F.Engels : Articoli per il Labour Standard (1881)

 

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07 maggio: Una paga equa per un equo lavoro
· 21 maggio: Il sistema salariale
· 28 maggio: Sindacati – prima parte
· 04 giugno: Sindacati – seconda parte
· 18 giugno: Il trattato commerciale anglo-francese
· 25 giugno: Due modelli di Consigli Cittadini
· 02 luglio: Cibo americano e la questione terriera
· 09 luglio: La teoria del salario e la Anti-Corn Law League
· 23 luglio: Un partito degli operai
· 23 luglio: Bismarck e il Partito operaio tedesco
· 30 luglio: Cotone e ferro
· 06 agosto: Classi sociali – necessarie e superflue

 

Una paga equa per un equo lavoro

 

Scritto: 1-2 maggio 1881
Pubblicato: fondo No. 1, 7 maggio 1881, come articolo di fondo

Questo è stato il motto del movimento operaio inglese negli ultimi cinquant’anni. Esso ha svolto un buon servizio nel periodo della crescita sindacale avvenuta dopo l’abrogazione delle infami Combination Laws [Leggi sull’associazionismo] avvenuta nel 1824 [1]; esso ha svolto un servizio ancora migliore all’epoca del glorioso movimento cartista, quando gli operai inglesi marciavano alla testa della classe operaia europea. Ma i tempi scorron veloci, e molte cose che risultavano desiderabili cinquanta, o addirittura trent’anni fa, oggi non sono più adeguate e sono completamente fuori posto. Anche tale parola d’ordine, onorata dal tempo, appartiene a queste cose.

Una paga equa per un equo lavoro? Ma cos’è una paga equa, e cos’è un equo lavoro? Come vengono determinati dalle leggi d’esistenza e di sviluppo della società contemporanea? Per rispondere a tale quesito non dobbiamo affidarci alla scienza della morale o alla legge dell’equità, né ad alcun sentimento d’umanità, giustizia o persino di carità. Ciò che è moralmente equo, ciò che è equo per la legge, può esser assai lontano dall’esser socialmente equo. L’equità o iniquità sociale sono decise da una sola scienza – la scienza che si occupa dei fatti materiali della produzione e dello scambio, la scienza dell’economia politica.

Ora, cosa intende l’economia politica per paga equa e per equo lavoro? Semplicemente il saggio salariale e la lunghezza ed intensità della giornata lavorativa determinati dalla concorrenza di datori di lavoro e lavoratori nel libero mercato. E cosa sono queste cose, quando sono determinate in tal modo?

Una paga equa, in condizioni normali, è la somma necessaria a procurare al lavoratore quei mezzi di sussistenza che, secondo lo standard di vita del proprio paese, gli servono a mantenersi in buono stato per lavorare e per riprodurre la propria razza. Il saggio salariale reale, a causa delle fluttuazioni del commercio, può essere ogni tanto al di sopra o al di sotto di tale livello; ma, sotto condizioni eque, esso dovrebbe essere una media tra tutte le oscillazioni.

Per equo lavoro si intendono quella lunghezza della giornata lavorativa e quell’intensità di forza-lavoro reale che impiegano l’intera energia lavorativa giornaliera dell’operaio senza sciupare le sue capacità per i giorni seguenti.

La transazione, allora, può esser descritta nel modo seguente: l’operaio dà al capitalista l’intera forza-lavoro giornaliera; cioè, tutto ciò che egli può dare senza che sia resa impossibile la continua ripetizione della transazione. In cambio egli riceve giusto quanto è necessario a far replicare il medesimo accordo giorno dopo giorno, e nulla più. L’operaio dà tanto, ed il capitalista tanto poco, quanto consente la natura dell’accordo. Questa è una sorta di equità molto particolare.

Ma guardiamo questo fatto in modo un po’ più approfondito. Dal modo in cui, secondo gli economisti, i salari e la giornata lavorativa vengono stabiliti dalla concorrenza, sembra che l’equità richieda un paritetico punto di partenza per entrambe le parti. Ma ciò non corrisponde alla situazione reale. Il capitalista, se non riesce a raggiungere un accordo con il lavoratore, può permettersi di aspettare, e vive facendo affidamento sul proprio capitale. Il lavoratore non ha questa possibilità. Egli non ha che il salario per vivere e deve quindi prendere il lavoro quando, dove e nei termini in cui gli viene offerto. Il lavoratore non dispone di un equo punto di partenza. Egli è posto, dalla fame, in una terribile condizione di svantaggio. Eppure, secondo l’economia politica della classe capitalista, questo è il massimo dell’equità.

Ma tutto ciò è ancora una mera inezia. L’applicazione dell’energia meccanica e delle macchine nei nuovi settori industriali, e l’estensione ed il miglioramento dei macchinari nei settori ad essi già soggetti, continua a rimuovere dal lavoro sempre più “mani”; e ciò avviene ad un tasso assai più alto di quello con cui le “mani” soppiantate vengono assorbite dalle, e trovano impiego nelle, manifatture del paese. Queste “mani” soppiantate formano un vero esercito industriale di riserva ad uso del Capitale. Se il commercio non tira, esse posson solo morire di fame, chieder l’elemosina, rubare, o ricorrere alle Case di lavoro [2]; se il commercio tira, invece, esse sono a portata di mano per espander la produzione; e finché l’ultimo uomo, donna o fanciullo di quest’esercito di riserva non avrà trovato lavoro – cosa che accade solo in periodi di frenetica sovrapproduzione – fino a quel momento la sua concorrenza terrà bassi i salari, e così, con la sua sola esistenza, rafforzerà il potere del Capitale nella sua lotta contro il Lavoro. Nella sua corsa contro il Capitale, il Lavoro non solo parte in posizione svantaggiata, esso deve anche trascinarsi dietro una palla di cannone legata ai suoi piedi. Eppure ciò è equo secondo l’economia politica Capitalista.

Ma andiamo ad indagare con quali fondi il Capitale paga questi assai equi salari. Dal capitale, certamente. Ma il capitale non produce valore. Il lavoro, affianco alla terra, è l’unica fonte di ricchezza; il capitale in sé non è altro che lavoro accumulato. Così che i salari del Lavoro sono pagati dal lavoro, e l’operaio è pagato da ciò che egli stesso ha prodotto. Secondo ciò che potremmo chiamare senso comune di equità, i salari del lavoratore dovrebbero consistere nel prodotto del suo lavoro. Ma ciò non sarebbe equo secondo l’economia politica. Al contrario, il prodotto del lavoro dell’operaio va al Capitalista, e l’operaio ottiene da esso non più dello stretto necessario al suo sostentamento. E così il punto d’arrivo di questa insolitamente “equa” corsa concorrenziale è che il prodotto del lavoro di coloro che lavorano si accumula inevitabilmente nelle mani di coloro che non lavorano, e diviene nelle loro mani il più potente mezzo per assoggettare gli uomini che lo hanno prodotto.

Un equo salario per un equo lavoro! Molto si potrebbe dire anche a proposito di un’equa giornata lavorativa, l’equità della quale è esattamente uguale a quella dei salari. Ma ciò dobbiam lasciarlo per un’altra occasione. Da ciò che si è detto è perfettamente chiaro che la vecchia parola d’ordine ha fatto i suoi giorni, e difficilmente sarà ancora utile. L’equità dell’economia politica, che stabilisce le leggi che governano la società reale, tale equità pende tutta da un lato – il lato del Capitale. Lasciate, allora, che il vecchio motto venga seppellito per sempre e rimpiazzato con un altro:

POSSESSO DEI MEZZI DI PRODUZIONE
– MATERIE PRIME, FABBRICHE, MACCHINARI –
AGLI OPERAI STESSI!

 

 

Il sistema salariale

 

Scritto: 15-16 maggio 1881
Pubblicato: No. 3, 21 maggio 1881, come articolo di fondo

In un precedente articolo abbiamo esaminato un vecchio e glorioso motto, “un equo salario per un equo lavoro”, e siamo giunti alla conclusione che il più equo salario, date le attuali condizioni sociali, è necessariamente pari all’assai iniqua divisione del prodotto del lavoro umano, la cui più vasta porzione entra nelle tasche del capitalista, mentre il lavoratore deve accontentarsi di quanto basta per mantenersi in condizione di lavorare e per riprodurre la propria specie.

Questa è una legge dell’economia politica, o, in altre parole, una legge della presente organizzazione sociale della società, che è più potente di tutti gli statuti e di tutte le leggi della Camera dei Comuni inglese messe assieme, incluse quelle della Court of Chancery [3] [Corte di giustizia]. Ma la società è divisa in due classi opposte – da un lato i capitalisti, monopolizzatori di tutti i mezzi di produzione, della terra, materie prime e macchinari; dall’altro i lavoratori, operai deprivati di ogni proprietà dei mezzi di produzione, padroni di nient’altro che della loro forza-lavoro. Finché sussiste tale organizzazione sociale, la legge del salario resterà in pieno vigore, e continuerà a fissare, giorno dopo giorno, le catene con le quali l’operaio è reso schiavo del proprio prodotto – monopolizzato dal capitalista.

I sindacati di questo paese hanno per oltre sessant’anni lottato contro questa legge – con che risultati? Sono riusciti a liberare la classe operaia dalla schiavitù in cui il capitale – il prodotto delle sue stesse mani – la tiene? Hanno permesso ad una sola sezione della classe lavoratrice di superare la schiavitù salariale, di divenir proprietaria dei propri mezzi di produzione, delle materie prime, attrezzi e macchinari necessari alla loro attività, e così di divenir padrona del prodotto del proprio lavoro? È ben risaputo che essi non solo non ci sono mai riusciti, ma anche che non ci hanno mai provato.

Lungi da noi l’affermare che i sindacati, per questo motivo, sono inutili. Al contrario essi, in Inghilterra tanto quanto in ogni paese industrializzato, sono una necessità per le classi lavoratrici nella loro battaglia contro il capitale. Il saggio medio di salario è pari alla quantità di denaro sufficiente a riprodurre la specie degli operai in un certo paese, secondo lo standard di vita abituale di quel paese. Lo standard di vita può essere assai differente per diverse classi di lavoratori. Il grande merito dei sindacati, nella loro battaglia per alzare il saggio salariale e per ridurre l’orario di lavoro, è che essi tendono a far salire lo standard di vita. Ci sono molte attività nei quartieri orientali di Londra il cui lavoro non è meno qualificato ed è tanto duro quanto quello dei muratori e dei loro operai, eppure in queste attività si guadagna difficilmente la metà del salario di questi ultimi. Perché? Semplicemente perché una potente organizzazione permette agli uni di mantenere un relativamente alto standard di vita; mentre gli altri, disorganizzati e privi di potere, devono sottomettersi non solo all’inevitabile, ma anche all’arbitraria usurpazione di coloro che li impiegano: il loro standard di vita viene gradualmente ridotto, essi imparano a vivere con salari sempre più bassi, ed i loro salari cadono naturalmente a quel livello che essi stessi hanno imparato ad accettare come sufficiente.

La legge del salario, allora, non è di quelle che seguono una linea categorica. Non è, entro certi limiti, inesorabile. C’è in ogni momento (escluse le grandi depressioni) ed in ogni attività una certa libertà entro la quale il saggio salariale può esser modificato dai risultati della battaglia tra i due gruppi contendenti. I salari sono in ogni caso fissati dalla contrattazione, e nelle contrattazioni colui che resiste più a lungo e meglio, ha maggior possibilità di ottenere di più di ciò che gli è dovuto. Se l’operaio isolato cerca di condurre la trattativa con il capitalista, egli verrà facilmente battuto e dovrà arrendersi all’arbitrio del capitalista; ma se un’intera categoria di operai forma una potente organizzazione, raccogliendo fondi che le permettano, se necessario, di sfidare i loro datori di lavoro e di mettersi così in condizione di poter trattare con i datori come forza unitaria, allora, e solo allora, essa avrà la possibilità di ottenere persino quella miseria che, secondo la costituzione economica della società presente, può esser chiamata come un equo salario per un equo lavoro.

La legge dei salari non viene rovesciata dalle battaglie sindacali. Al contrario, essa è rafforzata da queste lotte. Senza i mezzi di resistenza sindacali, l’operaio non riceve neppure ciò che gli è dovuto secondo le regole del sistema salariale. È solo con la paura dei sindacati innanzi ai suoi occhi che il capitalista può esser costretto a tener conto dell’intero valore commerciale della forza-lavoro del suo operaio. Volete una prova? Guardate i salari pagati ai membri dei grandi sindacati, e poi guardate i salari pagati in quelle innumerevoli piccole attività di quella pozza di stagnante miseria che sono i quartieri orientali di Londra.

Così, i sindacati non attaccano il sistema salariale. Non sono l’altezza o la bassezza dei salari ciò che costituisce la degradazione economica della classe lavoratrice: tale degradazione è compresa nel fatto che, anziché ricevere per il suo lavoro l’intero prodotto del suo stesso lavoro, la classe operaia deve accontentarsi di quella porzione della propria produzione chiamata salario. Il capitalista intasca l’intera produzione (e con questa paga il lavoratore) perché egli è il proprietario dei mezzi del lavoro. E, perciò, non c’è riscatto reale per la classe lavoratrice finché essa non diviene proprietaria di tutti i mezzi di produzione – terra, materie prime, macchinari, ecc. – ed in questo modo anche la proprietaria DELL’INTERO PRODOTTO DEL PROPRIO LAVORO.

 

 

 

Sindacati
Parte I

 

Scritto: 20 maggio 1881
Pubblicato: No. 4, 28 maggio 1881, come articolo di fondo

Nell’ultimo numero abbiamo considerato l’azione dei sindacati nel far applicare la legge economica dei salari a scapito dei datori di lavoro. Torniamo ora su questa materia, la cui comprensione approfondita è fondamentale per le classi lavoratrici.

