V. I. Lenin : La Nuova politica economica e i compiti dei centri di educazione politica (1921) .Op. Compl. Vol. 33

V. I. Lenin : La Nuova politica economica e i compiti dei centri di educazione politica (1921) .Op. Compl. Vol. 33

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Rapporto presentato il 17 ottobre 1921 al II Congresso dei Centri di educazione politica di tutta la Russia.
Compagni! Intendo dedicare questo rapporto, o per meglio dire, questa conversazione alla Nuova politica economica e ai compiti dei Centri di educazione politica, così come io li concepisco in legame con questa politica. Mi sembra quanto mai errato limitare i rapporti sui problemi che non rientrano nell’ambito di questo o quel congresso alle sole informazioni su quanto avviene in generale nel partito o nella Repubblica sovietica.
La decisa svolta del potere sovietico e il Partito comunista russo Senza negare affatto l’utilità di simili informazioni, senza negare l’utilità di riunioni dedicate ad ogni problema, trovo tuttavia che il difetto principale nel lavoro della maggior parte dei nostri congressi consiste nella mancanza di un legame diretto e immediato con i problemi d’indole pratica che debbono essere risolti. Appunto di questi difetti vorrei parlare, in rapporto con la Nuova politica economica e a proposito della Nuova politica economica.
Della Nuova politica economica parlerò in breve e in termini generali. La stragrande maggioranza di voi compagni è composta da comunisti e, nonostante la giovanissima età di alcuni, da comunisti che nei primi anni della rivoluzione hanno svolto un vasto lavoro nel campo della nostra politica generale. E, per aver fatto gran parte di questo lavoro, voi non potete non vedere quale brusca svolta hanno compiuto il nostro potere sovietico, il nostro partito comunista passando a quella politica economica che viene chiamata «nuova», nuova in confronto alla nostra precedente politica economica.
Ma in sostanza c’è più di vecchio in questa politica economica che non nella nostra precedente. E perché mai? Perché la nostra precedente politica economica — se non possiamo dire che calcolava (in quella situazione in generale c’era ben poco da calcolare) — per lo meno in una certa misura supponeva — e si può dire, supponeva avventatamente — che si sarebbe passati direttamente dalla vecchia economia russa alla produzione di Stato e alla distribuzione su basi comuniste.
Se ricordiamo la nostra stessa pubblicistica economica di un tempo, se ricordiamo quanto scrivevano i comunisti prima del nostro avvento al potere in Russia e subito dopo, ad esempio all’inizio del 1918, quando il primo assalto politico sferrato contro la vecchia Russia fu coronato da un grande successo, quando venne creata la Repubblica sovietica, quando la Russia, sia pure mutilata, poté uscire dalla guerra imperialistica, e ne uscì meno mutilata che se avesse continuato, secondo il consiglio degli imperialisti e dei menscevichi in combutta con i socialisti-rivoluzionari, a «difendere la patria», se ricordiamo tutto questo risulta chiaro che durante il primo periodo, appena portato a termine il lavoro iniziale per l’edificazione del potere sovietico e appena usciti dalla guerra imperialistica, noi parlavamo dei problemi della nostra edificazione economica con molta maggior prudenza e circospezione che non durante la seconda metà del 1918 e nel corso di tutto il 1919 e di tutto il 1920.

Il Comitato esecutivo centrale sulla funzione dei contadini nel 1918
Forse non tutti voi eravate in quel periodo attivisti del partito e del potere sovietico; quelli di voi che non lo erano potrebbero leggere, e certamente già l’hanno fatto, risoluzioni come quella del Comitato esecutivo centrale panrusso, approvata alla fine dell’aprile 1918. Questa risoluzione dichiarava che è necessario non trascurare l’economia contadina, e si basava su una relazione che teneva conto dell’importanza del capitalismo di Stato nell’edificazione del socialismo in un paese contadino e che sottolineava l’importanza della responsabilità personale, individuale, del singolo, sottolineava l’importanza di questo fattore nella direzione del paese, a differenza dei compiti di carattere politico connessi con l’edificazione del potere e i compiti di carattere militare.
Il nostro errore

