbero potuto prendere le armi contro l’insurrezione, si componevano di: Scuola di junker e corsi d’allievi ufficiali: 400 uomini; scuola sottufficiali: 200-250 uomini; distaccamento del maggiore comandante la guarnigione: 110-120 uomini; riserva di polizia a cavallo: da 50 a 60 uomini. Totale: da 760 a 830 uomini.
C’erano poi circa cinquecento fascisti armati, che però non rappresentavano una forza di combattimento seria.
Per quanto riguarda la polizia e le unità di guarnigione (un battaglione del 10° reggimento fanteria, un gruppo carri, un battaglione telegrafisti, batterie costiere, artiglieria e una squadriglia dell’aeronautica), il Partito e la sua direzione militare, in base alle informazioni ricevute intorno ai risultati dell’opera di disgregamento e di persuasione politica condotta presso queste unità, stimavano che queste, lungi dal prendere le armi contro gli insorti, una volta scatenata la sollevazione e a patto di una saggia orga-nizzazione, si sarebbero schierate a lato degli operai. Il Partito riteneva il presidio sufficientemente demoralizzato dai nuclei comunisti in seno a ciascuna unità e grazie ai rapporti personali con i soldati, da consentire conclusioni altrettanto ottimistiche.

È opportuno sottolineare che il Partito comunista d’Estonia aveva sempre dedicato la massima attenzione all’agitazione tra le truppe. Nel corso del 1924 tale lavoro era stato ulteriormente intensificato, tanto da assicurare una fortissima influenza del comunismo sull’esercito e, soprattutto, sulle forze di presidio della capitale e sulle unità accantonate nel distretto militare di Pet’ceri (alla frontiera con l’URSS). Se ne aveva la prova anche dai rapporti segreti del comando militare che erano giunti a conoscenza del Partito comunista. Inutile dire che a quest’opera di penetrazione il terrore governativo opponeva ostacoli d’ogni sorta.
Qualche tempo prima dell’insurrezione, però, l’influenza del Partito sull’esercito si era alquanto affievolita: i soldati più anziani, terminata la ferma, erano stati congedati e, con essi, se ne erano andati gli elementi più rivoluzionari. Stavano per giungere le nuove reclute. Tra i giovani dell’ultima leva venne condotta un’intensa agitazione, ma il tono generale della presenza del Partito continuava a scemare: molti dei nuovi nuclei comunisti e dei giovani soldati non avevano avuto il tempo di organizzarsi convenientemente, non erano ancora riusciti a stabilire sufficienti legami con tutti gli elementi rivoluzionari richiamati alle armi.
Questa circostanza doveva giocare un ruolo considerevole in occasione della lotta per il potere impegnata il 1° dicembre dal proletariato di Reval.
Il nucleo attivo del Partito, con il Comitato centrale in testa, avendo soppesato per mesi le possibilità di successo nell’eventualità d’una sollevazione armata, era giunto unanimemente alla conclusione che iniziare l’insurrezione con uno sciopero politico o con altro movimento di massa dei lavoratori significherebbe preannunciare all’avversario l’attacco ed esporre prematuramente le masse operaie alle mitragliatrici dei settari della borghesia che a Reval rappresentavano ancora, nonostante tutto, una forza rilevante. Venne deciso che l’insurrezione delle squadre di combattimento sarebbe stata scatenata all’improvviso per cogliere il nemico alla sprovvista e che soltanto dopo i primi successi si sarebbe organizzato lo sciopero generale, trascinando così le masse operaie al combattimento per concludere la rivoluzione e consolidare il potere nelle mani degli insorti.
Intanto era stata riconosciuta l’inutilità di un’azione contemporanea nelle varie regioni del paese: l’insurrezione doveva iniziare a Reval e a Pernov (in questa seconda città la sommossa non scoppiò in quanto, ricevuti troppo tardi gli ordini, era stato ordinato un rinvio di un giorno e poi, dopo la sconfitta di Reval, l’insurrezione non potè naturalmente aver luogo); dopo l’occupazione di questi due centri, ma soprattutto di Reval, il movimento si sarebbe esteso alle altre città.
Tutto era stato subordinato a questa impostazione della sollevazione improvvisa. I preparativi dell’insurrezione erano stati attuati nella massima segretezza. Fin dalla settimana antibellicista dei primi d’agosto, il Partito non aveva più organizzato interventi delle masse operaie, nel timore di farsi schiacciare anzitempo dalla controrivoluzione. Per sino in occasione del processo dei 149 e della barbara uccisione di Tomp, il Partito aveva evitato di chiamare le masse sulle piazze, ritenendo che, se fosse riuscito a vibrare un colpo secco e inatteso ai punti prestabiliti come obbiet-tivo dell’attacco in preparazione, e nonostante l’enorme superiorità delle forze armate del nemico rispetto agli effettivi dell’organizzazione di combattimento, si sarebbe assicurato il successo dell’insurrezione. Sotto questo aspetto l’organizzazione dell’insurrezione rivelava tutti i caratteri di un complotto.
Alla fine di novembre (qualche giorno prima dell’insurrezione), fu presa la decisione di agire il 1° dicembre di prima mattina (nella notte tra la domenica e il lunedì).
In base al racconto di chi vi partecipò, sappiamo che il piano era articolato come segue: in un primo momento ci si sarebbe impadroniti dello stato maggiore, dei servizi di collegamento, della cittadella (residenza del governo, dell’Assemblea nazionale, ecc.); sarebbero stati arrestati i membri del governo; i prigionieri sarebbero stati liberati; sarebbe stato distrutto l’edificio della riserva di polizia per mettere le mani sui carri armati e servirsene contro le truppe, contro la polizia stessa e contro la Lega fascista, se mai questi avessero osato prendere le difese del governo; ci si sarebbe impadroniti degli aerei; la Scuola militare sarebbe stata messa a sacco; sarebbero stati saccheggiati i depositi di armi e gli arsenali d’artiglieria (presso la Scuola militare si trovavano da 120.000 a 130.000 fucili e materiale bellico d’ogni sorta).
Successivamente si doveva far saltare il ponte ferroviario tra Taps e luriev, al fine di ritardare di qualche giorno i mezzi di trasporto in servizio tra questi due centri, in modo da impedire l’invio di truppe fedeli al governo da luriev a Reval. Si doveva inoltre danneggiare il ponte ferroviario tra Reval e Taps per togliere all’avversario la possibilità di inviare da Taps a Reval un treno blindato carico di controrivoluzionari. Queste due missioni furono più o meno fortunosamente condotte a termine da piccoli
reparti di guastatori. In caso di combattimenti prolungati in Reval, era prevista la demolizione del ponte ferroviario all’imbocco della città. Dopo l’occupazione della capitale sarebbero iniziate altre azioni in direzione di Taps-Narva-Iuriev e Felin, utilizzando le strade ferrate e i trasporti automobilistici.
Per operare l’ammassamento clandestino delle squadre di combattimento, ci si sarebbe garantiti in anticipo la disponibilità di domicili segreti nelle immediate vicinanze degli obbiettivi prestabiliti, nei quali raccogliere anche le armi. Ciascun gruppo doveva entrare in azione in modo tale che l’attacco avesse luogo nello stesso istante in tutti i punti. Il raggruppamento dei reparti doveva essere concluso entro le ore 22 del 30 novembre. A causa del carattere cospiratone dei preparativi, i componenti le squadre non sapevano neppure che si trattava di un’insurrezione il cui inizio era previsto per il 1° dicembre. Era stata loro annunciata soltanto una riunione clandestina alla quale dovevano recarsi ar-mati quelli che possedessero armi. In questi stessi appartamenti segreti, nella notte sul 1° dicembre, i reparti vennero iniziati al maneggio delle armi che sarebbero state distribuite in seguito.
I comandanti di battaglione non riuscirono a radunare tutti gli uomini per l’ora fissata.

Alle 4 del mattino del 1° dicembre, nei diversi punti di convegno, erano riuniti:56 uomini su 170 del 1° battaglione 91 uomini su 120 del 2° battaglione 80 uomini su 110 del 3° battaglione totale 227 uomini su 400 L’insuccesso del concentramento si spiega sicuramente con il fatto che, essendo il 30 novembre una domenica, era stato difficile reperire tutti gli interessati (pochi erano a casa loro). Alcuni, poi, non sapendo che si trattasse dell’insurrezione, si erano rifiutati di recarsi a una normale riunione convocata così tardivamente.
Nonostante il trascurabile numero degli uomini adunati, il Comitato centrale confermò la decisione di iniziare l’attacco il giorno 1° dicembre alle ore 5 del mattino. I battaglioni avevano ricevuto i seguenti obbiettivi:
1° battaglione – Disarmare la scuola degli junker e i corsi allievi ufficiali; impadronirsi delle armerie e subito dopo della stazione ferroviaria. 2° battaglione – Disarmare la riserva di polizia e il reparto comando del maggiore del presidio, trascinare con sé gli uomini del gruppo carri e della squadriglia aerea, assumere il comando di stato maggiore del 10° reggimento e trascinare il battaglione di questo reggimento in soccorso degli insorti.
3° battaglione – Impadronirsi dei centri amministrativi, del telegrafo, della residenza del governo e del Parlamento, del ministero della Guerra, dello Stato maggiore, della stazione del Baltico, e liberare i detenuti del carcere preventivo.

Lo svolgimento dell’insurrezione

II 1° dicembre, alle ore 5 e 15 minuti in punto, tutti i battaglioni entrarono in azione per eseguire le rispettive missioni. L’insurrezione si svolse come segue (v. la cartina in fondo al volume}’.
Operazione del 1° battaglione. La preparazione dell’attacco alla scuola degli junker ebbe un carattere assolutamente fulmineo. Il comandante del battaglione, con i suoi diretti collaboratori, uscì dalla riunione della direzione militare del Partito soltanto alle 4,45 (si trovava così a trenta minuti di cammino dalla scuola degli junker}) per iniziare l’attacco esattamente alle 5,15. In tre quarti d’ora doveva suddividere gli uomini (al punto di riunione si erano recati degli isolati appartenenti a gruppi diversi), distribuire le armi non ancora consegnate, far conoscere al battaglione il suo obbiettivo, informare dei particolari dell’azione i vari gruppi, ecc.
Gli obbiettivi particolari di gruppo erano i seguenti:
a} Un gruppo di 13 uomini doveva impadronirsi del piano inferiore dell’edificio, dove erano alloggiati gli junker (era una caserma a due piani, occupati entrambi dagli }unker}\
b} Un gruppo di 16 uomini doveva impadronirsi del piano superiore del medesimo edificio;
e} Tutti gli altri (a eccezione di 5 uomini) dovevano costituire la riserva e sopprimere l’ufficiale di picchetto;
d} Un gruppo di 5 uomini doveva impadronirsi dello scalo ferroviario entro la cinta della caserma.
Alle ore 5,15, dopo aver eliminati gli ostacoli artificiali intorno alla caserma (in precedenza il comandante di battaglione e i comandanti di compagnia avevano eseguito un’accurata ricognizione delle vie d’accesso), il battaglione s’impadronisce del Circolo ufficiali e il primo gruppo, penetrato al piano inferiore, sopprime l’ufficiale di picchetto e sorprende gli junker nei propri letti. Preleva una gran quantità di fucili e, con qualche colpo di pistola e due o tre bombe a mano, getta in un tale panico i duecento cadetti del primo piano che questi validi difensori dell’Estonia democratica si rifugiano chi sotto le coperte, chi sotto il letto. Molti saltano in strada così come sono, in camicia da notte, e si disperdono per la città.

Il secondo gruppo sferrò con un certo ritardo il suo attacco al secondo piano, scontrandosi con un posto di guardia e subendo l’uccisione di un uomo e il ferimento di due. In tal modo gli junker di quel piano ebbero il tempo di prepararsi e di respingere l’attacco. L’insuccesso del secondo gruppo provocò la ritirata dell’intero battaglione, così che l’assalto alla scuola degli allievi ufidali si concluse con uno smacco. Le armerie rimasero al completo nelle mani dell’avversario. Gli uomini, ad eccezione di 5 o 6, si disperdettero.
Perdite: da parte degli insorti, 1 morto e 2 feriti; da parte degli allievi, 4 morti e 9 feriti.
I cinque uomini inviati a impadronirsi dello scalo ferroviario portarono a termine la loro missione alla perfezione e senza perdite.
Le cause dell’insuccesso del primo battaglione sono abbastanza chiare: prima di tutto l’insufficienza numerica (il nemico era otto volte più forte), in secondo luogo il ritardo del secondo gruppo e, infine, la mancanza di sufficiente tenacia nella lotta per la conquista della scuola. Infatti fin dalla prima contrarietà i gruppi si disperdettero, mentre sarebbe stato facile proseguire la battaglia dopo il cedimento dei duecento allievi ufficiali del piano inferiore.
Operazioni del 2° battaglione. Le forze del secondo battaglione erano ripartite come segue:
a} Attacco alla riserva di polizia a cavallo: 20 uomini. b} Attacco al gruppo carri: 20 uomini. e} Attacco allo stato maggiore del 10° reggimento: 3 uomini.
d} Attacco al 3° battaglione del 10° reggimento: 9 uomini. e} Attacco alla squadriglia aerea: 13 uomini. Ed ecco come si svolsero le operazioni: Compiuta la ricognizione, fu accertato che il reparto di polizia era accantonato in un edificio in legno a 2 piani. Si doveva attaccare questo edificio. Risultò in seguito, tuttavia, che colà abitavano solo pochi poliziotti, mentre il nucleo principale occupava un edificio in pietra contiguo al primo, ma che la ricognizione aveva scambiato per dei bagni pubblici. Per tale motivo, e anche perché il gruppo designato per l’attacco ai carri armati era entrato in azione, aprendo il fuoco, dieci minuti prima del momento stabilito, ciò che mise in allarme la riserva di polizia, l’assalto all’edificio fallì e gli assalitori ripiegarono disperdendosi. Fallì del pari l’attacco al gruppo carri.
La rimessa dei carri armati venne occupata senza la minima difficoltà. Il gruppo di combattimento comprendeva 4 soldati motoristi, tra i quali un sottufficiale comandante di carro, il quale uscì dalla rimessa sul suo veicolo, dirigendosi verso la caserma (distante un chilometro) dove si trovavano gli equipaggi dei carri armati. Questo sottufficiale fu però ucciso da un tenente. Gli altri carri non poterono uscire. L’aiutante del battaglione telegrafisti (accasermato di fronte al gruppo carri) doveva, secondo il piano, condurre quaranta dei suoi uomini a unirsi agli insorti. Questo aiutante era un traditore e quegli uomini non vennero, così fallì l’attacco al gruppo carri.
A motivo di questo insuccesso, l’attacco alla scuola allievi sottufficiali non ebbe luogo, poiché il gruppo all’uopo destinato doveva, all’inizio dell’insurrezione, coprire dalla parte della scuola sottufficiali l’attacco al gruppo carri e, in seguito, con il concorso dei carri armati, dare l’assalto alla scuola.

Lo stato maggiore del 10° reggimento fu preso: tre ufficiali che avevano tentato di resistere furono passati per le armi.
Il 3° battaglione rifiutò di unirsi agli insorti e restò neutrale. I nove uomini colà inviati, considerato il loro numero esiguo e constatata anche l’assenza del battaglione di un nucleo sufficiente di soldati rivoluzionari, non riuscirono a trascinare con sé l’unità. I 13 uomini inviati a sollevare il gruppo dell’aeronautica portarono a compimento la loro missione in modo esemplare. Durante la strada (il gruppo aereo si trovava a due chilometri dalla città) disarmarono l’undicesimo posto di polizia e s’impadronirono di molti fucili e revolver. All’improvviso, senza sparare un colpo, penetrarono nella caserma dove si trovavano un’ottantina di avieri, balzarono sulle armi e dichiararono che il potere era nelle mani degli operai e dei soldati e che agli avieri non restava che unirsi agli insorti. Gli avieri risposero all’unanimità di essere con gli operai rivoluzionari. Gli ufficiali consegnarono le armi e si dichiararono neutrali (evidentemente in attesa di ulteriori informazioni). In seguito questi ufficiali, per la loro neutralità, vennero fucilati con sentenza della Corte marziale.

Gli insorti commisero però un grave errore, che doveva avere per loro e per tutti i partecipanti all’insurrezione conseguenze fatali. Padroni di un distaccamento di cinquanta uomini, di un centinaio di fucili e di dieci mitragliatrici con sufficiente munizionamento, di 10 autocarri e 2 automobili, invece di rientrare in città in aiuto dei compagni, rimasero sul posto, limitandosi a inviare allo stato maggiore insurrezionale una staffetta motociclista con un rapporto e la richiesta dì nuovi ordini. La staffetta non tornò e il gruppo rimase sul posto fino all’arrivo di junker in autoblindo, i quali li dispersero (alle 11 del mattino) dopo aspro combattimento.
Operazioni del 3° battaglione. Per l’esecuzione delle varie missioni le forze del terzo battaglione erano ripartite come segue:
a) Espugnazione del castello di Reval (Parlamento, presidente, autorità governative): 12 uomini.
b] Occupazione della centrale telefoni e telegrafi: 12 uomini.
e] Occupazione del ministero della Guerra e dello stato maggiore generale: 12 uomini.
d) Occupazione della stazione del Baltico: 20 uomini.
e) Occupazione del carcere mandamentale: 12 uomini.
Il gruppo inviato contro la cittadella portò a termine la sua missione. Il posto di guardia, forte di 11 uomini, venne disarmato e l’ufficiale comandante il posto, che aveva tentato di resistere, fu passato per le armi. Il primo ministro riuscì a fuggire. La cittadella rimase nelle mani del gruppo fino al sopraggiungere delle forze controrivoluzionarie, dopo di che gli insorti si dispersero senza offrire molta resistenza.
L’occupazione della centrale telefoni e telegrafi fu portata a compimento rapidissimamente. Gli insorti vi rimasero tre ore, impadronendosi di alcuni agenti di polizia, tra cui il questore ; Iella città in seguito liberato dalle truppe fedeli al governo.
Fallì invece l’attacco al ministero della Guerra, allo stato maggiore generale e alla questura. I detenuti del carcere mandamentale non vennero liberati, poiché la squadra incaricata della missione, non essendo stata avvertita in tempo, rimase inattiva per tutta la durata delle operazioni.
La stazione del Baltico fu occupata senza resistenza. Nel contempo l’occupazione del quinto commissariato di polizia fruttò un bottino discreto di armi. Il ministro delle Strade e delle comunicazioni, che si trovava nella stazione, venne passato per le armi non appena aprì bocca per incitare contro l’insurrezione roloro che gli erano accanto. Per lo stesso motivo fu arrestato il commissario di polizia del quartiere. La stazione rimase in mano agli insorti fino alle 8 del mattino; il gruppo respinse numerosi assalti della polizia a cavallo e degli junker.
In città l’insurrezione fu repressa definitivamente verso le 9 del mattino. Il distaccamento dell’aeronautica fu occupato daiicorpi controrivoluzionari, liberati dopo la disfatta dell’insurrezione all’interno della città, verso le 11 del mattino.

Alla repressione presero parte alcuni plotoni di allievi sottufficiali, alcuni gruppi della scuola allievi ufficiali, lo squadrone di polizia a cavallo e i fascisti. Circostanza caratteristica, la borghesia non affidò questo compito agli ufficiali di reparto: alla testa dei piccoli distaccamenti costituiti in tutta fretta nell’ambito delle unità superiori, si trovavano colonnelli e generali facenti funzione di comandanti di squadra e di plotone.

L’insurrezione di dicembre costò gravi perdite al proletariato di Reval. Senza contare i morti e i feriti in occasione
dell’insurrezione vera e propria, con sentenza della corte marziale furono messi al muro circa cinquecento proletari, tra i quali diverse decine di soldati, e altrettanti vennero incarcerati (il numero degli uccisi nel corso della sollevazione ascendeva a una ventina circa). La borghesia estone, senza esitare davanti ai mezzi più drastici, si vendicò sanguinosamente sul proletariato di Reval di questo tentativo di costituzione del potere degli operai e dei contadini.

Le cause della sconfitta

Quali furono le cause dell’insuccesso dell’insurrezione di Reveli? Quel che è stato detto fin qui circa i preparativi e la condotta dell’insurrezione dimostra come gli insorti abbiano commesso, in fatto di organizzazione e di tattica, una serie di errori gravidi di conseguenze. In linea di massima tali errori si possono così riassumere:

1. La direzione dell’insurrezione aveva sopravvalutato il grado di demoralizzazione delle truppe del presidio nonché la forza organizzativa militare del Partito, Per venire a capo degli obbiet-tivi prestabiliti, le forze erano chiaramente insudicienti. Ciò resterebbe vero anche nell’eventualità che la direzione fosse riuscita a radunare tutti gli appartenenti alle unità organizzative.
La sopravvalutazione del grado di demoralizzazione delle truppe derivò dal fatto che la direzione del Partito, nell’inviare 9 uomini al 3° battaglione del 10° reggimento, contava di trascinare a favore degli insorti il battaglione in blocco, per dargli una parte attiva nel rovesciamento del governo borghese. La stessa osservazione vale per il gruppo carri e per il battaglione telegrafisti. I soldati del 3° battaglione, il battaglione telegrafisti e il gruppo carri simpatizzavano senza alcun dubbio per il Partito comunista, essendo ostili agli ufficiali e a tutto il regime borghese. Queste unità si sarebbero schierate tra i ranghi degli insorti se soltanto si fosse trovato tra esse un nucleo solido di comunisti o della Gioventù comunista, o anche soltanto un gruppo di soldati rivoluzionari che avessero ricevuto in anticipo dal Partito istruzioni precise e che fossero capaci di opporre resistenza al comando reazionario.
Non fu cosi. Invece di orientare l’intera azione alla partecipazione dei soldati e dei marinai all’insurrezione, a unità intere o almeno mediante frazioni precostituite, invece di organizzate un’opportuna agitazione politica in seno all’esercito, il Partito comunista aveva isolato i soldati rivoluzionari dalle rispettive unità per mandarli a raggiungere i gruppi d’operai. E questo era stato un grave errore. Era semplicemente ingenuo illudersi che il battaglione del 10° reggimento, privo dei soldati comunisti, si sarebbe schierato attivamente a fianco degli insorti, semplicemente in risposta all’appello di nove operai sconosciuti. Immaginatevi la situazione: ore 5,15 del mattino, oscurità profonda, il battaglione immerso nel sonno.
Viene svegliato da un gruppo sparuto di uomini che nessuno conosce, i quali assicurano che è scoppiata l’insurrezione e invitano il battaglione a unirsi agli insorti. I soldati questa insurrezione non la vedono, le strade sono deserte, non ci sono operai in giro. Nulla sanno dei preparativi di sollevazione. Quale comporta-mento ci si poteva attendere da parte loro? Il battaglione, come era ovvio prevedere, resta in posizione di neutralità, in attesa di nuovi sviluppi. La stragrande maggioranza dei soldati non sa chi ha organizzato la rivolta, se gli operai o non, per caso, i fascisti. Mi pare quindi che, se qualcosa ci si poteva attendere da questo battaglione (cosa del resto verosimile, poiché non prese parte all’azione contro gli operai e venne parzialmente disarmato), ciò si sarebbe verificato soltanto se gli si fosse presentato davanti un gruppo più nutrito d’uomini o se tra le file vi fossero stati da tempo dei comunisti e dei soldati rivoluzionari organizzati.

2. Il piano d’insurrezione e gli obbiettivi dei diversi gruppi non corrispondevano alle reali forze dell’organizzazione tattica. Se si osserva bene la ripartizione delle forze e degli obbiettivi cor-rispondenti, non si può fare a meno di concludere che la dire-xione dell’insurrezione si era sforzata di essere ugualmente forte ni ogni punto, mentre mancava degli effettivi necessari allo \copo: di qui la grave dispersione degli uomini. Che cosa poteva arrecare di veramente buono, e che cosa arrecò in effetti agli insorti dal punto di vista del loro rafforzamento e dell’indebolimento delle forze nemiche, l’occupazione immediata di ob-biettivi come lo scalo interno della scuola allievi ufficiali, la stazione del Baltico o anche la cittadella con tutti i servizi governativi? I gruppi che portarono a termine con successo queste missioni, occupando lo scalo, la stazione e la cittadella, esercitarono un’influenza in fondo trascurabile sullo sviluppo dell’insurrezione.

Ci sembra che, una volta decisa l’insurrezione, sarebbe stato più ragionevole, almeno in un primo momento, alle 5,15 del mattino, concentrare le forze sulla conquista dei quattro o cinque obbiettivi più importanti, per dirigersi soltanto in seguito, ottenuto il primo successo, sugli obbiettivi di ordine immediatamente successivo dal punto di vista dell’importanza. Gli obbiettivi principali potevano essere, per esempio, il battaglione del decimo reggimento, il gruppo carri e la squadra aerea, il carcere mandamentale e la scuola allievi ufficiali (o quella dei sottufficiali). Dopo aver liberato i detenuti, aggregati il battaglione del 10° reggimento e gli avieri, magari anche senza il successo completo nella scuola allievi ufficiali, la lotta per gli obbiettivi successivi ne sarebbe stata enormemente facilitata, e quanto meno gli insorti avrebbero potuto disporre di una forza ragguardevole che avrebbe loro permesso di operare a seconda delle circostanze.

Dal punto di vista militare il piano insurrezionale nel suo complesso non era stato studiato fino in fondo: non era stato rispettato il principio della concentrazione delle forze sugli obbiettivi principali.
Inutile sottolineare che le operazioni del gruppo incaricato di occupare l’accantonamento dell’aeronautica costituirono semplicemente un cumulo di errori. L’indecisione dopo il primo successo dimostra come non si debba assolutamente agire nel momento dell’insurrezione. Anche in questo caso si deve risalire all’errore della direzione, che non aveva indicato in anticipo i compiti da svolgere successivamente al compimento della prima missione. La sollecita comparsa di questo gruppo in città, a bordo di automezzi dotati di mitragliatrici e un’energica iniziativa ovunque avesse incontrato il nemico, avrebbero mutato considerevolmente a favore degli insorti il rapporto di forze. Oltre a questo, si pensi all’effetto psicologico di un’azione così fulminea e risoluta. Purtroppo al responsabile del gruppo mancò completamente questo spirito di iniziativa: restò sul posto con i suoi uomini fino all’arrivo delle truppe governative, che non tardarono ad avere la meglio.

L’occupazione del distaccamento dell’aeronautica e l’adesione pronta degli avieri all’insurrezione presentano un grande interesse dal punto di vista di un problema particolare: il miglior mezzo per far scendere in piazza un’unità che, nella sua massa, sia già stata lavorata dalla propaganda e compenetrata di spirito rivoluzionario, ma che non abbia ancora la forza di emanciparsi dalla disciplina di caserma. Se gli insorti riuscissero a disarmare un’unità in queste condizioni, sarebbe poi relativamente agevole riorganizzarla per ulteriori azioni a fianco dell’insurrezione, spiegando agli uomini la situazione, isolando (con l’aiuto del gruppo comunista) gli elementi ostili alla rivoluzione, e consegnando le armi ai soldati rivoluzionari. Nei confronti delle unità del 10° reggimento, per esempio, gli insorti di Reval non seppero agire in questo senso. Si limitarono alle esortazioni verbali, i militari esitarono e l’intera impresa finì in un buco nell’acqua.

3. Nonostante l’enorme superiorità degli avversati, i gruppi militari scesero in battaglia con grande entusiasmo, ma questo entusiasmo scomparve, almeno presso la maggior parte degli uomini, subito dopo i primi insuccessi. A eccezione del gruppo che occupò la stazione del Baltico e il distaccamento dell’aeronautica, mancò al combattimento ogni ardore. Così si spiega in gran parte il fatto che al momento di assumere la difensiva non venne eretta alcuna barricata, mentre gli insorti, una volta costretti alla difesa, avrebbero potuto applicare i metodi dei combattimenti sulle barricate, sfruttandone tutti i vantaggi: a tanto non sarebbero certo mancati i mezzi, purché esistesse una precisa volontà di continuare la lotta con accanimento.

4. Non tutti gli uomini delle squadre sapevano servirsi delle armi in dotazione. Le mitragliatrici Thomson, armi efficacissime nel combattimento negli abitati, rimasero praticamente inutilizzate perché gli uomini non sapevano usarle. Del resto la quantità di colpi a disposizione (un centinaio di cartucce per arma) era assolutamente insignificante. Alcune bombe a mano, lanciate Di-I momento in cui l’esito del combattimento dipendeva proprio da una bomba bene aggiustata (alla caserma di polizia, per esempio), non esplosero perché il lanciatore non era addestrato. Anche questa circostanza influì sfavorevolmente sull’azione.

5. La ricognizione di certi obbiettivi era stata condotta in misura insoddisfacente. L’ignoranza della disposizione esatta dell’accantonamento di polizia sta all’origine del fallito attacco in quel punto. Stessa considerazione per la cittadella. L’occupazione della cittadella venne, in realtà, condotta a vuoto, poiché gli insorti, non sapendo esattamente dove cercare, non riuscirono a mettere le mani sugli uomini di governo.
6. Risultarono insufficienti anche i collegamenti e il sostegno reciproco tra i vari gruppi. I gruppi, fallite le rispettive missioni, non si unirono ai gruppi vicini per continuare la battaglia in uno sforzo comune: in massima parte si sciolsero. Con una precisa volontà di battersi e un minimo d’iniziativa, invece, anche in assenza di una guida generale, il sostegno reciproco sarebbe stato possibile. L’esempio più evidente di questa mancanza d’iniziativa e di desiderio di soccorrere i compagni vicini si ebbe nelle operazioni della scuola allievi ufficiali (dispersione dopo il fallimento) e del distaccamento dell’aeronautica (inazione).

7. Tutti gli errori fin qui elencati hanno inciso profondamente sull’esito dell’insurrezione di Reval. È evidente l’impossibilità di evitare ogni e qualsiasi errore nella preparazione e nella condotta di un’impresa tanto complessa come un’insurrezione armata: il Partito e il proletariato non posseggono e forse non possiederanno mai un numero sufficiente di capaci dirigenti militari. Tuttavia, con un’organizzazione più oculata, buona parte degli strafalcioni sopra ricordati si sarebbe potuta evitare. Senza nulla togliere all’importanza del fattore soggettivo, che ha un’incidenza enorme, noi riteniamo che a Reval le sorti dell’insurrezione non dipendessero dagli errori elencati. Quel che ebbe una parte decisiva nel determinare l’esito dell’insurrezione è che dei gruppi esigui di operai rivoluzionari organizzati militarmente, una volta scatenata l’insurrezione, si erano trovati isolati dal grosso del proletariato. Le masse operaie, a eccezione di gruppi isolati di operai, e soprattutto di operai che ai gruppi si erano uniti a battaglia già iniziata, portando un vario contributo alla lotta, non sostennero attivamente gli insorti di fronte alla controrivoluzione. La classe operaia di Reval, nel suo complesso, rimase spettatrice disinteressata del combattimento. Ecco la circostanza che ebbe un’importanza decisiva.

E tutto questo accadde anche se il Partito godeva di una profonda influenza sulla massa operaia, anche se gli operai avevano perduto ogni fiducia nella politica della borghesia e nel successo dello sviluppo dell'”Estonia indipendente,” reclamando l’adesione dell’Estonia all’Unione sovietica, nell’idea che soltanto le parole d’ordine del Partito comunista – rovesciamento della borghesia e istituzione di un governo operaio e contadino – potessero offrire una via d’uscita allo stato di disordine e, in genere, al vicolo cieco in cui li aveva cacciati la politica di una borghesia bancarottiera.
L’inazione delle masse operaie si spiega non perché al proletariato di Reval mancasse lo spirito rivoluzionario, bensì a causa del fatto che non era politicamente e materialmente preparato a entrare in azione esattamente quel 1° dicembre. Dopo la settimana antibellicista, il Partito comunista non aveva tentato di inscenare neppure una manifestazione di massa, non aveva fatto appello neppure una volta agli operai perché entrassero in sciopero o perché scendessero in piazza, nel timore di una repressione prematura a opera dei mercenari armati dalle autorità. Persino in occasione del barbaro assassinio del comunista Tomp, il presidente dei sindacati estoni fucilato tre giorni prima dell’insurrezione, il Partito aveva evitato di chiamare alla protesta le masse. Il Partito aveva esagerato l’importanza del fattore mi-litare nell’insurrezione, sottovalutando invece quello del movimento rivoluzionario di massa. L’intera preparazione dell’insurrezione è infatti dominata dal principio, tipicamente militare, della sorpresa. Però gli eventi del 1° dicembre non furono assolutamente compresi dal proletariato, poiché il passaggio del Partito all’azione diretta era stato troppo brusco. Così l’insurrezione risultò inattesa non soltanto alla borghesia, ma anche alle classi lavoratrici d’Estonia e, in particolare, di Reval. Il Partito sperava, con piccoli gruppi rivoluzionari devoti, con l’avanguardia dell’avanguardia, per così dire, di strappare il potere alla borghesia attraverso azioni militari improvvise, o almeno di praticare una prima breccia nello Stato borghese per poi trascinare le masse a coronare la battaglia con un’insurrezione generale dei-In popolazione lavoratrice.
Già abbiamo visto in quali condizioni la bozza di programma dell’I.C. ritiene possibile l’organizzazione di una sollevazione armata:

Quando le classi dominanti siano disorganizzate, quando le masse sinno in uno stato di fermento rivoluzionario, quando gli elementi intermedi esitano a favore del proletariato, quando le masse sono disposte al-l’n/ione e al sacrificio, allora si impone al partito del proletariato il dovere di condurle all’assalto immediato dello Stato borghese. Tale risultato si ottiene attraverso la propaganda di parole d’ordine di transizione sempre più attive (Soviet, controllo operaio sulla produzione, consigli contadini per l’occupazione dei latifondi, disarmo della borghesia e riarmo del pro-letariato) e l’organizzazione dell’azione di massa, a cui vanno subordinate tutte le ramificazioni dell’agitazione del Partito e della propaganda, ivi compresa l’azione parlamentare. In queste azioni di massa rientrano: gli scioperi, gli scioperi abbinati a dimostrazioni o a manifestazioni armate e, infine, lo sciopero generale di concerto con l’insurrezione armata contro il potere della borghesia.

A Reval il Partito fece esattamente il contrario, ragione per cui l’insurrezione del 1° dicembre doveva inevitabilmente concludersi con la sconfitta. Il terrore governativo scatenato alla minima manifestazione di attività rivoluzionaria di parte operaia, i timori di repressione prematura o di disorganizzazione delle azioni di massa, non potevano essere motivi di rinuncia a queste azioni di massa, ma una ragione in più per prepararle in vista di uno scontro decisivo con la borghesia, ossia della sollevazione armata. E comunque, anche ammettendo che a Reval fosse estremamente difficile mobilitare le masse per una battaglia decisiva, organizzare scioperi e dimostrazioni immediatamente alla vigilia dell’insurrezione, sarebbe stato assolutamente indispensabile prendere tempestivamente i provvedimenti atti a garantire l’appoggio di determinati gruppi di operai, sufficientemente numerosi, all’indomani dell’azione. Così non è stato.

A nostro parere la causa della carenza di iniziativa e di ostinazione nella lotta da parte delle squadre insurrezionali sta nel fatto che gli insorti si sentivano isolati dalla massa operaia e che non ne ricevettero un apporto sufficiente: per la loro avanguardia le masse provavano soltanto una solidarietà passiva.
Non sono le azioni militari di un’avanguardia armata che possono e devono suscitare la lotta attiva delle masse per il potere, ma è il potente slancio rivoluzionario delle masse lavora-trici che deve provocare le azioni militari dei reparti d’avanguardia; l’entrata in azione di questi ultimi (secondo un piano ben studiato in anticipo in ogni suo aspetto) deve prodursi sotto la spinta rivoluzionaria delle masse. Non si vuoi dire con questo che la parte che può avere il fattore puramente militare nello svolgimento dell’insurrezione debba essere una parte subordinata, ma è il potente slancio rivoluzionario delle masse a dover costituire la base sociale, la piattaforma sociale e politica sulla quale costruire le azioni militari ardite, audaci e decisive dei reparti avanzati del proletariato rivoluzionario risoluto a frantumare la macchina governativa borghese. La sollevazione armata deve essere fissata in un momento saliente della rivoluzione, allorché sia giunta al massimo grado la preparazione dei nuclei derisivi del proletariato e dei suoi alleati (contadini e popolazione povera della città), allorché è giunta al culmine la disgregazione delle file delle classi dirigenti e, in particolare, delle loro forze armate

1 a) L’Estonia è l’ex provincia d’Estonia dell’impero zarista russo, divenuta indipendente nel 1918 a seguito della rivoluzione d’Ottobre. Ha un territorio di 48.100 km2. I contadini costituiscono il 70% della popolazione.
b) Alla fine del 1922 i sindacati estoni contavano circa 27.000 aderenti. Esistevano circa 34.000 operai industriali. All’inizio del 1924 tutti i sindacati, ad eccezione di qualche lega locale, erano sotto l’influenza organizzativa e politica del Partito comunista
I lavoratori agricoli erano 60.000, di cui circa un decimo sindacalizzati. Tale esigua percentuale si spiega con la dispersione della popolazione agricola in una miriade di cascine (khutor), circostanza sfavorevole all’organizzazione, e, per altro verso, con il terrore governativo che con tutti i mezzi ostacolava la penetrazione dei sindacati tra la popolazione rurale. Nel 1924 i sindacati vennero disciolti e ridotti alla clandestinità.
e) All’inizio del 1924 il Partito comunista contava circa 2.000 aderenti, dei quali 500 a Reval. Era fuori legge. Ideologicamente era sano. Il terrore, subito dopo la dichiarazione d’indipendenza dell’Estonia, aveva continuato a strappare alle file del Partito i suoi membri migliori, però il Partito conservava un legame diretto con le masse, continuando a dirigerne le lotte. Se ne ha la prova nel numero di voti raccolti alle elezioni amministrative dell’autunno 1923 dalle liste del Fronte unico operaio e contadino. A Reval questa lista comunista raccolse all’incirca il 36% dei voti, a Pernov e in altri grossi centri conquistò circa il 30%. In numerose località rurali il Partito comunista ottenne la maggioranza assoluta. Gli arresti più numerosi si ebbero nel 1921. Vennero arrestati più di 200 compagni, 115 dei quali rinviati a giudizio. Nella primavera del 1924 erano stati arrestati 250 compagni, dei quali 149 rinviati a giudizio (processo dei 149)
2 Tali denominazioni erano rese necessarie per le esigenze dell’attività clandestina.

L’insurrezione di Amburgo

La situazione generale in Germania nel 1923

La situazione economica e politica in Germania nel 1923 era caratterizzata nell’insieme dai seguenti fattori:
Nel gennaio del 1923 l’occupazione militare della Ruhr e delle province renane aveva privato la Germania delle grandi basi vitali della sua economia: l’80% della produzione siderurgica e il 71% delle risorse estrattive. Di qui, per l’industria e per l’intera economia nazionale, una grave crisi economica, che raggiunse l’apice al termine della “resistenza passiva” contrapposta dal governo tedesco agli Alleati nei territori occupati (ottobre-novembre).
Le condizioni catastrofiche dell’economia tedesca sono caratterizzate da tre elementi: il marasma dell’industria e il diffondersi della disoccupazione, la disgregazione delle finanze e la svalutazione del marco.
La proporzione dei disoccupati rispetto al numero degli operai sindacalizzati in tutta la Germania è la seguente (dati ufficiali):

1923
Disoccupati Sottoccupati Totale (in 96)
Gennaio 4,2 12,6 16,8
Aprile 7 28,5 35,5
Settembre 9,9 39,7 49,6
Ottobre 19,1 47,3 66,4
Novembre 23,4 47,3 70,7
Dicembre 28,9 39,9 68,8

Media mensile dei disoccupati
1913 2,9%
1918 1,2%
1919 3,7%
1920 3,8%
1921 2,8%
1922 1,5%

Nel terzo trimestre del 1923 il totale dei disoccupati e degli operai sottoccupati (pochi giorni la settimana o qualche ora al giorno) raggiunse la cifra di 8 milioni, pari a oltre la metà dell’intera classe operaia tedesca.
Le ingenti spese provocate dalla politica delle braccia incrociate nella Ruhr e sul Reno (non esistono dati esatti, ma in media queste passività ammontavano mensilmente a 200 o 300 milioni di marchi), nonché la completa esenzione fiscale concessa alle classi possidenti (a seguito del fallimento del sistema monetario) fecero aumentare vertiginosamente e incessantemente il disavanzo del bilancio nazionale. Pertanto, nell’agosto del 1923, la proporzione delle entrate rispetto alle uscite era dell’1,8%; alla fine dello stesso mese il debito consolidato era salito a 1.666.667 miliardi di marchi. Le entrate erariali toccavano nel novembre appena 12,4 milioni di marchi-oro.
A questo punto quasi tutte le spese governative vengono coperte con emissione di carta-moneta, cioè con l’inflazione, balzello il cui onere ricade interamente sulla classe operaia e sugli strati medi della popolazione.
Il processo di svalutazione del marco precipita a un ritmo incredibile. Cosi, il 18 ottobre il dollaro è quotato a Berlino, ad Amburgo e a Francoforte dai 4 ai 6 miliardi di marchi (4 al mattino, 6 la sera); il 20 ottobre da 15 a 19 miliardi; il 22 ottobre, 46 miliardi; il 23 ottobre, 75 miliardi.
Le conseguenze sociali del fallimento dell’economia tedesca sono evidenti: è la pauperizzazione estrema della classe operaia e dei ceti medi (piccola borghesia, impiegati, pensionati, ecc.).1
Nel contempo si verifica il processo di accaparramento del patrimonio nazionale a opera delle banche, delle konzern e dei speculatori di valuta estera. È adesso che il famigerato Hugo Stin-nes sviluppa la sua folle attività per l’accaparramento di ricchezze sempre più ingenti a prezzo deH’affamamento della nazione. Gli agrari liquidano i loro debiti, riscattandoli con marchi-carta privi di valore. Il debito pubblico svanisce, sempre a spese dei più vasti strati della popolazione. Alla fine della resistenza passiva nella Ruhr, il governo interrompe ogni sussidio ai disoccupati dei territori invasi, mentre continua a distribuirli agli industriali della Ruhr a titolo d’indennizzo per le perdite subite con l’occu-pazione militare.
La crisi economica scatena la crisi politica. Ai primi d’agosto scoppia la sciopero generale organizzato dai comitati di fabbrica posti sotto l’influenza del Partito comunista. L’agitazione porta alla caduta del governo Cuno (nazionalista). Stresemann, che il presidente della Repubblica Ebert (socialdemocratico) incarica di formare il nuovo governo, dichiara di essere a capo “dell’ultimo gabinetto borghese.” È convinto che il suo governo verrà rovesciato e che in Germania si costituirà la dittatura del proletariato.
In realtà, sotto il peso della miseria, la classe operaia tedesca diventa rapidamente rivoluzionaria. La piccola borghesia attende la salvezza soltanto da un intervento del proletariato e si orienta alla rivoluzione. Tra gli operai cresce a vista d’occhio l’influenza del Partito comunista, mentre continua a scemare quella della socialdemocrazia. In tutto il paese si registrano “disordini alimentari,” gli operai si impadroniscono dei depositi di viveri, dividendone tra loro il contenuto. La classe operaia costituisce spontaneamente delle centurie di combattimento e si prepara allo scontro decisivo. In ottobre si contano nelle centurie proletarie ben 250.000 uomini, buona parte dei quali armati.
In settembre si costituiscono in Sassonia e in Turingia dei governi operai di comunisti e di socialdemocratici di sinistra, destinati a essere dispersi in seguito dalle truppe della Reich-swehr (generale Seckt) e il paese viene dichiarato in stato d’assedio. Mentre in tutta la Germania il comando militare è impegnato a ristabilire l’ordine, in Baviera la controrivoluzione organizza delle bande fasciste per marciare su Berlino e costituire un potere centrale forte, una dittatura. Nell’ovest entrano in gioco i separatisti, sostenuti dalle autorità d’occupazione. Il 20 ottobre riescono a prendere il potere a Aix-la-Chapelle, a Treviri, a Co-blenza e in altri centri. Proclamano la Repubblica indipendente del Reno.
I vari fattori politico-economici qui ricordati dimostrano chiaramente come, nel secondo semestre del 1923, la Germania si trovasse in una acuta situazione rivoluzionaria. Con un Partito bolscevico forte e ideologicamente coerente, con un’azione abile e risoluta per la mobilitazione rivoluzionaria delle masse e per guidarne la lotta, con un’intensa opera di partito per preparare le masse e il Partito stesso all’insurrezione, il trionfo della rivoluzione era assicurato.
E tuttavia mancò quell’elemento soggettivo in mancanza del
quale la vittoria è impossibile.
L’orientamento alla preparazione dell’insurrezione era stato assunto soltanto dopo i tre giorni di sciopero generale dell’agosto, però il Comitato centrale del Partito comunista non aveva né le idee chiare sulla preparazione dell’insurrezione né la precisa volontà di condurla a buon fine.
I ministri comunisti di Sassonia e Turingia, invece di mettere l’apparato governativo al servizio dell’organizzazione, della mobilitazione e dell’armamento delle masse in vista di un’azione rivoluzionaria per la conquista del potere, adottarono una linea di condotta che, in ultima analisi, non si distingueva affatto da quella dei socialdemocratici di sinistra. Su questa questione del governo della Sassonia, come del resto su molte altre questioni, il Comitato centrale del Partito comunista, diretto da Brandler e sostenuto da Radek, portò avanti una politica estremamente indecisa e opportunista, che fu categoricamente condannata dal-l’VIII Congresso del P.C. di Germania e dal V Congresso dell’I.C.
II Partito dedicò troppo poca attenzione all’organizzazione dei disoccupati, l’elemento più rivoluzionario della classe operaia tedesca, si preoccupò troppo poco di chiamare al fronte rivo-luzionario gli elementi piccolo-borghesi delle città, e non si curò affatto dei contadini, non fece assolutamente nulla per disgregare l’esercito e la polizia. La tattica del fronte unico, là dove era stata applicata, era ispirata a un concetto opportunista (Sassonia e Turingia) che nulla aveva in comune con le direttive impartite dall’I.C. L’azione rivoluzionaria nei sindacati, settore decisivo della lotta rivoluzionaria, risultò gravemente compromessa dall’uscita dei comunisti dai sindacati stessi.
Tutti questi errori opportunisti della direzione del Partito comunista ebbero come conseguenza – né le cose potevano andare diversamente, nonostante le condizioni estremamente favorevoli e la volontà combattiva degli elementi determinanti del proletariato – la sconfitta della rivoluzione tedesca.
Questa era la piattaforma sociale e politica sulla quale si svolsero gli avvenimenti d’Amburgo del 23-25 ottobre 1923.

La situazione politica ad Amburgo

Per il 21 ottobre venne convocato a Chemnitz, su iniziativa del Partito comunista, un congresso dei comitati di fabbrica. Secondo il piano del Comitato centrale, il congresso avrebbe dovuto proclamare lo sciopero generale che, in seguito, si sarebbe trasformato in lotta armata per il potere. L’organizzazione amburghese era convinta che nella Germania centrale la situazione fosse tale da consentire a breve scadenza (in occasione appunto del congresso di Chemnitz) di dare il segnale dell’insurrezione che sarebbe divampata in tutto il paese. Tale opinione era ulteriormente rafforzata dal fatto che subito prima del sommovimento di Amburgo molte truppe erano state distaccate dal Nord-ovest per andare a reprimere i movimenti rivoluzionari del centro. La partenza di queste truppe aveva rincuorato notevolmente il proletariato amburghese.
Evidentemente convergevano ormai tutte le condizioni favorevoli a un intervento rivoluzionario delle masse. Ancora la settimana prima del congresso di Chemnitz i cantieri navali, il settore dei trasporti e ogni tipo di stabilimento industriale erano in sciopero. Se non scoppiò lo sciopero generale, ciò fu soltanto perché il Partito comunista, in attesa della battaglia decisiva che sarebbe dovuta divampare in tutta la Germania per ordine del Comitato centrale, non fece appello alle masse. Il convegno degli operai dei cantieri navali della Germania settentrionale, con sede ad Amburgo, inviò il 21 ottobre a Chemnitz una propria delegazione, pronta a ricevere l’ordine d’intervento. Un’altra delegazione fu anche inviata dal Comitato d’azione dei portuali, con Urbano a capo. Le masse chiedevano di passare all’offensiva e non aspettavano altro che l’invito del Partito comunista. Il 20 ottobre le strade d’Amburgo furono teatro di innumerevoli scontri tra gli operai e la polizia. Nonostante lo stato d’assedio e il divieto di riunione e di qualsiasi manifestazione, le masse impegnavano battaglia per il diritto di occupare il suolo pubblico. In una situazione così tesa si vedevano profilarsi nettamente le simpatie degli elementi piccolo-borghesi per i dimostranti operai. In molti casi gli stessi agenti di polizia non nascosero un certo sentimento di solidarietà con la popolazione affamata. Certi com-missariati di polizia, dietro ordine del prefetto, eressero davanti agli ingressi rotoli di filo spinato, raddoppiarono i turni di guardia e distaccarono pattuglie armate di fucili automatici. Tutte le forze di polizia vennero messe in stato d’allarme.
A questo punto la parte attiva della socialdemocrazia amburghese intensifica la sua agitazione anticomunista, getta il discredito sul programma dei comunisti, accusandoli di condurre direttamente alla guerra civile e a una strage sanguinosa. Distrae gli operai dall’idea di battersi contro la polizia e contro l’apparato militare statale, consiglia di astenersi dalla preparazione dello sciopero generale e si rifiuta di costituire i comitati d’azione di concerto con i comunisti.
Domenica 21 ottobre si nota nelle strade una certa animazione, ma il giorno festivo resta relativamente calmo.
Lunedì 22 ottobre si allarga lo sciopero. In alcuni quartieri della città si registrano nuovi scontri tra operai e poliziotti.
Ecco come viene caratterizzata la situazione, soprattutto per 11 quartiere di Barmbeck, nell’articolo di un operaio amburghese, pubblicato da un foglio clandestino all’indomani dell’insurrezione:

II 22 ottobre fu giornata di grande esaltazione, ma nelle strade del quartiere operaio di Barmbeck non si notava nessuna animazione apparente. Le donne camminavano in gruppetti di due o tre con dei panieri vuoti, alcune in silenzio, altre parlando ad alta voce e gesticolando: che cosa comprerebbero? Che cosa mangerebbe la famiglia? I prezzi continuano a salire di ora in ora!
Il sabato vennero messe a sacco diverse botteghe, soprattutto le panetterie. La polizia del quartiere fece ricorso alle armi, ma nessuno se ne preoccupò gran che.
Il pomeriggio di lunedì fu più tranquillo. Tuttavia il sangue ribolliva nelle vene di ogni operaio. Gli uomini stringevano i pugni. Le donne incrociavano le braccia sul petto. I ragazzi avevano smesso di giocare. Sembrava che si attendesse qualcosa. Che cosa?
Incontrai un compagno che mi disse: “Allora! Domani non potremo passeggiare così tranquillamente.” Poi si avviò alla ricerca di un tozzo di pane. Un altro compagno, che davanti a una macelleria contemplava un quarto di bue, mi trattenne per un braccio dicendomi: “Se i comunisti non fanno subito qualcosa, il loro partito si dissolverà.” La sera si tenne nel quartiere una riunione di donne. Ordine del giorno: la fame. La sala era strapiena. Molte delle presenti erano convenute alla riunione dopo un’intera giornata spesa vanamente alla ricerca di qualcosa da comprare, ed erano in preda a una grande agitazione. L’oratore parlò pacatamente, ma le interruzioni del pubblico schioccavano come colpi di sferza. A discorso terminato gli applausi erano accompagnati da grida di rabbia. La parola d’ordine generale era: combattiamo! Nelle vie gli uomini formavano piccoli gruppi neri. Ne arrivavano continuamente altri. La notte era scesa da tempo.
Le grandi strade di Amburgo erano piene di gente. La polizia fece nuovamente ricorso alle armi. Si udirono le grida strazianti delle donne ferite, le imprecazioni degli uomini costretti a mettersi al riparo. Ovunque nelle traverse si ricostituivano i gruppi poco prima dispersi. L’animazione giunse al colmo quando le masse cominciarono a reclamare le dimissioni di Cuno.
E si sussurrava intorno: “Si comincia? Quando? Stanotte? Domani?” Nessuno sapeva niente di preciso.

