Vladimir Ilic lLenin : Agli americani

Agli americani
Vladimir Lenin (1918-1919)
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Indice
Lettera agli operai americani
Lettera agli operai d’Europa e d’America
Risposta alle domande di un giornalista americano
Agli operai americani
-Risposta alle domande del corrispondente da Berlino dell’agenzia d’informazioni americana “Universal service” Karl Wigand
Intervista a Lincoln Eire, corrispondente del giornale americano “The World”

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Lettera agli operai americani
Pravda n° 178, 22 agosto 1918.

20 agosto 1918
Compagni,
un bolscevico russo, che ha partecipato alla rivoluzione del 1905 e che ha poi trascorsi molti anni nel vostro paese, si è offerto di farvi pervenire questa mia lettera. Ho accettato tanto più volentieri la sua proposta appunto perché i proletari rivoluzionari d’America sono chiamati, soprattutto oggi, a svolgere una funzione di grande rilievo come nemici intransigenti dell’imperialismo americano, che è l’imperialismo più giovane e più forte e che è intervenuto per ultimo nella carneficina mondiale dei popoli per la spartizione dei profitti capitalistici. Proprio oggi i miliardari americani, moderni proprietari di schiavi, hanno aperto una pagina singolarmente tragica nella storia sanguinosa del sanguinario imperialismo, dando il proprio consenso – poco importa se diretto o indiretto, esplicito o ipocritamente dissimulato – all’intervento armato delle belve anglo-giapponesi [1] che mirano a strangolare la prima repubblica socialista.
La storia dell’America moderna, la storia dell’America civile, ha inizio con una serie di grandi guerre, realmente liberatrici e realmente rivoluzionarie, che sono molto rare tra le innumerevoli guerre di rapina, provocate, come l’odierna guerra imperialistica, da un conflitto tra i sovrani, tra i grandi proprietari terrieri e i capitalisti nella spartizione dei territori invasi o dei profitti trafugati. La guerra con cui ha avuto inizio la vostra storia è stata la guerra del popolo americano contro i briganti inglesi, che opprimevano l’America e la tenevano in stato di schiavitù coloniale, così come ancora oggi queste piovre “civili” opprimono e tengono in stato di schiavitù coloniale centinaia di milioni di uomini in India, in Egitto e in tutte le zone del mondo.
Da quella guerra sono trascorsi circa centocinquant’anni. La civiltà borghese ha dato tutti i suoi frutti rigogliosi. L’America si è conquistata il primo posto tra i paesi liberi e progrediti per il grado di sviluppo delle forze produttive del lavoro umano associato, per l’impiego delle macchine e di tutte le meraviglie della tecnica moderna. Essa si è conquistata al tempo stesso uno dei primi posti per la profondità del baratro che separa un pugno di miliardari impudenti, che guazzano nel fango e nel lusso, da milioni di lavoratori, i quali vivono in eterno sull’orlo della miseria. Il popolo americano, che ha dato al mondo l’esempio di una guerra rivoluzionaria contro la schiavitù feudale, è stato asservito alla moderna schiavitù salariata, capitalistica, esercitata da un pugno di miliardari, e ha finito per assolvere la funzione del boia salariato, soffocando -a vantaggio della canaglia straricca- le Filippine del 1898, con la scusa di “emanciparle” [1], e accingendosi a soffocare la repubblica socialista di Russia nel 1918, con la scusa di “difenderla” dai tedeschi.
Ma quattro anni di carneficina imperialistica dei popoli non sono passati invano. Fatti evidenti ed innegabili hanno smascherato sino in fondo gli inganni tramati contro il popolo dai malfattori dei due gruppi di briganti, sia di quello inglese che di quello tedesco. Quattro anni di guerra hanno dimostrato la legge generale del capitalismo in rapporto ad una guerra tra briganti per la spartizione del bottino: i più ricchi e i più forti hanno tratto più profitto e depredato di più; i più deboli sono stati saccheggiati, torturati, schiacciati e soffocati senza pietà.
I briganti dell’imperialismo inglese erano i più forti per il numero dei loro “schiavi coloniali”. I capitalisti inglesi non hanno perduto ancora neanche un palmo dei “propri” territori (cioè dei territori che hanno arraffato nel corso dei secoli), ma hanno saccheggiato tutte le colonie tedesche in Africa, hanno depredato la Mesopotamia e la Palestina, hanno strangolato la Grecia e hanno cominciato a depredare la Russia.
I briganti dell’imperialismo tedesco erano i più forti per il grado di organizzazione e disciplina del “proprio” esercito, ma erano più poveri di colonie. Hanno perduto tutte le loro colonie, ma hanno saccheggiato una metà dell’Europa e strangolato il maggior numero di paesi piccoli e deboli. Che grande guerra “di liberazione” dall’una parte e dall’altra! E come hanno saputo “difendere” bene “la patria” i briganti dei due gruppi, i capitalisti anglo-francesi e tedeschi, con i loro lacchè, con i socialsciovinisti, cioè con i socialisti che sono passati dalla parte della “propria” borghesia.
I miliardari americani erano forse i più ricchi e disponevano della posizione geografica più sicura. Si sono arricchiti più di tutti. Hanno trasformato tutti i paesi, persino i più ricchi, in loro tributari. Hanno arrabatto centinaia di miliardi di dollari. E ogni dollaro reca tracce di fango: è il fango dei contratti segreti stipulati tra l’Inghilterra e i suoi “alleati”, tra la Germania e i suoi vassalli, trattati per la spartizione del bottino, trattati di mutua “assistenza” per opprimere gli operai e perseguitare i socialisti internazionalisti. Su ogni dollaro c’è il fango delle “redditizie” forniture militari, che in ciascuna paese hanno arricchito i ricchi e condotto alla rovina i poveri. Ogni dollaro reca tracce di sangue, di quel sangue che hanno profuso dieci milioni di morti e venti milioni di invalidi nella nobile, grande, sacrosanta lotta di liberazione combattuta per decidere a chi spetti la parte più grossa del bottino, al brigante inglese o al brigante tedesco, combattuta per decidere se saranno i carnefici inglesi o invece quelli tedeschi i primi a strangolare i popoli di tutto il mondo.
Se i briganti tedeschi hanno battuto tutti i primati per la ferocia delle loro repressioni militari, i briganti inglesi hanno battuto tutti i primati non solo per il numero delle colonie arraffate, ma anche per la raffinatezza della loro ripugnante ipocrisia. Proprio oggi la stampa borghese anglo-francese e americana diffonde in milioni e milioni di copie menzogne e calunnie contro la Russia, cercando ipocritamente di giustificare la poderosa campagna militare contro il nostro paese con il pretesto di “difenderlo” dai tedeschi!
Non occorrono troppe parole per sentire questa menzogna disgustosa e vile. Basterà ricordare un fatto che tutti conoscono. Quando, nell’ottobre 1917, gli operai della Russia hanno rovesciato il loro governo imperialistico, il potere sovietico, potere degli operai e dei contadini rivoluzionari, ha proposto apertamente una pace giusta, senza annessioni e senza indennizzi, una pace che non ledesse la parità di diritti di tutte le nazioni, e ha proposto questa pace a tutti i paesi belligeranti.
Ebbene, proprio la borghesia anglo-francese e americana ha allora respinto la nostra proposta, rifiutandosi persino di intavolare trattative con noi in vista di una pace generale! Proprio questa borghesia ha tradito gli interessi di tutti i popoli e prolungato la carneficina imperialistica!
Proprio essa, per trascinare di nuovo la Russia nella guerra imperialistica, si è estraniata dalle trattative di pace e ha lasciato mano libera ai capitalisti, non meno rapaci, di Germania, che hanno imposto con la violenza alla Russia la pace annessionistica di Brest!
è difficile immaginare un’ipocrisia più ripugnante di quella con cui la borghesia anglo-francese e americana fa ricadere su di noi la “colpa” per la pace di Brest [2]. Nostri “accusatori” sono proprio i capitalisti di quei paesi da cui dipendeva la possibilità di trasformare le trattative di Brest in negoziati generali in vista di una pace generale! Le carogne dell’imperialismo anglo-francese, che si sono arricchite con il saccheggio delle colonie e con la carneficina dei popoli e che stanno prolungando la guerra per quasi un anno dopo Brest, “accusano” oggi proprio noi bolscevichi, che abbiamo proposto una pace giusta a tutti i paesi, proprio noi che abbiamo lacerato, reso di pubblica ragione ed esposta al pubblico ludibrio i criminosi trattati segreti stipulati tra l’ex zar e i capitalisti anglo-francesi.
Gli operai del mondo intero, in qualunque paese vivano, simpatizzano per noi, ci applaudono e ci acclamano perché abbiamo spezzato le catene dell’imperialismo e dei suoi sporchi trattati, perché ci siamo conquistati la nostra libertà a prezzo dei sacrifici più gravi, perché, pur essendo la nostra Repubblica socialista torturata e saccheggiata dagli imperialisti, siamo rimasti fuori dalla guerra imperialistica e abbiamo issato innanzi a tutto il mondo la bandiera della pace, la bandiera del socialismo.
Non meraviglia che la banda degli imperialisti internazionali ci detesti per questa ragione, non meraviglia che essi ci “accusino”, e che con loro ci “accusino” tutti i loro lacchè, compresi i nostri socialisti rivoluzionari di destra [3] e i menscevichi [4]. Dall’odio di questi cani di guardia dell’imperialismo per i bolscevichi, come dalla simpatia degli operai coscienti di tutto il mondo, attingiamo nuova fiducia nella giustezza della nostra causa.
Non è un socialista chi non capisce che per battere la borghesia, per trasferire il potere agli operai, per iniziare la rivoluzione proletaria internazionale, non si può e non si deve arrestare davanti a nessun sacrificio, nemmeno a quello di una parte del proprio territorio, nemmeno a quello imposto dalle gravi sconfitte che infligge l’imperialismo. Non è un socialista chi non dimostra con i fatti di esser pronto a far subire i più gravi sacrifici alla “sua” patria, purché progredisca realmente la causa della rivoluzione socialista.
In nome della “loro” causa, per garantirsi cioè il dominio mondiale, gli imperialisti d’Inghilterra e di Germania non hanno esitato a rovinare del tutto e a strangolare vari paesi, cominciando con il Belgio e la Serbia e continuando con la Palestina e la Mesopotamia. Ebbene, in nome della “loro” causa, per emancipare i lavoratori di tutto il mondo dall’oppressione del capitale, per conquistare una pace stabile generale, i socialisti dovrebbero forse aspettare che si profili una linea di sviluppo che non prevede sacrifici, dovrebbero forse temere di sferrare la battaglia finché non verrà loro “garantito” un successo facile, dovrebbero forse porre la sicurezza e l’integrità della “loro patria”, creata dalla borghesia, al di sopra degli interessi della rivoluzione mondiale socialista? Son mille volte degni di disprezzo quei furfanti del socialismo internazionale, quei lacchè della morale borghese che la pensano a questo modo!