Crediamo non sia più necessario dire ad un lavoratore inglese dei nostri giorni che è interesse del capitalista individuale, tanto quanto quello dell’intera classe capitalista, ridurre i salari il più possibile. Il prodotto del lavoro, dopo averne dedotto tutte le spese, viene diviso, come David Ricardo ha provato irrefutabilmente, in due parti: una forma il salario del lavoratore, l’altra il profitto del capitalista. Ora, essendo questo prodotto netto del lavoro, in ogni singolo caso, una quantità data, è chiaro che la parte detta profitti non può salire senza che la parte definita salario scenda. Negare che sia interesse del capitalista ridurre i salari equivarrebbe a dire che non è suo interesse aumentare i profitti.

Sappiamo bene che esistono altri mezzi per far aumentare temporaneamente i profitti, ma essi non alterano la legge generale, è perciò non ci creano problemi in questa discussione.

Ora, come possono i capitalisti ridurre i salari quando il saggio salariale è governato da una distinta e ben definita legge dell’economia sociale? La legge economica dei salari è lì, ed è irrefutabile. Ma, come abbiamo visto, essa è elastica, e lo è in due direzioni: il saggio salariale può esser abbassato, in una particolare attività, sia direttamente, abituando gradualmente i lavoratori occupati in quella particolare attività ad uno standard di vita inferiore, sia indirettamente, accrescendo le ore lavorative giornaliere (o l’intensità del lavoro durante le medesime ore lavorative) senza aumentare la paga.

E l’interesse di ogni singolo capitalista di accrescere i propri profitti, riducendo i salari dei propri operai, riceve nuovo stimolo dalla concorrenza che i capitalisti di una stessa attività si fanno l’un l’altro. Ognuno di essi tenta di vendere ad un prezzo più basso dei propri concorrenti e, a meno che egli non voglia sacrificare parte dei propri profitti, deve tentar di ridurre i salari. E così la pressione sul saggio salariale, determinata dall’interesse di ogni singolo capitalista, viene accresciuta di dieci volte dalla concorrenza tra capitalisti. Ciò che era in precedenza una questione di maggiore o minore profitto, diviene ora una questione di necessità.

Contro questa costante, l’incessante pressione dei lavoratori disorganizzati non ha mezzi efficaci di resistenza. Quindi, in attività prive di organizzazioni operaie, i salari tendono costantemente a cadere e le ore lavorative ad aumentare. Lentamente, ma inesorabilmente, il processo va avanti. Periodi di prosperità possono di tanto in tanto interromperlo, ma periodi di recessione lo accelerano ancor di più. Gli operai si abituano gradualmente a sempre più bassi standard di vita. Mentre la durata della giornata lavorativa si avvicina al suo massimo, i salari si avvicinano sempre più al loro minimo assoluto – la somma sotto la quale diviene assolutamente impossibile per l’operaio sopravvivere e riprodurre la propria specie.

Una temporanea eccezione c’è stata all’inizio di questo secolo. La rapida espansione nell’utilizzo del vapore e dei macchinari non era tale da controbilanciare l’ancor più veloce crescita della domanda di prodotti. I salari pagati in tali settori, tranne che per i bambini venduti agli industriali dalle Case di lavoro, erano di regola alti; quelli dei lavoratori manuali specializzati, di cui non si può fare a meno, erano molto alti; ciò che prendeva allora un tintore, un meccanico, un tagliatore di velluti o un filatore a mano, appare oggi come meraviglioso. Nel contempo, le attività rimpiazzate dai macchinari erano lentamente portate alla fame. Ma macchinari di nuova invenzione andavano poco alla volta a rimpiazzare anche i lavoratori ben pagati; vennero inventati macchinari capaci di costruire macchinari, e ciò avvenne ad un tale ritmo che l’offerta di beni fatti a macchina non solo eguagliò, ma addirittura eccedette la domanda. Quando la pace generale del 1815 [4] ristabilì la regolarità del commercio, ebbero inizio le fluttuazioni decennali tra prosperità, sovrapproduzione e panico commerciale. Ogni vantaggio che i lavoratori avevano conservato dai tempi andati della prosperità, e che avevano forse incrementato durante il periodo della frenetica sovrapproduzione, gli venivano ora sottratti nel periodo di recessione e panico; e presto la popolazione manifatturiera d’Inghilterra si sottomise alla legge generale per cui i salari dei lavoratori disorganizzati tendono costantemente verso il loro minimo assoluto.

Ma nel frattempo si intromisero anche i sindacati, legalizzati nel 1824, e vennero tempi migliori. I capitalisti son sempre organizzati. Essi non hanno, nella maggior parte dei casi, necessità di unioni formali, di regole, funzionari, ecc. Il loro numero limitato (in confronto a quello degli operai), il fatto che essi formano una classe separata e che stanno in costante rapporto sociale e commerciale l’uno con l’altro, tutto ciò sostituisce l’organizzazione formale; è solo più tardi, quando una branca della manifattura si è impossessata di un particolare distretto, come il commercio cotoniero del Lancashire, che un sindacato formale capitalista diviene necessario. D’altra parte, invece, gli operai non possono, sin dall’inizio, fare a meno di una forte organizzazione, con regole ben definite e delegazione d’autorità a funzionari e comitati. La legge del 1824 ha reso legali tali organizzazioni. Da quel giorno il Lavoro è divenuto, in Inghilterra, una potenza. La massa che un tempo era priva di speranze e divisa al suo interno, smise di esser tale. Alla forza generata dall’unione e dall’azione comune venne presto aggiunta la forza di un ben fornito fondo monetario – “denaro resistente”, come i nostri fratelli francesi lo hanno significativamente definito. L’intero stato delle cose è allora mutato. Per il capitalista è divenuto rischioso tentare di appagare le proprie pretese di abbassare i salari o di incrementare le ore lavorative.

Da qui le violente esplosioni della classe capitalista di quel tempo contro i sindacati. Quella classe aveva sempre considerato la sua pratica, da lungo tempo stabilita, di opprimere la classe operaia come un diritto acquisito e legittimo privilegio. A tutto ciò venne a questo punto messo fine. Non stupisce affatto che i capitalisti protestassero con vigore e si sentissero feriti nei loro diritti di proprietà tanto quanto i proprietari terrieri irlandesi dei nostri giorni [5].

Sessant’anni di esperienza di lotta li hanno fino ad un certo punto convinti. I sindacati sono ora divenuti istituzioni riconosciute, e la loro azione come uno dei regolatori dei salari è accettata quasi quanto i decreti sulle fabbriche e le officine come regolatori dell’orario di lavoro. In seguito i padroni del cotone nel Lancashire hanno persino preso spunto dai lavoratori, ed ora sanno come organizzare uno sciopero, come e meglio di qualsiasi sindacato.

Così è attraverso l’azione dei sindacati che la legge dei salari viene rafforzata contro i datori di lavoro, e che gli operai di ogni attività ben organizzata possono ottenere, almeno approssimativamente, l’intero valore della propria forza-lavoro che prestano ai loro datori; e che, con l’aiuto delle leggi statali, le ore di lavoro sono rese tali, quanto meno, da non avvicinarsi troppo alla durata massima oltre la quale la forza-lavoro è prematuramente esaurita. Questo è, però, il massimo che i sindacati, come attualmente organizzati, possono sperare di ottenere; e questo solo a prezzo di una lotta costante e di un immenso spreco di energie e denaro; e allora le fluttuazioni del commercio, almeno una ogni dieci anni, distruggono ciò che è stato conquistato, e la battaglia dev’essere combattuta nuovamente. È un circolo vizioso dal quale non c’è via d’uscita. La classe operaia resta ciò che era, ciò che i nostri progenitori cartisti non temevano di definire una classe di schiavi salariati. È questo ciò che è destinato ad essere il risultato finale di tutto questo lavoro, sacrificio e sofferenza? È questo ciò che deve restare per sempre il più alto obbiettivo dell’operaio inglese? O sarà invece la classe operaia di questo paese a cercare di spezzare questo circolo vizioso, e a trovarne la soluzione in un movimento per l’ABOLIZIONE COMPLETA DEL SISTEMA SALARIALE? La prossima settimana esamineremo la parte giocata dai sindacati come organizzatori della classe operaia.

 

 

Parte II

 

Scritto: 20 maggio 1881
Pubblicato: No. 5, 4 giugno 1881, come articolo di fondo

Fin qui abbiamo considerato le funzioni dei sindacati solo nel loro contributo alla determinazione del tasso salariale e nel loro assicurare all’operaio, nella sua battaglia contro il capitale, almeno qualche mezzo di resistenza. Ma ciò non esaurisce l’analisi dell’oggetto che abbiamo in esame.

Abbiamo parlato della battaglia dell’operaio contro il capitale. Questa battaglia esiste, checché ne dicano gli apologeti del capitale. E continuerà ad esistere finché la riduzione dei salari rimarrà il più sicuro e rapido strumento per accrescere i profitti; anzi, finché esisterà il sistema salariale stesso. La stessa esistenza dei sindacati è una prova sufficiente di questo fatto; se non sono fatti per combattere contro l’usurpazione del capitale, che vengon istituiti a fare? Non servono smancerie. Nessuna parola mielosa può nascondere lo spiacevole fatto che la presente società è divisa principalmente in due grandi classi antagoniste – in capitalisti, detentori di tutti i mezzi per l’impiego del lavoro, da un lato; e in operai, detentori di nient’altro che della loro forza-lavoro, dall’altro. Il prodotto del lavoro di questi ultimi dev’esser diviso tra entrambe le classi, ed è su questa divisione che si sviluppa costantemente il conflitto. Ogni classe tenta di ottenere la quota più grande possibile; e l’aspetto più curioso di tale battaglia è che la classe operaia, lottando per ottenere una quota di ciò che essa stessa ha prodotto, è spesso accusata di voler derubare i capitalisti!

Ma una battaglia tra due grandi classi sociali diviene necessariamente una battaglia politica. Così è stato per la lunga battaglia tra la classe media, o capitalista, e l’aristocrazia terriera; così è anche per la lotta tra la classe operaia e questi stessi capitalisti. In ogni lotta di classe contro classe, l’obiettivo finale per cui si combatte è il potere politico; la classe dominante difende la propria supremazia politica, che è a dire la propria maggioranza nell’Assemblea legislativa; la classe subalterna combatte, inizialmente per una parte, poi per tutto quel potere, sì da ottenere la possibilità di cambiare l’ordine esistente in conformità dei propri interessi ed esigenze. Così la classe operaia della Gran Bretagna ha lottato ardentemente per anni per la People’s Charter [6], che doveva darle potere politico; è stata sconfitta, ma la battaglia aveva fatto una tale impressione sulla vittoriosa classe media che tale classe, da allora, è stata fin troppo felice di comprarsi un prolungato armistizio al prezzo di ripetute concessioni ai lavoratori.

Ora, in una battaglia politica di classe contro classe, l’organizzazione è il mezzo più importante. E, nella stessa misura in cui l’Organizzazione meramente politica o Cartista cadeva a pezzi, l’Organizzazione sindacale cresceva con sempre maggiore forza, fino al punto in cui ora ha raggiunto un grado di forza che non ha eguali nelle organizzazioni operaie all’estero. Pochi grandi sindacati, che includono tra uno e due milioni di lavoratori, appoggiati da sindacati più piccoli o locali, rappresentano una forza che deve essere presa in considerazione da qualsiasi governo della classe dominante, sia esso Whig [Liberale] o Tory [Conservatore].

In accordo alle tradizioni della loro origine e del loro sviluppo in questo paese, queste potenti organizzazioni si sono sin qui limitate quasi esclusivamente alla loro funzione di partecipare alla regolazione salariale e dell’orario lavorativo, e di far rispettare la revoca di leggi apertamente ostili agli operai. Come detto prima, essi hanno fatto ciò con tanta efficacia quanta avevano il diritto d’aspettarsi. Ma essi hanno ottenuto ancor di più – la classe dominante, che conosce la loro forza meglio di quanto la conoscano essi stessi, ha fatto volontariamente loro ulteriori concessioni. Il suffragio del capofamiglia [7] di Disraeli [leader conservatore] concesse il voto a buona parte della classe operaia organizzata. Lo avrebbe fatto se non avesse creduto che questi nuovi votanti avrebbero poi mostrato una propria volontà – che avrebbero cessato di esser guidati dai politici Liberali della classe media? Sarebbe stato capace di far approvare tale progetto se gli operai, nella gestione dei loro colossali sindacati, non avessero dato prova d’esser adatti al lavoro politico e amministrativo?

Questa misura ha aperto nuove possibilità per la classe operaia. Le ha dato la maggioranza a Londra e in tutte le città industriali, permettendole così di entrare nella battaglia contro il capitale con nuove armi, mandando uomini di questa classe in parlamento. E qui, ci spiace dirlo, i sindacati hanno scordato i loro doveri di avanguardia della classe operaia. La nuova arma è stata nelle loro mani per più di dieci anni, ma loro la hanno scarsamente sguainata. Essi non dovrebbero dimenticare che non possono continuare ad occupare la posizione che attualmente detengono a meno che non riprendano realmente a marciare alla testa della classe operaia. Non è nella natura delle cose che la classe operaia inglese, che ha il potere di mandare quaranta o cinquanta lavoratori in parlamento, si accontenti all’infinito di esser rappresentata da capitalisti o da loro commessi, come avvocati, editori, ecc.

Inoltre, ci sono molti sintomi che indicano che la classe operaia di questo paese sta prendendo consapevolezza di essersi mossa per un certo tempo lungo una direttrice errata [8]; che i movimenti attuali, interessati esclusivamente a maggiori salari e alla diminuzione dell’orario lavorativo, la tengono in un circolo vizioso dal quale non c’è via d’uscita; che non è nei bassi salari che risiede il male fondamentale, ma nel sistema salariale stesso. Una volta che tale conoscenza si espande tra gli operai, i sindacati devono subire considerevoli cambiamenti. Essi non goderanno più del privilegio di essere l’unica organizzazione dei lavoratori. Affianco, o al di sopra, dei sindacati di categoria, deve sorgere un sindacato generale, un’organizzazione della classe operaia nel suo intero.

Così ci sono due punti che i sindacati dovranno considerare con attenzione: primo, che si avvicina con rapidità il tempo in cui la classe operaia di questo paese pretenderà, con voce tanto alta da non ammetter fraintendimenti, una piena rappresentazione in parlamento; secondo, che si avvicina con rapidità anche il tempo in cui la classe operaia avrà compreso che la lotta per alti salari e minori ore lavorative, come anche l’intero modo di agire dei sindacati attuali, non è un fine in se stesso, ma un mezzo, un mezzo necessario e assai efficace, ma solo uno fra molti altri verso un fine più alto: l’abolizione completa del sistema salariale.

