Giovanni Pesce : Senza tregua.La guerra dei GAP

Giovanni Pesce : Senza tregua.La guerra dei GAP

Feltrinelli Editore Milano

Prefazione

Il titolo di questo libro — modesta opera che dedico a mia figlia Tiziana e ai giovani che, oggi impe¬gnati nello studio e nel lavoro, si preparano ad essere gli uomini e le donne di domani — consacra l’impegno di chi vuole andare avanti.
I gappisti, gli uomini dei quali si racconta in questo volume, non si fermarono mai davanti a nessun ostacolo, a nessun pericolo. Le loro gesta occupano un posto di rilievo nella storia della Resistenza popolare contro nazisti e fascisti.
Chi furono i gappisti?
Potremmo dire che furono “commandos.” Ma questo termine non è esatto. Essi furono qualcosa di più e di diverso di semplici “commandos.” Furono gruppi di patrioti che non diedero mai “tregua” al nemico: lo colpirono sempre, in ogni circostanza, di giorno e di notte, nelle strade delle città e nel cuore dei suoi for-tilizi.
Con la loro azione i gappisti sconvolsero più e più volte l’organizzazione nemica, giustiziando gli ufficiali nazisti e repubblichini e le spie, attaccando convogli stradali, distruggendo interi parchi di locomotori, in¬cendiando gli aerei sui campi di aviazione. Ancora non sappiamo chi erano i gappisti.
Sono coloro che dopo l’8 settembre ruppero con l’at¬tendismo e scesero nelle strade a dare battaglia, inizia¬rono una lotta dura, spietata, senza tregua contro i na¬zisti che ci avevano portato la guerra in casa e contro i fascisti che avevano ceduto la patria all’invasore, per conservare qualche briciola di potere.
Gli episodi più straordinari e meno conosciuti di questa lotta si svolsero nelle grandi città, dove il gap¬pista lottava solo e braccato contro forze schiaccianti e implacabili; sono coloro che colpirono subito i na¬zisti sfatando il mito della loro supremazia e ricreando fiducia negli incerti e nei titubanti i quali ripresero le armi in pugno.
I gappisti non furono mai molti: alcuni erano gio¬vanissimi, altri avevano dietro di sé l’esperienza della guerra di Spagna e la severa disciplina della cospirazione, del carcere fascista e del confino. Tutti, nel dif¬ficile momento dell’azione, nelle giornate drammatiche della reazione più violenta, quando la vita era sospesa a un filo, a una delazione, a una retata occasionale, tutti, giovani e anziani, seppero trovare la forza e la coscienza di non fermarsi. Soprattutto, i gappisti furo¬no uomini che amavano la vita, la giustizia; credevano profondamente nella libertà, aspiravano a un avvenire di pace, non erano spronati da ambizione personale, da arrivismo, da calcoli meschini.
Erano dei “superuomini”? No di certo. Erano soltanto degli uomini, ma degli uomini dominati dalla vo¬lontà di non dare mai tregua al nemico. Il loro orgo¬glio aveva radici profonde: coscienti del sacrificio di tutti coloro che avevano sofferto impavidi carcere, per¬secuzioni, sevizie ne rivendicavano la grandezza e l’in-segnamento. Senza l’autorità dei vecchi militanti che avevano sofferto galera, confino, ed esilio, durante il ventennio fascista, ai dirigenti non sarebbe stato pos-sibile esigere dai gappisti, dai partigiani la disciplina più severa che conduceva spesso alla morte più stra¬ziante, né ai combattenti avere il cuore saldo per af-frontarla. Era soltanto orgoglio ed entusiasmo lo spirito che animò i gappisti? Era un legame di reciproca fiducia tra i vecchi militanti e i giovani, tra coloro che avevano dimostrato di saper resistere sulla via giusta prendo nuove prospettive e coloro che si inserivano in una lotta che era la lotta eterna contro la sopraffazione, il privilegio, la schiavitù. Senza gli antichi legami del presente oscuro col passato glorioso, davvero non vi sarebbe stata la guerra di liberazione, non avrem¬mo riscattato l’onta del fascismo, “non avremmo con¬quistato il diritto di essere un popolo libero e indipen¬dente.”
Nel libro sono dedicate alcune pagine alla guerra di Spagna. Se è vero che in terra spagnola il fascismo fece la prova generale della successiva aggressione all’Europa è altrettanto vero che in Spagna si formaro¬no, si temprarono i valorosi combattenti della Resisten¬za italiana ed europea. Combatterono il fascismo in Spa¬gna gli organizzatori e i comandanti gappisti come Ba¬rontini, Garemo, Rubini, Bonciani, Leone, Bardini, Roda, Spada ed altri. Ed è proprio in virtù degli anti-fascisti italiani delle Brigate Internazionali che la Re¬sistenza italiana poté contare, fin dall’inizio, su molti uomini politicamente e militarmente preparati, pronti cioè ad affrontare con mezzi di fortuna un nemico bene organizzato.
Via via questi stessi uomini seppero raccogliere at¬torno a sé altri combattenti che si buttarono con deci¬sione nella mischia e lottarono con intelligenza e corag-gio fino alla Liberazione.
Il racconto delle loro gesta non vuole essere soltanto un’ampia elencazione o illustrazione di episodi di guerra. “Senza tregua” ha una morale profondissima, valida oggi come ieri. È un insegnamento che gli uo¬mini, i giovani che furono impegnati in drammatiche battaglie, hanno consegnato ad altri uomini, ad altri giovani, oggi impegnati nel lavoro o nello studio, perché sappiano lottare per le libere istituzioni, la giustizia, la libertà, la democrazia. Anche ora si devono infrangere le resistenze al progresso, si deve conquistare maggiore democrazia nelle fabbriche e nelle scuole; anche ora si deve lottare per la pace nel mondo; anche ora è dunque necessario lottare senza tregua.
I morti e i vivi si affollano nelle pagine del libro. Sono volti sempre nuovi, pochi diventano familiari perché pochi scampano. Sembra di averli lasciati all’ango¬lo di una strada e di ritrovarli dopo. Li ritroviamo og¬gi. Riemergono nell’abisso della memoria i molti che la morte ha ingoiato. Gli altri sono diventati diversi: la vita “normale” ha disperso quelli che un periodo di vita eccezionale aveva riunito una volta.
Il tempo di “Senza tregua” è diventato leggenda. Alcuni dei suoi eroi militano in differenti uniformi o addirittura non militano affatto. Che è rimasto dell’eroi¬smo degli uomini? Soltanto la cara memoria dei martiri e il ricordo dei migliori? Gli uomini creano e scom¬paiono. E le loro opere?
E l’opera più solida è l’Italia antifascista, la pace, la fratellanza dei popoli. E l’opera dei protagonisti di Senza tregua. Tocca ai giovani continuare sulla stra¬da maestra, ai giovani continuare la Resistenza.

Capitolo Primo
Alla macchia

Avevo trascorso un’estate straordinaria. Liberato da Ventotene, dopo molti mesi di confino, avevo rag¬giunto Acqui, ospite degli zii. Acqui, era, ed è ancora oggi, una piccola città del vecchio Piemonte. Case de¬corose senza sfarzo, strade per carrozze e cavalli; ovun¬que un’aria tranquilla, vecchi signori dall’eleganza ot-tocentesca attorno ai tavoli dei caffè, la guerra pareva non riguardasse nessuno; del 25 luglio ne discutevano con esaltazione, come di un terremoto i cui effetti erano visibili. Dopo Ventotene, mi sembrava che tutti gli avvenimenti fossero di scarso rilievo. Avevo l’im¬pressione che ad Acqui tutto si svolgesse in punta di piedi. “È permesso, dottore? Permette, cavaliere?” Non riuscivo proprio a rendermi conto che in realtà, il terremoto c’era stato.
Era un’estate bellissima. Le colline erano verdi e gialle di stoppie d’oro, l’uva prometteva meraviglie dopo la mietitura del grano eccezionalmente abbondante.
Dai miei parenti mi sentivo davvero a casa, le con¬versazioni familiari richiamavano alla memoria mia madre, mio padre e i miei fratelli. Mi piaceva la vita in campagna. Lo squallore roccioso di Ventotene mi aveva lasciato una voglia di campi sconfinati, un gran desiderio di passeggiare lungo i viottoli di campagna, di riposare all’ombra degli alberi e di ascoltare, nella calura di mezzogiorno, il frinire delle cicale. Sentivo il bisogno di vita intorno a me, dopo tanti mesi d’isolamento.
Durante i pomeriggi di quell’estate del ’43, dormivo spesso qualche ora all’aperto, e mi svegliavo ogni volta con gli occhi sorpresi da quel dolce paesaggio di colline ondulate, dal verde pettinato dei vigneti fitti sui pendii e l’uva che maturava rapidamente al sole. Il sonno mi riportava agli anni duri del confino, al pae¬saggio ostile di Ventotene; aprendo gli occhi ritrovavo la mia terra, la gente che avevo lasciato da bambino e le passeggiate che erano state di mia madre e di mio padre giovani, prima dell’esilio.
Si arava già in molti poderi e sui fianchi delle col¬line ed a valle, tra il verde e il giallo oro compariva il bruno intenso della buona terra che, dopo il grano precoce, alimentava un altro raccolto. Il paesaggio era d’una quiete infinita. La tragedia della guerra tornava ad essere presente all’improvviso quando, visitando qualche cascinale e salutando i vecchi che avevano conosciuto i miei genitori, dovevo reprimere la mia fe¬licità, la gioia di vivere, di essere nuovamente libero. “Dove sono i ragazzi?” “Gianni è in Africa, Pietro in Russia.” Si avvertiva un vuoto in quelle case attorno ai vecchi e il vuoto era anche tra le colline, sulle piaz¬ze, da dove tanti bravi ragazzi erano partiti per chissà dove.
Tornavo verso sera a casa di mia zia, nella piaz¬zetta di fronte alla chiesa. Un piatto caldo, e tante at¬tenzioni che mi aiutavano a scrollarmi di dosso la muf¬fa del confino.
“Non fare troppi strapazzi, non ti sei riposato og¬gi.” Cominciavo a frequentare, contrariamente alle mie abitudini, qualche bar. Collaudavo il mio italiano in chiacchierate inizialmente innocue che non potevano non concludersi con la guerra e le speranze di pace. Avevo frequentato le scuole francesi e avevo studiato la lin¬gua della mia gente al confino. Naturalmente non riu¬scivo a liberarmi dell’accento straniero. Tuttavia po¬tevo discutere a cuore aperto con la mia gente. Specie con i pochi giovani che non erano ancora stati chia¬mati alle armi e con qualche anziano.
“Che cosa fa Badoglio? Come andrà a finire?” Gli interrogativi si ripetevano, ma cominciavo a capire che cosa pensava la gente tra cui vivevo.
Ero da quattro anni in Italia, ma li avevo trascorsi quasi tutti in carcere e al confino con gente che non aveva certo bisogno di essere confortata nelle proprie con¬vinzioni. Avevo parlato poco, avevo soprattutto ascol¬tato e imparato alcune regole della clandestinità, che dovevano risultarmi ben presto preziose, le avevo apprese a Ventotene o nel carcere di Alessandria. Ma per ora passeggiavo, chiacchieravo e dormivo a lungo, come non mi accadeva da tanti anni.
Studiavo quella piccola città che sembrava vivere in punta di piedi. Era un’impressione che doveva rivelarsi presto inesatta ma che non mi dispiaceva. Una vecchia città che riusciva ad essere tranquilla nella tragedia, che non perdeva la sua calma antica e non dimenticava l’at¬mosfera d’altri tempi. Una città contegnosa, timida, che nascondeva volontà, carattere e dignità.
Un pomeriggio mi attardai più del solito nella mia passeggiata. Avevo ritrovato la mia salute, il mio appe¬tito e camminavo sempre di buon passo. Mi ero allon¬tanato forse un po’ troppo e quando calò la sera do¬vevo ancora superare una collina prima di entrare in città. Era piovuto la notte precedente e la temperatura era bruscamente scesa. Mi colse un brivido improvviso senza riuscire a spiegarmene il motivo; pareva ormai, dopo i giorni di sole, le notti limpide, i cieli stellati, che la stagione sarebbe durata a lungo. I giorni si erano ripetuti bellissimi, colmi di luci e di profumi. Fra¬granza di glicini delle vecchie cascine, il buon odore della trebbiatura, del fieno. Certo, mancavano ancora set¬timane, dalle cantine che i contadini preparavano e la¬vando le botti e pulendo i torchi, si levava un odore forte e pungente come quello dell’uva appena pigiata.
I campi esalavano il sapore di un’estate splendida e ormai matura, nelle stallette grugnivano i maiali che ingrassavano affogando il muso nella crusca bagnata. Ero così profondamente preso da quelle impressioni che l’improvviso freddo di quella sera mi fece male. Ep¬pure avevo conosciuto ben altri freddi sulle montagne di Spagna, nei tremendi inverni della guerra.
“L’estate è finita,” mi dissi. Mi sembrava che si concludesse non soltanto una stagione ma un capitolo della mia vita.

*

La mia camera si affaccia sulla piazza del Duomo, una piazza ripida; sullo sfondo si levano le linee severe ma addolcite da successivi restauri della Cattedrale. Alla piazza del Duomo conducono strade piuttosto strette, affollate soltanto la domenica e i giorni di mer¬cato. Quello che mi ha svegliato è un rumore insolito. Sta accadendo qualcosa di straordinario. Me ne rendo conto pensando che, abitualmente, neppure il rumore delle campane che suonano a qualche decina di metri riesce a scuotermi dal sonno.
È come un’onda improvvisa di voci, uno scalpiccio di centinaia o di migliaia di passi, un crescendo di gri¬da. Ormai è proprio sotto la mia finestra. Mi affaccio e mi colpisce uno spettacolo come non ho mai visto prima: sono soldati che scappano. O meglio erano soldati. Ora è solo gente che fugge, un fiume di giovani che riempie i vicoli e le stradicciole di Acqui, getta le giacche grigioverdi, raccoglie abiti borghesi. C’è chi si ferma, entra in un androne, chi, nella fretta, entra in una casa dalla finestra. Erano un esercito. Ora son ap-pena persone che cercano scampo abbandonando in fret¬ta e furia la divisa. Le donne vuotano gli armadi, danno a questi ragazzi gli abiti dei loro uomini. Scendo a precipizio in strada. I tedeschi hanno bloccato la città. E questa gente scappa per fuggire ai tedeschi. Ieri sera avevano trasmesso l’annuncio dell’armistizio. Tutto è precipitato all’improvviso. La Wehrmacht, come era prevedibile, si trasforma in esercito di occupazione. Quella che prima era una sottomissione mascherata diventa evidente e umiliante. Devo muovermi; raccolgo in fret¬ta quello che mi può servire ad Alessandria. Devo immediatamente prendere contatto con il Partito. Sono di nuovo in strada e rimonto a fatica la corrente di questi giovani in fuga.
Sto dirigendomi alla stazione. Mi imbatto in un ca¬pannello. I tedeschi hanno bloccato la caserma e hanno fatto prigionieri i soldati. Prima di partire per Ales¬sandria voglio vedere che cosa è accaduto in quella ca¬serma. Mi butto a correre e dopo qualche minuto mi accorgo che molti altri stanno correndo in direzione Via Cesare Battisti. Il vecchio edificio color giallo bru¬ciato è già presidiato dai soldati in uniforme oliva che con le armi imbracciate bloccano l’ingresso. La via mon¬ta: mi volto indietro e vedo che una vera e propria folla — uomini, donne, molte coi bambini in braccio — sta salendo.
I volti dei tedeschi sotto gli elmetti plumbei sono duri e tesi. Qualche grido si alza, incomprensibile dalle finestre dell’edificio, poi echeggia una raffica dal cortile. Siamo a poche decine di metri dal portone. Anche dall’altro lato della via viene gente. Le prime dieci, venti persone che le sentinelle hanno lasciato avvicinare incuranti sono ora una folla compatta. I tedeschi appaiono incerti. Fanno scattare all’indietro gli otturatori dei fucili e delle machine-pistole. Nel silenzio solo il rumo-re dei passi della gente che continua a sopraggiungere correndo. Il nostro sguardo arriva all’interno della ca¬serma. Attraverso le sbarre delle finestre vediamo le mani ed i volti dei soldati prigionieri. In mezzo al cor¬tile un gruppo di tedeschi, agli ordini di un ufficiale, si dà da fare attorno ad un paio di mitragliatrici piaz¬zate su un’auto. I nostri soldati, dietro le inferriate, ci hanno visto e gridano. L’ufficiale dà un ordine, estrae la pistola dalla fondina. La raffica di una mitragliatrice diretta verso l’alto colpisce una grondaia ed alcune tegole. I prigionieri si staccano dalle inferriate, si met¬tono al riparo. Ma da un paio di finestre dove nessuno si è mosso, si levano grida e insulti contro i tedeschi. La gente, davanti al portone, si agita. Qualcuno mi spinge con una mano sulla spalla. Io spingo chi mi sta davanti. Siamo un blocco compatto e all’improvviso ci muoviamo. I tedeschi indietreggiano leggermente, uno grida, il comandante del cortile urla, le mitragliatrici vengono spostate all’ingresso. Ma, ormai, è troppo tar¬di. Una valanga umana precipita contro i cancelli. Il cordone di guardia viene travolto. Le donne corrono avanti, qualcuna disarma i tedeschi. Siamo addosso al gruppo che è al centro del cortile. Nella calca anche chi conserva le armi non può usarle. Le mitragliatrici sono sommerse. Non c’è tempo da perdere. Ora è il momen¬to di tenere la testa a posto. Chiamo attorno a me al¬cuni uomini che mi sembrano più validi, ci seguono alcune ragazze. Apriamo le porte delle camerate e gri¬diamo ai soldati di fuggire dalle porte opposte. Dietro a noi sparano. Regna una confusione incredibile. Le donne continuano ad entrare, a urlare bloccando i tedeschi nel cortile. Ma i minuti sono contati. I nostri soldati si gettano dalle finestre a grappoli; alcuni di noi riescono a penetrare in uno stanzone dove si trovano delle armi. Ce ne impadroniamo e ci dileguiamo dalle finestre che danno su una strada secondaria. I nostri ragazzi sono scappati tutti, corrono per le vie di Acqui, chiedono e ricevono abiti civili in cambio delle unifor¬mi. Ancora una volta dalle porte e dalle finestre mani di donne porgono vestiti. La solidarietà popolare ha trasformato questa piccola città in un immenso guardaroba.
Ora mi sento un po’ meglio. Ho partecipato alla prima ribellione contro i tedeschi. È l’inizio. Decido di ritardare la mia partenza per Alessandria. Probabilmen¬te c’è ancora qualcosa da fare qui. Prima di tutto ritro¬vare i ragazzi, giovanissimi, che si sono impadroniti delle armi. Non è facile perché non conosco nessuno, ma se li trovassi potrei contare subito su un nucleo in grado di agire. Mi sono sembrati ragazzi in gamba, do¬tati di prontezza e sangue freddo. Purtroppo la ricerca appare ben presto impossibile. Cominciano a vedersi le prime pattuglie tedesche. Le strade si fanno deserte. Gli ultimi sbandati cercano precipitosamente un rifugio.
Mi trovo così in un gruppo che si nasconde in un magazzino. Tra gli altri noto un capitano ancora in uniforme. Ha perso la bustina ma è ancora in uniforme. Sta seduto su una cassa in un angolo, con la testa bas¬sa. È avvilito, l’immagine stessa dell’umiliazione.
Lo guardo e mi avvicino. “Lei era in caserma fino a poco fa?” Annuisce con la testa e tiene lo sguardo a terra. Non so se riuscirò a trovare il tono giusto per parlare a quest’uomo. “Come mai i tedeschi vi hanno colto di sorpresa?” “Sono venuti in caserma all’alba.” “Ma voi non avete informazioni o ordini dal coman¬do?” L’uomo alza la testa, indispettito. Non gli garba sentirsi interrogare da uno sconosciuto, ma risponde: “Non sappiamo più nulla del comando, da almeno ven-tiquattr’ore.” Impreca tra sé ed è a disagio con gli occhi di tutti puntati addosso. Per fortuna l’attenzione dei più viene attratta da un soldato con i capelli rossi che deve aver ricevuto in regalo un abito da sposo e sem¬bra in attesa di recarsi ad una festa. Ha perfino le scar¬pe di vernice. Ora discute con gli altri se gli conviene cercare un passaggio su un camion così abbigliato. Io e il capitano possiamo conversare indisturbati. Ha una gran voglia di sfogarsi, di riversare su qualcun altro la sua amarezza.
“Forse la guerra finirà subito ora,” dice, “ci baste¬rà fare la parte che abbiamo già fatto. Quella di chi ha preso le pedate, gli schiaffi e anche gli insulti. E si fa fregare come un cretino da quattro tedeschi…”
“Per me la guerra non è finita. La Germania si bat¬terà ancora e anche per noi c’è ancora da fare.”
“Forse,” dice, “ma come e con chi? Ero un uffi¬ciale di un esercito, ma ora l’esercito è sparito come la neve al sole. Se ci sarà di nuovo qualcosa di simile, sarò anche disposto a fare qualcosa. Ma ora…”
Dall’esterno voci di donne ci avvertono che i tedeschi si sono allontanati. Il gruppetto si sfalda. Uscia¬mo. Il capitano ed io facciamo un pezzo di strada as-sieme. Mi stringe la mano. “Se ci sarà da fare, ci rive¬dremo.” Se ne va con passo grave e la testa bassa. È l’unico che sia rimasto in uniforme. Non sa decidersi a chiedere un abito borghese. Lo vedo entrare in un bar. Quell’uomo non sa che fare e probabilmente finirà per decidere di andarsene a casa, come gli altri. Ma io so quello che devo fare. Quello che ho già fatto in Spagna, nel ’36.
Torno alla ricerca dei ragazzi della caserma, e in tal modo nella prima settimana successiva all’8 settembre comincia per me la vita partigiana.

Ritrovo i ragazzi in collina; incontro alcuni vecchi antifascisti. Assieme organizziamo un primo gruppo dal quale nascerà in seguito la prima divisione partigiana valorosamente guidata da Minetti, nome di battaglia di Mancini. Sui colli affluiscono anche alcuni soldati della caserma. Per ora non si combatte, ma si attende ten¬tando al più qualche interruzione di linee telefoniche e piccole azioni di sabotaggio: L’obiettivo è di raccogliere maggiori forze e al tempo stesso di sottrarle all’attacco del nemico. Nella pianura i tedeschi sono affluiti in for¬ze. Noi provvediamo a sistemare gli accantonamenti in località sicure. Stiamo cercando di scoprire quelle che diventeranno le regole strategiche e tattiche della guerra partigiana. C’è una gran voglia di battersi, ma tutto è ancora confuso, senza un minimo di organizzazione e di collegamento.
Ad Acqui, a Visone, Strevi, Ricaldone, Cassine, Cartosio, ecc. l’eccitazione della gente dura qualche giorno, l’andare frettoloso di giovani che portano abiti civili ma camminano sul selciato con un passo che se non è marziale, rivela però un’origine di caserma. Por¬tano infatti scarpe militari che molti preferiscono con-servare per il lungo cammino piuttosto che affidarsi all’incognita di un paio di scarpe borghesi appartenenti magari ad un altro soldato lontano, che sta cercando al¬trove la via di casa.
Tra i ragazzi che si sono accantonati sulle colline, al¬cuni se ne sono andati.
“Se si deve combattere, tanto vale combattere più vicini a casa,” hanno detto. Altri sono arrivati, altri ancora vengono a discutere, chiedono se esiste un comando. Qualcuno si ferma e decide di aggregarsi alla formazione che sta per nascere. Come sarà non lo sa nessuno. Ma quelli che restano sanno istintivamente che l’esercito, quello che dovrà combattere senza quar¬tiere i tedeschi, dovranno organizzarselo e costruirselo loro, con il loro sangue e la loro intelligenza.

*

Parto per Alessandria per prendere contatto con gli organi dirigenti del Partito. Occorre che la resistenza diventi un moto organizzato e subito.
Compri il biglietto, all’ingresso te lo forano, sali in carrozza. Poi il capostazione fa trillare il fischietto, il macchinista risponde con il fischio robusto della locomotiva e il treno parte. Tutto è come sempre, o quasi. Lo Stato è sfasciato, l’esercito è dissolto, ma il treno da Acqui ad Alessandria funziona ancora. Sembra as¬surdo. Come se dopo un cataclisma che ha sconvolto la faccia della terra ci si accorge che la vita continua, che í giorni e le notti si succedono come prima…
Nel carrozzone si respira a fatica. Sono giornate an¬cora calde e non tutti i finestrini si possono aprire. Le sigarette confezionate con carta da giornale, il sudore che i soldati si portano addosso, l’odore di muffa che emana dal legname umido delle carrozze rendono l’at¬mosfera irrespirabile. Le donne anziane tengono pacchi e fagotti stretti in grembo. Alcune sono madri che van-no a cercare i figli non ancora ritornati a casa dopo l’8 settembre; altre si recano all’ospedale di Alessandria per riportarsi a casa i loro congiunti prima che i tede¬schi perquisiscano anche gli ospedali e mandino i loro uomini in Germania.
I soldati ascoltano, le donne si scambiano confiden¬ze. Storie cupe di ammazzamenti, di fughe miracolose che ispirano fiducia, storie di guerre, sempre. Non si parla d’altro. Ne parla sia chi non vuole più saperne e giura che “per lui è finita,” sia il “furbo” che pensa al mercato nero. Si temono i posti di blocco. Un ragazzo dal volto abbronzato dice che nella sua caserma i ber¬saglieri han dovuto scappare per il condotto di un fos¬sato che era stato appena interrato. I tedeschi avevano installato posti di blocco ovunque.
“Ve lo dico io,” assicura il maresciallo, “adesso sono occupati a spedire gente in Germania e noi siamo già pazzi a farci trovare in treno. Ma appena avranno un po’ di respiro si metteranno a frugare a destra e a sinistra in tutte le case.” Nel vagone si è fatto silenzio. Gli ottimisti si sono zittiti. Si fa strada la sensazione che in questa scatola di ferro e di legno siamo come in una trappola che un plotone di tedeschi prenderà in consegna all’arrivo ad Alessandria. Lungo il tragitto, alle stazioni di campagna, dove il treno sosta anche se l’orario non lo prevede, parecchi scendono. Ad Alessan¬dria gli scompartimenti sono semivuoti e le donne de-positano finalmente i loro enormi fagotti sui sedili rimasti liberi. Alla stazione i tedeschi ci sono davvero ma non hanno ancora organizzato posti di blocco e di controllo. Svelto scendo dal treno con una sensazione di sollievo. Mi reco a prendere contatto con i dirigenti del Partito. Per le vie di Alessandria c’è qualcosa di diverso dall’eccitazione e dall’inquietudine che si avver¬tiva ad Acqui: affollamenti davanti ai negozi alimentari e viali deserti. Nei caffè e nelle osterie poche persone. Entro in un locale semivuoto per prendere un caffè. L’ambiente è piuttosto cupo e trasandato, il barista poco sollecito. Noto che invece di avvicinarsi alla vetusta macchina che troneggia al centro del bancone afferra una cuccuma e la porta nel retrobottega. Non mi sem¬bra di notare molta premura nel giovanotto e lo prego di affrettarsi. Mi risponde con aria seccata, ma un istan¬te dopo scatta e si fa ossequioso davanti a un tale che porta la camicia nera e un distintivo fascista. I due confabulano e il fascista appena entrato esce, dopo aver gettano un’occhiata di riprovazione ai vecchietti che giocano a carte a un tavolino d’angolo. Bevo finalmente il mio cattivo caffè e mi allontano in preda ad una profonda irritazione. Possibile — mi chiedo — che questi buffoni tornino in circolazione così presto?
Mi affretto all’abitazione del dirigente del Partito che conosco. Ma per arrivarci devo percorrere ancora parecchio cammino. In periferia c’è più gente per le strade; i soldati in borghese chiedono informazioni sen¬za timore alle donne che si affacciano ai balconi delle piccole case. In questi angoli popolosi della città i ra-gazzi che cercano scampo si sentono tranquilli. Evitano le zone centrali semideserte dove cominciano a circolare i primi pattuglioni motorizzati tedeschi.
Entro in una casa ben nota dove abita il compagno Camera. All’ingresso sostano alcuni giovani che non conosco. Danno vagamente l’impressione di montare di guardia. L’incontro con il vecchio compagno è affet¬tuoso.
“Mi trovi, sul piede di partenza,” dice, “il terreno scotterà tra poco in questa zona, ed è prudente cam¬biare recapito.”
Il tempo è scarso e ne approfitto per sfogarmi. La situazione politica di Acqui mi piace poco. Per quanto riguarda il Partito esiste solo un nucleo di vecchi se-guaci di Bordiga.
“Sono rimasti fermi per venti anni sognando solu¬zioni miracolistiche che travolgessero il fascismo ma non hanno mosso un dito per abbatterlo.”
Camera mi conforta. Conosce bene la situazione; qualcuno ama soltanto parlare, ma qualcuno si muo¬verà. In ogni caso quello che si deve fare oggi è promuovere l’unità di tutte le forze. Abbiamo bisogno di tutti per combattere i fascisti e i tedeschi. E dobbiamo dimostrare che è possibile. “E non temere,” dice, “ol¬tre a noi, vecchie pellacce della lotta antifascista, domani all’appuntamento ci verranno molti di quei gio¬vani che oggi scappano in abiti borghesi.”
Mi terrò in contatto con lui, promuoverò altre for¬ze e organizzerò concretamente la lotta contro i tede¬schi. Usciamo insieme dall’abitazione che sta per ab¬bandonare. Se ne va coi giovani che sostavano all’in¬gresso. Appena l’invasore avrà rimesso le mani sugli archivi della polizia ed avrà mobilitato questurini e ca¬micie nere, la caccia agli antifascisti sarà aperta e la bufera avrà inizio. Ma Camera trasferisce in tempo il suo quartier generale là dove difficilmente potranno trovarlo. E dalla nuova “sede” potrà dirigere l’organizzazione delle forze antifasciste dell’Alessandrino. Buon lavoro!

Sono rientrato ad Acqui ieri sera. Ho trascorso la notte senza chiudere occhio. Ad Alessandria il Partito è mobilitato, pronto ad operare secondo le regole della clandestinità. Qui invece il panorama mi appare sconfortante. Anche l’ultimo colloquio di ieri sera — appe¬na arrivato ho trovato in piazza uno dei “bordighiani” — non è stato incoraggiante. Io voglio agire. Lui mi scodella una bella lezione sull’esercito rosso. Mi rac¬conta per filo e per segno il succo delle trasmissioni di Radio Mosca e di Radio Londra e mi saluta invitandomi ad aspettare tempi migliori. Anche i contatti con i ragazzi che attendono in montagna sembrano molto fluidi. Non si riesce ad esprimere l’energia che certo esi¬ste ma che sfugge ancora ad ogni tentativo serio di or¬ganizzazione.
C’è, a dominare la situazione, uno stato di attesa che paralizza ogni movimento. E intanto i tedeschi si impadroniscono del paese, deportano migliaia di gio¬vani in Germania, si preparano a governare come si go¬verna un territorio occupato militarmente.
La mia febbre di azione, quella che mi ha tenuto sveglio tutta la notte e che mi tormenta per tutta la giornata, sembra finalmente aver trovato una possibilità di successo. Ci comunicano che ci sarà una riunione di esponenti dei partiti antifascisti e che si desidera sia presente un rappresentante del Partito Comunista. In attesa che questo incontro abbia luogo, intensifico i contatti. Ho trovato un vecchio compagno entusiasta di collaborare attivamente alla lotta antifascista. Penso che potrà essere molto utile per i collegamenti indispensabili nel futuro. Bisogna tessere una vera e pro¬pria rete nella clandestinità più assoluta. Comincio a predisporre l’organizzazione delle cellule. I singoli mili¬tanti avranno tra di loro solo i rapporti strettamente indispensabili e nella maggior parte dei casi, si conosceranno soltanto col nome di battaglia. Ciò ostacolerà l’azione dei fascisti e dei tedeschi nel caso che qual¬cuno venga catturato e, inoltre, proteggerà le fami¬glie dalle rappresaglie.
È giunto finalmente il giorno della riunione. Ci incontriamo tutti nell’ufficio della direzione del cinema “Garibaldi” nel centro di Acqui.
L’atmosfera è curiosa, quasi di cospirazione otto¬centesca. Ci presentiamo con tanto di nome, cognome e titoli senza alcun rispetto per le regole della cospi-razione. Come fossimo in un salotto ci si informa della salute della signora. Sembra che nessuno avverta il pe¬ricolo che comporta anche una semplice riunione come questa.
La discussione ha inizio; un signore grassoccio, avvolto da un velo di timidezza, si rivolge alla persona che appare la più autorevole in questa assemblea.
“Secondo lei, avvocato, come andrà a finire?” L’av¬vocato risponde con voce sicura, enumerando varie ipo¬tesi. È incline ad accettare quella più rosea: dopo la resa dell’Italia, la Germania cederà rapidamente e gli alleati non tarderanno ad arrivare. La discussione a questo punto si accende. Ognuno vuole esporre le pro-prie congetture. Nella saletta non si sta cercando di organizzare un’azione comune, ma si formulano previ¬sioni e ipotesi. E l’orientamento quasi generale sembra essere quello di prepararsi per il momento in cui gli alleati arriveranno.
Mantenere i contatti reciproci, organizzare i rispet¬tivi movimenti politici per ogni eventualità. Anche le intenzioni più concrete di qualcuno naufragano in questa atmosfera: tutto sta per approdare a un nulla di fatto. Tra poco ci congederemo con un “buon ap¬petito” e a presto.
Chiedo la parola. La diplomazia non è mai stata il mio forte. Il mio italiano zeppo di locuzioni francesi non mi consente troppe sfumature. Senza circonlocuzio¬ni faccio capire chiaramente che l’ora dei discorsi è pas¬sata. È il momento di passare all’azione. Propongo perciò la costituzione di un organismo unitario per coor¬dinare le formazioni di combattimento.

*

Più tardi la drammaticità degli avvenimenti doveva imporsi ed alcuni dei partecipanti a quella riunione avrebbero fatto eroicamente il proprio dovere. Ma allora le mie parole vennero accolte con evidente fastidio. Con cortesia mi fecero capire che avrebbero gradito, come rappresentante del Partito Comunista, un indivi¬duo più tranquillo.
Lasciai quella sala convinto che bisognava cominciare ad agire perché gli altri antifascisti ci seguissero: con questo intendimento tornai a prendere contatto con Fillak1 e con i giovani antifascisti che ero riuscito ad avvicinare. Ma qualcosa, che non avevo previsto, doveva mutare bruscamente i miei piani.

*

Una sera torno stanco nel mio “rifugio,” l’appar¬tamento di mia zia. L’unico rumore nelle notti tran¬quille è il suono leggero della campanella della cano¬nica. La piazzetta è lastricata in selce ed ogni passo risuona distintamente nel silenzio. Sono circa le 23 e avverto il pesante scalpiccio di una decina di persone, seguito da violenti colpi all’uscio. “Abita qui Giovanni Pesce?” grida una voce. Mia zia esita a rispondere pa¬ralizzata dalla paura. “Dov’è vostro nipote?” “Qui non c’è.” “Aprite, presto!”
Spalancata la porta la torma sale di corsa le scale, rovescia mobili e materassi, spalanca finestre. Afferro gli indumenti che mi riesce di agguantare. Per fortuna non ho dormito nella mia solita camera al primo piano. Ho giusto il tempo di dileguarmi mentre gli ener¬gumeni mettono a sacco la casa. Apro con mille cautele l’imposta di un balcone. La stradina che passa di fronte alla casa porta da un lato alla piazza dove noto ombre sospette a un incrocio di viuzze. Balzo dalla finestra completamente scalzo e coi pantaloni in mano. Tutto bene ma le grida dei fascisti sono ancora vicine. De¬cido di dirigermi alla stazione passando per i giardini deserti a quell’ora e di cercare li un ricovero. Un carro merci vuoto mi offre un ricovero provvisorio in attesa di poter segnalare la mia presenza ad un ferroviere con cui sono in contatto.
L’attesa per fortuna non è lunga, ma certamente angosciosa. È chiaro che tedeschi e fascisti sono entrati in possesso dell’archivio della Questura e se ne stanno servendo. Due ore dopo, grazie al compagno ferroviere, sono provvisto di un paio di scarpe e di una giacca. Passo il resto della notte nel carro merci che all’alba viene agganciato al treno per Torino. Così lascio Acqui. Ora sono veramente alla macchia.

1 Walter Fillak, nato a Torino il 10 luglio 1920, studente di ingegneria all’Università di Genova, nell’inverno 1940-41 fonda una cellula comunista. Nel 1942 viene arrestato una prima volta dal-l’OVRA. Liberato dopo il 25 luglio 1943, nel settembre è a Torino ove organizza in nuclei operativi militari sbandati. Partigiano a Pian di Castagna (Acqui), vice commissario della 3a brigata Garibaldi in Liguria. Protagonista di numerose azioni a Genova Commissario politico nella zona di Cogne (Valle d’Aosta) e comandante della VII divisione Garibaldi operante nella bassa Valle d’Aosta, nel Canave¬sano e nel Biellese. Catturato la notte fra il 29 e il 30 gennaio 1945 in località Sace (Ivrea) con i membri del suo comando che saranno tutti fucilati in seguito ad imboscata di reparto tedesco guidato da un delatore. Processato il 4-2-45 dal comando militare tedesco di Cuorgné (Canavese); impiccato alle ore 15 del 5 febbraio 1945 lungo la strada di Alpette nei pressi di Cuorgné.

Capitolo Secondo
Nelle Brigate Internazionali

Tutto per me era cominciato sette anni prima, 1’11 novembre 1936, quando il treno si era mosso dalla sta¬zione di Nimes, col suo carico di volontari, uomini di ogni età, partito, condizione e paese. Ognuno di noi lasciava la famiglia o i genitori, gli studi o il lavoro, i sogni e le ambizioni; ognuno di noi aveva deciso la partenza per la Spagna d’istinto o meditatamente; ma per tutti il treno partiva all’improvviso, recidendo di colpo un lembo di vita che ci apparteneva.
Addossati ai finestrini degli scompartimenti guarda¬vamo le case che fuggivano sempre più veloci tra la Maison Carrée e l’Anfiteatro romano.
Era l’ora in cui la cantina di mia madre s’andava affollando di minatori. Non era diversa dalle altre ba¬racche: le stesse pareti scrostate e sbrecciate, le stesse imposte stinte e sconnesse, lo stesso stato di desolazio¬ne e d’abbandono all’esterno, in ogni tempo e stagione.
Quand’ero ragazzo immaginavo che tutte le case di tutti i villaggi di minatori fossero simili, con strade fangose sotto la pioggia, polverose sotto il sole, pulite la notte sotto la neve; egualmente disadorne e sovraf¬follate. Non . sospettavo neppure villaggi diversi, stra¬de, negozi, palazzi di città.
All’interno dell’osteria avevo trascorso l’infanzia: ne conoscevo l’animazione notturna e il vuoto diurno. Nella cantina vigilava mia madre, dal primo mattino a notte inoltrata, sempre presente, in piedi, al lavoro.
Cento fili mi legavano a quelle quattro pareti di¬sadorne, all’assito odoroso di segatura umida, al soffitto annerito dal fumo, ai bicchieri tozzi e ingenui, ai boccali panciuti, ai tavoli, alle sedie, alla luce rossa¬stra delle lampadine, alle oscillanti penombre dello stanzone.
Cento fili mi legavano ai minatori: i loro sigari e le loro pipe m’erano familiari non meno del cigolio in¬termittente della porta d’ingresso: di ognuno conoscevo il volto, l’umore, anche se non capivo sempre la lingua.
Non era un’osteria come le altre. Là era invecchiata mia madre; là era rimasta sola a gestire la cantina. L’avevo lasciata e aveva pianto.

Pegolo mi dette una gomitata: “Dormi?”
“Lascialo dormire fin che può.”
Mi voltai a guardare l’interlocutore francese dal viso magro, scavato, lo sguardo aggressivo dietro gli oc¬chiali, la fede all’anulare. Rincantucciato parlava ai com¬pagni che gli stavano di fronte e a fianco.
Mi frugai in tasca, ne tolsi un pacchetto di Gauloi¬ses e le offrii come avrebbero fatto i minatori alla can¬tina con i nuovi arrivati.
Merci bien! Danke schön! Grazie tante.
Il treno che correva nella notte ascoltò le nostre confidenze fino a Perpignano: quattro ore per il passato e la nostalgia, l’ignoto e la paura; quattro ore per co¬municarci frammenti di noi, per concludere un capitolo della nostra vita. Ognuno aveva detto agli altri: “Que¬sto sono io, diamoci una mano!” Ci eravamo congedati da un mondo prima di avvicinarne un altro.

La Spagna è popolata di castelli: su ogni sommità, su ogni collina svettano i manieri medioevali, insegna d’una antica potenza, d’un minaccioso dominio. Chie-se, conventi, residenze patrizie, prima ancora d’essere luoghi di preghiere, di studio, di convegno, erano forti¬lizi: torri, mura, feritoie, fossati ostentavano la supre¬mazia dei conti cristiani e degli emiri arabi. La nostra prima tappa fu il Castello di Figueras. Dai finestrini ci apparve la città come un tranquillo agglomerato di con¬sunte architetture, una sequenza monotona ed eguale di uomini e di traffici.
Non che i catalani di Figueras si mostrassero estra¬nei o freddi ma la loro vera natura esplose solo il gior¬no della nostra partenza. Allora uomini e donne, usi a reprimere il tumulto dei loro sentimenti, ad apparire impassibili, uscirono dalla intimità segreta, come ad un cenno, e si riversarono nelle strade, ci vennero incontro.
Scendevamo inquadrati dal Castello, compagnie spa¬rute di volontari, senza divisa, senz’armi, col solo faz¬zoletto rosso sulle spalle, diretti alla stazione per la via alberata e tranquilla. D’improvviso le finestre delle case si popolarono di trecce e di occhi neri, la strada si riempì di voci e di fiori. Dai patios, dai vicoli, dai portoni, dai negozi, uomini, donne, ragazze ci investi¬rono a ondate; ognuno di noi, ancora prigioniero dei ricordi, si trovò vicino uno, due, dieci volti, cento braccia, mille richiami.
E fu cosí per tutto il lungo viaggio, a Barcellona, a Tarragona, a Castelléon, a Valencia, fino alle falde della Sierra Enguera, fino ad Albacete, la folla ci seguì sempre: sembrava che ci rincorresse e ci precedesse nelle stazioni.
Ad Albacete, centro di raccolta e istruzione dei vo¬lontari di 52 paesi del mondo, trovammo un inverno ar¬tico, venti gelidi, italiani feriti in combattimento della gloriosa “Gastone Sozzi,”2 francesi, tedeschi, polacchi, russi, venuti per combattere.
Come in un porto di mare ad Albacete approdavano professionisti, operai, contadini, minatori; anziani e gio¬vani; politici come Longo, Nenni, i Rosselli, Vidali, D’Onofrio, Pellegrini, Fedeli, Paolo Clavego, Carlo Fa¬rini, Giuliano Paietta, Roasio, Osvaldo Negarville, Te-resa Noce, Spano, Vincenzo Bianchi, Ettore Quaglie¬rini, ecc.; i militanti comunisti, anarchici, socialisti, repubblicani; uomini che avevano abbandonato la ca¬sa e l’azienda, miseri braccianti del Mezzogiorno di Italia, della Croazia, delle pianure d’Ungheria, minatori tedeschi. Il professore della Sorbona e il mina¬tore della Grand Combe, avevano entrambi una ga¬vetta per mangiare, un po’ di paglia per dormire, un fu¬cile per combattere. Tutti avevano lasciato dietro a sé affetti, ambizioni, passioni, per combattere una batta-glia decisiva per la libertà non soltanto del popolo spa¬gnolo. Accanto ai nuovi arrivati, per le strade della città, nei locali pubblici, nelle caserme, i miliziani re-duci dal fronte, feriti, mutilati, portavano sul volto i segni della battaglia. E c’erano donne di tutti i paesi per assistere i feriti, confezionare indumenti, preparare garze e bende, combattere e morire se necessario. Un pomeriggio arrivò ad Albacete la salma di Hans Beinkes,3 commissario politico, caduto sul fronte di Ma¬drid il primo dicembre. I morti spronavano i vivi.
Da Albacete fummo trasferiti alla Roda, un paese distante circa 30 km., per continuare l’istruzione mili¬tare. Il comandante era Picelli, e con lui Ilio Barontini e Felice Platone. La istruzione militare sollevò prote¬ste: protestava il reduce della guerra 1915-18, che si credeva esperto e protestava il ragazzo insofferente di ogni disciplina. Ma come si potevano affrontare i reparti di Franco bene inquadrati, bene addestrati, bene equipaggiati, col solo entusiasmo?
I commissari, i comandanti, il responsabile della cellula comunista Malozzi4 faticarono non poco a far ca¬pire che dovevamo combattere un forte esercito. Purtroppo il tempo concesso alla preparazione era insuffi¬ciente. Sul fronte di Madrid occorrevano reparti freschi. L’ordine di trasferimento giunse un freddo pomeriggio da due veterani, il “Moro,” venuto dall’Abissinia e Marchini della “Gastone Sozzi.” Partimmo il giorno se¬guente, il 14 dicembre 1936; percorremmo sui camion traballanti le strade sconnesse della periferia, tra po¬vera gente ferma sugli usci e affacciata alle finestre. I camion si arrestarono in lunga fila, sullo spiazzo davanti ad una caserma, richiamando intorno i miliziani del Bat¬taglione Garibaldi; il comandante Pacciardi, il commis¬sario Roasio. Sembrava un ritorno a casa.
Il mattino successivo sveglia alle sei. Fuori era buio e freddo, molto freddo. Scendemmo e ci allineammo sul grande spiazzo davanti alle caserme. Un ufficiale gridò i nostri nomi e la compagnia alla quale eravamo asse¬gnati. Io mi trovai alla seconda compagnia, sezione mi¬tragliere, con Tomat, Faleschini, Cerbai. Il 17 dicem¬bre partimmo per il fronte: il battesimo del fuoco.

*

Il nemico ha colpito. Garemi5 è stato catturato e fucilato. Torino ne viene informata dai tetri manifesti che i fascisti affiggono per annunciare le loro rappresa-glie. La gente legge senza guardare in volto il vicino per paura che anche un cenno impercettibile tradisca il pensiero. Le spie pullulano e c’è da giurare che sono appostate nei piccoli muti capannelli.
Dunque è il terrore. La mia città, vista da bambi¬no, sognata negli anni dell’esilio, ha paura perfino di me. La gente diffida di tutti. L’incubo delle rappresaglie è una realtà che tappa le bocche e nasconde anche quel che di solito l’occhio rivela. Ognuno si sente sicuro soltanto nelle quattro mura della propria casa e anche allora parla a bassa voce.
Perché non ho più addosso l’uniforme lacera della guerra di Spagna? Perché non mi rintrona all’orecchio lo scoppio furibondo del cannone? Andare all’assalto, colpire il nemico, conquistare la posizione, perderla, schivare il freddo colpo della baionetta, avvolgersi nella notte gelata nel mantello bagnato e aspettare l’alba sot-to un cielo pieno di stelle. Vivere e morire da uomini, non strisciare in questa Torino su cui sembra incombere, dovunque, l’immagine del plotone di esecuzione.
Risponderemo al terrore col terrore. Colombi, re¬sponsabile della federazione comunista in Piemonte, è un uomo di poche parole. Grosso, silenzioso, ostinato, scarta le nostalgie con un gesto della mano. Organizze¬rò due brigate di gappisti. Colpirò i fascisti dove e come ordinerà il comando. Due brigate? Dove trovare gli uomini? I contatti sono quasi impossibili. Ogni incon¬tro, ogni colloquio può essere l’ultimo. Quando parlo con un compagno sento la polizia alle spalle. L’uomo, il compagno, non sarà già sorvegliato? Dietro di lui, ignaro, non saranno pronti ad arrestarci, gli uomini della squadra politica? Naturalmente le stesse domande se le pongono sul mio conto la staffetta, l’addetto ai collegamenti, il tecnico degli esplosivi, il collega che procura le armi, tutti i compagni di lotta con i quali si deve parlare ogni volta per stabilire un programma di azione. Diventano rapidamente drammatici anche po¬chi secondi di ritardo. Si affacciano dubbi: la polizia non sarà intervenuta? Poi se il ritardo si prolunga la mano corre da sola all’impugnatura della rivoltella, il proiettile è in canna e lo sguardo si muove attorno in cerca della scappatoia d’emergenza.
L’ora della paura è arrivata anche per noi. Siamo stati capaci di tenerla lontana per lungo tempo, in mo¬menti difficilissimi, ma ora, è inutile nascondercelo, ci è addosso e ci rende più difficili í nostri compiti.
Torno a casa, nel mio piccolo angolo di Via Brunet¬ta n. 3. È un posto che ispira pace. Nei viali sorgono ancora alberi, gli stessi che, altrove, sono stati tagliati; i giardini delle villette sono un po’ trascurati, ma non troppo; i proprietari sfollati ritornano a casa almeno una volta la settimana. Qui ho eletto la mia residenza clandestina: la zona è semidisabitata, nessuno che possa se¬guire ogni movimento. Non è necessario simulare abi¬tudini o uscire soltanto la notte per non suscitare sospetti. Stradicciole e vialetti interni, recinti di siepi, cancellate metalliche divelte o segate conducono in giar¬dini deserti, tra i cespugli dove è possibile sempre tro¬vare un rifugio.
Una donna con una grande borsa al braccio cam¬mina lentamente per una di queste stradicciole. Suona a tutti i campanelli. In genere nessuno risponde perché la maggior parte delle case è vuota. A chi apre offre modesti articoli da toeletta, sapone, una matassa di gros¬sa lana militare. La sua faccia non mi è nuova, ma non riesco a situarla nel ricordo. Quando suona alla mia porta scendo ad aprirle. I vicini mi hanno visto en¬trare poco prima ed è più prudente agire in modo normale.
“Marco non sta bene,” mi dice la donna porgen¬domi un pezzo di sapone. È la parola d’ordine. Ora so chi è. Ritiro l’oggetto, verso qualche moneta nella mano vuota a beneficio dei vicini, nel caso che qualcuno mi guardi. Rientro in fretta. Sotto l’involucro un biglietto mi fissa un appuntamento per la sera stessa. L’incontro è rapidissimo all’angolo della strada. Il tempo di accendere una sigaretta e di ricevere verbalmente un ordine: devo giustiziare il responsabile della deportazione di ol¬tre settanta patrioti e partigiani, un maresciallo della milizia, Aldo Mores, molto noto a Torino (amico perso¬nale di Mussolini) che si sta facendo la fama di “duro” distinguendosi per il numero degli arresti e per la fero¬cia delle torture. Non c’è tempo da perdere: l’uomo rappresenta un pericolo permanente per gli antifasci¬sti, è un simbolo del terrore.
Tornando a casa avverto Antonio che la prima azio¬ne è imminente. Antonio è la prima recluta della co¬stituenda brigata. Per ora siamo in due ma saremo poi più numerosi.
Ho dormito sotto i bombardamenti a Huesca. Ma stavolta non riesco a chiudere occhio. Il soffio leggero del vento porta i rumori di una notte di guerra a To¬rino. Qualche passo cadenzato, l’eco dei cingoli che chissà dove mordono l’asfalto, qualche colpo isolato di fucile. Verso l’alba il rombo di aerei. Tedeschi, direi, dal rumore. L’unico suono familiare è quello di un cam¬panile poco lontano. I rintocchi echeggiano ogni quar¬to d’ora: la misura del tempo è l’unica cosa familiare nella città dominata dall’angoscia.
Finalmente è giorno, mi alzo con rabbia dal letto e in pochi minuti sono pronto per uscire. Vado in bi¬cicletta a rilevare Antonio che, beato lui, dorme tran-quillo e lo porto in perlustrazione. Sul posto gli ostacoli e le difficoltà si rivelano più gravi del previsto. La zona dell’operazione è molto affollata di giorno; non mancano, naturalmente, militari repubblichini ed anche soldati tedeschi. Per raggiungere il nostro obiettivo biso¬gna entrare in un negozio in cui il maresciallo è solito intrattenersi; tentare di colpirlo altrove, specialmente nelle vicinanze della caserma, sarebbe pazzesco. Ma an¬che così l’impresa si presenta quasi disperata. Non si può contare nemmeno su un minuto per poter effet¬tuare la fuga. Una volta colpito il criminale fascista, l’allarme sarà dato, anche se involontariamente, dalla gente presente nel negozio, mentre all’esterno l’eco degli spari richiamerà il nemico. La sola speranza è di dileguarsi nel fuggi fuggi generale. E se, per fortuna, nel momento decisivo transitasse nella zona un tram o un autobus, forse il rumore della sparatoria potrebbe passare inavvertito.
Torniamo indietro. Pedaliamo un bel po’ prima di scambiarci una parola.
“Hai visto il maresciallo?” faccio io. “Ha proprio la faccia dell’aguzzino,” risponde e si richiude nel suo silenzio. Agiremo domani.
È difficile definire quello che ci sta accadendo. Pau¬ra, rabbia, tensione si mescolano ad un odio profondo verso un nemico che ci costringe a metodi di lotta ben diversi da quelli a cui eravamo abituati. In Spagna ed in montagna il nemico si affrontava in combattimento: faccia a faccia.
Questa è una battaglia solitaria, penso. Tu, solo con i tuoi sentimenti e le tue pene. Sai qual è l’obiettivo da colpire ma il nemico può sorprenderti all’improv-viso alle spalle o sbarrarti la strada. Mi ritrovo a casa steso sul letto, gli occhi puntati al soffitto. Ho deciso: agiremo domani. Prima che cali la sera vado a fare una lunga passeggiata.
Arrivo sul lungo Po e mi fermo a guardare le ac¬que del fiume. Quella corrente d’acqua in movimento tra un argine e l’altro avrebbe attraversato tutta la pia¬nura, fino al mare. Anche questa, penso, è una delle po¬che cose che siano rimaste normali, come i rintocchi di quel vecchio orologio da campanile che m’hanno ripor¬tato ai ricordi della mia prima adolescenza. Un fiume è una forza inarrestabile che si muove secondo leggi fi¬siche, ma soprattutto perché deve muoversi e deve raggiungere il suo traguardo. Guardo le acque che ver¬so le rive appaiono maestose e solenni: una forza potente che scivola, silenziosa e che nessuno può fermare. Già, e chi avrebbe potuto fermarla?
Il pensiero si arrovella attorno alla mia battaglia in¬teriore, alla mia lotta contro la paura e la solitudine.
Siamo come tanti rivoli che l’oppressione nemica impedisce si riuniscano in un solo, grande fiume, inar¬restabile.
Torino sotto la sferza del terrore sembra la smen¬tita più cupa ed eloquente a questa grande speranza. Il terrore — penso — c’è davvero e nessuno riesce a scrollarselo di dosso. Io ed altri come me, si prepa¬rano a colpire il nemico, a ridare speranza ai cuori sgo¬menti: è già un segno di forza in condizioni quasi tremende!
Ritorno a casa evitando i controlli delle pattuglie in circolazione dopo il coprifuoco. A casa leggo, mangio un boccone, metto in ordine le mie poche cose. Verifico che non vi siano documenti compromettenti per qualcuno se verrò catturato o colpito. Brucio qualche foglietto di carta, qualche appunto e imprimo nella mente qualche indirizzo e numero telefonico. Dopo mez¬z’ora controllo la memoria: tutto risulta accuratamente archiviato. Posso andare a letto. L’imminente azione mi concilia rapidamente il sonno. Dormo come da mol¬to non mi accade. Mi sveglio quando il sole è già alto.
Ma il mattino tutto è diverso. Man mano che An¬tonio ed io ci avviamo verso il centro della città, mi opprime il senso di una solitudine disperata. Noi soli, impegnati a rompere uno degli ingranaggi della mac¬china del terrore, in una città che ci ignora, che sem¬bra assente e indifferente, almeno così appare. Volti di uomini, di donne, di bambini, di repubblichini, volti di tedeschi sotto gli elmi, volti di gente frettolosa in cerca di pane con la tessera; volti di donne ansiose di ritor-nare a casa prima che un allarme aereo le divida dalla famiglia; visi di bambini a cui sarà negata la gioia di ritrovare nel ricordo un’infanzia felice.
Antonio mi sorpassa improvvisamente e si allontana appostandosi all’incrocio della via. Siamo arrivati. Io mi fermo davanti al negozio dove il maresciallo ha il consueto appuntamento. Appoggio la bicicletta al muro. Do un’occhiata attorno: tutto sembra tranquillo, niente repubblichini, né tedeschi. Entro nel negozio. C’è. Si appoggia al banco e di fronte a lui stanno tre donne. Un’altra, forse la proprietaria, è al suo fianco. Cerco con la mano la rivoltella. Appena una di quelle donne si sposterà e si creerà uno spiraglio lo colpirò. Sono sulla soglia del negozio; sento che mi guardano Alle spalle sopraggiunge un uomo che mi chiede di pas¬sare. Mi scosto, lo faccio entrare. Che cosa faccio? Non posso starmene lì ancora e d’altra parte, nessuna delle donne si scosta. Sto per andarmene e proprio in quel momento il bersaglio si libera, l’assassino di tanti miei compagni è lì. Faccio un passo, mi appoggio allo stipite della porta, fingo di raccattare qualcosa. Non ce la faccio — penso — non ce la faccio. È proprio paura. Mi ritrovo all’aperto, sollevato e furibondo. Ades¬so dovrò mentire. “Il maresciallo non c’era,” dico ad Antonio, “torneremo domani.”
Questo è sicuro, domani torneremo. Ma è altret¬tanto sicuro che oggi ho avuto paura.
Mentre pedalo tristemente verso casa, ripercorro mentalmente la serie dei fatti. La paura mi ha tolto il controllo di me stesso, ma a gradi, non all’improvviso. È cominciata da quel senso di solitudine e di impo¬tenza. Mi sono sentito braccato prima di cominciare e, quando ho deposto la bicicletta presso il negozio, im-maginavo già i repubblichini che mi inseguivano.
Devo mentire ancora, la sera. Barca viene a trovarmi e mi chiede: “allora Ivaldi, a che punto siamo?” Ivaldi è il mio nome di battaglia a Torino.
Non ho il coraggio di dirgli la verità. Barca è di quelli che sembrano sempre a loro agio nelle situazioni più difficili. Riesce a filtrare attraverso i rastrellamenti, ai posti di blocco, è pieno di risorse di fronte agli im¬previsti della lotta clandestina in città.
“Oggi il maresciallo non c’era, sarà per domani.”
Barca se ne va. Non ho neppure voglia di mangiare. Mi rifugio a letto. Sono solo e mi vergogno. Si è fidato di me perché sono un veterano della battaglia. Eppure sapevo che cosa significava combattere la pau¬ra, per poi combattere il nemico, o combattere tutti e due, nello stesso tempo.

La Spagna, Madrid, nei primi giorni dopo il mio arrivo. Fame, bombardamenti e l’Internazionale cantata in coro, tra i madrileni che ci accoglieranno come sal¬vatori. All’alba, gelati dal freddo, partimmo in camion per il fronte di Boadila del Monte6. Passavano le case colpite dalle bombe, smozzicate e bruciate; donne, vecchi e bambini. Trascinavano qualche suppellettile, un carrettino. Bende sporche su ferite recenti.
Si arrivò in prima linea passando davanti alle in¬fermerie del campo, affollate, risonanti di grida, incro¬ciando autoambulanze e barelle. Noi eravamo destinati al contrattacco. Ci sparpagliammo sul terreno. Ci schiac¬ciammo contro il suolo sotto la pioggia delle bombe. Quando non se ne può più è quasi un sollievo l’ordine di attacco. Si corse, fummo di fronte. Ora so cos’è un combattimento, pensai, e fui già nel pieno della mi¬schia. Una faccia contorta, odiosa nel sovrapporsi della paura sopra l’originale ferocia. Mi fu di fronte con le mani alzate. Supplicò per la vita, tremava e piangeva. Era un ufficiale dei distaccamenti coloniali, di quelli che hanno fama di essere più crudeli. Orgoglioso e prepotente. Ma perse ogni controllo di sé, in lui viveva soltanto il terrore.

*

Mi risveglio di colpo nel buio della notte. Quella faccia. L’ho rivista ieri. È la stessa faccia del maresciallo di Via Fabio Filzi, gonfio di orgoglio, pronto a inferocire fino a che si sente il più forte e a strisciare nel momento del pericolo.
Oggi i fascisti si sentono sicuri a Torino, sotto la protezione dei Panzer tedeschi, delle SS, della polizia che riempie le camere di tortura. Credono di averci pa¬ralizzati, ma non ci conoscono.
Ora so perché sono scappato dal negozio. Mi ha pa¬ralizzato l’impressione di essere solo a combattere una guerra troppo diversa, ho sentito la mancanza dei com¬pagni che corrono attorno a me all’assalto. Mi ha bloc¬cato il silenzio al posto del grido che esce insieme da cento petti. Non ci sono bandiere spiegate in questa guerra, non c’è l’eroismo del bel gesto in faccia alla moltitudine degli amici e dei nemici. Ma la guerra è la stessa. L’avversario ha il medesimo volto, quello dell’ufficiale franchista e del maresciallo torturatore, io sono sempre un soldato di un esercito numeroso, anche se avanzo da solo in territorio nemico, per colpire il terrore col terrore.

È l’alba. Devo raggiungere Leone al comando re¬gionale piemontese. Fa maledettamente freddo, anche se è una giornata di sole. Ripeto a Leone la mia bugia. Ma non fa nulla. So che oggi chiuderò la partita. Pe¬dalo vigorosamente per arrivare a casa di Antonio. Mi aspetta. Partiamo.
Imbocchiamo Corso Francia. Il solito traffico di tram e di autobus, il solito passaggio di gente imbacuc¬cata e malvestita, di soldati in divisa grigioverde ed oliva. Ancora una volta Antonio mi supera e va ad appostarsi all’angolo per proteggermi le spalle. Depongo la bicicletta a due passi dal negozio. Il maresciallo è all’interno. Lo vedo. Chissà che cosa viene a fare qui! Probabilmente ha un’amica tra queste donne e si concede qualche piccola distrazione prima di tornare al “lavoro.”
“Ormai non torturerai e non ammazzerai più nes¬suno,” — non sto pensando queste parole; le dico ad alta voce senza volerlo. Il maresciallo si volta. Capisce. La sua grinta si scioglie in una smorfia di smarrimento e di implorazione. Ha la faccia di tutti i vigliacchi, la faccia di quello che catturai in Spagna.
Sparo con tutte e due le pistole. Mentre l’uomo si piega, esco rapidamente, intasco le armi e inforco la bi¬cicletta. Gli spari hanno suscitato una confusione inde¬scrivibile. Tutti corrono in tutte le direzioni. Il traffico si arresta; anche dagli autobus la gente scende e scap¬pa senza ragione. Posso allontanarmi tranquillamente. Antonio lo troverò più tardi, con calma.
In periferia incontro camion carichi di repubblichi¬ni che si avviano verso il luogo dell’azione. Adesso sanno che la giustizia può raggiungerli anche all’om¬bra dei “tigre.”

2 La centuria “Gastone Sozzi” (dal nome del martire antifa¬scista ucciso dall’OVRA nel 1921 nelle carceri di Perugia) fu for¬mata dal primo scaglione di italiani che raggiunse la Spagna fin dal-l’agosto 1936. Comandante della centuria fu Francesco Leone.
3 Già deputato comunista tedesco.
4 Malozzi: fu fucilato dai nazifascisti a Roma il 10 giugno 1944.
5 Ateo Garemi, nato il 6 marzi 1921. Fu uno dei piú attivi combattenti del F.T.P. della regione marsigliese. Rientrato in Ita¬lia lia il 22 settembre 1943, fu il primo comandante dei GAP a To¬rino. Con Dario Cagno il 24 ottobre partecipò alla esecuzione del seniore della milizia. Arrestati, furono condannati a morte e fucílati. Alla domanda del presidente del tribunale di inoltrare domanda di grazia al “duce,” Garemi rispondeva: “Non chiederò nes¬suna grazia. Non sono io che devo avere paura; io ho solo com¬piuto il mio dovere di proletario, di italiano, di comunista. Sono sereno e la morte non mi spaventa. Siete voi che dovete aver paura, voi che morirete nell’ignominia come tutti i traditori.”
6 Boadila del Monte: il primo fronte a cui ho partecipato.

Capitolo Terzo
Come nasce una bomba

Trascorrono tre giorni durante i quali lo stordimento seguito all’azione si attenua. Mi ritrovo pieno di fiducia e con maggiore coscienza critica. Non avevo ancora acquistato sufficiente esperienza per condurre una lotta in città dove si rischia così tanto e dove si richiede organizzazione, segretezza e tempestività; dove metodo, calma e decisione sono i tre fattori del successo. Sento bussare. Al di là dell’uscio la voce di Dante Conti mi risponde. Con lui è Ilio Barontini, il leggendario combattente di Madrid, di Guadalajara, il comandante che alla testa del battaglione Garibaldi colse la vittoria contro i legionari fascisti; uno dei pochi che in Abissinia fra i partigiani etiopi lottò contro gli invasori.
Barontini sorride e mi abbraccia. “Rimarrà da te alcuni giorni,” esclama Conti prima di andarsene. Ba¬rontini mi martella di domande: da quanti mesi sono a Torino, come mi sono organizzato, qual è il mio piano d’azione, come l’ho coordinato con la lotta generale delle masse popolari, se ho messo in piedi un minimo di apparato tecnico. Barontini mette a nudo le mie ap¬prensioni, le mie insufficienze, i miei dubbi, le mie incertezze. Per due giorni sono rimasto ad ascoltarlo. Alla fine lo sgomento per la povertà dei mezzi, degli uo¬mini, dell’organizzazione, la sorpresa, l’ira prendono il sopravvento e urlo che non ce la farò mai a svolgere tutto il lavoro da solo, senza uomini, senza neppure sapere confezionare una bomba. Barontini sorride.
“Se le bombe,” dice, “sono il tuo problema, è presto risolto.” Ma non si tratta soltanto di bombe.
“Parliamone adesso,” insisto.
E la miccia? Barontini prosegue: “ora t’insegnerò qualche cosa di più. Prendi appunti, anche se è contro le regole della clandestinità. Per costruire una miccia a combustione lentissima, che non faccia fiamma e che bruci silenziosamente: questa miccia (stoppino) non si trova in commercio.”
Barontini continua: “Prendi un filo comune da calza, preferibilmente bianco e di lino, perché inodore e meno fumogeno. Stempera 8 grammi di bicromato di potassa in cento grammi di acqua; lascia bollire dieci minuti il cotone, dopo di che lo lasci asciugare al buio. Poi prendi, ben asciutti, 40 fili di detto cotone, lunghi secondo la necessità e con un filo del medesimo cotone avvolgi i 40 fili facendo così un cordoncino che brucerà per mezzo centimetro al minuto.”
“Certo,” commento, “sembra veramente facile.”
“È facile,” prosegue Barontini, “se hai un amico fabbro.” Lo interrompo impaziente. Barontini prende un foglio di carta e una matita e mentre parla disegna sul foglio.
“Prendi un tubo qualsiasi, piccolo o grande, di fer¬ro, di ghisa, di bronzo, perfino di alluminio, lo tagli a dieci, venti, quaranta centimetri; saldi ad una estremità un coperchio dello stesso materiale del tubo e al cen¬tro del coperchio pratichi un foro di un diametro di sei o sette centimetri.”
Mentre Barontini parla, continua a tracciare segni sulla carta e la bomba nasce sotto i miei occhi.
“La parte del tubo senza coperchio,” prosegue Ba¬rontini, “viene filettata per permettere di avvitarvi un altro coperchio, pure filettato per un paio di centime¬tri. Si ripone l’esplosivo nel tubo, si fa passare la mic¬cia con il detonatore nel foro del primo coperchio fa¬cendo in modo che il detonatore vada ad innescarsi nell’esplosivo. Alla fine si avvita il secondo coperchio e la bomba è pronta.”
“Sarà potente?” chiedo. “Quanto vuoi che sia, a seconda del diametro, della lunghezza del tubo e la qualità di esplosivo disponibile. Puoi preparare anche una bomba di dieci chili, venti chili, capace di distruggere una caserma.
“Non hai che da provare. Vai dal tuo amico fab¬bro. Costruisci la bomba e poi la esperimenti su uno degli obiettivi che vuoi buttare all’aria.”
“Certo che lo faccio,” rispondo. “…Se ne accorgeranno! Però non riuscirò a far tutto da solo, non ci sono uomini che mi aiutino, l’organizzazione non mi dà una mano, i collegamenti non funzionano, non ci sono tecnici, non ci sono armi.”
Barontini mi lascia sfogare, sorride e tace. Poi mi aggredisce: “Le armi, le armi! E le tue bombe? Non sono forse armi potentissime per una guerra che si combatte nelle strade, fra le case, in mezzo alla gente? Non hai tecnici? E perché non lo diventi tu? Impara a con¬fezionare bombe esplosive, poi imparerai a fabbricarti quelle incendiarie!
“Non ti bastano le bombe? Scendi in strada, di sera, con un martello, un bastone, un coltello, con qualcosa che serva ad uccidere. Togli le armi ad un repub¬blichino, ad un tedesco, ad un altro tedesco, ad un altro repubblichino: avrai armi per te e per i compagni che in questi giorni affluiranno ai GAP!”
Sono come sommerso, stordito dalla sicurezza tran¬quilla di questo uomo intelligente e buono. Mi incute rispetto, un grande rispetto, ma non voglio darlo a vedere.
“Il partito,” tento, “il partito non mi aiuta?…”
“Sbagli,” esclama Barontini, “sbagli veramente di grosso. Sei tu il partito, siamo noi il partito e stiamo appunto aiutandoci l’un l’altro per combattere la lotta in cui sono impegnati tutti gli altri partiti dello schie¬ramento antifascista, in cui è impegnato tutto il popolo italiano. È una battaglia che ha bisogno di tutti, le frazioni isolate non solo sono inutili ma spesso dan¬nose. Devi tenerlo presente, ben presente.”
Sono interdetto: Barontini mi ha dato ragioni che sono certo di aver sempre saputo, senza essere mai riuscito ad esprimerle a me stesso.
Anche queste mi sembrano cose semplici. Dunque è vero: il partito non mi ha mai lasciato solo.
Barontini, uscito nel pomeriggio, rientra la sera con un pacco: “ecco la tua prima bomba, te l’ho preparata io. Non è stato difficile.” So già come la use¬rò. Nella mia mente l’azione è chiarissima; particolare per particolare, secondo per secondo.
Due giorni dopo m’incontro con Andrea e Anto¬nio. Passeggio con Andrea lungo il corso. Antonio entra nel locale gremito di tedeschi e fascisti. Di fronte al caseggiato c’è la ferrovia. Dopo una lunga attesa Antonio sopraggiunge: “ci sono dentro trenta tedeschi,” dice, “quasi tutti ufficiali e molti fascisti.” Ci avviciniamo. Tengo sotto il braccio il pacco con la bomba. L’ho confezionato in modo che la miccia spunti dall’involto. Sotto la finestra del locale Andrea si accende una siga-retta e, chinandosi verso di me, come a riparare la fiam¬ma dal vento, avvicina la brace alla miccia. È buio. Se¬guo con gli occhi il punto rosso che sfrega leggermente contro la miccia. Sento il cuore battere con violenza. D’improvviso sprizza un leggero soffio di fuoco: la mic¬cia è accesa. Alzo il pacco e lo appoggio al davanzale della finestra. Ci allontaniamo lentamente facendoci for¬za per non correre. Siamo già lontani sulle biciclette quando ci percuote lo schianto lacerante e terribile della mia prima bomba.
A casa, prima ancora che parli, Barontini legge sul mio viso l’impresa; mi abbraccia. “Bravo muchacho!” mi ripete, dopo otto anni.
Il 4 gennaio 1944, dopo l’azione, il comando tedesco in un proclama diretto a tutti i “cittadini amanti dell’ordine e della giustizia” invita il popolo a collaborare con le forze armate naziste minacciando feroci rap¬presaglie. Con Barontini parlo della reazione nazista. “Le rappresaglie non possono fermare la nostra azione.” In Francia — dice Barontini — in una situazione analoga i tedeschi sono stati costretti a subire le azioni partigiane. La minaccia di rappresaglie non ci lascia indifferenti. Purtroppo questa è la guerra e le rappresaglie non ci possono fermare. È un grave errore limitarsi ad aspettare gli alleati. Noi dobbiamo colpire, sempre, di giorno e di notte, sulle montagne e nelle città, nel cuore stesso della città dove i nazisti e i fascisti si credono al sicuro. Seminando panico e terrore tra i nemici, costringendoli a impegnare forze ingenti nei presidi e nei rastrellamenti, aiutiamo gli alleati su tutti i fronti. E infondiamo fiducia alla popolazione, sfiducia tedeschi che si sentono sempre più vulnerabili su un fronte che non ha confini, che ovunque li circonda e li minaccia. Barontini mi parla per ore. Non vi è altro modo per condurre la lotta contro gli invasori, contro i massacratori di Cefalonia!
“Aspettare,” insiste Barontini, “non serve a nulla. Combattere invece significa avvicinare di un gior no, di una settimana, di un mese l’ora della liberazione.”

