Dal 11 volume delle opere complete di G.STALIN . edizioni Nuova Unità

PREFAZIONE

La pubblicazione dell’ 11° volume delle Opere Complete di Stalin, conformemente al testo originale edito a suo tempo in Unione Sovietica, costituisce un’importante iniziativa per il movimento operaio e comunista del nostro Paese. Degli scritti di Stalin si conoscono varie parti, sia per le edizioni di Mosca in lingua italiana dopo la seconda guerra mondiale, sia per diverse pubblicazioni in Italia, soprattutto per l’inizio della stampa delle Opere complete che venne interrotta con la degenerazione opportunista di chi l’aveva promossa. Gli avvenimenti successivi alla morte di Stalin particolarmente il XX Congresso del PCUS, l’opera di revisione del marxismo-leninismo portata avanti dai kruscioviani, l’avvento al potere nell’URSS di un gruppo dirigente revisionista, lo stabilirsi di gruppi burocratici revisionisti ala direzione dei vari partiti comunisti, da una parte, la lotta del Partito Comunista Cinese e del Partito del Lavoro d’Albania in difesa del marxismo-leninismo, le grandiose esperienze di continuità della rivoluzione in Cina ed in Albania, lo sviluppo di partiti marxisti-leninisti, dall’altra, hanno proposto con forza l’esigenza di conoscere tutta l’opera politica e teorica di Stalin, soprattutto quelle parti che si collegano ai problemi di quest’ultimo periodo storico.
La «questione» di Stalin è stata ed è oggetto di innumerevoli interpretazioni. Specialmente il «vuoto» lasciato in vari settori della opinione pubblica della degenerazione dei gruppi dirigenti di vari partiti comunisti con il concomitante scadimento e stravisamento del lavoro ideologico, «vuoto» che oggi stano colmando i partiti marxisti-leninisti dei vari paesi, ha permesso l’insorgere, insieme con l’attività apertamente denigratoria dei kruscioviani, di tutta una serie di «studi» che, per l’influenza del revisionismo di destra oppure di «ultrasinistra», in particolare di quello trotskista, portano a continue distorsioni. Anche certi intellettuali, che intendono definirsi marxisti-leninisti e fanno seri sforzi per giungere a interpretazioni corrette, sono scivolati in un modo o nell’altro sulle stesse posizioni kruscioviane. La realtà è che essi non fanno un’autentica analisi marxista, sia perchè partono da atteggiamenti di ribellismo anarcoide e piccolo-borghese, giungendo alla pretesa di «reinventare» il marxismo, sia perché quelli meno superficiali non hanno potuto conoscere compiutamente in modo corretto l’opera di Stalin.
Il movimento operaio e comunista, tutti coloro che si pongono questi problemi sul piano storico e politico ideologico, sono impegnati seriamente nell’apprendimento dello studio.

La nostra pubblicazione colma alcune notevoli lacune, l’ 11° volume infatti illumina molti aspetti di questioni che sono oggetto di importanti dibattiti: l’edificazione del socialismo in un solo paese; il rapporto fra città e campagna e lo sviluppo di un’agricoltura socialista; la lotta politica e ideologica all’interno e fuori del Partito; l’azione diversiva e di sabotaggio dei nemici interni ed esteri; la continuazione della lotta di classe in tutto il periodo della costruzione socialista fino al comunismo; la lotta al burocratismo e il controllo critico delle masse; i problemi della rivoluzione culturale; la questione nazionale; l’internazionalismo proletario. Questi sono i più importanti temi che Stalin affronta in rapporti, discorsi e scritti vari fino ad oggi del tutto sconosciuti nel nostro Paese. Da questo materiale, per molti, emergeranno aspetti nuovi della figura del continuatore di Lenin alal testa del Partito comunista bolscevico. In particolare, per quanti cercano di coinvolgere Stalin nell’origine del moderno revisionismo, sono da meditare le sue parole pronunciate nel 1928 all’attivo della organizzazione di Mosca: «Dobbiamo far si che si sviluppi la vigilanza della classe operaia, che non venga addormentata, che centinaia di migliaia e di milioni di operai si inseriscono attivamente nell’opera generale dell’edificazione del socialismo, che centinai di migliaia e di milioni e milioni di contadini e operai, e non solo una dozzina di dirigenti, seguano con vigilanza l’andamento della nostra edificazione, indichino i nostri errori e li portino alla luce del giorno. Solo con questi presupposti da noi non ci saranno sorprese». Se è vero che Stalin non dispiegò sufficientemente la sua opera in questo campo per la mancanza di una viva esperienza storica e per le condizioni di accerchiamento imperialista, risulta evidente, specialmente dalla sia costante cura per i problemi della bolscevizzazione, che egli si prospettava continuamente la questione la questione della lotta di classe nella società socialista e le misure conseguenti per la difesa della dittatura del proletariato.
Nel contempo Stalin aveva sempre presenti i doveri derivanti dall’internazionalismo proletario per un partito comunista al potere. Così egli si esprimeva, fra l’altro, nel luglio 1928 su l programma dell’Internazionale Comunista: « Non c’è dubbio che il carattere internazionale della nostra rivoluzione impone alla dittatura proletaria dell’URSS certi doveri nei confronti dei proletari e delle masse operaie di tutto il mondo, Lenin partiva da questo presupposto, quando diceva che il senso dell’esistenza della dittatura proletaria nell’URSS consiste nel fare tutto il possibile per lo sviluppo e la vittoria della rivoluzione proletaria in altri paesi».
Sono pure di estrema attualità queste parole riferentesi alle manovre imperialiste riguardo agli «aiuti» e al «pacifismo»: «Se rinunciamo alla nostra politica rivoluzionaria, se facciamo concessioni di principio al capitale internazionale, questo non sarebbe contrario ad “aiutarci” nel trasformare il nostro paese in una “buona repubblica borghese” ». «Il mezzo più diffuso per addormentare la classe operaia e per distrarla dalla lotta contro il pericolo di guerra, è l’odierno pacifismo borghese, con le sue prediche di pace, divieto della guerra, con le sue chiacchiere sul disarmo, ecc. il pacifismo imperialista è uno strumento di preparazione di guerra, serve a mascherare questa preparazione con farisaiche frasi di pace».
Queste poche citazioni sono sufficienti a dare un’idea del grande valore di questo 11° volume delle opere complete di Stalin. Esso costituirà certamente la base per una approfondita analisi di questioni fondamentali del marxismo-leninismo, della lotta di classe, di problemi storici che costituiscono i punti nodali dello sviluppo della società, che investono l’avvenire dell’umanità. Con quest’analisi approfondita si configurerà in modo più preciso l’opera di Stalin.
L’approfondimento degli studi e tanto necessario in quanto nella azione dei marxisti-leninisti, nelle lotte rivoluzionarie, nel movimento di massa vivono gli insegnamenti di Stalin come esempio di militante proletario e di dirigente comunista. Tutta la sua vita è stata al servizio della causa rivoluzionaria, della lotta contro il regime zarista alla Rivoluzione di Ottobre, ala costruzione del socialismo nell’Unione Sovietica, alla vittoria contro il nazi-fascismo nella seconda guerra mondiale. Tutta la sua vita è stata al servizio dell’internazionalismo proletario, delle lotte degli oppressi e degli sfruttati di tutto il mondo,per la creazione di una nuova società di liberi ed eguali,per il socialismo, per il comunismo.
A fianco di Lenin fu uno dei principali artefici della Rivoluzione di Ottobre, fu il paziente e coraggioso organizzatore delle giornate insurrezionali, fu il tenace militante impegnato nella costruzione del partito della classe operaia capace di guidare la rivoluzione, il Partito bolscevico. Durante la guerra civile, veniva inviato dove la lotta era più difficile: afferrata prontamente la situazione, organizzava la riscossa e guidava l’esercito Rosso alla vittoria contro le guardie bianche appoggiate dai corpi di spedizione degli imperialisti. Le sue qualità, il suo valore di combattente rivoluzionario emersero particolarmente nella battaglia di Zarizin che prese quindi il nome di Stalingrado.
Per le capacità dimostrate, nel 1922, su proposta di Lenin, fu designato segretario del Partito. Nelle terribili condizioni di arretratezza ereditate dal regime zarista e nella situazione di accerchiamento da parte degli imperialisti che non si erano rassegnati alla sconfitta, la costruzione del socialismo si presentava complessa, dura e difficile. Dopo la morte di Lenin nel 1924, il Partito bolscevico, sotto la direzione di Stalin, portò avanti l’edificazione della società socialista e attuò i piani quinquennali per la trasformazione dell’ex-impero russo in uno stato federativo multinazionale con una industria potente, un’agricoltura sviluppata sulla base della collettivizzazione, una nuova cultura rivoluzionaria.
Nekl contempo Stalin dovette sostenere dure lotte per consolidare il Partito e la dittatura del proletariato, dall’affermazione della possibilità di costruire il socialismo in un solo paese all’impegno contro le deviazioni di destra e di «sinistra», allo smascheramento completo del trotzkismo divenuto ormai un’agenzia di provocazione e diversione. In quella difficilissima situazione, con gli imperialisti che infiltravano agenti ovunque, si presentò estremamente complesso il problema delle contraddizioni durante la costruzione del socialismo.
Nel 1939, con il patto sovietico-tedesco, che suscitò allora diffuse incomprensioni e tendenziosi attacchi, fu sventato il disegno degli stati capitalisti e occidentali rivolto a lanciare la potenza militare nazista contro l’Unione Sovietica isolata. Quando nel 1941 Hitler scatenò l’aggressione, i due anni intercossi avevano consentito al governo sovietico di preparare meglio la difesa e di sviluppare una politica di alleanze antifasciste sul piano internazionale.
Stalin fu alla testa del Partito e del Governo nella guida dell’Armata Rossa, dei partigiani, dei popoli sovietici, per fronteggiare l’attacco nazista, organizzare la controffensiva e passare all’offensiva generale. Con la vittoria di Stalingrado, svolta fondamentale nella seconda guerra mondiale, inizio il crollo del regime hitleriano.
Anche nei momenti più difficili Stalin volle sempre stabilire una distinzione fra governati nazi-fascisti e popoli da essi trascinati nelle guerre imperialiste. In varie occasioni fece appello direttamente ai popoli perché si liberassero dei regimi fascisti.
La politica estera dell’URSS fu basata sull’internazionalismo proletario e sulla coesistenza pacifica leninista, sulla ferma opposizione ad ogni manovra e azione aggressiva dell’imperialismo capeggiato da quello americano. Stalin si preoccupò sempre di aiutare le forze rivoluzionarie di tutto il mondo, segui incessantemente lo sviluppo dei partiti comunisti, curò in ogni momento l’attività della Terza Internazionale; i comunisti di tutti i paesi sapevano di avere nell’URSS, nel Partito bolscevico e in Stalin personalmente l’appoggio e l’aiuto per qualsiasi lotta.
Come militante proletario e dirigente comunista, come guida dell’Unione Sovietica e del proletariato mondiale, come autore con le sue opere di notevoli contributi teorici alle tre componenti del marxismo, la filosofia materialista e dialettica, l’economia politica e il socialismo scientifico, Stalin rappresenta la fedeltà all’ideologia marxista-leninista, ala causa rivoluzionaria, rappresenta la lotta inconciliabile contro tutti gli opportunisti e i rinnegati. Per questo è attaccato continuamente dai nemici di classe, imperialisti e borghesi, riformisti e revisionisti, opportunisti di ogni specie, kruscioviani e trotzkisti, da tutti i reazionari e tutti i rinnegati della rivoluzione. Poiché in lui vedono come la personificazione della dittatura del proletariato e della disciplina proletaria, l’attaccano anche quelli che, pur definendosi rivoluzionari o addirittura marxisti, in realtà sono lontani dal reale contenuto del marxismo-leninismo. D’altra parte l’opera di Stalin è stata così complessa e le condizioni in cui ha lottato così difficili, che molte questioni hanno potuto sollevare problemi controversi anche in certuni che hanno cercato di interpretare correttamente queste esperienze storiche. Una piccola difficoltà è costituita dalla mancanza di conoscenza delle opere complete di Stalin.
Ecco perchè chiudiamo queste note introduttive, esprimendo ancora fiducia che l’11° volume costituirà un notevole contributo all’approfondimento di questioni di tanta importanza e di così vasta portata.