Quindi il morale era più rivoluzionario ad Amburgo che in qualsiasi altro luogo della Germania. Per tale motivo, e anche perché nella regione non c’erano soldati, il Comitato centrale del Partito comunista, dando per scontato l’esito a sé favorevole del congresso di Chemnitz, impartì all’organizzazione amburghese l’ordine di scatenare l’insurrezione. Questa sarebbe stata, a sua volta, il segnale dell’insurrezione generale in tutta la Germania, (v. cartina in fondo al volume).

Preparazione dell’insurrezione

Amburgo, con il suo sobborgo di Altona, è al tempo stesso un grande porto e una grande città industriale. Possiede un milione d’abitanti circa, di cui 600.000 proletari.
La città comprende i seguenti quartieri:
a] II centro, comunicante con la parte centrale di Altona attraverso la zona di San Paolo, dove si trovano i grandi uffici direzionali, la posta e il telegrafo, le imprese di trasporto, le banche, la Borsa, le camere di commercio e gli uffici industriali.
b] Al sud, il grande porto alle foci dell’Elba. Qui si trovano le imprese commerciali, la dogana, i cantieri navali, gli scali, i depositi e i magazzini, ecc. Tra la città e il porto le comunicazioni sono assicurate da un tunnel che passa sotto il braccio principale del fiume, e da ogni sorta di imbarcazioni e di battelli.
e) La parte nordorientale (quartieri San Giorgio, Hohen-feld, Borkfeld, Hamm, Horn, Schifibeck, Wandsbeck, Barmbeck, ecc.), quartieri operai e fabbriche.
d] La parte occidentale, che ospita le imprese manifatturiere di Altona: Ottenzen, Eimsbùttel, Barenfeld, ecc.
e] A nord della parte centrale, ai due lati delPAussen-Alter, nei quartieri di Ulenhorst, Harvestehude, Winterhude, sono situati i palazzi privati e le ville dell’alta borghesia.
Ad Amburgo non c’erano reparti della Reichswehr. Le unità accantonate a nord e a sud erano già in marcia, dirette verso la Germania centrale. Ad Amburgo si trovavano circa 5.000 agenti di polizia dotati di pistole e di fucili automatici. La polizia aveva inoltre a disposizione delle mitragliatrici, delle carabine e 6 autoblinde. Ingenti quantitativi di armi, conservati principalmente nei commissariati e in varie armerie, erano destinati ad armare i fascisti che potevano essere mobilitati in caso di un intervento armato del proletariato. Delle autoblinde si trovavano nelle caserme di polizia e a Wandsbeck.
In seno alla polizia il Partito non aveva mai condotto un lavoro sistematico d’organizzazione o di agitazione politica. I poliziotti erano pronti, nel complesso, a eseguire gli ordini dei capi rcazionari.
Per quanto trascurabile fosse l’influenza socialdemocratica sul grosso del proletariato amburghese, l’organizzazione socialdemocratica della città non contava meno di quarantamila aderenti, una parte dei quali (i membri dell’apparato) certamente ostile all’intervento rivoluzionario e pronti a opporvisi con ogni mezzo.
Il Partito comunista contava circa 18.000 organizzati, 1.300 dei quali costituenti l’organizzazione di combattimento. Questo nucleo attivo, il cosiddetto Ordnerdienst, abbreviato in OD, era organizzato con criteri territoriali su gruppi di 5 e di 10 uomini, sotto la guida di organizzatori militari subordinati ai comitati di quartiere, i quali dipendevano a loro volta, tramite l’organizzatore militare della città, dal comitato di Amburgo. Poco prima dell’insurrezione l’OD aveva assunto la seguente forma: alla base, un gruppo di 8 uomini con un capo; 4 di questi gruppi formavano una squadra, e 4 squadre un plotone comandato da un capoplotone. Ciascun plotone comprendeva un certo numero di ciclisti e motociclisti, diversi infermieri (della Società di mutuo soccorso operaio) e alcuni esploratori, soprattutto donne.
In origine l’OD era stato concepito come corpo di sorveglianza (servizio d’ordine) delle riunioni, dei comizi e delle manifestazioni del Partito. Rientravano altresì nelle sue funzioni la sorveglianza notturna nelle sedi dei comitati di quartiere e nelle tipografie comuniste, e l’affissione di manifesti e proclami. Ad Amburgo l’OD possedeva un’ottantina di armi da fuoco di diverso calibro, soprattutto rivoltelle.
Nel mese di agosto, allorché, secondo le direttive del Comitato centrale, cominciarono a costituirsi le centurie proletarie, l’OD potè fornire i quadri. Al momento della sommossa d’ottobre, c’erano ad Amburgo 15 centurie organizzate militarmente, ma prive di armi, forte ciascuna di 40 fino a 60 uomini. Queste centurie dovevano costituire la grande forza tattica del proletariato, la guardia rossa che, una volta armata, avrebbe dovuto sostenere la lotta contro le forze della controrivoluzione in occasione dell’insurrezione generale. Nonostante tutto le finalità delle centurie erano tutt’altro che chiare all’insieme dell’organizzazione comunista. Non era stata impartita nessuna direttiva concreta, nessuno sforzo venne fatto dal Comitato centrale per chiarire la situazione. Il Partito, o almeno una sua frazione, e in particolare l’OD, consideravano le centurie soltanto come un organismo ausiliario dello stesso OD, cioè uno strumento di combattimento. La base della guardia rossa era l’OD. Il Partito con-sacrò tutta la sua attenzione all’addestramento militare degli appartenenti all’OD, alla ricerca delle armi, ecc. È giusto rilevare che la preparazione militare dell’OD era veramente buona. Nel suo complesso l’OD aveva imparato a servirsi delle armi in dotazione, conosceva gli elementi fondamentali del combattimento negli abitati, compiva ricognizioni sui dispositivi avversari, soprattutto della polizia, si era procurato diverse informazioni utili ai fini del disarmo del nemico e della predisposizione del piano insurrezionale. L’OD, insomma, si preparava attivamente a scatenare, all’appello del Partito, lo scontro decisivo con la polizia
e i fascisti.
La sera del 21 ottobre, domenica, un consesso dei militanti attivi di Amburgo decise l’intervento. Essi ritenevano la situazione favorevole a un’azione di massa e pensavano che a dare il segnale della sollevazione generale del proletariato dovesse essere Amburgo, il cui esempio avrebbe trascinato le altre città. Era inutile attendere la proclamazione dello sciopero generale: bisognava coinvolgere nello sciopero già iniziato ad Amburgo categorie sempre nuove del proletariato, rendendo così generale l’agi-tazione. La situazione in città permetteva di pensare anche a un intervento spontaneo e non organizzato degli operai qualora il Partito comunista non si fosse posto alla guida del movimento. Tale circostanza avrebbe portato naturalmente un fiero colpo all’autorità del Partito presso le masse operaie. Fu presa la decisione di cominciare a dichiarare lo sciopero dei ferrovieri, allo scopo di ostacolare l’invio delle truppe in Sassonia.
Deliberata questa direttiva, la riunione venne aggiornata a lunedì 22, alle ore 20, per risolvere definitivamente la questione dell’insurrezione.
Secondo la narrazione di un partecipante a quella seduta, il
piano adottato era il seguente:
a) Azione improvvisa dei reparti armati nei quartieri operai, con l’occupazione immediata delle armerie e dei negozi di armi.

b] Disarmo della polizia e dei fascisti nei sobborghi.

e) Concentramento simultaneo dei reparti operai, ormai tutti provvisti di armi, attorno a una manifestazione di massa nella parte centrale della città, inseguimento dell’avversario (polizia e fascisti) dal centro città in direzione sud (verso il fiume, i cui attraversamenti dovevano essere preliminarmente occupati dagli insorti) e quindi disarmo definitivo del nemico.

d] Occupazione delle poste e telegrafi, dei principali centri di comunicazione interna ed esterna, dell’aeroporto e di altri obbiettivi, ancor prima dell’arrivo dei reparti dei sobborghi in centro, a opera delle forze comuniste che si trovavano all’interno dei vari edifici.

e] Per impedire il sopraggiungere di rinforzi nemici dall’esterno, erezione delle barricate sulle principali vie d’accesso, attraverso cui fosse probabile l’arrivo delle forze avversarie; l’erezione di queste barricate, così come l’interruzione delle strade a 25 km di distanza sui 360 gradi, doveva essere compiuta dalle organizzazioni locali dei centri e dei sobborghi operai; le organizzazioni di Amburgo, Wilhelmsburg, Utersen e Stade dovevano rendere impraticabile il canale navigabile dell’Elba.
Il piano venne approvato nella seduta del 22 ottobre alle otto di sera.

In quella stessa seduta i dirigenti militari di quartiere ricevettero le rispettive missioni speciali, i recapiti dei posti di collegamento, dello stato maggiore, ecc. L’entrata in azione dell’OD venne fissata per le ore 5 del mattino del 23 ottobre. L’attacco doveva essere un’assoluta sorpresa per l’avversario, e i primi successi dovevano essere il segnale dell’entrata in azione delle masse operaie per la presa del potere.
La mancanza di dati precisi non ci consente di dilungarci sugli altri provvedimenti presi a seguito della decisione generale dell’insurrezione. Esporremo invece, disponendo di un rapporto dettagliato del dirigente militare di Barmbeck (al quale vennero subordinati, in occasione della seduta già menzionata, i dirigenti di Ulenhorst e di Winterhude) lo svolgimento dell’insurrezione nei quartieri operai del Nordest. Del resto fu proprio qui che si verificarono gli avvenimenti principali della sollevazione.
Ricevuto l’ordine d’attaccare alle ore 5 del 23 ottobre, il dirigente militare di Barmbeck, egli stesso designato solamente nella seduta del lunedì (già era stato dirigente militare per quel quartiere, però era stato esonerato diversi mesi prima dall’incarico e si trovava così in una situazione difficilissima, non conoscendo gli uomini, mancando di informazioni sull’organizzazione tattica, sulle forze avversarie, ecc.), prese diverse misure preliminari nel settore affidato alle sue cure.
Suo obbiettivo essenziale e fondamentale era di radunare i suoi sottoposti, ottenere da essi ogni informazione utile sulle loro forze e su quelle della polizia, e distribuire loro gli obbiet-tivi particolari. Doveva inoltre coordinare il piano d’attacco con l’opera di mobilitazione dei comitati di quartiere, per fare entrare in lizza le masse operaie fin dai primi istanti dell’intervento dei reparti armati. Per tutto questo gli restava poco tempo.
All’assemblea delle donne di cui abbiamo già fatto cenno, il dirigente di Barmbeck aveva incaricato i compagni che già conosceva di convocare i dirigenti delle organizzazioni tattiche per le ore 23 in uno degli appartamenti clandestini. Incontrò così i segretari delle organizzazioni di quartiere di Barmbeck e di Gross-Hamburg.2 Dovette constatare che costoro nulla sapevano della decisione di attaccare al mattino del giorno 23.
Gli toccò spiegare il piano in tutta fretta; dopo uno scambio d’idee con il segretario del comitato di Barmbeck, convenne sull’opportunità di un nuovo incontro durante la notte per elaborare il testo definitivo del piano d’azione.
Sempre alle 11 di sera fu possibile riunire tutti i dirigenti militari di Barmbeck, ma quelli di Ulenhorst e di Winterhude non si presentarono. Per tal motivo si dovette convocare un’altra riunione per l’una del mattino.
Nella riunione delle 23 il dirigente di Barmbeck cominciò spiegando la decisione del Partito, e poi impartì l’ordine di mobilitare i gregari su certi recapiti predeterminati per attendere sul posto assegnato gli ulteriori ordini di missioni.
Ciascun gregario doveva portare con sé, oltre alle armi, anche un pezzo di pane e un pacchetto di medicazione.
L’organizzazione tattica di Barmbeck, che comprendeva anche quella dei rioni di Ulenhorst e di Winterhude, possedeva 19 fucili e 27 rivoltelle. In quello stesso quartiere l’avversario disponeva di 20 commissariati di polizia, 8 dei quali rinforzati; c’era inoltre la caserma di Wandsbeck, che ospitava circa 600 poliziotti con 6 autoblinde, dotata ciascuna di 2 mitragliatrici. Il nemico godeva quindi di una superiorità enorme.
Nella discussione del piano d’attacco, i dirigenti delle organizzazioni tattiche giunsero alla conclusione che sarebbe stato opportuno concentrare le forze per tentare un attacco di sorpresa contro l’accantonamento di polizia di Wandsbeck, prelevare le armi e le sei autoblinde che vi si trovavano e poi dirigere parte delle forze contro gli otto commissariati rinforzati, occupandoli o almeno accerchiandoli, invece di assaltare contemporaneamente i venti commissariati secondo le direttive della direzione militare del Comitato di Amburgo. Queste modifiche non furono però approvate dal comitato cittadino, e il dirigente di Barmbeck si vide confermato l’ordine di dimensionare il suo piano sull’attacco simultaneo ai venti commissariati, lasciando in un primo momento fuori dal suo raggio d’azione la caserma di Wandsbeck.
Per meglio caratterizzare i preparativi fatti nel corso della nottata sul 23 ottobre, conviene ricordare la seguente circostanza: il segretario dell’organizzazione di Barmbeck, avendo già assunto qualche informazione sull’insurrezione che si stava preparando al Comitato di Amburgo, comunicò al dirigente militare del suo quartiere che, in conformità con gli ordini superiori, egli avrebbe dovuto svegliare tutti gli aderenti al Partito e farli scendere in piazza alle 4 del mattino del giorno 23, per partecipare all’insurrezione e trascinare tutti gli operai alla lotta. Quando la direzione militare chiese alla direzione dell’insurrezione come si conciliasse quest’ordine con un’azione a sorpresa delle squadre, visto che questa era la base dell’intero piano insurrezionale, si sentì dire per tutta risposta che l’ordine non doveva poi essere preso tanto sul tragico, poiché non aveva nessuna importanza!
All’una del mattino, secondo quanto stabilito, tutti i capi militari si riunirono a colloquio, e questa volta non mancavano neppure quelli di Ulenhorst e di Winterhude. In questa seconda riunione il dirigente di Barmbeck espose ancora brevemente la situazione in Germania e ad Amburgo, sviluppò il piano d’azione e distribuì gli ordini di missione particolari. La ripartizione delle forze era la seguente: contro ciascun commissariato di polizia dovevano essere inviati uno o due gruppi di gregari. Un numero doppio doveva essere diretto contro i commissariati n. 46 (Es-senstrasse) e della porta di Mundsburgo, i quali erano particolarmente rinforzati. Ciascun gruppo doveva avere due rivoltelle oppure un fucile e una rivoltella. La caserma di Wandsbeck sarebbe stata attaccata dopo il disarmo dei commissariati. Ciascun gruppo doveva trovarsi alle ore 4,55 sulla propria posizione di partenza, per attaccare alle 5 in punto l’obbiettivo prestabilito. Per maggiore esattezza erano stati controllati e sincronizzati gli orologi.
I dirigenti abbandonarono la seduta e i gregari si radunarono negli appartamenti clandestini indicati, al gran completo e all’ora fissata. Il morale di tutti era eccellente.
Come già abbiamo visto l’armamento delle squadre di Barmbeck e dei rioni aggregati era estremamente limitato. Non una mitragliatrice! Per ottenerne una il dirigente militare inviò degli uomini, nel cuor della notte, a Bergedorf (20 km a sudest di Amburgo), dove un membro dell’OD nascondeva una mitragliatrice, con preghiera di consegnarla. Si contava di utilizzare quest’arma per l’attacco all’accantonamento di Wandsbeck. Per quanto gli inviati fossero personalmente noti al detentorc e fossero muniti di testimonianza sicura (parola d’ordine convenuta), la missione andò a vuoto, perché il compagno, all’oscuro dell’insurrezione imminente, non riuscì a vincere la diffidenza. Nondimeno la direzione comunista di Bergedorf inviò a quelli di Barmbeck un gruppo di ciclisti armati di rivoltelle e mobilitò sul posto i suoi organizzati, in modo da entrare in azione contemporaneamente ad Amburgo se veramente l’insurrezione fosse scoppiata.
Sulla strada del ritorno gli inviati sostarono a Schifflbeck (sobborgo operaio) per annunciare al comitato del Partito locale l’insurrezione prevista per il 23 mattina. Anche qui nessuno sapeva nulla di nulla. Comunque vennero prese immediatamente misure atte ad agire contemporaneamente agli altri quartieri.
Nei commissariati attaccati, in conformità con gli ordini del responsabile militare, si dovevano disarmare gli agenti, requisire tutte le armi e distribuirle agli attivisti e agli operai disposti a prendere parte alla battaglia che si trovassero nelle vicinanze. I poliziotti dovevano essere rinchiusi sotto buona guardia e gli attivisti disponibili si sarebbero immediatamente riuniti in un punto prestabilito per ricevere nuovi ordini.

L’attaccodell’organizzazione tattica e la condotta dell’insurrezione

La direzione dell’insurrezione, quando già era in corso l’ammassamento degli uomini, temeva che i componenti le squadre, apprendendo che sarebbero andati in battaglia praticamente disarmati e che la promessa data a suo tempo di fornir loro ‘armi a sufficienza nel momento voluto non era stata mantenuta, cominciassero ad agitarsi e perdessero il morale. E così fu, infatti. Durante il tragitto dal punto di raduno al commissariato di polizia da attaccare, un terzo circa degli uomini si eclissò. Ci furono addirittura due gruppi che si squagliarono completamente prima di giungere sul punto dell’attacco.
Alle cinque e mezzo circa gli insorti avevano occupato e disarmato 17 commissariati (Barmbeck, Wandsbeck, alcuni commissariati di Winterhude, di Ulenhorst e di altri rioni). Il commissariato rinforzato n. 46 nella Essenstrasse non venne disarmato a causa della balordaggine di un capogruppo, il quale aveva aperto il fuoco dalla strada quando già gli altri gruppi si trovavano all’interno, in procinto di procedere al disarmo degli agenti. Gli uomini all’interno ebbero così l’impressione di essere attaccati dal di fuori. Per questo motivo, e anche perché un poliziotto aveva destramente gettato una bomba a mano in mezzo a una squadra, consentendo ai suoi di apprestarsi alla resistenza, l’attacco fallì.
Verso le ore 6 del mattino si ritrovarono nel punto di riunione circa 130 uomini armati di mitragliatrici e di rivoltelle. Tra le armi c’erano anche 3 mitragliatrici portatili (fucili mitragliatori). In qualità di istruttori, per addestrare gli uomini a servirsene, vennero impiegati gli stessi poliziotti prigionieri. Risultò che i commissariati erano dotati di pochissime munizioni e bombe a mano, ma certamente gli insorti non avevano saputo cercare bene. Capitò per esempio che verso le 10 del mattino vennero rinvenuti in un commissariato altri quaranta fucili che in precedenza non erano stati neppure notati.
Il grande successo dell’occupazione dei commissariati si spiega per due motivi:
1. Molto tempo prima dell’attacco i responsabili dei gruppi tattici avevano compiuto un’accurata ricognizione dei dintorni dei commissariati e del dispositivo interno. L’organizzazione d’attacco era stata studiata a fondo, con la massima attenzione per i minimi dettagli. Gli attaccanti manifestarono un’audacia e una perseveranza senza pari;
2. La polizia, che in seguito ai “torbidi in città” era da giorni e giorni in stato di “preparazione al combattimento di terzo grado,”3 alle ore 22 era già tornata alla situazione del primo grado, soprattutto perché negli ultimi giorni il personale aveva dato evidenti segni di sfinimento. La Questura di Amburgo, che aveva impartito un ordine simile, non era stata ovviamente informata dei preparativi d’insurrezione. Nella notte sul 23 ottobre, quindi, gli agenti dormivano. L’attacco li colse alla sprovvista.
A proposito dell’attacco ai commissariati, il colonnello di polizia Hartenstein, uno dei capi della lotta antinsurrezionale, osserva molto opportunamente:

Se il piano dell’insurrezione fosse stato a conoscenza della polizia alla vigilia del movimento, è lecito supporre che l’azione nemica sarebbe stata soffocata da idonee contromisure prima di estendersi.

All’inizio della sommossa la direzione dell’insurrezione aveva inviato dei compagni (quelli rimasti privi di armi) alle stazioni ferroviarie cittadine, alle porte delle fabbriche e negli altri luoghi di raccolta degli operai, per proclamare lo sciopero generale e trascinarli alla lotta attiva. Il successo fu completo. Tutti i mezzi di comunicazione smisero di funzionare, le fabbriche si fermarono e gli operai si concentrarono sui vari teatri delle operazioni.
Ben presto si videro giungere ai commissariati di polizia che non erano stati ancora disarmati, dei rinforzi, sotto forma di varie autoblinde che impedirono agli insorti la prosecuzione dell’azione. Ma il fallimento dei combattimenti intrapresi successivamente per disarmare gli ultimi commissariati si spiega anche con certi errori tattici commessi dagli assalitori, o meglio dai loro dirigenti (mancanza di coordinamento tra gli attacchi dei vari gruppi). ^
Considerate queste circostanze e visto il sopraggiungere dei rinforzi di polizia,4 la questione dell’attacco alla caserma Wands-beck sfumava da sola. Scoppiarono gli episodi di guerriglia. Si formarono piccoli gruppi di operai armati. La direzione delle operazioni cominciò ad affievolirsi sensibilmente. Gli insorti, insomma, venivano costretti alla difensiva. Verso le 7 del mattino fu impartito l’ordine di erigere le barricate.
Le masse, che pure ignoravano assolutamente che l’insurrezione sarebbe cominciata esattamente il 23 ottobre, non appena seppero nella mattinata dei combattimenti già ingaggiati, vi presero immediatamente parte in una forma o nell’altra. Dovunque si sentiva gridare: Dateci le armi! Dateci le armi! Ma le armi erano in numero risibilmente insufficiente. Non appena lanciata la parola d’ordine: erigere le barricate! si videro sorgere quasi d’incanto barricate in ogni quartiere. Questo fu possibile esclusivamente grazie alla partecipazione delle masse operaie, e in primo luogo delle donne.
La direzione dell’insurrezione, acquartierata nel punto prestabilito, non veniva informata del corso degli eventi negli altri quartieri, e così aveva motivo di pensare che gli operai di Barm-beck e dei rioni vicini avessero subito soltanto un rovescio temporaneo, senza importanza decisiva, che non poteva influire sull’insieme dell’insurrezione. Riteneva che, negli altri quartieri, gliinsorti avessero magari registrato il successo completo e che quindi Barmbeck dovesse conservare a tutti i costi le sue posizioni e difendersi con accanimento in attesa dei rinforzi. Dopo l’inizio della battaglia, quelli di Barmbeck non avevano avuto nessun contatto né con la direzione politica di Amburgo né con la dire-zione militare. Alcuni rapporti erano sì stati inviati al Comitato cittadino e al responsabile militare generale, ma nessuno di essi era arrivato a destino. Soltanto nella seconda metà della giornata gli insorti vennero a sapere che l’insurrezione era completamente cessata in centro e ad Altona e che ormai, in queste zone, tutto era tranquillo. Come si spiegava questo caso? Gli operai dei quartieri insorti non sapevano capacitarsene.
Il seguito del nostro racconto spiegherà come mai fosse rimasta isolata la battaglia nei quartieri nordorientali.
L’OD di Altona non aveva eseguito la sua missione, consistente nel disarmo della polizia. Secondo la relazione di uno dei dirigenti dell’insurrezione amburghese, tale circostanza risulta chiara per i seguenti motivi:
1. Risultò che lo stato maggiore insurrezionale era in errore, pensando che Altona si sarebbe potuta procurare, a così pochi giorni dall’insurrezione, le armi sufficienti a 240 uomini. Di armi non ce n’era neanche una.
2. Il dirigente dell’OD di Altona era stato nominato all’ultimo momento. È evidente che non aveva avuto il tempo di orientarsi in circostanze assolutamente nuove per lui. Inoltre aveva abrogato le disposizioni del piano d’azione precedentemente adottato.
3. Erano stati presi i provvedimenti per attaccare i posti di polizia con un plotone o anche con due plotoni OD. Mentre era in corso il concentramento dei plotoni, tra i partecipanti si propagò l’allarme a causa di certe voci, che si erano rapidamente diffuse, secondo cui dei delatori avevano già avvertito la polizia dell’attacco in preparazione. E così, dei 5 plotoni che dovevano dare l’assalto ai commissariati principali, uno solo riuscì a penetrare, alle ore 6 del mattino, nel commissariato di Ottenzen, di-sarmandovi 6 poliziotti. Sul posto divampò per un quarto d’ora uno scontro a fuoco tra gli assalitori e gli agenti non disarmati, ma quando le staffette annunciarono il sopraggiungere di 3 autocarri di agenti gli insorti si disperdettero, portando con sé le armi conquistate.
La mattina del 23 ottobre si ebbe ancora qualche tentativo insurrezionale in altri quartieri (San Giorgio, ecc.), ma questi tenlativi, vista la pessima direzione militare e politica nonché la mancanza di armi, non ebbero alcun successo. Soltanto Schiffbeck fece eccezione: qui gli insorti disarmarono la polizia e conservarono per due giorni il potere.
A Eilsbeck, Barmbeck, Hammbeck e in altri rioni, tra agenti di polizia e insorti una lotta accanita si protrasse fino alle ore 17. La polizia, avendo concentrato forze ingenti nella parte meridionale di Barmbeck, sferrò due vigorosi attacchi contro le barricate, entrambi però respinti con gravi perdite tra i poliziotti. Gli insorti, nascosti sui tetti delle case, dietro le persiane, sui balconi e dietro le barricate, godevano di uno stupendo campo di tiro e premevano ogni volta il grilletto a colpo sicuro. Dalla loro parte le perdite furono insignificanti. Prima di ogni assalto la polizia apriva contro le barricate, convinta che il grosso delle forze si trovasse là dietro, un fuoco battente con fucili e mitragliatrici. In realtà gli insorti avevano lasciato alle barricate uno sparuto manipolo di audaci difensori, mentre il grosso era dislocato sui tetti, alle finestre e sui balconi delle case vicine.
Un terzo attacco massiccio sferrato dalla polizia contro le barricate di Eilsbeck naufragò come gli altri. Il distaccamento di polizia concentratosi a questo scopo si era fatto precedere da un’autoblindo per mitragliare la barricata e quindi investirla a colpo sicuro. Ma ecco, all’improvviso, mostrarsi sulla barricata un insorto che uccide il conducente del mezzo. L’equipaggio si da tosto alla fuga, abbandonando la macchina. Gli agenti appiedati si guardarono bene dal proseguire l’assalto.
In seguito questa stessa barricata venne attaccata nuovamente soltanto dopo che gli insorti, alla chetichella, l’avevano abbandonata spontaneamente per ripiegare su nuove posizioni. Il fuoco infernale rovesciato sull’ostacolo da ingenti forze di polizia si rivelò pertanto inutile. Dietro non vi si trovava più un solo insorto.
Durante tutta l’insurrezione gli insorti non si limitarono alla difensiva: non appena la situazione si annunciava favorevole, passavano immediatamente all’offensiva, operando manovre aggiranti, ecc., sfiancando e demoralizzando così l’avversario.
In tal modo, mediante operazioni energiche e accorte, gli insorti sostennero una lotta asperrima contro i mezzi blindati della polizia. In una circostanza vennero scorte due autoblindo che, avanzando lungo la strada, erano finite contro una barricata; immediatamente al tergo sorsero nuove barricate e i mezzi si trovarono accerchiati e ridotti per diverse ore all’inazione. Di casi del genere, che dimostrano l’audacia, l’ostinatezza e lo spirito d’iniziativa degli insorti, se ne contarono a decine.
Prima di proseguire la narrazione degli eventi, conviene soffermarsi su una questione: perché nel quartiere nordorientale la lotta restò isolata; perché il piano di mobilitazione in massa in tutta la città, in vista di un attacco concentrico sul cuore dell’abitato, non venne neppure tentato in pratica; perché in tanti quartieri la battaglia, iniziata nella mattinata, cessò in seguito?
La ragione è che il 23 ottobre, nel momento in cui il proletariato amburghese aveva più che mai bisogno di una guida risoluta, questa guida gli venne a mancare. Da diversi quartieri giunse notizia che gli insorti avevano ricevuto l’ordine di cessare i combattimenti, che l’insurrezione era disdetta e che, di conseguenza, gli operai dovevano nascondere le armi in attesa di nuovi ordini dalla direzione del Partito.
Certi compagni del Comitato regionale5 ritengono che, avendo iniziato l’attacco alcuni rioni, gli altri dovevano imitarli, ma che ormai fosse già troppo tardi, visto che, a seguito dell’ordine insipientemente dato di cessare la lotta, l’insurrezione era già sopita in tutti i quartieri a eccezione di Barmbeck e dei rioni vicini. Intorno alle 10 si venne a sapere che l’ordine di sospendere l’insurrezione era stato impartito da Urbahns, segretario del Comitato cittadino amburghese, il quale era appena tornato dalla conferenza di Chemnitz.6 Si andò a cercarlo, per farsi dare ragione di questo contrordine, ma nessuno riuscì a trovarlo.
Urbahns, come si seppe in seguito, aveva impartito il contrordine in base alle risultanze del convegno di Chemnitz, nel corso del quale si doveva decidere la proclamazione dello sciopero generale destinato, nelle intenzioni del Comitato centrale, a trasformarsi in insurrezione armata per la presa del potere, mentre l’insurrezione di Amburgo avrebbe avuto la funzione di segnale per l’insurrezione generale; era però mancata l’organizzazione, così che, quando la questione dello sciopero generale era stata messa ai voti, si formò una maggioranza (per altro limitatissima) di socialdemocratici che votarono a sfavore. La conferenza di Chemnitz si era così rifiutata di dichiarare lo sciopero generale e la direzione del Partito comunista aveva deciso di astenersi, per il momento, da qualsiasi insurrezione.
Il convegno di Chemnitz aveva avuto luogo il 21 ottobre.
Perché mai nella giornata del 22 non ne erano state comunicate le delibere agli amburghesi, insieme con le decisioni prese di conseguenza dal Comitato centrale? L’interrogativo sembra dover restare per sempre senza risposta.
La direttiva pervenne alla direzione insurrezionale amburghese, circondata dalla polizia, soltanto alle ore 17 del 23 ottobre.
Nonostante il contrordine del Partito, le masse proletarie di Amburgo organizzarono di propria iniziativa dimostrazioni e assembramenti di piazza, si astennero dal lavoro, sempre in attesa di direttive d’azione. Davanti alla Camera dei sindacati si formò una gran folla di operai che, infranto il cordone di poliziotti invocato dai riformisti, penetrò all’interno e si mise a bastonare di santa ragione i dirigenti riformisti che non si erano già posti in salvo con la fuga. La folla si disperse soltanto sotto le fucilate degli agenti.
Nella zona meridionale di Barmbeck i combattimenti divamparono fin sul far della notte (ore 17). La polizia riportò gravissime perdite, riuscendo però, grazie al continuo afflusso di rinforzi, a respingere a poco a poco gli insorti verso nord. Alle ore 18,30 il colonnello Denner, comandante le forze di polizia, concluse che la continuazione della battaglia era inutile e che per il momento si poteva dare l’ordine di cessare il fuoco.
La notte tra il 23 e il 24 trascorse in piena calma. Gli insorti di Barmbeck, padroni di posizioni comode e defilate, aprivano di tanto in tanto il fuoco contro i nuclei di agenti che si facevano vedere, disperdendoli. Gli informatori percorrevano le strade. Gli insorti di Barmbeck, pur sapendo che negli altri rioni la sollevazione era mancata e che il Partito aveva dato il contrordine, erano comunque decisi a proseguire la lotta. La popolazione del quartiere prestò il proprio aiuto in ogni modo: erigevano barricate, distribuivano pane e sigarette, fornivano informazioni false agli agenti, ecc. Le donne ebbero un ruolo particolare nell’insurrezione. Oltre alle notizie sulla cessazione della lotta, tra gli insorti cir-colavano varie voci, come queste: lo sciopero generale è scoppiato nella Germania centrale, la Russia invia soccorsi (una nave con un carico d’armi, ecc.)… Soltanto nella notte sul 24, quando a Barmbeck giunse uno dei principali esponenti del Comitato cittadino amburghese con l’ordine del cessate il fuoco, gli insorti cominciarono a far ritorno alle proprie case.
Nella mattinata del secondo giorno si presentarono all’imboccatura del porto un incrociatore di Kiel, VAmburgo, e due torpediniere con a bordo 500 poliziotti di Lubecca. Le forze controrivoluzionarie si erano ulteriormente accresciute per il fatto che le formazioni fasciste amburghesi erano state rifornite di armi provenienti da arsenali segreti ed erano ormai in stato d’allarme.
Sul far del giorno la polizia cominciò a convergere da più punti su Barmbeck. All’operazione prendevano parte al completo gli agenti disponibili e tutti i fascisti. La ricognizione era stata compiuta dagli aerei che sorvolavano il sobborgo. Il reparto di fucilieri di marina dell’incrociatore Amburgo si rifiutò di marciare contro gli insorti. Comunque l’attacco fu inutile perché gli insorti avevano già abbandonato le posizioni. Restavano solo pochi tiratori isolati che, disseminati sui tetti, continuavano a tirare fucilate ben centrate sugli agenti.
Alle 11 del mattino il colonnello Denner inviò ai suoi superiori un rapporto sulla “caduta” di Barmbeck.
Dopo l’occupazione di Barmbeck, il grosso delle forze di polizia si diresse su SchifEbeck per rovesciarvi il potere dei Soviet, e sugli altri quartieri sudorientali per reprimervi i “disordini.” Ci volle un’aspra lotta di parecchie ore per ricacciare gli insorti dalle barricate che essi occupavano.
Il 25 e persine il 26, a Barmbeck, gruppi isolati di insorti attaccarono piccoli reparti di polizia che compivano perquisizioni casa per casa, alla ricerca dei partecipanti al movimento.
Nell’intero corso delle operazioni la polizia ebbe una sessantina di morti e un gran numero di feriti. Da parte degli insorti si contarono quattro o sei morti (il numero dei feriti non è noto). Si ebbero molti morti e feriti nella popolazione che non aveva partecipato armi in pugno agli scontri, perché la polizia aveva aperto spesso e volentieri il fuoco sulla folla inerme. Tra i morti e i feriti si contarono anche molti bambini.
Le trascurabili perdite subite dagli insorti si spiegano con l’accorta tattica barricadiera, con l’abile presa di posizione sui tetti, sui balconi e, in genere, dietro ripari ottimamente defilati.
L’insurrezione di Amburgo fu accompagnata da attacchi parziali degli operai contro agenti di polizia e contro le autorità, dal saccheggio dei magazzini di viveri, ecc., in numerosi centri piccoli e grandi dei dintorni (Bergedorf, Itsigoe, Kiel, ecc.).

Conclusione

In primo luogo l’insurrezione amburghese durò due giorni e, nonostante la schiacciante superiorità delle forze nemiche, è da escludere che fosse sconfitta dalla controrivoluzione. Cessò soltanto su ordine del Partito e le forze armate del proletariato smisero di combattere volontariamente. In un rapporto speciale il questore di Amburgo riferiva ai suoi superiori berlinesi che, nonostante i suoi sforzi, non era riuscito a infrangere la resistenza degli insorti e che questi ultimi non erano stati annientati, ma avevano evacuato volontariamente il terreno, mettendosi al sicuro con le proprie armi. Sottolineava al tempo stesso il coraggio e l’audacia che gli insorti avevano incessantemente dimostrato dal principio alla fine. Constatava l’impotenza degli agenti a battersi contro l’insurrezione, che si era articolata su metodi assolutamente nuovi di difensiva attiva, con il largo uso delle barricate, dei tetti, dei balconi, delle finestre, e con il sostegno della popolazione.
Su questo giudizio del nemico noi siamo pienamente d’accordo.
In secondo luogo l’insurrezione di Amburgo fu senza dubbio alcuno un’insurrezione delle masse proletarie. Anche se è vero che il numero dei gregari inquadrati aventi una parte attiva negli scontri a fuoco era stato relativamente limitato (tra i 250 e i 300 uomini), rimane il fatto che la maggioranza del proletariato seppe dimostrare, con il suo atteggiamento, di essere a fianco degli insorti. L’erezione fulminea di tutta una rete di barricate non sarebbe stata possibile senza la partecipazione delle masse operaie, le quali dimostrarono ulteriormente la loro solidarietà con gli insorti, astenendosi dal lavoro in quasi tutte le fabbriche, sui docks, nei cantieri navali. La vita operaia si arrestò in tutta la città.
L’insurrezione amburghese fu appoggiata dall’intervento degli operai in molti altri centri abitati del circondario.
L’insurrezione di Amburgo non era stata concepita come un’operazione isolata senza alcun nesso con il proletariato delle altre regioni tedesche. Nel concetto del Partito comunista, essa avrebbe dovuto avere la funzione di segnale dell’insurrezione generale nei principali centri industriali. Scoppiò nel momento in cui il fermento rivoluzionario era ovunque al culmine, in cui più profonda era la crisi politico-economica.
In terzo luogo, però, la preparazione politica dell’insurrezione era stata estremamente debole. I segretari politici di quartiere conobbero l’ordine d’insurrezione solo all’ultimo momento, alcuni persine casualmente, ciò che impedì loro di compiere la necessaria opera di preparazione politica e materiale.
Dal punto di vista della direzione generale, l’insurrezione amburghese resta un esempio classico di come non si debba organizzare un’insurrezione, di come non ci si debba comportare nei confronti dell’insurrezione. Se si voleva rimanere fedeli al marxismo, non era assolutamente lecito, una volta iniziata l’insurrezione e aver riportato ragguardevoli successi, suonare la ritirata. Tanto meno ciò si doveva fare, in quanto l’insurrezione era stata intrapresa in base alle direttive del Partito. “Non si gioca con l’insurrezione” (Marx). Invece certi dirigenti dell’organizzazione cittadina amburghese (come Urbahns) hanno giocato con l’insurrezione. Nonostante l’esito della riunione di Chemnitz, si dovevano comunque mobilitare, una volta iniziata l’insurrezione, tutte le forze del proletariato rivoluzionario amburghese e delle altre regioni, per estendere il movimento all’intera città e sostenerlo con una azione energica là dove fosse stato possibile. Ad Amburgo bisognava lanciare la parola d’ordine del potere sovietico e iniziare una possente agitazione per la formazione dei Soviet. Invece il Partito comunista, avanguardia del proletariato, che doveva organizzare e condurre la sollevazione in massa, non solo rimase inattivo, ma addirittura fece arenare lo sviluppo dell’insurrezione. Insomma il Partito, o meglio i suoi dirigenti, si comportarono nei confronti dell’insurrezione amburghese esattamente come aveva fatto Plekhanov nel 1905: “Non si dovevano prendere le armi.”
Senza organizzazione, senza la guida di un partito rivoluzionario, non sono possibili insurrezioni vittoriose. Ad Amburgo, essendo venuta a mancare la guida del Partito, l’insurrezione non poteva concludersi altrimenti.
In quarto luogo: nonostante tutto, nonostante la mancanza di una guida sicura e la pessima preparazione, nonostante il fatto che l’organizzazione tattica fosse numericamente debolissima e quasi del tutto priva di armi, gli insorti riuscirono con la loro devozione illimitata alla causa della rivoluzione, con il loro coraggio, con le loro azioni risolute e accorte, e grazie all’apporto delle masse operaie, a condurre con successo il combattimento contro le forze, numericamente superiori e armate fino ai denti, ilclla polizia. Tale risultato testimonia del coraggio del nucleo attivo del proletariato amburghese, soprattutto a Barmbeck, dimo-sirando come, con una buona guida militare e politica, anche con pochissime armi a disposizione, dei reparti di combattimento risolili i possano sperare di trionfare sulla controrivoluzione. Non è tUfficile immaginarsi le conseguenze che avrebbe avuto l’insurre-o/.ione di Amburgo se non fossero stati commessi gli errori di dire-/ione da noi constatati. Ed era possibile evitarli!
In quinto luogo, non si può pensare che l’insurrezione, se avesse trionfato, cioè se avesse condotto alla conquista del potere, sarebbe riuscita a conservarlo nell’ipotesi di un’Amburgo rossa isolata, senza il concorso di analoghe insurrezioni nei principali centri tedeschi. Condizione imprescindibile della vittoria della stessa insurrezione di Amburgo, sarebbe stato lo scoppio di insurrezioni in altre città, almeno nella regione del Baltico. È nostro convincimento che Amburgo, date le condizioni della Ger-mania nel 1923, avrebbe potuto dare il segnale dell’insurrezione generale in un gran numero di città e regioni. Il proletariato di Amburgo poteva benissimo prendere il potere, nonostante il tradimento della socialdemocrazia. A tal fine, però, ci sarebbe voluta a capo del Partito comunista di Germania una direzione bolscevica. Questa direzione mancò.

1 L’indennità settimanale al disoccupato gli consentiva sf e no di acquistare un litro di latte o quattrocento grammi di pane. La pensione mensile di un ex impiegato statale o di un invalido gli bastava appena a comprare un giornale o una scatola di fiammiferi. La situazione degli operai ancora occupati non era certo migliore. La concessione da essi ottenuta – corresponsione del salario due volte la settimana – non era di gran sollievo, poiché la rapidità della caduta del marco e del rincaro del costo della vita li privava in un batter d’occhio del salario bisettimanale, esponendoli al più spieiato sfrut-liimcnto.

2 Con il nome di Gross-Hamburg si indica la periferia nordorientale della città.

3 Presso la polizia tedesca esistevano tre gradi di preparazione al combattimento: il terzo era quello in cui tutti gli effettivi erano messi in stato d’allarme.

4 II colonnello Hartenstem racconta in un suo libro che tutti gli agenti del porto di Amburgo vennero sostituiti da volontari fascisti, in modo che fu possibile inviare contro gli insorti le forze che si erano rese così disponibili. Aggiunge che durante la giornata del 24 ottobre vennero adibiti al servizio di polizia 800 fascisti.

5 In Amburgo, oltre al Comitato cittadino, aveva anche sede un “Comitato della regione marittima.”
6 Urbahns è attualmente espulso dal Partito comunista.

L’insurrezione di Canton

Osservazioni generali

La portata storica universale dell’insurrezione di Canton è indiscutibile e ben nota. È un dato di fatto che non abbisogna di prove. Il VI congresso dell’Internazionale comunista ha espresso su questa insurrezione il seguente giudizio:
L’insurrezione di Canton, battaglia eroica di retroguardia del proletariato cinese nell’ultimo periodo della rivoluzione cinese, rimarrà, nonostante gli errori grossolani di chi la guidò, il segno della nuova fase della rivoluzione, la fase sovietica.1
L’insurrezione di Canton è intesa dagli operai come esempio del grandi- eroismo degli operai cinesi.2
Se durante le insurrezioni di Sciangai e, in genere, durante l’intera lotta rivoluzionaria fino all’insurrezione cantonese, il pro-letariato cinese era rimasto regolarmente alleato alla borghesia na/ional-radicale, se la sua avanguardia, il Partito comunista, aveva latto blocco con il Kuomintang, che era poi l’espressione politica “lei blocco di quattro forze – proletariato, borghesia, contadini e popolazione povera delle città -, nell’insurrezione di Canton il proletariato cinese si presentò per la prima volta come classe veramente indipendente, in lotta contro la borghesia, contro le cricche militariste e feudali e contro l’imperialismo straniero, per la dittai ura democratica rivoluzionaria del proletariato e dei contadini, /><r il potere dei Soviet. Il proletariato cantonese, sotto la guida “IrI Partito comunista cinese, riuscì a impadronirsi del potere in una città di un milione d’abitanti e a conservarlo per 58 ore, dimo-M nindo così al mondo intero che il proletariato cinese ha definitivamente preso coscienza di sé, si è costituito politicamente, è divenuto classe indipendente, capace di essere la forza direttrice e conduttrice della rivoluzione cinese. Ha dimostrato, infine, che il corso ulteriore della grande rivoluzione cinese si svolgerà sotto l’egemonia del proletariato.
Gli avvenimenti rivoluzionari che in Cina fecero seguito all’insurrezione di Canton confermano la fondatezza di questa asserzione. Già prima dell’insurrezione la borghesia cinese non era più una forza rivoluzionaria, essendo passata definitivamente nel campo della controrivoluzione da dove, con le cricche feudali e mili-tariste e con l’imperialismo straniero, conduceva una guerra accanita contro il proletariato e contro i suoi alleati, i contadini e la popolazione povera delle città. Dopo l’insurrezione di Canton questa battaglia della reazione contro la rivoluzione si è fatta sempre più aspra. La sola forza capace di condurre la lotta rivoluzionaria delle classi lavoratrici in Cina è il proletariato.
Ci accingiamo ora a ricostruire la situazione della Cina e, in particolare, della provincia di Kuang-Tung, sulla quale si sviluppò la lotta, e di studiare le cause della sconfitta. Gli insegnamenti dell’insurrezione cantonese non vanno solamente a beneficio del proletariato cinese: i suoi aspetti positivi, al pari degli errori commessi, devono essere portati a conoscenza del proletariato internazionale, poiché l’esperienza di Canton è una delle lezioni più preziose della lotta rivoluzionaria internazionale di questi ultimi anni.

La situazione in Cina

La situazione generale in Cina3 e in particolare nel centro e nel meridione nell’autunno 1927 era caratterizzata come segue:
a] La borghesia nazionale continuava ad allontanarsi sempre più dalla rivoluzione democratica nazionale, per trasferirsi nel campo della controrivoluzione militarista e imperialista; tutte le forze controrivoluzionarie conducevano una guerra accanita contro la frazione rivoluzionaria del proletariato e contro il grosso della popolazione contadina: scioglimento forzoso delle organizzazioni rurali e dei sindacati, repressione selvaggia di ogni moto rivoluzionario, massacro individuale dei quadri rivoluzionari della classe operaia, ecc.;
b] In tutti i settori della vita economica si manifestava una profonda crisi: le condizioni della finanza, del commercio, dell’industria, dei trasporti, peggioravano a vista d’occhio. La crisi assumeva proporzioni catastrofiche;
c] La controrivoluzione si rivelava assolutamente incapace di creare una situazione stabile e persine di imporre l’unità al suo stesso schieramento; la spartizione del paese tra molteplici raggruppamenti politici avversi, in stato di guerra gli uni contro gli altri, aveva raggiunto un livello inaudito;
d) Si assisteva alla crescente diffusione di un potente movimento rivoluzionario, che si manifestava negli scioperi dei centri industriali (Sciangai, Canton, Hankeu, ecc.), nel sempre più intenso moto rivoluzionario contadino, che aveva assunto nelle province dello Hunan, Hupé, Tsiansi, Honan e Kuang-Tung la forma di vera e propria guerra civile delle campagne contro i latifondisti e le magistrature ereditarie, nell’insurrezione delle truppe di Hetin e di Holun il 30 luglio a Nangan, nella costituzione del potere dei Soviet a Haifin e Lu-Fin, ecc.
Contemporaneamente, il periodo precedente alla insurrezione di Canton era caratterizzato da un’attività piuttosto debole del Partito comunista. Nel suo insieme il Partito non era in grado né di organizzare né di condurre politicamente il movimento rivoluzionario delle masse. Non essendosi ancora liberato definitivamente delle illusioni del Kuomintang di sinistra, commetteva gravi errori d’opportunismo, soprattutto in materia agraria, militare, ecc. D’altro canto l’attività e il barbaro terrorismo della controrivoluzione nei confronti del Partito comunista, con la mancanza di conlatti diretti (nel tempo e nello spazio) tra i grandi fattori della rivoluzione – lotta della classe operaia, insurrezioni contadine e ammutinamenti dei soldati4 -, avevano esercitato una netta influenza negativa sullo sviluppo della rivoluzione.
Dall’analisi della situazione concreta del momento, il Comitato centrale del Partito comunista cinese constatò nella sua seduta plenaria dell’ottobre 1927 che la situazione in Cina, nono-Mante una serie di sconfitte (Sciangai: repressione del moto operaio d’aprile; Ukhan: disarmo degli operai, ecc.; Svateu: sconfitta dell’armata di He-Tin e Ho-Lun, ecc.)> permaneva immediatamente rivoluzionaria e che la parola d’ordine dell’insurrezione restava valida.

