Da : Antonio Gramsci, La costruzione del partito comunista, 1923-26, Einaudi, pp. 89-109

oE4nNBgsbLICartel

16292_10152036154884813_1066521693_n

Da : Antonio Gramsci, La costruzione del partito comunista, 1923-26, Einaudi,
pp. 89-109

CINQUE ANNI DI VITA DEL PARTITO (1)

Data la difficoltà di pubblicare immediatamente un resoconto giornalistico dei
lavori del III Congresso del nostro partito, riteniamo per intanto opportuno di
offrire ai compagni e alla massa dei lettori un esame e una informazione
generale dei risultati del congresso stesso.

Ci affrettiamo comunque ad annunciare che prossimamente sarà pubblicato sul
nostro giornale il resoconto materiale del congresso e saranno successivamente
riunite in un volume le deliberazioni e le tesi nel loro testo definitivo.

I risultati numerici dei voti al congresso furono i seguenti: assenti e non
consultati 18,9%; dei presenti al congresso: voti per il Comitato centrale
90,8%; per l’estrema sinistra 9,20%.

Il nostro partito è nato nel gennaio 1921, cioè nel momento più critico sia
della crisi generale della borghesia italiana, sia della crisi del movimento
operaio. Ma la scissione, se era storicamente necessaria ed inevitabile, trovava
però le grandi masse impreparate e riluttanti. In tale situazione
l’organizzazione materiale del nuovo partito trovava le condizioni più
difficili. Avvenne perciò che il lavoro puramente organizzativo, data la
difficoltà delle condizioni in cui doveva svolgersi, assorbì le energie
creatrici del partito in modo quasi completo. I problemi politici che si
ponevano, per la decomposizione da una parte del personale dei vecchi gruppi
dirigenti borghesi, dall’altra per un processo analogo del movimento operaio,
non poterono essere approfonditi sufficientemente. Tutta la linea politica del
partito negli anni immediatamente successivi alla scissione fu in primo luogo
condizionata da questa necessità: di mantenere strette le file del partito,
aggredito fisicamente dalla offensiva fascista da una parte, e dai miasmi
cadaverici della decomposizione socialista dall’altra. Era naturale che in tali
condizioni si sviluppassero nell’interno del nostro partito sentimenti e stati
d’animo di carattere corporativo e settario. Il problema generale politico,
inerente all’esistenza e allo sviluppo del partito non era visto nel senso di
una attività per la quale il partito dovesse tendere a conquistare le più larghe
masse e ad organizzare le forze sociali necessarie per sconfiggere la borghesia
e conquistare il potere, ma era visto come il problema della esistenza stessa
del partito.

La scissione di Livorno.

Il fatto della scissione fu visto nel suo valore immediato e meccanico e noi
commettemmo, in altro senso sia pure, lo stesso errore che era stato commesso da
Serrati. Il compagno Lenin aveva dato la formula lapidaria del significato della
scissione, in Italia, quando aveva detto al compagno Serrati: «Separatevi da
Turati, e poi fate l’alleanza con lui» (2). Questa formula avrebbe dovuto essere
da noi adattata alla scissione, avvenuta in forma diversa da quella prevista da
Lenin. Dovevamo cioè, come era indispensabile e storicamente necessario,
separarci non solo dal riformismo, ma anche dal massimalismo che in realtà
rappresentava e rappresenta l’opportunismo tipico italiano nel movimento
operaio; ma dopo di ciò e pur continuando la lotta ideologica e organizzativa
contro di essi, cercare di fare un’alleanza contro la reazione. Per gli elementi
dirigenti del nostro partito, ogni azione dell’Internazionale, rivolta ad
ottenere un riavvicinamento a questa linea, apparve come se fosse una
sconfessione implicita della scissione di Livorno, come una manifestazione di
pentimento. Si disse che, accettando una tale impostazione della lotta politica,
si veniva ad ammettere che il nostro partito era solamente una nebulosa
indefinita, mentre era giusto ed era necessario affermare che il nostro partito,
nascendo, aveva risolto definitivamente il problema della formazione storica del
partito del proletariato italiano. Questa opinione era rafforzata dalle non
lontane esperienze della rivoluzione soviettista in Ungheria, dove la fusione
tra comunisti e socialdemocratici fu certamente uno degli elementi che
contribuirono alla disfatta.

La portata dell’esperienza ungherese.

In realtà l’impostazione data a questo problema dal nostro partito era falsa e
andò sempre più manifestandosi come tale alle larghe masse del partito. Proprio
l’esperienza ungherese avrebbe dovuto convincerci che la linea seguita
dall’Internazionale nella formazione dei partiti comunisti non era quella che
noi le attribuivamo. È noto infatti che il compagno Lenin cercò di opporsi
strenuamente alla fusione tra comunisti e socialdemocratici ungheresi,
nonostante che questi ultimi si dichiarassero fautori della dittatura del
proletariato. Si può dire perciò che il compagno Lenin fosse in generale
contrario alle fusioni? Certamente no. Il problema era visto dal compagno Lenin
e dall’Internazionale come un processo dialettico, attraverso il quale
l’elemento comunista, cioè la parte più avanzata e cosciente del proletariato,
si pone, sia nella organizzazione del partito della classe operaia, sia nella
funzione di direzione delle grandi masse,alla testa di tutto ciò che di onesto e
di attivo si è formato ed esiste nella classe. In Ungheria è stato un errore
distruggere l’organizzazione indipendente comunista nel momento della presa del
potere, per dissolvere e diluire il raggruppamento costituito nella più vasta ed
amorfa organizzazione socialdemocratica che non poteva non riprendere
predominio. Anche per l’Ungheria il compagno Lenin aveva formulato la linea del
nostro vecchio partito come un’alleanza con la socialdemocrazia, non come una
fusione. Alla fusione si sarebbe arrivati più tardi, quando il processo del
predominio del raggruppamento comunista si fosse sviluppato sulla scala più
larga nel campo dell’organizzazione di partito, dell’organizzazione sindacale e
dell’apparato statale, e cioè con la separazione organica e politica degli
operai rivoluzionari dai capi opportunisti.