I predoni dell’imperialismo anglo-francese e americano ci “accusano” di “intesa” con l’imperialismo tedesco. O ipocriti! O canaglie che calunniano il governo operaio, tremando di paura per la simpatia che gli operai dei “loro” paesi manifestano verso di noi! Ma la loro ipocrisia verrà smascherata. Essi fingono di non capire la differenza che corre tra l’accordo dei “socialisti” con la borghesia (nazionale e straniera), contro gli operai, contro i lavoratori, e l’accordo stipulato con la borghesia di un dato colore nazionale contro la borghesia di un altro colore, per difendere gli operai che hanno sconfitto la propria borghesia, per consentire al proletariato di utilizzare gli antagonismi tra i diversi gruppi della borghesia.
In realtà ogni europeo conosce perfettamente questa differenza, e il popolo americano, come mostrerò tra poco, ha imparato a “conoscerla” in modo particolarmente chiaro lungo il corso della sua storia. Ci sono accordi e accordi, ci sono fagots et fagots, come dicono i francesi.
Quando, nel febbraio del 1918, i predoni dell’imperialismo tedesco hanno lanciato i loro eserciti contro la Russia inerme, che, avendo fiducia nella solidarietà internazionale del proletariato, aveva smobilitato il suo esercito prima che la rivoluzione internazionale fosse pienamente matura, io non ho esitato un attimo a stipulare un certo “accordo” con i monarchici francesi. Il capitano francese Sadoul, che a parole simpatizzava per i bolscevichi ma di fatto serviva anima e corpo l’imperialismo francese, mi ha presentato un ufficiale di nome de Lubersac. “Sono un monarchico, il mio scopo è la disfatta della Germania”, mi ha dichiarato de Lubersac. Cela va sans dire, ho risposto. Ma questo non mi ha impedito affatto di “accomodarmi” con de Lubersac sui servigi che volevano renderci gli ufficiali francesi del genio, facendo saltare in aria le ferrovie per bloccare l’invasione tedesca. Ecco un esempio di “accordo” che sarà approvato da ogni operaio cosciente, ecco un esempio di accordo fatto in favore del socialismo. Ci siamo scambiati una stretta di mano il monarchico francese ed io, ben sapendo che ognuno di noi avrebbe fatto impiccare ben volentieri il suo “partners”. Ma in quel momento i nostri interessi coincidevano. Contro i predoni tedeschi all’offensiva abbiamo utilizzato allora, nell’interesse della rivoluzione socialista russa e internazionale, i contro-interessi non meno predoneschi di altri imperialisti. Abbiamo servito così gli interessi della classe operaia della Russia e degli altri paesi, abbiamo consolidato il proletariato e indebolito la borghesia del mondo intero, abbiamo manovrato, cosa legittima e obbligatoria in ogni guerra, ci siamo ritirati in attesa della definitiva maturazione della rivoluzione proletaria che si sta sviluppando rapidamente in vari paesi progrediti.
E, per quanto schizzino veleno i pescecani dell’imperialismo americano e anglo-francese, per quanto ci calunnino e sprechino milioni per corrompere la stampa dei socialisti-rivoluzionari di destra, dei menscevichi e degli altri socialpatriota, io non esiterei un solo istante a stipulare un “accordo” analogo con i predoni dell’imperialismo tedesco, se l’offensiva dell’esercito anglo-francese contro la Russia dovesse imporlo. So bene, del resto, che la mia tattica avrà l’approvazione del proletariato cosciente della Russia, della Germania, della Francia, dell’Inghilterra, dell’America, in breve, di tutto il mondo civile. Questa tattica faciliterà la rivoluzione socialista, ne accelererà l’avvento, indebolirà la borghesia internazionale, rafforzerà le posizioni della classe operaia vittoriosa.
Già da molto tempo il popolo americano ha applicato questa tattica, con grande vantaggio per la rivoluzione. Quando esso conduceva la sua grande guerra di liberazione contro gli oppressori inglesi, aveva davanti a sé anche gli oppressori francesi e spagnoli, a cui apparteneva allora una parte dell’attuale territorio degli Stati Uniti d’America. Nella sua difficile guerra di liberazione il popolo americano ha stipulato “accordi” con alcuni oppressori contro altri, per indebolire gli oppressori e rafforzare coloro che si battevano per via rivoluzionaria contro l’oppressione, nell’interesse della massa oppressa. Il popolo americano ha approfittato della rivalità tra i francesi, gli spagnoli e gli inglesi, e a volte ha combattuto insieme alle truppe dei francesi-oppressori e degli spagnoli-oppressori contro gli inglesi-oppressori, ha prima sconfitto gli inglesi e si è liberata poi (in parte anche grazie al riscatto) dei francesi e degli spagnoli.
Il processo storico non è il marciapiede del Nievski prospekt, diceva un grande rivoluzionario russo, Cernyscevski. Chi “accetta” la rivoluzione del proletariato solo “a patto” che essa si svolga in modo rettilineo e facile, che l’azione comune dei proletari dei diversi paesi si realizzi di colpo, che ci sia in partenza la garanzia contro la sconfitta, che la strada della rivoluzione sia ampia, sgombra, dritta, che nel marciare verso la vittoria non si debbano compiere a volte i sacrifici più gravi, che non “ci si chiuda nella fortezza assediata” o che ci si apra un varco per gli stretti, impraticabili, tortuosi e perigliosi sentieri di montagna, costui non è un rivoluzionario, ma un uomo che è rimasto prigioniero della pedanteria degli intellettuali borghesi e che di fatto andrà sempre a finire nel campo della borghesia controrivoluzionaria, come fanno i nostri socialisti-rivoluzionari di destra, i menscevichi e pesino (ma più raramente) i socialisti-rivoluzionari di sinistra.
Sulle orme della borghesia questi signori si dilettano a imputarci del “caos” della rivoluzione, dello “sfacelo” dell’industria, della disoccupazione e della fame. Quanta ipocrisia racchiudono queste accuse, formulate da chi ha acclamato e sostenuto la guerra imperialistica o si è “accordato” con Kerenski che continuava questa guerra! La responsabilità di tutte queste sventure ricade infatti proprio sulla guerra imperialistica. E una rivoluzione generata dalla guerra non può non conoscere difficoltà e sofferenze incredibili, avute in eredità da una lunga guerra, devastatrice e reazionaria, che ha sterminato i popoli. Accusarci dello “sfacelo” dell’industria o del “terrorismo” significa fare gli ipocriti o dar prova di un’ottusa pedanteria, dell’incapacità di capire le condizioni fondamentali di quella lotta di classe furibonda ed esasperata al massimo che si chiama rivoluzione.
In fondo, gli “accusatori” di questo genere, se “riconoscono” la lotta di classe, si limitano ad un semplice riconoscimento verbale, perché nei fatti cadono di continuo nell’utopia piccolo-borghese dell'”intesa” e della “collaborazione” tra le classi. In un’epoca di rivoluzione la lotta di classe assume di necessità, inevitabilmente, sempre ed in ogni paese, la forma della guerra civile, e la guerra civile non può concepirsi senza le distruzioni più gravi, senza il terrorismo, senza le restrizioni della democrazia formale nell’interesse della guerra. Solo dei preti melliflui – poco importa che siano cristiani o “laici”, come i socialisti da salotto, come i socialisti parlamentari – possono non vedere, non comprendere, non sentire questa necessità. Solo gli inerti “uomini nell’astuccio” [5] possono, per questi motivi, estraniarsi dalla rivoluzione, invece di estraniarsi con passione ed energia nella lotta quando la storia esige che i problemi più importanti dell’umanità siano risolti con la lotta e con la guerra. Il popolo americano ha una tradizione rivoluzionaria, ereditata dai rappresentanti migliori del proletariato d’America, che hanno più volte manifestato la loro più piena simpatia per noi bolscevichi. Questa tradizione è la guerra di emancipazione contro gli inglesi nel secolo XVIII e, poi, la guerra di secessione del secolo XIX. Sotto certi aspetti, se si considera soltanto lo “sfacelo” di alcuni rami dell’industria e dell’economia nazionale, nel 1870 l’America è stata respinta indietro rispetto al 1860. Ma solo un pedante, solo un imbecille potrebbe negare su questa base l’immensa portata progressiva, rivoluzionaria, storico-mondiale, della guerra civile americana del 1863-1865!
I rappresentanti della borghesia capiscono che l’abolizione della schiavitù dei negri e il rovesciamento del potere dei proprietari di schiavi meritavano che tutto il paese conoscesse lunghi anni di guerra civile e le rovine, le devastazioni, il terrorismo che sempre si accompagnano alla guerra. Ma oggi, quando si tratta del compito infinitamente più alto di abolire la schiavitù salariata, capitalistica, e rovesciare il potere della borghesia, i rappresentanti e i difensori della borghesia, e insieme con loro i socialisti riformisti che, atterriti dalla borghesia, cercano di disfarsi della rivoluzione, non possono capire la necessità e la legittimità della guerra civile.
Gli operai americani non seguiranno la borghesia. Essi saranno con noi, per la guerra civile contro la borghesia. Tutta la storia del movimento operaio americano e mondiale conferma questo mio convincimento. Ricordo le parole di Eugene Debs, uno dei dirigenti più amati dal proletariato americano. Verso la fine del 1915, se non sbaglio, nel giornale Appeal to Reason [6], in un articolo intitolato What shall I fight for (e che io ho già citato all’inizio del 1916 nel discorso tenuto ad un assemblea operaia a Berna, in Svizzera), Debs scriveva che avrebbe preferito farsi fucilare anziché votare i crediti per la guerra in corso, criminale e reazionaria, e che lui, Debs, conosceva una sola guerra sacrosanta e legittima, dal punto di vista dei proletari, la guerra contro i capitalisti, la guerra per emancipare l’umanità contro la schiavitù salariata.
Non mi stupisce che Wilson, capo dei miliardari americani, lacchè dei pescecani capitalisti, abbia imprigionato Debs. Imperversi pure la borghesia contro i veri internazionalisti, contro i veri rappresentanti del proletariato rivoluzionario! Quanto più essa sarà crudele e inferocita, tanto più sarà vicino il giorno della rivoluzione proletaria vittoriosa.
Ci accusano delle distruzioni causate dalla nostra rivoluzione… Ma chi dunque ci accusa? I tirapiedi della borghesia, di quella stessa borghesia che, dopo quattro anni di guerra imperialistica, ha quasi distrutto tutta la civiltà europea e ricondotto l’Europa alla barbarie, allo stato selvaggio, alla fame. Questa borghesia vorrebbe oggi che non facessimo la rivoluzione sul terreno di queste distruzioni, tra le macerie della cultura, tra le rovine causate dalla guerra, con uomini che la guerra ha ridotto allo stato selvaggio! Oh, quant’è umanitaria e giusta questa borghesia!
