Il mito della guerra buona: gli USA nella Seconda Guerra Mondiale

 

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Il mito della guerra buona: gli USA nella Seconda Guerra Mondiale

Recensione di The Myth of the Good War: America in the Second World War, Revised Edition, by Jacques R. Pauwels. Toronto: James Lorimer and Company, 2015, 326 pp.

La seconda guerra mondiale è stata a lungo interpretata come “la guerra buona”, anche tra le persone di mentalità democratica e progressista. La carneficina quasi inimmaginabile e la ferocia scatenata dal Reich nazista, dai fascisti italiani e dai militaristi giapponesi sono ben note; la guerra degli Alleati contro di loro è stata regolarmente rappresentata come una lotta tra il bene e il male, di civiltà contro la barbarie o di democrazia contro la dittatura.

L’edizione riveduta di Jacques Pauwels di The Myth of the Good War [Il mito della guerra buona], contiene importanti e significativamente nuove ricerche e contribuisce a una considerazione storicamente più accurata e più critica del ruolo degli Stati Uniti nella seconda guerra mondiale. Il libro dimostra che molti capitalisti statunitensi e funzionari di governo ebbero un atteggiamento amichevole verso i regimi fascisti prima della guerra e anche dopo l’inizio della guerra, che Washington rimase neutrale nel conflitto fino a quando la neutralità servì gli interessi capitalistici e che questi interessi – non già la vantata causa della libertà e della democrazia – determinarono come gli Stati Uniti entrarono, combatterono e conclusero la guerra.

Pauwels rifiuta le opere convenzionali “buoniste” sulla partecipazione degli Stati Uniti nella seconda guerra mondiale. Invece, prendendo a prestito una frase di Michael Parenti, Pauwels esplora le “verità sporche” nelle azioni degli Stati Uniti prima, durante e dopo la guerra. Concentrandosi sull’economia politica e gli interessi della classe capitalista degli Stati Uniti e dell’elite al potere, attraverso la ricostruzione critica del contesto storico della guerra, l’autore è in grado di spiegare il coinvolgimento di Washington nel conflitto più catastrofico della storia come il prodotto dell’imperialismo.

Come sottolinea Pauwels, molti membri della “élite economica, politica e sociale” degli Stati Uniti, così come la leadership della Chiesa cattolica e molte persone di origine italiana e tedesca, ammiravano Mussolini e Hitler. Una sezione importante della classe capitalista negli Stati uniti approvava in particolare l’eliminazione dei partiti comunisti e socialisti e la dissoluzione dei sindacati da parte dello stato nazista. Come osserva Pauwels, l’elite al potere negli Stati Uniti era strenuamente anticomunista ma non antifascista.

Pauwels rileva che General Motors, Ford, Standard Oil, Texaco, IBM, General Electric, DuPont, ITT e altre aziende statunitensi che avevano investito in Germania, videro aumentare il valore dei loro investimenti dopo l’ascesa al potere dei nazisti. Filiali tedesche di società statunitensi giocarono un ruolo importante nel programma di riarmo di Hitler producendo aerei, carri armati, camion e altre attrezzature necessarie per l’aggressione nazista. Le imprese statunitensi spedirono grandi quantità di petrolio in Germania e fornirono al Reich le tecnologie della comunicazioni e dell’informazione.

L’amministrazione Roosevelt sperava che la guerra in Europa potesse essere evitata e provò ad accogliere e poi a placare le aspirazioni naziste e fasciste di territori stranieri. Mentre alcuni funzionari di governo criticarono gli eccessi di Berlino e Roma, la politica degli Stati Uniti verso Hitler e Mussolini continuò ad essere amichevole per anni. I politici di Washington compresero che Hitler, rabbioso anticomunista, era impegnato da tempo nel progetto di distruzione dell’Unione Sovietica. Da parte sua, il fuhrer nazista inizialmente voleva evitare il confronto con la Gran Bretagna e gli Stati Uniti, ma la sua invasione della Polonia nel settembre del 1939, provocò le dichiarazioni di guerra di Londra e Parigi.