All’inizio del 1918 noi calcolavamo che ci sarebbe stato un periodo di edificazione pacifica. Pareva che con la conclusione della pace di Brest il pericolo si fosse allontanato e che fosse possibile accingerci all’edificazione pacifica. Ma ci sbagliavamo, poiché nel 1918 fummo investiti da una vera minaccia di carattere militare, dall’insurrezione cecoslovacca e dallo scoppio della guerra civile, che durò fino al 1920. In parte sotto l’influenza degli impellenti problemi di carattere militare e della situazione, apparentemente disperata, nella quale si trovava la repubblica alla fine della guerra imperialistica, sotto l’influenza, dico, di queste e di numerose altre circostanze, noi commettemmo l’errore di voler passare direttamente alla produzione e alla distribuzione su basi comuniste. Decidemmo che i contadini ci avrebbero fornito il pane necessario attraverso il sistema dei prelevamenti, e noi a nostra volta lo avremmo distribuito agli stabilimenti e alle fabbriche, ottenendo così una produzione e una distribuzione a carattere comunista.
Non posso affermare che noi allora ci raffigurassimo questo piano con così grande precisione ed evidenza; comunque, agimmo press’a poco in questo senso. Disgraziatamente è così. Dico disgraziatamente, poiché una breve esperienza ci ha convinti dell’impostazione sbagliata di questo piano, contrastante con quanto avevamo scritto prima sul passaggio dal capitalismo al socialismo.
Ritenevamo infatti che senza un periodo di inventario e di controllo socialista fosse impossibile salire anche il gradino più basso del comunismo. Nella letteratura teorica, a partire dal 1918, quando il problema della presa del potere sorse e fu spiegato dai bolscevichi a tutto quanto il popolo, si diceva chiaramente che è necessario un lungo e complicato periodo di transizione dalla società capitalistica (tanto più lungo quanto meno tale società è sviluppata), di transizione attraverso l’inventario e il controllo socialista, per giungere almeno alle soglie della società comunista.
Ritirata strategica
Si direbbe che abbiamo dimenticato tutto ciò allorché, nella febbre della guerra civile, ci è toccato compiere i primi passi necessari per l’edificazione. E la nostra Nuova politica economica consiste sostanzialmente proprio nel fatto che su questo punto abbiamo subito una grave sconfitta e iniziato una ritirata strategica: «Finché non ci hanno sconfitti definitivamente torniamo indietro e ricostruiamo tutto daccapo, ma più solidamente!». Poiché i comunisti pongono coscientemente il problema della Nuova politica economica, non può esserci alcun dubbio che noi abbiamo subito una sconfitta economica assai grave sul fronte economico. E, naturalmente, è inevitabile che ci sia stata della gente esasperata, quasi sgomenta, gente che di fronte alla ritirata è stata quasi presa dal panico. È inevitabile. L’Esercito rosso non si ritirava forse? Le sue vittorie cominciavano con una fuga davanti al nemico e ogni volta, su ogni fronte, alcuni attraversavano questo periodo di panico. Ma ogni volta — sia sul fronte di Kolciak che su quello di Denikin o su quello di Iudenic, sia sul fronte polacco che su quello di Wrangel — ogni volta risultava che dopo una batosta e talvolta anche dopo più di una batosta noi confermavamo la giustezza del proverbio che dice: «Per un uomo ridotto in pezzi eccone due sani». Ridotti in pezzi una volta, ricominciavamo ad avanzare lentamente, sistematicamente e con cautela.
Certo, i compiti sul fronte economico sono assai più difficili di quelli sul fronte militare, ma fra questi due esempi elementari di strategia esiste una certa affinità. Sul fronte economico, col tentativo di passaggio al comunismo, abbiamo subito nella primavera del 1921 una sconfitta più grave di tutte quelle subite ad opera di Kolciak, Denikin o Pilsudski, una sconfitta molto più grave, molto più sostanziale e pericolosa. La gravità di questa sconfitta consiste nel fatto che gli strati superiori della nostra politica economica si sono rivelati staccati dalla base e non hanno saputo stimolare quel progresso delle forze produttive che nel programma del nostro partito viene considerato compito fondamentale e improrogabile.
Il sistema dei prelevamenti nelle campagne, questo metodo comunista di affrontare direttamente i problemi dell’edificazione nelle città, ha ostacolato il progresso delle forze produttive ed è stato la causa prima della profonda crisi economica e politica che abbiamo attraversato nella primavera del 1921. Ecco perché si è reso necessario quel che, dal punto di vista della nostra linea, della nostra politica, può essere definito soltanto come una durissima sconfitta e una ritirata. Né possiamo dire che questa ritirata è paragonabile a quelle compiute dall’Esercito rosso, in buon ordine, su posizioni prestabilite. È vero che queste posizioni erano prestabilite. Lo si può vedere confrontando le risoluzioni del nostro partito della primavera del 1921 con quella risoluzione dell’aprile del 1918 cui accennavo prima. Le posizioni erano prestabilite, ma la ritirata su queste posizioni si è svolta (e in molte località della provincia si sta ancora svolgendo) in notevole e perfino estremo disordine.
Il significato della Nuova politica economica
A questo punto si presenta in primo piano il compito dei Centri di educazione politica: la lotta contro questo stato di cose. Il problema principale, dal punto di vista della Nuova politica economica, consiste nel saper approfittare della nuova situazione con la massima rapidità.
Nuova politica economica significa sostituire ai prelevamenti un’imposta, significa passare in misura notevole alla restaurazione del capitalismo. In quale misura ancora non sappiamo. Le concessioni ai capitalisti stranieri (dobbiamo notare che sono ancora poco numerose, soprattutto in confronto alle proposte che noi abbiamo fatto), gli appalti ai capitalisti privati, questo è per l’appunto un vero e proprio ritorno al capitalismo, ed è legato alle radici della Nuova politica economica, giacché l’abolizione dei prelevamenti significa per i contadini il libero commercio dell’eccedenza dei prodotti agricoli non assorbiti dall’imposta (e l’imposta assorbe soltanto una piccola parte dei prodotti). I contadini costituiscono una parte enorme di tutta la popolazione e di tutta l’economia, e perciò sulla base di questo libero commercio non può non svilupparsi il capitalismo.
Si tratta qui delle nozioni economiche più semplici insegnate dalla scienza economica più elementare; in Russia, per di più, queste nozioni ce le impartisce ogni piccolo speculatore, individuo che ci insegna a conoscere bene l’economia, indipendentemente dalla scienza economica e politica.
Il problema fondamentale consiste, dal punto di vista strategico, nel vedere chi saprà approfittare prima di questa nuova situazione. Tutto il problema sta nel vedere chi seguiranno i contadini, se seguiranno il proletariato che si sforza di costruire una società socialista, oppure il capitalismo che dice: «Torniamo indietro, è più sicuro, altrimenti con questa trovata del socialismo, chissà dove si va a finire!».
Chi vincerà: il capitalismo o il potere sovietico?
Ecco in che cosa consiste tutta la guerra attuale: chi vincerà? chi saprà approfittare prima della situazione? Il capitalista, al quale noi stessi apriamo la porta e perfino alcune porte (e molte porte che noi non conosciamo si aprono a nostra insaputa e contro di noi), oppure il potere statale proletario? Quale appoggio economico può trovare questo potere? Da un canto, trova il miglioramento delle condizioni della popolazione. A questo proposito dobbiamo ricordare i contadini. È indiscutibile, e chiunque lo può vedere, che, nonostante un flagello spaventoso come la carestia, un miglioramento nella situazione della popolazione, astraendo dal flagello di cui sopra, si è avuto proprio in seguito al mutamento della nostra politica economica.
D’altro canto, se il capitalismo otterrà dei successi, anche la produzione industriale aumenterà, e insieme con essa aumenterà il proletariato. I capitalisti trarranno vantaggio dalla nostra politica e creeranno quel proletariato industriale, che da noi, a causa della guerra e della terribile miseria e rovina, è declassato, cioè è uscito dal suo binario di classe e, in quanto proletariato, ha cessato di esistere. Per proletariato s’intende la classe occupata nella produzione dei beni materiali nelle imprese della grande industria capitalistica. Dato che la grande industria capitalistica è stata distrutta, dato che si sono fermati gli stabilimenti e le fabbriche, il proletariato è scomparso.
Talvolta si immaginava che esistesse ufficialmente, ma non era tenuto insieme da radici economiche.
La rinascita del capitalismo significherà la rinascita della classe proletaria, occupata nella produzione di beni materiali utili alla società, occupata a lavorare nelle grandi fabbriche meccaniche e non a speculare, non a produrre accendisigari, per venderli, e a fare altri «lavori» non molto utili, ma inevitabili, dato lo stato di sfacelo in cui si trova la nostra industria.
Il problema è tutto qui: chi arriverà prima? Riusciranno i capitalisti a organizzarsi per primi? In questo caso cacceranno i comunisti, e questo sarà la fine di tutto. Bisogna veder le cose come sono: chi avrà il sopravvento? Oppure il potere statale proletario, appoggiandosi ai contadini, dimostrerà di essere capace di tenere ben ferme le redini al collo dei signori capitalisti, per guidare il capitalismo lungo la via tracciata dallo Stato e creare un capitalismo subordinato allo Stato e posto al suo servizio.
Bisogna porre la questione in modo realistico. Qualsiasi ideologia, qualsiasi ragionamento sulle libertà politiche fa parte di quei ragionamenti che possiamo trovare a iosa, soprattutto se diamo un’occhiata alla Russia che vive all’estero, a quella Russia n° 2 dove si stampano decine di quotidiani di tutti i partiti politici, dove tutte queste libertà vengono elaborate su tutti i toni e su tutte le note della scala musicale. Sono tutte chiacchiere, frasi. E bisogna imparare a non lasciarsi deviare da queste frasi.
La lotta sarà ancora più aspra
In quattro anni siamo passati attraverso molte battaglie serie e abbiamo imparato che una cosa è una battaglia seria e tutt’altra cosa sono le chiacchiere su questa battaglia, chiacchiere fatte soprattutto da chi è rimasto a sedere in disparte. Bisogna imparare a non lasciarsi deviare da tutta questa «ideologia», da tutte queste chiacchiere, e vedere invece la sostanza delle cose. E la sostanza è questa: la lotta sarà ancora più disperata, ancor più aspra di quanto sia stata la lotta contro Kolciak e Denikin. Questo perché la lotta militare è una cosa abituale. Per centinaia e migliaia di anni si è sempre combattuto. Grandi successi si sono ottenuti nell’arte di uccidere in guerra il prossimo.
È vero, negli stati maggiori di quasi tutti i proprietari fondiari si trovavano dei socialisti-rivoluzionari e dei menscevichi che facevano gran chiasso sulla democrazia, sulla Costituente, e sul fatto che i bolscevichi avevano violato tutte le libertà.
Risolvere un problema militare è, nonostante tutto, più facile che risolvere quello di fronte al quale ci troviamo ora. Si può risolvere un problema militare con un assalto, con un colpo di mano, con l’entusiasmo, con la semplice forza fisica di quel gran numero di operai e di contadini che vedevano il proprietario fondiario avanzare contro di loro. Ora di proprietari fondiari dichiarati non ce ne sono. I Wrangel, i Kolciak, i Denikin in parte sono stati mandati a raggiungere Nicola Romanov, in parte si sono rifugiati al sicuro all’estero. Il popolo non vede più il nemico palese, come prima vedeva il proprietario fondiario e il capitalista. Il popolo non può vedere in modo così chiaro che il nemico è ora in mezzo a noi, che è lo stesso nemico di prima, che la rivoluzione è sull’orlo di un abisso — quell’abisso davanti a cui si sono trovate tutte le rivoluzioni precedenti e che le ha costrette a retrocedere — il popolo non lo può comprendere, perché il popolo è afflitto da una grande ignoranza e dall’analfabetismo. Ed è difficile dire quanto tempo occorrerà ancora a commissioni straordinarie di ogni genere per eliminare con metodi straordinari questo analfabetismo.
Come può il popolo rendersi conto che al posto di Kolciak, di Wrangel, di Denikin, proprio qui, in mezzo a noi, si trova il nemico che ha soffocato tutte le altre rivoluzioni? Infatti se i capitalisti avranno la meglio su di noi, questo significherà il ritorno all’antico, come è stato confermato dall’esperienza di tutte le rivoluzioni precedenti. Spetta al nostro partito far comprendere a strati sempre più larghi che il nemico in mezzo a noi è il capitalismo anarchico, il commercio anarchico. Bisogna comprendere chiaramente che questa è la sostanza della lotta, e cercare di far sì che le grandi masse di operai e di contadini si rendano conto fino in fondo della vera sostanza della lotta: «Chi vincerà? Chi avrà la meglio?». La dittatura del proletariato è la lotta più accanita, più furiosa di tutte, nella quale il proletariato deve combattere contro tutto il mondo, poiché tutto il mondo si è messo contro di noi, sostenendo Kolciak e Denikin.
Ora la borghesia di tutto il mondo sostiene la borghesia russa, che è ancora molto più forte di noi. Questo non ci fa per nulla cadere nel panico, poiché anche le loro forze militari erano superiori alle nostre e tuttavia non sono bastate per schiacciarci in guerra, benché in guerra, disponendo di forze
incommensurabilmente maggiori per quanto riguarda l’artiglieria o l’aviazione, schiacciarci fosse molto più facile. Forse sarebbe bastato mobilitare in tempo alcuni corpi d’armata di questa o di quella potenza capitalistica, tra quante ci combattevano, e non lesinare un prestito di alcuni milioni in oro a Kolciak.
Tuttavia non ci sono riusciti, perché la coscienza del loro torto e della giustezza della nostra causa era penetrata anche nelle masse dei soldati inglesi sbarcati ad Arcangelo, nelle masse di quei marinai che costrinsero la flotta francese a lasciare Odessa. Ora ci troviamo di fronte a forze che, come prima, sono più potenti di noi. E per vincere dobbiamo ricorrere all’ultima fonte di forza rimastaci, che è la massa degli operai e dei contadini, il loro livello di coscienza, il loro grado di organizzazione. O il potere proletario organizzato, gli operai d’avanguardia e una piccola parte di contadini d’avanguardia comprenderanno questo compito e sapranno organizzare intorno a sé un movimento di popolo, e allora usciremo vincitori. O non sapremo fare questo e allora il nemico, meglio armato dal punto di vista tecnico, inevitabilmente ci sconfiggerà.