Per la piena rappresentanza del lavoro in parlamento, tanto quanto per la preparazione dell’abolizione del sistema salariale, diverrà necessaria l’organizzazione non di sindacati separati, ma della classe operaia come corpo unitario. E prima ciò avviene, meglio è. Nessuna forza al mondo potrebbe resistere contro la classe operaia inglese organizzata come corpo unitario.

 

 

Il trattato commerciale anglo-francese

 

Scritto: metà giugno 1881
Pubblicato: No. 7, 18 giugno 1881, come articolo di fondo

Giovedì 9 giugno, nella Camera dei Comuni, il signor Monk (Gloucester) ha proposto la seguente risoluzione

“nessun trattato commerciale con la Francia che non tenda allo sviluppo dei rapporti commerciali dei due paesi attraverso una riduzione dei dazi, sarà soddisfacente”.

È seguito un dibattito di una certa durata [9]. Sir C. Dilke, a nome del governo, ha offerto la mite resistenza richiesta dall’etichetta diplomatica. Il signor A. J. Balfour (Tamworth) [10] avrebbe voluto costringere le nazioni straniere, attraverso dazi di rappresaglia, ad adottare tariffe più basse. Il signor Slagg (Manchester) avrebbe voluto lasciare ai francesi la possibilità di determinare il valore del nostro commercio con loro e del loro con noi, anche senza alcun trattato. Il signor Illingworth (Bradford) si mostrava poco speranzoso verso la possibilità di realizzare il libero scambio attraverso trattati commerciali. Il signor Mac Iver (Birkenhead) accusava l’attuale sistema di libero scambio di essere solo un’impostura, in quanto esso sarebbe fatto di libere importazioni e restrizioni alle esportazioni. La risoluzione è stata approvata con 77 voti contro 49, una sconfitta che non ferirà né i sentimenti del signor Gladstone né la sua posizione.

Questo dibattito è un chiaro esemplare di una serie di ricorrenti proteste verso la testardaggine con la quale stupidi stranieri, e persino i quasi altrettanto stupidi soggetti coloniali, rifiutano di riconoscere la benedizione universale del libero scambio e la sua capacità di porre rimedio a tutti i mali economici. Mai nessuna profezia è stata distrutta così tanto come quella della scuola di Manchester School [11] – il libero scambio, una volta stabilito in Inghilterra, riverserà tanti benefici nel paese che tutte le altre nazioni dovranno seguirne l’esempio spalancando i loro porti ai manufatti inglesi. La suadente voce degli apostoli del libero scambio è rimasta isolata nel deserto. Non solo il Continente e l’America hanno, nel complesso, accresciuto i loro dazi protettivi [12]; ma persino le colonie inglesi, non appena hanno ottenuto il diritto all’autogoverno [13], hanno seguito il loro esempio; e non è passato molto tempo da che l’India è stata posta sotto la Corona, che un dazio del 5 percento sui beni cotonieri è stato stabilito anche lì [14], come incentivo per la produzione interna.

Il perché si è verificato questo, è un assoluto mistero per la Scuola di Manchester. Eppure è abbastanza chiaro.

Circa a metà del secolo scorso l’Inghilterra era la sede principale della manifattura cotoniera, e perciò il luogo naturale in cui, con la rapida crescita della domanda per i beni cotonieri, vennero inventati i macchinari che, con l’aiuto dell’energia a vapore, rivoluzionarono dapprima il commercio del cotone, e successivamente quello delle altre manifatture tessili. Le grandi e facilmente accessibili miniere carbonifere della Gran Bretagna, grazie al vapore, divennero a quel punto la base della prosperità del paese. Gli estesi sedimenti di minerale di ferro in prossimità di quelli carboniferi facilitarono lo sviluppo del commercio di ferro, il quale aveva ricevuto un nuovo stimolo dalla domanda per locomotive e macchinari. Allora, nel bel mezzo di questa rivoluzione dell’intero sistema manifatturiero, giunsero le guerre anti-giacobine e quelle napoleoniche [15] che per circa venticinque anni hanno portato per i mari le navi di quasi tutte le nazioni in competizione, dando così ai beni manufatti inglesi praticamente il monopolio di tutti i mercati transatlantici e di alcuni mercati europei. Quando nel 1815 venne ripristinata la pace, l’Inghilterra era lì con i suoi manufatti prodotti con la forza del vapore pronti ad essere offerti al mondo, mentre il motore a vapore era ancora scarsamente conosciuto negli altri paesi. Nell’industria manifatturiera l’Inghilterra era assai più avanti di loro.

Ma il ristabilimento della pace indusse presto altre nazioni a seguire le tracce dell’Inghilterra. Protetta dalla Muraglia cinese delle proprie proibitive tariffe [16], la Francia ha introdotto la produzione a vapore. Lo stesso ha fatto la Germania, per quanto le sue tariffe fossero all’epoca assai più liberali di quelle di tutti gli altri paesi [17], non escluse quelle dell’Inghilterra. Così han fatto altri paesi e, allo stesso tempo, l’aristocrazia terriera inglese, per accrescere le proprie rendite, ha introdotto le Corn Laws [leggi sul grano] [18], facendo così salire il prezzo del pane e con esso i salari monetari. Ciononostante il progresso della manifattura inglese continuò ad un tasso enorme. Dal 1830 l’Inghilterra si era apprestata a diventare “l’officina del mondo”. Fare di essa l’officina del mondo era in realtà il lavoro di cui si era incaricata la Anti-Corn Law League [19].

Non venne fatto alcun segreto, all’epoca, di quel che si voleva raggiungere con l’abolizione delle Corn Laws. Ridurre il prezzo del pane, e quindi i salari monetari, avrebbe permesso ai produttori britannici di sfidare qualsiasi concorrenza con la quale i cattivi o ignoranti stranieri li minacciavano. Cosa c’era di più naturale del fatto che l’Inghilterra, col suo grande avanzamento tecnologico, con la sua immensa marina mercantile, il suo carbone ed il suo ferro, servisse tutto il mondo dei propri manufatti, ottenendone in cambio prodotti agricoli, grano, vino, lino, cotone, caffè, tè, ecc.? Era un dettame della Provvidenza a imporre che le cose fossero tali, l’opporvisi era ribellione contro l’ordine divino. Al massimo alla Francia si sarebbe potuto concedere di offrire all’Inghilterra e al resto del mondo quegli articoli di gusto e di moda non producibili con l’uso di macchinari, e che erano posti completamente sotto il controllo di un illuminato proprietario di mulini. Allora, e solo allora, ci sarebbe stata pace in terra e benevolenza tra gli uomini; allora tutte le nazioni sarebbero state unite l’un l’altra dal caro legame del commercio e del mutuo profitto; e allora il regno della pace e della prosperità sarebbe stato definitivamente stabilito, e alla classe lavoratrice, alle loro “braccia”, essi dicevano: “Stanno arrivando i bei tempi, ragazzi – aspettate ancora un pochino”. Ovviamente le “braccia” stanno ancora aspettando.

Ma mentre le “braccia” erano in attesa, i cattivi ed ignoranti stranieri non lo facevano. Essi non vedevano la bellezza di un sistema col quale i vantaggi industriali e monetari dell’Inghilterra avrebbero potuto diventar strumenti per assicurare a questa il monopolio delle produzioni manifatturiere per sempre ed in tutto il mondo, riducendo tutte le altre nazioni a semplici subordinati agricoli dell’Inghilterra – in altre parole, alla condizione assai invidiabile nella quale si trovava l’Irlanda. Essi sapevano che nessuna nazione può stare al passo con le altre nel campo dell’industrializzazione se deprivata della produzione industriale, e quindi ridotta ad essere un mero agglomerato di campagnoli. Per questo motivo, subordinando il profitto commerciale privato all’esigenza nazionale, essi hanno protetto le loro nascenti industrie con alte tariffe, che sembravano loro l’unico mezzo per proteggersi dall’essere ridotti alle condizioni economiche godute dall’Irlanda.

Non intendiamo dire che questa è la cosa giusta da fare in qualsiasi situazione. Al contrario, la Francia godrebbe di immensi vantaggi da un considerevole avvicinamento al libero scambio. Le industrie tedesche son divenute ciò che sono sotto il libero scambio, e la nuova tariffa protettiva di Bismarck [20] non danneggerà nessun altro se non le industrie tedesche stesse. Ma c’è un paese in cui un breve periodo di Protezionismo è non solo giustificabile, ma è questione di assoluta necessità – l’America.

L’America si trova a quel punto dello sviluppo in cui l’introduzione dell’industria è divenuta una necessità nazionale. Questo è dimostrato soprattutto dal fatto che nell’invenzione di macchinari non è più l’Inghilterra il paese dominante, ma l’America. Invenzioni americane soppiantano quotidianamente i brevetti ed i macchinari inglesi. I macchinari americani vengono esportati in Inghilterra; e questo avviene in quasi tutte le branche dell’industria. L’America gode dei maggiori possedimenti energetici del mondo, miniere carbonifere nei confronti delle quali quelle inglesi sembrano di nessun peso, ferro e tutti gli altri metalli in gran quantità. Ed è forse corretto supporre che un paese del genere ponga la sua giovane e crescente industria in una lunga e protratta battaglia concorrenziale contro la ben instaurata industria inglese, quando, con un breve periodo di una ventina d’anni di protezionismo, potrebbe alzarsi ad un livello tale da poter competere con chiunque? Ma, dice la Scuola di Manchester, l’America, con il suo sistema protezionistico, non sta facendo altro che frodare se stessa. Così è un uomo che froda se stesso colui che paga un supplemento per prendere il treno espresso invece di prendere il vecchio treno urbano – cinquanta miglia l’ora anziché dodici.

Non c’è alcun errore al riguardo, la presente generazione vedrà i prodotti tessili americani competere con quelli inglesi in India e Cina, e guadagnar gradualmente terreno in questi due importanti mercati; macchinari e apparecchiature americane competere con quelli inglesi in tutto il mondo, Inghilterra inclusa; e la stessa implacabile necessità che ha rimosso le manifatture fiamminghe dall’Olanda e olandesi dall’Inghilterra, sposterà il centro dell’industria mondiale da questo paese agli Stati Uniti. E nel ristretto spazio che resterà allora all’Inghilterra, essa troverà formidabili concorrenti in molte nazioni continentali.

La realtà non potrà lungo sfuggire al fatto che il monopolio industriale inglese è in veloce declino. Se l’ “illuminata” classe media crede sia suo interesse tacere questo fatto, lasciate che la classe operaia guardi in faccia la realtà, poiché essa interessa agli operai ancor più che ai loro “superiori”. Costoro potrebbero ancora restare per lungo tempo i banchieri ed i prestatori di capitali del mondo, come han fatto prima di loro i veneziani e gli olandesi nella loro fase di decadenza. Ma cosa accadrà delle “braccia” inglesi quando le immense esportazioni di questo paese cominceranno a restringersi annualmente anziché espandersi? Se il trasferimento della produzione di navi dal Tamigi al Clyde è stata sufficiente a ridurre l’intera Londra orientale ad un cronico pauperismo [condizione di assoluta povertà], che effetti avrà sull’Inghilterra il virtuale trasferimento oltre l’Atlantico di tutte le principali industrie?

Esso farà una grande cosa: spezzerà l’ultimo anello che ancora lega la classe operaia inglese alla sua classe media. Questo anello era il buon funzionamento del loro monopolio nazionale. Una volta distrutto tale monopolio, la classe operaia britannica sarà costretta a prendere nelle proprie mani i suoi interessi, la sua propria salvezza, e porre fine al sistema salariale. Lasciateci sperare che non occorra attendere fino ad allora.

 

 

Due modelli di Consigli cittadini

 

Scritto: seconda metà del giugno 1881
Pubblicato: No. 8, 25 giugno 1881, come articolo di fondo

Abbiamo promesso ai nostri lettori di tenerli informati sui movimenti dei lavoratori esteri tanto quanto di quelli interni. Abbiamo potuto dare qua e là alcune notizie riguardo l’America, ed oggi siamo nella posizione di poter comunicare alcuni fatti dalla Francia – fatti di importanza tale da meritare d’esser discussi nel nostro articolo di fondo.

In Francia non ci sono i numerosi sistemi di voto pubblico che sono tuttora in uso qui in Inghilterra. Invece di avere un tipo di suffragio e metodo di voto per le elezioni parlamentari, un altro per quelle municipali, un terzo per elezioni assembleari e così via, il suffragio universale ed il voto segreto sono in ogni occasione la regola. Quando venne formato in Francia il partito socialista degli operai [21], venne deciso di nominare candidati operai non solo in parlamento, ma anche in tutte le elezioni municipali; ed infatti, all’ultimo rinnovo dei consigli cittadini francesi avvenuto il 9 gennaio scorso, il giovane partito operaio è risultato vittorioso in un gran numero di città industriali e di comuni rurali, per lo più basati su un’economia mineraria. Esso, oltre a portare candidati individuali, è stato capace di ottenere in alcuni posti la maggioranza del consiglio, ed un consiglio almeno, come vedremo, è composto unicamente da operai [22].

Poco prima della fondazione del Labour Standard, c’è stato uno sciopero operaio nella città di Roubaix, vicino alla frontiera belga. Il governo ha mandato immediatamente delle truppe ad occupare la città, e quindi, con il pretesto di mantenere l’ordine (che non è mai stato minacciato), ha tentato di provocare gli scioperanti con atti tali da poter giustificare l’interferenza di tali truppe. Ma gli operai son rimasti tranquilli, ed una delle cause che ha permesso loro di resistere a tutte le provocazioni è stata l’azione del Consiglio cittadino. Questo era composto, nella sua maggioranza, da lavoratori. L’oggetto dello sciopero fu portato innanzi ad esso, e lì fu ampiamente discusso. Il risultato è stato che il Consiglio ha non solo dichiarato nel giusto gli scioperanti, ma ha addirittura concesso la somma di 50.000 franchi, o 2.000 sterline, in loro appoggio. Questo sussidio non poteva esser pagato, perché, secondo la legge francese, il prefetto del dipartimento ha il diritto di annullare qualsiasi risoluzione dei Consigli cittadini che egli consideri eccedere i loro poteri. Ma, nondimeno, il forte appoggio morale dato allo sciopero da parte dei rappresentanti ufficiali del distretto amministrativo è stato per gli operai di immenso valore.

