Friedrich Engels : Due discorsi a Elberfeld

Friedrich Engels

Due discorsi a Elberfeld (1)

[I]

Signori!
Come loro hanno appena ascoltato e come, mi è lecito pensare, è d’altronde universalmente noto, noi viviamo in un mondo di libera concorrenza. Osserviamo dunque un po’ più da vicino questa libera concorrenza e l’ordine del mondo da essa prodotto. Nella nostra odierna società ciascuno lavora per proprio conto, ognuno cerca di arricchirsi a modo suo e non si cura minimamente di ciò che fanno gli altri; di un’organizzazione razionale, di una divisione dei lavori non c’è nemmeno da parlare, anzi al contrario, ognuno cerca di passare avanti all’altro, cerca di sfruttare l’occasione propizia per il suo vantaggio privato e non ha né tempo né voglia di pensare che il suo interesse in fondo coincide con quello di tutti gli altri uomini.

Il singolo capitalista sta in lotta con tutti gli altri capitalisti, il singolo operaio con tutti gli altri operai; tutti i capitalisti lottano contro tutti gli operai, come la massa degli operai necessariamente deve a sua volta lottare contro la massa dei capitalisti. In questa guerra di tutti contro tutti, in questo disordine generale e sfruttamento reciproco, sta l’essenza dell’odierna società borghese.

Ma una tale economia sregolata, signori, alla lunga finisce necessariamente per conseguire i risultati più deleteri per la società; il disordine su cui si fonda, la noncuranza verso il benessere vero, generale, presto o tardi finiscono per venire alla luce in modo clamoroso. La rovina della piccola classe media, del ceto che era il fondamento capitale dello Stato nel secolo passato, è il primo effetto di questa lotta. Noi vediamo infatti quotidianamente come questa classe della società venga schiacciata dalla potenza del capitale, come ad esempio il singolo maestro sarto perda i suoi migliori clienti per la presenza dei negozi di vestiti confezionati, i falegnami li perdano per la presenza dei magazzini di mobili, e come da piccoli capitalisti, da membri della classe abbiente, vengano trasformati in proletari dipendenti, che lavorano per conto di altri, in membri della classe nullatenente.

La rovina della classe media è un effetto tanto deplorato della nostra tanto decantata libertà professionale, è un risultato inevitabile dei vantaggi che il grande capitalista ha sui concorrenti meno abbienti, è il più energico segno di vita della tendenza del capitale a concentrarsi in poche mani. Questa tendenza del capitale è stata anch’essa osservata da molti; è generale la deplorazione per il fatto che la proprietà si accumuli ogni giorno di più nelle mani di pochi, mentre per converso la grande maggioranza della nazione s’impoverisce sempre più.

Sorge così la netta contrapposizione fra pochi ricchi, da un lato, e molti poveri, dall’altro; una contrapposizione che in Inghilterra e in Francia è già pervenuta a vette minacciose e che, anche da noi, progredisce ogni giorno facendosi sempre più aspra. Ma fin quando verrà conservata l’attuale base della società, sarà impossibile contenere il progrediente arricchimento da parte di pochi individui e il progrediente impoverimento da parte della grande massa; la contrapposizione si farà sempre più netta, finché la situazione estrema costringerà la società a riorganizzarsi secondo principi più razionali.

Queste, signori, non sono però affatto tutte le conseguenze della libera concorrenza. Poiché ciascuno produce e consuma per suo conto, senza curarsi molto della produzione e del consumo degli altri, deve necessariamente verificarsi assai presto una sproporzione stridente fra produzione e consumo. Poiché inoltre la società odierna affida la distribuzione dei beni prodotti ai commercianti, agli speculatori e ai dettaglianti, ognuno dei quali a sua volta ha l’occhio rivolto soltanto al proprio vantaggio, anche nella ripartizione dei prodotti, — a prescindere dalla impossibilità per i nullatenenti di procurarsene una quota sufficiente, — anche nella ripartizione dei prodotti si verificherà la medesima sproporzione.

Dove trova i mezzi il fabbricante per sapere in quale quantità il suo articolo occorre su questo o quel mercato e, quand’anche potesse saperlo, quale sarà la quantità inviata su quel mercato dai suoi concorrenti? Come fa a sapere, lui che nella maggior parte dei casi non sa neppure dove andrà la merce che fabbrica, come fa a sapere poi quanta ne forniranno su quel mercato determinato i suoi concorrenti esteri? Il fabbricante non sa nulla di tutto ciò, egli fabbrica, come i suoi concorrenti, alla cieca e si consola con il fatto che anche gli altri devono fare altrettanto. Suo unico punto di riferimento è il livello dei prezzi, che è eternamente oscillante e che, se si tratta di mercati lontani, nel momento in cui spedisce la merce è già tutto diverso da quello che esisteva nel momento in cui è stata scritta la lettera con la quale lo si informava proposito, e che nel momento in cui la merce arriva è di nuovo diverso a quello del momento in cui è stata spedita. Data tale mancanza di regola nella produzione, è del tutto naturale che ad ogni istante intervengano arresti di circolazione, i quali ovviamente saranno tanto più considerevoli quanto più progrediti sono l’industria e il commercio di un paese.

Il paese dall’industria più perfezionata, l’Inghilterra, ci offre perciò a questo proposito gli esempi più evidenti. A causa della circolazione perfezionata, a causa dei molti speculatori e commissionari infiltratisi tra il fabbricante produttore e il consumatore reale, per il fabbricante inglese è molto più difficile, rispetto a quello tedesco, essere informato anche solo minimamente sul rapporto in cui si trovano le scorte e la produzione nei confronti del consumo; per giunta deve rifornire quasi tutti i mercati del mondo, quasi in nessun caso viene a sapere dove vada la sua merce, cosicché succede spesso, data l’enorme forza produttiva dell’industria inglese, che tutti i mercati risultino improvvisamente saturi. La circolazione ristagna, le fabbriche lavorano a metà tempo o non lavorano affatto, si verifica una serie di fallimenti, le scorte devono essere smaltite a prezzi irrisori e una grossa parte del capitale, faticosamente raccolto, va di nuovo perduta a causa di tale crisi commerciale.

Di queste crisi commerciali ne abbiamo avuta in Inghilterra tutta una serie dall’inizio del secolo e negli ultimi venti anni ce n’è stata una ogni cinque o sei anni (2). Le ultime, quelle del 1837 e del 1842, saranno ancora chiaramente nel ricordo della maggior parte di lor signori. E se la nostra industria fosse così grandiosa, se il nostro smercio cosi ramificato come l’industria e il commercio dell’Inghilterra, noi avremmo gli stessi risultati, mentre adesso nell’industria e nella circolazione l’effetto della concorrenza si fa sentire in una generale, durevole depressione di tutti i rami d’affari, in un malinconico stato medio tra la decisa fioritura e il deperimento totale, in uno stato di stagnazione moderata, cioè nella stabilità.

Qual è, signori, la vera causa di questi inconvenienti? Quale origine hanno la rovina della classe media, la netta contrapposizione fra poveri e ricchi, gli arresti della circolazione e il conseguente spreco di capitale? Nessun’altra origine che il frazionamento degli interessi. Noi tutti lavoriamo ciascuno per il proprio vantaggio, incuranti del benessere degli altri, ma è una verità palese, una verità ovvia, che l’interesse, il benessere, la felicità di ogni individuo sono inscindibilmente collegati a quelli dei suoi simili. Tutti dobbiamo ammettere che nessuno di noi può fare a meno del suo prossimo, che già l’interesse ci tiene tutti vincolati l’uno all’altro, eppure con le nostre azioni colpiamo apertamente in faccia tale verità, eppure organizziamo la nostra società come se i nostri interessi non fossero i medesimi, ma invece in tutto e per tutto contrapposti l’uno con l’altro. Abbiamo visto quali siano state le conseguenze di questo errore di fondo; se vogliamo eliminare tali pessime conseguenze, dobbiamo correggere l’errore di fondo, e ciò appunto è quel che intende fare il comunismo.