È questa l’ultima battaglia?
La dittatura del proletariato è una guerra accanita. Il proletariato ha vinto in un paese, ma rimane ancora debole sul piano internazionale. Esso deve unire intorno a sé tutti gli operai e i contadini nella coscienza che la guerra non è finita. Se noi cantiamo nel nostro inno , che «questa è la nostra ultima e decisiva battaglia», purtroppo si tratta di una piccola bugia, dico purtroppo poiché questa non è la nostra ultima e decisiva battaglia. O voi riuscirete a fondere gli operai e i contadini in questa lotta, o non conseguirete la vittoria.
Una lotta come questa non c’è mai stata ancora nella storia, ma di guerre fra i contadini e i proprietari fondiari nella storia ce ne sono state più d’una, a partire dai primi tempi della schiavitù. Più di d’una volta ci sono state guerre simili, ma una guerra combattuta dal potere statale contro la borghesia del proprio paese e contro la borghesia unita di tutti i paesi prima d’ora non c’era mai stata. O sapremo organizzare i piccoli contadini sulla base dello sviluppo delle loro forze produttive, e dando a questo sviluppo l’appoggio dello Stato proletario, oppure i capitalisti li asserviranno: da questo dipende l’esito della lotta. Ciò si è già verificato in decine di rivoluzioni, ma una guerra simile il mondo non l’aveva ancora mai vista. Il popolo non può avere esperienza di simili guerre. Siamo noi che dobbiamo crearla, e in quest’esperienza possiamo far affidamento soltanto sulla coscienza di classe degli operai e dei contadini. Questo è il motto, questa è la massima difficoltà di questo compito.
Non dobbiamo contare di passare direttamente al comunismo
Non dobbiamo contare di passare direttamente al comunismo. Bisogna costruire sulla base dell’interesse personale del contadino. Ci dicono: « L’interesse personale del contadino significa la rinascita della proprietà privata». Ma noi non abbiamo mai ostacolato la proprietà privata dei mezzi di consumo e degli strumenti di lavoro dei contadini. Noi abbiamo abolito la proprietà privata della terra; il contadino ha lavorato senza avere la proprietà privata della terra, ha lavorato, ad esempio, su terra presa in affitto. Questo sistema esisteva in numerosi paesi. Dal punto di vista economico non c’è in questo niente di impossibile. La difficoltà sta nel creare l’interesse personale. Bisogna saperlo destare anche in ogni specialista, affinché si interessi allo sviluppo della produzione.
Abbiamo saputo farlo? No, non l’abbiamo saputo fare! Noi pensavamo che ad un cenno dei comunisti si sarebbero potute effettuare la produzione e la distribuzione in un paese che ha un proletariato declassato. Dovremo modificare tale stato di cose perché altrimenti non potremo far capire al proletariato in che cosa consiste questo passaggio. Nella storia non ci si era ancora mai trovati di fronte a problemi simili. Abbiamo tentato di risolvere questo problema nel modo più diretto, con un attacco frontale, per così dire, ma abbiamo subito una sconfitta. Sbagli di questo genere se ne fanno in tutte le guerre non vengono neanche considerati sbagli. Quando l’attacco frontale non riesce, si tenta l’aggiramento, si ricorre all’assedio e alla trincea.