SUL RIFORNIMENTO DI GRANO E SULLE PROSPETTIVE
DI SVILUPPO DEL’AGRICOLTURA

Da discorsi tenuti in vari distretti in Siberia nel gennaio 1928 (1)

(Breve Protocollo)

Sono stato inviato per un breve periodo da voi in Siberia. Il mio incarico è aiutarvi nella realizzazione del piano del rifornimento di grano. Inoltre ho l’incarico di discutere insieme assieme a voi la questione delle prospettive di sviluppo dell’agricoltura, il piano dello sviluppo dell’edificazione di colcos e sovcos nella vostra regione.
Vi sarà noto che quest’anno abbiamo un ammanco del bilancio del grano. In questo contesto il governo e il CC si sono visti costretti a fare tutto il possibile in ogni distretto e regione per colmare questo ammanco nel nostro bilancio del grano. Il deficit dovrà essere colmato soprattutto dai distretti e dalle regioni con alti raccolti; bisogna ottenere che questi non solo adempiono il piano di rifornimento, ma che lo superino.
Voi sapete, naturalmente, che conseguenze può avere il deficit, se non viene colmato. Avrà come conseguenza che le nostre città, i centri industriali e anche l’Esercito Rosso si troveranno in una situazione difficile, essi verranno scarsamente riforniti e rischieranno la fame. E’ chiaro che non possiamo permettere questo.
Che cosa pensate di questo, quali misure intendete prendere per adempiere il vostro dovere nei confronti del paese? Ho percorso i distretti della vostra regione e ho convincermi che da voi da voi non ci sforza in modo serio di aiutare il nostro paese ad uscire dalla crisi del grano. Avete un raccolto come capita una volta in molti anni, si può dire come mai si è verificato sinora. Quest’anno eccedenze di grano più che mai, ma il piano del rifornimento non viene adempiuto. Perché, per quale causa?
Voi dite che il piano sarebbe forzato, sarebbe inattuabile. Perché inattuabile, come potete sostenere una cosa simile? Non è forse un fatto che il vostro raccolto quest’anno è veramente eccezionale? Non è forze un fatto che il piano del rifornimento per la Siberia per quest’anno è quasi lo stesso dell’anno scorso? Guardate le aziende kulak: li i magazzini e i granai sono pieni, e siccome mancano i magazzini, il grano sta all’aperto; nelle aziende de i kulak ci sono eccedenze di grano dai 50,000 ai 60.000 pud per azienda, senza contare le scorte per la semina, l’alimentazione, l’allevamento del bestiame; e ciò nonostante voi dite che il piano del rifornimento di grano sarebbe inattuabile. Da cosa deriva questo vostro pessimismo?
Voi dite che i kulak non vogliono conseguenze il grano, che aspettano un aumento dei prezzi e che prefersicono fare una speculazione senza scrupoli. Questo è vero. Ma i kulak non aspettano semplicemente un aumento dei prezzi, esigono una triplicazione in confronti ai prezzi statali. Pensate spossa accontentare il kulak? I contadini poveri e largaparte dei contadini medi hanno già consegnato il grano a prezzi statali allo Stato. Si può permettere che lo stato paghi i kulak per il grano il triplo del prezzo corrisposto ai contadini poveri e medi? Basta porre questa domanda per capire che è assolutamente inammissibile soddisfare le richieste dei kulak.
Se i kulak fanno una speculazione senza scrupoli su prezzi del grano, perché non li processate per speculazione? Non sapete forse che esiste una legge contro la speculazione – l’articolo 107 del codice penale della RSFSR, in virtù della quale persone che si rendono colpevoli di speculazione, vengono sottoposti a processo e le merci confiscate a vantaggio dello Stato? Avete forse paura di disturbare la quiete dei signori kulak?
Voi dite che l’applicazione dell’articolo 107 contro i kulak sarebbe una misura straordinaria che non avrebbe buoni risultati e peggiorerebbe la situazione nelle campagne. Soprattutto il compagno Sagumenny si è fissato su ciò.
Ammettiamo pure che questa sia una misura straordinaria. Cosa ne segue? Perché in altre regioni e distretti l’applicazione dell’articolo 107 ha dato risultati eccellenti, perché è riuscita a schierare attorno al potere sovietico i contadini lavoratori e a migliorare la situazione nelle campagne, mentre da voi, in Siberia, dovrebbe dare cattivi risultati e peggiorare la situazione? Perché,per quale ragione?
Voi dite che i vostri magistrati e tribunali consono disposti a ciò. Ma perché i magistrati e i tribunali sono stati disposti a farlo in altre regioni e distretti e agiscono con peno successo, mentre da voi consono disposti ad applicare l’articolo 107 contro gli speculatori? Di chi è la colpa? E’ ovvio h cela colpa e delle vostre organizzazioni di partito, che evidentemente lavorano male e che non si sforzano do far rispettare scrupolosamente le leggi del nostro paese. Ho parlato con alcune decine di rappresentanti della vostra magistratura e dei vostri tribunali. Quasi tutti abitano presso kulak, sono ospiti a pranzo e cercano naturalmente di vivere in pace con i kulak. Alla mia domanda hanno risposto che dai kulak l’abitazione sarebbe più pulita e il mangiare più buono. Naturalmente non ci si può aspettare nulla di ragionevole e utile per lo Stato sovietico da simili rappresentanti della magistratura e dei tribunali. Soltanto non si capisce perché sinora questi signori non sono stati sbattuti fuori e sostituiti con altri, con uomini onesti.