I gappisti che due giorni prima hanno parteci pato all’azione, desiderano portarne a termine altre, più rischiose e più efficaci, ma alla terribile ed estenuante lotta isolata preferiscono quella nelle formazioni di montagna. Mi ritrovo solo con un ragazzo di 19 anni: An¬tonio. “Quando sei solo, sei tu il partito.” Le parole di Barontini, mi frullano nella testa, mi ridanno fiducia. Ma non per molto. Trascorrono Natale e capodanno. I tedeschi occupano città e nazioni di mezza Europa; nei campi di sterminio centinaia di migliaia di esseri umani muoiono ogni giorno. Debbo agire. Il 15 gennaio io e Antonio giustiziamo in strada un sergente fascista. È necessario fare di più; soprattutto è necessario reclutare più uomini. Si trova gente disposta a scioperare, a distribuire manifestini, ad andare in mon-tagna, a disarmare per le strade fascisti e tedeschi isolati, ma sono pochi coloro che sono disposti ad agire nei GAP in azioni veloci, decise, senza pietà.
Ai primi di gennaio del ’44 il compagno Bessone (Barca) mi comunica un ordine del comando generale delle Brigate Garibaldi. “Non dovrò partecipare perso-nalmente ad alcuna azione, ma organizzare, reclutare, istruire i gappisti. Chi debbo istruire? Cosa devo or¬ganizzare? La brigata siamo io e Antonio. In Val di Susa, in Val di Lanzo, e in altre valli del Piemonte sono in corso feroci rastrellamenti contro le brigate di mon¬tagna. È necessario colpire il nemico qui, nel cuore della città, con estrema violenza, come se un grosso gruppo partigiano operasse in piena Torino. Il coman¬do nazifascista sarà costretto a distogliere una parte delle forze impiegate nei rastrellamenti per presidiare i comandi di città.
C’è solo una cosa da fare: agire. Se io e Antonio siamo la brigata, tocca a noi due agire. Mi pare sia conforme agli ordini. La brigata deve attaccare. Ho preso la mia decisione. Agirò senza chiedere l’ordine al comando.
È sera quando esco. Sono solo. Antonio mi aspetta altrove.
Corso Vittorio Emanuele è affollato di operai, di impiegati, di uomini e donne usciti dagli uffici; mac¬chine cariche di tedeschi e fascisti percorrono il corso nei due sensi. C’è frastuono di claxon, di campanelli, di tram, di fischi di locomotive in manovra alla vicina stazione. Fa freddo. Cammino adagio affondando le mani nelle tasche del cappotto, stringendo il calcio di due pistole. Il tempo trascorre lentissimo. Sento come un nodo nel petto, un nodo di ansia e anche di paura. Mi costringo a restare in attesa. So quello che debbo fare: aspetto due ufficiali tedeschi. L’ora è giunta. Tedeschi e fascisti mi sfiorano continuamente aumentando il mio nervosismo. Qualcuno mi può notare, chiedermi docu¬menti, perquisirmi. Se tornassi a casa non farei che ob¬bedire a un ordine. Ma la brigata deve attaccare ed io e Antonio a duecento metri siamo la brigata GAP di Torino. Sto per sparare contro quattro ufficiali fascisti che mi passano accanto, per sfuggire all’ansia che mi opprime, per portare a termine una azione qualun¬que, per poter dire a me stesso che ho avuto la forza di agire. Ma non sparo: questi quattro non sono i “miei” due ufficiali tedeschi. I quattro entrano nel caf¬fè di fronte e io li seguo: li subisco mentre discorrono tronfi e spavaldi con alcune prostitute. Entrano due ufficiali tedeschi e i quattro balzano in piedi, “romanamente.” Esco e attendo. Fa più freddo e mi dico che è il freddo a farmi tremare leggermente. So che non è il freddo. Continuo ad aspettare. Passa un’altra mez¬z’ora, interminabile, snervante. D’improvviso: eccoli! È il momento atteso. Vorrei non fosse mai arrivato. Vorrei essere chissà dove. Invece sono qui a guardare i miei due tedeschi che vengono avanti baldanzosi, parlando ad alta voce, vicinissimi. Ho gli occhi fissi sulla croce di ferro che spicca sul petto di uno di loro: estrag¬go le pistole e sparo. I due nazisti cadono senza un grido. Ho esploso dodici colpi.
La gente sotto i portici rimane per un attimo incer¬ta, si ferma, fugge, si rifugia nei portoni. Una donna grida. Dal caffè di fronte escono due ufficiali tedeschi con le machine-pistole in pugno. Faccio l’atto di spa¬rare contro di loro, ma le armi sono scariche. Che fac¬cio? All’improvviso nella mente mi passa il ricordo della battaglia di Guadalajara quando, fermo accanto alla mitragliatrice, continuavo a sparare sullo squadrone di tank fascisti che avanzavano. Allora non ero fuggito. Ora, indietreggio rapidamente e giro l’angolo di via Gioberti, mi getto a terra, cambio un caricatore. Il rumore dei passi dei due tedeschi si avvicina! inseguono la mia fuga. Ecco il primo: sparo tre colpi e l’ufficiale cade; ecco l’altro: sparo ancora due colpi e il nazista lascia cadere a terra la pistola e urla e mentre si piega su se stesso tenta ancora di riprendere l’arma: sparo un colpo ancora. L’ufficiale scivola di schianto sull’asfalto.
L’ansia che avevo dentro di me si allenta all’improv¬viso. In corso Vittorio Emanuele sparano. Li sento av¬vicinarsi, cambio ancora una volta il caricatore e cor¬ro lungo via Gioberti. Dopo cinquanta metri mi fer¬mo e al riparo di un portone esplodo tutto il carica¬tore contro i fascisti e i tedeschi che s’affacciano sulla strada. Si buttano a terra, tornano indietro. Riprendo a correre. In fondo a via Gioberti, in via Manzoni, An¬tonio mi aspetta con la sua bicicletta. Il giorno dopo sui giornali, con grossi titoli, c’è il resoconto dell’azio¬ne compiuta dai “banditi” contro alcuni ufficiali delle truppe tedesche alleate; c’è l’ordine del coprifuoco alle 20. Si promette una taglia di mezzo milione per chi farà arrestare i “banditi.” Per rappresaglia hanno im¬prigionato 50 ostaggi. Il giornale me lo porta Barca, raggiante. “Chi saranno stati?” chiese. “Sono stato io,» rispondo. Barca, sorpreso, sbalordito, se ne va in fretta. Nel pomeriggio si riunirà il Comitato di liberazione piemontese per discuterne e per fronteggiare le rap¬presaglie dei nazisti. Approverà o sconfesserà la mia iniziativa? Saprà che un garibaldino, un gappista, ha giustiziato gli ufficiali nazisti.

*

La battaglia di Guadalajara: verso la fine di dicem¬bre giunse l’ordine di partenza per il fronte di Mirabue¬no. Il Battaglione Garibaldi che al primo scontro con i franchisti a Madrid, era arrivato in prima linea senza fucili, era ora equipaggiato completamente. Partimmo un mattino presto, col buio fitto.
I camion percorsero i sobborghi di Madrid, la stra¬da da Guadalajara fino a Sigùenza, a Brihuega. Ci accam¬pammo. Il mattino successivo ripartimmo. Attraversam¬mo paesi e borgate tra gente affaccendata attorno a carri e camion sgangherati, pronta a sfollare dalla zona del Fronte e contadini al lavoro attorno alle concimaie. Scendemmo dagli automezzi per proseguire a piedi, ca¬richi di armi, munizioni, fardelli, tra carri armati e grup¬pi di miliziani in corsa. Ci trovammo qualche ora dopo in piena battaglia fra i campi di Mirabueno. Raggiun¬gemmo combattendo le case. Il colonnello franchista che comandava la zona, sorpreso dalla nostra avanzata, era fuggito precipitosamente abbandonando moglie e figlia. Mirabueno era già in nostre mani quando ci sor¬volarono gli apparecchi repubblicani. I volontari polac¬chi attaccavano le nuove posizioni franchiste.
Il 3 gennaio, due compagnie e gli arditi del Batta¬glione Garibaldi appoggiarono la manovra “Dombrow¬ski,” il 5 gennaio altre due compagnie si attestarono su una altura per proteggere il fianco della formazione polacca.
La marcia di avvicinamento fra boschi, burroni e avvallamenti procedette spedita, grazie proprio al terreno accidentato. Picelli era in testa con l’arma puntata e sparò subito contro una pattuglia fascista emersa all’improvviso. Picelli7 era sempre in testa. Pacciardi e Roasio l’avevano richiamato più volte: “Devi coman¬dare, non rischiare la tua vita ad ogni passo.”
Raggiunse l’altura, sistemò la mitragliatrice, s’alzò di scatto, fucile in pugno e cadde senza vita.
Nella notte tra il 6 e il 7 gennaio, sostituiti da regolari spagnoli, lasciammo Mirabueno per trasferirci a Guadalajara. Fummo sorpresi da un bombardamento aereo. Le bombe dei fascisti distrussero case d’abitazione, uccisero vecchi, donne e bambini. Uscimmo di cit¬tà. Ci attestammo a Colmenar Viejo, vicino all’Escorial.

Madrid continuava ad essere semi-assediata. Da mesi e mesi i franchisti, falliti gli assalti frontali, attendevano che la città capitolasse. Stroncato in gennaio il tentativo di isolare la capitale dall’Ovest e di penetrare dall’Est, Franco e Mussolini dovettero subire la sconfitta di Guadalajara.
Guadalajara era il punto chiave per entrare a Ma¬drid. Franco intendeva conquistare questa posizione de¬cisiva impegnando decine di migliaia di uomini, appog¬giate da carri armati, dall’artiglieria e dall’aviazione. Perno dell’attacco era la strada di Francia, da Siguenza a Guadalajara ad Alcalà de Henares. Lo scopo, isolare Madrid da Levante, obbligandola alla resa.
Lo stato maggiore di Franco pensava di battere il grosso delle nostre resistenze sull’altipiano tra Siguenza e Guadalajara; manovra elementare, ma molto perico¬losa per i repubblicani perché avrebbe ostacolata e ritardata una eventuale ritirata. Noi dovevamo impegnare l’immensa superiorità delle forze fasciste a Brihuega, dove l’affluenza di nostri rinforzi sarebbe stata più age¬vole che sull’altipiano.
Le divisioni fasciste attaccarono alle sette del mat¬tino dell’8 marzo 1937. L’avanzata della fanteria fu preceduta da un intenso fuoco di artiglieria. Si combatté per tutta la giornata dell’8 marzo con un freddo intenso: le poche forze repubblicane di stanza a Mirabueno e a Las Vegas resistettero efficacemente e contrat¬taccarono ad Alaminos. Durante tutta la giornata i nemici che avrebbero dovuto infrangere le nostre difese nel giro di poche ore, rimasero inchiodati sulle loro po¬sizioni.
Il giorno successivo si impossessarono di Almadro¬nes e nel pomeriggio, nonostante i furiosi attacchi alla baionetta dei miliziani rimasti privi di munizioni, si spinsero fino a Brihuega dove le strade dell’altipiano co¬minciano a scendere verso Guadalajara. Alla mia com¬pagnia, la seconda, l’ordine di partenza giunse nella notte tra il nove e il dieci marzo.
Ci dissero che i fascisti erano riusciti a spingere i regolari spagnoli fino a Brihuega e minacciavano di scendere su Guadalajara.
Sui camion sobbalzanti nel buio, il freddo inasprito dal vento, dopo un’ora cominciò a piovere: lampi e tuoni anticipavano un duello di artiglieria in lontananza. Gli autocarri si fermarono al mattino a pochi chilometri da Brihuega e ci scaricarono, bagnati fino alle ossa, nel palazzo di Don Luis.
La compagnia si mise in marcia verso Brihuega, lun¬go la strada dalla quale in gennaio eravamo scattati all’assalto di Mirabueno. Sapevamo di avere di fronte 50.000 italiani.
Avevo allora 18 anni. Lasciata l’Italia a 6, non avevo conosciuto il regime di Mussolini e non dovevo “saldare vecchi conti.”
Gli anziani, prima di lasciare l’Italia, erano stati perseguitati, bastonati, incarcerati, anche alla Grand Combe avevano conosciuto il fascismo nelle sue forme più subdole e velenose. Ora ci incontravamo a viso aperto, nel fuoco di una battaglia dove si uccide o si è uccisi. Ero immerso in queste considerazioni mentre camminavo portando in spalla la mitragliatrice, quando, all’improvviso, fui come svegliato dall’agitarsi degli uo¬mini della compagnia. Sulla strada, davanti a noi, era apparsa una motocicletta. Mentre stavamo riprenden¬do la marcia, una raffica di colpi ci piombò addosso, rabbiosa. Ilio Barontini, comandante del battaglione Garibaldi, in sostituzione di Pacciardi, diede l’ordine di prendere posizione. Piazzammo le armi in un apposta¬mento di fortuna e rimanemmo in attesa. Barontini passava da un gruppo all’altro ripetendo, calmo, le istruzioni. L’esercito fascista era di fronte a noi. Arrivarono. Gli uomini procedevano cauti. Li investimmo. Pa¬recchi caddero e gli altri si ritirarono, attestandosi dietro i muretti a secco che dividevano i campi ai lati della strada.
Risposero con un fuoco disordinato e impreciso. Sparavano brevi raffiche. Esplosero i primi colpi di arti¬glieria sugli alberi del bosco, a duecento metri da noi.
L’artiglieria tacque. L’attacco delle fanterie era im¬minente. Ci affrettammo a sistemarci. De Ambrogi, comandante della seconda compagnia, mi fece piazzare le due mitragliatrici pesanti con proiettili anticarro ai mar¬gini della strada, quasi allo scoperto, in posizione dominante. Scavai nella terra molle e incontrai la roccia. Se non potevo migliorare la protezione, in compenso dominavo tutta la strada fino alla grande curva a seicen¬to metri di distanza. All’improvviso dalla curva apparve il primo carro. La mia mitragliatrice sarebbe riuscita a fermare quel veicolo coperto di ferro? Dietro il pri¬mo carro ne apparve un secondo e poi gli altri: sei in tutto. Dietro i carri avanzavano i fascisti. Procedettero senza sparare fino a quattrocento metri, poi aprirono il fuoco, continuando a correre. Ci furono quasi addosso. Sentii la mia mitragliatrice sussultare. I proiettili colpi¬rono il primo carro, poi gli uomini. Vidi i fascisti bal¬zare via dalla strada e buttarsi dietro i muretti a secco dei campi. Vidi il primo carro arrestarsi, tentare di avan¬zare e fermarsi di nuovo. I proiettili anticarro delle due mitragliatrici pesanti lo martellavano da ogni parte. Il tank rimase in mezzo alla strada impedendo agli altri di avanzare. I fascisti si ritirarono sparando; ripiega¬rono anche gli altri cinque carri, scomparendo dietro la curva, in fondo alla strada.
Ci acquattammo contro il terreno nelle nostre pic¬cole buche, fangose sotto la pioggia violenta. I proiet¬tili dell’artiglieria nemica di nuovo si abbatterono sul bosco. Il cannoneggiamento prosegui per mezz’ora, poi ritornarono i tank e la fanteria. Li respingemmo. Riprese il fuoco dei cannoni, ritornarono nuovamente le fanterie e i carri e ancora tuonò il cannone. A sera ave¬vamo respinto quattro furiosi attacchi e sopportato cin¬que bombardamenti.
Mentre l’ultimo era in corso, udimmo un ansare di motori; le prime ombre della sera ci nascondevano ormai la curva. Il rumore di motori si avvicinava; intravidi le ombre di due motociclette. I guidatori non ci videro e si fermarono a cento metri. Sentivo indistin¬tamente le loro voci. Li osservavo attraverso la tacca di mira della mitragliatrice e mi apparivano piccoli, deformati dalle ombre del tramonto. D’un tratto si ac¬corsero di noi. In preda al panico stavano per fuggire, schiacciai il grilletto. Altri spararono con me: vidi un motociclista cadere nel fango e l’altro alzare le mani e venirci incontro, quasi correndo.
La nostra resistenza aveva sorpreso lo stato mag¬giore fascista: ci sapevano in pochi e male armati, sprovvisti di pezzi anticarro e senza rinforzi. Nella notte prepararono il grande attacco. Noi aspettavamo l’al¬ba sotto la pioggia ininterrotta, immersi nel fango, stanchi, infreddoliti, affamati. Verso le due arrivò, inaspet¬tato, il rancio. Non ricordo di aver mai mangiato una minestra gustosa come quella, né bevuto un vino più caldo e generoso. Ci sembrò di rinascere. Qualcuno riu¬scì perfino a dormire, nonostante la sferza dell’acqua.
L’alba. Gli occhi fissi sulla strada di Brihuega. Le prime luci nebbiose del giorno muovevano mille ombre che ci facevano sussultare. I fascisti vennero più tardi, quando era giorno. Si fecero annunciare da dieci tank Fiat, seguiti dalle fanterie. Dalla corazza del primo lam¬peggiavano le mitragliere. Non era cambiato nulla: ora i tank erano dieci e i fascisti migliaia. Neppure noi cam¬biammo nulla: li lasciammo avvicinare fino a duecento metri, poi aprimmo il fuoco. Ancora una volta il primo tank sussultò, rallentò la marcia, tentò di riprenderla, prese fuoco e arse come una torcia. Dalle nostre trincee di fango balzarono gli uomini della squadra d’assal¬to armati di bombe a mano; corsero allo scoperto per cento, centocinquanta metri, si acquattarono dietro a un muretto; tornarono ad avanzare e investirono il secondo tank con le bombe. Gli altri carri invertirono la marcia seguiti dalle fanterie. Più tardi ritornarono all’assalto e di nuovo vennero respinti.
Anche oggi, come ieri, ci fu una sorpresa: sulla strada deserta, avanzava veloce una “balilla.” Sembrava una scena irreale, la piccola automobile correva tran¬quillamente sul campo di battaglia. Uno stratagemma? Ad evitare guai il compagno Tomat, comandante del distaccamento, ordinò di sparare alle gomme. Quando la “balilla” fu a cinquanta metri, una breve raffica di mitragliatrice ne sfasciò i pneumatici facendola sban¬dare; ma l’autista doveva essere in gamba perché riuscì a riportarla al centro della carreggiata e a fermarsi, a ridosso delle nostre linee. Dalla vettura scesero un ser¬gente e due soldati che si arresero.
Trascorremmo alcune ore a vuotare l’acqua dalle buche con la gavetta. Ma il nostro settore era desti-nato a ricevere visite. Prima dell’alba del 12 arrivaro¬no all’improvviso sulla strada di Brihuega due grossi camion. Detti l’allarme e gli uomini della seconda com¬pagnia puntarono le armi: Tomat e Rossetti8 ordinarono di non sparare. I due camion continuavano ad av¬vicinarsi. Pareva incredibile che non fossero preceduti da una staffetta. “Gli hanno promesso una passeggiata a Madrid,” esclamò Faleschini, “vorranno godersi il panorama.” I camion arrivarono a cinquanta metri. Sparai una raffica, mirando alle gomme. Sbandarono e si arrestarono ,a poche decine di metri dalla trincea. Dagli automezzi scesero alcuni fascisti e si guardarono attorno. Noi restammo nascosti ad osservarli. Uno di loro risali sul primo camion e tentò di innestare la marcia. Gridammo: “Arrendetevi.” Alcuni alzarono su¬bito le mani, altri tentarono di fuggire. “Uccidiamoli questi figli di puttana,” gridò un garibaldino.
“No, sparate in aria!” ordinò Malozzi, il rappre¬sentante del partito nella compagnia. I fascisti si arre¬sero. Se son tutti vivi lo dovettero a Malozzi, il lungo e magro Malozzi che nonostante il Tribunale Speciale volle rammentarci che non facevamo la guerra al popolo italiano, ma al fascismo che lo aveva ingannato e continuava ad ingannarlo.
Sugli autocarri trovammo rifornimenti e viveri per un reggimento. Restava un mistero. Perché camion e macchine continuavano ad arrivare fino alle nostre li-nee? Quale la spiegazione? Brihuega giace in fondo alla vallata di Tayna; la strada da Tayna sale per stretti tor¬nanti fino al pianoro, teatro di battaglia e fila dritta e invitante fino a Guadalajara, lasciando sulla destra una strada secondaria che conduceva alle linee fasciste. Era facile sbagliare e gli autisti, dopo la lunga salita, infi¬lavano la strada di Brihuega cadendo nelle nostre mani.
Ci vollero ore di lavoro per svuotare i cassoni dei camion. Oltre ai viveri di ogni genere, trovammo opu¬scoli e giornali; copie del Popolo d’Italia dell’8 marzo 1937, in cui si esaltava l’apporto italiano alla guerra contro la Spagna repubblicana.
Rancio straordinario, con carne in scatola, vino e si¬garette. A mezzogiorno ero di guardia alla mitragliatrice. Avevamo tutti gli occhi fissi sulla strada, in attesa. Altri due autocarri vennero avanti, adagio. Il bosco in cui i fascisti ci credevano trincerati si stendeva dietro di noi, a trecento metri. I camion avanzavano con estrema prudenza sino a raggiungere gli altri due immobilizzati in mezzo alla strada. I fascisti scesero: uno accese una sigaretta. Dopo una discussione fra loro prepararono una catena per agganciare i paraurti di uno dei veicoli rovesciati.
Malozzi gridò col suo accento romanesco: “Arren¬detevi.” Qualche fascista si gettò a terra, altri tentarono la fuga. Sparammo alcune raffiche. Vennero verso di noi con le braccia alzate, supplicando di non fucilarli. Evidentemente avevano buone ragioni per temerlo. Solo il giorno prima Barontini ci aveva raccontato di quat¬tro garibaldini caduti prigionieri dei franchisti e uccisi.
Si stava facendo buio. La pioggia si era trasformata in neve fitta, insistente. Sulle nostre teste passava uno stormo di aeroplani nemici. Andavano a bombardare Madrid. In due giorni e due notti di combattimenti, pochi di noi avevano dormito qualche ora, io non avevo chiuso occhio. Faleschini insisteva perché mi riposassi. Mi trascinai sotto il telo che copriva la mitragliatrice e di colpo dimenticai tutto. Mi svegliai coperto di neve, qualcuno stava dicendo che nelle prime linee era arri¬vato il compagno Gallo, commissario delle Brigate Internazionali.
L’alba del 13 marzo si annunciò con un gelido vento che soffiava da nord e spazzava l’altipiano, infuriando fra gli alberi del bosco. Ci acquattammo nelle buche. Il fango si era indurito formando sul fondo dei nostri ripari una crosta ineguale. Al primo chiarore iniziò un violentissimo fuoco di artiglieria. Gli shrapnells, im¬piegati senza economia, scoppiavano sopra di noi lasciando cadere una pioggia di schegge.
Con l’artiglieria sparavano, sia pure da lontano, le mitragliatrici. Sentimmo arrivare gli obici miagolando e udimmo il tonfo sordo dell’esplosione contro la terra dura, dietro le nostre spalle. Alcuni compagni assicu¬ravano che un buon numero di proiettili era stato sa¬botato dagli operai antifascisti nelle fabbriche del nord Italia.
Il commissario Rossetti arrivò di corsa e si buttò nella mia buca: “Attenti,” disse, “stanno attaccando con piccole pattuglie la zona della quarta e della quinta compagnia. Vogliono saggiare le nostre forze per poi sferrare l’attacco.”
Uscí dalla buca correndo, tutto chinato e saltò in un’altra. Io sparavo di tanto in tanto qualche raffica. Il nemico non si era ancora fatto vivo. Mezz’ora dopo tornò Rossetti con altre notizie. “Tra poco ci siamo. Stanno attaccando la prima compagnia per aprire una breccia sulla nostra sinistra e circondare il battaglione.”
I collegamenti erano incerti: la linea telefonica con il comando era continuamente interrotta dalle bombe, e nonostante lo sforzo dei nostri genieri impegnati a ripararla. Toccò ai portaordini. Ogni ora Piero Romaz zini, “il piccolo” veterano del fronte di Irun, il valoroso combattente della “Gastone Sozzi” percorreva due volte i cinquecento metri che separavano la prima linea dal comando di battaglione su un terreno continuamente martellato dall’artiglieria nemica.
Il cannoneggiamento continuò per l’intera mattinata; poi si attenuò nel pomeriggio fino a cessare. Anche le mitraglie tacevano. Il nemico, credendo di avere annientato ogni dispositivo di difesa, attaccò. Sulla stra da apparvero d’improvviso sette tank. Li guardai avanzare e osservai il mio orologio: erano le 15. Tutta la seconda compagnia era nelle buche. Quando furono a cento metri le nostre mitragliatrici cominciarono a sparare grappoli di proiettili perforanti. Poi tacquero e nel silenzio si udì fortissimo il canto di “Bandiera rossa.” Mi girai sulla destra e vidi correre in avanti, cantando, gli uomini della squadra d’assalto. I tank aprirono il fuoco con le mitragliatrici, gli uomini si buttavano a terra, si rialzavano, correvano avanti, si rituffavano al suolo.
Ad ogni balzo sentivo le parole di “Bandiera rossa.” La squadra fu addosso ai primi carri: due sussultarono con i cingoli spezzati girando su se stessi come impazziti; quattro fuggirono, uno avanzò da solo spa¬rando raffiche su raffiche. Poi cessò il fuoco e proseguì la strada senza sparare. Gli uomini della squadra d’as-salto Io inseguivano per farlo saltare quando qualcuno gridò: “Lasciatelo passare, si arrende!”
Il carro avanzò rapido a pochi metri da me e scomparve in direzione del comando. Soltanto più tar¬di si seppe che il carrista non si era arreso, si era avvicinato al comando, aveva tirato qualche colpo fe¬rendo due garibaldini e fuggendo per una strada se¬condaria.
Il nemico sospese l’attacco. Non avemmo morti. Ci parve incredibile dopo mezza giornata di fuoco con¬tinuo e l’assalto dei tank. Quando venne buio arrivò finalmente il rancio: una minestra calda e una pagnot¬ta. La notte trascorse tranquilla. Il mattino del 14 un tremendo fuoco di fucileria e di armi automatiche, a un chilometro di distanza, ci annunciò che la quarta e la quinta compagnia erano andate all’assalto del ca¬stello di Ibarra, occupato da un battaglione di “Lupi di Toscana” infiltratosi il giorno precedente alla no¬stra sinistra.
Il castello di Ibarra, nel folto di un bosco, era at¬torniato da case rustiche, depositi, stalle e protetto da uno spesso muro di cinta alto due metri. L’assalto iniziò alle 11 precise: le due compagnie di garibal¬dini appoggiate dal battaglione franco-belga della do¬dicesima brigata, attaccarono di fronte e di lato. Il fuoco dei cannoncini e delle mitragliatrici di cinque carri, copri l’avanzata ai nostri uomini. I fascisti ab¬bandonarono le postazioni del bosco e si ritirarono nel recinto del palazzo col grosso delle forze. I gari¬baldini, al riparo dei muri di cinta, iniziarono una nutrita sparatoria contro le finestre, le porte, i depositi le stalle.
I “Lupi” tentavano di rompere l’accerchiamento facendo avanzare due cannoncini, ma i suoi serventi furono sopraffatti. Una sortita sul retro del castello venne sventata da un gruppo di garibaldini. Poco pri¬ma delle tre del pomeriggio la torre della villa crollò sotto i colpi d’artiglieria. Sui muri si aprirono ampie brecce e il nemico rispose al fuoco con qualche colpo isolato. Prima di ordinare l’assalto finale, Brignoli fece sospendere il fuoco e gridò ai fascisti di arrendersi assicurando che avrebbero avuta salva la vita. Non ci fu risposta. Un guastatore spagnolo si avvicinò allora con un pacco di tritolo all’edificio principale, ne accese la miccia e si riparò. Uno scoppio spaventoso fece crol¬lare i muri, schiantò le travi, sfondò il tetto. Il coman¬dante belga Gelissen, trascinò avanti i suoi passando da edificio a edificio. I nostri scorsero i fascisti rag¬gruppati in un angolo del cortile e non spararono. Bri¬gnoli intimò di nuovo ai fascisti di arrendersi. Un uffi¬ciale gli rispose enfaticamente di deporre la rivoltella. Un altro lanciò una bomba a mano colpendo in pieno Nunzio Guerrino, vice comandante di compagnia.
I nostri stavano per sparare nel mucchio. Fu ancora Brignoli a intervenire, ripetendo l’invito alla resa per evitare il massacro. Stavolta i fascisti buttarono le ar¬mi. Il castello di Ibarra fu nostro e il pericoloso cuneo nemico alle spalle del battaglione Garibaldi fu elimi¬nato.

L’offensiva scatenata qualche giorno prima con lar¬go impiego di divisioni fresche affluite nella notte, si infranse sulle nostre posizioni. Un nuovo attacco fa-scista non poteva essere imminente, subordinato come era all’arrivo di nuovi rinforzi. I giorni seguenti il no¬stro comando ne ebbe conferma dall’interrogatorio dei prigionieri.
Era arrivato il momento propizio dunque di sferrare l’offensiva per allentare la pressione su Guadalajara, sventare la minaccia contro Madrid e scardinare il di-spositivo avversario.
Se ne parlò con sempre maggior insistenza. Il no¬stro battaglione dovette impegnare inizialmente le for¬ze fasciste del settore. La rottura dello schieramento nemico e lo sfruttamento del successo sarebbero stati operati da reparti regolari spagnoli, appoggiati da car¬ri armati. I posti avanzati e le immediate retrovie dei franchisti sarebbero stati sottoposti ad un intenso fuo¬co di interdizione. Subito dopo il nostro impiego sareb¬bero scattati i carri armati e le fanterie. Le Brigate In-ternazionali di rincalzo avrebbero rastrellato il terreno per eliminare i focolai di resistenza.
La sera del 17 circolò la voce che il commissario delle Brigate Internazionali, Gallo (Luigi Longo) fos¬se a Madrid per stabilire con il comando generale gli ultimi particolari del piano di attacco. Si diceva che Gallo avesse già avuto incontri con Lister e Modesto, comandante del quinto reggimento, destinato ad ope¬rare lo sfondamento. Il 18 marzo ci tenemmo pronti. L’intera mattina trascorse calma. Dalle retrovie afflui¬rono indisturbati mezzi blindati e reparti spagnoli. In cielo, di tanto in tanto, appariva qualche aereo. Alle 14 una salva di granata fischiò sopra le nostre teste se¬guita da cupi rombi, da un continuo tambureggiare di esplosioni. Sessanta cannoni spararono per 40 minuti. Quando tacquero, comparvero i nostri aerei che pas¬savano a ondate successive. Li vedemmo lasciar cadere grappoli di bombe sul nemico. Alle 15 uscirono dal bosco i carri armati, ci sorpassarono e avanzarono spa¬rando, tallonati dalla fanteria. I fascisti arretrarono.

Le prime staffette ci informarono che il nemico era in rotta e che i nostri carri armati non potevano inse¬guirli fuori dalle strade per non impantanarsi nella cam¬pagna.
I reparti spagnoli avanzarono rapidamente, noi li inseguimmo. Le nostre avanguardie penetrarono nello schieramento fascista minacciandone i fianchi e le spalle.
Terribile giornata. L’offensiva del 18 marzo si con¬cluse a sera. Raccogliemmo centinaia di prigionieri spau¬riti; molti, costretti ad alzare le mani davanti alle armi spianate, piangevano.
Dalle alture ci apparve in tutto il suo sconvolgimento il teatro di battaglia: nei fossati lungo la strada c’erano fascisti feriti, moribondi, i prati erano disseminati di cadaveri, armi, zaini, cassette di munizioni giacevano sparpagliate tutt’attorno. Mentre gli infermieri si fermavano a raccogliere i feriti, noi continuammo a scendere verso il paese che scorgevamo in basso, sotto di noi.

7Picelli: deputato comunista, fu organizzatore della resistenza armata antifascista dei popolani dell’Oltre Torrente a Parma.

8 Adriano Rossetti nato a Mongrando il 13 ottobre 1894, di professione muratore, fu tra i fondatori del P.C. nel Biellese, emi¬grato in Francia, nel ’36 fu tra i primi ad accorrere ín Spagna, commissario politico della seconda compagnia del Battaglione Garibaldi, ferito, fu citato all’ordine del giorno per il suo coraggioso comportamento alla battaglia di Guadalajara.

Capitolo Quarto
Quanto vale un gappista?

Ma nella guerra partigiana gli obiettivi non cadono per manovra, si distruggono; le forze nemiche non si accerchiano, si annientano. Nella “terra di nessuno,” tra uno schieramento e l’altro, le forze si muovono in ordine sparso, per non esporsi a raffiche d’infilata.
All’inizio del 1944 i tedeschi non consideravano Torino terra di nessuno; per noi, invece, era zona di combattimento, dove occorreva mascherare le nostre truppe e colpire i punti di concentramento delle for¬ze nemiche. Avevamo a nostro vantaggio la sorpresa. Il nemico non sospettava che lo avremmo attaccato proprio dove il suo schieramento era più potente e più numeroso. Nella tattica militare, l’attacco tende a indi¬viduare e a colpire l’avversario nel punto più debole; nella guerra partigiana, all’opposto, si tende a colpire il nemico dove è forte, dove può ricevere i colpi più duri.
I tedeschi non l’avevano ancora imparato, nonostante la guerriglia in Jugoslavia, nell’Unione Sovieti¬ca, in Francia. Esercito di uomini addestrati ad obbe¬dire come automi e incapace di combattere a livello individuale, il nemico non sapeva nulla di noi: né come ci muovessimo, né da quali basi, né con quali mezzi: torturati, i nostri non parlavano. Eravamo ben pochi: potevamo raccoglierci tutti in una stanza, superstiti scampati agli arresti e sfuggiti agli agguati. Eppure noi, così pochi, facevamo sentire dappertutto la nostra presenza.

*

Traffico intensissimo alla stazione di Torino: movimento ininterrotto di truppe tedesche e di automezzi militari. Progettiamo un attentato: Spada, io (Ivaldi), e Riccardo dobbiamo confezionare una carica esplosiva a tempo e collocarla in una carrozza ferroviaria in modo da provocare il deragliamento del convoglio militare. Le linee del piano sono semplici. Riccardo che parla correttamente il tedesco, indosserà la divisa della Wehr¬macht; io lo accompagnerò alla stazione per proteggergli le spalle quando salirà sulla carrozza e abbandonerà lo zaino.
Il progetto è semplice quanto sono complessi i pro¬blemi pratici da risolvere.
Non abbiamo alcun dispositivo ad orologeria che possa garantire la deflagrazione delle bombe al momen¬to più opportuno e un certo margine di tempo e di si¬curezza agli attentatori. Abbiamo esplosivo e detonatori. Ma l’azione alla stazione di Porta Nuova, program¬mata per la prima quindicina di febbraio, dovrà essere eseguita in pieno giorno, in uno scompartimento oc¬cupato dai soldati tedeschi, senza che sia pensabile usare la solita miccia. Dobbiamo perciò trovare un dispo¬sitivo che ci dia il tempo necessario per compiere l’azio¬ne. Spada, che pure ha una certa capacità nel confezio¬nare ordigni esplosivi, manca di esperienza in questo campo.
Ilio Barontini,9 animatore dei “Francs Tireurs et Partisanes” ci ha però dato, tempo indietro, alcuni pre¬ziosi suggerimenti. Bisogna munirsi di acido corrosivo, di una provetta di vetro e di una gomma speciale. L’acido corrode lentamente la gomma fino a che una goc¬cia cade su una miscela così composta: clorato di potassa 75%, zolfo 15%, zucchero 10%. Questa miscela esplode allo sfregamento, alla fiamma, all’urto, ecc. Bru¬cia pure al contatto di una sola goccia di acido solfo-rico a 58 Be. “L’acido,” aveva detto Barontini, “deve essere trattenuto nella provetta da un lembo di gomma speciale, teso come un tamburo. Più la gomma è tesa, più tempo l’acido impiega a corroderla.” Naturalmente fino a che la provetta di vetro stava diritta l’acido non esercitava alcuna azione corrosiva; quando fosse stata capovolta, il liquido si sarebbe riversato sull’involucro di gomma. da quel momento sarebbero cominciati i mi¬nuti terribili.
Dobbiamo procurarci l’acido solforico e la gomma; faremo poi le prove prima di passare all’azione. Deci¬diamo di esentare Riccardo da questi esperimenti. Avrà i suoi problemi da risolvere al momento di salire su un convoglio tedesco per depositare il suo carico micidiale.
Il compito di procurare la gomma tocca invece a Spada, soprattutto perché è l’unico ad avere una com¬pagna. L’acquisto della gomma adatta richiede infatti una certa delicatezza. Una gomma abbastanza sottile e nello stesso tempo robusta da potersi tendere al mas¬simo e, per lo più, di uno spessore uniforme, in modo da poter resistere ogni volta per il medesimo numero di minuti all’azione dell’acido non è facile da trovare in commercio. Ma l’esperienza di Barontini ci aiuta an¬cora una volta. Dobbiamo procurarci dei preservativi di buona qualità in farmacia.
In tempo di guerra, naturalmente, anche questi prodotti sono divenuti rari e l’acquistarne una scorta può destare sospetti. Per questo Spada si fa accompagnare dalla moglie Nuccia, anche se non ritiene opportuno spiegarle il tipo di acquisto che va a fare. Spada è un uomo dalla magrezza proverbiale. Il viso affilato, il cor¬po ossuto, cammina quasi senza far rumore. Anche questo accentua la sua magrezza. A vederlo sembra che non pesi nemmeno. Col suo aspetto discreto e la voce som¬messa chiede al farmacista dei preservativi d’anteguer¬ra. Niente prodotti autarchici poco sicuri. Il prezzo è naturalmente elevato, ma ne è rimasta in magazzino una scatola intera. Quanti? Una bustina? Spada ha sei bom¬be in fabbricazione. Altre in prospettiva. Gli esperimenti comporteranno uno spreco di materiale. Mentre esita, la sua compagna svolge tranquillamente il suo problema. Nella sua beata ingenuità, sentendo che si tratta di roba difficile da trovare nei tempi di autarchia, chiede se non è il caso di acquistare la sca¬tola intera da cento. La situazione appare vagamente boccaccesca, ma si risolve nel modo migliore. Cento gomme di prima qualità non valevano forse la “brutta figura”?
Dalla bottiglia, con estrema cura, versiamo l’acido in una provetta di vetro; la provetta viene inguainata e chiusa da un involucro di gomma tanto teso da produrre, al tocco, una nota acuta. In posizione verticale, la provetta raccoglie nel fondo di vetro l’acido solforico; capovolta, il liquido corrosivo scende sulla gomma che si gonfia leggermente. Durante il primo esperimento, io controllo l’orologio e Spada cerca di tenere immobile la mano. Dobbiamo stabilire nel modo piú esatto in quanto tempo l’acido solforico corroderà la gomma e provocherà l’esplosione. La prima prova ci fornisce i tempi di corrosione ma solleva anche una selva di dub¬bi: che cosa sarebbe accaduto se l’involucro di gomma fosse stato difettoso? Se un urto anche minimo avesse infranto il contenitore del nostro acido solforico facen-do uscire l’acido dal vetro prima del tempo? Quest’ul¬timo problema viene risolto da Spada. Tende la gom¬ma al massimo e inguaina tutta la provetta, nel peg¬giore dei casi, avrebbe potuto verificarsi un’esplosione ritardata, non anticipata. I nostri esperimenti, minu¬ziosi e scrupolosi, accerteranno poi che la resistenza della gomma all’acido solforico è uniforme, se la qualità è buona. Alla vigilia molti interrogativi ci turbano ancora. Ci siamo resi conto che il margine di sicurezza del no¬stro ordigno esplosivo è limitato a dieci minuti nel più fortunato dei casi. Gli incerti sono innumerevoli.
Tocca a me accompagnare Riccardo nella parte con¬clusiva della missione. Egli è ignaro dei nostri esperimenti e delle nostre preoccupazioni. A ragion veduta, perché deve percorrere da solo il tragitto dal marciapiede al treno. L’aspetterò davanti allo scompartimento. Io posso ben essere turbato dalla preparazione casalinga del nostro ordigno, lui no. Deve apparire un disinvolto soldato tedesco che si accinge a partire.
Riccardo è abituato al rischio. Riesce persino a di¬vertirsi nel pieno pericolo. Questa mattina mi sembra difficile evitargli il contagio della mia ansia. Può accor-gersi che tendo a camminare parecchi passi indietro, ma un metro di distanza non mi salverà certo dall’esplo¬sione di quel carico infernale.
È elegante nella sua uniforme di soldato tedesco. Procede leggermente curvo: nello zaino porta tre pesanti ordigni esplosivi: tre grossi tubi di ghisa, con tre provette di acido solforico inguainate in altrettanti in¬volucri di gomma. Cammina con sicurezza, tranquillo, fiducioso nelle capacità tecniche degli artificieri dell’eser¬cito clandestino. Se avessi la medesima fiducia non im¬pallidirei quando, a un angolo di strada, Riccardo volta bruscamente e si arresta di colpo di fronte a due soldati tedeschi che procedono in senso contrario. Riccardo ne schiva l’urto all’ultimo momento e lo zaino sbanda sfio¬rando lo spigolo di una casa.
“Che diavolo hai stamattina?” Mi rivolge la doman¬da quasi con insolenza, come se volesse vendicarsi di qualcosa. Evito di rispondergli.
“Sei taciturno, mi sembri preoccupato,” dice Riccardo sorridendo. “Hai avuto fifa dei due tedeschi.” Alzo le spalle. “Ero pronto a sparare.” “Anch’io,” dice Riccardo.
“Sei preoccupato?” ripete. “Ti ricordi dell’azio¬ne del due gennaio contro un ritrovo frequentato dai tedeschi, in via Sacchi? Non sei in forma come lo eri il 23 gennaio, quando abbiamo fatto saltare il comando delle SS all’albergo Genova. Allora valevi un milione di taglia.”
“Non mi sento bene,” mento. Riccardo non ride più. Glielo impone il suo ruolo di soldato e soprattutto c’è poco da ridere. Siamo giunti davanti al convoglio. Come dio vuole, arriviamo al treno. I soldati tedeschi seduti negli scompartimenti mangiano allegramente grandi “sandwich” di pane nero e prosciutto. Alle nostre spalle esplodono grida acute. Afferro il calcio della ri¬voltella mentre Riccardo si arresta bruscamente. Trop¬po bruscamente. Due donne si sgolano urlando. Ci sono sempre donne del genere negli assembramenti. Urlano per non perdere il treno. Riccardo mi dà la mano. Io sono l’amico che viene a salutarlo alla stazione. “Ricordati,” dico, “che lo zaino devi capovolgerlo, altrimen¬ti non scoppiano.”
Accanto a noi passa un tedesco, l’elmo in testa, por¬tato lontano dalla sua terra, dalla sua casa, dai suoi cari, in una città straniera e ostile. Anch’egli salirà su quel treno per morire?
“D’accordo.” Sale. Depone lo zaino in uno scompar¬timento dove alcuni tedeschi si preparano a dormire tranquillamente.
Io rimango per l’ultimo saluto. Prima di allontanarmi vedo Riccardo cedere il passo a un tedesco che vuoi recuperare il suo bravo posto a sedere. Mi allontano verso gli uffici della stazione. Sono trascorsi cinque mi¬nuti da quando Riccardo ha deposto e capovolto il “suo” zaino ed è sceso con aria noncurante dalla carrozza diretto a un sottopassaggio.
Tutto è andato bene. Ora bisogna solo attendere l’esplosione. Rimango per un’ora nella zona. Vedo par¬tire il convoglio, ma non succede niente. Riccardo ha depositato il suo zaino nella reticella. Un tedesco rien¬trato nello scompartimento e notato il sacco rovesciato, con teutonico senso dell’ordine lo ha rimesso in piedi. Tuttavia l’acido solforico che per qualche secondo è ri¬masto appoggiato al diaframma di gomma, ha comin¬ciato il suo lavoro. Lo completerà circa cinque ore dopo facendo esplodere l’ordigno qualche minuto dopo l’ar¬rivo a Milano. Comunque è scoppiato.
Il mese di febbraio è stato caratterizzato da numerose azioni; 5 febbraio: ‘uccisione di un sergente fascista spia dei tedeschi. Azione contro una autocolonna della Todt a Borgo Crimea: diversi automezzi distrutti.
20 febbraio: sulla vettura tranviaria della linea 18 tre fascisti uccisi. Rocco di Nisio, Carlo Moga ed Erne¬sto De Tulliè.
Fine febbraio: azione contro il comando tedesco ad Acqui, tre tedeschi uccisi, coprifuoco alle ore 18.

Alfredo, Arturo Colombi, mi conferma che è stato deciso lo sciopero generale a Torino. I gappisti dovran¬no colpire il nemico, proteggere gli scioperanti, dare un esempio di audacia che incoraggi la classe operaia. Per questo compito mi assegneranno una squadra di rinforzo. Saremo sempre pochi. Da tempo sento lo sciopero maturare nei commenti della gente, in tram, al bar, nella tensione crescente. Anche i più timorosi si lamentano apertamente. La protesta si respira nell’aria. Volantini, giornali clandestini, appelli alla lotta circolano sempre più diffusamente, vengono affissi sui muri. L’antica an¬goscia della solitudine ormai si disperde. Anch’essi, gli operai, quando ritornano a casa ogni sera sullo stesso tram sembrano soli nella città in mano nemica. Ma quando rientrano in fabbrica e lavorano alle stesse mac¬chine diventano un esercito. La fabbrica è la grande forza. Noi dobbiamo aiutare gli operai ad acquistare la coscienza della loro forza.
Espongo il piano ai gappisti, separatamente ad ognuna delle tre squadre. I “rinforzi” hanno il com¬pito di bloccare il traffico tranviario a Torino Rivoli. Non hanno mai usato esplosivo. Spiego loro il maneg¬gio delle saponette di tritolo, semplici come prodotti confezionati, come usare i detonatori, come accendere una miccia. Basta poco ad imparare. Raggiungo poi la squadra di Bravin, gli “effettivi”; assegno loro l’obiet¬tivo: gli scambi tranviari davanti alla rimessa di via Biella; consegno il materiale.
Agiremo tutti alle quattro e trenta. Colpire e spa¬rire. A Riccardo e alla sua squadra, in prossimità dei grandi stabilimenti il compito di contrastare le brigate nere se tentassero di intervenire contro gli scioperanti. Prima però, Riccardo ed io faremo saltare gli scambi tranviari di fronte alla rimessa di via Tirana.
1 ° marzo 1944: mi sveglio prima del sorgere del sole. In questa stessa ora tutti i gappisti compiono gli stessi gesti, gli stessi preparativi in una stanza fredda e silenziosa. Svegliarsi prima dell’alba richiama alla memoria echi di vita tranquilla. Indosso una tuta da ope¬raio, naturalmente usata. Ci confonderemo alle migliaia di lavoratori di cui, del resto, facciamo parte, quale avanguardia in armi. Ognuno ha il suo settore di lotta. Gli operai sabotano, scioperano, manifestano; noi col¬piamo tedeschi e fascisti ripagando il nemico con la sua stessa moneta, come ha fatto ieri Di Nanni eliminando un ufficiale repubblichino e ricuperandone le armi.
Alle quattro e venti mi trovo nei pressi della rimessa di via Tirana, non lontana da un panificio che diffonde un odore intenso e fragrante.
I fornai hanno cominciato il lavoro prima di me, penso, assestando sotto il braccio la borsa piena di bom¬be. La strada è deserta, un uomo scende dalla bicicletta, sale sul marciapiede, apre una porticina di metallo e la richiude alle sue spalle.
Sono trascorsi dieci minuti dall’ora stabilita e Riccardo non c’è ancora. Cinque tranvieri si dirigono all’ingresso del deposito. Fra poco i tram dovranno uscire dalla rimessa. Se non agisco immediatamente l’azione fallirà. D’altra parte non mi è possibile sostare ancora a lungo davanti alla rimessa con la borsa piena di esplo¬sivo.
Preparo due saponette di tritolo; lo scambio d’ac¬ciaio levigato brilla alla luce rossa della mia sigaretta quando appoggio il mozzicone al filo della miccia. Il puntino luminoso comincia a muoversi lentamente verso il detonatore. Ho due minuti per collocare la seconda carica su un altro scambio a una decina di metri; tre per allontanarmi prima dell’esplosione. Sento avvicinarsi il passo cadenzato, pesante di una pattuglia tedesca ma già il boato della dinamite e una vampata rossastra risvegliano tutto il quartiere.
Alle otto incontro Bravin in corso Francia. Anche in via Biella tutti gli scambi sono stati minati, tutto l’esplosivo è stato utilizzato.
Poco dopo arriva Franco da Rivoli. La tranvia per Torino è interrotta; i binari sono saltati per un lungo tratto, proprio dove le riparazioni saranno più com-plesse.
Tutto si è svolto troppo facilmente. Mentre assapo¬riamo la nostra soddisfazione, proprio davanti a noi, sferragliando, passano i primi tram, seguiti alcuni mi¬nuti dopo, da altri in senso opposto.
Alle nove e trenta sono di ritorno alla mia base in via San Bernardino: due stanzette, un armadio, un paio di brande, qualche sedia. Siedo scoraggiato sul letto. Dalla stanza accanto entra Spada. Il tecnico degli esplo¬sivi. Sa già tutto. Sua moglie gli ha portato le cattive notizie. “Siamo troppo pochi,” dico.
“No, non diventerai mai un esperto del traffico tranviario, se dimentichi le cassette di alimentazione.”
Occorreva minare le cassette di alimentazione in piazza Sabotino perché l’intera rete si paralizzasse. Ci andiamo, per quanto sembri pazzesco.
Alle 10,15 la piazza è piena di gente. Sei piloni so¬stengono le cassette a circa un metro e mezzo da terra. Nessuno fa caso a noi. Accendiamo le sigarette. Io comincio da sinistra, Spada da destra. Tre saponette ciascuno; sistemo la prima sulla prima cassetta e do fuoco alla miccia. Spada, fa altrettanto dalla sua parte. I gesti naturali, i movimenti sicuri ci fanno scambiare per tecnici del lavoro. La seconda e la terza sono si¬stemate. Rimangono pochi minuti per eclissarci e far allontanare la gente in sosta. “Fuggite,” urliamo, “scap¬pate!” Nessuno se lo fa ripetere due volte. Il fuggi-fuggi è generale. Gli scoppi scuotono l’aria; vedo il primo tram fermarsi bruscamente e i passeggeri abbandonare la vettura. Per l’intera giornata tutta la rete resterà paralizzata. A casa riceviamo notizie di Riccardo. È al sicuro. La polizia ha individuato la sua base, in via Luca della Robbia, una casa danneggiata dai bombardamenti. Durante la notte un gruppo di nazifascisti ha circondato l’edificio cominciando a sparare prima ancora di supe-rare la porta. Riccardo ha avuto la più brusca sveglia della sua vita. Avessero fatto irruzione alla chetichella, avrebbero sorpreso il nostro compagno nel sonno. Gli altri particolari li abbiamo saputi più tardi. Riccardo non ha perso tempo. Ha scaraventato dalla finestra bom¬be su bombe. Poi, approfittando della confusione e della sorpresa, ha raggiunto la strada. Pur ferito a un piede, si trascina sino a una porta. Batte. Una sconosciuta lo accoglie e lo nasconde a rischio della propria vita.
Nel pomeriggio giro per la città per rendermi conto della situazione. Lo sciopero si estende al di là di ogni speranza. Davanti alle fabbriche, persino nei cortili delle case popolari si tengono comizi volanti. Circola l’appello del Comitato di Liberazione Piemontese: “gli ope¬rai scendendo risolutamente in lotta contro gli oppres¬sori e contro gli affamatori del nostro paese, additano nello sciopero generale la via da seguire verso la con¬quista del pane e della libertà.”
L’atmosfera è rovente. Si parla liberamente per le strade, si discute. Sui giornali appare il comunicato del prefetto Zerbino: “questa mattina si è verificata una parziale astensione dal lavoro in alcuni stabilimenti della città…” Si minacciano deportazioni e arresti per gli scio¬peranti, licenziamenti in tronco e la chiusura delle fab¬briche. Il nemico ha accusato il colpo.
Il successo ci dà ragione. Avevamo voluto questo sciopero generale costringendo anche gli esitanti in seno al C.L.N. ad accettare il rischio. Avevamo avuto fidu¬cia nelle masse ed esse hanno pienamente risposto alla nostra fiducia. Mi sento leggero come se mi avessero tolto dalle spalle una cappa di piombo. Non è il rischio, è l’isolamento a logorare il gappista. In realtà nulla è più lontano dallo stile, dalla mentalità dei comunisti, delle imprese nichiliste, isolate dal movimento delle masse.
Abituati a discutere, a combattere, a soffrire assieme alla collettività, ci è particolarmente difficile muoverci separatamente. Vi si oppongono tenacemente la nostra mentalità e il nostro carattere. L’esperienza di Torino, lo sciopero generale, rappresentano per tutti qualcosa di importante: un fatto decisivo. Ai gappisti dà final¬mente la prova che, se essi colpiscono isolatamente, agendo in piccoli gruppi, esprimono tuttavia le profon¬de esigenze di giustizia di grandi masse di uomini.
Gli operai della FIAT Mirafiori hanno condannato i loro aguzzini, i responsabili delle deportazioni; tocca a noi il duro compito di eseguire la sentenza. Dobbiamo muoverci nel ristretto spazio che ci lascia il nemico. Ora, dietro la nostra avanguardia, marcia il grosso dell’” esercito. ”
I lavoratori, sfidando le rappresaglie, si oppongono alla tirannia che impera nelle fabbriche. Sotto le finestre di qualche direttore troppo zelante con i repubblichini sono apparse scritte eloquenti: “i gappisti ti salutano.” Al terrore barbaro e indiscriminato degli oppressori si contrappone l’inarrestabile forza della giustizia popolare.
2 marzo 1944: All’alba mi incontro con Giordano Pratolongo, un compagno che ha portato la sua sere¬nità, la sua fermezza in ogni angolo d’Europa in cui si combatteva il fascismo. Il discorso è breve. Il comando garibaldino è contento della nostra azione, ma ora il nemico prepara le rappresaglie. Bisogna colpirlo duramente. Gli operai devono sentirsi sostenuti dalla pro¬pria avanguardia gappista. Colombi vuoi vedermi per di¬scutere il piano d’azione.
Come al solito l’incontro con Colombi è in strada. La perfetta puntualità ci permette di non sostare nep¬pure un minuto di troppo. Ci vediamo da lontano, ci avviciniamo attenti a ogni ombra che possa seguire il compagno. Ci salutiamo ed entriamo in argomento. Dob¬biamo agire nel settore in cui siamo piú deboli, tram e trasporti ferroviari. I fascisti hanno picchiato forte. Dob¬biamo intervenire noi, anticipare le mosse del nemico. La nostra combattività potrà anche avere un effetto politico da non trascurare all’interno del C.L.N., vincendo le perplessità venute in luce da parecchie parti quando il nemico metterà in atto le sue minacce.

Dunque nelle fabbriche si continua a scioperare. Il comitato di sciopero piemontese ha pubblicato il bollet¬tino numero uno: “Se non ci date più pane, più pasta, più sale, non si lavora.” È la risposta alle minacce di Zerbino. Ma nel settore dei trasporti la situazione è più difficile. Conduttori e bigliettai sono sottoposti a pres¬sioni fortissime. Sgherri in divisa circolano sulle vet¬ture: ogni tranviere ha un fucile mitragliatore puntato alle spalle. Bisogna arrestare il servizio, “coprire” con azioni di sabotaggio l’astensione al lavoro.
Il nostro obiettivo è una importante sottostazione elettrica dell’ATM in piazza Bertoia. A differenza dei bersagli dei giorni precedenti, presenta il vantaggio di essere sotterranea. Potremo agire senza giocare eccessi¬vamente d’azzardo, come è invece accaduto ieri in piaz¬za Sabotino. Il margine di rischio è relativo. Dobbiamo però introdurci in pieno giorno in galleria aprendo un chiusino metallico al centro della piazza molto affollata. Poi, al coperto, individueremo il punto nevralgico della sottostazione e lo faremo saltare con le solite saponette. Io e Bravin scenderemo in galleria, Mario vigilerà all’esterno e, all’occorrenza, interverrà. Lucia, una com¬pagna di Ventotene che ora Colombi ci ha “prestato” si è dimostrata preziosa: ci ha presentato un compagno della compagnia tranviaria che, oltre a segnalarci l’obiet¬tivo, ci ha fornito anche berretti dell’azienda.
Deponiamo le nostre borse a terra prima di accin¬gerci ad aprire il chiusino metallico. Normalmente il chiusino viene sollevato dagli addetti alla manutenzione con un bastone metallico. Bravin si è procurato un pun¬teruolo abbastanza grosso ma piuttosto corto. Sarà adat¬to? Bravin depone il ferro accanto al chiusino, si china e, fingendo di sistemarsi i lacci delle scarpe, misura il diametro del foro con le dita. Il punteruolo passa appena, ma passa. Fingendo di avvitare il ferro, Bravin alza il pesante coperchio di ghisa, spostandolo in modo da mascherarne l’apertura. Mario, a qualche decina di passi, segue con trepidazione le nostre mosse. Avvicino la mia borsa a quella di Bravin, mentre egli scende con sorprendente sicurezza, quasi fosse a casa sua.
Qualche curioso guarda senza troppo interesse i no¬stri movimenti.
“Passami le borse,” dice Bravin, “poi vieni anche tu.” E’ fatta. All’interno la ricerca del segno giallo, trac¬ciato da compagni dell’ATM per indicarci dove collo-care le cariche, si rivela infruttuosa. La luce della no¬stra lampada tascabile illumina inutilmente centimetro per centimetro gli angoli della galleria lunghissima, simile ad una catacomba. inutile cercare ancora — de¬cido infine. Anche se il segno c’è, ci sfugge. Dobbiamo scegliere noi dove l’intreccio dei cavi è più fitto, evi¬tando di finire folgorati.
Un maledetto topo di fogna ci fa sussultare. È l’unico allarme. Nel giro di pochi minuti sistemiamo le ca¬riche, accendiamo le micce, risaliamo all’esterno, ser¬riamo il chiusino di ghisa e ci allontaniamo. In teoria abbiamo cinque minuti per abbandonare la zona, ma il fragore dell’esplosione ci coglie appena lasciata la piazza. La galleria deve aver funzionato da camera di scoppio: dalla sottocentrale di alimentazione sale una densa co¬lonna di fumo nero insieme a fiammate azzurre. Il cin¬quanta per cento della rete tranviaria è paralizzata.
2 marzo sera: Anche la S.P.A. è entrata in sciopero. Gli operai delle fabbriche più combattive, dove l’orga¬nizzazione clandestina è più salda, si sono recati ai can¬celli dello stabilimento.
Le maestranze della S.P.A. sono uscite dall’azienda travolgendo la resistenza dei guardiani e dei militi re¬pubblichini. Altre squadre di operai distribuiscono vo-lantini per le strade, invitando allo sciopero i lavoratori di altre aziende, fermano i tram ancora in circolazione.
Le formazioni partigiane si sono avvicinate a Torino; Bricherasio è stata occupata. La notizia corre in bocca in bocca in tutta la città. Il treno Torino-Barge è stato fermato dai garibaldini che hanno disarmato i fascisti, tra gli applausi dei viaggiatori. Giungono altre notizie: Ciriè è stata occupata, tedeschi e repubblichini sono stati fatti prigionieri; in tutta la Val di Lanzo si tengono comizi di solidarietà con gli scioperanti. Il ne¬mico ha reagito furiosamente arrestando soprattutto i giovani e gli operai che si sono maggiormente esposti nella lotta. Ma il fonogramma n. 3911/B/I del console generale Spallone, intercettato dai nostri, ci dice il suo disorientamento… “Situazione grave sia interno città che provincia, essendo Torino virtualmente circondata bande ribelli bene armate e imbaldanzite per avvenuto sciopero generale. Non è escluso che gruppi ribelli in nottata e nelle prime ore di domani compiano azioni di¬sturbo per dare maggiore consistenza e violenza sciopero generale. Insisto che siano inviati urgentemente adeguati rinforzi legionari G.N.R.”
Convoco nella notte gli uomini di cui posso più ra¬pidamente disporre.
3 marzo 1944: Obiettivo: la stazione di Porta Nuo¬va. In questa occasione solo uno scontro a fuoco po¬trebbe impedirci di realizzare i risultati che ci sono fi-nora sfuggiti. Ci muoviamo prima dell’alba: portiamo con noi tutto il tritolo disponibile. Ci avviciniamo alla stazione dall’esterno della città, seguendo una stradic¬ciola campestre. È rischioso ma i nostri pesanti carichi non ci permettono altre alternative. Di giorno repub¬blichini e fascisti perquisiscono tutti i viaggiatori e, du¬rante il coprifuoco, sparano a vista su chiunque. Pene¬triamo nello scalo, nascondendoci lungo i convogli in sosta.
A poche centinaia di metri dall’edificio della stazione troviamo tre locomotori quasi affiancati: ecco i nostri obiettivi. Ci muoviamo rapidamente, accendiamo le mic¬ce e ci apprestiamo a ripercorrere a ritroso la via quando una potente esplosione illumina la scena davanti a noi. Il compagno che aveva l’incarico di minare un locomo¬tore poco fuori dalla stazione, è stato tradito dall’ecci¬tazione; ha innescato subito la carica e non ci ha lasciato il tempo di abbandonare la zona. Ma, forse, è proprio questa circostanza ad agevolarci la fuga. Mentre suona l’allarme e nugoli di tedeschi e fascisti si preci¬pitano dalla sua parte, le nostre tre esplosioni scuotono il terreno, come un terremoto alle loro spalle.
I tedeschi e i fascisti perdono la testa. Tornano indietro di corsa credendo che stia per iniziare un attacco generale alla stazione e così possiamo allontanarci tran¬quillamente.

3 marzo sera: All’ingresso di tutti gli stabilimenti FIAT e in molte altre fabbriche della città è stato affisso il seguente avviso: “Le autorità italiane e germaniche constatato che in questo stabilimento il lavoro non è stato regolarmente ripreso stamane, hanno decretato la chiusura a tempo indeterminato dello stabilimento stesso con le conseguenze di cui al comunicato l° marzo del Capo della Provincia.”
Il nemico accusa nel modo più aperto il colpo. Del resto le notizie che pervengono da tutto il Piemonte sono entusiasmanti: in Val di Susa sono stati occupati i paesi di Almese, Rubiana e La Torre. E’ stata interrotta la linea ferroviaria Torino-Modane. Alla Venchi Unica le operaie hanno insultato Giraud, un sindacalista fascista che le incitava a riprendere il lavoro. I guardia¬ni, sotto la pressione delle lavoratrici, sono stati costretti ad aprire i cancelli. Alle dieci in punto le maestranze sono uscite dallo stabilimento.
Accendo la radio e ascolto la “Voce di Londra.” Lo sciopero nell’Italia del nord è un episodio unico, finora, nella storia della guerra, dice lo speaker.
Il 4 marzo ricevo un messaggio di buon mattino: i gappisti possono concedersi una pausa, la macchina dello sciopero è bene avviata. Proseguirà fino all’otto mar¬zo, nonostante le pesantissime rappresaglie.
Una cosa è certa: il freddo mi ha svegliato e, nel buio profondo non trovo le solite cose. Una mano apre la tenda. “Non hai sonno, compagno?” chiede la senti-nella. Ora le idee si mettono a posto nella mia testa. Nel sonno accadono cose strane. Può capitare ad un gappista di credersi addormentato in una base clandestina a Torino e di svegliarsi nell’incubo della cattura. In realtà mi trovo in una delle tende del distaccamento di Barge e a destarmi è stato solo il freddo. Il freddo e la mancanza di coperte. Chiedo alla sentinella: “Ma tu come sopporti questo clima?” “Vieni a vedere,” risponde, “come dorme un terrone, con una coperta ugua¬le alla tua!”
Da una tenda, distante una trentina di passi, viene un brontolio fragoroso, regolare. Qualcuno là dentro, russa sonoramente: un uomo col sonno a prova di bom¬ba. È “Barbato,” cioè Pompeo10 Colajanni, siciliano puro sangue e comandante militare della zona. Né il freddo, né la guerra sembrano turbare minimamente quel suo sonno omerico. Non ho cuore di svegliarlo. Oltretutto, quel russare rotondo mi dà un senso di pace.
Nella tenda accanto c’è Giolitti, il nipote del vecchio statista, e Comollo. Due partigiani bruciano pochi sterpi per scaldarsi. Dal pentolino, sospeso sopra la fiamma, esce un buon odore di caffè. Le sentinelle si danno il cambio. Non ho sonno. Mi porto dentro l’ansia della lotta in città. Nella tenda, dove sul mio riposo e su quello di tutti gli altri veglia una sentinella con gli occhi bene aperti, forse non è stato solo il freddo a svegliarmi.
In un bicchiere di alluminio mi offrono caffè fumante. I ragazzi, lo rivela l’accento, sono della zona. La loro cascina è distante cinque chilometri dal distaccamento. Ogni tanto scendono in paese e da li mandano notizie ai vecchi. Darebbero troppo nell’occhio andando a casa loro stessi. Sembrano, anzi sono, tranquilli, sereni. La guerra non sembra pesare su di loro nella stessa misura in cui pesa su tutti noi in città.
In un certo modo questo è il paese di sogno di molti nostri combattenti. Le sentinelle si danno il cam¬bio; gli uomini dormono sotto le tende. Il pericolo c’è anche qui ma non è l’insidia alle spalle, all’angolo della via, nel silenzio della notte. Uno dei due partigiani vuole distrarmi con una barzelletta. Rido più di quanto non lo meriti. Forse perché a contatto con la nostra gente, nella pace delle colline di Barge, si scioglie la mia angoscia di gappista isolato e braccato. La calda presenza degli altri combattenti dell’esercito al quale appartengo mi rincuora. “Qui sembra di essere in pa¬radiso,” mi dico tornando nella tenda prima di essere colto da un sonno profondo.
In realtà a Barge qualche mese prima c’era stato l’inferno; truppe scelte di Salò e forze di assalto tede¬sche avevano rastrellato tutta la zona per fare piazza pulita dei “ribelli.” Cannoni e carri armati, mitraglie e lanciafiamme non erano riusciti a fiaccarli. Il posto e i compagni mi ispirano fiducia. Decido di stabilirvi la più sicura delle nostre basi di rifornimento e di collegamento. Colajanni mi assicura l’invio di armi ed esplo¬sivi per le nostre azioni in città. Per il trasporto prov¬vederemo a mezzo di staffette. Prima di lasciare Barge improvvisiamo un brindisi. Cantiamo. Il volto giovanile eppur grave di Barbato, l’ex ufficiale Colajanni che ora comanda gli “irregolari,” il profilo adolescente di Gio¬litti, quello maturo e forte di Comollo. Cantiamo tutti assieme una canzone che non avrei più dimenticato.

Raccolgo qualche notizia dopo il rientro alla base di piazza Campanella, presso i Bessone. L’atmosfera eufo¬rica dello sciopero generale è sfumata. Più di uno che parlava apertamente nei giorni dello sciopero, ora sus¬surra circospetto o tace.
Da Pratolongo, con cui m’incontro all’indomani, apprendo che la reazione nazifascista è pesante soprattutto nelle fabbriche. Arresti, torture, deportazioni, pattugliamenti nei reparti: gli operai lavorano sotto il controllo degli sgherri di Zerbino e per un nonnulla si procede al loro arresto, all’interrogatorio, al pestaggio. Le “pu¬nizioni” in qualche caso vengono comunicate direttamente in foglietti affissi all’ingresso delle fabbriche. Vo¬gliono demoralizzare le maestranze. Vi sono stati casi di reazioni spontanee alla violenza fascista, ma le nostre organizzazioni hanno dissuaso gli operai dalle azioni iso¬late votate all’insuccesso. Sono proprio queste che il nemico vorrebbe per individuare i più decisi e colpire meglio. Le direttive sono invece quelle di rafforzare l’or¬ganizzazione clandestina e di intensificare il sabotaggio della produzione bellica, la propaganda antifascista e la diffusione della stampa. Dalle fabbriche cominciano a giungere i primi frutti di quest’opera. Le sottoscri¬zioni per sostenere la lotta armata sono aumentate notevolmente e le iniziative di solidarietà vanno diffon¬dendosi ovunque. Dove le condizioni lo permettono anche la protesta di massa contro gli arresti e le intimida¬zioni viene effettuata con efficacia. Le donne sono in prima linea in questa battaglia. Appena si sa che un compagno è stato arrestato le operaie e gli operai si fermano, restano immobili accanto ai torni, alle presse. La sospensione del lavoro dura alle volte per ore. Qualche volta riesce a fermare in tal modo la mano del nemico.
Ma il panorama non è roseo. Accanto alle fabbriche in cui è possibile reagire, vi sono quelle in cui la repres¬sione ha colpito duramente e gli arresti hanno creato larghi vuoti nell’organizzazione. Lì, il terrore è spietato.
La regola, sotto qualsiasi cielo, è sempre la stessa: se ti pieghi al terrore, il tallone del nemico ti schiaccerà definitivamente. Se dopo aver inferto un duro colpa al tedesco con le manifestazioni di massa, i lavoratori fos¬sero soli, se si sentissero abbandonati di fronte alle repressioni, i progressi svanirebbero. Tocca a noi. Siamo pochi, ma possiamo mobilitarci nel giro di un’ora. Ancora una volta è il nostro momento.
Il ritrovo tedesco di Via Paleocapa è un ottimo bersaglio. E’ qui che i tedeschi si riuniscono per conce¬dersi un po’ di relax dopo le torture e i rastrellamenti. Gli aguzzini di via Asti si mescolano alle SS, esempio di ferocia ai fascisti repubblichini. Dopo le atrocità, bal¬doria. E quasi ogni sera in via Paleocapa c’è baldoria. A malapena si osservano le regole dell’oscuramento; dall’interno, specie a tarda ora, scoppiano rauchi cori di ubriachi e risa femminili. Sentinelle vigilano costantemente. Il ritrovo è circondato da una rete di uomini che passeggiano ininterrottamente sotto i portici.
Il piano va elaborato attentamente. Effettuo varie visite attorno al ritrovo, percorro passo passo il nostro futuro itinerario. Più ci penso e più questa impresa as¬somiglia a un viaggio senza ritorno. La zona è al cen¬tro di un nucleo di case abitate da molti ufficiali tede¬schi e fascisti. La fuga non sarà facile e neppure l’accostamento. Gruppi di sentinelle (precauzione recente) pattugliano il ritrovo. Ogni pattuglia segue l’altra a pochi secondi di distanza, un cerchio continuo.
Nella mia casa in via Pinetti traccio su un foglio di carta la pianta dell’edificio ricostruendo con precisione la zona del nostro prossimo attacco. Mentre sto riflet¬tendo bussano alla porta: è una staffetta, Ines. Apro dopo aver spento la luce e aver controllato la pistola. Ines annuncia che hanno arrestato altri operai alla FIAT Mirafiori e che li deporteranno in Germania. Si met¬terà a nostra disposizione con un’altra partigiana.
Mentre mi parla continuo macchinalmente a trac¬ciare cerchi. A un tratto mi avvedo che la linea urta contro un angolo dell’edificio. È un particolare da nulla ma serve a ricordarmi che quel vecchio fabbricato ha ben sette spigoli. Non può esserci un cerchio attorno. Il percorso delle pattuglie dovrà essere per forza spez-zato. Anche le vie e le case che circondano il ritrovo tedesco di via Paleocapa sono infatti spigolose, irrego¬lari. L’idea ossessiva del cerchio che protegge il bersa¬glio cade di colpo. La vigilanza è continua, ma eviden¬temente non può essere, come sembrava a tutta prima, ininterrotta. Ad ogni spigolo ognuna delle pattuglie di guardia perderà di vista l’altra, anche se per pochi secondi. È come se al posto del cerchio ci fossero dei segmenti allineati. Tra un segmento e l’altro dovrà inserirsi il nostro attacco.
Convoco Ines e Nuccia assieme a Mario. Non dob¬biamo essere in molti in questa azione. Le ragazze por¬teranno le bombe alla base; noi le aspetteremo. Sono due brave ragazze Nuccia ed Ines. Si vede chiaramente che hanno paura, ma una paura composta, controllata. La base è una casa sinistrata. Tra le macerie non ver¬remo facilmente notati. Ad ogni modo sarà facile sgombrare il campo in caso di cattive sorprese. Per precauzione cospirativa non ho detto a Nuccia e ad Ines e neppure a Mario che verranno con me altri due gap¬pisti. Li ho già convocati e informati. Arriveranno alla base poco prima dell’azione.11
Alle 19,15 puntualissime e con aria disinvolta, ar¬rivano Nuccia e Ines. Il nostro potrebbe sembrare un appuntamento amoroso. In realtà se ne vanno subito lasciando le loro borse cariche di esplosivo. Nessuno ci nota. Raggiungo i due gappisti in una specie di tana dove sono riusciti a nascondersi. Nessuno ci può vedere, ma noi da una fessura possiamo scorgere Mario che fa da “palo.” Controlla il movimento delle pattuglie e ci darà il segnale per l’azione accendendo un fiammifero. Sono di nuovo inquieto. Le pattuglie si spostano troppo rapidamente. Camminano troppo in fretta. Il pattugliamento mi fa pensare di nuovo al cerchio. La velocità con cui procedono scompiglia tutti i miei progetti. Non tracciano più una serie di segmenti attorno ad un edi¬ficio, ma qualcosa che si avvicina a una linea ininterrotta. Mario accende il fiammifero. Mi sembra impossibile che dia il segnale di via libera in quelle condizioni. Ma ormai non si può tornare indietro. Dobbiamo muoverci perché ora Mario si sposterà dall’altro lato per proteg¬gere la nostra fuga. Perdo in queste riflessioni almeno due preziosi secondi. Ho la testa in fiamme: temo di non riuscire a controllare i miei atti.
Spero solo che Mario non abbia commesso un colos¬sale errore. I gappisti, al mio cenno si alzano. Abbiamo tutto il nostro esplosivo a portata di mano. La pattuglia si avvia a girare l’angolo. Ci sono almeno duecento me¬tri tra noi e il ritrovo tedesco. È chiaro che le micce sono troppo lunghe se le accendiamo all’ultimo momen¬to. La pattuglia che sopraggiungerà noterà il bagliore rosso e darà l’allarme; saremo sorpresi e probabilmente l’attentato non avrà alcun risultato. Accendiamo perciò le micce prima di muoverci. Il lieve anticipo di Mario è stato provvidenziale e saggiamente calcolato.
“Di corsa,” dico, “corriamo divisi verso il palazzo.” Loro dove la pattuglia è appena sparita, io dall’altra parte, incontro alla nuova. Mario mi fa cenno che sta per sopraggiungere. Gli altri hanno già collocato i loro ordigni, io sono a pochi passi dall’obiettivo. Dall’in¬terno giungono distintamente voci eccitate, canti guttu-rali e musichette di moda. Si divertono. Colloco la mia bomba nel vano di una finestra, in modo che la miccia resti celata. Ormai deve mancare pochissimo all’esplo¬sione. Mi allontano di corsa, mentre la pattuglia si af¬faccia sulla piazza dove è l’ingresso del ritrovo. Vedo Mario fuggire e noto che gli altri due gappisti sono già spariti, un attimo ancora e un triplice boato rompe il silenzio. Lo spostamento d’aria manda in frantumi i ve¬tri delle finestre tutt’attorno, mentre dal palazzo si leva una immensa fiammata. Il colpo mi ha un po’ stordito ma riprendo la fuga, senza correre troppo. Sarebbe pe¬ricoloso. Nel buio risuona il crepitare di qualche arma automatica. Sparano. Probabilmente pensano ad un attacco massiccio. Rientro alla mia base; anche gli altri tornano sani e salvi.
Il giorno dopo i giornali fascisti annunciano che l’attentato ha provocato la perdita di “nove valorosi camerati tedeschi” e che una taglia di un milione è posta sul capo degli autori.
Valgo già parecchi milioni.