Per l’Italia il problema si poneva in termini ancora più semplici che in
Ungheria, perché non solo il proletariato non aveva conquistato il potere, ma
iniziava, proprio nel momento della formazione del partito, un grande movimento
di ritirata. Porre in Italia la questione della formazione del partito, così
com’era stato indicato dal compagno Lenin nella sua formula espressa a Serrati,
significava – nell’arretramento del proletariato che si iniziava allora – dare
la possibilità al nostro partito di raggruppare intorno a sé quegli elementi del
proletariato che avrebbero voluto resistere, ma che sotto la direzione
massimalista erano travolti nella rotta generale e cadevano progressivamente
nella passività. Ciò significava che la tattica suggerita da Lenin e
dall’Internazionale era l’unica capace di rafforzare e sviluppare i risultati
della scissione di Livorno e di fare veramente del nostro partito, fin d’allora,
non solo in astratto e come affermazione storica, ma in forma effettiva, il
partito dirigente della classe operaia. Per questa falsa impostazione del
problema, noi ci siamo mantenuti sulle posizioni avanzate, da soli e con la
frazione di masse immediatamente più vicina al partito, ma non abbiamo fatto
quanto era necessario per mantenere sulle nostre posizioni il proletariato nel
suo complesso, il quale tuttavia era ancora animato da un grande spirito di
lotta, come è dimostrate dai tanti episodi spesso eroici della resistenza
opposta all’avanzata avversaria. .

Il partito negli anni 1921-22.

Un altro degli elementi di debolezza della nostra organizzazione è consistito
nel fatto che tali problemi, data la difficoltà della situazione e date che le
forze del partito erano assorbite dalla lotta immediata per la propria difesa
fisica, non divennero oggetto di discussione alla base e quindi elemento delle
sviluppo della capacità ideologica e politica del partito.

Avvenne così che il I° Congresso del partito, quelle tenuto a Livorno nel teatro
San Marco subito dopo la scissione, si pose solo dei compiti di carattere
organizzativo immediato: formazione degli organismi centrali e inquadramento
generale del partito. Il II Congresso avrebbe potuto e forse dovuto esaminare e
impostare le suddette questioni, ma a ciò si opposero i seguenti elementi:

1) il fatto che non solo la massa, ma anche una grande parte degli elementi più
responsabili e più vicini alla direzione del partito ignoravano letteralmente
che esistessero divergenze profonde ed essenziali fra la linea seguita dal
nostro partito e quella sostenuta dall’Internazionale;

2) l’essere il partito assorbito dalla lotta diretta fisica portava a
sottovalutare le questioni ideologiche e politiche in confronto di quelle
puramente organizzative. Era quindi naturale che sorgesse nel partito une stato
d’anime contrario a priori ad approfondire ogni questione che potesse
prospettare pericoli di conflitti gravi nel gruppo dirigente costituitosi a
Livorno;

3) il fatto che l’opposizione rivelatasi al Congresso di Roma e che diceva di
essere la sola rappresentante delle direttive dell’Internazionale era, nella
situazione data, un’espressione delle stato d’anime di stanchezza e di passività
che esisteva in alcune zone del partito.
La crisi subita sia dalla classe dominante che dal proletariato nel periodo
precedente l’avvento del fascismo al potere, pose nuovamente il nostro partito
dinanzi ai problemi che il Congresso di Roma non aveva avuto la possibilità di
risolvere. In che cosa consistette questa crisi? I gruppi di sinistra della
borghesia, fautori a parole di un governo democratico che si proponesse di
arginare energicamente il movimento fascista, avevano reso arbitro il Partito
socialista di accettare e non accettare questa soluzione per liquidarlo
politicamente sotto il cumulo della responsabilità di un mancato accordo
antifascista. In queste stesso modo di porre la questione da parte dei
democratici era implicita la preventiva capitolazione dinanzi al movimento
fascista, fenomeno che si riprodusse poi nella crisi Matteotti. Tuttavia tale
impostazione se ebbe in un primo tempo il potere di determinare una
chiarificazione nel Partito socialista, essendosi in base ad essa prodotta la
scissione dei massimalisti dai riformisti, aggravava però la situazione del
proletariato. Infatti la scissione rendeva infruttuosa la tattica proposta dai
democratici, in quanto il governo di sinistra da questi prospettato doveva
comprendere il Partito socialista unito, cioè significare la cattura della
maggioranza della classe proletaria organizzata nell’ingranaggio delle Stato
borghese, anticipando la legislazione fascista e rendendo politicamente inutile
l’esperimento diretto fascista. D’altronde la scissione, come apparve più
chiaramente in seguito, solo macchinalmente aveva portato a une sbalzo a
sinistra dei massimalisti, i quali, se affermavano di volere aderire
all’Internazionale comunista e quindi di riconoscere l’errore commesso a
Livorno, si muovevano però con tante riserve e reticenze mentali da
neutralizzare il risveglio rivoluzionario che la scissione aveva determinato
nelle masse, portandole così a nuove disillusioni e una ricaduta di passività,
di cui approfittò il fascismo per effettuare la marcia su Roma.

Il nuovo corso nel partito.

Questa nuova situazione si rifletté al IV Congresso dell’Internazionale
comunista, dove si arrivò alla formazione del comitato di fusione dopo
incertezze e resistenze che erano legate alla persuasione radicata nella
maggioranza dei delegati del nostro partito che lo spostamento dei massimalisti
non rappresentava che una oscillazione transitoria e senza avvenire. In ogni
modo è da questo momento che si inizia nell’interno del nostro partito un
processo di differenziazione nel gruppo dirigente di Livorno, processo che
prosegue incessantemente ed esce dal campo del fenomeno di gruppo per divenire
proprio di tutto il partito, quando si avvertono e si sviluppano gli elementi
della crisi del fascismo iniziatasi col Congresso di Torino del Partito
popolare(3).

Appare sempre più evidente che occorre far uscire il partito, dalla posizione
mantenuta nel 1921-22, se si vuole che il movimento comunista si sviluppi
parallelamente alla crisi che subisce la classe dominante. La pregiudiziale che
aveva avuto una così larga importanza nel passato, per la quale occorreva prima
di tutto mantenere l’unità organizzativa del partito, veniva a cadere per il
fatto che, nella situazione di conflitto tra il nostro partito e
l’Internazionale, si costituiva nelle nostre file uno stato di frazione latente
che trovava la sua espressione in gruppi nettamente di destra, spesso con
carattere liquidazionista. Tardare ancora a porre in tutta la loro ampiezza le
questioni fondamentali di tattica, sulle quali fino allora si era esitato ad
aprire la discussione, avrebbe significato determinare una crisi generale del
partito senza uscita.

Avvennero così nuovi raggruppamenti che andarono sempre più sviluppandosi, fino
alla vigilia del nostro III Congresso, quando fu possibile accertare che non
solo la grande maggioranza alla base del partito (che non era stata mai
apertamente interpellata), ma anche la maggioranza del vecchio gruppo dirigente
si era staccata nettamente dalla concezione e dalla posizione politica di
estrema sinistra, per portarsi completamente sul terreno dell’Internazionale e
del leninismo.

L’importanza del III Congresso.