Propongo:
a) esigere dai kulak la consegna immediata di tutte le eccedenze di grano a prezzi statali;
b) nel caso di rifiuto da parte dei kulak di obbedire alla legge, sottoporli a processo, secondo l’articolo 107 del codice penale della RSFSR, e confiscare le loro eccedenze di grano a vantaggio dello Stato, distribuendo il 25 per cento del grano confiscato ai contadini poveri e ai contadini medi economicamente più deboli, ai bassi prezzi statali oppure a credito a lungo termine.
Per quanto riguarda i rappresentanti della vostra magistratura e dei tribunali, propongo di destituire tutti i non idonei e di sostituirli con elementi sovietici onesti e scrupolosi.
Vedrete presto che queste misure avranno risultati eccellenti e che riuscirete non solo ad attuare a a superare il piano del rifornimento di grano.
Ma con ciò la cosa non è esaurita. Queste misure basteranno per mettere a posto la situazione di quest’anno. Ma non c’è garanzia che i kulak non saboteranno il rifornimento anche dell’anno venturo. Anzi, si può sicuramente dire con sicurezza che, fino a quando ci saranno i lulak, verrà sempre sabotato il rifornimento di grano, per creare una base più o meno soddisfacente per il rifornimento di grano, necessitano altre misure. Quali sono, dunque, queste misure? Intendo lo sviluppo dell’edificazione di colcos e sovcos .
I colcos e i sovocs sono, come sapete, grandi aziende in grado di utilizzare trattori e macchinari. Sono aziende con una produzione più grande dei latifondi e delle aziende dei kulak. Non bisogna dimenticare che le nostre città e la nostra industria crescono ogni anno e cresceranno ancora. Ciò è necessario per la industrializzazione del paese. Quindi crescerà ogni anno la domanda di grano e perciò anche la portata dei piani di rifornimento di grano. Non possiamo far dipendere la nostra industria dagli umori dei kulak. Perciò bisogna raggiungere l’obiettivo che nel corso dei prossimi tre o quattro anni i colcos e i sovcos possano, come fornitori, consegnare allo Stato almeno un terzo del grano necessario. Questo farebbe passare in seconda linea i kulak e creerebbe la base per l’approvvigionamento di pane più o meno sufficiente per gli operai e l’Esercito Rosso. Ma per raggiungere questo obiettivo bisogna sviluppare con tutta energia, senza risparmiare forze e mezzi, l’edificazione dei colcos e dei sovcos. Questo si può fare e lo dobbiamo fare.
Ma anche ciò non basta. Il nostro paese non può vivere alla giornata. Dobbiamo pensare anche al domani, alla prospettiva di sviluppo della nostra agricoltura, infine alla sorte del socialismo nel nostro paese. Il problema del grano è una parte del problema agricolo, e il problema agricolo è una componente del problema dell’edificazione del socialismo nel nostro paese. La collettivizzazione parziale dell’agricoltura, di cui ho parlato adesso, basta per rifornire di pane, in modo più o meno soddisfacente, la classe operaia e l’esercito rosso, ma è del tutto insufficiente per:
a) creare una base solida per un approvvigionamento di prodotti alimentari pienamente sufficiente per tutto il paese, assicurando allo stesso momento le scorte necessarie di viveri nelle mani dello stato;
b) portare alla vittoria l’edificazione socialista nelle campagne, nell’agricoltura.
Attualmente l’ordine sovietico è fondato su due basi eterogenee: sull’industria socializzata e sulla piccola azienda contadina individuale, il cui fondamento è la proprietà privata dei mezzi di produzione. L’ordine sovietico si può fondare per molto tempo su queste basi eterogenee. No, non so può.
Lenin dice che, fino a quando prevale nel paese l’azienda contadina individuale, che produce capitalisti e capitalismo. Naturalmente, non si può parlare seriamente di vittoria dell’edificazione socialista nel nostro paese, finché esiste il pericolo.
Quindi è del tutto insufficiente per il consolidamento dell’ordine sovietico e la vittoria dell’edificazione socialista la sola socializzazione dell’industria. E’ necessario passare dalla socializzazione dell’industria alla socializzazione di tutta l’agricoltura.
Ma che cosa significa ciò?
Significa: primo, che gradualmente ma inesorabilmente bisogna riunire le aziende contadine individuali, che forniscono la minima produzione per il mercato.
Significa,in secondo luogo, che bisogna coprire tutti i distretti del nostro paese, senza eccezione, con colcos (e sovcos), che sono in grado di sostituire come fornitori di grano per lo Stato non solo i kulak ma anche i singoli contadini.
Significa, in terzo luogo, eliminare tutte le fonti che producono capitalisti e capitalismo, ed eliminare la possibilità di una restaurazione del capitalismo.
Significa,in quarto luogo, creare una base solida per un approvvigionamento abbondante e senza intoppi di tutto il paese, non solo di grano ma anche di altri prodotti alimentari, assicurando allo stesso tempo le scorte necessarie allo Stato.
Significa, in quinto luogo, creare una solida base unitaria socialista per l’ordine sovietico, per il potere sovietico.
Significa, infine, assicurare la vittoria dell’edificazione socialista nel nostro paese.
Queste sono le prospettive di sviluppo della nostra agricoltura.
Questo è il compito non è facile è difficile, ma può essere senz’altro risolto, perchè le difficoltà si presentano proprio per essere superate ed essere vinte.
Bisogna avere chiaro che non possiamo avanzare ulteriormente sulla base della piccola azienda contadina individuale, che abbiamo bisogno di grandi aziende nell’agricoltura in grado di utilizzare macchinari e di fornire il massimo di prodotti per il mercato. Ci sono due vie per la creazione di grandi aziende nell’agricoltura: la via capitalistica, che viene realizzata attraverso al rovina in massa dei contadini e la organizzazione di grandi aziende che sfruttano il lavoro, e la via socialista, che viene realizzata attraverso la riunione delle piccole aziende contadine in grandi colcos – senza mandare in rovina i contadini e senza lo sfruttamento del lavoro. Il nostro Paese ha scelto la via socialista della creazione di grandi aziende nell’agricoltura.
Lenin già prima della Rivoluzione di Ottobre, e poi immediatamente dopo la vittoria ha dato al Partito il compito di riunire le piccole aziende contadine in grandi colcos, come prospettiva di sviluppo della nostra agricoltura e come mezzo decisivo per la vittoria del socialismo nel paese, nelle campagne.
Lenin ha detto:
a) “il sistema della piccola azienda, ferma restando la produzione mercantile, non è in grado di salvare l’umanità dalla miseria di massa e dalla oppressione di massa” (vol. XX, p. 122) (2)
b) “Se rimaniamo fermi, in modo, tradizionale, sulle piccole aziende, anche se come cittadini liberi su una terra libera, ciò nonostante ci incombe una inevitabile rovina” (vol. XX, p. 417) (3)
c) “solo attraverso lavoro collettivo arbel, cooperativo, si può trovare una via di uscita dal vicolo cieco in cui c ha cacciato la guerra imperialista” (4° edizione, vol. 30 p. 123, russo).

Lenin afferma inoltre:

“solo nel caso che ci riesca di far balzare agli occhi dei contadini nella pratica, i vantaggi dell’agricoltura sociale, in comune, di artel solo se si riesce ad aiutare il contadino con l’economia comune, con l’artel, solo in questo caso la classe operaia, che ha in mano il potere statale, darà ai contadini veramente la prova che ha ragione e attirerà veramente stabilmente dalla sua parte i milioni di contadini. Perciò è difficile sopravvalutare l’importanza di qualsiasi tipo di azienda, che promuova l’agricoltura cooperativa di artel, abbiamo milioni di villaggi dispersi, sparsi agli angoli più sperduti, di singole aziende. Solo quando sarà dimostrato praticamente, con l’esperienza accessibile ai contadini, che il passaggio all’agricoltura cooperativa, di artel, è necessario è possibile, solo allora avremo il diritto di dire che è stato fatto un passo serio verso l’agricoltura socialista, in un paese di contadini cosi gigantesco quale è la Russia (*) (4° edizione, vol. 30, pp 173/174).
Queste sono le indicazioni di Lenin.
Prendendo come spunto queste indicazioni di Lenin, il XV Congresso del nostro Partito (4) ha deciso nella sua risoluzione “Sul lavoro nelle campagne”:
“nel periodo attuale il compito di riunire e trasformare le piccole aziende contadine individuali in grandi collettivi, deve essere considerato come compito principale del
Partito nelle campagne” (5)
Cosi,compagni, stanno le cose per quanto riguarda la questione della socializzazione dell’agricoltura nel nostro paese.
E nostro dovere applicare queste indicazioni.