La situazione nel Kuang-Tung

I fattori essenziali che caratterizzano la situazione a Canton e nella provincia di Kuang-Tung subito prima dell’insurrezione, sono i seguenti:
a] II 17 novembre il generale Ciang-Fa-Ku, il cui ispiratore politico era Van-Tin-Wei, il leader della sinistra del Kuomintang, e che si appoggiava su parte della borghesia della provincia, condusse un colpo di Stato a Canton e cacciò dalla città Li-Tin-Sings, ideologo della borghesia dei compradores, il quale si era a suo tempo impadronito del potere a seguito del colpo di Stato controrivoluzionario del 15 aprile 1927.
Ciang-Fa-Ku e Van-Tin-Wei, nel tentativo di guadagnarsi la simpatia generale ricorrendo ad affermazioni menzognere, condussero in realtà una guerra accanita contro gli operai rivoluzionari, il movimento contadino e, soprattutto, il Partito comunista ormai ridotto all’azione clandestina. A tale proposito bisogna dire che questi esponenti della “sinistra” del Kuomintang nulla avevano da invidiare al reazionario puro Li-Tin-Sings. Il governo di Van-Tin-Wei e Ciang-Fa-Ku, una volta insediato, annullò subito le conquiste degli scioperanti di Hong-Kong (sfratto dagli alloggi forniti dai padroni, chiusura delle mense popolari, espulsione degli scioperanti da Canton, ecc.), operò arresti in massa tra gli operai, sciolse i sindacati rivoluzionari, ne occupò le sedi, affisse dei manifesti invitanti allo sterminio dei comunisti, difese addirittura le organizzazioni borghesi che reclamavano il boicottaggio delle merci inglesi e giapponesi.
b] Subito dopo il colpo di Stato del 17 novembre, iniziarono nella provincia le ostilità tra i due raggruppamenti militaristi, quello di Ciang-Fa-Ku e quello di Li-Tin-Sings, alleato del generale Li-Fu-Lin. Poiché Li-Tin-Sings si preoccupò di evitare scontri decisivi, la guerra non assunse mai le dimensioni di grandi battaglie. Li-Tin-Sings smistò le sue truppe in varie direzioni, trascinando dietro di sé quelle di Ciang-Fa-Ku. Nondimeno il cambio di governo e questa guerra “incruenta” indebolirono enormemente le classi dirigenti, ne accelerarono la disgregazione, gettarono il discredito sulle autorità politiche del Kuomintang e sullo stesso Kuomintang e affrettarono lo sfacelo economico della pro-vincia e della città di Canton.
c] Con la partenza delle truppe di Li-Tin-Sings, inseguito a distanza da Ciang-Fa-Ku, Canton si sbarazzò un po’ alla volta, senza colpo ferire, delle truppe governative. Si susseguirono infatti gli invii dei reparti locali al fronte, nell’intento di concentrare forze ragguardevoli per sferrare il colpo decisivo alle spalle di Li-Tin-Sings in ritirata.
All’epoca dell’insurrezione si trovavano a Canton le seguenti truppe fedeli a Ciang-Fa-Ku: il reggimento reclute, un reggimento di fanteria, un reggimento d’artiglieria, un reggimento per i servizi di presidio e alcune unità minori. Queste truppe non rappresentavano una forza militare tale da destare preoccupazioni, essendo notevolmente disgregate a seguito dell’agitazione e della propaganda del Partito comunista. Nel reggimento reclute c’era persino una cellula clandestina comunista forte di duecento aderenti alla Gioventù comunista.5 Nelle altre unità esistevano cellule di minore entità, ma tra molti soldati il fermento rivoluzionario era vivissimo.
Oltre alle truppe di Ciang-Fa-Ku insediate a Canton, abbastanza demoralizzate grazie al Partito comunista, si trovavano nell’isola di Hainan due reggimenti di Li-Fu-Lin: poiché il Partito nulla aveva fatto per disorganizzarli e conquistarli politicamente, questi reggimenti costituivano una forza sicura, saldamente in mano al comando della reazione.
Attorno a Canton, nella provincia del Kuang-Tung, c’erano però circa 50.000 soldati reazionari di Lin-Tin-Sings e di Ciang-Fa-Ku. Gli uomini di questi reggimenti seguivano le parole d’ordine del Kuomintang, ignorando quasi completamente quelle del Partito comunista. E quand’anche ne fossero stati a conoscenza, non avrebbero fatto alcuna differenza tra queste e quelle del Kuomintang. Questi soldati si trovavano nelle mani del comando reazionario di cui eseguivano gli ordini senza discutere. In mancanza di attivisti e di risorse, il Partito non aveva condotto alcuna opera di persuasione tra questi reparti.
d) II fermento rivoluzionario tra le classi oppresse, grazie a una situazione economica in continuo peggioramento e al terrorismo dei militaristi del Kuomintang, cresceva di giorno in giorno. Il raggruppamento delle masse operaie di Canton attorno alla federazione rossa clandestina dei sindacati e all’organizzazione comunista cittadina procedeva a ritmo sostenuto. Si tenevano regolarmente e con crescente animazione riunioni clandestine di delegati sindacali, convegni clandestini di delegati del Partito comunista. Già nel settembre la situazione era tale che, quando l’esercito di He-Tin e Ho-Lun si avvicinò a Svateu, il comitato provinciale del Kuang-Tung decise di intraprendere la preparazione im-mediata dell’insurrezione a Canton. In un primo tempo la sconfitta delle truppe di Nan-Ghan presso Svateu ebbe certamente un’incidenza negativa sull’azione rivoluzionaria cantonese, ma poiché l’ardore rivoluzionario era rimasto vivissimo, il Partito comunista, nonostante la sconfitta e il barbaro terrorismo della reazione, continuò a preparare attivamente le masse alle battaglie decisive. Nel contempo prendeva ogni sorta di misure tecniche e organizzative per assicurare all’insurrezione il successo finale.
Il 14 ottobre, in concomitanza con lo sciopero dei marinai, il movimento assunse le proporzioni di una vera e propria insurrezione spontanea. Quel giorno si verificarono in tutta la città grandiose manifestazioni di massa. Diverse migliaia di dimostranti presero d’assalto i locali che erano stati la sede dei sindacati rossi, ne cacciarono la polizia e massacrarono un buon numero di agenti governativi. A questo punto il terrore reazionario raddoppiò d’intensità. Una parte dei membri del Comitato provinciale del Kuang-Tung giudicò matura la situazione per lo scatenamento immediato dell’insurrezione. La maggioranza, però, decise di attendere ancora e invitò gli iscritti al Partito a continuare la mobilitazione delle masse, sottolineando il nesso tra le rivendicazioni economico-sociali e la propaganda a favore dell’insurrezione.
La frazione rivoluzionaria del proletariato di Canton celebrò la data del 7 novembre con una grandiosa manifestazione che la polizia faticò a disperdere. È opportuno notare che anche in occasione di questa dimostrazione alcuni membri del comitato comunista del Kuang-Tung reclamarono l’insurrezione. Ma secondo il parere degli altri compagni dirigenti il rapporto tra le forze non era ancora sufficientemente favorevole. L’insurrezione venne ancora rimandata.
Ai primi di dicembre il movimento rivoluzionario cantonese progredì ulteriormente. Tornarono a scendere in sciopero i marinai, i conducenti di autobus si unirono a loro, mentre si fermava il lavoro in diverse aziende e alle poste. Lo slancio relativamente potente della lotta di classe del proletariato dopo il colpo di Stato di Ciang-Fa-Ku trovò espressione in nuove dimostrazioni, nella diffusione massiccia delle pubblicazioni comuniste clandestine, nella liberazione a furor di popolo dei comunisti incarcerati, ecc.
e) Ma accanto ai sindacati rossi esistevano a Canton molti sindacati la cui amministrazione era ancora nelle mani dei partigiani reazionari del Kuomintang. Questi sindacati, che raggruppavano decine di migliaia di operai, erano raccolti attorno al sindacato reazionario dei meccanici, che in tutto il periodo della reazione si era dimostrato solidale con i provvedimenti controrivoluzionari del governo e che nella repressione dell’insurrezione si schierò attivamente a fianco delle truppe governative. Tale circostanza, ossia la presenza di un numero tanto alto di sindacalisti reazionari (che superava quello degli attivisti dei sindacati rossi), costituì la grossa difficoltà dell’insurrezione, paralizzando in larga misura i preparativi insurrezionali ed esercitando un’influenza negativa sull’esito finale. In questi sindacati il Partito comunista aveva una parte assolutamente insignificante.
La piccola borghesia nel suo complesso non si era ancora liberata delle illusioni della “sinistra” del Kuomintang, e attendeva un miglioramento delle sue penose condizioni da Ciang-Fa-Ku.
/) Nella provincia del Kuang-Tung, il movimento rivoluzionario contadino si manifestò con l’insediamento del potere dei Soviet e con l’attuazione pratica delle parole d’ordine della rivoluzione agraria in 6 distretti intorno a Hai-Fun e Lu-Fung (250 chilometri a est di Canton). A Hai-Fun un congresso dei Soviet dei deputati degli operai, dei contadini e dei soldati, aperto il 7 novembre alla presenza di 300 delegati e di circa 10.000 spettatori, designò un governo sovietico per tutte le regioni insorte del Kuang-Tung. Ai primi di dicembre il potere dei Soviet possedeva un territorio con mezzo milione d’abitanti. Ne era a capo un membro del Comitato centrale del Partito comunista.
Anche nell’isola di Hai-Nan si sviluppava un possente movimento contadino.
Al momento dell’insurrezione di Canton, però, il movimento rivoluzionario delle regioni nelle immediate vicinanze del capo-luogo era purtroppo estremamente debole.
Il Partito non era in grado di condurre l’opportuna agitazione nella zona contadina circostante Canton. È qui che si fecero maggiormente sentire gli antichi errori del Partito sulla questione agraria.

La preparazione diretta dell’insurrezione

Nella seduta del 26 novembre, il comitato comunista della provincia di Kuang-Tung decise di orientarsi risolutamente alla preparazione diretta dell’insurrezione, confermando la convinzione pro-fonda che fossero ormai presenti tutte le condizioni della vittoria e che, con un’opportuna preparazione tecnica e politica, il successo fosse assicurato.
Nel periodo che intercorre tra il 30 novembre e l’inizio dell’insurrezione, l’organizzazione comunista si dedica a un’opera intensa tra le masse per mobilitarle in vista dell’insurrezione, elaborando un programma politico generale, predisponendo i piani militari, occupandosi della futura organizzazione del Soviet cantonese, ecc.
Il Partito conduce l’agitazione presso le masse utilizzando le seguenti parole d’ordine: “Abbasso Ciang-Fa-Ku e Van-Tin-Wei!,” “Abbasso il Kuomintang!,” “Piena libertà democratica di stampa, di parola, di riunione, di coalizione e di sciopero!,” “Sterminio dei provocatori di Ciang-Fa-Ku,” “Armamento degli operai e dei contadini,” “Scarcerazione immediata dei detenuti politici,” “Ripristino del sussidio governativo agli scioperanti di Hong-Kong,” “Indennità di disoccupazione uguale al salario integrale,” “Aumento dei salari e controllo operaio sulla produzione,” “Confisca dei beni dell’alta borghesia,” “Migliori condizioni materiali e giuridiche ai contadini,” “Costituzione dei comitati dei soldati rivoluzionari,” “Sterminio individuale dei partecipanti e dei responsabili del terrore del Kuomintang,” “Tutta la terra ai contadini, il riso agli operai,” “Abbasso le guerre militariste!,” “Tutto il potere ai So-viet,” ecc.
Quanto alle misure organizzative in vista dell’insurrezione, fin dal 26 novembre il Partito si preoccupò di costituire un Comitato militare rivoluzionario per la direzione generale del movimento, e uno stato maggiore della guardia rossa per la direzione tecnica dell’insurrezione; si adoperò al dimensionamento del piano d’insurrezione, predispose la mobilitazione militare dei comunisti (a Canton c’erano circa 1.000 tra membri del Partito e iscritti alla Gioventù comunista, duecento dei quali, come abbiamo già visto, presenti nel reggimento reclute) e l’organizzazione della guardia rossa; curò la formazione di gruppi operai speciali attivamente rivoluzionari per eseguire i compiti particolari (eliminazione fisica dei capi della controrivoluzione), la raccolta e l’addest ramento degli autieri e dei camionisti, la penetrazione di propagandisti tra le truppe nemiche, ecc.
Il Comitato rivoluzionario di Canton venne costituito da 5 compagni, uno dei quali (He-Tin) nominato dirigente della parte militare dell’insurrezione (comandante in capo). Il compagno He-Tin giunse a Canton solo 6 ore prima dell’inizio del movimento, motivo per cui non prese parte alcuna alla preparazione. È una circostanza che, come vedremo in seguito, ebbe una grande influenza, in senso negativo, sullo sviluppo degli eventi.
Il Soviet, eletto subito alla vigilia dell’insurrezione, si componeva di 16 membri, dieci dei quali designati da una riunione della Federazione rossa dei sindacati di Cina, 3 in rappresentanza della guarnigione di Canton e 3 deputati dalle organizzazioni contadine del Kuang-Tung (uno solo di questi ultimi si trovò a Canton all’inizio dei moti).
Il lavoro del Partito presso l’esercito si limitò essenzialmente alle unità del presidio di Canton. Come si è già accennato, la carenza di uomini e di risorse impedì un lavoro analogo presso le truppe esterne.
Quest’ultima osservazione vale anche per il lavoro di propaganda presso i contadini. A Canton era stata organizzata una scuola clandestina di Partito per i militanti contadini, i quali ultimi costituivano il collegamento tra Canton e le organizzazioni rurali, comunicando le istruzioni del Comitato del Kuan-Tung, distribuendo le pubblicazioni tra i contadini, ecc. Tutto questo, però, facendo ricorso a un numero limitato di militanti, non po-icva dare risultati concreti, come di fatto non ne diede.
Ecco come si presentava il rapporto tra le forze contrapposte a Canton alla vigilia dell’insurrezione:

Forze della reazione
2 reggimenti di Li-Fu-Lin nell’isola di Honan 3.000 uomini
1 reggimento d’artiglieria leggera a nord di Canton,
30 cannoni e 500 ”
1 reggimento di fanteria, a sostegno del precedente 600 ”
I battaglione di fanteria, con lo stesso compito 250 ”
1 battaglione a guardia dell’arsenale, presso la stazione
di Cian-Sciui 300 ”
Allievi della scuola di Wam-Pu, isola di Wam-Pu 1.000 ”
1 reggimento di leva recente della 2a divisione a
Se-Kuan 800 ”
1 reggimento di recente costituzione per la 3a divisione,
circa 600 ”
Polizia municipale 2.000 ”
Battaglione di custodia alla casa di Li-Tin-Sings Forza non conosciuta

A Canton si trovavano inoltre gli stati maggiori della 2a divisione, della 12a divisione, del 4° corpo e quello di Ciang-Fa-Ku.
Ciascuno di questi stati maggiori era sorvegliato da un gruppo di mauseristi6 (formato da soldati mercenari accuratamente selezionati e profumatamente pagati) forte da 50 a 200 uomini (mancano i dati esatti).
Tutte queste unità, a eccezione dei due reggimenti di Li-Fu-Lin e dei reparti mauseristi, erano state profondamente demoralizzate dal Partito comunista, motivo per cui non costituivano tra le mani del comando reazionario una forza di serio impegno. I due reggimenti di Li-Fu-Lin e i mauseristi non erano stati toccati dalla propaganda e dall’agitazione rivoluzionaria. Potevano essere demoralizzati soltanto dalla forza delle armi degli insorti.

Forze degli insorti
Reggimento recitate, nella caserma di Cia-He ca. 1.000 uomini
Squadrone di gendarmeria in città ca. 50 ”
Sezione guardie all’arsenale ca. 50 ”
2 plotoni allievi alla scuola di Wam-Pu ca. 100 ”
Guardia rossa di Canton ca. 2.000 “

Inoltre gli insorti contavano sull’appoggio dei contadini i quali, all’inizio dell’insurrezione, dovevano inviare a Canton un distaccamento armato di 1.500 uomini (ne giunsero invece 500
circa).
Alla testa del reggimento reclute si trovava, al momento dell’insurrezione, un comandante reazionario con il quale solidarizzava parte degli ufficiali, ma il reggimento nel suo insieme, con una cellula comunista di 200 elementi, e persino buona parte dell’ufficialità, era dichiaratamente a favore dell’insurrezione e attendeva soltanto le direttive del Partito.
Come si può vedere, il rapporto tra le forze militari in campo non sembrava affatto favorevole alla rivoluzione, ma se si considera che le forze della borghesia erano circondate da ogni lato dal fermento rivoluzionario e politicamente di scarso affidamento per il comando, si può affermare che a Canton le forze contrapposte erano in parità. Con una opportuna organizzazione (all’inizio dell’insurrezione), tale rapporto si sarebbe potuto addirittura modificare agevolmente a favore degli insorti, cosa che puntualmente
si verificò.
Quanto all’organizzazione e all’armamento della guardia rossa, la situazione si presentava come segue:

Dopo che il comitato provinciale si fu orientato per la preparazione dell’insurrezione (agosto 1927), Canton venne suddivisa in 10 quartieri, con una commissione militare a capo di cia-scun quartiere.
A tali commissioni militari spettava il compito del lavoro di demoralizzazione e di conquista politica dei soldati delle truppe governative di Canton, la costituzione all’interno di queste truppe di cellule comuniste e di gruppi di soldati rivoluzionari, la formazione di reparti di guardie rosse, il loro addestramento militare, l’accumulo di armi e munizioni, la costituzione di una rete di informatori presso le truppe e i comandi di Ciang-Fa-Ku e nelle istituzioni governative, e infine la preparazione tecnica dell’insurrezione in genere.
Le commissioni militari di quartiere operavano sotto la guida della commissione militare del comitato provinciale del Kuang-Tung, composto di 5 militanti responsabili. Le commissioni di quartiere erano normalmente formate da 3 compagni, tranne i casi in cui si aveva solo un “rappresentante la commissione.”
Le commissioni militari operavano clandestinamente. Vista la necessità del segreto più assoluto, in questo primo periodo la guardia rossa in via di formazione nei quartieri aveva assunto la forma di gruppi isolati accuratamente dissimulati (gruppi di 10), senza alcun raggruppamento più consistente, e subordinati alla commissione militare della regione (più esattamente al compagno designato in seno a questa commissione per organizzare i reparti della guardia rossa). In seguito, con l’aumento numerico di questi gruppi di dieci e l’avvicinarsi del momento decisivo, si pose la questione di riunire i gruppi in unità più consistenti, allo scopo di utilizzarli più razionalmente nel corso dell’insurrezione. Subito alla vigilia dell’insurrezione (due settimane circa in anticipo), la costituzione dei reparti e la loro direzione passarono alle commissioni militari di quartiere e furono affidate a dirigenti militari specializzati, all’uopo nominati dai sindacati posti sotto l’influenza del Partito comunista.
All’inizio dell’insurrezione, si contavano in tutto a Canton circa 2.000 operai organizzati nella guardia rossa, tra i quali 300 ex. scioperanti di Hong-Kong.
Quanto all’armamento, le cose andavano piuttosto male. La guardia rossa ne era quasi totalmente priva: in tutta Canton non aveva che 29 moschetti e circa 200 bombe. Non un solo futile.’
Parimenti insoddisfacente era il grado d’addestramento degli uomini. Molte tra le guardie rosse non sapevano servirsi delle loro armi. I dirigenti dei reparti, per la maggior parte, ignoravano i principi elementari dell’arte militare e della tattica dei combattimenti negli abitati.
La debole preparazione militare della guardia rossa di Can-ton si spiega con le condizioni particolari della Cina. In Cina non esiste il servizio militare obbligatorio: tutti gli eserciti cinesi sono formazioni mercenarie. Il popolo cinese nutre un vero e proprio odio per tutto ciò che è militare e sotto le armi ci vanno soltanto quelli che non hanno altra possibilità di procurarsi da vivere (contadini rovinati, elementi declassati delle città); gli operai nell’esercito non ci vanno. Per questo motivo la classe operaia cinese non aveva alcuna possibilità di apprendere l’arte della guerra, se non per la via illegale. Ecco un’altra circostanza che doveva avere effetti veramente disastrosi sul valore combattivo della guardia rossa cantonese.

Il piano e la condotta dell’insurrezione.

Nella seduta del 7 dicembre il comitato provinciale del Partito comunista decise all’unanimità di organizzare la sollevazione per la notte sull’ll dicembre alle ore 3,30 del mattino. Il comitato riteneva, come si è detto, che coincidessero ormai tutte le condizioni sociali e politiche favorevoli al trionfo dell’insurrezione. La scossa decisiva era venuta dalla notizia, giunta al Partito, secondo cui Ciang-Fa-Ku, su insistente richiesta di Van-Tin-Wai, aveva richiamato dal fronte una delle sue divisioni, dirigendola su Can-ton per disarmare il reggimento reclute e ristabilire 1′”ordine.” Era evidente che il disarmo delle reclute sarebbe stato il prodromo di un più intenso terrorismo reazionario, e che Ciang-Fa-Ku non avrebbe esitato a compiere qualsiasi atrocità finché, con il ferro e il fuoco, non avesse soppresso a Canton ogni possibilità rivoluzionaria. La questione si poneva dunque in questi termini: rassegnarsi alla difesa senza combattere, oppure intervenire con buone probabilità di prendere il potere? Il Partito scelse la seconda soluzione.
Esaminate diverse varianti,8 si decise per il seguente piano:
Alle ore 8,30 del mattino scoppia l’insurrezione nel reggimento reclute. I soldati disarmano i reggimenti di fanteria e d’artiglieria insieme con un battaglione di fanteria accantonato nel medesimo quartiere. Intanto, nella città, la guardia rossa disarma la polizia e il reggimento di guardia, attacca i comandi della 2a e della 12a divisione e del IV corpo, nonché la residenza di Li-Tin-Sings, spalanca le porte delle carceri dove si trovano circa 3.000 detenuti politici, s’impadronisce della questura e degli edifici governativi, dell’armeria situata vicino alla stazione di Cian-Sciui (vi si trovavano 4.000 fucili con munizionamento e 5.000 bombe a mano) e del grande arsenale a 8 chilometri da Canton, per prelevare le armi ivi depositate.
Le armi conquistate fin dal primo momento vengono immediatamente distribuite agli operai, consentendo di formare nuovi reparti armati.
Il Partito proclama lo sciopero generale e tutte le sue forze devono essere impiegate per far partecipare al combattimento il grosso dei lavoratori, per rovesciare il vecchio regime; sostenere il Soviet dei deputati operai, contadini e soldati di Canton formatosi segretamente, proclamando il potere supremo sovietico nel corso dell’insurrezione. Fin dall’inizio dell’insurrezione il Soviet pubblica una serie di decreti: sulla destituzione del vecchio governo, sulla nazionalizzazione delle terre, sulla confisca dei grandi patrimoni cittadini, sulla nazionalizzazione delle banche, delle ferrovie, ecc.
Ecco, a grandi linee, il contenuto della prima fase dell’insurrezione.
Nella seconda fase, tutte le forze insorte devono essere utilizzate per sbarazzare definitivamente la città di ogni traccia di controrivoluzione, liquidando le forze reazionarie di Li-Fun-Lin nell’isola di Honan.
La terza fase prevede la lotta contro tutte le unità militariste del Kuang-Tung e il trascinamento dei contadini alla guerra rivoluzionaria. Quest’ultima fase del piano venne semplicemente abbozzata in linea generale.
Nulla era stato previsto in caso d’insuccesso. L’esecuzione del piano si svolse come segue: Alle ore 3,30 in punto il presidente del Comitato rivoluzionario cantonese, Ciuan-Tai-Lai, con un gruppo di operai a bordo di autocarri sottratti dai camionisti rivoluzionar! ai padroni, si portò davanti alla caserma del reggimento reclute. Questo reggimento, al segnale della sua organizzazione comunista, si riunì al gran completo nel cortile e, dopo un discorso di una decina di minuti pronunciato da Ciuan-Tai-Lai, dichiarò di mettersi totalmente a disposizione del Soviet dei deputati operai, contadini e soldati, per contribuire attivamente ali’affermazione del nuovo potere. Il comandante del reggimento e 15 ufficiali reazionari che avevano tentato di prendere le difese del Kuomintang vennero passati per le armi sul posto.
I tre battaglioni del reggimento reclute ricevettero ciascuno il proprio ordine di missione: uno andrà a disarmare il reggimento di fanteria, l’altro disarmerà il reggimento di artiglieria e il battaglione di fanteria aggregato, il terzo si porterà in città per cooperare con la guardia rossa.
Esattamente nello stesso momento (ore 3,30) la guardia rossa entra in azione all’interno di Canton.
II disarmo dei reggimenti d’artiglieria e di fanteria e del battaglione di fanteria venne rapidamente portato a compimento dalle unità del reggimento reclute il quale, dopo l’operazione, si trovò padrone di 30 bocche da fuoco e di una grande quantità di fucili (circa 1.500) e di mitragliatrici. Le armi conquistate furono immediatamente trasferite a mezzo di camion all’interno della città, e distribuite agli operai. Assicurata la necessaria sorveglianza alle unità disarmate, i battaglioni del reggimento reclute si diressero verso il centro della città per compiervi altre missioni rivoluzionarie.
Le operazioni delle guardie rosse per il disarmo degli agenti nei commissariati e per l’occupazione dei servizi governativi riuscirono non meno brillantemente, mentre fallivano gli attacchi ai comandi della 2a e 12a divisione e del IV corpo, alla residenza di Li-Tin-Sings, protetta da diverse centinaia di mauseristi, e alla questura. Quest’ultima fu conquistata soltanto dopo un assalto cruento, combinato tra la guardia rossa e un battaglione del reggimento reclute. Conquistata la questura, nei locali dell’edificio si insediò lo stato maggiore del Comitato rivoluzionario.
Verso le ore 15 gli insorti erano ormai padroni di tutti i commissariati di polizia e di tutti i servizi governativi della città, a eccezione dei quartieri di Tun-Ciang e di Sciamin (quest’ultimo, essendo concessione straniera, non doveva essere attaccato). Soltanto i comandi delle divisioni, lo stato maggiore del IV corpo e il palazzo di Li-Tin-Sings non erano stati occupati. Per la loro conquista vennero spiegate forze ingenti e gli insorti manifestarono un accanimento senza pari, ma soltanto sul finire della prima giornata fu possibile avere la meglio sui comandi delle due divisioni. Quello del IV corpo, dove si trovavano circa duecento mauseristi, i quali opposero un’ostinata resistenza, potè essere preso soltanto verso le ore 10 del secondo giorno, dopo che all’edificio era stato appiccato il fuoco. La metà circa dei mauseristi (un centinaio d’uomini) riuscì a imbarcarsi e a guadagnare l’isola di Honan. L’incendio del corpo d’armata si estese al contiguo edificio della banca centrale e continuò ad ardere per un’intera notte.
La presa dello stato maggiore del IV corpo ci costringe a insistere su di una circostanza interessante. Uno degli ufficiali di stato maggiore di questo corpo d’armata era comunista, e nonostante questo il Comitato rivoluzionario non aveva ritenuto necessario informarlo dell’insurrezione imminente. Questo comunista, che occupava un posto tanto delicato, non potè così prendere parte alcuna all’evento.
La residenza di Li-Tin-Sings, che costituiva un caposaldo piuttosto imponente, circondata com’era da un fossato e da una muraglia in pietra, non fu occupata mai per tutta la durata al potere del Soviet cantonese. È vero che Li-Tin-Sings non vi si trovava già più, ma nella casa-fortezza erano asserragliati numerosi soldati a lui devoti, i quali riuscirono a respingere tutti gli attacchi.
Fin dal primo giorno gli insorti sentirono la mancanza di armi, poiché quelle conquistate ai reggimenti di fanteria e di artiglieria e in seguito al disarmo della polizia, non bastavano certamente ad equipaggiare tutti gli operai desiderosi di battersi (alle 7 del mattino dell’11 novembre erano già 20.000 gli operai die prendevano parte attiva all’insurrezione). Nonostante questo, durante tutta la sollevazione, non vennero occupati, chissà per quale motivo, né i depositi di armi della stazione Cian-Sciui, né il grande arsenale, mentre l’occupazione di questi obbiettivi di primaria importanza avrebbe consentito di armare circa 10.000 operai, creando così un rapporto di forze estremamente favorevole agli insorti.
A stare ad alcune indicazioni, sembra che un reparto contadino, forte di 500 uomini, convenuto in città dalla provincia, si sarebbe impadronito della stazione di Cian-Sciui, tentando di mettere le mani sul deposito d’armi, ma, incontrata una certa resistenza da parte del corpo di guardia, sarebbe entrato in trattative e, in conclusione, l’armeria non venne occupata.
Fin dal primo giorno mossero contro Canton le forze dei militaristi. L’offensiva era condotta dalle unità di Li-Fu-Lin, dalla parte dell’isola di Honan. Con il concorso dell’artiglieria della flotta straniera e cinese, Ì due reggimenti di Li-Fu-Lin riuscirono ad attraversare il braccio di mare, per attaccare un poco più a est dell’ex comando del IV corpo d’armata. Ben quattro attacchi vennero respinti con successo. In questa circostanza entrarono in azione, dalla parte degli insorti, molti dei cannoni presi al reggimento di artiglieria. Il secondo giorno le truppe di Li-Fu-Lin sce-sero dal nord lungo la ferrovia Canton-Hankeu, sferrando senza esito diversi attacchi, uno dei quali ebbe luogo a 150 metri dal comando del Comitato rivoluzionario, essendo il nemico riuscito a passare senza che gli insorti se ne accorgessero. Tale circostanza sta a dimostrare come il lavoro di ricognizione fosse stato organizzato in modo assolutamente insufficiente.
Il sindacato giallo dei metalmeccanici prese parte alla reazione fin dal primo giorno del movimento, formando 15 reparti armati di 50 uomini ciascuno, i quali presero parte attiva alla
lotta contro gli insorti.
Nella notte sul 13 dicembre il comando del Comitato rivoluzionario, analizzata la situazione, concluse che Canton rossa sì trovava in condizioni decisamente critiche. Da un lato, non si era riusciti a sgomberare completamente la città dalle forze controrivoluzionarie (Honan, Tun-Sciang); il grosso del proletariato e della piccola borghesia non aveva offerto al nuovo potere un concorso attivo sufficiente (lo sciopero generale non si era potuto fare, e così erano entrati in agitazione solo gli autistici tipografi, i ricsciò, i marinai della linea Hongkong-Tienzin e i dipendenti di qualche altra azienda); i ferrovieri, i dipendenti municipali, i marinai di Hong-Kong e altri non avevano lasciato il lavoro; la piccola borghesia aveva adottato in gran parte un atteggiamento d’attesa. Il sindacato metalmeccanici e una parte degli operai ad esso aderenti, erano manifestamente ostili all’insurrezione. Non si era riusciti a isolare il vertice della controrivoluzione (Ciang-Fa-Ku e soci), che da Honan e da Hong-Kong, dove si era rifugiato, continuava a dirigere la lotta contro i rivoluzio-nari. Alla controrivoluzione portò un concorso attivo la flotta degli imperialisti: asilo offerto alla borghesia in fuga, trasporto di truppe di Li-Fu-Lin per l’attacco al centro di Canton dalla parte di Tun-Sciang, cannoneggiamento della città insieme con unità navali cinesi, ecc.
Dall’altro lato, la città rossa era già attorniata da un cordone controrivoluzionario, costituito dai generali Ciang-Fa-Ku, Li-Tin-Sings e Li-Fu-Lin, i quali di fronte al nemico comune erano pervenuti a un commovente accordo.
Istigati dagli imperialisti, avevano dimenticato per il momento i loro dissapori per piombare tutti insieme e da ogni lato su Canton. La stazione ferroviaria di Cian-Sciui era già stata occupata da un reparto della 26a divisione di Ciang-Fa-Ku, mentre le truppe di Li-Fu-Lin, trasferite sull’altra sponda del fiume dalla flotta straniera, si preparavano a rinnovare l’attacco dalla parte di Tun-Sciang. La 25a divisione avanzava da est. Le truppe di Li-Fu-Lin continuavano a premere da nord. Il sindacato metalmeccanici aiutava attivamente da sud la controrivoluzione. Intanto il Comitato rivoluzionario era slato informato dell’imminente arrivo di altre unità militariste die si trovavano nella provincia del Kuang-Tung.
In mancanza di armi individuali (fucili), le forze insorte non potevano aumentare. Anzi, le perdite subite inevitabilmente nel corso dei combattimenti le facevano assottigliare a poco a poco. l’Ira stato impossibile conseguire la superiorità delle forze ar-iimte. Il rapporto di forza veniva invece gradualmente a modificarsi a favore della controrivoluzione.
Considerata la situazione, il Comitato rivoluzionario si chiese se convenisse proseguire la difesa di Canton o se non fosse più opportuno ritirarsi. Fu presa la decisione di far uscire di città le (or/e armate disponibili, tentando lo sfondamento in direzione dell’insurrezione contadina di Han-Lu-Fin. Nella mattinata e du-ninie la giornata del 13 dicembre la città rossa venne evacuata < la I le forze armate degli insorti, circa 1.500 uomini, con il resto del reggimento reclute e una parte della guardia rossa. I reparti della guardia rossa rimasti a Canton si batterono fino all’ultimo.
Il ripiegamento del distaccamento di 1.500 uomini assunse un carattere estremamente precipitoso: i cannoni e quasi tutte le mitragliatrici e le munizioni vennero abbandonati in città.
La sanguinosa repressione scatenata dalla controrivoluzione costò la vita a circa 4.000 proletari.

Insegnamenti da trarre dall’insurrezione di Canton

Conviene indugiare un po’ sulla questione essenziale che sì pone a proposito dell’insurrezione cantonese: quali furono le cause dell’insuccesso, quali insegnamenti deve trarre il partito rivoluzionario in futuro, al momento dell’organizzazione e della preparazione per la presa del potere?
Come risulta dall’esposizione dei preparativi e dell’esecuzione dell’insurrezione di Canton, il Partito comunista commise gravi errori nell’organizzazione e nell’applicazione militare, errori che non potevano non avere un effetto disastroso sull’esito della battaglia. In grandi linee questi errori si possono riassumere come segue:
II piano insurrezionale non era stato studiato abbastanza in profondità; la direzione si rivelò estremamente debole. Fino a un certo punto ciò si spiega con il fatto che il Comitato rivoluzionario, a cui spettava la guida di tutto l’aspetto militare, era arrivato a Canton solo sei ore prima dell’insurrezione e, quindi, non aveva potuto analizzare convenientemente la situazione e trame le dovute conclusioni ai fini delle operazioni da compiere. Inoltre, il compagno responsabile, pur essendo generale di carriera, non aveva né una preparazione tattica sufficiente né, soprattutto, una vera esperienza di insurrezioni proletarie all’interno degli abitati. La mancanza di un vero piano e di una buona guida nel corso della sollevazione spiegano il fatto che non vennero occupate le armerie di Cian-Sciui e il grande arsenale, che il servizio di ricognizione e collegamento non venne convenientemente organizzato durante gli scontri, ecc. Così si spiega anche come mai non siano stati utilizzati i soldati disarmati dei reggimenti di fanteria e d’artiglieria e quelli del battaglione di fanteria.
Certo è che i soldati delle unità disarmate avrebbero potuto, dopo una rapida preparazione politica e un’attenta selezione, essere impiegati in qualità di combattenti attivi a fianco degli insorti. E invece il dirigente militare, quando qualcuno richiamò la sua attenzione su questa opportunità, pretese l’elenco nominativo dei disarmati con l’indicazione delle rispettive opinioni politiche. Naturalmente un modo tanto burocratico di risolvere il problema rivoluzionario in caso d’insurrezione non può fruttare nulla di buono. Il tempo premeva e fu perduto in inutili formalità: alla fine i soldati delle unità disarmate rimasero inattivi. In seguito si sparpagliarono puramente e semplicemente per la città. Il fatto è che il grosso di questa truppa non si distingueva in nulla, dal punto di vista politico, da quello del reggimento reclute. Se così non fosse stato, non si sarebbe certo lasciato disarmare così facilmente da pochi reparti di reclute. Il fermento rivoluzionario tra i soldati dei due reggimenti di fanteria e d’artiglieria, come tra quelli delle altre unità del presidio di Canton, era un fatto incontestabile. E proprio questo fatto aveva consentito di neutralizzarli così rapidamente.
Per colpa di una pessima direzione, i compiti non erano stati convenientemente distribuiti tra le varie squadre rosse. Alcune unità, per esempio, rimasero completamente inutilizzate, come segnala Ye-Tin nel suo rapporto: un plotone di gendarmi, il plotone di guardia all’arsenale, due plotoni di studenti della scuola di Wam-Pu. Queste unità, considerate devote alla rivoluzione, non ricevettero però nessuna missione attiva, rimanendo prive di collegamento con il comando dell’insurrezione e inattive per tutto il tempo. E pensare che la carenza di combattenti si faceva sen-lire drammaticamente!
Altro grave errore del comando insurrezionale fu la mancata utilizzazione dell’ufficiale di stato maggiore comunista che all’inizio dell’insurrezione si trovava nel comando del IV corpo d’armata. Questo compagno, come abbiamo già accennato, non era stato informato dei piani del comitato comunista del Kuang-Tung. Grazie alla sua posizione avrebbe potuto esercitare una seria influenza a favore del proletariato su tutto il corso degli avvenimenti, ma per giungere a tanto ci sarebbe voluto che egli fosse al corrente di quanto stava per accadere e che dal Comitato rivoluzionario ricevesse compiti precisi.
Nel Pelaborare il piano insurrezionale, la direzione attribuì troppo poca importanza alla liquidazione del vertice della controrivoluzione. Durante tutta l’insurrezione i rivoluzionari non riuscirono a porre i capi attivi della reazione in condizione di non nuocere. L’intero manipolo di testa della controrivoluzione (Ciang-I”;i-Ku e gli altri leader del Kuomintang) si trovava a Tun-Sciang. (a ché secondo il piano l’occupazione di Tun-Sciang non era prevista all’inizio dell’insurrezione, essendo stato lasciato questo obbiettivo per la seconda fase, i capi controrivoluzionari, come abbiamo detto, presero immediatamente la fuga e si rifugiarono a Honan e a Hong-Kong, di dove poterono in piena sicurezza dirigere la lotta antinsurrezionale.
La mancata occupazione di Tun-Sciang e la consentita eva-sione della dirigenza controrivoluzionaria sono da annoverarsi tra gli errori più gravi del comando dell’insurrezione cantonese.
In genere è opportuno far notare che gli insorti non mostrarono sufficiente energia nel combattere i notabili reazionari. Così scrive Sciao-Iuy nel suo articolo L’insurrezione di Canton:
Non si era preoccupati abbastanza di mettere i controrivoluzionari in condizione di non nuocere. Per tutto il tempo in cui Canton rimase nelle mani degli insorti vennero uccise soltanto cento persone. Gli arrestati non potevano essere passati per le armi se non dopo un processo in piena regola e con sentenza della commissione per la lotta antireazionaria. In pieno combattimento, in piena insurrezione, questa è una procedura troppo lenta. E così, dopo la ritirata, si trovavano in prigione un’ottantina di reazionari i quali, appena usciti, presero parte alla repressione. Nessuno si preoccupò di confiscare i beni statali e il patrimonio dei reazionari. Il potere rimase nelle nostre mani due o tre giorni, ma i principali organi dirigenti non avevano i mezzi per acquistare provviste, mentre la Banca centrale conteneva liquidi per milioni e milioni, che rimasero intatti. Tutte le altre banche, tutti i magazzini rimasero indenni.9
Ecco un altro grave errore della direzione: nonostante il fatto che a mezzogiorno della prima giornata il centro di Canton era in mano agli insorti, i responsabili non furono capaci d’isolare il comando del IV corpo dalle unità in sottordine che vi facevano capo.
Ancora in serata questo comando era in contatto con i suoi reparti di fuori città. I collegamenti telegrafici tra Canton e Hong-Kong non vennero mai interrotti.
Un fatto che ebbe un effetto disastroso sullo sviluppo della battaglia fu che le masse operaie non sapevano servirsi delle armi da fuoco. Dei 30 cannoni presi al reggimento d’artiglieria, fu possibile utilizzarne soltanto 5: tutti gli altri rimasero muti perché gli insorti erano privi di serventi. Altrettanto si può dire delle mitragliatrici. Gli insorti non fecero uso della maggior parte di quelle cadute nelle loro mani. Non sapendo maneggiare le proprie armi e ignorando i più elementari principi di tattica, i reparti operai subirono ingenti perdite, infliggendone di relativamente minime all’avversario.
I metodi della battaglia sulle barricate non vennero applicati convenientemente. Visto che fin dall’inizio della seconda giornata gli insorti erano già ridotti alla difensiva, la situazione esigeva invece il ricorso alle barricate, che avrebbero potuto assicurare un buon vantaggio. Gli insorti dedicarono troppe energie e troppa attenzione all’occupazione dei comandi delle divisioni e del IV corpo d’armata, e alla conquista della residenza di Li-Tin-Sings. Nel momento in cui la situazione richiedeva azioni fulminee e risolute per l’occupazione totale della città e soprattutto delle posizioni controrivoluzionarie di Tun-Sciang, si sarebbero dovuti piuttosto circondare e isolare con il minimo spiegamento di forze (interrompendo i collegamenti, la luce, l’acqua, ecc.) i comandi in questione, per dirigere il grosso degli effettivi sugli obbiettivi più importanti dell’ora, al fine di rompere l’equilibrio a favore dell’insurrezione (con l’occupazione di Tun-Sciang, delle armerie, ecc.).
Tutti gli errori tattici e organizzativi già ricordati, la cattiva direzione e l’incapacità degli operai a servirsi delle armi da fuoco, sono gli elementi che esercitarono un influsso decisamente negativo sull’intera condotta del movimento. Si deve principalmente a questi errori se mancò una soluzione favorevole al problema fondamentale di ogni combattimento e in particolare del combattimento insurrezionale, quello della superiorità delle forze da parte degli insorti sulla controrivoluzione.
Dopo l’assalto audace e risoluto condotto fin dal principio contro le vecchie autorità, gli insorti vennero costretti, dal rapporto sfavorevole tra le forze in campo, a trincerarsi sulla difensiva. A questo punto l’iniziativa passò al nemico.
È bene notare, inoltre, che la morte di Ciuan-Tai-Lai, uno dei dirigenti più energici e meglio dotati, ucciso il secondo giorno al ritorno da una riunione, indebolì ulteriormente una direzione già difettosa.
Purtuttavia, nonostante i notevoli effetti negativi degli errori da noi ricordati, non qui vanno ricercate, a nostro avviso, le cause principali detta sconfitta. Le cause prime e determinanti appartengono a un diverso ordine di cose: la situazione generale in Cina e il rapporto di forze nella provincia di Kuang-Tung non erano favorevoli all’insurrezione.
A Canton si riuscì a prendere il potere (però non tutta la città era stata occupata, giacché Tun-Sciang e l’isola di Honan rimasero in mani nemiche) grazie alla presenza di forze controrivoluzionarie di scarso peso. Ciò è vero però soltanto per Canton: nell’insieme della provincia del Kuang-Tung il rapporto di forze era nettamente a sfavore degli insorti. A due o tre giornate di marcia da Canton, nelle varie direzioni, si trovavano circa 50.000 uomini dei signori della guerra Sciang-Fa-Ku, Lin-Tin-Sings e di altri generali a loro subordinati, i quali non erano in serio disaccordo tra loro. L’opera del Partito presso queste truppe, per demoralizzarle e conquistarle politicamente alla rivoluzione, era mancata quasi del tutto (carenza di attivisti), così che il grosso dei soldati ignorava quasi del tutto le parole d’ordine comuniste. È questo che permise a Ciang-Fa-Ku, dopo l’inizio dell’insurrezione proletaria, di far fare dietro-front’ alla sua armata e di inviarla a reprimere il movimento. La stessa cosa riuscirono a fare Li-Fu-Lin e Li-Tin-Sings. Tutto questo fu possibile perché tra questi signori della guerra non c’era mai stata una vera guerra cruenta: poterono così, senza la minima esitazione, richiamare le loro truppe da un fronte inattivo per farle convergere su Canton. Una volta iniziata contro la città l’offensiva concentrica di questi reggimenti non demoralizzati e ancora fedeli al comando reazionario, sostenuti materialmente e politicamente dagli imperialisti, risultò chiara l’impossibilità di difendere Canton, poiché la superiorità delle forze era, in schiacciante preponderanza, dalla parte della controrivoluzione.
Al momento della rivoluzione, poi, non esisteva un serio movimento rivoluzionario tra i contadini delle zone intorno a Canton. La zona di Hai-Lu-Fin, per esempio, dove il potere dei Soviet era stato proclamato in 6 distretti, si trova a 250 chilometri da Canton, motivo per cui i contadini in rivolta non riuscirono a offrire alla città un sostegno attivo nel momento voluto. La stessa osservazione vale per l’isola di Hainan, teatro di un possente moto contadino, ma completamente isolata e non in grado di inviare alcun soccorso.
L’insurrezione cantonese non venne appoggiata da nessun intervento né delle masse proletarie né dei contadini rivoluzionari delle altre province cinesi. Il Comitato centrale del Partito comunista non venne a sapere in tempo della decisione del comitato provinciale del Kuang-Tung sull’inizio dell’insurrezione per l’11 dicembre.
Ecco dunque quali erano la situazione politica generale e il rapporto di forze tra rivoluzione e controrivoluzione nel Kuang-Tung. Per quanto riguarda la città di Canton, indubbiamente esisteva colà un movimento rivoluzionario di massa: in una forma o nell’altra le masse presero veramente parte ai moti (è da respingere con disprezzo l’argomentazione menscevica secondo cui le masse cantonesi non avrebbero preso parte alla sollevazione, che quindi sarebbe stata semplicemente un colpo di mano militare) e furono solidali con l’insurrezione. A parte questo, però, c’erano alcune frazioni del proletariato, come il sindacato metalmeccanici (e vari altri sindacati con decine di migliaia di organizzati posti sotto il controllo dei metalmeccanici), che contava oltre 5.000 aderenti, le quali non soltanto non sostennero i moti, ma si rivelarono addirittura ostili, quando non rimasero spettatrici passive e neutrali dello scontro sanguinoso che si andava svolgendo sotto i loro occhi.
Gli insorti non erano in condizioni di preparare e di attuare lo sciopero generale: i ferrovieri e i marinai proseguirono il lavoro e vennero utilizzati dalla controrivoluzione per il trasporto delle truppe, dei fuggiaschi di Canton, ecc. Ciò dicasi soprattutto per gli operai dei trasporti fluviali. La piccola borghesia, dal canto suo, era tuttavia aggrappata alle illusioni della “sinistra” del Kuomin-tang e nulla comprese né delle parole d’ordine comuniste né di tutto quello che accadeva in città.
Ecco, del resto, il commento di un membro del Comitato rivoluzionario cantonese, il compagno Ye-Tin, sull’atteggiamento delle masse lavoratrici nei confronti dell’insurrezione:

All’insurrezione non presero parte le grandi masse: due imponenti comizi dettero un risultato poco soddisfacente. Tutti i negozi erano chiusi e gli impiegati non manifestavano alcun desiderio di sostenerci. Noi non sapemmo utilizzare convenientemente tutti i nostri compagni e quindi non c’è nulla di strano se gli operai si trovarono male organizzati. La maggior parte dei soldati disarmati si volatilizzò per la città. L’insurrezione non venne messa in relazione con le agitazioni verificatesi tra i ferrovieri di tre linee ferroviarie. I reazionari potevano sempre servirsi della linea Canton-Hankeu. Non dedicammo la necessaria attenzione alla flotta, che restò in mano nemica. Il nostro partito non fece quel che doveva per sostenere le organizzazioni di base degli operai. I distaccamenti armati del sindacato metalmeccanici, bracciale bianco all’omero, davano la caccia ai loro fratelli rossi per fucilarli. Gli operai delle centrali elettriche tolsero la luce alle strade e noi ci trovammo a operare al buio. Al pari dei marinai, gli operai di Canton e di Hong-Kong, sotto la pressione degli imperialisti inglesi, non osarono unirsi ai combattenti. I marinai della linea Hongkong-Tienzin, nonostante la situazione, entrarono in sciopero ed ebbero la meglio. Quanto a quelli dei trasporti fluviali, essi si misero vergognosamente al servizio dei bianchi, aiutandoli a traversare il fiume, mentre noi non riuscimmo a trovare nemmeno un battello. I ferrovieri di Hong-Kong e di Hankeu trasmettevano i telegrammi del nemico e trasportavano i soldati. I contadini non ci aiutarono a distruggere la ferrovia e non tentarono neppure di sbarrare il passo al nemico che aggrediva Canton. Gli operai di Hong-Kong non manifestarono la minima solidarietà per l’insurrezione.10

Anche se a parer nostro Ye-Tin non giudica al vero valore la partecipazione della massa all’insurrezione, siamo tuttavia d’accordo con lui nella veduta d’insieme. È chiaro che l’insufficiente partecipazione delle masse proletarie si spiega con l’assenza di una guida adeguata. I dirigenti non seppero prendere le misure neces-sarie per far collaborare gli operai alla lotta attiva. C’è però un’altra cosa non meno chiara: a Canton non esistevano in misura adeguata le condizioni indispensabili d’ordine sociale, senza le quali la vittoria dell’insurrezione armata è impossibile.
L’insurrezione di Canton, tentativo eroico del proletariato per organiz-zare il potere dei Soviet in Cina, ha avuto una parte di primo piano nello sviluppo della rivoluzione operaia e contadina. Nondimeno ha portato alla luce non pochi errori di direzione: l’insufficienza del lavoro preparatorio tra operai e contadini e in seno all’esercito nemico. Scarsa attenzione dedicata agli operai aderenti ai sindacati gialli; carenza di preparazione nell’organizzazione stessa del Partito e della Gioventù comunista; mancata informazione del Comitato centrale sugli avvenimenti di Canton; fiacca mobilitazione politica delle masse (assenza di grandi scioperi politici, niente Soviet eletto come organo dell’insurrezione). Di tutto questo sono in parte responsabili i dirigenti diretti, politicamente responsabili davanti all’I.C. (il compagno N. e altri). Nonostante questi errori di direzione, l’insurrezione cantonese deve essere considerata come un modello d’eroismo da parte degli operai cinesi, i quali possono legittimamente pretendere al ruolo storico di guida della grande rivoluzione cinese.11
Su questa valutazione si sono trovati completamente concordi il VI congresso del Partito comunista cinese e il VI congresso dell’I.C.
Il fatto nuovo venuto in luce in entrambi i congressi è che i combattimenti di Canton vengono considerati come “una battaglia di retroguardia del proletariato cinese nell’ultimo periodo della rivoluzione cinese.” L’insurrezione cantonese, insomma, scoppiò nel momento in cui l’ondata rivoluzionaria in Cina era già sulla china discendente.