I suoi servitori ci accusano di terrorismo… i borghesi d’Inghilterra hanno dimenticato il 1649 e i borghesi di Francia hanno dimenticato il 1793. Il terrore era giusto e legittimo quando veniva esercitato a vantaggio della borghesia contro i signori feudali. Ma è diventato mostruoso e criminale nel momento in cui gli operai e i contadini poveri osano esercitarlo nei confronti della borghesia! Il terrore era giusto e legittimo quando veniva esercitato per sostituire una minoranza sfruttatrice con un’altra. Ma è diventato mostruoso e criminale quando si è cominciato a esercitarlo per rovesciare ogni minoranza sfruttatrice, nell’interesse della stragrande maggioranza della popolazione, nell’interesse del proletariato e del semiproletariato, nell’interesse della classe operaia e dei contadini poveri!
La borghesia imperialistica internazionale ha fatto sterminare dieci milioni di uomini e ne ha resi invalidi altri venti milioni nella “sua” guerra, in una guerra scatenata per decidere a chi spetti il dominio mondiale, ai predoni inglesi o invece ai predoni tedeschi.
Se la nostra guerra, se la guerra degli oppressi e degli sfruttati contro gli oppressori e gli sfruttatori, causerà mezzo milione o un milione di vittime in tutto il mondo, la borghesia comincerà a dire che i primi sacrifici erano legittimi e i secondi sono invece delittuosi.
Il proletariato dirà ben altro.
Sin da ora, tra gli orrori della guerra imperialistica, il proletariato sta facendo propria nel modo più completo e determinato la grande verità a cui ci educano tutte le rivoluzioni, la verità che i maestri migliori, i fondatori del socialismo moderno, hanno lasciato in eredità agli operai. Questa verità dice che una rivoluzione non potrà essere vittoriosa, se non avrà schiacciato la resistenza degli sfruttatori. Noi operai e contadini lavoratori avevamo il dovere, dopo aver conquistato il potere statale, di schiacciare la resistenza degli sfruttatori. Siamo orgogliosi di averlo fatto, siamo orgogliosi di farlo tuttora. Rimpiangiamo soltanto di non agire con la dovuta fermezza e decisione.
Sappiamo bene che la furibonda resistenza della borghesia contro la rivoluzione socialista è inevitabile in tutti i paesi e che essa si farà più disperata con lo sviluppo stesso della rivoluzione. Il proletariato spezzerà questa resistenza, diventerà definitivamente maturo per la vittoria e per l’esercizio del potere nel corso della lotta contro la resistenza della borghesia.
Strepiti pure la prezzolata stampa borghese per ogni errore commesso dalla nostra rivoluzione! Non abbiamo paura dei nostri errori. Gli uomini non sono diventati dei santi solo perché è cominciata la rivoluzione. Le classi lavoratrici, oppresse, abbruttite, strette per secoli nella morsa della miseria, dell’ignoranza, della barbarie, non possono organizzare la rivoluzione senza commettere errori. E, come ho già avuto occasione di dire, il cadavere della società borghese non può essere rinchiuso nella bara e seppellito. Il capitalismo abbattuto imputridisce, si decompone in mezzo a noi, infettando l’aria con i suoi miasmi, avvelenando la nostra vita, afferrando quanto c’è di nuovo, fresco, giovane, vivo, con i mille fili e legami di ciò che è vecchio, putrido, morto.
Per cento nostri errori sbandierati ai quattro venti dalla borghesia e dai suoi lacchè (compresi i nostri menscevichi e socialisti-rivoluzionari di destra) si contano diecimila grandi atti d’eroismo, che sono tanto più grandi ed eroici proprio perché sono semplici, invisibili, nascosti nella vita quotidiana di un quartiere operaio o di un villaggio sperduto, proprio perché sono compiuti da uomini che non hanno l’abitudine (e neanche la possibilità) di far conoscere a tutti ogni loro successo.
Ma, anche se le cose non stessero così, e io so bene che quest’ipotesi è infondata, anche se per cento azioni giuste si contassero diecimila errori, la nostra rivoluzione sarebbe tuttavia – e lo sarà davanti alla storia – grande e invincibile, perché per la prima volta, non una minoranza, non i soli ricchi, non i soli stati colti, ma le masse, la stragrande maggioranza dei lavoratori, costruiscono da sé una nuova vita, risolvono con la loro esperienza gli ardui problemi dell’organizzazione socialista.
Ogni errore commesso in questo lavoro, nella sincera e coscienziosa attività con cui decine di milioni di semplici operai e contadini trasformano tutta la loro esistenza, ogni errore di questo genere vale mille e milioni di “infallibili” successi ottenuti dalla minoranza sfruttatrice nell’arte di ingannare e turlupinare i lavoratori. Perché solo a prezzo di questi errori gli operai e i contadini impareranno a costruire una nuova vita, impareranno a fare a meno dei capitalisti e si apriranno – tra mille ostacoli – la strada verso il trionfo del socialismo.
Commettono errori nella loro attività rivoluzionaria i nostri contadini che, d’un sol colpo nella notte dal 25 al 26 ottobre (vecchio calendario) 1917, hanno abolito ogni proprietà privata della terra e oggi, un mese dopo l’altro, nonostante le immani difficoltà, correggendo essi stessi i propri difetti, assolvono essi stessi il difficile compito di organizzare le nuove condizioni della vita economica, di lottare contro i kulak, di assicurare la terra ai lavoratori (e non ai ricchi), di passare alla grande agricoltura comunista.
Commettono errori nella loro attività rivoluzionaria i nostri operai che, nello spazio di pochi mesi, hanno nazionalizzato quasi tutte le grandi fabbriche e officine e oggi, con un duro sforzo quotidiano, imparano una cosa per loro nuova, imparano a gestire interi settori industriali, mettono in moto le aziende nazionalizzate, superando la formidabile resistenza opposta dalla routine, dallo spirito piccolo-borghese, dall’egoismo, e, una pietra dopo l’altra, gettano le fondamenta dei nuovi rapporti sociali, della nuova disciplina del lavoro, del nuovo potere dei sindacati operai sui loro aderenti.
Commettono errori nella loro attività rivoluzionaria i nostri Soviet, creati sin dal 1905 dal possente slancio delle masse. I Soviet degli operai e dei contadini sono un nuovo tipo di Stato, un tipo nuovo e superiore di democrazia, una forma della dittatura del proletariato, un modo di gestire lo Stato senza e contro la borghesia. Per la prima volta la democrazia è qui al servizio delle masse, al servizio dei lavoratori, cessando di essere una democrazia per i ricchi, quale è in tutte le repubbliche borghesi, persino nelle più democratiche. Per la prima volta le masse popolari, sulla scala di un centinaio di milioni di uomini, cominciano ad instaurare la dittatura dei proletari e dei semiproletari: e questo è un compito tale che, ove non venga assolto, non si può neanche parlare di socialismo.
Lasciate che i pedanti o coloro che sono inguaribilmente imbevuti di pregiudizi democratici borghesi o parlamentaristici scuotano la testa, perplessi, davanti ai nostri Soviet, indugiando, per esempio, sull’assenza di elezioni dirette! Questi tali non hanno dimenticato e non hanno imparato un bel niente dai grandi rivolgimenti degli anni 1914-1918. L’unione della dittatura del proletariato con la nuova democrazia, con la democrazia per i lavoratori, l’unione della guerra civile con la più larga partecipazione delle masse alla politica, non si realizza di colpo e non rientra nelle logore forme dell’abitudinario democratismo parlamentare. Un mondo nuovo, il mondo del socialismo: ecco come si presenta in prospettiva ai nostri occhi la Repubblica dei Soviet. E non meraviglia che questo mondo non nasca già pronto e d’un sol colpo, come Minerva dalla testa di Giove.
Mentre le vecchie Costituzioni democratiche borghesi esaltavano, ad esempio, l’uguaglianza formale e la libertà di riunione, la nostra Costituzione sovietica, proletaria e contadina, respinge l’ipocrisia di un’uguaglianza puramente formale. Quando i repubblicani borghesi rovesciavano i troni, non i preoccupavano affatto dell’uguaglianza formale tra i monarchici e i repubblicani. Quando si tratta di rovesciare la borghesia, solo i traditori o gli imbecilli possono postulare l’uguaglianza formale per la borghesia. Quando tutti gli edifici migliori sono accaparrati dalla borghesia, la “libertà di riunione” per gli operai e per i contadini non vale un soldo bucato. I nostri Soviet hanno confiscato ai ricchi, nelle città e nelle campagne, tutti gli edifici migliori e li hanno consegnati – tutti – agli operai e ai contadini per le loro associazioni ed assemblee. Ecco la nostra libertà di riunione per i lavoratori! Ecco il senso e il contenuto della nostra Costituzione sovietica, della nostra Costituzione socialista!
Ed ecco perché tutti noi siamo profondamente persuasi che, qualunque sventura si abbatta ancora sulla nostra repubblica dei Soviet, essa è invincibile.
è invincibile perché ogni colpo vibratole dall’imperialismo inferocito, ogni sconfitta inflittole dalla borghesia internazionale, mobiliterà sempre nuovi strati di operai e contadini, li addestrerà a prezzo di grandi sacrifici, li temprerà, susciterà un uovo eroismo di massa.
Noi sappiamo, compagni operai d’America, che forse il vostro aiuto si farà ancora aspettare, perché lo sviluppo della rivoluzione nei diversi paesi procede in forme diverse e con un ritmo diverso (e non può accadere altrimenti). Sappiamo che la rivoluzione proletaria europea, pur essendo maturata in fretta negli ultimi tempi, può anche non divampare nelle prossime settimane. Noi facciamo affidamento all’inevitabilità della rivoluzione internazionale, ma questo non significa affatto che, come imbecilli, contiamo nell’inevitabilità della rivoluzione entro un periodo di tempo breve e determinato. Abbiamo già avuto due grandi rivoluzioni nel nostro paese, il 1905 e il 1917, e sappiamo che le rivoluzioni non si fanno su ordinazione o in base ad un accordo. Sappiamo che le circostanze hanno spinto avanti il nostro reparto, il reparto russo del proletariato socialista, non in forza dei nostri meriti, ma per effetto della particolare arretratezza della Russia, e che talune rivoluzioni potranno subire delle sconfitte prima che scoppi la rivoluzione internazionale.
E tuttavia sappiamo molto bene che siamo invincibili, perché l’umanità non sarà spezzata dalla carneficina imperialistica, ma riuscirà ad avere il sopravvento su di essa. Proprio il nostro paese ha spezzato per primo le pesanti catene della guerra imperialistica. Abbiamo sopportato i sacrifici più gravi per distruggere queste catene, ma siamo riusciti a spezzarle. Noi non dipendiamo più dall’imperialismo e, dinnanzi a tutto il mondo, abbiamo innalzato la bandiera della lotta per il completo rovesciamento dell’imperialismo.
Ci troveremo come in una fortezza assediata finché gli altri reparti della rivoluzione socialista internazionale non verranno in nostro aiuto, ma questi reparti esistono e sono numericamente più forti del nostro; essi crescono, si sviluppano e si consolidano via via che l’imperialismo prosegue le sue atrocità. Gli operai stanno rompendo con i socialtraditori, con i Gompers, Henderson, Renaudel, Scheidemann, Renner. Gli operai muovono, con passo lento ma sicuro, verso la tattica comunista, verso la rivoluzione proletaria, che sola può salvare dalla rovina la cultura e l’umanità.
In breve, noi siamo invincibili, perché è invincibile la rivoluzione proletaria mondiale.
N. Lenin