Il principio dell’interesse personale
E noi diciamo che bisogna edificare ogni importante ramo dell’economia nazionale sulla base dell’interesse personale. Discussione collettiva, ma responsabilità individuale. L’incapacità di applicare questo principio ci nuoce ad ogni passo. Tutta la Nuova politica economica esige che questa linea di demarcazione sia tracciata con la massima nettezza, con assoluta precisione. Quando il popolo si è trovato in nuove condizioni economiche, si è messo a discutere appassionatamente su che cosa ne sarebbe venuto fuori e su come si deve costruire in maniera nuova. Senza una discussione generale non avremmo potuto intraprendere nulla, perché per decine e centinaia di anni era stato vietato al popolo di discutere qualsiasi cosa e la rivoluzione non poteva svilupparsi se non attraverso un periodo di continue riunioni e comizi dedicati a problemi di ogni genere.
Ciò ha creato confusione in molti campi. È stato così, era inevitabile, ma bisogna anche dire che non era cosa pericolosa. Soltanto se si impara in tempo a distinguere tra quel che è necessario per tener riunioni e quel che è necessario per dirigere concretamente la cosa pubblica, solo allora potremo portare all’altezza dovuta la Repubblica sovietica. Ma, purtroppo, non abbiamo ancora imparato a farlo, e la maggioranza dei congressi si svolge in modo tutt’altro che pratico. Per abbondanza di congressi superiamo tutti gli Stati del mondo. Nessuna repubblica democratica tiene tanti congressi quanti ne teniamo noi, e del resto nessuna repubblica democratica potrebbe permetterselo.
Dobbiamo ricordare che il nostro paese è un paese che ha subito grandi perdite ed è caduto in miseria; occorre insegnare a tenere le riunioni in maniera da non mescolare, come ho già detto, quanto va bene per le riunioni con quanto è necessario alla direzione concreta. Tieni riunioni, ma dirigi senza la minima indecisione, con mano più ferma di quella dimostrata, prima di te, dal capitalista. Altrimenti non avrai la meglio su di lui. Devi ricordare che la direzione deve essere ancora più severa, ancora più salda di prima.