Da ciò che è stato detto finora, appare chiaramente quanto fossero grandi
l’importanza e i compiti del nostro III Congresso. Esso doveva chiudere tutta
un’epoca della vita del nostro partito, ponendo termine alla crisi interna e
determinando uno schieramento stabile di forze tale da permettere uno sviluppo
normale della sua capacità di direzione politica delle masse da parte del
partito e quindi della sua capacità d’azione.

Ha il congresso effettivamente risolto questi compiti? Indubbiamente tutti i
lavori del congresso hanno dimostrato come, nonostante le difficoltà della
situazione, il nostro partito sia riuscito a risolvere la sua crisi di sviluppo,
raggiungendo un livello di omogeneità, di compattezza e di stabilizzazione
notevole e certamente superiore a quello, di molte altre sezioni
dell’Internazionale. L’intervento nelle discussioni di congresso dei delegati di
base, alcuni dei quali venuti dalle regioni dove più è difficile l’attività del
partito, ha dimostrato come gli elementi fondamentali del dibattito, fra
l’Internazionale e il Comitato centrale da una parte e l’opposizione dall’altra,
siano stati non solo meccanicamente assorbiti dal partito, ma, avendo
determinato una convinzione consapevole e diffusa, abbiano contribuito ad
elevare, in misura impreveduta anche dagli stessi compagni più ottimisti, il
tono della vita intellettuale della massa dei compagni e la loro capacità di
direzione e di iniziativa politica.

Questo ci pare il significato più rilevante del congresso. È risultato che il
nostro partito non solo può dirsi di massa per l’influenza che esso esercita sui
larghi strati della classe operaia e della massa contadina, ma perché ha
acquistato nei singoli elementi che lo compongono una capacità di analisi delle
situazioni, di iniziativa politica e di forza dirigente che nel passato gli
mancavano e che sono la base della sua capacità di direzione collettiva.

D’altronde tutto lo svolgimento dei lavori condotti alla base per organizzare
ideologicamente e praticamente il congresso nelle regioni e nelle province dove
la repressione poliziesca vigila con maggiore intensità ogni movimento dei
nostri compagni, e il fatto che si sia riusciti per sette giorni a tenere
riuniti oltre sessanta compagni per il congresso del partito, e quasi
altrettanti per il congresso giovanile, sono di per se stessi una prova dello
sviluppo più sopra accennato. Ê evidente per tutti che tutto questo movimento di
compagni e di organizzazioni non è solamente un puro fatto organizzativo, ma
costituisce di per se un’altissima manifestazione di valore politico.

Poche cifre in proposito. Sono state tenute nella prima fase della preparazione
congressuale dalle due alle tre mila riunioni di base che hanno culminato in
oltre un centinaio di congressi provinciali, ove furono scelti, dopo ampie
discussioni, i delegati al congresso.

Valore politico e risultati acquisiti.

Ogni operaio è in grado di apprezzare tutto il significato di queste poche cifre
che è possibile pubblicare, dopo cinque anni dall’epoca dell’occupazione delle
fabbriche e tre anni di governo fascista che ha intensificato l’opera generale
di controllo su ogni attività di massa e ha realizzato un’organizzazione di
polizia che è grandemente superiore alle organizzazioni poliziesche
precedentemente esistite.
Poiché la maggiore debolezza dell’organizzazione operaia tradizionale si
manifestava essenzialmente nello squilibrio permanente e che diventava
catastrofico nei momenti culminanti dell’attività di massa, tra la potenzialità
dei quadri organizzativi di partito e la spinta spontanea dal basso, è evidente
che il nostro partito è riuscito, nonostante le condizioni estremamente
sfavorevoli dell’attuale periodo, a superare in misura notevole questa debolezza
e a predisporre forze organizzative coordinate e centralizzate che assicurano la
classe operaia contro gli errori e le insufficienze che si verificavano nel
passato. È questo un altro dei significati più importanti del nostro congresso:
la classe operaia è capace di azione e dimostra di essere storicamente in grado
di compiere la sua missione direttrice nella lotta anticapitalistica, nella
misura in cui riesce ad esprimere dal suo seno tutti gli elementi tecnici che
nella società moderna si dimostrano indispensabili per l’organizzazione concreta
delle istituzioni in cui si realizzerà il programma proletario. E da questo
punto, di vista occorre analizzare tutta l’attività del movimento fascista dal
1921 fino alle ultime leggi fascistissime: essa è stata sistematicamente rivolta
a distruggere i quadri che il movimento proletario e rivoluzionario aveva
faticosamente elaborato in quasi cinquant’anni di storia. In questo modo il
fascismo riusciva nella praticità immediata a privare la classe operaia della
sua autonomia e indipendenza politica e la costringeva o alla passività, cioè a
una subordinazione inerte all’apparato statale, oppure, nei momenti di crisi
politica, come nel periodo Matteotti, a ricercare quadri di lotta in altre
classi meno esposte alla repressione.

Il nostro partito è rimasto il solo meccanismo che la classe operaia abbia a sua
disposizione per selezionare nuovi quadri dirigenti di classe, cioè per
riconquistare la sua indipendenza ed autonomia politica. Il congresso ha
dimostrato come il nostro partito sia riuscito brillantemente a risolvere questo
compito essenziale.

Due erano gli obbiettivi fondamentali che dovevano essere raggiunti dal
congresso:

1) dopo le discussioni e i nuovi schieramenti di forze che si erano verificati
così come abbiamo, detto precedentemente, occorreva unificare il partito, sia
nel terreno dei principî e della pratica di organizzazione che nel terreno più
strettamente politico;

2) il congresso era chiamato a stabilire la linea politica del partito per il
prossimo avvenire e ad elaborare un programma di lavoro pratico in tutti i campi
di attività delle masse.

1 problemi che si ponevano per raggiungere concreti obbiettivi non sono
naturalmente indipendenti l’uno dall’altro, ma sono coordinati nel quadro della
concezione generale del leninismo. La discussione del congresso perciò, anche
quando si svolgeva intorno agli aspetti tecnici di ogni singola questione
pratica, poneva la questione generale dell’accettazione o meno del leninismo. Il
congresso doveva quindi servire a mettere in evidenza in quale misura il nostro
partito era diventato un partito bolscevico.

Gli obbiettivi fondamentali.

Partendo da un apprezzamento storico e politico immediato della funzione della
classe operaia nel nostro paese, il congresso dette una soluzione a tutta una
serie di problemi che possono, raggrupparsi così:

1) Rapporti fra il Comitato centrale del partito e la massa del partito. a) In
questo gruppo di problemi rientra la discussione generale sulla natura del
partito, sulla necessità che esso sia un partito di classe, non solo
astrattamente, cioè in quanto il programma accettato dai suoi membri esprime le
aspirazioni del proletariato, ma per così dire, fisiologicamente, in quanto cioè
la grande maggioranza dei suoi componenti è formata di proletari e in esso si
riflettono e si riassumono solamente i bisogni e la ideologia di una sola
classe: A proletariato. b) La subordinazione completa di tutte le energie del
partito in tal modo socialmente unificate alla direzione del Comitato centrale.