9 Ilio Barontini, nato a Cecina (Livorno) nel 1890. Fu coman¬dante della Brigata Garibaldi in Spagna, dirigente e organizzatore dei Francs Tircurs et Partisanes in Francia. Rientrato in Italia fu l’ani¬matore e organizzatore del movimento gappista. Mori in un inci¬dente automobilistico nel 1955.
10 Pompeo Colajanni nato a Caltanissetta nel 1906. Già membro del P.C.I. dal 1921. Dopo 1’8 settembre organizzò, con il nome di “Barbato” il movimento partigiano nel Monferrato.
11 All’azione hanno partecipato Di Nanni e Bravin che erano na¬scosti nella casa di Benati.

Capitolo Quinto
All’assalto di Torino

La notizia mi giunge la sera del 31 marzo: nella mattinata tedeschi e fascisti hanno catturato al completo i componenti del comando regionale piemontese del Comando Volontari della Libertà: il generale Perotti e tutti gli altri, compreso Eusebio Giambone. La staffetta che mi ha portato la notizia ne ignora i particolari:
“Erano in piazza del Duomo di San Giovanni; non si sa altro tranne che la piazza era letteralmente bloc¬cata da ogni parte. I fascisti sapevano ed avevano teso la rete. Il colpo è riuscito.”
Le nostre azioni di gappisti hanno avuto il loro ef¬fetto sul morale della classe operaia e sulle forze parti¬giane operanti nei dintorni della città. Tutto il movimento clandestino è in rapida ripresa: speranze fino a ieri inimmaginabili possono essere nuovamente acca¬rezzate, forse un nuovo sciopero, forse nuove manifestazioni di lotta. In ogni caso i sabotaggi nelle fabbriche e il reclutamento di operai nelle formazioni partigiane procedono con crescente intensità.
Il colpo ci sorprende in piena ascesa. Solo negli ul¬timi dieci giorni abbiamo fatto saltare un locomotore a Porta Susa, abbattuto a rivoltellate un alto ufficiale te¬desco,12 giustiziato un sergente delle SS; e il mattino stesso, mentre il nostro comando viene catturato, io e Bravin abbiamo eliminato uno dei più ignobili figuri della propaganda fascista: Ather Cappelli, direttore della Gazzetta del Popolo, il sanguinario incitatore delle rappresaglie. L’azione è stata una delle più rischiose. Il traditore era ben “guardato”; quando usciva al mattino per recarsi al giornale o alla sede della federazione re¬pubblichina o quando rientrava la sera, era circondato da una scorta di armati. Sembrava impossibile sorpren¬derlo. Ma controllando pazientemente le sue abitudini scopriamo la maglia sfilata nella rete delle sue precau¬zioni. Abitando nella centralissima via in Largo Migliara, continuamente percorsa da pattuglie nazifasciste, si fida a rientrare senza scorta per la colazione, alle tredici.
Probabilmente giudica impossibile un’azione in pieno giorno in una zona dove un uomo si può localizzare a distanza di trecento metri per la rigorosa geometria delle vie e l’assenza di portici. Cappelli rincasa in auto. A noi, l’uso della bicicletta è praticamente interdetto: richiamerebbe facilmente l’attenzione dei nazifascisti.
Con Bravin ci incontriamo all’alba, in piazzale Susa. “Sei pronto a una passeggiata?” gli chiedo. È un modo per nascondere la mia tensione. Anche lui deve trovarsi al limite della resistenza. Da tempo non ci concediamo un attimo di respiro. Non sa ancora per quale azione l’ho convocato. Quando gli comunico l’ordine del comando, si limita a chiedere se l’itinerario è stato stu¬diato. Gli rispondo che mi sono preoccupato personalmente dei preparativi. Raggiungiamo la “base” con l’aiu¬to di Ines. Vicino all’abitazione di Cappelli c’è una casa dal portone sgangherato sempre aperto: la vecchia can¬cellata di ferro è scomparsa da tempo assieme all’altro ferro donato alla patria. Nascosti là dentro attendiamo l’una. Sembra che le ore non trascorrano mai. Fortunatamente il posto è poco frequentato. La maggior parte degli inquilini deve essere sfollata. Ma non riusciamo ugualmente a toglierci di dosso la tensione.
I giorni e le notti passano per noi in un continuo stato di allarme. Siamo costretti a controllare ogni ge¬sto, a scivolare rasente ai muri all’alba, a restare chiusi in casa quando la gente è al lavoro per evitare di imbat¬terci in pattuglie che controllerebbero con pericolosa pignoleria i nostri documenti. Ora qui, all’angolo della casa di Cappelli, stiamo consumando un’altra delle tante sfibranti attese.
“Andiamo,” dico a Bravin. Mancano pochi minuti alle tredici. Cappelli è d’una puntualità cronometrica. L’avevo controllato. Siamo cronometrici anche noi.
Ci dividiamo. Io mi reco ad appostarmi all’estremità di Largo Migliara, sul lato verso il corso.
All’estremità opposta si apposta Bravin. A circa cin¬quecento metri, sulla mia destra, vedo Ines. Anche lei è stata esattissima. Al battere delle tredici aveva preso il suo posto. Cerco di assumere l’atteggiamento piú na¬turale possibile. In quella strada un uomo che non in¬dossa la divisa fascista o tedesca non può sostare più di un minuto senza suscitare allarme. La località è percorsa da automezzi militari e in molte abitazioni risiedono famiglie di gerarchi.
Ines, fingendo di leggere un manifesto, controlla il lato da cui dovrebbe sopraggiungere l’auto. La vedo muoversi ed attraversare la strada: è il segnale. Mi volto forse un po’ precipitosamente, incamminandomi in di¬rezione di Bravin. Secondo i miei calcoli, procedendo ad andatura normale, dovremmo incontrarci davanti all’abitazione del gerarca al momento giusto.
Anche Bravin, con aria disinvolta, viene verso di me. Distinguo ormai nitidamente il volto teso del gap¬pista, uno dei migliori. Ha tra le labbra una sigaretta e tiene, come me, le mani affondate nelle tasche della giacca. Sento alle spalle il rumore dell’auto: è Cap¬pelli. Avverto, istintiva, la tendenza ad affrettare il pas¬so. Ma è solo per un attimo: correre significherebbe dare l’allarme. Anche Bravin continua a camminare con noncuranza. Possiamo fissarci negli occhi: siamo ad una cinquantina di metri l’uno dall’altro, a una trentina di passi dal portone dove si fermerà Cappelli. Bravin non mi guarda Il rombo del motore cala nella frenata. Bravin finge di guardare altrove. Ora ci saranno al più dieci metri fra me e Bravin: due persone che del tutto casualmente si incontrano lungo il marciapiede di un quartiere residenziale. In questo momento l’auto di Cap¬pelli mi supera. Continuiamo entrambi con passo rego¬lare. Il mio compagno muove leggermente le mani nelle tasche. Probabilmente nota a sua volta lo stesso movimento nelle mie. Quattro metri tra me e Bravin. Scorgo Cappelli raccogliere alcune carte, poi aprire la portiera della macchina e scendere. Bravin ed io facciamo fuoco contemporaneamente. Sette colpi l’abbattono. C’è l’au¬tista. Il comando ci ha raccomandato di risparmiarlo ma l’uomo chiama aiuto. Gli intimo di tacere ma lui continua a urlare. Lo faccio tacere con un colpo ad una gamba. Si affloscia per terra. Ora dobbiamo fuggire. Ines è già al sicuro. Noi invece dobbiamo precipitarci fino ad una zona meno deserta, dove ci si possa mescolare alla folla. Correndo allo scoperto, col rischio che qualunque repubblichino o tedesco ci spari a vista, te¬niamo le armi spianate. All’improvviso all’angolo di una via appaiono un ufficiale e due militi fascisti. Ci scor¬gono: scambio un’occhiata con Bravin. Se sono soltan¬to tre quando saranno a portata delle nostre armi, for¬se potremo avere la meglio. Continuiamo la corsa coi cuore in gola. Se i tre si appostano all’angolo per noi è finita. Ma non possiamo tornare indietro: a quest’ora l’allarme è già stato dato e finiremmo certamente tra le braccia del nemico. Anche i portoni sono chiusi. È un quartiere all’antica con portoni robusti a prova di bom¬ba. Siamo a poche decine di metri dai fascisti. Dico a Bravin: “appena mi getto a terra accanto al muro, fa’ Io stesso. Ma distante, perché si possa sparare assieme.” Bravin mi risponde con un cenno d’intesa. Ancora qual-che metro: ora il tiro delle nostre rivoltelle può risul¬tare efficace. Sto per gettarmi a terra, quando accade l’imprevedibile. I tre repubblichini scappano. Scompaiono nella strada dalla quale erano giunti. La via è libera. Raggiungiamo finalmente una piazza affollata. Salgo sul primo tram di passaggio. Bravin si allontana per conto suo. Ci ritroveremo. Ormai siamo salvi. Quando giungo a casa, in piazza Campanella, crollo sul letto. Mai come questa volta ho visto la fine così vicina. Alle 19,30 mi portano un giornale del pomeriggio. Annuncia una “ta¬glia sul capo degli autori dell’assassinio del valoroso ca¬merata Cappelli.” È l’ottava sul mio capo e su quello di Bravin. Più tardi ricevo la notizia della cattura del comando del C.V.L.

*

Le notizie giungono come da un mondo lontano. Stanno processando Perotti ed il comando militare pie¬montese. Nell’aula, in qualche modo, si può entrare. Ma quelli, tra i nostri, che hanno deciso di assistere a quella farsa di processo debbono dissimulare ogni sen¬timento, nascondere anche la minima reazione.
Ricevo informazioni provenienti da uno dei rappre¬sentanti del C.L.N. che, in aula, è riuscito coraggiosamente a sostenere la difesa degli imputati. Per questa via ho cosí saputo come Perotti abbia assunto sulle sue spalle — o perlomeno abbia tentato di farlo — la totale responsabilità delle azioni e delle direttive emanate dal comando. So come un altro ufficiale, Geuna, abbia a sua volta cercato di salvare Perotti chiedendo la mor¬te per sé, scapolo, e l’ergastolo per Perotti, sposato e padre di tre figli. I giudici fascisti hanno già la senten¬za in tasca. La povera signora Perotti va ancora im¬plorando notizie di suo marito quando egli è già stato fucilato. La riceve il prefetto Zerbino e le chiede “di non far scene” perché è in corso una festa in onore del ministro degli interni di Salò, Buffarini Guidi. Poi un graduato repubblichino le comunica che “il generale dei miei stivali” era stato condannato a morte assieme agli altri.
Sono caduti gridando “Viva l’Italia libera.” Uno di loro, Paolo Braccini, intravista la moglie mentre lo traducono per l’ultima volta, le grida affettuosamente: “Ciao cocca.” La moglie Marcella ha la forza di non piangere e di gridare: “Ciao, coraggio Paolo, alla bam¬bina penso io.”
Giambone, il vecchio e caro Eusebio che avevo co¬nosciuto tanti anni addietro, rifiuta i sacramenti. Vuole però ringraziare il cappellano che aveva prestato ai suoi compagni ed a lui fraterna assistenza. A Padre Carlo Masera che gli dice: “si raccomandi al Signore, che le usi misericordia,” risponde stringendogli la mano: “Non devo domandare perdono a nessuno perché nella mia vita ho sempre fatto il mio dovere.”
È morto accanto a Perotti, l’operaio comunista ac¬canto al generale che aveva voluto mantenere il suo giu¬ramento al re.
In questo processo si manifesta qualcosa che è ormai impossibile ignorare. L’Italia torna unita. Ne ri¬mangono fuori soltanto i traditori, e contro di loro e contro lo straniero si scaglia il nostro furore.
La costernazione, il dolore, la collera si trasformano in tutti noi in volontà rabbiosa di agire. Non vogliamo pensare al Risorgimento, non vogliamo cadere nella re¬torica. De Amicis aveva esaltato, a suo tempo, la bellez¬za della morte per la Patria, “una palla in fronte in un campo di grano contro il nemico.” Noi siamo di parere contrario. Amiamo la vita e la morte la sopporteremmo con dignità e fierezza. Come Perotti e Giambone. Le di¬rettive di azione non ci mancano. La nostra attività di gappisti diviene, da intensa quale era sempre stata, fre¬netica. Hanno ucciso gli uomini che a Torino erano il simbolo vivente dell’Italia che tornava ad essere una nazione. Il nemico si accorgerà subito del nostro furore.
Poco dopo la fucilazione di Perotti e degli altri, due gappisti abbattono in Via San Bernardino un maggiore fascista. Un’altra pattuglia di gappisti elimina due azzimati ufficiali delle SS che si concedono una passeggia¬ta distensiva dopo aver inflitto torture inenarrabili ai prigionieri. Il 21 aprile, poco più di quindici giorni dopo la fucilazione dei membri del Comitato militare pie¬montese, due spie vengono giustiziate. Sono state condannate a morte dal Comitato di Liberazione. A noi il compito di eseguire la sentenza. Il 26 aprile 1944, in pieno giorno e nel centro di Torino, colpiamo gravemente un sergente fascista e un militare tedesco.
Siamo in quattro o cinque. Ma il nemico ritiene di avere di fronte un battaglione. Ogni comando viene cir¬condato da cavalli di frisia, ogni distaccamento deve mobilitare molte sentinelle per vigilare contro gli atten¬tati. Ci cercano dappertutto pensando a centinaia di persone da catturare, invece siamo così pochi. I loro provvedimenti sono indiscriminati e inefficaci. Proibi¬scono che si circoli in più di quattro persone contempo¬raneamente. Noi ci muoviamo quasi sempre in due. Vie¬tano l’uso delle biciclette. Ma questo ci confonde con la folla che indistintamente è costretta a circolare a piedi.
Sono stranieri o servi, non possono capire che sta nascendo una Italia diversa, quale sembrava impossibile persino sognare.
La nostra è una vera e propria febbre di azione. Moltiplichiamo gli attentati, i sabotaggi di giorno e di notte, senza mai offrire al nemico un bersaglio fermo. Noi non stiamo mai fermi. Le nostre azioni ci impon¬gono spostamenti continui. Cambiamo base anche due volte al giorno, rendendo difficile al nemico il compito di individuarci.

Ricevo notizie da una staffetta. Hanno ripreso le deportazioni allo stabilimento del Lingotto; i repubbli¬chini hanno preso di mira questo stabilimento. I tede¬schi invece hanno compiuto massicce rappresaglie in Val di Lanzo. La sera, da Torino, si distinguono le luci degli incendi sul fondo buio delle montagne. Non avendo potuto colpire a fondo i partigiani, i nazisti hanno bru-ciato diverse cascine e fucilato alcuni montanari.
Ritornano in città per riposare; ne approfittiamo per giustiziare in piena via un sottufficiale.
Ormai i colpi si susseguono ai colpi. Ad Alessan¬dria, nel vecchio convento della Benedicta, tedeschi e fascisti hanno sorpreso un centinaio di giovani renitenti alla leva. Tra di loro vi erano cinque partigiani che hanno nascosto le armi sperando di salvarsi con gli altri. Li hanno fucilati tutti e cento — a cinque per volta. Gli ultimi a morire hanno assistito diciannove volte al macabro lavoro del plotone di esecuzione; hanno visto i compagni morire e cadere sui corpi di quelli ammaz¬zati per primi. Le esecuzioni sono state compiute sull’orlo di una grande fossa che alla fine era colma di cadaveri.
Le notizie sono giunte al nostro comando a mezzo di una staffetta sfuggita per puro caso alla cattura. Pervengono poi altri particolari raccapriccianti. Fascisti e tedeschi hanno impedito ai parenti di vedere i loro morti.
“Non sono degni di sepoltura,” ha dichiarato il pre¬fetto di Alessandria ad un sacerdote.
Pratolongo mi racconta i fatti ma lascia a noi il com¬pito di trovare, di scegliere gli obiettivi da colpire. Im¬mediatamente facciamo esplodere alcune bombe all’esterno del comando militare repubblichino di Via Po e con una raffica di sten, abbattiamo la segretaria del fascio mentre passeggia con un delatore; anch’egli ca¬de ferito. Poi, il 17 maggio tre potenti bombe scop¬piano al Regio Parco. C’è il comando tedesco, ci sono gli uomini che hanno diretto le operazioni nell’Alessandrino e ordinato l’eccidio della Benedicta. Le bombe fanno strage. Numerosi soldati e ufficiali tede¬schi rimangono uccisi o feriti. Non abbiamo ancora restituito tutti i colpi subiti, ma queste risposte contano. Il nemico sa che non ci pieghiamo.

*

Il traffico ferroviario si fa sempre più intenso. Tedeschi e fascisti spostano continuamente i loro reparti per impiegarli in rastrellamenti. Questi movimenti age¬volano le loro posizioni rendendo più pesante il com¬pito ai partigiani in montagna. Il comando ci ordina di concentrare i nostri sforzi nel sabotaggio al traffico fer¬roviario.

È ormai l’alba. Io e Bravin siamo indolenziti e in¬freddoliti. Abbiamo sonno: un sonno non più valutabile in ore. Un peso fisico di cui non riusciamo a liberarci. Abbiamo trascorso la notte dietro un muricciolo semiabbattuto. A una trentina di metri da noi sorge la cabina di scambio della stazione di Porta Susa. Da ieri sera studiamo i movimenti delle sentinelle. Due tedeschi vanno e vengono con passo regolare e cadenzato lungo il marciapiedi che circonda la cabina. Si incro¬ciano e procedono in senso opposto per una quarantina di metri. Quando raggiungono una distanza massima di ottanta metri l’uno dall’altro, si voltano di scatto, come se facessero una esercitazione in caserma, ed invertono la marcia. Si avvicinano di nuovo, si incrociano sempre davanti alla cabina e quindi si allontanano an¬cora. Sembrano robot.
Mi sento un pò preoccupato: preferirei sentinelle un pò meno zelanti. “Sono un pò rigidi, però,” osserva bisbigliando Bravin. L’osservazione è giusta: sembrano troppo preoccupati di camminare impeccabilmente. Ciò potrebbe facilitare il nostro avvicinamento, ma non è gran che. Più tardi vediamo però qualcosa di confor¬tante. Le due sentinelle si allontanano e solo dopo al¬cuni minuti torniamo ad udire i passi di quelle nuove.
Vi è quindi una smagliatura nell’impeccabile meccani¬smo di vigilanza della Wehrmacht. Terminando il loro turno, le sentinelle tornano al corpo di guardia. Solo laggiù si scambiano le consegne. I loro passi sono ca¬denzati, pesanti e monotoni, ma soprattutto lenti. Ci lasciano una decina di minuti. Non molti, ma sufficienti. Ci allontaniamo, sfiniti.
“Adesso,” dico, “andiamo a fare una buona dor¬mita.”
La sera dopo ci ritroviamo in quattro al medesimo posto. A Bravin ed a me si sono aggiunti Di Nanni e Valentino. Ines, puntuale e diligente, ha portato l’esplo-sivo necessario. Ora dobbiamo attendere. Alle ventitré do ordine di avanzare cautamente per trovarci così il più vicino possibile alla cabina quando sarebbe avve¬nuto il cambio. Camminiamo silenziosi.
Abbiamo escogitato una tecnica particolare per muo¬verci nel buio: non sollevare troppo il piede da terra, ma strisciare quasi con le suole in modo da ridurre al minimo il rumore in caso di urto in eventuali ostacoli.
Poi non è più possibile camminare. Oltrepassato il muretto, tutti strisciamo carponi sopportando le fitte dei sassi. A una quindicina di metri dai binari ci arrestia¬mo. I minuti passano interminabili. Poi, finalmente i due tedeschi si scambiano un paio di parole e, senza dare un’occhiata intorno, si allontanano. Li lasciamo percorrere una ventina di metri; Di Nanni si muove, raggiunge la cabina, entra: “Buona sera,” dice ai cin¬que ferrovieri all’interno. Uno di questi ha a portata di mano i pulsanti; può essere il segnale d’allarme. Ma i ferrovieri rimangono sbigottiti. “Non mi riconosce?” continua Di Nanni, “sono Luigi. Abbiamo bevuto l’altra sera insieme all’osteria.”
Il tentativo di avviare una conversazione trova i fer¬rovieri comprensibilmente spauriti. Noi avanziamo di corsa. Di Nanni estrae le armi. Anche se tra i cinque ci fosse un fascista, ogni probabilità di dare l’allarme è sfumata.
“Non fateci del male,” chiedono gli operai. “Aiuta¬teci,” dice Di Nanni, “siamo patrioti. Dobbiamo dan¬neggiare gli impianti.” È trascorso un minuto e mezzo.
“Presto,” incalza Di Nanni. I ferrovieri escono dalla cabina ed uno di essi, quello che è riuscito a to¬gliersi di dosso lo sbigottimento per l’inaspettata irruzione, ci indica un punto a poca distanza. Allora anche un altro si fa avanti e fa un cenno con la mano. Ci vedono collocare le micce ed accenderle.
“Scappate, scappate,” gridiamo, mentre ultimiamo il lavoro. Fuggono tutti nella stessa direzione. Pochi minuti dopo comincia la serie delle esplosioni. Un ba¬gliore bianco e azzurrognolo si leva altissimo in cielo, illuminandoci tutti. Una cortina di fumo copre ogni cosa, mentre le esplosioni continuano. Le cariche esplo¬dono tutte puntualmente; il nostro tecnico ha lavorato bene. Fuggiamo abbastanza agevolmente; colta di sor¬presa la guarnigione che vigila sulla zona cade e si smar¬risce nella confusione. Le sentinelle, lontane dal luogo dell’attentato, sparano alla cieca. Il comando del corpo di guardia a quella sparatoria crede in un attacco im¬provviso e risponde al fuoco. Ben presto noi siamo così lontani da non sentire più nemmeno l’eco degli spari.
Il colpo è riuscito. Pratolongo e Conti non ci viziano certo con gli elogi, ma la loro soddisfazione è evidente. Nella nostra guerra non esistono licenze premio. Ines mi porta un nuovo ordine destinato a contrastare il piano tedesco di trasferire intere fabbriche torinesi in Germania.
Ines sa bene che anche in questa azione avrà la sua parte di rischio, ma non si turba. È calma, è una paziente formica della lotta clandestina. Trasporta disinvolta il suo carico di esplosivo, la sua brava borsa colma di ci¬lindri di ghisa riempiti di tritolo; percorre le vie di To¬rino in pieno giorno, attraverso i posti di blocco, puntuale ogni volta all’appuntamento. Attaccheremo la cabi¬na di smistamento presso la stazione di Porta Nuova.
È una zona che è già stata efficacemente colpita, non molto addietro nel tempo. Ripeteremo l’impresa piena di incognite, rifaremo una accurata ricognizione dei luoghi questo pomeriggio stesso. Di Nanni, il più calmo e il più coraggioso di tutti, verrà con me. Come camuffamento avremo due berretti da ferroviere rice¬vuti in prestito dalla moglie di un compagno. Per via decido di completare la mascherata con un paio di distintivi del fascio repubblichino esposti nella vetrina di un negozio di uniformi militari. La commessa è un po’ stupita. Non deve venderne molta di quella merce. Pro¬babilmente mi crede un fascista zelantissimo. Assieme a Di Nanni ripariamo in un androne e ne usciamo trasfor-mati in ferrovieri con tanto di distintivo repubblichino.
Il trucco funziona. I fascisti di guardia ci lasciano superare tranquillamente l’ingresso del parco smistamento alla stazione di Porta Nuova. Di Nanni ha sotto il braccio una provvidenziale borsa di ferri vecchi. En¬triamo con l’aria di consumati professionisti della ma¬nutenzione ferroviaria. Guardiamo la cabina e ci acco-stiamo a uno scambio. È lucidissimo, come appena re¬visionato. Termina in una punta sottile ed è collocato su una specie di passaggio obbligato; bloccando questo si blocca tutto. Armeggiamo con due chiavi inglesi. Poi, soddisfatti del nostro lavoro, lasciamo la zona. Mentre usciamo i militi ci chiedono distrattamente: “Tutto bene, camerati?” “Tutto bene,” rispondiamo noi. E Di Nanni come saluto, alza la borsa con i ferri, tenendo il pugno chiuso sull’impugnatura. È il saluto dell’Inter¬nazionale, un po’ mimetizzato, ma Di Nanni trova lo scherzo divertente. Io pure.

La sera del giorno dopo Ines porta il carico in due valigie. Di Nanni ed io ne prendiamo una ciascuno. Pesano parecchio.
“Ines è una ragazza robusta,” dico. “A guardarla non si direbbe,” risponde Di Nanni, gravato anche lui dal peso delle bombe. Sembra così fragile. Se n’è andata. Aspetterà nei pressi di una cabina telefonica.
Ci dirigiamo verso la stazione. Se qualcuno ci vedesse, ma in cuor nostro speriamo che nessuno ci noti, ci crederebbe due viaggiatori in procinto di prendere il treno per un lungo viaggio. In realtà potrebbe esserlo davvero. Il carico è pesante e la prudenza consiglia di non far subire scossoni troppo violenti all’esplosivo. Nel corso della nostra ricognizione avevamo scoperto uno strappo nella rete tra le cancellate in cemento ar¬mato che cingono la zona della stazione e il fascio dei binari. Con un po’ di calma riusciremo ad aprirla quanto basta per lasciar passare una persona. Tocca a Di Nanni, gli porgo l’esplosivo al di sopra della cancel¬lata. “In bocca al lupo.” “Allora telefonate alle 18 pre¬cise.” “D’accordo.” Sparisce.
Ritorno sui miei passi, raggiungo Ines, assieme ci rechiamo in un bar. Con l’occhio fisso sull’orologio guardiamo passare i minuti. Ieri abbiamo visto alcuni ferrovieri raggiungere la cabina, sostare all’interno e poi allontanarsene. Ora la cabina può anche essere vuo¬ta, dato il traffico ridotto della notte, ma è sempre pos¬sibile che nel momento in cui Di Nanni colloca le mine, qualcuno si trovi all’interno. Non vogliamo far pagare a un innocente il prezzo del sabotaggio. Perciò uno di noi due telefonerà alla stazione alle 18, cioè nel momen¬to in cui, secondo il piano, Di Nanni accenderà la mic¬cia. Restano otto minuti per avvertire i ferrovieri even¬tualmente presenti e salvarli dalla morte. Man mano che, con esasperante lentezza, le lancette dell’orologio si avvicinano alle 18, io e Ines ci sentiamo stretti nella morsa di una doppia angoscia. Dobbiamo salvare i fer-rovieri, d’accordo, ma se Di Nanni per una ragione qua¬lunque tardasse ad accendere la miccia? O se una sen¬tinella si trovasse nella zona e lui non riuscisse a raggiungere in tempo l’obiettivo? La nostra telefonata al capostazione darà l’allarme. Se sarà prematuro, il nemi¬co sventerà l’azione e catturerà Di Nanni. Bisogna de¬ciderci. Mancano pochi secondi alle 18. Faccio un cen¬no ad Ines che ha notato i numeri telefonici della ca¬bina e del capostazione. Di Nanni è il tipo da cavarsela in qualsiasi situazione. Se si fosse trovato in ritardo sulla tabella stabilita — penso — avrebbe abbandonato in qualche posto l’esplosivo e si sarebbe allontanato. Almeno così spero. D’altra parte nella cabina accanto alla quale Di Nanni, se tutto è filato liscio, deve avere ormai deposto le cariche con le micce accese, possono es¬serci tre o quattro ferrovieri ignari della morte che li sovrasta.
Ines comincia a formare il numero. E’ attenta a non sbagliare: ogni secondo perduto in questo momento può costare la vita di più persone. “Occupato,” dice. Dun¬que ci sono i ferrovieri. Ho la testa in fiamme. “Tele¬fona al capostazione.” Lei ha già cominciato a fare il numero. Adesso parla con qualcuno. Non può gridare, non può parlare distintamente perché c’è gente nel bar, alle nostre spalle. All’altro capo del filo non capiscono o non credono. Faccio cenno ad Ines di alzare la voce. Mi volto e impugno una delle rivoltelle tenendo la mano in tasca. Se qualcuno farà un movimento non ci co¬glierà alla sprovvista. Ora, Ines parla a piena voce. “Fate scappare gli uomini dalla cabina di Porta Susa. Fateli scappare subito perché fra pochi minuti tutto salterà in aria.”
Ines ripete due o tre volte l’allarme. Qualcuno dietro di noi forse ha sentito. Ma ormai stiamo giocando tutto. Ines non aspetta la risposta. Dall’altra parte hanno interrotto la comunicazione bruscamente.
“Hanno capito?” “Credo di sì.,” dice pallidissima. “C’era il capostazione. Non ci credeva, ma poi si è ,al¬larmato, ansimava…”
“Chiama la cabina di nuovo,” dico. Ines forma il numero. Stavolta non è occupato ma nessuno risponde. Vedo il suo volto quasi stringersi e deformarsi, nell’angoscia dell’attesa. Le stringo una mano perché ho l’impressione che stia per svenire. “Non rispondono?” chiedo. “Non rispondono.” Il suo volto comincia a distendersi. Quel trillo del telefono che nessuno ascolta laggiù nella cabina di Porta Susa è come una musica. È trascorso abbastanza tempo per ritenerci sicuri. I ferrovieri sono scappati. Adesso ce ne andiamo anche noi. Sto per uscire quando Ines mi dà un colpo col gomito: “Devi pagare.” “Già.” Sarebbe stato terribile scambiare per un fascista in borghese il cameriere che ci fosse corso dietro credendoci dei “portoghesi.” Pago e usciamo.
Abbiamo fatto appena una ventina di passi, quan¬do un rombo e un bagliore accecante ci sorprendono. L’esplosione è violentissima. Si levano bagliori azzur-rognoli: bruciano cavi elettrici sicuramente. Un’altra esplosione segue dopo pochi istanti, assordandoci. Guar¬do l’orologio: Di Nanni deve aver aspettato prima di collocare le mine. Ha voluto dare ai ferrovieri un minuto pii del previsto. Adesso anche lui deve essere lontano. Cominciano a sparare. Raffiche di mitra e fu¬cilate. Grida isteriche in tedesco: sparano tra loro. È il momento della confusione, quando le sentinelle im¬pazziscono di paura tirano in tutte le direzioni, alla cie¬ca e i comandanti sparano alle sentinelle pensando ad un nostro attacco in forze. È il momento buono per tor¬narcene a casa.

A casa? Un gappista non ci spera neanche: non ha più casa, solo dei recapiti. Era diverso in Spagna, là quando infuriava la battaglia e i cannoni, i mortai, le mitragliatrici ti sparavano addosso da tutti i punti dell’orizzonte seminando la morte all’intorno; quando gli spezzoni piovevano dal cielo e non sapevi più come rim¬picciolirti, quando non trovavi più un pensiero in cui rifugiarti; quando il compagno con cui avevi appena parlato ti giaceva accanto morto e, un passo più in là, col terrore negli occhi smisuratamente sbarrati, un altro stava spirando; quando la fredda ala della morte ti sfiorava il volto e le resistenze morali si affievolivano, allora anche gli eroi inventavano speranze assurde di so¬pravvivenza per contenere la paura, per salvarsi dalla follia. I combattenti che hanno vissuto quelle ore di incredibile agonia, tutti hanno avuto un solo pensiero: uscirne a qualsiasi costo pur di tornare a rivivere la umile e grigia vicenda di ogni giorno purché ci siano passi, sguardi, parole, pane, cielo, silenzio.
Così capitò a me nella grande battaglia di Farlette.
Io uscii da quell’inferno con alcune schegge confitte nella colonna vertebrale. Dal posto di medicazione all’ospedale da campo, al treno della Croce Rossa, pietoso e sinistro, all’ospedale di Benicassin.
Mi risvegliai dall’operazione con la testa pesante. Mi era accanto Carmen, l’infermiera. Le chiesi come era andata l’operazione e lei scosse il capo. Non dovevo parlare. Mi assopii e mi risvegliai. Dopo quante ore, quanti giorni? Mi sembrava di vivere un interminabile giorno diafano e uguale come i lettini della corsia. Un diaframma opaco mi separava dal mondo. Non mi sembrava di migliorare anche se riuscivo gradualmente a muovermi nel letto e a tentare alcuni passi con l’aiuto. dei compagni.
Le schegge! Tutta colpa di quelle maledette scheg¬ge se ero passivo e inutile a me e agli altri! Me le avevano tolte? Ogni mattino rivolgevo le stesse domande a Carmen che, paziente, mi aiutava a sostenermi sui cuscini, mi cambiava le fasciature, mi rimboccava le co¬perte incoraggiandomi con la voce e col sorriso.
Anche lei veniva dalla Francia. Aveva abbandonato la scuola come io avevo abbandonato la miniera per la Spagna: ci sentivamo vicini. Lei parlava di sé e dei suoi e alla fine si lasciava sfuggire anche la verità sulla mia operazione. Le schegge le avevo ancora dentro, era troppo pericoloso toglierle. Ebbi una paura terribile ma Carmen era certa che sarei guarito egualmente. Aveva ragione. Poco a poco ripresi a camminare come un tempo, e a passeggiare a lungo con lei nel parco dell’ospedale. Mori sei mesi dopo in un bombardamento aereo.13

Ritornai sul fronte dell’Ebro dove la brigata Gari¬baldi era duramente impegnata. Dopo alcuni giorni il comando mi inviò ad Albacete per la celebrazione della brigata Garibaldi. Conobbi il comandante Vaia reduce dal fronte Asturiano. Da Albacete raggiunsi Quintinar della Repubblica13 dove il comandante mi comunicò la più triste delle notizie: mio padre era morto.
Uscii dalla stanza del comando camminando lentamente, percorrendo il lungo corridoio che portava in cortile, attraversai il largo spiazzo delle esercitazioni e mi rifugiai dietro il muretto del percorso di guerra. Mi sedetti a terra, con le spalle al muro e per la prima vol¬ta dopo tanto tempo piansi su di me, sulla giovinezza, sull’uomo che mi aveva dato la vita e che mi aveva insegnato a distinguere il bene dal male, gli onesti dai disonesti.
In Francia erano rimasti mia madre e i miei fratel¬lini, ancora ragazzi, bisognosi di consiglio e di aiuto. Avrei avuto una breve licenza, ma non avrei potuto rimanere a lungo con loro. Attesi la licenza di quindici giorni fino al gennaio del 1938. Il 10 salii sul treno diretto a Portbou, ultima località spagnola; il 13 il comando locale mi consegnò il lasciapassare per Cerbera, località francese di confine.
Da Portbou a Cerbera andai a piedi, lungo un tunnel scavato sotto la montagna. Al posto di guardia i gendarmi francesi mi misero in carcere. La Francia, la mia seconda patria, mi respinse. Dopo una notte trascorsa in guardina venni condotto dal commissario di polizia. Mi chiese quando ero entrato in Spagna, il nu¬mero della mia brigata, i nomi dei comandanti e dei commissari: dopo aver letto il telegramma che annun¬ciava la morte di mio padre, assunse un tono “pater¬no”: “Se racconterai tutto quello che sai ti lasceremo libero subito e fra poche ore potrai riabbracciare tua madre.” Tacqui. Il commissario si inviperì, gridò, im¬precò. Gli ripetei, paziente, che ero andato volontario in Spagna; che avevo combattuto su diversi fronti e che ero rimasto ferito. Se non voleva lasciarmi andare a casa, mi rimandasse indietro. Venni ricondotto in cella per la notte e all’alba ero di nuovo a Portbou. Al coman¬dante spagnolo della zona raccontai la mia avventura. Dovevo assolutamente rivedere la mia famiglia che at¬tendeva il mio rientro. Avrei tentato il passaggio clandestino con una guida fornitami dal comandante. Ci mettemmo in cammino non appena imbruni: dopo due ore di marcia ci fermammo davanti ad una casa; la gui¬da bussò in modo convenzionale. Ci apri una donna alla quale la mia guida rivolse poche parole in dialetto incomprensibile; poi mi salutò e se ne ritornò via. Il marito della donna mi scortò al confine e mi indicò il percorso in territorio francese.
Era l’alba. Camminavo da alcune ore in un bosco, fino a che, uscendo da una macchia di arbusti sempre verdi, scorsi un gruppo di case ai piedi di un colle. Sarei potuto arrivare fino alle case per riposarmi, o scen¬dere direttamente la montagna attraverso boschi e dirupi. La seconda via era più sicura e non correvo il pe¬ricolo di incappare in qualche pattuglia. Ero stanchis¬simo, non dormivo da due notti, avevo le scarpe sfon¬date, le mani graffiate, i pantaloni strappati, le ginoc¬chia sbucciate dalle continue cadute, con soltanto una vaga idea di dove mi trovavo. Non avrei mai potuto proseguire senza indicazioni, senza mangiare, senza cam¬biarmi d’abito. Incontrai un pastore che intuì da dove venivo e dove andavo. Mi dette da mangiare e perfino un paio di calzoni. Si offese quando tentai di pagarlo. In Francia non c’era soltanto il commissario di Cerbera! Raggiunsi la stazione del paese più vicino; salii sul treno diretto a Perpignano, dove il “Soccorso Rosso” preavvertito mi fece accompagnare a Nimes. A mezzanotte bussai alla porta di casa e mi trovai fra le braccia di mia madre.

Alla Grand Combe nulla era cambiato. Io ero cam¬biato. Non riuscivo più a trovare l’affiatamento coi miei compagni di lavoro. Vi era come un solco tra noi. Non rimproveravo loro di non essersi arruolati volontari per combattere in Spagna: immigrati per la maggior parte in terra di Francia come avrebbero potuto abbandonare la famiglia nella miseria? Erano tutti antifascisti, odiavano tutti la tirannia, avevano una fede profonda nei nostri ideali. Eppure, sentivo che fra me e loro c’era come una frattura. Perché?
Forse ero stato troppo provato o tendevo a sopravvalutare l’importanza di certe esperienze?
Quando ripartii dalla Grand Combe alla volta di Parigi, alla tristezza di lasciare mia madre e i miei fra¬telli, si aggiungevano perplessità e dubbi.
A Parigi mi presentai alla sede del comitato che presiedeva all’organizzazione e alla partenza dei volon¬tari spagnoli per essere visitato dal medico. Fui invi¬tato a presentarmi per nuovi accertamenti due giorni dopo. Per la prima volta mi trovavo nella metropoli sconfinata, nella folla. La gente camminava in fretta, s’incontrava e si salutava, e non uno che si accorgesse di me. Ognuno badava a se stesso. Mi sentivo sempre pi estraneo, sconcertato.
Ogni passante che mi sfiorava accresceva il senso del mio isolamento. Anche nei momenti di maggior pericolo non m’ero mai trovato così sperduto come in quelle ore: avevo accanto i miei compagni, il mio fu¬cile, sentivo la presenza del tempo, lo scandire inter¬minabile delle ore, i ciuffi d’erba, il frastuono del bombardamento, la sete, la fame, la stanchezza, la vita insomma. Ero me stesso, combattendo, soffrendo e spe¬rando.
Qui annaspavo. Perché, mi chiedevo, la gente qui vive e là muore? E muore per difendere anche la liber¬tà e la civiltà dei francesi che sembra neppure se ne accorgano. O mi sbaglio? O sono stanco e depresso e mi costruisco da solo le mie delusioni? Dovevo uscire da questi ossessionanti e maestosi boulevard, abbandonare queste vie luminose e opulente, cercare i compagni, gli operai, quelli che soffrivano e speravano come me, che economizzavano il franco sudato per spedirlo a Madrid, i genitori di Carmen, i fratelli, le mogli degli uomini della brigata francese caduti sulla collina davanti a Scarrozza. Dovevo liberarmi dei fantasmi della mia tristezza.
Alla sede del comitato trovai una quindicina di vo¬lontari. Partimmo insieme scalando i Pirenei, durante una notte di pioggia e nevischio del febbraio 1938.

12. Un comunicato del comando tedesco promette un premio di centomila lire a chi favorirà la cattura dei “banditi.”
13. A Benicassin trovai Marvin, Grassi, Falchieri, Suardi e Guia e a Quintinar della Repubblica trovai i garibaldini Pegolo, Marvin, Boretti, Saccenti, Ferrer Visentin e il capitano Orlandino.

Capitolo Sesto
Morte e trasfigurazione

Radio Londra. Come ogni notte, la voce del colonnello Stevens si fa strada a fatica, tra fischi strazianti e continuo grattare. Le parole escono monche dall’ap-parecchio, spesso incomprensibili; ora lontanissime, ora poco piú vicine, sempre confuse dalle onde disturbatri¬ci. É cosí ogni sera.
Ma, all’improvviso, quella notte di maggio, pare che il colonnello sia lí accanto: di scatto la sua voce giunge chiara e indisturbata alla gente raccolta in silen¬zio attorno alla radio, nelle stanze buie. Istintivamen¬te qualcuno abbassa il volume. Anche sussurrate, ora le frasi sono perfettamente comprensibili.
In quel momento a Torino quattro ombre avanzano lungo la riva destra dello Stura. Cento tedeschi, dall’alto del ponte della strada per Milano, sparano ai quat-tro uomini che i riflettori, manovrati con orgasmo dai genieri, inquadrano e perdono. Le ombre si dirigono verso il ponte, poiché l’unica via di salvezza sta alle spalle dei tedeschi. A pochi metri dallo sbarramento, i quattro aprono anch’essi il fuoco. La reazione improv¬visa sconcerta il nemico. Si apre un piccolo varco e i quattro passano. Subito, però, alle loro spalle tornano a splendere gli occhi accecanti dei riflettori e la spara¬toria riprende violenta.
Dal posto di blocco, l’allarme viene lanciato al comando tedesco di Torino che invia prontamente rin¬forzi.
Il combattimento ineguale sembra non finire mai. Uno dei quattro cade, e da terra continua a sparare. Poi è colpito il secondo. Al terzo e al quarto tocca poco più tardi. Tutto questo, quanti ascoltano Radio Lon¬dra, dalla voce fattasi all’improvviso cosí limpida in quella notte di maggio, non lo sanno.
Molti l’apprenderanno qualche anno dopo. Altri lo ignorano ancora oggi.
Quella notte, poco prima dello scontro dello Stura, un rapido susseguirsi di tremende esplosioni a trecento metri dal ponte manda in pezzi la stazione radio, abbattendo le grandi antenne da cui, per mesi e mesi erano partiti i fischi strazianti e il rauco gracchiare che aveva impedito agli italiani di intendere pienamente il quotidiano messaggio di solidarietà del colonnello Stevens.

Tutto è cominciato quindici giorni prima, agli inizi di maggio, quando Ivaldi si reca all’appuntamento set¬timanale con il responsabile delle brigate garibaldine del Piemonte. Come sempre, l’incontro all’angolo di una piazza sembra casuale.
Si salutano e cominciano a camminare sotto il sole che già annuncia l’estate.
“L’ordine è di far saltare la stazione radio.”
Il responsabile militare potrebbe dire con lo stesso tono: andiamo a fare una passeggiata.
“Quale stazione radio?”
“Quella che disturba radio Londra. È vicina alla strada per Milano, a pochi passi dal fiume.”
Camminano ancora un poco per non dare nell’oc¬chio; poi si separano. Ivaldi attraversa tutta la città a piedi per tornare a casa.
Non è proprio la sua casa. Dorme lì, ma non è casa sua. Ci viene altra gente, di tanto in tanto: staf¬fette con i messaggi e qualche compagno che deve en¬trare nella brigata. I due locali servono anche da de¬posito di armi e di esplosivo. Ivaldi non ha una casa, non l’ha più avuta da quando, otto anni prima, ha lasciato la madre e i fratelli ed è partito per Perpignano. Neppure in Spagna ha avuto una casa. Gli è capitato di dormire in trincea, sotto la pioggia e — molto piú raramente — in lussuose stanze di grandi alberghi re¬quisiti dall’esercito repubblicano. Mai ha avuto un let¬to suo.
Sul fronte di Madrid aveva dormito per molti mesi sotto un albero senza provare alcun disagio. A quel tempo, Ivaldi era ancora ragazzo: nelle brigate internazionali lo avevano arruolato perché aveva mentito sulla propria età all’ufficiale che Io interrogava.
Gli anni passati nei pozzi di carbone, alla Grand Combe, lo avevano indurito e fatto crescere alla svelta.
“Nei pozzi uno diventa uomo in metà tempo,” di¬ceva suo padre. “Manda un bamboccio in miniera e a tredici anni saprà tutto quello che c’è da sapere.”
“La miniera è come la guerra e la carestia,” diceva ancora suo padre. “Chi la prova impara presto.”
Il giorno che lasciò la Grand Combe, era pronto a giurare che non aveva altro da conoscere. In Spagna, a Madrid, a Guadalajara, dovette ammettere che stava ancora imparando. Quando cadde la Repubblica, mentre si trascinava verso il confine francese, era certo di aver ormai provato tutto quello che un uomo poteva provare. A Torino, nel 1944, sta di nuovo imparando. Ed ora deve apprendere al più presto a sabotare una stazione radio.
E una cosa difficile, la più difficile che abbia mai fatto. Si distende sul letto e comincia a guardare le mac¬chie di umido del soffitto. A fissarle per un pò, le mac-chie si trasformano. Quella grande nell’angolo diventa Casa del Campo, come l’aveva vista la prima volta, dopo la grande curva della strada polverosa, con gli edi¬fici che di lontano sembrano vecchi e vuoti. E invece non erano vecchi, avevano mura robuste, come fortez¬ze. E non erano vuoti. Dentro c’erano i franchisti che li aspettavano. Quell’altra macchia, quella lunga e contorta che taglia in due il soffitto, può diventare una strada; la strada di Jarama su cui caricavano i maroc-chini e lui, rimasto quasi solo, sparava con la mitraglia¬trice; i cavalli cadevano facendo scoppiare la polvere e i mori dal mantello rosso cadevano urlando sopra i cavalli e ancora i cavalli impazziti sopra i mori, così fino a riempire la strada; allora i superstiti ripiegavano al galoppo e lui che sparava, sparava, sparava senza badare all’acqua del raffreddamento che bolliva.
Non ha senso quel soffitto: Jarama, Huesca, Ma¬drid non erano Torino. Qui tutto è diverso. Qui non ci sono né fronte, né retrovie da cui possano giungere rinforzi. In Spagna si poteva anche ripiegare, attendere un momento migliore, se l’attacco falliva. Qui, anche se l’azione ha successo, non ci può essere tregua; bi-sogna predisporre insieme attacco e ritirata, mettersi in salvo per essere vivi domani, per ricominciare. E continuare così, affinché possano tornare, chissà quan¬do, i giorni di lavoro, i giorni di studio, i giorni delle passeggiate.
Ora sono i giorni della guerra: una guerra fatta di colpi audaci e improvvisi, di attacchi e di fughe in mez¬zo a una piazza, davanti a una caserma, nella sala di aspetto di una stazione, in un deposito, lungo le autostrade o le ferrovie.
Questa volta si tratta di una stazione radio che deve venir distrutta affinché non disturbi la voce di uno sco¬nosciuto che arriva da un’altra stazione radio oltre la Manica.
Il giorno dopo Ivaldi non ha ancora deciso niente. Ha smesso di guardare le macchie del soffitto, non è più sdraiato sul letto, ma non ha ancora deciso niente.
Non riesce a trovare un modo logico per coprire la ritirata, dopo l’azione, a sé e agli altri. Già è diffi¬cile prevedere se ci sarà tempo sufficiente per piazzare l’esplosivo attorno alla palazzina dei congegni e sotto le tre antenne giganti.
Il posto è isolato; questo non rappresenta certo un vantaggio per chi voglia avvicinarsi.
Il terreno irregolare della brughiera si dovrebbe percorrere trascinando dietro pacchi di plastico, armi, mu¬nizioni. Poi, c’è la sentinella da neutralizzare, prima che possa lanciare un richiamo o sparare un colpo, in modo da sorprendere gli altri nel sonno. Perché ce ne sarebbero stati altri, dentro la palazzina, Ivaldi ne è certo, solo non sa quanti.

Non si può far saltare una stazione radio restando seduti davanti a una finestra aperta, a fantasticare.
Ivaldi non lascia la casa da due giorni. Si sente come vuoto dentro e indifeso; le quattro pareti della stanza gli danno un caldo senso di protezione.
Dalla via stretta giungono alla finestra del secondo piano pochi rumori; la gente non si trattiene a lungo per le strade, dove incombe sempre il pericolo delle retate improvvise.
Nel silenzio può immaginare la guerra come un lon¬tano ricordo, un mondo di pace in cui la gente è libera di parlare, viaggiare, vivere senza l’angoscia del colpo improvviso alla porta, dell’incontro mortale per la via. Senza la guerra un uomo può lavorare, studiare, spo¬sarsi, costruire qualcosa che valga la pena. È la me¬desima angoscia di quando, ragazzo, si svegliava, le mat¬tine di scuola, nella sua casa di Visone. Fuori c’era odore d’estate e dalla finestra si vedevano i vigneti al¬lineati sulla collina.
Anche allora avrebbe voluto essere in un altro posto, un posto senza scuole e senza maestri. Entrando nell’aula già pensava al dopo, all’interrogazione finita; si vedeva correre verso casa, la cartella di fibra rigida che saltava sulle spalle e i quaderni dentro che sbattevano ad ogni passo.
Anche allora le fantasie svanivano quando il maestro pronunciava il suo nome e gli toccava rispondere. Adesso è la stessa cosa. Pensare al dopo non serve a niente, perché la realtà è prima, non dopo. E prima, vuol dire che la stazione radio è ancora in piedi.
In ogni città e in ogni paese c’è tanta gente con quella paura dell’oggi addosso; è per questo che an¬cora si parla di libertà soltanto sottovoce e nel chiuso delle case. Chi non ha questa paura addosso è un “eroe.” Ma in realtà “eroismo” è una parola buona soltanto per i libri, impiegata da gente che con l’eroismo probabilmente non ha mai avuto niente a che fare. Nella realtà la gente ha paura: paura di soffrire, paura di morire, perché ognuno vuole sopravvivere a un periodo duro come questo, per essere vivo dopo, quando tutto sarà finito e ci saranno cose buone da fare, per il paese, per il partito, per se stessi.
Anche in miniera nel momento della frana, aveva avuto paura. Mentre le travi si spaccavano, prima con un leggero scricchiolio e poi cedendo di schianto, non era riuscito a correre; vedeva i pezzi di carbone piom¬bargli addosso sollevando una polvere densa e nera che soffocava la piccola lampada rimasta accesa. Ma non si muoveva, non poteva muoversi perché non riusciva a pensare. Quando la squadra di soccorso lo ritrovò, quan¬do lo portarono fuori, qualcuno disse che si era salvato perché non si era mosso; cinque passi più in là sarebbe rimasto schiacciato da dieci tonnellate di roccia. Era un caso, ma il fatto che quella volta fosse andata così non è certo una ragione per aspettare senza far nulla.

In piazza della Repubblica, infatti, si salva proprio perché agisce pensando a quello che deve fare. Vede ancora i due ufficiali delle SS14 cadere proprio davanti ai tavolini con le tovaglie gialle dei bar, e lui, ancora in pugno le pistole scariche, correre verso la strada sulla sinistra; sente i colpi delle machine-pistole che ar-rivano da un camion fermo; l’istinto lo spinge a fug¬gire, ma allora lo coglieranno allo scoperto, nella via aperta e diritta. Si ferma e si butta a terra dietro l’an¬golo dell’edificio, cambia un caricatore e spara al pri¬mo tedesco che giunge ansimando all’imboccatura della via, e poi al secondo, e poi al terzo, che ruota su se stesso, gridando. Questa era la via giusta: pensare prima di agire e agire pensando.

Tre giorni dopo l’incontro con Colombi Ivaldi esce di primo mattino. Si ferma sul gradino del portone e getta un’occhiata alla via a destra e a sinistra, per pru¬denza. L’ortolana sta esponendo sul marciapiedi una cesta di verdura. Lo saluta e lui risponde sorridendo.
L’incontro con un volto noto gli fa piacere. Il cam¬minare poi nella strada, tra la gente frettolosa che si reca in fabbrica, cancella ogni residuo timore. All’an¬golo di una via incontra la prima pattuglia: italiani in divisa di SS. Lo osservano e passa accanto a loro quasi tranquillo. Cammina mezz’ora. Poi, seguendo un com-plicato percorso, osservando a ogni angolo che nessuno lo segua, raggiunge la sua meta; sale due scale e bussa alla seconda porta. Di Nanni è ancora a letto.
Si leva subito quando la madre annuncia l’arrivo di Ivaldi. Entra in cucina posando i piedi nudi sulle pia¬strelle fredde, ancora umide dello straccio appena pas¬satovi. Dalle maniche corte della maglia gli escono due braccia lunghe e magre. Sorride mentre allaccia la cin¬tura dei pantaloni.
“Come stai? Non ti si vedeva da una settimana. Dov’eri? ”
“Qua e là.” “Fuori Torino?” “No, a Torino.”
La madre capisce che deve lasciarli soli. C’è sempre qualche cosa di strano, di poco chiaro quando quell’uomo viene a cercare suo figlio. Dopo, ogni volta, Dante se ne esce, senza dire dove, e spesso la sera non torna a casa. Oppure esce con l’altro, senza parlare, senza dire quando rientrerà. A malincuore li lascia dunque soli, perché possano parlare.
“Scendo alla posteria,” dice. Appoggia la scopa an¬cora avvolta nello straccio umido nell’angolo del lavan¬dino, si toglie il fazzoletto dal capo e esce, la borsa appesa al braccio.
Di Nanni va alla porta e chiude a chiave, adagio. “Nel pomeriggio ci troviamo tutti alla casa,” dice Ivaldi.
Ivaldi parla rapidamente, come sempre, andando subito all’argomento, senza giri inutili di frasi. “Allora è molto difficile?” chiede Di Nanni. “Difficile.”
Dante non ha paura: a diciotto anni si sono persi i timori dell’infanzia e non si conoscono ancora quelli che l’esperienza porta inevitabilmente con sé, quando, con il trascorrere degli anni, la prudenza si va affer¬mando.
Non ha paura, pure ogni volta si sente irrigidire, come ora. Poi si rilasserà. Dopo però. Quando saprà tutto dell’azione in programma, quando ne parlerà e ogni cosa risulterà chiara; quando lui stesso, valutando il rischio, potrà studiare come evitarlo o ridurlo.
Sapere cosa si vuole da lui gli può dare la possibilità di decidere come agire. E allora è come tornare padrone di se stesso, con una propria volontà e, soprat-tutto una propria capacità di azione. Prima no. Prima è come essere in trappola. E non gli piace sentirsi in trappola, non gli piace quel peso che lo ferma senza parole davanti a Ivaldi.
“Allora, intesi: verso sera alla `casa’,” ripete Ival¬di. E fino a sera, per tutte quelle ore, Dante si sentirà con quel gran vuoto nello stomaco, come un male, una angoscia che gli impedirà di fare qualsiasi cosa, la più banale, mangiare, bere, leggere.
Come ogni volta, pensa di chiedere subito cosa ci sarà da fare; può porre la domanda fingendo indifferen¬za perché Ivaldi, il compagno che il partito aveva messo al comando dei gappisti, non capisca di trovarsi di fronte a un ragazzo con una grande ansietà dentro il petto. E, come ogni volta, non dice nulla.
Si accorge appena che Ivaldi l’ha già lasciato. Non ricorda neppure se lo ha salutato. Torna nella stanza da letto e si guarda nello specchio dell’armadio di fronte alla porta.
Parla a se stesso, sottovoce: “Qualunque cosa sia,” dice, “deve essere fatta. Che poi tu lo sappia, non ha importanza. Deve essere fatta.” Si squadra, basso, ma¬gro, il volto lungo, angoloso, la bocca tagliata dritta, i capelli scuri, folti e cerca di immaginare dove avrebbe potuto essere colpito da una pallottola.
“Proprio come l’altra volta,” continua a dirsi as¬sorto, “quando attendevo in ansia l’ora per l’azione in Corso Francia.”
Pare assurdo attaccare il comando della milizia in pieno giorno. Invece alle 13,30 precise, lui, Bravin e Ivaldi distruggono con una bomba un’auto tedesca. Un maggiore della Wehrmacht, un capitano ed altri uccisi. Il governo promette un milione di taglia sui gappisti!

Nella stanza, seduti attorno al tavolo, ci sono cin¬que persone.
Ivaldi parla seguendo col dito la pianta della città. “Ci ritireremo risalendo lo Stura: se rischio di essere scoperti c’è, perché saranno in allarme, è un rischio che dobbiamo correre. D’altra parte non vedo altre vie d’uscita; se scendiamo lungo il corso del fiume tornan¬do sui nostri passi, ci troveremmo addosso le pattuglie. Alle nostre spalle ci sono le caserme dei tedeschi e dei fascisti. Potremmo guadare il fiume e prendere verso est. Ma anche ammettendo il guado possibile, non avremmo più il modo di rientrare in città, poiché i ponti, dopo l’esplosione, saranno tutti sorvegliati; per di più dovremo abbandonare le armi in una zona che non conosciamo. Risalendo verso nord e tenendoci sulla sponda destra potremo invece tornare in città quan¬do sarà ancora buio, e nessuno, ammesso che non ci scoprano quando passeremo sotto il ponte della strada per Milano, penserà che ci staremo ritirando seguendo proprio la direttrice che, a rigor di logica, sarebbe la più pericolosa.”
“Naturalmente,” conclude Ivaldi, “questo è il mio parere. Qui siamo in cinque, qualcuno potrebbe avere un’idea migliore.”
“Per me va bene così,” dice Valentino.
“Se ci scoprono quelli sul ponte?” chiede Bravin. “Dovremo aprirci la strada sparando,” dice Ivaldi. “Quanti saranno?”
“Forse cinquanta, cento, forse di piú.”
“Ma noi non abbiamo armi e munizioni per una battaglia di questo genere!”
“Ne prenderemo quante ce ne serviranno al presidio della stazione radio.”
Mario non parla. Si limita ad annuire, d’accordo anche lui. Non avrebbe partecipato all’azione conclusiva; il suo compito è di sorvegliare i movimenti del nemico e riferire per preparare l’attacco.

E’ come camminare in un grande catino dai bordi neri, tanto è buio: una parete scura tutt’intorno. Solo in alto, qua e là nel cielo, si possono scorgere le stelle.
Hanno lasciato da poco la strada e subito si trovano in difficoltà a causa del terreno scosceso e accidentato. Camminano vicini, lentamente, cercando una traccia. Le armi e i pacchi di esplosivo preparati da Spada sono stati portati da Torino, un poco alla volta, da Ines e nascosti in un luogo segnato. Non bisogna sbagliare: deviare anche di pochi passi vuol dire, in quella
brughiera senza sentieri, perdere tempo in giri affannosi e mandare tutto all’aria. “Ecco il primo segno,” sus¬surra finalmente Ivaldi. “Ora pieghiamo un poco a de-stra per non finire in una buca che c’è poco avanti e cerchiamo una latta di benzina sfondata. Attenti a non sbatterle contro che farebbe un fracasso del diavolo!”
Trovata la latta di benzina perdono mezz’ora alla ricerca di tre pietre; tornano piú volte sui loro passi, sino alla latta, riprendendo da lì le ricerche.
Per un momento Ivaldi teme che durante il giorno qualcuno abbia spostato la latta e pensa che non riu¬sciranno per quella notte a trovare l’esplosivo. Decide di riprovare, ancora una volta. Riprende a muoversi lentamente e, finalmente, sente il cespuglio sotto le ma¬ni tese in avanti: è lì a due passi. Muove il piede e tocca le pietre. “Ci siamo,” dice, “è qui sotto.”
Si china spostando rami sottili e zolle d’erba e tira fuori il primo pacco, pesante, avvolto in una carta forte.
“Sono le armi.”
Dal cespuglio toglie poi altri quattro pacchi, meno pesanti del primo. “Questo è l’esplosivo. Non è inne¬scato, ma attenzione, non è per far saltare in aria noi.”
La carta dei pacchi è una carta rigida e robusta e nel silenzio, mentre viene svolta, pare che faccia un gran rumore.
Ivaldi, in ginocchio, lavora lentamente. Non ci si vede quasi; sono le mani a decidere; ecco il nodo della corda e il capo più lungo da tirare; il nodo, semplice, si scioglie senza difficoltà, ecco il lembo esterno dell’avvolgimento da tenere fermo mentre si srotola il pac¬co; una pistola, lo “sten”; le altre pistole. Poi i pacchi dell’esplosivo. Di nuovo la maledetta carta. Alla fine Ivaldi raccoglie i fogli tutti insieme, ne fa una gran pal¬la e la spinge a forza fra i rami del cespuglio.
“Non avrei mai creduto che la carta facesse tanto rumore,” osserva Bravin.
Di Nanni ride piano: “sembrava d’essere all’offi¬cina.”
Ivaldi distribuisce le armi, un pacco di esplosivo a testa, i detonatori — capsule piccole, cilindriche, che in mano paiono contenitori per aghi — e le micce con l’accenditore a strappo già applicato a una delle estre¬mità. Dalla parte del fiume viene improvviso il rombo di un motore di camion che si spegne subito; poi riprende, a tratti brevi, come una tosse.
“È la loro benzina sintetica che non brucia,” fa Di Nanni.
“Va bene soltanto se il motore è caldo.”
“C’è movimento sul ponte,” dice Valentino. “At¬tenzione.”
“Quelli non dormono,” dice Di Nanni.
Il motore smette di tossire e riprende a girare re¬golarmente, molto accelerato. Infine l’autocarro parte. Odono distintamente cambiare le marce. Le due strette lame di luce dei fanali illuminano brevemente la stra¬da. Va verso Torino. Possono seguirne il rombo per al¬cuni minuti.
Per tutto questo tempo non si muovono, non par¬lano, come se quel motore sia un motivo sufficiente per aspettare, per non decidere. Poi avanzano lenti, nel buio, sotto il peso dell’esplosivo. Non vedono la stazione radio, ma sanno che è davanti a loro, a meno di trecento metri.

È ancora notte fatta. Hanno strisciato nell’erba ba¬gnata per gli ultimi cinquanta metri e poi si sono arrestati, a terra, uno vicino all’altro. Nel buio i contorni della cabina appaiono incerti: a fissarli a lungo pare che attorno si muovano delle ombre: uomini o animali, più probabilmente un’illusione ottica. Ivaldi chiude gli occhi per un poco; quando li riapre l’ombra è svanita. Poi torna ad agitarsi davanti al suo sguardo. Chiude e riapre ancora gli occhi e si accorge che la macchia non svanisce; è proprio al centro della costruzione, là dove probabilmente deve esserci la porta. L’improvvisa luce di un fiammifero la illumina: la sentinella accende una sigaretta. Ivaldi può vederne il volto per un attimo, poi il punto luminoso si allontana dal viso, schizza via e si spegne nell’aria.
Nello stesso momento la mano di un uomo in preda al panico afferra il suo braccio. Ivaldi la serra nella sua; stringe forte finché sente male. Quando il tremito della mano cessa, capisce che Valentino ha superato la crisi.
Rimangono a terra, osservando la brace della siga¬retta che si accende a tratti. Poi anche la brace schizza via perdendo qualche scintilla. Subito dopo nel profilo confuso della cabina si apre la porta. La luce azzurra di una porta schermata illumina l’erba. La sentinella entra e richiude l’uscio.
“Ora,” dice Ivaldi — e corre avanti, seguito dagli altri: urta con forza la porta e si meraviglia quasi sen¬tendola aprirsi di schianto.
Tre carabinieri seduti attorno a un tavolo lo guar¬dano senza un gesto. La sentinella è in piedi, con la canna del mitra in mano, il calcio appoggiato a terra. Dice soltanto: “Ma no, ma no…” Mentre Valentino chiude la porta, Di Nanni e Bravin sono addosso agli altri che dormono nelle brande.
“In piedi, in piedi!” intima Bravin puntando lo “sten.”

Nella casa di Via S. Bernardino, Ivaldi è vicino al letto sporco di sangue. Di Nanni sta adagiato su un fian¬co con gli occhi aperti.
“Bravin e Valentino sono feriti?” mormora.
“Si,” risponde Ivaldi, “tutti e due, ora li avranno già presi.”
“Si, li avranno già presi.”
Ivaldi si muove zoppicando leggermente, prende una sedia vicino alla finestra e torna verso il letto. Si siede allungando la gamba e si tocca il polpaccio stretto nel fazzoletto annodato.
“Anche tu sei ferito.”
“È niente,” dice Ivaldi, “ora stai quieto, il dottore sarà qui a momenti.”
“Non serve a nulla parlare,” mormora ancora Di Nanni, “non serve proprio a nulla.”
Ora sente molto male. Capisce che lo hanno col¬pito più volte, ma non sa dire quante. Fa per muoversi e Ivaldi lo costringe giù:
“Fermo, sta’ fermo. Se ti muovi è peggio.”
Si avvicina al ragazzo e cambia i tamponi di tela alle ferite. Usa asciugamani e strisce che ha ricavato lacerando un lenzuolo; il sangue e la camicia che Di Nan-ni indossa ancora gli impediscono di vedere le ferite. Gli preme molta tela contro tutta la schiena e vi appoggia i cuscini per impedire che le pezze scivolino via.
“Fa molto male,” dice Di Nanni, “e il dottore non potrà farci niente, proprio niente.”
“Il dottore è un compagno,” risponde Ivaldi, “ed è proprio bravo. Ho detto a Barca di cercarlo e di mandarlo subito. Sono certo che sta già venendo qui e po¬trà fare molto: ti toglierà le schegge, ti medicherà e ti farà le iniezioni contro il dolore.”
“Non servirà a niente,” dice Di Nanni, “è inutile che il dottore venga fin qui. E non dirmi che è una fe¬rita da poco.”
Ivaldi raccoglie i tamponi zuppi di sangue e va a buttarli nel secchio in cucina. Quando torna Di Nanni lo fissa ancora.
“Per te è andata bene e forse sarai vivo quando finirà.”
Di Nanni parla adagio, senza apparente fatica. “Io invece sarò già morto.”
“Non devi pensare a queste cose.”
“Le penso invece, le penso e le dico. Ci sarà una gran festa quando tutto sarà finito. Si potrà dormire e svegliarsi senza terrore.”
“Questo sarà anche per merito tuo.”
Ivaldi è vicino al letto e parla sottovoce, chinandosi in avanti.
“Il merito sarà di tutti. Di quelli che saranno vivi e di quelli che saranno morti. Ma io sarò morto e non mi importerà niente di avere qualche merito nella fac¬cenda.”
Si appoggia a un gomito tentando di alzarsi. E Ivaldi deve fargli forza sul braccio per tenerlo adagiato, poi a sua volta si siede, serrandosi strette le mani.
Dalla strada, attraverso i vetri della finestra chiusa, giunge l’eco di lontani rumori sovrastati dal respiro ra¬pido e irregolare del ragazzo, di nuovo disteso su un fianco, il volto nascosto nell’arco del braccio.
“Dovevamo ucciderli,” mormora, “ucciderli tutti…”
Lo aveva già detto dodici ore prima, quando tre carabinieri erano scappati mentre Bravin portava fuori i prigionieri.

Avanzano lentamente perché il buio impedisce di distinguere i passi nella brughiera. Ma devono affret¬tarsi per passare sotto il ponte.
“Dovevamo ucciderli.” Di Nanni viene subito dietro Ivaldi e parla ad alta voce, con rabbia.
“Zitto, non siamo assassini e poi non potevamo spa¬rare. Te la sentivi di scannare nove uomini col col¬tello?”
Ivaldi ha risposto girando appena la testa, senza fermarsi.
“Dovevamo ucciderli subito,” ripete Di Nanni.
“Forse non sono corsi a dare l’allarme. Magari si sono nascosti nella brughiera, mentre minavano le antenne.”
“Sai bene che non è così,” dice Di Nanni, “sai be¬ne che adesso ci stanno aspettando.”