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Lettera agli operai d’Europa e d’America
Pubblicato il 24 gennaio 1919 sull’Izvestia n° 16 e sulla Pravda n° 16

Compagni,
nella conclusione alla mia lettera agli operai americani, del 20 agosto 1918, scrivevo che ci troveremo in una fortezza assediata fino al giorno in cui gli altri eserciti della rivoluzione socialista internazionale non ci verranno in aiuto. Gli operai stanno rompendo con i loro socialtraditori, con i Gompers e con i Renner, aggiungevo. Gli operai si avvicinano, lentamente ma costantemente, alla tattica comunista e bolscevica.
Dal giorno in cui sono state scritte queste parole sono trascorsi meno di cinque mesi, e bisogna dire che la maturazione della rivoluzione proletaria mondiale, in rapporto al passaggio degli operai dei diversi paesi al comunismo e al bolscevismo, si è svolta nel frattempo con straordinaria rapidità.
Il 20 agosto 1918 solo il nostro partito, il partito bolscevico, aveva rotto decisamente con la vecchia Internazionale, con la II Internazionale del periodo 1896-1914, che era fallita così vergognosamente durante la guerra imperialistica del 1914-1918. Solo il nostro partito si era avviato per una nuova strada, passando dal socialismo e dal socialdemocratismo, copertisi di vergogna per la loro alleanza con la brigantesca borghesia, al comunismo, passando dal riformismo e dall’opportunismo piccolo-borghese, che permeavano e permeano tuttora profondamente i partiti socialdemocratici e socialisti ufficiali, a una tattica realmente proletaria e rivoluzionaria.
Oggi, 12 gennaio 1919, vediamo già tutta una serie di partiti proletari comunisti, non solo entro i confini del vecchio impero zarista, per esempio in Lettonia, in Finlandia, in Polonia, ma anche nell’Europa occidentale, in Austria, in Ungheria, in Olanda ed, infine, in Germania. Nel momento in cui la tedesca “Lega Spartaco”, con dirigenti così illustri e noti in tutto il mondo, con difensori della classe operaia così fedeli come Liebknecht, Rosa Luxemburg, Clara Zetkin, Franz Mehring, ha rotto definitivamente i suoi rapporti con i socialisti del genere di Scheidemann e di Südekum, con questi socialsciovinisti (socialisti a parole e sciovinisti nei fatti) che si sono disonorati per sempre a causa della loro alleanza con la brigantesca borghesia imperialistica di Germania e con Guglielmo II, nel momento in cui la “Lega Spartaco” ha assunto il nome di “Partito Comunista di Germania”, la fondazione della III Internazionale, dell’Internazionale comunista, realmente proletaria, realmente internazionalistica, realmente rivoluzionaria, è diventata un fatto. Questa fondazione non è stata ancora sancita formalmente, ma di fatto la III Internazionale già esiste.
Tutti gli operai coscienti, tutti i socialisti sinceri non possono non vedere oggi quale infame tradimento del socialismo abbiano preparato coloro che hanno sostenuto la “propria” borghesia nella guerra del 1914-18, come hanno fatto i menscevichi e i “socialisti-rivoluzionari” in Russia, gli Scheidemann e i Südekum in Germania, i Renaudel e i Vandervalde in Francia, i Henderson e i Webb in Inghilterra, i Gompers e soci in America. Questa guerra si è pienamente smascherata come una guerra imperialistica, reazionaria, di rapina sia da parte della Germania che da parte dei capitalisti d’Inghilterra, di Francia, d’Italia e d’America, che cominciano ora ad azzuffarsi per la spartizione del bottino trafugato, per la spartizione della Turchia, della Russia, delle colonie africane e polinesiane, dei Balcani, ecc. Le ipocrite frasi di Wilson e dei “wilsoniani” sulla “democrazia” e sull’ “alleanza dei popoli” vengono smascherate con sorprendente rapidità nel momento in cui vediamo la borghesia francese impadronirsi della riva sinistra del Reno e i capitalisti francesi, inglesi e americani arraffare la Turchia (Siria, Mesopotamia) e una parte della Russia (Siberia, Arcangelo, Bakù, Krasnovodsk, Ashkhabad, ecc.), nel momento in cui vediamo accentuarsi l’inimicizia tra l’Italia e la Francia, tra la Francia e l’Inghilterra, tra l’Inghilterra e l’America, tra l’America e il Giappone, per la spartizione del bottino.
Accanto a questi “socialisti” pusillanimi, irresoluti, profondamente imbevuti dei pregiudizi della democrazia borghese, che ieri difendevano i “loro” governi imperialistici e oggi si limitano a elevare “proteste” platoniche contro l’intervento militare in Russia, accanto a costoro aumenta nei paesi dell’Intesa il numero di coloro che seguono la strada del comunismo, la strada di MacLean, di Debs, di Loriot, di Lazzari, di Serrati, di coloro i quali hanno capito che solo il rovesciamento della borghesia, la distruzione dei parlamenti borghesi, solo il potere sovietico e la dittatura del proletariato possono schiacciare l’imperialismo, garantire la vittoria del socialismo, assicurare una pace duratura.
Il 20 agosto 1918 la rivoluzione proletaria era limitata alla Russia, e il “potere sovietico”, ossia il fatto che tutto il potere dello Stato è nelle mani dei Soviet di deputati degli operai, dei soldati e dei contadini, sembrava (ed era di fatto) un’istituzione puramente russa.
Oggi, il 12 gennaio 1919, registriamo un poderoso movimento “sovietico” non solo nelle regioni del vecchio impero zarista, in Lettonia, per esempio, in Polonia e in Ucraina, ma anche nei paesi dell’Europa occidentale, nei paesi neutrali (Svizzera, Olanda, Norvegia) e in quelli che hanno sofferto per la guerra (Austria, Germania). La rivoluzione in Germania, che è particolarmente importante e caratteristica, poiché la Germania è uno dei paesi capitalistici più progrediti, ha assunto subito delle forme “sovietiche”. Tutto il processo di sviluppo della rivoluzione tedesca e, in particolare, la lotta degli “spartachisti”, cioè dei veri e unici rappresentanti del proletariato, contro l’alleanza tra la canaglia traditrice degli Schidemann e dei Südekum e la borghesia, mostrano chiaramente come la storia ponga il problema nei riguardi della Germania.
O il “potere sovietico” o il parlamento borghese, qualunque sia l’insegna (Assemblea “nazionale” o Assemblea “costituente”) sotto cui si presenta.
è questa l’impostazione storico-mondiale del problema: cosa che possiamo e dobbiamo dire senza tema di esagerare.
Il “potere sovietico” è il secondo atto storico mondiale o la seconda fase di sviluppo della dittatura del proletariato. Il primo atto è stato la Comune di Parigi. La geniale analisi del contenuto e della portata della Comune, fatta da Marx nella Guerra civile in Francia, ha mostrato come la Comune abbia creato un nuovo tipo di Stato, lo Stato proletario. Ogni Stato, persino la repubblica più democratica, non è altro che una macchina con cui una classe schiaccia un’altra classe. Lo Stato proletario è la macchina con cui il proletariato schiaccia la borghesia, e questa repressione è necessaria, a causa della furiosa e disperata resistenza, che non si arresta dinanzi a niente, opposta dai grandi proprietari fondiari e dai capitalisti, da tutta la borghesia e da tutti i suoi accolti, da tutti gli sfruttatori, non appena ha inizio il loro rovesciamento, non appena comincia l’espropriazione degli espropriatori.
Il parlamento borghese, sia pure il più democratico nella repubblica più democratica, nella quale permanga la proprietà dei capitalisti e il loro potere, è la macchina di cui un pugno di sfruttatori si serve per schiacciare milioni di lavoratori. I socialisti, lottando per emancipare i lavoratori dallo sfruttamento, hanno dovuto utilizzare i parlamenti borghesi, come una tribuna, come una delle basi per la propaganda, per l’agitazione, per l’organizzazione, fino a che la nostra lotta è rimasta entro i limiti del regime borghese. Ma oggi che la storia mondiale ha posto all’ordine del giorno il compito di distruggere tutto questo regime, di abbattere e schiacciare gli sfruttatori, di passare dal capitalismo al socialismo, oggi, limitarsi al parlamentarismo borghese, alla democrazia borghese, abbellire questa democrazia come “democrazia” in generale, celarne il carattere borghese, dimenticare che il suffragio universale, sino a che perdura la proprietà dei capitalisti, è solo una delle armi dello Stato borghese, significa tradire vergognosamente il proletariato, passare dalla parte del suo nemico di classe, dalla parte della borghesia, significa essere un traditore e un rinnegato.
Le tre tendenze del socialismo mondiale, di cui la stampa bolscevica ha parlato instancabilmente dopo il 1915, si delinearono dinanzi a noi con singolare evidenza, alla luce della lotta sanguinosa e della guerra civile in Germania.
Il nome di Karl Liebknecht è noto agli operai di tutti i paesi. Dappertutto, e in particolare nei paesi dell’Intesa [7], questo nome è il simbolo della dedizione del capo agli interessi del proletariato, il simbolo della fedeltà alla rivoluzione socialista. Questo nome è il simbolo di una lotta realmente sincera e piena di abnegazione, di una lotta implacabile contro il capitalismo. Questo nome è il simbolo di una lotta intransigente contro l’imperialismo, non a parole ma nei fatti, di una lotta aperta a tutti i sacrifici nel momento stesso in cui il “proprio” paese è intossicato dalle vittorie imperialistiche. Con Liebknecht e con gli “spartachisti” si schiera quanto c’è ancora di onesto e di realmente rivoluzionario tra i socialisti della Germania, si schierano tutti gli elementi migliori e più convinti del proletariato, tutte le masse degli sfruttati che fremono di sdegno e sono sempre più pronte alla rivoluzione.
Contro Liebknecht sono gli Scheidemann, i Südekum e tutta questa banda di spregevoli lacchè del Kaiser e della borghesia. Sono dei traditori del socialismo come i Gompers e i Victor Berger, i Hendersonn e i Webb, i Renaudel e i Vandervelde. Sono lo strato superiore degli operai comprati dalla borghesia, che noi bolscevichi (rivolgendoci ai Südekum russi, ai menscevichi) chiamavamo “agenti segreti della borghesia nel movimento operaio” e che i migliori socialisti d’America hanno battezzato, con un’espressione meravigliosa per la sua espressività e per la sua profonda verità, come “labor lieutenants of the capitalist class”, “luogotenenti operai della classe capitalistica”. è questo il tipo più recente e “moderno” di tradimento del socialismo, perché in tutti i paesi civili, progrediti, la borghesia depreda, mediante l’oppressione coloniale o traendo “profitti” finanziari da paesi deboli formalmente indipendenti, una popolazione molto più numerosa di quella del “proprio” paese. Di qui la possibilità economica dei “sovrapprofitti” per la borghesia imperialistica e l’impiego di una parte di questi sovrapprofitti per corrompere l’esiguo strato superiore del proletariato, per trasformarlo in piccola borghesia riformistica, opportunistica, che ha paura della rivoluzione.
Tra gli spartachisti e i seguaci di Scheidemann ci sono i “kautskiani” esitanti e privi di carattere, che la pensano come Kautsky, che a parole sono “indipendenti” ma che di fatto dipendono per intero e su tutta la linea oggi della borghesia e dai fautori di Scheidemann, domani dagli spartachisti, che in parte seguono i primi e in parte i secondi, che non hanno idee, carattere, una linea politica, onore, coscienza, che sono l’incarnazione vivente della confusione dei filistei, i quali a parole sono per la rivoluzione socialista, ma che di fatto sono incapaci di capirla, non appena è cominciata, e difendono da rinnegati la “democrazia” in generale, cioè difendono nei fatti la democrazia borghese.
In ogni paese capitalistico ogni operaio che riflette riconoscerà nella situazione ogni volta diversa in rapporto alle condizioni nazionali e storiche, proprio queste tre tendenze fondamentali, tanto tra i socialisti quanto tra i sindacalisti, poiché la guerra imperialistica e l’inizio della rivoluzione proletaria mondiale generano nel mondo intero correnti ideali e politiche omogenee.