Nella società comunista, dove gli interessi dei singoli non sono reciprocamente contrapposti, ma uniti, la concorrenza è superata. È ovvio che non si parlerà più della rovina di una classe, anzi più in generale non si parlerà più delle classi, come oggi di ricchi e poveri. Così come, per quel che riguarda la produzione e la ripartizione dei beni necessari per vivere, sparirà il guadagno privato, l’obiettivo del singolo di arricchire per proprio conto, e spariranno da sé le crisi della circolazione. Nella società comunista sarà cosa facile conoscere sia la produzione che il consumo. Poiché si sa quanto occorre in media a un singolo, sarà facile calcolare di quanto avrà bisogno un certo numero di individui, e siccome la produzione non sarà più nelle mani di singole persone private che mirano al guadagno, ma nelle mani della comunità e della sua amministrazione, sarà una cosa da nulla regolare la produzionesui bisogni.

Vediamo dunque che nell’organizzazione comunista i malanni principali dell’odierno assetto sociale spariscono. Se però andiamo un po’ più nei particolari, ci accorgiamo che i vantaggi di una tale organizzazione non si fermano qui, ma vengono eliminati molti altri inconvenienti, fra i quali oggi ricorderò soltanto alcuni inconvenienti di carattere economico.

L’odierna organizzazione della società è certamente la meno razionale e pratica che sia possibile immaginare. La contrapposizione degli interessi porta con sé che una gran massa di forza-lavoro viene usata in modo che la società non ne tragga alcun utile e una notevole quantità di capitale va inutilmente perduta senza riprodursi. Basta osservare le crisi commerciali; vediamo come masse di prodotti, che pure sono tutti frutto della fatica degli uomini, vengono liquidate a prezzi che lasciano in perdita il venditore; vediamo come nei fallimenti scompaiano dalle mani del proprietario masse di capitali che pure sono stati accumulati con fatica. Ma esaminiamo più da vicino l’odierna circolazione. Si consideri attraverso quante mani deve passare ogni prodotto prima di giungere in quelle del consumatore reale, considerino, signori, quanti intermediari superflui e speculatori si sono intrufolati oggi fra i produttori e i consumatori!

Facciamo un esempio, prendiamo una balla di cotone fabbricata nell’America del nord. La balla passa dalle mani del piantatore in quelle dell’agente commerciale in un qualsiasi scalo del Mississippi, poi viaggia giù per il fiume verso New Orleans. Qui viene venduta, — per la seconda volta, perché l’agente l’aveva già comprata dal piantatore, — venduta, per me, a uno speculatore, il quale a sua volta la vende all’esportatore. La balla va ora, supponiamo, a Liverpool, dove nuovamente un avido speculatore vi mette le mani sopra e se ne impadronisce. Costui la tratta con un commissionario il quale compra per conto, diciamo, di una casa tedesca. Così la balla viaggia per Rotterdam, risale il Reno, passa tra le mani di una dozzina di spedizionieri, viene scaricata e caricata una dozzina di volte, e solo dopo giunge fra le mani, non del consumatore, ma del fabbricante, il quale soltanto la trasforma in un prodotto adatto al consumo, può darsi però che dia il suo filo al tessitore, questi passa il tessuto allo stampatore, costui al grossista e questo a sua volta al dettagliante, il quale infine fornisce la merce al consumatore. E tutti questi intermediari, speculatori, agenti commerciali, esportatori, commissionari, spedizionieri, grossisti e dettaglianti, che pure non fanno nulla alla merce, vogliono tutti vivere e tirarci fuori il loro profitto, e in realtà in complesso lo hanno questo profitto, perché altrimenti non esisterebbero.

Signori, per portare una balla di cotone dall’America in Germania e far giungere il prodotto finito nelle mani del consumatore reale, non c’è una strada più semplice, più economica, di questo lungo cammino attraverso dieci vendite, cento trasbordi e viaggi da un magazzino all’altro? Non è questa una prova convincente del grande spreco di forza-lavoro causato dal frazionamento degli interessi? Nella società organizzata razionalmente non c’è nemmeno da parlare di tali circostanziati trasporti. Allo stesso modo in cui è facile sapere, tanto per restare all’esempio, quale quantità di cotone o di prodotti di cotone impiega una singola colonia, allo stesso modo è facile per l’amministrazione centrale venire a sapere qual è la quantità impiegata nel complesso dai villaggi e dai comuni del paese. Una volta che sia stata organizzata una tale statistica, il che può avvenire facilmente in due o tre anni, la media del consumo annuale cambierà soltanto in rapporto all’aumento della popolazione; è dunque cosa facile stabilire in anticipo, a tempo opportuno, quale quantità di ogni articolo richiederà il fabbisogno della popolazione: l’intero, grosso quantitativo verrà ordinato direttamente alla fonte e lo si potrà far venire direttamente, senza intermediari, senza più soste e trasbordi che non siano realmente fondati nella natura delle comunicazioni, cioè con un grande risparmio di forza-lavoro; non sarà necessario pagare il loro utile agli speculatori, ai commercianti all’ingrosso e al minuto.

Ma non è tutto: questi intermediari in tal modo saranno resi non solamente innocui per la società, ma addirittura utili. Mentre adesso, con svantaggio di tutti gli altri, fanno un lavoro che nel migliore dei casi è superfluo, pur procurando loro di che vivere, anzi in molti casi procura loro grandi ricchezze, mentre dunque adesso sono direttamente dannosi al bene generale, dopo avranno le mani libere per un’attività utile, e potranno darsi a un’occupazione in cui dimostrare di essere membri effettivi, non soltanto apparenti, finti, della società umana e partecipare realmente alla sua attività generale.

La società odierna, che induce il singolo individuo a sentirsi nemico di tutti gli altri, genera in tal modo una guerra sociale di tutti contro tutti che in taluni, specialmente se incolti, finisce inevitabilmente per assumere una forma brutale, barbaricamente violenta: la forma del delitto. Per proteggersi dal delitto, dall’aperto atto di violenza, la società ha bisogno di un esteso, intricato organismo di autorità amministrative e giudiziarie, che occupa una massa infinita di forze-lavoro. Nella società comunista anche questo organismo sarebbe infinitamente semplificato, e proprio perché, — per quanto possa apparire bizzarro, — proprio perché in tale società l’amministrazione avrebbe da governare non solamente singoli aspetti della vita sociale, ma l’intera vita sociale in tutte le sue singole attività, in tutti i suoi aspetti.

Togliendo l’opposizione del singolo individuo contro tutti gli altri, — contrapponendo alla guerra sociale la pace sociale, colpendo alla radice il delitto, — noi rendiamo superflua la maggior parte, di gran lunga la maggior parte dell’odierna attività delle autorità amministrative e giudiziarie. Già ora scompaiono i delitti passionali in confronto ai delitti commessi per calcolo, per interesse; diminuiscono i delitti contro le persone, aumentano quelli contro la proprietà. I progressi della civiltà mitigano le esplosioni violente della passione già nella società attuale, che pure sta sul piede di guerra, quanto più dunque nella pacifica società comunista! I delitti contro la proprietà spariscono da sé, quando ciascuno riceve ciò che gli occorre per appagare i suoi impulsi naturali e spirituali, quando spariscono le graduazioni e le differenze sociali.