I PRIMI RISULTATI DELLA CAMPAGNA DI RIFORNIMENTO
E GLI ULTERIORI COMPITI DEL PARTITO

A tutte le organizzazioni del PCUS(b)
Un mese e mezzo fa, all’inizio del gennaio 1928, avevamo una crisi multo seria nel rifornimento di pane. Mentre fino AI gennaio del 1927 riuscivamo a fornire 428 milioni di pud di grano, il rifornimento fino al gennaio 1928 raggiungeva appena 300 milioni di pud Nel Gennaio 1928 avevamo quindi un deficit nei confronti del gennaio del 1927, un ammanco di 128 milioni di pud. Questo ammanco è al tempo stesso l’espressione approssimativa in cifre della crisi nel rifornimento di grano.
Cosa significa Ia crisi nel rifornimento di grano, cosa dimostra e quali sono le sue probabili conseguente?
Significa soprattutto una crisi nell’approvvigionamento dei distretti operai, un aumento un aumento dei prezzi di grano in questi distretti, un attacco salario reale degli operai.
Significa, in secondo luogo. una crisi nell’approvvigionamento dell’Esercito Rosso, malcontento fra i soldati rossi.
Significa, io terzo luogo, una crisi nell’approvvigionamento dei distretti a coltura di lino e cotone, prezzi speculativi per il grano in vari distretti, il passaggio dei coltivatori di lino e cotone alla coltivazione di grano — cioè voi restrizione della coltivazione di cotone e lino, che comporta una restrizione dei rami corrispondenti dell’industria tessile.
Significa, in quarto luogo, la mancanza di scorte di grano nelle mani dello Stato, sia per il fabbisogno all’interno del paese (nel caso di un cattivo raccolto) che per il fabbisogno dell’esportazione, di cui abbiamo bisogno per poter importare attrezzature industriali e macchine agricole.
Significa, infine. minare tutta li nostra politica dei prezzi, minare la politica di stabilità dei prezzi del grano, minare la politica della diminuzione sistematica dei prezzi dei prodotti industriali.
Per uscire da queste difficoltà si doveva recuperare il perduto e colmare il deficit di rifornimento di 128 milioni di pud. Ma per colmare questo deficit il Partito e il governo dovevano adoperare ogni mezzo, dovevano essere scosse le organizzazioni dal loro letargo invernale, dovevano essere get-tate le forze migliori del Partito, dal vertice alla base, sul fronte del rifornimento doveva essere aumentato ad ogni costo il rifornimento, sfruttando sino in fondo il breve periodo di tempo disponibile, prima che le strade diventino difficilmente percorribili a causa del disgelo.
Appunto per questo scopo furono emanate le prime due difettive del CC del PCUS(b) sul rifornimento di grano (la prima il 14.12.1927 e la seconda il 24.12.1927). Ma siccome queste direttive rimanevano senza effetto, il CC del PCUS(b) si è visto costretto a emanare una terza diret-tiva il 6.1.1928, una direttiva del tutto inconsueta sia per quanto riguarda il tono che per quanto riguarda le indicazioni. Questa direttiva si chiude con una minaccia, indirizzata ai dirigenti delle organizzazioni del Partito, nel caso che non realizzino entro brevissimo tempo un cambiamento decisivo per il rifornimento di grano. E’ chiaro che una minaccia simile può essere espressa solo in casi straordinari, tanto più che i segretari delle organizzazioni di partito non lavorano per amore del loro posto, ma per la rivoluzione. Nonostante ciò, il CC riteneva necessario fare questo passo, tenuto conto delle circostanze straordinarie di cui appunto parlavo.
Della serie di cause, che erano decisive per la crisi del rifornimento di grano, sono da sottolineare le seguenti.
Primo. La campagna cresce e diventa più ricca. Cresciuto e diventato ricco è soprattutto il kulak. Tre anni di buon raccolto non sono passati senza lasciar tracce. Eccedenze di grano ce ne sono quest’anno non meno dell’anno scorso, come, del resto, anche i prodotti dell’industria non sono meno ma più dell’anno scorso. Intanto gli strati benestanti della campagna hanno ottenuto quest’anno la possibilità di procurarsi i mezzi necessari attraverso la vendita di materie prime agricole, di carni ecc, e di trattenere il grano, per aumentarne il prezzo alle stelle. Veramente, non si può dire che il kulak disponga della massa principale di grano, ma egli costituisce un’autorità economica nella campagna, è legato stretta-mente con gli speculatori della città. che pagano di più per il grano, ed ha la possibilità di influenzare il contadino medio per quanto riguarda l’aumento dei prezzi del grano, e di sabotare la politica sovietica dei pieni, perché non incontra resistenza da parte delle nostre organizzazioni di rifornimento.
Secondo. Le nostre organizzazioni di rifornimento non sono state all’altezza dei loro compiti. Abusando del compenso per 13 qualità e di maggiorazioni di prezzo «legali» di ogni tipo. le nostre organizzazioni di rifornimento, invece di reprimere la speculazione, si sono fatta una sfrenata con-correnza fra di loro, hanno minato il fronte unitario degli organi di rifornimento, hanno portato i prezzi del grano alle stelle e aiutato in questo modo, senza volerlo, i kulak e gli speculatori a sabotare la politica sovietica dei prezzi. a peggiorare la situazione del mercato, a diminuire il rifornimento di grano. E’ vero che il Partito avrebbe potuto farla finita con questi difetti, se fosse intervenuto. Ma. ubriaco dei successi ottenuti nel rifornimento di grano dell’anno scorso e distolto dalla discussione (6), passava sopra a questi difetti, supponendo che tutti i difetti sarebbero scomparsi spontaneamente. Ancora di più, tutta una serie di organizzazioni di partito hanno affrontato il compito del rifornimento di grano in modo formalistico, come qualcosa che non le riguardasse minimamente, dimenticando che la responsabilità di fronte alla classe operaia per i difetti del rifornimento di grano, così come per i difetti nel lavoro di tutte le organizzazioni di tipo economico e cooperativo, ricade in primo luogo sul Partito.
Terzo. La linea del nostro lavoro nelle campagne è stata deformata in tutta una serie di distretti. La parola d’ordine principale del Partito “appoggiati ai contadini poveri, stabilisci una alleanza solida con il contadino medio, non sospendere neanche per un minuto la lotta contro i kulak» non di rado è stata applicata in modo sbagliato. Mentre le organizzazioni di partito hanno imparato a stabilire l’alleanza col contadino medio, cosa che significa una enorme conquista per il Partito, non hanno affatto dappertutto avviato il lavoro coi contadini poveri. Per quanto riguarda la lotta contro i kulak e il pericolo dei kulak, le nostre organizzazioni di partito sono state ben lontane dal fare tutto quello che si sarebbe dovuto. Questo spiega fra l’altro anche il fatto che negli ultimi tempi nelle nostre organizzazioni, sia in quelle di partito che in altre, sono apparsi estranei al Partito, i quali non vedono le classi nelle campagne, non capiscono i principi della nostra politica di classe, cercano di organizzare il loro lavoro in modo da non offendere nessuno, e vivono in pace con kulak e in generale conservano la loro popolarità fra «tutti gli strati» della campagna. E’ evidente che l’esistenza di tali «comunisti» nella campagna non poteva contribuire a migliorare il nostro lavoro a contenere le tendenze sfruttatrici del kulak e schierare i contadino poveri attorno al Partito.
Ancora. Fino a gennaio la domanda solvente dei contadini era aumentata in misura rilevante nei confronti dell’anno passato, in seguito ai maggiori introiti realizzati dai contadini con culture non cerealicole, con allevamenti e attività secondarie; però, nonostante l’aumento della quantità dei prodotti industriali consegnati alla campagna, c’era da osservare un certo regresso del valore globale dell’offerta, cioè l’offerta rimaneva indietro rispetto alla crescita della domanda solvente.
Tutto ciò — in connessione con errori nel nostro lavoro, come il rifornimento ritardato di prodotti industriali alla campagna, le inadeguatezze dell’imposta agricola, l’incapacità di detrarre le eccedenze di denaro dalla campagna, ecc. — ha creato le condizioni che hanno portato alla crisi del rifornimento di grano.
Va da sé che la responsabilità di questi errori ricade soprattutto sul CC e non solo sulle organizzazioni del Partito.
Per liquidare la crisi, era soprattutto necessario rinsalare le organizzazioni di partito, chiarirgli che il rifornimento di grano è compito di tutto il Partito.
In secondo luogo era necessario frenare la speculazione e, utilizzando le leggi sovietiche contro la speculazione sui generi di largo consumo, ripristinare condizioni sane sul mercato con un attacco contro gli speculatori e gli elementi speculatori dei kulak.
In terzo luogo era necessario, utilizzando le leggi sull’autotassazione, detrarre le eccedenze di denaro dalla campagna, mediante il prestito da parte dei contadini poveri e la lotta contro la distillazione in proprio di liquori.
In quarto luogo, era necessario subordinare le nostre organizzazioni dì rifornimento al controllo delle organizzazioni di partito, costringerle a porre fine alla reciproca concorrenza, e obbligarle ad applicare la politica sovietica dei prezzi.
In ultimo, era necessario farla finita con la deformazione della linea del Partito nel lavoro pratico nelle campagne, ponendo l’accento principale sulla lotta contro il pericolo dei kulak, e impegnando le nostre organizzazioni di partito a «sviluppare l’offensiva contro i kulak» (vedi la risoluzione del XV Congresso « Sul lavoro nelle campagne») (7).
Dalle direttive del CC risulta evidente che il Partito, nella sua lotta per il rafforzamento del rifornimento di grano. adottava appunto queste misure e avviava una campagna di questo genere in tutto il paese.
In altre condizioni e in una situazione diversa, il Partito avrebbe potuto adottare anche altre forme di lotta, per esempio avrebbe potuto gettare sul mercato decine di milioni di pud di grano e piegare in questo modo gli strati benestanti della campagna, che non portano grano sul mercato. Ma per far questo sarebbero state necessarie o scorte sufficienti di grano nelle mani dello Stato o cospicue riserve di valuta per l’importazione di decine di milioni di pud di grano dall’estero. Però, com’è noto, lo Stato non aveva queste scorte. E proprio perché non esistevano queste scorte, il Partito si è visto costretto a prendere le misure straordinarie, le quali hanno trovato espressione nelle direttive del CC e nello sviluppo della campagna di rifornimento, e che in gran parte possono rimanete valide solo per il periodo dell’anno di rifornimento in corso.
Le chiacchiere su una presunta abolizione della NEP, che introdurremmo la consegna obbligatoria, che porteremmo avanti la espropriazione dei kulak, ecc., sono pettegolezzi controrivoluzionari, contro i quali bisogna condurre una lotta decisa. La NEP è la base della nostra politica economica e lo rimarrà per un lungo periodo storico. La NEP significa scambio di merci ‘e tolleranza del capitalismo a condizione che lo Stato conservi il diritto e la possibilità di regolare il commercio dal punto di vista della dittatura del proletariato. Senza ciò, la NEP significherebbe né più né meno restaurazione del capitalismo, cosa non voglio capire i parolai controrivoluzionari, che parlano di abolizione della NEP.
Ora possiamo constatare con pieno diritto che le misure prese e la campagna di rifornimento di grano che si è sviluppata, sono state già coronate da una prima decisiva vittoria del Partito. Il ritmo del rifornimento di grano è aumentato decisamente e dappertutto. Il rifornimento di grano si è raddoppiato da dicembre a gennaio. Il ritmo di rifornimento nel febbraio dà come risultato un ulteriore aumento. La campagna di rifornimento è diventata una pietra di paragone per tutte le nostre organizzazioni, sia per le organizzazioni di partito che per i sovcos e i colcos; ha facilitato l’epurazione di clementi degenerati e portato alla luce nuovi funzionari rivoluzionari. I difetti nel lavoro delle organizzazioni di rifornimento diventano evidenti e nel corso della campagna di rifornimento si delineano le vie per la loro eliminazione. Il lavoro di partito nelle campagne migliora, prevale uno spirito più fresco, la si fa finita con la deformazione della linea del Partito. L’influenza dei kulak nelle campagne diminuisce, il lavoro ha i contadini poveri si ravviva, la vita sociale sovietica nelle campagne si consolida, l’autorità del potere sovietico cresce fra le grandi masse dei contadini e anche fra í contadini medi.
E’ evidente che stiamo per uscire dalla crisi del rifornimento di grano.
Accanto ai successi sopra citati, nella realizzazione pratica delle direttive del Partito esiste per altro tutta una serie di deformazioni ed esagerazioni che, se non liquidate, possono provocare nuove difficoltà. In queste deformazioni ed esagerazioni rientrano le tendenze, presenti in singoli distretti, a uno scambio di merci immediato, a una applicazione obbligatoria del prestito agricolo, a organizzare un surrogato di squadre di sbarramento e, infine, a eseguire arresti abusivi, confische illegali di eccedenze di grano, ecc.
Tutti questi fenomeni devono essere liquidati decisamente.
Accanto all’ulteriore rafforzamento del lavoro di tutti gli organi allo scopo della realizzazione completa del piano di rifornimento di grano, il CC fa obbligo a tutte le organizzazioni locali di partito e dei soviet, di cominciare immediatamente a preparare la campagna per la semina del grano estivo in modo che venga assicurato un allargamento della superficie per la semina estiva.
All’agitazione di singoli speculatori e kulak per diminuire la superficie di semina, bisogna contrapporre, una campagna unitaria, unanime e organizzata, degli strati poveri e dei contadini medi, per l’allargamento della superficie di semina con sostegno particolare da parte dei colcos.
Partendo da quello che è stato spiegato, il CC del PCUS(b) richiede:
1) La campagna per il rafforzamento del rifornimento di grano bisogna portarla avanti con energia immutata c il compimento del piano annuale del rifornimento di grano dev’essere raggiunto ad ogni costo.
2) Bisogna rafforzare la lotta contro tutti i metodi, diretti e indiretti, per aumentare i prezzi fissati contrattualmente.
3) Bisogna porre fine decisamente alla concorrenza fra gli organi di rifornimento statali e cooperativi e deve essere garantito che procedano veramente in un fronte unitario nella lotta contro accaparratoti e kulak, che fanno affari speculatisi con l’aumento dei prezzi.
4) Bisogna proseguire nella pressione sui kulak — i veri grandi detentori di eccedenze di grano per il mercato — esercitando questa pressione esclusivamente sulla base della legalità sovietica (soprattutto at-traverso l’applicazione pratica dell’articolo 107 del codice penale della RSFSR e del corrispondente articolo del codice penale dell’Ucraina contro singoli elementi malintenzionati che posseggono eccedenze di 2000 e più pud di grano per il mercato), stando però attenti a non colpire in nessun caso í contadini medi con queste o simili misure.
5) Delle eccedenze di grano, confiscate in base alla legge a speculatori ed elementi speculatori dei kulak, bisogna consegnare il 25% ai contadini poveri con credito a lungo termine, in modo che questi possano coprire il loro fabbisogno di semina e, in caso di necessità, il fabbisogno di grano per il proprio consumo.
6) Durante il lavoro pratico nel corso della campagna per l’aumento del rifornimento di grano, bisogna decisamente eliminare esagerazioni e deformazioni, che, in singoli casi, hanno portato all’applicazione di metodi risalenti ai tempi della consegna obbligatoria, come differenziazione a seconda dell’azienda della quantità di grano da consegnare, squadre di sbarramento fra i singoli distretti, ecc.
7) Nel riscuotere debiti dei contadini allo Stato (arretrati sulla i tassa agricola, assicurazione, crediti, ecc) bisogna concedere facilitazioni e vantaggi ai contadini poveri e, in caso di necessità, ai contadini medi economicamente più deboli, mentre però sugli strati benestanti della campagna, e particolarmente sui kulak, deve ancora essere esercitata pressione.
8) Per quanto riguarda l’autotassazione, bisogna aumentare la progressione della tassazione dei kulak e degli strati benestanti della campagna in confronto all’imposta agricola. Agli strati più poveri della campagna bisogna garantire una esenzione dall’autotassazione e ai contadini medi. economie:unente più deboli, e alle famiglie dei soldati dell’Esercito Rosso bisogna concedere facilitazioni. La campagna per l’autotassazione deve essere sviluppata dappertutto, elevando l’iniziativa sociale, e impegnando in modo massiccio in questo lavoro i contadini poveri, l’Unione della Gioventù Comunista, delegati delle donne e l’intellighentsia della campagna . I contributi derivanti dall’autotassazione devono essere utilizzati rigidamente per lo scopo previsto, non può essere ammesso che vengano spesi per il mantenimento dell’apparato; progetti per l’investimento di questi mezzi, previsioni di costi, ecc., bisogna discuterli e deciderli concretamente in assemblee contadine: dev’essere garantito un controllo collettivo e completo sull’utilizzazione dei contributi.
9) Bisogna farla decisamente finita con misure amministrative per ciò che riguarda l’attuazione del prestito dei contadini (pagamento ai contadini delle consegne di grano mediante il prestito, collocamento forzato del prestito, differenziazione per azienda, ecc.), bisogna concentrare l’attenzione sul chiarire ai contadini i vantaggi che gli dà il prestito contadino, e bisogna usare l’influenza e le forze delle organizzazioni sociali della campagna per collocare le obbligazioni del prestito contadino anche fra gli strati ricchi.
10) Immutata attenzione dev’essere rivolta al soddisfacimento della domanda di prodotti industriali nei distretti di rifornimento di grano. Le forme dirette e indirette di scambio di grano contro prodotti industriali, venuti alla luce, devono essere eliminate; in casi straordinari, per prodotti che scarseggiano in modo particolare, bisogna estendere i vantaggi che godono i membri delle cooperative anche ai contadini non organizzati in cooperative, nel caso che questi vendano grano.
11) Nel corso della campagna di rifornimento bisogna continuare il controllo e la decisa epurazione delle organizzazioni di partito, dei soviet e delle cooperative; elementi estranei ed elementi che hanno cercato di ingraziarsi le organizzazioni, devono essere cacciati e sostituiti da funzionari disciplinati di partito e da provati funzionari senza partito.