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Le righe precedenti erano state scritte prima del selvaggio e infame assassinio di Karl Liebknecht e Rosa Luxemburg per opera del governo di Ebert e di Scheidemann. Questi carnefici, che strisciano servilmente davanti alla borghesia, hanno permesso alle guardie bianche tedesche, cani di guardia della sacra proprietà capitalistica, di linciare Rosa Luxemburg, di colpire alle spalle Karl Liebknecht, adducendo il pretesto palesemente falso di una sua “fuga” (lo zarismo russo, reprimendo nel sangue la rivoluzione del 1905, ha fatto più volte ricorso ad assassini di questo genere, adducendo lo stesso falso pretesto della “fuga” degli arrestati); questi carnefici hanno coperto in pari tempo le guardie bianche con l’autorità di un governo innocente che si pretende al di sopra delle classi! Non vi sono parole per descrivere la turpitudine e l’infamia di questo omicidio commesso da sedicenti socialisti. Evidentemente, la storia ha scelto una strada nella quale la funzione dei “luogotenenti operai della classe capitalistica” deve essere svolta sino all'”estremo limite” della ferocia, della bassezza e della vigliaccheria. Continuino gli sciocchi kautskiani a parlare nel loro giornale, Die Freiheit [8], di un “tribunale” dei rappresentanti di “tutti” i partiti “socialisti” (queste anime servili continuano a chiamare socialisti i boia Scheidemann)! Questi eroi dell’ottusità filistea e della viltà piccolo-borghese non capiscono neppure che il tribunale è un organo del potere statale e che la lotta e la guerra civile in Germania si svolgono appunto per stabilire in quali mani sarà questo potere: nelle mani della borghesia, a cui prestano i loro “servigi” gli Scheidemann, come carnefici e istigatori di Pogrom, i Kautsky, come esaltatori della “democrazia pura”, o nelle mani del proletariato, che rovescerà gli sfruttatori capitalisti e ne schiaccerà la resistenza.
Il sangue degli uomini migliori dell’Internazionale proletaria, dei capi indimenticabili della rivoluzione socialista mondiale, temprerà sempre nuove masse di operai a una lotta ad oltranza. E questa lotta condurrà alla vittoria. Abbiamo conosciuto in Russia, nell’estate del 1917, le “giornate di luglio”, quando gli Scheidemann russi, i menscevichi e i socialisti-rivoluzionari, coprivano “con l’autorità dello Stato” la “vittoria” delle guardie bianche sui bolscevichi e quando per le strade di Pietrogrado i cosacchi linciavano l’operaio Voinov per avere diffuso appelli bolscevichi. Sappiamo per esperienza con quanta rapidità queste “vittorie” della borghesia e dei suoi servi guariscano le masse dalle illusioni del democratismo borghese, del “suffragio universale”, ecc.

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Tra la borghesia e in seno ai governi dell’Intesa si registrano attualmente certe esitazioni. Una parte vede che in Russia sta già cominciando la disgregazione dei reparti militari alleati, che aiutano le guardie bianche e servono la più nera reazione dei monarchici e dei proprietari fondiari; che la prosecuzione dell’intervento militare e i tentativi di sconfiggere la Russia, in quanto richiedono un esercito di occupazione forte di milioni di uomini, per un lungo periodo, costituiscono la via più sicura perché la rivoluzione proletaria si trasferisca al più presto nei paesi dell’Intesa. L’esempio dell’esercito tedesco d’occupazione in Ucraina è abbastanza persuasivo.
L’altra parte della borghesia dei paesi dell’Intesa continua a essere favorevole all’intervento militare in Russia, all'”accerchiamento economico” (Clemenceau) e allo strangolamento della Repubblica sovietica. Tutta la stampa al servizio di questa borghesia, cioè la maggior parte dei quotidiani d’Inghilterra e di Francia comprati dai capitalisti, vaticina il rapido crollo del potere sovietico, descrive gli orrori della fame in Russia, diffonde menzogne sui “disordini” e sull'”instabilità” del governo sovietico. I reparti delle guardie bianche, dei grandi proprietari fondiari e dei capitalisti, che l’Intesa aiuta con ufficiali, armamento, denaro e forze ausiliarie, dividono, affamandoli, il centro e il nord della Russia dalle regioni più ricche di grano, dalla Siberia e dalla regione del Don.
Le sofferenze degli operai affamati a Pietrogrado, a Mosca, a Ivanovo-Voznesensk e in altri centri industriali sono realmente gravi. Le masse operaie non avrebbero mai sopportato la miseria e i tormenti della fame a cui li condanna l’intervento militare dell’Intesa (un intervento spesso mascherato con la promessa ipocrita di non inviare i “propri” eserciti, mentre continua l’invio di “truppe di colore”, armamenti, denaro, ufficiali), le masse non avrebbero sopportato tali sventure, se gli operai non avessero compreso che difendono in tal modo la causa del socialismo in Russia e nel mondo intero.
I reparti “alleati” e delle guardie bianche occupano Arcangelo, Perm, Orenburg, Rostov sul Don, Bakù, Ashkhabad, ma il “movimento sovietico” ha conquistato Riga e Kharkov. La Lettonia e l’Ucraina diventano repubbliche sovietiche. Gli operai vedono che non sopportano invano i loro grandi sacrifici, che la vittoria del potere sovietico avanza e si estende, cresce e si consolida in tutto il mondo. Ogni mese di dura lotta e di gravi sacrifici rafforza la causa del potere sovietico nel mondo intero, indebolisce i suoi nemici, gli sfruttatori.
Gli sfruttatori hanno ancora in mano tanta forza da poter uccidere e linciare i dirigenti migliori della rivoluzione proletaria mondiale, da aggravare i sacrifici e le sofferenze degli operai delle regioni e dei paesi occupati o conquistati. Ma gli sfruttatori di tutto il mondo non avranno tanta forza da poter frenare la vittoria della rivoluzione proletaria mondiale, che emancipa l’umanità dall’oppressone del capitale, dall’eterna minaccia di nuove guerre imperialistiche, inevitabili all’epoca del capitalismo.
N. Lenin

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Risposta alle domande di un giornalista americano [9]
Scritta il 20 luglio 1919. Pubblicata sulla Pravda n° 132 del 25 luglio 1919