La lealtà di tutti gli elementi del partito verso il Comitato centrale deve
diventare non solo un fatto puramente organizzativo e disciplinare, ma un vero
principio di etica rivoluzionaria. Occorre infondere nelle masse del partito una
convinzione così radicata di questa necessità, che le iniziative frazionistiche
e ogni tentativo in generale di disgregare la compagine del partito debbano
trovare alla base una reazione spontanea e immediata che le soffochi sul
nascere. L’autorità del Comitato centrale, tra un congresso e l’altro, non deve
mai essere posta in discussione, e il partito deve diventare un blocco omogeneo.
Solo a tale condizione il partito sarà in grado di vincere i nemici di classe.
Come potrebbe la massa dei senza-partito aver fiducia che lo strumento di lotta
rivoluzionaria, il partito, riesca a condurre senza tentennamenti e senza
oscillazioni la lotta implacabile per conquistare e mantenere il potere, se la
Centrale del partito non ha la capacità e l’energia necessaria per eliminare
tutte le debolezze che possono incrinare la sua compattezza?

I due punti precedenti sarebbero, di impossibile realizzazione se, nel partito,
alla omogeneità sociale e alla compattezza monolitica della organizzazione non
si aggiungesse la coscienza diffusa di una omogeneità ideologica e politica.

Concretamente la linea che il partito deve seguire può essere espressa in questa
formula: il nucleo della organizzazione di partito consiste in un forte Comitato
centrale, strettamente collegato con la base proletaria del partito stesso, sul
terreno della ideologia e della tattica del marxismoleninismo.

Su questa serie di problemi la enorme maggioranza del congresso si è nettamente
pronunciata in senso favorevole alle tesi del Comitato centrale ed ha respinto
non solo senza la minima concessione, ma anzi insistendo sulla necessità della
intransigenza teorica e della inflessibilità pratica, le concezioni
dell’opposizione che potrebbe mantenere il partito in uno stato di deliquescenza
e di amorfismo politico e sociale.

2) Rapporti del partito con la classe proletaria (cioè con la classe di cui il
partito è il diretto rappresentante, con la classe che ha il compito, di
dirigere la lotta anticapitalistica e di organizzare la nuova società). In
questa gruppo di problemi rientra l’apprezzamento della funzione del
proletariato nella società italiana, cioè del grado di maturità di tale società
a trasformarsi da capitalista in socialista e quindi delle possibilità per il
proletariato di diventare classe indipendente e dominante. Il congresso ha
perciò discusso: a) la questione sindacale, che per noi è essenzialmente
questione della organizzazione delle più larghe masse, come classe a sé stante,
sulla base degli interessi economici immediati, e come terreno di educazione
politica rivoluzionaria; b) la questione del fronte unico, cioè dei rapporti di
direzione politica fra la parte più avanzata del proletariato e le frazioni meno
avanzate di esso.

3) Rapporti della classe proletaria nel suo complesso con le altre forze sociali
che oggettivamente sono sul terreno anticapitalistico, quantunque siano dirette
da partiti e gruppi politici legati alla borghesia; quindi in primo luogo i
rapporti fra il proletariato e i contadini. Anche su tutta quest’altra serie di
problemi la enorme maggioranza del congresso respinse le concezioni errate
dell’opposizione e si schierò in favore delle soluzioni date dal Comitato
centrale.

Come si sono schierate le forze del congresso.

Accennammo già all’atteggiamento che la stragrande maggioranza del congresso ha
assunto nei riguardi delle soluzioni da dare ai problemi essenziali nel periodo
attuale. È opportuno però analizzare più dettagliatamente l’atteggiamento
assunto dall’opposizione e accennare, sia pure brevemente, ad altri
atteggiamenti che si sono presentati al congresso come atteggiamenti
individuali, ma che potrebbero nell’avvenire coincidere con determinati momenti
transitori nello sviluppo della situazione italiana, e che perché devono essere
fin da ora denunziati e combattuti. Abbiamo già accennato nei primi paragrafi di
questa esposizione ai modi e alle forme che hanno caratterizzato la crisi di
sviluppo del nostro partito negli anni dal 1921 al 1924. Ricorderemo brevemente
come al V Congresso mondiale (4) la crisi stessa trovasse una soluzione
provvisoria organizzativa con la costituzione di un Comitato centrale che nel
suo complesso si pareva completamente sul terreno del leninismo, e della tattica
dell’Internazionale comunista, ma che si scomponeva in tre parti, di cui, una,
che aveva la maggioranza più uno nel comitato stesso, rappresentava gli elementi
di sinistra che si erano staccati dal vecchio gruppo di Livorno dopo il IV
Congresso, un’altra che rappresentava l’opposizione costituitasi al Il Congresso
contro le tesi di Roma, e la terza che rappresentava gli elementi terzini,
entrati nel partito dopo la fusione. Nonostante le sue intrinseche debolezze,
tuttavia per il fatto che la funzione dirigente nel suo seno era nettamente
esercitata dal cosiddetto gruppo di centra, cioè dagli elementi di sinistra
staccatisi dal gruppo dirigente di Livorno, il Comitato centrale riuscii ad
impostare e a risolvere energicamente il problema della bolscevizzazione del
partito e del suo accordo completo con le direttive dell’Internazionale
comunista.

Atteggiamenti dell’estrema sinistra.

Certamente vi furono delle resistenze, e l’episodio culminante di esse, che
tutti i compagni ricordano, fu la costituzione del Comitato d’intesa, cioè il
tentativo di costituire una frazione organizzata che si contrapponesse al
Comitato centrale nella direzione del partito. In realtà la costituzione del
Comitato d’intésa(5) fu il sintomo più rilevante della disgregazione
dell’estrema sinistra, la quale, poiché sentiva di perdere progressivamente
terreno nelle file del partito, cercò di galvanizzare con un atto clamoroso di
ribellione le poche forze che ancora le rimanevano. È notevole il fatto che,
dopo la sconfitta ideologica e politica subita dall’estrema sinistra già nel
periodo precongressuale, il nucleo di essa pili resistente sia andato assumendo
posizioni sempre più settarie e di ostilità verso il partito dal quale si
sentiva ogni giorno più lontano e staccato. Questi compagni non solo
continuarono a mantenersi sul terreno della più strenua opposizione su
determinati punti concreti della ideologia e della politica del partito e
dell’Internazionale, ma cercarono sistematicamente motivi di opposizione su
tutti i punti, in modo da presentarsi in blocco quasi come un partito nel
partito. È, facile immaginare che, partendo da una tale posizione, si dovesse
arrivare, durante lo svolgimento del congresso, ad atteggiamenti teorici e
pratici, nei quali la drammaticità che era un riflesso della situazione generale
in cui il partito deve muoversi, difficilmente era distinguibile da un certo
istrionismo, che appariva di maniera a chi realmente aveva lottato e si era
sacrificato per la classe proletaria.