13 Febbraio 1928
Per incarico del CC del PCUS(b)
G. Stalin

SALUTO PER IL DECIMO ANNIVERSARIO DELL ESERCITO ROSSO

Saluto all’Esercito Rosso che in grandiose battaglie ha affermato le conquiste dell’Ottobre!
Gloria ai combattenti, caduti per la causa del proletariato!
Gloria ai combattenti che vegliano sulla grande opera dell’edificazione del socialista.

“Krasnaja Swesda” n. 46
23 Febbraio 1928

SU TRE CARATTERISTICHE DELL’ESERCITO ROSSO

Discorso alla sessione solenne del Plenum del Soviet dio Mosca
in occasione del decimo anniversario dell’Esercito Rosso.

Compagni! Permettetemi di salutare in nome del CC del nostro Partito i combattenti del nostro Esercito Rosso, i combattenti della nostra Marina Rossa. i combattenti della nostra Aeronautica Rossa e infine i nostri miliziani, gli operai armati dell’URSS.
Il Partitio è orgoglioso di essere riuscito. con l’aiuto degli operai e dei contadini, a creare il primo Esercito Rosso del mondo, che ha difeso e affermato in grandiose battaglie la liberta degli operai e contadini .
Il Partito è orgogliose del fatto che l’Esercito Rosso è riuscito percorrere con onore il difficile cammino di lotte durissime contro i nemici interni ed esterni della classe operaia dei contadini del nostro paese, che è riuscito a diventare la più potente forza rivoluzionaria — per il terrore dei nemici della classe operaia. per la gioia di rutti gli oppressi e soggiogati.
Il Partito è orgoglioso del fatto che l’Esercito Rosso, il quale ha percorso il lungo cammino della liberazione degli operai e contadini dal giogo dei latifondisti e capitalisti, si è or, conquistato il diritto di festeggiare il decimo anniversario della sua esistenza.
Compagni, in che cosa consiste la forza, la fonte della forza del nostro Esercito Rsso?
In che con consistono le caratteristiche che distinguono dalle fondamenta il nostro Esercito Rosso da tutti quanti gli eserciti che siano mai esistiti al mondo?
In che cosa consistono le caratteristiche che costituiscono la fonte della forza e della potenza del nostro Esercito Rosso?
La prima caratteristica fondamentale del nostro Esercito Rosso consiste nel fatto che è l’esercito degli operai e contadini liberati, l’esercito della Rivoluzione di Ottobre, l’esercito della dittatura del proletariato.
Tutti gli eserciti che finora esistevano sotto il capitalismo, qualunque fosse la loro composizione. Erano e sono eserciti che consolidano il potere del capitale. Erano e rimangono eserciti del dominio del capitale. I borghesi di tutti i paesi mentono, quando sostengono che l’esercito è politicamente neutrale. Ciò non è vero. Negli stati borghesi, l’esercito è privo di diritti politici, viene tenuto lontano dall’arena politica. : Questo è vero. Ma ciò non significa minimamente che esso sia politicamente al contrario, sempre e ovunque, in tutti i paesi capitalisti, l’esercito veniva e viene coinvolto nella lotta politica, in quanto serve come strumento per l’oppressione dei lavoratori. Non è forse vero che in quei paesi l’esercito opprime gli operai, che serve come bastione di padroni?
A differenza di questi eserciti, il nostro Esercito Rosso ha la caratteristica di essere uno strumento per il consolidamento del potere degli operai e dei contadini. uno strumento per il consolidamento della dittatura del proletariato, uno strumento per la liberazione degli operai e contadini dal giogo dei latifondisti c dei capitalisti.
Il nostro esercito é un esercito della liberazione dei lavoratori.
Avete fatto caso, compagni che, ai vecchi tempi, il popolo temeva l’esercito e lo teme ancora nei paesi capitalisti, che c’è una barriera fra popolo e esercito? E da noi? Da noi, invece, popolo e esercito formano un tutto unico, un’unica famiglia. In nessuna parte del mondo il popolo circonda l’esercito con tanto amore e cura come da noi. Da noi, l’esercito e amato, stimato e curato. Perché? Perché per la prima volta al mondo gli operai e i contadini hanno creato il loro proprio esercito, che non serve i padroni, ma gli schiavi di una volta, gli operai e i contadini ora liberati.

