K. Marx, Il metodo dell’economia politica, 1857 Introduzione ai Lineamenti fondamentali (Grundrisse) di critica dell’economia politica

K. Marx, Il metodo dell’economia politica, 1857
Introduzione ai Lineamenti fondamentali (Grundrisse) di critica dell’economia politica
(da Marx-Engels, Opere Complete, Editori Riuniti 1989 – vol. 29 pagg. 33-41)

Premessa del curatore del testo di Marx
In un testo come la traduzione della nota di Marx che segue, la scelta dei vocaboli e la giusta comprensione dell’accezione in cui sono usati hanno notevole importanza. Il pensiero dell’autore è spesso molto lontano dalla cultura oggi corrente e dal senso comune in voga, benché per forza di cose si avvalga dei vocaboli del linguaggio corrente. Il lettore deve quindi stare attento all’accezione particolare in cui un vocabolo viene usato, per non essere trascinato dai luoghi comuni a travisare il significato del testo. Le annotazioni inserite nel testo tra parentesi quadre dovrebbero evitare che il lettore attribuisca al vocabolo impiegato accezioni improprie. Dove non è diversamente indicato nel testo o in nota, per i significati dei vocaboli usati rimando al vocabolario italiano lo Zingarelli 1999 Zanichelli.
A premessa va detto che noi comunisti analizziamo la realtà usando il materialismo dialettico. Noi consideriamo la società borghese come un grado di svolgimento storicamente transitorio della produzione sociale e della sua sovrastruttura, la studiamo nel suo movimento e scomponiamo la realtà sociale nelle parti che la compongono secondo leggi e relazioni proprie della società di cui trattiamo. Le nostre categorie sono il nome che diamo a parti o aspetti che l’attuale società borghese ha o ha avuto, distinti tra loro per la diversa funzione che adempiono nella vita della società. I sociologi (filosofi, economisti, ecc.) borghesi considerano invece la società borghese come la forma assoluta e definitiva della società umana rispetto alle quale possono esistere solo deviazioni ed errori. Essi usano categorie arbitrarie, tradizionali, metafisiche, mistificatorie: hanno un’immagine della realtà che non è materialista dialettica, cioè non considerano la società come un tutto unitario che è in movimento continuo e che si articola in parti le cui relazioni di unità e lotta ne determinano il movimento. Essi hanno della società un’immagine che viene loro dal passato e dal ruolo della classe dominante di cui riflettono gli interessi, con i cui occhiali “vedono” la società. Noi comunisti, come dirigenti della classe operaia e delle altre classi sfruttate, vogliamo capire dove la società umana va e quindi che cosa la fa muovere, quali sono le leggi della sua trasformazione. Troviamo risposta a questo ricostruendo la storia della sua formazione dalle società che l’hanno preceduta e della sua evoluzione e studiando le relazioni attuali (ovviamente facciamo questa ricostruzione e questo studio meglio che ne siamo capaci: quindi non escludiamo errori, ripensamenti, correzioni). I sociologi borghesi dividono la società in parti corrispondenti alla loro visione antiquata, fantastica, irreale di essa: considerate la Divina Commedia e come Dante divideva il mondo o I promessi sposi e come don Ferrante divideva la natura. Pensate a uno che divide e raggruppa i componenti di un’auto secondo la loro forma geometrica (rotondi, piatti, sferici, ecc.) anziché secondo la loro funzione, perché “non ammette” l’attività dell’auto e quindi la funzione de singoli pezzi.
Qui di seguito segnaliamo il significato di alcuni termini che sono essenziali per comprendere il ragionamento che Marx compie nel testo che segue.
– Concreto: il concreto reale è quello che esiste indipendentemente da noi e si presenta direttamente e immediatamente a noi, combinazione di molti aspetti e di molti elementi e che a prima impressione ci appare come un insieme caotico. Il concreto di pensiero è la sua riproduzione nella nostra mente, sintesi di molti concetti. Concreto è quindi qui di seguito usato in una accezione diversa, per quanto affine, da quella che ha quando si considera la successione generale, particolare, concreto (qui e ora). Il concreto reale è una totalità completa di tutte le parti e di tutti gli aspetti che nella realtà le sono propri, senza dei quali non esiste; priva di alcuni di essi esiste solo nella nostra mente, frutto della nostra intuizione di essa, della nostra rappresentazione di essa, della nostra astrazione.
– Astrazione: considerare un aspetto (una cosa) prescindendo dagli altri aspetti (dalle altre cose) con cui nella realtà, nel concreto reale con cui abbiamo a che fare, esso è connesso: connesso non accidentalmente perché solo connesso con questi esso esiste nel concreto reale (come il colore esiste solo come aspetto di cose colorate). L’astrazione consiste anche nel trovare e considerare i caratteri comuni di cose tra loro distinte (e prescindere per ognuno dagli altri caratteri che sono propri anch’essi alla cosa) per costruire una teoria generale valevole per tutte. Consiste anche nel concentrare l’attenzione su un aspetto di una cosa a prescindere dagli altri con cui nella realtà l’aspetto considerato è un relazione. Il risultato dell’astrazione, l’astratto, non è riscontrabile immediatamente in nessuna cosa particolare: lo si riscontra solo se si prescinde dai caratteri particolari di questa. Ne segue che con l’astrazione (astraendo da aspetti o cose) noi costruiamo qualcosa che, isolato, esiste solo nella nostra mente: è un concetto che è categoria del reale da noi ricostruito nella nostra mente, che chiamiamo concreto di pensiero.
– Intuizione: percezione immediata di una cosa che abbiamo tramite i nostri sensi.
– Rappresentazione: immagine di una cosa che si forma nella nostra mente.
– Totalità: l’insieme di tutti gli enti (cose, vegetali, animali, persone, concetti) di cui nel contesto concreto si sta trattando. Spesso nel testo che segue sta per società.
Nel testo che segue le parti tra parentesi quadre inserite nel testo e le note sono del curatore.