La giustizia penale cessa da sola, la giustizia civile, che invece tratta quasi esclusivamente situazioni patrimoniali o almeno quelle situazioni che presuppongono lo stato di guerra sociale, anch’essa sparisce. Le controversie potranno verificarsi soltanto come rare eccezioni, laddove oggi sono la naturale conseguenza dell’inimicizia generale, e saranno facilmente appianate da arbitri. Anche per le autorità amministrative la fonte della loro occupazione sta oggi nel perenne stato di guerra: la polizia e l’intera amministrazione non fa nient’altro che preoccuparsi affinché la guerra resti coperta, indiretta, affinché non degeneri in violenza aperta, in delitto. Se però è infinitamente più facile mantenere la pace piuttosto che confinare la guerra entro determinati limiti, è anche infinitamente più facile amministrare una comunità comunista piuttosto che una comunità fondata sulla concorrenza.

E se già adesso la civiltà ha insegnato agli uomini a cercare il loro interesse nel mantenimento dell’ordine pubblico, della pubblica sicurezza, del pubblico interesse, cioè a rendere il più possibile superflue la polizia, l’amministrazione e la giustizia, quanto più ciò accadrà in una società nella quale la comunità degli interessi è stata elevata a principio fondamentale, nella quale l’interesse pubblico non si distingue più da quello di ogni singolo! Ciò che già ora esiste nonostante l’organizzazione sociale, quanto più si verificherà quando le istituzioni sociali, non solamente non lo ostacoleranno più, ma lo sosterranno! Anche per questo aspetto dunque possiamo contare su una considerevole crescita di forze-lavoro, che oggi ci vengono sottratte dall’assetto della società.

Una delle istituzioni più dispendiose, di cui la società attuale non può fare a meno, sono gli eserciti permanenti, i quali sottraggono alla nazione la parte più robusta, più utile, della popolazione e la costringono a nutrire questa parte divenuta in tal modo improduttiva. Noi sappiamo dal nostro bilancio statale quanto ci costa l’esercito permanente: ventiquattro milioni all’anno e il ritiro dalla produzione di duecentomila braccia fra le più robuste. Nella società comunista non verrebbe in mente a nessuno di pensare a un esercito permanente. A che cosa dovrebbe servire? A conservare la tranquillità interna del paese? Ma, come abbiamo visto prima, non verrebbe in mente a nessuno di turbare questa tranquillità interna. Il timore di qualche rivoluzione è infatti solo la conseguenza del contrasto degli interessi; dove gli interessi di tutti coincidono, non si può nemmeno parlare di un tale timore. A una guerra d’aggressione? Come potrebbe giungere, una società comunista, a intraprendere una guerra d’aggressione, lei che sa benissimo come in quella guerra perderebbe soltanto uomini e capitale, mentre al massimo potrebbe guadagnarci qualche provincia riluttante, cioè tale da portare un turbamento nell’ordine sociale! Per una guerra di difesa? Per questo non ci sarà bisogno di nessun esercito permanente, perché sarà facile addestrare ogni membro idoneo della società, accanto alle sue restanti occupazioni, e dargli una vera abilità nelle armi, non quella da parata, nella misura in cui occorre per difendere il paese.

E considerino, signori, che il membro di una tale società nel caso di una guerra, la quale d’altronde potrebbe aversi soltanto contro nazioni anticomuniste, ha da difendere una patria reale, un focolare reale, e dunque combatterebbe con un entusiasmo, con una tenacia, con un coraggio, di fronte ai quali il macchinale addestramento di una moderna armata finirebbe per disperdersi come paglia al vento; considerino quali miracoli ha fatto l’entusiasmo delle armate rivoluzionarie dal 1792 al 1799, che pure combattevano per una illusione, per una patria apparente, e non si potrà non comprendere quale deve essere la forza di un esercito il quale si batta non per un’illusione, ma per una realtà palpabile. Queste innumerevoli masse di forze-lavoro, che ora vengono sottratte ai popoli civili dalle armate, in un’organizzazione comunista verrebbero quindi riconsegnate al lavoro e non solo produrrebbero quanto consumano, ma anzi potrebbero fornire ai magazzini pubblici una quantità di prodotti molto maggiore di quella occorrente per il loro sostentamento.

Uno spreco ancora peggiore di forze-lavoro si verifica nella società esistente per la maniera con cui i ricchi sfruttano la loro posizione sociale. Non voglio neppure parlare del molto lusso inutile e francamente ridicolo che trova la sua origine nella mania di distinzione e occupa una massa di forze-lavoro. Ma, signori, entrino una volta senza riguardi nella casa, nel più intimo santuario di un ricco, e mi dicano se non si tratta del più folle sperpero di forza-lavoro, quando una folla di persone viene tenuta li a servire un unico individuo e tutte le sue occupazioni consistono nel poltrire o, a dir molto, in lavori originati dal fatto che ogni persona sta isolata fra le sue quattro pareti. Questa folla di cameriere, cuoche, lacchè, cocchieri, domestici, giardinieri e come altro si chiamano, in realtà che cosa fanno? Quanto pochi i momenti della giornata in cui sono occupati, per rendere veramente gradevole la vita a sua signoria, per facilitare a sua signoria il libero affinamento ed esercizio della sua natura umana e delle sue potenzialità innate, mentre per molte ore durante la giornata si dedicano a lavori che esistono solo per la cattiva organizzazione dei nostri rapporti sociali: stare sul retro della carrozza, obbedire ai grilli di sua signoria, portare i cani da grembo e altre ridicolaggini.

Nella società organizzata razionalmente, in cui ognuno è messo nella condizione di vivere anche senza essere schiavo dei grilli dei ricchi e senza farsi venire in testa questi grilli, in tale società naturalmente anche la forza-lavoro così sperperata al servizio del lusso potrà essere impiegata a vantaggio di tutti e di ciascuno.

Un ulteriore spreco di forza-lavoro ha luogo nella società odierna direttamente per opera della concorrenza, in quanto crea un gran numero di operai disoccupati, i quali vorrebbero lavorare, ma non possono avere lavoro. Poiché infatti la società non è per nulla organizzata in modo che si possa avere notizia dell’impiego reale delle forze-lavoro, poiché il singolo deve cercarsi da solo una fonte di guadagno, è del tutto naturale che nella ripartizione dei lavori realmente o apparentemente utili un certo numero di operai rimanga a mani vuote. E ciò accade tanto più quando la lotta della concorrenza spinge ogni individuo a fare il massimo sforzo per utilizzare tutti i vantaggi che gli si offrono, a sostituire forze-lavoro care con forze-lavoro più a buon mercato, cosa per cui la progrediente civiltà offre mezzi ogni giorno maggiori, ovvero, in altre parole, quando ciascuno deve darsi da fare per rendere gli altri disoccupati, per soppiantare in una maniera o nell’altra il lavoro altrui.