L’8 di giugno la Compagnia mineraria di Commentry, nel centro della Francia (dipartimento di Allier), ha licenziato 152 uomini che si son rifiutati di sottomettersi ai nuovi e più sfavorevoli termini contrattuali. Essendo tutto ciò parte di un sistema impiegato da qualche tempo per introdurre gradualmente peggiori condizioni lavorative, tutti i minatori, circa 1.600, hanno aderito allo sciopero. Il governo ha immediatamente spedito le sue truppe per impaurire o provocare gli scioperanti. Ma, anche qui, il Consiglio cittadino si è subito schierato affianco dei minatori. Nella seduta del 12 giugno (la domenica del licenziamento) è stata approvata una risoluzione con i seguenti punti:

  1. Premesso che è dovere della società quello di assicurare l’esistenza di quegli uomini che, con il loro lavoro, permettono l’esistenza di tutti; e premesso che se lo Stato rifiuta di adempire a questo dovere i comuni sono obbligati a intervenire, questo Consiglio risolve di prendere a prestito 25.000 franchi (1.000 sterline), col consenso degli abitanti più abbienti, da devolvere a beneficio dei minatori, 152 dei quali sono stati ingiustificatamente licenziati, che si son visti costretti a scioperare dal lavoro.

Votato all’unanimità, contro il veto del solo sindaco.

  1. Premesso che lo Stato, vendendo la preziosa proprietà nazionale delle miniere di Commentry ad una società per azioni, ha per questa via consegnato i lavoratori ivi impiegati alla tenera misericordia della suddetta compagnia; e premesso, conseguentemente, che lo Stato è tenuto a controllare che l’oppressione esercitata da tale società sui minatori non superi il grado oltre il quale la stessa esistenza di costoro è posta sotto minaccia; ma osservato d’altro canto che lo Stato, mettendo a disposizione di questa compagnia le proprie truppe durante il presente sciopero, non ha neppure conservato la propria neutralità, ma si è schierato al fianco della compagnia.

Questo Consiglio, nel nome degli interessi dei lavoratori che è suo dovere proteggere, richiama il sotto-prefetto di questo distretto a:

  1. Ritirare immediatamente le truppe, la cui presenza, assolutamente non necessaria, è una mera provocazione; e a
    2. Intervenire nei confronti del dirigente della compagnia per indurlo a revocare la misura che è stata causa dello sciopero.

Votato all’unanimità.

In una terza risoluzione, anch’essa approvata all’unanimità, il Consiglio, temendo che la povertà del comune potesse rendere vano il prestito votato, ha aperto una pubblica sottoscrizione a favore degli scioperanti, facendo appello a tutti gli altri Consigli municipali francesi perché mandassero aiuti finanziari in tal senso.

Qui, allora, abbiamo una prova lampante della presenza dei lavoratori, non solo in parlamento, ma anche nei municipi ed in tutte le altre istituzioni locali. Che esito differente avrebbero molti scioperi inglesi se gli operai avessero alle loro spalle i Consigli cittadini delle loro località! I Consigli cittadini ed i Consigli locali inglesi, eletti in gran parte da operai, sono attualmente formati principalmente da datori di lavoro, da loro agenti diretti e indiretti (avvocati, ecc.), e, nel migliore dei casi, da negozianti. Non passa molto da che esploda uno sciopero o una serrata, che tutto il potere morale e materiale delle autorità locali è impiegato a favore dei padroni e contro il popolo; persino la polizia, pagata dalle tasche del popolo, è impiegata esattamente come in Francia vengono usate le truppe, per provocar gli scioperanti con atti illegali e cacciarli via. Le autorità della Poor Law rifiutano in molti casi assistenza agli uomini che, a loro parere, potrebbero lavorare se solo volessero farlo. E, naturalmente, agli occhi di questa classe di uomini, uno sciopero è un’aperta ribellione contro l’ordine sociale, un oltraggio al sacro diritto di proprietà. E perciò, in ogni sciopero o serrata, tutto l’enorme peso politico e morale delle autorità locali verrà posto a servizio dei padroni, e ciò finché la classe operaia acconsentirà ad eleggere padroni e loro rappresentanti negli organi elettivi locali!

Ci auguriamo che le azioni dei due Consigli cittadini francesi aprano gli occhi a molte persone. Si dovrà sempre dire, anche in relazione agli operai inglesi, che “in Francia son più capaci di gestire queste cose”? La classe operaia inglese, con le sue vecchie e potenti organizzazioni, le sue memorabili libertà politiche, la sua lunga esperienza di azione politica, ha immensi vantaggi in rapporto a quelli della classe operaia di tutti gli altri paesi continentali. Eppure i tedeschi riescono a mandare in parlamento dodici rappresentanti della classe operaia [23], e, come i francesi, hanno la maggioranza in molti Consigli cittadini. È vero, il suffragio in Inghilterra è ristretto; ma persino ora gli operai sono la maggioranza nelle grandi città e nei distretti industriali. Devono solo volerlo, e quella maggioranza potenziale potrebbe divenire immediatamente effettiva, una potenza nello Stato, una potenza in tutte le località in cui i lavoratori sono concentrati. E, una volta che si avranno operai in parlamento, nei Consigli cittadini e nei Consigli locali superiori [24], ecc., quanto ci vorrà perché ci siano anche magistrati operai, capaci di metter un freno nelle ruote di quei Dogberrie che oggi così spesso calpestano il popolo?

 

 

Cibo americano e questione agraria

 

Scritto: fine giugno 1881
Pubblicato: No. 9, 2 luglio 1881, come articolo di fondo

Sin dall’autunno 1837 ci siamo abbastanza abituati a vedere situazioni di panico monetario e crisi commerciali importate da New York all’Inghilterra. Almeno una crisi industriale su due è esplosa in America. Ma che l’America avrebbe potuto anche rovesciare le consacrate relazioni dell’agricoltura britannica, rivoluzionare le immemori relazioni feudali tra proprietario terriero e affittuario, far crollare le rendite e devastare i poderi inglesi, era una visione tenuta in serbo per l’ultimo quarto del diciannovesimo secolo.

Eppure è così. La terra vergine delle praterie dell’Ovest – che comincia ora ad essere messa a coltura – non a spizzichi ma a migliaia di metri quadri – inizia a governare il prezzo del grano, e, di conseguenza, la rendita della terra coltivata a frumento. E nessuna terra vecchia può competere con essa. È un’ottima terra, piana o leggermente ondulata, non disturbata da violenti sconvolgimenti, che si trova nelle esatte condizioni di quella depositata sul fondo di un oceano, scevra di pietre, rocce, alberi; adatta ad un’immediata coltivazione senza neanche alcun lavoro preparatorio. Non è necessaria alcuna pulizia o bonifica; tu vi passi sopra con l’aratro ed è già pronta per esser seminata, e genererà venti o trenta raccolti di grano consecutivi, senza neppure esser concimata. È un suolo adatto per l’agricoltura a grandissima scala, e su grandissima scala è lavorato. L’agricoltore britannico usava vantarsi dei suoi vasti poderi in rapporto ai piccoli poderi dei contadini proprietari continentali; ma cosa sono le più grandi tenute del Regno Unito se raffrontate alle tenute della prateria americana, poderi di 40.000 acri ed oltre, lavorati da eserciti permanenti di uomini, cavalli e attrezzi agricoli, addestrati, comandati e organizzati come soldati?

Questa rivoluzione americana in agricoltura, insieme con i rivoluzionati mezzi di trasporto inventati dagli americani, manda in Europa grano ad un prezzo talmente basso che nessun coltivatore europeo può competere con esso – almeno non finché egli è costretto a dover pagare la rendita. Guardate all’anno 1879, quando ciò fu percepito per la prima volta. Il raccolto fu pessimo in tutta l’Europa occidentale; fu un fallimento in Inghilterra. Eppure, grazie al frumento americano, i prezzi restarono piuttosto stazionari. Per la prima volta il coltivatore britannico ebbe un brutto raccolto e bassi prezzi del grano contemporaneamente. Allora i coltivatori cominciarono ad agitarsi, i proprietari terrieri si sentivano allarmati. L’anno successivo, con un raccolto migliore, i prezzi si abbassarono ulteriormente. Il prezzo del grano è ora determinato dal costo di produzione americano più i costi di trasporto. E sarà così in modo crescente anno dopo anno, man mano che nuove terre della prateria verranno messe sotto coltura. L’esercito agricolo necessario per questa operazione lo forniamo noi stessi europei coi nostri emigranti.

Ora, in precedenza c’era, per il coltivatore e per il proprietario terriero, la seguente consolazione: se il grano non dava profitti, la carne lo avrebbe fatto. La terra messa a coltura veniva trasformata in terra da pascolo, e tutto tornava ad essere nuovamente piacevole. Ma adesso anche quella risorsa è tagliata fuori. Il bestiame e la carne americana vengono esportati in quantità crescente. E non solo. Vi sono almeno due paesi grandi produttori di bestiame che sono all’erta per trovar metodi che permettano loro di esportare in Europa, e specialmente in Inghilterra, i loro immensi eccessi di carne, al momento attuale sprecati. Con il presente stato della scienza ed il rapido progresso fatto nella sua applicazione, possiamo star certi che, nel giro di pochissimi anni, barbabietola e montoni australiani e sudamericani saranno portati qui in un perfetto stato di conservazione ed in enormi quantità. Che ne sarà allora della prosperità del coltivatore britannico e delle grosse rendite del proprietario terriero di questo paese? Non potranno coltivare uva, fragole e cose del genere – che il mercato né è già ben fornito. Senza dubbio il lavoratore britannico potrebbe consumare quantitativi assai maggiori di tali prelibatezze – ma allora prima occorre alzarne il salario.

Non c’è gran bisogno di dire che gli effetti di questa nuova concorrenza agricola americana si fan sentire anche nel Continente. Il piccolo contadino proprietario, che si è per lo più ipotecato dalla testa ai piedi pagando interessi e spese legali in luogo delle rendite dei coltivatori inglesi ed irlandesi, ne risente allo stesso modo. È un effetto peculiare di questa concorrenza americana il fatto che essa rende inutili non solo i grandi possedimenti terrieri, ma anche i piccoli appezzamenti, rendendo entrambi non remunerativi.

Si potrebbe dire che, questo sistema di estremo sfruttamento della terra attualmente praticato nel Far West, non può perdurare all’infinito, e che tale situazione deve quindi riaggiustarsi. Certo, non può durare per sempre; ma c’è ancora abbondanza di terra non ancora utilizzata da permettere di prolungare il processo per un altro secolo. Ci sono, inoltre, altri paesi che presentano simili vantaggi. C’è l’intera steppa del sud della Russia, dove, infatti, i commercianti hanno acquistato terreni e fatto la stessa cosa. Ci sono le vaste pampa della Repubblica argentina, e ce ne sono altre ancora; tutte terre che si adattano allo stesso modo al moderno sistema di gigantesca coltura e produzione a basso costo. Così, prima che questo fatto si esaurisca, esso avrà vissuto abbastanza per uccidere tutti i proprietari terrieri d’Europa, grandi e piccoli, almeno due volte tanto.

Bene, e la conclusione quale è? L’esito sarà e dovrà esser tale da imporre la nazionalizzazione della terra e delle sue coltivazioni da parte di società cooperative a controllo statale. Allora, e solo allora, sarà nuovamente proficuo sia per i coltivatori che per la nazione lavorare la terra, qualunque possa essere il prezzo del grano o della carne americani. E se i proprietari terrieri, nel frattempo, come appaiono mezzo inclinati a fare, dovessero realmente andare in America, auguriamo loro di fare un buon viaggio.

 

 

La teoria del salario e la Anti-Corn Law League

 

Scritto: primi di luglio 1881
Pubblicato: No. 10, 9 luglio 1881, come articolo di fondo

Nell’altra colonna abbiamo pubblicato una lettera del signor J. Noble nel quale egli si lagna di nostre alcune osservazioni fatte nell’articolo di fondo del Labour Standard del 18 giugno [Il trattato commerciale anglo-francese]. Per quanto non possiamo trasformare il nostro articolo di fondo in veicolo per polemiche al riguardo di fatti storici o teorie economiche, replicheremo, per una volta, ad un uomo che, benché schierato su una posizione ufficiale di partito, è evidentemente sincero.

Alla nostra affermazione secondo cui ciò a cui mirava l’abolizione delle Corn Laws era di “ridurre il prezzo del pane e quindi i salari monetari”, il signor Noble replica che questa è una “fallacia protezionista” persistentemente combattuta dalla League, e fornisce alcune citazioni dai discorsi di Richard Cobden ed un indirizzo del Consiglio della League che lo comprovano [25].

L’autore di queste righe viveva a quel tempo a Manchester – un industriale tra gli industriali [26]. Egli è, ovviamente, perfettamente conscio di quale fosse la dottrina ufficiale della League. Ridotta alla sua più concisa e generalmente riconosciuta espressione (poiché ne esistono diverse varierà) essa suona così: L’abolizione del dazio sul grano accrescerà il nostro commercio con i paesi stranieri, farà crescere direttamente le nostre importazioni, in cambio delle quali i clienti stranieri acquisteranno i nostri manufatti; in tal modo crescerà la domanda di lavoro per la nostra popolazione operaia, e quindi i salari dovranno aumentare. E, a furia di ripetere questa teoria giorno dopo giorno ed anno dopo anno, i rappresentanti ufficiali della League, da superficiali economisti quali sono, han potuto alla fine uscirsene con la sbalorditiva affermazione che i salari si alzano e cadono in proporzione inversa non ai profitti, ma al prezzo del cibo; pane costoso vuol dire bassi salari e pane a buon mercato alti salari. E così gli sconvolgimenti decennali del commercio che ci son stati prima e dopo l’abolizione dei dazi sul grano erano, per i portavoce della League, dichiarati essere dei semplici effetti delle Corn Laws, destinati a scomparire non appena queste odiose leggi fossero state rimosse; che le Corn Laws erano l’unico grande ostacolo frapposto tra i produttori britannici ed i poveri stranieri desiderosi di quei prodotti manufatti, nudi e infreddoliti per mancanza di vestiti britannici. E così Cobden poteva realmente suggerire, nel passaggio citato dal signor Noble, che la depressione commerciale e la caduta dei salari tra il 1839 ed il 1842 erano conseguenze dell’alto costo del grano di quegli anni, mentre in realtà non eran nient’altro che una delle tante fasi di depressione commerciale, che ricorrono con estrema regolarità, almeno fin ora, ogni dieci anni; una fase certamente prolungata ed aggravata dai brutti raccolti e dalla stupida interferenza della legislazione degli ingordi proprietari terrieri.