Nell’Esercito rosso, dopo molti mesi di riunioni, la disciplina era tale da non cedere in nulla a quella del vecchio esercito zarista. Venivano prese misure rigide, severe, dure fino alla fucilazione, misure che perfino il governo precedente non aveva conosciuto. I piccoli borghesi scrivevano e strillavano: «Ecco, i bolscevichi hanno introdotto le fucilazioni». Noi dobbiamo dire: «Si, le abbiamo introdotte e lo abbiamo fatto del tutto deliberatamente».
Dobbiamo dire che o devono perire quelli che volevano rovinarci e che riteniamo debbano perire, e allora resterà viva la nostra Repubblica sovietica, o, al contrario, rimarranno vivi i capitalisti e perirà la repubblica. In un paese caduto in miseria, o periranno quelli che non riescono a mettersi al passo, o perirà tutta la repubblica degli operai e dei contadini. E qui non c’è e non ci può essere scelta così come non c’è posto per nessun sentimentalismo. Il sentimentalismo è un delitto non minore del panciafichismo in guerra. Chi si permette qualche deroga alla disciplina, permette al nemico di introdursi fra noi.
Ecco perché dico che la Nuova politica economica ha importanza anche per quanto concerne l’insegnamento. Voi qui parlate di come bisogna insegnare. Voi dovete giungere alla conclusione che non c’è posto fra noi per chi non ha studiato abbastanza. Quando ci sarà il comunismo, l’insegnamento sarà meno rigido. Ora, tuttavia, dico che l’insegnamento, di fronte alle rovine, non può non essere severo. > Sapremo lavorare per noi stessi?
Abbiamo avuto casi di diserzione nell’esercito e anche sul fronte del lavoro: tu lavoravi per un capitalista, per uno sfruttatore, e naturalmente, lavoravi male, ma ora lavori per te, per il potere degli operai e dei contadini. Ricorda qual è la posta in giuoco: se non sapremo lavorare per noi stessi, lo ripeto, la nostra repubblica perirà. E noi diciamo, come dicevamo nell’esercito: tutti coloro che volevano distruggerci periranno, e qui applicheremo le più severe misure disciplinari; salveremo il paese, e la nostra repubblica vivrà.
Ecco quale deve essere la nostra linea, ecco perché (tra l’altro) ci occorre la Nuova politica economica. Siate tutti degli amministratori. I capitalisti si troveranno accanto a voi, accanto a voi si troveranno anche i capitalisti stranieri, concessionari e appaltatori, essi vi deruberanno di grosse percentuali di profitto, si arricchiranno accanto a voi. Si arricchiscano pure, ma voi imparerete da loro ad amministrare e soltanto allora potrete edificare una repubblica comunista. Dal punto di vista della necessità di imparare rapidamente, qualsiasi rilassamento sarebbe un grave delitto. E questa scienza, scienza difficile, severa, talvolta perfino crudele, la dobbiamo affrontare, poiché non c’è altra via d’uscita.
Dovete ricordare che il nostro paese sovietico, caduto in miseria dopo lunghi anni di dure prove, non è circondato da una Francia socialista e da un’Inghilterra socialista, che ci potrebbero aiutare con la loro tecnica progredita, con la loro industria sviluppata. No! Dobbiamo ricordare che ora tutta la loro tecnica progredita, tutta la loro industria sviluppata appartengono ai capitalisti, i quali lottano contro di noi.
Dobbiamo ricordare che o sapremo tendere al massimo tutte le nostre forze nel lavoro quotidiano, o ci attende inevitabilmente la rovina. Tutto il mondo, data la situazione attuale, si sviluppa più presto di noi. Il mondo capitalistico, sviluppandosi, dirige tutte le sue forze contro di noi. Ecco quali sono i termini del problema! Ecco perché dobbiamo dedicare una particolare attenzione a questa lotta.
Dato il nostro stato di arretratezza non possiamo provocare la fine del capitalismo con un attacco frontale. Con un diverso livello di cultura, il problema potrebbe essere deciso in maniera più diretta e, forse, altri paesi lo risolveranno così, quando anche per loro giungerà il momento di edificare le loro repubbliche comuniste. Ma noi non possiamo risolvere il problema per via diretta.
Lo Stato deve imparare a commerciare in modo che l’industria possa soddisfare i bisogni dei contadini e che i contadini soddisfino mediante il commercio i propri bisogni. Dobbiamo far sì che ogni lavoratore possa dare il suo contributo al consolidamento dello Stato operaio e contadino. Solo allora si potrà creare la grande industria.
Questa convinzione deve penetrare nelle masse e non solo penetrare nelle masse, ma essere tradotta in pratica. Di qui, ripeto, derivano i problemi dei Centri di educazione politica. Dopo ogni profondo rivolgimento politico, il popolo ha bisogno di molto tempo per rendersene completamente conto. E qui sorge il problema: ha imparato il popolo quanto gli è stato insegnato? Purtroppo, con grande rincrescimento, dobbiamo rispondere negativamente. Altrimenti saremmo giunti molto più presto, per una via molto più breve, alla creazione della grande industria.
Risolto il problema del più grande rivolgimento politico del mondo, ci troviamo di fronte ad altri problemi, problemi culturali, che si possono definire «minori». Questo rivolgimento politico deve essere assimilato, reso accessibile alle masse della popolazione; dobbiamo far sì che questo rivolgimento non rimanga una semplice dichiarazione.