Al contrario, le tensioni tra gli Stati Uniti e il Giappone crebbero già nel corso degli anni trenta del novecento. L’imperialismo statunitense aveva già acquisito Hawaii, Filippine, Guam e le altre isole del Pacifico e prevedeva di espandere lo sfruttamento alla Cina. Il Giappone, come la Germania e l’Italia, era un ritardatario nel moderno espansionismo imperialista. Aveva precedentemente annesso la Corea, poi lanciato l’offensiva alla Manciuria nel 1931 e iniziato a conquistare la maggior parte della Cina settentrionale e centrale nel 1937, guardando, sulla fine del decennio, alle colonie europee in Asia. Come spiega Pauwels: “Gli Stati Uniti si trovarono a fronteggiare la concorrenza di una potenza rivale aggressiva che cercava di realizzare le proprie ambizioni imperialiste in quella parte del mondo”.

I rapporti tra i due imperi peggiorarono quando si surriscaldò la concorrenza per i mercati e le risorse. Le multinazionali statunitensi intanto, sempre motivate dalla ricerca del profitto, continuarono a vendere a Tokyo grandi quantità di petrolio, rottami di ferro e macchine utensili da cui dipendeva la macchina da guerra giapponese, anche dopo che la guerra in corso contro la Cina era costata milioni di vite umane. Pauwels dimostra che l’amministrazione Roosevelt voleva una guerra con il Giappone, per porre fine alla sfida all’imperialismo statunitense in Asia. Tuttavia, la diffusa opposizione alla guerra nel paese, faceva sì che Roosevelt rispondesse al bisogno di politica interna di garantire che il Giappone sferrasse il primo colpo.

I politici statunitensi guardavano con allarme l’occupazione giapponese dell’Indocina francese e dell’Indonesia olandese nel 1940-1941, ricche rispettivamente di gomma e petrolio. Pauwels indica l’embargo sul petrolio e altre sanzioni commerciali degli Usa contro il Giappone nell’estate del 1941 e successivamente il blocco dei patrimoni giapponesi negli Stati Uniti. Nell’autunno del 1941, l’amministrazione Roosevelt chiese al Giappone di riconosce privilegi commerciali agli Stati Uniti in Cina, ma respinse l’insistenza di Tokyo di ottenere privilegi commerciali reciproci in America Latina.

Nel novembre del 1941, Roosevelt chiese ai giapponesi di ritirarsi immediatamente dalla Cina. Pauwels vede queste provocazioni degli Stati Uniti come “tese a provocare la belligeranza di Tokyo”. Egli osserva inoltre che il governo degli Stati Uniti e i capi militari, dopo aver decifrato i messaggi in codice giapponesi, sapevano che forze aeronavali giapponesi avrebbero attaccato Pearl Harbor, ma non lo notificaronno all’esercito statunitense di stanza. L'”attacco a sorpresa” provocò molte morti americane, ma non distrusse le portaerei e le navi da guerra moderne, a cui era stato impartito l’ordine di lasciare la base prima dell’attacco. Pauwels da evidenza così al fatto che “gli Stati Uniti non dichiararono guerra al Giappone a causa di aggressioni gratuite e crimini di guerra di Tokyo in Cina, ma a causa di un attacco contro un possedimento imperiale americano”.

Dal punto di vista dell’autore, la successiva dichiarazione di guerra della Germania contro gli Stati Uniti tirò l’amministrazione Roosevelt in una guerra in Europa che non avrebbe voluto. Pauwels sottolinea che qualche sostegno capitalista negli Stati Uniti verso i nazisti continuò anche dopo l’invasione della Polonia nel settembre del 1939 e la conquista dei Paesi Bassi, Belgio, Lussemburgo e Francia nel maggio-giugno 1940. Tuttavia, spiega che la simpatia dell’elite al potere negli Stati Uniti declinò da allora. Le crescenti prospettive di un’Europa dominata dalla Germania chiuse a nuovi investimenti USA, volgendo molti capitalisti statunitensi contro il Reich.

Inoltre, il vasto programma di aiuti verso la Gran Bretagna [Lend-Lease – accordo del 1941 attraverso il quale gli USA fornirono equipaggiamento militare e armamenti alla Gran Bretagna inizialmente in cambio dell’uso delle basi, ndt] arricchì in modo significativo molte aziende americane, contribuendo alla fine agognata della Grande Depressione e la crescita della simpatia statunitense per il popolo britannico. Inoltre, l’aggressiva politica commerciale tedesca in America Latina aveva alienato molti esportatori statunitensi. Tuttavia, sostiene Pauwels, anche la “guerra navale non dichiarata” tra i sommergibili tedeschi e i cacciatorpedinieri statunitensi nell’autunno del 1941 non induceva Washington a contemplare la guerra contro i nazisti. Secondo l’autore, solo la dichiarazione di guerra di Hitler nel dicembre 1941 “spinse” gli Stati Uniti nella guerra in Europa. Anche allora, l’esistente “collaborazione affaristica” USA proseguì a sostenere la macchina da guerra tedesca.