L’ondata rivoluzionaria già declinava. In una serie di insurrezioni (insurrezione di Ho-Lang e Ve-Tin, sollevazioni contadine di Honan, Hupé, Kuang-Tung e Kiang-Su), la classe operaia e i contadini tentarono di strappare il potere agli imperialisti, alla borghesia e ai proprietari fondiari, per impedire così la sconfitta della rivoluzione. Non vi sono riusciti. L’ultima possente manifestazione di questa ondata rivoluzionaria è stata l’insurrezione dell’eroico proletariato cantonese che, con la parola d’ordine dei Soviet, tentò di legare la rivolta agraria al rovesciamento del Kuomintang e all’istituzione della dittatura del proletariato e dei contadini.12

Tale valutazione dell’insurrezione di Canton come battaglia di retroguardia del proletariato cinese assume un’importanza di principio estremamente importante. È così, infatti, che TLC. rivela la causa fondamentale dell’insuccesso.
Se giudichiamo gli errori militari e politici commessi nel corso della preparazione e dell’attuazione dell’insurrezione alla luce della situazione politica generale del paese e in particolare del Kuang-Tung e di Canton, comprendiamo come tali errori non potessero non avere un peso determinante sull’esito del combattimento.
L’insurrezione cantonese venne schiacciata dalle preponderanti forze della coalizione reazionaria: militaristi, borghesia, imperialisti, ecc. Gli operai di Canton dettero prova di un eroismo senza pari. Il proletariato di Canton e le classi lavoratrici dell’intera Cina trassero dagli errori e dagli aspetti positivi della Comune di Canton gli opportuni insegnamenti. Per tutti i lavoratori di Cina i decreti del nuovo governo cantonese ebbero un valore immenso: nazionalizzazione delle terre, espropriazione delle grandi imprese, dei mezzi di trasporto, delle banche, giornata di otto ore, eliminazione fisica della controrivoluzione, riconoscimento dei sindacati come organi autorizzati della classe operaia; scioglimento delle armate mercenarie, guerra a fondo agli imperialisti, campagna contro le guerre militariste, ecc. Attraverso questi decreti i lavoratori cinesi hanno potuto vedere che non si tratta di rimettere il potere a un determinato raggruppamento, con il passaggio delle consegne da una classe dirigente a un’altra, bensì di trasformare radicalmente l’intero ordinamento sociale, consegnando tutto il potere alle classi lavoratrici. Qui sta la portata universale dell’insurrezione di Canton.
Ma l’importanza di questa insurrezione sarebbe ancor più grande se la direzione non avesse commesso i gravi errori più volte menzionati, errori che si sarebbero potuti evitare.
Se, infatti, la direzione insurrezionale avesse avuto un piano ben meditato e l’avesse messo in pratica puntualmente, la lotta avrebbe assunto un ben diverso carattere. L’occupazione delle armerie e del grande arsenale avrebbe consentito agli insorti di portare le proprie forze armate a circa 10.000 uomini. Queste forze sarebbero potute aumentare ancora con una oculata utilizzazione dei soldati prigionieri delle unità di presidio disarmate e delle unità rivoluzionarie che non furono mai chiamate alla lotta. Questo insieme di uomini, con gli operai e i soldati veramente dotati di armamento, avrebbe costituito un esercito rivoluzionario di oltre ventimila uomini. Con una simile armata, indubbiamente sempre inferiore per numero, per addestramento e per equipaggiamento ai 50.000 uomini dei signori della guerra, in presenza di una buona direzione militare e politica, si sarebbe potuto combattere con maggior successo la controrivoluzione, che non con le forze irrilevanti di cui il Comitato rivoluzionario si trovò a disporre.
Con questo non vogliamo naturalmente dire che questi venti o venticinquemila uomini dell’esercito rivoluzionario sarebbero stati in grado, nelle condizioni in cui operò l’insurrezione di Can-ton, di condurre una lotta prolungata contro la reazione. Da parte nemica la superiorità delle forze sarebbe stata comunque schiacciante. Era impossibile, insomma, la vittoria di questi venti, venticinquemila uomini, a meno che gli elementi decisivi del proletariato cantonese non li avessero sostenuti attivamente con le armi (se il Partito avesse saputo far partecipare tali elementi alla lotta attiva), a meno che la popolazione contadina, sul percorso delle truppe militariste dirette su Canton dalla provincia, non fosse riuscita, con un intervento in massa o almeno con azioni di guerriglia, a stornare almeno in parte l’attenzione di queste truppe. Sarebbe stato necessario, infine, che in queste unità militariste si fosse notato almeno qualche sintomo di disgregazione. In questo caso l’insurrezione cantonese, come battaglia di retroguardia della rivoluzione cinese del 1927, sarebbe potuta servire da punto di partenza per un nuovo balzo rivoluzionario.
L’insurrezione di Canton ha dimostrato agli operai cinesi che l’insurrezione armata può trionfare soltanto nel caso in cui sia accuratamente preparata, in cui non si commettano gravi errori militari e politici, in cui le masse proletarie in genere siano coinvolte nel movimento al pari dei soldati delle unità militariste. La lezione di Canton non andrà perduta per gli operai cinesi.
L’insurrezione di Canton è intesa dagli operai come un esempio del grande eroismo degli operai cinesi. Che la prossima sollevazione delle grandi masse operaie e contadine, organizzata sulla base dei principi leninisti autentici e correttamente applicati, e appoggiata dal proletariato internazionale, sia l’Ottobre vittorioso della Cina.”

1 Thèses et résolutions du VI’ congrès de l’I.C., p. 41, Paris, Bureau d’Éditions. ” Ibidem, p. 221.
3 Senza contare la Manciuria. La situazione politica ed economica di questa provincia, semicolonia dell’imperialismo giapponese, è sempre stata completamente diversa da quella del resto della Cina.
4 Questi tre fattori rivoluzionari si manifestarono isolatamente, senza coordinamento uri tempo e nello spazio. Mancò ogni unità d’azione. Le armate insorte di Nangan non “vcvano saputo trascinare il movimento contadino nelle regioni ove esse operavano. Le Insurrezioni contadine non venivano coordinate, a loro volta, con la lotta rivoluzionaria “lirii operai delle città.
5 La preserva di una cellula così importante nel reggimento reclute si spiega perché l’unità comprendeva un buon numero di studenti di Vam-Pu e soprattutto perché per lungo tempo aveva avuto come comandante un comunista, in seguito sostituito (prima dell’insurrezione).
6 Evidentemente armati di fucile o moschetto Mauser, di fabbricazione tedesca. Vale quindi moschettieri o carabinieri. [N.d.T.]
7 Una delle differenze sostanziali tra moschetto e fucile è che il primo ha la canna più corta, anche a parità di calibro. Perciò risulta meno preciso. Ne deriva una diversità di impiego. Il solo vantaggio del moschetto rispetto al fucile è la maggior leggerezza e maneggevolezza. Tra le mani di chi non sa servirsene, il moschetto è praticamente un oggetto inutile. La stessa osservazione vale per i moderni moschetti automatici (i cosiddetti “mitra”) che in attacco sostituiscono virtualmente la vecchia baionetta inastata: servono per le brevi sventagliate nella fase conclusiva dell’assalto e devono sempre integrarsi con il lancio delle bombe a mano. La possibilità di colpo singolo, invece che a raffica, non aggiunge molto valore alle possibilità di tiro mirato a distanza del moschetto automatico. Negli ultimi tempi si va diffondendo sempre più l’impiego delle carabine automatiche, che uniscono il vantaggio della maggior leggerezza e maneggevolezza a una buona precisione di tiro anche a distanza. Non si dimentichi che, specie nelle mani delle forze in funzione antinsurrezionale, il vecchio moschetto automatico, con la sua rapidità di fuoco agghiacciante, anche se priva di effettivi risultati pratici a più di 30 metri di distanza (e generalmente meno), ha un notevole effetto psicologico su chi non è abituato ai colpi d’arma da fuoco. [N.^.T.]
8 Una delle varianti era questa: l’il dicembre, verso mezzogiorno, il Partito orga-ni//a una dimostrazione alla quale aderisce il reggimento reclute. Nel corso della manifestazione viene dichiarato lo sciopero generale, mentre le reclute, con i reparti delle miai die rosse, s’impadroniscono degli edifici governativi, disarmano la polizia, ecc. La vallante venne scartata poiché il comitato rivoluzionario ritenne che, se non si fosse i i usci ti a cogliere il nemico alla sprovvista con un attacco notturno di sorpresa, le l’i <>l labilità di vittoria sarebbero notevolmente scemate.
9 La Comune di Canton, raccolta di articoli e materiale vario. Mosca 1929, p. 96.
10 Rapporto di Ye-Tin sull’insurrezione di Canton.
11 Risoluzione sulla questione cinese, adottata dalla IX seduta plenaria del C.E. dei-TLC. (1928).
12 Tesi e risoluzioni del VI congresso, eit., pp. 160-161. “Tesi sul movimento rivoluzionario nelle colonie e semicolonie.”
13 Tesi e risoluzioni del VI congresso, cit., p. 222. “Appello per la rivoluzione cinese.”

Le insurrezioni di Sciangai

Le tre insurrezioni di Sciangai, oggetto della breve esposizione di questo capitolo, si verificarono in condizioni che differiscono da quelle indicate in precedenza. (Si veda lo schema in fondo al volume.}
In primo luogo, a quell’epoca il Partito comunista di Cina faceva ancora blocco con il Kuomintang, secondo le giustissime decisioni prese dall’I .C. Insieme con il Kuomintang combatteva i signori feudali, i militaristi semifeudali e l’imperialismo straniero. La borghesia nazionale era ancora rivoluzionaria e lottava per l’emancipazione nazionale e l’unione della Cina sotto un’egemonia borghese.
Al tempo della terza insurrezione la borghesia nazionale era indubbiamente già passata, in maggioranza, al campo della rea¬zione, ma tale mutamento di posizioni non era stato compreso a sufficienza dal Partito comunista. E così, come vedremo tra breve, tutta la tattica del Partito continuò a basarsi sul blocco puro e semplice con il Kuomintang.
In secondo luogo, le tre insurrezioni vennero preparate e con¬dotte con la seguente parola d’ordine: aiutare le truppe della rivo¬luzione nazionale, in stato di guerra (campagna dell’esercito rivo¬luzionario verso nord) con i signori della guerra del settentrione (Ciang-Tso-Lin, Sun-Sciuan-Fan, Ciang-Tsiun-Scian, ecc.). Nelle tre insurrezioni il principale fattore tattico era il desiderio di combinare con l’offensiva diretta dell’armata nazionale le azioni rivoluzionarie a tergo delle truppe nemiche.
Sono queste le due caratteristiche che contrassegnarono in pro¬fondità la preparazione e l’organizzazione delle insurrezioni di Sciangai.
La prima (24 ottobre 1926) non si potrebbe definire in realtà un’insurrezione nel vero senso della parola, poiché fu limitata a piccoli scontri tra reparti dell’organizzazione tattica rivoluzionaria e la polizia, ma la situazione del momento e le decisioni del Partito comunista, tendenti alla preparazione di un’insurrezione armata autentica, ci inducono a soffermarci anche su questo primo as¬saggio.
L’insurrezione del 24 ottobre 1926
Nell’ottobre 1926, a Sciangai e sul fronte nella provincia di Ce-Kiang, la situazione era la seguente: a seguito della sconfitta sotto U-ciang, toccata a Wu-Pei-Fu il 10 ottobre, il comando della spedizione al nord (Ciang-Kai-scek) aveva posto in marcia le sue forze principali verso la provincia di Scian-Si, contro l’armata di Sun-Sciuan-Fan. Era da ritenere che quest’ultimo non avrebbe resistito all’esercito nazionale del sud. Il generale Sia-Sciao, go¬vernatore della provincia, desiderando far bella figura con il suo nuovo padrone, il comandante dell’armata nazionale, allo scopo di assicurarsi, dopo la vittoria di quest’ultimo su Sun-Sciuan-Fan, un buon posto nel nuovo governo, decise di ribellarsi a Sun-Sciuan-Fan. A tale scopo si accordò con il generale Niu-Iun-Tsian, rap¬presentante del governo nazionale e esponente di destra del Kuo-mintang, che si trovava in quel momento a Sciangai. Niu-Iun-Tsian era da poco arrivato in città in qualità di delegato della Segreteria politica del Kuomintang appena organizzato nella re¬gione, nell’intento di porre mano alla mobilitazione delle forze di Sciangai, alla disgregazione della retroguardia di Sun-Sciuan-Fan e per organizzare una sollevazione a Sciangai nell’eventualità che le truppe del sud si fossero avvicinate a sufficienza. Tale progetto coincideva con la linea adottata dal Partito comunista. Fin da prima della decisione di Sia-Sciao, i dirigenti comunisti si erano fatta l’opinione che il proletariato di Sciangai, in caso di sconfitta di Sun-Sciuan-Fan e del riconoscimento da parte di Sia-Sciao del governo nazionale, dovesse sollevarsi a favore di Sia-Sciao, aiutan¬dolo a impadronirsi della città. Al tempo stesso il Partito comu¬nista si rendeva conto che, oltre alla classe operaia, bisognava far di tutto per coinvolgere nel movimento anche la piccola borghesia e gli studenti.
L’atteggiamento combattivo del proletariato di Sciangai, con¬siderate le vittorie dell’esercito nazionale e le difficoltà in cui si dibatteva Sun-Sciuan-Fan, si manifestava sempre più chiaramente. L’influenza del Partito comunista era notevole. Vi erano ottime ragioni di sperare che, se avesse lanciato l’ordine dello sciopero generale e dell’insurrezione, il grosso del proletariato avrebbe obbedito.
Niu-Iun-Tsian aveva attirato a sé non soltanto la piccola bor¬ghesia, ma anche parte della media borghesia (lu-Kho-De, ex pre¬sidente della Camera di commercio, ecc.). Era persine riuscito ad attirare a sé parte del lumpenproletariat.
Il Partito comunista fu in grado di costituire una forza armata di 130 operai e di organizzare duemila uomini circa in squadre di combattimento, anche se prive di armi. Niu-Iun-Tsian aveva un distaccamento di circa 600 uomini, reclutati soprattutto tra il sottoproletariato, non osando rivolgersi agli operai e distribuire loro delle armi. lu-Kho-De aveva a disposizione circa cinquecento uomini della milizia mercantile (gli avvenimenti successivi dimo¬strarono che questa forza era in realtà molto meno ingente). Tutte insieme queste unità costituivano la forza armata dell’attesa in¬surrezione.
Non esisteva né un piano d’insieme né un dirigente generale, in quanto nessuno degli aderenti alla coalizione (Partito comuni¬sta, Niu-Iun-Tsian e lu-Kho-De, in rappresentanza dei commer¬cianti) intendeva subordinare le proprie forze a quelle di altri raggruppamenti. Ciascuno schieramento decise di operare indipen¬dentemente, ma la data dell’entrata in azione doveva essere fis¬sata, per comune accordo (è strano che il Partito comunista accet¬tasse un simile compromesso), dal rappresentante del governo na¬zionale Niu-Iun-Tsian.
Secondo il piano del Partito comunista (i mercanti e Niu-Iun-Tsian di piani non ne avevano affatto), l’insurrezione doveva ini¬ziarsi con lo sciopero dei marinai, dei metallurgici, degli operai municipali dell’acqua e dell’elettricità e, per finire, degli operai tessili. Si calcolava che oltre 100.000 uomini avrebbero preso parte all’agitazione.
Le forze di Sun-Sciuan-Fan a Sciangai comprendevano: 1 bat¬taglione di fanteria (circa 1.000 uomini), oltre 2.000 agenti di polizia, 2 cannoniere fluviali (una delle quali destinata a Niu-Iun-Tsian) e la 76a brigata (molto poco sicura) con il generale Li-Bao-Cian, accantonata a due giornate di marcia da Sciangai sulla sponda settentrionale dello Yang-Tse.
Tale era il rapporto delle forze armate organizzate.
Il 16 ottobre il generale Sia-Sciao, che aveva circa diecimila uomini, annunciò il suo passaggio a fianco del governo nazionale. Il 17 ottobre (non si capisce perché mai Sia-Sciao non diresse tutte le sue forze contro Sciangai, misura imposta dalla situazione, invece di inviare un solo reggimento) egli distaccò un reggimento per occupare Sciangai e, nella serata dello stesso giorno, questa unità venne a trovarsi a una quindicina di chilometri dalla città. Intanto entravano a Sciangai le avanguardie della 76a brigata, inviata da Sun-Sciuan-Fan per rafforzare il presidio prima ancora che il reggimento di Sia-Sciao si mettesse in movimento. Quel giorno stesso le unità di Sun-Sciuan-Fan impegnarono battaglia con quelle di Sia-Sciao, ritardandone la marcia su Sciangai.
Per il proletariato questo era il momento più favorevole al¬l’offensiva. Invece i suoi dirigenti si ritennero ancora troppo poco preparati. Il 20 ottobre le squadre comuniste e i reparti di Niu-lun-Tsian erano più o meno disponibili per l’intervento, ma la situazione di Sia-Sciao al fronte si faceva difficile. A Sciangai non si aveva nessuna notizia di quel che stesse accadendo sul luogo della battaglia. La data dell’insurrezione venne rimandata di gior¬no in giorno. Al mattino del 23 ottobre Niu-Iun-Tsian ricevette una notizia, non controllata, secondo cui Sun-Sciuan-Fan sarebbe stato battuto da Sia-Sciao. Niu-Iun-Tsian, prestando fede a questa notizia, impartì l’ordine di iniziare l’insurrezione alle 3 del mat-tino del 24 ottobre.
In realtà, in quello stesso momento, le truppe di Sia-Sciao venivano costrette a ripiegare da quelle di Sun-Sciuan-Fan.
In mancanza di un piano e di una direzione centrale (l’azione doveva cominciare allo sparo di un pezzo di una delle due can¬noniere che, a sua volta, doveva attendere un razzo lanciato dalla casa di Niu-Iun-Tsian: il razzo fu lanciato al momento voluto, ma la cannoniera non se ne accorse e non fece fuoco), l’insurrezione non ebbe luogo, lasciando posto a qualche scontro di poco conto con la polizia. Verso le cinque del mattino, il Partito comunista impartì alle proprie squadre l’ordine di rinviare l’agitazione a data da destinarsi. Questa esperienza non costò praticamente nes¬suna perdita al Partito.
La causa principale dell’insuccesso, senza parlare dei vari er¬rori d’organizzazione, come l’assenza di un piano e di una dire¬zione, le cattive informazioni sulla situazione al fronte e, quindi, la mancanza di coordinamento tra le operazioni delle truppe e quelle del proletariato, consiste nel fatto che il Partito comunista, a quel tempo, contava troppo su Niu-Iun-Tsian, fino al punto di lasciarci di fatto l’iniziativa dell’insurrezione (la data era stata •fissata da Niu-Iun-Tsian), di rinunciare volontariamente a ogni politica indipendente nel corso della preparazione e dell’esecu¬zione del movimento, comportandosi insomma al modo voluto dal Kuomintang. Per questo motivo il Partito non aveva fatto prati¬camente nulla per la seria preparazione dell’insurrezione presso il proletariato. Né ci sarebbe comunque riuscito, poiché si era po¬sto esso medesimo alle dipendenze di Niu-Iun-Tsian. Eppure avrebbe avuto ottimi motivi per mettersi alla guida del movimento e,utilizzare Niu-Iun-Tsian e i mercanti come forze ausiliarie.
Non era stato sfruttato il momento favorevole all’insurrezione (il 17 ottobre, allorché Sia-Sciao si trovava a 15 chilometri da Sciangai). Il Partito aveva accettato per buoni i motivi addotti da Niu-Iun-Tsian, il quale pretendeva di non essere pronto all’azio¬ne: eppure il rapporto di forze a Sciangai era tale che se il Partito avesse chiamato allo sciopero generale il proletariato, quest’ultimo avrebbe certamente risposto in grande maggioranza all’appello, poiché l’aiuto alle truppe nazionali era una parola d’ordine com¬prensibile a tutta la popolazione. L’intervento del proletariato po¬teva decidere la battaglia a favore degli insorti e di Sia-Sciao, per-sino con un’organizzazione materiale inadeguata. Qui il Partito comunista sottovalutò chiaramente l’importanza dello sciopero, so¬pravvalutando il fattore puramente militare (raggruppamento del¬le squadre). Non aveva tenuto conto dell’eventualità che le truppe di Sia-Sciao, mentre all’interno di Sciangai si andavano racco¬gliendo le forze insurrezionali, potessero subire una disfatta, la¬sciando modificare la situazione profondamente a detrimento della rivoluzione. Non comprese che, in casi del genere (azione combi¬nata del proletariato a tergo del nemico con l’avanzata di un eser¬cito al fronte), il fattore dominante è sempre l’esercito, sul quale il proletariato deve regolare tutte le sue operazioni. Non era quindi lecito rinviare l’insurrezione per motivi tecnici e materiali interni. Bisognava invece, alla minima occasione, prendere le armi e assi-curare così anche il successo al fronte.
La spiegazione delle cause d’insuccesso non sarebbe completa e resterebbe in superficie, se non ci si soffermasse anche sull’altro elemento, quello della tattica del Partito comunista nei confronti del Kuomintang e la sua concezione del ruolo del proletariato nella rivoluzione cinese. Soltanto alla luce di tale questione è possibile capire come mai a Sciangai la direzione del Partito si sia posta al seguito del Kuomintang, nella persona di Niu-Iun-Tsian, rinun¬ciando così a ogni politica propria in materia d’insurrezione.
La direzione del Partito comunista sottovalutò il ruolo del pro¬letariato cinese nella rivoluzione, giudicando che il proletariato non fosse politicamente già abbastanza forte da conquistare l’ege¬monia della rivoluzione nazionale democratica. Se, insomma, alcuni dirigenti del Partito ammettevano la necessità di combattere per assicurare al proletariato una funzione egemone nella rivolu¬zione, ciò rimaneva allo stato di vuota enunciazione verbale, senza alcuno sforzo pratico per l’attuazione.
Dal momento che negli ambienti responsabili del Partito vi¬geva una simile concezione errata del ruolo del proletariato, la conclusione poteva essere una sola: la parte di guida della rivo¬luzione democratica doveva appartenere al Kuomintang; il prole¬tariato e la sua avanguardia dovevano dimensionare la loro tattica su quella del Kuomintang, accodandosi al Kuomintang. Era così che la direzione del Partito interpretava le direttive dell’I.C. sul¬l’alleanza transitoria del Partito comunista con il Kuomintang nel quadro della rivoluzione democratica.
La direzione del Partito non si era neppure posta la questione del possibile tradimento della borghesia cinese ai danni della rivo¬luzione democratica, sopravvalutando così lo spirito rivoluzionario
della stessa borghesia.
Queste vedute trovano conferma nell’esame della politica del Partito all’epoca della prima insurrezione su qualsiasi questione: “L’accodamento, ecco ciò che caratterizzò in quei momenti la direzione del Partito,” scrive Yang-Tsao-Sceng, protagonista de¬gli avvenimenti di Sciangai.1
Questo “accodamento,” cioè la subordinazione del Partito co¬munista alla politica del Kuomintang, non caratterizza però sol¬tanto il periodo della prima insurrezione, bensì anche, in larga misura, il periodo successivo fino alla conferenza straordinaria del mese d’agosto 1927 che sostituì la vecchia direzione opportunista. Le cause dell’insuccesso della prima insurrezione da noi se¬gnalate si verificarono semplicemente perché la direzione del P.C. cinese aveva assunto un falso orientamento sulla seguente que¬stione: chi deve svolgere il ruolo dirigente nella rivoluzione, il Kuomintang o il Partito comunista? Giustissimo conservare il blocco con il Kuomintang e battersi con il Kuomintang per le parole d’ordine della rivoluzione nazionale, ma non si doveva per¬dere di vista, neppure per un momento, che il Kuomintang po¬teva, anzi, doveva fatalmente tradire la rivoluzione; bisognava ri¬vendicare senza indugio al Partito comunista il diritto di avere una propria politica nel quadro della rivoluzione nazionale demo¬cratica. Bisognava tenere sempre presente che gli obbiettivi della rivoluzione nazionale democratica, in Cina come altrove, possono essere pienamente raggiunti soltanto attraverso la rivoluzione pro¬letaria.
La seconda insurrezione di Sciangai (22 febbraio 1927)
Dopo una certa interruzione delle operazioni sul fronte (se¬guita alla disfatta di Sun-Sciuan-Fan nella provincia dello Scian-Si), in febbraio riprese l’offensiva dell’esercito nazionale in vista dell’obbiettivo di sbaragliare definitivamente Sun-Sciuan-Fan. Il 17 febbraio le truppe nazionali (generale Bai-Sun-Sci) occuparono Hankeu e, il 18, la stazione di Kiahing, 60 chilometri a sud di Sciangai.
Il Comitato centrale del Partito comunista, vista la situa¬zione favorevole sul fronte, prese dopo lunga discussione la de¬cisione secondo cui a Sciangai si dovesse proclamare lo sciopero generale, organizzando intanto una sollevazione armata nell’even¬tualità che le truppe del sud si avvicinassero fino a una trentina di chilometri da Sciangai (verso il nodo ferroviario di Sung-Kiang). A differenza della prima insurrezione, la direzione del Partito ri¬conobbe questa volta di manifestare un maggior spirito d’ini¬ziativa e d’indipendenza nella preparazione e nell’esecuzione del movimento.
Tuttavia, la sera del 18 febbraio una riunione dei militanti sindacalisti attivi a Sciangai, ritenendo, sotto l’impressione delle vittorie dell’esercito del sud sul fronte di Sciangai, che Sun-Sciuan-Fan fosse definitivamente debellato, decise all’unanimità di pro¬clamare immediatamente lo sciopero generale, chiamando gli operai all’insurrezione. Il rappresentante del Comitato centrale comuni¬sta presente alla riunione si vide costretto a unirsi alla decisione. Lo sciopero venne dichiarato e iniziò il 19 febbraio. Il 20 aveva raggiunto l’apice, con oltre 200.000 operai organizzati in agita¬zione.
Il rapporto delle forze armate in città era il seguente:
II Partito comunista aveva 130 gregari armati di pistole a tamburo e circa 3.000 privi di armi. Inoltre, grazie al lavoro compiuto in seno alla flotta, godeva di un’influenza enorme presso i marinai. Delle 4 cannoniere alla fonda sul fiume Wampu, il Partito poteva contare pienamente su una sola, ma anche sulle al¬tre aveva le sue cellule, ciò che gli consentiva di attendersi che, in circostanze propizie nel corso dell’insurrezione, le tre cannoniere restanti sarebbero passate dalla parte della rivoluzione. Il Par-tito non disponeva di altre forze armate. Niu-Iun-Tsian aveva visto i suoi uomini disperdersi dopo la prima insurrezione, per¬dendo contemporaneamente le armi che erano state distribuite in quell’occasione. lu-Kho-De non si trovava a miglior partito.
La questione dei dirigenti militari si presentava piuttosto dif¬ficile. Gè n’erano pochissimi, e quei pochi a disposizione del Par¬tito erano stati nominati solo alla vigilia della sollevazione. Per tale motivo non potevano fare la conoscenza dei loro uomini e neppure studiare la città e i vari obbiettivi tattici. Questa circo¬stanza avrebbe avuto conseguenze funeste sullo sviluppo degli avvenimenti.
A Sciangai le autorità di Sun-Sciuan-Fan disponevano, il 19 febbraio, di 500 soldati e di 2.000 poliziotti. Il resto delle loro forze si trovava, come sappiamo, al fronte. Di conseguenza il rap¬porto delle forze contrapposte in città era, questa volta, più favo¬revole che non in occasione del primo tentativo, quello dell’ot¬tobre 1926.
Gli avvenimenti precipitarono rapidamente: lo sciopero ge¬nerale era stato proclamato da altri e il Comitato centrale si vide posto davanti al fatto compiuto; a eccezione del rappresentante in seno alla riunione del giorno 18, tutti gli altri membri del Comitato erano venuti a sapere della decisione dei militanti sin¬dacali soltanto verso il mezzogiorno del 19 febbraio, quando lo sciopero era già iniziato; conscguentemente il Comitato fu co¬stretto a esaminare precipitosamente tutta una serie di problemi relativi all’imminente insurrezione (come la formazione del go¬verno, ecc.) e, in genere, a prendere provvedimenti vari per la preparazione della sollevazione. L’intera giornata del 19 feb¬braio trascorse in preparativi e in discussioni del genere. Il Par¬tito nel suo insieme e la sua direzione in particolare non erano affatto preparati all’insurrezione.
Il 20 febbraio si venne a sapere che l’attacco a Sciangai dal sud era stato sospeso e che l’esercito era fermo in attesa di rin¬forzi. I rappresentanti di Sun-Sciuan-Fan, tenendo conto di que¬sta circostanza, cominciarono a ricorrere al terrorismo contro gli scioperanti, alcuni dei quali vennero suppliziati. Sun-Sciuan-Fan fece affiggere un manifesto nel quale chiunque scioperasse era definito traditore e passibile della pena di morte per decapitazione.
La sospensione dell’offensiva da sud e il terrorismo nei con¬fronti degli scioperanti posero al Partito un nuovo interrogativo: sospendere lo sciopero o continuarlo nella prospettiva di trasformarlo in sollevazione armata? Presero forma tre pareri diversi, l’uno dei quali per la cessazione dell’agitazione, l’altro per la sua continuazione e l’organizzazione della lotta armata fino alla presa del potere a Sciangai, il terzo per la prosecuzione dello sciopero senza organizzare l’insurrezione.
Dopo molto dibattere, si venne finalmente alla decisione di proseguire lo sciopero e di fissare l’insurrezione per le ore 18 del 21 febbraio. Nonostante tutto, l’insurrezione non ebbe luogo per¬ché non fu dato il segnale che doveva scatenarla. Anche questa volta la sollevazione doveva iniziare all’udire un colpo sparato da una cannoniera. Per motivi eminentemente materiali lo sparo non avvenne. Le squadre insurrezionali si sciolsero. In seguito la direzione del Partito censurò il fatto.
Tutto questo affievolì il morale dei gregari ed ebbe un effetto disastroso sugli avvenimenti che seguirono.
L’insurrezione venne fissata una seconda volta per il 22 feb¬braio alle ore 18.
Le circostanze erano però ormai mutate a favore di Sun-Sciuan-Fan, il quale, garantitosi una posizione relativamente sta¬bile al fronte (avendo le truppe del sud interrotto l’offensiva), si dedicò alla più crudele repressione del movimento di sciopero, moltiplicando le decapitazioni di operai. I comunisti non erano in condizione di trascinare in sciopero anche i ferrovieri, i quali permisero a Sun di trasportare celermente a Sciangai un batta¬glione di fanteria di rinforzo al presidio. Il 21 febbraio erano ancora in sciopero non più di un centinaio di migliaia di operai, mentre gli altri, sbandati dal terrorismo, avevano ripreso il lavoro. Il piano d’insurrezione prevedeva che la solita cannoniera, alle 18 precise, aprisse il fuoco contro l’arsenale, le caserme, il comando del presidio (generale Li-Bao-Cian) e il gruppo delle residenze dei funzionari governativi.
In quel momento, nei vari quartieri, le squadre insurrezionali avrebbero disarmato la polizia e si sarebbero impadronite degli uffici pubblici; i disarmati si sarebbero impossessati delle armi così conquistate, da distribuirsi anche agli altri operai. Inoltre, al mo¬mento in cui fosse iniziato il cannoneggiamento, un distaccamento di 100 operai si sarebbe diretto alla cannoniera per farsi conse-gnare 70 fucili dai marinai.
L’insurrezione ebbe inizio all’ora prestabilita. Le quattro can¬noniere aprirono il fuoco prima sull’arsenale e, in seguito, dopo che sull’arsenale era stata issata la bandiera bianca in segno di resa, sulle caserme, sulla stazione e sul comando della guarnigione. Le cannonate si susseguirono ininterrottamente per due ore e mezza.
La missione degli insorti incaricati di prendere in consegna i 70 fucili fallì perché l’imbarcazione che doveva trasportare gli uomini fino alla cannoniera non giunse in tempo. Così fu im¬possibile conquistare materialmente gli obbiettivi già conquistati dal fuoco d’artiglieria.
Nella parte meridionale di Sciangai gli insorti riportarono il più completo insuccesso. A Putung (uno dei sobborghi operai) le squadre si dispersero dopo un breve scontro con la polizia. Ciapei (il più grosso centro operaio, a nord della città) non partecipò neppure alla lotta, poiché gli uomini del quartiere non avevano udito le cannonate (il nord e il sud di Sciangai erano separati dalla fascia della concessione francese e delle legazioni interna¬zionali, pari a un intervallo di quasi dieci chilometri). Dopo aver atteso il segnale per qualche tempo, gli insorti di Ciapei si di¬spersero.
Considerata la situazione (il sud privo di contatti e di aiuto dal nord, lo sciopero in estinzione, l’insuccesso di Putung), la di¬rezione dell’insurrezione decise, nella notte sul 23, di ordinare la cessazione dei combattimenti.
Le cause dell’insuccesso sono chiare.
Da una parte, il movimento era stato pregiudicato dalle cause di ordine tecnico già ricordate: ritardo del natante che doveva consentire il prelevamento dei 70 fucili, donde l’impossibilità di sfruttare il successo registrato dalle cannoniere; fissazione dell’ini¬zio dell’insurrezione, non già a un’ora prestabilita, bensì a un se¬gnale aleatorio, fatto che provocò l’inazione di Ciapei; mancanza di una direzione opportuna e di collegamento tra il comando in¬surrezionale e i quartieri. Pur se Ciapei, non avendo udito il segnale, non era entrato in battaglia, spettava alla direzione, dopo l’inizio della sollevazione in altri quartieri, far pervenire al quar¬tiere inattivo, sia pure in ritardo, l’ordine di entrare in azione. Erano insufficienti le informazioni sulla situazione al fronte. Quasi mancava ogni collegamento tra i vari quartieri e il comando del¬l’insurrezione.
Una delle cause fondamentali dell’insuccesso dell’insurrezione va sicuramente ricercata nel fatto che era stata organizzata nel momento in cui il movimento rivoluzionario delle masse non era più in fase ascendente, bensì discendente. L’occasione buona, pre¬sentatasi il 20 febbraio, era ormai passata. Una simile circostanza non poteva non avere un peso decisivo sull’esito dell’insurrezione. Sarebbe stato infinitamente più saggio che il Partito, te¬nendo conto della situazione di Sciangai, chiamasse appunto le masse all’insurrezione quel giorno, il 20 febbraio. Da un lato il morale del proletariato era alle stelle, dall’altro il Partito doveva rispondere ai supplizi inflitti da Sun-Sciuan-Fan agli scioperanti, con un’azione più incisiva dello sciopero, con l’insurrezione, ap¬punto. Lo stesso rapporto reale tra le forze in campo sembrava invocare questa soluzione.
C’è poi un’altra questione che conviene ricordare: avendo le autorità di Sun-Sciuan-Fan trovato il modo di disgregare i moti di massa, costringendo gli avversari a tornare subito al lavoro, non è forse lecito supporre che ormai la velleità combattiva del proletariato di Sciangai non bastasse più all’azione decisiva? Dare una risposta precisa all’interrogativo non è facile, ma ciò non toglie che bisogna perselo. Il Partito, come abbiamo già detto, mancava assolutamente di preparazione, non aveva condotto una adeguata agitazione tra le masse a favore dell’insurrezione e, quindi, non era stato in condizione di trascinare allo sciopero i ferrovieri e le altre categorie della classe operaia.
D’altra parte la sospensione dell’offensiva dell’esercito nazio¬nale proprio il 19, il 20 febbraio e i giorni seguenti non poteva non avere un effetto negativo sul morale del proletariato.
La terza insurrezione di Sciangai (21 marzo 1927)
L’insurrezione del 21 marzo 1927, con l’azione combinata dell’esercito e del proletariato rivoluzionario alle spalle del ne¬mico e il blocco del Partito comunista con il Kuomintang, è un esempio classico, a un tempo, sia di organizzazione e di scelta del momento opportuno, sia di direzione e di esecuzione tecnica. L’esperienza dell’ottobre 1926 e del febbraio 1927 venne otti¬mamente messa a profitto. Nella terza insurrezione il proletariato di Sciangai servì da autentica guida del blocco allora esistente tra le quattro forze della coalizione (proletariato, borghesia, con¬tadini e popolazione povera della città). L’insurrezione venne preparata e condotta principalmente dal proletariato: la borghe¬sia, che in occasione delle due precedenti insurrezioni aveva avuto una parte considerevole, e addirittura predominante la prima volta, nella terza insurrezione fu semplicemente utilizzata come forza ausiliaria. Data la situazione, questo fu un grandissimo passo avanti.
Immediatamente dopo la sconfitta del 22 febbraio, il Comi¬tato centrale del Partito comunista impartì alle diverse organiz¬zazioni la direttiva di analizzare le cause dell’insuccesso delle due sollevazioni precedenti, traendone le opportune conseguenze e preparandosi attivamente a una nuova insurrezione. Al fronte la situazione era tale da far ritenere che l’organizzazione dell’insur¬rezione potesse trasformarsi in breve in una pratica necessità.
Nonostante la vittoria conseguita sul proletariato il 22 feb¬braio, Sun-Sciuan-Fan non aveva osato protrarre il terrore instau¬rato in occasione dello sciopero. Opportunamente ne approfittò il Partito comunista per prepararsi a nuove battaglie decisive.
La preparazione militare tra la seconda e la terza insurre¬zione si può così riassumere:
a) II Comitato centrale del Partito comunista decide di portare da 2.000 a 5.000 il numero dei componenti le squadre, compito perfettamente portato a termine dalla direzione militare entro un breve lasso di tempo.
b] Compiuto il censimento dei comandanti le squadre di combattimento, si designano nuovi capi. Poco prima dell’insur¬rezione del 21 marzo tutte le squadre saranno già pronte, con un capo ogni venti o trenta uomini.
e) Viene svolto un gran lavoro per l’addestramento mili¬tare degli uomini, ma soprattutto dei loro capi. Tanto per i primi che per i secondi le esercitazioni hanno luogo regolarmente.
d] Si costituisce un comando elastico e attivo, destinato a dirigere le operazioni nel corso dell’insurrezione. Accanto a que¬sto stato maggiore vengono costituiti un reparto speciale di col-legamento e uno di esploratori e staffette.
e] Grande attenzione viene dedicata allo studio della città dal punto di vista tattico. Ogni caposquadra deve conoscere a menadito il proprio quartiere e almeno a grandi linee il resto della città. Deve saper valutare dal punto di vista tattico ogni edificio da occupare durante l’insurrezione, ogni strada, ecc. A tale scopo i capi e gli uomini compiono personalmente la rico¬gnizione degli obbiettivì da occupare, ne studiano le vie d’accesso, predispongono il dispositivo delle barricate nell’eventualità che sìa necessario ricorrere alla difensiva, esaminano persine i tetti degli edifici principali per scegliere buone postazioni di tiro, ecc.
/) Vengono acquistate un centinaio di nuove pistole a tam¬buro, che vanno ad aggiungersi alle 50 rimaste dalla seconda in¬surrezione.
Fin verso la metà di marzo il Partito rimase scarsamente informato sulla situazione al fronte. Intanto il 12 marzo l’esercito nazionale aveva ripreso l’offensiva generale contro Sciangai: il Partito lo venne a sapere, e in modo piuttosto vago, solamente verso il giorno 16. Contemporaneamente ricevette informazioni secondo cui si poteva supporre che l’esercito del sud contava di essere a Sciangai tra il 20 e il 22. In base a questa supposizione il Comitato centrale condusse tutti i preparativi in modo da poter scatenare l’insurrezione il 20 o il 22.
In concreto venne deciso che, quando le truppe del sud si fossero avvicinate allo scalo di Sung-Kiang in direzione di Hankeu e allo scalo di Cen-Ce-U in direzione di Nanchino (entrambi i nodi ferroviari sono a 30 chilometri da Sciangai), il Partito avrebbe chiamato gli operai e la piccola borghesia allo sciopero generale, organizzando la sollevazione armata.
Per quanto riguarda i preparativi d’insurrezione e la collabora¬zione dell’esercito nazionale, il Partito, e in particolare il suo personale militare, portò avanti un intenso lavoro tra i ferrovieri della linea Sciangai-Nanchino. Infatti in quel momento, in soc¬corso di Sun-Sciuan-Fan, stavano giungendo per ferrovia delle truppe della provincia dello Sciantung con il governatore Cian-Sun-Scian. L’8 marzo i ferrovieri della linea entrarono in scio¬pero. È vero che buona parte delle truppe dello Sciantung erano già concentrate sui punti prestabiliti, ma questo sciopero lungo una linea che serviva il fronte creò comunque grosse difficoltà al nemico. I treni marciavano soltanto quando si riuscivano a trovare macchinisti e altri dipendenti costretti con le armi a mettersi al lavoro. Tra la seconda e la terza insurrezione, e so¬prattutto durante lo sciopero, i ferrovieri, sotto la guida del¬l’organizzazione militare del Partito, provocarono deragliamenti di treni militari, disorganizzando, con ogni sorta di diversioni, il traffico ferroviario. Le truppe dello Sciantung, per poter eÉet-tuare i necessari trasferimenti, dovettero destinare una gran quan¬tità di reparti armati alla protezione della strada ferrata.
L’azione del Partito tra i ferrovieri è veramente esemplare, e dimostra come bisogna agire in casi del genere nelle retrovie del “proprio” esercito.
Per quanto riguarda la preparazione politica del proletariato e delle classi medie di Sciangai, il Partito non fece di meno. Oltre alla normale opera di mobilitazione rivoluzionaria delle masse proletarie e semiproletarie, ottenne ottimi risultati con la preparazione e la convocazione di un’assemblea di delegati. Que¬sta assemblea doveva eleggere nel proprio seno un Comitato esecutivo che, durante l’insurrezione, si proclamasse autorità su¬prema. Nei quartieri si lavorò intensamente a preparare l’assem¬blea; il 12 marzo si tenne la prima seduta, che elesse un comi¬tato di 26 membri, 15 dei quali comunisti. Durante l’insurre¬zione questo Comitato esecutivo, comprendente i rappresentanti delle diverse classi, espresse il nuovo governo rivoluzionario di Sciangai con la partecipazione dei comunisti.
La mattina del 21 marzo si venne a sapere che le truppe del sud potevano arrivare in serata. Gli scali ferroviari di Sung-Kiang e di Cen-Ce-U erano stati occupati. Senza por tempo in mezzo il Comitato centrale decise di proclamare lo sciopero ge¬nerale a partire da mezzogiorno e l’insurrezione a partire dal¬l’una.
Il rapporto di forze in città all’inizio dello sciopero generale era il seguente.
Oltre ai 6.000 gregari non armati (invece dei 5.000 previsti, il Partito ne aveva già mille in più) e ai 150 uomini armati, il Partito non aveva altro. La flotta, che aveva preso parte alla se¬conda insurrezione, aveva lasciato le acque di Sciangai e si tro¬vava ora alla fonda davanti alla fortezza di Putung. Non si po¬teva più contare sul suo concorso a tempo debito.
Il nemico aveva a Sciangai una brigata di fanteria e un treno blindato con a bordo guardie bianche russe. Disponeva inoltre di tutta la polizia, forte dei soliti 2.000 uomini.
Secondo il piano l’insurrezione doveva iniziare contempora¬neamente in tutti i quartieri (tranne quello delle legazioni stra¬niere), con il concorso della polizia. Ciò fatto, le squadre dove¬vano convergere sui punti di raccolta prestabiliti, in attesa dei nuovi compiti concernenti soprattutto il disarmo delle truppe.
Verso mezzogiorno iniziò lo sciopero. Per una mezz’ora circa l’intera città sembrò morta. Tutto il proletariato e la maggior parte della piccola borghesia (bottegai, artigiani, ecc.) erano in sciopero. Alle ore 13 esatte in tutta Sciangai cominciò il disarmo della polizia. In poche decine di minuti tutti gli agenti vennero disarmati. Alle 14 gli insorti erano già padroni di circa 1.500 fu¬cili. Subito dopo le forze degli insorti vennero inviate contro i principali edifici governativi e si preoccuparono di disarmare i soldati.
Scontri di qualche rilievo si ebbero a Ciapei (presso la sta¬zione nord, la chiesa russa e l’editrice Commerciai Press}. Final¬mente, alle ore 16 del secondo giorno dell’insurrezione, il nemico (circa 3.000 soldati e il treno blindato con a bordo gli istruttori russi bianchi) poteva dirsi definitivamente battuto. Sfondato l’ul¬timo baluardo, tutta Sciangai (a eccezione delle concessioni e del quartiere internazionale) si trovava nelle mani degli insorti.
La sera del 22 marzo fecero il loro ingresso in città le truppe tlel generale Bai-Sun-Sci, il tristo protagonista dei successivi fatti del 12 aprile (aggressione di fucileria a una manifestazione operaia).
I dirigenti della terza insurrezione avevano opportunamente scelto il momento dello sciopero generale e dell*insurrezione ar¬mata. Si ebbe così un esempio di buon coordinamento dette ope¬razioni tra l’armata in avvicinamento e l’intervento rivoluzionario all’interno della città: da un lato il culmine di un grande slancio rivoluzionario dei lavoratori di Sciangai, dall’altro l’avvicinarsi del¬le truppe di Ciang-Kai-scek e la disgregazione delle file nemiche. Infine azioni abili e ardite delle squadre tattiche per il disarmo della polizia e delle truppe.
La tesi marxiana “l’insurrezione è un’arte” venne messa in pratica, e in modo assolutamente esemplare, in occasione dell’in¬surrezione del 21 marzo nella lotta per la conquista del potere.
Questo successo del proletariato di Sciangai fu acquistato a prezzo delle due sconfitte precedenti. Le masse si erano adde¬strate con l’esperienza. L’esperienza delle battaglie precedenti aveva dimostrato la necessità, già molto tempo prima dell’insur¬rezione vittoriosa, di una preparazione accurata e sistematica al combattimento decisivo, la necessità di lasciar guidare questo combattimento esclusivamente dal partito del proletariato. Era stata un’esperienza che, nella terza insurrezione di Sciangai, venne sfruttata ottimamente dal Partito comunista cinese.
Particolare attenzione merita la straordinaria disciplina e la buona attitudine al combattimento della classe operaia di Sciangai. Lo sciopero generale è fissato per un’ora precisa e proprio nel¬l’istante voluto tutta Sciangai operaia scende in sciopero. Alle 13 in punto inizia in tutti i quartieri operai il disarmo della polizia. E, quel che più conta, questo disarmo viene effettuato da operai la maggior parte dei quali era priva d’armamento (non c’erano che 150 rivoltelle).
Un’esecuzione così esatta dello sciopero generale e dell’insur¬rezione era stata possibile esclusivamente grazie all’enorme in¬fluenza di cui godeva finalmente il Partito comunista tra la classe operaia e presso una frazione della piccola borghesia cittadina.
Ogni lettore che poco o tanto conosca gli eventi cinesi di quel periodo potrebbe porsi, e si pone certamente, il seguente interrogativo: se il morale del proletariato aveva raggiunto, all’epoca della terza insurrezione, un grado così elevato d’entusiasmo, e se il Partito comunista esercitava una simile influenza sulle classi lavoratrici della città, perché mai il potere dei Soviet non venne proclamato? Perché mai i generali reazionari di Ciang-Kai-scek riuscirono a sciogliere il governo costituitosi durante l’insurre¬zione? Perché, infine, il proletariato si lasciò disarmare? Infatti una settimana dopo. l’insurrezione Ciang-Kai-scek sferrò un colpo di mano controrivoluzionario e la classe operaia, al potere già prima dell’arrivo delle truppe del sud, non seppe sfruttare la propria vittoria.
Per rispondere a queste domande, del resto legittime, bisogna tornare sui problemi di politica generale che già abbiamo accen¬nato nell’esaminare le cause dell’insuccesso della prima insurre¬zione.
Il Partito comunista cinese, che nell’insieme aveva seguito una linea giusta nell’organizzazione, nella preparazione e nella guida della sollevazione, seguì una linea meno giusta (nella persona dei suoi dirigenti) per quanto riguarda il Kuomintang: sottovalutò il ruolo rivoluzionario del proletariato, continuando a vedere in tutto il Kuomintang e nella borghesia nazionalista un fattore rivoluzio¬nario, mentre una frazione di questa borghesia, e di conseguenza il Kuomintang (sua ala destra), era già entrata decisamente nello schieramento controrivoluzionario, pronta ad accordarsi con i rag-gruppamenti reazionari indigeni e con l’imperialismo straniero.
Ecco dove va ricercata la causa dello scacco subito dal prole¬tariato di Sciangai immediatamente dopo l’ingresso delle truppe di Ciang-Kai-scek.
La direzione del Partito comunista non capì o non volle ca¬pire che la marcia su Sciangai delle truppe di Ciang era stata com¬piuta soltanto allo scopo di impadronirsi della città, la più ricca fonte di ricchezze materiali agli occhi dei militaristi; costoro pote¬vano nel contempo sbarazzarsi dell’influenza del governo di sini¬stra di Ukhang e opporre Sciangai a Ukhang. Il Comitato centrale sapeva che la campagna contro Sciangai era stata intrapresa da Ciang-Kai-scek senza l’autorizzazione del governo di Ukhang,
Nonostante questo, e benché fossero note al Comitato cen¬trale la politica di Ciang, le sue intenzioni, le sue prolungate di¬spute con Ukhang, la direzione del Partito portò avanti i prepa¬rativi d’insurrezione esclusivamente con questa parola d’ordine: “Aiutiamo le truppe del sud!” Il Partito non aveva però preavvi¬sato la classe operaia del pericolo che la minacciava per il fatto stesso dell’offensiva di Ciang-Kai-scek. Sperava che in un modo o nell’altro si sarebbe riusciti ad avere la meglio su Ciang e sui suoi tirapiedi, che così non avrebbero mai osato condurre né in città né nella regione una politica reazionaria. Continuò, insom¬ma, a considerare il proletariato come una forza ausiliaria, e non come dirigente della rivoluzione democratica. Per questo motivo non preparò le masse operaie alla resistenza contro i tentativi controrivoluzionari che era lecito attendersi da Ciang-Kai-scek.
Così si spiega come mai il nuovo governo formato durante l’insurrezione, nel quale fianco a fianco con Niu-Iun-Tsian e altri esponenti di destra del Kuomintang si trovavano diversi comu¬nisti, aspettò soltanto di essere sciolto da Ciang. I comunisti non provarono neppure a influenzare gli altri membri del governo, non approfittarono delle loro cariche ufficiali per continuare la mobilitazione rivoluzionaria delle masse.
Il Partito non fece nulla per opporsi alla designazione alla carica di questore di un uomo di destra, mettendo così in mano al suo nemico di classe tutto il potere esecutivo di Sciangai. Come se non bastasse, una parte del Comitato centrale era del parere di lasciar disarmare la guardia operaia e di restituire le armi al co¬mando militare. E si noti che parte delle armi era già stata ricon¬segnata alle truppe a titolo di grazioso presente. Se non tutte le armi non vennero consegnate, ciò si deve unicamente alle pressioni dei responsabili militari del Partito.
La direzione del Partito, nonostante le direttive ricevute dal¬l’I.C., nonostante le categoriche richieste di alcuni compagni, nulla fece per far penetrare lo spirito rivoluzionario tra le forze del presidio. Contro le proposte avanzate affinchè fossero fatti entrare degli operai tra le truppe, in vista di un’intensa opera politica d’agitazione tra i soldati, la frazione dirigente dell’appa¬rato centrale del Partito si conservò ostinatamente sulle proprie posizioni.
Fatto tipico della direzione comunista di allora è il seguente episodio, narrato da Yang-Tsao-Sceng nell’articolo già citato. Tra le unità del presidio, la più rivoluzionaria era la prima divisione. Ciang-Kai-scek, che subito dopo l’occupazione della città aveva cominciato ad applicare la sua politica personale (arresto del se¬gretario della corrente di sinistra del Kuomintang a Ciapei, fuci¬li ix ione della sezione politica designata dal governo di Ukhang, allontanamento dei capi a lui invisi, ordine ai battaglioni operai tli riconsegnare le armi, ecc.), impartì l’ordine alla prima divisione di abbandonare Sciangai e di partire per il fronte.