In quest’ordine di avvenimenti dev’essere posta, ad esempio, la pregiudiziale
presentata dall’opposizione, subito alla apertura del congresso, con la quale la
validità deliberativa di esso veniva contestata, cercandosi in tal modo di
precostituire un alibi per una possibile ripresa di attività frazionistica e per
un possibile misconoscimento dell’autorità della nuova dirigenza del partito.
Alla massa dei congressisti, che conoscevano quali sacrifici e quali sforzi
organizzativi fosse costata la preparazione del congresso, questa pregiudiziale
apparve una vera e propria provocazione e non è senza significato che gli unici
applausi (il regolamento del congresso proibiva per ragioni comprensibili ogni
manifestazione clamorosa di consenso o di biasimo) furono rivolti all’oratore
che stigmatizzò l’atteggiamento assunto dall’opposizione e sostenne la necessità
di rafforzare dimostrativamente il nuovo comitato da eleggersi con mandato
specifico di implacabile rigore contro qualsiasi iniziativa che praticamente
mettesse in dubbio l’autorità del congresso e l’efficienza delle sue
deliberazioni.

Affioramento di deviazioni di destra.

Allo stesso ordine di avvenimenti, e in modo aggravato per la forma manierata e
teatrale, appartiene anche l’atteggiamento assunto dall’opposizione, prima della
fine del congresso, quando si stavano per trarre le conclusioni
politico-organizzative dei lavori del congresso stesso. Ma gli stessi elementi
dell’opposizione poterono avere la netta dimostrazione di quello che è lo stato
d’animo diffuso nelle file del partito: il partito non intende permettere che si
giochi più a lungo al frazionismo e all’indisciplina; il partito vuole
realizzare il massimo di direzione collettiva e non permetterà a nessun singolo,
qualunque sia il suo valore personale, di contrapporsi al partito.

Nelle sedute plenarie del congresso l’opposizione di estrema sinistra è stata la
sola opposizione ufficiale e dichiarata. L’atteggiamento di opposizione sulla
questione sindacale assunto da due membri del vecchio Comitato centrale per il
suo carattere di improvvisazione e di impulsività, è da considerarsi piuttosto
come un fenomeno individuale di isterismo politico, che di opposizione in senso
sistematico. Durante i lavori della commissione politica invece ci fu una
manifestazione che, se pub ritenersi per adesso di carattere puramente
individuale(6) deve essere considerata, dati gli elementi ideologici che ne
formavano la base, come una vera e propria piattaforma di destra, che potrebbe
essere presentata al partito in una situazione determinata, e che perciò doveva
essere, come fu, respinta senza esitazione, dato specialmente che di essa si era
fatto portavoce un membro della vecchia Centrale. Questi elementi ideologici
sono: 1) l’affermazione che il governo operaio e contadino pub costituirsi sulla
base del parlamento borghese; 2) l’affermazione che la socialdemocrazia non deve
essere ritenuta come Pala sinistra della borghesia. ma come Pala destra del
proletariato; 3) che nella valutazione dello Stato borghese occorre distinguere
la funzione di oppressione di una classe sull’altra dalla funzione di produzione
di determinate soddisfazioni a certe esigenze generali della società.

Il primo e il secondo di tali elementi sono contrari alle decisioni del III
Congresso; il terzo è fuori dalla concezione marxista dello Stato. Tutti e tre
insieme rivelano un orientamento a concepire la soluzione della crisi della
società borghese all’infuori della rivoluzione.

La linea politica fissata dal partito.

Poiché così si schierarono le forze rappresentate al Congresso, cioè come una
più rigida opposizione dei residui dell’«estremismo » contro le posizioni
teoriche e pratiche della maggioranza del partito, accenneremo rapidamente solo
ad alcuni punti della linea stabilita dal congresso.

Questione ideologica. Su tale questione il congresso affermò la necessità che
sia sviluppato dal partito tutto un lavoro di educazione che rafforzi la
conoscenza della nostra dottrina marxista nelle file del partito e sviluppi la
capacità del più largo strato dirigente. Su questo punto l’opposizione cercò di
fare un’abile diversione: riesumò alcuni vecchi articoli e brani di articoli di
compagni della maggioranza del partito per sostenere che essi solo relativamente
tardi hanno accettato integralmente la concezione del materialismo storico quale
risulta dalle opere di Marx e di Engels, e sostenevano invece la interpretazione
che del materialismo storico era data da Benedetto Croce(7). Poiché è note che
anche le tesi di Roma sono state giudicate come essenzialmente ispirate dalla
filosofia crociana, questa argomentazione dell’opposizione apparve come ispirata
a pura demagogia congressuale. In ogni case, poiché la questione non è di
individui singoli, ma di masse, la linea stabilita dal congresso, della
necessità di un lavoro specifico di educazione per elevare il livello della
cultura generale marxista del partito, riduce la polemica dell’opposizione a una
esercitazione erudita di ricerca di elementi biografici più o meno interessanti
sullo sviluppo intellettuale di singoli compagni.

Tattica del partito. Il congresso ha approvato e ha difeso energicamente contro
gli attacchi dell’opposizione la tattica seguita dal partito nell’ultimo periodo
della storia italiana caratterizzato dalla crisi Matteotti. Occorre dire che
l’opposizione non ha cercato di contrapporre all’analisi che della situazione
italiana è stata fatta dalla Centrale nelle tesi per il congresso né un’altra
analisi che portasse a stabilire una linea tattica dîversa, né delle correzioni
parziali che giustificassero una posizione di principio. Ê stato caratteristico
anzi della falsa posizione della estrema sinistra il fatto che mai le sue
osservazioni e le sue critiche si siano basate su un esame né approfondito e
neanche superficiale dei rapporti di forza e delle condizioni generali esistenti
nella società italiana. Risultò così chiaramente come il metodo proprio
dell’estrema sinistra, e che l’estrema sinistra dice essere dialettico, non è il
metodo della dialettica materialistica proprio di Marx, ma il vecchio metodo
della dialettica concettuale proprio della filosofia premarxista e persino
prehegeliana.

All’analisi oggettiva delle forze in lotta e della direzione che esse assumono
contraddittoriamente in rapporto allo sviluppo delle forze materiali della
società, l’opposizione sostituiva la affermazione di essere in possesso di une
speciale e misterioso « fiuto » secondo il quale il partito dovrebbe essere
diretto. Strana aberrazione che autorizzava il congresso a giudicare
estremamente pericoloso e deleterio per il partito un tale metodo che Porterebbe
solo a una politica di improvvisazione e di avventure.