In quel momento intravedono nel buio, vicina, la linea dritta del ponte che sovrasta la loro strada.
“Ce la facciamo. Ancora cinquanta metri.” Non riesce a completare la frase: sul ponte, uno dopo l’altro, prima rossi e poi subito bianchissimi, si accendono tre riflettori.
“Giù, giú,” grida. E si butta nell’erba.
I tre fasci di luce inquadrano la cabina della radio, la illuminano e poi ritornano, frugando il terreno.
Uno arriva sopra i quattro uomini, appiattiti a ter¬ra, passa oltre e torna su di loro. Esplodono le prime raffiche. I proiettili battono intorno, nel cerchio del fascio di luce.
Mentre altri riflettori li inquadrano, dalla stazione radio giunge l’eco della prima esplosione, fortissima, poi la seconda, la terza, la quarta. Dopo quegli scoppi, i colpi dei mitra sembrano ora piccoli sibili, rabbiosi però, più rabbiosi dopo le esplosioni.
“Ci siamo cascati,” urla Bravin.
“Via di qui,” grida Ivaldi. Balza in piedi e corre ver¬so sinistra, poi avanti. Sono usciti dal cerchio accecante dei riflettori che ora si muovono a scatti, cercandoli.
Ai mitra si sono unite anche le mitragliatrici, for¬se due, e le loro raffiche violente sovrastano i colpi sec¬chi e intervallati dei fucili. Poi Ivaldi vede le lingue rossastre delle armi automatiche anche davanti a lui, nella radura, e capisce che i militi sono scesi a raggio nella brughiera e li stanno circondando.
“Ce la faremo?” chiede Bravin.
“Non so,” risponde.
Ivaldi si carica sulle spalle un paio di mitra. Voltan¬dosi urta Valentino e ne approfitta per scaricare un po’ della sua rabbia: “Non potresti fare a meno di cacciarti ogni momento fra i piedi?”
“Inutile nasconderci ancora,” grida. Spara una, due raffiche brevi e avanza allo sbaraglio. Sente sparare anche Di Nanni e gli altri. Si ferma ad aspettare Valen¬tino: “Come ti senti?” gli chiede.
“Niente, andiamo via, andiamo via subito.” “Vieni dietro e continua a sparare.”
L’assurda irritazione ora ha ceduto il posto alla calma.
Gli succedeva sempre, anche in Spagna, quando la battaglia era cominciata. Sopravvive chi ha fortuna e chi conserva la testa a posto. Sono in quattro ora, de¬cisi a passare, a restituire colpo per colpo. La battaglia è diseguale ma la notte ci aiuta. Non ci hanno ancora presi.
“Dovevamo ucciderli tutti,” borbotta ancora Di Nanni.
“E piantala.”
Bravin lo fa tacere. Devono fermarsi. I tedeschi sce¬si dal ponte sparano ora con rialzo a terra, nascosti nell’erba. In quella posizione è difficile colpirli. Pos-sono distinguere le armi impiegate dal nemico, udire lo scatto dei bossoli sul terreno.
Ivaldi si piega leggermente su un fianco, toglie una “sipe” dalla tasca, cerca con le dita i ganci della cop¬piglia e li raddrizza; poi passa l’indice nell’anello di tenuta, strappandolo. Sente la coppiglia scivolare fuori dolcemente; tiene stretta in pugno la bomba e la sottile lingua di metallo di sicurezza, poi la lascia scattare e la sente frullare vicino al viso. Si alza lanciando la “sipe” lontano e torna a buttarsi sull’erba. Mentre toglie la coppiglia ad un’altra bomba ode, fra le fucilate, il colpo sordo della prima e ne vede il rosso lampo. Lancia la seconda bomba, poi una terza.
“Questo è il momento,” grida levandosi di scatto.
Corre avanti finché inciampa nel corpo di un tedesco e cade: si rialza con gli altri attorno che lo cre¬dono colpito.
Adesso, dopo una lunga corsa, gli spari sono lon¬tani.
Si fermano.
“Un minuto,” chiede Bravin, “solo un minuto per riprendere fiato.”
“Ce l’abbiamo fatta,” dice Valentino.
“Forse,” fa eco Di Nanni.
Stanno in silenzio, in piedi, respirando veloci. Poi un fruscio tra l’erba e vedono di nuovo i lampi rapidi, davanti a loro.
Di Nanni striscia carponi sulla loro sinistra e spara tutto un caricatore. Torna indietro sempre strisciando: “Via,” dice, “via, mentre ci credono là.” Corrono chini e si trovano davanti al fiume.
“Siamo intrappolati,” esclama Bravin.
Il fuoco è cessato. Il silenzio sembra più pericoloso delle raffiche di mitra. Fanno alcuni metri, echeggia uno sparo isolato; qualcuno grida con voce incerta e sfor¬zata; poi un secondo colpo e di nuovo un fuoco d’in¬ferno.
In quel momento Valentino grida. È pochi passi indietro e cerca affannosamente di rialzarsi. Bravin cor¬re verso di lui, vacilla per una frazione di secondo, leva al cielo il mitra e cade anch’egli.
Ivaldi torna indietro e si butta a terra accanto a Bravin mentre Di Nanni lo copre.
“È toccato a me,” dice Bravin, “inutile pensarci. Andate via subito, lasciatemi qualche caricatore. Non sento più le gambe. Mi sono toccato il ventre e mi ci è entrato il dito. Andate via.”
“E Valentino… ”
“Valentino resta qui. Ormai non può più andare da nessuna parte.”
Ivaldi tocca Valentino, lo scuote ed è come scuotere un sasso inerte. Poi torna presso Di Nanni che, acquattato, spara ancora. Sente che anche Bravin spara. Toglie la sicura dall’ultima “sipe” e si alza per lanciarla: un urto secco contro la gamba lo butta a terra. Lancia la bomba come può. Lo scoppio viene subito, vicinis¬simo. Si tocca il polpaccio pieno di sangue. Mentre Di Nanni grida frasi che non capisce, toglie il fazzoletto dalla tasca, solleva il pantalone, e cerca con le dita, fra il sangue. Lo trova subito: un piccolo foro, soltanto un piccolo foro. Lega il fazzoletto e si alza, aiutandosi con le mani. Prova a fare qualche passo, mentre attor¬no i colpi dei fucili paiono diradarsi.
Si accorge all’improvviso che anche Di Nanni non spara più. Se lo carica in spalla e riprende la marcia.
Andando, gli torna alla mente un episodio ormai lontano della sua vita di combattente in Spagna, quan¬do lui, Ivaldi, era rimasto inerte nel furore della bat-taglia, accanto alla mitragliatrice, con le gambe paraliz¬zate e qualcuno, un compagno, lo aveva salvato.
La sua brigata, la brigata Garibaldi, decimata nella battaglia di Brunette, e rinsanguata negli effettivi era partita da Buccalora. La comandava Carlo Penchienati, in sostituzione di Pacciardi, rientrato in Francia dopo un vivace scontro col comando. Pacciardi aveva sostenuto la tesi d’inviare in licenza in Francia tutti i gari¬baldini affinché facessero opera di proselitismo e di re-clutamento fra gli immigrati italiani. Era stato aspramente criticato dai comunisti i quali consideravano fol¬lia abbandonare la lotta proprio nel momento in cui la Spagna attraversava un periodo estremamente critico.
I volontari garibaldini, coscienti dei sacrifici cui andavano incontro, li affrontavano senza mai tirarsi indietro; combattevano in Spagna il fascismo di Franco, di Mussolini, di Hitler. Purtroppo le tesi di Pacciardi avevano generato una certa atmosfera di sfiducia nei combattenti politicamente meno preparati.
Quando io arrivai alla brigata, la riorganizzazione militare e morale era ormai compiuta. Accompagnato da Longo, Fedeli, Barontini arrivò tra noi Togliatti,” calmo, sicuro di sé, persuasivo; infondeva sicurezza con la sua presenza. Disperse ogni superstite titubanza sulla necessità di continuare la lotta senza dar tregua al ne¬mico. Verso la metà di agosto giunse l’ordine di partire per il fronte di Aragona. Salimmo sui camion sprovvi¬sti di teloni una sera di pioggia. Avemmo una intera notte per bagnarci fino alle ossa e poi un giorno per asciugarci alla periferia di una borgatella ai piedi della collina. A sera ci mettemmo in marcia per campi bru¬ciati, salendo e discendendo infiniti pendii. L’alba ci trovò tra monti rocciosi, accidentati, senza vegetazione. Il caldo diventava opprimente e nessuno aveva più una goccia d’acqua nella borraccia. Ogni tanto un breve riposo e poi la marcia riprendeva sotto il sole accecan¬te. Qualcuno cominciava a chiedere acqua, qualche altro barcollava sotto il peso dello zaino e della mitra¬gliatrice. Le staffette delle pattuglie avanzate non re-cavano notizia di ruscelli o di pozzi. In cima a una col¬lina venne dato l’alt, per consumare il rancio che ognu¬no portava con sé. Era già trascorso da parecchio tem¬po il mezzogiorno ma nessuno mangiava. Riprendem¬mo la marcia. La terra scottava. Dalla lunga colonna cominciarono a levarsi imprecazioni: alcuni cadevano a terra svenuti, altri si trascinavano a fatica. I giovani non ce la facevano più; i combattenti più esperti zop¬picavano e tacevano. Nel tardo pomeriggio un porta-ordini a cavallo consegnò una busta al comandante Raimondi. La prossima tappa sarebbe stata la cima della collina. Dalla vetta si vedeva una cascina e, sopra un altro cocuzzolo, un paese.
Andai al comando di brigata per sollecitare l’invio di acqua. Vidi un gruppo di garibaldini ad una pozzan¬ghera. Accorsi. Raimondi gridava: “Non bevete, è ac-qua stagnante, marcia. Forse è avvelenata. Non vedete i topi morti che ci sono dentro?”
Mentre Raimondi tentava di allontanare gli uomini, mi gettai a terra e immersi la bocca nella melma in¬goiando fango e acqua.
Smisi un attimo per respirare e poi di nuovo giú. Anche gli altri si erano stesi attorno alla buca per bere. Raimondi si era chinato anche lui.
Verso sera arrivarono finalmente le cisterne dell’ac¬qua. Avevano viaggiato a lungo sotto il sole e l’acqua era tiepida e pulita. Ognuno bevve a lungo e si riempi la borraccia e anche qualche bottiglia. La notte ci ac¬campammo ai piedi di una bassa collina dove all’alba prendemmo posizione. Era ancora buio. Alle otto, quan¬do il sole era già alto, raffiche di mitragliatrice e colpi di mortai ci si abbatterono addosso.
Eravamo sotto il tiro delle postazioni nemiche dis¬seminate a breve distanza. Non ci restava che buttarci lungo i fianchi della collina, al riparo. Molti protestavano per l’errore in cui era incorso il comando facendoci attestare su una posizione dominata dal nemico.
La nostra azione doveva far parte di una vasta ma¬novra contro Saragozza, occupata dai franchisti. Premen¬do su Saragozza si poteva alleggerire l’offensiva fascista. Avevamo sbagliato strada e ora occupavamo un set¬tore che non avrebbe potuto mai minacciare Saragoz¬za. A mezza mattina, in una atmosfera di calma asso¬luta, si udì lontano il ronzio di un motore. Venne dato l’allarme.
Gli addetti alle mitragliatrici antiaeree misero le ar¬mi in postazione. Era uno stormo nemico. Tre apparecchi deviarono verso di noi e ne vedemmo le ali d’ar¬gento brillare. Le mitragliatrici sparavano raffiche velo¬cissime mentre gli aerei lanciavano grappoli di bombe. Esplosioni terrificanti. Una bomba scoppiò a pochi me¬tri; venni buttato in aria e ricaddi sul terreno arido e duro. Gli aerei ritornarono per sganciare altre bombe, le mitragliatrici spararono di nuovo. Qualcuno gridò: “è colpito, è colpito!”
Uno degli apparecchi si staccò dalla formazione e precipitò come un masso. Si apri un paracadute. Con un boato la carcassa dell’apparecchio si schiantò a metà col¬lina e bruciò. Gli altri due aerei invertirono la rotta e spararono contro il pilota che stava scendendo don¬dolando sotto il grande ombrello bianco. Lo raccogliem¬mo ferito: era convinto che lo avremmo fucilato.
“Ma sono i tuoi che ti hanno sparato!” ribatteva Malozzi. Era un ufficiale italiano; si era arruolato vo¬lontario perché gli avevano promesso una promozione. Lo spedimmo all’ospedale.
Aspettammo fino a sera per spostarci lungo una val¬lata. I monti attorno erano occupati dai fascisti e do¬vemmo muoverci senza il minimo rumore per evitare di essere presi d’infilata in qualche gola buia. Cammi¬nammo durante la notte ripercorrendo sentieri già percorsi. Poco prima dell’alba una staffetta del comando ci guidò verso la posizione che da due giorni tentavamo invano di raggiungere: un terreno collinoso solcato da valloncelli. Il movimento di soldati e di carri ar¬mati era intensissimo. In lontananza si sentiva sparare. Il mio distaccamento venne dislocato sulla cima nuda di una collina in appoggio ai battaglioni franco-belga e “Rakosi.” Davanti a noi si stendeva la pianura legger-mente ondulata e, in fondo, baluginanti nell’aria calda, si intravedevano le case di Saragozza. Eravamo com¬pletamente allo scoperto. Impiegammo parecchie ore per scavare le trincee, le postazioni per le mitragliatrici e per stabilire i collegamenti telefonici col comando. Ci trovammo proprio al centro di un cuneo avanzato; alla destra avevamo i franco-belgi, alla sinistra il battaglione Rakosi. Prima di mezzogiorno, aerei nemici ci indi¬viduarono e ci mitragliarono mentre l’artiglieria nemica apriva un fuoco d’inferno. Ancora una volta gli aerei scendevano a bassa quota a gruppi di tre. Erano “Ca¬proni.” Italiani dunque. Lo scoppio delle bombe lace¬rava la cima della collina squassando la terra e riem-piendo l’aria di polvere. E dopo le prime bombe, altre bombe ancora. Le esplosioni spezzavano i timpani e il fumo ci impediva di scorgere se la fanteria nemica stava avanzando. Non restava che sparare alla cieca verso la pianura per contenere o ritardare una avanzata. Anche le posizioni dei due battaglioni al nostro fianco erano sottoposte ad un bombardamento incessante. Si trattava dunque di un’offensiva contro tutto il settore. Squil¬lò il telefono. Il comandante ci avverti che stavano ar¬rivando i nostri aerei da caccia.
“Tenetevi aggrappati a quella collina, resistere a tutti i costi. Non ritiratevi senza ordine.”
Sulla nostra destra si era intanto accesa una furibon¬da battaglia. Attraverso il cannocchiale vidi avanzare contro il battaglione franco-belga la fanteria nemica pro¬tetta dai tanks e appoggiata dall’artiglieria che aveva intensificato il tiro mentre gli aerei continuavano a mitra¬gliare a bassa quota. La situazione era critica. Gli shrap¬nells scoppiavano sotto le nostre teste seminando man¬ciate di ferro sulle trincee. I feriti venivano portati via dagli infermieri. La linea telefonica era spezzata. Un porta-ordini che avevo inviato al comando non ritor¬nò. Il sole scottava, eravamo coperti di sudore e di polvere.
Strisciai sotto il grandinare delle bombe per invitare Cerbai a spostare la sua mitragliatrice in modo da pren¬dere d’infilata i fascisti che avanzavano verso la no¬stra collina, protetti dai tanks. Cambiai di posizione anche ad un’altra mitragliatrice collocandola in una buca a sinistra. Ora i fascisti, strisciando anche loro, erano a cinquanta metri. Li vidi chiaramente sul filo del mirino e sparai; qualcuno rotolò lungo la china, altri si alza¬rono e corsero a ripararsi dietro i tanks che aprirono il fuoco coi cannoncini. I fascisti ci avevano individuati. Era impossibile muoversi e sarebbe stato impossibile resistere a lungo. Su ogni punto, su ogni metro di ter¬reno, c’era uno scoppio e l’aria era piena di sibili e di proiettili. Inviai un’altra staffetta al comando per chiedere rinforzi: il garibaldino che stava scivolando fuori dalla trincea vi ricadde, colpito a morte.
Eravamo tagliati fuori da ogni collegamento e non potevamo fare altro che resistere. Altri garibaldini ven¬nero colpiti, molti giacevano morti in fondo alle buche, i feriti si lamentavano. Corsi da un punto all’altro delle posizioni su cui era disteso il distaccamento per rin¬cuorare i compagni; incaricai due garibaldini di portare al riparo i feriti. Era una tempesta che tutto sconvolgeva, frantumava, riduceva a brandelli. Una mitragliatri¬ce, centrata in pieno da una bomba, era ridotta a la¬miera accartocciata; i corpi dei serventi erano stati dispersi dall’esplosione.
Soldati del battaglione franco-belga si stavano riti¬rando. La resistenza della loro formazione era stata spezzata dal fuoco dell’artiglieria nemica. Io dovevo ri-manere con il mio distaccamento. Questo era l’ordi¬ne. Le mitragliatrici che ci erano rimaste continuavano a sparare ma non potevamo fare molto contro i carri armati che venivano nuovamente avanti. Una scheggia uccise un giovane mitragliere spagnolo; un altro gari¬baldino ebbe il braccio destro stroncato netto da una granata; tentai di tamponargli il sangue che usciva dal-l’orrenda ferita ma non potei fare molto perché dovetti correre verso un’altra mitragliera che aveva smesso di sparare; il mitragliere era riverso sull’arma con il ven¬tre squarciato; lo trascinai di fianco e cominciai a sgra¬nare lunghe raffiche. Poi mi accorsi che dalla camicia mi usciva sangue: mi toccai il petto e sentii che c’era un buco, proprio sotto la spalla. Ora tra le esplosioni mi giungevano le grida dei compagni che stavano morendo. Uno mi chiamava: comandante, comandante! Allungò una mano verso di me: gliela strinsi, sentii la stretta aumentare, poi le due dita si afflosciarono: era morto; una scheggia gli aveva fracassato la testa.
Era rimasta una sola mitragliatrice a sparare, quella di Cerbai che in mezzo ai morti e alla polvere conti¬nuava a prendere scrupolosamente la mira prima di lasciar partire una raffica. Mi trascinai di nuovo verso la mitragliatrice e un pesante pugno mi colpi alla schiena: una rosa di schegge mi aveva investito in pieno. Tentai di trascinarmi ancora, mi parve di avanzare e invece mi accorsi di non muovermi di un centimetro: è finita, mi dissi, tolsi la pistola dal fodero e pensai di uccidermi poi decisi di aspettare i fascisti con la pistola in pugno. Passati pochi secondi rinvenni: Cerbai era chinato sopra di me: “sono quasi morti tutti,” disse, “dobbiamo andare via subito.” Cercai di alzarmi e non riuscii a muo-vermi. Gridai che non avevo più le gambe, che se ne andasse da solo, che gli ordinavo di andare via.
“Le hai ancora le gambe,” gridò Cerbai, “devi solo fare uno sforzo.” Mi sollevò di peso. Riuscii a stare in piedi ma non potei muovermi, forse la scheggia mi aveva leso la spina dorsale paralizzandomi le gambe. Ricaddi. Cerbai mi trascinò fino ad una buca e da lì, pochi centimetri alla volta, verso la cima della collina.
Ci saranno stati soltanto venti metri da percorrere. Impiegammo molti minuti, nascosti dal fuoco delle bombe. Ora eravamo sul colle e Cerbai mi fece rotolare giù come un sacco; quando qualche asperità del terreno o un cespuglio mi fermava, mi trascinava oltre l’ostacolo e riprendeva a farmi rotolare. E continuò così fino ai piedi del colle. Quando i fascisti arrivarono sulla cima che avevamo lasciato, i garibaldini, attestati sulla vetta di fronte, li investirono, con un furioso fuoco costringendoli a ripararsi. Eravamo salvi.

Nella casa di via S. Bernardino Ivaldi guarda, at¬traverso i vetri della finestra chiusa, la stretta via.
Nessuno davanti ai portoni, nessuno alle finestre del caseggiato di fronte. Uno strano caseggiato, forse un convento, forse dentro vi sono dei frati, un posto sicuro, magari una infermeria attrezzata. Un luogo dove i fascisti non sarebbero mai entrati. Ivaldi sente Di Nan¬ni muoversi e non si gira, continua a guardare la casa di mattoni rossi.
“Arriva il medico?”
Di Nanni ha parlato tranquillo e Ivaldi si volta, sor¬preso. Il ragazzo sta seduto sul bordo del letto, i piedi appoggiati al pavimento.
“Matto, sei matto, stai sdraiato.”
Lo aiuta a distendersi.
“Non ti devi muovere.”
“Ho parlato proprio da matto, prima.”
“Hai detto quello che sentivi. Senti male?”
“Adesso non lo direi più. Adesso voglio che ar¬rivi il medico, voglio che mi curi, voglio che mi rimetta in piedi, perché abbiamo ancora molte cose da fare. C’è ancora molto da fare, vero?”
“Si, molto da fare, per tutti.”
“Prima,” dice Di Nanni, “non parlavo come do¬vrebbe parlare un comunista.”
“Un comunista è un uomo,” dice Ivaldi, “niente altro che un uomo, fatto di muscoli, di nervi, di cervel¬lo, come gli altri.”
“Ma io non avrei dovuto sentirmi così disperato, anche se avevo tanto dolore addosso. Anche tu sei fe¬rito, però non ti sei sentito come fossi già morto.”
“È diverso,” dice Ivaldi.
“Cosa è diverso?”
“E’ diverso perché un proiettile non è come cinque o dieci proiettili.”
“Vuoi dire che mi hanno colpito dieci volte? ”
“Non dico questo. Voglio dire che ti hanno colpito piú di una volta.”
Una pausa di silenzio. Poi Di Nanni torna a dire: “Mi sembra strano che si stia parlando di queste cose: che se ne parli così, quasi che non ci riguardassero.”
“Sono cose nostre,” dice Ivaldi, “e dobbiamo par¬larne.”
“Sono anche cose del partito,” dice Di Nanni, “perché noi facciamo parte del partito.”
Ivaldi torna alla sua sedia, sedendo proprio sull’orlo; appoggiando la schiena alla spalliera, la gamba ferita tesa in avanti.
Si toglie la scarpa e appoggia il tallone a terra. In questa posizione gli pare di sentire meno dolore. Guar¬da Di Nanni: il ragazzo sta semisdraiato; ha il volto molto pallido ma pare non soffrire.
“Senti molto male?” chiede Ivaldi.
“Non tanto. Prima mi sembrava di essere ubriaco e dicevo cose strane. Mi accorgevo di dirle, ma non riuscivo a tacere.”
“Qualche volta ci si sente così,” dice Ivaldi.
“Uno che fa la guerra non dovrebbe,” dice Di Nanni.
“Anche i soldati sono uomini.”
“Bravin era bravo. Non ha fatto discorsi. Anche Va¬lentino era bravo.”
“Adesso siamo rimasti solo noi due.”
“Non siamo soli, ci sono tutti gli altri.”
In quel momento bussano.
Ivaldi si alza, fa cenno a Di Nanni di tacere; toglie due mitra dall’armadio. Uno lo dà al ragazzo. Impu¬gnando l’altro si avvicina alla porta, si copre ponendosi di lato, le spalle al muro e chiede chi bussa.
“Sono Giorgio,” risponde una voce sommessa, “ven¬go con le medicine.”
Ivaldi apre rapidamente e il medico entra. “Dov’è? ” chiede.
“Di là.”
Aiutato da Ivaldi, il medico spoglia il ragazzo.
“Ho già messo l’acqua a scaldare,” dice Ivaldi.
Il medico assentisce e Ivaldi, zoppicando, va in cucina, toglie la pentola dalla debole fiamma del gas e la porta in camera, ponendola sulla sedia, vicino al letto. Poi porta un catino e un altro lenzuolo. Il medico lo lacera, ne fa grandi pezze quadrate e strisce lunghe un palmo. Prende con due dita una prima pezza per un angolo e la lascia scendere adagio adagio nell’acqua della pentola; poi la leva e l’appoggia ai bordi del catino perché si raffreddi un poco. Apre una borsa che ha portato, ne leva una siringa, una fiala e pratica una iniezione al ragazzo. Mette della garza sul comò e so¬pra vi ripone la siringa vuota. Poi, con la pezza bagnata comincia a pulire le ferite. Uno dopo l’altro si possono distinguere i fori dei proiettili. Piccoli bordi violacei: uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette piccoli fori alle gambe e alla pancia. Sette fori, sette pallottole. Esa¬mina la testa e scopre un’altra ferita. Con un paio di forbici taglia i capelli tutt’attorno e pulisce ancora. Di Nanni geme adagio, ogni tanto. Quando le dita del medico indugiano sopra una ferita, soffoca un grido nel cuscino.
Il medico riprende la siringa e fa un’altra iniezione. Attende un poco: con una pinza sottile fruga delicatamente uno dei piccoli buchi, poi un altro. Toglie dalla borsa un disinfettante, ne imbeve le pezze e le posa sulle ferite. Con le strisce fascia il ragazzo senza stringere. Fa una terza iniezione, rimette gli strumenti nella borsa e si avvia alla porta seguendo Ivaldi.
“Anche tu sei ferito,” dice.
Ivaldi lo ferma. “Non è niente, non c’è tempo.”
“Fa’ vedere.”
“Non c’è tempo, dimmi del ragazzo.”
“Brutte ferite,” dice il medico, “deve essere ope¬rato subito. Bisogna portarlo in ospedale.”
“È pericoloso,” dice Ivaldi.
“Se lo lasciate qui morirà.”
Ivaldi torna nella stanza. Di Nanni sta steso sul ventre e pare assopito. Si muove appena, quando ode i passi.
“Cosa ti ha detto?”
“Che devi andare all’ospedale. Dovranno operarti per toglierti i proiettili.”
“In quale ospedale?”
“Non so, ne parlerò coi compagni. Tra due ore in¬contrerò il responsabile del partito. Prima di allora non c’è niente da fare.”
“E se mi vengono a cercare in ospedale?”
“Ti porteremo dove ci sono dei compagni. Diremo che è stato un incidente in fabbrica.”
“Se viene il peggio, avvisa i miei,” continua Di Nanni, “e nella casa dove abito cerca di Rossella. Av¬visa anche lei.”
“È la tua ragazza?”
“No. Ha solo sedici anni. Siamo d’accordo che di¬venterà la mia ragazza dopo, quando tutto sarà finito.”
“Se mi succede qualcosa,” dice ancora Di Nanni, “devi dire tutto ai miei. Glielo dirai dopo, però. Dopo la guerra. Mia madre non deve credere che la colpa è tua perché mi venivi a prendere a casa. Devi dire che mi hai portato via, che mi hai nascosto in quella casci¬na, che sei tornato a prendermi e che mi hai portato qui.”
“Perché dovrei dirlo?”
“Perché è vero e perché così sapranno che non sono stato abbandonato dai miei compagni. Prometti che lo dirai.”
“Te lo prometto,” dice Ivaldi.
Per un poco non parlano più. Poi Di Nanni doman¬da: “come faremo ad andare all’ospedale?”
“Forse potremo usare un’autolettiga. Così sembre¬rà un incidente.”
“Verrai a trovarmi all’ospedale?”
“Verranno altri compagni.”
“Però mi farai sapere quello che farete?”
“Certo, ti farò sapere anche dei nuovi compagni che entreranno nella brigata.”
“Sarà difficile,” dice Di Nanni, “ma qualche volta penso che sarà ancora più difficile quando sarà finito. Vorrei vivere per vederlo.”
“È un grande partito il nostro,” dice Ivaldi.
“Si, ed è grande perché ci sono dei giovani come te.”
“Il partito conta molto sui giovani, non è vero?” chiede Di Nanni.
“Molto,” risponde Ivaldi.
“Anche per dopo,” mormora quasi tra sé Di Nan¬ni, “certamente anche per dopo, quando la guerra sarà finita e ci vorrà tanta forza per rimettere tutto in piedi.”
“Si,” dice Ivaldi, “per oggi e per dopo.”
“Sai,” dice Di Nanni, “a volte credo che sarà an¬cora più difficile dopo. Adesso non facciamo che spa¬rare e sappiamo che per i fascisti tra poco sarà finita. Dopo sarà una lotta diversa, ugualmente impegnativa ma più lunga, certo molto difficile.”
“Il partito,” risponde Ivaldi, “uscirà molto forte da questa battaglia. Oggi forma nuovi quadri per la lotta armata e questi uomini domani saranno dirigenti e militanti capaci di battersi in altre lotte magari pacifiche, ma ugualmente dure, ugualmente difficili. Ci vorranno infinite energie per creare un paese democratico, nuovo, diverso da quello che abbiamo conosciuto.”
“È strano,” osserva allora Di Nanni, “che noi due, ora, senza neppure sapere se stasera saremo ancora vivi, si parli di cose che riguardano domani, un domani forse così lontano.”
“Non è strano,” riprende ancora Ivaldi, “perché non parliamo soltanto per noi, parliamo anche per gli altri. E gli altri sono tanti, tutti quelli che come noi vogliono un paese diverso, nel quale si viva liberi.”
“Quando sarà finita con i fascisti e i tedeschi,” chie¬de Di Nanni, “saremo veramente liberi?”
“Saremo liberi di ricominciare a lottare per una vera libertà, che si ha quando ogni uomo ha e vale per quello che è.”
“Capisco,” dice Di Nanni, “allora per questo tu dici che è molto importante quello che facciamo ora?”
“È importante,” dice Ivaldi, “soprattutto perché, se oggi non facessimo nulla, non ci sarebbe mai un domani da cui cominciare a cambiare veramente le cose.”
“Non sarei riuscito a spiegare bene tutto questo,” dice Di Nanni, “però così lo sentivo: quello che dici per me non è nuovo, sono cose che ho sempre saputo.”
Vuole parlare ancora, anche se si sente molto de¬bole, ma Ivaldi lo costringe a tacere. Deve riposare per essere poi in grado di sopportare il viaggio.
Quando il ragazzo sembra assopirsi, Ivaldi si alza dalla sedia e va in cucina. Prende dell’alcool, una for¬bice e una striscia di tela. Si siede a terra, la schiena appoggiata a una parete, piega un poco la gamba sini¬stra e tira su, adagio, il pantalone. Slega la fasciatura. Il polpaccio è gonfio ma non troppo. Il piccolo foro duole. Versa dell’alcool su un pezzo di tela comprimen¬dolo sulla ferita: il bruciore gli riempie gli occhi di la¬crime. Toglie la tela e il bruciore diminuisce. Ripete l’operazione diverse volte, fino a che la pezza si intride di sangue. Prende una pezza pulita, versa sopra altro alcool e l’appoggia alla ferita. Poi con una striscia fascia il polpaccio fin sopra il ginocchio. Si alza aiutandosi con le mani; getta pezze e fasce insanguinate nel secchio, chiude la bottiglia dell’alcool e torna in camera.
Di Nanni non si è mosso, sta ancora sdraiato sul ventre e respira veloce. Ivaldi pensa che dorma e resta sorpreso quando l’ode chiedere: “Ti fa molto male?”

Ora, nella casa di via San Bernardino, Di Nanni è solo.
Ancora disteso sul letto, le braccia piegate, le mani strette sotto il cuscino. Ivaldi è uscito da poco. Hanno continuato a parlare, quando è tornato dalla cucina dove si è medicato.

Sembra di avere una quantità di cose da dire, da spiegare, quando si sa di dover morire. Una guerra come la nostra non lascia molto tempo per le conver-sazioni. Si prepara l’azione, la si esegue: quando ci si in¬contra ogni minuto viene impiegato per le questioni pratiche, urgenti. Per la prima volta ci troviamo di fronte e possiamo parlare. Di noi, del perché combat¬tiamo, del domani. Forse parlare del futuro cancella l’angoscia della fine vicina. O forse ci sono cose che dovevano essere dette da tempo e che ci diciamo ora. È appena un ragazzo, ma ha già tante cose dentro, tante idee e una certezza così ferma nel nostro futuro. Penso a me stesso, quando sono partito per la Spagna. I giovani di oggi maturano più rapidamente. Lo abbraccio piano prima di lasciarlo per andare a sollecitare l’autolettiga.

“So cosa fare se vengono,” ha detto Di Nanni e ha voluto accanto al letto i due mitra, lo “sten” e il sacco degli esplosivi con le micce a strappo già pronte e infilate nei detonatori. Ora giace immobile e aspetta. Chi giungerà prima: la lettiga o gli altri?
Una serie di colpi violenti scuotono la porta. Gli altri sono giunti per primi.
Si gira lentamente, s’appoggia con le mani al pavimento e scivola dal letto, battendo le ginocchia sulle piastrelle fredde. Si solleva sul gomito piegando la gamba sinistra sotto il corpo: prende un mitra e innesta un caricatore di quaranta colpi.
Prima di uscire Ivaldi lo ha aiutato a infilarsi i pan¬taloni perché sia già pronto quando giungerà l’autolet¬tiga; fa scivolare due “sipe” nella tasca destra, un’altra la tiene nella mano sinistra. Trascinandosi avanza verso la porta. Nella destra stringe il mitra.
“Vengo,” grida.
“Aprite!” urlano dal pianerottolo.
Di Nanni si schiaccia al muro, lascia il mitra, pas¬sa la “sipe” nella mano destra e toglie la coppiglia, tenendo salda la piccola leva piatta. Da fuori cercano ora di abbattere la porta a calci, ma è una porta di buon legno robusto, e resiste bene.
“Apro,” grida ancora Di Nanni.
Si appoggia sulla sinistra tenendosi dietro lo stipite; lascia scattare la leva della bomba e conta: al “cin¬que” preme il pollice facendo scorrere la sbarra della serratura. La porta, spinta dall’esterno si apre di schian¬to. Di Nanni lascia scivolare sul pianerottolo la bomba e si abbandona sulla schiena, al riparo della parete. Un secondo e all’esplosione nella tromba delle scale rispondono le urla dei colpiti. Un fascista, trascinato dallo slancio, piomba nell’anticamera e Di Nanni, restando sdraiato, ne blocca la corsa con una raffica breve, da tre metri. Il fascista sembra un attimo paralizzato, lascia cadere il mitra e barcollando arriva nella camera, fi¬nendo bocconi sul balcone.
Strisciando sui gomiti Di Nanni si spinge sul pia¬nerottolo, ingombro dei corpi di due fascisti. Appog¬giando la fronte alla ringhiera, può vederne altri che scendono incespicando sui gradini. Infila la canna del mitra tra le sbarre e spara: li sente gridare e li vede cadere come dei sacchi vuoti.
Si trascina nuovamente in casa e chiude la porta; questa non sembra danneggiata perché il battente era aperto al momento dell’esplosione.
All’ingresso della stanza, sul pavimento, c’è il mitra del brigatista abbattuto. Di Nanni lo spinge, la can¬na in avanti, fino accanto al letto. Non cerca il corpo. Si trascina ancora attraverso la camera e, dalla cucina, spinge il tavolo contro la porta d’ingresso: poi sistema una doppia catena di sedie fra il tavolo e la parete; per colmare un ultimo spazio vuoto uno sgabello. Cosí la porta è completamente bloccata, quanto basta a fer¬mare un po’ gli invasori anche se facessero saltare la serratura.
Più di così non può fare. Strisciando sotto il tavolo, torna in camera e si arrampica sul letto. Si sdraia sul ventre, di traverso ai materassi, in modo da avere il bal¬cone in faccia.
Può vedere un pezzo di inferriata, due finestre della casa di fronte, un poco di tetto.
Il corpo del fascista è dietro la breve parete, sulla sinistra, nel vano della finestra, dove la ringhiera del balcone si aggancia al muro esterno. Lo indovina seduto o semisdraiato, con le ginocchia piegate: vede le scar¬pe uscire dall’angolo del muro.
Nella casa sembra ora essersi fatto un gran silen¬zio. Forse non succederà altro, forse Ivaldi tornerà con l’autolettiga e andranno all’ospedale. Dalla strada non salgono rumori sospetti, niente che faccia temere un nuovo assalto.
Non può accadere dunque nulla in quel silenzio. Però Ivaldi deve far presto perché non può resistere a lungo. Tocca le fasciature della schiena e le sente vi-scide. Guarda la mano e la vede sporca di sangue. Deve restare calmo, sopportare il dolore e non perdere altre forze.
Le scarpe, all’angolo del balcone, hanno un sussul¬to, scivolano in avanti. Di Nanni capisce che il fascista sta morendo.
Gli tornano alla mente racconti dell’altra guerra: italiani e austriaci feriti, isolati nella terra di nessuno, che riuscivano a capirsi a gesti per scambiarsi una si¬garetta o un sorso di grappa, per maledire in lingue diverse ma con parole uguali la guerra e chi li aveva mandati a morire senza neppure sapere perché.
Fissa quelle scarpe scivolate in avanti in una chiazza di sangue. La guerra combattuta da suo padre è sta¬ta una guerra diversa. Allora, i soldati si sono trovati una divisa addosso, un fucile in mano e l’ordine di spa¬rare senza altre spiegazioni.
In questa guerra ognuno ha fatto la sua scelta. Né a lui né all’altro hanno messo in mano un fucile senza spiegare perché. Ha scelto in piena coscienza la parte dove stare; e così è stato per il fascista sul balcone. Ognuno paga i debiti che ha contratto.
Dalla strada giunge improvviso il rumore di un mo¬tore, poi alcune grida. Di Nanni capisce che è giunto il momento. L’autolettiga non arriverà più e lui non an¬drà all’ospedale, né da nessun’altra parte.
Il motore si arresta davanti alla casa, proprio sotto il balcone, e tra i passi di molti uomini Di Nanni ode lanciare ordini incomprensibili. Grida anche una donna, di paura. Di Nanni la sente correre sull’asfalto invo¬cando aiuto.
Il secondo assalto forse sarà diverso. Ora la tattica migliore è di aspettare, perché questo li sconcerterà. Si attendono raffiche e bombe e stanno al riparo. Sparare non può servire. Adesso tocca a loro la prima mossa.
Nella strada c’è un lungo silenzio, poi, con un for¬te accento tedesco, qualcuno grida: “scendere, arren¬dersi!” Passa altro tempo. Un secondo motore imboc¬ca la via per fermarsi al portone. Una scala d’autopom¬pa si avvicina alla ringhiera del balcone. Oscilla un poco, come in cerca di un punto d’appoggio e si ferma ben salda. Subito dopo riprende ad oscillare: qualcuno sta salendo.
La stessa voce tedesca grida ancora: “prendere, prendere! un pazzo!” Di Nanni, bocconi sul letto, pun¬ta il mitra.
Dal bordo del balcone spunta l’elmetto di un pom¬piere, poi il viso di un uomo già anziano. Pare esitare; getta uno sguardo perplesso al corpo del fascista e scruta nella stanza. Non vede Di Nanni e riprende a salire adagio, guardingo. Si china per dire qualcosa a uno che lo segue nella scala e che Di Nanni non vede ancora; poi scavalca la ringhiera dando un’altra occhiata al fascista senza avvicinarsi e vede il mitra pun¬tato. L’altro che lo segue resta cavalcioni sulla ringhiera.
“Andate via,” dice Di Nanni, a voce bassa, calma, “non sono un pazzo. Sono un partigiano.”
I vigili del fuoco sembrano perplessi; il ragazzo col mitra sdraiato sul letto, sa quel che vuole. Il fascista morto insegna la lezione. Entrare e morire è una cosa sola. Il pazzo è chi rischia.
“Non è matto,” grida alla strada il secondo pompiere, ancora cavalcioni alla ringhiera, “non è matto!” Dalla via giungono altre frasi rabbiose, urlate. “Andate a prenderlo!”
“Andate via,” ripete Di Nanni, “non ce l’ho con voi.”
Il vigile del fuoco fa due passi indietro ed è di nuovo sul balcone.
“E questo?” chiede indicando il morto.
“Quello portatelo via,” risponde Di Nanni.
Se lo passano sopra la ringhiera. L’anziano fa an¬cora un cenno a Di Nanni — come per dire qualcosa — mentre scende.
Ora tocca a lui muoversi: si cala dal letto e striscia fino al balcone; così appiattito a terra non possono ve¬derlo dal basso. Ancora non hanno pensato a mandare qualcuno sul tetto della casa di fronte e sul campanile vicino. Di Nanni guarda sulla destra e vede la stretta via bloccata; un gruppo di tedeschi sbarra l’accesso a una piccola folla. A sinistra, la via è bloccata da fascisti. Anche là c’è gente, donne per lo più. Sotto, dove Di Nanni non può vedere, ci sono mescolati militari tede¬schi e fascisti.
Osserva attentamente finestre e facciate del conven¬to dirimpetto. Tutto chiuso, sbarrato. Toglie la sicura a una “sipe” appoggiandola a terra. Poi toglie la sicura a una seconda bomba. Le spinge una dopo l’altra fra le sbarre della ringhiera. Ode le esplosioni e le urla. Guarda a sinistra. Le donne fuggono lasciando isolati i fascisti addosso al muro. Spara una raffica breve e una lunga. Tre fascisti cadono. Spara ancora contro gli al¬tri che si sbandano in cerca di riparo e ne abbatte uno proprio all’angolo della via.
Poi rincula strisciando e rimane sdraiato sulla so-glia della portafinestra. Da là può sorvegliare il tetto di fronte e il campanile. Passano pochi minuti, e lentamente, un elmetto spunta sopra l’angolo del tetto, poi appare il viso del tedesco. Mentre leva adagio il mitra vede un altro tedesco apparire nel vano della log¬gia campanaria. Cerca di inquadrare il nemico sul tetto, ma il mitra, contro la spalla sinistra, non sta fermo; appoggia allora il gomito destro al muro e mira di nuovo. Spara pochi colpi. Il viso del tedesco sparisce, scom¬posto. Di Nanni punta subito al campanile. Il secondo tedesco si mostra per una frazione di secondo, poi si abbassa, torna a mostrarsi e si abbassa di nuovo. Sem¬bra un giocattolo meccanico. Di Nanni lo vede abbas¬sarsi, attende pochi istanti e spara dentro l’apertura vuota: in quel momento il tedesco si alza e ricade ur¬lando, mentre le campane colpite dalla raffica sembrano suonare a festa. Si trascina lontano dal muro. Ora tocca nuovamente a loro. E deve lasciarli fare, affinché credano di averlo in mano e tornino a mostrarsi.
Si cala dietro l’angolo di sinistra della finestra e aspetta. Prima vengono dei colpi isolati: poi le raffiche di mitra. Sparano a lungo. Le schegge della finestra si staccano con un rumore secco. I colpi sparati dal basso, forse dai portoni di fronte, finiscono nel soffitto, stac¬cando l’intonaco.
Poi gli spari si diradano; le raffiche si fanno brevi e si spengono. Di Nanni attende ancora fino a che ode i primi colpi rintronare alla porta; allora si trascina attraverso la stanza. Dall’altra parte continuano a tem¬pestare l’uscio barricato col tavolo e le sedie. Di Nanni punta il mitra appena sopra il tavolo. Tiene schiacciato il grilletto, mentre ruota l’arma da destra a sinistra, lentamente, poi ancora a destra. Si sentono urla e ge¬miti. Punta ancora, a livello del pavimento questa vol-ta, e spara due ultime raffiche.
Torna alla stanza e si mette in ascolto. Devono es¬sere in molti attorno alla casa. Gridano ordini in tedesco e in italiano; ma le voci si sono allontanate ol¬tre il fondo della via. Sono diventati prudenti e si ten¬gono al coperto. Sparano di nuovo: colpi isolati e vio¬lente raffiche. Forse pensano di bloccare i suoi movimenti o forse sperano di colpirlo con un proiettile for¬tunato. Certo non può continuare a lungo in quel modo. Devono fare qualcosa di decisivo: tutto il quartie¬re è in allarme e la voce che trecento tedeschi e fascisti sono impegnati da due ore con forti perdite contro un solo partigiano, si va diffondendo.
Devono fare qualcosa di nuovo e presto. Si ode il ringhiare di un grosso motore. Di Nanni striscia sul balcone, mentre anche dai tetti lontani si comincia a sparare, spia tra le sbarre sulla sinistra: un’autoblinda avanza lentamente, al centro della via stretta; la seguono curvi dieci o dodici tedeschi e fascisti. All’improv¬viso la canna della mitragliatrice che spunta dalla tor¬retta comincia a sussultare. Di Nanni si rovescia lesto sul fianco e rotola nella stanza mentre i colpi schiantano gli spigoli del balcone e rimbalzano sulla ringhiera di ferro.
Allora Di Nanni toglie cinque pezzi dal pacco di tritolo e li lega assieme con una striscia di tela; nel mezzo infila un detonatore con una miccia corta ad ac-censione a strappo e torna al balcone. La mitraglia¬trice tace; il ritmo del motore in folle indica che l’au¬toblinda è ferma sotto il balcone. Di Nanni svita il cap-puccio dell’accensione e tira la cordicella, sente come il fruscio di un fiammifero sfregato contro un mattone, conta cinque secondi; butta il tritolo appena sopra la ringhiera. L’esplosione viene immediata, tremenda; la casa trema tutta. Il motore dell’autoblinda si è arrestato. Qualcuno, rimasto dentro, cerca di rimetterlo in moto. Di Nanni torna ai piedi del letto, prepara altri due fasci di tritolo e, dal balcone, li lascia cadere senza contare perché sotto non c’è piú nessuno che possa spe¬gnere le micce.
Dopo le esplosioni, non si odono più né rumori né grida; tedeschi e fascisti devono essere disorientati. Stanno osservando, al riparo, l’autoblinda immobiliz-zata e i morti attorno; forse cominciano a dubitare di trovarsi di fronte a un solo partigiano.
Di Nanni torna ancora verso il letto e con tutto l’esplosivo rimasto prepara altri pacchi, mette i deto¬natori e si sdraia supino. Dalla strada giunge una voce ingrandita e distorta dall’altoparlante: “Arrendetevi. Vi garantiamo salva la vita. Arrendetevi e sarete salvi.” Poi qualcos’altro di incomprensibile.
Il rotolare ferroso di cingoli sull’acciottolato an¬nuncia l’arrivo di un carro armato. Avanza lentamente, ruotando la torretta col cannoncino, gli sportelli delle mitragliatrici aperti. Di Nanni attende che vengano sot¬to, affinché gli uomini nel carro non possano vedere il balcone dalle strette fessure della torretta. Allora ac¬cende le micce. Afferra con la destra i legacci e alzando il primo pacco d’esplosivo sopra la sua testa lo scaglia oltre la ringhiera, nella strada, davanti al carro armato. Poi lancia il secondo e il terzo.
Chi guida vede certamente cadere i pacchi ma quando tenta di frenare è tardi; uno di essi esplode a un palmo da] cingolo destro che si spezza di schianto. Le altre due esplosioni completano il lavoro. Il carro co¬mincia a girare su se stesso spinto dal cingolo intatto e finisce contro il muro della casa di fronte.
Il motore si arresta e gli uomini escono cauti dallo sportello e si allontanano. Di Nanni non può vederli.
Adesso ogni rumore è cessato. Un attimo di tre¬gua, di pace prima della fine ormai vicina. L’esplosivo è terminato assieme alle ” sipe.” Nel caricatore del mitra restano sì e no venti colpi. Di Nanni toglie un proiettile e se lo mette in tasca, poi striscia di nuovo al balcone, pone il dito sul secondo grilletto del mitra, quello del colpo singolo e spia la strada. Da sinistra camminando curvi, rasenti il muro, avanzano tre tedeschi. Non por¬tano fucili ma stringono in mano grappoli di bombe. Intendono usare la sua tattica: lanciare le bombe dal basso, dietro la porta-finestra del balcone. Prende la mira tra le sbarre e spara sul primo nazista che cade in avanti; il secondo colpo manca quello che lo segue, ma il terzo lo raggiunge subito dopo. Spara tre colpi all’ultimo che fugge. Il nazista cade, si rialza e riprende a correre zoppicando. Si salva buttandosi dietro l’an¬golo della via. In quel momento, dal tetto di fronte parte una raffica rapida e violenta. Un tedesco spara col ginocchio sinistro appoggiato alle tegole della sommità del tetto; non si nasconde. La sua raffica dovrebbe es¬sere decisiva, ma passa alta sulla testa di Di Nanni che lo abbatte sparando a raffica i suoi ultimi colpi.
Ora tirano dalla strada, dal campanile e dalle ca¬se più lontane. Gli sono addosso, non gli lasciano scampo. Di Nanni toglie di tasca l’ultima cartuccia, la innesta nel caricatore e arma il carrello. Il modo mi¬gliore di finirla sarebbe di appoggiare la canna del mitra sotto il mento, tirando il grilletto poi con il pollice. Forse a Di Nanni sembra una cosa ridicola; da uf¬ficiale di carriera. E mentre attorno continuano a sparare, si rovescia di nuovo sul ventre, punta il mitra al campanile e attende, al riparo dei colpi. Quando viene il momento mira con cura, come fosse a una gara di tiro. L’ultimo fascista cade fulminato col colpo.
Adesso non c’è piú niente da fare: allora Di Nanni afferra le sbarre della ringhiera e con uno sforzo dispe¬rato si leva in piedi aspettando la raffica. Gli spari invece cessano sul tetto, nella strada, dalle finestre delle case, si vedono apparire uno alla volta, fascisti e tede¬schi. Guardano il gappista che li aveva decimati e messi in fuga. Incerti e sconcertati, guardano il ragazzo co¬perto di sangue che li ha battuti. E non sparano.
E in quell’attimo che Di Nanni si appoggia in avan¬ti, premendo il ventre alla ringhiera e saluta col pu¬gno alzato. Poi si getta di schianto con le braccia aper¬te, nella strada stretta, piena di silenzio.
“Gli anni e i decenni passeranno: i giorni duri e sublimi che noi viviamo oggi appariranno lontani, ma generazioni intere di giovani figli d’Italia si educheran¬no all’amore per il loro paese, all’amore per la libertà, allo spirito di devozione illimitata per la causa della re¬denzione umana sull’esempio dei mirabili garibaldini che scrivono oggi, col loro sangue rosso, le più belle pagine della storia italiana.”16

14. In seguito a quell’azione il comando tedesco anticipò il co¬prifuoco alle ore 20 e promise una taglia di 500.000 lire sui gap¬pisti, ordinando inoltre l’arresto di cinquanta cittadini.

15. Palmiro Togliatti fu in Spagna a capo dell’Internazionale Co-munista, presso il Partito Comunista Spagnolo. Con la collaborazione di Luigi Longo e di Edoardo D’Onofrio tenne i contatti con le Bri¬gate Internazionali.

16. Dall’opuscolo clandestino edito a Torino il 4 giugno 1944, “Alla gloria dell’eroe nazionale Dante Di Nanni.”

Capitolo Settimo
Addio Torino

Sono giorni d’incubo. Talvolta mi irrito con me stesso: “pensi troppo, dai troppo peso alle impressio¬ni.” Un combattente in città è un isolato, vive tra invisibili sbarre per evitare quelle solide di una cella car¬ceraria. Ogni giorno programmo i miei movimenti, le ore in cui debbo uscire di casa o debbo rimanervi chiuso.
Posso dormire abbastanza tranquillamente durante le ore diurne: se nel quartiere o nel caseggiato compa¬rissero estranei, le donne mi avvertirebbero in tempo. La notte invece è infida: la polizia fascista o le SS pos¬sono giungere all’improvviso senza la possibilità di reagire. Nonostante il coprifuoco, trascorro più serenamen¬te le notti in cui sono impegnato nell’azione. Sembre¬rebbe paradossale, se la consapevolezza del rischio non fosse preferibile alla sua oscura, inattesa minaccia. All’attesa angosciosa (“verranno stanotte?” mi chiedo controllando le armi e le bombe a mano) preferisco i rischi dell’azione; alla clausura, alla trappola, preferi¬sco il combattimento. D’altra parte la ricerca di una nuova base non è consigliabile. Qui alcuni mi cono¬scono, sono fidati, è un quartiere operaio. Anche senza che nessuno me lo abbia detto, “sento” che vigilano per me, la famiglia accanto, i compagni del piano di sotto. Le ore terribili sono e rimangono quelle della notte. Veglio ininterrottamente: so a che ora inizia il ronzio sordo dei motori che si mettono in movimento nelle fabbriche prima dello spuntar del sole, a che ora il primo treno giunge in stazione; a che ora una pattuglia a passo cadenzato percorre una strada poco lon¬tana.

È un’altra delle solite notti. Ho trascorso la gior¬nata bloccato in questa cameretta che amo e detesto. Sono uscito solo al tramonto, mescolato alla folla ano¬nima degli operai che rincasano. So che mi cercano. Ho interrotto tutti i collegamenti con i patrioti perché se il nemico ha individuato la mia base non si acconten¬terà della mia cattura. Se qui attorno la Gestapo o l’U.P.I. avessero già appostato i loro uomini, aspette¬rebbero che io stesso li conducessi sulle tracce di altri compagni. Non vedrò nessuno e non parlerò con nes¬suno dei gappisti. Carceriere di me stesso mi concedo giornalmente un’ora d’aria. Passeggio senza meta; cam¬mino solo per sentirmi in mezzo alla gente, per scuo¬termi di dosso la solitudine che conduce alla pazzia.
Almeno i carcerati sono soltanto carcerati — penso a volte — io sono in una prigione dove il nemico mi può raggiungere per trasferirmi in un’altra, prima di mandarmi davanti al plotone di esecuzione. Pensieri lu¬gubri. Avverto i segni di una tensione che solo raramen¬te ho conosciuto in passato. Anche in città stiamo attra¬versando un periodo difficile. La lotta ingaggiata tra noi e il nemico non si combatte con le bombe, le pistole o i mitra. È una battaglia di nervi che si deve vincere prima di tutto in se stessi. Il nemico ci insidia e ci pro-voca, ma ci teme. Una mezza dozzina di gappisti ha costretto i comandi nemici, le stazioni, le caserme a pro¬teggersi con filo spinato e barriere di sacchi di sabbia, a raddoppiare il numero delle sentinelle. Le guardie del corpo dei gerarchi tengono abitualmente l’indice sul grilletto delle loro armi, pronte a fronteggiare un pe¬ricolo incombente che temono li sorprenda in ogni momento, in ogni luogo, da ogni parte. Anche se Di Nanni non c’è anche se altri sono stati catturati, il nemico ne ha paura ugualmente; oltretutto non ha mai creduto e non crederà mai che siamo soltanto un pugno di uomini.
“Ma perché siamo cosí pochi?” mi chiedeva Dante Di Nanni. Cosa rispondergli? Che in città, la nostra è una battaglia di tipo nuovo, che dalla selezione delle forze concentrate in montagna, sarebbero uscite le nuo¬ve leve dei gappisti. Ora i pochi superstiti, pur costret¬ti a rimanere inattivi, Dante Di Nanni pur riposando per sempre, continuavano a tenere in scacco il nemico insospettito, allarmato da una pausa che attribuiva alla preparazione di una nostra offensiva su vasta scala. I fascisti e i tedeschi rafforzano le loro difese. Dunque non sono io solo a sentirmi prigioniero. Anch’essi, tedeschi e fascisti, dietro il filo spinato, i sacchi di sabbia, le sentinelle, sono prigionieri nelle loro caserme e nei loro comandi. Mi sento meno oppresso, quasi sollevato.
Mi è parso di udire un colpo alla porta. Ancora se¬miaddormentato trattengo il respiro per ascoltare me¬glio: bussano. Mi sollevo con cautela dal letto, senza far rumore mi avvicino alla porta. Da uno spioncino occultato all’esterno non noto nulla. Bussano ancora. Scorgo due uomini e riesco a inquadrare i volti. E’ Dante Conti con un compagno. Apro. Conti mi presen¬ta “Augusto,” (Scotti) anch’egli combattente in Spa¬gna, ispettore del comando delle brigate Garibaldi.
Se Conti e Augusto vengono da me in questo momento, c’è qualcosa di molto grave nell’aria. “Ti par¬lerà il compagno,” dice Conti, “io devo andare.”
Ci salutiamo. So già di che si tratta.
“Devo lasciare la città?” chiedo.
“Sì, al più presto. La polizia fascista non gioca più a mosca cieca, sta passando al setaccio una zona atti¬gua a questa.”
Una volta o l’altra doveva accadere. Intimazioni fu¬ribonde del ministero dell’Interno tempestano il Pre¬fetto di Torino.
“Sanno che il tuo nome di battaglia è Ivaldi,” aggiunge Scotti, “quindi è bene che non te ne serva più.”
“Sta bene.” Cambiare nome richiede un continuo controllo dei riflessi condizionati dalla vecchia personalità. Ne avevo già fatta l’esperienza. Se qualcuno mi avesse chiamato col mio vero nome, non mi sarei neppure voltato. Ma come avrei reagito a una voce nota?
“Quanto tempo dovrò stare lontano da Torino?”
“Non devi stare lontano da Torino. Devi trasfe¬rirti a Milano per riorganizzare i gappisti. Ti accompa¬gnerà alla stazione Rosetta..17 A Milano andrai in piazza Firenze, dove, alle 11,30 un compagno che conosci ti condurrà alla tua prima base milanese.”
“Ciao e in bocca al lupo.” La porta si richiude. Scotti se ne va. Dalle imposte socchiuse della mia ca¬mera lo vedo allontanarsi con passo rapido e sicuro.
Sono stordito. Non riesco a pensare. Riesco solo a fare i preparativi, indispensabili alla partenza. La valigia con gli indumenti me la porterà Vittorina alla stazione.
“Non ci vuole molto per organizzare la partenza di un gappista,” penso. Se voglio giungere in tempo a prendere il primo treno, devo affrettarmi. Tutto è pron¬to. Esco dalla mia stanza e busso alla porta della famiglia Bessone. Dico loro in fretta: “devo partire su¬bito.” Sono addolorati per la mia partenza. Non riesco a nascondere l’emozione. È gente che rischia la mia stessa sorte se per disgrazia i fascisti venissero a sapere che mi hanno ospitato.
“Ci vedremo quando l’Italia sarà libera,” dico. “Arrivederci a presto allora,” mi rispondono.

Di nuovo su un treno di guerra. Quando sono sa¬lito ad Acqui per recarmi a Torino, non avevo ancora provato la sensazione d’essere braccato. Allora, alla fine del settembre 1943, ero inesperto; non sapevo che la fuga notturna dalla casa dei parenti, dalla città troppo ordinata, dall’occhio vigile dei questurini, era l’inizio di una interminabile corsa. Ad Acqui per poco non mi avevano catturato, nel modo più banale, quando alcu¬ni agenti di questura avevano segnalato i miei movimenti ai repubblichini e ai tedeschi. Poliziotti qualsiasi che forse non erano neppure malvagi, ma soltanto co¬nigli. Era giusto abbatterli? C’era d’aver paura. Uno straniero, uno sconosciuto decideva se tu dovevi con¬tinuare a vivere o a morire.
Certo, penso, non tutti i poliziotti passati al servizio dei repubblichini sono malvagi. Ma cosa importa la loro indole, buona o cattiva che sia, se poi diventano spie del nemico? La bontà d’animo non scusa la condotta di un uomo. Nello scompartimento di fronte a me ci sono parecchie persone anziane, due donne e un ragazzino. Il treno è già partito da Torino, diretto a Milano. Ricordo i tempi in cui si poteva viaggiare su treni direttissimi, diretti o accelerati. In Spagna i bombardamenti aerei, i ponti minati, le necessità della guerra avevano eliminato ogni distinzione; tutti i treni erano accelerati. Il treno sul quale viaggio, in origine forse è stato un direttissimo, ma ora, prima di ogni cur¬va, o di un ponte si ferma. Le donne anziane avvolte nello scialle si preparano a scendere. Non c’è stazione. Passano lunghi minuti, qualche volta più di mezz’ora prima che il treno riparta.
I carabinieri di guardia alla stazione non farebbero del male a nessuno e non toccherebbero nulla che non sia loro; sono fondamentalmente bravi ragazzi, preoc¬cupati dei familiari ai quali scrivono tramite la Croce Rossa Svizzera. Rimangono in servizio perché, in fondo, sono bravi ragazzi. Accadono cose strane in guerra. Noi attacchiamo le stazioni radio repubblichine. I fascisti non se ne accorgono, ma i carabinieri vigilano. I carabinieri non sono fascisti e noi vogliamo risparmiarli, come abbiamo fatto coi ferrovieri. Invece loro hanno dato l’allarme. Eppure non sono fascisti, sono bravi ra¬gazzi. La guerra sconvolge tutto davvero.
Il treno arranca sbuffando. Lentamente mi allonta¬no dai lunghi mesi di lotta, da Bravin, da Di Nanni, dagli altri che abbandono in un cimitero ignoto, sep¬pure sono stati sepolti; dalla gente che mi vuole bene e che ha rischiato la vita con me. In tempi normali, non avrebbero torto un capello a nessuno; brava gente che non aveva nulla da guadagnare con me, ma tutto da perdere. Hanno rischiato la vita per ospitarmi, per custodire la dinamite, le armi, le bombe a mano, le mic¬ce. Questo è qualcosa di più che bontà. È l’antica aspirazione alla giustizia che, d’istinto, ci porta a fianco di quelli che difendono la libertà. A Torino, nelle fabbriche affollate come formicai, ognuno difende il proprio destino dall’ignota scelta di un altro. Eppure in queste fabbriche la sorte di due, tre generazioni di operai era stata comune. il figlio imparava dal padre che cosa si¬gnificasse essere operai. Lo si leggeva sul volto dei mem¬bri d’una stessa famiglia, d’uno stesso caseggiato, d’uno stesso quartiere. I pensieri mi si confondono. La stan¬chezza, il monotono pulsare della macchina vincono le mie paure. Quando mi ridesto, dopo quattro ore, sono a Milano.
Rivedo la brutta stazione da cui tanti anni fa ero partito ammanettato per Ventotene, con altri antifasci¬sti. La città mi appare coi vetri infranti, incerottati. La gente ha l’aspetto di chi, dopo un terremoto, si prepara ad affrontarne uno peggiore. Portano con sé tutto ciò che possiedono: come se da un momento all’altro lo debbano perdere, dopo aver perduto la casa e la famiglia.
Piazza Firenze. Manca almeno un quarto d’ora all’appuntamento. In un bar bevo qualcosa. Poi, calmo, mi avvio verso un grande manifesto di Boccasile “Arruolatevi nella X Mas,” in attesa del compagno che devo conoscere.
Arriva in bicicletta. Mi dice la parola d’ordine. Lo seguo cercando nella mia memoria qualcosa o qualcuno che mi aiuti a ricordarlo. “Tu sei Ghini,” gli dico.
“Mi hai riconosciuto, finalmente?”
“Ma quale sei dei due gemelli?”
“Che cosa importa,” risponde impassibile, “siamo tutti e due combattenti.” Non è una risposta entusia¬smante, ma quello non è né il luogo, né il tempo per le spiegazioni. Trovo Ghini un po’ invecchiato da quan¬do ci ammanettarono assieme — lui già con qualche capello grigio, io giovanissimo — per trasferirci a Ven¬totene, isola remota, dimenticata, dove avrei trovato qualcosa che non avrei più ottenuto altrove.
Il nemico ci aveva trascinati, isolati laggiù. E noi, prima di allora ignoti l’uno all’altro, ci eravamo ricono¬sciuti.
Era terribile non avere notizie dei propri cari, es¬sere estraniati dalla vita, finire in un’isola dimenticata e sassosa del Mediterraneo, anche se poteva sembrare una specie di oasi. Quelli che speravano nella “grazia del duce,” erano spariti o isolati. Gli altri erano con noi. Avevo sognato l’utopia, l’uguaglianza, la fraternità. Era arrivata. Bisognava pagarne un alto prezzo. Era¬vamo reclusi, ma uomini. Sarebbe bastata una parola, una letterina di scuse per ricondurci un sabato mattina nel Continente. Nello spazio di qualche metro quadrato come si ha a disposizione nelle tombe, ognuno di noi si sentiva più vivo di coloro che sopportavano la libertà condizionata nel continente. Arrivava un pacco? Chiunque di noi lo divideva con i compagni, ma lo di¬videva con gioia, perché la comunità era per tutti la cosa più preziosa. È difficile da spiegare, difficile da capire. Nella tremenda sofferenza del confino ci si sente uniti, fratelli.

*

Il ricordo di Ventotene si legava indissolubilmente agli ultimi giorni della resistenza antifascista in Spagna. Nel luglio 1938 la nostra rabbiosa reazione sull’Ebro aveva impedito a Franco di dilagare in tutta la Spagna, almeno per parecchi mesi. Sebbene da aprile a luglio sul grande fiume spagnolo si registrassero soltanto scontri di pattuglie, i franchisti avrebbero alla fine tentato di attraversarlo. Dal canto nostro, dopo alcune settimane dedicate alla costruzione di opere difensive e alla istru¬zione delle brigate, eravamo pronti a sostenere l’offen-siva nemica. Eravamo tanto sicuri che un giorno o l’altro i franchisti si sarebbero mostrati al di là del fiu¬me che l’apparizione dei reparti d’assalto franchisti non ci avrebbe sorpresi. Ci sorprese invece l’ammassamento di barche nascoste sotto gli alberi, di cannoni, mortai, mitragliatrici pesanti, disposto dal nostro Comando. Dunque non avremmo aspettato il nemico, avremmo at¬taccato noi! La divisione spagnola Lister, attendata nel bosco, era pronta a scatenare l’offensiva sull’Ebro. La brigata Garibaldi sarebbe entrata in battaglia dopo il primo urto. Si intensificava l’attività delle pattuglie e le puntate al di là del fiume per prendere prigionieri e riconoscere gli appostamenti dei reparti nemici. Stavano maturando grosse novità; e la prima era rappresentata dalla passerella gettata sul fiume dai nostri genieri in un tempo sbalorditivo.
La mezzanotte era trascorsa da quindici minuti, i primi soldati repubblicani transitavano sulla passerella e prendevano contatto con il nemico. Era la notte del 25 luglio 1938.
L’attraversamento del fiume prosegui sulle barche; altri ponti di fortuna alimentavano e fiancheggiavano la prima testa di ponte; migliaia di soldati repubbli¬cani erano sul terreno nemico. Il giorno era già spun¬tato, quando le nostre artiglierie aprirono il fuoco. L’elemento “sorpresa” era il cardine della nostra azio¬ne. Forse per la prima volta nella storia della guerra moderna una grande offensiva non veniva preceduta dal fuoco di sbarramento dell’artiglieria. Qui, sull’Ebro, nella più grande battaglia di tutta la guerra civile, le fanterie avanzavano senza alcuna protezione. I primi reparti avevano assolto il compito di sgomberare le pri¬me linee nemiche dalle postazioni. La nostra artiglieria colpiva obiettivi lontani. Eravamo già penetrati in ter¬ritorio nemico per parecchi km. La brigata Garibaldi attendeva ordini seguendo le fasi dell’avanzata senza parteciparvi.
La battaglia si scatenò violentissima quando i fascisti constatarono che l’Ebro era stato attraversato non dalle solite pattuglie ma da reparti in forze che, dopo essersi attestati, avanzavano decisamente in profondità. Noi della brigata Garibaldi assistevamo al di qua del fiume agli scontri sopra le nostre teste. Davanti a noi sfilavano sempre nuovi reparti repubblicani; traghettavano con le barche e proseguivano.
Scontri violentissimi erano in corso a giudicare dai feriti che ripassavano il fiume. Il primo giorno dell’of¬fensiva repubblicana si concluse con il consolidamento delle posizioni conquistate. I fascisti avendo in mano tutte le centrali idroelettriche della zona, i depositi di ac¬qua, le chiuse degli affluenti dell’Ebro, Ciurana, Nughe¬ra-Pallaresa, Noguera-Ribagozzana, Segre potevano sia aumentare la rapidità della corrente dell’Ebro da 0,8 a 6 metri al secondo, sia alzare il livello delle acque. Aprirono infatti le chiuse delle riserve di alimentazione nei dintorni di Saragozza facendo salire il livello degli affluenti dell’Ebro di un metro e mezzo e aumentando l’impeto della sua corrente. I nostri ponti furono spaz¬zati via.
Trascorse il secondo giorno dell’offensiva, poi il terzo, senza che la Garibaldi fosse impegnata. I feriti e i portaordini al di là del fiume, ci recavano notizie dell’asprezza della lotta, degli scontri all’arma bianca, dei paesi conquistati casa per casa, delle alture prese, perdute, riprese d’assalto. Noi rimanemmo inattivi.
Circolavano le voci più strane: si diceva che le bri¬gate Internazionali sarebbero state smobilitate e avreb¬bero abbandonato la lotta. Il tentativo del governo repubblicano di estromettere le truppe straniere impie¬gate da Franco, avrebbe comportato come contropartita anche la nostra esclusione. La guerra sarebbe stata de¬cisa soltanto dagli spagnoli. L’ordine di preparare i no¬stri zaini e di avviarci alle retrovie ci parve una conferma. Iniziammo il cammino del ritorno qualche giorno dopo. Percorremmo una trentina di km., sostammo in prossimità di un bosco, rizzammo le tende in attesa del rancio. Eravamo delusi e abbattuti. La lotta in Spagna era finita; avremmo consegnato le armi alle autorità spa¬gnole e saremmo ripartiti. Verso sera giunse l’ordine di raggiungere subito le prime linee. Finalmente!

5 settembre 18: La battaglia era aspra. Si combat¬teva in terra e in cielo. Le fortificazioni da campo erano scarse, continuamente bombardate dagli apparec¬chi franchisti e mitragliate a bassa quota. L’artiglieria martellava incessantemente le nostre posizioni. Andam¬mo all’attacco cinque volte, in dieci ore, avanzammo metro per metro, raggiungemmo la cima di una colli¬na e la tenemmo per un’ora. Poi i franchisti attacca¬rono a migliaia alla disperata e dovemmo affrontarli alla disperata per ributtarli.

6 settembre. Eravamo qui da ventiquattr’ore soltanto, tra i tronchi contorti degli ulivi. La desolazione regnava nella landa arida. I franchisti occuparono la collina “416” che domina la campagna da Mora d’Ebro a Gandezza. La battaglia infuriò e frammischiò le for¬mazioni. Mi trovai vicino alcuni garibaldini del secondo battaglione che si erano spinti nel settore del quinto. Il comandante gridò per la decima volta l’ordine di at¬tacco e di nuovo saltammo fuori dalla buca e ci preci¬pitammo tutti assieme — quinto e secondo battaglione — contro la barriera di fuoco. Avevamo conqui¬stato cinquanta metri di terreno. Il comandante Ru¬bini, ferito durante l’attacco, era caduto a terra inci¬tando i suoi uomini ad andare avanti; ridda di notizie; il quarto battaglione conquistò le quote “362” e “363,” i garibaldini dovettero abbandonare quota “413,” il comandante del terzo battaglione, Mario Berti morì; caduti i commissari di compagnia Macario, Lo¬pez e Facchini, l’aiutante del primo battaglione Mario Perez Rasina; caduto Raimondo Fulgenzi, vice commis¬sario della brigata: accorso in Spagna dall’Argentina la Garibaldi si può dire fosse sua creazione.

7 settembre. I franchisti attaccarono. Riuscimmo a respingerli. La loro artiglieria sparava a ritmo rapido. Abbandonammo le quote “409, 421, 455.” Arrivarono rinforzi, andammo di nuovo all’attacco, guidati dal comandante Vacchini che gridava in continuazione “Viva la repubblica!” Tra lo scoppio delle granate un gari¬baldino a pochi metri cadde urlando: “sono ferito, sono ferito!” ma in quell’inferno nessuno raccolse l’invocazione del ragazzo caduto. Troppi feriti, troppi morti, troppe invocazioni soffocate dalle esplosioni. Il quar¬to battaglione riuscì a conquistare quota “368.” Una valanga di carri armati ci arrestò. Contrattaccammo di nuovo. I franchisti si ritirarono, la loro artiglieria riprese il fuoco.

8 settembre. Andai di nuovo all’assalto all’arma bianca. Eravamo usciti dalle trincee, ci scontrammo a faccia a faccia coi nemici. Chiusi gli occhi nel momento in cui vidi la baionetta di un franchista davanti al mio petto. Non mi fermai, continuai a correre tenendo il fucile teso in avanti. Sentii l’urto della mia baionetta affondata in un ostacolo. Un attimo. Riaperti gli occhi lo vidi genuflettersi sulla baionetta che gli aveva squar¬ciato il collo. Mi guardava con la bocca spalancata sen¬za suono.
L’assalto continuava; Faleschini comandante una compagnia riuscì a piazzare una mitragliatrice che spa¬rava contro la seconda ondata di fascisti, permettendoci di avanzare e di raggiungere quota “467.” Faleschini fu colpito mentre incitava i suoi uomini. I fascisti rovesciavano su quota “467” un fuoco d’inferno e ritor¬navano all’assalto. Si combatté per ore ed ore contro le ondate della fanteria. Quota “467”19 fu presa. Scon¬tri di grande violenza attorno a quota “356” tenuta dal nostro quarto battaglione. Resistemmo ad un attacco dopo l’altro senza cedere un metro di terreno contro i fascisti che sparavano su tutto ciò che si muoveva, sulle staffette, sui portaferiti.
A sera quota “356” era ancora nostra. Arrivò anche il primo battaglione della Garibaldi e un battaglione della 14ª brigata con l’ordine di riprendere la “457”: i gruppi d’assalto delle due formazioni strisciarono nell’oscurità fino a pochi metri dalle trincee franchiste, bal¬zarono avanti lanciando bombe a mano, seguiti dal gros¬so dei due battaglioni. I fascisti abbandonarono il cam-po: quota “467” era di nuovo nelle nostre mani.

9 settembre. Non avevamo dormito. Era l’alba, i fascisti avevano ripreso il fuoco dell’artiglieria. Il ter¬reno era sconvolto da buche. I battaglioni frammischiati combattevano insieme; anche gli zappatori, le staffette imbracciavano il fucile. Un grido: “Arrivano i rinfor¬zi!” Ai piedi della collina un gruppo di garibaldini ten¬tava la scalata. Fu individuato e martellato di bombe. Il gruppo decimato raggiunse la cima del colle. Il nemico si scatenò su quota “471”; gli uomini la difesero per ore ed ore, non ebbero né rifornimenti né rinforzi e do¬vettero abbandonarla. Mezz’ora dopo ricevemmo l’ordine di riconquistare la collina.