Qui risiede la fonte della forza del nostro Esercito Rosso.
Che cosa significa l’amore del popolo per il suo esercito? Significa che un esercito del genere avrà la più solida retrovia, che un esercito del genere è invincibile.
Cos’è un esercito senza una solida retrovia? Niente. Gli eserciti più grandi, gli eserciti meglio armati si sgretolarono e si dissolsero, non avendo una retrovia solida, non avendo il sostegno e le simpatie della retrovia, della popolazione lavoratrice. Il nostro esercito e l’unico esercito del mondo ce possiede simpatie e il sostegno degli operai e dei contadini. Qui è la sua forza, qui il suo vigore.

Soprattutto per questo il nostro Esercito Rosso si distingue da tutti gli altri eserciti, che esistevano e esistono nel mondo.
Il desiderio, il compito del Partito è mantenere e assicurare al nostro Esercito rosso questa caratteristica, questo stretto collegamento fraterno con gli operai e contadini
La seconda caratteristica del nostro Esercito Rosso sta nel fatto che esso è un esercito della fraternità delle nazioni del nostro paese, un esercito della liberazione delle nazioni oppresse del nostro paese.
Ai vecchi tempi di soltio gli eserciti venivano educati nello spirito dello scio9vinismo, nello spirito delle conquiste, spirito della necessità della sottomissione delle nazioni deboli. Questo spiega precisamente anche che gli eserciti di vecchio tipo. gli eserciti capitalistici, erano al tempo stesso eserciti di oppressione nazionale e coloniale. Questo fatto costituisce una delle debolezze principali dei vecchi eserciti. Il nostro esercito si distingue dalle fondamenta dagli eserciti di oppressione coloniale. Tutta la sua essenza, tutta la sua organizzazione si fonda sul consolidamento dei legami d’amicizia fra le nazioni del nostro paese, sull’idea della liberazione dei popoli oppressi, sull’idea della difesa della libertà e indipendenza delle repubbliche socialiste, facenti parte dell’Unione Sovietica.
In ciò consiste la seconda fonte principale della forza e della potenza del nostro Esercito Rosso. In ciò sta la garanzia. che il nostro esercitò avrà, nel momento critico, il massimo sostegno delle masse di milioni di uomini, di tutte quante le nazioni e nazionalità che abitano nel nostro immenso paese.
Il desiderio, il compio del Partito è mantenere e assicurare al nostro Esercito Rosso anche questa caratteristica.
Infine, La terza caratteristica dell’Esercito Rosso. Essa consiste nell’educazione del nostro esercito nello spirito dell’internazionalismo, nel consolidamento di questo spirito, consiste nel fatto che lo spirito internazionalismo compenetra tutto il nostro Esercito rosso.
Nei paesi capitalisti si usa educare gli eserciti nello spirito dell’odio contro i popoli di altri paesi, nello spirito dell’odio contro gli altri Stati, nello spirito dell’odio contro gli operai e contadini di altri paesi. Perché viene fatto questo? Viene fatto per trasformare l’esercito in un gregge obbediente nel caso di un confronto bellico fra Stati, fra potenze, fra paesi. Questa è la causa della debolezza degli eserciti capitalisti.
Il nostro esercito è costruito su basi del tutto diverse. La forza del nostro Esercito Rosso consiste nel fatto che viene educato fin dal primo giorno delle sua esistenza nello spirito dell’internazionalismo, nello spirito del rispetto nei confronti dei popoli degli altri paesi, nello spinto dell’amore e della stima nei confronti degli operai di tutti i paesi, nello spirito del mantenimento e del consolidamento della pace fra i paesi. E’proprio perché il nostro esercito viene educato nello spinto dell’internazionalismo, nello spirito della comunanza degli interessi degli operai di tutti i paesi, proprio per questo il nostro esercito è l’esercito degli operai di tutti i paesi.
E che questa circostanza è la fonte della forza e della potenza del nostro esercito, questo sperimenteranno un giorno i borghesi di tutti i paesi, se dovessero osare attaccare il nostro paese, perché allora vedrebbero che il nostro Esercito Rosso, educato nello spirito dell’internazionalismo,
ha innumerevoli amici e alleati, in tutte le parti del mondo, da Shanghai a New York, da Londra a Calcutta.
Questa, compagni, è la terza caratteristica fondamentale, dalla quale è compenetrato lo spirito del nostro esercito e che costituisce la fonte della sua potenza.
Il desiderio e il compito del Partito è mantenere e assicurare anche questa caratteristica al nostro esercito.
Il nostro esercito deve la sua forza e la sua potenza a queste tre caratteristiche .
Ciò spiega anche fatto che il nostro esercito sa quale via percorrere, perché non è composto da soldatini di piombo, ma da uomini coscienti che sanno dove devono andare e per che cosa devono combattete.
Un esercito che sa per che cosa combattere, è invincibile, compagni.
Perciò il nostro Esercito Rosso possiede tutto per essere il migliore esercito del mondo.
Viva il nostro Esercito Rosso!
Viva i suoi combattenti!
Viva i suoi dirigenti!
Viva ha dittatura del proletariato che ha creato l’Esercito Rosso, che l’ha portato alla vittoria e coronato di gloria!

“Pravda” n, 50
28 Febbraio 1928

SUI LAVORI DELLA SESSIONE PLENARIA COMUNE D’APRILE DEL
COMITATO CENTRALE E DELLA COMMISSIONE CENTRALE DI CONTROLLO

Discorso alalriunione dell’attivo dell’organizzazione di Mosca del PC(b) Mosca dei PC(b) dell’URSS
13 Aprile 1928 (*)

Compagni! la sessione plenarie comune del CC e della CCC(8), appena conclusasi presenta una caratteristica che la distingue dalle sessioni plenarie degli ultimi due anni. Questa caratteristica consiste nel fatto che è stata una sessione completamente serena, una sessione senza lotta all’interno del Partito una sessione senza inasprimento all’interno del Partito.
Sull’ordine del giorno, c’erano questioni della più grande attualità: la fornitura di grano, l’affare Schachty (9), infine il pino di lavoro dell’Ufficio Politico e della sessione plenaria del CC. Come vedete questioni piuttosto serie. E tuttavia, nonostante ciò, la discussione nella sessione plenaria si é svolta in modo completamente sereno e la risoluzione è stata approvata ad unanimità.
Ciò si spiega col fatto che non c’è stata alcuna opposizione nella sessione plenaria. Si Spiega col fatto che si sono affrontate le questioni in modo rigorosamente oggettivo senza invettive frazionistiche, senza demagogia di frazione. Si spiega col fatto che il Partito ha ottenuto, solo dopo il XV Congresso, solo dopo la liquidazione dell’opposizione, la possibilità di affrontare le questioni pratiche in modo serio e energico.
Questo è il Iato positivo, e, se volete, è un progresso inestimabile della fase di sviluppo in cui siamo entrati dopo il XV Congresso del nostro Partito, dopo la liquidazione della opposizione.