Quando consideriamo un paese dal punto di vista dell’economia politica [1] solitamente incominciamo con la sua popolazione, la divisione di questa in classi,[2] la città, la campagna, il mare, i diversi rami della produzione, l’esportazione e l’importazione, la produzione e il consumo annui, i prezzi delle merci, ecc.

1. – Economia politica: intesa come economia (attività lavorativa con cui si producono beni o servizi) di un intero paese e contrapposta a economia domestica (della famiglia) e a economia individuale.
La stessa espressione economia politica a volte è usata per indicare l’attività economica di un intero paese, altre volte invece per indicare la dottrina (la teoria) relativa a questa attività.
Inoltre che quando parla di economia politica intesa come dottrina, Marx si riferisce all’economica politica classica: quel corso di idee, di studi e di elaborazioni sviluppatosi in Europa Occidentale (principalmente in Inghilterra, Francia e Germania) a partire dal secolo XVI. Questo corso termina nei decenni immediatamente successivi al periodo (autunno 1857) in cui Marx scrive i quaderni da cui è tratto il testo che presentiamo. L’economia politica classica era stata studio delle società dell’Europa Occidentale, teso a capire cosa stava succedendo in esse, quali erano i rapporti tra le classi che le componevano, sia pure ancora intesi non come relativi (ai paesi e ai tempi) ma come rapporti conformi a una supposta natura umana, rispetto ai quali i rapporti aventi corso in altre nazioni e in altri tempi erano strane e trascurabili deviazioni.
Spaventata dalle conclusioni a cui i suoi studiosi erano giunti, dalla metà del secolo XIX in avanti la borghesia abbandonò quel corso di studi. Da allora l’economia politica praticata e insegnata nelle sue principali istituzioni (università, pubblicazioni, istituti di ricerca, ecc.) divenne studio dell’andamento dei mercati, della gestione delle aziende, delle operazioni di banca e di borsa, ecc., cioè della condotta e delle operazioni dei borghesi, individui e istituzioni, protagonisti dell’attività economica della moderna società borghese. Tale essa è ancora ai nostri giorni presso istituzioni ed esponenti della borghesia imperialista, da cui la sinistra borghese (l’insieme di uomini politici, intellettuali e funzionari che pur malcontenti del corso delle cose e ad essi sentimentalmente ostili, sono alieni dal comunismo se non ad esso ostili) intellettualmente è del tutto dipendente.

2. – Classi: si chiamano classi quei grandi gruppi di persone che si differenziano per il posto che occupano nel sistema storicamente determinato della produzione sociale, per i loro rapporti (per lo più sanciti e fissati da leggi) con i mezzi di produzione, per la loro funzione nell’organizzazione sociale del lavoro e, quindi, per la misura della parte di ricchezza sociale di cui dispongono e per il modo in cui la ricevono e ne godono. Le classi sono gruppi di persone, dei quali l’uno può appropriarsi del lavoro dell’altro, a seconda del differente posto da esso occupato in un determinato sistema di economia sociale. La formulazione è di Lenin, La grande iniziativa (1919), Opere complete, Editori Riuniti 1967, vol. 29.

Sembra giusto incominciare con ciò che è reale e concreto, con il presupposto reale [dell’attività di cui trattiamo]; quindi ad esempio nell’economia politica incominciare con la popolazione, che è la base e il soggetto della complessiva attività produttiva di una società. Eppure, considerando le cose più da presso, ciò si rivela sbagliato. La popolazione è un’astrazione [nel senso che nella realtà ogni popolazione esiste solo articolata in date classi, in un dato ambiente naturale, ecc.] se, ad esempio, non tengo conto delle classi di cui si compone. Queste classi a loro volta sono una parola priva di significato, se non conosco gli elementi sui quali esse si fondano: ad esempio il lavoro salariato,  il capitale, ecc. Questi presuppongono lo scambio, la divisione del lavoro, i prezzi, ecc. Non ha senso, ad esempio, parlare di capitale senza lavoro salariato e parimenti senza valore, denaro, prezzi, ecc. Se dunque incominciassi [l’esposizione dell’economia politica] con la popolazione, avrei una rappresentazione caotica dell’insieme e solo attraverso un’indagine più fine perverrei, tramite l’analisi [cioè la scomposizione di una cosa negli elementi che la compongono], a concetti via via più semplici. Dovrei a partire dall’immagine del concreto andare verso astrazioni sempre più sottili, fino a giungere ai concetti più semplici. A quel punto dovrei percorrere nuovamente il viaggio, ma ora a ritroso, fino a giungere finalmente, di nuovo, alla popolazione. Questa volta però non sarebbe più la rappresentazione caotica di un insieme, bensì una ricca totalità di molti elementi e relazioni.
La prima via è quella che l’economia politica ha imboccato storicamente, al suo sorgere. Ad esempio, gli economisti del XVII secolo [3] incominciano sempre dall’insieme vivente, la popolazione, la nazione, lo Stato, più Stati, ecc. Ma, analizzando, sono sempre infine arrivati a individuare alcune relazioni astratte e generali decisive, come la divisione del lavoro, il denaro, il valore, ecc. Appena questi singoli elementi furono più o meno chiaramente dedotti e astratti, essi elaborarono sistemi di economia politica che da concetti semplici come il lavoro, la divisione del lavoro, il bisogno, il valore di scambio, si sviluppavano fino allo Stato, allo scambio internazionale e al mercato mondiale.

3. – Economisti del secolo XVII: Marx si riferisce in particolare all’inglese Petty Sir William (1623-1687) e al francese Pierre Le Pésant, Sieur de Boisguillebert (1646-1714), considerati i fondatori dell’economia politica classica.