10 settembre. La notte era illuminata a tratti dalle esplosioni delle cannonate. Qualcuno di noi riuscì ad assopirsi schiantato dalla fatica. Era l’alba. Attaccammo quota “471.” Le nostre formazioni decimate si abbran-cavano ai pendii. La battaglia durava da giorni e gior¬ni. Era caduto Guido Bernini, commissario politico del secondo battaglione. Era morto anche Giovanni Baesi, uno dei primi italiani giunti in Spagna per combattere i franchisti: condannato da un tribunale fascista era pas¬sato da un carcere all’altro; esule era andato ramingo in Francia, in Belgio e in Lussemburgo. In Spagna ha trovato pace?

11 settembre. Quota “471”; assalti, morti, feriti.

12 settembre. Calma. Seppellimmo i morti che im¬putridivano al sole. Nostre pattuglie avevano segnalato concentramenti di truppe nemiche. Da un momento all’altro ci aspettavamo un’offensiva massiccia.

13 settembre. Il nemico si scatenò su tutto il fron¬te, impegnando tutta la sua artiglieria e la sua aviazione. Combattemmo dentro una nuvola di fumo nero. Pareva impossibile che in mezzo a questo inferno potessero so¬pravvivere degli uomini.
Fanterie nemiche all’assalto. Ma c’era sempre qual¬cuno con una mitragliatrice ad opporsi contro la marea avanzante. Combattevano anche i feriti purché avessero valide le braccia e le mani. I superstiti della seconda e della terza compagnia del secondo battaglione e quelli dei gruppi d’assalto del tenente Emilio Rodri¬guez seppero resistere tre ore consecutive contro un nemico venti volte superiore. Cannoni, aerei, mitragliatrici, carri armati contro le quote “440” e “450” tenute dal secondo battaglione ridotto a una sola compagnia. Una formazione nemica si era infiltrata nella valle percorrendo la strada della “Fattarella” nel tentativo di occu¬pare le quote “480” e “496”: la terza compagnia del terzo battaglione non li attese, ma li affrontò e li ricac¬ciò. Era la volta della prima compagnia del secondo battaglione, comandata dal tenente Carlo Pegolo: per un giorno e una notte i garibaldini tennero quota “435,” sotto il fuoco concentrato dell’artiglieria nemica. Ribut¬tarono gli assalti che si seguivano ininterrottamente sen¬za che nessun’altra formazione della brigata potesse portare loro aiuto. Quando scese la notte, quota “435” resisteva ancora: i garibaldini la difendevano senza mu¬nizioni, senza bombe. Dopo l’ultimo assalto alla baionetta sferrato dai fascisti, i sei garibaldini superstiti si lanciarono all’arma bianca contro il nemico che avanzava nella notte.

14 settembre. Il sole non era ancora alto nel cielo e già l’artiglieria nemica riprese a sparare. Riapparivano gli aeroplani nemici che lasciavano cadere grappoli di bombe. In lontananza un uomo correva verso di noi inseguito da colpi di cannone anticarro; cadde, si rialzò, riprese a correre. Era una nostra staffetta; arrivava lacera, esausta, ma senza una ferita, al comando. Portava l’ordine di spostarsi. Lo scoppio di una granata mi sca¬gliò a terra. Soffocavo. I polmoni non volevano più ri¬cevere aria. Vicino a me un morto: la staffetta, colpita a tradimento da una scheggia. A notte venni ricoverato in una infermeria rigurgitante di feriti. Incontrai Mene¬gazzo, commissario di compagnia del secondo battaglione, rimasto per due giorni nella “terra di nessuno,” fino a quando i suoi garibaldini riuscirono a salvarlo sotto il fuoco.
Dopo 24 ore mi trasportarono a Barcellona, nel vec¬chio ospedale della città. Qui mi raggiunsero le notizie. Dopo una settimana di attacchi furibondi, i fascisti dovevano aver sfondato il fronte dell’Ebro in diversi punti; i garibaldini nonostante l’accerchiamento avevano respinto con assalti alla baionetta le infiltrazioni nemiche 20
Il giorno dopo il 22 settembre, il presidente del Consiglio Negrin, parlando a Ginevra chiese il ritiro di tutti i volontari stranieri combattenti. In realtà solo le brigate Internazionali furono ritirate. Il tentativo di Ne¬grin non recò alcun vantaggio alla Repubblica, ne affret¬tò la fine. Uscii dall’ospedale qualche giorno dopo, in tempo per partecipare alla grande sfilata delle brigate a Barcellona. Fu l’ultimo commovente saluto alla Spagna. I fascisti avanzavano su Barcellona e la città si svuotò in un’atmosfera di caos: in piena notte, nelle strade oscu¬rate, fra clamori, grida di donne, di bambini. Reparti di soldati laceri e stremati dalla fatica, lasciati indietro dalle retroguardie, organizzarono una precaria linea di difesa, mentre gli aerei fascisti bombardavano la città.
La mattina del 26 gennaio eravamo riuniti sulla piazza di un piccolo paese: arrivarono Luigi Longo e Giuliano Pajetta. Avevano visto i franchisti massacrare i civili in fuga. Longo ci chiese di combattere ancora. Sulla piazza echeggiarono delle fucilate. Da qui ebbe ini¬zio la nostra lotta fino alla frontiera. Per due giorni la Garibaldi e altri reparti repubblicani impegnarono tutti i loro uomini al contrattacco per coprire l’esodo della mol¬titudine inerme, dai fascisti lanciati alla strage. Il gior¬no 11 i francesi aprirono finalmente la frontiera ai profughi: i civili passarono per primi, poi transitammo anche noi. Civili e soldati si ritrovarono poi assieme nei campi di concentramento francesi. Io, più fortunato, riu¬scii a sfuggire alla sorveglianza ed a saltare su un treno. Viaggiai tutta la giornata evitando i controlli e, final¬mente alla sera, arrivai alla Grand Combe. Di nuovo a casa, ma profondamente avvilito.
Centinaia di migliaia di vite erano state sacrificate. Se le grandi democrazie non fossero rimaste a guardare mentre i generali traditori aiutati da Hitler e da Mus¬solini massacravano il popolo di Spagna, la nostra resi-stenza avrebbe potuto impedire la conquista dell’intera Europa. Ora tutto sembrava finito.
Alla Grand Combe, cercai un lavoro per vivere e per aiutare mia madre e i miei fratelli. Vivevo alla gior¬nata: trovai un piccolo lavoro subito e lo persi immediatamente per l’intervento del commissario di polizia. Mi scadeva la carta d’identità francese e non riuscivo ad ottenerne il rinnovo. Ogni giorno dovevo recarmi dal commissario. Per i comunisti c’era la prigione. Passai un’altra frontiera clandestinamente e raggiunsi Torino. Per qualche mese riuscii a far perdere le tracce alla po¬lizia fascista. Mi arrestarono il 23 marzo 1940.
Dopo un lungo interrogatorio mi trasportarono ad Alessandria. Il 10 giugno, mentre leggevo sdraiato sulla branda lo “scopino” mi avverti che anche Mussolini aveva dichiarato guerra alla Francia. Sei mesi dopo uscii di prigione per entrare nel confino di Ventotene. La com¬pagnia era buona. C’erano: Terracini, Scoccimarro, Sec¬chia, Roveda, Frausin, Camilla Ravera, Spinelli, Ernesto Rossi, Li Causi, Pertini, Bauer, Curiel, Ghini, ecc. Poi arrivarono dai campi di concentramento di Francia Lon¬go, Di Vittorio, Bardini, Alberganti, Carini e molti altri. Per un giovane come me cominciava una nuova esperienza.

Rivado a quei tempi fissando il volto di Ghini. Che succederà dopo? mi chiedo pensando alla fine della guerra. Sarebbe andata come a Ventotene — uno per tutti, tutti per uno — o sarebbe finita come nel Risor¬gimento, con il garibaldino Crispi che ordina repressioni sanguinose in Sicilia, con il garibaldino Bixio che nau¬fraga con la nave carica di schiavi, con Garibaldi, esule a Caprera e i garibaldini sospettati, disarmati, vilipesi?
“Dove andiamo?” chiedo a Ghini. “Ne abbiamo per altri dieci minuti,” mi risponde. “Non si fida di me,” penso. Ventotene era dunque un altro mondo?

17 Moglie di Osvaldo Negarville, che avevo conosciuto a Ven¬totene.
18 La brigata Garibaldi era comandata prima del passaggio dell’Ebro da Alessandro Vaia poi da Luis Rivas, commissario politico Emilio Suardi.
19 Boretti Giuseppe, studente milanese, cadde a quota “467” ac¬canto a Nicoletti, mentre chiedeva un nastro per la sua mitragliatrice.
20 Fra i combattenti della battaglia dell’Ebro ricordo: Ferraresi, Zanella, Carini, Nicoletto Sacenti, Gruni, Spadelini, Poma, Rossi, Zazzetto, Tabari, Boretti, Ferrer, Cerio, Allari, Zucchella, Ronzano, Vacchieri, Ponza, Montanari, Vergari, Bellucci, Manini, Fachini, Vincenzo Sposito, Antonio Gruden, Galli, Mario Romei, Bianchi, Benatti, Umberto Negri, ecc. Ricordo Mehmet Shehu, attuale Pre¬sidente del Consiglio della Repubblica Popolare d’Albania.

Capitolo Ottavo
Milano

Dal ritmo con cui Ghini parla, riassumendo episodi ed eventi, mi aspetto che concluda la sua relazione pun¬tualmente al decimo minuto. È freddo, distaccato, an¬noiato, dimentico del giogo di Ventotene. Le sue espres¬sioni sono scarne e precise, da manuale militare. Serpeg¬gia nel suo racconto un senso di spiacevole isolamento, quasi a voler ribadire che la guerra è troppo dura per consentire ai protagonisti di concedere qualcosa all’ami¬cizia. Al decimo minuto ognuno si dirige verso il pro¬prio destino. Le leggi della clandestinità sono ferree: ogni distrazione comporta un pericolo spesso mortale. Anche le notizie che mi dà non sono tali da riscaldare il cuore. I primi gruppi di gappisti a Milano si sono fatti onore. 21 Hanno giustiziato un graduato della mili¬zia il 7 novembre 1943, all’inizio della guerra clande¬stina; hanno attaccato un posto di ristoro della Wehr-macht e giustiziato tre spie: l’industriale Gerolamo Cri¬velli di Monza, l’impiegato Primiero Lamperti, nefasto delatore alla Caproni, Piero de Angeli, tutti responsa-bili di arresti e di fucilazioni.
L’attività dei GAP milanesi è culminata poi con l’e¬secuzione del federale fascista Resega il 18 dicembre 1943. Poi sono incominciate le feroci repressioni. Per la morte di Resega sono stati fucilati nove patrioti detenu¬ti a S. Vittore. Si pagano duramente l’entusiasmo dei pri¬mi tempi, la vigilanza trascurata, le file aperte ai delatori. Rubini 22 è stato arrestato. Sapevano chi era: combattente in Spagna, comandante di una formazione di “Maquis” in Francia e, a Milano, un trascinatore di giovani nella lotta dei GAP. Lo hanno torturato ferocemente: gli hanno strappato le unghie, i capelli, gli hanno ricoperto ad una ad una con un ferro rovente le ferite riportate in Spagna. Poi, quando è svenuto, lo hanno abbandonato nella sua cella. Quando sono tornati era troppo tardi. Rubini, raccogliendo le ultime forze, era riuscito a lacerare un lenzuolo, a farne una striscia, e a legarla alle sbarre della cella. Poi, sollevando di colpo i piedi da terra, si era impiccato.
Le conclusioni sono chiare: bisogna riprendere le file di una organizzazione decapitata. Il decimo minuto sta scadendo, quando Ghini, indicatomi un negozio di apparecchi radio, conclude: “lí ti aspetta Giorgio.”
Si allontana ed io entro nel negozio. Mi sento ge¬lare alla vista di una decina di ragazzi che mi ven¬gono festosamente incontro dal retrobottega, capeggiati da un tipo spavaldo che mi apostrofa ad alta voce: “Sei tu il nuovo comandante dei GAP? Sei tu il nuovo comandante dei GAP? Sei tu che hai guidati i gappisti a Torino?” Mi volgo istintivamente a guardare l’uscita. Chiunque avrebbe potuto notare quello strano e pitto¬resco assembramento. Non sono tempi in cui la gente affolla un negozio di apparecchi radio, quando anche i bar sono poco frequentati. Li spingo a viva forza nel retrobottega. La situazione si presenta pericolosa e taglio corto: “Datemi il numero di telefono. Di chi devo chiedere per prendere contatto?” Indicano Diego di cui sil¬labano chiaro e tondo il nome e il cognome. Riesco ad evitare l’indirizzo. Sono probabilmente tutti bravi ra¬gazzi e anche coraggiosi, ma altrettanto pericolosi per la loro assoluta ignoranza di ogni cautela. Forse si atten-dono da me un discorsetto di circostanza e non che mi allontani bruscamente. “Aspettate una mia telefonata. Ci rivedremo. In bocca al lupo.” Lascio la zona usando ogni accorgimento per disperdere eventuali inseguitori. Al ragazzo che mi ha seguito fino all’uscita faccio in tempo a dire: “Voi siete pazzi, dovete usare un minimo di vigilanza se non volete finire nelle mani dei repub¬blichini.”
Il primo contatto con i milanesi è stato piuttosto sconcertante. Penso con raccapriccio alla facilità con cui il nemico potrebbe, se non lo ha già fatto, introdurre suoi elementi fra le file di quei ragazzi, chiaramente inesperti. Lascio trascorrere un paio di giorni. Prendo possesso di una “base,” un appartamento di cui conosco solo io l’indirizzo.
Faccio una visita alla città paragonandola a Torino. È evidente la differenza dell’atteggiamento dei tedeschi e dei fascisti. Qui si sentono ancora sicuri e circolano baldanzosi.
Telefono a Diego, gli fisso per alcuni giorni dopo un appuntamento da confermarsi all’ultimo momento. Solo mezz’ora prima avrei indicato la località dell’incon¬tro. Mi sarei appostato per tempo in un luogo sicuro per controllare se Diego fosse stato seguito o preceduto da persone sospette. Nel frattempo sollecito un incontro con Secchia in via Nino Bixio. Mi viene incontro fis¬sandomi attraverso gli occhiali, con la borsa di cuoio sotto il braccio e la disinvoltura propria di un profes¬sionista bene avviato. Non perdo tempo in preliminari. Mi sfogo raccontandogli la disastrosa esperienza del ne¬gozio di radio. Mi ascolta con attenzione.
“Sono d’accordo,” risponde. “La situazione è preoccupante.” Mi sento un po’ sollevato. Se un dirigente capace e sperimentato come Secchia è d’accordo, ho ragione io. “Ma vedi, caro Visone (questo era il mio nuovo nome) è proprio perché siamo in queste condizioni che ti abbiamo fatto venire a Milano. Trovare uomini da mobilitare è pericoloso come maneggiare la dinamite. Dovrai usare tutta la tua esperienza e tutta la vigilanza necessarie.” In parole povere bisogna rico¬minciare tutto da capo, ma d’altra parte, non si può lasciare un centro come Milano nelle mani dei tedeschi e dei fascisti.
Vado all’appuntamento con Diego. Gli chiedo se posso contare su di lui e i suoi uomini per qualche azione. “Lo posso garantire,” risponde, “sono tutti ragazzi in gamba.” “Li conosci bene?” “Perbacco,” af¬ferma ridendo di gusto, “siamo tutti amici. Abitiamo nello stesso caseggiato o nello stesso rione e ci conosciamo da ragazzini.”
Me l’aspettavo, ma è stata egualmente una sassata. Tutti amici, tutti vicini di casa. La cattura di uno por¬terebbe i fascisti diritti diritti all’interno del gruppo. Devo dunque metterli alla prova. Stabilisco con Diego compiti non eccessivamente impegnativi. Ci ritrovere¬mo tra qualche giorno.
La scelta della località è preceduta da un controllo accurato della possibilità di fuggire ad un eventuale ag¬guato. Verifico che Diego non sia seguito da poliziotti o estranei. Mi stringe la mano, ci sediamo al tavolino di un bar. “I ragazzi sono contenti che tu faccia affi¬damento su di loro. Anzi, ne abbiamo mobilitati degli altri.” “Ma avete fatto qualcosa?” Lo interrompo.
È evidente dal rossore che gli imporpora il vol¬to che “i suoi ragazzi” non hanno combinato nulla. Lo so fin da quando l’ho visto giungere sorridente e cor-diale. Nessuno sorride così dopo le prime azioni. Devo prendere una decisione radicale. A mio parere questa gente rappresenta un pericolo per sé e per gli altri. Occorrerebbero mesi e tragiche esperienze prima di adde¬strarli alla guerra clandestina.
Affronto francamente il discorso: “Diego, non è ne¬cessario che mi risponda. So benissimo che non avete combinato nulla. Voi siete indubbiamente antifascisti ma non avete ancora capito la differenza che passa tra una formazione partigiana ed una banda di ragazzini. Voi credete che i tedeschi siano come la squadra dell’altro quartiere con cui siete abituati a fare a cazzotti. Ma la guerra non è uno scherzo e questa è la più seria di tutte.”
L’ho giudicato bene. È inesperto, un po’ spaccone, ma non uno sciocco. Accetta la mia proposta di andare a “far pratica” coi partigiani; si porta i suoi amici nel¬l’Oltrepò pavese dove saranno inquadrati in una formazione e si distingueranno in parecchi combattimenti. In uno di questi, proteggendo la ritirata dei suoi in uno scontro coi tedeschi, Diego cadrà da prode. Dopo quel colloquio, io mi sforzo di prendere contatti con gruppi di patrioti in grado di operare immediatamente nella città di Milano. È un lavoro difficile e pesante ma che dà i suoi frutti 23
A poca distanza da Milano, a Mazzo, un piccolo cen¬tro nei pressi di Rho, avrò una delle piú gradite sor¬prese che possa sperare un organizzatore clandestino. Scopro un gruppo di giovani che ha già fatto il servizio militare e ha una discreta conoscenza delle armi e degli esplosivi. Sono comandati da un sottufficiale, Balzarotti, coraggioso e deciso. La loro attività non ha avuto seguito. Quando li raggiungo e li trovo riuniti in un casci¬nale mi rendo conto che hanno predisposto un servizio di guardia. Non riesco a vedere dove sono appostate le sentinelle, ma presumo si trovino sugli alberi. Questo è già confortante.
Questi giovani mi ispirano fiducia sin dal primo momento. Parlo loro della necessità di passare all’azione rapidamente e poi ascolto le loro parole. Balzarotti parla da uomo responsabile: ha già combattuto, ha visto la morte da vicino e non pronuncia parole a vanvera. È però perplesso sulla possibilità di svolgere un’azione gap¬pista. È un tipo di combattimento del tutto nuovo per tutti. Parlano anche altri del gruppo, costituito da una dozzina di persone. Sono tutti tipi svegli, intelligenti, ma hanno pensato ad un ben diverso tipo di guerra. Hanno costituito il loro reparto e si sono preparati. Hanno armi ed esplosivi e li sanno usare. Quando pas¬seranno all’azione? Aspettano il momento opportuno per sfruttare il loro tipo di organizzazione, aspettano l’insurrezione generale. Conosco l’atmosfera politica della Valle Olona, so la provenienza di quell’orientamento e come bisogna combatterlo senza esitazioni. In questi ragazzi l’atteggiamento di attesa non è affatto opportu¬nistico. Hanno la volontà di agire ma non ne vedono l’utilità. “Ma chi preparerà l’insurrezione?” chiedo. “Chi darà l’esempio? A che cosa serve un esercito che mentre il nemico opprime, impicca e distrugge se ne sta in attesa?”
Non pretendo una risposta. L’interrogativo se lo sono già posto. Il clima politico della zona, il peso degli attendisti che godono largo prestigio in Valle Olona, ha paralizzato l’azione. Bisogna sottrarli a questa influenza. I risultati verranno poi. Lancio l’idea di impiegarli a Milano. Penso che potrebbero preferire una soluzione del genere. Opererebbero lontani dal proprio paese e dagli inevitabili controlli che il nemico esercita sulla vita di un piccolo centro abitato; avrebbero migliori possibilità di movimento e, probabilmente, minori preoc-cupazioni. Alcuni acconsentono a seguirmi. Ci troviamo in città qualche giorno dopo. L’esito è disastroso. Sono impacciati, non sanno raccapezzarsi all’interno della grande città. Me ne persuado per il primo, solo a vederli. Quando torno con loro a Mazzo, mi rendo conto che la conoscenza del terreno è una forza che essi possono far pesare nei confronti del nemico. Conoscono a memoria viottoli, stradicciole, piccoli ripari; percorrono indifferentemente fossati in secca e strade campestri. Sembrano guidati da una bussola, tanto immediato e preciso è il loro senso di orientamento.
Il problema è di dar loro l’esempio. Passati che siano all’azione, questi ragazzi avrebbero bisogno soltanto di qualche consiglio. Comincio la mia seconda re¬lazione al gruppo di Mazzo, sottolineando la necessità di una scrupolosa vigilanza e di una accurata organizzazione. Per prima cosa bisogna dividere la formazione in squadre per agire meglio. Dopo ogni incontro ritorno a Milano rianimato. Il loro numero va aumentando, ma gli arruolamenti sono frutto di un lavoro di sele¬zione. I ragazzi di Mazzo hanno costituito tre squadre e suddivise le zone di operazione. Questo lavoro pre¬paratorio ha richiesto discussioni, colloqui e dibattiti politici, a cui tutti i giovani hanno preso parte con passione.
Ora bisogna dimostrare loro che l’attendismo non ha alcun significato dal punto di vista militare, ma so¬prattutto che l’azione armata è sempre possibile e positiva. È una dimostrazione difficile. Addestrati al combattimento, questi giovani non lo sono alla guerri¬glia, di cui sfugge loro la ricchezza del campo di azione. Nella mia opera di persuasione trovo un alleato, un gio¬vane guastatore. La sua specializzazione militare corrisponde alle esigenze della guerriglia, soprattutto dal punto di vista psicologico, oltre che da quello tecnico. Quasi tutti i ragazzi sono contadini o lo sono stati o lo sono in parte. La loro origine li rende particolarmente adatti alla lotta partigiana.
Nei rapporti con il padrone della terra e con l’ordine costituito, il contadino è in condizioni d’inferiorità come lo è nei confronti della città. Indifeso di fronte alle esigenze del padrone, abbandonato ad un’attività che non richiede l’istruzione tecnica, isolato, il contadino contrae l’abitudine alla clandestinità. Qualcosa in lui lo spinge da secoli al di fuori dell’ordine convenzionale, della legalità imposta dai gruppi di potere. La riflessione puntigliosa che deve ritrovare rispondenza nella realtà; la rapidità con cui quei ragazzi si mettono al passo con le esigenze della lotta clandestina, sono frutto della loro origine contadina. “I risultati non si faranno attendere” dico tra me.
Giunge così il momento di tirare le somme, di sta¬bilire se la loro sicurezza di movimenti, la conoscenza del terreno, siano, come penso, al servizio di una reale volontà di lotta. E’ il momento cioè di superare il confine tra il desiderio di combattere e la realtà dei combattimenti e, per me, di passare all’azione in una situazione ambientale diversa da quella che conosco.
Il compito di far saltare due tralicci dell’energia elet¬trica riposa sulla conoscenza della zona, la pratica de esplosivi e naturalmente il controllo dei propri nervi. Un capanno deposito di attrezzi agricoli è il luogo del ritrovo. Vi giungo provenendo da una delle mie basi, note a me solo: nessuno anche costrettovi dalla tortura può svelare l’indirizzo, il recapito, il ricovero dei compagni. Le previsioni nella guerra clandestina debbono sempre scontare le ipotesi peggiori. Del resto i ragaz¬zi di Mazzo sembrano condividere il mio atteggiamento e, a differenza dei ragazzi di città, non fanno domande se non di natura politica e tattica. Non mi chiedono dove abbia dormito, mangiato. Evitano le do¬mande che comporterebbero una risposta elusiva. Se in città è facile sentirsi proporre addirittura dei “buoni posti,” in campagna non mi è accaduto nulla di simile.
Domani avrà luogo la nostra prima azione congiun¬ta. Consapevole che una guerra segreta non sta soltanto nell’azione militare, comincio a chiacchierare con i ra¬gazzi, ad uno ad uno, per approfondirne la conoscenza. C’è chi proviene dalle cascine e ha in sé una carica di forza compatta, massiccia, come se l’addestramento alla guerra sia solo lo scheletro d’una costruzione destinata a durare per sempre. Ci sono studenti, figli di impiegati e contadini benestanti, animati da un’ansia febbrile, da una volontà di approfondimento. I ragazzi delle cascine si inseriscono naturalmente nella lotta clandestina, per una sorta di gravitazione politica che opera in loro. Forse questo nasce dal fatto che il contadino non ha altro che la famiglia ed il lavoro; si sente libero di fronte alla terra, l’unica cosa al mondo che non lo inganni. I ragazzi che hanno frequentato più a lungo le scuole, hanno una consapevolezza diversa della lotta contro il fascismo. Hanno superato il “mal” d’Africa e le sugge¬stioni imperiali. Il contatto con studenti e contadini, mi appare straordinariamente promettente ma non mi fa perdere di vista gli obiettivi militari.
Alcuni giovani si aggirano senza troppe cautele intorno al capanno; squillano le loro voci, luccicano i loro “sten.” C’è una preoccupante aria di gita notturna. Mi affretto a far intendere ai ragazzi che la guerra clande¬stina ha la sua disciplina, un suo stile; che sin dal primo momento bisogna adottare ogni precauzione possibile ed evitare ogni possibile sorpresa.
Tocca a Balzarotti guidarci verso l’obiettivo. I ra¬gazzi sono silenziosi. Balzarotti si muove con disinvol¬tura; emette un fischio moderato e i giovani si allineano; un cenno ad uno del gruppo e questi corre a chia¬mare altri due ragazzi, tutti e tre marciano in avan¬guardia, pattuglia esplorante. Seguiamo il tracciato di un fossato asciutto per la siccità. Camminiamo veloci, spediti, in silenzio. Quando inciampo trovo sempre una mano robusta a sorreggermi. I ragazzi si muovono come gatti in un fossato pieno di ciottoli e di buche. Il gruppo si arresta; Balzarotti dà disposizioni a cenni. Usciamo dal fossato in terreno scoperto. Due ragazzi strisciano al suolo e si avvicinano ai cespugli, fanno cenno d’avan¬zare. L’intero gruppo balza in avanti allo scoperto, se¬guendo un sentiero quasi invisibile. Questi giovani mi impressionano. Si avviano a compiere una missione estremamente pericolosa a passo di bersagliere. È notte fonda, il sentiero è scomparso; attraverso una siepe ci Inoltriamo in mezzo a una boscaglia bassa. Siamo arri¬vati. Balzarotti dispone le sentinelle, precisa i compiti del gruppo che dovrà proteggere la ritirata e dei due che dovranno eseguire l’azione. I tralicci dell’energia elet¬trica campeggiano nella notte. Ora un po’ di nervosismo circola nella pattuglia; è la prima azione. I due ragazzi sembrano esitare, gli altri li scrutano ansiosi. Interviene Balzarotti, con la voce tranquilla, normale, ripetendo le disposizioni che conoscono da tempo e che, proprio per ciò, infondono tranquillità negli animi esitanti. Vanno. Poco dopo vediamo due braci rossastre accendersi. I pi¬loni sono minati. Balzarotti ordina la ritirata. Il gruppo si muove con calma nella notte. Gli stringo la mano. Ora tocca a me. Devo raggiungere Grassi per l’azione contro i binari. L’ordine è di sconvolgere i collegamenti del nemico. Balzarotti mi affida a un giovane che mi farà da guida. Sta per risalire il fossato e portarsi allo scoperto quando lo afferro bruscamente, trattenendolo al riparo. Trascorrono alcuni secondi, poi due esplosioni violentissime infiammano la notte e scuotono l’aria. Ac¬celeriamo il passo lungo scorciatoie impensabili.
Mentre il nemico sta correndoci incontro, corro in direzione opposta per fare con Grassi il mio colpo contro la ferrovia. Eccomi al ritrovo: un abbeveratoio ai piedi di un albero gigantesco. Grassi, mole imponente e massiccia, mi fa strada. Il cielo è limpidissimo; ogni rumore varca le distanze nel silenzio profondo. Presso i binari un’ombra si avvicina a Grassi che trattiene la mia mano armata. È un militare, un cecoslovacco che abbandona la Wehrmacht. Il colosso nazista non riesce a tenere più prigioniere tutte le sue vittime. Il cecoslovacco doveva essere già lontano, ma non avendo compreso tutte le indicazioni di Grassi non è riuscito a trovare la cascina dove era atteso. Ci seguirà.
Grassi porta due cassette di esplosivo. Vicino alla massicciata le collochiamo di traverso sui binari fissan¬do i detonatori di fulminato di mercurio sulle rotaie. L’urto delle ruote del treno scatenerà l’esplosione. Guar¬do l’orologio; mancano dieci minuti. Un’ultima verifica, un ultimo controllo e ci allontaniamo seguiti dal fischio sempre più distinto di un convoglio proveniente da Mi¬lano. Gli scoppi arrivano puntuali; un fragore inimma¬ginabile accompagna i bagliori delle esplosioni. Affret¬tiamo il passo.
Il nemico, come avevamo pensato, era in allar¬me dal precedente attentato. Grida, spari, latrati di cani. Grassi guida il rientro. Alla nostra destra una luce intermittente ci indica il cammino. È il segnale di via libera disposto da Balzarotti. Quest’uomo è nato per la guerra clandestina. Lui e la sua gente si sono incontrati con una vocazione antica. L’astuzia del contadino, risor¬sa naturale contro i soprusi dei potenti, è in azione. Balzarotti, nato e cresciuto nell’ambiente rurale, conosce e applica d’istinto le astuzie cospirative: ha predisposto la ritirata al momento opportuno, quando da una fine¬stra lontana è giunto il segnale di via libera. Ci dividiamo. La nostra prima azione ha avuto successo, dob¬biamo continuare.

Qualche giorno dopo, superando le leggi della vita clandestina per le esigenze della realtà, acconsento a partecipare alla riunione dei ragazzi di Balzarotti. Ci sono tutti. Sono riuniti nella stalla di una grande cascina.
Balzarotti dopo un breve rapporto, mi passa la parola. Lodo il coraggio e la decisione di cui hanno dato prova. “Se volete che vi spiattelli la verità,” aggiungo, “il coraggio, l’astuzia, la decisione, il rischio, me l’aspet¬tavo da parte di giovani come voi, ma non d’imparare da voi la disciplina di combattimento. Mi congratulo con tutti per il modo come vi siete comportati.” Sono felici. Sono grati di essere stati seguiti passo passo, minuto per minuto, nell’attesa, nella marcia, nell’azione, nella ritirata. È proprio ora che rendendosi conto di quanto si sia vicini, mi aprono l’animo loro tempestan¬domi di domande. Vogliono sapere, e lo vogliono con tenacia disperata, quali saranno le prospettive future, dopo la sconfitta dei tedeschi e dei fascisti. Cosa potrà accadere domani? Vogliono rendersi conto con chiarezza non solo contro chi stanno combattendo, ma perché combattono.
Dapprima cautamente, timidamente, per una sorta di pudore, poi esplicitamente, vengono le domande. Qual è l’obiettivo finale della lotta?
Quali ideali hanno mosso i primi combattenti della lotta per la Liberazione? Qual è stata la loro intima convinzione? Prima di rispondere mi chiedo chi essi sono. Li guardo ad uno ad uno: ogni volto rappresenta una situazione, un ambiente familiare, una determinata esperienza. Gli studenti hanno accettato una volta l’espe¬rienza fascista credendo sinceramente agli ideali della grandezza imperiale. Caduti gli orpelli, hanno ritrovato l’antica saggezza dei padri per combattere un nemico che ha fatto dell’oppressione il proprio credo, ma non vogliono rischiare la vita per un’altra diversa aggressione. Ancora una volta è vero come già in Spagna che non si combatte senza essere sorretti da una fede, da un ideale che ne alimenti le forze. Devo rispondere.
E la risposta è difficile perché ognuno di noi pensa all’avvenire del nostro paese in maniera diversa. Devo fare uno sforzo per semplificare un concetto che li uni¬sca nella lotta attuale, incombente, minacciosa. “Biso¬gna che ci comportiamo come una famiglia di fronte al fuoco che sta per distruggere la casa,” dico, “prima di pensare a come coltivare l’orto, occorre spegnere l’in¬cendio.” L’apologo non può bastare. Devo trovare un linguaggio che sia testimonianza di lealtà. Cosa vogliono, cosa temono? Non lo so, non lo posso sapere. I loro occhi mi guardano; occhi limpidi, di gente onesta, co¬raggiosa, di italiani che combattono con semplicità, come con semplicità lavorano sui campi e nelle industrie. Parlerò come ai miei lontani compagni di Spagna, ai muchachitos, o ai miei fratelli minatori della Grand Combe. È la stessa gente, quella di sempre, che trovi in prima linea negli scioperi e nella lotta per la libertà. Di colpo è come se dentro mi esploda all’improvviso la verità. “Questa guerra,” dico, “è cominciata forse per molti motivi. È una guerra che non ha dichiarato il governo per primo, perché il governo era dissolto. L’ha dichiarata ogni italiano che si è allineato con noi, che con noi è d’accordo. C’è chi ha dichiarato guerra ai tedeschi perché ha visto i nostri fratelli nei carri diretti in Germania; e chi l’ha dichiarata ai fascisti, perché servi dei tedeschi; chi odiava i tedeschi dell’altra guerra; chi li odia adesso. C’è chi combatte questa guerra perché è stufo delle angherie del segretario del fascio e vuole pensare con la propria testa; chi non sopporta più d’essere schiacciato dai potenti, di vedersi privato della dignità e della libertà. Ma combattere contro tutto questo vuol dire anche combattere per creare qualcosa di diverso: un’Italia senza tedeschi e senza fascisti, un’Italia dove la gente possa pensarla a modo proprio e non sia costretta al saluto romano, davanti alle sentinelle repubblichine. Allora noi vogliamo un’altra Italia, senza camicie nere, senza manganelli, senza orbace, un’Italia di cittadini la cui opinione sia libera, qualun¬que essa sia. Combattiamo il fascismo e tutte le men¬zogne che rappresenta perché spariscano per sempre.”
Il discorso diviene coro: le domande fioccano da tutte le parti. Dovremmo riunirci un’altra volta, ma nel frattempo concludo: la meta è di essere uniti nel combattimento per poter creare un’Italia nuova. Dopo avre¬mo tempo e modo di discutere a lungo.
Un ragazzo magro, pallido, la voce estremamente ferma, parla: “Sono cattolico ed espongo il mio caso.” “Quale?” gli domando. “Il caso che sono cattolico.” Intuisco la domanda che è sottintesa. “Ti sembra,” dico, “che il cattolicesimo, la tua religione possa venire rispettata oggi con le forche delle brigate nere sulle piaz¬ze o venire attuata meglio domani, nella libertà e nella pace?” “Ma voi, voi comunisti cosa farete?” È la domanda che serpeggia tra tutti; che corre nelle famiglie; l’interrogativo sul quale specula il nemico. “Noi oggi combattiamo gli assassini, combattiamo per quel comandamento nel quale tutti i cattolici credono e che impone di non ammazzare il prossimo. Noi combattia¬mo la guerra e combattiamo quindi perché la strage degli innocenti finisca. Noi combattiamo perché l’uomo abbia la sua dignità e la dignità di un uomo non sia dis¬simile da quella dell’altro. Noi combattiamo contro la prepotenza, contro la prevaricazione, contro la sopraf¬fazione attuata dai gerarchi fascisti, incarnazione attuale dei prepotenti di ieri. Io non sono cattolico ma rispetto te e quelli che la pensano come te, perché tu combatti per la gente umile, per la libertà dei poveri, per la di¬gnità di quelli che sono calpestati. Che parole potrei dire che siano più eloquenti e convincenti di quello che faccio oggi, di quello che fa ognuno dei miei compagni di partito?” Dove ho trovato l’ispirazione di questi con¬cetti? Nella scoperta forse che il mondo di quei ragazzi è — pur nella sua dissomiglianza — lo stesso delle mi¬niere di Francia, delle trincee di Spagna?

*

L’autostrada Milano-Torino è percorsa da lunghe co¬lonne di autocarri militari tedeschi e fascisti. Quando l’afflusso dei camion aumenta si preparano grandi rastrellamenti nelle vallate piemontesi. La strada serve al nemico per far affluire al posto di combattimento gli uomini delle SS, della X Mas, quelli che alzeranno le forche nei paesi rastrellati. Interrompere, ostacolare il traffico vuoi dire alleggerire la pressione del nemico sulle strade di montagna e rendere più difficile il compito dei nazifascisti.
Qualche colpo è già stato portato a segno. Il nemico mostra i segni della preoccupazione. Dopo le nostre azioni è stato applicato il coprifuoco, alle ore 20, i ne¬gozi chiusi alle ore 18, un provvedimento grave in città. Sul nemico abbiamo anche un altro vantaggio: la scelta dei tempi e dei luoghi.
La squadra comandata da Balzarotti e dal commissa¬rio politico Cremascoli è in agguato presso l’autostrada. AI passaggio di una macchina nemica, due dei suoi ra¬gazzi in divisa della “Muti” agiteranno una torcia elet¬trica come ai posti di blocco. Altri due partigiani sono stesi al suolo, allo scoperto, colle armi puntate.
L’attesa non è lunga. Il ronzio del motore e poi la scarsa luce dei fari schermati annunciano il veicolo: un’automobile tedesca. Cremascoli agita la torcia elet¬trica intimando l’alt. La macchina si avvicina, rallenta, si arresta col motore acceso. L’autista si sporge dal fi¬nestrino per chiedere in tono seccato cosa stia succe¬dendo. Quando capisce è troppo tardi. L’inesorabile scarica dei mitra lo abbatte e la macchina, abbandonata a se stessa, scivola su un prato e si rovescia con il suo carico inerte di ufficiali tedeschi. Il bottino è costituito da 4 “sten,” 5 rivoltelle, diverse bombe.
Ora i ragazzi di Mazzo, rotto l’incantesimo, sono pervasi dalla febbre dell’azione. Il secondo colpo viene effettuato sull’autostrada Milano-Varese il 2 agosto. Anche se meno frequentata di quella per Torino, è questa un’arteria che serve ai tedeschi per fronteggiare le no¬stre forze nel Varesotto. I partigiani bloccano una mac¬china tedesca con un’azione perfetta: prima una raffica isolata; il nemico continua a sparare a vuoto finché uno sbarramento di fuoco ai lati della strada non lo blocca definitivamente. Consuntivo dell’operazione: un ufficiale tedesco e alcuni ufficiali fascisti uccisi, tre mitra, quattro rivoltelle, e preziosi documenti per il comando.
La stessa sera, un’altra pattuglia di Balzarotti collo¬ca una potente mina sui binari della stazione di Certosa bloccando la ferrovia Milano-Varese. Alcuni giorni dopo, sulla stessa linea, viene fatto saltare un treno merci ca¬rico di rifornimenti per la Wehrmacht. Il 13 agosto un gruppo di partigiani sulla strada Garbagnate-Bollate af¬fronta una pattuglia della “Muti” di scorta a un convo¬glio di “giovani renitenti” destinati a finire in Germa¬nia. I partigiani si appostano e attendono che il gruppo si faccia avanti. Poi l’assalto fulmineo. Due militari ca¬dono, altri fuggono gettando le armi. I “renitenti” ritornano renitenti.

21 La prima brigata GAP comandata da Rubini, commissario Bardini, capo di Stato Maggiore Roda; ne facevano parte Di Lella, Oreste Ghirotti, Arturo Capettini, Eugenio de Rosa, Antonio Gen¬tili, Vito Antonio, Lafrata, Alino Zanta, Giuseppe Spada, Vincenzo Zantu, Passariello, Amos, Sergio Bassi, Cesare Bescapè, Alfonso Ca¬lasi, Carlo e Delio Milanesi, Licinio Piccardi, Giovanni Valtolini, Zerbini, Ruggero Brambilla, Mendel, Bruno Clapiz, Gianni, Dino Manfredi, Pozzo, Angelo Giacometti, Alfonso Cuffaro, Paolo Cappel¬letti, Aldo Mirotti, Angelo Valagussa, Giuseppe Clerici, Pompeo Secchia, Barbisoni, Luigi Seresini, Remo Terzi, Antonio Zacchetti, Luigi Zontini, Giulio Abbiati, Arnaldo Zanca.
22 Rubini Egidio: era nato a Molinella i1 10 novembre 1906.
23 Le partigiane Rita e Susy ci rifornivano di armi, provenienti dall’Oltrepò pavese.

Capitolo nono
La battaglia dei binari

Greco. Giugno 1944. E un piccolo lembo della pe¬riferia milanese, isolato dalla città da fasci di binari ferroviari che ne tagliano in due il centro. Non è un luogo attraente: il fumo delle locomotive ha annerito le case e il ponte sul quale corre la strada angusta ver¬so Prato Centenaro, le cascine, le ville padronali. La guerra ha intristito ancor di più il luogo: un senso di desolazione grava su tutto. Le ville sono state abban¬donate dai proprietari, trasferitisi in luoghi sicuri, lontano dai bombardamenti. Da più di venti anni la palaz¬zina comunale ignora i dibattiti democratici del consi¬glio. Un tempo il sindaco, dopo il lavoro, andava a fare una partita a carte all’osteria o a barattare quattro chiac¬chiere in farmacia o sui cantieri. Ma del mondo di al¬lora è scomparso anche il ricordo. La gente ora, è diversa. Molti di quelli che abitavano in questo angolo di Milano sono lontani e forse non rivedranno più le loro case. Sono giovani che la guerra ha trascinato in paesi sconosciuti, dove non avrebbero mai immaginato di rimanere come soldati dell’Asse. A Greco è arri¬vata altra gente: duri, ostili, uomini della Feldgendar-merie, del Genio ferroviario della Wehrmacht e delle SS, diffidenti, sospettosi di tutto, anche dei fascisti, sono incaricati di controllare, di sorvegliare il funzionamento delle grandi officine di riparazione ferroviaria.
Molti i ferrovieri: quando lavorano non possono fare un passo senza essere seguiti dalla sentinella, come nei campi di concentramento; conversano a bassa voce e si interrompono bruscamente allorché si avvicina un collaborazionista.
Lungo i binari che transitano da Greco, sotto il ponte grigio del cavalcavia, sono sfilate a migliaia lun¬ghe colonne di carri merci, una parte notevole del dramma dell’8 settembre è stata recitata davanti alla palaz¬zina grigia della stazione di Greco, sotto gli occhi dei ferrovieri e della gente di questo piccolo angolo di Mi¬lano. Dai vagoni bestiame, sprangati e sigillati, si sono levate di giorno e di notte, invocazioni di aiuto e sono stati lanciati biglietti disperati.
Quando era possibile, qualche vagone è stato for¬zato e il macchinista ha rallentato in curva più del ne¬cessario. Qualcuno ha potuto saltare in tempo dal tre¬no diretto verso i campi di raccolta e i campi di ster¬minio. La mano di un ferroviere di Greco, aprendo uno spiraglio ha potuto lanciare nei carri-merci una borraccia d’acqua, un pezzo di pane.
Gli uomini del distaccamento della Feldgendarme¬rie non si fidano dei ferrovieri, non si fidano di nessuno, vivono nell’isolamento della paura, mentre la popola¬zione vive nell’angoscia, affamata, martellata dalle in¬cursioni aeree, insidiata dai rastrellamenti delle brigate nere, minacciata dall’incubo delle deportazioni, dalle fucilazioni. Ma anche per la gente di Greco il tenue filo di speranza si ingrossa, mentre su tutti i fronti la si¬tuazione dei nazisti va precipitando.
La Wehrmacht subisce colpi durissimi sul fronte dell’Est e il preannuncio della catastrofe si chiama Stalin¬grado. I partigiani di tutta Europa passano all’offensiva, colpiscono senza pietà il nemico. Sul fronte occidentale la pressione degli anglo-americani si fa incalzante.
In Italia ha inizio “la battaglia dei binari,” l’obiet¬tivo del comando militare del C.V.L. Azioni di sabotag¬gio devono impedire spostamenti di truppe tedesche sui fronti minacciati dall’offensiva sovietica o dagli attacchi anglo-americani. Greco diventa zona di operazione; e un bersaglio importante; vi transitano le linee ferro¬viarie verso i valichi svizzeri; le linee anulari che cir¬condano Milano e si spingono in ogni direzione. Ma l’importanza del nodo ferroviario di Greco è accresciuta dalla presenza delle officine di riparazione, affollate di motrici sfasciate dai bombardamenti e dai sabotaggi.
Ogni giorno la direzione ferroviaria di Greco riceve sollecitazioni telegrafiche sempre più pressanti dai vari compartimenti e dai responsabili territoriali del Genio ferrovieri hitleriano. Il traffico ferroviario si svolge in ore notturne per sfuggire ai bombardamenti alleati, ma non riesce a sottrarsi all’attività dei partigiani. I mezzi colpiti dalle incursioni o dai sabotaggi non sono spesso ne trasportabili, ne recuperabili, tuttavia i locomotori danneggiati giungono continuamente a Greco. E’ qui, dunque che il sistema di comunicazione della Wehr¬macht deve essere scardinato.
Il comando regionale delle formazioni garibaldine, ai primi di giugno, ordina una delle più importanti azioni di sabotaggio della Resistenza, affidandone it compito alla 3a brigata GAP “Rubini.”
La formazione ha subito gravi perdite e molti dei suoi combattenti hanno dovuto lasciare la città per evi¬tare la cattura e trasferirsi in montagna. Il nemico ave¬va individuato troppe basi e colpito troppi patrioti. Al logorio degli uomini si è aggiunto il dubbio che fossero ormai facilmente individuabili dai fascisti e dalla Ge¬stapo. Nel giugno del 1944 la brigata “Rubini” è deci¬mata al punto che occorre, più che organizzarla, rico¬struirla con forze fresche.
Riesco a reclutare quattro ferrovieri: Guerra, Otto¬boni, C. e Bottani; tutti e quattro di Greco.
Due ragazze, compiono frequenti viaggi da Milano a Rho.24 Le strade che dalla città conducono in provincia sono sempre affollate. La speranza di trovare un po’ di farina per sfuggire alle insopportabili restrizioni del tes¬seramento spinge molte massaie a compiere pellegrinaggi annonari alle cascine e alle case dei contadini. Non è strano che due ragazze, Sandra e Narva, scendano anch’esse, assieme a molte altre donne, al capolinea del vecchio tranvai, l’ormai famoso “gamba de legn,” a Rho, con le borse vuote e che, qualche ora dopo, risal¬gano sullo stesso trenino per Milano, con le borse piene. Ma non sempre il viaggio col trenino è possibile, a causa dei bombardamenti, dei mitragliamenti e dei ri¬tardi enormi. Allora Sandra e Narva salgono sulle loro biciclette e pedalano verso Rho. Pedalano vigorosamen¬te, quelle due ragazze minute, dall’aria sbarazzina, con gli alti tacchi di sughero. I militi le conoscono per i loro frequenti viaggi in bicicletta, rispondono ai loro sorrisi, senza darsi la briga di frugare nelle loro borse o gettan-dovi soltanto un’occhiata distratta. Alle volte capita alle ragazze di farsi portare i loro carichi di esplosivo da qualche poliziotto galante. Tra qualche anno le sopran-nomineranno le “signorine tritolo.”

Nel 1944 Sandra e Narva sono tra le più attive staffette gappiste. Scarseggia l’esplosivo alla brigata “Ru¬bini” e bisogna prelevarlo dal deposito clandestino di Rho e trasportarlo a Milano. Per l’operazione di Greco ne occorre poco meno di un quintale. La cautela neces¬saria, sia per eludere la vigilanza dei nazifascisti, sia per evitare incidenti nel trasferimento del pericoloso materiale suggeriscono di scegliere Sandra e Narva.
Il trasporto dell’esplosivo è effettuato in piccole quantità con successo. A Milano, il tecnico si mette subito al lavoro e dopo alcuni giorni comunica che tutto è pronto.
Visone, a sua volta, lo comunica a Guerra, capo del¬l’operazione. Con Guerra riesamina ogni particolare, de¬termina con estrema precisione gli obiettivi, stende il piano nei minuti particolari. Guerra e un giovane tran¬quillo e cordiale. Alla vigilia sarà di una serenità sorprendente. Non lo si direbbe affatto un “novellino” che partecipa alla sua prima azione. A Greco gli vogliono bene. Lo sanno un buon lavoratore, ha molti amici fra i compagni delle officine, ed e benvoluto dalla gente della vecchia cascina dove abita. E’ a pensione presso un’an¬ziana signora che gli ha affittato una stanzetta al piano terreno. Dalla finestra Guerra vede il via vai dei poliziot¬ti tedeschi che escono ed entrano dal comando. La villa padronale, contigua alla cascina dove egli abita, è stata requisita dalla Kommandantur ed assegnata alla Feld-gendarmerie. Sono gli stessi uomini che Guerra incon¬tra nell’officina ferroviaria e che sembrano volerlo per¬quisire con lo sguardo. Il capo dei gappisti ferrovieri di Greco è sempre a pochi metri dai poliziotti; al lavoro lo sorveglia una sentinella; a casa, oltre la finestra, il corpo di guardia del comando. Le bombe verranno con¬segnate a Guerra che si affretta a cercare un nascondi¬glio sicuro. All’esterno i passi pesanti degli uomini della polizia militare tedesca echeggiano sul selciato del cor¬tile confusi con le risate dei militari a mensa.
Sandra è incaricata di far affluire le bombe sul luogo stabilito.
I convogli che transitano per Greco hanno un’aria furtiva. Gli edifici ferroviari, i serbatoi d’acqua in ce¬mento sono stati sottoposti da tempo a trattamento di cosmesi. Colori gialli, verdi, olivastri, si intrecciano a tinte cupe. L’effetto della “mimetizzazione” è sconcer¬tante.
Dall’alto dovrebbe apparire come un innocuo podere coltivato a grano e ad erba medica. Ci sono voluti la¬boriosi progetti e l’impiego di esperti. Per Guerra, Ot¬toboni, C. e Bottani la “mimetizzazione” non ha alcun senso. Le locomotive ai quattro gappisti ferrovieri sono tanto familiari quanto l’incudine a un fabbro. E le lo¬comotive sono allineate, inconfondibili, sotto le reti mimetiche, sui binari che conducono alle varie corsie del¬l’ospedale “ferroviario” di Greco. Anche le sentinelle tedesche che di notte passeggiano a passi cadenzati da¬vanti agli impianti e si fermano di colpo al primo ru¬more insolito fanno parte dello scenario consueto.
Ecco, il nemico è lì, si chiama Fritz o Rudolf o Heinz, qualche volta saluta e sorride. I ferrovieri di Gre¬co rispondono al saluto, intuiscono che Rudolf ha una ragazza che lo aspetta al paese; che Fritz, più anziano e grasso, ha almeno un paio di figli e una bottega di ar¬tigiano e che Heinz, scuro in volto, deve aver più di una preoccupazione. Ma vi sono anche l’Hauptmann¬kommandant, responsabile degli impianti di Greco, gli squadristi, Mussolini e Hitler, i vagoni bestiame sigillati carichi di donne, di uomini, di vecchi e di bambini, di¬retti al Nord, verso la Germania. A questo punto che cosa ha ancora importanza? Il ricordo forse degli esami di concorso del personale ferroviario? Le pedanti do¬mande degli esaminatori? L’affetto per le grandi macchine nere? Adesso tutta la conoscenza e tutta l’espe¬rienza accumulata in anni di lavoro confluisce nella pre¬parazione dell’azione di sabotaggio.
Se ne accorge Visone, quando nel corso di una delle ultime riunioni, alla vigilia della grande operazione, di¬scute i dettagli del piano.
Guerra e gli altri sono operai che conoscono pezzo per pezzo le locomotive e ogni angolo delle officine. Si stabilisce di collocare i pacchi di esplosivo con micce da 20 minuti nei forni di combustione delle macchine a vapore; di distruggere l’apparato motore e di comando dell’impianto di sollevamento e spostamento delle locomotive, il ponte mobile, che scorre lungo una fossa, tra i grandi capannoni ferroviari di Greco. Bloccandone l’at¬tività, s’impedisce l’afflusso degli altri mezzi danneggiati e si impedisce l’uscita delle locomotive riparate.
Le ore della vigilia sono interminabili. I quattro si accorgono di guardare con occhi diversi non solo i tedeschi, ma il repubblichino che dirige gli impianti, i loro compagni di lavoro che non sanno. Immaginano i volti degli operai, dei capisquadra e di tutti gli altri, “il giorno dopo.” Non è più il momento di pensare. Bi¬sogna scacciare i ricordi che tentano di riaffiorare, i lontani echi dei giorni sereni. Sono ricordi chiari, di gente semplice: una gita con gli amici, una lontana fe¬sta in famiglia, il volto di qualcuno cui si vuol bene.
E notte, una notte di guerra. I quattro sono stesi sulla proda di un fossato, con i loro carichi micidiali guardano i profili scuri della stazione e dell’officina, i blocchi cilindrici dei serbatoi d’acqua che si stagliano ni¬tidamente nella notte stellata. E’ passato un convoglio che ha sostato brevemente nella stazione: lo sferragliare sui binari si è interrotto, forse per una comunicazione ai sorveglianti tedeschi che viaggiano sul treno.
Si è udito gridare un ordine e dalla locomotiva ri¬spondere:
” Jawohl, Jawohl. ”
Il convoglio e ripartito. Di tanto in tanto si avverte solo il passo cadenzato delle sentinelle davanti alle offi¬cine deserte. Un sasso cade sul metallo con un lungo tintinnio. Da lontano arriva it ronzio sordo degli stabi¬limenti Pirelli, dove si lavora anche la notte. Ii vento cambia direzione e porta altrove quella eco di vita. Ri¬torna il silenzio.
Ecco, è il momento. Guerra è gia scattato in piedi, lo seguono Ottoboni, C. e Bottani: tra poco quando le due sentinelle tedesche si scambieranno le consegne presso la palazzina della stazione, i quattro partigiani entreranno dalla parte opposta nell’interno dello scalo. Percorrono un breve sentiero, camminando curvi sull’erba di un prato che finisce proprio a ridosso dei binari.
“Accidenti, forse era meglio fasciarci le scarpe con gli stracci…”
L’imprecazione è provocata dallo scricchiolio della ghiaia spostata nella “zona proibita.”
Ora è il momento di separarsi, di ricordare le pro¬prie istruzioni e quelle degli altri per non correre il rischio di scambiare i compagni per i tedeschi. Tra poco la sentinella inizierà il suo andirivieni: è meglio affret¬tarsi, superare di corsa gli ultimi cento passi, che por¬tano alle locomotive ferme in attesa dell’ispezione. Ogni metro è familiare ai quattro gappisti ferrovieri. Un passo pesante si avvicina. Bisogna nascondersi in fretta. Ci sono cespugli lungo le pareti dell’officina e ai piedi delle mura di cinta. I quattro si stendono a terra. Trattengo¬no il respiro. Rimangono accovacciati, immobili, sen¬tendo il battito tumultuoso del proprio cuore.
Guerra aguzza lo sguardo e strizza gli occhi. Un ru¬more lo fa rituffare a testa in Ottoboni stringe i denti e si getta a terra premendo il petto contro il suolo. L’eco dei passi si avvicina, poi la sagoma della sen¬tinella spunta all’angolo esterno del capannone. E’ me¬glio controllare le rivoltella.

Ottoboni e C. stanno rattrappiti. Guerra sente un formicolio gelido corrergli per la schiena. Stringe forte la rivoltella. Se it tedesco si avvicina troppo, sarà facile colpirlo. Ma lo sparo darà l’allarme. La sentinella s’al¬lontana proiettando metodicamente la luce della torcia elettrica sulle locomotive e sui binari. Non si può an¬cora passare all’azione. Bisogna aspettare che passi almeno tre o quattro volte, accertarsi che non cambi il suo itinerario. I quattro attendono, stesi lungo il muro di cinta. Al loro fianco si apre la fossa delle locomotive, davanti al muro si unisce al fabbricato dell’officina, alle spalle c’e un ampio passaggio tra il muro e la seconda officina. da la che potrebbe spuntare, all’improvviso, la sentinella scrupolosa.
Finalmente si odono di nuovo i passi del soldato, il rumore di stivaletti corti, la cadenza di un uomo non molto giovane.
Spunta dal medesimo angolo dell’officina, percorre lo stesso tragitto: non sembra tipo da procurare sor¬prese. Anzi il ritmo del suo andirivieni accorda un mi¬nuto in più sul tempo calcolato. Un minuto guadagnato. L’eco dei passi si allontana. Guerra, il primo dei quat¬tro stesi a terra, da il segnale: “Prima le locomotive e ricordiamoci che il tempo delle micce è di venti minuti.”
Si mettono in cammino, cauti lungo i binari. Lon¬tano brilla una fiammella, poi si spegne, la sentinella ha acceso una sigaretta.
La scaletta in ferro di una locomotiva ha una decina di pioli, che di solito si superano d’un balzo, ma di notte con un carico di tritolo a tracolla, possono fare incespicare. Uno dei quattro picchia un ginocchio contro il metallo: i denti mordono le labbra per frenare l’im¬precazione.
Una locomotiva ha il forno acceso; Guerra deve scendere rapidamente dalla cabina, precipitarsi all’in¬terno di una delle officine, salire su di un locomotore elettrico. Ha ancora tutte le cariche da innescare.
Gli è parso di vedere una fiammella, una piccola luce rossa. Uno degli altri ha già innescato una miccia e il tic tac dell’orologio ha un battito affannoso. Il cor-ridoio del locomotore elettrico è uno stretto budello; ma permette di usare una lanterna cieca. Apre il por¬tello del vano motori e finalmente accende anche lui la sua miccia. Ha qualche difficoltà a tener ferma la mano. È ansia? 0 l’affanno della corsa per raggiungere l’offi¬cina? Venti minuti di tempo. Quanti ne sono trascorsi? Quattro, cinque? Al massimo sei. Ecco un’altra locomo¬tiva a vapore. Il metallo è freddo, il forno e spento. Un balzo, senza inciampare. Le mani sicure aprono il por¬tello del forno, collocano la carica al centro. Il vano del forno si trasformerà in una potente camera di scoppio. L’ansia del rischio va attenuandosi. Si è già a buon punto e si conta di finire prima del previsto. Cinque lo¬comotive dovrebbero essere state minate. A Guerra re¬stano ancora due cariche. Gli altri probabilmente hanno già terminato. Gli sembra che si stiano dirigendo verso il punto di partenza. Non è cosi: camminano circospetti, uno si stacca dal gruppo e sale su una macchina, una fiammella si accende, si spegne di colpo. Rumore di pas¬si. Quanti minuti saranno trascorsi dall’innesco della pri¬ma carica? Dieci, quindici? Chi ha acceso l’ultima mic¬cia deve rimanere immobile accanto al filo sottile che brucia, nascondendo il lieve chiarore con la mano. Mil¬limetro per millimetro la piccola brace rossastra avanza. Avanzano anche gli stivali sui binari, si avvicinano alle locomotive minate. Guerra deve ancora collocare una carica nel motore del “traghetto,” come chiamano fami¬liarmente i ferrovieri l’apparato di spostamento delle locomotive da un binario all’altro. L’uomo che ha attra¬versato i binari improvvisamente grida in tedesco.
Guerra è come paralizzato. La voce che grida, si fa sempre più vicina. Non muovere la mano, non toccare le armi, forse il tedesco non ha visto. Un movimento, un gesto lo noterebbe. Guerra resiste; ma riusciranno anche gli altri? Ognuno si pone la stessa domanda. Tutti rimangono immobili.
Non si capisce cosa gridi la sentinella, ma dall’altro lato dello scalo, una voce gli risponde. Un uomo attra¬versa i binari. Poi si ferma. Lo si intravede, con un piede sul viottolo di ghiaia e l’altro su una traversina. Qual¬cosa gli luccica nell’occhio destro, forse un monocolo. L’uomo alza il piede, supera il binario, si avvia verso la stazione.
Ora non resta più tempo per essere prudenti. Le micce hanno quasi finito la loro corsa. Guerra è vicino ad una locomotiva con il forno acceso. Innesca la mic-cia e la colloca tra gli assi della macchina. Resta un’al¬tra carica. “Ragazzi, scappiamo.”
Ad un certo momento Bottani vede un’ombra muo¬versi nell’oscurità che risveglia in lui, bruscamente un ricordo: si ferma allibito pieno di stupore. Mentre il gruppo si allontana Bottani scatta di corsa verso il loco¬motore da dove è appena sceso.
Un ferroviere ne ha aperto la porta per andarvi a riposare. Ma quel locomotore è destinato ad esplodere. Che cosa accade all’interno del locomotore? Bottani ne scende con l’ordigno la miccia accesa e si precipita verso un altro locomotore. Di corsa raggiunge il gruppo.
Gli chiedo:
“Come mai hai tardato? ” “Quello là stava per andare a dormire vicino all’ordigno. L’ho spostato su un altro locomotore. Certo il ferroviere dovrà svegliarsi bruscamente.”
Può avere importanza l’intervallo fra una deflagra¬zione e l’altra?
Non parrebbe a prima vista ma una esplosione unica rivelerebbe immediatamente l’attentato. Gli scoppi si susseguono tutti e quattro come un bombardamento a tappeto. I tedeschi non sparano. Non si precipitano a bloccare le strade attorno alto scalo. I quattro hanno il tempo di fuggire prima che i nazisti si rendano conto dell’assenza del rumore degli aerei. Dopo gli scoppi, si accendono le fiamme del serbatoio dei lubrificanti. Adesso crepitano le “machine-pistole,” le “machinenge¬wehr,” persino la mitragliatrice a quattro canne; se ne scorgono le scie traccianti dei proiettili nel cielo limpido. Ma i quattro ormai sono tranquillamente sulla via di casa.
Guerra ha il suo lotto in una stanza a ridosso del corpo di guardia Feldgendarmerie. Vicino alla cascina dove abita scorge una donna anziana che si cala in una buca, rifugio antiaereo di fortuna. E una vecchia buca ad un paio di metri sotto terra, adibita a deposito di vino. Nella fossa appena illuminata da un lucignolo Guerra si scontra con un avversario imprevedibile e naturalmente imprevisto, la sua padrona di casa, la buona donna che gli ha affittato una delle stanze.
“Lo so che è stato lei a fare quegli scoppi,” urla la donna in preda al terrore. Guerra tenta di calmarla. Lo colpisce la sua intuizione.
“Lo so che è stato lei a fare tutto quel fracasso. Chissà che cosa succederà adesso…”
Un viso dolce da nonnina, senza nessuna cattiveria. Ma grida troppo forte. Qualcuno potrebbe udirla. La Feldgendarmerie si trova in linea d’aria a soli tre metri.
Guerra riflette: si tratta di provocarne un altro, in¬nocuo choc: abbracciarla, un po’ per calcolo, un po’ con affetto, cara, buona e vecchia nonnina.
Il silenzio torna nel piccolo, incredibile rifugio sca¬vato nel cortile della cascina. Guerra e la nonnina si guardano in silenzio. Fuori non sparano più, gridano. Il ferroviere partigiano va a letto. Davanti alla sua finestra corre via l’ultimo degli uomini disponibili della Feldgen¬darmerie, il cuoco, costretto a partecipare a un rastrel¬lamento di emergenza.

*

Il lavoro dei ferrovieri nelle officine di Greco è pre¬ceduto, seguito, interrotto dalle perquisizioni e dagli interrogatori, sempre più frequenti, sempre più pres-santi della Feldgendarmerie; finche arriva all’improvvi¬so nei reparti un alto ufficiale tedesco seguito da un co¬dazzo di uniformi, accompagnato dal direttore delle offi¬cine, un romagnolo amico di Mussolini. Gli operai istintivamente si irrigidiscono all’apparire del corteo, ma i fascisti e il direttore ordinano di continuare il lavoro. Il generale tedesco, rigido, scheletrico, proietta lo sguar¬do all’intorno, guardando gli uomini come animali im¬pagliati in un museo di storia naturale; l’ira bolle sotto la maschera di ghiaccio. Anche un generale tedesco ha un superiore: Kesserling. E Kesserling deve avergli rinfacciato il comunicato di Radio Londra sull’impresa dei partigiani italiani a Greco. Nello sguardo del generale c’è il disprezzo per la razza inferiore, ma c’è anche e soprattutto la rabbia repressa.
“Attenti alle trombe,” è la parola d’ordine che cir¬cola nelle officine. Le notizie di “radio fante” non sono buone. “Attenti alle spie.” Non tutti i fascisti dello scalo Greco indossano la camicia nera. Non si possono individuate le spie vere o ipotetiche ma si conoscono gli amici. Per questo da Greco non giungerà nessuna relazione alla Gestapo, ne all’U.P.I. (Ufficio investiga¬tive politico repubblichino), ne alla Muti.
Le spie urtano contro una impenetrabile barriera di silenzio. Nessuno parla. Durante l’orario di lavoro qua¬si tutti i ferrovieri sono presenti in officina, ad eccezione di coloro che hanno i turni irregolari o sono ammalati. Quaranta ferrovieri si recano ogni giorno al lavoro. A fine giugno 1944, come di consueto, entrano in officina. I tedeschi li arrestano; li conducono alla “Sicherei Dienst,” alla Gestapo, all’U.P.I. per costringerli a con¬fessare. La potenza della Wehrmacht si infrange contro la volontà di questi poveri diavoli che piangono in car¬cere e gridano per le torture. Nessuno parla.
Il 16 luglio, venti giorni dopo l’attentato, un furgone carcerario giunge a Greco. Sono le 9 del mattino. Attorno alle cascine di Greco i papaveri punteggiano di rosso vivo i .campi di grano in attesa della mietitura.
La notte è trascorsa senza allarmi, senza l’allucinante luce dei bengala che annunciano la morte dal cielo.
Colombi, Mariani, Mazzelli sono tre ferrovieri anti¬fascisti. Li hanno scoperti con dei volantini addosso. Ma anche se non fosse vero, è certo che sono antifa-scisti. In prigione hanno avuto paura i primi giorni, poi si sono quasi abituati a stare dietro le sbarre e in mezzo a tanta altra gente.
Hanno dormito sul tavolaccio del carcere. I “came¬rati” tedeschi li hanno lasciati dormire. All’alba li han¬no fatti salire sul furgone diretto alle officine di Greco dove sta per incominciare il lavoro.
Chissà se le formalità li aiutano a morire. Se è me¬glio che ti facciano firmare qualcosa, magari la ricevuta della tua vita che se ne va, o una carta bollata con tanti timbri. Ma questa non è una condanna. È un delitto e gli assassini non devono preoccuparsi di citare gli arti¬coli di legge o di formulare la motivazione giuridica della sentenza senza appello. Uccidono tre uomini innocenti. Non li hanno nemmeno torturati. E la prova che non sospettano neppure per un momento che siano gli autori dell’attentato. I carnefici applicano la legge di guerra.
Anche questa e una spiegazione falsa. La legge di guerra tedesca è barbara, ma non viene applicata in questo caso, altrimenti i destinati al plotone di esecu-zione sarebbero molti di più. No, questa è la legge della burocrazia in uniforme. Il Feldmaresciallo comandante delle forze tedesche in Italia, ha richiamato duramente il comandante della piazza militare di Milano. Questi ha girato il rimprovero al distaccamento di Greco che ha fatto quanto poteva per individuare i responsabili, senza riuscirci. Il Feldmaresciallo Kesserling non si ac¬contenta di assicurazioni generiche. Vuole la punizione dei colpevoli. E il comandante della piazza di Milano, d’accordo col comandante del distaccamento di Greco gliene procura tre; scegliendo a caso tra gli antifascisti colpevoli soltanto di essere ferrovieri ed italiani. La bu¬rocrazia del terrore è placata. Colombi, Mariani, Maz-zelli. Tre uomini in piedi davanti ai fucili, di fronte ai compagni, condotti a forza ad assistere all’esecuzione. L’ufficiale tedesco legge una carta. Si riesce solo a ca-pire che Mariani, Colombi e Mazzelli si sono rifiutati di fare i nomi dei responsabili dell’attentato. Una raffica. I tre si piegano in avanti.

*

Dal campo di aviazione di Cinisello decollano gli aerei che appoggiano i rastrellamenti nazifascisti in Pie¬monte e in Lombardia. Ci troviamo in Viale Zara, io e Tullio (Bonciani)25, un partigiano che in Francia ha or¬ganizzato i “Francs Tireurs” e che ora è venuto a rinfor¬zare la nostra magra brigata. Andiamo a dare una prima occhiata a Cinisello. Abbandonando la strada prendiamo un sentiero tra alberi e arbusti, procedendo lentamente sotto il sole bruciante; sostiamo accanto a un cespuglio, in osservazione. Le automobili sfrecciano veloci sul viale Zara; in un campo vicino un contadino è intento a fal¬ciare l’erba. Ci guarda, sospende il lavoro, si riempie la pipa. Su un foglio di disegno tracciamo uno schizzo e i punti di riferimento del campo d’aviazione. Ci tro¬viamo alla sera con gli altri del gruppo gappisti “Valter Perotti” di Niguarda per discutere il piano d’azione. Alla fine siamo d’accordo di agire di giorno. Il campo è circondato da filo spinato, facilmente superabile. Do¬po aver accesa la miccia avremo tutto il tempo di allon¬tanarci.
Tullio e Impeduglia hanno preparato gli ordigni esplosivi. Ora in quattro, vestiti da contadini, muniti di falci e sacchi, camminiamo su un sentiero fra i campi. “Seguitemi passo passo,” dice Conti, “se mi chino a terra, chinatevi anche voi.” Conti avanza con straordi¬naria rapidità, tagliando dritto attraverso i campi e ap¬profittando dell’ombra di ogni albero, d’ogni cespuglio per occultarsi. Conti ha uno spiccato senso di orienta¬mento; ricorda d’essere venuto bambino su quei prati a giocare con altri ragazzi. Ogni tanto dietro a lui, uno dei quattro si ferma, falcia qua e là qualche ciuffo d’er¬ba; un altro la raccoglie e la ripone nei sacchi. Conti s’arresta bruscamente, si curva a terra e rimane immo¬bile. Gli altri lo imitano. Dopo qualche secondo di at¬tesa, che fa battere il cuore precipitosamente, giunge un’eco di voci lontane. Sul sentiero compaiono due con¬tadini.
“Vanno a falciare l’erba,” sussurra Antonio.
Percorrono un centinaio di metri attraverso i campi fino a raggiungere il luogo segnato da Visone sullo schizzo. Conti bisbiglia a Giuseppe: “Tienti pronto. Av¬verti gli altri.”
“Siamo pronti,” risponde Giuseppe.
Aguzzando gli occhi Conti distingue due forme uma¬ne appiattite tra le erbe del campo, sotto le ali del quadrimotore.
“Calma,” consiglia Conti, “non muoviamoci. Ve¬diamo se sono veramente addormentati.”
Il gruppo rimane immobile. “È impossibile collo¬care le bombe,” conclude Enrico, “non ci rimane the ritornare.”
Conti decide invece di agire. Procede strisciando, seguito dai compagni. I due tedeschi continuano a dor¬mire col capo appoggiato su un mucchio di fieno. Conti colloca la prima bomba sotto un aereo; Antonio e Ro¬meo sistemano la seconda accanto all’elica di un altro. All’improvviso una macchina mimetizzata sbuca chissà da dove e si ferma a cento metri. Meglio allontanarsi in fretta, la falce in spalla e i sacchi pieni d’erba. Dopo dieci minuti un boato percuote l’aria, una fiammata e una colonna di fumo è tutto ciò the rimane dei due quadrimotori.