Metodi antiquati
A suo tempo abbiamo avuto bisogno di dichiarazioni, di proclami, di manifesti, di decreti. Ne abbiamo avuto a sufficienza. A suo tempo queste cose sono state necessarie per far vedere al popolo che cosa e come vogliamo costruire, e quali cose nuove e mai viste. Ma è forse possibile continuare a far vedere al popolo quello che vogliamo costruire? No, non è possibile! Il più semplice operaio comincerà in tal caso a farsi beffe di noi. Egli dirà: «A che serve continuare a farci vedere che cosa vuoi costruire: fa vedere in pratica come lo sai costruire. E se non lo sai fare, vattene per la tua strada, vattene al diavolo!». E avrà ragione.
Passato è il tempo in cui era politicamente necessario descrivere i grandi compiti; è giunto invece il tempo di tradurli in pratica. Ora ci troviamo di fronte i problemi culturali, i problemi di come assimilare quest’esperienza politica, che deve e può essere concretamente realizzata. O noi diamo una base economica a tutte le conquiste politiche del potere sovietico, oppure sarà la fine di tutte queste conquiste. Ma una tale base oggi manca. E proprio a questo lavoro dobbiamo accingerci.
Elevare il livello culturale è uno dei compiti più immediati. È il compito dei Centri di educazione politica, se questi sapranno servire la causa dell’«educazione politica», dato che questo è il nome scelto.
Darsi un nome non è difficile, ma come vanno le cose nella pratica? Speriamo di ricevere, dopo questo congresso, dei dati precisi in merito. Una commissione per la liquidazione dell’analfabetismo è stata creata il 19 luglio 1920. Prima di venire al congresso, ho letto di proposito il decreto relativo. Commissione panrussa per la liquidazione dell’analfabetismo… E non basta: commissione straordinaria per la liquidazione dell’analfabetismo.
Speriamo di ricevere dopo il congresso i dati su quanto è stato fatto in questo campo e in quali province, speriamo di avere una risposta precisa. Ma già il semplice fatto che si è dovuta creare una commissione straordinaria per la liquidazione dell’analfabetismo dimostra che siamo gente (come dirlo nella maniera più blanda?) pressoché semibarbara, poiché in un paese dove non vivono dei semibarbari chiunque si vergognerebbe di creare una commissione straordinaria per la liquidazione dell’analfabetismo, perché là l’analfabetismo lo si liquida nelle scuole. Ci sono scuole passabili e vi si insegna. Che cosa? Prima di tutto a leggere e scrivere. Ma se questo problema elementare non è stato risolto, è ridicolo parlare di una Nuova politica economica.