Quest’ultimo è evidentemente il giusto metodo scientifico. Il concreto è concreto perché è sintesi di molti elementi, dunque unità di elementi distinti. Nel corso del pensiero, esso [il concreto] compare quindi a conclusione di un processo, come risultato e non come il punto di partenza, benché sia il reale punto di partenza e quindi anche il punto d’avvio dell’intuizione e della rappresentazione. Seguendo la prima via, la percezione complessiva e immediata si disintegra (si dissolve) in elementi astratti; la seconda via invece conduce a riprodurre il concreto attraverso un processo di pensiero che parte da elementi astratti.
Fu a causa di questo che Hegel cadde nell’illusione di ritenere che il reale fosse il risultato del pensiero che sintetizza se stesso [cioè crea nuovi pensieri] con i suoi stessi elementi [costitutivi del pensiero], cercando sempre più a fondo in se stesso mosso da una sua propria interna motivazione. In realtà il metodo di salire dall’astratto al concreto è, per il pensiero [cioè per l’uomo che pensa], solo il modo in cui esso fa suo il concreto [reale] e lo riproduce nella mente come concreto di pensiero. Ma assolutamente non è questo il modo in cui nasce il concreto [reale]. Per fare un esempio: anche la più semplice categoria dell’economia politica, come ad esempio il valore di scambio, presuppone una popolazione, una popolazione che produce in condizioni ben definite, come pure un certo tipo di sistema familiare, o comunitario, o statale, ecc. Il valore di scambio non può esistere [nella realtà] che come relazione astratta, unilaterale [particolare] di un insieme concreto, vivente, già dato.
Invece come categoria [come elemento del pensiero, come concetto], il valore di scambio è già presente nell’opera di pensatori di tempi antichissimi. Di conseguenza alla coscienza che considera la mente in azione [la mente pensante] come se essa fosse il vero uomo reale e di conseguenza considera il mondo pensato come, in quanto tale, l’unico mondo reale – e la coscienza del filosofo [idealista – è ai filosofi idealisti della filosofia classica tedesca, in particolare a Hegel, che Marx si riferisce] è precisamente cosiffatta – il movimento delle categorie appare come il reale atto di creazione – il quale, purtroppo [pensa il filosofo idealista], riceve un impulso dall’esterno – il cui risultato è il mondo. E ciò (ma si tratta nuovamente di una tautologia [il pensato è prodotto del pensiero: il ché è ovvio come è ovvio che un uomo con il cappello ha il capo coperto]) è esatto nella misura in cui la totalità concreta, intesa come totalità pensata, come concreto di pensiero, è infatti un prodotto del pensare, del comprendere: in nessun  caso è però un prodotto del pensiero che si sviluppa al di fuori o al di sopra  dell’intuizione e della rappresentazione [del mondo reale] e che genera se stesso, bensì è un prodotto dell’elaborazione dell’intuizione e della rappresentazione per ricavarne pensieri [concetti]. La totalità quale appare nella mente, cioè come totalità di pensiero, è un prodotto della mente pensante che si appropria del mondo nell’unico modo che le è possibile, un modo differente dall’appropriazione artistica, religiosa, pratico-spirituale di questo mondo. L’ente reale continua a sussistere, prima e dopo, nella sua autonomia al di fuori della mente. Ciò finché la mente mantiene un atteggiamento soltanto speculativo, soltanto teorico [cioè finché la mente, il pensiero, le idee non diventano guida dell’azione pratica, guida dell’uomo nella sua azione pratica, forza che trasforma il mondo]. Anche quando si procede con il metodo teorico [cioè da idea a idea], il soggetto, la società deve quindi costantemente esser presente alla rappresentazione come presupposto [del pensiero e dello sviluppo teorico, perché è dal reale che chi pensa attinge le leggi e i caratteri della ricostruzione del reale nella sua mente che egli sta facendo].[4] [5]

4. “Il modo logico di trattare l’economia politica era quindi il solo adatto. Questo però non è altro che il modo storico, ma spogliato della forma storica e degli elementi occasionali che ne perturbano e complicano il corso. Nel modo come comincia la storia, così deve cominciare anche il corso dei pensieri e il loro corso ulteriore non sarà altro che il riflesso, in forma astratta e teoricamente conseguente, del corso della storia; un riflesso corretto, ma corretto secondo leggi che il corso stesso della storia fornisce, perché ogni momento può essere considerato nel punto del suo sviluppo in cui ha raggiunto la sua piena maturità, la sua ‘forma classica’” (F. Engels, Karl Marx. Per la critica dell’economia politica (1859), Opere complete, Editori Riuniti 1983, vol. 16 pag. 479).

5. Nella parte che segue, Marx indica i limiti entro cui va inteso il metodo scientifico di esposizione dell’economia politica che fin qui ha indicato. Esso è scientifico nel senso che ci fornisce una conoscenza approfondita della società borghese, confermata non solo dalla spiegazione che fornisce dei singoli suoi fenomeni ma principalmente dal fatto che ci rende capaci di trasformare la società borghese, come la chimica è scienza perché non solo spiega le trasformazioni delle sostanze che si verificano in natura, ma ci permette di trasformare le sostanze e produrne di nuove con gli stessi atomi. Possiamo descrivere scientificamente la società attuale solo partendo da categorie semplici (che ricaviamo per astrazione dalla società borghese concreta, come si presenta a chi la studia). È la logica del percorso seguito dalla specie umana. Esiste una logica evolutiva nello sviluppo storico reale della specie umana. Essa parte dalle società più primitive e arriva alla società borghese attuale ed è questa logica che dobbiamo scoprire e capire, per sapere dove la società attuale può andare e come farla andare in quella direzione. Ma questo sviluppo non è lineare. Vi sono eccezioni, divagazioni, passi avanti che non hanno sviluppo, passi indietro, anticipazioni che restano come aspetti secondari negli stadi più avanzati dello sviluppo, ecc. Il percorso storico non coincide con la logica dello sviluppo che l’umanità ha seguito.