Che d’altronde l’opposizione non abbia mai posseduto un proprio metodo capace di
sviluppare le forze del partito e le energie rivoluzionarie del proletariato che
possa essere contrapposto al metodo marxista e leninista, è dimostrato
dall’attività svolta dal partito negli anni 1921-22, quando era politicamente
diretto da alcuni degli attuali irriducibili oppositori. A questo proposito
furono dal congresso analizzati due momenti della situazione italiana, e cioè
Patteggiamento assunto dalla direzione del partito nel febbraio 1921, quando fu
sferrata l’offensiva frontale dal fascismo in Toscana e in Puglia, e
l’atteggiamento della stessa direzione verso il movimento degli arditi del
popolo(8). Dall’analisi di questi due momenti risultò come il metodo affermato
dall’opposizione porti solo alla passività e alla inazione e consista in ultima
analisi semplicemente nel trarre dagli avvenimenti ormai svoltisi senza
l’intervento del partito nel sue complesso, degli insegnamenti di solo carattere
pedagogico e propagandistico.

La questione sindacale.

Nel campo sindacale il difficile compito del partito consiste nel trovare un
giusto accordo fra queste due linee di attività pratica:

1) difendere i sindacati di classe cercando di mantenere il massimo di coesione
e di organizzazione sindacale fra le masse che tradizionalmente hanno
partecipato all’organizzazione sindacale stessa. È questo un compito di
eccezionale importanza, perché il partito rivoluzionario deve sempre, anche
nelle peggiori situazioni oggettive, tendere a conservare tutte le accumulazioni
di esperienza e di capacità tecnica e politica che si sono venute formando
attraverso gli sviluppi della storia passata nella massa proletaria. Per il
nostro partito la Confederazione generale del lavoro costituisce in Italia
l’organizzazione che storicamente esprime in modo più organico queste
accumulazioni di esperienze di capacità e rappresenta quindi il terreno entro il
quale deve essere condotta questa difesa.

2) Tenendo conte del fatto che l’attuale dispersione delle grandi masse
lavoratrici è dovuta essenzialmente a motivi che non sono interni della classe
operaia, per cui esistono possibilità organizzative immediate di carattere non
strettamente sindacale, il partito deve proporsi di favorire e promuovere
attivamente queste possibilità. Questo compito può essere adempiuto solo se il
lavoro organizzativo di massa viene trasportato dal terreno corporativo nel
terreno industriale di fabbrica e i legami dell’organizzazione di massa
diventano elettivi e rappresentativi, oltre che di adesione individuale per via
di tessera sindacale.

È chiaro d’altronde che questa tattica del partito corrisponde allo sviluppo
normale dell’organizzazione di massa proletaria, quale si era verificata durante
e dopo la guerra, cioè nel periodo in cui il proletariato ha incominciato a
porsi il problema di una lotta a fondo contro la borghesia per la conquista del
potere. In questo periodo la tradizionale forma organizzativa del sindacato di
mestiere era stata integrata da. tutto un sistema di rappresentanze elettive di
fabbrica, cioè dalle commissioni interne. È noto anche che, specialmente durante
la guerra, quando le centrali sindacali aderirono ai comitati di mobilitazione
industriale e determinarono quindi una situazione di «pace industriale» per
alcuni aspetti analoga a quella présente, le masse operaie di tutti i paesi
(Italia, Francia, Russia, Inghilterra e anche gli Stati Uniti) ritrovarono le
vie della resistenza e della lotta sotto la guida delle rappresentanze elettive
operaie di fabbrica.

La tattica sindacale del partito consiste essenzialmente nello sviluppare tutta
l’esperienza organizzativa delle grandi masse premendo sulle possibilità di più
immediata realizzazione, considerate le difficoltà oggettive che sono create al
movimento sindacale dal régime borghese da una parte e dal riformismo
confédérale dall’altra.

Questa linea è stata approvata integralmente dalla stragrande maggioranza del
congresso. Intorno ad essa tuttavia avvennero le discussioni più appassionate, e
l’opposizione fu rappresentata, oltre che dall’estrema sinistra, anche da due
membri della Centrale, così come abbiamo già accennato. Un oratore sostenne che
il sindacato è storicamente superato, perché unica azione di massa del partito
deve essere quella che si svolge nelle fabbriche. Questa tesi, legata alle più
assurde posizioni dell’infantilismo estremista, fu nettamente ed energicamente
respinta dal congresso.

Per un altro oratore(9) invece l’unica attività del partito in questo campo deve
essere l’attività organizzativa sindacale tradizionale: questa tesi è legata
strettamente ad una concezione di destra, cioè alla volontà di non urtare troppo
gravemente con la burocrazia sindacale riformista che si oppone strenuamente ad
ogni organizzazione di massa.

L’opposizione dell’estrema sinistra era guidata da due direttive fondamentali:
la prima, di carattere essenzialmente congressuale, tendeva alla dimostrazione
che la tattica delle organizzazioni di fabbrica, sostenuta dal Comitato centrale
e dalla maggioranza del congresso, è legata alla concezione dell’«Ordine Nuovo»
settimanale che, secondo l’estrema sinistra, era proudhoniana e non marxista;
l’altra è legata alla questione di principio in cui l’estrema sinistra si
contrappone nettamente al leninismo: il leninismo sostiene che il partito guida
la classe attraverso, le organizzazioni di massa e sostiene quindi come uno dei
compiti essenziali del partito lo sviluppo dell’organizzazione di massa; per
l’estrema sinistra invece queste problema non esiste, e si danno al partito tali
funzioni che possono portare da una parte alle peggiori catastrofi e dall’altra
ai più pericolosi avventurismi.

Il Congresso ha rigettato tutte queste deformazioni della tattica sindacale
comunista, pur ritenendo necessario insistere con particolare energia sulla
necessità di una maggiore e più attiva partecipazione dei comunisti al lavoro
nell’organizzazione sindacale tradizionale.

La questione agraria.

Il partito ha cercato, per ciò che riguarda la sua azione tra i contadini, di
uscire dalla sfera della semplice propaganda ideologica tendente a diffondere
solo astrattamente i termini generali della soluzione leninista del problema
stesso, per entrare nel terreno pratico dell’organizzazione e dell’azione
politica réale. È évidente che ciò era più facile da ottenersi in Italia che
negli altri paesi perché nel nostro paese il processo di differenziazione delle
grandi masse della popolazione è per certi aspetti più avanzato che altrove, in
conseguenza della situazione politica attuale. D’altronde una tale questione,
dato che il proletariato industriale è da noi solo una minoranza della
popolazione lavoratrice, si pone con maggiore intensità che altrove. Il problema
di quali siano le forze motrici della rivoluzione e quello della funzione
direttiva del proletariato si presentano in Italia in forme tali da domandare
una particolare attenzione del nostro partito e la ricerca di soluzioni concrete
ai problemi generali che si riassumono nell’espressione: questione agraria.