Il miracolo più grande
Ma di quale nuova politica si può parlare? Voglia Dio che ci si possa reggere in qualche modo con la vecchia, se ancora dobbiamo ricorrere a misure straordinarie per liquidare l’analfabetismo. È evidente. Ma ancor più evidente è il fatto che abbiamo compiuto miracoli anche nel campo militare e in altri campi. Tra questi miracoli il più grande, penso, sarebbe quello di liquidare totalmente la stessa commissione per la liquidazione dell’analfabetismo. E che non vengano fuori progetti del genere di quelli che ho sentito qui, di separarla dal Commissariato del popolo per l’istruzione. Se è così, se ci pensate bene, dovete ammettere che si dovrebbe creare una commissione straordinaria per la liquidazione di alcuni cattivi progetti.
Ma c’è dell’altro: non basta liquidare l’analfabetismo, bisogna anche edificare l’economia sovietica, e qui col solo saper leggere e scrivere non si va molto lontano. Occorre portare la cultura a un livello molto più elevato. Bisogna che la gente si serva in pratica della sua capacità di leggere e scrivere, abbia che cosa leggere, disponga di giornali e di opuscoli propagandistici, che devono essere distribuiti con un giusto criterio, giungere fino al popolo e non scomparire a metà strada, così che ne viene letta non più della metà, e il resto viene adoperato negli uffici e per questo o quello scopo; al popolo, probabilmente, non ne arriva neppure un quarto. Dobbiamo imparare a servirci di quel poco che abbiamo!
Ecco perché, con la Nuova politica economica, bisogna battere continuamente sull’idea che l’educazione politica esige ad ogni costo l’elevamento culturale. Bisogna far sì che la capacità di leggere e di scrivere serva all’elevamento culturale, affinché il contadino abbia la possibilità di far uso di questa sua capacità per migliorare la propria azienda e il proprio Stato.
Le leggi sovietiche sono molto buone, perché danno a tutti la possibilità di lottare contro il burocratismo e le lungaggini, possibilità che nessuno Stato capitalistico offre all’operaio e al contadino. Ma chi si serve di questa possibilità? Quasi nessuno! E non soltanto il contadino, ma un’enorme percentuale di comunisti non sa servirsi delle leggi sovietiche per lottare contro le lungaggini, contro il burocratismo, o contro un fenomeno così tipicamente russo come la corruzione dei funzionari.
Che cosa ostacola la lotta contro tale fenomeno? Le nostre leggi? La nostra propaganda? Al contrario! Di leggi scritte ne abbiamo a iosa! Come mai dunque questa lotta ottiene così scarso successo? Perché non può essere condotta con la sola propaganda, perché può essere portata a termine solo con l’aiuto delle masse popolari. Da noi i comunisti, almeno una metà di essi, non sanno lottare, per non parlare poi di quelli che ostacolano la lotta. È vero, il 99 per cento di voi è composto da comunisti, e voi sapete che contro i comunisti di quella risma noi stiamo compiendo certe operazioni alle quali è intenta la Commissione per l’epurazione del partito, e c’è da sperare che centomila individui saranno allontanati dal nostro partito. Alcuni dicono che si tratterà di duecentomila. E questo numero mi piace di più.
Spero veramente che cacceremo dal nostro partito da cento a duecentomila comunisti, individui che si sono insinuati nel partito e che non soltanto non sanno lottare contro il burocratismo e la corruzione, ma intralciano tale lotta.
I compiti dei Centri di educazione politica
Epurare il nostro partito di cento o duecentomila comunisti sarà cosa utile, ma è una parte minima di quel che dobbiamo fare. Bisogna che i Centri di educazione politica indirizzino tutto il loro lavoro verso questo obiettivo. Si deve lottare contro l’analfabetismo, ma saper leggere e scrivere non basta ancora, occorre quella cultura che insegna a lottare contro il burocratismo e la corruzione. È questa una piaga che nessuna vittoria militare e nessuna trasformazione politica potrà guarire. In realtà questa piaga non si può guarire con le vittorie militari e con le riforme politiche, ma col solo progresso culturale. E questo compito è affidato ai Centri di educazione politica.

Bisogna che coloro che lavorano in questi centri intendano i loro compiti non in modo burocratico, come si osserva spesso quando si discute se sia possibile far diventare funzionari dei Consigli economici di governatorato i rappresentanti del Centro di educazione politica di governatorato. Scusate, ma credo che non dovete affatto essere funzionari, dovete invece adempiere i vostri compiti in qualità di semplici cittadini. Quando entrate a far parte di qualche ufficio, acquistate la mentalità burocratica; ma se avrete a che fare col popolo e lo educherete politicamente, l’esperienza vi dirà che in mezzo a un popolo politicamente educato non esiste la corruzione, che invece da noi si incontra ad ogni passo. Vi chiederanno: come fare perché non ci sia più corruzione, perché nel comitato esecutivo Tizio non prenda più mance, ditemelo, come si deve fare?
E se i dirigenti dei centri diranno: «Questo non è di nostra competenza, sono stati pubblicati a questo proposito opuscoli e manifesti», il popolo vi dirà: «Siete dei cattivi membri del partito; è vero, non è cosa di vostra competenza, per questo c’è l’Ispezione operaia e contadina, ma voi siete anche membri del partito». Vi siete dati questo nome, di educatori politici. Quando lo avete fatto, vi hanno ammonito: non vi slanciate troppo col nome, scegliete un nome più modesto. Ma voi avete voluto prendere il nome di educatori politici e questo nome implica molte cose.
Il nome che vi siete scelti indica che intendete non già insegnare al popolo l’alfabeto, ma educarlo politicamente. Vi possono dire: «È molto bene insegnare al popolo a leggere, a scrivere, a organizzare la campagna economica, tutto questo è una gran bella cosa, ma non è educazione politica, perché educazione politica significa trarre le conclusioni di tutto questo».
Noi facciamo propaganda contro la barbarie e contro piaghe quali la corruzione, e spero che anche voi la facciate, ma l’educazione politica non consiste tutta quanta in questa propaganda, essa significa risultati pratici, significa insegnare al popolo il modo come raggiungere tali risultati, significa dare agli altri il buon esempio non come membri di un comitato esecutivo, ma come semplici cittadini, i quali, essendo politicamente più educati degli altri, sono capaci non soltanto di inveire contro ogni manifestazione di burocratismo — abitudine quanto mai diffusa — ma di far vedere come si fa in pratica a vincere questo male. Si tratta di un’arte estremamente difficile, di un problema che senza un progresso generale della cultura, senza rendere le masse degli operai e dei contadini più civili di quanto siano oggi, non si può risolvere! Proprio su questo compito, affidato al Centro nazionale di educazione politica, vorrei soprattutto richiamare la vostra attenzione.
Vorrei ora riassumere tutto quel che ho detto e trarre le conclusioni pratiche per tutti i problemi che devono risolvere i centri provinciali.