*

Alle 4,30 del pomeriggio del 12 luglio 1944 Visone e i suoi compagni camminano fra la gente in direzione di un “tombino” di Corso Vercelli: hanno con se gli attrezzi di lavoro; uno porta la scala, altri due le cas¬sette degli attrezzi, l’ultimo discosto dal gruppo, le ma¬ni affondate nelle tasche, si limita a passeggiare.
Il tombino è quasi di fronte al n. 27. Gli operai si fermano poco discosti. Corso Vercelli non è affollato come al mattino, ma il flusso dei passanti a ugualmente ininterrotto, i tram sferragliano di continuo tra le bici¬clette e i furgoni.
Gli operai tolgono la cassetta di tracolla.
Sopraggiunge una giovane donna alta, slanciata, con una bambina in braccio; si ferma sul marciapiede vicino alla fermata del tram, a una decina di passi dagli operai. La bambina li guarda, con due occhi curiosi sotto la nu¬vola d’oro dei suoi riccioli, sorride loro per attirarne l’attenzione.
“Mamma, mamma,” strilla, “guarda gli operai della Todt.” Gli operai imbarazzati perdono tempo, riflettono, si muovono al rallentatore.
La bambina si divincola per farsi posare a terra e avvicinarsi ai lavoratori. La mamma la trattiene. “Su da brava, stai ferma in attesa della nonna.” “Poi saliremo in tram. Si in tram, tesoro.”
Ma non arriva mai questa benedetta nonna? pensa Visone. Gli “operai” devono scendere nel tombino, col¬locare l’esplosivo, accendere la miccia, risalire e allonta¬narsi. E affare di pochi minuti. Proprio per questo de¬vono avere il terreno libero. Aspettare è pericoloso. Visone si decide. Si avvicina alla signora. “Scusi se mi permetto,” dice, “ma ho sentito che aspetta la nonna. Se non sbaglio è andata via da poco. Ho visto una si¬gnora anziana aspettare qui per almeno un quarto d’ora. Mi ha chiesto se non avevo visto una bella signora con una bambina bionda come questa e poi è partita.”
“La nonna è già andata,” esclama la bambina de¬lusa, “corriamole dietro.”
Dal finestrino della vettura agita la manina agli ope¬rai rimasti a terra.
Finalmente si può cominciare. Uno solleva la piastra di ferro con la leva e la sposta a fianco. Questione di mezzo minuto ma intanto scendono dal tram due sol¬dati tedeschi, armati di mitra. Sembra che abbiano l’aspetto particolarmente minaccioso e che la loro attenzione sia esasperante. Salgono sul marciapiede, passano vicino agli uomini in tuta, accennano un saluto e pro¬seguono.
Ora un operaio cala la scala nel tombino mentre un altro si appresta a scendere. Il tempo stringe, la strada si anima. Era previsto. Mentre un operaio sta passando la cassetta degli attrezzi all’altro che ancora emerge con la faccia dal tombino, un ciclista s’arresta bruscamente e chiama: “Giovanni, Giovanni.”
“Che cosa vuole?” interviene uno degli operai. “Quello che è sceso è Giovanni, un mio amico che non rivedo da tre anni.”
“Giovanni!” esclama l’operaio perplesso e allarmato. “Vuole che non lo riconosca? Abbiamo fatto il mi¬litare insieme.”
Mancavano solo le effusioni del compagno d’armi, al riemergere di Giovanni Raffaele!
“Ma si, Giovanni,” interviene Visone, “è il fratello di Raffaele. Lo vede che sta svoltando in Piazzale Ba¬racca? Se corre lo raggiunge.”
Il ciclista è incerto, ma finalmente se ne va. Sembra pere che un operaio fermo in piedi costituisca un’attra¬zione irresistibile.
“Scusi, lei che è certamente pratico, sa dirci dov’è la casa di riposo dei musicisti? ”
Due coniugi anziani ingenui e un po’ rinsecchiti, at¬tendono fiduciosi la risposta.
Una testa che emerge dal tombino distrae Visone.
“Ci hanno detto che è qui vicino,” insiste il vecchio.
“Certo. Piazzale Piemonte. Girate a destra. È lì, il ricovero. Ma camminate in fretta perché tra un quarto d’ora chiudono.”
“Spicciamoci Carlo. Grazie, grazie tante, re l’avevo detto di uscire prima. Speriamo d’arrivare in tempo.” Arriveranno in tempo.
Qualche minuto dopo, mentre i due vecchi coniugi indispettiti stanno riattraversando Corso Vercelli in direzione della Casa di Riposo Giuseppe Verdi, un’as¬sordante esplosione li trattiene sul marciapiede.
“Carlo, per di qua, ci deve essere un rifugio anti¬aereo!”

*

Alla mensa ufficiali di Torino il colonnello coman¬dante tedesco tiene rapporto. Tra poco arriverà in ae¬reo il generale da Milano. “Il signor Generale,” annun¬cia il colonnello, “illustrerà a loro signori la situazione del fronte sud, con particolare riguardo al sistema di comunicazioni. Lor signori ne conoscono l’importanza per un esercito in armi, sia dal punto di vista tattico che da quello strategico. Non occorre ricordare loro che i collegamenti sono importanti come le armi e i reparti.
Ma se le nostre armi e i nostri reparti sono sempre stati efficienti su tutti gli scacchieri, la rete delle co¬municazioni in Italia non lo è affatto. Le ragioni sono conosciute. In questi ultimi mesi le comunicazioni sono tanto peggiorate da non poterci più fare assegnamento con la continuità che la condotta della guerra richiede. E’ necessario, è vitale per noi che le comunicazioni mi¬gliorino, che ogni ostacolo sia individuato e rimosso.”
Il colonnello si interrompe per guardare l’orologio. La proverbiale puntualità del generale lo induce a fis¬sare la porta, pronto a ordinare l’attenti. Giunge invece un radiomessaggio portato da un sottufficiale.
“Comunicazioni telefoniche Milano-Piemonte inter¬rotte da attentato stop rapporto ufficiali rinviato, do¬mani sera stessa ora stop Intensificate vigilanza stop Assicurare.”
“Il signor generale,” conclude il colonnello, “ha do¬vuto trattenersi a Milano per attuare le misure d’emer¬genza previste durante l’interruzione delle linee telefo-niche. Herr General terrà il rapporto a lor signori do¬mani alla stessa ora e l’importanza dell’argomento non ha bisogno d’essere sottolineata. In libertà.”

Il tenente colonnello anziano ordina: “Signori uf¬ficiali, attenti.”
Porto a conoscenza del comando le azioni compiute dalla 3° GAP:
Ai primi di luglio il gruppo di Niguarda ha at¬taccato sulla strada di Como un camion uccidendo due tedeschi. Da parte nostra rimane ferito il gappista Erminio.
9 luglio: l’agente della Gestapo, Domenico Dara¬velli, giustiziato.
11 luglio: una grossa bomba distrugge un carro of¬ficina di fronte all’Albergo Gallia: due tedeschi riman¬gono gravemente feriti.
14 luglio: due gappisti feriscono gravemente Odilla Bertolotti, spia dei fascisti, e la sera stessa due gappi¬sti in Viale Tunisia distruggono un grosso camion te¬desco. Un ufficiale tedesco the tenta di intervenire è ucciso.
Dal 20 luglio all’8 agosto: distruggiamo vari camion pesanti e due auto tedesche. Con le bottiglie “Molotov” vengono incendiati tre camion, in Via Leopardi viene incendiata una macchina tedesca: due ufficiali restano uccisi.
2 agosto: un’altra macchina tedesca incendiata, due ufficiali delle SS e un fascista delle brigate nere uccisi.

24 L’esplosivo proveniva da un’azione compiuta dai partigiani capitano Mario Di Lella, Gambarutto, Quinto Bonazzola, nella pol¬veriera di Induno, segnalata da Elio Vittoriani
25 Bonciani Oliviero (Tullio) organizzatore dei primi gruppi FTP gia combattente in Spagna. L’ufficiale di collegamento delle brigate Garibaldi, assassinato il 21 ottobre 1944 in corso Lodi 109 da quattro sgherri della Muti.

Capitolo decimo
Spie, carnefici a giustizieri

Conti, all’ultimo momento non ha sparato.
La spia era salita, ignara e tranquilla sul tram, diretta al suo ufficio da dove erano già partite settanta denunce contro i patrioti, seguite da altrettanti arresti. Ora l’ha fatta franca e può continuare a nuocerci.
Per tre volte mi sono recato sul teatro dell’azione e altrettante ne ho discusso con Conti, Giuseppe e Antonio; la strada l’abbiamo percorsa di giorno e di notte, confusi tra la folla e protetti dalle ombre; le vetrine dei negozi ci sono familiari, come i portoni, i tombini, le lampade azzurrate, le auto, le biciclette e, naturalmente e soprattutto, il tipo di folla, operai, massaie e carabinieri.
La spia, uscendo di casa alle sette e mezzo del mat¬tino, ha percorso un centinaio di passi; Sandra che l’ha visto in volto, lo ha segnalato a Conti. Ma Conti, all’ultimo momento, non ha sparato.
Gli altri due gappisti che hanno partecipato con Sandra all’azione, sono rientrati alle loro basi, perples¬si e furenti. La sera ci ritroviamo tutti in un’osteria a Niguarda, un locale appartato, protetto dalle insidie e dalle sorprese. Conti non è l’ultimo venuto: anziano, espertissimo, gode di molto ascendente, ha diritto di giustificarsi, ma anche i gappisti che affrontano un ne¬mico tanto più forte e agguerrito hanno diritto a una spiegazione.
È una discussione lunga, confusa e penosa. I ragaz¬zi vogliono dei fatti e non c’è alcun fatto. È successo a me, è successo a tanti altri: al momento di premere il dito sul grilletto, si resta come paralizzati, incapaci di fare il minimo gesto, di prendere una decisione. È paura? Sí, e tante altre cose insieme. Noi vogliamo che un gappista sia più che un uomo, ma anche lui è soltanto un uomo, con la sua tensione, i suoi crolli.
Come può spiegare queste cose Conti che neppure le sa, che è furibondo contro se stesso per aver fallito e contro gli altri che lo rimproverano? Per una volta tanto devo fare da paciere tra i miei, calmare gli amici, ridare a Conti la possibilità di rifarsi.
Ripeteremo l’azione domani e Conti ne sarà di nuo¬vo il protagonista.

Giunto in piazza del Duomo scendo dal tram. Alle sette ho l’appuntamento sotto i portici della Scala con Sandra. Sandra è puntuale. Ci incamminiamo: in piazza Cavour, incontriamo tre militi con mitra a tracolla, in piazzale Fiume i passi cadenzati di una pattuglia tede¬sca che si avvia al comando ci fanno sussultare; in viale Tunisia ci sfrecciano davanti autocarri zeppi di soldati.
Sempre a braccetto camminiamo lentamente come due innamorati che hanno tante cose da dirsi.
All’altezza di Via S. Gregorio ci imbattiamo ancora in due soldati. L’appuntamento è alla fermata del tram all’angolo della stessa via con Corso Buenos Aires dove i due gappisti ci aspettano controllando la casa del ge¬rarca. Un carabiniere è in attesa, ma se ne va col pri¬mo tram. Conti, vestito da operaio, con la sua brava “schiscetta,” appoggia la bicicletta al muro, si china, af¬ferra la pompa come per gonfiare una gomma. Sandra gli si avvicina. Tutti e due guardano in una vetrina ciò che avviene alle loro spalle. È Sandra che vede la spia uscire dalla porta di casa.
“Calma,” mormora, “ci siamo.” Il fascista fa alcuni passi in strada, si guarda attorno come per controllare se non ci sono pericoli. Poi, più rapidamente, si dirige verso il tram. Conti si gira, seguito dagli altri due gap¬pisti, e scarica la pistola senza esitare. Il fascista si abbatte con un grido rauco.
La gente fugge da tutte le parti rifugiandosi sotto i portoni. Alcune macchine si fermano. I gappisti in¬forcano le biciclette e si dirigono pedalando verso piazzale Loreto. Tutto sembra finito e ho già passato la pistola a Sandra che l’infila nella borsa e s’allontana per conto proprio, quando una pattuglia di militi in bici¬cletta spunta da una via laterale e si getta all’insegui¬mento dei gappisti sparando all’impazzata. E questo l’errore che commettono sempre í fascisti: hanno paura e la nascondono sparando. I nostri non perdono la testa. Si buttano a destra verso via Morgagni, balzano a terra e prendono d’infilata la pattuglia che a testa bassa li insegue. Due fascisti cadono; gli altri due scappano.
La via è libera. A sera ci ritroviamo alla base. Una stretta di mano a Conti e la pace torna anche in casa nostra.

Esco di casa; è una di quelle giornate inesorabili d’agosto, cariche d’elettricità e grevi d’afa. Non devo farmi notare, non devo imbattermi in nessuno che mi abbia visto anche soltanto occasionalmente. Ognuno di noi, nonostante ogni precauzione, non può evitare di lasciare qualche traccia di sé. La portinaia di uno stabile dove è stato abbattuto un gerarca fascista potreb¬be riferire qualche particolare alla polizia, anche se l’emozione impedirebbe di “fotografare” i nostri volti; ma tanti particolari compongono un ritratto. Il gappi¬sta è un combattente anonimo. Vive tappato in casa; trascorre, solo, lunghe ore, giorni, settimane. Sente aleg¬giare intorno la paura e ne scopre i mille volti; è sempre all’erta, sempre teso. Repubblichini e fascisti igno¬rano il momento e il luogo delle nostre azioni, ma ne te¬mono la frequenza. Le sentinelle denunciano i segni della tensione. Gli uomini di Mussolini e di Kesserling in preda al nervosismo diventano sospettosi verso chi in¬dugia nei pressi delle caserme dove si intensificano i turni di guardia. La tensione del nemico diventa spa¬smodica. Ma dopo un’azione le parti si rovesciano, siamo noi ad essere sopraffatti dal nervosismo. La tensione ti coglie anche se hai una lunga esperienza di attività clandestina e non hai dimenticato nessuna delle precau¬zioni necessarie a restare vivo. Non importa che tu abbia chiuso le imposte come se fossi assente; che tu non le apra all’improvviso, senza esserti fatto prima notare sulle scale dagli inquilini dello stabile. Sei inquieto, c’è troppa gente che, pur non essendo nemica è sempre in sospetto. Un gappista con un minimo d’esperienza e di possibilità di scelta, elegge la base in territorio “amico.” Ma c’è sempre qualcuno che ha paura, che può essere indotto a parlare. Tu sei attento, nessun partico¬lare ti sfugge; la sera esamini criticamente il tuo comportamento da inquilino alla ricerca di errori o di omis¬sioni. Non ti puoi sottrarre all’isolamento, non ti puoi confidare, non puoi parlare, non puoi ascoltare.

Queste idee mi ronzano in testa la mattina del 10 agosto durante la mia sortita quotidiana. Ho sete almeno di notizie ufficiali, in assenza di quelle saltuarie fornitemi dalle staffette del comando. L’ombra degli alberi che proteggono Viale Romagna dal sole mi conduce all’edicola. Ho fra le mani un giornale e sotto gli occhi il comunicato della fucilazione di Piazzale Loreto.
Quindici ostaggi uccisi.26 Scorrendo febbrilmente l’elenco trovo il nome di Temolo, il capo della cellula della Pirelli, uno dei piú coraggiosi, dei piú bravi. Anche lui c’è cascato.
Da viale Romagna si raggiunge Piazzale Loreto lun¬go un rettilineo fino in via Porpora e si svolta a sinistra. Dappertutto cordoni di repubblichini: militi dietro militi, sempre piú fitti, sempre piú lugubri. In Piaz¬zale Loreto una folla sconvolta e sbigottita. Si respira ancora l’odore acre della polvere da sparo. I corpi mas¬sacrati sono quasi irriconoscibili. I briganti neri, pallidi, nervosi, torturano il fucile mitragliatore ancora caldo, parlano ad alta voce, eccitatissimi per aver sparato l’in¬tero caricatore.
Sbarbatelli feroci, vicino a delinquenti della vec¬chia guardia avvezzi al sangue ed ai massacri, osten¬tano un atteggiamento di sfida, volgendo le spalle alle vittime, il ceffo alla folla. Ad un tratto irrompe un plotone di repubblichini, facendosi largo a spinte, a colpi di calcio di fucile e andando a schierarsi vicino ai caduti.
“Via via, circolate,” urlano. Spontaneamente il popolo è accorso verso i suoi morti. Ora la folla, ricac¬ciata, viene premuta fra i cordoni dei tedeschi e dei fascisti. Urla di donne, fischi, imprecazioni.
“La pagheranno!”
I repubblichini, impauriti, puntano i mitra sulla folla.
Dall’angolo della piazza scorgo lo schieramento fa¬scista accanto ai nostri morti. Potrei sparare agevolmen¬te se i fascisti aprissero il fuoco. In quel momento, fen¬dendo la calca, si fa largo una donna: avanza tranquil¬la, tenendo alto un mazzo di fiori; raggiunge le prime file, vicino al cordone dei repubblichini, come se non vedesse le facce livide e sbigottite degli assassini; percorre adagio gli ultimi passi. Scorgo da lontano quella scena incredibile, un volto mite incorniciato da capelli bianchi, un mazzo di fiori che sfila davanti alle canne agitate dei fucili mitragliatori. I fascisti rimangono an¬nichiliti da quella sfida inerme, dall’improvviso silen¬zio della folla. La donna si china, depone i fiori, poi si lascia inghiottire dalla folla. Comincia così un corteo muto, nato come da un improvviso accordo senza pa¬role.
Altre donne giungono con altri fiori passando davanti ai militi per deporli vicino ai caduti. Chi ha le mani vuote si ferma un attimo vicino alle salme mar-toriate. Per ogni mazzo di fiori ci sono cento persone che sostano riverenti.
Si odono distintamente i rumori attutiti dei passi e si colgono i timbri alti delle voci. Accanto a me uno bisbiglia: “vede quello lì sulla sinistra? Tentava di scap¬pare. Appena era sceso dal camion si era diretto di corsa verso una via laterale. Credevamo che ce l’avreb¬be fatta. Era già lontano. L’hanno riportato indietro che zoppicava, ferito ad una gamba. L’hanno spinto ac¬canto agli altri, già schierati, in attesa.”
L’ultimo volto che vedo, abbandonando la piazza, è quello di un repubblichino, che ride istericamente. Quel riso indica l’infinita distanza che ci separa. Siamo gente di un pianeta diverso. Anche noi combattia¬mo una dura lotta, in cui si dà e si riceve la morte. Ma ne sentiamo tutto l’umano dolore, l’angosciosa necessità. In noi non è, non ci può essere nulla di simile a quello sguardo, a quella irrisione di fronte alla morte.
Loro ridono. Hanno appena ucciso 15 uomini e si sentono allegri. Contro quel riso osceno noi combattiamo. Esso taglia nettamente il mondo: da un lato la barbarie, dall’altro la civiltà. I cordoni di repubbli¬chini sono sempre fitti. Ad ogni passaggio, ad ogni posto di blocco, mi imbatto nella loro insolenza, nella loro spavalda vigliaccheria: mitra ostentati, bombe a mano al cinturone, facce feroci, lugubri camicie nere.
Ancora una volta, come in Spagna di fronte alla spietata ferocia degli ufficialetti nazisti, si rivelano i due mondi in antitesi, i due modi opposti di concepire la vita.
Noi abbiamo scelto di vivere liberi, gli altri di uccidere, di opprimere, costringendoci a nostra volta ad accettare la guerra, a sparare e ad uccidere. Siamo costretti a combattere senza uniforme, a nasconderci, a colpire di sorpresa. Preferiremmo combattere con le no¬stre bandiere spiegate, felici di conoscere il vero nome del compagno che sta al nostro fianco. La scelta non dipende da noi, ma dal nemico che espone i corpi degli uccisi e definisce l’assassinio “un esempio.”
La belva ormai incalzata da ogni parte, si difende col terrore.
Mi rifugio in casa. Mi raggiunge nel pomeriggio una staffetta. I repubblichini hanno sparato in aria per allontanare la folla che sfilava davanti ai caduti. Il gior¬no successivo alla Vanzetti, alla Graziosi, alle Trafilerie, alla Motomeccanica, alla O.M. ecc., gli operai ab¬bandonano il lavoro in segno di protesta; alla Pirelli le maestranze si riuniscono in silenzio. Ora tocca a noi.
Nella medesima notte prepariamo otto bombe ad alto potenziale. Il tecnico, abituato ad un lavoro di pre¬cisione, esprime le sue preoccupazioni, ma si piega alle necessità. Il giorno dopo, all’alba, io, Narva e Sandra ci troviamo nella chiesa di via Copernico per la conse¬gna dell’esplosivo. Il parroco si accinge a celebrare la prima messa, avanzando silenziosamente dalla sacrestia. Nella chiesa, deserta, regna un silenzio profondo, una pace incredibile. Arriva il tecnico con le borse. Il prete assiste alle consegne, immobile fra i chierichetti. Comprende? Non so.
Usciamo. Accompagno le ragazze all’appuntamento con Conti e Giuseppe, per l’ultimo scambio delle borse.
“Vi proteggerò le spalle,” dico, “calma e sangue freddo. Non ci sarà nessuna sorpresa.”
I due gappisti con la calma e la sicurezza di profes¬sionisti, depositano le bombe, si eclissano in una viuzza scambiandosi un rapido cenno di saluto. Una, due, tre esplosioni scuotono l’aria, infrangono i vetri. Il ritrovo ufficiali del comando tedesco è devastato come un campo di battaglia. Abbiamo disposto le cariche in modo che gli esplosivi deflagrassero prima sulle finestre e successi-vamente all’uscita del circolo.27
Il giorno dopo il Feldmaresciallo Kesserling invita le forze dipendenti ad agire con maggiore energia nei confronti dei sabotatori da impiccarsi sulle pubbliche piazze; il comandante della piazza di Milano anticipa il coprifuoco alle 22. Il nemico si rende conto che l’ar¬ma del terrore gli si ritorce contro. Dobbiamo insistere. Azzini e Bosetti attaccano il comando repubblichino nella sede dove convergono i lavoratori italiani da in¬viare in Germania. Il mattino del 14 agosto un alto uf¬ficiale tedesco e due subalterni mentre discutono in un ufficio del Palazzo di Giustizia vengono uccisi con una “sipe” lanciata da una finestra.
Nei corridoi, tedeschi e fascisti fuggono in preda al panico. Il coprifuoco non ci ferma: il 16 agosto an¬cor Azzini e Bosetti giustiziano uno squadrista, uf¬ficiale della milizia e delatore di partigiani e, due gior¬ni dopo un’altra squadra abbatte un ufficiale delle SS a Porta Volta.
“La pagheranno! ” era la parola d’ordine del popolo e la nostra.
3 agosto: lancio di due bottiglie “Molotov” contro gli automezzi nel giardino del comando di via Masche¬roni.
9 agosto: alle ore 13 in piazzale Tonolli (oggi piaz¬za Ascoli) abbattuto un capitano della milizia ferroviaria. Inseguiti da un gruppo di fascisti, i gappisti danno battaglia, vengono abbattuti due fascisti, un terzo rimane ferito.
18 agosto: una “sipe” lanciata contro il gruppo rio¬nale di Porta Volta. Il giorno successivo un ufficiale tedesco viene abbattuto in pieno giorno. La sera stessa una squadra di gappisti compie un’azione contro il trat¬to di ferrovia Milano-Novara.
28 agosto: mentre il gappista Conti sta per essere arrestato, abbatte due fascisti e riesce a fuggire.28
30 agosto: un locomotore fatto deragliare sul trat¬to ferroviario Milano-Certosa-Rho mentre un’altra squa¬dra fa saltare un traliccio metallico che sorregge i cavi conduttori di corrente ad alta tensione. I cavi spezzati cadono aggrovigliandosi sulla strada. Le ruote di un ca¬mion tedesco che si trova a passare in quel momento si impigliano nei cavi e l’autocarro si incendia: due tedeschi muoiono carbonizzati.

*

Nulla è piú pericoloso di una spia fascista che co¬nosca i patrioti, soprattutto se la spia è stata agente dell’OVRA fino al 1943 ed ha avvicinato gli antifascisti arrestati. Verso la metà di agosto del 1944, Franco mi informa dell’esistenza di una spia della quale non conosco né il nome, né l’indirizzo, né il volto, una anonima minaccia per un grande numero di antifascisti, una oscu¬ra ipoteca sul fronte di liberazione. Dopo 15 giorni ab¬biamo la prova che la spia è un certo avvocato De Martino, dirigente dell’ufficio politico della Questura di Mi¬lano, un criminale prudentissimo che esce soltanto per andare alla Questura e tornarsene a casa, in via Telesio, e sempre scortato. Via Telesio è zona “militarizzata,” sede di comandi di gruppi fascisti e tedeschi, protetta da eccezionali misure di sicurezza; elegante e signorile, costeggia il parco, sotto i cui alberi secolari si avvicen¬dano i reparti fascisti di vigilanza.
Non è possibile sostare qualche minuto in via Tele¬sio senza essere fermati, perquisiti e magari arrestati; dobbiamo quindi andarci a colpo sicuro e nel minuto preciso. Il nostro guaio, invece, è che nessuno di noi ha mai visto il De Martino. Ci vuole qualcuno che lo conosca e, al momento giusto, ce lo indichi. Ne parlo a Sandra e la convinco a recarsi in casa del De Martino per chiedergli un parere legale. La missione è pe¬ricolosa e richiede ad un tempo sangue freddo e fan¬tasia, due qualità che non mancano alla nostra amba¬sciatrice.
Il giorno seguente Sandra suona alla porta di via Telesio e viene fatta entrare nel salotto, con le finestre protette da solide inferriate, dove, qualche minuto dopo, entra un individuo alto e robusto scrutandola dietro le spesse lenti; l’uomo l’accompagna nel suo studio e dopo averla fatta accomodare in una grande poltrona di pelle, si siede, a sua volta, dietro la scrivania.
Sandra, mostrandosi molto imbarazzata, gli fa pres¬sappoco questo discorso: “Mi manda mio padre per un consiglio. Si tratta di mia sorella di 19 anni, fidanzata ad un ufficiale degli alpini. La ragazza aspetta un bam¬bino. Ha scritto al comando del reparto per far otte¬nere al fidanzato una breve licenza matrimoniale prima della nascita del piccolo, ma intanto purtroppo l’ufficia¬le è caduto in combattimento sul fronte greco.”
“Ora mia sorella,” aggiunge Sandra, “dopo la na¬scita del bambino è ossessionata dall’idea che debba portare il nome del suo eroico padre; conserva le lettere che le ha scritto e dalle quali traspare l’impazien¬za di sposarla per amore suo e del loro piccolo.”
La spia osserva Sandra con insistenza, si toglie gli occhiali, li pulisce con calma, li rimette e chiede bruscamente: “perché è venuta da me? Chi le ha dato il mio indirizzo?”
Sandra, che aveva previsto la domanda, risponde con sicurezza:
“Mi ha mandata mio padre, consigliato da un amico medico.”
De Martino non fa altre domande; scorre gli appunti del colloquio e dice a Sandra: “Mi faccia avere le lettere del fidanzato di sua sorella e dica a suo pa¬dre, la prossima volta, di venire di persona. Forse un giorno suo nipote porterà il nome del padre, eroico combattente. Chi è caduto per la patria ha tutti i diritti alla nostra riconoscenza.”
Sandra si alza. L’uomo, mostrandosi galante l’ac¬compagna in anticamera per farle intendere che il fa¬vore è grande e che l’avrebbe rivista volentieri. Ora conosciamo la faccia dell’individuo, ma la sua esecu¬zione presenta molti rischi. Li affrontiamo.
Mercoledí, 1° settembre 1944; due gappisti si appostano all’inizio e alla fine di via Telesio. Pochi mi¬nuti prima dell’arrivo della macchina di De Martino, giungo a braccetto di Sandra. Camminiamo piano, chiac¬chierando come due fidanzati. Compare da via Ariosto una grossa automobile. Sandra riconosce l’uomo attra¬verso i cristalli. Do il segnale. I due gappisti si incam¬minano sul marciapiede l’uno verso l’altro, per incon¬trarsi davanti al portone numero 8, nel momento stesso in cui si sarebbe arrestata l’automobile con la spia a bordo.
Abbiamo calcolato esattamente i tempi e non è la prima volta che eseguiamo una simile manovra. De Martino scende dall’auto, accompagnato dalla scorta, fa tre passi sul marciapiede e cade colpito da tre colpi di pistola. La scorta, sorpresa, non reagisce immediatamente. Quando spara contro i gappisti in corsa, è troppo tardi.

Il 5 settembre appare sui giornali il comunicato del capo della Provincia. “A decorrere dal 4 settembre è fatto divieto a tutti i ciclisti di transitare in gruppi. Ai posti di blocco presso le barriere daziarie, i ciclisti devono scendere dal veicolo almeno dieci metri prima e risalirvi dieci metri dopo.”

*

Nel pomeriggio, in corso Sempione, incontro Az¬zini. Cammina lentamente. Non gli lascio il tempo di dirmi ciao. “Da dove vieni?”
“Mi ha bloccato un rastrellamento.”
“Un rastrellamento?”
“Stamattina non c’eri in via Ponzio dove è morto un compagno e Antonio è stato gravemente ferito!”
Azzini abbassa il capo. Non ribatte, ma il suo vol¬to esprime confusione, amarezza, dolore. “Alla Pon¬zio, l’azione è fallita. I gappisti hanno reagito, ma purtroppo Romeo Conti è morto. Questo è quanto. E ora parliamo d’altro. C’è qualcosa da fare?”
Da alcuni giorni matura l’idea di un colpo alla Stazione Centrale di Milano in un locale adibito a posto di ristoro per fascisti e tedeschi, dove si mesce perfino birra. Mi sono già recato con Sandra nel locale, di diffi¬cile accesso per coloro che non sono in uniforme, ma non per un gappista travestito. Il tecnico ha preparato il materiale impiegando matite esplosive a scoppio ritar¬dato, invece della solita miccia facilmente identificabile dalle tracce di fumo. Il laboratorio dista dalla stazione circa dieci minuti di strada. Azzini mi ascolta. Rispon¬de: “D’accordo.” E aggiunge: “Tu credi forse che io abbia paura! No, non ho paura, ma…”
“Non ci possono essere ma.”
“Ci saranno rappresaglie, vittime…”
“Rappresaglie? Sí, e sempre piú feroci. Per questo dobbiamo tenergli costantemente le mani in gola.” Mi guarda negli occhi. “Ho capito,” dice.
In quel momento sono io a tacere. Le domande di Azzini ce le siamo poste tutti, mille volte, davanti ai caduti, davanti agli uccisi, agli innocenti sacrificati. Sono una prova di onestà, di lealtà verso i cento e cento compagni che sono già morti, e verso quelli che lottano con l’arma in pugno in ogni angolo d’Italia.
È lui a scuotermi. “Quando ci troviamo? Dove?”
Ci troviamo in via Copernico, non lontana dal labo¬ratorio del tecnico.29 È con noi Narva che accompagnerà Azzini. Prima dell’appuntamento mi reco in laborato¬rio dove per la prima volta riceviamo matite esplo¬sive in luogo della miccia e mi isso lo zaino sulle spalle. Quando arrivo in via Copernico, Azzini, in uniforme fascista, mi attende. Gli passo lo zaino. Ci incammi¬niamo in gruppo verso la stazione.
Giulio, il tecnico, ci lascia ai piedi della scalinata. Narva prosegue sola, precedendo Azzini. Anch’io gli stringo la mano e mi allontano.
Azzini sale gli scalini un po’ curvo sotto il peso dello zaino, diretto al posto di ristoro in cima alla scalinata. Prima di allontanarmi rimango qualche minuto seguendolo con lo sguardo, mentre con la sigaretta fra le labbra, sale calmo, sicuro. Raggiungo Sandra, incaricata di sorvegliare all’esterno l’andirivieni dei passeggeri.
Quando Azzini- arriva al posto di ristoro lo trova pieno di tedeschi e di fascisti: alcuni sostano all’esterno del locale, seduti sul parapetto delle scale. Poco discosto, tre bambini stanno rincorrendosi, giocando. Azzini entra nel locale, si toglie lo zaino, lo posa per terra in un angolo. Caldo soffocante e tanta gente che parla forte e che ride. Azzini si asciuga il sudore che gli cola sulla fronte, guarda l’orologio. È tempo di allontanarsi.
Ma mentre esce rivede i tre bambini che si rincor¬rono ridendo, inconsci, felici. Si avvicina ad essi, li prende per mano e li conduce via.
Di fronte alla farmacia della stazione, Sandra segue l’azione per potermi subito riferire. In quell’istante, mentre Azzini si allontana con i tre bambini, la bomba scoppia con dieci minuti di anticipo sul tempo stabi¬lito lanciando un volo di schegge attorno a lui. Azzini sorpreso guarda l’orologio e rabbrividisce.
I tedeschi, seduti su un parapetto della scala, sono gettati in terra dallo scoppio. Altri fuggono. Dal posto di ristoro escono spesse nubi di fumo nero. Due o tre militari feriti compaiono sulla porta del locale urlando di dolore. Azzini è ormai fuori con i tre bambini. La gente che in quell’ora affolla la stazione si passa le voci piú strane. “È scoppiata una bomba nello zaino di un tedesco.” “È saltato un treno carico di esplosivo.”
Molti accusano i tedeschi di incuria nel trasporto del materiale esplosivo. I tedeschi gridano: “Partigia¬ni! Banditi!”
Arrivano i rinforzi, circondano la stazione, fanno al¬lontanare la gente, mentre i morti e i feriti vengono trasportati fuori.
Camion armati bloccano l’entrata della stazione, ar¬restando chiunque si trovi a passare. Sandra fa appena in tempo a fuggire. Io, dal caffè dove mi trovo in at¬tesa, sento l’esplosione e mi accorgo che la bomba è scop¬piata molto prima del tempo stabilito. Calcolo febbril¬mente il tempo: dieci minuti per arrivare sul posto, due o tre per depositare lo zaino e uscire. Anche se lo scoppio è avvenuto dopo diciotto minuti anziché dopo trenta, Azzini avrebbe avuto il tempo di allontanarsi, a meno che non si sia fermato per non farsi notare.
Poco dopo arriva Sandra, ma neppure lei sa dirmi se Azzini sia uscito o meno dal posto di ristoro. Ha sostato davanti ad una edicola i primi dieci minuti e non ha tenuto d’occhio il posto di ristoro. La incarico di recarsi, il mattino dopo, a casa di Azzini per chie¬dere notizie.
Ma dentro di me si fa strada una di quelle idee assurde che attraversano la mente nei momenti in cui ci si abbandona all’ansia, al turbamento. Temo che Az-zini possa pensare che io l’abbia mandato deliberatamente alla morte per punirlo della sua mancata par¬tecipazione allo scontro della piscina in via Ponzio. È assurdo, ma ho fretta di vederlo, di parlargli, di eliminare ogni dubbio. Non è necessario. Mi viene incon¬tro nel pomeriggio tutto allegro.
La stampa fascista divulga poi la falsa notizia di bambini uccisi: il locale di ristoro diviene una infer¬meria!
L’arma segreta a cui i nazifascisti ricorrono come ri¬sorsa estrema è la menzogna e la calunnia.
Trascorrono tre giorni. Il meccanismo poliziesco dei fascisti si è mosso invano; ma la fatalità vuole che Azzini venga catturato dagli sgherri della “Muti” come renitente alla leva.
Arrestato, viene condotto nella caserma di via Ro¬vello. Lo spogliano. Lo stesso comandante della marmaglia della “Muti,” Colombo, svolge l’interrogatorio.
“Sei un partigiano? Parla! Sei un bandito? Parla, vigliacco!”
Azzini non parla. Il ragazzo è diventato uomo, un partigiano.
Torturato per sette giorni, di giorno e di notte. Re¬siste agli insulti; alle sevizie, lui oppone il silenzio. In pieno giorno riesce a fuggire dalla porta centrale per cui è entrato prigioniero, sicura preda della morte,

26 Ecco i loro nomi: Andrea Esposito, Domenico Fiorano, Um¬berto Fogagnolo, Giulio Casiraghi, Salvatore Principato, Eraldo Pancini, Renzo del Riccio, Libero Temolo, Vitale Vertemarchi, Vittorio Gasparini, Andrea Raggi, Giovanni Galimberti, Egidio Mastrodo¬menico, Antonio Bravin, Giovanni Colletti.
27 Azione svolta contro il comando tedesco di via Guernico, angolo viale Montello.
28 Quattro partigiani: Albino Abico, Giovanni Aliffi, Bruno Clapiz e Maurizio del Sale, già gappisti e poi organizzati nelle S.A.P., vengono fucilati il 28 agosto 1944 contro il muro della casa di via Tibaldi 26 a Milano.
Albino Abico cosí scriveva ai suoi familiari prima di morire “Carissimi mamma, papà, fratello, sorella e compagni tutti, mi trovo senz’altro a breve distanza dall’esecuzione. Mi sento però calmo e sereno e con l’animo tranquillo. Contento di morire per la nostra causa: il comunismo e per la nostra cara e bella Italia. Il sole risplenderà su noi ‘domani’ perché tutti riconosceranno che nulla di male abbiamo fatto noi. Voi siate forti come lo sono io e non di-sperate. Voglio che voi siate fieri ed orgogliosi del vostro Albino che sempre vi ha voluto bene.”
29 Giulio Impiduglia aveva organizzato il laboratorio in via Vivaldi.

Capitolo undicesimo
Un elemento sicuro

Aldo 30 dispone di armi. Ho ordine di mettermi in contatto con lui. Mi attenderà all’angolo di Corso Sempione con via Canova leggendo un giornale spiegato, al crepuscolo. “Andiamo,” gli dico. Ci avviamo verso un bar dall’aspetto tranquillo.
“È un po’ che aspetto,” mi apostrofa con irritazio¬ne. “Il tempo di accertarmi che tutto sia a posto qui attorno,” rispondo. “Siamo ben armati, un gruppo af-fiatato, ragazzi in gamba, dei ‘dritti’ sul serio. Adesso. tocca a noi. Gli accordi non ci devono far perdere altro tempo…”
Parla e si compiace di ascoltarsi. “Adesso la lotta è più aspra, dobbiamo essere collegati, preparati, disporre di gente addestrata. È quello che Longo e Secchia do¬vrebbero tener presente. Ci sarà pur modo di dirgliele queste cose. Vorrei incontrarli presto…” Mi irrigidisco. Quest’uomo, impomatato di brillantina, prima mi ha ir¬ritato, ora mi insospettisce. Troppo verboso per essere quello che pretende, anche se me l’hanno segnalato come elemento sicuro.
“Tu sei Visone, il famoso gappista di Torino? Ce n’è voluto perché ti mettessi in contatto…”
Secchia, Longo, Visone: a badare alla sostanza questo individuo mi sta interrogando sin dal primo momento. Forse è solo un balordo che può esserci utile, penso.
“Ti telefonerò tra qualche giorno. Stabiliremo gli accordi per la consegna delle armi.” Aldo sembra scon¬certato dalla freddezza del commiato.
L’incontro con il responsabile del comando 31, è sta¬bilito in piazzale Susa. I problemi da chiarire sono diversi e urgenti, ma uno mi interessa particolarmente: Aldo. Vengo subito al punto: “Dove l’avete pescato?”
“Come sarebbe a dire? Aldo è un combattente. Qualcosa forse non va?” “Se c’è qualcosa che non va è il personaggio. Ho dovuto incontrarmi con lui due vol¬te. Volevo armi e azioni del suo gruppo. Non ho avuto le armi e il suo gruppo è inerte. Non so neppure se esista. In compenso si è informato su di me ed ha chie¬sto di Longo e di Secchia.”
“Non drammatizziamo. Aldo ha consegnato armi al CLN e ha procurato documenti falsi a molti nostri par¬tigiani.”
“Mi hai detto che è un combattente? Che cosa ha fatto? ”
“E staccato da noi ma chiede di essere inserito nelle nostre formazioni. Spetta a te verificare se lui e i suoi siano buoni combattenti. Comunque si battono contro i tedeschi.”
“Sarà, ma non mi fido.”
Mi ritrovo in strada, al buio, e il silenzio del co¬prifuoco imminente mi fa sentire solo e irrequieto. For¬se è stato quell’uomo, la sua fretta inopportuna, í suoi infelici interrogativi: “Dov’è Longo, dov’è Secchia, tu sei Visone?” forse sono depresso.
Da qualche tempo le nostre faccende si mettono male. Il professor Quintino Di Vona, un insegnante modesto quanto bravo, è stato ammanettato alle sette del mattino davanti alla propria abitazione, a Inzago. La dottoressa Boselli, che esercitava la professione medica come una missione, è stata arrestata 24 ore dopo dalle SS ad un appuntamento con Aldo. Pure arrestato Vir¬gilio Ferrari, tisiologo, primario dell’ospedale sanato¬riale di Garbagnate. Una valanga si abbatte su di noi. Arrestano, deportano e fucilano. Perfino gli amici che non hanno ancora partecipato alla lotta clandestina sono candidati al carcere. In agosto abbiamo registrato una media spaventosa di perdite: dieci arresti al gior¬no. Nella tetra e tragica casa del Balilla di Monza, all’appuntamento con le SS e con le torture, ci sono vec¬chi gappisti che hanno colpito il nemico in pieno giorno, nel cuore della città, studenti che hanno scambiato appena qualche parola, professionisti, avvocati, medici, commercialisti, che ci hanno dato una mano, promesso un aiuto… Gli arresti sono troppi per essere spiegabili con la generale inesperienza alla lotta clandestina. C’è qualcuno che “sa” e che ha “soffiato” ai tedeschi il gior-no, l’ora dell’incontro, il luogo in cui un pacco di vo¬lantini sarebbe passato da una mano all’altra. Il nemi¬co colpisce con sicurezza. Sospendiamo tutti gli incontri non assolutamente indispensabili; cerchiamo di isolare tutti coloro che possono essere in pericolo. Ma non possiamo sospendere tutte le azioni. La lotta deve con¬tinuare.

Aldo ed io dovremmo incontrarci alle ore 17 del 12 settembre in piazza Argentina per ritirare un pacco di armi. Mi sento nervoso. Visone è conosciuto. C’è un insolito movimento di SS per la città. Il mio disagio aumenta. L’incontro alle 17 in piazza Argentina, estre¬mamente importante, deve comunque avvenire. Il ne¬mico — se ne è stato informato — aspetterà al varco due uomini.
Rifletto: invece di due uomini, ci saranno un uomo e una donna che solo Aldo conosce: Sandra. Andrà lei all’appuntamento con Aldo, al mio posto; riceverà in consegna un pacco contenente armi, munizioni ed espiosivo e lo lascerà al recapito di via Macedonio Melloni 32
Un’altra ragazza, Narva, l’accompagnerà vicino al luogo dell’appuntamento tenendosi in disparte, e scor¬tandola poi fino alla base.
È una giornata bella e tiepida. Le due ragazze sono allegre, felici di essere giovani, di vivere, di sentirsi ammirate.
Accompagno Sandra per un tratto di strada. Un taxi è fuori luogo: il taxista potrebbe ricordarsi di noi e riconoscerci. Scarto il tram per evitare di rimanere solo troppo presto. Da via Macedonio Melloni giungiamo a porta Venezia; una lunga camminata insieme prima di lasciarci.
Rimasta sola, Sandra si ferma davanti a una vetri¬na e le pare, guardandosi nel riflesso del cristallo che i suoi capelli siano leggermente scomposti. Se li ravvia e aggiunge anche un velo di cipria in volto. Si incam¬mina all’appuntamento in piazza Argentina con passo rapido.
Narva le sorride. Sandra ricambia il sorriso: “aspet¬tami, ritiro il pacco e ce ne andiamo via subito.” Narva fa un cenno con la testa e continua a sgranocchiare i semi di zucca comperati poco prima.
La figura elegante di Aldo si staglia al centro di un grande portone semichiuso. Sandra si avvicina come se non lo conoscesse. Dirà la parola d’ordine con l’aria di chiedere una informazione e riprenderà subito a camminare se l’altro non risponderà con la controparola.
Aldo si volge prima ancora che lei accenni a parlare; a metà della frase convenuta: “per andare in via Gali¬lei,” la interrompe e risponde frettolosamente: “la pri¬ma a destra, il primo portone a sinistra… Non c’è Vi¬sone?” “No, non può venire.”
Aldo ha un gesto di stizza. Cambia espressione e quasi balbettando mormora: “siamo circondati, dobbia¬mo scappare…” Segnalato il pericolo, invece di allon¬tanarsi da lei, la prende sottobraccio. E assurdo. Poi come ricordando improvvisamente le regole della clan¬destinità, si allontana quasi di corsa. Sandra avver¬te alle spalle un passo pesante. Una mano la gher¬misce brutalmente. Le SS: l’hanno presa. Narva, che ha lasciato dall’altro lato della strada, non c’è piú. Si è na¬scosta o è scappata? In ogni caso avvertirà i compagni. Aldo è sparito. L’ha presa sottobraccio invece di scap¬pare, ed è scappato quando poteva continuare a tenerla sottobraccio. La manovra è evidente.
I poliziotti nel bar dove l’hanno condotta le ri¬petono ostinatamente le stesse domande: “Dov’è Visone? Quando verrà Visone?” Sempre Visone, solo Vi¬sone. Nessuno le chiede di Aldo. Il traditore è lui.
Trascorrono interminabili ore nel bar. “Dov’è Visone?” Sandra tace. Finalmente squilla il telefono. Il comandante delle SS risponde: “va bene, torniamo.”
La trappola montata per Visone viene smontata: Sandra è fatta uscire dal bar e fatta salire su una au¬tomobile. Accanto a lei sospingono Narva. Le hanno prese tutte e due. Nessuno avvertirà Visone.

Alle 20 m’accorgo che devo accendere la luce. Sono trascorse tre ore dal momento dell’incontro in piaz¬za Argentina, tre ore e mezzo dal momento in cui ho salutato Sandra a Porta Venezia, Sandra non è ancora arrivata.
Ritirato il pacco delle armi Sandra e Narva avreb¬bero dovuto percorrere un lungo tragitto a piedi, evi¬tando il centro della città, troppo sorvegliato. Ma avreb-bero dovuto rientrare non più tardi delle 19. Il tempo è scaduto e tra poco la città sarà paralizzata dal coprifuoco. Il dubbio della cattura di Sandra diventa cer¬tezza, anche se mi rifiuto d’ammetterlo.
“Forse,” penso, “Sandra sarà rimasta semplicemente bloccata da qualche parte, forse, accorgendosi d’essere pedinata si sarà nascosta per evitare di condurre la po¬lizia alla nostra base.”
La casa è tranquilla, in perfetto ordine. Il libro aper¬to sul tavolo, accanto al grazioso vaso di fiori è il se¬gno inconfondibile di una donna delicata e gentile come Sandra. Ma l’atmosfera serena è ormai dissolta nell’ansia. La strada è deserta. Dalla finestra guardo inu¬tilmente in basso, tendendo l’orecchio ad ogni più pic¬colo rumore. Odo un ticchettio di passi femminili sul marciapiedi. Contro ogni regola di buon senso, la don¬na attraversa la strada e si dirige verso il portone. E’ la levatrice del secondo piano che rientra dal lavoro.
Non c’è tempo da perdere. Le regole della clande¬stinità sono ferree. Anche se hai perso la tua donna devi osservarle. Sandra è nelle mani del nemico. Non parlerà. Ne sono certo. Ma ho egualmente il dovere di agire prevedendo il peggio.
Nell’appartamento ci sono bombe a mano, esplosivi, un vero e proprio arsenale. Devo metterlo al sicuro. La padrona di casa e la portinaia ignorano ufficialmente le mie attività, ma sono dei nostri. Facciamo scompa¬rire assieme il materiale e mezz’ora dopo ci salutiamo con un’ultima stretta di mano. La padrona di casa mi dice: “Ci rivedremo?”
“Spero di si.”
“Stia attento!”
Le due donne corrono i miei stessi rischi. Se la po¬lizia scoprisse quei bauli pieni di armi in soffitta, sareb¬bero arrestate e fucilate.
Esco col coprifuoco. Il nemico non è riuscito a rag¬giungermi in piazza Argentina, ma sta certamente brac¬candomi.
Raggiungo la nuova base: una casa di Via Hayez 33 che ci serve anche da infermeria.

*
La cella, nel carcere di Monza è buia e silenziosa. Dopo le luci abbaglianti delle lampade, dopo il ritornello ossessionante dell’ufficiale Werner, l’aguzzino delle SS, Sandra si sente quasi protetta dall’oscurità e dal silenzio. Tra poco sarà ancora inquisita; riascolte¬rà il monotono ritornello: “Dov’è Visone? ” Ha risposto ostinatamente di non conoscerlo e d’essere in procinto d’andare al cinema con l’amica. Ma non l’hanno cre¬duta. Sanno molte cose, seppure imperfettamente. Non conoscono l’indirizzo della base ma sono stati informati delle azioni a cui Sandra aveva partecipato. Aldo ha fatto un lavoro accurato.

“Dunque, volevi andare al cinema?” Una domanda e un colpo. Hanno cominciato con gli schiaffi, poi con pugni violenti come mazzate. L’hanno percossa tanto duramente che le si è annebbiata la vista. La scena si ripete ogni giorno da una settimana. Quando la ripor¬tano in cella non riesce neppure a sopportare il contatto del vestito sulla pelle. È ridotta a non poter sten¬dersi neppure sulla branda. Si tiene in piedi e vi rimane finché la stanchezza e la sofferenza non la fanno barcollare. Allora dimentica tutto per qualche ora.

Si sente scuotere come se la strappassero violentemente dalla profondità in cui era precipitata. Conti¬nuano a scuoterla. Ha l’impressione di risalire velocemente le pareti d’un pozzo profondo. All’improvviso la colpisce uno schiaffo violentissimo: è arrivata.
Gli aguzzini l’hanno lasciata tranquilla un giorno per lasciarle intendere come potranno essere indulgen¬ti se parla. Li disillude subito. Risponde come ha sempre risposto: “Non so niente, non vi posso dire nien¬te.” Allora la mettono nelle mani dell’ucraino, l’esper¬to del gatto a sette code. Sa estrarre dal corpo umano tutto il dolore possibile e fermarsi prima di uccidere. Il trattamento è riservato ai personaggi importanti. Fanno un’eccezione per lei, la novellina. Alla fine rien¬tra l’ufficiale. Ha imparato a leggere ogni incertezza, ogni debolezza nello sguardo delle sue vittime. Guar¬dando il volto di Sandra, il corpo gonfio e deforme dalle piaghe, scopre che la ragazza appartiene alla ristrettis¬sima categoria di quelli che si fanno ammazzare ma non parlano. Tenta l’ultima prova, per scarico di coscien-za: “Che ne direste se arrestassimo la famiglia di questa signorina? ” Nessuno risponde. L’ufficiale e gli aguz¬zini escono. La porta si richiude. Sandra sente l’impul¬so di urlare ed ha la forza di reprimerlo. Non vuole che il Werner, dietro la porta chiusa, la senta.

*

Pellegrini ha ascoltato il mio racconto facendosi via via sempre più grave. Neppure lui è riuscito a conservare la consueta impassibilità. La roccia questa volta si è scossa. Si è lasciato scappare un “ma questo è un terremoto” quando ho elencato i nomi dei compa¬gni arrestati.
“Ciao Visone,” mi dice, “da questo momento non devi esistere più per nessuno, tranne che per il comando.”
“Naturalmente,” rispondo; ma non posso abbando¬nare Sandra e lasciare che sua madre ne ignori la sor¬te. Sandra è più che una compagna. La stanno certo torturando. Devo liberarla. Non ho forse pensato di li¬berare un partigiano ricoverato all’ospedale?
Settembre splende di luci e di colori, indifferente alla nostra tremenda guerra, alla tragedia degli uomini. Magnificenza di sole in cielo, sugli alberi, sulle facciate degli edifici, sulle campagne, perfino fra le macerie.
L’appuntamento con la madre di Sandra è per l’una e trenta. Mi sta aspettando quando imbocco il viale, protetto da una penombra filtrata di bagliori. La scorgo, il volto bianchissimo sugli abiti. Le sono di fronte, mu¬to. All’improvviso mi sussurra: “Sandra è stata arrestata?” L’ha letto nei miei occhi. Mi parla: “Il vago malessere che mi aveva già assalita durante il giorno, è divenuto chiaro presentimento della sorte di Sandra. Sentivo, sentivo che non l’avrei rivista! Ho tentato di provare a me stessa che mi sbagliavo, che le mie appren¬sioni erano infondate: quando le ore della sera sono pas¬sate una dopo l’altra, e lei non è venuta, ne ho avuta la certezza. L’appuntamento con Aldo è stato un appuntamento col carcere.”
Per sei giorni l’ha attesa, con le briciole della spe¬ranza, aspettava che i compagni le recassero qualche notizia. Sei lunghi giorni vissuti minuto per minuto: lunghi quant’è lungo e triste il giorno, quant’è paurosa d’incubi la notte. Per sei terribili giorni ha cammi¬nato per le strade, lavorato in fabbrica, continuato a svolgere le sue mansioni di difesa clandestina, aiutan¬do i familiari dei caduti e dei degenti.
Il settimo giorno si è messa alla ricerca di Sandra. Peregrinava dalla casa del fascio a via Rovello, a San Vit¬tore. Ogni mattina percorreva le stesse strade odiose e familiari, come i posti che deve frequentare, le porte che deve aprire, le parole che deve ripetere, le facce ottuse che deve vedere, le risposte ingannevoli che deve ascoltare.

Una sera all’Odeon, presenti Carlo e Anna, Lisa 34 affronta Aldo: “Come spieghi che molti partigiani che ti abbiamo fatto conoscere, siano stati arrestati?”
Aldo scatta: “Che stai dicendo? È da tempo che certe voci corrono sul mio conto. Si dice addirittura che sia, proprio io, la spia dei tedeschi.” Ed aggiunge: “Ti prego, Lisa, non avere riguardi, sii franca.” “Lo sai che tua sorella è l’amante dell’ufficiale delle SS di Monza? ”
Segue un attimo di silenzio. Aldo reagisce: “Che c’entro io con la condotta di mia sorella? Il Werner non mi riguarda.”
Carlo, colpito dalla rivelazione, tace.
“Tronchiamo questa discussione, domani devo essere in Val d’Aosta.” Aldo e Anna se ne vanno. Rimane Carlo nella sala dell’Odeon affollatissima. Lisa, salita sul palcoscenico per il suo solito numero di danza, ritorna precipitosamente: Carlo se la rivede davanti e prima che si renda conto di quello che sta accaden¬do, sente la mano di Lisa accarezzargli il capo, il suo respiro farsi affannoso, le sue labbra avvicinarsi alla bocca come per un bacio e l’avvertimento: “Scappa, sta arrivando la Muti.”
Carlo esce dalla porta di sicurezza, Lisa torna sul palcoscenico e riprende la danza con le compagne pro¬prio nel momento in cui i repubblichini, che ha visto salire dalle scale, fanno irruzione in sala.

L’ultimo è Moschettini, il capitano di marina che 1’8 settembre non si è arreso. Assieme a Rino ha avuto un appuntamento con Aldo. All’angolo con via Marghe¬ra il gruppo è stato circondato dalle SS. Moschettoni 35 ha rivisto un’ultima volta Aldo allontanarsi con passo tranquillo.
Su Aldo non rimane piú il minimo dubbio. Da San Vittore abbiamo ricevuto un foglietto spiegazzato con due righe chiarissime: “Aldo tradisce, lavora coi tede-schi. Bisogna ucciderlo.” È l’ultimo messaggio di Car¬lo, catturato sulla strada di Rho mentre è in missione. Alla curva della strada, puntuali come ad un appuntamento, sono sbucati i tedeschi. Lo aspettano e lo pren¬dono in consegna come un pacco in magazzino. Anche Carlo è amico di Aldo, come Sandro Sandri, sorpreso nella sua abitazione dalle SS di Monza. Qualche se¬condo prima ha ricevuto una telefonata di Aldo: “Stai attento, ti cercano.” Ha cercato di fuggire. Ma la te¬lefonata di Aldo è destinata ad accertare che la preda sia nella trappola e, naturalmente Sandro è caduto nelle mani dei poliziotti che l’aspettano all’uscita.
Ormai per tutti il pericolo si chiama Aldo. Bu¬setto e Vergani sono stati avvertiti. La macchina dell’or¬ganizzazione è scattata per proteggere rapidamente i ricercati dalla polizia. La catena dei collegamenti, che pure sono costati sacrifici e sangue è interrotta. Io devo allontanarmi dalla città. Anch’io sono un anello della catena che bisogna interrompere per sopravvivere e po¬ter continuare a combattere. Grazie ad Aldo la polizia ha una descrizione fotografica di me.
Di Sandra ho avuto notizie da sua madre di ritorno da Monza dove ha affrontato direttamente il Rossi, uno dei capi delle SS. L’ha blandito, insultato, pregato fino a costringerlo ad ammettere: “Sua figlia è qui.”
È viva, l’avrebbe rivista. Deve continuare in quella direzione, indignarsi, trovare altre brecce, altri appigli, conoscere i motivi dell’arresto e della detenzione. Alla fine Rossi precisa: “Sua figlia è implicata in cose assai sporche.”
Uno sguardo di compatimento mette Rossi a disa¬gio e suggerisce le parole giuste alla madre: “Cosa pretende da una ragazza di venti anni? Che non si lasci in¬gannare da chi le fa la corte, che non creda a quello che le dicono? Chissà quanti errori avrà commesso lei a vent’anni? Suvvia, quando me la manda a casa?”
“Non dipende piú da me, ma voglio essere leale con lei, non deve pensare che io sia un carceriere. Gliela faccio vedere.”
Tace e attende. Teme un nuovo inganno. Dopo un quarto d’ora, il più lungo della sua vita, Rossi, forse per non continuare a subire la sua presenza, dà ordine di introdurre Sandra.
Scorge la sua creatura sulla porta. È diventata mi¬nuta, fragile come era stata da bambina.

È possibile un colpo di mano contro la caserma di Monza? Quasi a risvegliare le mie speranze riusciamo, in quei giorni, ad effettuare una operazione fortunatis¬sima strappando Antonio, un gappista ferito, dal Poli-clinico, dove i fascisti l’hanno fatto ricoverare. Vole¬vano che guarisse per farlo parlare prima di inviarlo al patibolo. L’ospedale, al centro di Milano, è sorvegliatissimo, ma anche noi abbiamo un compagno nello schieramento del nemico; il dottor Galletti, chirurgo del nostro piccolo ospedale partigiano di via Hayez e medico al Policlinico. Per mezzo suo conosciamo perfet¬tamente l’itinerario all’interno dell’ospedale e la came¬ra in cui giace Antonio, sorvegliato da tre repubblichini.
Discutiamo il piano, controlliamo ogni dettaglio, come a una prova di regia. Cinque partigiani arrivano al Policlinico a bordo di un biroccio. Cinque fratelli sempliciotti, venuti dal contado in visita a un congiun¬to con pacchi e pacchetti per tirargli su il morale. Percorriamo l’itinerario stabilito lungo il labirinto di cor-ridoi, raggiungiamo la camera di Antonio; tagliamo i fili del telefono. I tre repubblichini di guardia non ten¬tano neppure di reagire. Dobbiamo impedire ad Anto¬nio di alzarsi da solo; lo avvolgiamo nelle coperte e ce lo portiamo via tra gli applausi fin troppo rumorosi degli altri ricoverati.
Il successo mi incoraggia a studiare un piano per liberare anche Sandra. Ho già preso appuntamento con Marco a Rho, quando ho notizia che l’hanno trasferita a San Vittore. Da lì sarà tanto fortunata da venir spedita al campo di concentramento di Bolzano quando ormai la linea del Brennero non funziona più.
Conosco Werner, famoso ufficiale delle SS. Alle an¬siose domande delle madri dei partigiani mandati davanti al plotone di esecuzione, risponde: “Ma signora, il suo parente è già stato rimesso in libertà da parecchi giorni!”
Ha improvvisi scatti di furore che gli sconvolgono il viso pallido e delicato. Anche i suoi uomini hanno paura di lui. I suoi interrogatori, di un sadismo meto-dico, sono preparati sulle informazioni delle spie. Se i prigionieri tacciono estrae di tasca un portasigarette d’argento, l’apre, ne toglie una sigaretta, l’accende. È un rito. Il fumo della sigaretta sale al soffitto, lo sguar¬do dell’ufficiale ne insegue le volute.
“Siete mai stato nella foresta nera, camerata?” chie¬de ad uno dei suoi aiutanti. Senza attendere risposta, descrive la casa natia, i paesaggi lontani, i duelli all’università.
“È l’unica cosa proibita che noi tedeschi facciamo ancora.” I suoi aiutanti, zitti e immobili, guardano l’uf¬ficiale recitare la commedia. Il monologo si sposta verso la fine su argomenti musicali: Bach e Beethoven pre¬ludono alla tortura o alla fucilazione. La buona educazione dell’ufficiale gli impedisce di dare ordini brutali; accenna un gesto e il prigioniero viene trascinato via.
Con un gesto simile sono state pronunciate le condanne a morte di Carlo e di Sandro Sandri, gli amici di Aldo. Li hanno uccisi a Cambiago, di notte. La popo¬lazione ha appreso all’alba che due partigiani sono stati assassinati.

*

Anna abita in corso di porta Ticinese dove, con qualche cautela, possiamo raggiungerla. Partigiana, fi¬glia di un vecchio socialista perseguitato dai fascisti, è la ragazza di Aldo. Dobbiamo metterla in guardia.
Le chiediamo: “Sai dov’è Aldo?”
Il suo volto si fa naturalmente pallido e terreo. Tenta di sorridere: “No, è successo qualcosa?” Dobbiamo dirle la verità nel modo più duro.
“Aldo è una spia dei tedeschi. Anna si alza di scat¬to tentando con un brusco gesto delle spalle di scuotersi di dosso l’accusa.
“Sai di Carlo?”
“No.”
“È stato fucilato.”
“Che c’entra Aldo?”
“Lo ha fatto arrestare.”
Anna ammutolisce in preda a sentimenti confu¬si e contrastanti. Ripete ancora: “Che c’entra Aldo? Forse è in carcere e voi venite a dirmi che è una spia.” Vuole discutere. Diviene aggressiva. Le diciamo chiaro e tondo che Aldo è amico del capitano Werner di cui sua sorella è l’amante; che era assieme a Carlo quando lo hanno preso le SS.
Anna tenta un’ultima difesa: “Aldo sarà riuscito a scappare, è in gamba.”
“Aldo è in gamba per i tedeschi. Era fianco a fianco di Carlo e non hanno fucilato Aldo ma hanno torturato e fucilato Carlo, tuo amico d’infanzia. Hai mai sentito parlare di Sandra? Due giorni dopo l’arresto di Carlo ad un incontro con Aldo in piazza Argentina le SS l’hanno arrestata, ma ad Aldo non hanno neppure chie¬sto i documenti. Vuoi sapere quello che ha fatto la settimana dopo? Ha fatto arrestare Sandro Sandri. Lo co¬noscevi?”
Anna assente con la testa, schiacciata dall’evidenza dei fatti. “…Orbene, Sandri è stato fucilato come Car¬lo, nello stesso momento e nello stesso luogo. O sei con noi o sei con i fascisti. Sai qual è il dovere. Co¬munque devi interrompere ogni contatto con tutti i partigiani che conosci.”

È stato duro dirle la verità, ma necessario. Possia¬mo capire il suo dramma. Nello squallido appartamento di porta Ticinese, era entrato un ragazzo spavaldo ed esuberante; poi era tornato con un mazzo di fiori. An¬na non aveva mai ricevuto fiori dai giovanotti che co¬nosceva. Con loro aveva giocato da bambina sul sagrato di Sant’Eustorgio e sulla sabbia della Darsena. Qual¬cuno aveva cercato di dimostrarle il suo interesse tiran¬dola in un angolo buio. Aldo per la prima volta le ha fatto sentire il piacere di essere donna.
Andava quasi ogni giorno per appartarsi con lei sul divano nel tinello, gentile, affettuoso, le stringeva le mani tra le sue e le parlava d’amore. D’amore o di politica. Suo padre e lei ascoltavano radio Londra di notte, lasciando aperto il rubinetto dell’acqua perché non la si potesse udire dal di fuori. Aldo, invece, parlava ad alta voce, come se il pericolo non esistesse, come se non avesse paura di nulla o non ci fosse nulla da temere. Anna l’aveva presentato a Lisa e insieme l’avevano invitato a una festicciola tra amici: lei si sen¬tiva gonfia di ammirazione, soggiogata da un ascendente che le parve inevitabile e la lasciava in sua balia. Era un capo. Era coraggioso, non aveva paura delle finestre aperte, né della gente che ascoltava in strada. Ad An¬na sembrò che tutti i ragazzi e le ragazze presenti alla festicciola fossero conquistati alla causa partigiana da Aldo e se ne innamorò.
Chiediamo ad Anna di collaborare per catturare Aldo ma non nutriamo molte illusioni in proposito. Speriamo almeno che interrompa i contatti con lui. Le notizie su Anna ci pervengono indirettamente. Ha ob¬bedito all’ordine del comando di recidere i rapporti clandestini. Tuttavia ha pregato una conoscente di rin¬tracciare Aldo nei ritrovi dove, nel passato, si incon¬travano. È riuscita a sapere che l’uomo che le aveva giurato fedeltà e amore, il combattente coraggioso e temerario, è sposato.
Anna, nonostante gli avvertimenti, ha tentato di avere rapporti con una spia.
La isoliamo.
Da due mesi Aldo è scomparso; sa di essere ricer¬cato dai partigiani e sta attento a non farsi pescare. Un pomeriggio squilla il telefono nel negozio di calzature dove Anna lavora. Una giovanissima commessa stacca il ricevitore: “signorina, è per lei,” dice.
“Anna? ciao, sono Aldo.”
La commessa vede Anna impallidire e appoggiarsi alla parete.
“Pronto, sono Aldo, c’è Anna?”
“Si, sono Anna. Dove sei stato durante questi due mesi?”
Vuoi apparire fredda e distaccata, e lo rimprovera come una fidanzata. Vuole soltanto credergli. “Capirai,” dice remissiva, “dopo tanto tempo è più che naturale che desideri sapere. Ci possiamo vedere?”
Aldo la interrompe gridando: “Non capisci che sono in pericolo? Che la mia vita dipende anche da te? Vuoi vedermi ammazzato? Basta che venga a cercarti e i tedeschi che ti sorvegliano mi prenderanno in trap¬pola come un topo. Ti telefonerò la prossima settima¬na. Non dire a nessuno che ti ho telefonato.”
Non lo dice a nessuno.
Vigilia di Natale: Anna prova un gran vuoto attor¬no a sé, i compagni la sfuggono, si sente isolata. Né la ragazza del negozio dal volto lentigginoso, né i volti ano¬nimi dei clienti, riempiono la sua solitudine. I giorni sono grigi e freddi. Quando non si può accendere il fuoco, Anna e la commessa gelano sebbene indossino cappotti e guariti. Anna si sente scossa da brividi e non riesce a reprimere il tremito.
“Non ne posso più,” dice alla ragazza, “vado a prendere qualcosa di caldo al bar. Quando rientrerò andrai tu.”
Esce dal negozio e dopo alcuni passi, le si para davanti Aldo. Non sa far altro che tremare più forte. Tenta di balbettare qualcosa, ma è Aldo a decidere per lei. La prende sottobraccio. Sente la stretta vigo¬rosa di lui, si lascia trascinare attraverso un passaggio buio, nel cortile d’un vecchio magazzino abbandonato, sotto una tettoia di lamiera. Ansima, confusa dal piacere e dal timore. Aldo corre ogni rischio pur di vederla. Non fa in tempo a chiedergli nulla che lui l’afferra e la stringe a sé.
La sera, Aldo l’attende fuori dal negozio. Non è tardi ma le giornate sono corte e nebbiose.
“È il tempo che permette,” dice Aldo, “di circo-lare più speditamente.” Le vetrine dei negozi lambi¬scono la strada di riverberi pallidi e scialbi; sui marciapiedi la gente viene inghiottita dalla nebbia. Le fi¬gure appaiono e scompaiono come in un gioco di om¬bre cinesi. Anna si sente protetta, nascosta.
“Devi interrompere qualsiasi contatto con il movimento,” dice Aldo, “è pericolosissimo. I tedeschi ci spiano e non esiterebbero a colpire te, me e gli altri. Me lo devi giurare.”
“Sta’ tranquillo, da due mesi vivo isolata.”
Aldo canticchia camminando con passo spedito. “Dove andiamo?” chiede lei. “Non essere impaziente, è una sorpresa.”
La conduce nel ristorante di un grande albergo. An¬na ha un moto di preoccupazione. “Non sarà perico¬loso qui?” Aldo ride. “Non hai fiducia in me. Mi stanno cercando in qualche bettola e io invece porto la mia ragazza a cena nel migliore albergo della città. Non ti pare una buona idea?”
La serata le pare splendida. Lui è divertente, se¬reno, come se nessun pericolo lo minacci ma lo preoc¬cupi solo la scelta dei vini, accuratamente discussa con lo chef.
Quando Anna torna a casa, non ricorda neppure che il coprifuoco è già cominciato e che Aldo, impru¬dentemente, l’ha accompagnata senza fretta, sebbene abbia ammesso di essere ricercato. Qualche cosa tuttavia la turba. Aldo è stato ricevuto in quel ristorante di lusso come un cliente abituale. Una anziana coppia di possidenti ha atteso a lungo prima che il cameriere si occupasse di loro. Aldo le ha detto che è stato arrestato due mesi prima. I tedeschi, di fronte al suo si¬lenzio, dopo averlo torturato, lo hanno rilasciato. Per prudenza ha aspettato qualche giorno prima di farsi vivo la vigilia di Natale. Ora vuole dimenticare quegli avvenimenti dolorosi.
“Non parliamo di tragedie, Anna. Pensiamo a trascorrere felici queste ore. Ti prego di non parlare di me con nessuno. Neanche con tuo padre. E non devi più avere nessun rapporto con i nostri se non vuoi farmi cadere in trappola.”
Il tempo vola per Anna: di giorno al lavoro in negozio, la sera con Aldo, sempre o quasi sempre. Ore di felicità, qualche momento di ansia, un attimo di an¬goscia quando vede vicino a casa sua un partigiano del suo gruppo. Per un attimo pensa di avvertirlo che Aldo è salvo. Ma si sovviene del giuramento fatto ad Aldo. La gioia di poterlo amare oscura la verità, che in fondo all’animo, conosce benissimo.