6. – Possesso: il potere di disporre di una cosa in esclusiva. Il possesso differisce dalla proprietà perché questa è il potere di disporre di una cosa in esclusiva, ma riconosciuto e regolato da leggi e quindi presuppone una società più complessa di quella presupposta per il possesso.

7. Perché un individuo o un gruppo usi in esclusiva una cosa, ad esempio un terreno, occorre che questo individuo non produca più insieme agli altri, che si sia rotta l’unità nella produzione e nel consumo, che la comunità primitiva sia superata o in via di superamento verso una società più evoluta.

Ma queste categorie semplici [ad es. il denaro] non hanno esse [oltre all’esistenza come elementi particolari della moderna società borghese e nostre astrazioni da essa] anche un’esistenza storica o naturale indipendente, prima delle categorie più concrete [prima delle società più sviluppate]? Dipende!
Hegel ad esempio giustamente inizia la sua filosofia del diritto [cioè del sistema di norme legislative o abitudinarie che disciplinano i rapporti sociali] con il possesso,[6] la più semplice relazione giuridica [cioè relazione a cui si applicano leggi] del soggetto. Ma non esiste possesso alcuno prima che si sia sviluppata la famiglia o la relazione di dominio e servitù e queste sono relazioni molto più concrete [storicamente successive].[7] Sarebbe stato giusto d’altra parte affermare che esistono famiglie e unità tribali presso cui vi è già possesso ma non ancora proprietà. La categoria più semplice in relazione con la proprietà [cioè il possesso] compare dunque come relazione [effettiva e autonoma dalla proprietà] nelle associazioni familiari o tribali più semplici. Nella società più progredita essa [la categoria più semplice, il possesso] compare come il rapporto più semplice di un’organizzazione più sviluppata. Il sostrato concreto la cui relazione caratteristica è il possesso, è però sempre presupposto: infatti si può immaginare un singolo selvaggio che abbia possessi. Ma in tal caso il possesso non è un rapporto giuridico [oggetto di leggi]. Non è però vero che storicamente il possesso si sviluppa in direzione della famiglia. Piuttosto esso presuppone sempre questa “categoria giuridica più concreta” [la famiglia].
Con tutto ciò resterebbe sempre il fatto che le categorie più semplici [ad es. il possesso] sono espressione di relazioni nelle quali il concreto meno sviluppato può essersi realizzato [essere effettivamente esistito] senza avere ancora posto la relazione o connessione più complessa che nella mente è espressa nella categoria più concreta [la proprietà]; mentre il concreto più sviluppato conserva quella stessa categoria [semplice, il possesso] come una relazione subordinata.[8]
Il denaro può esistere ed è storicamente esistito prima che esistessero il capitale, le banche, il lavoro salariato, ecc. In questo senso si può quindi affermare che la categoria più semplice [il denaro] può esprimere o relazioni che dominavano in una società meno sviluppata [cioè ancora senza il capitale, le banche, il lavoro salariato, ecc.] o relazioni subordinate in una società più sviluppata [quella borghese del 1857], [la categoria più semplice , il denaro, può esprimere] relazioni che storicamente esistevano ancor prima che la società si sviluppasse nella direzione espressa da una categoria più concreta [la società borghese immediatamente percepibile nel 1857].[9]

8. È per questo che, come detto sopra, il valore di scambio, cioè la merce, come concetto è presente in pensatori di tempi antichissimi, benché sia anche la categoria più semplice da cui parte e deve partire l’esposizione scientifica della moderna società borghese, “l’organizzazione storica più sviluppata della produzione” e che ricaviamo analizzando questa società.

9. Ci sono compagni che non si rendono conto che l’imperialismo è una sovrastruttura del capitalismo (Lenin, VIII congresso del PC(b)R (1919), Opere complete, Editori Riuniti 1967 – vol. 29 pag. 150) e continuano a cercare di interpretare il movimento economico della società nell’epoca imperialista con le stesse categorie che esprimevano il rapporto dominante nell’epoca preimperialista del capitalismo, dando a ognuna delle varie categorie la stessa importanza che ognuna di esse aveva nell’epoca del capitalismo in cui la concorrenza e non il monopolio era la relazione predominante tra i capitali, nell’epoca preimperialista. Con questa premesse è impossibile capire il movimento economico delle società attuali.
L’Internazionale Comunista rimase costantemente su questo terreno nella sua analisi del movimento economico. Eugen Varga (1879-1964), economista capo dell’IC, ha del tutto eluso la questione della crisi per sovrapproduzione assoluta di capitale e ha costantemente illustrato le ripetute crisi degli anni ’20 e ’30 del secolo scorso ognuna come episodio isolato, analogamente a come Marx aveva, ma in quel caso giustamente, illustrato le crisi cicliche della prima parte del secolo XIX.
Nella società borghese dell’epoca imperialista il denaro crea denaro: basta considerare l’incremento delle capitalizzazioni di Borsa. Ciò non nega né supera la teoria del valore-lavoro (come sostengono i revisionisti e gli operaisti alla Toni Negri), anzi la conferma e può essere capito solo sulla base della teoria del valore-lavoro [Il capitale è un libro di storia raccontata come storia di generazione di categorie, cioè in forma logica, avvertiva Engels nel testo citato nella nota 4]. Ma dire che il presente deriva, non equivale a dire che il presente è la stessa cosa (come tendono a fare i dogmatici). Le foglie derivano dalle radici, ma non solo la stessa cosa delle radici. Prendete una casa di cinque piani coperta da una terrazza. Costruite una nuova casa sulla terrazza come se la terrazza stessa fosse un nuovo suolo. Ebbene le condizioni statiche e dinamiche della nuova casa dipendono dalle condizioni statiche  e dinamiche della vecchia casa e delle sue fondamenta e strutture portanti. Ma la nuova casa può crollare e oscillare anche se la vecchia casa non crolla e non oscilla e anzi crollando lascerà scoperta la vecchia casa che così verrà nuovamente alla luce. È il discorso che fa Lenin a proposito della sovrastruttura del capitalismo nel passo indicato. È ciò che sintetizza Marx nella tesi di questo brano, quando parla del rapporto dominante (valore-lavoro) in una totalità meno sviluppata (fase preimperialista), il quale continua ad esistere come rapporto subordinato in una totalità più sviluppata (fase imperialista) in cui il rapporto dominante è il capitale finanziario con la contrapposta e connessa dissoluzione della società borghese nella nuova società comunista che preme per nascere e ancora non abbiamo costruito: donde tutto il marasma e il travaglio dei nostri anni, di una società mondiale che si svolge come un’auto guidata da un selvaggio.