Come sottolinea Pauwels, il governo degli Stati Uniti proseguiva vigorosamente la guerra contro il Giappone, ma rifiutava di fare lo stesso contro la Germania. E’ ben noto che l’Unione Sovietica compì la maggior parte dei combattimenti e diede la maggior parte delle vite nella guerra contro i nazisti. Pauwels spiega che molti politici statunitensi speravano nel massimo delle perdite da entrambe le parti sul fronte orientale. Nonostante le ripetute promesse a Joseph Stalin, Roosevelt e Winston Churchill, si rifiutarono di aprire un secondo fronte contro i tedeschi in Europa per due anni e mezzo.

Pauwels sostiene in modo persuasivo che il modesto e disastroso sbarco occidentale a Dieppe, in Francia nell’agosto 1942, era destinato a fallire e contemporaneamente a mettere a tacere le voci alleate che chiedevano un secondo fronte. Fa notare che lo sbarco anglo-americano in Nord Africa nel novembre del 1942 rafforzava gli interessi coloniali britannici e recuperava possedimenti coloniali francesi, ma non poteva servire come trampolino di lancio per un secondo fronte in Europa. Allo stesso modo, l’invasione anglo-americana-canadese in Sicilia e Italia meridionale nell’estate del 1943 ha contribuito a far cadere il governo Mussolini ma non offriva alcuna speranza di avanzata verso la Germania.

L’autore sottolinea che il vero punto di svolta della guerra fu la vittoria sovietica nella battaglia di Mosca nel dicembre 1941 e che la vittoria sovietica a Stalingrado nel gennaio 1943 ha segnato l’inizio della fine del Reich. Quando l’Armata Rossa procedette a liberare le terre sovietiche conquistate dai nazisti e a marciare verso la Germania, i leader americani e britannici si risolsero alla fine ad aprire un secondo fronte.

Come evidenzia Pauwels, la decisione di Roosevelt e Churchill di invadere la Normandia non era dettata dall’urgenza di aiutare i sovietici, ma di evitare che i sovietici vincessero la guerra contro i nazisti da soli. I leader occidentali temevano che l’Armata Rossa sconfiggesse la Wehrmacht prima che le proprie truppe ingaggiassero lo scontro. Questa paura, radicata nel comune impegno di conservare il capitalismo nella maggior parte possibile dell’Europa e del mondo, trovò altre espressioni. Gli Stati Uniti e la Gran Bretagna riconobbero il fascista maresciallo Badoglio come nuovo sovrano d’Italia, appoggiarono il rafforzamento dei collaborazionisti fascisti in Grecia dopo il ritiro degli occupanti tedeschi e sostennero le alternative reazionarie rispetto a quelle popolari guidate dai partigiani comunisti nelle nazioni liberate, Francia e Belgio.

Alla fine del gennaio 1945, i sovietici avevano raggiunto il fiume Oder e si trovarono “all’interno della distanza di attacco di Berlino”. L’autore argomenta in modo convincente che gli Stati Uniti e la Gran Bretagna nel cosiddetto bombardamento strategico di Dresda del mese successivo intendevano primariamente ricordare a Stalin che avevano una forza aerea formidabile a loro disposizione in caso di problemi insorti tra gli alleati successivamente al tempo di guerra. Pauwels chiarisce che la volontà sovietica di proseguire la cooperazione con le potenze occidentali dopo la guerra, non trovava corrispondenza.

Harry Truman, che successe alla morte di Roosevelt nel 1945, era molto più antisovietico del suo predecessore. Proprio mentre le armate tedesche si arrendevano ai comandanti sovietici e agli altri alleati a fine aprile, inizio maggio, alcuni funzionari occidentali e capi militari speravano in un nuovo governo tedesco che si sarebbe immediatamente unito a loro in una nuova guerra contro l’Unione Sovietica. Tuttavia, questo era militarmente e politicamente impossibile. In ogni caso, come osserva Pauwels, i capi di governo e i capitalisti degli Stati Uniti stavano già pianificando il modo di garantire la supremazia del potere imperialista statunitense nel mondo del dopoguerra. E c’era un crescente riconoscimento dell’imperativo di “un’economia di guerra permanente” in USA.