Il due febbraio un comunicato sui giornali e sui manifesti murali annuncia che “la fucilazione dei ban¬diti comunisti, colpevoli di atti di terrorismo contro le forze armate del Reich e della repubblica sociale ita¬liana, Luigi campeggi 36, Olivíero Volpones, Vittorio Resti, Venerino Mantovani, e Franco Mandelli, è stata eseguita all’alba del due febbraio 1944, al campo Giuriati.”
Attorno al lugubre avviso una decina di persone sostano sgomente. Anna è nel gruppo. Campegi, che ora giace inerte sulla crosta di ghiaccio del campo Giu-riati, era amico suo e di Aldo. Piangendo rientra in negozio.
A sera Aldo compare all’improvviso. La porta in un appartamento a Monza. Un appartamento elegan¬te, col pavimento lucido, i cuscini ben disposti sul divano, le fodere stirate di fresco da una mano esperta.
“Abiti da molto qui?”
“Solo da venti giorni. E’ la mia base segreta. Fac¬cio io stesso le pulizie.”
Mente in modo grossolano, tanto è sicuro di lei. Anna ricorda Campegi. Di colpo Aldo è come un bam¬bino spaventato. Si aggrappa a lei piangendo. Poi vuole bere e la costringe a fumare. Le sigarette e i liquori sono di marca straniera, come da due anni non se ne trovano All’improvviso la prega di andarsene. Ha un appuntamento. Se ne era dimenticato. Si scusa di non poterla accompagnare. “Capisci, vero?” Ormai anche Anna comincia a capire.
Fa avvertire il comando partigiano. Le rispondono che ha una cosa sola da fare e che la faccia. Prende contatto con un gruppo di Matteottini.
Si incontrano sulla soglia di una casera solitaria. Quando Aldo entra è afferrato per le braccia. Guarda Anna e i due che lo tengono e urla: “Che cosa succe¬de? Che cosa volete? Perché siete venuti qui?”
Senza volerlo, si considera accusato.
Vede la canna grossa e nera di una pistola a tam¬buro puntata su di lui, ne sente il freddo metallo sulla fronte. Un uomo piccolo e tarchiato impugna l’arma, mentre un altro alle spalle, lo perquisisce; ne estrae il portafogli, ne toglie un documento e lo mostra al com¬pagno. “Tessera SS, numero 44,” esclama.
Aldo ha finalmente capito che i tre uomini sono partigiani; si ricorda di averne intravisto uno al comando germanico e l’altro, nell’organizzazione Todt. An¬na dunque sa.
“Hai tradito tutti. Che t’aspetti? Fai una proposta!”
La frase, risveglia il suo istinto di conservazione.
“Che cosa ho fatto?” chiede. Non gli rispondono. Estraggono il suo portafogli, lo aprono e gli mostrano il cartoncino grigio, glielo posano sotto gli occhi.
“Che dici? Vuoi rispondere? O preferisci…” Aldo è preparato a questa come ad altre domande. Ride. “Voi siete pazzi. Pazzi da legare.” Forse esagera apposta, spe¬rando che le parole insolenti provochino una raffica di sten. Non ha scelta. Lo turba l’impassibilità dei tre.
“Come credete che abbia potuto salvare tanta gente dai tedeschi? Dicendo che ero antifascista? Informa¬tevi al comando, chiedetelo al professore 37 prima di fare sciocchezze.”
“Alludi ai nostri che hai fatto ammazzare?” Non si arrende.
“Adesso capisco. Voi siete elementi isolati. Non potete sapere. Chiedo di essere portato al comando.”
L’ultima risorsa, la più arrischiata. Deve accadere qualcosa. L’impassibilità di quei tre deve pur sciogliersi, anche per un attimo. Qualcosa accade. Quello della Todt gli si avvicina, alza la canna della pistola in direzione degli occhi mentre un altro gli chiede: “Vuoi confessare?”
Ha paura e tenta in qualche modo di perdere tempo. “Che cosa volete che confessi?”
“Parlaci di Di Vona! ”
Di Vona è morto e lui, Aldo, era vivo.
“Sono riuscito a scappare e Di Vona non ce l’ha fatta.”
“Hai fatto arrestare Carlo, Sandro Sandri, hai partecipato al rastrellamento di Barzio. Hai sulla coscien¬za i fucilati di campo Giuriati.”
Sanno, sanno tutto o quasi tutto. È questo spira¬glio a suggerirgli l’ultima risposta.
“Se fermassero anche voi, adesso, forse vi trove¬rebbero una agenda, un foglietto, appuntamenti. Anche a me li trovarono quando venni arrestato.”
“E allora?”
“Il comando avrebbe potuto dirvelo! Ve lo dico io. È stato Carlo a parlare. È stato lui…”
Non può proseguire, vede un biglietto. Riesce a leggerlo. “È Aldo che ha fatto la spia, giustiziatelo. Carlo.” “Sei un traditore, sei sempre stato una spia.” “Non sono una spia. Non potete sostenerlo.” “Carlo ti accusa.”
“Non può essere il suo biglietto.”
Anna ha riconosciuto la scrittura di Carlo. “È lui che ti accusa, il tuo migliore amico.”
“Anna?”
I loro sguardi si incrociano. Si osservano a lungo: ognuno dell’altro vede il volto segnato, l’espressione sgomenta, i lineamenti tirati, nello sforzo di reprimere i sentimenti, le angosce, la paura, la ribellione.
Restano soli, uno di fronte all’altra.
“Anche tu,” esplode alla fine Aldo, con rabbia e dolore insieme, “mi credi colpevole? Anche tu sei dalla loro parte? Anche tu hai sospettato di me? Da
quando, dimmi, hai cominciato a nascondere il tuo vero animo e a lasciarmi credere d’essere ancora la mia donna mentre te ne allontanavi? No, non dirmelo, credo di saperlo. Credo di sapere che da settimane e mesi vivi la tua doppia vita. Il tuo si è un doppio gioco, un inganno. Ma tu che donna sei che tradisci il tuo uomo? ” “Tu non sei il mio uomo, non lo sei mai stato.” “La gelosia ti ha accecata perché hai scoperto che nella mia vita c’era un’altra, mia moglie. Ti amavo. Me ne ero liberato. Ma tu che donna sei che nel momento del pericolo mi abbandoni? Non è mai accaduto nem¬meno ai delinquenti d’essere abbandonati dalle loro donne!”
Pallida e furente Anna sibila: `”Non ne avevo il diritto. Nemmeno tua moglie l’avrebbe avuto. Il tra¬dimento è diverso dal delitto. Non potevo rendermi complice dei tuoi tradimenti. È in gioco la vita e la libertà di un popolo. Non potevo, non potrò mai essere dalla parte di chi insidia l’avvenire dei nostri figli, dei tuoi figli, Aldo! Nessuna donna è stata mai dispo¬sta a farlo.”
“Dunque, anche tu mi credi una spia?”
“Un debole! tu sei stato sopraffatto da eventi smi¬suratamente più grandi di te. Ho sofferto tanto, che avrei voluto pagare io il tuo conto ai patrioti.”
“Non sono ancora stato condannato: si tratta soltanto di sospetti e di accuse di tradimento. Ora ascolte¬ranno i miei disegni.”
Anna Io guarda con pietà, con orrore, improvvi¬samente colta dal dubbio che Aldo sia pazzo. “Quali disegni?”
“Posso impadronirmi del comando tedesco; conosco dislocazioni, informatori, codici. Tu mi devi aiu¬tare, devi appoggiare i miei sforzi per convincere il comando; si tratta di un’azione delicata, possibile solo a chi conosce l’istrumento che deve maneggiare. Ed io lo conosco.”
Aldo vede Anna coprirsi il volto con le mani.

Fosse partigiano, capirebbe che è il momento di confessare, fosse coraggioso avrebbe creato una situazione favorevole, in strada, urlando e facendo accor¬rere qualcuno. Due ipotesi, solo due, ma quante mai ne sono possibili, nel momento più tragico della vita d’un uomo?
Chi può sapere quello che pensa nel momento supremo? Viene lasciato solo. Non è legato. Non si muove. Sente i passi dei tre echeggiare sul pianerottolo, le scarpe chiodate di quello della Todt stridere sui gra¬dini di legno della scala, ogni tanto un singhiozzo. Una luce scialba penetra nella stanza. Fa freddo. Seduto sulla poltrona, gli pare d’essere abbandonato su un pianeta sconosciuto. Si rende conto d’essere condannato e di aspettare l’alba per l’ultima volta. Gli mettono addos¬so il cappotto e lo sorreggono.
Indugia con lo sguardo sulle cose. In strada respira l’aria gelida con ingordigia, stupito di poterla ancora respirare.

30 Giovanni Jannetti.
31 Italo Busetto (Franco), comandante del raggruppamento Bri¬gate Garibaldi in Milano e provincia.
32 Era un appartamento abitato dalla signora Maria Sacchi che mi preparava i pranzi.
33 La casa era della signora Lucia Galleani
34 Carlo: Renato Mattei; Lisa: Carla Lombardo.
35 Dopo essere stato selvaggiamente torturato a Monza, Moschet¬tini venne deportato a Mauthausen, dove mori.
36 Luigi Campegi prima di morire, scrisse la seguente lettera: “Sono stato condannato alla pena capitale, mi raccomando, non fatelo sapere ai miei genitori. Non piangete per me, vado contento con dodici dei miei uomini, spero di scrivervi ancora. Vi abbraccio tutti. Gigi.”
37 Antonio Banfi.

Capitolo dodicesimo
Valle Olona

Al terrore del nemico opponiamo il terrore; alle rappresaglie le ritorsioni; ai rastrellamenti le imboscate; agli arresti i colpi di mano. Abbiamo l’iniziativa; scegliamo noi il punto da colpire; scompariamo perché siamo pochi. Poi, è fatale che il “ciclo” inizi la sua pa¬rabola discendente. Cominci ad essere conosciuto; gli uomini del nemico ti ronzano troppo da vicino; diventi un pericolo per chi ti conosce; devi scomparire, passare in un’altra zona; ricominciare il lavoro dove sei scono¬sciuto.
Così, dopo il colpo alla EIAR, avevo dovuto ab¬bandonare Torino. Dopo la delazione di Aldo, dovevo abbandonare Milano.

Il messaggero del comando me lo comunica nell’u¬nico posto sicuro di Milano, il caffè della Muti, dove nessuno avrebbe mai pensato di cercarmi; mi costringe a bere con calma il bicchiere di vino che ha ordinato, mi accompagna alla porta; mi fa scivolare il nuovo in¬dirizzo in tasca e se ne va lasciandomi solo.
Parto per Gallarate dopo lo scambio delle consegne con Campegi, che mi avrebbe sostituito nel comando dei GAP.
La mia nuova attività mi conduce ad organizzare la Resistenza in Valle Olona; soprattutto a Rho, Lainate, Pantanedo, Nerviano, Pero, Garbagnate, senza escludere Milano.
“Così, nei ritagli di tempo, avrai qualcosa da fare in città,” dicono scherzando. Che strano concetto dell’umorismo abbiamo in questi tempi. Alla stazione di Gallarate la solita folla che parte, che arriva, che atten¬de m’infonde fiducia. Sembra una difesa questa folla, una protezione. Puntuale, trovo Gianni, incaricato di condurmi dal commissario della zona militare parti¬giana di Valle Olona.
“Come va da queste parti?” “C’è molto da fare; ci vorrà un po’ di tempo.” È laconico. Aspetto invano una delle sue solite battute allegre. Forse la situazione è difficile.
Marco38 mi aspetta all’osteria: un ambiente cordiale, pulito, affollato di metallurgici, di ferrovieri, di brac¬cianti. Il volto di una spia, in quell’osteria, si noterebbe subito, come un’uniforme. È un posto eccellente per un incontro, ma non per discutere a lungo i nostri piani. Ci trasferiamo in un luogo più tranquillo. Il nostro pro¬blema non è semplice.
Dobbiamo costituire una brigata in grado di distur¬bare seriamente i nazifascisti della periferia milanese, nella zona a cavallo dell’Olona e lungo le due autostra¬de che uniscono Milano e Varese a Como, una vasta “hinterland” industriale, intersecata da linee ferroviarie e da una rete di importanza vitale per lo schieramento tedesco in Piemonte e in Lombardia e per le operazioni antipartigiane.
Campagna piatta, rogge, fossati, una miriade di ca¬solari, di cascine, di frazioni, di paesi e di borgate dis¬seminate lungo le strade che avremmo dovuto rendere insicure al traffico del nemico. La nostra formazione dovrà essere agilissima, in grado di colpire e di met¬tersi al sicuro fulmineamente; l’organizzazione ramifi¬cata, capillare, per colpire il nemico in mille punti, per contrastarne la capacità repressiva e di rappresaglia. Discutiamo animatamente sino a mezzanotte. La stanza dove siamo riuniti è immersa in una nube di fumo che rende irrespirabile l’atmosfera. Quando sciogliamo il convegno, mi addormento profondamente, dopo tante notti inquiete, nel mio temporaneo rifugio. All’alba mi svegliano. Il lavoro comincia subito.
Zoni, Belia, Anelli, Sandro, Grassi, Bosetti, sono ra¬gazzi veramente in gamba, addestrati all’uso delle ar¬mi, pistole, mitra, moschetti, ma non in quello degli esplosivi. Soltanto Grassi sa impiegarli. Abbiamo bom¬be ad alto potenziale, una buona scorta, ma le bottiglie Motolov bisogna che le confezioniamo da noi sul posto. Divento istruttore. Riunisco in un cascinale i sei partigiani: Zoni è preoccupatissimo della nostra follia di fabbricare bombe come cucinare frittate; Sandro, calmo, ascolta senza pronunciarsi; Anelli e Belia se¬guono le istruzioni con manifesto stupore sul volto di adolescenti; Bosetti, già rotto ai pericoli della lotta in città, ha l’aria compiacente e saputa di chi conosce tutto.
Sono venuto all’appuntamento con tre bottiglie piene di benzina. Zoni ha con sé involti e bottigliette con ingredienti varii. Parlo dell’impiego delle bottiglie Mo¬lotov: dall’incendio di un deposito alla distruzione di una automobile e dei suoi occupanti; racconto della sua formidabile potenza contro i carri armati. Quando la bottiglia colpisce la torretta del carro il liquido in¬fuocato cola tra le fenditure, scende all’interno nell’abi¬tacolo degli inservienti. Non si può immaginare cosa ac-cada agli uomini all’interno di un carro armato colpito nel tentativo di uscirne, gli abiti in fiamme! Né, usciti che siano, quale sorte li attenda, facile bersaglio dei mitra. Se il carro è molto vicino è possibile lanciarvi all’interno, attraverso il portello alzato, una granata a mano.
Spio i volti dei sei ragazzi: la loro espressione è quella di fanciulli ai quali si racconta una storia incredibile.
“Dammi quella bottiglia di benzina,” dico a Belia. L’afferro e ne verso via mezzo bicchiere: ora dentro la bottiglia c’è un poco di spazio che riempio completamente di acido solforico, liquido pesantissimo che si deposita sul fondo. Con un tappo chiudo poi la bot¬tiglia e con uno spago lego il tappo come se fosse uno spumante. Mentre lavoro spio le espressioni dei miei compagni: Bosetti ha sempre l’aria di chi la sa lunga, Anelli e Belia stanno dietro gli altri quasi temessero uno scoppio; Zoni e Sandro sono abbastanza tranquilli. Mi faccio dare da Zoni il pacchetto di clorato di potassa (sono 75 grammi), poi quello dello zolfo (15 grammi), infine quello dello zucchero in polvere (10 grammi). Metto le tre polveri sopra un pezzo di carta, con un ba¬stoncino miscelo il tutto, adagio, e lascio la miscela da una parte; stendo su un’asse un pezzo di carta da pac¬chi. Zoni mi porge la bottiglia della gomma arabica. Stendo la colla con il pennello in abbondanza fino a coprire tutta la carta: spargo la miscela di zolfo, clo¬rato di potassa e zucchero sopra la carta incollata: ne afferro i lembi e, come se setacciassi, distribuisco la miscela in modo uniforme. “Adesso,” esclamo, “dobbiamo aspettare che la colla si asciughi.” Trascorriamo un quarto d’ora parlando del lavoro che ci aspetta. Quando la carta è asciutta e la miscela risulta bene aderita, avvolgo la bottiglia distesa sulla carta dalla parte dove si trova la polvere; con uno spago lego la bottiglia incartata, tutt’attorno.
Usciamo per la prova. I ragazzi mi seguono. Scen¬diamo in un profondo fossato, dal letto asciutto. Dico loro di cercare dei sassi e di farne un mucchietto. Li faccio allontanare: i ragazzi si riparano dietro gli al¬beri. Lancio la bottiglia da pochi passi contro i sassi; dai cocci si sprigiona una fiammata. Il fuoco dura pochi minuti, violento, quasi rabbioso, coperto da un fumo denso. Torniamo alla capanna. I ragazzi sono emo¬zionati e mi chiedono l’origine dell’incendio. Spiego: l’acido solforico, più pesante della benzina, quando fuoriesce dalla bottiglia infranta, lambisce la carta preparata con la polvere e la reazione chimica che ne consegue fa sprizzare la prima fiammella, e la benzina s’in¬cendia.
Qualcosa si è messo in moto. I fascisti e i tedeschi hanno intensificato i servizi di guardia e le sentinelle, raddoppiano la vigilanza. “Attenzione ai partigiani,” è la parola d’ordine del nemico, nella zona in cui avverte il pericolo invisibile. Tuttavia il comando parti¬giano ritiene la situazione non del tutto soddisfacente. Le riunioni indette per determinare gli obiettivi locali della lotta partigiana hanno incoraggiato molti giovani ad affluire nelle nostre formazioni, ma i risultati non corrispondono alle previsioni. Ho anch’io l’impressione che gli ostacoli non derivino da immaturità, impre¬parazione e imperizia, ma da opposte influenze alle no¬stre direttive.

*

L’ipotesi è fondata e spiega le diversioni, le reti¬cenze e le obiezioni sollevate alle proposte di azioni immediate. Ne ho conferma dopo la visita al Conte dal quale mi reco per ottenere le armi che, si dice, detenga.
La ricerca del Conte non è agevole. Tutti lo cono¬scono; tutti ne parlano, ma è impossibile avvicinarlo. Sembra d’inseguire un fantasma evanescente. Alla fine mi viene riferito che il Conte mi incontrerà nel luogo e nell’ora che mi saranno tempestivamente comunicati.
Si giunge ai primi di ottobre. Più che autunno sem¬bra inverno. Il paese è cupo, triste di pioggia. Percorro interminabili itinerari in bicicletta su stradicciole e sen¬tieri di campagna, prima di raggiungere una delle mie basi, ad evitare ogni possibile sorpresa e vi rimango sino a poche ore dall’appuntamento.
Devo recarmi in una casa di via Circonvallazione a Nerviano. Non molto pratico della zona mi muovo con un certo anticipo per rintracciare la via. Attendo con calma l’ora dell’incontro, non senza riflettere alla sin¬golare procedura. Dell’appuntamento “segreto” sono a conoscenza almeno quattro o cinque persone che sono servite da tramite. Anche il più ingenuo dei patrioti avrebbe materia di diffidenza, ma ormai sono in ballo e non mi resta che la rivoltella per proteggermi.
Mi avvicino al portone della casa dove risiedono le sorelle Crespi: una vecchia casa gentilizia, trascurata all’esterno. Suono, il campanello tintinna a lungo. Mi viene aperto con prontezza. Entro nell’atrio conforte¬vole, illuminato da una fievole luce che mi accompagna fino a quando rimane aperta la porta d’ingresso; poi tutto viene avvolto da una fitta penombra. Le tende sono abbassate, le imposte socchiuse, le pesanti cortine respingono il mondo esterno: in quella casa, in quel momento, regna l’atmosfera delle canoniche. Le padro¬ne di casa si muovono come ombre, mormorano un “attenda un momento, per cortesia,” come sacerdotesse in un rito.
Sono le sorelle Crespi, due signore estremamente cortesi e distinte che conferiscono una prospettiva nuo¬va alla mia esperienza clandestina ma che mi suggeri¬scono con raccapriccio l’immagine di quanto accadreb¬be se, dopo tante paradossali precauzioni, i fascisti ir¬rompessero spalancando le imposte semichiuse.
Non vedo entrare il Conte, me lo trovo davanti all’improvviso. L’uomo, pallido e magro, porta un lungo mantello che gli giunge quasi ai piedi. Un impeto di rabbia mi coglie; mentre io cerco di procurarmi nel modo più rapido le armi per la brigata garibaldina d’assalto, devo perdere settimane per incontrare in quella casa, al buio, un uomo dal lungo tabarro di carbo¬naro ottocentesco. Sono sulle spine ma devo accettare il suo invito a sedermi; ho fretta di concludere la trat-tativa, ma devo subire un interrogatorio. Perdo tuttavia la calma quando mi sento chiedere: “Lei è un ufficiale? Che grado ha?”
Mi alzo di scatto, rosso dall’ira. Ci mancava solo che mi chiedesse se avevo l’attendente e se ero contento della sistemazione. Dunque, tutto quello che è accaduto in Italia e nel mondo, lo sfacelo dell’8 set¬tembre, la riscossa partigiana, non hanno minimamente scalfito in quell’uomo la concezione dell’esistenza secon¬do gerarchie fisse ed immutabili. Non eravamo fatti per intenderci. Chiedo le armi per i miei partigiani e ricevo soltanto una risposta evasiva. Il Conte diffida di me ed io di lui. Ma non guadagnerei nulla a interrompere il colloquio. Propongo un successivo incontro per concor¬dare un’azione comune, per arrivare indirettamente al piccolo arsenale che il Conte custodisce chissà dove.

Sulla strada da Pero a Nerviano c’è una casa tran¬quilla. La strada, affollata di operai o percorsa per lun¬ghe ore da automezzi militari armati di mitraglie e di cannoncini aerei, è deserta. Il silenzio è interrotto da qualche sparo in lontananza, una fucilata o una raffica e dal consueto sferragliare sui binari — regolare come il sorgere del sole e il cadere della notte — del trenino per Milano. Durante l’allarme aereo, il trenino si fer¬ma, i passeggeri guadagnano í cespugli in aperta campa¬gna o s’appiattiscono nei fossati, se ce ne sono. Quando la sosta forzata avviene in prossimità d’un paese, chi s’avvia a piedi alla propria casa, chi s’affaccenda a procurarsi panini e qualche bottiglia di vino per ingannare l’attesa. Ai ritardi del trenino si fa l’abitudine. A metà tragitto c’è una fermata davanti a una cabina elettrica, uno dei pochi impianti rimasti indenni: l’energia elet¬trica ad alta tensione ne fa vibrare giorno e notte i muri, musica incomprensibile d’un organo gigantesco. Il rumore magico dell’elettricità dà una sensazione di effi¬cienza che sembra superiore alle vicende della guerra.
Il custode, addetto alla manutenzione della cabina, assolve anche la funzione di capostazione. Abita accan¬to alla cabina elettrica di fronte alla fermata dalla quale lo separa un ponticello sulla roggia Bozzente. La vita è grama per tutti, anche per la famiglia Jana coi suoi tre bambini e, come uniche risorse, il modesto salario del marito e i frutti del povero orticello. Un piccolo aiuto alla famiglia Jana è però sopraggiunto, inaspet¬tatamente, quando un uomo giovane, dal volto marcato e l’espressione tesa, ha chiesto alloggio. Gli Jana lo hanno aiutato e ospitato in una delle loro stanze. Il giovane, certo Nicola,39 si è presentato come rappre¬sentante di calze da donna. Gli occorreva un letto per dormire, ma il suo lavoro non gli avrebbe consentito di venire tutte le sere.
“Sono tempi difficili,” aveva detto il rappresentante di calze, “e non bisogna perdere la clientela se si vuol guadagnare qualcosa.”
L’ospite rimane assente per giorni e giorni ma quan¬do giunge sembra davvero stanco.
Dorme a lungo e si riposa al tavolino, scrivendo note sui quaderni. È evidentemente un uomo metico¬loso che tiene in ordine i suoi registri.
La zona non è più tranquilla come un tempo. La notte è percorsa da strani bagliori e le pattuglie tede¬sche e fasciste sopraggiungono all’improvviso su veicoli d’ogni genere e si sparpagliano lungo i sentieri di campagna per lunghe ore.
Che i ribelli sono nella zona ormai si sa. Sembrano vicini e lontani a un tempo. C’è chi tenta di capire se le ombre che passano silenziose la sera, siano quelle dei fantomatici partigiani oppure di gente che va all’osteria.
Una notte il paese viene svegliato di soprassalto da un fragore improvviso: rumore di vetri infranti, scoppi e bagliori, un lungo silenzio, raffiche di fucili mitragliatori, razzi verdi e rossi che punteggiano la campagna e furibondo latrare di cani. Il signor Jana immagina quello che deve essere accaduto. Un attentato ad un camion o un sabotaggio alla linea ferroviaria e si gode lo spettacolo tranquillamente da una fessura della fi¬nestra di casa. Il signor Nicola invece deve dormire saporitamente poiché gli scoppi non l’hanno svegliato. Il mattino dopo il capostazione è così allegro che la moglie lo consiglia di controllarsi, soprattutto con il forestiero.
Alle dieci del mattino questi non mostra ancora alcuna intenzione di aprire le imposte. “Vita dura anche la sua,” concludono gli Jana. Più tardi le imposte si aprono e il rappresentante, metodico e preciso come sempre, rimane al tavolino a mettere in ordine i conti. La notizia degli scoppi nella notte gliela dà la donna. Il rappresentante ascolta incuriosito le informazioni, ma sembra che la cosa non lo interessi gran che, preso com’è dai suoi affari.
“Beato lui,” conclude la donna. Fa un’unica domanda. Chiede se è possibile andare a Milano in treno. Da quello che si sa, i binari sono stati fatti saltare vicino al cimitero di Mazzo e i treni non possono tran¬sitare. Il rappresentante deve rassegnarsi a inforcare la bicicletta per recarsi in città.
Nel pomeriggio le ripercussioni dell’attentato notturno si manifestano in tutta la loro gravità. Camion carichi di tedeschi, autoblinde, militi repubblichini, sfilano continuamente nella zona e si accampano in alcune ville requisite. Pattuglioni, con passo pesante e tintinnio cupo di armi, percorrono il paese. Tedeschi e fascisti circondano gruppi di giovanotti che, sorpresi al lavoro nei campi, sono stati portati via; alcuni cal¬zano ancora gli zoccoli, altri sono scalzi, uno porta con sé, forse per inconscio ottimismo, un rastrello con qualche filo d’erba impigliata tra i rebbi; Repubblichini e tedeschi entrano nelle case, guardano ogni angolo, aprono armadi e scrutano sotto i letti senza troppa convinzione, entrano anche nella casetta bassa e dipinta di rosa dove abita il custode della cabina elettrica, ti¬tolare della fermata tranviaria. Non trovano nulla di sospetto. Un fascista piccolo e magro con un paio di occhi sospettosi dà un’occhiata sotto il ponticello dove scorrono acque maleodoranti.
“Quando puzza sta per cambiare il tempo,” dice una donna quasi a scusare la roggia per i suoi periodici miasmi.

L’unico a trovare qualcosa è uno dei bambini degli Jana. Ha imparato da poco a leggere e va eser¬citandosi in tutte le occasioni. Così, quando trova un foglietto mezzo strappato nella camera del rappresen¬tante di calze, si dà con impegno a decifrare le note. Ricorre alla collaborazione di un amico della sua età, ma il risultato è ancora negativo. Allora chiede aiuto al padre. Il signor Jana inforca gli occhiali, legge, im¬pallidisce.
“Niente,” dice, “sciocchezze,” e, dopo aver ri¬flettuto, getta la carta nella stufa assicurandosi che bru¬ci completamente. Ma il rappresentante lo saprà solo molti anni dopo.
Scompare così un foglio di diario dei distaccamenti di Nerviano, Lainate, Garbagnate ecc. in cui erano annotate le azioni compiute dal 25 settembre al 15 ottobre: due sabotaggi alla ferrovia e tre all’autostrada Mi¬lano-Varese, distruzione di due piloni ad alta tensione, uccisione della spia Fusoni, assalto all’autoparco di Rho; tre attentati a spie e funzionari repubblichini e via dicendo.

C’è parecchio movimento a Rho, sebbene in questo periodo la vita sembri svolgersi al rallentatore. I com¬mercianti vendono poco, la gente spende cautamente e compra solo il necessario. Anche i cinema sono deserti. Tutti preferiscono rincasare presto la sera. Tutto sem¬bra andare a rilento; persino il prevosto di una parroc¬chia locale lamenta lo scarso numero di matrimoni e di battesimi.
In una delle osterie vicino alla piazza del Duomo, si ritrovano spesso molti giovani, ragazzi che lavorano a Milano, studenti: giocano qualche partita a carte e bevono aranciate anche d’inverno.
“Affari magri,” brontola il padrone dell’osteria. Tuttavia quei ragazzi, in qualche modo gli tengono compagnia; gli ricordano i figli, tutti e due prigionieri chissà dove; ama la risata, le grida che accompagnano le partite. Al crepuscolo, il locale male illuminato e reso ancora più tetro dalle disposizioni sull’oscuramento, diventa silenzioso, le stecche del biliardo vengono abbandonate sul tavolo fra le bottigliette vuote dell’aran¬ciata. Il padrone prima di mettere in ordine le sedie sparpagliate, segna le consumazioni degli avventori che non hanno saldato il conto. Una sera d’ottobre la porta si spalanca all’improvviso; uno dei ragazzi che frequen¬tano il locale si avvicina quasi di corsa al banco e chiede un bicchierino di liquore. E agitato. Qualcuno lo sa¬luta. Non risponde. La porta si apre nuovamente e fanno il loro ingresso cinque repubblichini.40 Il bicchie¬rino che tiene in mano il ragazzo si rovescia sul banco. Li segue rassegnato. Il locale si sfolla più rapidamente del solito. Per le strade circolano camionette dalle quali sporgono canne di fucili mitragliatori. “C’è molto movimento di neri” dicono i passanti affrettando il passo. Il movimento finisce poco dopo mezzanotte.
La segretaria del fascio è seduta al tavolo; il capomanipolo Remo passeggia nervosamente. “Eccoli qui i nostri bravi. Adesso, vero? faremo un po’ di conti fra di noi. Dovrete avere pazienza perché ci sono molte cose da discutere.” Un ceffo in piedi vicino alla porta del comando accenna una risata, ma lo sguardo del capo lo gela. L’interrogatorio procede con ordine. Il capomanipolo è del posto e più o meno sa come comportarsi.
I ragazzi sono in piedi, appoggiati ad una parete. Da un’ora. Quello che hanno arrestato nel bar era riu¬scito a fuggire, per poco, dalla casa dell’amico dove i repubblichini hanno compiuto il primo arresto. Qual¬cuno deve aver segnalato la sua fuga. “E poi le vostre mamme strillano con noi quando vi pizzichiamo,” riprende il capomanipolo, “già, siamo noi i cattivi, i fe¬roci. Voi invece, siete innocenti, naturalmente… Na¬turalmente non sapete nulla di quanto sta accadendo.”
Si avvicina ai ragazzi. Il primo è un biondino len¬tigginoso, con gli occhiali, un timido si sarebbe detto. “Tuo papà che mestiere fa?” Lo sguardo è quasi paterno. “Il tuo papà che cosa fa?” come fra amici. Il ragazzo esita un attimo: “È conduttore, macchinista delle ferrovie.” “E ti fa studiare?” “Si, faccio l’avviamento industriale e vorrei diventare perito elettrotec¬nico.”
Il capomanipolo ha l’impressione che il discorso sia avviato sul tono giusto. “E tu sei dei nostri, voglio dire, sei di Rho? ” È, quello accanto al biondino, un ragazzo sui vent’anni, piuttosto bruno. A prima vista si direbbe meridionale. “Si, sono di qui, come i miei.” “Dove stai di casa?” È una domanda quasi premurosa, di chi si informa se uno abita lontano dalla caserma e debba percorrere troppa strada per arrivarci. “Abito sulla stra¬da per Legnano…” “In quelle casette nuove sulla de¬stra? Ma sono comode? Dicono che sono un po’ umi¬de…” Il ragazzo lo sorprende con una risposta fredda. “No, sono comode.” Forse questo è il più duro della combriccola. Prova con gli altri tre le stesse domande. All’ultimo a destra, riesce a chiedere se gli piace il calcio e per quale squadra fa il tifo. “Quella di Rho, naturalmente”; risponde il giovane. Ha un volto pal¬lido, è un tipo emotivo, ma c’è qualcosa in lui che il capomanipolo crede di aver riconosciuto altre volte, in uomini più anziani.
“Bene, adesso dovremo fare una chiacchieratina con¬fidenziale, uno alla volta. Tu resta qui,” dice al primo, al ragazzo con gli occhiali, “e voi aspettateci.” Deve interrogarli separatamente, individuare tra loro l’anello più debole. Quattro escono e il ragazzo con gli occhiali viene fatto sedere davanti al tavolo dove il capomani¬polo s’è seduto. Dietro al ragazzo si sono accostati due militi. La porta si richiude.

*

“Ne hanno arrestati cinque.” La notizia mi giunge nella base della cascina Ghiringhella. La porta una no¬stra staffetta, trafelata. Mi dice i nomi di battaglia. Il più vecchio ha vent’anni. Li interrogheranno senza dar loro respiro. Sono le loro prime prede dopo decine e decine di azioni che hanno compiuto. “Credi che par-leranno?” Che cosa posso rispondere a una domanda del genere? Sono coraggiosi, combattivi.
Molto dipende da quello che il nemico è riuscito a sapere. Come è riuscito a raggiungerli di sorpresa? “Il fatto che i ragazzi non parleranno,” dico, “non deve farci trascurare le precauzioni. Credete che se io fossi catturato, parlerei e darei i vostri nomi al nemico?” Siamo una decina in quella stanzetta della cascina. Mi risponde un no corale. “Ebbene, io vi dico sin d’ora che se dovessi venir catturato, voi dovreste ugualmente lasciare le vostre case e mettervi al sicuro. E così do¬vete fare anche ora.”
Da Rho i cinque ragazzi arrestati, vengono trasfe¬riti nella caserma Resega di Legnano. Il capomanipolo ha fallito gli interrogatori separati. “Dov’è Visone? Chi sono i complici?” La risposta è invariabilmente: “Non so niente.” Anche la tecnica del “saltafosso” è fallita. “Il tuo amico ha parlato e lo abbiamo messo in libertà: tu cosa vuoi fare?” La segretaria del fascio è furibonda. Quegli sbarbatelli sanno tutto (la delazione ricevuta è stata precisa, il materiale compromettente) ma negano ostinatamente. Il comando di Legnano tempesta di te¬lefonate quello di Rho. Il comando tedesco pretende dai repubblichini un risultato rapido e una punizione esemplare. Quei ragazzi “sanno,” se parlano almeno altri venti partigiani finiranno in mano al nemico. Ma non parlano.
Vengono inviati a Legnano insieme; “sanno” che ormai li attende qualcosa di terribile. Rinchiusi in cella si guardano negli occhi. “Ti hanno picchiato?” “Qualche schiaffo e un paio di pugni.” “Il peggio verrà adesso.”
Noi, fuori, facciamo piani per liberarli, ma non siamo in grado di attaccare la caserma Resega con suc¬cesso e a Rho non siamo giunti in tempo. Abbiamo un informatore. I ragazzi non parlano, ma le torture sono atroci. Quei cinque hanno partecipato alle nostre azio¬ni, portandosi la merenda da casa, temendo di ritor-nare tardi e di suscitare i rimproveri materni. Ora, ogni notte, ustionano loro i piedi, li stendono su cassette militari, ritta la testa, ritte le gambe, il tronco appog-giato alle sporgenze metalliche. Li costringono a bere litri di acqua gelata o fetida. È una settimana atroce. Poi una sera vengono di nuovo riuniti nella stessa cella. “Riposatevi per qualche ora,” dicono le belve. Si preparano a finirli. È il ragazzo che era stato interrogato per ultimo, il tifoso del Rho, ad avvertire gli altri. “Ragazzi, qui ci fanno fuori.” Quello che avrebbe do¬vuto diventare perito elettrotecnico ha un’idea. “Lasciamo detto qualcosa ai nostri genitori.” Con una scheggia di granito, poco piú di un sassolino, scalfiscono un saluto sulla parete.
“Caro Bruno,” scrive l’ultimo, “tuo fratello ti lascia ma non ha paura. Vado a raggiungere la mamma.” Poi si siedono sulle brande della cella.

Tre camion si muovono nel cortile della caserma, imboccano l’uscita. Il rumore pesante dei veicoli echeg¬gia nelle strette vie della cittadina. È notte. Piove di¬rottamente. Gli automezzi percorrono velocemente la strada asfaltata e si arrestano soltanto sulla riva del Naviglio.
I cinque ragazzi sono ammanettati sul camion di mezzo; li fanno scendere. Uno, a piedi nudi, tenta di camminare, cade in ginocchio, gli altri vengono sollevati quasi di peso, gementi per le ustioni ai piedi, tra¬scinati e sospinti. Davanti a loro c’è il plotone schie¬rato con le armi puntate. La pioggia scrosciando rab¬biosamente li fa rabbrividire, i fari puntati addosso li stordiscono. “Siamo a Turbigo,” dice uno di loro. “Plo¬tone, punt’arm.” Il vento e l’acqua scompigliano i ca¬pelli dei cinque ragazzi. Remo, comandante del plo¬tone d’esecuzione non nasconde il suo nervosismo e invita a far presto. Forse qualcuno li avrebbe visti, o forse il fiume li avrebbe trascinati lontano e nessuno avrebbe più saputo nulla di loro. Avevano pensato a tutto, i fascisti.
La scarica li coglie in pieno. Cinque piccole mac¬chie scure rotolano nel fossato. I carnefici prendono le salme e le gettano nelle acque. La corrente li spinge subito lontano, li separa, li sommerge, li inghiottisce. Mentre il plotone fascista risale sugli automezzi già in moto, uno dei cinque, il tifoso di calcio, sente uno schiaffo gelido e apre gli occhi. Riesce a emergere con il capo. Sente d’essere ferito ma gli resta ancora un po’ di forza. Cerca di dibattersi, di liberare le mani dai legacci. La fortuna lo assiste. Mentre scuote le gambe e le spalle tentando disperatamente di mantenersi a galla, il suo corpo si impiglia in un arbusto sporgente. La corrente lo fa roteare e si sente spingere contro qualcosa di solido, la sponda. I piedi toccano il fondo. Resistendo alla pressione della corrente dirige colle ul¬time forze i piedi verso la riva. Emerge dall’acqua sen¬za poter stare ritto. Scivola sulla terra. Ce l’ha fatta. E fuori dall’acqua fino al ginocchio quando sviene. La corrente gli sbatte le gambe. Quando torna in sé deve aver perso molto sangue. Riesce a slegarsi; a trarre dall’acqua le gambe rigide. Si guarda intorno: dietro c’è il fosso dove hanno fucilato lui e gli altri; scorge il fumo di un camino. Forse è una cascina. L’unica sua speranza di salvezza sta là. Si trascina verso la grande cascina. Quando rinviene per la seconda volta, volti ignoti sono chini su di lui. I contadini che l’hanno ospi¬tato e curato.41

Nella notte l’umidità è intensa, l’erba fradicia come se la pioggia fosse caduta a catinelle, ma il cielo è lu¬minoso e le stelle sembrano non aver mai irradiato tanta luce come ora sulla piccola colonna in fila indiana. Le cose sono andate bene; meglio del previsto. Gli scoppi delle cariche posate sui binari si susseguono come un bombardamento aereo. Più di qualche vetro deve essere andato in frantumi e molti sonni devono esser stati interrotti.
Se il rappresentante di calze si azzardasse ad aprire, sia pure con cautela la porticina dell’abitazione, tutti lo noterebbero. Sarebbe come dire: “Egregi signori, sono un partigiano, non dovete stupirvi se arrivo un po’ tardi stanotte. D’altra parte voi stessi avete sentito e visto che abbiamo organizzato un eccellente spettacolo pirotecnico.”
Nicola trae di tasca la chiave che ha conservato a lungo in un taschino, con la massima cura. “Una volta o l’altra mi servirà” s’era detto fra sé. Gli capitava sempre più spesso di parlare da solo e restare da solo per lungo tempo. La chiave è quella della cabina elet¬trica. Ha fatto fare la copia di almeno altre tre chiavi prima di rintracciare quella che cercava, e aveva do¬vuto provarla con circospezione, per esserne certo.
Lontano dalle pattuglie tedesche che perlustrano con l’ausilio dei cani e di grandi lampade la campagna, c’è solo questa isola di pace. Gli altri ragazzi devono essere già al sicuro nei casolari o nel rifugio sotterraneo. Ora tocca al rappresentante di calze Nicola mettersi in salvo senza scoprirsi di fronte ai suoi ospiti.
Apre la porta e la richiude con sollievo dietro di sé. L’esile barriera di metallo lo rende invisibile, mentre all’interno una lampada fioca gli evita di farsi ar¬rostire dai fili dell’alta tensione. Comunque le cose sono state fatte con ordine e con criterio: i trasformatori più potenti sono stati rinserrati in celle chiuse. Sembra già una prigione, ma in quel momento lui ne vede solo i lati positivi: una cella per ogni trasformatore, una cella anche per gli attrezzi. Nicola ne apre la porta, distende a terra gli stracci che può trovare e, avvoltolando un ultimo cencio attorno ad una scopa, ne ricava un cuscino. Si rannicchia su un fianco, per tentare di dormire.
Il pavimento è freddo e cosparso di olio. Olio o macchie di olio sulle pareti, nelle celle, nei barili, nei trasformatori. C’è, se ne rende conto, un rumore infernale: la tensione della corrente fa vibrare al mas¬simo i fili di rame. È un concerto di migliaia e migliaia di volt, senza mai una pausa, come il rumore dell’eternità, ossessionante e perfetto. Beninteso se l’eter¬nità avesse un suono. Di colpo la monotonia è interrotta dal fragore improvviso di una colonna di camion, o forse di carri armati, sulla strada e in lontananza raffiche di mitragliera. Simonini pensa ai suoi ragazzi, ormai al sicuro; stringe il bavero della giacca attorno al collo. Anche lui è al sicuro. Chi lo cercherebbe mai in un trasformatore? Il sonno lo coglie subito.
Il mattino si sveglia con un forte mal di testa. Sono le sette, ma non può starsene nascosto in quell’angolo, per non essere scoperto dai padroni di casa.
La porta degli Jana è già aperta. La signora sta già facendo pulizie in casa. Nicola non ha difficoltà ad escogitare un pretesto per il suo rientro mattutino: “Dovrei fare il mio giro oggi, ma non mi sento bene. È meglio che mi metta a letto.”
“Non faccia complimenti, lei è di casa ormai.” Il rappresentante di calze si dirige verso la sua stanza e non si stupisce del fatto che il signor Jana, incon-trandolo, nonostante sia uomo riservato e timido, gli stringa la mano. Il mal di testa deve essere tanto evidente da indurre alla compassione.
“Meno male che non sospetta di nulla.” Va a distendersi finalmente su un letto vero, prendendo sonno ancora una volta. È stata una notte faticosa.

38Feletti Bruno (Marco) ispettore del Comando regionale delle Brigate Garibaldi.
39 Nicola Salvatore era il nome che aveva comunicato alla famiglia.
40 I partigiani arrestati e fucilati a Turbigo il 13 ottobre 1944 sono: Pasquale Perfetti, Luigi Zucca, Alvaro Negri, Alfonso Comminello. Solo Cesare Belloni si salvò.
41 Gli sgherri che spararono sono: Remo Sandoni, detto Giasat, Rinaldi, Antonio, Guerino Roco Battista padre e figlio Titti Car¬minati, Ferrario Enrico detto Manuel, Giovanni Romuno, Vittorio Montorsi Crocci, Savona.

Capitolo tredicesimo
Reazioni a catena

Un rappresentante, per quanto operi nei paesi, deve pur mantenere un certo decoro nell’abbigliamento: uni¬ca concessione ai tempi, il basco blu. Nicola percorre la Valle Olona spostandosi da una zona all’altra in bi¬cicletta: da Legnano a Pero, a Nerviano o, a piedi, fra i casolari della Garbatola. Il rappresentante ha più di un recapito. Di solito, anche se attraversa le campagne fangose nei pressi della cascina Ghiringhella, si è certi di ritrovarlo sulla strada asfaltata inappuntabile, come se uscisse appena allora da un bar; ma questa volta è sorpreso all’uscita di un capanno adibito normalmen¬te a deposito di attrezzi. Vi ha appena depositato i suoi abiti migliori, scambiandoli con quattro stracci, un cappello stinto e moscio, giacca e calzoni pieni di toppe, sporchi di terriccio. Sembra un contadino uso alla zappa e ai rastrelli. Tre uomini in uniforme si profilano all’imbocco del sentiero che dalla cascina Ghiringhella42 conduce alla provinciale, mentre il contadino esamina la lama di una falce, sebbene la stagione sia prematura per il taglio del foraggio. I tre uomini col mitra si affrettano verso l’uomo occupato a pulire i propri attrezzi di lavoro. Il contadino accende una si-garetta. Continuando ad avanzare i fascisti gridano: “Mani in alto.” Gli chiedono i documenti e se sia il proprietario della cascina. “Hai visto passare della gen¬te da questa parte? Risulta che un certo Visone si na¬sconda in questa cascina.”
Il contadino a sua volta si informa se intendono il passaggio sulla strada provinciale o sul sentiero davanti al capanno e conclude: “Sono qui da quando si è fatto giorno ma non si è visto nessuno.”
“Sai dov’è la Ghiringhella? Andiamo anche noi all’appuntamento dei partigiani. Siamo in molti a cer¬carli ma se qualcuno ci indica il posto li raggiungeremo per primi.”
Si guarda a lungo la punta degli zoccoli. “Ma non c’è mica pericolo per me?” chiede.
“Macché, non preoccuparti, basterà che ci indichi la strada.” Non c’è da scegliere. Non può deporre gli zoccoli e ritirare le pistole che tiene nella busta di cuoio nel capanno. Potrebbe accompagnarli per un tratto e poi tentare la fuga.
“Andiamo da questa parte,” dice. E comincia a camminare verso un gruppo di casolari in lontananza. Cammina avanti, seguito a qualche metro dai tre militi che si guardano ansiosamente in giro, i mitra in posizione di sparo. “Hanno paura,” pensa, “possono perdere la calma e sparare ancor più facilmente.” Cam-mina e riflette.
Non ci sono nascondigli accessibili nelle vicinanze. E chi avvertirà gli altri partigiani che l’appuntamento si è trasformato in una trappola? Condurrà i tre re-pubblichini sul luogo dell’appuntamento cercando di avvertire i partigiani. Può andar bene, come è acca¬duto altre volte, oppure no. Sarebbe terribilmente stu¬pido finire in quel modo, quasi per distrazione, per non aver scoperto in tempo i tre repubblichini. Avrebbe potuto evitarli, o sorprenderli a sua volta. Ma, ormai, è andata così.
Come avvertirà i compagni? I suoi partigiani sono in gamba. Sono dei gappisti tra i più addestrati e pre¬cisi alla mira. Basterebbe qualche secondo, anzi un solo secondo, perché si rendano conto della situazione e reagiscano. Ma bisogna almeno assicurare un altro secondo perché possano riaversi della sorpresa. Nonostante tutto si sente ottimista. Cammina senza fretta ma anche senza esitazioni.
È ormai trascorsa quasi mezz’ora dall’inizio di quella singolare passeggiata a quattro. I tre repubblichini, adesso, si mostrano impazienti. “E allora, ci manca mol¬to?” “Siamo quasi arrivati.” Ghiringhella è dietro la casa dalla quale distano meno di mezzo chilometro. Ma bisogna che i repubblichini non la notino per primi. Per fortuna è impossibile scorgere Ghiringhella, un mucchio di vecchie case. Si sentono vicinissimi dei passi. Da un angolo della casa spuntano due o tre bambini che si inseguono ridendo. Fanno il giro dell’edificio e spariscono di nuovo, ma le loro voci si sentono ancora. Se i bambini continuano a giocare sono anche loro in pe¬ricolo. A un centinaio di metri una donna si affaccia alla finestra per ritirare un lenzuolo teso ad asciugare e scorge il gruppo; istintivamente si tappa la bocca, chiude la finestra, scende precipitosamente a pianter¬reno. I bambini non si odono più. Il contadino si volta sorridendo. “Altri cinquecento metri, dieci minuti di strada e ci siamo.” Superano la casa. Il luogo è appena visibile dietro un gruppo di alberi. I repubbli¬chini si preparano a percorrere altri cinquecento metri sempre in fila indiana. “Speriamo che i ragazzi siano di guardia” pensa Nicola. Cammina in testa. A pochi metri dalla cappellina, li vede. Non si sono accorti di nulla. Nicola dà una rapida occhiata intorno. La casa è alle spalle, davanti c’è un fossato appena sbozzato. Qualcosa si muove dietro un cespuglio. I partigiani non possono rendersi conto di quello che sta accadendo: Nicola ha coperto la visuale ai repubblichini, ma nasconde ai partigiani il pericolo incombente. Perde uno degli zoccoli. Si china come per infilarselo e sfila invece anche l’altro mentre scatta di corsa, curvo in avanti, gri¬dando: “Sparate, sparate, sparate!” Schizza nel fossato senza respirare per una botta allo stomaco. Le pistole dei gappisti non lasciano ai repubblichini il tempo di agire: uno cade ucciso, gli altri due, abbandonando le armi, fuggono.

*

“Friza affrettiamoci, ci stanno cercando in tutta la zona.”
“Bisogna aspettare, prepararsi e agire al momento buono,” continua a sostenere uno degli uomini più vicini al Conte. Se potessero, farebbero fare esercitazioni di marcia e turni di sentinella ai miei ragazzi. Non concepiscono la nostra guerra, non ne colgono l’aderenza alla mentalità e alle doti della gente, che senz’essere tutta contadina, è nata e vissuta in cam¬pagna.
Influenzeranno i miei uomini? Che cosa significa aspettare il momento buono? Avere magazzini pieni d’armi, munizioni, viveri? Ma le hanno poi? Le poche che possiedono, le hanno tenute nascoste. Dei lanci ae¬rei? Non è proprio il caso di parlarne. Il momento buo¬no! Gente addestrata, esperta!.. Il combattimento è la migliore scuola di guerra.

A Nerviano la nostra azione viene paralizzata dall’inerzia. Devo trovare una soluzione che scuota il pic¬colo centro chiuso e isolato, in cui si manifesta più deleteria l’influenza degli attendisti.
Ragazzi in gamba ce ne sono, non meno coraggiosi di quelli di Mazzo. Devo far leva su di loro, affrontarli. Non si tratta di ottenere un risultato immediato, quan¬to una partecipazione politica generale. Parlo agli uo¬mini del distaccamento di Nerviano, ne stimolo l’orgo¬glio: “Che distaccamento siete se vi limitate a custo-dire pistole?”
Propongo un’azione contro il posto di blocco di Legnano: un colpo di mano fulmineo, un combattimen¬to rapidissimo, secondo la tesi che le occasioni favorevoli non si attendono, ma si creano. Il comandante del distaccamento propendendo per un momento “più fa¬vorevole” non partecipa all’azione dei suoi uomini.
La notte del sette novembre, presenti il vice comandante della brigata, Walter, Gini, Cip, Carletto, Giovanni e Renda, i partigiani raggiungono la periferia di Legnano alle 22, si appostano intorno al posto di blocco. Osservano a lungo, dai loro nascondigli, i fascisti che si muovono, che escono dal loro abitacolo e controllano i documenti di quanti transitano.
Alle 23,30 aprono il fuoco. I fascisti rispondono. In città viene dato l’allarme. L’attacco ha buon esito: due fascisti vengono abbattuti e la reazione dei super¬stiti viene contenuta. Intervengono i tedeschi; due dei nostri vengono feriti. Riusciamo a salvarne uno. Ci al¬lontaniamo percorrendo un viottolo che porta in aperta campagna. Abbiamo dovuto abbandonare a terra Fran¬cesco Renda, di 24 anni. I tedeschi lo torturano, lo uccidono rabbiosamente, senza aver saputo nulla da lui: Il successo militare dell’azione è superato dalle ripercussioni politiche. L’opinione pubblica è coi partigiani che hanno dimostrato che il nemico è vulnerabile.
Alcuni giorni dopo parlo agli uomini del distaccamento di Nerviano. È presente anche il comandante. Lodo il loro coraggio e critico la loro impreparazione che è costata la vita a Renda. Renda è caduto eroicamente ma appunto per questo era indispensabile che vi¬vesse. L’arte del sopravvivere si acquista solo con l’espe¬rienza del combattimento. E se non l’avessero acquistata, non sarebbero stati in grado di battersi neppure quando fosse giunta la mitica occasione favorevole.
Mi paiono convinti.

*

Le azioni si susseguono con una reazione a catena. I fascisti debbono colpire brutalmente per tentare di interrompere l’assedio di una armata invisibile ed inafferrabile. Per questo hanno fucilato i cinque partigiani a Turbigo. Lilla Ferrari, segretaria del fascio di Arese, spia e responsabile dell’arresto di diversi ‘resistenti, è sta¬ta giustiziata. I fascisti hanno bisogno di ristabilire la situazione nella Valle Olona, focolaio di rivolta, dove le strade, la sera, sono diventate malsicure, per loro, per i tedeschi, per le autocolonne, per i convogli ferroviari.
Il 18 ottobre, quarantott’ore dopo l’esecuzione, ci saranno i funerali della spia fascista, con un imponente spiegamento di forze. Dall’alba gli automezzi e le autoblinde sferragliano sulle strade della cittadina. La gente dapprima si affaccia alle finestre; poi sbarra le persiane.
Accade quello che il comando della formazione ha previsto: il nemico tenta di risalire, psicologicamente, la china. I funerali sono un pretesto per una manifestazione di forza, il “via” a rappresaglie indiscriminate. La nostra legge, appresa nei mesi più duri di Torino e di Milano, è di non dar tregua al nemico. Di non farsi intimidire dalle rappresaglie. È l’unico modo per mantenere in efficienza le nostre forze e far capire al ne¬mico l’inutilità della sua ferocia. Abbiamo reagito im¬mediatamente alla manifestazione di forza dei repubbli¬chini e dei fascisti.
Muniti di armi automatiche attaccheremo l’automo¬bile del federale Costa all’altezza di Pero, approfittando dello scompiglio per dileguarci. Dobbiamo dimostrare che siamo in grado di agire in qualsiasi momento, in qualsiasi luogo, contro qualsiasi schieramento, in pieno giorno.

Il luogo d’incontro dei tre partigiani che dovranno affiancarmi è stato stabilito alle porte di Rho. Ci divi¬deremo armi e munizioni e ognuno attenderà al suo compito. Giungo per tempo sul luogo dell’incontro e attendo per due ore i compagni. Finalmente sento il rombo di una motocicletta: è Sergio, la staffetta che deve precedere i fascisti e segnalarci l’arrivo del nemico. “Come, sei solo?” chiede Sergio. Non ho il coraggio di dirgli la verità. “Gli altri sono già appostati, piú avanti.” “Come vanno le cose?” “Il grosso sarà qui tra cinque minuti, mi sembra che vengano avanti piuttosto velocemente. Vattene subito,”
Sono solo: i miei compagni forse sono catturati, for¬se non hanno potuto raggiungermi, forse hanno avuto paura. Li capisco. La nostra è una guerra terribile e noi non abbiamo superuomini. Anch’io, il loro comandante, sono un uomo come gli altri; la paura e l’ansia non mi sono ignote. Se una cappa di piombo calasse dopo la manifestazione di forza dei repubblichini, le rappresaglie accelererebbero la nostra ritirata. So che quello è il momento decisivo. A Rho il nemico getta sulla bilancia tutte le sue forze; a Rho dobbiamo rispondergli. Anche se sono solo, devo fare qualcosa. Se l’azione andrà bene, sarà un’iniezione di fiducia per i miei, una staffilata per rianimarli.
Sono nei pressi della piazza del Duomo. Non c’è grande folla ad attendere il feretro che trascorre tra due cordoni ininterrotti di repubblichini. Vicino ad un gruppetto di civili ho la tentazione di tornare indietro.
Il carro è già passato dinanzi a me, e sono passati anche i parenti della spia. Seguono i gerarchi. Mi stacco dal gruppetto, al quale sembro aggregato e mi avvicino al cordone di militi schierati. Estraggo una bomba, una delle cosiddette “umanitarie”: molto chiasso, poche schegge. C’è bisogno di chiasso. Sono pronto ad usare le due rivoltelle. Stacco rabbiosamente la sicura e la lan¬cio. Prima che raggiunga terra, mi allontano velocemente. Il drappello di religiosi che precede il feretro si dissolve in un attimo. Anche l’impeccabile fila dei militi diviene confusa. Cominciano ad echeggiare raffiche. Dapprima isolate, poi in coro. La gente fugge da tutte le parti, i fascisti si gettano a terra, si muovono carponi, fuggono senza ritegno verso gli androni delle case. L’aria pregna di fumo è diventata irrespirabile. Ad una raffica, da una parte, rispondono dieci dall’altra. Si odono i colpi secchi dei “mauser” tedeschi.
Io solo so. In quel momento repubblichini e tede¬schi si stanno sparando addosso l’un l’altro. Raggiungo un posto noto. Tramite una staffetta chiedo a Carmen un’uniforme fascista. Mi travestirò sebbene i tedeschi possano spararmi addosso, proprio perché sono in divisa. Tra il momento del lancio del petardo e l’arrivo di Carmen è trascorsa un’ora. Indosso l’uniforme ed esco con lei. La sparatoria continua. I funerali hanno avuto inizio alle ore 17, ma, dopo un’ora, nessuno dei contendenti si è ancora reso conto che sulla piazza di Rho non ci sono partigiani. Il fuoco è terribile. Si direbbe che due reggimenti si fronteggino in uno spazio adatto appena a una recita teatrale. Facciamo un lungo giro per sfuggire il nemico. Ci fermiamo ripetutamente dove sappiamo di poter trovare un ricovero tranquillo. Quan¬do giungo alla strada che conduce alla cascina Ghirin-ghella sono quasi le 19. Solo allora lo scambio di raf¬fiche comincia a diminuire gradatamente. Il paese è stato bloccato. Sento un passo cadenzato, ho appena il tempo, scorgendo una pattuglia tedesca, di afferrare Carmen e di abbracciarla. Sento le sue unghie sulla faccia. Carmen è una nostra staffetta coraggiosa e fidata, ma non ama le confidenze. Capisce quando la pattuglia ci passa accanto. “Amore fascista,”, dice uno dei tede¬schi e ride. Gli altri fanno coro. La pattuglia si allon¬tana. Carmen mi accompagna verso la cascina Ghiringhella. Cerco invano un fazzoletto per asciugarmi il sudore. Nella tasca dell’uniforme non c’è.

Ogni notte nel territorio della 106ª i tedeschi e i fascisti vivono ore di angoscia: molti fra i loro soldati, lo si è saputo dai nostri informatori, sono profondamente scossi dalle nostre azioni offensive: sanno che ogni notte i nostri uomini colpiranno: non sanno dove e come; se li assaliremo con cariche di esplosivo su ponti o su tratti di ferrovia; se attaccheremo le loro autocolonne. Ma sanno che certamente li attaccheremo. In tutto il territorio della 106ª i gappisti incutono ter¬rore al nemico: l’arma usata contro le nostre popolazioni, l’oppressore se la sente alla gola. Non si dorme nelle caserme, nei depositi, negli accantonamenti repub¬blichini e tedeschi; gli uomini di guardia agli impianti, agli automezzi ed alle caserme maledicono il momento in cui sono arrivati in questa pianura che sembrava così tranquilla e disadatta alla guerriglia.
Colpiremo non solo di notte ma anche di giorno. Non è la prima volta che accade. Per le forze partigiane è importante effettuare un’azione di guerra che abbia, oltre una efficacia militare, anche un chiaro significato politico.
La scelta dell’obiettivo è decisa da una segnalazione di Nerviano. In uno stabilimento dell’Isotta Fraschini, alla periferia del paese, si producono delicati congegni di guerra; parti di armi, modernissime, della Wehr¬macht.
Alcuni partigiani vengono incaricati d’assumere det¬tagliate informazioni sull’attività bellica della fabbrica. Decido, senza informare nessuno, di compiere un sopral¬luogo. Con la mia vecchia bicicletta, i miei abiti da contadino, mi avvio verso la misteriosa fabbrica. Per raggiungerla bisogna attraversare, da Nerviano, la statale del Sempione e superare il ponte del canale Villoresi. Indubbiamente a destra si segue una strada che corre dapprima sull’argine del canale e si addentra poi nella campagna: è la via Rovereto che conduce attra¬verso un gruppo di case, in via Duca di Pistoia. Scorgo la fabbrica, un complesso abbastanza grande ma vetusto. Lunghi capannoni, un grande cortile cintato e deserto. Tre lati della fabbrica (l’ingresso è sulla via Duca di Pistoia) sono circondati da aperta campagna. Sul lato destro vi è anche una stradicciola campestre ombreggia¬ta da grandi alberi che accompagnano la strada in aperta campagna, offrendo la possibilità di un nascondiglio, all’occorrenza. Dopo la perlustrazione, mi fermo in una bettola discosta dal paese. All’oste, nostro amico, chiedo un panino, un bicchiere di vino e alcune informazioni “beati voi che non avete a che fare con i brigatisti neri.” “Si sbaglia,” risponde, “i fascisti ci sono, in borghese.” I tedeschi non escono quasi mai dalla fabbrica ma ci sono anch’essi. Pago il piccolo spuntino e mi allontano, velocemente.
Le informazioni raccolte sono sensazionali. Nella fabbrica Isotta Fraschini destinata a produrre spolette per bombe si lavorano parti del congegno di dotazione della V-1 e della V-2. Dentro quei capannoni senza apparente sorveglianza, si fabbricano, quasi alla cheti¬chella, per non dare nell’occhio e non richiamare l’at¬tenzione dei partigiani e dei servizi di informazione alleati, delicatissime parti della terribile arma che sta devastando le città inglesi. I nazisti sono riusciti ad evitare sia il nostro sabotaggio, sia i bombardamenti alleati. Decidiamo un’azione che provochi non solo dan¬ni materiali allo stabilimento ma ne riveli la segreta attività. “Azione militare ma anche appello agli operai,” sostengo nel corso della ristretta riunione preparatoria.
Due gappisti, con l’aiuto di partigiani del luogo, trasporteranno lungo i sentieri di campagna le cariche di tritolo e le innescheranno in modo da far coincidere lo scoppio con l’avvenuta uscita degli operai. Nel pomeriggio del 9 dicembre i due compagni raggiungeranno la fabbrica, seguendo un fossato asciutto e collocheranno gli esplosivi; altri partigiani nelle vicinanze saranno pronti ad intervenire.

Sono le 17,15. Gli operai finiranno il loro turno alle 17,40. Lo scoppio avverrà alle 18, al momento del loro esodo in bicicletta dalla fabbrica.
Il nostro obiettivo è di danneggiare gli impianti della centrale elettrica, separata dagli altri edifici; la nostra preoccupazione è di assicurare l’incolumità alle mae¬stranze comunque rimaste al lavoro. Fra i cespugli in prossimità del canale Villoresi attendo con relativa calma l’eco delle esplosioni, I lunghi mesi della clandesti¬nità a Torino e a Milano, mi hanno educato a saper at¬tendere e a riflettere. Controllo mentalmente i parti¬colari dell’azione, le precauzioni prese, gli uomini scelti fra gli esperti della “scuola guastatori” di Lainate e Nerviano — fiorentissimo vivaio di gappisti, gente co¬raggiosa che alla generosità combattiva unisce una ecce¬zionale capacità tecnica.
Mentre il nemico dopo l’esplosione si lancerà alla ricerca degli autori dell’attentato, ormai in fuga da 15 minuti, io muoverò verso la porta principale.
Le lancette dell’orologio stanno per scoccare le 18. La zona è tranquilla. Non c’è anima viva. Afferro la bicicletta, esco dal mio nascondiglio e pedalo verso la via Duca di Pistoia. Puntualmente, alle 18, tre formi¬dabili scoppi scuotono l’aria. Un gigantesco lampo az¬zurrognolo si leva subito avvolto da una fumata neris¬sima. Le tre cariche sono esplose nella cabina elettrica. Il corto circuito che ne è seguito ha provocato l’incen¬dio dei grandi trasformatori d’olio. La produzione re¬sterà ferma per qualche tempo. Ora tocca a me.
Pedalando velocemente, decine e decine di operai, lavoratori dell’Isotta Fraschini stanno fuggendo, duecento metri piú indietro c’è la statale del Sempione, a destra il ponte che attraversa il canale Villoresi. Depongo la bicicletta sulla scarpata dell’argine ed estraggo dalla giacca due grossi pacchi. I fascisti ed i tedeschi stanno cercando i partigiani, ormai vicini ai loro rifugi, senza immaginare che il comandante della 106ª Brigata Garibaldi SAP è sul posto. Lancio volantini fra gli operai: alcuni sono spauriti, altri mi guardano con stu-pore, mentre mi metto al centro della strada; alcuni mi scansano senza capire, ma parecchi si fermano per ritirare il volantino con l’appello alla lotta del CLN. Grido con quanto fiato ho in corpo: “Viva i partigiani, viva la Resistenza, lottiamo uniti contro i fascisti e i tedeschi.”
Ho distribuito e lanciato tutti i volantini. Corro indietro passando in mezzo a gruppi di operai. Raggiungo il ponte sul Villoresi, lo attraverso. Il gioco è fatto. Anche se molti non hanno udito le mie parole, quasi tutti hanno ricevuto i volantini e li leggono nelle loro case.

Manca poco alle 23,30. A quest’ora sull’oscuro na¬stro della strada transitano quasi esclusivamente automezzi militari. Gli occhi dei ragazzi frugano nel buio. Mi avvicino con cautela alla strada, saltando con un balzo il fossato; in lontananza si ode il rumore sommes¬so di un motore. I ragazzi mi preoccupano. Sono dei nuovi. L’inesperienza e l’eccitazione possono giocare brutti tiri e provocare disastri. Ho un’idea. Abbandono ogni atteggiamento circospetto, dopo essermi accertato che la zona è deserta, e, camminando eretto, impartisco gli ordini a dieci metri di distanza dal gruppetto al quale mi sto avvicinando. Parlo a voce alta, come se invece di un’azione clandestina, si trattasse di un’esercitazione tattica. Con la mano indico a tre dei ragazzi di accostarsi alla sinistra, a una ventina di metri; colloco un altro gruppo al centro e il resto della piccola formazione in posizione più arretrata a destra, a una ventina di metri. Le disposizioni impartite con voce energica e con sicurezza allentano la tensione dei ra¬gazzi ai quali raccomando di accostarsi dietro ripari rocciosi per evitare la risposta delle raffiche, nella mac¬chia. I ragazzi si distendono con apparente calma. Con¬tinuo a dare disposizioni con pignoleria come il regista di un film: è questo un modo sicuro per infondere la calma. Grido ai ragazzi appostati a sinistra: “Fate at-tenzione agli automezzi militari. Dobbiamo colpirne uno con il rimorchio dove è presumibile che ci siano materiali e non uomini a bordo.” Il battesimo del fuoco di questi ragazzi deve essere graduale. È opportuno evitare un confronto armato. Mi rivolgo agli altri due gruppi, rimasti al centro e a destra. “Voialtri dovete essere pronti a sparare solo se il nemico reagisce e se ne im¬partirò l’ordine. Tenete pronte le armi e fate in modo che non si inceppino. Ma niente fuoco senza ordine. Capito?” Sono un po’ perplessi, forse si chiedono come attaccheranno il camion se non spareranno subito.
Si può combattere efficacemente il nemico, anche se si è in pochi, quando si ha fiducia nelle proprie forze, nella propria intelligenza, ma soprattutto si ha coraggio. Quella di stasera sarà una lezione di coraggio e un esem¬pio di tipica azione di guerra partigiana. Chiamo Angelo ad alta voce: “Ti apposterai in quella macchia, lancerai una bomba a mano contro il camion, restando al riparo fino all’ultimo. Quando toglierai la sicura alla bomba e conterai fino a cinque, dovrai farlo in modo che il camion sia a una decina di metri. È chiaro?” Angelo assicura d’aver capito ma forse è turbato; non prevedeva di dover agire da solo. Ho molta fiducia in lui. L’accompagno nel centro del macchione. “Ricordati che ti devi poter muovere senza essere intralciato dai rami.” Un camion si avvicina, ma non sarà quello che attaccheremo; servirà per una prova generale. “Ragazzi, state fermi. Angelo,” riprendo ad alta voce, “adesso proverai a contare fino a cinque, come se avessi tolto la sicura alla bomba.” Angelo si apposta. Il camion si avvicina. Comincia a contare. “Uno, due,… tre,” la voce gli trema, “quattro, cinque…” “Molto bene,” gli dico, “ricordati di tirare la bomba sul parabrezza. Anche se il tiro è corto, colpirà il motore. Tienti al riparo perché gli altri possano sparare senza colpirti. Quando darò il segnale di ritirata, raggiungerai il filare di alberi a cento metri, dove ci ritroveremo di nuovo. Non perdere la calma e per i primi metri della ritirata, striscia a terra. Chiaro?” “Chiarissimo,” risponde.
Mi accosto al gruppo di sinistra. Un ragazzo ha la pistola in mano. “Sai usarla?” “La smonto e la rimonto in un minuto,” risponde spavaldo. “Fammi vedere.” Smonta con facilità i pezzi della pistola ma trova dif¬ficoltà nel ricomporli. “Se ti si inceppa, la rivoltella, quando ne hai bisogno, cosa fai? La porti dall’armaio¬lo?” Il ragazzo è umiliato. Gli do un colpo sulla spalla e me la prendo con gli altri due che non segnalano un automezzo in arrivo. “Che camion è quello? È distante ancora mezzo chilometro ma è indubbiamente un ca¬mion militare.” “Sembra un camion tedesco con rimor¬chio,” rispondono i ragazzi. “Bene, attenti a non sba¬gliare, badate che sia proprio un camion militare: quan¬do sarà a cento metri, se sarete sicuri del fatto vostro, date il segnale ad Angelo, il resto dovrà farlo lui. Hai capito Angelo? Avete capito tutti?”
Continuo a parlare, coperto dal rumore del motore:
“Non dovete sparare se non do il segnale. Dob¬biamo proteggere la ritirata di Angelo e del primo gruppo a sinistra. Il gruppo di destra dovrà proteggere il gruppo di centro e sganciarsi. Sarò con voi: fate at¬tenzione ai miei ordini. Chiaro? Rispondete forte: ‘tutto chiaro.’ Allora siamo pronti.”
Il rombo del motore e i fanalini azzurri rettangolari sono quelli di un camion militare. Trascorre qualche secondo. Nel gruppo di sinistra c’è animazione. Arriva il segnale. “Calma, fa’ tutto con calma, Angelo,” riesco a dirgli, “e mira al parabrezza.”
Stavolta ho abbassato il tono della voce. Mi sposto verso il gruppo di destra. Se Angelo mancherà la mira o ci sarà una reazione, dovremo sparare subito senza lasciare un attimo di respiro al nemico. Purché sia ca¬rico di materiale e non di uomini. I ragazzi sono alla prima battaglia. Angelo ha preparato il lancio della bomba, ha spostato il fogliame, dovrebbe togliere la sicura. Il camion è a cinquanta metri. Angelo non ha mai lanciato una bomba. Il camion si avvicina. “State pronti a fare fuoco al mio ordine. Seguite il camion con le armi puntate,” dico ai ragazzi. Riesco a scor¬gere il gesto fulmineo, violentissimo di Angelo. Con quella forza — penso — avrebbe fermato il camion anche con un sasso. Un fragore, un bagliore accecan¬te, il motore impazzito urla. Camion e rimorchio percorrono un ultimo tratto di strada sbandando pauro¬samente e sulla scarpata di sinistra si rovesciano incen¬diandosi. “Angelo?” “Si.” “Vattene subito e chiama anche i ragazzi del tuo gruppo. Al posto stabilito.”
“Bene,” risponde una voce diversa da quella esi¬tante di prima. Per evitare ogni sorpresa aspettiamo qualche secondo. E evidente che sul camion c’era solo materiale che ora sta bruciando. È tempo di allonta¬narsi. “Ragazzi, dietro front; via di corsa.” _
Li vedo passare tutti davanti a me, infangati, felici. Nel punto stabilito come primo ritrovo raggiungo Angelo. “Sei stato in gamba, bravo.”
Non c’è tempo per i commenti. “Adesso ragazzi rientrate, fate presto, camminate celermente lungo i sentieri di campagna, ma siate guardinghi. Chi abita in paese è preferibile che dorma in uno dei rifugi o presso la cascina di qualche amico. A quest’ora il ne¬mico è già in allarme.” La piccola formazione si disperde. I ragazzi incominciano ad imparare le prime regole della guerra clandestina.

I ragazzi ci sono tutti; è la prima grande azione si¬multanea in tutta la Valle Olona. Le antenne del ne¬mico dovrebbero aver intercettato almeno qualche segno di preparazione della nostra offensiva. Mi preoccupa l’assenza delle immancabili avvisaglie: nessuna animazione nella sede del distaccamento fascista di Ner¬viano, un edificio poco illuminato, tetro e silenzioso, sorvegliato da un paio di sentinelle. Anche a Lainate il distaccamento tedesco sembra ignorare la minaccia incombente. La grande villa Borromeo, al centro del parco, è ancora piú silenziosa del solito, con le finestre ermeticamente chiuse. La calma del nemico mi inquieta. Per diretta esperienza so che soltanto le piccole azioni riescono a sfuggire al nemico e che le offensive su vasta scala fanno suonare qualche campanello d’allarme tra le brigate nere e nei comandi della Wehrmacht. Anche se nessuna infiltrazione nemica si fosse verificata nelle nostre file, qualche parola, qualche accenno dei nostri ragazzi, alcuni dei quali quindicenni, la sorve¬glianza degli informatori repubblichini, avrebbero po¬tuto far sorgere il sospetto di quanto stava per acca¬dere in Valle Olona, dalle 23 alle 24.
E’ opportuna una ispezione, la più ampia possibile. Molti degli uomini della brigata maneggiano le armi per la prima volta, altri hanno esperienza militare e i gua¬statori hanno già dimostrato notevole capacità tecnica e sangue freddo. Chi ha combattuto in Africa Setten¬trionale, nella guerra sbagliata, ora combatte contro i nazifascisti, ma la brigata è composta prevalentemente di ragazzi.
Affretto il passo, un distaccamento di Lainate è appostato sulla strada provinciale. Ci sono macchie di ce¬spugli lungo la grande arteria e, dietro i filari di al¬beri, fossati. Un terreno favorevole alle rapide azioni notturne di sorpresa. I riflettori delle autocolonne te¬desche non potrebbero illuminare in profondità il ter-reno, quando fossero attaccate. Anche se le fotoelettri¬che fossero di elevata potenza, i fasci di luce si arreste¬rebbero ai filari di alberi, senza poter frugare nei fos¬sati, protetti da arbusti, macchie, cespugli.
Una vegetazione senza piante nobili, ma preziosa in una pianura piatta e uniforme. I ragazzi stanno lì, pro¬prio nel bel mezzo del macchione, perfettamente appo¬stati. Controllano la strada nei due sensi ma le canne dei fucili e dei mitra sono celate nel fogliame. Un irregolare filare di pioppi li separa dalla strada. Potrebbero colpire il nemico d’infilata, e operare un rapido sganciamento. In quel macchione ci sono adolescenti dai quindici ai diciotto anni. Ridono nervosamente per un nonnulla, forse è lo stesso stato d’animo degli studenti agli esami.
Combattiamo la Wehrmacht coi ragazzini; attacchia¬mo le SS con gli alunni delle medie! “Hai paura?” chiedo ad uno. “Macché paura. Non vedo l’ora di co-minciare.” Niente affatto convinto, ne interrogo un altro, alto e magro, studente di liceo classico, più maturo e cosciente. A lui non chiedo e ha paura, ma se ritiene che gli altri temano lo scontro. “No, al contra¬rio, aspettiamo soltanto il momento di sparare addosso ai tedeschi.” “Scusi tanto,” chiede un altro timido, “a che ora crede che avremo finito?” “Sei in guerra e vuoi l’orario?” rispondo brusco e non aggiungo parola perché alle mie spalle, tranquillo come a un pic-nic scor¬go un altro che, con un gavettino in mano sta man¬giando una minestra di pasta e fagioli. Lo interrompo prima che pronunci una parola: “Non avrai fatto rifor-nimento in qualche osteria dei dintorni?” Sarebbe piut¬tosto preoccupante se, nell’attesa dell’agguato qualcuno si fosse recato a fare provviste in locali pubblici. Il ra¬gazzo si mette a ridere. “La minestra l’ha preparata mia madre e mi ha dato anche una bistecca con le patate.” È ancora peggio di quello che temessi. Non solo dobbiamo attaccare í tedeschi con i ragazzini ma questo agguato segreto è a conoscenza delle madri di Lainate che, per i loro ragazzi, hanno preparato un piatto speciale. Anche altri stanno mangiando, hanno perfino la bottiglietta del vino. “Ma avete detto alle vostre famiglie che dovevate partecipare ad un attacco contro i tedeschi?” Mi risponde un “no” corale e scandaliz¬zato. Si rifà vivo il ragazzino timido: “abbiamo avvertito le nostre famiglie che stasera, dopo il lavoro e la scuola, saremmo andati direttamente a una festicciola. Non vorrei che mia madre si preoccupasse eccessivamen¬te del mio ritardo, perciò avevo chiesto a che ora avrem¬mo potuto terminare…” È tutto chiaro, meglio del previsto. “Finirete abbastanza presto, ragazzi, non molto dopo la mezzanotte, perché in ogni caso, sarà bene sfol¬lare, dopo questa ora.” Sollievo generale. E’ incredibile, ma quello che li angoscia è il timore di allarmare le fa¬miglie. Che i tedeschi di lì a poco, debbano rispondere al fuoco, li turba meno.