Si presentò allora al Partito il comandante della prima divisione, Se-Io, il quale chiese: “Ho ricevuto l’ordine da Ciang-Kai-scek di lasciare Sciangai. Che devo fare? Se non obbedisco bisogna arrestare Ciang.” Nonostante il tempo perduto, la sinistra aveva ancora la preponderanza a Nanchino, a Su-ciu e nella stessa Sciangai, ma a questa proposta di un attacco deciso contro Ciang-Kai-Scek non venne data nessuna risposta chiara. Venne con¬sigliato a Se-Io di sabotare l’ordine, di darsi malato, ma arrivò il momento in cui non era più possibile rinviare. Se-Io aveva ricevuto un ultimatum, e quando tornò a rivolgersi al Partito non c’era più via d’uscita: o prendere le armi contro Ciang con il sostegno e sotto la guida del Partito comunista, oppure obbedire, cioè a dire condurre fuori da Sciangai un’unità numerosa e rivoluzionariamente preziosissima.2

Dopo la partenza della prima divisione, Ciang-Kai-scek sciolse il governo e disarmò i battaglioni operai. Ecco dunque, in poche parole, i fatti che caratterizzarono la politica d’opportunismo dei dirigenti del Partito comunista nel periodo del blocco con il Kuo-mintang, politica che provocò la sconfitta del proletariato nel marzo 1927. Come segnalò TLC., si sarebbe dovuto invece, pur conservando il blocco con il Kuomintang, rivendicare al Partito comunista il diritto di fare la politica propria del proletariato nella rivoluzione democratica.
Comunque la situazione a Sciangai e il rapporto di forze erano tali che il proletariato aveva il diritto di attendersi dal Partito un’azione decisiva.

1 YANG-TsAO-ScENG, Gli avvenimenti di Sciangai nella primavera del 1927, in “Ma¬teriali sulla questione cinese,” n. 13, pubblicato dall’Università dei lavoratori della Cina.
2 YANG-TsAO-ScENG, “Materiali sulla questione cinese” cit., p. 20.

L’opera del Partito comunista per la disgregazione delle forze armate delle classi dominanti

Nelle sue decisioni l’Internazionale comunista si è più volte soffermata sull’atteggiamento che il proletariato deve tenere nei confronti dell’esercito della borghesia, ma con le tesi sulla lotta contro la guerra imperialista e sui compiti dei comunisti, che sono state adottate dal VI congresso mondiale in base alla relazione di Bell, il proletariato internazionale possiede ora un programma dettagliato e conforme alla dottrina di Marx, Engels e Lenin sui problemi della guerra e dell’atteggiamento del proletariato nei confronti di diverse categorie di guerre e di eserciti nelle diverse fasi della rivoluzione proletaria. Queste tesi forniscono un orientamento preciso verso la tattica del Partito e di tutto il proletariato rivoluzionario riguardo ai diversi eserciti a seconda del carattere di questi (eserciti articolati sul servizio militare obbligatorio, eserciti di milizia o mercenari, eserciti imperialisti, organizzazioni volontarie della borghesia, eserciti nazional-democratici) e a seconda degli scopi di classe che essi servono. L’enorme importanza di queste tesi sta nel fatto che i problemi della guerra e dell’esercito non vi sono trattati in astratto, accademicamente, bensì in corretto rapporto con tutta la politica e la tattica del partito rivoluzionario nella preparazione e nell’organizzazione della rivoluzione proletaria.
La precisa impostazione dei rapporti del proletariato con l’esercito e l’esatto inquadramento della linea tattica da adottare in merito, acquistano un’immensa importanza di principio e anche in pratica. L’esercito è la parie essenziale dell*organizzazione dello Stato. Dal suo grado di solidità e dalle sue condizioni in genere dipende il grado di solidità dello Stato tutto. Dal grado di disgregazione di un esercito borghese dipenderà, in larga misura, la possibilità per il proletariato di rovesciare la borghesia e di frantumare lo Stato borghese in presenza di una situazione immediatamente rivoluzionaria, momento in cui si dovrà porre la questione del rovesciamento della classe borghese sul terreno attuale e pratico.
La storia di tutte le rivoluzioni dimostra come un esercito e una polizia militarmente bene addestrati, muniti di tutti i più moderni dispositivi d’attacco e di difesa (mitragliatrici, mezzi blindati, aggressivi chimici, aviazione, ecc.), con un buon comando e sostenuti dalle squadre armate fasciste che oggi esistono in ogni paese, se si battono efficacemente contro la rivoluzione, sono in grado di rendere particolarmente difficile il trionfo di quest’ultima, anche quando tutte le altre condizioni siano favorevoli.
… non è il caso di parlare di una lotta seria finché la rivoluzione non è divenuta un movimento di massa e non abbraccia anche l’esercito.1
Un fatto certo è che, in periodi di crisi in presenza di un’acuta situazione rivoluzionaria, l’esercito e la polizia non possono sot-trarsi all’influsso dello spirito rivoluzionario dell’ambiente. In virtù della loro composizione di classe, il fermento rivoluzionario si farà sentire tra le loro file in modo più o meno accentuato. Nondimeno sarebbe ingenuo pensare che lo scoperto trasferimento dell’esercito, o anche soltanto di una parte di esso, nel campo della rivoluzione sia possibile senza una congrua azione del partito rivoluzionario, o che il processo di rivoluzione nell’esercito e nella polizia nasca e si sviluppi da solo. In seno alle truppe il fermento rivoluzionario, la loro esitazione tra rivoluzione e con-trorivoluzione saranno tanto più forti e le unità isolate che passeranno dalla parte del proletariato saranno tanto più numerose, quanto più intensamente il partito rivoluzionario avrà condotto il lavoro politico e organizzativo tra le loro file, sia prima della situazione immediatamente rivoluzionaria, sia, soprattutto, in piena situazione rivoluzionaria. Nel corso di tutta l’insurrezione questo lavoro d’organizzazione in seno all’esercito dovrà essere abbinato ai metodi della lotta fisica contro l’esercito stesso.
Infatti, se in Germania fosse stata condotta un’opportuna agitazione rivoluzionaria nelle unità della Reichswehr e della polizia, cosa perfettamente possibile nonostante l’isolamento della Reichswehr, il quartier generale non sarebbe certamente riuscito a inviare agevolmente le sue truppe all’occupazione della Sassonia e della Turingia rivoluzionarie, come accadde invece nel settembre-ottobre 1923. Se nell’autunno 1924 in Estonia fosse esistita l’organizzazione indispensabile (cellule comuniste, gruppi di soldati rivoluzionari, ecc.), l’influenza già notevole del Partito comunista sull’esercito non avrebbe consentito alla reazione di reprimere tanto rapidamente l’insurrezione di Reval del 1° dicembre. Infine, se il Partito comunista cinese fosse stato in grado di compiere nella provincia del Kuan-Tung, sia pure a un livello minimo, quest’opera di disgregazione e di conquista politica delle truppe di Ciang-Fa-Ku, di Li-Tin-Sings e di Li-Fu-Lin, inviate a soffocare Canton rossa (non parliamo qui del reggimento reclute e nemmeno di tutte le altre unità nelle quali l’organizzazione del Partito aveva lavorato brillantemente), l’esito della battaglia sarebbe stato certamente diverso. Del resto l’insurrezione di Canton prese l’avvio proprio dalla ribellione di un’unità militare, il reggimento reclute. Senza la rivolta delle reclute, nelle condizioni in cui si trovava Canton ai primi di dicembre del 1927, l’insurrezione in genere sarebbe stata impossibile.
Assolutamente in tutte le insurrezioni (Sciangai, Pietrogrado, Mosca, Cracovia, numerose insurrezioni in Germania, ecc.) la parte decisiva è sempre toccata all’esercito. Dal grado di solidarietà dell’esercito con la rivoluzione, dalla misura in cui il comando militare può servirsi dei soldati contro il proletariato rivoluzionario, dalla soluzione data al problema della lotta per la conquista politica dell’esercito, dipende spesso l’esito stesso della rivoluzione, poiché in ultima analisi il passaggio del potere da una classe alle mani di un’altra classe è deciso dalla forza materiale. E l’esercito è appunto l’elemento essenziale di questa forza.
In questo o in quel paese la situazione diventa rivoluzionaria non soltanto a seguito di una guerra (nel qual caso la circostanza e inevitabile], ma anche e certamente a dispetto di una stabilizzazione temporanea del capitalismo e in tempo di “pace”
L’esperienza di questi ultimi anni – 1919 e 1923 in Germania; 1923 in Bulgaria; 1924 in Estonia; luglio 1927 in Austria, a Vienna – dimostra come la guerra civile del proletariato è provocata non solo dalle guerre imperialiste della borghesia, ma anche dalla situazione “normale” del capitalismo contemporaneo, che aggrava irrimediabilmente la lotta di classe, creando situazioni rivoluzionarie.2
Ma da questo non discende affatto la conclusione alla quale vogliono pervenire gli elementi di destra dell’I.C., i quali pretendono che la rivoluzione sarebbe possibile soltanto a seguito di una guerra. La conclusione che se ne può trarre è semplicemente che l’insurrezione si deve preparare al tempo stesso con l’agitazione nell’esercito e con la costituzione di forze armate proletarie vere e proprie, capaci di battersi armi in pugno contro la frazione non ancora disgregata dell’esercito regolare. Non si deve dimenticare che al momento dell’insurrezione la lotta per il sopravvento sull’esercito deve essere condotta anche con le armi. Più sarà avanzata la decomposizione dell’esercito borghese, più potenti saranno le forze armate del proletariato, e più facile sarà la lotta in occasione dell’insurrezione vera e propria. E viceversa.
In tempo di guerra questo principio serba tutta la sua validità. Va da sé che la parola d’ordine della trasformazione della guerra imperialista in guerra civile resterà un’espressione priva di significato se il partito rivoluzionario non condurrà con il massimo impegno possibile un regolare lavoro di agitazione in seno all’esercito.
A proposito della decisione della Federazione internazionale dei metallurgici, riunitasi a Hannover, circa la necessità di rispondere alla guerra con lo sciopero, Lenin, in una nota indirizzata ai membri della Segreteria politica, scriveva:

Sollevare nella prossima seduta allargata del C.E. dell’I.C. la questione della lotta contro la guerra e adottare mozioni dettagliate che spieghino come solo un partito rivoluzionario sperimentato e preparato in anticipo, con un buon apparato clandestino, sia capace di condurre con successo la campagna contro la guerra, e che il mezzo di lotta non è lo sciopero contro la guerra, bensì l’organizzazione delle cellule rivoluzionarie negli eserciti belligeranti e la loro preparazione ai fini della rivoluzione.3

Ma quest’opera di agitazione e d’organizzazione politica in seno all’esercito in tempo di guerra sarà notevolmente facilitata se già in tempo di pace il Partito si è adoperato a prepararla sistematicamente.

Uno dei più gravi errori della maggior parte dei partiti comunisti sta nell’impostare la questione della guerra in modo astratto e esclusivamente dal punto di vista della propaganda e dell’agitazione, senza esaminare con sufficiente impegno la questione dell’esercito, fattore decisivo in ogni guerra. Bisogna spiegare alle masse il significato della politica rivoluzionaria sulla questione della guerra e bisogna lavorare l’esercito, senza di che ogni lotta contro la guerra imperialista, ogni sforzo per preparare le guerre rivoluzionarie si limiterebbero al campo della teoria*

Nelle sue decisioni TLC. ha più volte insistito sull’importanza “K-I lavoro da compiere nell’esercito e nella marina. Nondimeno molte sezioni – tra le quali una come quella cinese, che il corso (k-o,I i eventi ha posto ripetutamente di fronte al problema della lolla armata contro le truppe militariste, e che la prevista avan-/ata dell’ondata rivoluzionaria doveva fatalmente condurre a organizzare e a condurre l’insurrezione generale del proletariato – non hanno capito a sufficienza, almeno fino a tempi recenti, cioè (ino ai primi del 1928, l’importanza delle decisioni dell’I.C., astenendosi quasi ovunque, tranne in regioni isolate, da un opportuno lavoro presso l’esercito.
Per ogni partito rivoluzionario il principio essenziale è che il lavoro rivoluzionario va condotto là dove siano concentrate le masse. I vari eserciti e le varie marine borghesi schierano sempre decine e centinaia di migliaia di giovani proletari o contadini, che non sono meno predisposti a ricevere le parole d’ordine e le idee rivoluzionarie degli operai delle fabbriche e di certe categorie contadine. Dato che l’esercito, la polizia e la marina sono gli strumenti principali di oppressione, i mezzi preferiti dallo Stato borghese (e da ogni altro Stato) per combattere il proletariato rivoluzionario, è impossibile esagerare la necessità dell’agitazione rivoluzionaria tra le loro file. Un partito che rinunci direttamente o indirettamente a questo aspetto essenziale dell’azione rivoluzionaria si espone a conseguenze estremamente deleterie per la rivoluzione stessa. È un’azione che va condotta instancabilmente da tutto il Vanito comunista, tanto in periodo di ammassamento delle forze rivoluzionarie, quanto, e a maggior ragione, in periodo di slanci rivoluzionar i. Noi riteniamo che tale agitazione, viste le considerazioni precedentemente esposte, non sia meno essenziale dell’opera del Partito in tanti altri campi (conciliisi a delle classi medie, ecc.}.
Se in moltissimi casi l’agitazione nell’esercito è assente o insufficiente, il motivo sta nella gran difficoltà e nei molteplici rischi insiti in quest’opera. La cosa vale soprattutto per degli eserciti puramente mercenari come quello cinese, nonché per certi eserciti europei, quello bulgaro, quello tedesco, ecc. È chiaro che la struttura dell’esercito, la disciplina militare, l’isolamento dei soldati dalla popolazione creano difficoltà enormi, a parte il fatto che la borghesia non esita di fronte a nessuna forma di terrorismo nei confronti dei partiti che svolgono opera rivoluzionaria in seno all’esercito. Ma proprio per questo si richiede al partito, nel condurre questo lavoro, di armarsi della massima energia, della massima risolutezza, della massima tenacia.
L’obbiettivo essenziale del lavoro in seno all’esercito, alla marina e alla polizia (o ai carabinieri) è di far entrare il grosso dei soldati (marinai, poliziotti) nel fronte comune della lotta di classe del proletariato; di fare in modo che i soldati conoscano le parole d’ordine e gli obbiettivi del Partito comunista, e siano pronti ad adottarli.
L’azione del Partito e della Gioventù comunista per la demoralizzazione dell’esercito e della marina borghesi deve svolgersi su due piani essenziali:
a) All’interno dell’esercito e della flotta;
b] Con il lavoro generale dell’insieme del Partito al di fuori dell’esercito: attività del gruppo parlamentare sulle questioni militari, agitazione a voce e a stampa per divulgare nelle forze armate questa o quella parola d’ordine, ecc.
Queste due modalità d’azione, all’interno e all’esterno delle forze armate, devono essere intimamente collegate, sotto la direzione di un centro unico, il Comitato centrale del Partito.
I metodi e le forme di propaganda e di agitazione presso le forze armate variano a seconda dei paesi. Ogni partito comunista, regolandosi sulle condizioni locali del paese e delle forze armate, deve elaborare le forme e i modi di attuazione corrispondenti. L’essenziale è che la disgregazione dell’esercito della borghesia deve essere perseguita con il massimo impegno possibile, che il lavoro dell’organizzazione militare del Partito nell’esercito (organizzazione che va costituita) e quello di tutto il Partito in vista della disgregazione delle forze armate, siano messi in rapporto diretto con l’azione politica quotidiana, con le parole d’ordine che il Partito lancia di volta in volta come parole d’ordine pratiche ed attuali di combattimento.
II lavoro rivoluzionario all’interno delle forze armate borghesi di terra e di mare deve essere quasi ovunque rigorosamente clandestino e segreto. La borghesia ricorre a ogni sforzo e a tutte le sue risorse per tutelare le proprie forze armate contro ogni influenza rivoluzionaria che possa demoralizzarle, e prende drastiche misure contro gli elementi rivoluzionari che si fanno scoprire. Nondimeno, con l’accentuazione della lotta di classe e, in particolare, con l’approssimarsi di una situazione immediatamente rivoluzionaria (sia in tempo “di pace” sia in tempo di guerra), cioè quando tra il proletariato e le classi egemoni inizia la lotta a fondo per la conquista dell’esercito, i quadri del lavoro clandestino tiri Partito si allargano gradualmente, coinvolgendo nella lotta rive )luxionaria ispirata dalle parole d’ordine comuniste un numero sempre crescente di soldati. A questo punto il Partito rivoluzio-nario deve abbinare opportunamente ai metodi segreti all’interno tic-Ile forze armate l’azione rivoluzionaria di massa per la conquista delle forze armate stesse.
Un ottimo esempio ci viene a questo proposito dal lavoro compiuto dai bolscevichi presso l’esercito nelle varie fasi della rivoluzione russa. Il Partito bolscevico conduceva instancabilmente la sua agitazione rivoluzionaria clandestina nell’armata zarista fin dal 1902: durante la rivoluzione del 1905 questo lavoro aveva raggiunto, in numerosi presidi, una penetrazione che consentiva veramente di incidere sulle masse; i bolscevichi avevano saputo combinare l’azione segreta organizzata con l’agitazione di massa tra le truppe. Dopo il fallimento della rivoluzione del 1905, anno in cui il Partito fu costretto dal terrorismo zarista a rifugiarsi nell’azione clandestina per proseguire la preparazione delle masse a nuove battaglie rivoluzionarie, il lavoro nelle forze armate assunse un carattere ancor più segreto. Così si andò avanti fino al 1917. Subito dopo il rovesciamento del regime zarista, il Partito bolscevico non interruppe la sua vasta azione di massa tra le truppe, solo che i metodi clandestini lasciarono il posto all’opera di disgregazione in piena legalità: cellule comuniste, comitati di soldati, riunioni e assemblee dei deputati dei soldati, fogli a stampa per militari, ecc.
Il vero orientamento leninista del proletariato rivoluzionario nei confronti della guerra imperialista è la trasformazione di questo tipo di guerra in guerra civile. Nei confronti delle forze armate, principale elemento della guerra imperialista, l’atteggiamento del Partito e di tutto il proletariato rivoluzionario deve tendere a conseguire la disgregazione assoluta delle file imperialiste e il passaggio dei soldati al campo del proletariato. È questo lo scopo ultimo di ogni agitazione presso le forze armate, scopo che potrà essere realizzato perfettamente soltanto con il trionfo della rivoluzione proletaria. Fin tanto che il potere resta nelle mani dello Stato borghese, le forze armate borghesi continueranno ad essere uno degli elementi fondamentali di questo Stato. Indipendentemente dalla situazione politica del paese, l’obbiettivo del proletariato è di disgregare il più possibile le forze armate borghesi e di farvi penetrare le idee rivoluzionarie.
Per guadagnare le forze armate borghesi alla rivoluzione e per indebolirle, bisogna contare anche sull’agitazione a favore di rivendicazioni parziali, nonché sulla lotta rivoluzionaria per la riforma di questo o quell’aspetto della vita militare nello Stato borghese. In ogni paese le rivendicazioni parziali del proletariato in materia militare variano a seconda della natura delle forze armate regolari, delle modalità di reclutamento, della durata del servizio di leva, delle condizioni materiali e giuridiche degli ufficiali e dei soldati, ecc. Il partito rivoluzionario dovrà di volta in volta presentare delle rivendicazioni parziali la cui realizzazione possa stare a cuore alla maggioranza dei militari di truppa e che siano comprensibili, nella situazione concreta data, al maggior numero possibile di lavoratori.
Ecco come il VI congresso dell’I.C. definisce gli obbiettivi dei comunisti per quanto riguarda le rivendicazioni parziali in materia militare:

Pur combattendo per la rivoluzione e per il socialismo, noi non ci rifiutiamo di portare le armi. La nostra campagna ha come scopo lo smascheramento dei metodi impiegati con la militarizzazione imperialista a vantaggio della borghesia.
A questa militarizzazione noi contrapponiamo la parola d’ordine: le armi al proletariato. Al tempo stesso i comunisti devono presentare e sostenere le rivendicazioni parziali dei soldati, le quali, nella situazione concreta data, possano stimolare la lotta di classe tra le forze armate e affermare l’unità tra i soldati di estrazione proletaria o contadina e gli operai all’esterno dell’esercito.

A titolo d’esempio citeremo alcune rivendicazioni parziali:
a) Per quanto riguarda il sistema difensivo:
Congedamento dei reparti di mercenari, delle unità fondamentali e dei quadri;
Disarmo e congedamento dei carabinieri e della polizia, ecc., nonché delle forze appositamente armate in vista della guerra civile;
Disarmo e scioglimento delle associazioni fasciste;
Rivendicazioni concrete concernenti l’abolizione delle corti marziali e la riduzione della ferma militare;
Applicazione del criterio regionale (i soldati devono fare il servizio militare nella regione di origine);
Soppressione della residenza obbligatoria in caserma;
Formazione dei comitati di soldati;
Diritto per le organizzazioni operaie di addestrare i propri aderenti al maneggio delle armi, con libera scelta degli istruttori.
Per i corpi mercenari o formati da professionisti si deve reclamare in genere non già la riduzione della ferma bensì il diritto a lasciare il servizio in qualsiasi momento.
b) Per quanto riguarda le condizioni materiali e giuridiche dei soldati
Aumento del soldo;
Miglioramento del rancio;
Istituzioni di commissioni rancio elette dai soldati;
Soppressione delle punizioni;
Soppressione del saluto obbligatorio;
Pene severe a carico di ufficiali e di sottufficiali che passino a vie di fatto nei confronti dei militari di truppa;
Diritto di vestire in borghese fuori servizio;
Diritto di uscire ogni giorno dalla caserma;
Licenze e aumento del soldo durante le licenze;
Diritto di prender moglie senza speciale autorizzazione;
Indennità ai familiari;
Diritto di abbonarsi a qualsiasi giornale;
Diritto di raccogliersi in sindacati;
Diritto di voto e di partecipazione a riunioni politiche.
Il fatto che in molti paesi imperialisti le forze armate accolgono normalmente un’alta percentuale di soldati provenienti da minoranze nazionali oppresse, mentre i quadri appartengono, nella loro totalità, o in gran parte, alla nazione che opprime, fornisce un terreno estremamente favorevole all’agitazione rivoluzionaria presso le forze armate. Tra le rivendicazioni parziali da presentare a favore dei soldati devono convenientemente trovar posto le rivendicazioni delle minoranze etniche: diritto di prestar servizio nel paese di nascita, di parlare la lingua materna anche in servizio e con ufficiali e graduati.3

Non si ha naturalmente nessuna difficoltà ad allungare questa lista di rivendicazioni parziali. Qui abbiamo presentato solo le più importanti, quelle che possono essere presentate a favore dei militari di truppa nella maggior parte degli Stati capitalisti.
Le tesi così proseguono:

Queste due categorie di rivendicazioni (di cui sono qui state elencate soltanto alcune) devono essere presentate non solo all’interno delle forze armate, bensì anche all’esterno, in Parlamento, nei raduni popolari, nei comizi, ecc. La loro propaganda risulterà efficace solo avendo un carattere di concretezza. A tal fine è necessario:
1. Conoscere bene le forze armate in questione, le condizioni del servizio, le esigenze e le lagnanze dei soldati, ecc.; informazioni, queste, che possono essere ottenute con un contatto personale permanente.
2. Conoscere concretamente il sistema di difesa dello Stato e la situazione in cui si trova di volta in volta la questione militare.
3. Conoscere le condizioni del morale dell’esercito e la situazione politica del paese in un dato momento (per esempio, l’elezione degli ufficiali da parte dei soldati si potrà rivendicare solo se la demoralizzazione è già giunta a un certo grado).
4. Combinare opportunamente le rivendicazioni parziali con le parole d’ordine generali del Partito comunista: armamento del proletariato, milizia proletaria, ecc.
Tutte le rivendicazioni avranno valore rivoluzionario solamente se saranno inquadrate in un preciso programma tendente a rivoluzionare le forze armate borghesi.
Bisogna dedicarsi soprattutto a organizzare i soldati affinchè difendano i loro interessi, in unione completa con il proletariato rivoluzionario, sia prima dell’arruolamento (associazioni di coscritti, fondi di solidarietà), sia dopo (comitati dei soldati), e infine quando saranno usciti dal servizio (associazioni di ex soldati rivoluzionari). I sindacati operai hanno il compito di mantenere il collegamento con quelli dei loro aderenti che sono nelle caserme e di contribuire alla costituzione delle suddette organizzazioni.
Le condizioni del lavoro rivoluzionario nell’ambito degli eserciti di mestiere differiscono da quelle relative alle forze armate reclutate per il servizio obbligatorio. Di solito è molto difficile condurre nei primi la propaganda delle rivendicazioni parziali sopra elencate. Non per questo, però, si dovrà rinunciare in partenza al lavoro di penetrazione. Gli eserciti di professionisti sono costituiti essenzialmente da elementi proletari (disoccupati) e da contadini poveri: ecco già una base per operare sulla massa di questi soldati. Si terrà saggiamente conto della composizione sociale e delle particolarità della truppa. Contro le unità speciali costituite dalla borghesia per combattere il proletariato (polizia, gendarmeria, carabinieri, ecc.) e, in particolare contro le squadre armate di volontari (fascisti), si condurrà la più energica propaganda. Si lotterà soprattutto e implacabilmente contro le omelie riformiste che parlano di “servizio d’ordine pubblico” e di “polizia popolare,” di “diritto democratico” dei fascisti e di altre insulsaggini, occupandosi in special modo di suscitare l’indignazione popolare contro queste unità speciali di cui si denuncerà la vera natura. Ma intanto si dovrà operare per provocare in queste organizzazioni militari la disgregazione sociale, riguadagnando gli elementi proletari che ne facessero eventualmente parte.
L’opera rivoluzionaria tra le forze armate dovrà concordare con quella condotta tra le masse del proletariato e dei contadini poveri. In caso di situazione rivoluzionaria, se il proletariato delle fabbriche elegge comitati pro-pri, la parola d’ordine dei comitati dei soldati diventa attuale e deve contribuire a riavvicinare la massa dei soldati al proletariato e ai contadini poveri nella lotta per il potere.6

I vettori dell’azione rivoluzionaria all’interno dell’esercito e della marina devono essere (e all’approssimarsi della situazione rivoluzionaria saranno legali o semilegali) le cellule clandestine dei comunisti e della gioventù comunista, oppure i gruppi di soldati rivoluzionari nelle unità in cui non vi siano comunisti.
La costituzione di questi punti d’appoggio nelle unità di base dell’esercito e della flotta (compagnie, squadroni, batterie, parchi d’artiglieria, servizi di retrovia, compagnie comando, unità navali) richiede la massima attenzione a ogni partito comunista. A tal fine, prima della chiamata alle armi, si dovrà compilare l’elenco di tutti i comunisti e aderenti alla gioventù comunista, impartendo loro istruzioni dettagliate sulla condotta da tenere sotto le armi, sui collegamenti da intrattenere con il Partito, ecc. Senza la formazione di una solida organizzazione militare del Partito nell’esercito e nella marina, sarebbe da escludere ogni attività rivoluzionaria tra i soldati e tra i marinai.
A tempo debito bisogna anche occuparsi dell’agitazione tra le truppe e della formazione di cellule comuniste nelle regioni e nei presidi in cui sia già preponderante l’influenza a favore della vittoria della rivoluzione (capitali, grandi centri industriali, ecc.), ossia dovunque si debba prendere preliminarmente il potere e dove sia necessario creare delle basi, dei focolai, per allargare la rivoluzione agli altri territori. In queste regioni il Partito dovrà inviare un maggior numero di attivisti e di risorse che non in ogni altra zona.
Non si deve mai dimenticare che il successo dell’agitazione presso le forze armate dipenderà in larga misura dalla composizione sociale di ciascuna unità. In tutto l’esercito esistono delle specialità e dei servizi nei quali, a motivo dell’intrinseca composizione sociale, il Partito non potrà mai sperare di far penetrare gli elementi della lotta di classe. Alludiamo alle scuole di allievi ufficiali, ai reparti speciali, per esempio la cavalleria che, in molti paesi, viene reclutata tra i piccoli proprietari terrieri, e altri gruppi del genere. Queste unità possono e debbono essere disgregate soltanto con la forza delle armi dal proletariato insorto. Nella sua propaganda militare, il Partito dovrà invece pensare innanzi tutto all’artiglieria e alle specialità tecniche, presso le quali normalmente la percentuale di operai è più alta che non presso le altre armi e servizi. Lo stesso discorso (tenendo conto dei contadini) vale evidentemente per la fanteria.
Quanto alla possibilità di guadagnare alla causa della rivoluzione gli ufficiali subalterni, l’esperienza ha dimostrato che in tempo di pace le speranze sono molto limitate. Va da sé che il Partito non rinuncerà mai, né deve rinunciare, a utilizzare gli 11 (Cedali rivoluzionari per demoralizzare questa o quella unità. Tuttavia la sua azione dovrà interessare in linea di massima il grosso dei militari di truppa.
Ecco che cosa si legge a proposito dell’agitazione del Partito ira gli ufficiali nella risoluzione della conferenza delle organizzazioni militari e di combattimento del Partito social-democratico ( bolscevico) del 1916:

Considerato:
a) che la composizione sociale dell’ufficialità, al pari degli interessi in quanto casta di militari di carriera, obbliga gli ufficiali a ricercare la conservazione dell’esercito permanente e dell’inferiorità giuridica delle masse popolari;
b) che per questo motivo gli ufficiali, nella rivoluzione democratica borghese in via di realizzazione, assumono nel complesso un ruolo rivoluzionario;
e) che i gruppi d’opposizione esistenti tra gli ufficiali non svolgono una funzione attiva;
d) che nonostante tutto l’ingresso di alcuni ufficiali nel nostro Partito è possibile e che questi individui, per le loro cognizioni e per il loro particolare addestramento militare, possono rendere importanti servigi al momento dell’insurrezione della truppa e del suo passaggio dalla parte del popolo, nonché per la preparazione tecnica della sollevazione armata,
la conferenza delle organizzazioni militari e di combattimento ritiene:
1. Che le organizzazioni militari non possano istituire organizzazioni socialdemocratiche indipendenti tra gli ufficiali;
2. Che sia indispensabile utilizzare i gruppi d’opposizione esistenti tra gli ufficiali per ricavarne informazioni e per farne entrare alcuni in qualità di istruttori e di dirigenti pratici nelle nostre organizzazioni militari e di combattimento.7
Le cellule dei comunisti e della gioventù comunista all’interno delle varie unità, al pari delle analoghe cellule o frazioni operanti nelle fabbriche, nelle imprese, nei sindacati e, in genere, nelle varie organizzazioni di massa del proletariato, rappresentano il Partito e nella loro attività in seno all’unità corrispondente rispecchiano la tattica del Partito su tutte le questioni, nessuna esclusa. L’organizzazione militare comunista nell’esercito non ha e non può avere una linea politica propria, non essendo altro che una frazione del Partito e dovendo attuare in pratica la linea politica generale del Partito stesso.
In presenza di una situazione immediatamente rivoluzionaria, nel momento in cui il Partito invita le masse a sollevarsi per impadronirsi del potere, l’obbiettivo essenziale delle cellule comuniste nelle forze armate sarà di opporsi Normalmente al comando reazionario e di trascinare con sé il grosso dei soldati, al fine di condurre a termine, di concerto con il -proletariato, i compiti rivo-luzionari.
In una risoluzione del 1906 sugli obbiettivi del Partito, la Conferenza delle organizzazioni militari e di combattimento del Partito social-democratico (bolscevico) così definiva gli scopi delle organizzazioni militari:

1. Gli obbiettivi dell’organizzazione militare [di partito] al momento attuale sono: a) la formazione di solide cellule social-democratiche in ogni unità; b) il raggruppamento attorno a queste cellule, e per loro tramite, di tutti gli elementi rivoluzionari dell’esercito, allo scopo di appoggiare attivamente le rivendicazioni popolari e di schierarsi apertamente a fianco del popolo insorto; e] il coordinamento perfetto della loro attività con quella delle organizzazioni proletarie tattiche, la subordinazione di tutto il loro lavoro alle esigenze generali del momento e alla direzione politica delle organizzazioni comuni del proletariato. Inoltre la conferenza ritiene che: 1. il carattere stesso dell’agitazione presso le forze armate debba essere determinato dagli obbiettivi perseguiti dal proletariato in quanto avanguardia del popolo in lotta; 2. questi obiettivi e la composizione stessa degli elementi delle forze armate suscettibili di essere guadagnati alla rivoluzione indichino la via da seguire per ottenere il massimo dei risultati nella propaganda e nell’agitazione social-democratiche in seno alle forze armate e assicurare l’influenza ideologica e organizzativa del Partito; 3. soltanto un lavoro coordinato di tutte le organizzazioni militari del Partito socialdemocratico, compiuto nel modo indicato, possa garantire il passaggio a fianco del popolo insorto di vasti strati democratici delle forze armate.8

L’organizzazione militare, per essere in condizioni tali da espletare le proprie funzioni, deve trovarsi a stretto contatto con l’organizzazione locale del Partito. In considerazione delle condizioni particolari del suo lavoro, tale collegamento sarà effettuato con l’ausilio dei delegati designati dalle autorità del Partito per l’organizzazione del lavoro presso le forze armate. Il delegato del Partito (organizzatore), ricevute dalle cellule militari, dai vari comunisti o membri della gioventù comunista e dai soldati senza partito, ma politicamente sicuri, le informazioni necessarie intorno alla situazione dell’unità (disposizione dei diversi reparti, numero di ufficiali, morale dei soldati, organizzazione della vita di caserma, ecc.), trasmette a sua volta alle cellule e ai compagni le istruzioni su ciò che debbono fare, sui metodi da impiegare, fornendo inoltre pubblicazioni (giornali di partito, volantini, appelli), ecc.
Le condizioni specifiche dell’agitazione tra le forze armate (cospirazione) impongono alle autorità del Partito di designare all’uopo il numero necessario di militanti, i quali dovranno essere politicamente sicuri. Converrà magari far seguire loro dei corsi speciali di breve durata, durante i quali possano ricevere le opportune indicazioni sui metodi di lavoro nell’esercito (tecnica del lavoro clandestino). Le organizzazioni del Partito, a loro volta, devono organizzare sul medesimo argomento riunioni didattiche con i soldati comunisti o membri della gioventù comunista. Considerata l’inquisizione poliziesca e il terrore esercitato dalle autorità governative nei confronti degli individui e delle organizzazioni che fanno propaganda nell’esercito, assume un’importanza considerevole la stretta osservanza delle norme dell’attività clandestina.
A proposito del lavoro presso le forze armate, le varie sezioni dell’I.C. possono raccogliere indicazioni estremamente proficue nella storia del Partito bolscevico.
Ecco che cosa dice del lavoro dei bolscevichi nell’esercito prima della rivoluzione, in un discorso tenuto al VI congresso mondiale dell’I .C., Jaroslavskij :

Nelle più difficili condizioni di illegalità, noi siamo riusciti a creare oltre 20 fogli clandestini per la propaganda rivoluzionaria tra le truppe dal 1905 al 1907. Ogni importante presidio, Reval, Riga, Dvinsk, Batum, Odessa, Ekaterinoslav, Varsavia, Sveaborg, Cronstadt, San Pietroburgo, Mosca, ecc., aveva il suo giornale per soldati, diffuso dall’organizzazione clandestina e distribuito capillarmente dai membri stessi dell’organizzazione o tramite operai in contatto con i soldati. Se si vuoi contare il numero dei volantini che abbiamo diffuso, si può dire soltanto che non c’è stato un solo evento politico di qualche importanza che non abbia dato luogo a un appello ai soldati. I volantini venivano stampati in un gran numero di copie, diverse migliaia di copie. E non venivano distribuiti soltanto tra la guarnigione locale, ma anche, approfittando di ogni occasione, in intere regioni militari.
La struttura della nostra organizzazione era la seguente: tenendo conto che l’esercito non era omogeneo, non ci proponevamo affatto di attirare a noi, a qualunque costo, tutte le unità, ma sceglievamo quelle che, per composizione sociale, fossero più propense ad accogliere la nostra propaganda rivoluzionaria. Sceglievamo le specialità e i corpi in cui gli operai fossero in maggior numero, per esempio gli artiglieri, i genieri, i marinai e tutte le unità con una buona percentuale di operai, dirigendo in questa direzione il nostro sforzo principale. Negli eserciti moderni il ruolo di queste unità, marina, artiglieria e specialità varie, è notevolissimo. Là dove i risultati prevedibili erano minimi, era presso certe armi quali la cavalleria, che in Russia si reclutava principalmente tra i piccoli proprietari terrieri. Del resto capita così anche in Occidente, soprattutto dove abbonda la piccola proprietà contadina.
Nei limiti del possibile inserivamo in ogni unità un piccolo nucleo segreto, i cui rappresentanti si riunivano in comitati clandestini di battaglione o di reggimento. Questi comitati erano in contatto con le nostre cellule militari segrete al di fuori delle caserme. Si intende che tutti i collegamenti dell’organizzazione militare erano coperti dalla massima segretezza. Sceglievamo compagni di provata fede, senza mai badare al numero, in quanto non consideravamo l’organizzazione militare clandestina come una forza capace da sola di esercitare un’influenza diretta. La consideravamo invece come elemento organizzativo idoneo a trascinarsi al seguito, al momento voluto, la massa dei soldati e dei marinai simpatizzanti. Ecco perché non ci interessava il numero. Devo dire, però, che in certi casi, come a C’ronstadt, a Sebastopoli e altrove, avevamo organizzazioni forti di diverse centinaia di uomini. Ricorderò anche che, pur in condizioni di ille-jAliila estremamente difficili, siamo riusciti a tenere diverse conferenze mili i ari. Una la tenemmo nella primavera del 1906 qui a Mosca. È vero che i piirtccipanti vennero quasi tutti arrestati fin dalla prima riunione, ma quell’i.-pi sodio lasciò tracce profonde. Nel novembre 1906 avevamo tenuto in Finlandia, a Tammerfors, una importante conferenza delle organizzazioni militari e tattiche. Anche questo convegno ebbe una portata considerevole. Nelle opere di Vladimir Ilio si può leggere un libro che è stato consacrato a quell’avvenimento, con l’analisi dettagliata delle risoluzioni adottate e con lusinghieri apprezzamenti.’

In questi ultimi anni anche gli altri partiti comunisti (di Francia, di Germania, ecc.) hanno acquistato una ricchissima esperienza in merito all’agitazione tra l’esercito e la marina. Purtroppo, e per motivi ben comprensibili, tale esperienza non può diventare patrimonio comune a tutto il proletariato rivoluzionario (impossibilità, per ragioni di sicurezza, di pubblicare le informazioni sull’opera clandestina del Partito in seno all’esercito e alla flotta). Va sottolineato però che, in certi paesi, il lavoro nell’esercito ha dato e da ancora risultati ragguardevoli presso tutti i presidi e le unità presso cui è stato organizzato.
Per quanto riguarda questo stesso lavoro in presenza di una situazione immediatamente rivoluzionaria o in tempo di guerra, conviene tornare sulla storia della lotta organizzata e condotta dal Partito bolscevico dopo la rivoluzione di febbraio del 1917 per conquistare politicamente le forze armate e guadagnarle alla rivoluzione. Non rientra nel piano di questo libro la descrizione di questo lavoro, che del resto è già stato presentato in diversi opuscoli e articoli pubblicati in vari libri e giornali. Vogliamo soltanto segnalare che le sezioni dell’I.C. possono così risalire a un’inesauribile fonte di preziosi insegnamenti sui metodi di lavoro politico e organizzativo da applicare per guadagnare alla causa della rivoluzione il grosso dei soldati, portandoli al fronte comune della lotta per il rovesciamento del potere della borghesia e dei grandi proprietari.
L’atteggiamento del proletariato nei confronti degli eserciti dei paesi colonizzati o semicolonizzati sarà molto diverso da quello da tenere nei confronti delle forze armate imperialiste. Nelle colonie e nelle semicolonie esistono diversi tipi di esercito: le armate imperialiste o d’occupazione, le formazioni democratiche nazionaliste che lottano per l’indipendenza del paese, gli eserciti le cui unità reazionarie marciano di pari passo con l’imperialismo contro il movimento di liberazione nazionale, ecc.
Per determinare la posizione da adottare riguardo all’ordinamento militare nei paesi coloniali e semicoloniali, è necessario tener conto del ruolo politico che di volta in volta ha questo o quel paese nel corso delle tappe decisive della rivoluzione internazionale: il paese in questione è un alleato o un nemico dell’Unione sovietica? È un alleato o un nemico della rivoluzione cinese? ecc. In genere il proletariato e le masse lavoratrici dei paesi oppressi devono difendere l’ordinamento militare democratico, in base al quale tutti i lavoratori hanno la possibilità di imparare il maneggio delle armi, ordinamento che accresce la capacità difensiva del paese contro l’imperialismo, assicura agli operai e ai contadini una propria influenza sulle forze armate e agevola la lotta per l’egemonia del proletariato nella rivoluzione democratica. Le parole d’ordine: servizio militare obbligatorio, educazione militare della gioventù, milizia democratica, esercito nazionale, ecc., fanno in tal caso parte integrante del programma rivoluzionario. Non è la stessa cosa negli Stati imperialisti. Nella nostra epoca la tattica dei movimenti nazionali rivoluzionari deve essere subordinata agli interessi della rivoluzione proletaria mondiale. I rivoluzionari non possono adottare lo stesso programma in quei paesi oppressi che assumono contemporaneamente la parte di oppressori e di vassalli dell’imperialismo, facendo guerra a una rivoluzione proletaria o nazionale. In questo caso i militanti devono assolutamente coordinare la propaganda della guerra rivoluzionaria per la difesa di altri paesi rivoluzionari con la propaganda di una politica di guerra per la ri-voluzione, ma di disfattismo riguardo alla guerra condotta dal loro paese e dalle sue forze armate. Questa è la linea politica che conviene seguire attualmente, per esempio, nelle province cinesi che sono in balia dei generali del Kuomintang.10
Se nei confronti degli eserciti imperialisti delle colonie e semicolonie, così come nei confronti degli eserciti e degli schieramenti politici reazionari di questi stessi paesi alleati o subordinati agli imperialisti, dobbiamo riproporci di disgregarli completamente e di scacciare le forze imperialiste dal paese in questione, nei confronti degli eserciti di liberazione nazionale, che non sono ancora sotto ogni aspetto degli eserciti rivoluzionari, ma che comunque lottano contro l’imperialismo straniero e contro le forze reazionarie indigene per far trionfare l’indipendenza nazionale e la rivoluzione democratica (esempio: gli eserciti nazionalisti cinesi durante la campagna del Nord nel 1926 e ai primi del 1927, oppure, prima ancora, le armate del Kuang-Tung), dobbiamo invece riproporci di democratizzarli e ài guadagnarli alla rivoluzione per afermare tra le loro file l’influenza del proletariato. Per questi eserciti le rivendicazioni parziali dei comunisti dovranno appunto tendere a questo scopo. Il lavoro del Partito in questi eserciti nazionali democratici ha una portata immensa. Dal grado di spirito rivoluzionario delle armate nazionali-democratiche, dal grado d’influenza politica e materiale che nel loro ambito avranno il proletariato e la sua avanguardia, il Partito comunista, dipenderà in larga misura la rapidità con cui la rivoluzione nazional-demo-cratica si trasformerà in rivoluzione socialista. L’esperienza ne-gativa del Partito comunista cinese a tale proposito deve essere messa a frutto da tutti i partiti comunisti dei paesi coloniali o semicoloniali.
A proposito delle pecche del lavoro delle sezioni dell’I.C. nei confronti delle forze armate è opportuno segnalare brevemente gli errori commessi dal Partito cinese. Nel periodo del blocco con il Kuomintang (fino al luglio 1927), il Partito comunista cinese si trovava in condizioni eccezionalmente favorevoli per condurre la sua opera di persuasione politica nell’esercito rivoluzionario nazionalista e per guadagnare alla rivoluzione il grosso dei soldati. Nonostante questo, il Partito cinese, o meglio sarebbe dire il Comitato centrale che lo diresse fino alla conferenza dell’agosto 1927, con la sua politica di opportunismo e di capitolazione su tutte le questioni fondamentali e decisive della rivoluzione, non fece praticamente nulla per conquistare alla rivoluzione i soldati dell’esercito nazionalista. Ecco le indicazioni fornite dalle tesi della Commissione militare del Kuang-Tung per il lavoro nell’esercito del Kuomintang (tesi dell’autunno 1925):
Se noi operiamo nell’esercito rivoluzionario non è per disorganizzare le truppe del Kuomintang, bensì per l’affermazione delle forze armate della rivoluzione nazionale e per la conservazione della loro unità. Nell’esercito non dobbiamo adottare una propaganda politica che approfondisca le differenze tra le nostre vedute e quelle del Kuomintang, rischiando di proverà i e fratture tra i ranghi.
Questo orientamento nei riguardi dell’esercito nazionale fu quello del Partito comunista cinese dall’inizio fin quasi alla fine “K-1 suo blocco con il Kuomintang. Corrispondeva alla “conce-y.ione” di uno dei dirigenti più in vista di questo partito prima della conferenza di agosto. Si trattava di Cen-Du-Siu la cui tesi si enunciava così: “Prima capire la rivoluzione, poi approfonci i ria.” Ciò significava che, prima di distruggere l’esercito mili-I arista del Nord (Ciang-Tso-Lin e altri) e di occupare Pechino, s;irebbe stato inammissibile comprendere la questione agraria, sviluppare il movimento rivoluzionario della classe operaia contrapposto alla politica del Kuomintang, condurre un lavoro rivoluzionario presso l’esercito nazionalista (a costo di distruggerne l’unità e di affievolirne l’ardore combattivo). Tutto questo sarebbe diventato necessario soltanto alla conclusione della spedizione al nord.
Facendo blocco con il Kuomintang, il Partito comunista cinese non si pose mai seriamente la questione del tradimento, prima o poi inevitabile, del Kuomintang. Per tal motivo aveva compiuto nell’esercito un’agitazione -puramente legale, rinunciando a costituire cellule clandestine. Ecco perché il giorno in cui il Kuomintang passò al campo della controrivoluzione non durò alcuna fatica a espellere dalle forze armate tutti i comunisti e a privare il Partito di ogni controllo sorretto su di una base materiale. In tal modo il Partito comunista aveva -perduto l’esercito.
Durante la spedizione al nord il Partito comunista non si preoccupò mai neppure di conquistare i posti di comando nell’esercito nazionale, nonostante le condizioni estremamente favorevoli. Pertanto si potevano incontrare solo pochi comandanti comunisti e sempre nei gradi inferiori: comandanti di squadra e di plotone, qualche comandante di compagnia, rarissimi comandanti di battaglione. La nomina del comunista Ye-Tin a comandante di reggimento sul finire del 1926 fu più il risultato di un accordo con Li-Tin-Sings che non un intervento cosciente del Partito. E persine questo reggimento non si distingueva molto dalle altre unità dei militaristi, per quanto vi si trovassero molti comunisti. Mancò l’epurazione del comando reazionario, mancò ogni lavoro politico tra i soldati, non venne creato nessun apparato politico. La sola differenza era che il reggimento aveva al comando supremo, invece di un militarista, un comunista. In tutto quel “periodo il Vanito comunista non tentò mai di rinforzare il reggimento di Ye-Tin fino a farne una divisione, né di organizzare tra le sue file l’agitazione politica. Solo poco prima dell’insurrezione di Nangan (agosto 1927) questo reggimento venne trasformato in divisione. L’assenza di lavoro politico e di parole d’ordine politiche fu una delle cause principali della disfatta della divisione di Ye-Tin (e Holun] davanti a Svatou nell’ottobre del ’27.
Nonostante che durante la campagna del Nord il Partito comunista avesse moltiplicato i suoi effettivi, il numero dei comunisti nell’esercito rimase trascurabile. E così all’inizio dell’ottobre 1926 l’esercito nazionale contava circa 74.000 combattenti, dei quali soltanto 1.200 comunisti, di cui 900 nelle unità lasciate nella provincia di Kuang-Tung. Verso la metà del 1927 il numero dei comunisti nell’esercito era considerevole, ma la loro azione, in mancanza di un organismo idoneo, non era diretta dall’alto.
Il lavoro politico tra i soldati era quasi inesistente (quel poco che si faceva era dovuto esclusivamente all’iniziativa dei comunisti della truppa). È anche vero che i dirigenti, per salvar la forma, ricordavano di quando in quando la necessità di rafforzare l’influenza del Partito nelle unità dell’esercito nazionale, ma la maggior parte dei soldati non conoscevano neppure l’esistenza del Partito comunista, e quelli che ne sapevano qualcosa non vi vedevano alcuna differenza con il Kuomintang.
Invece di dedicarsi a una seria preparazione rivoluzionaria dell’esercito, i dirigenti del Partito si preoccupavano di ogni tipo di accordi superficiali con i generali militaristi, con il pretesto di conservare l’unità nelle forze armate, tentando di convincere i soldati a restare fedeli ai principi della “sinistra” del Kuomintang.
Come si sa, tale atteggiamento della direzione del Partito venne condannato dalla Conferenza di agosto (1927). Ecco come si esprimono le tesi di questa conferenza nei confronti della condotta dell’ex direzione del Partito comunista cinese:

Tutti sanno che l’esercito del governo di Ukhang, nella stragrande maggioranza (a eccezione della piccola componente comunista e di operai o contadini che alla chiamata del Partito comunista sono entrati nei suoi ranghi), è un’armata mercenaria come quelle di tutti i militaristi di Cina. Tutti sanno del pari che il comando di questa armata proviene, nella schiacciante maggioranza, dagli ambienti agrari o borghesi e che la rivoluzione la segue solo in via temporanea, nella speranza di trame qualche vantaggio e di rare una carriera militare più brillante. La direzione del Partito comunista deve comprendere, ci sembra, che nei confronti di un esercito del genere la politica del Partito deve tener conto unicamente del grosso dei militari di truppa, senza badare al comando reazionario, e che bisogna condurre una propaganda attiva tra i soldati e tra l’ufficialità subalterna, in modo da acquistare un solido appoggio contro le manovre controrivoluzionarie del comando superiore.
La direzione del Partito comunista ha invece ritenuto di fare, come fa, esattamente il contrario. Tutta la sua politica e tutto il suo lavoro nei confronti di questo esercito si sono limitati a civettare con i generali e a imbastire accordi superficiali con il comando reazionario. In pratica non è stata fatta alcuna agitazione tra i soldati, non è stato fatto neppure un tentativo di organizzare tale agitazione. Il V congresso del Partito non ha esaminato lale questione a parte, nonostante tutta la sua importanza: la commissione militare del Comitato centrale è andata per le lunghe nell’esame della questione del lavoro presso l’esercito e, dopo quattro mesi, ha preferito lasciare il problema senza soluzione.”