La grande maggioranza del congresso ha approvato l’impostazione che il partito
ha dato a questi problemi e ha affermato la necessità di una intensificazione
del lavoro secondo la linea générale già parzialmente applicata.

In che cosa consiste praticamente questa attività? Il partito deve tendere a
creare in ogni regione delle unioni regionali dell’Associazione di difesa dei
contadini: ma, entro questi quadri organizzativi più larghi, occorre distinguere
quattro raggruppamenti fondamentali delle masse contadine, per ognuno dei quali
è necessario trovare atteggiamenti e soluzioni politiche ben précise e complete.

Uno di questi raggruppamenti è costituito dalle masse dei contadini slavi
dell’Istria e del Friuli, la cui organizzazione è legata strettamente alla
questione nazionale. Un secondo è costituito dal particolare movimento contadino
che si riassume sotto il titolo di « Partito dei contadini » e che ha la sua
base specialmente nel Piemonte; per questo raggruppamento, di carattere
aconfessionale e di carattere più strettamente economico, vale l’applicazione
dei termini generali della tattica agraria del leninismo, dato anche il fatto
che tale raggruppamento esiste nella regione in cui esiste uno dei centri
proletari più efficienti in Italia. I due altri raggruppamenti sono di gran
lunga i più considerevoli e sono quelli che domandano la maggiore attenzione del
partito, e cioè: 1) la massa dei contadini cattolici, raggruppati nell’Italia
centrale e settentrionale, i quali sono direttamente organizzati dall’Azione
cattolica e dall’apparato ecclesiastico in generale, cioè dal Vaticano; 2) la
massa dei contadini dell’Italia meridionale e delle isole.

Per ciò che riguarda i contadini cattolici, il congresso ha deciso che il
partito deve continuare e deve sviluppare la linea che consiste nel favorire le
formazioni di sinistra che si verificano in questo campo e che sono strettamente
legate alla crisi générale agraria iniziatasi già prima della guerra nel centro
e nel nord d’Italia. Il Congresso ha affermato che l’atteggiamento assunto dal
partito verso i contadini cattolici, sebbene contenga in sé alcuni degli
elementi essenziali per la soluzione del problema politico-religioso italiano,
non deve in nessun modo condurre a favorire i tentativi, che possono nascere, di
movimenti ideologici di natura strettamente religiosa. Il compito del partito
consiste nello spiegare i conflitti che nascono sul terreno della religione come
derivanti dai conflitti di classe e ne] tendere a mettere sempre in maggiore
rilievo i caratteri di classe di questi conflitti e non, viceversa, nel favorire
soluzioni religiose dei conflitti di classe, anche se tali soluzioni si
presentano come di sinistra in quanto mettono in discussione l’autorità
dell’organizzazione ufficiale religiosa.

La questione dei contadini meridionali è stata esaminata dal congresso con
particolare attenzione. Il congresso ha riconosciuto esatta l’affermazione
contenuta nelle tesi della Centrale, secondo la quale la funzione della massa
contadina méridionale nello svolgimento della lotta anticapitalistica italiana
deve essere esaminata a sé e portare alla conclusione che i contadini
meridionali sono, dopo il proletariato industriale e agricolo dell’Italia del
nord, l’elemento sociale più rivoluzionario della società italiana.

Quale è la base materiale e politica di questa funzione delle masse contadine
del sud? I rapporti che intercorrono tra il capitalismo italiano e i contadini
meridionali non consistono solamente nei normali rapporti storici tra città e
campagna, quali sono stati creati dallo sviluppo del capitalismo in tutti i
paesi del mondo; nel quadro della società nazionale questi rapporti sono
aggravati e radicalizzati dal fatto che economicamente e politicamente tutta la
zona méridionale e delle isole funziona come una immensa campagna di fronte
all’Italia del nord, che funziona come un’immensa città. Una tale situazione
détermina nell’Italia meridionale il formarsi e lo svilupparsi di determinati
aspetti di una questione nazionale, se pure immediatamente essi non assumano una
forma esplicita di tale questione nel suo complesso, ma solo di una vivacissima
lotta a carattere regionalistico e di profonde correnti verso il decentramento e
le autonomie locali.

Ciò che rende caratteristica la situazione dei contadini meridionali è il fatto
che essi, a differenza dei tre raggruppamenti precedentemente descritti, non
hanno nel loro complesso nessuna esperienza organizzativa autonoma. Essi sono
inquadrati negli scherni tradizionali della società borghese, per cui gli
agrari, parte intégrante del blocco agrario-capitalistico, controllano le masse
contadine e le dirigono secondo i loro scopi.

In conseguenza della guerra e delle agitazioni operaie del dopoguerra che
avevano profondamente indebolito l’apparato statale e quasi distrutto il
prestigio sociale delle classi superiori nominate, le masse contadine del
Mezzogiorno si sono risvegliate alla vita propria e faticosamente hanno cercato
un proprio inquadramento. Così si sono avuti movimenti degli ex combattenti e i
vari partiti cosiddetti di « rinnovamento » che cercavano di sfruttare questo
risveglio della massa contadina, qualche volta secondandolo come nel periodo
dell’occupazione delle terre, più spesso cercando di deviarlo e quindi di
consolidarlo in una posizione di lotta per la cosiddetta democrazia, come è
ultimamente avvenuto con la costituzione della « Unione nazionale ».

Gli ultimi avvenimenti della vita italiana che hanno determinato un passaggio in
massa della piccola borghesia méridionale al fascismo, hanno resa più acuta la
nécessita di dare ai contadini meridionali una direzione propria per sottrarsi
definitivamente all’influenza borghese agraria. Il solo organizzatore possibile
della massa contadina méridionale è l’operaio industriale, rappresentato dal
nostro partito. Ma perché questo lavoro di organizzazione sia possibile ed
efficace occorre che il nostro partito si avvicini strettamente al contadino
méridionale, che il nostro partito distrugga nell’operaio industriale il
pregiudizio inculcatogli dalla propaganda borghese che il Mezzogiorno sia una
palla di piombo che si oppone ai più grandi sviluppi dell’economia nazionale e
distrugga nel contadino méridionale il pregiudizio ancora più pericoloso per cui
egli vede nel nord d’Italia un solo blocco di nemici di classe.