Bene, questa era la teoria ufficiale di Cobden, il quale, malgrado tutta la sua abilità di agitatore, era uno scarso imprenditore e un superficiale economista; egli, senza dubbio, ci credeva tanto fedelmente quanto oggi ci crede il signor Noble. Ma il grosso della League era composto da pratici imprenditori, più attenti agli affari e generalmente più abili di Cobden nel portarli avanti. E su queste materie essi la pensavano in modo alquanto diverso. Certamente, innanzi agli estranei e nelle assemblee pubbliche, specialmente di fronte alle loro “braccia”, la teoria ufficiale era generalmente considerata “la cosa giusta”. Ma gli imprenditori, quando si tratta dei loro affari, di solito non esplicitano i loro pensieri ai loro clienti, e se il signor Noble dovesse essere di opinione differente, sarebbe meglio per lui starsene alla larga dalla Borsa di Manchester. Una assai piccola insistenza sul modo in cui i salari avrebbero dovuto crescere in conseguenza al libero scambio del frumento, era sufficiente per far saltar fuori che tale crescita si supponeva dovesse riguardare i salari espressi in beni, e che sarebbe stato fortemente possibile che i salari monetari non sarebbero cresciuti – ma non era sostanzialmente questo una crescita dei salari? E se insistevi ulteriormente sull’argomento ne veniva fuori che i salari monetari potevano persino cadere, mentre le comodità offerte per questa ridotta somma di denaro dell’operaio sarebbero ancora state superiori di quelle che egli godeva in precedenza. E se chiedevi alcune cose ancor più precise riguardo il modo in cui l’immensa espansione del commercio attesa si sarebbe dovuta effettuare, avresti assai presto sentito dire che era quest’ultimo caso quello sul quale essi si affidavano principalmente: una riduzione dei salari monetari combinata con una caduta del prezzo del pane, ecc., ma meno che proporzionale a quest’ultima. Era inoltre possibile incontrare imprenditori in abbondanza che non tentavano neppure di nascondere la loro opinione che pane a buon mercato era desiderato semplicemente per poter abbassare i salari monetari, e tramortire così la concorrenza straniera. E che questo, in realtà, era lo scopo ed il fine della maggioranza degli industriali e dei mercanti che componevano la gran parte del corpo della League, non era così difficile venirlo a sapere da chiunque fosse abituato ad avere a che fare con i commercianti, e quindi abituato a non prendere sempre le loro parole per oro colato. Questo è ciò che abbiamo detto e che ripetiamo. Sulla dottrina ufficiale della League noi non abbiamo detto una parola. Essa era economicamente “fallace”, e praticamente un mero mantello per mascherare propositi interessati, per quanto alcuni dei suoi leader possono averla ripetuta così tante volte da credervi alla fine essi stessi.

Assai spassoso è il modo in cui il signor Noble cita le parole di Cobden riguardo le classi lavoratrici “che si sfregano le mani con soddisfazione” all’idea del grano a 25 centesimi al quarter. Le classi lavoratrici a quel tempo non disdegnavano il pane a buon mercato; ma erano così piene di “soddisfazione” nei confronti di Cobden & Co. che per molti anni a seguire hanno reso impossibile alla League di tenere una singola assemblea realmente pubblica in tutto il nord. L’autore di queste righe ha avuto la “soddisfazione” d’esser presente, nel 1843, all’ultimo tentativo della League di tenere una tale assemblea nel municipio di Salford, e di vederla quasi smembrata a causa della semplice proposta di un emendamento a favore della People’s Charter [27]. Da allora la regola per partecipare alle assemblee della League è divenuta “ammissione con biglietto”, biglietto ch’era lontano dall’essere accessibile a chiunque. Da quel momento la “ostruzione cartista” è terminata. Le masse lavoratrici hanno raggiunto il loro obiettivo – provare che la League non li rappresentava, come invece pretendeva di fare.

Per concludere direi poche parole a proposito della teoria dei salari della League. Il prezzo medio dei beni è pari al loro costo di produzione; l’azione di domanda e offerta consiste nel riportarlo a quel livello attorno al quale esso oscilla. Se ciò è vero per tutti i beni, è vero anche per il bene Lavoro (o, più precisamente parlando, forza-Lavoro). Allora il saggio salariale è determinato dal prezzo di quei beni che entrano nel consumo necessario e abituale del lavoratore. In altre parole, lasciando inalterato tutto il resto, i salari salgono e cadono assieme al prezzo dei beni di consumo primari. Questa è la legge dell’economia politica contro la quale tutti i Perronet, i Thompson, i Cobden ed i Bright saranno sempre impotenti. Ma tutte le altre cose non restano sempre inalterate, e perciò l’azione di questa legge viene in pratica modificata dall’azione concomitante di altre leggi economiche; essa appare oscurata, talvolta a tal punto che si può trovare una certa difficoltà nello scovarla. Ciò è servito come pretesto ai volgarizzatori ed agli economisti volgari sin dai tempi dell’Anti-Corn Law League per far credere, primo, che il Lavoro, e quindi tutti gli altri beni, non avesse un reale e determinabile valore, ma solo un prezzo fluttuante, regolato da domanda e offerta più o meno senza alcuna relazione coi costi di produzione, e che per alzare i prezzi, e quindi i salari, non si doveva fare nient’altro che aumentare la domanda. E così ci si è sbarazzati della sgradevole connessione tra saggio salariale e prezzo del cibo, e così si è potuto proclamare con forza, in questa grezza e ridicola dottrina, che pane costoso significa bassi salari e pane a buon mercato alti salari.

Chiederà, forse, il signor Noble se i salari non sono generalmente tanto alti, o addirittura più alti, oggi con il pane a buon mercato che nel 1847 con il pane caramente tassato? Tale domanda richiederebbe una lunga indagine per trovar risposta. Ma una cosa è certa: laddove una branca dell’industria ha prosperato, ed allo stesso tempo gli operai si sono organizzati con forza per difendersi, i loro salari generalmente non sono caduti, e qualche volta sono forse saliti. Ciò prova semplicemente che i lavoratori erano in precedenza sottopagati. Laddove una branca dell’industria si è indebolita, o dove gli operai non si sono organizzati con forza in sindacati, i salari sono immancabilmente caduti, e spesso ad un livello da fame. Andate nei quartieri orientali di Londra e guardate con i vostri occhi!

 

 

Un partito degli operai

 

Scritto: metà luglio 1881
Pubblicato: No. 12, 23 luglio 1881, come articolo di fondo

Quante volte siam stati ammoniti da amici e simpatizzanti, “State lontani da politiche di partito!”. Ed essi avevano perfettamente ragione, per quel che riguarda l’attuale politica partitica inglese. Un organo operaio non dev’essere né Whig né Tory, né Conservatore né Liberale, e neppure Radicale, nel senso partitico del termine. Conservatori, liberali, radicali, tutti questi non rappresentano altro che gli interessi delle classi dominanti e varie sfumature delle opinioni predominanti tra proprietari terrieri, capitalisti e commercianti al dettaglio. E se rappresentano gli interessi della classe lavoratrice, essi li travisano completamente. La classe operaia ha interessi propri, politici tanto quanto sociali. Ciò che da essa è considerato proprio interesse sociale, ci viene mostrato dalla storia dei sindacati e dal movimento del Breve Periodo. Ma essa lascia quasi completamente i suoi interessi politici nelle mani di Tories, Whigs e Radicali, uomini della classe abbiente, e per quasi un quarto di secolo la classe operaia inglese si è accontentata di formare, per così dire, la coda del “Gran Partito Liberale”.

Questa è una posizione politica indegna per la classe operaia meglio organizzata d’Europa. Negli altri paesi i lavoratori son stati assai più attivi. La Germania ha da più di dieci anni un partito di lavoratori (il partito socialdemocratico), che detiene dieci seggi in Parlamento, e la cui crescita ha spaventato a tal punto Bismarck da indurlo a quelle infami misure di repressione delle quali daremo conto in un prossimo articolo. Eppure, malgrado Bismarck, il partito operaio progredisce stabilmente; solo nell’ultima settimana esso ha affrontato sedici elezioni per il Consiglio cittadino di Mannheim ed una per il parlamento sassone. In Belgio, Olanda e Italia, l’esempio tedesco è stato imitato; in ognuno di questi paesi esiste un partito degli operai [28], per quanto il voto qualificato è lì troppo alto per dar loro, al presente, qualche possibilità di eleggere qualche membro nell’assemblea legislativa. In Francia il partito degli operai è proprio in questo momento in pieno processo di organizzazione; esso ha ottenuto alle scorse elezioni la maggioranza in molti Consigli comunali, e otterrà senza dubbio parecchi seggi alle elezioni generali per la Camera del prossimo ottobre. Persino in America, dove il passaggio dalla classe operaia a quella di agricoltore, commerciante o capitalista è ancora comparativamente facile, gli operai han ritenuto necessario organizzarsi in partito autonomo [29]. Ovunque i lavoratori lottano per il potere politico, per la rappresentanza diretta della propria classe nelle assemblee legislative – ovunque tranne che in Gran Bretagna.

Eppure non c’è mai stata in Inghilterra una sensazione tanto diffusa come quella odierna che i vecchi partiti sono ormai condannati, che le vecchie parole d’ordine han perso di significato, che i vecchi motti han perso credito, che le vecchie panacee non avranno più effetto. Individui pensanti di tutte le classi cominciano a vedere che bisogna battere nuove strade, e che queste strade possono essere solo nella direzione della democrazia. Ma in Inghilterra, dove la classe lavoratrice industriale e agricola forma l’immensa maggioranza della popolazione, democrazia significa né più né meno che dominio della classe lavoratrice. Lasciamo, allora, che la classe operaia si prepari per l’imminente lavoro – il governo di questo grande impero; lasciamole comprendere le responsabilità che le cadranno inevitabilmente sulle proprie spalle. Ed il miglior modo di far ciò è quello di farle usare il potere che è già nelle sue mani, la maggioranza che essa possiede in tutte le grandi città del regno, per mandare il parlamento uomini della propria compagine. Con l’attuale suffragio dei capofamiglia [30], quaranta o cinquanta operai potrebbero facilmente essere mandati a St. Stephen’s [31], dove l’infusione di forze fresche è assai desiderata. Con un tale numero di operai in parlamento, sarebbe impossibile per l’Irish Land Bill diventare, come è adesso, sempre più un Irish Land Bull, vale a dire, un Irish Landlords’ Compensation Act [Legge d’indennizzo per i proprietari terrieri irlandesi]; sarebbe impossibile resistere alle richieste per una ridistribuzione dei seggi, per rendere la corruzione realmente punibile, per far ricadere le spese elettorali, come avviene ovunque tranne che in Inghilterra, sui fondi pubblici, ecc.

Inoltre, un partito realmente democratico in Inghilterra è impossibile a meno che esso sia un partito di operai. Uomini illuminati di altre classi (che non sono così numerosi come qualcuno vorrebbe farci credere) potrebbero unirsi al partito e persino, dopo aver dato prova della loro sincerità, rappresentarlo in parlamento. Così succede dappertutto. In Germania, per esempio, i rappresentanti degli operai non son sempre veri e propri operai. Ma nessun partito democratico in Inghilterra, come altrove, avrà effettivo successo senza avere un chiaro carattere operaio. Abbandonato questo, altro non resta se non un insieme di sette e di simulatori.

E ciò è persino più vero in Inghilterra che altrove. Di simulatori radicali ve ne son stati sfortunatamente abbastanza sin dal disfacimento del primo partito operaio che il mondo ha prodotto – il partito cartista. Sì, ma i cartisti non si sono smembrati senza ottenere nulla. Dei sei punti della People’s Charter, due, voto segreto ed abolizione della proprietà qualificata, sono ora divenuti legge. Un terzo, suffragio universale, è quanto meno parzialmente realizzato nella forma di suffragio dei capofamiglia; un quarto, equi distretti elettorali, è chiaramente in via di realizzazione, come riforma promessa dall’attuale governo. Cosicché lo smembramento del movimento cartista è risultato nella realizzazione di un’intera metà del suo programma. E se il semplice ricordo di una passata organizzazione politica della classe operaia può influenzare queste riforme politiche ed una serie di riforme sociali, che conseguenze avrebbe la presenza attiva di un partito politico operaio, sostenuto da quaranta o cinquanta rappresentanti in parlamento? Viviamo in un mondo in cui ognuno è costretto ad aver cura di se stesso. Eppure la classe operaia inglese permette ai proprietari terrieri, ai capitalisti, ai bottegai ed al loro seguito di avvocati, giornalisti, ecc., di aver cura dei suoi interessi. Nessuna importante riforma negli interessi degli operai potrà esser realizzata con tale lentezza ed a goccioline così miserabili. Ai lavoratori manca solo la volontà di farlo, ma loro son padroni di realizzare qualsiasi riforma, sociale e politica, che la loro situazione richiede. Allora, perché non fare questo sforzo?