10. Se il processo storico reale, concreto, seguisse il percorso logico senza deviazioni, puntate in avanti e regressioni, è ovvio che i due coinciderebbero.

In questo senso il movimento del pensiero astratto, che dal più semplice risale al complesso, corrisponde al processo storico reale.[10]
D’altro canto si può affermare che esistono forme sociali molto sviluppate eppure storicamente meno mature [alla luce dello sviluppo storico reale compiuto dalla specie umana], nelle quali le forme più alte dell’economia, ad esempio la cooperazione, la divisione sviluppata del lavoro, ecc., hanno luogo senza che esista denaro alcuno, ad esempio in Perù [Marx si riferisce alla società precolombiana degli Incas, Perù]. Anche nelle comunità slave il denaro, e lo scambio che è condizione necessaria dell’esistenza del denaro, non compaiono o compaiono poco all’interno delle singole comunità, mentre compaiono alle loro frontiere, nel traffico con altre comunità (e comunque sarebbe errato porre lo scambio all’interno della comunità [tra gli individui che compongono una comunità] come elemento originario costitutivo della comunità stessa [come lo è invece per la società borghese]). All’inizio lo scambio compare invece più nella relazione tra le differenti comunità che come relazione tra i membri di una medesima comunità. Inoltre: benché il denaro svolga molto presto e in tutti i sensi un ruolo, nell’antichità esso è però elemento dominante solo per popoli con caratteristiche particolari, come ad esempio i popoli dediti al commercio. E perfino nell’antichità più evoluta, presso i greci e i romani, il pieno sviluppo del denaro, che nella moderna società borghese è un presupposto, si ha soltanto nel periodo della loro dissoluzione. Questa categoria semplicissima [il denaro] si afferma dunque, storicamente, nella sua piena intensità soltanto nelle fasi più sviluppate della società [antica] e senza permeare in alcun caso tutti i rapporti economici. Ad esempio, anche al culmine del suo sviluppo l’impero romano rimase fondato sull’imposta in natura e la prestazione in natura. A quel tempo il sistema monetario era in realtà sviluppato appieno soltanto nell’esercito e non investì mai il complesso del lavoro.
Così, benché la categoria più semplice [ad es. il denaro] abbia potuto esistere storicamente prima di quella più concreta [ad es. il capitale], nel suo pieno sviluppo intensivo ed estensivo essa  può appartenere solo a una forma sociale complessa, mentre la categoria più concreta [ad es. la cooperazione, la divisione del lavoro] era più compiutamente sviluppata in una forma sociale meno evoluta [ad es. nella società Incas più che nelle società borghesi europee dell’inizio del secolo XIX].
Il lavoro sembra essere una categoria semplicissima. Anche la nozione del lavoro in termini generali, genericamente come lavoro, è antichissima [come detto sopra dell’esistenza del valore di scambio come categoria nel pensiero di uomini dell’antichità]. Nondimeno, se lo consideriamo in questa semplicità nell’ambito dell’economia politica [se lo consideriamo come categoria semplice dell’economia politica della società borghese – in proposito vedi il paragrafo successivo che inizia con L’indifferenza verso un genere di lavoro determinato …], il lavoro è una categoria tanto moderna quanto lo sono i rapporti che lo fanno sorgere come semplice astrazione.
Il sistema monetario,[11] ad esempio, pone la ricchezza ancora in modo del tutto oggettivo, come qualcosa che esiste indipendentemente [dalla popolazione che produce, quindi dal lavoro], nel denaro.
Paragonato a questo punto di vista, fu grande il progresso compiuto quando il sistema manifatturiero o commerciale ravvisò la sostanza della ricchezza non più nell’oggetto ma nell’attività soggettiva, nell’attività commerciale e manifatturiera, pur continuando ancora sempre a concepire queste stesse attività nell’aspetto limitato di attività che procuravano denaro.[12]
Rispetto a questo sistema fu poi un ulteriore progresso quello della scuola fisiocratica che pose una determinata forma di lavoro, l’agricoltura, come creatrice di ricchezza e concepì l’oggetto stesso [la ricchezza] non più nel travestimento del denaro, bensì come prodotto in generale, come generico risultato del lavoro. Tuttavia in conformità con la limitatezza dell’attività dell’epoca, essa concepiva questo prodotto ancora come un prodotto determinato dalla natura, come prodotto agricolo, per eccellenza il prodotto della terra.[13]

11. – Il sistema monetario: la dottrina degli economisti monetaristi, in generale grandi mercanti inglesi del secolo XVI ed esponenti delle amministrazioni della stessa epoca in Germania che esposero teorie frammentarie, di carattere sostanzialmente descrittivo ed empirico secondo cui la ricchezza di uno Stato consisteva nella quantità di “metalli nobili”, materia del denaro, presente nel paese.