Cosicché in ogni società civile c’è un gran numero di gente disoccupata, che vorrebbe lavorare, ma non trova nessun lavoro, e questo numero è più grande di quel che normalmente si creda. Ecco allora che vediamo questa gente prostituirsi in un modo o nell’altro, mendicare, spazzare le strade, stare sugli angoli, tenere insieme corpo e anima con pena e fatica per mezzo di piccoli servizi occasionali, trafficare e andare di porta in porta con ogni pensabile piccola mercanzia, oppure, come noi questa sera abbiamo visto fare da un paio di povere ragazze, trascinarsi di luogo in luogo con la chitarra, recitare e cantare per denaro, obbligate a sopportare ogni discorso sfrontato, ogni affronto insolente, solo per guadagnare un paio di grossi. E quante ce ne sono infine che cadono vittime della prostituzione vera e propria!

Signori, il numero di questi disoccupati, ai quali non resta altro che in un modo o nell’altro prostituirsi, è assai grande, — possono dircelo i nostri uffici per l’assistenza pubblica, — e non dimentichino che la società in una maniera o nell’altra nutre queste persone nonostante la loro improduttività. Se dunque la società deve sopportare le spese del loro mantenimento, dovrebbe anche fare in modo che tali disoccupati guadagnassero onorevolmente il loro sostentamento. Ma questo la società odierna, fondata sulla concorrenza, non può farlo.

Se loro, signori, considereranno tutto questo, — e avrei potuto citare ancora una quantità di esempi sul modo in cui l’odierna società sperpera le sue forze-lavoro, — se considereranno tutto questo, riscontreranno che la società umana ha a disposizione una sovrabbondanza di forze produttive, la quale non aspetta altro che un’organizzazione razionale, una distribuzione ordinata, per mettersi in attività con il massimo vantaggio per tutti. Potranno così giudicare, signori, quanto poco fondato sia il timore che, in una giusta distribuzione dell’attività sociale, il singolo finisca per essere caricato con una tale mole di lavoro da rendergli impossibile di dedicarsi ad altre cose. Al contrario, possiamo supporre che in una tale organizzazione l’orario di lavoro oggi consueto per il singolo verrà ridotto alla metà, anche solo utilizzando le forze-lavoro ora non impiegate o impiegate in modo improduttivo.

Nondimeno, i vantaggi offerti dall’assetto comunista mediante l’utilizzazione delle forze-lavoro sprecate, questi vantaggi non sono ancora i più importanti. Il massimo risparmio di forza-lavoro sta nella unione delle singole energie trasformate in energia sociale collettiva e nell’assetto che poggia su tale concentrazione di energie fino a oggi reciprocamente contrapposte. Mi rifarò qui alle proposte del socialista inglese Robert Owen, perché sono le più pratiche e quelle maggiormente elaborate.

Owen propone, al posto delle città e dei villaggi attuali, con le loro case d’abitazione isolate e intralciatesi l’una con l’altra, di innalzare grandi palazzi i quali, costruiti su un quadrato di circa 1.650 piedi di lato, abbiano all’interno un grande giardino e possano albergare comodamente due o tremila persone. È evidente che un tale edificio, mentre offre agli abitanti le comodità delle migliori abitazioni attuali, può essere costruito con economia e facilità molto maggiori rispetto alle abitazioni singole, in massima parte peggiori, che secondo il sistema odierno sono necessarie per lo stesso numero di persone. Le molte stanze che ora, quasi in ogni casa perbene, restano vuote o vengono usate una o due volte l’anno, spariscono senza produrre alcuna scomodità; allo stesso modo, grandissimo è il risparmio di spazio per dispense, cantine, ecc. Se però entriamo nei particolari del governo della casa, più che mai ci rendiamo conto dei vantaggi della comunità. Quale massa di lavoro e materiale non viene sprecata con l’attuale sistema di governare le case in modo frazionato! Per esempio nel riscaldamento! È necessario avere una stufa particolare per ogni stanza; ogni stufa deve essere riscaldata, tenuta accesa, controllata a sé; il combustibile dev’essere portato fino a ciascuna di queste diverse stufe, da cui poi bisogna togliere la cenere; quanto più semplice ed economico sarebbe mettere al posto di questi impianti isolati un magnifico impianto generale, per esempio con tubi a vapore e un unico centro di riscaldamento, come già ora avviene nei grandi locali d’intrattenimento, nelle fabbriche, nelle chiese, ecc.

Inoltre l’illuminazione a gas, che adesso è ancora dispendiosa per il fatto che perfino i tubi più sottili devono essere collocati sotto terra e che i tubi in generale, dato il grande spazio da illuminare nelle nostre città, devono essere di lunghezza spropositata, mentre con l’assetto proposto tutto è concentrato in uno spazio di 1.650 piedi a forma quadrata, pur essendo uguale il numero delle fiamme accese, si ha quindi perlomeno il medesimo risultato che si ottiene in una città media. Poi la preparazione dei pasti: quale spreco di spazio, materiale e forza-lavoro con l’attuale sistema frazionato, dove ogni famiglia cuoce a parte il suo poco cibo, possiede stoviglie distinte, impiega una cuoca distinta, deve andare a prendere a parte le sue vivande al mercato, nell’orto, dal macellaio e dal fornaio! Si può tranquillamente supporre che, se i cibi venissero preparati e serviti in comune, verrebbero risparmiati due terzi delle forze-lavoro ora impiegate in questa occupazione e che il restante terzo potrebbe fare il suo lavoro meglio e con più attenzione di quanto non avvenga ora. E infine gli stessi lavori domestici! Non sarà forse infinitamente più facile pulire e tenere in buon ordine un tale edificio se, come qui è possibile, anche questo genere di lavoro viene organizzato e metodicamente ripartito, piuttosto che le due o trecento case divise a cui si arriverebbe se, con l’assetto attuale, si volesse avere un eguale numero di abitazioni?

Questi, signori, sono soltanto alcuni degli infiniti vantaggi che, sotto l’aspetto economico, inevitabilmente deriverebbero da un’organizzazione comunista della società umana. Non ci è possibile, in poche ore e in poche parole, chiarire loro il nostro principio e debitamente motivarlo sotto tutti gli aspetti. Né questa è assolutamente la nostra intenzione. Noi non possiamo e vogliamo altro che dare chiarimenti su alcuni punti e sollecitare coloro a cui l’argomento sia ancora estraneo, a studiarlo. E nutriamo la speranza di aver perlomeno chiarito loro, questa sera, che il comunismo né contrasta alla natura umana, all’intelletto e al cuore, né è una teoria la quale, non tenendo in alcuna considerazione la realtà, affonda le proprie radici soltanto nella fantasia.

Ci si domanda come si debba tradurre in realtà questa teoria, quali provvedimenti sia necessario proporre per prepararne l’attuazione. Vi sono diverse strade che conducono a tale meta: gli inglesi inizieranno probabilmente erigendo singole colonie e lasciando che ciascuno decida se entrarvi o no; i francesi invece prepareranno e attueranno il comunismo certamente su base nazionale. Come affronteranno la cosa i tedeschi, su questo si può dire poco data la novità del movimento sociale in Germania. Intanto, fra le molte possibili vie di preparazione, ne ricorderò una di cui si è ripetutamente parlato negli ultimi tempi, cioè l’attuazione di tre provvedimenti che inevitabilmente avrebbero come conseguenza il comunismo pratico.