 

 

Bismarck ed il Partito operaio tedesco

 

Scritto: metà luglio 1881
Pubblicato: No. 12, 23 luglio 1881, come articolo di fondo

La stampa borghese inglese è stata ultimamente assai silenziosa riguardo le atrocità commesse in Germania da Bismarck ed i suoi scagnozzi contro i membri del Partito socialdemocratico dei lavoratori. L’unica eccezione, fino ad un certo punto, è stato il Daily News. In precedenza, quando governi dispotici stranieri appagavano i loro desideri a spese dei propri soggetti, l’indignazione dei quotidiani e dei settimanali inglesi fu davvero grande. Ma qui gli oppressi sono lavoratori, oltretutto orgogliosi d’esserlo, e così la stampa rappresentante della “Società”, della “aristocrazia”, tace su questi fatti e pare quasi, con l’ostinazione del proprio silenzio, che li approvi. Che c’entrano, infatti, gli operai con la politica? Che la lascino ai loro “superiori”! Ed allora vi è un’altra ragione per il silenzio della stampa inglese: è assai difficile attaccare la legge coercitiva di Bismarck [32] ed il modo in cui egli l’ha realizzata, e contemporaneamente difendere la condotta coercitiva del signor Forster in Irlanda [33]. Questo è un punto assai dolente, e non va toccato. Difficilmente ci si può attendere dalla stampa borghese che sia essa stessa ad additare quanto si sia abbassata la posizione morale dell’Inghilterra in Europa ed America a causa dell’attuale azione governativa in Irlanda.

Ad ogni elezione generale, il partito dei lavoratori tedeschi ne usciva con numeri in rapida crescita; alla penultima sopra i 500,000; all’ultima più di 600,000 voti son stati dati ai suoi candidati [34]. Berlino ne ha eletto due deputati, Elberfeld-Barmen, Breslau e Dresda uno l’uno; dieci seggi son stati conquistati contro la coalizione governativa che comprendeva i partiti Liberale, Conservatore e Cattolico, contro il risentimento creato dai due tentativi di sparare all’Imperatore [35], di cui tutti gli altri partiti erano d’accordo a dare responsabilità al partito dei lavoratori. A quel punto Bismarck è riuscito a far passare una legge con la quale la socialdemocrazia è stata messa fuorilegge. Più di cinquanta giornali operai son stati soppressi, le loro organizzazioni e associazioni smembrate, i loro fondi sequestrati, le loro assemblee disciolte dalla polizia, e, per coronare il tutto, venne promulgato che intere città e distretti avrebbero potuto essere “proclamati”, giusto come in Irlanda. Ma ciò che neppure i Decreti coercitivi [Coercion Bills] [36] hanno osato fare in Irlanda, Bismarck lo ha fatto in Germania. In ogni distretto “proclamato”, la polizia ha ricevuto il diritto di espellere chiunque possa essere “ragionevolmente sospettato” di propaganda socialista. Berlino è stata, ovviamente, immediatamente proclamata, e centinaia, (migliaia, contando le loro famiglie) di persone son state espulse. Poiché la polizia prussiana espelle sempre gli uomini con tutta la loro famiglia; i giovani non ancora sposati sono generalmente lasciati da soli; per loro l’espulsione non sarebbe una grande punizione, ma per i capifamiglia ciò implica, nella maggioranza dei casi, una lunga carriera di miseria, se non addirittura la rovina. In eseguito Amburgo ha eletto un operaio al parlamento [37], ed è stata immediatamente proclamata. Il primo gruppo di espulsi da Amburgo ammonta ad un centinaio di persone, oltre trecento contando le loro famiglie. Il partito degli operai, in due soli giorni, ha trovato i mezzi per pagar loro le spese di viaggio ed i bisogni immediati. Ora anche Lipsia è stata proclamata [38], col solo pretesto che in nessun altro modo il governo potrebbe smembrare l’organizzazione del partito. Le espulsioni dei primissimi giorni ammontano a trentatré, per lo più uomini sposati con famiglia. Tre membri del parlamento tedesco sono a capo della lista; forse il signor Dillon spedirà loro una lettera di congratulazioni, considerando che essi non se la passano ancora tanto male quanto lui [39].

Ma non è tutto. Una volta reso formalmente illegale il partito dei lavoratori e dopo averlo deprivato di tutti quei diritti politici che gli altri tedeschi si suppone godano, la polizia può fare i suoi propri comodi nei confronti dei suoi membri individuali. Con il pretesto di ricercare le pubblicazioni proibite, le loro mogli e figlie sono soggette al più indecente e brutale trattamento. Loro stessi vengono arrestati ogni qualvolta piace alla polizia, da una settimana all’altra, e vengon rilasciati solo dopo aver passato qualche mese in prigione. Nuovi reati, sconosciuti al codice penale, vengono inventati dalla polizia, ed il codice penale viene reso elastico oltre l’inverosimile. E spesso la polizia trova giudici e magistrati abbastanza corrotti e fanatici da aiutarla e spalleggiarla; questo è il prezzo da pagare per la promozione! Da dove deriva tutto ciò è mostrato dai seguenti sbalorditivi numeri. Nell’anno tra l’ottobre 1879 e l’ottobre 1880, ci son state nella sola Prussia, tra gli imprigionati per alto tradimento, tradimento, insulti all’Imperatore, ecc., non meno di 1.108 persone; e per diffamazione politica, insulti a Bismarck, denigrazione del governo, ecc., non meno di 10.094 persone. Undicimila duecentodue imprigionati, che battono persino le prodezze irlandesi del signor Forster!

E che ha ottenuto Bismarck con tutta questa sua coercizione? Giusto tanto quanto ha ottenuto il signor Forster in Irlanda. Il partito socialdemocratico è in tale fioritura, e possiede un’organizzazione talmente solida, quanto la Irish Land League [40]. Pochi giorni fa ci son state le elezioni per il Consiglio comunale di Mannheim. Il partito operaio ha nominato sedici candidati, e li ha portati tutti alla vittoria con una maggioranza di tre a uno. Inoltre, Bebel, membro del parlamento tedesco di Dresda, è stato indicato per rappresentare il distretto di Lipsia nel parlamento sassone. Bebel è egli stesso un lavoratore (un tornitore), ed uno dei migliori, se non il migliore, tra gli oratori tedeschi. Per frustrare la sua elezione, il governo ha espulso tutta la sua commissione. Quale è stato il risultato? Che, persino con un suffragio limitato, Bebel è stato eletto con una forte maggioranza. Quindi, la coercizione non ha portato a Bismarck alcun vantaggio; ma, al contrario, ha esasperato il popolo. Coloro ai quali vengono tagliati gli strumenti legali per affermarsi, passeranno un bel giorno a quelli illegali, e nessuno li potrà biasimare per questo. Quante volte il signor Gladstone ed il signor Forster hanno proclamato questa dottrina? E come agiscono ora in Irlanda?

 

 

Cotone e ferro

 

Scritto: fine luglio 1881
Pubblicato: No. 13, 30 luglio 1881, come articolo di fondo

Cotone e ferro sono le due materie grezze più importanti dei nostri tempi. Qualunque nazione sia prevalente nella manifattura di oggetti in cotone e ferro, essa guida la classifica generale delle nazioni manifatturiere. E poiché questa è esattamente la condizione dell’Inghilterra, essa è, e resterà fino al perdurare di tale situazione, la prima nazione manifatturiera del mondo.

Ci si potrebbe aspettare, quindi, che i lavoratori del cotone e del ferro stiano notevolmente meglio in Inghilterra che altrove; che, poiché l’Inghilterra domina il mercato, il lavoro in questi settori dovrebbe essere sempre buono, e che almeno in queste due branche dell’industria il millennio di abbondanza, promesso ai tempi dell’agitazione liberoscambista [41], dovrebbe realizzarsi. Ahimè! Sappiamo tutti bene che ciò è lontano dalla realtà, e che qui, come in altre attività, se la condizione dei lavoratori non è peggiorata, ed in qualche caso è persino migliorata, ciò lo si deve soltanto ai loro sforzi continui – alle loro forti organizzazioni ed agli scioperi duramente combattuti. Sappiamo tutti che, dopo pochi anni di prosperità attorno al 1874, c’è stato un completo collasso del commercio di cotone e di ferro [42]; le fabbriche hanno chiuso, le fornaci son state spazzate via e, dove la produzione è continuata, tempi dimezzati erano la regola. Tali periodi di collasso erano già conosciuti in precedenza; essi avvengono, in media, una volta ogni dieci anni; durano quel che durano, per poi essere alleviati da un periodo di prosperità, e così via.

Ma ciò che distingue l’attuale periodo di depressione, specialmente nel cotone e nel ferro, è questo: che esso ha superato di qualche anno la sua solita durata. Ci son stati vari tentativi di rianimazione, diversi scatti; ma tutti in vano. Se l’epoca del vero collasso è stata superata, il commercio rimane in uno stato languido, e il mercato va avanti incapace d’assorbire l’intera produzione.

La causa di tutto ciò è che, con l’attuale sistema di utilizzare i macchinari per produrre non solo i beni finali, ma i macchinari stessi, la produzione può essere accresciuta con incredibile rapidità. Non sarebbe difficile, se i produttori avessero tale mentalità, aumentare durante un singolo periodo di prosperità le fabbriche di filatura e di tessitura, candeggio e coloritura del cotone, così da rendere possibile la produzione del cinquanta percento di beni in più, e di raddoppiare l’intera produzione di articoli in ghisa e ferro di ogni tipo. La crescita effettiva non ha raggiunto tali livelli. Ma ciò nonostante è stata egualmente sproporzionata in relazione ai precedenti periodi di espansione, e la conseguenza è – sovrapproduzione cronica, depressione cronica del commercio. I padroni possono permettersi di stare a guardare, almeno per un tempo considerevole, ma ai lavoratori tocca soffrire, poiché per essi ciò comporta miseria cronica e la spiacevole prospettiva di Casa del lavoro.

Questo, allora, è il risultato del glorioso sistema di concorrenza illimitata, questa è la realizzazione del millennio di prosperità promesso dai Cobden, Bright, & Co.! Questo è ciò che i lavoratori devono attraversare se, come han fatto per gli ultimi venticinque anni, lasciano la gestione delle politiche economiche nelle mani dei loro “leader naturali”, di quei “capitani d’industria” che, secondo Thomas Carlyle, erano chiamati a comandare l’esercito industriale del paese. Proprio i capitani d’industria! I generali di Luigi Napoleone del 1870 erano geni in confronto a loro. Ognuno di questi presunti capitani d’industria lotta contro ogni altro, agisce interamente di proprio conto, accresce i suoi impianti senza tener conto di ciò che fanno i suoi vicini, e così, alla fine, tutti loro si accorgono, con loro grande sorpresa, che la sovrapproduzione ne è stato il risultato. Essi non possono unirsi per regolare la produzione; essi possono unirsi ad un solo unico scopo: tener bassi i salari dei lavoratori. E così, espandendo con noncuranza il potere produttivo del paese ben oltre le capacità d’assorbimento del mercato, essi derubano i loro lavoratori dei relativi sollievi che deriverebbero loro da un periodo di moderata prosperità, e che essi si meriterebbero dopo il lungo periodo di crisi, in modo da riportare i loro redditi al livello standard medio. Non si sarà ancora compreso che i produttori, come classe, son divenuti incapaci di dirigere i grandi interessi economici del paese, e neppure il processo di produzione stesso? E non è un’assurdità – benché sia un fatto – che il più grande nemico dei lavoratori inglesi è la sempre crescente produttività delle loro stesse mani?

Ma c’è un altro fatto che va preso in considerazione. I produttori inglesi non sono i soli ad accrescere la loro forza produttiva. Lo stesso avviene in altri paesi. le statistiche non ci permetteranno di comparare separatamente le industrie cotoniere e del ferro dei vari paesi dominanti. Ma, considerando congiuntamente le industrie tessili, minerarie e legate ai metalli, possiamo redigere una tabella comparativa utilizzando i dati fornitici dal capo dell’Ufficio statistico prussiano, Dr. Engel, nel suo libro “Des Zeitalter des Dampfs” (L’età del vapore, Berlino, 1881). Secondo i suoi calcoli, vengono impiegati nei diversi paesi, e nelle industrie suddette, macchinari per il seguente totale di cavalli-vapore (un cavallo-vapore equivale ad una forza che solleva un peso di 75 chilogrammi alla velocità di un metro al secondo):

                               Industrie               Miniere e                                          Tessili         lavorazioni in metallo—————————————————————————————Inghilterra, 1871                   515,800         1,077,000   cavalli Germania, 1875                     128,125           456,436       “Francia                             100,000 ca.       185,000       “Stati Uniti                         93,000 ca.       370,000       “—————————————————————————————

Così vediamo che la forza-vapore totale impiegata dalle tre nazioni che sono le principali concorrenti dell’Inghilterra ammontano ai tre-quinti della forza-lavoro inglese nelle industrie tessili, e quasi la eguagliano nelle estrazioni minerarie e lavorazioni in metallo. E poiché le loro produzioni progrediscono ad un tasso più rapido di quelle di questo paese, c’è poco da dubitare che la produzione combinata dei primi sorpasserà presto quella di quest’ultima.

Guardiamo, ancora, a questa tabella, che indica i cavalli-vapore impiegati esclusivamente nella produzione di locomotive e motori di navi:

                       Cavalli-Vapore——————————————Gran Bretagna         circa   2,000,000Stati Uniti             ”     1,987,000Germania               ”     1,321,000Francia                ”       492,000——————————————

Ciò mostra ancora più chiaramente quanto poco è rimasto del monopolio inglese dell’industria a vapore, e quanto poco il liberoscambismo è riuscito a garantire all’Inghilterra la superiorità industriale. E che non si dica che questo progresso delle industrie straniere è artificiale, che è dovuto al protezionismo. L’immensa espansione dell’industria tedesca è stata raggiunta sotto il più liberale régime liberoscambista, e se l’America, a causa principalmente di un assurdo sistema doganale interno [43], è costretta a ricorrere ad una protezione più apparente che reale, l’abrogazione di queste leggi doganali sarebbe sufficiente per permetterle di competere nel mercato aperto.

Questa, allora, è la posizione in cui venticinque anni di regno quasi assoluto della dottrina della Scuola di Manchester hanno lasciato il paese. Pensiamo che questi risultati sono tali da richiedere una veloce abdicazione dei gentiluomini di Manchester e Birmingham, così da cedere il turno per i prossimi venticinque anni alle classi lavoratrici. Di certo esse non possono far di peggio.