1

SULL’AUTOCRITICA

E’ caratteristica,per il lavoro della sessione plenaria per gli interventi nelle discussioni e per le risoluzioni del plenum, che dall’inizio alla fine il lavoro si sia svolto all’insegna della più severa auto:autocritica. Ancor più, la discussione di nessuna questione, nessun discorso era sprovvisto di critica sugli errori del nostro lavoro, di autocritica delle nostre organizzazioni. Critica dei nostri errori, autocritica onesta e bolscevica delle organizzazioni del Partito, dei soviet e dell’economia – questo è stato il tono fondamentale dei lavori della sessione plenaria.
So che nelle file del nostro Partito ci sono elementi che hanno una avversione per la critica in generale, e per l’autocritica. Tali elementi. che io vorrei definire comminasti «laccati», si sottraggono continuamente all’autocritica e brontolano: di nuovo questa dannata autocritica, di nuovo questa insistenza sui nostri errori – non ci potrebbero lasciare in pace? E’ chiaro che questi comunisti «laccati» non hanno nulla in comune con lo spirino del nostro Partito con lo spirito del bolscevismo. In considerazione di tale stato d’animo in elementi che sono ben lontani dall’entusiasmo per l’autocritica, sia ora consentita la domanda: abbiamo bisogno dell’autocritica, di dove deriva e qual è la sua utilità.
Penso compagni che abbiano bisogno dell’autocritica come dell’aria, come dell’acqua. Penso che il nostro Partito senza di essa non potrebbe progredire, non potrebbe scoprire le nostre debolezze, non potrebbe eliminare i nostri difetti. E ci sono molti difetti in noi: questo dev’essere ammesso sinceramente e apertamente.
La parola d’ordine dell’autocritica non può essere considerata come una parola a ordine nuova. E’ nella essenza stessa del Partito bolscevico. E’ nell’essenza del regime a dittatura del proletariato. Dato che il nostro paese è il paese della dittatura del proletariato e che la dittatura è guidata da un Partito, il Partito Comunista, che non divide né può dividere il potere con altri partiti – non è chiaro allora noi stessi dobbiamo scoprire e correggere i nostri errori, se vogliamo andare avanti? Non é chiaro che diversamente non ci sarebbe nessuno che li scopra e li corregga? Non è chiaro, compagni, che l’autocritica deve essere una delle forze più importanti per il nostro sviluppo?
La parola d’ordine dell’autocritica ha trovato una diffusione particolarmente vigorosa dopo il XV congresso. Perché? Perché dopo il XV Congresso in cui è stata liquidata l’opposione, si è creata nel Partito una nuova situazione che non possiamo trascurare.
In che cosa consiste la novità della situazione? Nel fatto che da noi non c’è più o quasi opposizione, nel fatto che considerata facile la vittoria sull’opposizione – di per se significa un grande progresso per il Partito – può sorgere nel Partito il pericolo che ci si riposi sugli allori o si abbandoni alla spensieratezza e chiudano gli occhi davanti ai difetti del nostro lavoro.
La facile vittoria sull’opposizione è un enorme progresso per il nostro Partito. Ma comporta anche certi lati negativi, cioè, nel Partito si potrebbero far strada l’autosoddisfazione, l’autocompiacimento, il Partito potrebbe incominciare a riposare sugli allori. Ma cosa significa riposare sugli allori? significa rinunciare una volta per sempre alla nostra avanzata. Perché non si arrivi a questo pan