Rispondo alle cinque domande che mi sono state poste, a condizione che sia mantenuta la premessa datami per iscritto che la mia risposta sarà pubblicata su più di cento giornali degli stati uniti d’America.
1. Il Governo sovietico aveva un programma governativo non riformista, ma rivoluzionario. Le riforme sono concessioni fatte dalla classe dominante che mantiene il suo dominio. La rivoluzione è l’abbattimento della classe dominante. Perciò di solito i programmi riformisti comprendono molti punti parziali. Il nostro programma rivoluzionario comprendeva, propriamente un solo punto generale: l’abbattimento del giogo dei grandi proprietari fondiari e dei capitalisti, l’abbattimento del loro potere, la liberazione delle masse lavoratrici da questi sfruttatori. Non siamo mai venuti meno a questo programma. I provvedimenti parziali che tendono all’attuazione di questo programma sono stati più volte mutati; per elencarli ci vorrebbe un volume. Mi limiterò a indicare un altro punto generale di questo programma di governo che ha suscitato forse il maggior numero di modificazioni dei singoli provvedimenti. Questo punto e lo schiacciamento della resistenza degli sfruttatori. Dopo la rivoluzione del 25 ottobre (7 novembre) 1917, non abbiamo neppure soppresso i giornali borghesi e non si è neppure parlato di terrore. Abbiamo liberato non soltanto molti ministri di Kerenski, ma anche Krasnov, che aveva preso le armi contro di noi. Soltanto dopo che gli sfruttatori, cioè i capitalisti, si sono messi a rafforzare la loro resistenza, abbiamo incominciato a reprimerla sistematicamente, giungendo sino al terrore. è stata la risposta del proletariato ad azioni della borghesia quali la congiura con i capitalisti della Germania, dell’Inghilterra, del Giappone, dell’America, della Francia per restaurare il potere degli sfruttatori in Russia, la corruzione dei cecoslovacchi col denaro anglo-francese, la corruzione di Mannerheim, Denikin, ecc. ecc. con il denaro tedesco e francese. Una delle ultime congiure che hanno causato un “mutamento”, e precisamente l’intensificazione del terrore contro la borghesia a Pietrogrado, è stata la congiura della borghesia con i socialisti-rivoluzionari e i menscevichi per la resa di Pietrogrado, l’occupazione del forte di Krasnaia Gorka da parte degli ufficiali congiurati, la corruzione di funzionari dell’ambasciata svizzera e di molti funzionari russi da parte dei capitalisti francesi e inglesi, ecc.
2. L’attività della nostra Repubblica sovietica in Afghanistan, in India e in altri paesi musulmani fuori della Russia è uguale alla nostra attività fra i numerosi musulmani e le altre nazionalità non russe all’interno della Russia. Per esempio, abbiamo dato alle masse basire la possibilità di costituire una repubblica autonoma all’interno della Russia, e incoraggiamo in ogni modo lo sviluppo autonomo, libero, di ogni nazionalità, lo sviluppo e la diffusione della letteratura nelle lingue nazionali, traduciamo e divulghiamo la nostra Costituzione sovietica, che ha la sventura di piacere a più di un miliardo di uomini appartenenti alle nazionalità coloniali, asservite, oppresse, prive di diritti, più delle Costituzioni “europeo-occidentali” e americana degli Stati “democratici” borghesi che consacrano la proprietà privata della terra e del capitale, cioè l’oppressione da parte di un esiguo numero dei capitalisti “civili” sui lavoratori dei loro paesi e su centinaia di milioni di abitanti delle colonie dell’Asia, dell’Africa, ecc.
3. Nei confronti degli Stati Uniti e del Giappone, noi perseguiamo prima di tutto l’obiettivo politico di respingere la loro impudente, delittuosa, brigantesca aggressione contro la Russia che serve soltanto ad arricchire i loro capitalisti. A entrambi questi Stati abbiamo più volte e solennemente proposto la pace, ma essi non ci hanno neppure risposto e proseguono la guerra contro di noi, aiutando Denikin e Kolciak, depredando la regione di Murmansk e Arcangelo, devastando e rovinando particolarmente la Siberia orientale, dove i contadini russi oppongono un’eroica resistenza ai briganti capitalisti del Giappone e degli Stati Uniti d’America.
Il nostro successivo obiettivo politico ed economico nei confronti di tutti i popoli, compresi quelli degli Stati Uniti e del Giappone, è uno solo: l’alleanza fraterna con tutti gli operai e tutti i lavoratori di tutti i paesi senza eccezione.
4. Abbiamo esposto più volte per iscritto con assoluta chiarezza e precisione, le condizioni alle quali siamo disposti a concludere la pace con Kolciak, Denikin e Mannerheim; ad esempio a Bullitt, che ha condotto le trattative con noi (e con me personalmente a Mosca) a nome del governo degli Stati Uniti [10], in una lettera a Nansen [11], ecc. Non è colpa nostra se i governi degli Stati Uniti e degli altri paesi hanno paura di pubblicare integralmente questi documenti, se nascondono la verità al popolo. Ricorderò soltanto la nostra condizione fondamentale: siamo pronti a pagare tutti i debiti alla Francia e agli altri Stati, purché la pace sia una pace effettiva, e non soltanto a parole, cioè purché sia formalmente firmata e ratificata dai governi dell’Inghilterra, della Francia, degli Stati Uniti, del Giappone, dell’Italia, poiché Denikin, Kolciak, Mannerheim, ecc. non sono che pedine nelle mani di questi governi.
5. Vorrei soprattutto comunicare all’opinione pubblica americana quanto segue:
In confronto al feudalesimo, il capitalismo è stato un progresso di portata storica mondiale sulla via della “libertà”, dell'”eguaglianza”, della “democrazia”, della “civiltà”. Tuttavia il capitalismo è stato e rimane il sistema della schiavitù salariata, dell’asservimento di milioni di lavoratori, di operai e di contadini ad un’infima minoranza di moderni (“moderne”) padroni di schiavi, di grandi proprietari fondiari e di capitalisti. La democrazia borghese ha cambiato la forma di questa schiavitù economica in confronto al feudalesimo, le ha dato una copertura particolarmente brillante, ma non ne ha cambiato, né poteva cambiarne la sostanza. Il capitalismo e la democrazia borghese significano schiavitù salariata.
Il gigantesco progresso della tecnica in generale, delle vie di comunicazione in particolare, l’aumento colossale del capitale e delle banche hanno causato la maturazione e poi l’imputridimento del capitalismo. Il capitalismo è sopravvissuto a se stesso. è diventato il freno più reazionario all’evoluzione umana. Si è ridotto all’onnipotenza di un pugno di miliardari e di milionari che spingono i popoli al macello per decidere a quale gruppo di predoni – al gruppo tedesco o a quello anglo-francese – debbano toccare il bottino imperialistico, il dominio delle colonie, le “sfere di influenza” finanziarie o i “mandati d’amministrazione”, ecc.
Durante la guerra del 1914-1918 decine di milioni di uomini sono stati uccisi e mutilati proprio per questo, solo per questo. La coscienza di questa verità si diffonde con forza e velocità irresistibili fra le masse lavoratrici di tutti i paesi, tanto più che la guerra ha causato dappertutto rovine inaudite, e dappertutto, compresi i paesi “vincitori”, si devono pagare gli interessi sui debiti di guerra. E che cosa sono questi interessi? Sono un tributo di miliardi versato ai signori milionari perché sono stati tanto gentili da permettere a decine di milioni di operai e di contadini di ammazzarsi e di mutilarsi a vicenda per risolvere la questione della spartizione dei profitti dei capitalisti.
Il crollo del capitalismo è inevitabile. La coscienza rivoluzionaria delle masse si sviluppa dappertutto. Lo testimoniano migliaia di sintomi. Eccone uno non molto importante, ma abbastanza evidente per i filistei: i romanzi di Henri Barbuse (Le feu e Clarté), il quale era andato in guerra come il più pacifico, modesto, ubbidiente piccolo borghese, filisteo, cittadino medio.
I capitalisti, la borghesia, possono nel “migliore” dei casi differire la vittoria del socialismo in questo o quel paese a prezzo dello sterminio di altre centinaia di migliaia di operai e di contadini. Ma salvare il capitalismo non possono. A dargli il cambio è venuta la Repubblica sovietica che dà il potere ai lavoratori, e soltanto ai lavoratori, che affida al proletariato il compito di dirigere l’emancipazione dei lavoratori, che abolisce la proprietà privata della terra, delle fabbriche e degli altri mezzi di produzione, perché questa proprietà privata è la fonte dello sfruttamento di molti da parte di pochi, la fonte della misera delle masse, la fonte delle guerre di rapina tra i popoli, guerre che arricchiscono solamente i capitalisti.
La vittoria della Repubblica internazionale sovietica è sicura.
Una piccola osservazione per finire. La borghesia americana inganna il popolo, vantandosi della libertà, dell’eguaglianza, della democrazia che esisterebbero nel suo paese. Ma né questa borghesia, né nessun’altra, né alcun governo al mondo avrà il coraggio di accettare la competizione col nostro governo sul tema della libertà effettiva, dell’eguaglianza, della democrazia: ammettiamo che ci sia un accordo che assicuri al nostro governo e a qualsiasi altro la libertà di scambio di… opuscoli editi a nome del governo in qualsiasi lingua e contenenti il testo delle leggi di quel paese, il testo della sua Costituzione, con un commento che spieghi la sua superiorità sulle altre Costituzioni.
Nessun governo borghese al mondo oserà concludere con noi un simile accordo pacifico, civile, libero, democratico, basato sulla parità dei diritti.
Perché? Perché tutti i governi, tranne quello sovietico, si reggono sull’oppressione e sull’inganno delle masse.
Lenin

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Agli operai americani
Pubblicato in inglese il 17 dicembre 1919 sul The Christian Science Monitor, n° 20. Pubblicato per la prima volta in russo sulla Pravda del 1° novembre 1920

23-IX-1919
Compagni,
circa un anno fa, nella mia Lettera agli operai americani (del 20 agosto 1918), vi esposi la situazione della Russia sovietica e i suoi compiti. Lo feci prima della rivoluzione tedesca. Da allora gli avvenimenti mondiali hanno confermato la giustezza della valutazione data dai bolscevichi sulla guerra imperialistica del 1914-1918 in generale, e sull’imperialismo dell’Intesa in particolare. E il potere sovietico è diventato da allora comprensibile e familiare alla mente e al cuore delle masse operaie in tutto il mondo. Dappertutto le masse operaie, malgrado l’influenza dei vecchi capi imbevuti di sciovinismo e di opportunismo, giungono alla convinzione che i parlamenti borghesi sono imputriditi e che ci vuole il potere sovietico, il potere dei lavoratori, la dittatura del proletariato per liberare l’umanità dal giogo del capitale. E il potere sovietico vincerà in tutto il mondo per quanto grandi siano la rabbia e il furore della borghesia di tutti i paesi. La borghesia inonda di sangue la Russia facendoci la guerra, aizzando contro di noi i controrivoluzionari, i fautori della restaurazione del giogo del capitale. La borghesia causa tormenti inauditi alle masse lavoratrici della Russia con il blocco e con l’appoggio dato alla controrivoluzione, ma noi abbiamo battuto Kolciak e, con piena fiducia nella vittoria, conduciamo la guerra contro Denikin.
N. Lenin

29-IX-1919
Spesso mi si chiede se hanno ragione quegli americani -non soltanto gli operai, ma soprattutto i borghesi che sono contrari alla guerra contro la Russia- i quali si aspettano da noi, in caso che si concluda la pace, non soltanto la ripresa dei rapporti commerciali, ma anche la possibilità di ricevere certe concessioni in Russia. Ripeto che hanno ragione. Una pace stabile allevierebbe talmente la situazione delle masse lavoratrici in Russia che queste masse accetterebbero senza dubbio di accordare certe concessioni. Le concessioni, offerte a condizioni ragionevoli, sono desiderabili anche per noi come uno dei mezzi per far avere alla Russia l’aiuto tecnico dei paesi più avanzati sotto questo aspetto, nel periodo in cui coesisteranno Stati socialisti e Stati capitalistici.
N. Lenin

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Risposta alle domande del corrispondente da Berlino dell’agenzia d’informazioni americana “Universal service” Karl Wigand
Scritto il 18 febbraio 1920. Pubblicato in inglese il 21 febbraio 1920 nel New York Evening Journal, n° 12.671.

1: Ci accingiamo ad attaccare la Polonia e la Romania?
No. Abbiamo proclamato le nostre intenzioni pacifiche nel modo più solenne e ufficiale, sia a nome del Consiglio dei Commissari del popolo, che a nome del Comitato esecutivo centrale di tutta la Russia. Purtroppo il governo capitalista francese incita la Polonia (e probabilmente anche la Romania) ad attaccarci. Ne parlano anche diversi comunicati radio americani provenienti da Lione.
2: I nostri piani in Asia?
Gli stessi che in Europa: convivenza pacifica con i popoli, con gli operai e i cittadini di tutte le nazioni che si destano a nuova vita, a nuova vita senza sfruttamento, senza grandi proprietari fondiari, senza capitalisti, senza mercanti. La guerra imperialistica del 1914-1918, guerra dei capitalisti del gruppo anglo-francese (e russo) contro i capitalisti del gruppo tedesco-austriaco per la spartizione del mondo, ha destato, ha accentuato in Asia, come, del resto, dappertutto, l’aspirazione alla libertà, al lavoro pacifico, all’interdizione delle guerre in avvenire.
3: Le basi della pace con l’America?
Che i capitalisti americani non ci tocchino. Noi non li toccheremo. Siamo persino pronti a pagar loro in oro le macchine, gli utensili, ecc., utili per i trasporti e la produzione. E non solo in oro, ma anche in materie prime.
4: Gli ostacoli a una tale pace?
Nessuno da parte nostra. L’imperialismo da parte dei capitalisti americani (come di tutti gli altri).
5: Il nostro parere sull’espulsione dei rivoluzionari russi dall’America?
Li abbiamo accolti. Non abbiamo paura dei rivoluzionari in casa nostra. In generale, non abbiamo paura di nessuno e se l’America ha ancora paura di qualche centinaio o migliaio di suoi cittadini, siamo pronti a iniziare trattative per accogliere tutti i cittadini che fanno paura all’America (tranne i delinquenti comuni, naturalmente).
6: V’è possibilità di un’alleanza economica tra la Russia e la Germania?
Questa possibilità non è grande, purtroppo, perché gli Scheidemann sono cattivi alleati. Noi siamo per l’alleanza con tutti i paesi, nessuno escluso.
7: Il nostro parere sulla richiesta degli alleati di estradizione dei responsabili della guerra?
Per parlare seriamente, i responsabili della guerra sono i capitalisti di tutti i paesi. Consegnateci tutti i grandi proprietari fondiari (che posseggono più di cento ettari di terra) e i capitalisti (che posseggono un capitale superiore a centomila franchi), e insegneremo loro a fare un lavoro utile, li disabitueremo dalla funzione vergognosa, abietta e sanguinosa di sfruttatori e di responsabili di guerre per la spartizione delle colonie. Allora le guerre diverranno molto presto assolutamente impossibili.
8: L’influenza di una pace con noi sulla situazione economica dell’Europa?
Lo scambio di macchine contro grano, lino e altre materie prime può forse non essere proficuo per l’Europa? è evidente che non può che essere proficuo.
9: Il nostro parere sul futuro sviluppo dei Soviet quale forza mondiale?
L’avvenire appartiene all’ordinamento sovietico in tutto il mondo. Lo hanno dimostrato i fatti: basta calcolare, diciamo, per trimestre e in qualunque paese, l’aumento del numero degli opuscoli, dei libri, dei volantini, dei giornali a favore dei Soviet e che simpatizzano per i Soviet. Non può essere altrimenti: una volta che gli operai nelle città, gli operai, i braccianti e i giornalieri nelle campagne, e poi i piccoli contadini, ecc., cioè coloro che non sfruttano operai salariati, una volta che questa immensa maggioranza dei lavoratori ha compreso che i Soviet mettono nelle loro mani tutto il potere, liberandoli dal giogo dei grandi proprietari fondiari e dei capitalisti, come si può impedire la vittoria dell’ordinamento sovietico in tutto il mondo? Io, almeno, non ne conosco il mezzo.
10: La Russia deve ancora temere un intervento controrivoluzionario dall’esterno?
Si, purtroppo. Poiché i capitalisti sono gente stolta e avida. Essi hanno già compiuto diversi tentativi di intervento così stolti e avidi che c’è da temere che questi si ripetano finché gli operai e i contadini di ogni paese non rieducheranno i loro capitalisti.
11: La Russia è disposta a entrare in relazioni d’affari con l’America?
Si certo, come con tutti i paesi. La pace con l’Estonia, alla quale abbiamo fatto molte concessioni, ha dimostrato che a tal fine siamo persino pronti, a determinate condizioni, a dare in appalto concessioni.
V. Ulianov (N. Lenin)

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Intervista a Lincoln Eire, corrispondente del giornale americano The World.
Pubblicata in inglese su The World, 21-II-1920, n° 21.368.