 

 

Classi sociali
– necessarie e superflue

 

Scritto: primi di agosto 1881
Pubblicato: No. 14, 6 agosto1881, come articolo di fondo

Spesso ci si è chiesto fino a che punto le differenti classi sociali all’interno della società siano utili o persino necessarie. E la risposta è stata ovviamente differente per ogni epoca storica considerata. C’è stato, senza dubbio, un tempo in cui l’aristocrazia terriera era un elemento necessario ed inevitabile della società. Questo, però, avveniva molto, molto tempo addietro. Allora è giunto un periodo in cui la classe media capitalista, la bourgeoisie (come la chiamano i francesi), si è sviluppata con un’inevitabilità ugualmente necessaria, lottando contro l’aristocrazia terriera, distruggendo il suo potere politico e divenendo al suo posto economicamente e politicamente predominante. Ma, dal momento in cui si sono sviluppate le classi sociali, non c’è mai stato un periodo in cui la società potesse sopravvivere senza una classe lavoratrice. Il nome e lo status sociale di questa classe è mutato parecchie volte; il servo ha preso il posto dello schiavo, per esser poi sostituito dal lavoratore libero – libero dalla servitù ma libero anche da qualsiasi possesso al di fuori della propria forza-lavoro. Ma ciò è chiaro: qualsiasi cambiamento avvenga nelle file più alte, non produttive, della società, la società non può vivere senza una classe di produttori. Questa classe, allora, è necessaria sotto qualsiasi circostanza – per quanto deve arrivare il momento in cui essa non sarà più una classe, il momento in cui essa comprenderà l’intera società.

Ora, che necessità c’è allo stato presente per l’esistenza di ognuna di queste tre classi?

L’aristocrazia terriera, quanto meno da un punto di vista economico, è inutile nell’Inghilterra, mentre in Irlanda e Scozia essa è divenuta addirittura molesta per le sue tendenze spopolatrici. Mandare persone oltre oceano o alla fame, e rimpiazzarle con pecore e cervi – questo è l’unico merito che i proprietari terrieri irlandesi e scozzesi possono reclamare. Lasciate che la concorrenza dei vegetali e della carne animale da parte dell’America si sviluppi ancora un po’, e l’aristocrazia terriera inglese farà lo stesso, almeno quella parte di aristocrazia con possedimenti nelle grandi città sui quali rifarsi. Per il resto, la concorrenza del cibo americano ci libererà presto dagli aristocratici. E finalmente!, perché la loro azione politica, tanto nella Camera dei Lord che in quella dei Comuni, non è altro che un fastidio nazionale.

Ma che dire della classe media capitalista, di quella classe illuminata e liberale che ha fondato l’impero coloniale britannico e che ha dato vita alla libertà britannica? Di quella classe che nel 1831 ha riformato il parlamento [44], abrogato le Corn Laws [45], e ridotto tassa dopo tassa? Della classe che ha creato e che tuttora dirige una gigantesca produzione, l’immensa marina mercantile e l’inarrestabile estensione del sistema ferroviario inglese? Di certo questa classe deve essere almeno tanto necessaria quanto la classe operaia che essa dirige e guida di progresso in progresso.

La funzione economica della classe media capitalista è stata, infatti, quella di creare il moderno sistema di industria a vapore e la comunicazione a vapore, e quella di spazzar via qualsiasi ostacolo politico o economico che avrebbe ritardato o intralciato lo sviluppo di tale sistema. Senza dubbio, finché la classe media capitalista ha eseguito tale funzione, essa è stata, nelle date circostanze, una classe necessaria. Ma è ancora così? Continua essa ad adempiere la sua funzione di gestione ed espansione della produzione sociale per il beneficio della società nel suo insieme? Vediamo.

Iniziando con i mezzi di comunicazione, troviamo i telegrafi nelle mani del governo. Le ferrovie e gran parte delle navi a vapore sono posseduti non da singoli capitalisti che gestiscono i propri affari, ma da società per azioni i cui affari sono gestiti, in loro vece, da impiegati salariati, da dipendenti la cui posizione è quella di operai di livello superiore e meglio pagati. Tanto il direttore quanto l’azionista sanno bene che meno i primi interferiscono con la direzione e meno i secondi interferiscono con la supervisione, tanto meglio vanno gli affari. Una rilassata e per lo più superficiale supervisione è, infatti, l’unica funzione lasciata ai proprietari dell’impresa. Vediamo così che in realtà i proprietari di questi immensi stabilimenti non hanno altra funzione se non quella di intascare i dividendi semestrali. La funzione sociale del capitalista è stata qui trasferita ad impiegati pagati con un salario; ma egli continua ad intascarsi, con i suoi dividendi, la paga relativa a queste funzioni, malgrado egli abbia cessato di svolgerle.

Ma ancora un’altra funzione è lasciata al capitalista, che l’estensione della grandi imprese in questione ha costretto a “ritirare” dalla loro amministrazione. E questa funzione è quella di speculare sulle sue azioni nella Borsa valori. Per il desiderio di aver qualcosa di meglio da fare, i nostri “ritirati”, o meglio rimpiazzati, capitalisti, giocano d’azzardo, per la gioia dei loro cuori, in questo tempio di mammone [46]. Essi vanno là con la dichiarata intenzione di intascare denaro che essi fanno finta d’aver guadagnato; sebbene essi dicano che l’origine di ogni proprietà siano il lavoro ed il risparmio – l’origine forse, ma di certo non la fine. Che ipocrisia c’è nel chiudere coercitivamente le piccole case da gioco d’azzardo, quando la nostra società capitalista non può vivere senza una immensa casa da gioco nella quale milioni dopo milioni sono persi e vinti! Qui, infatti, l’esistenza dei “ritirati” azionisti capitalisti diviene non solo superflua, ma persino dannosa.

Ciò che è vero per le ferrovie e per le imbarcazioni a vapore, sta diventando giorno per giorno sempre più vero anche per tutte le grandi fabbriche e stabilimenti commerciali. Trasformazioni di grandi imprese private in società a responsabilità limitata – sono state all’ordine del giorno negli ultimi dieci e più anni. Dai grandi magazzini di Manchester alle ferriere e miniere carbonifere del Galles e del nord, sino alle fabbriche del Lancashire, tutto è stato, o sta per essere, concentrato in società di tal fatta. In tutta Oldham si trova difficilmente un’impresa cotoniera lasciata in mani private; persino il commercio al minuto è sempre più sostituito da “negozi cooperativi”, la gran maggioranza dei quali sono cooperativi solo nel nome – ma di ciò parleremo in un’altra occasione. Vediamo così che, con lo stesso sviluppo della produzione capitalistica, il capitalista viene sostituito grossomodo tanto quanto il tessitore col suo telaio a mano. Con questa differenza, però, che il tessitore a mano è lentamente destinato alla fame, mentre il capitalista soppiantato va verso una lenta morte da indigestione. In una cosa però essi sono assai simili: nessuno sa che fare di se stesso.

Questo, quindi, è il risultato: lo sviluppo economico della nostra società attuale tende sempre più a concentrare, a socializzare la produzione in immensi stabilimenti che non possono più essere gestiti da singoli capitalisti. Tutte le immondizie dell’ “occhio del padrone”, e le meraviglie che esso compie, si riducono a puro nonsenso non appena l’impresa raggiunge una certa grandezza. Immaginate l’ “occhio del padrone” delle ferrovie londinesi e nord occidentali! Ma ciò che il padrone non può fare, l’operaio, l’impiegato salariato della Compagnia, può farlo, e lo fa con successo.

Così il capitalista non può più pretendere il suo profitto come “salario da supervisione”, poiché egli non sorveglia nulla. Ricordiamoci di questo quando i difensori del capitale ripetono questa vuota frase nelle nostre orecchie.

Ma noi abbiamo anche cercato di mostrare, nel numero della scorsa settimana, che la classe capitalista è anche divenuta incapace di gestire l’immenso sistema produttivo del paese; che essa, da un lato, espande la produzione tanto da inondare periodicamente tutti i mercati di prodotti, e dall’altro lato è incapace di tenersi i propri mercati nello scontro con la concorrenza straniera. Così arriviamo al risultato che, non solo possiamo cavarcela molto bene senza l’interferenza della classe capitalista nelle grandi industrie del paese, ma anche che la loro interferenza sta divenendo sempre più una seccatura.

Ancora diciamo loro: “Fatevi da parte! Date agli operai la possibilità di un turno!”

 

Note

  1. Il 21 giugno 1824, sotto la pressione delle masse, il Parlamento inglese ha abrogato il divieto all’istituzione di sindacati adottando “Un Atto per abolire le leggi relative all’associazionismo operaio e ad altri scopi lì definiti” (si allude all’abrogazione dell’ “Atto per prevenire l’associazione illecita degli operai” del 12 luglio 1799). In ogni caso, nel 1825 passò un progetto legislativo sull’associazionismo operaio (“Atto abrogativo delle leggi connesse all’associazionismo degli operaio, sostituendole con altri provvedimenti”, 6 luglio 1825) che, mentre confermava l’abrogazione del divieto d’organizzazione sindacale, allo stesso tempo restringeva enormemente le attività sindacali stesse. In particolare, la semplice agitazione tra gli operai per convincerli ad unirsi ai sindacati e a prender parte agli scioperi era considerata come “coercizione” e “violenza” e punita come un crimine.
  2. La Poor Law [Legge sulla povertà], adottata in Inghilterra nel 1834, prevedeva un’unica forma di assistenza per individui sani in condizioni di povertà: le “Case di lavoro”, istituzioni organizzate con un regime quasi carcerario che ingaggiavano lavoratori per compiere attività improduttive, monotone ed estenuanti. Le persone comuni chiamavano le Case del lavoro “Bastiglie dei poveri”.
  3. La Court of Chancery [Corte di giustizia], o Court of Equity [Corte di equità], è una delle alte corti inglesi che dopo la riforma giudiziaria del 1873 è divenuta una delle divisioni dell’Alta corte di giustizia. La competenza della corte, presieduta dal Lord cancelliere [ministro di grazia e giustizia], copriva materie riguardanti l’eredità, le obbligazioni contrattuali, le società per azioni, ecc. In certi casi i poteri di tale corte si sovrapponevano a quelli di altre alte corti. Le dispute dibattute presso la Court of Chancery erano condotte sulla base della cosiddetta “legge d’equità”.
  4. Riferimento al Congresso di Vienna dei monarchi europei e dei loro ministri (dal settembre 1814 al 9 giugno del 1815), che mise in opera un sistema di trattati a tutto campo tra le potenze europee e la Francia napoleonica.
  5. Engels fa riferimento allo scontento dei proprietari terrieri causato dal Disegno di legge sulla terra approvato dal governo Gladstone il 22 agosto 1881 allo scopo di distogliere i contadini irlandesi dalla lotta rivoluzionaria. Il Disegno di legge restringeva il diritto dei proprietari terrieri di sfrattare i locatari dai loro appezzamenti qualora la rendita non fosse stata pagata per tempo. Malgrado il fatto che la legge del 1881 concedesse la possibilità ai proprietari terrieri di vendere i propri possedimenti allo stato guadagnandoci sopra un buon profitto, e malgrado il livello delle rendite fosse alto, i proprietari terrieri inglesi continuarono ad opporsi alla legge tentando di preservare il loro illimitato dominio sull’Irlanda. Nonostante l’approvazione della legge, in Irlanda continuarono ad esserci sfratti illegali, cosa che provocò la resistenza dei contadini.
  6. La People’s Charter [Carta del popolo], che conteneva le richieste dei Cartisti, venne pubblicata nella forma di disegno di legge parlamentare l’8 maggio 1838. Essa era composta di sei punti: suffragio universale (per uomini maggiori di 21 anni), elezioni annuali, voto segreto, distretti elettorali uguali, abolizione della proprietà qualificata per i parlamentari e istituzione di pagamenti per questi. Petizioni che incitavano all’adozione del People’s Charter vennero bocciate dal parlamento nel 1839, 1842 e 1848.
  7. Riferimento al secondo Progetto legislativo di riforma [second Reform Bill] approvato dal parlamento britannico il 15 agosto 1867 sotto la pressione del movimento operaio di massa e la diretta partecipazione in esso del Consiglio generale della Prima Internazionale. Con questa nuova legge venne abbassata la proprietà qualificata richiesta per i votanti, il cui numero venne raddoppiato, con il suffragio concesso anche a parte dei lavoratori qualificati. La gran maggioranza della popolazione lavoratrice, comunque, restò ancora estromessa dal diritto di voto.
  8. A partire dalla fine degli anni ’70 del secolo scorso, il movimento operaio inglese si è gradualmente liberato dall’influenza del partito liberale.

Gli operai più avanzati hanno preso parte alle attività delle organizzazioni più radicali ed alle campagne per l’autodeterminazione irlandese. Nel 1879 venne istituita a Birmingham la Midland Social-Democratic Association e nel 1881 a Londra la Lega per l’emancipazione del lavoro. Di grande importanza è stata la Federazione democratica, fondata a Londra nel giugno 1881 e ribattezzata tre anni dopo Federazione social-democratica, che ha riconosciuto apertamente i principi marxisti.