Per intrattenersi con i generali, per ingraziarseli, si è sempre trovato, invece, il tempo necessario.
Questo atteggiamento della direzione del Partito comunista su una questione così essenziale per la rivoluzione, era la conseguenza diretta della tattica opportunista seguita nell’insieme della rivoluzione cinese.
È più che naturale che, dati questi precedenti, nel momento in cui la borghesia cinese si ritirò nel campo della controrivoluzione, a fianco dei rivoluzionari sia rimasto soltanto l’esiguo gruppo di Ye-Tin e di Holun, mentre tutto il resto dell’esercito nazionale rimaneva docilmente obbediente ai generali controri-voluzionari, eseguendone gli ordini intesi a schiacciare le organizzazioni di classe del proletariato e dei contadini, fucilando i capi rivoluzionari, ecc.
Sarebbe tuttavia difficile immaginarsi condizioni più favorevoli all’agitazione nell’esercito di quelle che esistevano a quel tempo in Cina.
Oggi nelle armate militariste l’agitazione è estremamente difficile, ma non è detto che sia impossibile. I metodi da seguire saranno notevolmente diversi da quelli che potevano essere allorquando i comunisti facevano legalmente parte dei reggimenti, in qualità di soldati semplici, di comandanti subalterni o di militanti politici.
Oltre al lavoro nell’esercito e nella marina i partiti comunisti devono riproporsi di disgregare le associazioni volontarie della borghesia che oggigiorno si trovano praticamente in ogni paese. Gli obbiettivi essenziali di queste associazioni, i cui effettivi superano spesso la forza numerica dello stesso esercito regolare,12 sono la mobilitazione dell’opinione pubblica a favore della guerra, l’addestramento militare degli aderenti e, soprattutto, come l’esperienza insegna, la difesa del regime borghese, ossia la lotta contro il proletariato rivoluzionario all’interno del paese.
Per la loro composizione sociale alcune di queste associazioni sono in larga misura proletarie. I partiti comunisti dei paesi che le ospitano devono trovare il mezzo di sottrarre all’influenza della borghesia questi elementi proletari.
In linea generale, i partiti comunisti devono esigere lo scioglimento di queste associazioni paramilitari e, mentre condurranno una campagna politica di questo tenore, cercheranno in ogni modo di disgregarlo dall’interno. L’esperienza dimostra che un’arma molto efficace da questo punto di vista, particolarmente per staccare gli elementi proletari dal nucleo militarista borghese, sta nella costituzione di organizzazioni paramilitari proletarie, come il Fronte rosso in Germania. Pertanto, ovunque sia possibile, ci si dovrà sforzare di creare organizzazioni di questo tipo> che avranno tra gli altri obbiettivi quello di lavorare (politicamente e organizzativamente) per disgregare le associazioni militari della borghesia.
Il Fronte rosso in Germania, organizzazione di massa a carattere misto del Partito comunista e della classe operaia (oltre 10.000 aderenti), che conta nelle sue file alcune sezioni comuniste, è uno dei centri di mobilitazione rivoluzionaria delle masse proletarie, un mezzo per staccarle dall’associazione riformista borghese del Vessillo nazionale, sottoposto all’influenza del Partito socialdemocratico e del centro. Il Fronte, però, non si preoccupa soltanto di far penetrare lo spirito rivoluzionario nel Vessillo nazionale, creandovi un’opposizione di sinistra, ma nel contempo conduce anche una lotta politica attiva contro la reazione in genere e, in particolare, contro le manifestazioni reazionarie delle associazioni militarizzate borghesi e monarchiche (Elmetti d’acciaio). Il Fronte rosso conduce anche la propaganda contro le nuove guerre imperialiste e per scoraggiare la guerra contro TURSS.
Il partito rivoluzionario deve altresì porre e risolvere convenientemente la questione del lavoro nella polizia. Per sua natura sociale, la polizia è spesso composta in larga misura da clementi proletari, così che un’azione rivoluzionaria tra i semplici agenti è sempre oggettivamente possibile. Ne ha dato prova l’esperienza della rivoluzione tedesca del 1923. La polizia di Sas-sonia, di Turingia e di altre regioni solidarizzava in parte con i comunisti, anche senza che il Partito avesse condotto nessuna agitazione particolare tra i poliziotti. Certi agenti manifestarono le loro simpatie anche all’atto pratico e non in pochi casi, preavvisando in tempo i comunisti, per esempio, di perquisizioni, di arresti, ecc.
E la polizia tedesca non è un’eccezione. Il lavoro rivoluzionario tra gli agenti di polizia è necessario e possibile anche tra i poliziotti di altri paesi. Considerata l’importanza della polizia come strumento di oppressione nelle mani delle classi dirigenti, e considerati i risultati che si possono ottenere già in momenti di evoluzione “pacifica,” senza parlare dell’incidenza che le inclinazioni politiche della polizia possono avere in tempo di rivoluzione sulla lotta di parte proletaria per il potere, questo ramo di attività conserva validità e importanza senza confronti.

1 LENIN, Le opere, cit., Gli insegnamenti dell’insurrezione di Mosca, p. 438. Il corsivo è nostro.
2 Tesi e risoluzioni del VI congresso, cit., p. 126. “Tesi sulla lotta contro la guerra imperialista e il compito dei comunisti.”
3 Nella “Pravda” del 20 gennaio 1929.
4 Tesi e risoluzioni del VI congresso, cit., p. 135, “Tesi sulla lotta contro la guerra imperialista e il compito dei comunisti.” (Il corsivo è nostro).
5 Tesi e risoluzioni del VI congresso, cit., pp. 139-140.
7 II Partito comunista e l’esercito, Mosca 1928, p. 49.
8 II Partito comunista e l’esercito, Mosca 1920, p. 47.
9 Discorso di Jaroslavskij al VI congresso mondiale dell’I.C.
10 Tesi e risoluzioni del VI congresso, cit., pp. 144-45.
11 Tesi della conferenza del Partito comunista cinese dell’agosto 1927.
12 Così in Finlandia lo Schùtzkor e altre organizzazioni militari raggnippano 140-150.000 elementi, donne comprese; la Lega di difesa estone raccoglie circa 37.000 aderenti; la Lega di difesa lettone ne ha 30.000; in Polonia diverse organizzazioni militari e paramilitari contano oltre mezzo milione di iscritti. In Germania le organizzazioni militari delle varie denominazioni (Elmetti d’acciaio, Lega del vessillo nazionale, Jung-Dp, ecc.) annoverano 4 milioni di aderenti. Associazioni analoghe esistono praticamente in tutti i paesi. In Lettonia, Estonia, Finlandia e Polonia esse ricevono dal governo ingenti sussidi e quantitativi di armi, si addestrano sotto il comando di ufficiali della riserva, ecc.

L’organizzazione delle forze armate del proletariato

Uno degli obbiettivi del partito del proletariato rivoluzio¬ne rio in una situazione immediatamente rivoluzionaria è la costi¬tuzione delle forze armate del proletariato, cioè la formazione di un’organizzazione di combattimento. La necessità di questa organizzazione tattica è indiscutibile.
L’esperienza delle insurrezioni armate scoppiate in diversi paesi insegna che, per ottimo che sia il lavoro del Partito presso l’esercito e, in genere, presso le forze armate della borghesia, non sarà mai possibile aver già disgregato tutto l’esercito bor¬ghese prima dell’insurrezione; non si potrà mai conquistare l’intero esercito alla rivoluzione e neppure neutralizzarlo completa¬mente con i soli metodi del lavoro politico al suo interno. Resteranno sempre delle unità e dei gruppi fedeli al comando reazionario, i quali combatteranno attivamente il proletariato. Nel 1906 cosi scriveva Lenin in “Gli insegnamenti dell’insurrezione di Mosca”: Noi abbiamo preparato e prepareremo ancor più tenacemente il “lavoro” ideologico nell’esercito. Ma ci dimostreremmo dei poveri pedanti se dimenticassimo che, nel momento dell’insurrezione, è necessaria, per conquistare l’esercito, anche una lotta fisica.1

Ogni esercito avrà, se già non ha, delle unità di sicura fede, reclutate tra gli elementi attaccati alla borghesia (scuole allievi ulliciali e sottufficiali, reparti speciali della polizia o dell’esercito, gruppi di “mauseristi,” come in Cina, ecc.), che sono meglio pagati delle truppe normali. Può contare inoltre su ogni sorta di organizzazioni volontarie (molto diffuse in Occidente), desti¬nale soprattutto a condurre la lotta attiva contro il proletariato rivoluzionario. Bisogna inoltre considerare che, nel corso dell’in-surrezione, la borghesia ricorrerà a ogni mezzo (corruzione, men¬zogna, tensione nervosa, repressione, ecc.) per conservare nelle proprie mani le truppe esitanti. Si può dunque affermare con sicurezza che mai e poi mai il proletariato riuscirà a sottrarre completamente l’esercito all’influenza delle classi egemoni e a strappare i soldati esitanti al comando controrivoluzionario per trascinarli dalla parte della rivoluzione. La demoralizzazione e la neutralizzazione delle unità e delle organizzazioni speciali saranno possibili solamente dopo il loro disarmo a opera delle forze armate del proletariato. Di qui l’imperio sa necessità di costituire in tempo utile sufficienti forze armate di classe operaia, capaci di unirsi alle unità dell’esercito passate nel campo della rivoluzione per annientare del tutto la base militare del regime costituito.
Nelle insurrezioni a venire, soprattutto se la situazione immediatamente rivoluzionaria non sarà conseguente a una guerra, capiterà spesso che l’intero onere delle prime battaglie decisive dovrà essere sopportato da reparti della guardia rossa, senza alcun appoggio da parte di truppe rivoluzionarie.

L’esercito rivoluzionario è necessario per condurre la lotta armata e per guidare le masse al combattimento contro i resti della forza militare e del¬l’autocrazia. L’esercito rivoluzionario è indispensabile, perché soltanto la forza può risolvere i grandi problemi storici; e l’organizzazione della forza nelle battaglie moderne è l’organizzazione militare?’

La struttura dell’organizzazione tattica del proletariato varia a seconda del paese. Solo una cosa è chiara: i reparti di questa organizzazione di combattimento devono basarsi sulle masse (fabbriche, officine, imprese, ecc.) ed essere numericamente forti. La loro struttura deve ricordare più o meno quella della guardia rossa in Russia, delle centurie proletarie tedesche del 1923, delle squa¬dre di combattimento cinesi, ecc.
La guardia rossa non può essere formata in una qualsiasi situazione politica.

La guardia rossa è un organo insurrezionale. Dovere dei comunisti in presenza di una situazione direttamente rivoluzionaria è fare dell’agitazione al fine della sua costituzione.
In nessun caso ci si dovrà dimenticare che, nei paesi imperialisti, l’esi¬stenza di una milizia proletaria o di una guardia rossa nel quadro dello Stato borghese, in tempo di “pace generale,” è inammissibile e impossibile.3

L’organizzazione militare proletaria di massa (la guardia rossa) deve costituirsi quando il Partito mette all’ordine del giorno la questione della dittatura del proletariato e si orienta alla prepa¬razione diretta della conquista del potere.
Le lezioni di Pietrogrado, di Mosca, della Germania del 1923, di Canton, di Sciangai e così via, dimostrano come in un periodo rivoluzionario molto critico sia relativamente facile costituire una vasta organizzazione di combattimento. Normalmente il tempo di cui si dispone ascende ad alcuni mesi, ma la costituzione rapida di un’organizzazione militare veramente idonea al combattimento è possibile soltanto in presenza di un numero abbastanza alto di quadri sufficientemente preparati militarmente e politicamente. Senza questi quadri, che sarebbero lo scheletro dell’organizzazione mitica, cioè lo Stato maggiore, l’organizzazione militare avrà scar¬so valore dal punto di vista combattivo.
A Pietrogrado, a Mosca e nelle altre città russe del 1917, la situazione era, da questo punto di vista, estremamente favore¬vole. Come capi e istruttori la guardia rossa aveva dei soldati e, persine, degli ufficiali comunisti. Questi istruttori, che durante le battaglie d’Ottobre comandavano i reparti della guardia rossa, avevano precedentemente insegnato ai combattenti a servirsi delle armi, spiegando loro i principi della tattica e, in genere, dell’arte militare.
Completamente diverso è il quadro che abbiamo osservato per la Germania del 1923. Là, in pochi mesi, erano state organizzate circa 250.000 guardie rosse, raggruppate in centurie proletarie. Tuttavia, data la mancanza di quadri militarmente addestrati (quell’enorme massa di guardie rosse aveva soltanto un pugno di ex ufficiali comunisti), in quanto i dirigenti ignoravano gli elementi della tattica del combattimento negli abitati e dell’insurrezione in genere, oltre a ignorare l’organizzazione e la tattica dell’esercito governativo, il valore militare di queste centurie lasciava parecchio a desiderare.
Ciò era tanto più vero, in quanto avevano a disposizione un numero di armi limitatissimo.
La stessa osservazione si potrebbe fare per Canton. La guardia rossa, come abbiamo già visto, si era fatta un’idea molto vaga dell’importanza delle proprie armi e non sapeva servirsene battaglia. Subì perdite pesanti e condusse tante operazioni sfortunate solo perché a dirigerla erano stati posti dei compagni poco sperimentati e quasi completamente digiuni di arte militare. Del resto a Canton il numero dei comunisti competenti in questo rampo era molto esiguo.
Troppo spesso, in pratica, i partiti comunisti attribuiscono scarsa importanza alla preparazione dei quadri, problema invece eccezionalmente grave, soprattutto in paesi come la Cina, in cui il proletariato ha ben poche possibilità di formarsi i capi militari nell’ambito degli eserciti già costituiti.
La tattica dell’insurrezione e del combattimento negli abitati (e ogni insurrezione urbana assume la forma del combattimento negli abitati),4 a motivo delle varie caratteristiche specifiche, di cui tratteremo più avanti e che la distinguono dalla tattica solita degli eserciti regolari, è estremamente complicata. Il suo studio richiede tempo e perseveranza. Pertanto un partito rivoluzionario che voglia restare marxista fino in fondo, che voglia cioè considerare l’insurrezione come un’arte, propagando nella classe operaia l’idea della sollevazione armata, deve porsi praticamente il problema della preparazione dei quadri della futura insurrezione, adottando questa o quella soluzione. A tal fine ogni partito proletario deve prepararsi subito, senza attendere la situazione immediatamente rivoluzionaria, poiché rischierebbe di farsi superare dagli avvenimenti. Deve prepararsi, anche, indipendentemente dalla situazione politica attuale.
Nonostante l’apparente complessità, il problema è lungi dall’essere insolubile. A lato dello studio del marxismo-leninismo, la direzione del Partito deve organizzare anche lo studio dell’arte militare, l’analisi degli insegnamenti da trarre dalle diverse insurrezioni, soprattutto da quelle russe, tedesche e cinesi. Tale studio potrà essere condotto nei circoli, nelle scuole (legali, semilegali o clandestine, a seconda delle circostanze), riepilogando gli insegnamenti della lotta armata del proletariato nelle pubblicazioni di partito, studiando l’arte militare in pratica (invio di compagni nell’esercito), costituendo organizzazioni militari legali e illegali (Fronte rosso in Germania, Associa-zione rivoluzionaria degli ex combattenti in Francia).
Naturalmente, a formare esperti dirigenti militari per i reparti di guardie rosse non basta la conoscenza teorica, però questa è la condizione prima, alla quale in nessun caso possiamo rinunciare.
Nella formazione dei quadri militari della futura insurrezione e nella preparazione delle masse proletarie all’arte militare, hanno una parte di primo piano le grandi organizzazioni paramilitari del proletariato (Fronte rosso in Germania, ecc.). Queste organizzazioni non possono essere confuse con la guardia rossa, in quanto non sono degli strumenti della lotta diretta per la dittatura del proletariato. La loro finalità essenziale, come abbiamo già visto nel capitolo precedente, sta nella mobilitazione e nell’educazione del proletariato nello spirito della lotta di classe; servono inoltre per 1.1 lotta politica contro le organizzazioni militari della borghesia. E non basta: esse consentono a decine di migliaia di proletari di imparare l’arte della guerra e di formarsi per la guerra civile.
Questi raggruppamenti, che sono l’organizzazione tattica per la dilesa del proletariato, sono al tempo stesso i paladini dell’idea deIla guerra civile e un potente mezzo per propagandare questa idea nell’insieme della classe operaia.
Inoltre l’istruzione militare delle masse si può effettuare, al¬meno fino a un certo punto, tramite diverse organizzazioni legali: società sportive, società di tiro al bersaglio, ecc. Ovunque sia possibile, il Partito comunista dovrà servirsi di queste società per dare un’educazione militare alla gioventù rivoluzionaria.
Non appena si presenta la situazione immediatamente rivoluzionaria, dovranno intensificarsi al massimo l’istruzione militare delle masse (maneggio delle armi, elementi di tattica insurrezionale e di combattimento negli abitati, ricognizione, servizio collegamenti, studio dell’organico e della tattica dell’esercito e della polizia, ecc.), l’armamento del popolo e la formazione, in ogni dove, della guardia rossa. In tali frangenti si dovrà dedicare grande attenzione ai centri decisivi della vita politica ed economica del parse (la capitale, i grandi centri industriali, i nodi ferroviari, ecc.).
Trascurare questi vari punti significa esporsi, proprio nel mo¬mento più critico della rivoluzione, a conseguenze funeste.
L’insurrezione di Canton ha dimostrato che i tre quarti circa degli operai che presero parte attiva ai combattimenti non sapevano servirsi dei loro fucili, erano incapaci di maneggiare le armi di fui si erano impadroniti all’inizio dei moti. Si ebbero casi di operai che, avendo ricevuto il fucile e non sapendo le più ele¬mentari norme di tiro, facevano fuoco sui compagni. La mancata conoscenza delle norme fondamentali di tiro e di tattica, la mancata conoscenza dei metodi di ricognizione e collegamento, la mancata individuazione dei punti forti e dei punti deboli delle file militariste, provocarono agli insorti perdite gravissime. In questo senso l’insurrezione di Canton ha messo a nudo le deficienze del Partito comunista in materia militare e gli errori commessi a questo riguardo in tutto il periodo precedente.
Nel luglio 1905, nel suo articolo L’esercito rivoluzionario e il governo rivoluzionario, Lenin così scrisse a proposito della necessità di studiare l’arte militare:

Non v’è socialdemocratico a conoscenza di un po’ di storia e formatosi alla scuola di Engels, grande conoscitore di quest’arte, che abbia mai dubitato dell’enorme importanza della tecnica e dell’organizzazione militare quali strumenti di cui devono servirsi le masse popolari e le classi popolari per risolvere i grandi conflitti storici. La socialdemocrazia non si è mai abbassata a giocherellare con complotti militari, né mai ha posto in primo piano le questioni militari finché non si sono date appuntamento le condizioni che generano la guerra civile. Oggi, però, tutti i socialdemocratici mettono avanti, se non in primo piano almeno tra le prime istanze, le questioni militari; hanno portato all’ordine del giorno lo studio e la propaganda degli aspetti militari tra le masse popolari. L’esercito rivoluzionario deve applicare praticamente le cognizioni militari e la conoscenza dei mezzi militari, per decidere l’intero avvenire del popolo russo, per risolvere la questione prima ed essenziale, quella della libertà.

Il Comitato centrale del Partito comunista cinese in carica fino alla Conferenza d’agosto, aveva adottato, per quanto riguarda l’armamento delle masse e la formazione di una potente forza armata proletaria, oltre che il lavoro nell’esercito nazionale, una linea estremamente opportunista:

II Comitato centrale del Partito comunista cinese non si è mai curato seriamente di armare gli operai e i contadini, non ha mai badato alla ne¬cessità di questo armamento né, in genere, a quella della formazione di quadri militari contadini veramente rivoluzionari. La sua commissione mi¬litare ha manifestato a questo proposito l’indifferenza più completa. Nulla è stato fatto per l’addestramento militare di tutti i comunisti, compito pri¬mo del Partito. Non ci si è preoccupati di raccogliere organicamente i vari reparti isolati di operai e contadini in una forza organizzata idonea a difendere efficacemente la rivoluzione nel corso del suo sviluppo. Quasi non sono stati presi provvedimenti per procurarsi le armi là dove se ne sarebbero certamente trovate, né tanto meno per distribuirne agli operai e ai conta¬dini. Il Comitato centrale ha ritenuto inesistente, se non addirittura compromettente per i suoi accordi politici con il comando del Kuomintang, il problema dell’armamento degli operai e dei contadini. E tutt’a un tratto, dopo questa lunga inattività, ha manifestato una grande energia, ma in senso contrario, proponendo ai picchetti di Ukhan, “per evitare conflitti e pro-vocazioni,” di restituire spontaneamente le armi.
Un simile atteggiamento del Comitato centrale di fronte alle esigenze vitali della rivoluzione può essere qualificato soltanto di mentalità liquidatrice.5

Attualmente questi errori dell’ex direzione del Partito comunista cinese, errori che in certa misura hanno avuto conseguenze latali nel momento critico della rivoluzione del 1927, stanno per essere riparati del tutto.
Nella preparazione dell’insurrezione, uno dei problemi più difficili da risolvere è quello delle armi, problema che però riveste un’importanza politica enorme. Sotto la dittatura della borghesia (in tempo di “pace”), il proletariato è generalmente privo di ogni possibilità di armarsi. Eppure, a dispetto di ogni diffi¬coltà, non si tratta di una questione ardua da risolvere. La situazione politica nella quale la presa del potere si presenterà come una questione pratica (ossia in caso di rapido accrescimento delle Inclinazioni rivoluzionarie presso i lavoratori, di grandi tentenna¬menti presso la piccola borghesia e di indebolimento dell’apparato governativo borghese), permetterà al proletariato, con l’opportuna guida emanante dal Partito, di provvedersi di armi, acquistan¬dole, disarmando le leghe fasciste, impadronendosi di certi arse¬nali, fabbricandone (almeno quelle più rudimentali), in modo da armare l’organizzazione di combattimento cosi che garantisca al momento dell’insurrezione il successo delle azioni tentate per pro¬curare altre armi. Nell’elaborare il piano insurrezionale, la direzione deve dedicare seria attenzione al problema delle armi e dell’armamento delle squadre non ancora armate o dei rivoluzionari Disposti a combattere.
Nel 1905, nell’articolo Gli obbiettivi dei reparti dell’esercito rivoluzionario, Lenin scriveva:

I reparti dovranno armarsi come potranno (fucili, pistole, coltelli, manganelli, bastoni, baionette, stracci imbevuti di petrolio per appiccare il fuoco, corde o scale di corda, pietroni per innalzare le barricate, candelotti di dinamite, filo spinato, chiodi contro la cavalleria, ecc.). In nessun caso si può chiedere aiuto dall’esterno o dall’alto: bisogna procurarsi tutto da sé.
E subito aggiungeva che “in nessun caso si deve rinunciare a formare una squadra, ritardandone la formazione, con il pretesto «della mancanza d’armi.”6
In risposta al resoconto del Comitato militare del direttivo di San Pietroburgo, che faceva notare la lentezza con cui procedeva la costituzione delle squadre di combattimento, sottolineando la penuria d’armi, Lenin consigliava:

Andate dai giovani, formate immediatamente delle squadre di combattimento, dovunque, presso gli studenti e, soprattutto, presso gli operai, ecc.;
si organizzino senza indugio squadre da 3 a 10, al massimo 30 uomini. Si armino da soli sul campo, come possono, chi di una pistola, chi di un col¬tello, chi di una torcia imbevuta di petrolio per appiccare il fuoco.7

Le istruzioni di Lenin sulla costituzione dei reparti dell’esercito rivoluzionario e sul modo di procurarsi le armi sono valide ancor oggi.
Bisogna tener conto che, nelle insurrezioni future, in Oriente come nei paesi a capitalismo avanzato, il proletariato, o almeno alcuni suoi elementi, prima di impadronirsi di una quantità sufficiente di armi moderne (nel primo momento dell’insurrezione), dovrà accontentarsi di armi imperfette. In nessun caso bisognerà fare i difficili, poiché con queste armi rudimentali e imperfette i reparti di combattimento possono e debbono procurarsi armi più consone e più moderne.
L’insurrezione è condotta dal Partito e ogni membro del Partito è un soldato della guerra civile. Questo principio obbliga ogni comunista al possesso di un’arma. Ciò vale soprattutto per i partiti dei paesi in cui la lotta di classe è più aspra e in cui le varie condizioni specifiche rendano più verosimile un’esplosione rivoluzionaria.
Per tornare sulla questione della formazione della guardia rossa (esercito rivoluzionario) e della sua struttura, è opportuno segnalare i seguenti, importantissimi fattori, che discendono dall’esperienza acquisita a questo riguardo in diversi paesi.
Quando si presenta una situazione immediatamente rivoluzionaria, la guardia rossa deve costituirsi dovunque e contemporaneamente, nelle fabbriche, nelle città, mentre il Partito lancia parole d’ordine sempre più attive, chiamando direttamente le masse alla preparazione della sollevazione armata. I reparti della guardia rossa devono essere normalmente costituiti da operai senza par¬tito, da studenti e da contadini poveri.

Il Partito deve sforzarsi di assicurare a questi reparti la propria guida, introducendovi uomini di provata fede ai posti di comando, dirigendone l’addestra¬mento militare, ecc. In molti paesi non è escluso che i reparti della guardia rossa debbano formarsi clandestinamente, almeno all’inizio. Il grado di legalità della guardia rossa dipenderà dalle condizioni più svariate, ma soprattutto dalla profondità del movimento rivoluzionario tra le classi oppresse, dall’entità della di-sgregazione dell’apparato governativo delle classi dirigenti, ecc. Spetta al Partito tener conto della situazione politica reale in ciascuna regione e lanciare tra le masse delle parole d’ordine la (ni applicazione garantisca l’esistenza legale delle organizzazioni operaie, compresi il Partito e la guardia rossa, e il loro progres¬sivo accrescimento. Non bisogna mai dimenticare che la questione della legalità della guardia rossa sarà definitivamente risolta con la lotta e soltanto dalla lotta delle masse operaie. Il Partito deve adoperarsi con ogni mezzo per spiegare alle masse che una lotta loiiunata per la costituzione dell’esercito rivoluzionario determina in larga misura una lotta vittoriosa nel corso dell’insurrezione, poiché lottare per la formazione e per lo sviluppo legale della guardia rossa significa lottare per la principale via d’accesso alle posizioni decisive, significa dare inizio alla lotta diretta per il potere. In questo periodo saranno inevitabili scontri limitati con le forze armate della borghesia (truppe, polizia, carabinieri, squadre fasciste), così come saranno inevitabili le sconfitte parziali.

L’esperienza dei vari paesi dimostra che sostanzialmente la natura dei reparti di guardie rosse si può ricondurre allo sche¬ma seguente. Le forze armate del proletariato, in condizioni di c lanclestinità, si costituiranno in piccoli gruppi (di 3, 5, 10) organizzati in ogni fabbrica, ecc., subordinandosi, tramite i rispettivi comandanti, a un’istanza superiore (comandante di fabbrica o di quartiere). In questo periodo si sconsiglia la formazione di unità piiì ampie (compagnie, battaglioni) per non compromettere la segretezza.

Con lo sviluppo della campagna per la formazione della guardia rossa, quando l’idea sarà penetrata tra le masse operaie, in¬frangendo ogni norma di legalità e quando la costituzione dell’esercito rivoluzionario avrà assunto un carattere di massa, allora il Partito, basandosi sulle esigenze del combattimento negli abitati e sulle armi di cui dispone, dovrà fornire lo schema idoneo al-l’organizzazione della guardia rossa. Non c’è bisogno di adoperairsi per avere una struttura complicata o per realizzare grandi unità. Bisogna invece tentare di raggruppare in modo ben compaiano le piccole unità elementari: squadre e gruppi (da 10 a 20 uomini), plotoni (da 35 a 45) e compagnie (da 2 a 3 plotoni). In certi casi si potranno riunire due o tre compagnie in un battaglione.
Si sconsiglia la formazione, spesso deleteria, di unità più grandi (reggimenti o divisioni) come venne fatto invece in Germania nel 1923, poiché viene inevitabilmente a scemare l’importanza dei piccoli reparti, preziosissimi nei combattimenti urbani, denotando così un’incomprensione della natura di questo tipo di combattimento il cui onere ricade per intero su gruppi e reparti corrispondenti numericamente alla squadra o al plotone o, al massimo, alla compagnia. La costituzione di grandi unità sarà invece necessaria dopo la presa del potere in una data città, cioè nel momento in cui la lotta si dovrà spostare all’esterno, in campo aperto.
Nella formazione e nell’istruzione militare della guardia rossa, conviene dedicare la massima attenzione alla preparazione, in seno alle unità elementari come la squadra o la compagnia, di uomini o di gruppi aventi compiti speciali: collegamento, esploratori, infermieri, mitraglieri, artiglieri, guastatori, autieri, ecc.; questa è una cosa molto importante, poiché la presenza di tutti questi specialisti (sia pure in assenza delle armi corrispondenti) consentirà in primo luogo di meglio combattere le specialità corrispondenti presso il nemico e, in secondo luogo, una volta in possesso dell’equipaggiamento adatto, di utilizzarlo ai propri fini. Gli uomini del collegamento (possibilmente staffette in bicicletta) e gli esploratori saranno sempre indispensabili nei combattimenti negli abitati: pertanto è assolutamente necessario preparare dei compagni o degli interi gruppi in ciascun plotone e in ciascuna compagnia perché servano da esploratori e da staffette.
Nella designazione e nella preparazione del comando dei reparti, è bene ricordare che i vari capi dovranno avere, durante il combattimento, molto spirito d’indipendenza e di iniziativa, l’attitudine a orientarsi nelle complesse situazioni dei combattimenti urbani, gran coraggio personale, la capacità di assumersi ogni re¬sponsabilità nella soluzione indipendente dei problemi tattici e, infine, una dedizione illimitata alla causa rivoluzionaria.
La selezione del personale dirigente la guardia rossa dovrà te¬ner conto di questi requisiti. Bisogna ricordarsi che la persona del comandante, nei combattimenti nelle strade e nel corso dell’insurrezione, ha una parte di primo piano.

1 LENIN, Le opere, Gli insegnamenti dell’insurrezione di Mosca, Editori Riuniti, 1970, P. 438.
4 Nell’originale si parla di “combattimento nelle strade.” In realtà la tattica moderna, anche_ quella degli “eserciti regolari,” conosce appunto la variante del combattimento negli abitati, e non solo a scopo antinsurrezionale. L’espressione “guerriglia urbana,” tanto di moda da qualche tempo, è impropria e pericolosamente ingannevole. [N.d.T.]
5 Tesi della conferenza di agosto 1927 del P.C. cinese.
6 Leninski Sbornik, tomo V.
7 Ibidem.

La direzione del lavoro militare del Partito

Naturalmente la direzione del lavoro militare nel suo complesso è dovere di tutto il Partito, di tutte le organizzazioni giovanili e di ciascun militante in particolare.
Nondimeno, considerate le specifiche particolarità del lavoro militare, ci vuole un apparato apposito, con sufficiente personale di militanti preparati, che sia adibito allo scopo. Credere che si possa organizzare proficuamente quest’opera senza apparato specializzato sarebbe un errore. Ciò non vale soltanto per la situazione immediatamente rivoluzionaria, quando gli obbiettivi militari assumono un’importanza preminente, ma anche per il periodo cosiddetto “di pace.” Non si potrebbe concepire, per esempio, un lavoro militare all’interno delle forze armate senza del personale pratico o senza un apparato dirigente speciale. L’esperienza dimostra come affidare la guida completa del lavoro nel-l’esercito al corrispondente comitato del Partito significhi spesso rinunciare a tale lavoro.
Se la cosa va bene per l’azione sindacale e nell’agitazione in seno alle grandi organizzazioni del proletariato (cooperative, società sportive, ecc.), non vale più per quanto riguarda le forze armate.
Tale risvolto interessa soprattutto i partiti comunisti che operano nella legalità. Il lavoro militare del Partito, per ciò che concerne le misure organizzative prima della situazione immediatamente rivoluzionaria, è in fondo un lavoro illegale, che richiede l’applicazione di metodi cospirativi complessi e che impone accortezza, immaginazione, ecc. Ci vuole quindi il personale adatto.
In assenza di una situazione immediatamente rivoluzionaria, l’apparato militare potrebbe essere costituito come segue:
a) La Commissione militare in seno al Comitato centrale del Partito, comprendente tre compagni, dei quali uno, il presidente, sia membro del Comitato centrale;
b) Le commissioni militari in seno ai comitati di Partito in provincia, o altri organismi corrispondenti, comprendenti da due a tre compagni, a seconda dell’entità del compito;
c) I delegati militari presso i comitati distrettuali;
d) Le commissioni militari, o dei delegati, a seconda dell’importanza del centro abitato e la portata del compito, in seno ai comitati urbani.
Uno dei membri della Commissione militare deve essere sempre membro del Comitato di Partito al quale la commissione è aggregata. La commissione deve comprendere inoltre, nella persona di uno dei tre membri, un esponente del relativo Comitato della gioventù comunista.
A disposizione delle commissioni militari, secondo gli obbiet-tivi e le possibilità del Partito, deve essere messo un certo numero di militanti, tra i quali alcuni aderenti alla Gioventù, il cui lavoro essenziale di Partito sta nell’attuazione dei compiti affidati dalle commissioni militari.
Le funzioni delle commissioni militari consistono nel condurre e dirigere, a seconda delle direttive impartite dai corrispondenti comitati di Partito, il lavoro presso l’esercito, la polizia, la flotta e le associazioni militari borghesi; Dell’organizzare le informazioni per il Partito; nel formare i quadri militari della futura guardia rossa; nel procurarsi le armi; nel pubblicare e diffondere, su decisione del Comitato centrale o dei comitati provinciali, tutto il materiale a stampa (volantini, opuscoli, periodici militari); nel fornire materiale alle redazioni della rubrica militare dei fogli di Partito, ecc. La ripartizione delle funzioni dovrà avvenire in conseguenza.
Una decisione del comitato del Partito deve mettere a disposizione della commissione militare corrispondente le risorse finanziarie necessarie per l’esecuzione del lavoro affidato alla commissione stessa. Là dove le disponibilità finanziarie lo consentono, i membri delle commissioni o i delegati militari, almeno nelle città o province principali, devono essere mantenuti a spese del Partito e esonerati da ogni altro lavoro.
Con l’accentuarsi della lotta di classe e con l’approssimarsi della situazione rivoluzionaria, allorché il Partito lancia parole d’ordine di lotta sempre più accentuate, orientando tutta la sua azione politica alla preparazione immediata per la presa del potere, lanciando la parola d’ordine della formazione di una guardia rossa, ecc., le commissioni militari devono essere completate con militanti opportunamente preparati. In questo periodo bisognerà pure formare nuove commissioni militari nelle regioni in cui già non esistevano. Nei grandi centri politici ed economici (capitali, grandi città industriali, porti) in cui esistono, oltre ai comitati urbani, dei comitati di quartiere, è opportuno costituire anche delle commissioni militari di quartiere oppure designare dei delegati. Nel contempo si dovranno aumentare sensibilmente gli effettivi della direzione militare in seno alle commissioni di quartiere stesse. La costituzione di reparti della guardia rossa, l’addestramento militare degli uomini, il disgregamento della macchina governativa borghese e, soprattutto, dell’esercito e della polizia, la creazione di una rete di informatori in campo avverso, la ricerca intensa delle armi, ecc., tutto questo richiederà un personale molto più numeroso che non in circostanze normali.
Spetterà ancora alle commissioni militari l’elaborazione, in base alle indicazioni di massima fornite dai corrispondenti comitati di Partito, della parte militare del piano insurrezionale in ciascuna città, in ciascuna provincia o nell’insieme del paese. Nel corso dell’insurrezione le commissioni si costituiranno in stato maggiore, cioè nell’apparato tecnico al seguito del comitato rivoluzionario corrispondente che dirigerà le operazioni.
La direzione generale del lavoro militare di Partito nell’intero paese, come dell’attività in ciascun settore (sindacati, stampa, gruppo parlamentare, cooperative, ecc.), spetta al Comitato centrale, in quanto autorità suprema del Partito nell’intervallo tra conferenze e congressi. Localmente questo lavoro sarà diretto, in conformità con le direttive del Comitato centrale, dal corrispondente comitato di territorio, di regione, ecc.
Il Comitato centrale determina il carattere e il contenuto del lavoro in seno alle forze armate. Designa le parole d’ordine di ciascuno stadio dello sviluppo della rivoluzione, fornisce le indicazioni utili a collegare queste parole d’ordine con l’insieme del lavoro politico del Partito, indica i centri e le regioni da considerare prioritariamente dal punto di vista del disgregamento delle forze armate delle classi dirigenti, rinforzando di conseguenza i comitati corrispondenti con l’invio di fondi e di militanti; con-trolla infine tutto questo lavoro. Decide il momento in cui iniziare la costituzione della guardia rossa, fornisce le indicazioni sul reperimento delle armi, giudica dell’utilità o dell’inopportunità di questa o quella diversione, ecc. Insomma, tutte le iniziative di qualche importanza che abbiano interesse politico generale per il Partito devono essere sottoposte dai comitati locali, e anche dal Comitato centrale della Gioventù comunista, alla sanzione del Comitato centrale. Le commissioni militari non hanno una linea di condotta propria che non derivi dall’orientamento generale del Partito. Operano secondo le direttive delle organizzazioni comuni del Partito.
Questi principi possono sembrare elementari e universalmente noti. Tuttavia non è inutile insistervi, visto che talvolta vengono trascurati.
Nell’insurrezione di Canton, come abbiamo visto, persine. la data dell’insurrezione non era stata stabilita dal Comitato centrale, ma dal comitato provinciale del Kuang-Tung. Il Comitato centrale venne a sapere dell’insurrezione solo quando ormai tutti ne parlavano diffusamente. L’assurdità di questo fatto è evidente. Nella seconda insurrezione di Sciangai l’inizio dello sciopero e della sollevazione armata venne deciso dai militanti sindacali con la partecipazione di un folto gruppo di aderenti al Partito, ma senza il consenso del Comitato centrale. In diverse province della Cina, nel 1927, furono organizzate diverse insurrezioni ignorate persine dalle alte sfere del Partito.
È evidente che, per motivi vari, si manifestano talvolta, nell’organizzazione militare, delle tendenze autonomiste: rifiuto di piegarsi alle decisioni dei comitati o del Partito, desiderio di prendere decisioni politiche indipendentemente dagli organismi qualificati, ecc. Tendenze del genere si sono constatate in Russia dopo la rivoluzione di febbraio e, più tardi, nell’organizzazione militare di certe regioni. A proposito dei dibattiti in corso presso il Comitato centrale e presso la Segreteria panrussa delle organizzazioni militari, il Comitato centrale si vide costretto, nella seduta del 29 agosto, a porre la questione dei rapporti tra l’organizzazione militare e l’insieme del Partito. Venne presa la seguente decisione:

La segreteria militare è l’organizzazione che fa la propaganda tra i soldati… Secondo lo statuto del Partito non può esistere nessuna organizzazione dirigente che funzioni parallelamente a un’altra organizzazione di Partito. Ciò vale tanto per le organizzazioni pannasse quanto per gli organismi locali. Pertanto la segreteria panrussa delle organizzazioni militari non può esistere come centro politico a sé stante.1

Tra la direzione del Partito e alcune organizzazioni militari, a causa delle tendenze autonomistiche di queste ultime, si veri-ficarono seri attriti a Tomsk, a Ekaterinburg e in altre città nel corso del 1917.
Tendenze analoghe si osservarono nell’organizzazione di combattimento tedesca nel 1923.
I principi organizzativi del bolscevismo impongono la rigorosa subordinazione dell’organizzazione militare, come di qualsiasi altra organizzazione di Partito (gruppo parlamentare, correnti sindacali, ecc.), alla direzione generale del Partito. Questa è la sola garanzia di disciplina e dell’unità d’azione e di dottrina. Questo principio accresce le attitudini combattive del Partito, moltiplicando le possibilità di vittoria durante la battaglia decisiva per la dittatura del proletariato.

1 Resoconto del Comitato centrale, citato nell’articolo di RABINOVIC, Le organizzazioni militari bolsceviche nel 1917, in “Rivoluzione proletaria,” 1918, nn. 6-7.