*

Avevo salutato il distaccamento di Lainate, deciso a dare un’occhiata agli uomini di Nerviano e di Maz¬zo. La notte è splendida e silenziosa. Il cielo nero è freddo come ghiaccio.
Il distaccamento di Mazzo è il più brillante della brigata. Il capo è Grassi, l’uomo più calmo che abbia mai incontrato nella guerra partigiana in pianura. La-vora il suo podere, accudisce al bestiame, si avvolge in un mantello scuro che abbandona solo a primavera fatta. È stato guastatore e maneggia gli esplosivi con la stessa serenità e sicurezza con la quale dispone il foraggio nelle greppie. Fa la guerra come accudisce al suo lavoro: con serenità, con precisione, con il medesimo impegno che mette nel coltivare il suo fazzoletto di terra.
Quando deve trasportare dell’esplosivo il più pos¬sibile vicino al luogo dell’operazione, si “veste della festa,” si copre con il tabarro e se ne va tranquillo con lo zaino pieno di dinamite, per le vie del paese, salu¬tando senza fretta gli amici, con in bocca la pipa decrepita sempre accesa. Durante la mia ispezione ai distaccamenti lo incontro alla riva del Villoresi, lontano dal paese, dall’obiettivo e da ogni occhio indiscreto. In questa zona si respira un’altra aria, un’aria nostra; si può fare uno spuntino all’osteria, con pane, salame e un bicchiere di vino. L’oste è uno dei nostri e il suo locale una base di transito. Lì sono raccolti assieme a Grassi i ragazzi di Mazzo. All’ora stabilita aggireranno il ci¬mitero per avvicinarsi alla linea ferroviaria sorvegliata da sentinelle tedesche e far saltare parecchie decine di metri di binario, interrompendo il traffico con Milano. Faccio ritorno alla mia base, una fabbrica in costruzione dove perverranno via via le notizie sulla grande operazione simultanea in Valle Olona. Transito davanti a una cappellina dedicata a S. Rocco; guardo il dipinto fami¬liare, la mano protesa in un gesto di saluto. Il lucignolo esile schermato da un vetro azzurro è stato acceso come ogni sera e non saprò mai se dalla pietà dei credenti o dalla prudenza dei patrioti che depositano esplosivi e mitragliatrici dietro l’altare. Il lumino spostato a de¬stra e i due vasi ai lati dell’altare mi dicono, in lin¬guaggio convenzionale, che le armi sono state ritirate per essere adoperate sulla strada di Rho, su quella di Lainate e nella zona di Mazzo. Do un’ultima occhiata a S. Rocca e raggiungo lo sgabuzzino sopravvissuto alle demolizioni e ai bombardamenti, il “quartier generale.” Dal cielo mi arriva il ronzio familiare di pippo, l’aereo che ogni sera puntualmente scarica bombe sulla strada e su ogni luce. Sono le 23.
In quel momento i miei uomini stanno muovendosi dietro i cespugli, i ragazzi di Lainate controllano gli otturatori delle loro armi, ascoltando le ultime istru¬zioni. Forse è irragionevole, ma sento che tutto andrà per il meglio, nonostante la zona, l’inesperienza dei gio¬vani e la complessità di una mobilitazione in grande stile. Per ottenere le armi dal Conte, dopo il colloquio in casa delle sorelle Crespi, ho dovuto partecipare alla distribuzione di vin brulé ai convenuti davanti all’oste-ria, una specie di rancio militare.
Ricordo rabbrividendo il viaggio in automobile verso Lecco, l’arrivo alla villa per ritirare il baule dal guardiano, la penosa trafila delle presentazioni sussurrate; la sentinella tedesca di guardia, l’andirivieni sospetto dell’incaricato, il nostro “deprofundis” con le mani sul calcio della rivoltella e infine la sorpresa del baule carico di armi trafugate sotto il naso dei tedeschi.
È gioco d’azzardo, melodramma. Che cosa sapevamo di quell’uomo di mondo, intabarrato in stile ottocentesco? Che era in contatto con gli angloamericani? Che ospitava ufficiali americani lanciati col paracadute? Voci. Se sono ancora libero, se i miei partigiani possono combattere contro il nemico, lo devo alla buona fortuna, alla severa preparazione, al rispetto scrupoloso delle norme clandestine e, soprattutto, al silenzio di questi paesi legati alle tradizioni, popolati da gente chiusa in se stessa, come fortezze impenetrabili. Nemmeno il sa-luto barattano con i forestieri. Tacciono volentieri, sia che sappiano, sia che ignorino. Per superare la barriera della loro diffidenza, bisogna stare dalla parte giusta della barricata, rispettare il loro orgoglio, per feroce fedeltà al passato, la fedeltà alla profonda vocazione contadina. Non c’è da dubitare di quella gente. Del resto, ormai, manca solo qualche secondo alla mezzanotte. La “base” sede del mio comando, è provvista d’uno sgabello, una branda, il mitra, esplosivo e ca¬ricatori. Resto al buio, in attesa.
A quell’ora, con il coprifuoco, o sono i nostri o una motocicletta delle brigate nere: distinguo alcuni passi, sento qualche sasso smosso, a poca distanza dal mio ricovero, osservo da una fessura, tenendo imbracciato il mitra. Ci sono due uomini, ad una decina di metri di distanza. Il primo fa il segnale convenzionale: butta un sasso contro la porta e ripete subito dopo il gesto. So-no i miei ragazzi. Apro la porta. Appena il tempo di richiudere e il primo che è entrato, ansimando mi dice: “Tutto bene, tutti i fili della Wehrmacht sono tagliati a Rho e i ragazzi sono filati al sicuro prima che i tedeschi ed i fascisti potessero intervenire.”
La prima staffetta porta buone notizie, da celebrare subito. Un comando partigiano può essere sfornito di tutto, ma non d’una sorsata di grappa. Un’eco di raf¬fiche di mitra ci raggiunge da lontano. Usciamo dal ri¬covero, si scorgono fiammelle insistenti, che fanno udire un crepitio assordante in direzione della strada provinciale. I riflettori dell’autoparco frugano nel buio. Colpi sordi e fiammate violente di “Panzer-faust,” fucilate isolate. I nostri si stanno allontanando e i tedeschi non riescono ad ostacolare la ritirata. Nella zona di Mazzo, un bagliore di un blu fosforescente dà un nuovo colore alla notte. La prima esplosione si confonde con la suc¬cessiva. Dal distaccamento tedesco la guarnigione spara all’impazzata, con tutte le armi disponibili: mortai, an¬ticarro, mitragliatrici.
Gruppi di automezzi tedeschi attaccati sulle strade, linee telefoniche interrotte a Rho, binari divelti sulla Milano-Domodossola, interruzione della Milano-Torino. Questo il bilancio immediato dell’attacco simultaneo.
Ora comincia un’altra fase, altrettanto dura.
Le decisioni del comando tedesco non si fanno at¬tendere: coprifuoco, rastrellamenti, tetri manifesti della Plazkommandatur, vari gruppi di sentinelle lungo la ferrovia. Il nemico sguinzaglia i suoi informatori, fa sfilare colonne di carri armati e camion carichi di soldati per seminare il terrore nei centri della Valle Olona, tentando di interrompere ogni contatto fra partigiani e popolazione.
Ora, ognuno dei miei uomini e dei miei ragazzi deve trovare in se stesso la forza d’animo per resistere da solo alle pressioni, la prontezza di spirito per ri-spondere alle domande: “dove sei stato tu stanotte? Come mai sei tornato a casa tutto sporco di, sangue? Perché hai dormito in casa di un amico?” Ora che il nemico passa alla controffensiva, è il momento di tenere ben salde le file di un’organizzazione di combattimento che ha già fatto ottima prova ma che deve su-perare quella più ardua.

La disciplina di ogni esercito riposa nella giustizia. Anche del nostro. La lotta per la libertà ha le sue nor¬me. Non sono scritte in alcun codice ma vengono rispettate rigorosamente. Un partigiano è un combattente e non può tradire i compagni. Non può disertare senza una giustificazione. La nostra guerra non consente ritiri in buon ordine. Chi ci abbandona lo fa perché è acca¬duto qualcosa. Dobbiamo sapere di volta in volta e in ogni caso se quell’uomo costituisce un pericolo per noi o se è diventato addirittura un nemico.

Cerco di ricordare il volto di quell’uomo, lo sguardo un po’ freddo, con lampi furbeschi. Non ha dato luogo a critiche. Poi cominciano a circolare le prime voci. M. era stato visto vicino a C., il giorno in cui c’era stata una rapina. I giornali repubblichini denunciano i parti¬giani come ladri. Ho ordinato ai comandanti di gruppo di tenere gli occhi bene aperti. Le segnalazioni delle rapine arrivano sempre più dettagliate e precise e sempre più insistenti. Le accuse contro M. si precisano.
Poi una notizia allarmante: M. è una spia. I fascisti dopo averlo catturato lo hanno rimesso in libertà. Non accade frequentemente che un partigiano venga liberato. Quando ciò si verifica, qualcosa di grosso è accaduto. La segnalazione del tradimento di M. ci costringe ad abbandonare i rifugi che egli conosce, ad abbandonare i compagni coi quali aveva i contatti e a spostare i de¬positi che gli sono noti. Quando il nemico passa all’azione trova il vuoto. Ma lui ha parlato.
Viene raggiunta mentre i repubblichini stanno an¬cora rastrellando la zona. È Bel a catturarlo: ha in ta¬sca una rivoltella e una tessera delle SS. Al quartier generale M. appare apatico. La sua apatia nasce dalla pre¬sunzione di poterci trarre in inganno. Quando gli si muo¬vono le prime contestazioni, è sopraffatto dalla paura.
“Perché ci hai traditi?”
“Cercate di essere ragionevoli…”
“Si può essere ragionevoli con una spia fascista?” “Ho dovuto farlo.”
“Perché?”
“Per salvarmi. Mi avevano individuato.”
“Per salvarti come partigiano o come rapinatore?”
M. tace, sconvolto. Poi vuota il sacco. “Il coman¬dante delle SS mi disse che poteva fucilarmi per aver partecipato alle rapine, ma sapeva che ero a contatto con i partigiani. Cercai di negare. Mi picchiarono. Volevano sapere chi è Visone e dove si nasconde. Non ho potuto resistere.”
M. si rende conto che ha pronunziato la sua condanna. Comincia a dibattersi, a divincolarsi, a implorare, a urlare: “lasciatemi, lasciatemi.”
Ci allontaniamo per decidere. “Io non voglio influi¬re,” dico, “dovete decidere voi secondo coscienza.” “È colpevole,” conclude Bel.
I comandanti partigiani all’unanimità lo condan¬nano a morte per spionaggio. La sentenza è eseguita.
Dopo due giorni il Comando mi ordina di raggiun¬gere Milano. Lascio i miei compagni della Valle Olona: lascio gli uomini, le donne, i ragazzi, il popolo insom-ma, che ha combattuto la dura lotta clandestina; lascio i comandanti e í commissari della 106a. Chi sono? Così come me la ricordo la moltitudine dei volti e dei nomi: Sandro, comandante di distaccamento che usava l’offi¬cina come rifugio, salvando la vita all’ing. Silvio, Mauro, Luciano, Mosca, Renato, Sante Boselli, Scalabrino, Bec¬carelli, cap. Costa.
Lascio i valorosi partigiani dei distaccamenti di , di Rho, di Nerviano, di Garbagnate, di Barbaiana, di Garbatola, di Pantanedo; lascio una folla di eroi oscuri.43

42 La Ghiringhella era una grande cascina, in cui avevamo una base in casa della famiglia Gariboldi
43 Zoni Pio e Lino, Belia, Anelli, Casnaghi, Cechetta, Martinelli, Gini, Milo, Gippin, Ceriani, Comi, Zanichelli, Foglia, Carletto, Giu¬seppe, Remo, Cip, Anzani, Zonca, Zerbi, Giudici, Boniforti, Carugo, Carcano, Pravettoni, Grassi, Giovanni, Ronda, Marco, Puricelli, Wal¬ter, Franco, Barba, Roda, Villani, Sada Fausto, Martignoni, Bellasio, Guido, Pecora, Basega Bruno, Zaminato, Rigoli, Meazza, Zanoni: i giovanissimi, fedeli e coraggiosi Parma di 15 anni, Borroni di 16, Taminato di 17, Menegatto di 16 anni fucilato alla vigilia del 25 aprile, e Bellasio.

Capitolo quattordicesimo
A ritmo serrato

Ritorno a Milano, dove ricomincio da capo con Franci a organizzare le nostre forze.
In viale Argonne, all’interno della chiesa di S. Marco e Achille, trovo un luogo ideale di riunione: il la¬boratorio lo installiamo altrove.
Due giorni dopo la schiera si ingrossa con Minardi e due giovani ragazze, Olga e Grazia. Conto molto sul gruppo di Niguarda, col quale sono rimasto in contatto anche durante l’esilio a Rho.
La mattina del 16 dicembre la radio e i giornali danno all’improvviso la notizia: alle 11, Mussolini par¬lerà al Teatro Lirico, nel cuore della città.
Alle 8,30 giungo all’appuntamento con Busetto. Chiedo a bruciapelo: “Hai saputo?” “SL” “Ebbene, che cosa facciamo?”
Proseguiamo qualche passo insieme, in silenzio. At¬tendo una risposta. “È difficile decidere così all’improv¬viso,” dice Busetto. Questa è un’azione che richiederebbe giorni di preparazione. Non possiamo improvvi¬sare.
Non sono convinto. Germogliano dentro di me cento idee. In fondo, penso, sarebbe un’azione come molte altre, l’obiettivo soltanto è più importante. Raggiungo Conti in corso Venezia. Ci incamminiamo verso il Li¬rico. I nostri occhi corrono sui muri alla ricerca di un pertugio, lungo gli angoli, alle finestre, agli sbirri in borghese…
Man mano che ci avviciniamo al teatro, i gruppi diventano più fitti. Su loro, su noi, sulla città martoriata dai bombardamenti e dal terrore cadono, portate dall’altoparlante, le parole di Mussolini. Qualcuno applaude, altri conversano in ogni dialetto.
Abbiamo la sensazione esatta di non poter agire e rinviamo tutto all’indomani. Dico a Conti: “Vieni domattina, alle 8, in corso Garibaldi, con Antonio e Giu¬seppe.” Mussolini parlerà di nuovo in piazza Castello.

Da corso Garibaldi imbocchiamo via Cusani, traversiamo Foro Bonaparte e raggiungiamo piazza Luca Beltrami. Le difficoltà incontrate il giorno prima sono decuplicate. Dovremmo infiltrarci tra i cordoni di fascisti armati e tra la folla di quelli in borghese. Ma poi? Come agire? Percorriamo via Pozzone, via Rovello, via S. Tommaso, fino all’angolo di via Dante. Possibile, impreco dentro di me, che non vi sia un buco, una fi¬nestra, una feritoia qualunque dove appostarsi? Ma i minuti trascorrono mentre il corteo fascista si snoda. Ci allontaniamo in silenzio, inseguiti dai rauchi “evviva” delle camicie nere.
E stata un’esperienza amara. Ma bisogna superare la delusione e dire ancora, clamorosamente, che Milano non e quella di via Dante, del Lirico o del Castello Sforzesco.
D’accordo con Franco e Marcello si fa una riunio¬ne nei sotterranei della chiesa di viale Argonne, per di¬scutere il piano d’azione contro i ritrovi dei nazifasci¬sti. Marcello si impegna a far affluire nei GAP alcuni uomini del Fronte della Gioventù. Non potranno mai arrivare alla brigata perché, scoperti ed arrestati, saranno fucilati al campo Giuriati.
La riunione finisce alle 11,30. Stiamo per uscire, ma qualcuno ha sprangato la porta.
Con un punteruolo ed un martello, dopo mezz’ora di lavoro riusciamo a scardinarla.
Piano d’azione. Di giorno e anche di notte, accompagnati da Minardi, Selvetti, Olga localizziamo i ritrovi più frequentati dai nemici.
Un autocarro della “Resega” subisce il primo at¬tacco, nella notte tra il 29 e il 30 dicembre 1944 in via Stephenson, di ritorno da Torino con bombe e mitra: ne uccidiamo sette e altri riportano gravi ferite.

30 dicembre: vigilia dell’anno nuovo. Su tutti i fronti gli eserciti alleati sono all’offensiva, su tutte le montagne i partigiani si rafforzano, di giovani.
Alle 20,30 arrivo sul posto, in piazza Fiume. È già buio quando entro nel ritrovo dove gruppetti di fascisti e di tedeschi bighellonano inerti. Il locale e affollato. Esco, ritiro le bombe da Minardi e Olga, e rimango solo. Ritorno nel locale. Ascolto le note di una canzone in voga. Sulla porta due tedeschi litigano con un fascista a causa di una donna.
La lite chiama gente. Si crea un po’ di confusione. Ne approfitto per passare dietro il gruppo. Con la siga¬retta accendo la miccia, colloco la cassetta. Mi sento, all’improvviso afferrare per un braccio; qualcuno, si at¬tacca a me e farfuglia nel suo strano italiano: “Io arri¬vare guerra…” Sulla porta continuano a litigare. Con uno strattone mi libero dell’ubriaco. È tempo: qualche minuto dopo un violento scoppio lacera l’aria. È la no¬stra prima risposta a tutte quelle tristi fanfaronate del teatro Lirico.
Il giorno di San Silvestro, in tre cinematografi cit¬tadini (il “Pace,” lo “Smeraldo” e l’Impero”) i gap¬pisti irrompono nel bel mezzo dello spettacolo, ne sospendono lo svolgimento e lanciano manifestini inneg¬gianti alla lotta di Liberazione. Al “Pace” c’e battaglia in platea con i fascisti della compagnia “Bir el Gobi”: uno rimane ucciso, altri due feriti. In serata in piazzale Firenze altri gappisti della Terza attaccano due sottufficiali fascisti, abbattendone uno.
L’indomani, la prefettura, in seguito all’intervento del colonnello Rauft, il comandante germanico della polizia di sicurezza dispone la chiusura dei locali pub¬blici alle 19,30: dalle 19 alle 5 del mattino è vietata la circolazione di biciclette.
Noi intensifichiamo l’attività, non diamo tregua al nemico. Il 7 gennaio attacco da solo un locale in via Vit¬tor Pisani, angolo piazza Duca d’Aosta, sempre molto frequentato dai tedeschi e dai fascisti… I fascisti am¬maestrati dalla prima azione, hanno disposto davanti ai loro ritrovi la sorveglianza di sentinelle. D’accordo con il tecnico, ho fatto costruire un involucro a fisarmo¬nica. Sono le 17,30 di un pomeriggio buio, nebbioso. Mi getto il falso strumento sulle spalle, rabbrividendo al contatto. Prima di entrare, accendo la miccia. Mi guardo attorno, siedo, ordino da bere, chiedo dove sia la toilette, depongo il fardello a terra, inosservato esco sotto lo sguardo della sentinella. Faccio pochi metri: lo scoppio! Secondo il calcolo delle autorità sono quat¬tordici fra morti e feriti.
Il giorno dopo, il capo della provincia, Mario Bassi, emana il seguente comunicato “… causando la perdita di militari italiani e germanici e di cittadini. Visto l’art. 19 della legge comunale e provinciale ho decretato: 1°) con decorrenza immediata il coprifuoco e anticipato dalle ore 22 alle ore 20,30. 2°) I servizi pubblici ade¬gueranno il loro servizio a tale orario. 3°) Gli esercizi pubblici e i luoghi di divertimento chiuderanno i locali alle ore 19,30… ecc. ecc.”
Sono provato, teso e solo. Chiedo maggiori aiuti ma non ricevo risposta. Scrivo, protesto. Poi mi quieto e invento qualcos’altro.
Mi incontro con Lina.44
“Perché hai voluto vedermi?”
“Dimmi una cosa,” le chiedo, “tu porti sempre lo stesso vestito. Potrebbero facilmente riconoscerti. Cer¬ca di cambiarlo, qualche volta.”
“Lo farei volentieri, se potessi.”
“Andiamo, allora.”
Ci incamminiamo verso un negozio di corso Vittorio Emanuele. Lina sceglie un cappotto di colore grigio chiaro. Le sta bene. È contenta. Mi chiede ancora: “Perché hai voluto vedermi?”
“Ebbene,” dico, “te la sentiresti di compiere una azione con me?” È facile mettersi d’accordo per la sera del 13 gennaio 1945, collocheremo alcune bombe in un ritrovo in via Ponte Vetero frequentato dai nazifa¬scisti e dai trafficanti di borsa nera.
La sera io e la Selvetti ritiriamo le bombe, portate da Minardi e da Olga. Ci incamminiamo lentamente. È una notte buia, umida, dal cielo coperto. Lina ha in¬dossato il cappotto nuovo e ha al collo una sciarpa che le ha mandato la madre. Le cammino accanto tenen¬do le mani in tasca, pronto a intervenire. Lina dovrà restare con me fino alla porta del locale, e poi allonta¬narsi. Ci troveremo all’indomani.
Siamo quasi vicini all’obiettivo. Ci fermiamo. Nella nebbia giungono scricchiolii di passi, mormorii di voci come se un gruppo di persone si dirigesse alla nostra volta. La mano di Lina stringe la mia. Il rumo¬re di passi si spegne, ma non le voci, troppo basse per essere intelligibili. Poi anche le voci tacciono e regna il silenzio. Ascolto solo il battito del cuore di Lina.
“Non hai paura?”
“No.”
Che cosa si può dire a una ragazza che porta nella borsa un carico di bombe?
Continua ad osservarmi. Dico ancora: “Perché non hai paura? tutti hanno paura.”
“Allora io non sono come gli altri. Mi preferisci forse con la paura?”
“Ci sono momenti in cui si ha paura,” insisto.
“Ed allora sono dolente di deluderti. Non mento, ti assicuro.”
All’improvviso sento i suoi occhi quasi dentro di me: le mie guance scottano, bruciano come sempre ac¬cade quando sento il suo sguardo. Accendo una siga-retta, osservo i movimenti delle sue mani, voglio fis¬sare le lente volute del fumo.
Dice: “Mi pare che stia arrivando gente.” Le sue braccia mi circondano. Sono sbalordito. Sento il suo bacio sulle mie labbra. Sollevando la testa incontra il mio sguardo: “Ho dovuto farlo,” dice.
Ha gli occhi socchiusi. Distolgo lo sguardo, sopraf¬fatto dall’imbarazzo. Due tedeschi stanno entrando nel ritrovo. Mi prende una mano tra le sue, me la stringe disperatamente, affannosamente, premendola contro di sé. Sento quelle sue mani, la guancia morbida, infuo¬cata contro la mia tempia. Non parlo, ho la forza di non parlare: e poco dopo si stacca da me.
Mormora alcune parole. Io scuoto la testa con for¬za. Penso all’azione, a quello che dovrò fare di li a poco. Mi guarda con espressione seria, con occhi dolci e teneri.
“Sei veramente coraggiosa.”
Le tremano le labbra. “E’ facile essere coraggiosi quando si e in buona compagnia. Io sono come tutte le altre.”
“No, tu sei differente.”
Tutt’intorno è ancora silenzio. Accendo una siga¬retta, l’appoggio alla miccia. “A domani.” “A domani,” rispondo, mentre si allontana.
Entro, mi siedo. La bomba questa volta assomiglia a un pacco di dolci. La passo sotto il tavolo. Vado verso la toiletta e imbocco la porta che dà nel corridoio. Ho fatto soltanto pochi metri che l’ordigno esplode. Una scheggia mi sfiora. Mi trovo di fronte alcuni tedeschi. Ritorno sui miei passi. Arriva una camionetta. Mi guar¬do attorno.
Cammino in fretta. La prima strada che ho infilato mi riporta sui miei passi. Ne imbocco un’altra e mi trovo in mezzo a un caseggiato distrutto dai bombardamenti. Mi arrampico sulle macerie. Fa freddo, i vestiti aderiscono alle travi, le mani e le ginocchia sono lacerate dalle pietre. Una raffica di mitra e poi una se¬conda, più violenta mi fanno sussultare. Incespico, mi sento braccato. Vedo avanzare un’ombra nera, rasente il muro; avanza e si ferma, volgendo il capo per guar¬darsi attorno come spaventata: qualcos’altro si muove circospetto. Le due ombre si scambiano poche parole. Fanno alcuni passi assieme e un portone si apre, in¬ghiottendoli.
Freddo, ansia, inquietudine, emozioni: febbre. È l’ora del coprifuoco. Passano, con le sirene urlanti, alcune macchine. Mi appiattisco sul ventre, premo la fron¬te contro le macerie per evitare le lame di luce dei fari. Tornano le tenebre e il silenzio. Il freddo mi e penetrato nella ossa. Respiro profondamente, mi rialzo e vedo ancora davanti a me, nel buio, la strada; odo nuove voci, nuovi rumori di macchine. Mi sposto lentamente, re¬primendo il desiderio irragionevole di abbandonare quelle case in rovina.
Un pezzo di legno rotola facendomi sussultare. Appoggio la mano al muro, mi guardo attorno. Sento un’altra voce.
Quelle voci! Rimango impietrito con la mano sul cuore che batte. Vedo un uomo. Mi pare ubriaco. Mi mordo le dita, affondo i denti nella pelle per non ur-lare. L’uomo si sdraia. Ritorna la calma, non dentro di me.
È una delle mie tante notti partigiane, ma ben diversa da ogni altra. Corro alle stelle del cielo di Spagna che tante volte mi erano state amiche nelle attese, nei turni di guardia, nei ricordi della casa e della patria lontana; corro all’infanzia, alla miniera, al volto di tanti amici, di tanti compagni; ritrovo perfino davanti a me il viso… di quel tedesco che in piazza Cadorna chiese pietà mostrandomi l’immagine dei suoi figli; sento an¬cora bruciare il bacio di Lina; afferro, nel guizzo veloce del ricordo, i momenti teneri della lontana infanzia; ma poi tutto torna crudelmente vero. Mi avvolge il sonno tormentato della grande città, l’odore della guerra, il rantolo di un avvinazzato. Questa e dunque la mia sorte? Sto veramente impazzendo, disteso su un cu¬mulo di macerie, accanto a un ubriaco? Ho qualche se¬condo di smarrimento e poi ricomincio a pensare. Penso da uomo di senno. Possibile, mi dico, che si debba essere sempre così soli, così pochi? Possibile che non si possano trovare altri gappisti? Cosa sarà di noi, di me, dopo la guerra? Quando avremo vinto?
Forse ritorneranno con noi anche coloro che oggi collaborano col nemico, coloro che sanno sempre ade¬guarsi, che sanno dire di sì. Che scopo hanno dunque i nostri sacrifici, il sacrificio di quelli che muoiono? E domani? Oh, domani si faranno avanti gli altri. Ricor¬do i minatori e la loro miseria, i giorni senza pane, il focolare spento, le settimane senza lavoro, la porta chiusa la sera perché non si era pagato l’affitto, l’inso¬lenza dei padroni, la dignità calpestata.
Ricordo i sacrifici di tanti compagni, qui e in Spa¬gna, e le battaglie, gli agguati, le interminabili attese prima dell’assalto. Ricordo Huesca.

*

“Attaccare per salvare Bilbao” era la parola d’ordine di quei giorni. Il grosso delle forze repubblicane in marcia verso Huesca era composto da Brigate Internazionali e da reparti dell’esercito regolare. Arrivammo a metà giugno a Huesca, un fronte da mesi inoperoso dove l’inerzia dei reparti anarchici favoriva l’azione dei franchisti sugli altri fronti: nel settore non si era mai sparato un colpo. Il caldo, il sole allucinante, la terra arida, la mancanza d’acqua, la diffidenza degli anarchici erano deprimenti.
Dopo una marcia notturna arrivammo in trincea sul Colle del Cigno, una gobba del terreno protetta da due file di reticolato e da qualche vigneto. Non c’era una pianta a difenderci dal sole. Una conca, un torrente, un campo di grano, una strada, un villaggio e un campa¬nile ci separavano dal nemico.
Al nostro arrivo i fascisti ruppero la tregua.
Dal campanile seguivano tutti i nostri movimenti, aprirono il fuoco su ogni bersaglio mobile, costringen¬doci a rimanere acquattati nelle buche.
L’aviazione repubblicana bombardava le posizioni nemiche; i nostri carri ne attaccarono lo sperone avan¬zato di Chimilas seguiti da un battaglione della brigata.
L’artiglieria franchista martellava senza sosta i carri e gli uomini per arrestarne l’assalto e per dare tempo ai propri rinforzi di affluire. Il nostro battaglione restò bloccato a ridosso delle trincee nemiche, i nostri carri ripiegarono.
Un rombo in cielo: aerei repubblicani si scontra¬rono con una grossa formazione nemica. Un nostro aeroplano, colpito, precipitò nella terra di nessuno, mentre l’aviatore si lanciava col paracadute. La mitragliatrice nemica piazzata sul campanile apri il fuoco contro il puntino dondolante sotto l’ombrello bianco. Facemmo segnali per farci riconoscere dal pilota: l’uomo si schiac¬ciò contro il suolo nudo. Dal campanile la mitragliatrice continuava a tirare. Due garibaldini strisciarono fuori dalla trincea per avvicinarsi all’uomo immobile, ma non poterono avanzare. Rispondemmo allora al fuoco con tutte le nostre armi per evitare che il pilota venisse col¬pito o fatto prigioniero.
Trascorsero ore ed ore: i nostri sguardi erano co¬stantemente puntati sull’aviatore sdraiato al suolo, incredibilmente immobile. Forse era colpito, forse era mor¬to. I due garibaldini usciti dalla trincea poterono rientrare. Di colpo, nel vigneto, vedemmo una testa appa¬rire e sparire; era il pilota.
“Dandolo,” un garibaldino, gli gridò qualcosa in russo. Il pilota strisciò ancora qualche metro verso di noi e si fermò di nuovo. Era disorientato. E Baldassarre a sgolarsi: “Tovarisc, tovarisc! ” senza riuscire a met¬tere insieme due o tre frasi convincenti. Il pilota taceva. “Tovarisc, tovarisc” gridò di nuovo Baldassarre. All’im¬provviso il pilota riprese a strisciare senza più fermarsi finché scivolò nella nostra trincea. Era quasi un ra¬gazzo, alto, robusto. Sorrideva con aria confusa, come per farsi perdonare di non averci riconosciuti subito. Strinse tutte le mani e abbracciò i garibaldini più vicini prima di allontanarsi verso il comando.
Poi vennero i bombardieri: vedevamo cadere le bombe prima di sentirle esplodere. Quattro caccia volavano verso di noi. Sparammo. Tutti assieme con i fu¬cili, con le mitragliatrici, contro la loro pancia schifosa.
Si allontanarono. Uno lasciò dietro di sé una scia di fumo, si abbassò, andò a schiantarsi sulla terra di nessuno. La trincea urlò dalla gioia, festeggiando il sergente Pietro Borghi, modesto e schivo, nella sua buca, dietro l’infallibile mitragliatrice. Scese la sera e finalmente potemmo muoverci, camminare. Nell’oscu¬rità il nemico continuava a sparare.
Domani saremmo andati all’attacco: eravamo ecci¬tati e inquieti, come ad ogni vigilia. Il nemico ben trin¬cerato disponeva d’una considerevole massa di fuoco. La notte trascorse lentissima, esasperante. Il cielo era pieno di stelle. La luce bianca della luna illuminava la grande pianura che ci stava davanti, senza alcun riparo, i campi di grano, i vigneti, il piccolo fiume. Pochi di noi dormirono. Avevamo gli stessi pensieri; i compagni morti ieri, quelli che moriranno domani. Avevamo gli stessi desideri: che quella notte non finisse mai, che l’oscurità ci proteggesse dalla morte.

Spuntò l’alba. Correvo nella pianura, altri correvano con me, gridando non so cosa.
Gridare mi faceva sentire ancora vivo, mi faceva correre avanti, gridare tanto forte da coprire lo schianto delle bombe.
Altri gridavano, altri correvano: m’accorgevo appena di loro. C’era l’inferno: raffiche zappavano la terra davanti e ai lati; i tonfi delle bombe laceravano l’aria. Grida, gemiti, singhiozzi. Molti cadevano ma io non avevo altro pensiero che quello di correre. Alla sera ci ritirammo. La notte finì. Risuonò di nuovo l’ordine di attacco: di nuovo gli uomini uscirono dalle trincee, dalle buche, allo scoperto, sotto il fuoco delle mitra¬gliatrici inesorabili. Sostai un attimo; il tempo di ve¬dere gli uomini che precipitavano a terra come sacchi vuoti. Due carri armati in fiamme fra il grano. Vicino a me un ferito urlava e imprecava; un altro, illeso, rag-gomitolato a terra, sussultava, piangeva e invocava la madre.
Mi sorpassò un veterano dai capelli bianchi, lo sguardo fisso, gridando a se stesso: va’ avanti, presto, avanti, corri !
Uno dei nostri carri s’impennò presso il fiume e prese fuoco. Avanzavo a testa bassa ma a correre era¬vamo sempre in meno; le raffiche delle mitragliatrici ci spruzzavano addosso zampilli di terra. Il fiume era vi¬cino. La mitraglia nemica continuava a sparare una piog¬gia incessante. Correvo fra i colpi; rotolai dall’argine, at¬traverso il rigagnolo, mi stesi al riparo dell’altro argine.
Rimanemmo in quattro. E in quattro non si poteva continuare l’assalto.
Ci raggiunse un portaordini, un giovane spagnolo, ad annunciare rinforzi. Si sollevò, ricadde di schianto, colpito al viso. Il corpo rotolò giù, in acqua.
Tomat: era li, anche lui, dietro di noi. “Dobbiamo ritirarci,” gridò, “ordine di Raimondi che e al comando. Battistelli e gravemente ferito.”
Molti i morti, moltissimi i feriti. “Dov’è la mitraglia¬trice del primo distaccamento?” chiese Tomat. “Più avanti.”
“Più avanti? È impossibile.”
Insistei. Tomat mi ordinò di andarla a riprendere. Strisciai fuori dal riparo dell’argine. Seguii una traccia lasciata fra le spighe e avanzai per un centinaio di me¬tri, finché urtai contro la schiena di un garibaldino mor¬to. Cerbai e la mitragliatrice erano ancora più avanti. Altri feriti che gridavano, piangevano. Non potevo fer¬marmi, continuai a strisciare; finalmente a quaranta me¬tri dalle trincee nemiche la mitragliatrice, Cerbai e un altro garibaldino, i soli rimasti della squadra di otto uomini. Cerbai imprecava. Strisciando tra morti e fe¬riti trascinammo la mitragliatrice. Afferrai per un brac¬cio un garibaldino con la gamba fracassata e la spalla rotta, lentamente, dieci centimetri alla volta, lo trascinai fino al fiume dove Cerbai mi aveva preceduto con la mitragliatrice. Aspettammo la sera per andarcene;. il buio per salvare i feriti. Cadde di nuovo la notte; lasciammo il fiume, rientrammo nelle trincee fra i vigneti. All’ap¬pello, ogni cento uomini ne mancavano sessanta.

*

Un topo mi striscia fra i piedi rosicchiando qualco¬sa. Tremo di freddo, non posso far niente. E l’uomo sdraiato a pochi metri mi infastidisce e mi preoccupa.
Una campana suona le due e un quarto. Vorrei ad¬dormentarmi e svegliarmi al mattino. Sento lo sferra¬gliamento di un tram. Tento di alzarmi. Le gambe, la schiena, tutto mi fa male. Con uno sforzo sono in piedi, per ripulirmi, muovermi. Mi incammino passando davanti allo sconosciuto che dorme.

Dopo gli eccidi del Campo Giuriati e di Arcore il comandante Piazza non tarda a emanare l’ordine di get¬tare ogni forza al contrattacco. Il nemico non dovrà avere più tregua; e noi pure. Le SAP assaltano le caserme dei fascisti; in piazzale Firenze un ufficiale e due fascisti cadono sotto i colpi dei GAP, ai quali si e unito il gruppo “Walter.” Sono proprio i suoi uomini a fare giustizia di un maresciallo e di un sergente di Mori, spie, aguzzini, il 3 febbraio 1945. Altri giovani accor¬rono nelle file partigiane per entrare nei GAP. Una delle nuove squadre provoca il deragliamento di un treno; il distaccamento “Walter” dal 5 al 10 distrugge cinque grossi autocarri, abbattendo due soldati tedeschi. Nei corso di questa lotta senza quartiere, matura il piano di attacco alla trattoria “Leon D’Oro,” in corso Gari-baldi, dove ha sede la mensa della Muti di via Schiap¬parelli. I fascisti hanno tentato di trasformare la loro tana in un fortilizio, accatastando casse di munizioni, e intensificando la vigilanza. Il piano d’attacco deve essere studiato molto dettagliatamente. Incarico Minardi, Olga e Pellegrini di trovare i mezzi e i modi migliori per penetrare nel “Leon D’Oro” e collocarvi gli ordi¬gni. L’azione e fissata per il 4 febbraio 1945.
La squadra agirà agli ordini di Franci. Con lui de¬vono andare Albino Rossi, Albino Trecchi (già della III divisione “Aliotta” operante nell’Oltrepò pavese) e Lina Selvetti.
Alle ore 17 ho un incontro con Franci; alle 17,30 con Lina Selvetti. Decido di prendere direttamente il comando. Franci mi guarda incredulo: “Cosa significa questo cambiamento?” Taccio. “Non ti fidi, forse?” La semplicità delle sue parole mi toglie ogni volontà di ribattere. “Va bene; hai vinto. Sai che non e una que-stione di sfiducia. Volevo solo dirti di metterci la mas¬sima attenzione.” Li vedo incamminarsi tutti e quattro.

Minardi e Olga sono colti all’improvviso dal boato. Guardano l’orologio. “C’e stato un anticipo” esclama Olga terrorizzata. Le sue parole si confondono con le imprecazioni e gli spari.

A sera, in piazzale Susa, attendo invano Franci. Mi allontano molto turbato. Non mi reco al solito indiriz¬zo ma in via Merzario, in casa della signora Amelia Rozza, moglie di un ingegnere deportato in Germania, un rifugio sicuro. Nello stesso stabile abita la signora Baroni, che all’occorrenza mi concede ospitalità. Trascorro una notte insonne.
Al mattino, sono in strada all’alba per incontrarmi con Minardi. Tutto e spaventosamente chiaro. “La bom¬ba,” dice, “e esplosa prima del tempo. Poi non e stato piú possibile avvicinarci.”
“E i ragazzi?”
“Niente, non ne so niente.”
I familiari di Franci sono preoccupati, ma ancora all’oscuro di ogni cosa. Mi implorano. Prometto loro, confusamente, non so che.
Il giorno dopo mando una compagna, Tatiana, che conosce Franci e Lina, all’obitorio. L’attende alle 11 in piazza Guardi; so che non rivedremo più né Franci né la ragazza.
Come può essere successo? Un difetto tecnico della bomba? Una spia che li ha riconosciuti? Qualcuno ha forse sparato facendo esplodere la bomba? O Franci ha acceso la miccia prima del tempo? Domande senza risposta.
Lina Selvetti aveva solo ventiquattro anni. Nelle giornate del settembre 1943 era stata tra le prime ragazze partigiane, in Valtellina. La ricordo, durante una azione condotta assieme, quando mi baciò dicendo: “Non dovevo farlo, vero?”
Albino Rossi: un glorioso combattente dell’Oltrepo. Aveva chiesto di passare alla 3″ brigata GAP perché “voleva fare di più.”
Nell’azione contro il posto di ristoro è rimasto gra¬vemente ferito! Con stoicismo ha sopportato gli atroci dolori ed e spirato all’ospedale mormorando alla suora che lo assisteva: “Per la libertà, per l’indipendenza.”
Albino Trecchi: milanese, 22 anni. Un altro par¬tigiano dell’Oltrepò, anch’egli aveva chiesto di passare tra i gappisti. Gli e costata la vita.
Luigi Franci: subito dopo l’8 settembre aveva aiu¬tato i prigionieri inglesi a fuggire in Svizzera. Generoso, entusiasta, si adoperava per nascondere i patrioti, per raccogliere danaro, medicinali; per distribuire la stampa clandestina. Anche lui, come gli altri, aveva chie¬sto di “fare di più.” Era di grande aiuto per confezionare bombe e procurare urgenti quantità di esplosivo e di armi. Ma non era soddisfatto. Voleva passare all’azione contro i nazifascisti. Ottenuto di dirigere l’azio¬ne contro il ritrovo di corso Garibaldi vi cade assieme alla sua squadra, il 4 febbraio 1945.
Negli anni prima della guerra lavorare alla Caproni, in tuta bianca, significava sfuggire all’Etiopia e dal 1937 in poi alla Spagna quando, invece di sbarcare a Massaua gli emigranti scendevano a terra a Tangeri, prima di ripartire per il fronte iberico. Lavorare alla Caproni si¬gnificava sicurezza di un lavoro: idrovolanti, bimoto¬ri, aerei da primato, una produzione moderna, un clima artigianale. La Caproni era simbolo di prestigio, no¬nostante un declino che nessuno immaginava imminente.
Lavorare alla Caproni, come in altri stabilimenti del tempo definiti “di interesse nazionale” permetteva all’operaio di sfuggire alla incerta sorte dei più. Le mae¬stranze erano il fior fiore della gioventù operaia ita¬liana. Perfino il regime doveva chiudere un occhio su certe insofferenze perché aveva bisogno degli operai della Caproni per la sua produzione. Se molti erano anti¬fascisti, erano tuttavia capaci. Si lasciava perdere.
Con la guerra i tempi si fanno più duri. Cadono le bombe.
La disciplina si inasprisce. Il 25 luglio sembra che il calvario sia bruscamente interrotto. L’8 settembre, mentre i Savoia scappano a Pescara e i ricchi del Nord in Svizzera, gli operai occupano la fabbrica; si impa¬droniscono di duecento mitragliatrici e si preparano a resistere. Ma Milano capitola e gli operai della Capro¬ni non possono far la guerra da soli. In fabbrica, lentamente riprende l’attività. Le duecento mitragliatrici scompaiono in luogo più sicuro. Prima in Via Manzoni, alla sede del comitato di Liberazione, e poi a Cer¬nobbio dove servono ad armare uno dei primi reparti partigiani.
Alla Caproni ritorna il colonnello Cesarini, una spe¬cie di gigante, una bestia inferocita, l’immagine della prepotenza e del terrore. Ostenta la violenza e il cini¬smo. Assiste agli arresti; firma personalmente ogni atto di repressione. È insolente, ottuso, sanguinario. L’uomo che prima della guerra in fabbrica era incaricato della disciplina aziendale, ora e l’incarnazione della vendetta e della rappresaglia; l’immagine stessa del fascismo repubblichino.
Ordina la schedatura degli antifascisti che si sono distinti nel periodo badogliano. Molti fanno già parte dell’organizzazione clandestina che ha già cominciato ad operare in fabbrica. Ha inizio il confronto senza quartiere tra i repubblichini della brigata nera che pre¬sidia gli stabilimenti e sorveglia gli uomini, li spia e li arresta e gli uomini dell’organizzazione clandestina che preparano le azioni di sabotaggio, che reclutano i combattenti per le formazioni di montagna e si sforzano di neutralizzare delatori e aguzzini.

L’ingegnere Giovanni Cervi, dirigente di Giustizia e Libertà portato a San Vittore, viene fucilato all’Are¬na, in una mattina nebbiosa dell’ottobre del ’43. È la prima vittima del colonnello Cesarini.
L’assassinio alimenta un’atmosfera di odio; la presenza del gerarca e una provocazione continua sia quando, in ufficio, interroga gli operai, sia quando passeg¬gia di reparto in reparto, seguito dai pretoriani. Gli operai proclamano lo sciopero: ben quattromila si as¬sentano dal lavoro.
Le rappresaglie creano vuoti in ogni reparto. Se il compagno di lavoro non si fa vedere per un giorno o due non vi e dubbio che sia in prigione. Dalla prigione molti partiranno per la Germania; altri moriranno su qualche piazza o a qualche angolo di via, impiccati. Lo si saprà scorrendo i giornali o leggendo i nomi dei “banditi” fucilati. Nel frattempo bisogna stare in guar¬dia: attorno al posto dell’assente si aggira uno sgherro della Muti o una faccia sospetta di spia; bisogna evitare di chiedere notizie del compagno per non subire la stessa sorte.
Contro i 30 della Muti agli ordini di Cesarini gli operai resistono ma non cedono. Dopo lo sciopero dell’ottobre, altri si succedono in novembre e in dicem-bre: le rivendicazioni aziendali mascherano i motivi po¬litici. L’organizzazione clandestina comincia anch’essa a vibrare i suoi colpi. A novembre uno dei trenta re¬pubblichini della Caproni, uno dei più feroci, mentre passa in via Aselli, viene abbattuto da alcuni colpi di pistola. E’ stato uno dei gappisti della Caproni. Ha ven¬dicato l’ingegnere Cervi e gli operai deportati e impri¬gionati.
Furore alla Caproni: centinaia di operai vengono deportati. Molti lasciano la fabbrica, se ne vanno in montagna, coi partigiani. La 196ª brigata Garibaldi costituita all’interno della Caproni fa saltare la cabina elettrica, sabota gli aeroplani e costruisce sotto lo sguar¬do dei repubblichini, i micidiali chiodi a tre punte che bloccheranno le auto nazifasciste.
Arresti, deportazioni e l’allontanamento dalla fab¬brica di molti dirigenti della lotta clandestina, non im¬pediscono la massiccia partecipazione agli scioperi del marzo 1944. La situazione si aggrava. Non si tratta piú di arresti isolati ma di decimazioni in massa. Il problema numero uno del movimento clandestino della città e quello di eliminare Cesarini. L’uomo è riuscito ad imporre il terrore ed è quasi impossibile mobilitare le energie ancora vive perché la sorveglianza e incessante e la rappresaglia durissima. La lotta continua, ma in condizioni estremamente ardue.
Cesarini e all’apice della sua potenza. È voce au¬torevole della federazione repubblichina, e il “padrone” della Caproni, dispone come vuole dei suoi uomini, una pattuglia dei quali lo segue sempre, in fabbrica come a casa, ovunque si sposti. Gli ultimi mesi del 1944 e i primi del ’45 sono penosi per tutti. Il freddo entra nelle case prive di riscaldamento; la fame incom¬be; i lugubri manifesti delle condanne capitali tap¬pezzano i muri; i plotoni di esecuzione della Muti, delle SS, dell’Aeronautica repubblichina si alternano al Campo Giuriati. Basta un sospetto per cadere nelle mani degli oppressori. Il nemico avverte che l’ora del tramonto si avvicina. Da ogni finestra può partire un colpo di fucile, dalla mano di un “gappista” che atten¬de ad un angolo di via può giungere la morte. La paura aumenta la ferocia. Dai lampioni pendono i corpi dei patrioti impiccati; i rastrellamenti diventano più spie¬tati; alla Caproni Cesarini infuria.

Per il solito canale nascosto, mi avvertono che un compagno del Comando regionale lombardo mi atten¬derà nel pomeriggio di domenica in un bar. Il proprietario è un militante insospettato. Ci troveremo nel suo locale per fumare una sigaretta e giocare una partita a carte. Tutto normale, ma proprio mentre attendo la domenica apprendo dalle cronache dei giornali che sono stati arrestati alcuni garibaldini. Non si fanno nomi. La polizia repubblichina e vigile e prudente. Quale anello della nostra catena e stato rotto? Tuttavia ho l’impressione che la notizia nasconda qualcosa di strano. Si accenna ad un attentato criminale sventato dalle forze di sicurezza della repubblica di Salò; l’operazione si sarebbe conclusa con alcuni arresti. Non si fa neppure cenno della località e si Parla solo genericamente di Milano città.
Abitualmente, quando notizie di questo genere ven¬gono pubblicate, si concludono immediatamente con l’annuncio di una o più esecuzioni capitali. Stavolta non se ne accenna neppure. Sembra una notizia trabocchet¬to. La prudenza mi impone di controllare per prima cosa l’invito a incontrare un compagno del Comando: tutto e regolare. Non e possibile che vi siano state infiltrazioni spionistiche. Il mio controllo e minuzioso. Risalgo a ritroso lungo il collegamento che ha permes¬so ad Alberganti di avvertirmi. Tutto e regolare; ma alla domenica, prima di entrare nel bar, controllo anche più accuratamente del solito i dintorni. Almeno in apparenza non c’e ombra di poliziotti o di repubblichini in borghese.
Dentro, nei due locali, l’atmosfera e tranquilla. Gen¬te che gioca una partita a biliardo con l’impegno e l’abbandono dei giorni di pace, chi beve il surrogato di caffè o un bicchiere di vino. L’odore delle sigarette e pestilenziale. Un tipo anziano, in un angolo, le con¬feziona per tutti gli avventori del locale con foglie di platano conservate chissà come, forse dall’inverno precedente. L’atmosfera e irrespirabile. Vicino al telefono, davanti a un bicchiere di birra, sta Alberganti, una vecchia conoscenza del confino di Ventotene. Siamo due vecchi del mestiere e non ci perdiamo in convene¬voli. Siamo tutti e due abbastanza preoccupati. Alber¬ganti perché sa quel che e accaduto e io perché lo ignoro. Gli arresti annunciati dal giornale non ci sono stati, ma un’azione importante e fallita e, quel che e peggio, gli esecutori hanno rinunciato al compito dopo aver messo a repentaglio le loro vite. I repubblichini li avevano individuati con le armi in pugno. Non ci sono stati arresti perché nessuno si e salvato conclude Alberganti. “E’ la terza volta che il tentativo fallisce.”
In parole povere, il quarto tentativo di togliere dalla circolazione il boia della Caproni tocca a me. Natu¬ralmente il Comando mi lascia libero di decidere e di accettare é una settimana per rifletterci. Tanto vale de¬cidere subito ed eliminare il rischio di un altro incon¬tro. Accetto. Alberganti mi batte la mano sulla spalla e se ne va. Indugio un po’ e sto per andarmene anche io quando una voce mi richiama perentoriamente quan¬do sto per varcare la soglia. La mano mi corre alla ta¬sca dove tengo la pistola; e il cameriere che reclama il conto di Alberganti che non e stato pagato. Mi vien da ridere. Rivedendolo dopo tanti anni mi ero ricordato solo del suo straordinario coraggio, non di queste sue piccole avarizie. Lascio una buona mancia.
Tra le tante azioni fatte questa e una delle peggiori. Meglio operare da solo. Mando a dire ai miei gappisti che ci sarà una breve pausa e che ne approfittino per leggere e studiare, come insegnava Gramsci. Chissà se lo faranno! D’altra parte non hanno molte altre distra¬zioni, visto che la regola della clandestinità esige che rimangano tappati in casa, in prigionia volontaria.
Anch’io sono chiuso in casa, davanti allo schizzo della zona in cui si dovrà concludere l’operazione Ce¬sarini: Viale Mugello, angolo Corso XXII Marzo, di qua una salumeria, proprio di fronte alla fermata del tram e, dall’altra parte, un vecchio magazzino. In astrat¬to lo schema dell’azione e facile; quando decido di veri¬ficarne la rispondenza coi luoghi mi rendo conto che la cosa non sta in piedi; la zona e completamente allo scoperto, sia Viale Mugello, sia piazza Grandi, formicolante di poliziotti; sia viale Campania larghissimo e diritto, ideale campo di tiro dei guardiani di Cesarini.
Trascorro una notte tutt’altro che tranquilla. La mattina dopo ritorno sul posto. Compro un etto di mor¬tadella e un po’ di formaggio, poi sorseggio un caffè in un bar all’angolo con viale Campania. Mi sorprende d’essere più tranquillo. La zona e scopertissima ma il vecchio magazzeno abbandonato non potrebbe non favorire la fuga. Un’altra soluzione ancora mi viene sug¬gerita da un operaio dell’acquedotto che sta scendendo in un tombino. Potrei tentare anch’io di sollevare il chiusino per cercare nel sottosuolo un’altra via di uscita. Accendo una sigaretta proprio accanto all’operaio. Mi chiede del fuoco. Getto il fiammifero spento, ne prendo un altro e con calma, gli accendo la sigaretta. Barattiamo quattro chiacchiere sul tempo e sul loro la¬voro sotterraneo. Alle fine ne so abbastanza per potermi servire in caso di necessità della buca e orientarmi nel sottosuolo per alcune centinaia di metri prima di riemergere dal chiusino più discosto.
Il vecchio magazzeno abbandonato resta tuttavia quello che offre le migliori possibilità di salvezza: ha una porta secondaria su un’altra strada, grandi finestre facili da scavalcare, un cancello scorrevole sui cardini. Il magazzeno non ha custodi. Occorrono le chiavi per entrare, ma a questo provvederà un compagno fabbro.
Mi sveglio di notte. In strada c’e brusio di voci for¬se di militari. Scosto le imposte, sono soldati. Il risve¬glio riaccende in me preoccupazioni e tensione. Quan¬te ore trascorrono? Dalle imposte filtra la luce dell’al¬ba. Scatta qualcosa in me. Il volto di Cesarini, l’im¬magine della potenza e della viltà che entra in fabbrica e colpisce gli inermi. O forse il ricordo di una lontana alba in terra spagnola?

Ero poco piú di un ragazzo e la luce del sole, la prima, giungeva da dietro una collina. Eravamo abi¬tuati a vederla tinta di sangue, la collina dell’Ebro… Coperta di ulivi. Noi garibaldini, con i fucili di tutti i modelli, senza elmetti, scavavamo con le unghie la terra, un riparo dalle bombe, dagli aerei fascisti, dall’artiglieria franchista. Giorni e ore disperate. Volti visti l’ultima volta al bagliore di un razzo illuminato. Assalti all’arma bianca! Sete di libertà! Volontà di libe¬razione! Avremmo mai immaginato di essere presi ad uno ad uno? Quando eravamo là, sui costoni di quelle colline desolate, là ad urlare, a gridare la nostra rab¬bia per il massacro di Guernica. 45

Alle sette del mattino, con le chiavi che tintinnano in tasca, e l’occhio attento sul quadrante dell’orologio, mi faccio accompagnare da un compagno in bicicletta in viale Mugello. Scendo, passeggio un po’ davanti alla salumeria, proprio a due passi dalla fermata del tram. Sono le 7,20 e mi scopro impaziente e tranquillo.
In strada c’e gente. Tra poco gli operai dovranno entrare al lavoro e i tram transitano sempre più affol¬lati. Alla fermata attigua si affollano uomini e donne. Da piazza Grandi spunta Cesarini. L’ho visto poche volte ma so che e lui, il personaggio di sempre, il ne¬mico da combattere ovunque, in Spagna, in Francia, in Italia, a Milano. Ha fatto deportare centinaia di ope¬rai e di tecnici, quasi tutti ad Auschwitz, ha fatto im¬prigionare e fucilare compagni e amici. Ora anche lui sta arrivando all’ultima fermata assieme ai due militi armati di mitra che lo scortano. Non ho bisogno di muovermi. È lui stesso che mi viene incontro col passo tracotante, di chi non vuole nessuno sul suo cammino. Ma sulla sua via ci sono io, il figlio dell’operaio pie¬montese fuggito in Francia per non subire la prepoten¬za dei Cesarini di ieri e di oggi. Gli sbarro la strada.
Gli spiano in faccia le due rivoltelle e la sua faccia rivela soltanto stupore. Non avrebbe mai creduto pos¬sibile che qualcuno osasse fermarlo. Gli grido forte, perché gli operai che sono attorno sentano: “Cesarini, hai finito di deportare i lavoratori della Caproni.” Spa¬ro. Tenta di mettere mano alla fondina ma e già a terra assieme a uno dei suoi accompagnatori. L’altro cerca di togliersi di spalla il mitra, ma non fa in tempo. Le mie armi sono scariche. Grido: “Giustizia è fatta, insorgete contro il fascismo.” La gente che, al rumore degli spari, si e gettata a terra, si alza e applaude. Al¬cuni gridano: “Hanno ucciso Cesarini, evviva.”
È il momento di fuggire. La strada e libera. Non val la pena di addentrarsi nel vecchio magazzino. Bal¬zo sulla bicicletta e pedalo rabbiosamente. Un capitano d’aviazione mi si para davanti brandendo una rivoltel¬la; punto la mia scarica e l’eroe di Salò lascia cadere l’arma e fugge. Me ne vado senza altri incidenti.
Giustizia e fatta. Gli operai che prendono il tram diranno in fabbrica, di lì a poco, la grande notizia: il boia della Caproni, l’assassino di centinaia di operai, è stato giustiziato.

Dopo l’arresto del gruppo di Campegni, fucilato al campo Giuriati altri quattro gappisti erano morti in una azione di guerra.
È quindi necessario ottenere rinforzi dalla brigata. Non e facile. Non si improvvisa un gappista da un gior¬no all’altro, lo si deve “costruire.”
In quelle settimane si e messo in luce un distac¬camento milanese della SAP, composto da un gruppo di operai degli stabilimenti Mabo e Cabi-Cattaneo che già ha disarmato militi repubblichini e soldati tedeschi, e compiuto azioni di disturbo. Da Brusò, Novelli, Ron¬caglione, Romano, Giuseppe Colombo, Cesare Colom¬bo, Sinistro Alfredo ai quali si aggiungono poi Orsi che comandava una brigata in Valle Olona, Giancarlo e Mantovani, ci aspettiamo molto. A Novelli è affidato il comando del distaccamento. Brusò e il commissario. Che siano ragazzi seri e coraggiosi, lo hanno dimostrato in più di un’azione.
Rafforzati dal gruppo di Novelli i gappisti sono all’azione ovunque: da Allori dove ingaggiano una vera e propria battaglia al centro di Milano dove viene uc-ciso un nazista.
Il 22 febbraio 1945 e il 27° anniversario dell’Eser¬cito Sovietico. Sulle ciminiere delle fabbriche milanesi sventolano vessilli rossi, sui muri appaiono scritte, un po’ dovunque si radunano comizi volanti.
Il 28 febbraio tre gappisti, eludendo la vigilanza della sentinella, collocano all’altezza di Affori, sulla li¬nea ferroviaria Milano-Torino una bomba interrompen¬do il traffico per parecchie ore. Marzo si avvicina e la liberazione e nell’aria, annunciata da fatti, dai discorsi della gente sui tram o davanti ai negozi in attesa della distribuzione dei generi tesserati.
Si impreca al fascismo quando appaiono le squa¬dre delle brigate nere. Le donne, davanti agli spacci, maledicono la guerra, il fascismo, Hitler. Sempre più spesso si ode la frase: “sta per finire,” oppure “la va a pochi.” Le spie e i delatori si danno ancora da fare, molti cittadini vengono ancora incarcerati o deportati in Germania. Ma la gente ha meno paura. Soprattutto gli operai delle fabbriche rispondono ad ogni provocazione fascista, manifestando apertamente l’opposizione al regime organizzando veri e propri comizi all’interno delle officine. Scioperi e manifestazioni per la difesa del diritto alla vita, per il pane si succedono ovunque. La parola d’ordine e: “farla finita con i nazifascisti.” I gerarchi fascisti che in alcune fabbriche cercano di intimorire le maestranze, sono interrotti al grido dì “A morte il fascismo! Via i tedeschi! Basta con la guerra!”
Il primo marzo mi incontro con Clocchiatti (Ugo) che mi informa dell’uccisione di Curiel, vicino a piaz¬zale Baracca. La notizia si diffonde rapidamente in cit¬tà: hanno ucciso Curiel, il fondatore del Fronte della Gioventú, il direttore dell’Unità.
Avevo conosciuto Curiel a Ventotene nel 1940: ne ricordavo la figura slanciata, l’affabilità, la viva intelli¬genza, l’abitudine di tenere sempre un libro in mano. Lo incontravo spesso con Frausin46, l’operaio di Trieste che fu poi bruciato vivo dai tedeschi nel 1944. Avevo rivisto Curiel nel luglio del ’44 in via Marcona, con Dozza. Li scortai da lontano senza avvicinarmi. Curiel aveva saputo forse piú di ogni altro capire i giovani, spronarli alla lotta aperta; solo così, diceva, i giovani potranno formarsi la coscienza per continuare poi, su un piano diverso, la battaglia per la libertà e la demo¬crazia.
Per la 3a GAP l’uccisione di Curiel e un nuovo mo¬tivo per intensificare gli attacchi. I gappisti sono mo¬bilitati 24 ore su 24. I fascisti e i tedeschi sentono ormai prossima la fine, sospettano di tutto e di tutti, rimangono chiusi nelle loro caserme. E quando ne escono, camminano in gruppo, guardinghi, armati fino ai denti. Ma ormai l’iniziativa e nostra. Sono del marzo 1945 l’esecuzione del colonnello Cesarini, il boia della Caproni, del sottufficiale rastrellatore della GNR Angelo Contini, del maresciallo della Wehrmacht che si distinse nelle repressioni nel quartiere Lambrate, del noto squadrista Romualdo Papa; l’esecuzione di alcuni ufficiali della ” Resega,” comandanti di reparti che si distinsero negli ultimi feroci rastrellamenti contro le bri¬gate partigiane di montagna. E ancora: l’attacco e la quasi eliminazione di una nota spia la cui attività era costata la vita a numerosi patrioti; l’azione contro un ritrovo fascista, in via Delfico; il recupero di armi in casa di un noto fascista, sulla strada di Novate Mila¬nese; il disarmo di diversi fascisti della X Mas.
Le azioni incessanti dei gappisti agevolano le agitazioni degli operai. In questo clima, il 28 marzo, scen¬dono in sciopero i lavoratori di oltre cento fabbriche milanesi. La parola d’ordine e “Basta con la guerra, via i tedeschi, morte ai fascisti.”
I comandanti delle brigate nere, della Muti e dei reparti tedeschi schierano davanti alle fabbriche mili¬ti, soldati, SS. Gli operai non li temono più. Numerosi comizi e manifestazioni vengono organizzati no¬nostante le repressioni, le minacce, gli arresti. E mentre gli operai manifestano, i partigiani della 3ª GAP e le squadre SAP attaccano: industriali collaborazionisti, spie, militi, repubblichini, soldati e ufficiali tedeschi, seviziatori delle SS vengono abbattuti in pieno giorno per le strade, nelle loro case, davanti alle caserme. E le caserme stesse vengono attaccate con rapide azioni di squadre di due o tre uomini. Gli spari delle pistole e lo schianto delle bombe preannunciano la fine della tirannia.
In una delle ultime azioni cade Giancarlo, un gap¬pista giovanissimo.
Giancarlo, minuto, magro, dall’aspetto insignifican¬te, lento nell’esprimersi era molto astuto, pieno di sen¬sibilità e di coraggio. Giancarlo e Mantovani avevano at¬taccato in pieno giorno la caserma di via Cadamosto ti¬rando bombe e sparando raffiche di sten contro i bri¬ganti neri che stavano davanti alla porta, dietro sacchetti di sabbia. Continuano a sparare anche quando i fascisti reagiscono; bloccano col fuoco chi tenta di uscire, o si affaccia alla finestra. Poi i due ragazzi tentano la fuga in bicicletta. Mantovani si allontana. A Giancarlo si rompe la catena. Circondato continua a sparare fino a quando è colpito. Cade a terra e con lo sten costringe ancora gli inseguitori a rifugiarsi nei portoni; si rialza, riprende a correre; si lascia di nuovo cadere a terra, fingendosi morto. Nelle mani stringe una sipe, a cui ha già tolto la sicura. Quando il gruppo dei fascisti gli e vicino lancia la bomba. Catturato, pochi minuti dopo, portato in caserma, gli promettono di salvarlo se rivela dei nomi. “Se non parli, non rivedrai più la tua famiglia.”
Dopo tre ore di interrogatorio e di torture, Gian¬carlo viene portato fuori, appoggiato al muro di fronte alla caserma. Mentre i brigarti neri puntano il fucile, Giancarlo47 grida: “Viva i partigiani! Compagni andate avanti.”
Sembrano frasi ricostruite dalla leggenda. Invece Giancarlo e proprio morto così. Lo abbiamo saputo dai medesimi briganti neri che lo hanno ucciso quando, poche ore dopo, abbiamo dato l’assalto alla caserma di via Cadamosto e i responsabili della fucilazione di Gian¬carlo, prima di morire, ci hanno restituito la statura ideale del nostro compagno.
L’insurrezione e nell’aria: le strade sono affollate; fascisti e tedeschi circolano a bordo di mezzi blindati, i loro visi tesi. — Arrendersi o perire — ammonisce l’ultimo manifesto. Non c’e scampo per chi non butta subito le armi.
È il 24, il giorno in cui si spara. Non sono piú pic¬cole squadre di GAP ad attaccare. Gruppi di cittadini armati si scontrano con il nemico in veri e propri combattimenti.
All’Arcivescovado si svolgono trattative, i fascisti chiedono “garanzie,” una resa condizionata. La città e un fermento: a Niguarda una squadra di GAP e di SAP danno l’assalto ad una caserma di repubblichini.
Nel pomeriggio del 24, all’ingresso dell’abitato di Niguarda, da un camion tedesco partono raffiche di mitra: alcuni proiettili colpiscono mortalmente la com¬pagna Gina Bianchi, staffetta del comando regionale.48
La sera mi incontro con Busetto, comandante dei SAP. Mi dice che l’ora dell’insurrezione e vicina. Mo¬bilito tutte le staffette e trasmetto a mia volta l’ordine a tutti gli uomini della 3a GAP: “pronti per l’insurre¬zione. I fascisti e i tedeschi che non si arrendono de¬vono essere colpiti.”
Trascorro alcune ore su una sedia a sdraio in un ap¬partamento di via Macedonio Melloni, sede del coman¬do della 38 GAP.
Di tanto in tanto mi alzo e spio dalla finestra la strada. C’e del movimento. Fascisti che fuggono o fascisti che si preparano a difendersi!? Verso il mattino mi addormento. Mi sveglia il trillo del telefono, all’alba. È Vergani. Pronuncia le parole che aspetto ormai da tanto tempo. Il momento e giunto. Tutte le pene, i lutti, le persecuzioni stanno per finire. Mi pare impos¬sibile. Non avrei mai immaginato di ascoltare al tele¬fono quelle parole dalla voce di Vergani: “La città insorge, agisci con la tua. brigata secondo il piano sta¬bilito.” Forse mi ero sempre figurato che le parole fossero gridate da un altoparlante alle folle sulle piazze.
Scendo in strada. È il 25 aprile. C’e gente. Ci sono operai armati, squadre di giovani che corrono verso le caserme abbandonate nella notte dai fascisti. Vogliono anch’essi, questi ragazzi, impugnare un’arma. Il nemico non è ovunque battuto: asserragliato nei fortilizi e nei punti strategici, tenta la fuga su mezzi corazzati.
Dalla Casa dello Studente, in viale Romagna, spa¬rano. Alcuni giovani tentano di snidarli. Trecento me¬tri piú avanti, in piazza Piola, squadre di operai ar¬mati hanno occupato la Olap, la loro fabbrica e sono pronti a difenderla dalla distruzione. Finalmente mi sento in un mondo pieno, completo, vivo. Io che per mesi senza fine ho lottato con piccoli gruppi di tenaci patrioti; io che per mesi mi sono mosso come un’om¬bra, isolato, senza contatti se non quelli (tanto rari e fuggevoli da sembrare irreali) con esponenti del comando regionale, con le staffette o con pochi altri compa¬gni della brigata; io, in mezzo a tutta questa gente, a questi operai, a questi giovani, a queste donne mi sen¬to come immerso in un grande mare di affetto. Fino a ieri ho camminato nelle strade di questa grande città considerando i passanti potenziali nemici, dubitando di tutti, sospettando di ognuno. Oggi, confuso in questa folla amica, e come se uscissi da un incubo. Mi accorgo che le case sono belle case, che le strade sono ampie e che sopra di me c’e il cielo. Mi sorprendo a pensare cose come queste e mi fermo davanti al portone della Olap. C’e un gruppo di operai, tutti hanno un fucile. Un uomo dà alcuni ordini. Mi fermo ad osservarlo. Mi vede e mi chiede chi sono. Parlo, finalmente parlo. “Sono Visone, comandante della 3″ Gap.” L’uomo rimane qualche secondo senza parlare, poi all’improvvi¬so mi abbraccia, mi afferra per le gambe e mi rialza te¬nendomi in alto, sopra gli altri, e grida. Tutti capiscono che sono un amico, che sono un partigiano. Adesso gri¬dano tutti e quando l’uomo finalmente mi rimette a terra, mi abbracciano in due, in tre alla volta. Torna un poco di calma. Sto per andarmene. Vogliono darmi una scorta. Un quarto d’ora dopo, in via Ampere, mi incontro con gli artefici e i dirigenti della Lotta di Li-berazione.
È un grande giorno. È il grande giorno.
C’e tutta la città che corre che grida, che risorge. Per ore e ore le squadre dei GAP e dei SAP, degli operai, dei giovani, in attesa delle formazioni di montagna in mar¬cia verso Milano, corrono da un quartiere all’altro per eliminare un nido di resistenza fascista, per arrestare un gerarca, per costringere alla resa un reparto tedesco.
Quarantotto ore prima eravamo pochi, ora siamo folla. Però, dietro di noi a sorreggerci, ad aiutarci, a nasconderci, a sfamarci, a informarci, c’e sempre stata questa massa di popolo che ora corre per le strade, si abbraccia e ci abbraccia, e grida: “Viva i partigiani.”

44 Una Selvetti, già partigiana in Valtellina, fu aggregata al Comando dei GAP come staffetta.
45 Guernica fu bombardata e mitragliata a ondate successive, il pomeriggio del 26 aprile 1937 dagli aeroplani della legione “Condor,” che distrussero la città sacra ai baschi, simbolo della loro libertà.
46 Luigi Frausin, nato a Muggia nel 1894, ucciso dai nazifascisti nell’agosto del 1944. Condannato a 12 anni di carcere dal tribunale speciale. Organizzò il movimento di resistenza nella Venezia Giulia.
47 Giancarlo Brugnolotti, nato il 6 agosto 1921, fucilato il 21 aprile 1945.
48 Gina Bianchi e Stella Vecchio erano state incaricate dal comando regionale delle Brigate Garibaldi di portare l’ordine dell’insur-rezione alla Pirelli.

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...."L’ineguaglianza dello sviluppo economico e politico è una legge assoluta del capitalismo. Ne risulta che è possibile il trionfo del socialismo all’inizio in alcuni paesi o anche in un solo paese capitalistico, preso separatamente...." Lenin -Sulla parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa-Pubblicato sul Sozial-Demokrat, n. 44, 23 agosto 1915.
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