I tre nemici principali

A mio parere tre sono i nemici principali che ciascuno di noi ha di fronte, indipendentemente dalla carica che ricopre; tre sono i compiti che ha di fronte l’educatore politico, se è un comunista, come lo è la maggioranza. E i tre nemici principali sono i seguenti: il primo nemico è la presunzione comunista, il secondo l’analfabetismo, il terzo la corruzione.
Il primo nemico: la presunzione comunista

Presunzione comunista significa che un individuo che si trova nel partito comunista e non ne è ancora stato espulso immagina di poter risolvere tutti i suoi compiti a colpi di decreti comunisti. Finché è membro del partito al governo e lavora in questo o quell’ufficio statale, egli immagina che ciò gli dia il diritto di parlare dei risultati dell’educazione politica. Nemmeno per sogno! Questa è soltanto presunzione comunista. Si tratta di imparare a insegnare politicamente, e noi non l’abbiamo imparato, non solo; ma non sappiamo ancora neanche affrontare in modo giusto il problema.

II secondo nemico: l’analfabetismo
Riguardo al secondo nemico, l’analfabetismo, posso dire che finché nel nostro paese esiste un fenomeno come l’analfabetismo, è troppo difficile parlare di educazione politica. Non si tratta qui di un problema politico, ma di una condizione senza la quale parlare di politica non è possibile. L’analfabeta è al di fuori della politica, bisogna prima insegnargli l’alfabeto. Senza di questo non può esservi politica, senza di questo vi sono soltanto chiacchiere, pettegolezzi, favole, pregiudizi, ma nessuna politica.

Il terzo nemico; la corruzione

Infine, se esiste un fenomeno come la corruzione, se è possibile una cosa di questo genere, non si può parlare di politica. E qui non ci avviciniamo neppure alla politica; qui non si può fare della politica perché tutte le misure rimarranno sospese in aria e non daranno alcun risultato. Una legge, se applicata in pratica in un ambiente dove è permessa e diffusa la corruzione, non farà che peggiorare le cose. In condizioni simili nessuna politica è possibile; qui manca la condizione fondamentale perché ci si possa occupare di politica. Affinché si possano presentare al popolo i nostri obiettivi politici, affinché si possa dire alle masse popolari: «Ecco gli obiettivi verso i quali dobbiamo tendere» (ed è quanto avremmo dovuto fare!), si deve capire che è necessario elevare il livello culturale delle masse. E questo livello culturale lo dobbiamo raggiungere. Senza di ciò non è possibile risolvere i nostri problemi.
Differenza tra i problemi militari e quelli culturali .II problema culturale non può essere risolto con la stessa rapidità dei problemi politici e militari. Occorre capire che le condizioni in cui si compie il movimento in avanti non sono più quelle di un tempo. È possibile conseguire una vittoria politica nel volgere di poche settimane in un’epoca di crisi acuta.
È possibile vincere in guerra in qualche mese, ma non è possibile vincere sul piano culturale in così poco tempo; qui per la natura stessa delle cose occorre un termine più lungo, e a questo termine più lungo ci si deve adattare, calcolando giustamente il proprio lavoro, dando prova della massima tenacia, costanza e sistematicità. Senza queste qualità non è neppure possibile accingersi al compito di educare politicamente. E i risultati dell’educazione politica si possono misurare soltanto attraverso i progressi economici. Non è soltanto necessario distruggere l’analfabetismo e la corruzione che alligna sul terreno dell’analfabetismo, ma bisogna che la nostra propaganda, i nostri testi, i nostri opuscoli siano effettivamente assimilati dal popolo e che come risultato si abbia un miglioramento dell’economia nazionale. Ecco, con la nostra Nuova politica economica, quali sono i compiti del Centro di educazione politica, e vorrei sperare che, grazie al nostro congresso, grandi successi saranno conseguiti in questo campo.

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Informazioni su paginerosse-drapporosso

...."L’ineguaglianza dello sviluppo economico e politico è una legge assoluta del capitalismo. Ne risulta che è possibile il trionfo del socialismo all’inizio in alcuni paesi o anche in un solo paese capitalistico, preso separatamente...." Lenin -Sulla parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa-Pubblicato sul Sozial-Demokrat, n. 44, 23 agosto 1915.
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