Il primo sarebbe l’educazione generale di tutti i bambini senza eccezione a spese dello Stato, un’educazione eguale per tutti e che duri fino al momento in cui l’individuo sia capace di agire come membro autonomo della società. Questo provvedimento sarebbe soltanto un atto di giustizia nei confronti dei nostri confratelli privi di mezzi, perché evidentemente ogni uomo ha diritto allo sviluppo completo delle proprie capacità, e la società manca doppiamente verso il singolo quando rende l’ignoranza una conseguenza necessaria della povertà. È palmare che la società trae maggior profitto da membri colti piuttosto che da membri ignoranti, rozzi, e se un proletariato colto, come c’è probabilmente da attendersi, non sarebbe disposto a restare nella posizione conculcata in cui si trova il nostro odierno proletariato, tuttavia parimenti solo da una classe operaia colta c’è da attendersi quella calma e assennatezza che sono necessarie per trasformare pacificamente la società. Che però neppure il proletariato incolto abbia tanta voglia di rimanere nella sua situazione, ce lo dimostrano anche per la Germania i disordini della Slesia e della Boemia (3), per non parlare poi di altri popoli.

Il secondo provvedimento sarebbe una totale riorganizzazione dell’assistenza pubblica, tale che tutti i cittadini disoccupati vengano ricoverati in colonie, dove siano impiegati in lavori agricoli e industriali e il loro lavoro sia organizzato a utilità dell’intera colonia. Fino a oggi i capitali dell’amministrazione della pubblica assistenza sono stati prestati a interesse, dando così ai ricchi altri mezzi per sfruttare i nullatenenti. Si facciano una buona volta lavorare questi capitali davvero a profitto dei poveri, si impieghi per i poveri l’intero utile di questi capitali, e non semplicemente il loro interesse del tre per cento, si dia un magnifico esempio di associazione fra capitale e lavoro! In questo modo la forza-lavoro di tutti i disoccupati verrebbe impiegata a profitto della società, e loro stessi da paupers avviliti, moralmente degradati, sarebbero trasformati in uomini morali, indipendenti, attivi, e posti in una condizione che assai presto agli operai isolati apparirebbe invidiabile e che preparerebbe la riorganizzazione decisiva della società.

Questi due provvedimenti richiedono denaro. Per procurare questo e insieme per sostituire l’attuale complesso di imposte ingiustamente ripartite, nel presente piano di riforma si propone un’imposta generale, progressiva, sul capitale, il cui tasso percentuale salga con le dimensioni di quest’ultimo. In tal modo il peso della pubblica amministrazione verrebbe a gravare su ciascuno secondo le sue capacità e non più, come avvenuto finora in tutti i paesi, principalmente sulle spalle di coloro che meno sono in grado di pagare. D’altronde il principio della tassazione è in fondo un principio puramente comunista, visto che il diritto di levare imposte in tutti i paesi viene fatto derivare dalla cosiddetta proprietà nazionale. Ora, o la proprietà privata è sacra, e allora non esiste nessuna proprietà nazionale e lo Stato non ha il diritto di levare imposte; oppure lo Stato ha questo diritto, e allora la proprietà privata non è sacra, la proprietà nazionale sta al di sopra della proprietà privata, e lo Stato è il vero proprietario. Quest’ultimo è il principio universalmente ammesso, ebbene, signori, per ora noi rivendichiamo appunto soltanto che si prenda finalmente sul serio questo principio, che lo Stato si dichiari proprietario generale e, come tale, amministri la proprietà pubblica per il bene pubblico, e che, come primo passo in questo senso, introduca un modo di tassazione regolato sulla capacità di ciascuno di pagare le imposte e sul reale bene pubblico.

È chiaro dunque, signori, che non si intende introdurre la comunità dei beni d’un tratto e contro la volontà della nazione, ma che prima di tutto si tratta soltanto di fissare lo scopo e i mezzi e le vie con cui possiamo avvicinarci a questa meta. Tuttavia, che il principio comunista sarà il principio dell’avvenire è confermato dal cammino evolutivo di tutte le nazioni civili, è confermato dal rapido e progressivo dissolversi di tutte le istituzioni sociali esistenti, è confermato dalla sana ragione e innanzi tutto dal cuore dell’uomo.

[II]

Signori!
Nel nostro ultimo incontro mi è stato rimproverato di aver fornito esempi e documenti tratti quasi solamente da paesi stranieri, specie dall’Inghilterra. Francia e Inghilterra, si è detto, non ci riguardano, noi viviamo in Germania, e nostro compito sarebbe dimostrare che il comunismo è cosa necessaria ed eccellente per la Germania. Contemporaneamente ci è stato rimproverato di non aver affatto dimostrato in modo soddisfacente la necessità storica del comunismo in generale. Il che è del tutto giusto, né era possibile altrimenti. Una necessità storica non può essere dimostrata in così breve tempo come l’equivalenza di due triangoli, può essere dimostrata soltanto attraverso lo studio e l’approfondimento di lontane premesse. Comunque oggi farò quanto sta in me per rimuovere ambedue questi rimproveri, tenterò di dimostrare che il comunismo per la Germania, se non fosse una necessità storica, è tuttavia una necessità economica.

Osserviamo in primo luogo la presente situazione sociale della Germania. Che fra noi esiste parecchia povertà, è noto. La Slesia e la Boemia hanno parlato da sé. Della povertà delle zone intorno alla Mosella e dell’Eifel molto ha detto la «Rheinische Zeitung» (4). Nell’Erzgebirge regna da tempo immemorabile una perenne e grande miseria. Aspetto non migliore hanno la Senne e i distretti vestfalici del lino. In tutte le zone della Germania ci si lamenta, né ci si dovrebbe aspettare qualcosa di diverso. Il nostro proletariato è numeroso e deve esserlo, come non possiamo non comprendere alla più superficiale osservazione della nostra situazione sociale. Che nei distretti industriali deve esserci un proletariato numeroso, è nella natura delle cose. L’industria non può esistere senza un gran numero di operai che stiano a sua completa disposizione, che lavorino solo per essa e rinuncino a ogni altro guadagno, un impiego nell’industria rende impossibile, data la concorrenza, ogni altra occupazione. Quindi in tutti i distretti industriali troviamo un proletariato, che è troppo numeroso, troppo appariscente, per poter dire che non c’è.

Nei distretti agricoli invece non esisterebbe proletariato, come si va affermando da molte parti. Ma come è possibile? Nelle zone dove predomina la grande proprietà fondiaria un tale proletariato è necessario, le grandi aziende hanno bisogno di braccianti, uomini e donne, non possono esistere senza proletari. Nelle zone dove la proprietà fondiaria è suddivisa in parcelle, allo stesso modo non è possibile evitare che prenda piede una classe di nullatenenti; i poderi vengono divisi fino a un certo grado, poi non si divide e poiché soltanto uno della famiglia può prendersi il podere, gli altri devono ben trasformarsi in proletari, in operai nullatenenti. Inoltre la divisione procede di solito fino al punto in cui il podere è troppo piccolo per dar da mangiare a una famiglia, e si forma così una classe di persone che, come la piccola classe media delle città, rappresenta una transizione dalla classe abbiente in quella nullatenente, persone che la proprietà trattiene dall’occuparsi altrimenti, ma che pure non sono in grado di tirarci fuori da vivere. Anche fra questa classe regna una grande miseria.

Che questo proletariato debba continuamente aumentare di numero, ce lo garantisce il crescente impoverimento della classe media, di cui ho estesamente parlato otto giorni orsono, e la tendenza del capitale a concentrarsi in poche mani. Non occorre certo che oggi ritorni su questi punti, noterò soltanto come tali cause, che perennemente generano e moltiplicano il proletariato, resteranno le stesse e avranno gli stessi effetti fin quando esisterà la concorrenza.