  1. La questione principale discussa nella Camera dei Comuni durante il dibattito sulla conclusione di una trattato commerciale con la Francia, fu la nuova tariffa doganale adottata dal governo francese l’8 maggio 1881. Tale tariffa stabiliva alcune restrizioni alle importazioni nell’interesse dell’industria francese. Malgrado il fatto che si era più volte discusso nel corso dell’anno della questione di stipulare un nuovo trattato, le parti interessate non riuscirono a concordarsi su una risoluzione accettabile.
  2. A. J. Balfour fu eletto in parlamento nel distretto di Hertford, nel sud-est inglese.
  3. Scuola di Manchester – tendenza del pensiero economico che rifletteva gli interessi della borghesia industriale. I suoi sostenitori, conosciuti come Liberoscambisti, patrocinavano la rimozione delle tariffe protettive e il non intervento dello stato nella vita economica. Il centro dell’agitazione liberoscambista era Manchester, dove il movimento era guidato da due industriali tessili, Richard Cobden e John Bright. Negli anni ’40 e 50 dell’800 i liberoscambisti formavano un gruppo separato, che in seguito divenne l’ala sinistra del Partito liberale.
  4. Riferimento alla tariffa protettiva proposta al Congresso dal Repubblicano Justin Smith Morrill e approvata al Senato il 2 marzo 1861. Essa accresceva notevolmente i dazi doganali. In seguito, durante la guerra civile americana e negli anni 1867 e 1869, fu più volte revisionata, fino a portare nel 1869 la dimensione media dei dazi alle importazioni al 47 percento. Nel 1870 e nel 1872 questi dazi vennero ridotti al 10 percento, ma tale provvedimento venne annullato nel 1875.
  5. La prima colonia inglese ad ottenere lo status di dominio è stata il Canada (nel 1867).
  6. Dopo l’abolizione della Compagnia delle Indie Orientali nel maggio 1858, l’India fu messa sotto diretta amministrazione della Corona britannica. Nel tentativo di proteggere l’industria tessile nazionale, le autorità indiane hanno introdotto un dazio del 5 percento sui prodotti cotonieri inglesi importati. Però, gli industriali del Lancashire sono riusciti, nel 1879, a ottenere una abolizione di tale dazio (poi, nel 1882, vennero aboliti anche dazi su altri beni).

La Compagnia delle Indie Orientali fu fondata nel 1600. Essa godeva di un monopolio nel commercio con le Indie orientali e giocò una parte decisiva nella creazione dell’impero coloniale britannico.

  1. Riferimento alle guerre di coalizione dei paesi europei contro la Repubblica francese (1792-1802) e contro Napoleone (1805-15).
  2. Nel 1814 e nel 1822 le autorità francesi introdussero alte tariffe all’importazione di ferro, nel 1819 all’importazione di grano, bestiame e lana, e, nel 1826, raddoppiarono le tariffe su maiali, ferro e acciaio.
  3. Lo sviluppo economico della Germania fu assai sfavorito dalla frammentazione politica, dall’assenza di leggi commerciali universali, dalle barriere doganali interne e dalla molteplicità di valute e di sistemi di misura e di peso. Il 26 maggio 1818 la Prussia, da sola, approvò una legge per l’abolizione dei dazi interni e per l’introduzione di una tariffa doganale universale.
  4. Le Corn Laws [Leggi sul grano], la prima delle quali venne istituita già nel quindicesimo secolo, imponevano alte tariffe doganali sull’importazione dei prodotti agricoli sì da poter mantenere alti i prezzi per quei prodotti sul mercato interno. Le leggi sul grano servivano gli interessi dei grandi proprietari terrieri.
  5. La Anti-Corn Law League fu fondata nel 1838 dagli industriali di Manchester e dai leader liberoscambisti Richard Cobden e John Bright. Domandando completa libertà di commercio, essa ha lottato per l’abolizione delle Corn Laws. Per questa via ha cercato di intaccare la posizione economica e politica dell’aristocrazia terriera e di abbassare il costo della vita, rendendo così possibile un abbassamento dei salari operai. Dopo l’annullamento delle Corn Laws avvenuto nel 1846, la Lega ha cessato d’esistere.
  6. La campagna per l’introduzione di leggi protezionistiche ebbe inizio in Germania con la crisi del 1873. Il 15 febbraio 1876 diverse organizzazioni protezionistiche si unirono in un corpo unico, la Centralverband Deutscher Industrieller zur Beförderung und Wahrung nationaler Arbeit. Nel 1876, durante la crisi agricola, i grandi proprietari terrieri (Junker prussiani su tutti), si unirono a tale campagna. Nell’ottobre del 1877, i sostenitori agricoli ed industriali della riforma raggiunsero un accordo. Nel marzo dell’anno seguente venne formata un’organizzazione non partitica, la Freie wirtschaftliche Vereinigung, alla quale si unirono nel settembre-ottobre ben 204 deputati del Reichstag. In dicembre Bismarck sottomise un abbozzo preliminare della riforma sul commercio estero ad una speciale commissione. Nel luglio del ’79 tale disegno divenne legge effettiva, introducendo sostanziali aumenti dei dazi all’importazione sia su ferro, macchinari e prodotti tessili, che su grano, bestiame, lardo, lino, legname, ecc.
  7. Dopo che il congresso socialista tenutosi a Marsiglia nell’ottobre 1879 ebbe deciso di fondare il Partito operaio francese, un gruppo di socialisti, guidato da Jules Guesde, mandò a chiedere a Marx ed Engels, per il tramite di Paul Lafargue, di dar loro una mano nel tratteggiare il programma del partito.
  8. Alle elezioni municipali del 9 gennaio 1881 il Partito operaio francese ottenne 40.000 voti e vinse tutti i seggi del Consiglio cittadino di Commentry.
  9. Dal 9 settembre 1879 al 5 giugno 1881, i deputati della fazione socialdemocratica al Reichstag sono stati: August Bebel, Wilhelm Bracke, Friedrich Wilhelm Fritzsche, Wilhelm Hasselmann, Max Kayser, Wilhelm Liebknecht, Klaus Peter Reinders, Julius Vahlteich e Philipp Wiemer. Dopo le morti di Bracke e Reinders, i loro seggi son stati occupati da Ignaz Auer e Wilhelm Hasenclever.

Al Congresso di Wyden tenutosi il 22 agosto 1880, Hasselmann fu espulso dal partito e, conseguentemente, dal gruppo parlamentare.

  1. Il Consigli superiori [Boards of Guardians]: corpo esecutivo locale inglese eletto per amministrare le Poor Laws [leggi sui poveri] nei comuni o nei distretti.
  2. Nella sua lettera John Noble cita i discorsi di Richard Cobden fatti alla Camera dei Comuni il 24 febbraio 1842 ed il 27 febbraio 1846, come anche l’indirizzo adottato dall’Anti-Corn Law League nella riunione di Manchester del 20 agosto 1842 e pubblicato sul The Times, No. 18069, del 23 agosto 1842.
  3. Engels ha vissuto a Manchester, dove ha lavorato presso l’impresa del padre Ermen & Engels, dal dicembre 1842 alla fine di agosto del 1844.
  4. Engels descrive la sua partecipazione all’assemblea dell’Anti-Corn Law League tenutasi a Salford nel 1843 nelle sue “Lettere da Londra”.
  5. Nel 1879, come risultato della fusione tra dei partiti socialisti fiammingo e Brabant, nacque il Partito socialista belga (Parti socialiste belge).

Nel 1881 i gruppi socialdemocratici olandesi formarono l’Unione socialdemocratica (Sociaal-Demokraatische Bond).

Nello stesso anno in Italia i lavoratori coscienti e politicamente avanzati formarono assieme agli intellettuali rivoluzionari il Partito Rivoluzionario di Romagna, che fu il primo passo nel lavoro di costruzione di un partito operaio italiano.

  1. Alla metà del 1878, partiti socialdemocratici esistevano: in Germania (dal 1869), Svizzera (giugno 1878), Danimarca (1876), Portogallo (1875) e Belgio (1877). Negli USA, il congresso unitario delle organizzazioni socialiste tenutosi a Filadelfia diede vita al Partito laburista [Labor party] americano, che nel dicembre 1877 venne rinominato Partito socialista laburista [Socialist Labor Party].
  2. Il riferimento è alla seconda riforma elettorale introdotta in Inghilterra nel 1867. Sotto la nuova legge, i requisiti di proprietà vennero abbassati, per i fittavoli, a 12 sterline d’affitto annuo; nelle città e nelle cittadine il suffragio venne garantito a tutti i proprietari e locatari di casa, tanto quanto agli inquilini che fossero residenti nella località da almeno un anno e che pagassero un affitto non inferiore alle 10 sterline.
  3. St. Stephen’s – la cappella in cui la Camera dei comuni tenne le sue sedute dal 1547 fino all’incendio del 1834.
  4. La Legge eccezionale contro i socialisti (Gezetz gegen die gemeinefährlichen Bestrebungen der Sozialdemokratie – la Legge contro le nocive e pericolose aspirazioni della socialdemocrazia) venne introdotta dal governo di Bismarck, appoggiato dalla maggioranza del Reichstag, il 21 ottobre 1878 per neutralizzare il movimento socialista operaio. Questa legge, meglio conosciuta come Legge anti-socialista, rese illegale il Partito socialdemocratico di Germania, proibì tutti i partiti e le organizzazioni di massa dei lavoratori e la stampa operaia e socialista; sulla base di questa legge, la letteratura socialista venne confiscata ed i socialdemocratici vennero fatti oggetto di rappresaglie. Comunque, durante queste operazioni, il partito socialdemocratico, assistito da Marx ed Engels, sradicò sia gli elementi opportunisti che quelli “ultra-sinistri”, e seppe rafforzare ed allargare la propria influenza tra i lavoratori combinando abilmente metodi di lavoro legali ed illegali. Sotto la pressione del movimento operaio di massa, la Legge anti-socialista venne abrogata il primo di ottobre 1890.
  5. L’introduzione del Disegno di legge sulla terra incontrò la resistenza da parte dei fittavoli irlandesi. Utilizzando la Legge coercitiva [Coercion Act], approvata nel marzo 1881, il segretario capo [Chief Secretary] per l’Irlanda, Forster, applicò misure straordinarie mandando truppe in Irlanda per sfrattare i fittavoli che rifiutavano di pagare la rendita.
  6. Riferimento alle elezioni del Reichstag del 10 gennaio 1877 e del 30 luglio 1878.
  7. Riferimento al tentato omicidio di Guglielmo I compiuto l’11 maggio 1878 ad opera di Emil Hödel, ch’era stato in precedenza espulso dall’Associazione socialdemocratica di Lipsia, e a quello del 2 giugno compiuto dall’anarchico tedesco Karl Eduard Nobiling, che non è mai stato membro del partito socialdemocratico tedesco. Questi eventi diedero avvio ad una maliziosa campagna contro i socialisti e servirono da scusa per la promulgazione della Legge anti-socialista.
  8. Decreti coercitivi vennero adottati parecchie volte dal governo britannico attraverso tutto il diciannovesimo secolo allo scopo di sopprimere i movimenti rivoluzionari e di liberazione nazionale in Irlanda. Con essi veniva dichiarato lo stato d’assedio in territorio irlandese, e le autorità inglesi erano fornite di poteri straordinari.
  9. Il 27 aprile 1880 Georg Wilhelm Hartmann vinse il mandato alle elezioni suppletive del Reichstag nel secondo distretto d’Amburgo.
  10. Un minore stato d’assedio fu dichiarato a Lipsia il 27 giugno 1881. Precedentemente era stato introdotto a Berlino e, il 28 ottobre 1880, ad Amburgo-Altona e dintorni.
  11. Attraverso la Legge coercitiva [Coercion Act], le autorità inglesi arrestarono, tra il maggio e l’ottobre 1881, eminenti deputati irlandesi, membri della Irish National Land League guidata da Charles Parnell, che si opponeva all’introduzione della Land Bill del 1881. Tra i prigionieri c’era John Dillon, un leader politico irlandese, membro del parlamento inglese, uno dei leader della League.
  12. Irish National Land League – organizzazione di massa irlandese fondata nel 1879 dal democratico piccolo-borghese Michael Davitt. La League univa larghe sezioni dei contadini irlandesi e dei cittadini poveri, ed era appoggiata dalle sezioni progressiste della borghesia irlandese. Le sue richieste agricole rispecchiavano le proteste spontanee delle masse irlandesi contro i proprietari terrieri e l’oppressione nazionale. Tuttavia alcuni dei leader della League adottarono posizioni incoerenti, e questo fatto venne utilizzato dai nazionalisti borghesi (Parnell ed altri), che tentavano di ridurre l’attività della League alla campagna per l’autogoverno, cioè, per garantire all’Irlanda poteri locali all’interno della struttura dell’Impero Britannico. Essi non sostenevano la causa dell’abolizione della proprietà terriera inglese, richiesta avanzata invece dai democratici rivoluzionari. Nel 1881 la Land League fu bandita, ma di fatto continuò al sua attività sino ai tardi anni ottanta.
  13. Riferimento alle attività dell’Anti-Corn Law League.
  14. Negli anni 1873-78 l’Inghilterra entrò in un periodo di “grande depressione”, una profonda crisi industriale aggravata da una crisi agricola, che perdurò sino alla fine degli anni novanta. L’anno 1874 testimoniò un crollo della produzione di carbone e minerale ferroso. Nel 1875 calò anche la produzione dell’industria cotoniera.
  15. Il sistema doganale interno è uno dei principali sistemi di tassazione indiretta che colpisce soprattutto beni d’uso quotidiano (sale, zucchero, caffè, fiammiferi, ecc.) e servizi largamente usati come i trasporti. Con esso si include un dazio al prezzo dei beni o dei servizi, dazio che va così a colpire il consumatore.

Negli USA ogni stato ha il proprio sistema doganale, che investe sigarette, alcool e petrolio. Il primo dazio sul whisky fu introdotto in USA il 3 marzo 1791.

  1. Riferimento al movimento per la riforma parlamentare sviluppatosi in Inghilterra negli anni 1830-31. La riforma del 1832 garantì la rappresentanza ai proprietari di case ed ai locatari con non meno di 10 sterline di reddito annuo. Gli operai ed i piccolo borghesi, che erano la forza motrice della campagna riformistica, non ottennero però il diritto di rappresentanza.
  2. Il 26 giugno 1846 il parlamento inglese votò due leggi per abolire tutte le restrizioni all’importazione del grano in Gran Bretagna, leggi che rappresentarono una vittoria della borghesia industriale sull’aristocrazia terriera.
  3. Mammone: voce neotestamentaria, la ricchezza terrena esaltata e quasi divinizzata; il demone tentatore della ricchezza, quindi il diavolo stesso (“Non si possono servire contemporaneamente Dio e mammone”, Matteo 6,24; Luca 16,13)
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...."L’ineguaglianza dello sviluppo economico e politico è una legge assoluta del capitalismo. Ne risulta che è possibile il trionfo del socialismo all’inizio in alcuni paesi o anche in un solo paese capitalistico, preso separatamente...." Lenin -Sulla parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa-Pubblicato sul Sozial-Demokrat, n. 44, 23 agosto 1915.
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