II carattere delle azioni militari all’inìzio dell’insurrezione
Osservazioni di carattere generale

L’insurrezione armata mirante alla distruzione dell’apparato governativo e alla conquista del potere da parte del proletariato assume la forma di una lotta armata implacabile tra la frazione militarmente organizzata del proletariato e dei suoi alleati, e la forza militare delle classi dominanti. Nel primo periodo di questa guerra civile dichiarata, la lotta si svilupperà principalmente nelle città, il che significa che assumerà la forma del combattimento negli abitati, che varierà comunque di volta in volta, a seconda delle circostanze, per carattere e per durata.
Dall’esito del combattimento in questo periodo e dalla rapidità con la quale il pro¬letariato riuscirà a mettere in piedi un numero sufficiente di unità atte al combattimento nel proprio Esercito rosso, dipenderà in larga misura l’esito della lotta per il consolidamento e l’estensione territoriale della rivoluzione. In seguito, quando il potere, nelle principali zone economiche e politiche (le capitali, i grandi centri economici) sarà solidamente acquisito dal proletariato, la lotta armata assumerà un carattere essenzialmente di guerra in campo aperto, tra l’Armata rossa regolare e i residui della controrivoluzione indigena o degli interventisti stranieri.
La guerra civile (quindi anche l’insurrezione armata), esattamente come le operazioni degli eserciti regolari, è soggetta alle regole dell’arte militare. Nondimeno, considerati i caratteri specifici delle operazioni previste per l’insurrezione, la tattica della lotta armata del proletariato per il potere, ossia durante il primo periodo della guerra civile, differirà notevolmente da quella degli eserciti regolari.
Nel duello tra due eserciti regolari, che abbia luogo in campo aperto o all’interno di una città, esiste sempre una certa linea di fronte che li divide. La lotta del proletariato, almeno nei primi momenti della sollevazione armata, si sviluppa in condizioni completamente diverse.
In primo luogo tra i belligeranti non esiste una linea di fronte determinata. Così per il proletariato come per le classi dominanti // fronte è dovunque. Amici e nemici, da una parte e dall’altra, non sono separati territorialmente. Da un lato il proletariato rivoluzionario avrà inevitabilmente dei partigiani, nascosti o dichia¬rati, nel campo delle classi dirigenti (nell’esercito, nella polizia, negli organismi d’ogni sorta posti sotto l’influenza politica e materiale dei partiti delle classi al potere, ecc.); dall’altro, si trove-ranno tra le file del proletariato diversi partigiani, occulti o dichiarati, del regime costituito (l’apparato del Partito socialdemo¬cratico, la frazione di proletariato e di piccola borghesia sottoposta all’influenza della socialdemocrazia, ecc.).
In secondo luogo, al momento della lotta armata per il po¬tere, il proletariato non disporrà ancora di un vero e proprio Esercito rosso regolare, organizzato ed equipaggiato in confor¬mità con le esigenze della tattica moderna. I reparti della guar¬dia rossa, infatti, non sono che l’embrione della futura Armata rossa. L’esercito regolare del proletariato si forma, e si deve formare, nel corso della lotta per il potere.
In terzo luogo l’esperienza dimostra come lo stato delle forze armate delle classi al potere si modifichi notevolmente nel corso dell’insurrezione, e come, per questo motivo, l’esercito diferisca notevolmente, quanto a coesione e a valore combattivo, da quello che combatte in tempi normali contro l’esercito di uno Stato nemico. Tra le sue file, infatti, nel vivo della battaglia e sotto l’influenza dell’agitazione del partito rivoluzionario, si verifiche-ranno processi di differenziazione sociale, che faranno penetrare i germi della decomposizione, compromettendo la capacità combattiva dei soldati. In ultima analisi, si troveranno nell’esercito (come nella polizia), accanto alle unità che combattono attiva¬mente il proletariato rivoluzionario, altre unità, grandi e piccole, in cui i soldati potranno esitare tra rivoluzione e contro¬rivoluzione. Si moltiplicheranno i casi di rifiuto d’obbedienza al comando reazionario, i casi di ribellione aperta e le defezioni verso le file della rivoluzione.
Mentre si batte per il potere, il proletariato rivoluzionario forma un esercito regolare proprio, disgregando con l’agitazione, ma anche con la lotta fisica, i pilastri armati delle classi dirigenti, lo stesso esercito, la polizia, la flotta e le varie associazioni fasciste.
Le tre caratteristiche specifiche della lotta del proletariato per il potere che abbiamo appena menzionato impongono una certa etichetta alla tattica impiegata, ragione per cui la tattica di guerra del proletariato durante l’insurrezione differisce sotto molti aspetti da quella degli eserciti regolari. Gli organizzatori e i dirigenti dell’insurrezione, quindi, non devono solo cono¬scere l’arte militare in genere, ma sappiano anche applicare le norme teoriche e tattiche militari alle condizioni particolari del-l’insurrezione.
Le particolarità della tattica insurrezionale appariranno più chiaramente allorquando esamineremo i diversi elementi dell’organizzazione e dell’esecuzione della sollevazione armata.
Una dette questioni essenziali di ogni insurrezione proletaria sarà in futuro quella della superiorità da assicurare alle forze militari organizzate insurrezionali sulle forze armate del nemico.
Le insurrezioni proletarie di Canton, di Amburgo, di Reval e di tante altre località, sono fallite, in ultima analisi, solo perché i rispettivi dirigenti, per varie cause oggettive e soggettive, di cui si è già parlato, non avevano saputo risolvere a favore degli insorti questo problema di fondo. In mancanza della superiorità militare sul nemico, in mancanza di un rapido accrescimento del¬le forze armate insurrezionali nel corso della sollevazione, gli insorti si videro costretti, subito dopo essere entrati in azione, a tornare sulla difensiva e a rinunciare a ogni operazione attiva. Ed è scontato che la difensiva, nell’insurrezione come in ogni guerra tra due eserciti regolari, non decide né può decidere le sorti di un’operazione.
L’esperienza delle insurrezioni proletarie di questi ultimi decenni consente di concludere che il proletariato avrà molto ra¬ramente, già prima dell’insurrezione, la superiorità militare sulle forze armate delle classi dominanti. Nella maggior parte dei casi, anzi, all’inizio della sollevazione, sarà militarmente molto più debole. La superiorità sulle forze armate nemiche deve essere ottenuta (e può essere ottenuta) nel corso dell’insurrezione. La posizione stessa del proletariato in quanto forza in attacco, la si¬tuazione politica generale favorevole alla rivoluzione, che a vantaggio della rivoluzione stessa influisce negativamente sull’eser¬cito borghese, sulla polizia e, in genere, su tutte le forze armate delle classi antagoniste, favoriscono aggettivamente l’affermazione di questa superiorità. Il piano insurrezionale e le altre misure organizzative del proletariato non devono quindi perdere di vista la necessità di un accrescimento regolare e rapido delle forze armate nel corso dell’insurrezione, in modo da conseguire la superiorità sul nemico, schiacciandolo sotto i colpi concentrici delle potenti forze armate della rivoluzione.
A questo si ricollega un’altra questione: come assicurare all’organizzazione tattica, durante l’insurrezione, il sostegno attivo delle masse rivoluzionarie?
Come trascinare alla lotta attiva e come utilizzare convenientemente (in conformità con il piano insurrezionale) le masse rivoluzionarie in modo da farle collabo-rare al raggiungimento degli obbiettivi dell’insurrezione? Trascu¬rare questa questione, significa votare all’insuccesso l’organizzazione di combattimento del proletariato. La principale causa della disfatta del 1° dicembre 1924 a Reval, come sappiamo, fu che l’organizzazione militare, una volta scatenato l’attacco, si trovò isolata, in quanto il Partito non aveva saputo organizzare e trascinare il grosso del proletariato nella lotta attiva al momento dell’entrata in azione dell’organizzazione tattica.
Il trascinamento e la saggia utilizzazione delle masse rivoluzionarie nel corso dell’insurrezione costituiscono uno dei problemi più complessi e, al tempo stesso, più importanti della direzione dell’insurrezione.
Nella formulazione del piano strategico insurrezionale dun¬que, non bisognerà mai perdere di vista queste considerazioni, ma ancor prima bisognerà tenerne conto nell’elaborare i piani tattici riguardanti i vari obbiettivi (in città, in un quartiere o, in genere, in un luogo abitato).
Le forze armate delle classi dirigenti
La classe al potere dispone delle seguenti categorie di forze armate, le quali, durante l’insurrezione del proletariato, verranno dirette contro il proletariato stesso:
a] Esercito regolare
b] Flotta marittima e fluviale
e] Polizia e gendarmeria
d) Organizzazioni volontarie paramilitari.

L’ESERCITO REGOLARE

L’esercito regolare, se non è stato demoralizzato nel vivo del fermento rivoluzionario (o comunque quelle unità regolari non ancora disgregate), è l’arma più potente contro il proletariato rivoluzionario. L’esercito regolare, che possiede un’ufficialità di carriera eccellente dal punto di vista militare e profondamente devota al governo, dotato com’è di tutti i più moderni mezzi d’attacco e di difesa (mitragliatrici, artiglieria, mezzi corazzati, gas, aviazione, ecc.), costituisce oggi una forza estremamente impegnativa, contro la quale e per la conquista della quale il pro¬letariato dovrà battersi con assoluta precedenza nel corso del¬l’insurrezione.
È nella guerra in campo aperto e durante le operazioni diurne che meglio si manifesta tutta la forza dell’esercito regolare, men¬tre il combattimento negli abitati ne riduce notevolmente l’effi¬cacia dei mezzi, soprattutto di notte, sottraendo al comando e al controllo non poche unità. Per tal motivo la tattica in città, soprattutto in caso d’insurrezione, differisce sostanzialmente dalla normale tattica degli eserciti regolari.
Le qualità combattive delle diverse armi e la loro possibilità d’impiego negli scontri urbani possono essere caratterizzate ge¬nericamente come segue:
Fanteria. In quasi tutti gli eserciti la fanteria costituisce il grosso degli effettivi e la “regina delle battaglie,” tanto in aperta campagna quanto negli abitati. Utilizza contemporaneamente il fuoco e l’arma bianca, si impadronisce materialmente degli edi¬fici e dei quartieri, rastrella le zone degli insorti e mantiene l’occupazione delle posizioni conquistate.
I fattori essenziali della fanteria nei combattimenti negli abi¬tati sono l’organizzazione, la possibilità di battersi indifferente¬mente in piccole o in grandi unità (squadre, plotoni, compagnie, battaglioni), il tipo di addestramento, l’abitudine all’appoggio re¬ciproco tra unità e uomini, la capacità di conservare il collega¬mento tra unità contigue. La fanteria è mirabilmente dotata per i combattimenti negli abitati (mitragliatrici, fucili, rivoltelle, bom¬be a mano, piccole bocche da fuoco, ecc.). Grazie alla sua mobi¬lità può combattere non soltanto nelle strade, ma anche nei locali all’interno degli edifici e sui tetti. I lati deboli della fanteria sono i seguenti:
a) Le sue armi non possono essere usate efficacemente all’interno degli abitati se non a distanza ravvicinata;

b) Nelle strade le unità di fanteria fanno fatica a spiegarsi non appena raggiungano dimensioni di rilievo (reggimenti, brigate, divisioni); in via generale combattono solo per reparti piccoli e medi (fino a livello di battaglione);

c) Nelle prime avvisaglie del combattimento le caratteristi¬che della città sono poco note dal punto di vista della loro uti¬lizzazione ai fini delle operazioni (difficoltà di orientamento);
d) Vi è sempre il pericolo di essere attaccati all’improvviso da insorti defilati alla vista (cantine, tetti, corridoi, finestre, solai);
e) Quando la fanteria è accasermata, gli insorti possono, soprattutto nottetempo e con la dovuta organizzazione, attaccarla di sorpresa (come del resto ogni truppa regolare), privandola di ogni possibilità di far uso delle armi;
f) La fanteria (come tutto l’esercito regolare) si compone essenzialmente di contadini, di operai e, in genere, di elementi proletari (le armate mercenarie in Cina, Germania, Bulgaria, ecc., comprendono altresì elementi declassati); obiettivamente questa massa non ha nessun interesse a difendere le classi dominanti e, tanto meno, un regime borghese o feudal-borghese.
La fanteria, entrando a contatto diretto, durante il combattimento, con la popolazione operaia delle città, non può non subire, a un dato momento, l’influenza del proletariato rivoluzionario. La fraternizzazione e l’agitazione, se ben condotte dal proletariato rivoluzionario, possono demoralizzare i fanti e farli passare dalla parte degli insorti.
La necessità di operare nei combattimenti di strada a piccoli gruppi non più direttamente sottoposti al comando reazionario, nonché il contatto di questi gruppi con la popolazione, sono ele¬menti che rendono sempre meno sicuri certi soldati o certi gruppi di soldati. A questo punto, con un opportuno lavoro, non è diffi¬cile far passare i vacillanti dalla parte degli insorti. Di qui la necessità per gli insorti stessi di mettere fuori combattimento il comando (con tiratori scelti, attacchi subitanei e arditi di piccoli gruppi di insorti contro i comandi o contro questo o quell’uffi¬ciale, ecc.) e di fare tra i soldati un’agitazione attiva.1
Artiglieria. L’artiglieria, soprattutto i mortai e i lanciabombe (a grande gittata), è un’arma potente nelle mani del nemico.
Nel combattimento negli abitati, l’impiego dell’artiglieria pe¬sante (da 150 millimetri in su), così comequello dell’artiglieria da campagna a tiro teso, è molto limitato. Nondimeno le bocche da fuoco per tiro diretto possono essere utilizzate con grande successo.
Obbiettivo essenziale dell’artiglieria nei combattimenti negli abitati è la distruzione dei vari ostacoli (barricate) o degli edifici occupati dagli insorti. Con il suo tiro ottiene un pesante ef¬fetto psicologico, esercitando conseguenze intimidatorie nei confronti della popolazione in genere e, spesso, degli insorti che siano male istruiti e all’oscuro delle proprietà dell’artiglieria e dei mezzi per defilarsi al tiro e combatterla. Il danno materiale, per degli insorti che sappiano defilarsi, è normalmente trascurabile. Ecco una verità che è necessario far penetrare nella coscienza dei reparti insurrezionali, al momento della loro preparazione, allo scopo di neutralizzare l’effetto psicologico sfavorevole esercitato dall’artiglieria nemica durante la sollevazione.
Le possibilità di disgregazione e di demoralizzazione delle unità d’artiglieria da parte degli insorti (a mezzo di attacchi di sorpresa) sono esattamente identiche a quelle relative alla fanteria e, in genere, a tutte le specialità dell’esercito moderno.2
Mezzi blindati. Le autoblindo e i carri armati (con mitraglia¬trici e artiglieria leggera) sono macchine potenti per il combattimento negli abitati e possono assumere una funzione di primo piano in fase d’impiego urbano. Posseggono una corazza che ne difende l’equipaggio e l’armamento contro le normali pallottole di fucile e di mitragliatrice, e possono manovrare rapidamente nei combattimenti urbani. Tranne rare eccezioni, gli insorti non pos¬sono avere nessuna arma particolare contro i carri.3 I carri, inoltre, possono distruggere e sfondare, in marcia, barricate elevate con troppa fretta.
Di conseguenza le autoblindo e i carri armati di cui dispone l’esercito moderno, se gli insorti non prendono le opportune misure, possono penetrare impunemente nel dispositivo dei rivoluzionari, provocando gravi perdite e diffondendo il panico, oltre a moltiplicare con il fuoco delle armi di bordo i danni materiali.
Per resistere ai carri e alle autoblindo, gli insorti hanno a disposizione i seguenti mezzi: l’artiglieria, se ne hanno; le bombe a mano e le bombe ad alto potenziale scagliate a grappoli di 5 o 6 contro i mezzi corazzati; i fossati larghi e profondi, scavati trasversalmente alle strade (secondo il tipo di carro, la larghezza andrà da m 1,50 a m 3, e la profondità da m 1,50 a m 2).4
L’esperienza della lotta degli insorti di Amburgo contro le autoblindo (isolamento dei mezzi tramite barricate, ecc.) fornisce un ottimo esempio di buona difesa contro queste macchine.5
Cavalleria. La cavalleria è l’arma più vulnerabile all’interno degli abitati, in quanto può dispiegarsi convenientemente solo nelle strade abbastanza ampie, e anche perché offre un bersaglio •A superficie troppo ampia. Pertanto il suo ruolo nei combattimenti di strada è trascurabile. Solitamente viene impiegata contro masse disarmate o per sorvegliare i quartieri non ancora occupati dagli insorti, per isolare i quartieri insorti e per compiere servizio di collegamento. La cavalleria appiedata può combattere nelle strade al pari della fanteria.
Aviazione. L’aviazione può essere utilizzata nei combattimenti negli abitati per la ricognizione (anche con la fotografia aerea) e per intervenire a bassa quota per spezzonare e mitragliare. Se però gli insorti applicano le più elementari norme di mascheramento (adattamento all’ambiente), la ricognizione aerea non può dare buoni frutti. Il danno psicologico e materiale provocato da un’incursione aerea può essere grave solo se gli insorti, disposti in grandi masse, non prendono opportune misure di mascheramento e di protezione. Gli aerei possono essere impiegati con grande successo per disperdere comizi e assemblee all’aperto e per riconoscere la disposizione delle barricate (aerofotografia).6
Aggressivi chimici. I mezzi chimici non sono stati ancora im¬piegati nella lotta contro il proletariato insorto. Si deve però prevedere l’eventualità che nelle insurrezioni future in Occidente le classi dominanti siano indotte a servirsene, nonostante certi ef¬fetti negativi per quegli stessi che li impiegano (avvelenamento di tutta la popolazione, bambini, donne, vecchi, da cui l’irritazione delle masse contro il regime).
La miglior difesa contro le armi chimiche è la requisizione da parte degli insorti dei mezzi impiegati (bombole di gas, dispositivi di getto, ecc.) e la distruzione (eliminazione fisica) del personale. Naturalmente bisognerà approfittare della prima occasione per impadronirsi degli eventuali apparecchi protettivi.7

FLOTTA MARITTIMA E FLUVIALE
La potenza della flotta di guerra sta tutta nel suo armamento, nei suoi cannoni. L’impiego dell’artiglieria pesante navale è ov¬viamente da escludere nei combattimenti urbani. I pezzi navali possono essere impiegati solo per tirare su determinati edifici o quartieri (bombardamento da parte dell’incrociatore Aurora sul Palazzo d’Inverno durante le giornate d’Ottobre del 1917) e sui porti. Ciò vale anche per i natanti fluviali. Tuttavia gli equipaggi marittimi, se sono politicamente fedeli al governo, possono essere utilizzati come forza di fanteria, sotto forma di piccoli reparti, nelle zone portuali (tentativi di utilizzazione dell’equipaggio dell’ incrociatore Amburgo durante l’insurrezione amburghese del 1923).8
POLIZIA E GENDARMERIA9
La finalità fondamentale della polizia e della gendarmeria è la repressione dei “torbidi interni.” Il loro armamento varia da un paese all’altro. In Cina, per esempio, come in altri paesi, la polizia non costituisce fonte di gravi preoccupazioni per gli insorti. Le insurrezioni di Sciangai, di Canton e di altre città hanno dimostrato come gli insorti possano metterla fuori causa rapidamente e con minimo dispendio di forze. La stessa osservazione vale per la rivoluzione d’Ottobre in Russia. In Cina come in Russia la polizia era praticamente solo un deposito d’armi, che cadde ben presto nelle mani degli insorti.
Lo scarso ardore combattivo della polizia cinese si spiega con il cattivo armamento (pistole, pochi fucili, niente mitragliatrici, niente mezzi blindati), con il cattivo addestramento al combatti¬mento, con l’accantonamento fuori caserma, con la carenza d’organizzazione militare e con una situazione economica miserevole.10 Tutto questo, combinato con il costante contatto con la popo¬lazione (influenza della popolazione rivoluzionaria sulla polizia), riduce enormemente il valore combattivo degli agenti.
In certi paesi, però, per esempio in Germania, la pubblica sicurezza e la polizia militare non si distinguono minimamente, dal punto di vista qualitativo, dall’esercito regolare.
Sono magnificamente armate (pistole, fucili, mitragliatrici, mezzi corazzati), militarmente ben addestrate, provviste di ottimi comandi, tatticamente preparate e devote al regime al potere. La polizia tedesca è organizzata sul modello paramilitare (plotoni, compagnie, ecc.) e alloggiata in caserme.
Viene reclutata essenzialmente tra i sottufficiali e i militari di truppa dell’ex esercito imperialista, ossia tra gente che ben conosce l’arte militare e che politicamente è molto fidata. Il suo contatto diretto con la popolazione (come per ogni altra polizia) ne aveva indebolito in qualche misura l’ardore combattivo, ma le insurrezioni del 1919-1923 hanno dimostrato che costituiva comunque un punto molto impegnativo, che il proletariato non poteva assolutamente trascurare. Una parte della polizia tedesca, anche se il Partitocomunista si dedica a un intenso lavoro politico per sottrarla all’influenza dell’ufficialità controrivoluzionaria, si batterà attivamente contro gli insorti in tempo di rivoluzione, almeno nella prima fase della sollevazione.
È inutile tentare di caratterizzare le polizie dei diversi paesi. Abbiamo indugiato solo su quella più debole, la polizia cinese, e su quella militarmente più forte, la polizia tedesca. Ponderando opportunamente quanto si è detto a seconda dei casi, si può avere un’idea delle polizie degli altri paesi.
Il comando della polizia tedesca, dopo le insurrezioni in quel paese e in altri, ha ricevuto un addestramento speciale sui procedimenti e sulla tattica del combattimento antinsurrezionale.11 A tal fine esistono regolamenti e manuali appositi per lo studio della storia e della tattica della lotta contro il proletariato. Del colon¬nello di polizia Hartenstein possiamo citare: Der Kampfeinsatz der Schutzpolizei bei inneren Unruhen, 1926; dei capitani di polizia e gendarmeria B. Elster e H. Vilski: Polizei Taktik, 1928.
ORGANIZZAZIONI PARAMILITARI DELLE CLASSI AL POTERE
Praticamente non esiste oggi in Europa un sol paese in cui non siano presenti varie organizzazioni paramilitari e fasciste, sotto il nome di Società di tiro a segno, Leghe e Corpi di difesa, Società di ex combattenti, Organizzazioni giovanili, Leghe fasciste vere e proprie, ecc. Fatto caratteristico, la socialdemocrazia prende parte attiva alla loro costituzione e al loro sviluppo (Lega del vessillo nazionale in Germania). In certi paesi, come Germania, Polonia, Finlandia e Lettonia, queste organizzazioni contano un numero di aderenti superiore agli effettivi dell’esercito regolare.
La finalità essenziale di queste varie organizzazioni è, come si è già accennato, la difesa del regime costituito.
In periodo di sussulti rivoluzionari, queste organizzazioni non possono restare estranee all’influenza della situazione, grazie alla presenza nel loro ambito di un’alta percentuale di elementi prole-tari e sottoproletari. Tuttavia certe unità e certi gruppi combatte-i ;i mio attivamente contro il proletariato rivoluzionario. Su questo non si possono nutrire dubbi. Le autorità le impiegheranno in vario modo. Sotto forma di reparti armati indipendenti, subordinati alla polizia e al comando militare, una parte andrà ad aggiungersi alla polizia per l’assolvimento di compiti ausiliari nei quartieri di secondaria importanza; un’altra parte, come si è visto in Germania nel 1923, entrerà nell’esercito regolare.
Le forze armate del proletariato
II punto più debole del proletariato insorto è la mancanza d’armi all’inizio delle operazioni. Rari i casi in cui l’organizzazione militare sarà stata in grado, prima dell’insurrezione, di accumulare le scorte sufficienti. L’esperienza delle insurrezioni pas¬sate dimostra come l’organizzazione militare del proletariato sia spesso impossibilitata, a causa del regime di terrorismo e della mancanza di risorse finanziarie, a procurarsi prima dell’insurrezione la quantità di armi e di munizioni necessaria (Amburgo, Sciangai, Reval, ecc.), senza parlare dell’impossibilità di armare le masse proletarie. Solitamente le armi vengono procacciate nel corso dell’insurrezione.
Altro lato debole del proletariato è che gli insorti, per la maggior parte, tranne rare eccezioni (quando, per esempio, la presa del potere si verifica in tempo di guerra o subito dopo una guerra), non conoscono a sufficienza l’impiego delle armi, soprattutto mitragliatrici e artiglieria. Ciò si è visto soprattutto nell’insurrezione di Canton (su 30 cannoni conquistati se ne usarono a malapena 5) e in quella di Reval. Gli insorti di Reval, come abbiamo già detto, non si seppero servire di tre mitragliatrici Thomson in loro mani, solo perché non ne conoscevano l’uso.
Di solito gli insorti sono militarmente male addestrati. La cosa si spiega soprattutto con cause oggettive (carenza d’armi, terrorismo governativo, ecc.). Tuttavia la maggior parte dei par¬tili comunisti attribuisce troppo poca importanza all’addestra¬mento militare degli operai. Per la sua organizzazione di combattimento il proletariato è privo di personale preparato in tattica (esempio: a Reval le operazioni del reparto che occupò il distaccamento dell’aeronautica, di quello che doveva liberare i carcerati, ecc.).
Gli insorti sono in gran parte molto impressionabili: bastano spesso piccoli insuccessi temporanei a minarne disastrosamente il morale e l’ardore combattivo, mentre il successo ne innalza enor¬memente il coraggio, dando loro nuovo impulso per operazioni audaci. Pertanto il perseguimento di successi continui, anche se limitati, deve essere in tempo di insurrezione una necessità im¬periosa. Ciò si riferisce in particolare alla prima fase dell’insur¬rezione.
D’altra parte le forze armate del proletariato (organizzazione di combattimento) posseggono qualità combattive rilevanti e molto preziose, che conferiscono loro importanti vantaggi sulle forze armate della borghesia. Eccole: la coscienza di sé, l’interesse vitale per la vittoria dell’insurrezione, il collegamento costante con le masse lavoratrici che le sostengono, l’idea che nelle classi domi¬nanti regni il caos, che il governo è in un mare di contraddizioni insormontabili, e che il solo modo per uscire dal caos e per mi¬gliorare le condizioni materiali e culturali miserevoli dei lavoratori è una lotta senza quartiere contro gli sfruttatori, instaurando finalmente, sull’esempio dell’Unione Sovietica, la dittatura del proletariato. Di qui nascono le condizioni favorevoli allo sviluppo, da parte di ogni combattente, del maggior spirito d’iniziativa, di qui l’entusiasmo per la lotta, la disposizione al sacrificio, la possibilità di ordinare attacchi audaci contro il nemico, di con¬durre la lotta urbana sia in forti unità (100-300-500 uomini) sia in piccoli gruppi sparsi ovunque.
Gli insorti, abitando sempre nella città, la conoscono a menadito, si sanno orientare, ne conoscono le condizioni di vita, ecc. Grazie a questa conoscenza, essi dispongono di ogni mezzo per assicurarsi i vantaggi di un attacco di sorpresa, di comparire all”improvviso là dove il nemico meno se lo aspetta, di condurre con successo fulminee incursioni con il favore del buio e, in caso d’insuccesso, di scomparire senza esser visti, pronti a iniziare una nuova azione in un altro rione e con nuovi obbiettivi.
Tutti questi elementi, uniti alla lotta rivoluzionaria delle masse che, già prima che inizino le operazioni per l’organizzazione del combattimento del proletariato e, poi, durante l’insurrezione vera e propria, hanno disorientato e disgregato il potere governativo con la loro crescente attività, oltre al costante sopraggiungere (grazie al reale entusiasmo dei lavoratori) di nuovi operai pronti a combattere e di unità dell’esercito passate al campo rivoluzionario, compensano almeno fino a un certo punto i difetti di carattere tecnico o tattico di cui si è già parlato, aumentando notevolmente il successo delle operazioni.
Per riassumere ciò che è stato detto delle forze armate delle classi al potere e del proletariato, è opportuno tracciare il seguente schema conclusivo, che servirà di norma nella formulazione del piano insurrezionale.
1. Le truppe dell’esercito regolare sono una forza militare di tutto rispetto non soltanto in campo aperto, ma anche nei combattimenti negli abitati. Se tra esse non si trova almeno qualche unità solidale con la rivoluzione e se gli insorti non riescono a guadagnare a sé questa o quella unità regolare, l’insurrezione è votata alla sconfitta. Per assicurarsi il successo il proletariato deve, già prima di entrare in azione, condurre un’aspra lotta per la conquista dell’esercito e per trascinare le forze armate dalla parte del proletariato rivoluzionario o, quanto meno, neutralizzarle. A questo compito devono dedicare la massima attenzione il Partito e l’intero proletariato che lo segue.
Non si dimentichi che l’insurrezione nel senso più ampio della parola non ha inizio con l’entrata in azione dell’organizzazione di combattimento vero e proprio, bensì diversi giorni o settimane prima dello scatenamento della lotta armata, nel momento stesso in cui viene fissata la data della sollevazione e in cui il Partito conduce (deve condurre) il suo lavoro per la conquista delle truppe, per l’armamento del proletariato, per la mobilitazione di sempre nuovi elementi proletari e sottoproletari per la battaglia decisiva; nel momento, insomma, in cui le masse, di propria iniziativa, entrano in conflitto con le forze governative. In questo periodo, che ha inizio prima della battaglia generale, in questo periodo di preparazione all’attacco, il Partito deve concentrare la sua attenzione sulla demoralizzazione e sulla conquista politica dell’esercito. È opportuno destinare all’agitazione tra i soldati i militanti migliori, organizzare la fraternizzazione dei soldati con gli operai, distribuire la stampa di Partito, rafforzare le cellule comuniste nelle unità, impartendo loro istruzioni rego¬lari, “lavorando” singolarmente ogni uomo, ecc.
Questo lavoro non sarà naturalmente interrotto neppure du¬rante l’insurrezione vera e propria; dovrà essere anzi intensifi¬cato, nonostante i possibili sacrifici e insuccessi.
2. Le truppe a mentalità controrivoluzionaria vanno disarmate con un attacco di sorpresa portato da reparti di operai ar¬mati, nel momento in cui i controrivoluzionari non sono ancora pronti al combattimento e non possono utilizzare interamente il loro armamento.
Nelle unità in cui esista una cellula comunista abbastanza forte, che abbia influenza su parte dei soldati, bisogna organizzare la sollevazione per sopprimere il comando reazionario e poter suc-cessivamente utilizzare questi soldati contro le altre unità eventualmente non demoralizzate. È opportuno travasare nelle truppe passate alla rivoluzione o nei vari gruppi di soldati solidali, un certo numero di operai. In genere, nel corso dei combattimenti nell’abitato, è utile rafforzare le unità militari acquisite alla rivo¬luzione con reparti di guardie rosse.
3. Nel caso in cui l’attacco di sorpresa non fosse coronato da successo, bisogna circondare le truppe nelle loro caserme, impedendo loro di avvicinarsi al centro della città. In tale eventualità sarà necessario utilizzare le barricate, organizzare l’assedio alle caserme e agli accantonamenti, in attesa che negli altri rioni gli insorti abbiano apprestato forze armate proprie, rafforzato le posizioni conquistate e organizzato le forze per l’attacco al nemico bloccato. Durante l’assedio si deve tentare di privare l’avversario di ogni contatto con il mondo esterno, con le unità vicine e con i comandi, togliendo acqua e luce e indebolendo materialmente gli assediati con attacchi audaci e repentini e disorientandoli psicolo¬gicamente con voci allarmistiche, ecc.
4. Se in città sono entrate truppe regolari per combattere l’insurrezione, si deve ricorrere alla tattica delle barricate, contenendo la spinta frontale e attaccando da tergo, dall’alto delle finestre e dei tetti degli edifici, sferrando puntate ardite e improvvise, organizzando la fraternizzazione e l’agitazione politica, demoralizzando i soldati e inducendoli a passare dalla parte della rivoluzione.
Gli obbiettivi tattici durante l’insurrezione
Gli insorti, una volta conquistato il potere nella città considerata, avranno naturalmente come primo obbiettivo quello del consolidamento del potere conquistato e di allargarlo a nuovi campi d’azione, ossia alle unità dell’esercito regolare e ai vari reparti controrivoluzionari provenienti da altre zone per schiacciare l’insurrezione, oppure rimasti intatti e usciti temporaneamente di città durante la sollevazione. In questo caso non è difficile determinare la direzione più favorevole per attaccare questo unico obbiettivo: le forze armate controrivoluzionarie. La necessità di concentrare le risorse e le forze del nuovo potere contro un nemico non ancora definitivamente battuto è fin troppo evidente.
Una questione del tutto diversa, molto più difficile da risolvere, è quella della scelta degli obbiettivi da attaccare non appena entra in azione l’organizzazione tattica in occasione di un’insurre¬zione in città. Di fronte ai dirigenti dell’insurrezione si presenta, a questo punto, una gran quantità di edifici e impianti che è necessario attaccare per conseguire la vittoria conclusiva: edifici governativi (ministeri, commissariati di pubblica sicurezza, servizi pubblici, ecc.), istituti economici (camere di commercio, banche, sedi direzionali di fabbriche e di società, ecc.), stazioni, telegrafi, comandi e stati maggiori militari, armerie, sedi fasciste, organi dirigenti dei partiti ostili alla rivoluzione, redazioni di giornali e stamperie, ecc.
Naturalmente tutti questi obbiettivi devono essere occupati e, quindi, o distrutti (polizia, partiti e associazioni controrivoluzionari, ecc.) o utilizzati a vantaggio del proletariato per il conse¬guimento degli scopi prestabiliti. Ma non si tratta tanto di questo, quanto di sapere in quale ordine debbano procedere le occu¬pazioni. Qual è il miglior modo di utilizzare l’organizzazione tattica e le armi di cui essa dispone? L’esperienza ci dice che, prima della presa del potere, il proletariato avrà un disperato bisogno di armi. A Canton, per esempio, l’organizzazione locale di combatti¬mento, forte di circa duemila uomini, non aveva che 200 bombe e 27 rivoltelle. L’organizzazione tattica di Sciangai, con i suoi seimila uomini, non ne poteva armare che centocinquanta.
Nel 1923 in Germania le centurie proletarie raggruppavano 250.000 operai, ma le armi bastavano appena per poche migliaia. Nelle insurrezioni future, a meno che non abbiano luogo in piena guerra (eventualità verosimile e possibile in vari paesi), la questione delle armi sarà comunque gravissima: tranne poche eccezioni, il proletariato non avrà mai la quantità di armi necessaria.
Di conseguenza, visto lo scarso numero di armi a disposizione, il loro buon impiego diventa, nella prima fase dell’insurrezione, uno dei problemi essenziali della tattica rivoluzionaria.
L’uguale ripartizione degli armati, il desiderio di impadronirsi contemporaneamente di tutti gli obbiettivi possibili, come è stato a Reval, comportano fatalmente la sconfitta non soltanto di certi reparti, bensì di tutta l’insurrezione nel suo insieme. Con questa ripartizione uguale delle forze e delle armi a disposizione, le guardie rosse riusciranno soltanto a impadronirsi di obbiettivi secondari che, forse, non hanno un’influenza direttamente decisiva (né per l’avversario né per gli insorti) sull’andamento generale dell’insurrezione: stazioni, edifici governativi, aziende municipali, centrali telefoniche e telegrafiche, ecc. Anzi, nella lotta per gli obbiettivi essenziali e decisivi (le truppe, le armerie, la polizia, i comandi controrivoluzionari, ecc.), i reparti del proletariato, a motivo del loro numero esiguo (per mancanza di armi di cui dotare il maggior numero possibile di operai), falliranno lo scopo, riducendo sensibilmente le possibilità di vittoria. Ecco perché il principio della vittoria parziale (essere più forti dell’avversario nel momento voluto e nel punto voluto), uno dei fondamenti della tattica degli eserciti regolari, acquista in caso di insurrezione un’importanza anche maggiore.
La direzione dell’insurrezione deve determinare, tra tutti gli obbiettivi, quello da considerare il principale, cioè quello il cui conseguimento avrà il potere di far pendere la bilancia delle forze a favore degli insorti, per concentrarvi il massimo degli uomini e dei mezzi (armi). In questo frangente non ci si deve preoccupare di certi obbiettivi o quartieri di secondaria importanza, tenendo bene a mente che, una volta raggiunto l’obbiettivo principale, non sarà difficile avere la meglio sugli obbiettivi secondari.
L’obbiettivo principale varierà a seconda delle circostanze. In linea di massima, possiamo ricordare: in primo luogo l’esercito regolare, in secondo luogo la polizia (in mancanza di truppe regolari oppure se i soldati sono già passati nel campo rivoluzionario prima dell’insurrezione), in terzo luogo i depositi di armi per ar¬mare gli operai, in quarto luogo la liquidazione dei capi della con¬trorivoluzione (governo, comandi, organi centrali di partiti e associazioni, ecc.).
Tra gli obbiettivi enumerati, i dirigenti dell’insurrezione devono scegliere il principale, orientandosi in base alla funzione poli¬tica e militare di ciascuno. Secondo le circostanze e le forze degli insorti, il bersaglio principale può essere costituito da tutti questi obbiettivi insieme o da alcuni di essi. E le forze armate del proletariato dovranno essere ripartite di conseguenza. Per la con¬quista di tutti gli obbiettivi secondari, almeno nel primo momento dell’insurrezione, bisognerà destinare il minimo delle forze; se la loro conquista non contribuisce direttamente alla soluzione del compito principale, allora bisognerà temporaneamente accanto¬narla. È bene non dimenticare che molti obbiettivi per la conquista dei quali vengono a volte prescelti gruppi dotati di armi (a Reval 25 uomini armati occuparono le stazioni ferroviarie) solitamente possono essere benissimo occupati da reparti di operai provvisti solo di armi raccogliticce (sbarre di ferro, accette, coltelli, pistole, ecc.), sotto la guida di un piccolo gruppo di membri del Partito energici ed esperti.
Nei confronti delle unità regolari, si possono presentare agli insorti problemi diversi: da un lato l’organizzazione di una ribellione nell’unità o nelle unità che interessano, se il grosso dei soldati è già sotto l’influenza dei comunisti che operano tra loro; dall’altro, l’organizzazione di un attacco di sorpresa per sopprimere il comando e trascinare il grosso dei soldati, se si è certi che, almeno in parte, sono disposti a marciare con la rivoluzione. In entrambi i casi converrà inviare con i reparti della guardia rossa alcuni comunisti sperimentati, abbastanza conosciuti e influenti tra i soldati.
Per illustrare le precedenti considerazioni sulla scelta dell’obbiettivo principale, possiamo prendere a prestito alcuni esempi dalla storia delle insurrezioni.
Nel 1917, a Pietrogrado, il Comitato rivoluzionario scelse come obbiettivo principale per l’attacco della guardia rossa e delle unità rivoluzionarie del presidio, la sede del governo e le scuole militari. Data la situazione, questa era la soluzione più ragionevole, in quanto una volta arrestati i membri del governo e i più importanti generali o capi-partito controrivoluzionari, una volta soffocate le scuole di junker, alle quali si aggiungeva la sede del battaglione controrivoluzionario femminile, la rivoluzione poteva considerarsi nel complesso terminata. E così avvenne.
Se nella capitale russa è stato possibile portare a termine tanto facilmente la rivoluzione, il motivo è che, in ultima analisi, il potere era già passato nelle mani del proletariato e del presidio rivoluzionario, posto sotto l’influenza del Partito comunista, già prima che il II congresso dei Soviet dichiarasse decaduto il governo Kerenski. L’entrata in azione della guardia rossa e l’arresto dei membri del governo altro non furono che la ratifica del fatto compiuto. Già molte settimane prima della rivoluzione il governo di Kerenski non poteva più contare né sulla guarnigione di Pietrogrado né sulla flotta del Baltico, a eccezione di poche unità (allievi ufficiali, battaglione femminile, ecc.), senza parlare naturalmente del proletariato. È inutile dire che una situazione del genere non era scaturita dal nulla, ma era in gran parte frutto del lavoro di organizzazione e di agitazione politica del Partito bolscevico, sia tra la classe operaia sia tra i soldati e i marinai.12
Sempre nel 1917, però a Mosca, l’obbiettivo principale durante l’insurrezione era la conquista dell’esercito. Per motivi particolari, propri della città (il Partito bolscevico era meno forte che a Pietrogrado, centro della rivoluzione; la borghesia, per ragioni storiche, era più forte), l’agitazione tra i soldati non aveva raggiunto la medesima ampiezza, la guardia rossa era meno addestrata e meno armata che a Pietrogrado e, in genere, la preparazione materiale e politica del Partito e della classe operaia lasciava molto a desiderare. Questa è la causa degli otto lunghi giorni di combattimenti nelle strade moscovite.
L’obbiettivo principale dell’insurrezione di Canton era innanzitutto l’organizzazione dell’ammutinamento del reggimento reclute. Data la situazione, come abbiamo visto a suo tempo (v. capitolo V), la scelta era assolutamente giusta e ragionevole. Con il numero eccessivamente limitato di armi a disposizione e con la presenza di una forte cellula comunista in quel reggimento, era impossibile immaginare un obbiettivo più importante dell’organizzazione dell’ammutinamento delle reclute e del disarmo dei reggimenti di fanteria e d’artiglieria, nonché di un battaglione di fanteria accantonato poco distante e che già vacillava. Ma i dirigenti dell’insurrezione, dopo aver saggiamente scelto per cominciare il vero obbiettivo principale, commisero il grave errore di lasciare intatti i depositi di armi: questo era invece, subito dopo l’organizzazione dell’ammutinamento del reggimento reclute e il disarmo delle unità ricordate, un obbiettivo di gran lunga più impor¬tante che non la lotta prolungata che venne ingaggiata contro i comandi della 2a e 12a divisione e del IV corpo d’armata.
Ad Amburgo l’obbiettivo primo e principale degli insorti era la conquista di armi per organizzare la battaglia e per l’armamento delle masse operaie. La soluzione stava esclusivamente, date le circostanze, nel disarmo della polizia. E così fu fatto.
A Reval, come abbiamo visto nell’esposizione del piano insurrezionale, non si riuscì a individuare un obbiettivo principale sul quale concentrare il grosso delle forze insorte: sembrava che tutti gli obbiettivi avessero più o meno la stessa importanza. E così, per l’occupazione di un gran numero di località, vennero inviati altrettanti gruppi poco numerosi di insorti, mentre con una quantità così esigua di uomini e di mezzi, sarebbe stato infinitamente più ragionevole concentrare il grosso (la quasi totalità) delle forze sia sull’occupazione della scuola allievi ufficiali, sia sulla conquista politica alla rivoluzione del 3° battaglione del X reggimento. Conquistato l’obbiettivo principale, si potevano poi utilizzare le forze per quelli successivi, in ordine d’importanza.
Il rispetto del principio della vittoria parziale (essere nel momento e nel punto voluti più forti dell’avversario) è indispensabile nella ripartizione delle forze all’inizio dell’insurrezione, ma anche per tutto il periodo della lotta. La mancata osservanza di questa norma fondamentale dell’arte militare non permette agli insorti di ottenere la rapida rottura dell’equilibrio delle forze a proprio vantaggio, comportando, alla resa dei conti, il franamento della sollevazione. Subito dopo aver risolto il problema dato, bisogna rivolgere il grosso delle forze verso la soluzione del problema successivo in ordine d’importanza, liquidando di passaggio i grup¬pi nemici isolati e impadronendosi dei vari obbiettivi che possano essere d’ostacolo al conseguimento dello scopo principale. Ancora più importante è che questo medesimo principio d’arte militare sia rispettato da ciascun comandante di reparto nel momento in cui predispone le forze per eseguire la missione particolare a lui affidata.
È stato già detto che uno degli obbiettivi primari dell’insurrezione, il cui conseguimento assicura immediatamente enormi van¬taggi agli insorti, potrebbe essere la liquidazione dei capi contro-rivoluzionari occupazione dei comandi, cattura degli alti funzionari (ministri, capi della polizia, ecc.), soppressione dei coman¬danti reazionari, dei capi dei partiti avversi, ecc. Tale obbiettivo si presenterà spesso nella prima fase dell’insurrezione, come accadde a Pietrogrado nel 1917, predominando su tutti gli altri. Tuttavia l’esperienza rivoluzionaria ci costringe a sottolineare che tale obbiettivo non deve essere perduto di vista già all’atto della formulazione del piano insurrezionale, anche nel caso che gli insorti debbano comunque consacrare in un primo momento il grosso delle loro forze ad altri obbiettivi di suprema importanza (organizzazione dell’ammutinamento tra i reparti regolari, disarmo delle unità controrivoluzionarie, requisizione di armi, ecc.). La liquidazione delle autorità superiori e dei difensori attivi dell’ex governo nel corso dell’insurrezione è un elemento di capitale importanza.
Tuttavia certi compagni, prima dell’insurrezione, si preoccupano esclusivamente della tattica dei combattimenti urbani, ritenendo che la liquidazione dei capi controrivoluzionari e l’organizzazione di azioni di questo tipo non siano fattori di primo piano. Ecco cosa scrive in proposito Anulov nella raccolta II combattimento urbano:
Per quanto riguarda le azioni terroristiche, si tratta di iniziative che non possono dare buoni risultati nei combattimenti di strada, poiché in queste condizioni il singolo individuo non può assumere grande importanza.