Il proletariato deve comunque non solo continuare ad esistere, ma anche continuamente estendersi, deve diventare una potenza sempre più minacciosa nella nostra società, finché continueremo a produrre ognuno per proprio conto e in opposizione a tutti gli altri. Il proletariato però un giorno perverrà a un grado di potere e intelligenza, raggiunto il quale non tollererà più di portare il peso dell’intero edificio sociale, che perennemente poggia sulle sue spalle, e pretenderà una ripartizione proporzionata dei gravami e dei diritti sociali; e allora — se la natura umana a quel punto non sarà mutata — non sarà possibile evitare una rivoluzione sociale.

Si tratta di una questione in cui finora i nostri economisti non sono affatto entrati. Costoro non si curano della ripartizione, ma solo della produzione della ricchezza nazionale. Noi però vogliamo per un istante astrarre dal fatto che, come abbiamo appena dimostrato, una rivoluzione sociale è in generale già l’effetto della concorrenza; osserveremo le singole forme sotto cui la concorrenza si presenta, le diverse possibilità economiche per la Germania e vedremo quale effetto si ha in ciascuno dei casi.

La Germania, o per meglio dire lo Zollverein (5) tedesco, ha per il momento una tariffa doganale juste-milieu. I nostri dazi sono troppo bassi per essere veri dazi protettivi, troppo alti per la libertà di commercio. Così sono possibili tre cose: o passiamo alla completa libertà di commercio, o proteggiamo la nostra industria con dazi adeguati, o restiamo al sistema attuale. Consideriamo i singoli casi.

Se proclamiamo la libertà di commercio e sopprimiamo i nostri dazi, tutta la nostra industria eccettuati pochi settori andrà in rovina. Allora non esisteranno più la filatura del cotone, la tessitura meccanica, la maggior parte dei rami dell’industria cotoniera e laniera, branche importanti dell’industria serica, quasi per intero l’estrazione e lavorazione del ferro. Gli operai di tutti questi settori, rimasti d’un tratto disoccupati, verrebbero gettati in massa nell’agricoltura e negli avanzi dell’industria, il pauperismo crescerebbe dappertutto dal suolo, la concentrazione della proprietà nelle mani di pochi verrebbe accelerata da tale crisi e, a giudicare dagli avvenimenti della Slesia, l’effetto di questa crisi sarebbe inevitabilmente una rivoluzione sociale.

Oppure ci diamo dei dazi protettivi. Questi sono divenuti ultimamente i beniamini della maggior parte dei nostri industriali e meritano perciò un esame approfondito. Il signor List ha organizzato in un sistema i desideri dei nostri capitalisti (6), e io mi atterrò a questo sistema da essi più o meno universalmente assunto come un credo. Il signor List propone dazi protettivi gradualmente crescenti, che infine dovranno giungere a un’altezza tale da assicurare ai fabbricanti il mercato del paese; questi dazi, dopo essere rimasti per un certo lasso di tempo alla stessa altezza, dovranno essere di nuovo gradualmente abbassati, di modo che alla fine, dopo una serie di anni, cessi ogni protezione. Supponiamo che questo piano venga attuato, che i dazi protettivi crescenti siano decretati. L’industria si rianima, il capitale ancora inattivo si getta in imprese industriali, la domanda di operai e quindi il salario salgono, le case dei poveri si vuotano, subentra una situazione secondo ogni apparenza estremamente florida. Il che dura fino a quando la nostra industria avrà subito un’espansione sufficiente a rifornire il mercato interno. Di più non potrà espandersi, perché, visto che senza protezione non può mantenere il mercato interno, tanto meno riuscirà a combinare qualcosa sui mercati neutrali contro la concorrenza estera.

A questo punto, pensa il signor List, l’industria è già tanto forte da aver bisogno di una protezione minore, e l’abbassamento può cominciare. Ammettiamolo per un momento. I dazi vengono abbassati. Se non alla prima, certamente alla seconda o terza riduzione doganale, la protezione sarà talmente diminuita da permettere all’industria straniera, diciamolo francamente, all’industria inglese di concorrere con la nostra sul mercato tedesco. Ed è ciò che lo stesso signor List si augura. Ma quali saranno le conseguenze? A partire da questo momento l’industria tedesca deve sopportare tutte le oscillazioni, tutte le crisi di quella inglese. Non appena i mercati d’oltremare saranno saturi di merci inglesi, gli inglesi, proprio come fanno adesso, e come il signor List descrive con molta commozione, riverseranno tutte le loro scorte sul mercato tedesco, il più vicino fra quelli accessibili, e così faranno ancora una volta dello Zollverein il loro «magazzino da rigattiere». Poi l’industria inglese si rianimerà prontamente, perché il suo mercato è il mondo intero, perché il mondo intero non può fare a meno di lei, mentre quella tedesca non è indispensabile neppure al proprio mercato, deve temere in casa sua la concorrenza degli inglesi e soffre per la sovrabbondanza delle merci che questi, durante la crisi dei loro acquirenti, le gettano contro. Cosicché la nostra industria dovrà gustare fino alla feccia tutti i periodi neri di quella inglese, mentre potrà prendere solo parte modesta ai periodi di splendore di quest’ultima: insomma, ci troveremo esattamente al punto in cui ci troviamo ora.

E per chiarire subito il risultato finale, avremo il medesimo stato di depressione in cui si trovano adesso i settori semiprotetti, chiuderà uno stabilimento dopo l’altro senza che ne sorgano di nuovi, le nostre macchine invecchieranno senza che noi siamo in grado di sostituirle con macchine nuove, migliorate, la stagnazione si trasformerà in regresso e, secondo le affermazioni dello stesso signor List, i settori industriali declineranno uno dopo l’altro e infine chiuderanno del tutto. Ma avremo un proletariato numeroso, creato dall’industria, il quale ora non avrà mezzi di sussistenza, non avrà lavoro; e questo proletariato, signori, rivendicherà dalla classe abbiente di essere occupato e nutrito.

Ciò accadrà se i dazi protettivi saranno abbassati. Ora supponiamo che non vengano abbassati, che rimangano, e che si voglia attendere per farlo sino a quando la concorrenza interna dei fabbricanti del paese li abbia resi illusori. La conseguenza sarà che l’industria tedesca, non appena sarà in grado di rifornire totalmente il mercato interno, ristagnerà. Nuovi stabilimenti non sono necessari perché quelli esistenti bastano per il mercato e, come abbiamo detto, non si può pensare a mercati nuovi finché c’è bisogno di protezione. Ma un’industria che non sia in continua espansione non può neppure perfezionarsi. Come verso l’esterno, sarà stazionaria anche verso l’interno. Per essa non esiste il miglioramento del macchinario.

Tuttavia le macchine vecchie non possono essere gettate via e per le nuove non ci sono i nuovi stabilimenti in cui potrebbero trovare impiego. Frattanto altre nazioni progrediscono, e il ristagno della nostra industria diviene ancora una volta un regresso. Presto gli inglesi saranno messi in grado dal loro progresso di produrre talmente a buon mercato da poter concorrere in Germania con la nostra industria arretrata nonostante il dazio protettivo, e poiché nella lotta di concorrenza, come in ogni altra lotta, vince il più forte, la nostra sconfitta finale è certa. Allora si verificherà il medesimo fatto di cui ho appena parlato: il proletariato artificialmente prodotto esigerà dagli abbienti qualcosa che essi, fin tanto che vorranno restare proprietari esclusivi, non potranno fare, e avremo la rivoluzione sociale.