12. – Il sistema manifatturiero o commerciale: la dottrina degli economisti mercantilisti, scuola di pensiero che fiorì tra la fine del secolo XVI e l’inizio del XVIII.

13. – Scuola fisiocratica: scuola di economia politica sviluppatasi in Francia per iniziativa di François Quesnay (1694-1774) e che raggiunse il massimo fulgore tra il 1750 e il 1780.

È stato uno straordinario progresso quello compiuto da Adam Smith [1723-1790] che rigettò ogni determinatezza dell’attività creatrice di ricchezza e la considerò come lavoro in generale, non lavoro manifatturiero, né commerciale, né agricolo, ma lavoro di ogni genere. Alla generalità astratta dell’attività creatrice di ricchezza corrisponde la generalità anche dell’oggetto definito come ricchezza: prodotto in generale o nuovamente lavoro in generale, ma come lavoro passato, oggettivato. Quanto questa transizione è stata difficile e importante, risulta dal fatto che di tanto in tanto Adam Smith stesso ricade nuovamente nel sistema fisiocratico.
Può sembrare che con ciò sia stata soltanto trovata l’espressione astratta per la relazione più semplice e più antica [il lavoro] in cui gli uomini – in qualunque forma di società – compaiono come produttori. Per un verso questo è giusto. Per un altro verso non lo è.
L’indifferenza verso un genere di lavoro determinato presuppone una totalità molto sviluppata di generi di lavoro realmente esercitati, nessuno dei quali domini più sull’insieme. Così le astrazioni più generali sorgono di solito solo dove più ricco è lo sviluppo concreto, dove un elemento appare come l’elemento comune a molti, comune a tutti. Allora esso cessa di poter essere pensato solo in forma particolare. D’altro canto, questa astrazione del “lavoro in generale” non è soltanto il risultato mentale di una concreta totalità [molto articolata] di lavori. L’indifferenza verso un lavoro determinato corrisponde a una forma di società nella quale gli individui passano con facilità da un lavoro all’altro e in cui il tipo particolare di lavoro è per essi casuale, quindi indifferente. Non solo nel pensiero, ma nella realtà il lavoro qui è divenuto il mezzo per la creazione della ricchezza in generale e ogni lavoro particolare ha cessato di essere appannaggio di determinati individui [es. non ci sono più caste di individui addetti a determinati lavori e lavori riservati a determinate caste]. Un tale stato di cose è sviluppato al massimo nella più moderna forma di società borghese, quella degli Stati Uniti d’America. Solo qui diviene per la prima volta praticamente vera, concretamente reale, la categoria astratta di “lavoro”, “lavoro in generale”, lavoro in quanto tale senza altra specificazione, che è il punto d’avvio della moderna economia politica.[14]

14. Il lavoro in generale è il punto d’avvio della esposizione scientifica del modo di produzione capitalista, che infatti Marx nel cap. 1 del libro 1 (1867) di Il capitale farà iniziare dalla merce, intesa come lavoro oggettivato, cioè valore.

Quindi l’astrazione più semplice [il lavoro], che svolge un ruolo chiave nella moderna economia politica e che esprime una relazione antichissima esistente in tutte le forme di società, compare però come praticamente vera in questa sua astrazione [come lavoro astratto a prescindere da ogni determinato lavoro concreto] solo come categoria della società più moderna. Si potrebbe dire che ciò che negli Stati Uniti compare come prodotto storico – questa indifferenza nei confronti di ogni determinato tipo di lavoro – presso i Russi, ad esempio, compare come disposizione naturale e originaria. Ma, in primo luogo, vi è una enorme differenza tra barbari disposti a essere utilizzati per tutto e persone civili che si dedicano essi stessi a tutto. E, in secondo luogo, presso i Russi, questa indifferenza verso la determinatezza del lavoro va di pari passo con il loro tradizionale essere praticamente legati a un lavoro ben determinato, al quale vengono strappati solo da pressioni esterne.
Questo esempio del lavoro rivela con assoluta evidenza come anche le categorie più astratte, sebbene siano valide – proprio perché sono astrazioni – per tutte le epoche, in ciò che vi è di specifico nell’astrazione stessa [nel caso del lavoro, l’astrazione da ogni forma particolare di lavoro] sono tuttavia il prodotto di determinate condizioni storiche e hanno piena validità soltanto per (e all’interno di) tali condizioni.
La società borghese è l’organizzazione storica più sviluppata della produzione e quella in cui la produzione si presenta in un maggior numero di aspetti [nella forma più sfaccettata]. Le categorie che esprimono i suoi rapporti, la comprensione della sua articolazione, permettono quindi in pari tempo di comprendere l’articolazione e i rapporti di produzione di tutte le forme di società scomparse, sulle cui rovine e con i cui elementi la società borghese si è costruita. Di alcune di esse sopravvivono ancora nella società borghese residui parzialmente non superati, mentre elementi e aspetti che in esse era solo accennati si sono sviluppati e hanno assunto significati compiuti, ecc. L’anatomia dell’uomo fornisce una chiave per comprendere l’anatomia della scimmia. D’altra parte gli accenni nelle specie animali inferiori a momenti superiori possono essere compresi solo se la forma superiore stessa è già nota. L’economia politica della società borghese fornisce quindi la chiave dell’economia politica delle società dell’antichità, ecc. In nessun caso però procedendo come fanno quegli economisti che cancellano ogni differenza storica e in tutte le forme di società vedono sempre le forme della società borghese.[15] Si possono comprendere il tributo, le decime, ecc. se si conosce la rendita fondiaria [propria della società borghese], ma non si deve identificare questa con quelli.
Inoltre, dato che la società borghese stessa è soltanto una forma contraddittoria di sviluppo [cioè è il risultato di uno sviluppo avvenuto tramite la lotta tra classi che non avevano coscienza del significato storico, della logica della lotta che stavano combattendo], certi rapporti delle forme precedenti di società, ad esempio la proprietà comunitaria, in essa si troveranno spesso solo del tutto atrofizzati o addirittura travestiti.[16] Se è quindi vero che le categorie dell’economia borghese possiedono una validità per tutte le altre forme di società, ciò va preso solo con buon senso (cum grano salis). Le società primitive possono presentare quelle categorie in modo sviluppato, atrofizzato, caricaturato, ecc., comunque sempre con differenze sostanziali [stante la differenza del contesto che riverbera la sua luce su ogni suo elemento].