Gli Alleati “giocano a scacchi”
Per quanto riguarda la notizia della decisione degli alleati di togliere il blocco, Lenin ha detto:
è difficile credere alla sincerità di una proposta così indeterminata che, evidentemente, si combina con i preparativi di aggressione contro di noi attraverso il territorio della Polonia. A prima vista il piano del Consiglio supremo sembra abbastanza attendibile: ripristinare le relazioni commerciali mediante le cooperative russe. Ma le cooperative non esistono più, esse sono state fuse con i nostri organi di distribuzione sovietici. Che cosa possono quindi significare i discorsi degli alleati sulla loro volontà di aver rapporti con le cooperative? Certo, ciò non è chiaro.
Perciò dico che un esame più attento ci convince che questa decisione di Parigi non è altro che una mossa nel gioco di scacchi degli alleati, i cui motivi sinora non sono chiari.
Lenin tace un po’ di tempo e dopo aggiunge con un largo sorriso:
Meno chiari, per esempio, dell’intenzione del maresciallo Foch di visitare Varsavia.
Ho chiesto se egli riteneva una cosa seria l’eventualità di un’offensiva polacca. (Occorre ricordare che in Russia si è parlato di un attacco dei polacchi contro i bolscevichi, e non viceversa.)
Senza dubbio, – ha risposto Lenin -, Clemenceau e Foch sono signori molto seri, e frattanto uno di loro ha elaborato questo grado di aggressione e l’altro si accinge a realizzarlo. Questa, certamente, è una minaccia grave, ma abbiamo avuto a che fare con minacce ancora più gravi. Però, più che paura ciò suscita in noi la delusione in quanto gli alleati continuano ancora a cercare di ottenere l’impossibile, poiché l’offensiva polacca non è in grado di risolvere il problema russo nel senso che essi desiderano più di quanto lo sia stata a suo tempo l’offensiva di Kolciak e di Denikin. Ricordate che la Polonia ha molte grane per conto suo. Ed è chiaro che essa non può avere aiuto da nessuno dei suoi vicini, nemmeno dalla Romania.
Tuttavia sembra che la pace sia ora più vicina di prima -ho detto io, esprimendo questa supposizione.
Si, questo è vero. Se la pace è una conseguenza naturale del commercio con noi, gli alleati non potranno più eluderla. Ho sentito dire che Millerand, il successore di Clemenceau, esprime il desiderio di esaminare il problema delle relazioni commerciali con il popolo russo. Può darsi che ciò stia ad attestare un netto cambiamento nello stato d’animo dei capitalisti francesi. In Inghilterra però sono ancora forti le posizioni di Churchill, e Lloyd George, che probabilmente vuole avere rapporti d’affari con noi, non ha il coraggio di rompere apertamente con gli ambienti politici e finanziari che appoggiano la politica di Churchill.

Gli Stati Uniti perseguitano i socialisti
E l’America?
è difficile capire che cosa vi accade. I vostri banchieri, a quanto pare, ci temono più che mai. In ogni caso il vostro governo ricorre a durissime repressioni non soltanto contro i socialisti, ma anche contro tutta la classe operaia nel suo complesso, durissime in confronto a qualunque altro governo, persino in confronto al governo reazionario francese. Esso perseguita manifestamente gli stranieri. Eppure, che cosa farebbe l’America senza i suoi operai immigrati? Essi sono assolutamente indispensabili per il vostro sviluppo economico.
Alcuni imprenditori americani, però, sembrano incominciare a capire che è più ragionevole fare affari vantaggiosi in Russia che fare la guerra contro la Russia, e questo è un buon sintomo. I prodotti industriali americani -locomotive, automobili, ecc.- ci saranno più necessari delle merci di qualsiasi altro paese.
E quali sono le vostre condizioni di pace?
Non val la pena di perdere tempo a parlarne. Tutto il mondo sa che siamo pronti a concludere la pace a condizioni la cui giustezza non può esser contestata neppure dai capitalisti di orientamento più imperialistico. Abbiamo più volte dichiarato la nostra aspirazione alla pace, abbiamo dichiarato che la pace ci è indispensabile e anche che siamo pronti a offrire al capitale straniero le più generose concessioni e garanzie. Ma non siamo disposti a permettere che ci soffochino in nome della pace.
Non vedo alcun motivo per cui uno Stato socialista come il nostro non possa avere illimitati rapporti d’affari con i paesi capitalistici. Noi non siamo contrari a servirci delle locomotive e delle macchine agricole capitalistiche, perché dunque essi debbono essere contrari a servirsi del nostro grano, lino e platino socialisti? Il grano socialista ha lo stesso sapore di qualsiasi altro grano, vero? è ovvio che essi dovranno avere rapporti d’affari con i terribili bolscevichi, cioè con il governo sovietico. Ma avere rapporti d’affari con i Soviet, per gli imprenditori americani che producono, per esempio, l’acciaio, non sarà più difficile di quanto sia stato avere a che fare, durante la guerra, con i governi dell’Intesa per i rifornimenti militari.

L’Europa dipende dalla Russia
Ecco perché il discorso sul ripristino del commercio con la Russia per il tramite delle cooperative ci sembra insincero o, per lo meno, poco chiaro; è piuttosto una mossa di scacchi che una proposta sincera, diretta, che sarebbe immediatamente accolta e realizzata. Inoltre, se il Consiglio supremo ha effettivamente l’intenzione di togliere il blocco, perché non ce lo comunica? Noi non abbiamo ricevuto nessun comunicato ufficiale da Parigi. Quel poco che sappiamo si fonda su notizie di giornali, riprese dalla nostra radio.
Gli uomini di Stato dell’Europa e degli Stati Uniti evidentemente non comprendono che l’attuale rovina economica della Russia non è che una parte della rovina economica mondiale. Finché il problema economico non sarà considerato dal punto di vista internazionale, ma dal punto di vista delle singole nazioni o di un gruppo di nazioni, sarà impossibile risolverlo. Senza la Russia, l’Europa non potrà riprendersi. E quando l’Europa è priva di forze, la condizione dell’America diventa critica. Che vantaggio può trarre l’America dalle sue ricchezze se con esse non può acquistare ciò che le occorre? L’America non può mangiare o mettere addosso l’oro che ha accumulato, vero? Essa non potrà commerciare vantaggiosamente con l’Europa, cioè su una base che abbia per essa un reale valore, finché l’Europa non potrà fornire le merci che l’America vuol ricevere in cambio di ciò che essa deve smerciare. Ma l’Europa non potrà darle queste merci finché non si rimetterà in piedi dal punto di vista economico.

Il mondo ha bisogno delle merci russe
Noi in Russia abbiamo grano, lino, platino, potassio e molti minerali di cui tutto il mondo ha grande bisogno. In fin dei conti il mondo dovrà venire da noi a cercarli, indipendentemente dal fatto che da noi ci sia o non ci sia il bolscevismo. Vi sono sintomi i quali denotano che si sta gradualmente giungendo alla comprensione di questa verità. Ma nel frattempo non soltanto la Russia, ma tutta l’Europa va in sfacelo, mentre il Consiglio supremo si permette ancora di fare una politica di tergiversazioni. La Russia, come l’Europa, può essere salvata dal completo sfacelo, ma per salvarla occorre agire subito e rapidamente. Invece il Consiglio supremo agisce molto lentamente, con terribile lentezza. In realtà esso sembra essersi già sciolto senza aver risolto nulla e ha trasmesso le sue funzioni al Consiglio degli ambasciatori, mentre il suo posto deve essere preso soltanto dalla inesistente Società delle Nazioni [12], che è nata morta. Ma la Società delle Nazioni può forse incominciare a funzionare senza gli Stati Uniti, che debbono esserne il puntello principale?
Ho chiesto in che misura il governo sovietico è soddisfatto della situazione militare.
Assai soddisfatto. I soli indizi di un’ulteriore aggressione militare contro di noi si hanno soltanto da parte della Polonia, del che ho già parlato. Se la Polonia si deciderà a tale avventura, ciò porterà a nuove sofferenze per entrambe le parti e all’inutile perdite di altre vite umane. Ma neppure Foch potrà assicurare ai polacchi la vittoria. Questi non potrebbero battere il nostro Esercito Rosso neppure se Churchill stesso combattesse con loro.
Qui Lenin, gettando indietro il capo, ha sorriso tristemente. Poi ha proseguito in tono più serio:
Naturalmente possiamo essere sconfitti da una qualunque delle grandi potenze se queste saranno in grado di mandare contro di noi loro eserciti. Ma esse non si azzarderanno a farlo. Lo straordinario paradosso è che per quanto la Russia sia debole in confronto agli alleati, con le loro illimitate risorse, essa non soltanto è riuscita a sconfiggere tutte le forze armate, comprese quelle britanniche, americane e francesi, che gli alleati erano riusciti a mandare contro di essa, ma anche a riportare vittorie diplomatiche e morali nei paesi del cordone sanitario. La Finlandia ha rifiutato di combattere contro di noi. Abbiamo concluso la pace con l’Estonia, e presto sarà firmata la pace con la Serbia [13] e con la Lituania [14]. Nonostante i grandi allettamenti e le perfide minacce dell’Intesa contro questi piccoli Stati, essi hanno preferito stabilire rapporti pacifici con noi.