Ora è possibile ancora un caso, cioè quello assai improbabile in cui a noi tedeschi mediante i dazi protettivi riesca di portare la nostra industria a poter concorrere contro gli inglesi senza protezione. Supponiamo che si verifichi questo caso; quale sarà la conseguenza? Non appena noi ci metteremo a fare concorrenza agli inglesi sui mercati esteri, neutrali, insorgerà una lotta per la vita e per la morte tra la nostra industria e quella inglese. Gli inglesi impiegheranno tutte le loro energie per tenerci lontani dai mercati fino a oggi riforniti da loro, e devono farlo, perché vengono attaccati nella loro fonte di vita, nel loro punto più pericoloso. E con tutti i mezzi che hanno a disposizione, con tutti i vantaggi di un’industria secolare, riusciranno a batterci. Costringeranno la nostra industria a restare nei confini del nostro mercato e ad essere stazionaria: e allora si verificherà il medesimo fatto esposto prima, noi restiamo fermi, gli inglesi progrediscono, e la nostra industria, data la sua inevitabile decadenza, non è in grado di nutrire il proletariato da lei artificialmente prodotto. Quindi si verifica la rivoluzione sociale.

Ma, posto che noi battiamo gli inglesi anche sui mercati neutrali, che ci impadroniamo uno dopo l’altro dei loro canali di sbocco, che cosa avremmo guadagnato in questa evenienza tanto bella quanto impossibile? Nel caso più fortunato rifaremmo ancora una volta la carriera industriale che l’Inghilterra ha già fatto prima di noi e prima o poi arriveremmo là dove l’Inghilterra sta adesso, vale a dire alla vigilia di una rivoluzione sociale. Con tutta probabilità, però, non durerebbe nemmeno fino a quel punto. Le continue vittorie dell’industria tedesca rovinerebbero inevitabilmente quella inglese e non farebbero che affrettare in Inghilterra la già imminente massiccia sollevazione del proletariato contro le classi abbienti. Il rapido insorgere della disoccupazione spingerebbe gli operai inglesi alla rivoluzione e, visto come stanno oggi le cose, questa avrebbe ripercussioni enormi sui paesi del continente, specialmente su Francia e Germania, dove sarebbero tanto più forti quanto più numeroso fosse il proletariato artificiale prodotto dalla forzata industria tedesca.

Un tale rivolgimento diverrebbe immediatamente europeo e turberebbe assai bruscamente i sogni dei nostri fabbricanti di un monopolio industriale della Germania. D’altra parte già la concorrenza rende impossibile che l’industria inglese e tedesca esistano pacificamente una accanto all’altra. Ogni industria, lo ripeto, deve progredire per non restare indietro e soccombere, deve espandersi, conquistare nuovi mercati, ingrandirsi di continuo con nuovi stabilimenti, per poter progredire. Siccome però, da quando la Cina è aperta (7), non si possono più conquistare nuovi mercati, ma solo sfruttare meglio quelli esistenti, siccome dunque l’espansione dell’industria in futuro procederà più lentamente di quel che è avvenuto finora, l’Inghilterra oggi può tollerare un concorrente ancor meno che nel passato. Per evitare il declino della propria industria, essa è costretta a schiacciare l’industria di tutti gli altri paesi; il mantenimento del monopolio industriale è per l’Inghilterra non più soltanto una questione di maggiore o minore guadagno, è divenuto una questione vitale.

La lotta di concorrenza tra nazioni è già, comunque, assai più aspra, assai più decisiva, di quella fra individui, perché è una lotta concentrata, una lotta di masse, a cui può mettere termine solo la decisa vittoria degli uni e la decisa sconfitta degli altri. E perciò una tale lotta fra noi e gli inglesi, quale che possa essere il risultato, non sarebbe vantaggiosa né per i nostri industriali, né per quelli inglesi, ma semplicemente, come ho appena dimostrato, si trascinerebbe dietro una rivoluzione sociale.

Abbiamo dunque visto, signori, che cosa debba attendersi la Germania sia dalla libertà di commercio sia dal protezionismo in tutti i casi possibili. Avremmo ancora una sola possibilità economica, vale a dire che restassimo ai dazi juste-milieu ora esistenti. Ma abbiamo già visto prima quali sarebbero le conseguenze. La nostra industria finirebbe per andare in rovina un settore dopo l’altro, gli operai industriali diverrebbero disoccupati e, quando la disoccupazione avesse raggiunto un certo grado, esploderebbero in una rivoluzione contro le classi abbienti.

Loro vedono, dunque, signori, confermato anche nel caso particolare quanto io ho detto all’inizio partendo dalla concorrenza in generale, e cioè che la conseguenza inevitabile dei nostri presenti rapporti sociali sarà in tutte le condizioni e in tutti i casi una rivoluzione sociale. Con la stessa sicurezza con la quale da principi matematici dati possiamo sviluppare un nuovo teorema, con la stessa sicurezza dai rapporti economici esistenti e dai principi dell’economia politica possiamo dedurre che una rivoluzione sociale è imminente.

Ma esaminiamo un po’ più da vicino questo rivolgimento; in quale forma si presenterà, quali saranno i suoi risultati, in che cosa sarà diverso dai rivolgimenti violenti avutisi finora? Una rivoluzione sociale, signori, è qualcosa di assolutamente diverso dalle rivoluzioni politiche verificatesi fino a oggi; essa non muove, come queste ultime, contro la proprietà del monopolio, ma contro il monopolio della proprietà; una rivoluzione sociale, signori, è la guerra aperta dei poveri contro i ricchi. E una tale lotta, nella quale francamente e apertamente entreranno in azione tutte le molle e le cause che oscuramente e copertamente stavano al fondo dei conflitti storici del passato, una tale lotta minaccia in verità di essere assai più aspra e sanguinosa di quelle che l’hanno preceduta.

Il risultato di questa lotta può essere duplice. Il partito in ascesa può attaccare soltanto il fenomeno, non l’essenza soltanto la forma, non la sostanza stessa, oppure va alla sostanza e afferra il male alla radice. Nel primo caso la proprietà privata viene lasciata sussistere, soltanto la si ripartisce altrimenti, cosicché permangono le cause che hanno provocato la situazione attuale e che presto o tardi finiranno per provocare di nuovo una situazione analoga e una nuova rivoluzione. Ma, signori, è possibile? Dove troviamo una rivoluzione la quale non abbia tradotto in realtà ciò da cui ha preso le mosse? La rivoluzione inglese (8) attuò sia i principi religiosi sia i principi politici per difendere i quali, contro Carlo I, era nata; la borghesia francese nella sua lotta contro la nobiltà e l’antica monarchia ha conquistato tutto quel che desiderava, ha abolito tutti gli abusi che l’avevano spinta a insorgere. E l’insurrezione dei poveri dovrebbe acquetarsi prima di aver liquidato la povertà e le sue cause? Non è possibile, signori, sarebbe contrario a ogni esperienza storica supporre qualcosa del genere. Anche il livello culturale degli operai, particolarmente in Inghilterra e in Francia, non ci permette di ritenerlo possibile. Non resta quindi che l’altra alternativa, vale a dire che la futura rivoluzione sociale toccherà le vere cause del bisogno e della miseria, dell’ignoranza e del delitto, essa dunque attuerà una vera riforma sociale. E ciò può avvenire solamente mediante la proclamazione del principio comunista.