15. Marx qui allude a quelli che chiamano capitale l’aratro usato dallo schiavo, ecc. per ingenuità o per far passare la concezione che la società attuale è eterna: “è sempre stata e sempre sarà”. Di contro Marx più avanti spiega il significato e il ruolo che ha nel Medioevo e nelle società precedenti “il capitale stesso – nella misura in cui non è solo capitale monetario – il capitale costituito dagli strumenti dell’artigiano, ecc.”.

16. Come in Italia le sopravvivenze di terre comuni, di usi comunitari della terra già di proprietà di singole famiglie ancora nel secolo scorso e forse in alcune zone anche ora, il maggiorasco, le mille sopravvivenze di privilegi clericali e di usi e relazioni feudali.

Ciò che chiamiamo evoluzione storica si fonda generalmente sul fatto che l’ultima forma di società considera quelle trascorse come gradini che portano a essa e le interpreta sempre in modo unilaterale, poiché solo raramente e solo in condizioni molto particolari essa è in grado di criticare se stessa (naturalmente qui non stiamo parlando di periodi storici che percepiscono se stessi come epoche di decadenza). La religione cristiana fu in grado di contribuire alla comprensione obiettiva delle mitologie precedenti solo quando la sua autocritica fu in una certa misura, per così dire dunamei [potenzialmente], conclusa.[17] Così l’economia politica della società borghese pervenne alla comprensione di quella feudale, antica, orientale, solo quando ebbe inizio l’autocritica della società borghese. Nella misura in cui l’economia politica cessò di identificare in modo mitologico leconomia borghese con le economie che lavevano preceduta, la sua critica di esse – in particolare delleconomia feudale contro cui doveva ancora combattere direttamente – divenne simile a quella che il cristianesimo ha rivolto al paganesimo o anche a quella che il protestantesimo ha rivolto al cattolicesimo.[18]

17. Marx si riferisce alla critica del cristianesimo sviluppatasi in Germania nella prima metà del secolo XIX, nell’ambiente degli hegeliani di sinistra, in particolare da parte di Ludwig Feuerbach (1804-1872), David Strauss (1808-1874) e Bruno Bauer (1809-1882).

18. Questi temi sono svolti ampiamente da Friedrich Engels in Lineamenti per una critica dell’economia politica (1844), Opere complete, Editori Riuniti 1976 – vol. 3 pagg. 454-481.

Come in generale per ogni scienza storica e sociale, quando si esamina la successione delle categorie economiche va sempre tenuto presente che, come nella realtà così anche nella mente, il soggetto – in questo caso la moderna società borghese – è un dato di fatto e che quindi le categorie esprimono forme dell’esistenza, determinazioni dell’esistenza, spesso soltanto singoli aspetti di questa determinata società, di questo soggetto. Di conseguenza anche sul piano scientifico l’economia politica non comincia affatto solo quando si incomincia a parlare di essa come tale. Ciò va tenuto ben presente, poiché fornisce i criteri decisivi per la divisione della materia.
Nulla sembra ad esempio più naturale del cominciare con la rendita fondiaria, con la proprietà fondiaria, dal momento che essa è legata alla terra, alla fonte di ogni produzione e di ogni esistenza, oltre che alla prima forma di produzione di tutte le società in qualche misura consolidate, l’agricoltura. E tuttavia nulla sarebbe più errato. In tutte le forme di società è un genere determinato di produzione che assegna rango e influenza a tutti gli altri, come del resto sono i suoi rapporti che determinano anche il rango e l’influenza a tutti gli altri. È una luce generale in cui sono immersi tutti gli altri colori e che li modifica nella loro particolarità. È un’atmosfera particolare che determina il peso specifico di tutte le cose esistenti in essa.
Prendiamo ad esempio i popoli dediti alla pastorizia (i popoli dediti semplicemente alla caccia e alla pesca sono al di là del punto in cui comincia lo sviluppo storico reale dell’umanità). Presso di essi si riscontra una certa forma sporadica di agricoltura. Da ciò è determinata la proprietà fondiaria. Essa è proprietà comune e mantiene in misura maggiore o minore questa forma a seconda che questi popoli si attengano ancora in misura maggiore o minore alla loro tradizione, ad esempio la proprietà comunitaria degli slavi. Presso popoli ormai dediti all’agricoltura stanziale – e questa stabilità è già un grosso passo avanti – dove questa attività predomina come presso gli antichi e nell’epoca feudale, l’industria stessa, la sua organizzazione e le forme della proprietà esistenti nell’ambito dell’industria, hanno un carattere più o meno determinato dalla proprietà fondiaria. L’industria è o completamente dipendente dalla proprietà fondiaria come presso i romani più antichi oppure, come nel Medioevo, imita nella città e nelle condizioni proprie della città, l’organizzazione delle campagne. Nel Medioevo il capitale stesso – nella misura in cui non è solo capitale monetario – il capitale costituito dagli strumenti tradizionali dell’artigiano, ecc., ha i tratti della proprietà fondiaria.
Nella società borghese avviene l’opposto. L’agricoltura diventa sempre più un semplice ramo dell’industria ed è totalmente dominata dal capitale. Lo stesso dicasi della rendita fondiaria. In tutte le forme di società in cui domina la proprietà fondiaria, il rapporto con la natura è ancora predominante. In quelle in cui domina il capitale, predomina invece l’elemento creato socialmente, storicamente. In questa società è impossibile comprendere la rendita fondiaria senza il capitale, mentre si può comprendere il capitale senza la rendita fondiaria. Nella società borghese il capitale è la potenza economica che domina tutto. Esso deve costituire il punto di partenza così come il punto di arrivo e deve essere trattato prima della proprietà fondiaria. Dopo aver esaminato entrambi separatamente, bisogna esaminare il loro rapporto reciproco.
Sarebbe dunque inopportuno ed errato presentare le categorie economiche nella stessa successione secondo la quale esse hanno svolto un ruolo determinante nel corso della storia. Bisogna invece trattarle nella successione determinata dalla relazione in cui esse si trovano l’una con l’altra nella moderna società borghese. Questa successione è esattamente l’inverso di quella che sembra essere la loro successione naturale o della successione in cui si sono presentate nello sviluppo storico. Non si tratta quindi del posto che i rapporti economici hanno assunto l’uno rispetto all’altro nel corso della storia man mano che una forma di società succedeva all’altra. Men che meno si tratta della loro successione nella rappresentazione confusa del movimento storico che Proudhon chiama “l’idea”.[19] Si tratta invece semplicemente della loro articolazione all’interno della moderna società borghese.[20]