Per ottenere questi risultati occorre che il nostro partito svolga un’intensa
opera di propaganda anche nell’interno della sua organizzazione per dare a tutti
i compagni una coscienza esatta dei termini della questione, la quale, se non
sarà risolta in modo chiaroveggente e rivoluzionariamente saggio da noi, renderà
possibile alla borghesia, sconfitta nella sua zona, di concentrarsi nel sud per
fare di questa parte d’Italia la piazza d’armi della controrivoluzione.

Su tutta questa serie di problemi, l’opposizione di estrema sinistra non riuscì
a dire che delle barzellette e dei luoghi comuni. La sua posizione essenziale fu
quella di negare aprioristicamente che questi problemi concreti esistano in sé,
senza nessuna analisi o dimostrazione neanche potenziale. Si pub dire anzi che
appunto nei riguardi della questione agraria, apparve la vera essenza della
concezione dell’estrema sinistra, la quale consiste in una specie di
corporativismo che aspetta meccanicamente dal solo sviluppo delle condizioni
obiettive generali la realizzazione dei fini rivoluzionari. Tale concezione fu,
come abbiamo detto, nettamente rigettata dalla stragrande maggioranza del
congresso.

Altri problemi trattati.

Per quanto riguarda la questione dell’organizzazione concreta del partito,
nell’attuale periodo, il congresso senza discussione ratificò le deliberazioni
della récente Conferenza di organizzazione, già pubblicate nell’« Unità ».

Il congresso, dato il modo della sua riunione e gli obbiettivi che si proponeva,
i quali riguardavano specialmente l’organizzazione interna del partito e il
risanamento della crisi, non poté trattare ampiamente alcune questioni che pure
sono essenziali per un partito proletario rivoluzionario. Così solo nelle tesi
fu esaminata la situazione internazionale in rapporto alla linea politica
dell’Internazionale comunista. Nella discussione del congresso tale argomento fu
solo sfiorato, e dei problemi internazionali si trattò solo la parte riguardante
le forme e i rapporti di organizzazione del Comintern, poiché era questo un
elemento della crisi interna del partito. Il congresso però ebbe una larghissima
ed esauriente relazione sui lavori del récente congresso del partito russo e sul
significato delle discussioni in esso svoltesi.

Così il congresso non si occupò del problema dell’organizzazione nel campo
femminile, né dell’organizzazione della stampa, argomenti essenziali per il
nostro movimento e che avrebbero meritato una trattazione speciale. Anche la
questione della redazione del programma del partito che era stata posta
all’ordine del giorno non fu trattata dal congresso. Pensiamo sia necessario
rimediare a queste manchevolezze con conferenze di partito, appositamente
convocate a tale scopo.

Conclusione.

Nonostante queste parziali deficienze, si pub affermare, concludendo, che la
massa di lavoro svolta dal congresso sia stata veramente imponente. Il congresso
ha elaborato una serie di risoluzioni e un programma di lavoro concreto tali da
mettere in grado la classe proletaria di sviluppare le sue énergie e la sua
capacità di direzione politica nell’attuale situazione.

Una condizione è specialmente necessaria perché le risoluzioni del congresso non
solo siano applicate, ma diano tutti i frutti che esse possono dare: occorre che
il partito si mantenga strettamente unito, che nessun germe di disgregazione, di
pessimismo, di passività sia lasciato sviluppare nel suo seno. Tutti i compagni
del partito sono chiamati a realizzare una tale condizione. Nessuno pub mettere
in dubbio che ciò sarà fatta con la più grande delusione di tutti i nemici della
classe operaia.

(Non firmato, « l’Unità », 24 febbraio 1926, 111, n. 47).

Note

1. Questo resoconto dei lavori del III Congresso del Partito comunista (Lione
20-26 gennaio 1926. Cfr. i documenti a PP- 481-513 del presente volume) fu
dettato da Gramsci all’allora redattore dell’« Unità » Riccardo Ravagnan, come
attesta in una lettera all’Istituto Gramsci lo stesso senatore Ravagnan: « …
probabilmente verso il 15 febbraio venne a Milano alla redazione dell’ ” Unità
“, della quale facevo parte, il compagno Gramsci. Egli mi invitò a recarmi a
Roma presso di lui per provvedere alla compilazione di un resoconto politico
abbastanza ampio sul nostro III Congresso, da poco concluso, resoconto da
pubblicarsi immediatamente sul nostro quotidiano. Io mi recai a Roma presso la
sua abitazione in via Morgagni e ricordo che mi trattenni un paio di giorni con
lui. Egli mi dettò il resoconto al modo che egli usava, e cioè passeggiando per
la stanza e seguendo a voce alta il suo pensiero, mentre lo raccoglievo le sue
parole il più fedelmente che mi fosse possibile. Di tanto in tanto egli si
fermava interrompendo il dettato e prendendo lo spunto da esso per una
conversazione su un argomento richiamato dal dettato stesso, come era sua
abitudine. Poi il lavoro riprendeva. Alla fine gli lessi tutto il resoconto ed
egli lo approvò ».

2. Cfr. G. M. SERRATI, Documentazione unitaria, in « Comunismo », 1-15 marzo
1921, 11, n. 11, P- 599. La frase, citata altre volte da Gramsci (cfr.
Socialismo e fascismo. L’Ordine Nuovo 1921-1922, Torino 1966, P- 474) si
riferisce alla polemica che precedette e segui la scissione di Livorno.

3. Il Congresso di Torino del Partito popolare (12-13 aprile 1923), pur votando
a maggioranza una risoluzione « centrista », aveva respinto il tentativo della
destra di giungere alla collaborazione incondizionata con il governo fascista.

4. Il V Congresso dell’Internazionale comunista (giugno-luglio 1924) aveva
sancito la fusione del Partito comunista e della frazione terzinternazionalista
(cosiddetti terzini).

5. Cfr. pp. 215 sgg- del presente volume.

6. Si tratta delle posizioni sostenute da Angelo Tasca (cfr. Verbale della
Commissione politica per il Congresso di Lione, in « Critica marxista »,
settembre-dicembre 1963, 1, n. 5-6, PP- 302-27)

7. Accenno all’intervento di Bordiga che aveva attaccato la formazione «
idealistica » di Gramsci e di Togliatti.

8. Cfr. Contro il terrore e Gli « arditi del popolo », in Socialismo e fascismo,
ed. Cit., pp. 288-89, 541-42.

9. Si tratta ancora di Angelo Tasca.

Annunci

Informazioni su paginerosse-drapporosso

...."L’ineguaglianza dello sviluppo economico e politico è una legge assoluta del capitalismo. Ne risulta che è possibile il trionfo del socialismo all’inizio in alcuni paesi o anche in un solo paese capitalistico, preso separatamente...." Lenin -Sulla parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa-Pubblicato sul Sozial-Demokrat, n. 44, 23 agosto 1915.
Questa voce è stata pubblicata in Gramsci. Contrassegna il permalink.