Entro metà dell’estate del 1945, i leader giapponesi sapevano di essere stati sconfitti e stavano cercando un modo per arrendersi. Anche se i sovietici stavano preparandosi per attaccare le forze giapponesi in Cina, Truman non volle il loro aiuto. Mentre la guerra stava per finire, Truman era determinato a riaffermare e ampliare il potere prebillico degli Stati Uniti in Asia, senza alcuna concessione all’Unione Sovietica. Attingendo alla ricerca di altri storici, Pauwels mostra che il bombardamento atomico di Hiroshima e Nagasaki non era militarmente necessario, ma era invece destinato a garantire l’acquiescenza di Stalin all’ordine globale del dopoguerra dettato dagli Stati Uniti. Come sottolinea l’autore, questo “ricatto nucleare” fallì e condusse a cinquanta anni di Guerra Fredda, con gravi conseguenze per l’intero pianeta.

Pauwels scrive acutamente che mentre l’Unione Sovietica fu utile agli Stati Uniti come alleato durante la guerra, divenne utile come nemico dopo. Invocando lo spettro del cosiddetto “impero del male”, i leader di governo e i capitalisti degli Stati Uniti potevano sostenere massicce spese militari per lo stato di guerra, razionalizzare la corsa agli armamenti nucleari e giustificare gli interventi militari in tutto il mondo.

L’opera scrupolosamente ricercata e ben scritta di Pauwels dimostra in modo convincente che il ruolo del governo degli Stati Uniti nella seconda guerra mondiale fu in gran parte determinato dagli interessi della classe capitalista del paese, non dagli alti ideali di libertà e democrazia professati. Questa importantissima comprensione storica, anche se ancora controversa, è stata affrontata da alcuni altri autori, ma il libro di Pauwels è probabilmente il più completo e penetrante riguardo le motivazioni e le azioni dei governi inglese e statunitense prima, durante e dopo la guerra.

Molto può ancora essere appreso dalle importanti conclusioni dell’autore sulla più sanguinosa e distruttiva deflagrazione della storia, rivelatasi decisamente “buona” per gli Stati Uniti che emersero dalla guerra come la più potente potenza imperialista del pianeta. Questo volume rende così un contributo sostanziale per comprendere le origini dell’imperium dominante nel mondo del dopoguerra in capo agli Stati Uniti. Oltre all’argomentazione principale, l’autore illumina altre dimensioni significative della società americana dell’epoca. E’ utile il suo esame sull’anticomunismo e il razzismo interno, illuminante il suo resoconto sugli scioperi di massa e la lotta di classe negli USA durante la guerra. La bibliografia comprende numerosi libri e articoli correlati, utili per ricercatori, studenti e tutti coloro che sono impegnati a prevenire che il fascismo minacci di nuovo il mondo.

Inevitabilmente, alcune parti del libro sono aperte a critiche costruttive. Anche se uno dei punti di forza dell’opera di Pauwels è la sua attenzione agli interessi economici capitalisti e all’imperialismo, l’uso da parte dell’autore del costrutto di “elite al potere”, originariamente promosso da C. Wright Mills, oscura di tanto in tanto il primato di classe. Un’altra questione riguarda la rappresentazione fatta da Pauwels di Roosevelt, che vuole la guerra contro il Giappone ma accetta a malincuore quella contro i nazisti.

Vi sono evidenze storiche considerevoli che Roosevelt divenne un crescente detrattore dei nazisti dopo il 1938, visto che la l’espansione tedesca in Europa collideva con gli interessi imperialisti USA e sperava che l’aggressione nazista contro gli Stati Uniti avrebbe guadagnato il sostegno dell’opinione pubblica a una guerra in Europa. Infine, mentre Pauwels riconosce giustamente all’Unione Sovietica il ruolo predominante nello sconfiggere i nazisti, molto di più avrebbe potuto dire circa i cambiamenti rivoluzionari nella patria socialista, che contribuì allo spirito combattivo e al trionfo finale dell’Armata Rossa e del popolo sovietico.

Nonostante queste osservazioni critiche, The Myth of the Good War è un libro importante e illuminante che merita la massima attenzione possibile.

 

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...."L’ineguaglianza dello sviluppo economico e politico è una legge assoluta del capitalismo. Ne risulta che è possibile il trionfo del socialismo all’inizio in alcuni paesi o anche in un solo paese capitalistico, preso separatamente...." Lenin -Sulla parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa-Pubblicato sul Sozial-Demokrat, n. 44, 23 agosto 1915.
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