19. Pierre-Joseph Prudhon (1809-1865) – Marx si riferisce alla concezione sostenuta da Proudhon nella sua opera Contraddizioni economiche o filosofia della miseria (1846), concezione che Marx demolì nello scritto ironicamente intitolato Miseria della filosofia (1847).

20. In sostanza bisogna partire dal presente per capire le relazioni in cui le categorie economiche sono nella moderna società borghese, poi risalire all’indietro: in questo modo non facciamo l’errore di cercare nel passato quello che è proprio del presente, di attribuire a uno stadio meno evoluto della storia dell’umanità quello che è proprio dello stadio più avanzato. Quindi comprendiamo il passato nella sua specificità e nelle sue connessioni con il presente e nello stesso tempo comprendiamo il presente nei suoi vari aspetti (le categorie che esprimono il rapporto dominante e le categorie che esprimono rapporti propri di uno stadio meno evoluto ma che continuano a esistere come rapporti subordinati nello stadio più avanzato).

La purezza (la determinatezza astratta [l’esistenza concreta e particolare, autonoma, in popoli particolari, di quello che nella società borghese è solo un aspetto parziale che si individua astraendo dagli altri aspetti]) in cui i popoli dediti al commercio – fenici, cartaginesi – si presentano nel mondo antico, è prodotta proprio dal predominio dei popoli dediti all’agricoltura. Il capitale come capitale commerciale o capitale monetario appare appunto in quest’astrazione là dove il capitale non è ancora l’elemento dominante delle società. Lombardi ed ebrei occupano la stessa posizione nelle società medievali dedite all’agricoltura.
Un altro esempio del posto diverso che le stesse categorie occupano in stadi diversi della società sono le jointstock-companies (società per azioni, public companies), una delle più recenti [nel 1857] forme della società borghese. Esse compaiono però anche al suo inizio, nelle grandi compagnie commerciali privilegiate e con posizione di monopolio.
Il concetto stesso di ricchezza nazionale si presenta nel pensiero degli economisti del XVII secolo come concezione che la ricchezza è creata solo per lo Stato,[21] la cui potenza, d’altro canto è proporzionale alla sua ricchezza – una concezione che in parte sopravvive anche negli economisti del XVIII secolo. Questa era ancora la forma inconsapevolmente ipocrita in cui la ricchezza stessa e la produzione della medesima si annunciavano come scopo degli Stati moderni, che erano considerati solo come mezzi per la produzione della ricchezza.

21. Era infatti ancora “peccato” per un individuo dedicare la propria vita a procurare ricchezza per se stesso: l’individuo esisteva per servire dio, per servire il suo re e signore, come oggi per i capitalisti e i loro tirapiedi esiste per servire il capitale, come “risorsa umana” dell’azienda capitalista, alla pari delle altre risorse.

La materia deve, evidentemente, essere suddivisa nel modo seguente:
1. le determinazioni generali astratte che come tali sono comuni più o meno a tutte le forme di società, ma nel senso sopra chiarito.
2. Le categorie che costituiscono l’articolazione interna della società borghese e su cui poggiano le classi fondamentali. Capitale, lavoro salariato, proprietà fondiaria. Il loro rapporto reciproco. Città e campagna. Le tre grandi classi sociali. Lo scambio tra esse. La circolazione. Il sistema del credito privato.
3. Lo Stato come sintesi della società borghese. Considerato in se stesso. Le classi “improduttive”. Le imposte. Il debito di Stato. Il credito pubblico. La popolazione. Le colonie. L’emigrazione.
4. Il carattere internazionale della produzione. La divisione internazionale del lavoro. Il commercio internazionale. Esportazioni e importazioni. Corso dei cambi.
5. Il mercato mondiale e le crisi.

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...."L’ineguaglianza dello sviluppo economico e politico è una legge assoluta del capitalismo. Ne risulta che è possibile il trionfo del socialismo all’inizio in alcuni paesi o anche in un solo paese capitalistico, preso separatamente...." Lenin -Sulla parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa-Pubblicato sul Sozial-Demokrat, n. 44, 23 agosto 1915.
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