La situazione interna ha buone prospettive
Ciò attesta indubbiamente la nostra immensa forza morale. Gli Stati baltici, i nostri più prossimi vicini, comprendono che soltanto noi non abbiamo nessuna intenzione che minacci la loro indipendenza e il loro benessere.
E la situazione interna della Russia?
è critica, ma ha buone prospettive. In primavera la mancanza di viveri sarà superata almeno nella misura necessaria per evitare la fame alla popolazione urbana. Allora anche il combustibile sarà sufficiente. Grazie alle mirabili gesta dell’Esercito Rosso, è già incominciata la ricostruzione dell’economia nazionale. Attualmente una parte di questo esercito si è trasformata in armate del lavoro; questo fenomeno straordinario è stato possibile soltanto in un paese che lotta per un alto ideale. Naturalmente ciò sarebbe stato impossibile nei paesi capitalistici. In passato abbiamo sacrificato tutto per riportare la vittoria sui nostri nemici armati, e ora tutti i nostri sforzi sono tesi alla ricostruzione dell’economia. Per ricostruirla ci vorranno degli anni, ma alla fine vinceremo.
Quando, secondo voi, la costruzione del comunismo sarà portata a termine in Russia? Pensavo fosse una domanda difficile, invece Lenin ha risposto subito.
Abbiamo l’intenzione di elettrificare tutto il nostro sistema industriale, creando centrali elettriche negli Urali e in altri posti. I nostri ingegneri ci dicono che per farlo ci vorranno dieci anni. L’elettrificazione di tutto il paese è il primo passo importante sulla via dell’organizzazione comunista della vita economica della società. Tutta la nostra industria riceverà energia da una fonte comune, capace di rifornire in egual misura tutte le sue branche. Ciò eliminerà la competizione improduttiva nella ricerca del combustibile e darà una salda base economica all’industria di trasformazione, senza di che non possiamo sperare di raggiungere un livello di scambio dei prodotti di prima necessità corrispondente ai principi del comunismo.
Supponiamo, tra l’altro, che fra tre anni in Russia vi siano 50 milioni di lampade a incandescenza. A quanto presumo, negli Stati Uniti vi sono 70 milioni di queste lampade, ma per un paese in cui l’elettricità si trova ancora allo stadio della prima infanzia, più dei due terzi di questa quantità rappresentano un enorme successo. A parer mio, l’elettrificazione è il più importante di tutti i grandi compiti che ci stanno dinanzi.

Aspra critica dei dirigenti socialisti
A conclusione della nostra conversazione Lenin ha espresso non per la stampa, è vero – una serie di aspre osservazioni critiche su alcuni dirigenti socialisti d’Europa e d’America, dalle quali risulta palese che egli non crede alla capacità o almeno al desiderio di questi signori di portare avanti con successo la causa della rivoluzione mondiale. Evidentemente egli pensa che il bolscevismo si aprirà la strada piuttosto contro questi capi “ufficiali” del socialismo che con il loro aiuto.

Note
1. Nell’aprile 1898, gli imperialisti americani, cercando di sfruttare nei loro interessi i movimenti di liberazione nazionale contro i colonialisti spagnoli a Cuba e nelle isole Filippine, scatenarono una guerra contro la Spagna. Con il pretesto di “aiutare” il popolo filippino che aveva proclamato il suo paese Repubblica indipendente, essi sbarcarono le loro truppe sulle isole. Secondo il trattato di pace firmato il 10 dicembre 1898 a Parigi, la Spagna vinta cedette le Filippine agli USA.
Nel febbraio 1899, gli imperialisti americani cominciarono perfidamente le operazioni di guerra contro la Repubblica delle Filippine. Sulle isole si sviluppò largamente la guerriglia contro gli invasori. Per raggiungere i loro scopi gli imperialisti americani sfruttarono i dissensi tra i filippini. Il vertice borghese-latifondista spaventato per il fatto che i contadini collegavano la lotta per l’indipendenza con la lotta per la terra e per il miglioramento delle loro condizioni di vita, venne a patti con gli americani. Nel 1901 il movimento di liberazione nazionale fu soffocato e le Filippine divennero una colonia degli USA.
2. Trattato di pace stipulato il 3 marzo 1918 a Brest-Litovsk tra la Russia Sovietica e i paesi della Quadruplice Alleanza (Germania, Austria-Ungheria, Bulgaria, Turchia). Le condizioni per la pace furono estremamente dure per la Russia Sovietica.
3. I socialisti-rivoluzionari (s.-r.), partito dei democratici piccolo-borghesi, sorto in Russia tra la fine del 1901 e l’inizio del 1902, in seguito alla fusione di vari gruppi e circoli populisti. Negli anni della prima guerra mondiale la maggioranza dei socialisti-rivoluzionari si collocò su posizioni socialsciovinistiche. Dopo la vittoria della Rivoluzione democratico-borghese del febbraio 1917, i socialisti-rivoluzionari furono insieme ai menscevichi e ai cadetti il sostegno principale al Governo provvisorio controrivoluzionario della borghesia e dei grandi proprietari fondiari. I capi del partito entrarono a farne parte. Dopo la rivoluzione socialista d’Ottobre i socialisti-rivoluzionari svolsero un’attività sovversiva controrivoluzionaria, appoggiando attivamente gli interventisti e le guardie bianche, tramando complotti controrivoluzionari e organizzando atti terroristici contro i dirigenti dello Stato sovietico e del partito comunista.
4. Menscevichi, corrente piccolo-borghese opportunistica in seno alla socialdemocrazia russa. Al secondo Congresso del POSDR nel 1903 avvenne una scissione: si formarono l’ala rivoluzionaria capeggiata da Lenin, e quella opportunistica capeggiata da Martov. Dopo l’elezione degli organi centrali i socialdemocratici rivoluzionari che avevano ottenuto la maggioranza cominciarono ad essere chiamati bolscevichi (“maggioritari”) e gli opportunisti rimasti in minoranza menscevichi (“minoritari”).
I menscevichi presero posizione contro il programma rivoluzionario del partito, contro l’egemonia del proletariato nella rivoluzione, contro l’alleanza fra la classe operaia e i contadini, per l’intesa con la borghesia liberale.
Dopo la vittoria della Rivoluzione democratico-borghese del 1917 entrarono nel Governo provvisorio borghese e lottarono contro la rivoluzione proletaria in preparazione.
Dopo la Rivoluzione d’Ottobre i menscevichi diventarono un partito apertamente controrivoluzionario.
5. L'”uomo nell’astuccio”, personaggio dell’omonimo racconto di A. Cechov che sta ad indicare un tipo di funzionario gretto, che teme qualsiasi iniziativa e innovazione.
6. Appeal to Reason, giornale dei socialisti americani, fondato nel 1895. Faceva propaganda alle idee socialiste e godeva di larga popolarità fra gli operai. Durante la prima guerra mondiale sostenne le posizioni internazionalistiche.
L’articolo di Debs fu pubblicato l’11 settembre 1915. Il titolo dell’articolo riportato da Lenin, probabilmente a memoria, fu: When I shall fight (Quando combatterò) e non What shall I fight for (Per che cosa combatterò).
7. Triplice Intesa, blocco imperialistico dell’Inghilterra, della Francia e della Russia, formatosi definitivamente nel 1907 in contrapposizione alla Triplice Alleanza (Germania, Austria-Ungheria, Italia). La creazione dell’Intesa fu preceduta dalla conclusione dell’alleanza franco-russa del 1891-1893 e dall’accordo anglo-francese del 1904. L’Intesa si formò definitivamente con la firma dell’accordo anglo-russo del 1907. Negli anni della prima guerra mondiale aderirono all’alleanza militare e politica dell’Inghilterra, della Francia e della Russia anche gli USA, il Giappone, l’Italia e una serie di altri Stati.
Dopo la Rivoluzione d’Ottobre i membri principali del blocco – l’Inghilterra, la Francia e gli USA – furono gli ispiratori e gli organizzatori dell’intervento armato contro la Russia Sovietica.
8. Die Freiheit, quotidiano, organo del partito socialdemocratico indipendente di Germania; si pubblicò a Berlino dal 1918 al 1922.
9. L’articolo è la risposta alle cinque seguenti domande, poste a Lenin dall’agenzia United Press:
1) La Repubblica sovietica russa ha apportato cambiamenti, piccoli o grandi, al programma governativo iniziale di politica interna ed estera: quando e quali?
2) Quale è la tattica della Repubblica sovietica russa nei confronti dell’Afghanistan, dell’India e di altri paesi musulmani fuori dai confini della Russia?
3) Quali obiettivi politici ed economici perseguite nei confronti degli Stati Uniti e del Giappone?
4) A quali condizioni sareste disposti a concludere la pace con Kolciak, Denikin e Mannerheim?
5) Che cos’altro avreste da portare a conoscenza dell’opinione pubblica americana?
Le risposte furono inviate a Budapest per la stampa americana.
Nell’ottobre 1919 la rivista socialista di sinistra The Liberator pubblicò l’articolo A Statement and a Challenge (“Una dichiarazione e una sfida”). In una nota dell’articolo, la redazione della rivista comunicava che l’agenzia United Press aveva inviato ai giornali le risposte di Lenin, omettendo la risposta alla quinta domanda, commentando che si trattava di “propaganda bolscevica pura e semplice”.
10. Lenin allude alle trattative con Bullitt, arrivato nel marzo 1919 nella Russia sovietica per chiarire le condizioni alle quali il Governo sovietico avrebbe accettato di concludere la pace con gli alleati, nonché con i governi formati dalle guardie bianche sul territorio della Russia. Tramite Bullitt furono trasmesse le proposte del presidente degli USA Wilson e del primo ministro dell’Inghilterra Lloyd Gorge.
Il Governo sovietico accettò di condurre le trattative alle condizioni proposte, apportandovi emendamenti sostanziali.
Poco dopo la partenza di Bullitt dalla Russia sovietica, Kolciak riuscì a conseguire qualche successo sul fronte orientale e i Governi imperialistici, sperando in una disfatta dello Stato sovietico, rinunciarono alle trattative di pace.
11. Si tratta della risposta del Governo sovietico alla lettera di F. Nansen a Lenin in data 17 aprile 1919 (la lettera fu captata per radio il 4 maggio). Nella sua lettera Nansen dichiarava di essersi rivolto il 3 aprile a Wilson, Clemenceau, Lloyd George ed Orlando con la proposta di prestare alla Russia sovietica un aiuto in generi alimentari e medicinali. Il 17 aprile il “Consiglio dei 4” accettò la proposta di Nansen, però con la riserva che questo progetto doveva presupporre la cessazione delle ostilità e degli spostamenti di truppe sul territorio russo. Dato che questo piano non garantiva assolutamente che la cessazione delle ostilità non fosse utilizzata dalla controrivoluzione, il Governo sovietico nella sua lettera a Nansen in data 7 maggio rilevò che le trattative potevano essere intavolate con i Governi stessi dei paesi dell’Intesa. Nansen comunicò che le proposte del Governo sovietico sarebbero state trasmesse ai Governi dei paesi dell’Intesa. Ma le potenze dell’Intesa non risposero.
12. La Società delle Nazioni fu un’organizzazione internazionale esistita nel periodo tra le due guerre mondiali; fu fondata nel 1919 dagli Stati vincitori della prima guerra mondiale sotto la spinta degli Stati Uniti.
13. Così stava scritto sul giornale. La Serbia però non era in guerra con la Russia sovietica. Evidentemente si trattava della Lettonia.
14. Il trattato di pace tra la RSFSR e la Lituania fu concluso il 12 luglio 1920 a Mosca; quello con la Lettonia fu stipulato l’11 agosto 1920 a Riga.

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...."L’ineguaglianza dello sviluppo economico e politico è una legge assoluta del capitalismo. Ne risulta che è possibile il trionfo del socialismo all’inizio in alcuni paesi o anche in un solo paese capitalistico, preso separatamente...." Lenin -Sulla parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa-Pubblicato sul Sozial-Demokrat, n. 44, 23 agosto 1915.
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