Più avanti, criticando il regolamento sul servizio campale dell’Armata rossa, secondo il quale “la persona del comandante a cui è affidata un’unità armata ha un’importanza di primo piano nella repressione dell’insurrezione,”14 Anulov insiste: “quanto agli atti terroristici, la loro importanza nella lotta delle masse organizzate è infima.””
Accettare una simile affermazione, assolutamente inesatta e antileninista, è impossibile. Anulov confonde due nozioni diverse del terrorismo individuale. Prende di peso il giudizio marxiano sul terrorismo individuale in tempo “di pace” non rivoluzionario, e lo trasferisce nel campo della lotta di massa del proletariato per la conquista del potere, mentre nei due casi l’atteggiamento marxista deve essere diverso: negando il terrorismo individuale, che per i populisti era la panacea contro la malattia sociale in genere, il marxismo ammette il terrore in periodo rivoluzionario, durante la lotta diretta di parte proletaria per la conquista del potere.Ecco che cosa scriveva a questo proposito Lenin nel suo articolo del 1906 “Gli insegnamenti dell’insurrezione di Mosca”:
Non dobbiamo fare propaganda di passività, non ridurci alla semplice “attesa” che l’esercito “venga a noi,” ma dobbiamo proclamare ai quattro venti la necessità dell’offensiva coraggiosa, dell’assalto con le armi in pugno, la necessità di annientare le autorità e di condurre la lotta più energica per guadagnare l’esercito esitante.16
A un certo punto, poi, Anulov si contraddice da sé. Citando un passo da Rote Fahne (Bandiera rossa) sull’imponente movimento delle masse e sull’ardore combattivo di queste masse in occasione dell’insurrezione spartachista del gennaio 1919 a Berlino, e sull’inazione e passività dei dirigenti che “sedevano a dibattere” nel momento in cui 200.000 operai attendevano disperatamente direttive e ordini per l’azione, giunge alla seguente conclusione:
Esempio classico di insuccesso causato dalla passività e dalla mancanza di decisione delle masse insorte e soprattutto dei loro dirigenti, quello fornito dall’insurrezione degli spartachisti del 1919 in gennaio a Berlino.17
Le masse sono state sconfitte a causa della passività dei capi. E allora il ruolo dei dirigenti nell’insurrezione è sconfinato. In tutte le insurrezioni in cui gli insorti non hanno saputo,o non hanno voluto con sufficiente tenacia, liquidare per tempo
1 capi della controrivoluzione, sono stati battuti oppure costretti a combattere in condizioni estremamente più difficili che non se avessero soppresso a tempo debito i dirigenti avversari. Insur-rezioni come quella di Amburgo o quella dell’esempio citato da Rote Fahne, in cui è mancata la guida, in cui le masse sono state abbandonate a sé medesime, sono votate all’insuccesso. Le insurrezioni vittoriose sono invece quelle in cui, a parte gli altri fattori indispensabili al successo, si ha una direzione ferma e spe¬rimentata, e in cui il proletariato insorto si preoccupa tempestivamente di “mozzare il capo” alla controrivoluzione. La “testa” della controrivoluzione può essere tagliata con diversioni accuratamente predisposte e vari atti di terrorismo, eliminazione fisica o arresto.
Qui siamo di fronte a un principio incontestabile. Dovunque se ne offra l’occasione, lo si dovrà applicare con fermezza, sia nei confronti dei dirigenti politici e dei capi dell’esercito e della po¬lizia, sia nei confronti dei comandanti delle varie unità di minor conto con cui si ha a che fare durante il combattimento negli abi¬tati. Il regolamento sul servizio campale dell’Armata rossa attri¬buisce appunto, alla persona del capo al quale è affidato il co¬mando delle truppe, un’importanza enorme.
È bene ricordarsi che il conseguimento di questo obbiettivo, cioè la soppressione delle autorità nemiche o, almeno, di una parte delle persone che, per la loro carica e per la loro posizione sociale, potrebbero avere un’influenza diretta e attiva sulla re¬pressione dell’insurrezione nei primissimi momenti, richiede solitamente un numero molto limitato di uomini. Se viene accura¬tamente riconosciuta in anticipo la residenza di queste perso¬nalità, in modo da effettuarne l’arresto in casa o nelle sedi di lavoro, basteranno a prelevarle piccoli gruppi isolati, accurata¬mente addestrati in genere e per questa missione in particolare.
Nell’organizzare l’insurrezione bisogna dunque far di tutto per bene impostare il problema della liquidazione delle perso¬nalità nemiche e per risolverlo fin dagli inizi dell’offensiva gene¬rale del proletariato. Se nell’insurrezione cantonese fossero stati designati (cosa perfettamente possibile) dei gruppi appositamente addestrati alla soppressione dei capi più in mostra del Kuomintang e, in genere, dello schieramento reazionario, tra i quali Ciang-Fa-Ku, le cose sarebbero forse andate in modo ben diverso. Come sappiamo, infatti, subito dopo l’insurrezione del proletariato, le autorità controrivoluzionarie ebbero la possibilità di rifugiarsi a Hong-Kong e nell’isola di Honan, presso Li-Fu-Lin, per dirigere da questi luoghi sicuri la repressione di Canton. Se i compagni estoni avessero avuto forze sufficienti e avessero predisposto azioni collaterali per l’arresto dei funzionari più reazionari, an-che se questa azione fosse stata eseguita in modo incompleto, l’insurrezione di Reval si sarebbe comunque svolta nelle condi¬zioni più favorevoli. È vero però che, data l’esiguità delle forze a disposizione degli insorti, il problema non poteva essere posto nella prima fase della sollevazione.
Tra gli obbiettivi principali non va dimenticata la rete di comunicazioni: telefono, telegrafo e stazioni radio (si tratti di centrali urbane o ferroviarie, di scali o di comandi militari). La direzione del movimento deve dedicare la massima attenzione al¬l’occupazione tempestiva e alla buona utilizzazione di tutte que¬ste installazioni. Se a tanto non bastano le forze a disposizione, si dovranno prendere almeno i provvedimenti necessari alla neu¬tralizzazione della rete per evitare che il nemico possa continuare a servirsene. Questi obbiettivi è molto più facile distruggerli che conquistarli: allo scopo basteranno alcuni uomini per reci¬dere i fili delle linee telefoniche e telegrafiche principali.
Di solito gli insorti inviano, all’inizio della sollevazione, forze ingenti all’occupazione dei diversi impianti municipali: uffici postali, stazioni ferroviarie, banche, ecc., indebolendo cosi le unità che dovrebbero essere destinate all’esecuzione dei compiti essenziali che si rivelano decisivi nella prima fase. In altri termini, la ripartizione delle forze risulta difettosa. Installazioni come le stazioni ferroviarie, gli uffici postali, i palazzi comunali, ecc., non hanno una capitale importanza ai fini dell’insurrezione. Sarà abbastanza facile impadronirsene, ma molto più difficile conservarle se prima non va distrutta la forza viva del nemico. Pertanto, quando gli insorti non posseggano un congrue numero di uomini, l’occupazione di questi impianti va retrocessa in secondo piano o, quanto meno, affidata a reparti di operai non dotati di armi moderne.
Nella formulazione del piano insurrezionale non bisogna neppure dimenticare la liberazione dei detenuti politici, obbiettivo clic, come ha dimostrato l’esperienza di Canton e di Reval, può assumere un’importanza di primo piano. La liberazione dei detenuti deve essere portata a termine, se se ne offre la minima oc¬casione, fin dall’inizio della sollevazione.
La sorpresa e il fattore “tempo” all’inizio dell’insurrezione
Passando in rassegna gli obbiettivi dell’insurrezione, abbiamo sempre insistito sui primi momenti, sulla prima fase, sui primi istanti dell’entrata in azione dell’organizzazione tattica del pro¬letariato. L’organizzazione tattica del proletariato, essendo mili¬tarmente molto più debole del nemico, è costretta a compensare questo stato d’inferiorità con l’immediatezza e la imprevedibilità delle sue azioni, in modo da impadronirsi così delle armi che mancano, assorbendo sempre nuove forze armate (per esempio provo¬cando la rivolta tra le unità regolari e armando con le armi conqui¬state nuovi reparti operai) e indebolendo e disgregando le forze nemiche. Ecco perché il primo momento dell’insurrezione ha una funzione decisiva. Dal successo o dall’insuccesso delle operazioni della prima ora o delle prime due ore dipenderà in gran parte l’esito della battaglia.
Nella lotta armata per il potere in una città, grande importanza assume la sorpresa. Gli insorti, in fase di attacco, devono sfruttare al massimo la loro posizione di attaccanti, soprattutto nel primo momento dell’entrata in azione, in modo da cogliere il nemico alla sprovvista, quando ancora non ha avuto il tempo di organizzarsi a difesa. Il vantaggio maggiore lo si ottiene attaccando di sorpresa in piena notte o nelle prime ore del mattino, quando i soldati e i poliziotti (quelli mobilitati oppure quelli appartenenti ai reparti permanenti di pubblica sicurezza, come in Germania) stanno dormendo, cioè quando è particolarmente facile occupare le armerie e sopprimere i capi controrivoluzionari.
Tuttavia l’attacco di sorpresa deve essere organizzato in modo da garantire, al momento buono, l’entrata in azione anche delle masse operaie.
Nella maggior parte dei casi noti l’elemento “sorpresa” non è mancato mai, concedendo agli insorti (tranne sporadiche ecce¬zioni) un vantaggio enorme. Il disarmo di diciassette posti di polizia e il sequestro in ognuno di essi di una trentina tra fucili e mitragliatrici da parte di distaccamenti debolmente armati e numericamente scarsi, sono stati possibili ad Amburgo, come abbiamo visto, solo grazie a un attacco di sorpresa. Se gli insorti di Reval fallirono il loro attacco improvviso alla scuola allievi ufficiali, ciò si spiega con l’assenza di coordinamento e di simul¬taneità tra i due gruppi incaricati di occupare rispettivamente il primo e il secondo piano della caserma. Senza questo errore, i 56 insorti sarebbero riusciti certamente a occupare tutta la scuola e a disarmare gli junker, che pure erano otto volte supe¬riori per numero. Sempre a Reval gli attacchi agli altri obbiettivi, proprio grazie alla sorpresa, furono invece coronati dal successo.
Nell’insurrezione di Canton la sorpresa fu sfruttata intelli¬gentemente, fruttando favorevoli risultati: disarmo di due reggimenti di fanteria e artiglieria e di un battaglione di fanteria, disarmo delle unità di polizia, ecc. Nella terza insurrezione di Sciangai (21 marzo 1927), l’attacco di sorpresa alla polizia venne condotto in pieno giorno, assicurando comunque agli insorti il pieno successo.
Per contro, nell’insurrezione contadina bulgara del 1923, l’elemento sorpresa non venne quasi mai sfruttato: i gruppi contadini entrarono in azione isolatamente contro le truppe e la gendarmeria, che non ebbero difficoltà a disperderli. Tuttavia le azioni a sorpresa, che comunque richiedono au¬dacia e decisione da parte degli insorti, possono riuscire solo in presenza di certi fattori decisivi:
a) Attenta ricognizione degli obbiettivi da occupare;
b) Formulazione di un piano molto dettagliato e perfetta coordinazione (per quanto concerne i tempi e la ripartizione dei compiti] tra le diverse unità o individui che prendono parte all’attacco;
c) Sostegno al reparto o ai reparti, al momento voluto, da parte delle masse operaie, in modo da sfruttare il successo.
La funzione della ricognizione nell’insurrezione armata è im¬mensa. Prima di predisporre il piano d’azione bisogna infatti riconoscere accuratamente e dettagliatamente gli obbiettivi, e sol¬tanto in seguito distribuire le forze tra i vari obbiettivi. Poiché l’iniziativa appartiene al proletariato, poiché il momento del¬l’entrata in azione dipende dal proletariato e poiché in una città gli obbiettivi sono quasi sempre già dati, non è difficile con¬durre in tempo utile una ricognizione perfetta e completa. Si possono naturalmente dare delle eccezioni, per esempio nella eventualità che il proletariato, a motivo del suo grado di preparazione o per altre circostanze, sia costretto ad attaccare in questo o in quel momento, ma questi casi saranno sempre l’eccezione alla regola. Non bisogna dimenticare che, quanto più piccolo è l’obbiettivo, tanto più minuziosa dovrà essere la ricognizione. In una città grande, per esempio, la direzione dell’insurrezione non avrà bisogno di conoscere la disposizione dei locali di que-sto o quel commissariato, gli accessi a questo o quel posto di polizia, il grado di preparazione tattica o le qualità personali di questo o quel brigadiere di polizia o comandante di piccole unità dell’esercito; né sarà necessaria la conoscenza perfetta della situazione di ogni caserma, dei vari servizi di guardia o del¬l’ubicazione dell’armamento ordinario dei soldati.
Basteranno dati più generici: il grado di influenza esercitata dagli ufficiali sui soldati, la mentalità delle varie unità, l’ubicazione delle grandi armerie, degli alloggi dei massimi funzionari e dei capipartito controrivoluzionari, ecc. Ma i dirigenti dell’insurrezione in que¬sto o quel rione della città e i capi di ciascun reparto di guardie rosse avranno bisogno di possedere informazioni molto dettagliate sull’avversario diretto e sui luoghi che sono suo normale campo d’azione.
Nel combattimento negli abitati la ricognizione personale dei capi di reparto e dei dirigenti dei gruppi chiamati a questa o quella missione indipendente avrà un’importanza anche maggiore che non nel caso della guerra in campo aperto. Questa ricognizione personale è, del resto, molto più agevole all’interno della città prima dell’inizio dell’insurrezione, che non in aperta campagna o nel corso dell’insurrezione. Pertanto, oltre alle rico¬gnizioni normali sulle forze nemiche, i dirigenti insurrezionali, dal primo all’ultimo, dovranno sfruttare la minima occasione per eseguire ricognizioni personali sugli obbiettivi prestabiliti.
Il disarmo dei posti di polizia amburghesi sarebbe stato assolutamente impossibile se gli insorti non avessero condotto in anticipo un’accurata ricognizione dei commissariati da attaccare e se non ne avessero studiato le vie d’accesso, la disposizione dei locali interni, la dislocazione delle armi e delle sentinelle, ecc. L’attacco di sorpresa alla scuola degli allievi ufficiali di Reval fu possibile solo perché il comandante del reparto e i suoi più prossimi collaboratori avevano sistematicamente studiato con una settimana d’anticipo i dintorni dell’edificio, la vita interna dei suoi occupanti, la disposizione dei locali della scuola e del circolo ufficiali. Sarebbe assolutamente impossibile, per esempio, soppri¬mere tempestivamente e convenientemente i principali esponenti della controrivoluzione qualora i gruppi all’uopo destinati non disponessero di dati precisi sulla residenza della persona da sequestrare e sui mezzi per giungervi, o almeno di dati generici: questo o quel funzionario abita in via tale, numero tale, ecc.
A parte la via e il numero della casa o dell’appartamento, i gruppi devono conoscere anche l’ora in cui la personalità rientra a casa, il modo per penetrare nel suo domicilio e, se non vi è modo di sopprimere l’uomo in strada, le modalità di sorveglianza della casa, ecc. La liberazione del comunista tedesco Braun (dalla prigione di Berlino nel 1928) dimostra come operazioni del genere (dopo un’accorta ricognizione e con una buona organizzazione) non offrono alcun ostacolo insormontabile, essendo anzi perfettamente realizzabili.
Per assicurarsi il successo, gli insorti devono possedere, oltre ai dati forniti dalla ricognizione, un piano d’azione dettagliato e precisato fin nei minimi particolari, che preveda l’esatta distribuzione delle forze tra i vari compiti particolari, i collegamenti tra i vari gruppi o individui, il momento dell’inizio e della fine del concentramento, il minuto esatto dell’attacco a questo o quell’obbiettivo, ecc. Notevole importanza assume, nelle primissime azioni di sorpresa (e in genere in tutte le operazioni di sorpresa in qualsiasi fase dell’insurrezione), il fattore “tempo.” Di qui la necessità per i gruppi insorti di rispettare scrupolosamente i tempi previsti dal piano per l’inizio e per le diverse fasi del combattimento: questa è una delle più vitali esigenze tattiche. Basta la minima infrazione a questo principio essenziale per mandare a monte l’operazione e provocare perdite gravissime.
Alcuni esempi: L’attacco alla scuola allievi ufficiali di Reval fallì perché il gruppo destinato all’occupazione del piano superiore era soprag¬giunto con uno o due minuti di ritardo rispetto al gruppo inca¬ricato del piano inferiore.
Ad Amburgo, i dirigenti dei gruppi insurrezionali attribu¬rono la massima importanza al rispetto scrupoloso dei tempi indicati. Pertanto il dirigente di Barmbeck aveva dato ai subordinati il seguente ordine: ogni gruppo dovrà concentrarsi alle ore 4,55 precise sul punto prestabilito; questi luoghi erano stati scelti in modo che fossero distanti dal posto di polizia da attaccare esattamente cinque minuti. Alle ore 5 in punto doveva iniziare l’attacco ai commissariati. Per ottenere questa simultaneità, gli orologi dei capigruppo erano stati controllati e sincronizzati subito prima dell’attacco.
Grazie a questa severa determinazione dei tempi, l’operazione ebbe, per quasi tutti i gruppi, un risultato brillantissimo.
Quanto si è detto fin qui riguarda l’esecuzione dei compiti particolari durante l’insurrezione. Ma l’elemento “tempo” ha una grande influenza sulle sorti dell’insurrezione in tutta una grande città o anche nei singoli rioni o, infine, in più città. Si tratta di contemporaneità d’azione. La simultaneità è indispensabile in una città grande, ma lo è anche in un’intera provincia (o in tutta una nazione, se non è troppo estesa). Consente agli insorti di utilizzare nello stesso momento tutte le forze disponibili, osta-colando la libertà d’azione del nemico e impedendogli di concentrare le forze per tentare di battere gli insorti partitamente, uno dopo l’altro. Bisogna sempre fare in modo di iniziare l’insurrezione, nello stesso momento e con tutte le forze disponibili, nel maggior numero di punti possibile. Al proletariato, forza attaccante, è relativamente facile iniziare contemporaneamente tutte le azioni in un intero paese. Tuttavia l’esperienza dimostra che non sempre si è saputo sfruttare opportunamente questo vantaggio.
Ecco come questo elemento tattico della simultaneità è stato valutato da un compagno che aveva studiato l’insurrezione bulgara del 1923: Per l’occupazione del capoluogo del distretto di Staraia-Zagoram ven¬nero inviati quattro reparti contadini di circa 10.000 uomini, i quali dovevano occupare segretamente gli accessi alla città in modo da scatenare simultaneamente l’attacco da ogni lato (le forze governative erano valutate a circa 1.500 uomini, con 30 mitragliatrici e 12 cannoni). Il segnale d’at¬tacco doveva essere dato da un’improvvisa incursione di operai, all’interno della città, con l’assalto alle prigioni a colpi di bombe a mano. L’incur¬sione ebbe luogo nel momento prestabilito, ma i reparti contadini non avevano ancora terminato la concentrazione, così che venne a mancare l’at¬tacco simultaneo. L’avversario non ebbe difficoltà a battere isolatamente gli insorti.
Lo stesso compagno aggiunge:
Per occupare nottetempo il capoluogo del distretto di Kazanlyk, vennero inviati diversi reparti contadini per un totale di oltre 1.000 uomini. Le forze governative della città erano circa 600 uomini con 20 mitra¬gliatrici. Il segnale dell’attacco simultaneo doveva essere dato dall’improvvisa caduta della corrente elettrica. Il segnale non venne e così fallirono le operazioni degli insorti.
L’esperienza delle prime due insurrezioni di Sciangai (23 ottobre 1926 e 21 febbraio 1927) dimostra come sia a volte impossibile, per motivi puramente materiali, conseguire la contemporaneità. Il 23 ottobre, infatti, l’entrata in azione dell’organizzazione tattica era stata stabilita per le ore 3 del mattino, ma le operazioni dovevano essere iniziate solo al segnale dato da una cannoniera passata agli insorti (un colpo di cannone). A sua volta questo segnale doveva dipendere dal lancio di un razzo dal balcone della residenza di Niu-Iun-Tsian, esponente del governo nazionale. Il colpo di cannone non fu però esploso perché dalla cannoniera non venne notato il razzo.
Nella seconda insurrezione, come abbiamo visto a suo tempo, si verificò un malinteso dello stesso tipo. Il cannoneggiamento navale dell’arsenale, che doveva essere il segnale dell’insurre¬zione, non ebbe luogo e l’insurrezione fu rimandata dal 21 al 22 febbraio. Questa volta la cannoniera aprì il fuoco sull’arsenale esattamente all’ora prestabilita (6 del pomeriggio). L’insurrezione scoppiò, ma solo nella parte meridionale della città, perché le squadre del settore settentrionale (Ciapei), non avendo udito le cannonate, non presero parte alla sollevazione.
La terza insurrezione di Sciangai, come si sa, iniziò esattamente nell’ora fissata (alle 13 in punto), senza altri segnali e in tutti i rioni contemporaneamente.
Si era capito finalmente che non bisogna far dipendere l’ini¬zio dell’azione da segnali acustici o luminosi o da altri segnali che, per questa o quella causa materiale e magari accidentale, possono non essere dati o, se dati, possono non essere rilevati dagli insorti. Il miglior segnale è l’orario. Si deve fissare l’inizio delle operazioni per un’ora precisa. Ecco il miglior mezzo per garan¬tire la contemporaneità.
Anche nel caso di reparti contadini ci si può e ci si deve regolare sul tempo. Bisognerà prima accertarsi, però, che i distaccamenti siano veramente giunti sui luoghi di raccolta previsti. A questo riguardo l’esperienza bulgara e quella cantonese (per l’inizio dell’insurrezione doveva arrivare un distaccamento contadino di 1.500 uomini, ma ne giunsero soltanto 500) sono definitive.
Molto più difficile è ottenere la simultaneità in un settore più esteso: un’intera nazione in Occidente, una provincia o un gruppo di province in Cina e altrove. Tuttavia bisogna cercare in ogni modo di riuscirvi. Sarebbe un errore, per esempio, or¬dinare come avvenne in Germania un’insurrezione in una sola città come Amburgo, senza nulla prevedere almeno per le città più vicine e per la zona circostante, in cui le condizioni erano altrettanto favorevoli.
Ogni partito comunista che organizzi e guidi dei preparativi insurrezionali deve sapere che, quanto più è centralizzato l’ap¬parato governativo, tanto più sviluppate saranno le vie di comu¬nicazione e di collegamento, e tanto maggiore sarà l’importanza della contemporaneità d’attacco che la direzione del movimento dovrà sforzarsi di conseguire.
Le incursioni a sorpresa degli insorti contro i vari obbiettivi dovranno essere sostenute, al momento opportuno, dalle masse proletarie, con il loro ingresso nella fase di lotta attiva: in caso contrario l’organizzazione tattica non sarà in condizioni di sfruttare il successo iniziale, causando una frattura tra le operazioni dei gruppi di combattimento e il movimento del grosso del pro¬letariato. In considerazione dello scarso armamento e della limi¬tatezza numerica dell’organizzazione di combattimento (a sua volta derivante sempre dalla carenza di armi), bisogna che i reparti in attacco siano in grado, subito dopo i primi successi, di distri¬buire le armi conquistate tra gli operai disposti a combattere, sfruttando immediatamente, grazie a questo incremento di forze, il successo iniziale.
L’insurrezione armata non si limita alle operazioni militari di reparti, anche se questi sono numericamente forti. I vari di¬staccamenti, in presenza di una situazione favorevole all’insurrezione (si vedano le condizioni indicate da Lenin e i criteri pro¬grammatici segnalati dall’I.C.), devono portare immediatamente un colpo improvviso all’avversario; dopo di che dovranno entrare nella lotta armata le grandi masse della popolazione proletaria. Tu questo senso il movimento delle masse proletarie è contem¬poraneamente la base delle operazioni della guardia rossa (organizzazione tattica) e la schiera di riserva immediatamente alle spalle della stessa guardia rossa.
La direzione dell’insurrezione deve ottenere ad ogni costo la partecipazione delle masse al combattimento non appena entra in azione l’organizzazione tattica. Questo è uno dei principi tattici fondamentali dell’insurrezione armata. In nessun caso si potrà contare esclusivamente sull’iniziativa delle masse rivoluzionarie. Il Partito, subito dopo l’en¬trata in azione dell’organizzazione di combattimento, dovrà pren¬dere le misure necessarie per garantire la partecipazione delle masse nel momento voluto.
Molti partecipanti all’insurrezione di Reval hanno affermato che uno degli errori tattici dei dirigenti è stato quello di non aver previsto una riserva. È un’accusa senza fondamento, poiché a Reval era impossibile predisporre le riserve a causa dell’irrisoria consistenza numerica dei gruppi d’insorti. Ma non è que¬sto il solo motivo. Noi riteniamo che in genere, al momento del primo colpo vibrato di sorpresa (inizio dell’insurrezione), ben raramente si potrà disporre di riserve. Le riserve costituiranno l’eccezione alla regola secondo cui è inutile predisporre delle riserve per la primissima fase dell’insurrezione.
Gli insorti dovranno infatti consacrare tutte le forze disponibili al primo colpo di sorpresa da infliggere all’avversario. La funzione di riserve per lo sfruttamento del successo deve essere affidata agli operai di¬sarmati i quali, nel corso dell’insurrezione, si procureranno le armi togliendole al nemico e impadronendosi delle sue armerie. Le riserve saranno necessarie in seguito, nel caso che perduri la battaglia negli abitati o in aperta campagna; ma predisporre di riserve già all’inizio dell’insurrezione dei reparti armati, significa indebolire la forza d’urto dei rivoluzionari. Le riserve devono na¬scere e ingrandirsi durante i combattimenti, con l’aggiungersi di nuovi reparti operai. Se la cosa è impossibile, se la direzione del¬l’insurrezione non riesce a conseguire nel corso della battaglia il costante aumento del nucleo attivo delle sue forze, allora non si potrà contare sulla vittoria.
Inoltre, dal punto di vista tattico, non ha alcun senso designare le riserve al principio dell’insurrezione. Se gli attacchi ai vari obbiettivi sono concepiti nel rispetto del principio della sorpresa (e capiterà 95 volte su 100), le operazioni degli insorti nel periodo iniziale non potranno avere naturalmente un carattere prolungato. Si tratterà di colpi di mano di breve durata che nella maggior parte dei casi, si concluderanno con il completo annienta¬mento del nemico o con il lampante insuccesso dell’insurrezione. In caso di successo, il reparto attaccante diventa disponibile per eseguire la missione successiva, trasformandosi così, in un certo senso, in schiera di riserva, in quanto potrà essere trasportato là dove si pensa che la sua presenza sia più necessaria in quel momento. Per esempio, il reparto che a Reval, impadronitosi del distaccamento dell’aeronautica, si trovava conseguentemente in possesso di mitragliatrici e di fucili con una certa quantità di munizioni, di autovetture e di autocarri, e che era ulteriormente au¬mentato di una quarantina d’uomini, era una specie di riserva, di cui ci si poteva e ci si doveva servire per eseguire nuove missioni. Se, invece, il reparto che opera l’attacco di sorpresa fallisce lo scopo, non ci saranno riserve capaci di ristabilire la situazione. Visto il carattere fulmineo di questo tipo di operazioni (organizzazione secondo il principio della sorpresa con il minimo dispendio di forze) e considerata l’assenza, in questo periodo dell’insurrezione, di ogni collegamento tecnico tra la direzione (alla mano della quale si dovrebbe trovare la riserva) e i capi dei gruppi tattici, la riserva non potrebbe giungere a tempo debito.
Lo slancio e la tenacia nei combattimenti durante l’insurrezione
Alla fine d’agosto del 1906 Lenin scriveva:
Ricordiamo che una grande lotta di massa si avvicina. Sarà l’insurrezione armata. Essa deve scoppiare, se è possibile, simultaneamente dappertutto. Le masse devono sapere che esse vanno a una lotta armata, sanguinosa, accanita. Il disprezzo della morte deve propagarsi nelle masse e garantire la vittoria. L’offensiva contro il nemico deve essere condotta nel modo più energico. Attacco e non difesa: questa deve essere la parola d’ordine delle masse; loro compito sarà l’implacabile annientamento del nemico. L’organizzazione della lotta dovrà essere mobile e duttile, gli elementi tentennanti dell’esercito dovranno essere attratti alla lotta attiva. Il partito del proletariato cosciente deve compiere il suo dovere in questa grande lotta.
Già alla vigilia della rivoluzione d’Ottobre (il 9 ottobre 1917), nella sua lettera “Consigli d’un assente,” Lenin così scriveva a proposito dell’attività necessaria nell’insurrezione:
Ma l’insurrezione armata è una forma particolare di lotta politica, sottoposta a leggi speciali sulle quali bisogna meditare con attenzione. Karl Marx espresse questo concetto con grande efficacia, quando scrisse: “L’insurrezione è un’arte, come la guerra…”1*
Tra le regole principali di quest’arte Marx sottolineò le seguenti:
1. Non giocare mai con l’insurrezione, ma, quando la si inizia, mettersi bene in testa che bisogna andare sino in fondo.
2. È necessario raccogliere nel punto decisivo, nel momento decisivo, forze molto superiori a quelle del nemico, perché altrimenti questi, meglio preparato e meglio organizzato, annienterà gli insorti.
3. Una volta iniziata l’insurrezione, bisogna agire con la più grande decisione e passare assolutamente, a qualunque costo, all’offensiva. “La difensiva è la morte della insurrezione armata.”
4. Bisogna sforzarsi di prendere il nemico alla sprovvista, di cogliere il momento in cui le sue truppe sono disperse.
5. Bisogna riportare ogni giorno (si potrebbe anche dire “ogni ora,” se si tratta di una sola città) dei successi, sia pure di poca entità, conservando ad ogni costo la “superiorità morale.”
Marx riassunse gli insegnamenti di tutte le rivoluzioni per quanto riguarda l’insurrezione armata, citando le parole di Danton, “il più grande maestro di tattica rivoluzionaria finora conosciuto: De l’audace, de l’audace, encore de l’audace!”*
Dopo aver esposto questi principi tattici essenziali, Lenin ne trae una conclusione pratica per Pietrogrado e fornisce al Partito ogni sorta di consigli sui provvedimenti militari e politici da pren¬dere per impadronirsi del potere in quella città. In particolare attira l’attenzione dei compagni sulla necessità di sviluppare al massimo, nella lotta, il coraggio e la decisione, la tripla audacia di cui parla Danton.
L’esperienza di tutte le rivoluzioni ha confermato sempre più categoricamente i principi tattici di Marx e di Lenin. Bisogna che gli insorti diano prova di un’audacia assoluta, siano attivi fino all’ardimento, non si lascino sfuggire una sola occasione per infliggere seri colpi al nemico; bisogna che ciascun reparto, ciascun combattente isolato, dopo aver eseguito la missione affidatagli, si sforzi di cercare il nemico e di impegnarlo finché non l’abbia com¬pletamente annientato; ci vuole inoltre una buona organizzazione del movimento, la scelta felice del momento in cui scatenare l’in¬surrezione e una salda direzione nelle mani del Partito e della sua organizzazione di combattimento, affinchè sia possibile il successo.
Abbiamo visto fallire appunto quelle insurrezioni (non si tratta della vittoria definitiva, bensì della buona condotta del¬l’intera lotta armata del proletariato, anche nelle insurrezioni che, come quella del 1905 a Mosca, la Comune di Parigi, le insurrezzioni di Germania del ’19, ’20 e ’21, e altre ancora, per condizioni sfavorevoli d’ogni genere non potevano riuscire), in cui non è stata sviluppata abbastanza tenacia, ostinazione, sprezzo della vita e accanimento nella lotta, oppure nelle quali tutte queste qualità si sono rivelate solo all’inizio della battaglia, per affievolirsi rapidamente nel seguito.
Nel movimento del marzo 1921 nella Germania centrale, gli insorti delle officine Leunàwerk, diverse decine di migliaia di operai (questo solo gruppo di stabilimenti ne contava circa ventinovemila), avevano tranquillamente la possibilità di occupare i centri vicini, soprattutto Merseburgo (a circa 4 km dal Leunàwerk), di schiacciare l’apparato governativo e le caserme di polizia, di estendere la zona dell’insurrezione e di riunirsi agli insorti delle alre regioni (Sassonia settentrionale, ecc.). Dopo aver organizzato 15 centurie proletarie e altre forze ausiliarie (un reparto genieri, un gruppo ciclisti, ecc.) ed essersi impadroniti di ingenti scorte di armi (non abbiamo dati precisi sull’armamento degli insorti, ma al momento dell’occupazione degli stabilimenti Leunàwerk da parte della Reichswehr e della polizia, vi si trovavano circa 800 fucili, tre mitragliatrici e armi varie, e quindi gli insorti ne possedevano molte di più, poiché un buon numero le nascosero dopo l’insurrezione), gli insorti si fermarono nella propria regione, re¬stando inattivi fino al momento in cui la Reichswehr, avanzando contemporaneamente da tre lati con il concorso dell’artiglieria e della polizia, non riuscì ad avere il sopravvento su questo teatro operativo, il più importante dell’insurrezione di marzo. Le cose sarebbero andate ben altrimenti in tutta la Germania se gli operai della Leunàwerk avessero dato prova di spirito d’iniziativa.
In questa inerzia alla Leunàwerk non si deve naturalmente ve¬dere una mancanza di attività da parte di quelle migliaia di ope¬rai che già avevano dato prova di spirito d’iniziativa all’atto stesso della sollevazione; in questo caso i colpevoli furono i dirigenti dell’insurrezione, i quali non seppero consegnare alle masse delle pa¬role d’ordine utili e delle direttive pratiche. L’errore ricade per intero sulle spalle del comitato rivoluzionario (Aktionsausschuss], costituito da rappresentanti del Partito comunista unificato di Germania e del Partito comunista operaio (schieramento d’estre¬ma sinistra, con forti accenti anarchici e oggi degenerato e privato d’ogni influenza sulle masse).20
Tanti esempi si potrebbero trovare nella storia della lotta armata del proletariato per illustrare e confermare i principi già citati di Marx e di Lenin sulla necessità di sviluppare al massimo la tenacia nell’insurrezione. Ne citeremo però uno solo, il più cla¬moroso di tutti, a dimostrazione che il successo del proletariato e la presa del potere sono possibili anche quando gli operai fossero completamente inermi, purché esista l’incrollabile volontà di vincere e di dar prova della massima attività. Si tratta dell’insur¬rezione di Cracovia del 6 novembre 1923.
Ecco che cosa scrive un comunista polacco che ha analizzato l’avvenimento:
I fatti di novembre e l’insurrezione di Cracovia sono un esempio istrut¬tivo della lotta di classe proletaria. Il 4 novembre il governo emanò un decreto che proibiva le riunioni all’aperto. Il 6 novembre la folla si diresse verso l’edificio della Casa del popolo, situato al centro della città. Le strade d’accesso erano sbarrate da ingenti forze di polizia. Alle spalle della polizia, una compagnia di fucilieri. La folla sfondò i cordoni di agenti e disarmò i soldati. Le armi di cui si servirono i cittadini, come riconosce lo stesso atto d’accusa, erano bastoni, bottiglie e torsoli di cavolo! Ora, però, parte degli operai possedevano armi vere. Comunque quasi tutti con¬tinuarono a battersi con i bastoni. Furono sparati alcuni colpi d’arma da fuoco. Un rinforzo di polizia appena sopraggiunto formò quadrato. La folla sfidò senza esitazione la fucileria e la polizia si vide costretta a ripiegare nei vicoli, dove venne accolta, a sua volta, da colpi di fucile. Gli agenti si volsero in fuga, nascondendosi nelle case. A questo punto entrò in azione la cavalleria. Uno dopo l’altro, sotto la protezione di un gruppo di mitra¬glieri e di 3 autoblindo, si gettarono allo sbaraglio quattro squadroni a cavallo i quali, sotto una pioggia di pallottole che li accolse dall’alto delle finestre e dal fondo di ripari improvvisati, si trovarono nell’impossibilità di avanzare o retrocedere, venendo massacrati come lepri impazzite. L’asfalto era cosparso di cavalli caduti, che impedivano l’avanzata ai cavalleggeri delle ondate successive. Le autoblindo, una volta fuori combattimento i loro equipaggi, rimasero immobili. Una cadde nelle mani degli insorti.
Dopo tre ore di battaglia la classe operaia si trovò padrona della città. Dal punto di vista strettamente militare il proletariato di Cracovia aveva riportato la vittoria. Le autorità politiche e militari avevano perduto la testa. Il co¬mandante militare del presidio si era dato alla fuga.21
Gli operai di Cracovia, assolutamente privi di armi all’inizio dei combattimenti, si armarono nel corso della lotta, sconfiggendo sul campo un mezzo battaglione di fanteria, un reggimento di cavalleria appoggiato da autoblindo e tutta la polizia della città. Se l’insurrezione venne in seguito soffocata, la causa va ricercata nel tradimento del Partito socialista polacco (P.P.S.) e nel cattivo uso che fece in quel momento della situazione rivoluzionaria il Partito comunista.
L’insurrezione di Cracovia entra nella storia della lotta ar¬mata del proletariato internazionale come magnifico esempio della lotta delle masse per il potere.
“La difensiva è la morte dell’insurrezione” (Lenin). È una verità incontestabile. La vittoria può essere conseguita soltanto con l’offensiva, con decise operazioni d’attacco da parte degli in¬sorti. Persine la difensiva temporanea, alla quale si può essere costretti in questo o quel settore, deve conservare un carattere aggressivo. Non è, insomma, la difensiva per la difensiva, bensì per riprendere al più presto le operazioni attive e mettere il ne¬mico fuori combattimento: questo deve essere il motto degli insorti.
Se in un punto o nell’altro un rapporto di forze troppo svan¬taggioso costringe gli insorti a ripiegare provvisoriamente in di¬fesa, essi dovranno manifestare la più strenua tenacia, tenere im¬pegnato il maggior numero possibile di nemici, infliggere loro per¬dite su perdite con il fuoco e, al tempo stesso, sfruttare la prima occasione per il contrattacco, portando almeno assalti fulminei sul fianco o a tergo del nemico, organizzando improvvise scariche di fucileria battente,, disorientando con ogni mezzo l’avversario e, finalmente, tornare all’offensiva generale per liquidare definitivamente le forze nemiche.
Gli insorti ridotti in difesa, purché sappiano dar prova della dovuta risolutezza e utilizzare convenientemente i vantaggi della loro posizione (case, finestre, solai, tetti e, in genere, ogni possi¬bile riparo, comprese le barricate), possono infliggere gravi danni materiali e psicologici al nemico.
Trotzkij, nel suo libro 1905, racconta un episodio caratteristico della difesa degli insorti moscoviti nel dicembre:
Un gruppo di 13 uomini, installatosi in una casa, sostenne per ben quattro ore il fuoco di 500 o 600 soldati, i quali avevano a disposizione 3 cannoni e 2 mitragliatrici. Dopo aver esaurito le munizioni e aver causato gravi perdite alla truppa, gli insorti si allontanarono indenni. I soldati avevano demolito a cannonate molti isolati, incendiando diverse case in legno e massacrando inermi cittadini, prima di poter costringere alla ritirata un esiguo gruppo di rivoluzionari.
Nell’insurrezione di Mosca si possono trovare molti episodi del genere.
Per contro, l’insurrezione di Reval del 1924 fornisce un esempio negativo sul medesimo tema. Gli insorti, come abbiamo visto a suo tempo, non diedero mostra di sufficiente ostinazione. Bastarono i primi insuccessi locali a volgerli in fuga, dissuadendoli da ogni abbozzo di resistenza. La cosa si spiega in parte, almeno fino a un certo punto, per il fatto che gli insorti, non sentendosi appoggiati dalle masse, si erano scoraggiati. L’insurrezione non era stata preceduta da importanti interventi operai o da scioperi, da comizi, da dimostrazioni o altro. Nel corso dell’insurrezione vera e propria, poi, le masse non avevano avuto neppure il tempo di entrare in lizza, poiché la sollevazione venne soffocata nello spazio di 3-4 ore. Tutto sarebbe stato possibile se il grosso degli operai fosse stato a conoscenza a tempo debito del proposito di scatenare l’insurrezione e dei preparativi già in corso. Invece la sol-levazione si rivelò inaspettata anche per il proletariato di Reval.
Il piano d’insurrezione armata
La necessità di disporre di un piano è più che evidente. Non predisporre il piano e contare esclusivamente sull’improvvisazione significa rinunciare volontariamente a esercitare una qualsiasi in-fluenza cosciente e razionale sull’andamento dell’insurrezione.
Nei suoi grandi tratti il piano deve avere carattere strategico generale e abbracciare l’intero paese. In conformità con questo piano d’insieme si devono elaborare i piani dettagliati (piani tattici) per ciascuna città e ciascun centro abitato.
Il piano strategico generale deve far perno su quei centri abitati (la capitale, le grandi metropoli industriali, questa o quella provincia) che, nelle condizioni date, abbiano un’importanza de¬cisiva per il movimento prestabilito. Deve tener conto dello stu¬dio di tutte le regioni o centri abitati che possano essere focolai d’insurrezione rivoluzionaria, di dove la rivoluzione possa pren¬dere le mosse per irradiarsi nelle altre regioni.
Deve prevedere, almeno in grandi linee, i rapporti reciproci tra i diversi focolai d’insurrezione, sia dal punto di vista cronologico (data d’inizio della sollevazione) sia, in seguito, nel corso dell’insurrezione, dal punto di vista del concorso materiale e politico scambievole ai fini del coordinamento delle operazioni. Il piano strategico deve rispondere a questo interrogativo: deve l’insurrezione essere ne¬cessariamente preceduta da uno sciopero generale, da cui essa nasca come conseguenza naturale, oppure la situazione politica data consente di scatenare l’insurrezione senza sciopero generale (come per esempio in Russia nell’ottobre del ’17)?
Nell’elaborare il piano, la direzione dell’insurrezione armata deve chiedersi se il movimento debba essere fissato in occasione di questo o quel congresso delle organizzazioni proletarie (sindacati, Soviet, comi¬tati di fabbrica), come avvenne a Pietrogrado nel 1917 (II congresso dei Soviet) e in Germania nel 1923 (congresso dei comitati di fabbrica a Chemnitz, che secondo il piano del Comitato cen¬trale del Partito comunista doveva proclamare lo sciopero generale, il cui inizio sarebbe stato il segnale dell’insurrezione), ossia di un organismo politico che proclami l’impossibilità di lasciar sussistere il regime costituito e si dichiari autorità suprema del nuovo regime rivoluzionario; oppure se non sia più ragionevole, nelle condizioni date, organizzare la presa del potere e il rovesciamento del regime costituito a opera di un’azione diretta del proletariato qualora non esista, nei centri vitali del paese, un organismo proletario autorizzato e capace di assumere il ruolo di autorità legislativa suprema della rivoluzione.
Il piano strategico deve infine prevedere, sempre a grandi linee, le misure che il Partito deve adottare in caso d’intervento straniero, nonché la costituzione di un esercito rosso regolare dopo il consolidamento del potere rivoluzionario in questa o quella regione o grande città.
È ovvio che i dirigenti devono comunque tener presenti i grandi provvedimenti politici (nazionalizzazione delle terre e della grande industria, giornata lavorativa, salari, alloggi, ecc.) che il nuovo potere dovrà immediatamente decretare e applicare in pratica.
Come è facile capire, il piano strategico (ossia la proiezione delle considerazioni insurrezionali essenziali) deve essere formu¬lato, almeno nelle grandi linee, con sufficiente anticipo sulla data dell’insurrezione. In seguito, se si modificano le circostanze, il piano potrà essere approfondito e perfezionato. Conformemente al piano strategico, il Partito dovrà tempestivamente prendere tutte le misure politiche e organizzative atte a creare le condizioni favorevoli alla rivoluzione, soprattutto nelle regioni decisive.
Nella formulazione del piano insurrezionale per un dato centro, una città o, comunque, per ogni luogo abitato, non si dovrà dimenticare che è impossibile prevedere tutte le mutevoli circostanze della lotta imminente, per cui non si potrà neppure stabilire in anticipo la condotta che dovranno tenere gli insorti durante tutta l’operazione. Il piano tattico per una città isolata dovrà essere quanto più dettagliato sarà possibile, ma dovrà prevedere esclusivamente il momento d’inizio dell’insurrezione, le azioni iniziali, i primi compiti da affidare a ciascuna grande unità della guardia rossa. In seguito la direzione dell’insurrezione potrà e dovrà impartire tempestivamente direttive d’ordine generale, da precisarsi poi a seconda delle circostanze che si verificheranno nel corso del movimento in città e nella regione circostante. Il piano insurrezionale per una città deve indicare:
a) La valutazione delle circostanze e del rapporto di forze all’interno della città;
b) La data d’inizio dell’insurrezione;
c) I principali obbiettivi sui quali gli insorti debbono as¬solutamente prevalere e la cui occupazione dovrà avere il massimo influsso sull’andamento dell’insurrezione;
d) Le regioni e gli obbiettivi secondari, la cui occupazione verrà in secondo luogo (a meno che non possano essere occupati da una forza di operai non armati);
e) La distribuzione delle forze tra i vari obbiettivi, riservando il massimo degli effettivi agli obbiettivi principali;
f/) I compiti generici che i reparti dovranno assolvere dopo il riuscito assolvimento del primo;
g) Indicazioni sulla condotta da osservare in caso di fallimento di questo o quel reparto;
h) I provvedimenti da prendere per impedire il sopraggiun¬gere di truppe governative da altre città o regioni (sabotaggio delle vie di comunicazione, operazioni partigiane, ecc.);
i) Misure atte ad attrarre alla lotta armata il grosso degli operai, e la distribuzione delle armi agli operai disposti a battersi;
j) Soppressione dei capi controrivoluzionari;
k) Formazione di unità regolari dell’esercito rosso nel corso dei combattimenti;
l) Organizzazione dei collegamenti nel corso dell’insurrezione;
m) La collocazione del dirigente militare generale e degli altri dirigenti militari e politici, tra i quali i membri del Comitato rivoluzionario, all’inizio dell’insurrezione;22
n)Le misure politiche che il Comitato rivoluzionario dovrà prendere come rappresentante e organizzatore del nuovo regime.
I dati che devono essere alla base del piano sono i seguenti:
a) La mappa sociologica delle città, indicante i quartieri più favorevoli per il loro carattere sociale; il grado di organizzazione e di predisposizione alla lotta dei quartieri destinati a focolaio della sollevazione e a iniziatori del movimento, nonché a serbatoio di sempre nuove forze combattenti; i quartieri socialmente avversi, da distruggere nel corso dell’insurrezione;
b) II dispositivo dettagliato e il grado di disgregazione delle truppe di polizia e delle associazioni paramilitari controrivoluzionarie, se queste ultime sono già sul piede di guerra (mobilitate);
c) L’indirizzo dei funzionati, dei capi di partiti e di asso¬ciazioni ostili alla rivoluzione, e dei comandanti delle truppe e della polizia;
d) Ubicazione dei depositi di armi e relativo servizio di guardia.
e) Valutazione tattica della città, con indicazione delle vie d’accesso, degli edifici, degli isolati, ecc., dal punto di vista delle possibilità di offesa e difesa;
f) Informazioni sulle rimesse di autovetture, autocarri, motociclette, ecc., appartenenti allo Stato o a privati e che bisognerà occupare;
g) Utilizzazione nel corso dell’insurrezione dei mezzi di comunicazione urbani, dei telefoni, ecc.;
h) Consistenza numerica e armamento delle forze rivoluzionarie, con valutazione tattica dei diversi dirigenti della guardia rossa.
Il piano insurrezionale, o almeno i suoi diversi elementi, de¬vono essere prestabiliti in modo tale che i capi dei reparti e delle varie suddivisioni unitarie, nonché il nucleo attivo e fidato del Partito, possano studiare tempestivamente i rispettivi obbiettivi principali e prepararsi di conseguenza, e che la direzione stessa possa prendere per tempo i provvedimenti politici ed organizzativi atti ad assicurare la migliore esecuzione possibile delle prime operazioni.
Va da sé che il piano insurrezionale e ciascuno dei suoi elementi sono segreto militare e che i capi devono prendere le dovute precauzioni affinchè il piano medesimo e i diversi problemi che vi sono trattati noncadano in mani nemiche (per provocazione, per millanteria dei compagni, ecc.).

1 Tutte queste osservazioni a proposito della fanteria e del suo impiego restano valide nncor oggi. È forse opportuno aggiungere, però, che il combattimento negli abitati (per cui è anche previsto, proprio per ragioni di sicurezza, l’impiego di reparti di polizia che ricevono il medesimo addestramento al combattimento della fanteria) comporta oggi l’im¬piego di mezzi blindati. Così si spiega, per esempio, l’uso dei famosi carri armati russi in Cecoslovacchia per prevenire la controrivoluzione nella primavera del 1968. I carri hanno nnche la funzione che una volta aveva la cavalleria. Si tenga presente questa nota nel legere quanto segue nel testo. [N.d.T.]
2 Anche queste osservazioni conservano oggi tutta la loro validità. Conviene però ag¬giungere che oggi anche i piccoli reparti di fanteria (al livello di compagnia) sono dotati di armi di reparto che, negli abitati, fanno efficacemente le veci dell’artiglieria (mortai da 60 e da 81 mm., cannoni senza rinculo da 75 e da 105, ecc.), senza parlare dei carri, che hanno le funzioni di bocche da fuoco semoventi. [N.d.T.]

3 Come si sa, messa definitivamente a punto dal generale Molotov nella guerra parti-giana contro i nazisti durante l’invasione tedesca dell’Unione Sovietica, quest’arma oggi esiste. Il nome esatto è “cocktail Molotov,” altrimenti detto “bomba Molotov” o, più co-munemente, “bottiglia incendiaria.” Si tratta di una normale bottiglia (di vetro non troppo grosso, però), riempita per due terzi di benzina e per un terzo di olio lubrificante (possi¬bilmente leggero e pulito) e tappata con un tappo di sughero (o cartaccia ben pressata) che tiene fermo uno straccio imbevuto di benzina, lungo una ventina di centimetri. Al momento del lancio si da fuoco allo straccio. La bottiglia, rompendosi sul bersaglio, spande intorno il liquido infiammabile che immediatamente si accende per azione della fiammata dello straccio. Il liquido in fiamme, penetrando nelle fessure del mezzo coraz¬zato, appicca a sua volta il fuoco al combustibile, alle munizioni o agli indumenti dei carristi. Naturalmente le bottiglie incendiarie erano conosciute anche prima di Molotov, ma è stato questo generale russo a definirne le dimensioni e l’impiego. A parte il “cocktail in¬cendiario,” i mezzi corazzati sono anche vulnerabili alle bombe a carica cava che possono essere lanciate con un apposito tromboncino montato sulla valvola di presa dei gas di recupero dei fucili moderni. [N.d.T.]
4 Oggi sono in uso anche i bulldozer armati, i quali possono riempire i fossati anti¬carro qualora prima del fossato sia disponibile una sufficiente quantità di materiale di riempimento (terriccio, detriti, carcasse di auto, ecc.). [N.d.T.]
5 Solitamente il rastrellamento degli abitati con la fanteria appoggiata dai carri pro¬cede oggi come segue: all’imboccatura della strada si presenta un carro armato, da dietro il quale due file indiane di fanti, distanziati tra loro, vengono avanti sui due lati della via, rasente i muri. Gli uomini di un lato “coprono” quelli dell’altro, mentre il carro armato, fermo, ma con i motori che girano sempre, sorveglia con le sue armi l’intero percorso. Porta per porta, angolo per angolo, traversa per traversa, la via viene rastrellata. La tecnica degli uomini appiedati è una sola e molto semplice: bombe a mano nelle porte e nelle finestre, da posizione defilata, e sventagliata di armi automatiche all’interno dopo un balzo improvviso per entrare. Due sono gli inconvenienti: il primo deriva dalla mas¬sima “carro fermo, carro morto,” principio che costringe il carro armato a procedere a piccoli sbalzi in avanti, mentre sarebbero necessarie lunghe soste. Il secondo è il grande numero di uomini necessario per l’operazione: per snidare una decina di cecchini è _spesso necessaria una intera compagnia di fucilieri. Il pericolo dei tiratori appostati sui tetti resta uno dei più gravi, anche se le armi di bordo del carro hanno soprattutto la funzione di battere a intermittenza le parti superiori degli edifici. [N.d.T.]
6 Oggi l’elicottero è l’arma aerea più micidiale in funzione antinsurrezionale. La sola difesa contro gli elicotteri è il sangue freddo. Si potrebbe quasi parafrasare l’espressione prima citata a proposito dei carri: “elicottero fermo, elicottero morto.” Oltre che per il mitragliamento dall’alto, l’elicottero serve oggi anche per lo spostamento rapido di piccoli reparti da un punto all’altro della zona di operazioni. Quando però si conoscano le caratteristiche tecniche e d’impiego del mezzo, la calma di chi è esposto all’attacco suggerisce
di volta in volta i metodi migliori per opporvisi. [N.d.T.]
7_ Qui si allude evidentemente ai gas asfissianti, che avevano dato tragica prova durante la prima guerra mondiale.
Oggi gli aggressivi chimici vanno dai lacrimogeni agli irritanti, ai paralizzanti, sotto forma di gas o di spray. Le forze regolari si astengono però, quando possono, dal loro impiego, sia per la causa ricordata nel testo, sia per timore del cosiddetto “effetto boomerang,” nel caso di un cambiamento di vento o di un rovesciamento di posizioni. I candelotti lacrimogeni appena “sparati” possono essere anche rilanciati a mano (eventualmente con l’uso di guanti da sciatore) contro chi li ha lanciati. Il vero pericolo dei candelotti lacrimogeni sta nell’abitudine, ormai invalsa presso molte polizie di tutto il mondo, di lanciarli non a parabola, come prescritto, ma direttamente ad altezza d’uomo, trasformandoli così in proiettili micidiali. Ma questo pericolo vale soltanto per le manifestazioni di gran massa, mentre nel combattimento insurrezionale i combattenti agiscono in piccoli gruppi opportunamente distanziati. [N.d.T.]
8 L’autore dimentica la grande utilità dei natanti militari per il trasporto di truppe ove la situazione lo consenta. [N.d.T.]
9 Nella traduzione abbiamo accolto, come si sarà già notato, il francesismo, ma spesso lo abbiamo sostituito con “carabinieri,” sia pure in modo sbrigativo. Il fatto è che la distinzione tra police e gendarmerie è quella che esisterebbe tra “pubblica sicurezza” e “polizia d’ordine pubblico,” oppure tra “pubblica sicurezza” e “polizia militare.” Poiché in tempo di “pace” la polizia militare (carabinieri in Italia, carabineiros in Spagna, ecc.) _ha prevalentemente funzioni di repressione dei moti di piazza, e, in genere, di difesa dell’ordine
costituito, la distinzione tra essa e i reparti “celeri” di P.S. si riduce a ben poco. [N.d.T.]
10 Esattamente al contrario della P.S. italiana, per esempio, la quale, è bene ricordarlo, “porta le stellette,” il che significa che è parte integrante delle forze armate dello Stato. [N.d.T.]
11 Oggi questo sistema è comune a tutte le polizie di tutto il mondo. [N.d.T.]
12 Per un’ottima trattazione di questo lungo lavoro preliminare, abbondantemente documentato, delle giornate d’Ottobre e degli avvenimenti che immediatamente seguirono, fino alla fuga di Kerenski, si veda JEAN-PAUL OLLIVIER, Quando farà giorno, compagno? Storia della Rivoluzione d’Ottobre, trad. di R.
Petrillo, Feltrinelli, Milano, 1967.13 ANULOV, Sinossi della tattica del combattimento urbano, nella
raccolta II combatti¬mento urbano, Mosca 1924, p. 77. 1
4 Regolamento sul servizio campale dell’Armata rossa, paragrafo X, p. 10.
15 ANULOV, op. cit., p. 88.
16 LENIN, Le opere, cit. Gli insegnamenti dell’insurrezione di Mosca, p. 440.
17 ANULOV, op. cit., p. 83.
18 Cfr. K. MARX-F. ENGELS, Rivoluzione e controrivoluzione in Germania, in II 1848 in Germania e in Francia, Roma, Edizioni Rinascita, 1948, p. 99. LENIN, Le opere cit p. 973.
19 LENIN, Le opere, cit., Consigli d’un assente, p. 974. Cfr. anche nota precedente.
20 Queste informazioni ci vengono da un articolo anonimo del “Giornale politico e militare,” pubblicazione comunista tedesca, 1923, n. 2.
22 A questo punto il piano tattico insurrezionale generale deve anche prevedere la dislocazione dei principali posti di medicazione e di ricovero dei feriti. È stato dimostrato che questo provvedimento, da portare a conoscenza di tutti i capi delle unità grandi e piccole, avrebbe oggi, contrariamente a quanto si pensava una quarantina d’anni fa, anche un positivo effetto psicologico sugli uomini dei reparti. In una grande città la cosa non è difficile, ma va prevista a tempo debito. [N.d.T.]

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...."L’ineguaglianza dello sviluppo economico e politico è una legge assoluta del capitalismo. Ne risulta che è possibile il trionfo del socialismo all’inizio in alcuni paesi o anche in un solo paese capitalistico, preso separatamente...." Lenin -Sulla parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa-Pubblicato sul Sozial-Demokrat, n. 44, 23 agosto 1915.
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