Considerino, signori, le idee che muovono l’operaio nei paesi dove anche l’operaio pensa; osservino in Francia le diverse frazioni del movimento operaio se non sono tutte comuniste; vadano in Inghilterra e ascoltino che tipo di proposte vengono fatte agli operai per migliorare la loro situazione, se non poggiano tutte sul principio della proprietà comunitaria; studino i diversi sistemi di riforma sociale, quanti ne troveranno che non siano comunisti? Di tutti i sistemi che oggigiorno abbiano ancora importanza, l’unico non comunista è quello di Fourier, il quale ha rivolto la sua attenzione più all’organizzazione dell’attività umana che non alla ripartizione dei suoi prodotti. Tutti questi fatti ci autorizzano a concludere che una futura rivoluzione sociale terminerà attuando il principio comunista, né lasciano molto spazio a qualche altra possibilità.

Se queste deduzioni sono giuste, signori, se la rivoluzione sociale e il comunismo pratico sono il risultato necessario dei nostri attuali rapporti, prima di ogni altra cosa dovremo occuparci di quei provvedimenti con i quali sia possibile prevenire un sovvertimento violento e sanguinoso dell’assetto sociale. E c’è un solo mezzo, cioè l’introduzione o almeno la preparazione pacifica del comunismo. Se dunque non vogliamo la soluzione sanguinosa del problema sociale, se non vogliamo che la contraddizione ogni giorno crescente fra la cultura e la condizione di vita dei nostri proletari giunga a un estremo in cui, secondo tutte le nostre esperienze sulla natura umana, siano la violenza brutale, la disperazione e la brama di vendetta a risolvere tale contraddizione, allora, signori, dobbiamo occuparci con serietà e spregiudicatezza della questione sociale; dobbiamo con sollecitudine fare quanto sta in noi per contribuire a umanizzare la situazione dei moderni iloti.

E se a taluno di lor signori potrà apparire che l’elevamento delle classi finora avvilite non potrebbe avvenire senza un avvilimento della propria condizione di vita, bisogna tuttavia considerare che si tratta di creare per tutti gli uomini una condizione di vita tale che ognuno possa liberamente sviluppare la propria natura umana, possa vivere con il prossimo in un rapporto umano e non debba temere nessuno sconvolgimento violento della sua condizione di vita; bisogna considerare che quanto i singoli devono sacrificare è, non il loro godimento veramente umano della vita, ma solo l’apparenza di questo godimento prodotta dalla nostra situazione guasta, è qualcosa che contrasta con la ragione e con il cuore di coloro i quali adesso godono di questi apparenti privilegi.

La vita veramente umana con tutte le sue condizioni e necessità noi vogliamo tanto poco distruggerla che, al contrario, desideriamo appunto costruirla. E se loro, anche a prescindere da questo, vorranno ben riflettere a dove finirà per andare a parare il nostro assetto attuale con le sue conseguenze, in quale labirinto di contraddizioni e disordini ci conduce, allora, signori, parrà loro che valga la pena di studiare seriamente e a fondo la questione sociale. E se io potrò indurli a farlo, avrò pienamente raggiunto lo scopo della mia conferenza.

Conferenze tenute a Elberfeld
1’8 e il 15 febbraio 1845.
«Rheinische Jahrbücher zur gesellschaftlichen Reform» 1845, I vol., pp. 45-62 e 71-81.

Note:

1) Nel febbraio 1845 ebbero luogo a Elberfeld tre dibattiti sul comunismo (cfr., nel presente volume, pp. 526,527). A proposito di tali riunioni Engels scriveva a Marx il 22 febbraio 1845: «Qui a Elberfeld accadono miracoli. Ieri nella più grande sala del maggior albergo della città abbiamo tenuto la nostra terza assemblea comunista. La prima con 40 persone, la seconda con 130, la terza con almeno 200» (cfr., nella presente edizione, vol. XXXVIII). Nella prima e nella seconda riunione Engels tenne due discorsi, che successivamente vennero stampati nei «Rheinische Jahrbücher» di Püttmann.

2) Nella prefazione alla «Situazione della classe operaia in Inghilterra» scritta per l’edizione tedesca del 1892, Engels dice: «Nel testo si afferma che il periodo ciclico delle grandi crisi industriali è di cinque anni. Era questo l’intervallo che sembrava risultare dal corso degli avvenimenti dal 1825 al 1842. Ma la storia della industria dal 1842 al 1868 ha dimostrato che il periodo in effetti è decennale, che le crisi intermedie erano di natura secondaria, e a partire dal 1842 sono andate via via scomparendo» (cfr., nel presente volume, p. 674).

3) Si tratta delle insurrezioni dei tessitori verificatesi nel 1844 particolarmente nei villaggi di Langenbilau e Peterswaldau in Slesia, che vennero represse con l’esercito. In Boemia, nel medesimo anno, gli operai assaltarono le fabbriche tessili, distruggendo le macchine, nel circondario di Leitmeritz e Praga.

4) Cfr. l’articolo di Marx «Giustificazione di ++ corrispondente dalla Mosella», in «Rheinische Zeitung», gennaio 1843 (cfr., nella presente edizione, vol. I).

5) Lo Zollverein (unione doganale) era l’associazione politico-economica che dal 1° gennaio 1834 riuniva la Prussia e altri Stati tedeschi. All’origine di tale unione vi era l’intento di compiere un primo passo verso la unificazione della Germania eliminando frattanto i dazi interni e regolando quelli esterni secondo un criterio di politica economica comune.

6) Friedrich List espose le sue idee protezionistiche nel libro «Das nationale System der politischen Ökonomie» pubblicato nel 1841 (cfr., nel presente volume, p. 584).

7) Dopo la cosiddetta guerra dell’oppio, condotta dall’Inghilterra contro la Cina, quest’ultima fu costretta a firmare il Trattato di Nanchino (1842), secondo il quale, tra l’altro, venivano aperti al commercio inglese cinque porti cinesi (Canton, Amoy, Shanghai, Ningpo e Fuchow).

8) Con la «rivoluzione inglese» s’intende qui il periodo di lotte politico-religiose che a partire dal 1640 vide schierati da un lato il re Carlo I Stuart, appoggiato dall’aristocrazia e dalla Chiesa anglicana, dall’altro la media aristocrazia campagnola e la borghesia cittadina di convinzioni puritane. Il tentativo assolutistico di Carlo I, provocando la resistenza delle forze sociali interessate a difendere le libertà civili e i privilegi parlamentari, condusse presto alla guerra aperta, in cui i puritani, sotto la guida di Oliver Cromwell sconfissero i monarchici, giustiziarono il re e instaurarono una repubblica. Tuttavia il consolidamento definitivo delle libertà statutarie e della religione riformata si avrà solo nel 1689 con la «Dichiarazione dei diritti» conseguente alla cosiddetta Gloriosa Rivoluzione del 1688, dopo la dittatura di Cromwell, la restaurazione degli Stuart, lo sbarco (1688) in Inghilterra di Guglielmo d’Orange e il suo insediamento sul trono inglese.

Advertisements

Informazioni su paginerosse-drapporosso

...."L’ineguaglianza dello sviluppo economico e politico è una legge assoluta del capitalismo. Ne risulta che è possibile il trionfo del socialismo all’inizio in alcuni paesi o anche in un solo paese capitalistico, preso separatamente...." Lenin -Sulla parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa-Pubblicato sul Sozial-Demokrat, n. 44, 23 agosto 1915.
Questa voce è stata pubblicata in marx-engels. Contrassegna il permalink.