punto, abbinino bisogno dell’autocritica – non di quella critica maligna e in fondo controrivoluzionaria che adoperava l’opposizione, ma di una critica onesta e aperta di un’autocritica bolscevica.
Il XV Congresso ha tenuto conto di questa circostanza, quando ha lanciato la parola d’ordine dell’autocritica. Da allora. l’ondata dell’autocritica sta montando e ha lasciato la sua impronta anche sul lavoro della sessione plenaria di aprile del CC e della CCC.
Sarebbe strano, se dovessimo aver paura del fatto che i nostri nemici, tanto quelli interni quanto quegli esterni, potrebbero utilizzare la critica dei nostri difetti per levare alte grida: Ecco, fra loro, fra i bolscevichim non tutto va per il meglio. Sarebbe strano se noi bolscevichi dovessimo aver paura di tutto questo.
La forza del bolscevismo risiede proprio nel fatto che esso non ha paura di ammettere i propri errori. Possa il Partito, possano i bolscevichi, possano tutti i sinceri operai e lavoratori del nostro paese scoprire i difetti del nostro lavoro, della nostra edificazione; possano essi mostrare la via per l’eliminazione di tali difetti, affinché nel nostro lavora e nella nostra edificazione non ci sia alcuna battuta d’a:resto, alcuna stagnazione, alcun imputridimento, affinché tutto il nostro lavoro, tutta la nostra edificazione migliori di giorno in giorno e proceda di successo in successo. Questa è ora la cosa più importante. Ciancino pure i nostri nemici sui nostri difetti: tali inezie non possono e non devono portare fuori strada i nolscevichi.
Infine, c’è un’altra circostanza che ci spinge all’autocritica. Penso alla questione: masse e dirigenti. Negli ultimi tempi. da noi, hanno cominciato a manifestarsi strani rapporti fra i dirigenti e le messe Da una parte si è sotricamente formato e sviluppato un gruppo da dirigenti, la cui autorità cresce continuamente e che diventano quasi irraggiungibili per le masse. Dall’altro lato, l’ascesa delle masse, delle classe operaia in particolare, e delle masse dei lavoratori in generale, procede con straordinaria lentezza; esse cominciano a guardare dal basso ì dirigenti, sono come accecate dallo splendore e spesso temono di criticarli.
Il fatto che da noi si sia formato un gruppo di dirigenti, arrivati molto in alto e che godono di grande autorità è naturalmente, in sé, una grande conquista del nostro Partito. E’ chiaro che, senza la presenza di un tale autorevole gruppo di dirigenti, la direzione di un grande paese sarebbe impossibile. Ma il fatto che i dirigenti nella loro ascesa si allontanino dalle masse, e che le masse comincino a guardarli dal basso, senza avere il coraggio di criticarli, fa sorgere il pericolo del distacco dei dirigenti dalle masse e dall’allontanamento delle masse dai dirigenti.
Questo pericolo può condurre i dirigenti a diventare superbi e a ritenersi infallibili. E cosa ci potrebbe essere di buono nel fatto che i più alti dirigenti diventino superbi e cominciano a guardare le masse dall’alto in basso? E’ chiaro che questo a null’altro potrebbe condurre se non alla rovina del Partito. Noi, però, vogliamo andare avanti e migliorare il nostro lavoro, non invece rovinare il Partito. E proprio per andate avanti e per migliorare le relazioni fra le mise e i dirigenti. bisogna tenere aperta continuamente la valvola dell’autocritica, bisogna dare la possibilità ai sovietici di «lavare la testa» ai propri dirigenti, di criticarli per i loro errori, in modo che i dirigenti non diventino arroganti e le masse non si allontanino dai dirigenti.
Qualche volta la questione delle masse e dei dirigenti viene confusa con la questione dell’avanzare a posizioni dirigenti. Questo è sbagliato, compagni. Non si tratta dell’avanzare di nuovi dirigenti, benché tale questione meriti la più seria attenzione del Partito. Si tratta di conservare i dirigenti che sono già avanzati e godono grande autorità, stabilendo un contatto continuo e indissolubile fra loro e le masse. Si tratta di organizzare, nella forma di autocritica e di critica dei nostri difetti, le larga opinione pubblica del Partito, la larga opinione pubblica della classe operaia, come controllo morale vivo e vigilante, alla cui voce devono prestare attentamente orecchio i dirigenti che godono grande autorità, se vogliono conservarsi la fiducia del Partito, la fiducia della classe operaia.
In questo senso il ruolo della stampa, della nostra stampa di partito e sovietica, é veramente inestimabile. In questo senso bisogna senz’altro approvare l’iniziativa della «Pravda» di organizzare la «Listok-Rabotsche-Krestjanskoj Inspekzi» (10), un foglio che sottopone i difetti del nostro lavoro a una critica sistematica. Solo bisogna far si che la critica sia seria che arrivi in profondità e non rimanga alla superficie. In questo senso bisogna anche salutare l’iniziativa della Komsomolkaja Pravda» (11) che attacca con zelo e veemenza i difetti del nostro lavoro.
Qualche alcuni se la prendono coi critici, perché la loro critica non è completa, perché la loro critica delle volte non risulta giusta al cento per cento. Non di rado pretende che la critica sia esatta in tutti i punti, e se non è esatta sotto tutti gli aspetti si comincia a ingiuriare a diffamare gli autori della critica.
Questo è sbagliato, compagni. E’ un errore pericoloso. Si accenni ad avanzare tale pretesa e si chiuderà la bocca a centinaia persino migliaia di operai, di corrispondenti contadini,. che vogliono correggere i nostri errori, che però qualche volta non sono in grado di formulare in modo preciso i toro pensieri. Così avremmo un cimitero e non l’autocritica.
Dovete sapere che gli operai esitano talvolta a esprimete la verità sui difetti del nostro lavoro. Esitano, non solo perché potrebbe «andar loro male», ma anche perché ci si potrebbe «beffare» di loro per una critica imperfetta. Come il semplice operaio o il semplice contadino, che sente su se stesso e difetti del nostro lavoro e della nostra pianificazione, potrebbe fondare la sua critica regola d’arte? Se gli richiedete una critica esatta al cento per cento, allora distruggete ogni possibilità di una critica dal basso, ogni possibilità di autocritica. Perciò penso si debba accogliere con favore anche una critica che contiene solo il 5-10 per cento di verità, ascoltarla attentamente e prendere in considerazione il suo nocciolo sano. Altrimenti dovreste, come già detto, chiudere la bocca a tutte quelle centinaia di mialgia di persone, fedelmente attaccate al regime sovietico, che non hanno ancora abbastanza esperienza nella critica, ma dalla cui bocca parla la verità stessa.
E appunto per non soffocare l’autocritica, ma per svilupparla, appunto per questo é necessario ascoltare attentamente ogni critica proveniente da uomini sovietici, anche se qualche volta non é esatta in tutto e per tutto. Solo in queste condizioni le masse possono convincersi che per una critica imperfetta non gli «va male» e che non ci si «befferà» di loro per qualche errore nella critica. Solo a queste condizioni l’autocritica può assumere veramente un carattere di massa e trovare veramente una risonanza di massa.
Va da sé che qui non i tratta di «qualsiasi» critica. Anche la critica di un controrivoluzionario é critica. Ma ha come scopo la diffamazione del potere sovietico, il sabotaggio della nostra industria e la disorganizzazione del nostro lavoro di partito. Evidentemente qui non si parla di una critica di questo genere. Non parlo di una critica di questo genere, ma di una critica proveniente da uomini sovietici, di una critica the si pone come fine il miglioramento degli organi del potere sovietico, il miglioramento della nostra industria e il miglioramento dei nostro lavoro di partito e di sindacato. Abbiamo bisogno della critica per consolidare il potere sovietico, non invece per indebolirlo. E appunto per consolidare e migliorare la nostra opera, appunto per questo il Partito lancia la parola d’ordine della critica e dell’autocritica.
Che cosa ci aspettiamo soprattutto dalla parola d’ordine dell’autocritica, quali risultati può avere se viene fatta in modo giusto e corretto? deve avere almeno due risultati. In primo luogo deve elevare la vigilanza della classe operata, acuire la sua attenzione per quanto riguarda nostri difetti, facilitare l’eliminazione di questi difetti e rendere impossibili e «sorprese» d’ogni genere nel nostro lavoro di edificazione. In secondo luogo, deve elevare il livello di cultura politica della classe operaia, deve sviluppare in essa la consapevolezza di essere il padrone del paese, e deve facilitare ad insegnare alla classe operaia come amministrare il prese.
Avete notato chi non solo l’affare Schachty, ma anche la crisi dei rifornimenti nel 1928 fu una «sorpresa» per molti di noi? L’affare Schachty è particolarmente significativo a questo riguardo. Pcr la durata di cinque anni un gruppo controrivoluzionario di specialisti borghesi, che ricevevano le direttivela organizzazioni antisovietiche del capitale internazionale, poté compiere le sue malefatte. Per la durata di cinque anni vennero compitate e spedite dalle nostre organizzazioni tutte le possibili risoluzioni e decisioni. Naturalmente, nonostante ciò, la nostra industria del carbone progrediva, dato che il sistema economico sovietico è di una tale vitalità e forza che prevalse nonostante tutto, nonostante la mitra sciatteria e i nostri errori, nonostante l’attività diversiva degli specialisti. Per la dorata di cinque anni questo gruppo controrivoluzionario dì specialisti compì un’opera di sabotaggio della nostra industria, faceva saltare caldaie, distruggeva turbine, ecc. Ma noi, stavamo li, come se tutto andasse per il meglio. E «all’improvviso» come un fulmine a ciel sereno l’affare Schachty.
Ciò vi sembra normale, compagni? Penso che sia più che anormale. Stare al posto di comando, guardarsi intorno per poi non vedere niente, fino a quando le circostanze ci fanno sbattere il naso su un qualsiasi imbroglio, ciò non significa affatto dirigere. Il bolscevismo ha una concezione diversa della direzione. Per dirigere bisogna prevedere. Ma prevedere, compagni, non è sempre facile.
Una cosa è se una, due decine di compagni dirigenti si guardano intorno e notano ì difetti nel nostro lavoro, ma senza che le masse operaie si guardino intorno né vogliano o possano notare i difetti. In questo caso si può prevedere con tutta sin:sicurezza che parecchie cose sfuggano, che non tutto venga notato. Un’altra cosa invece è se assieme a una o due decine di compagni dirigenti, centinaia di migliaia e milioni di operai sì guardano intorno e notano i difetti del nostro lavoro, scoprono gli errori, si inseriscono attivamente nell’opera generale di edificazione e mostrano le via per il miglioramento di quest’opera. Allora c’é più. facilmente la garanzia che non ci saranno sorprese, che fenomeni negativi verranno riconosciuti in tempo e che tempestivamente verranno prese misure per eliminare questi fenomeni.
Dobbiamo far sì che la vigilanza della disse operaia sviluppi e non venga invece addormentata, che centinaia di migliaia e milioni di operai si inseriscano attivamente nell’opera di edificazione socialista, che centinaia di migliaia e milioni di ormai e contadini – e non solo una decina di dirigenti – seguano in modo vigilante l’andamento della netto edificazione, indichino i nostri errori e li panino alla luce del giorno. Solo in queste condizioni non avremo a «sorprese». Ma per ottenere questo dobbiamo sviluppare la critica dei nostri difetti dal basso. dobbiamo fare della critica una critica di massa, dobbiamo assimilare la parole d’ordine dell’autocritica e metterla in pratica.
Infine, sull’elevamento delle forze culturali della classe operaia, necessarie sullo sviluppo delle capacità della classe operaia, necessarie per l’amministrazione del paese, in connessione con la realizzazione della parola d’ordine dell’autocritica, Lenin ha detto:
«la cosa più importante che ci manca è la capacità, l’arte di amministrare… Economicamente e politicamente la NEP ci assicura appieno la possibilità di edificare il fondamento dell’economia socialista. Dipende “solo” dalle forze culturali del proletariato e della sua avanguardia. »
Cosa significa ciò? Significa che uno dei compiti fondamentali della nostra edificazione è fornire alla classe operaia le conoscenze e il sapere, necessari per amministrare il paese, per amministrare l’economia,per amministrare l’industria.
Si possono sviluppare nella classe operaia queste conoscenze e questo sapere. senza liberare le forze e le capacità degli operai, senza sviluppare negli elementi migliori della classe operaia la forza e le capacità di criticare i nostri errori, di indicare i nostri difetti e di portare avanti il nestro lavoro? E’ chiaro si può.
Ma cosa é necessario per liberare le forze e le capacità della classe operaia e dei lavoratosi in generale e per dargli la possibilità di acquisire le conoscenze necessarie per l’amministrazione del paese? Ci vuole soprattutto un’applicazione onesta e bolscevica della parola d’ordine dell’autocritica, un’applicazione onesta e bolscevica della parola d’ordine della critica dal basso dei difetti e degli errori del nostro lavoro. Cosa significa se gli operai utilizzano la possibilità di criticare apertamente e francamente i difetti del lavoro, di migliorare e portare avanti il nostro lavoro? Significa che gli operai partecipano attivamente alla direzione del paese, dell’economia. dell’industria. Ma questo rafforza la consapevolezza negli operai di essere i padroni del paese. eleva la loro attività, la loro vigilanza e il loro livello culturale.
La questione delle forze culturali della classe operaia è una delle questioni decisive. Perché? Perché di tutte le classi dominanti che ci sono state finora, la classe operaia occupa nella storia moria, come classe dominante, una posizione particolare. non del tutto favorevole. Tutte le classi dominanti che ci sono state finora – i proprietari di schiavi, i feudatari, i capitalisti – erano tutte classi di ricchi. Avevano la possibilità di fornire i loro figli dalle conoscenze e capacità necessarie per l’amministrazione. La classe operaia si distingue da loro, fra l’altro, per il fatto che non è una classe ricca, che prima non aveva la possibili:il di fornire i suoi figli delle conoscenze per l’amministrazione. Solo adesso dopo la presa del potere ha questa possibilità.
Appunto da ciò risulta, fra l’altro, l’urgenza con cui si pone da noi la questione della rivoluzione culturale, dell’URSS nei dieci anni del suo dominio è riuscita a ottenere molto di più a questo riguardo che non i latifondisti e i capitalisti nel corso dei secoli. Ma la situazione internazionale e interna è tale che i risultati raggiunti sono ben lungi dal bastare Perciò. deve essere utilizzato da noi Sino in fondo ogni mezzo che può innalzare il livello di sviluppo delle forze culturali delle classe operaia, ogni mezzo che può facilitare nella classe operaia la formazione delle conoscenze e del sapere necessari per l’amministrazione del paese e dell’industria.
Da ciò deriva che la parola d’ordine dell’autocritica è uno dei mezzi più imputanti per sviluppare le forze culturali del proletariato e per formare nella classe operaia le conoscenze necessarie per l’amministrazione. Ne consegue un ulteriore motivo che spiega come la realizzazione pratica della parola d’ordine dell’autocritica é per noi un compito d’importanza vitale.
Questi sono, in generale, i motivi che ci dettano la parola d’ordine dell’autocritica come parola d’ordine del giorno.
Perciò non c’è da meravigliarsi che il lavoro dell’assemblea plenaria d’Aprile del CC e delle CCC • siano svolti all’insegna dell’autocritica. Passiamo ora alla questione del rifornimento di grano.

(*) Nel discorso sono ricostruiti alcuni paragrafi non pubblicati a suo tempo sulla stampa (n.d.r.)

II

LA QUESTIONE DEL RIFORNIMENTO DI GRANO

Innanzitutto alcune parole sulla natura della crisi del rifornimento di grano, che è scoppiata all’inizio di gennaio di quest’anno. Il nocciolo della questione è che il rifornimento di grano cominciò a diminuire fin dall’ottobre dello scorso anno, nel dicembre raggiunse il livello più basso e all’inizio di quest’anno avevamo un deficit di 130 milioni di pud nel rifornimento di grano. Il raccolto quest’anno è stato appena peggiore dell’anno scorso, è possibile che rimanga di poco inferiore al raccolto dell’anno passato. Scorte da vecchi raccolti ci sono state quest’anno più dell’anno scorso, e in genere, è prevalsa l’opinione che il nostro paese possieda quest’anno non meno, ma più grano dell’anno scorso.
Di conseguenza, anche il piano di rifornimento è stato stabilito per quest’anno con un ceno aumento rispetto al piano dell’anno scorso. Nonostante ciò il rifornimento di grano è diminuito e nel gennaio 1928 abbiamo avuto un deficit di 130 milioni di pud. Si è verificata una situazione «originale»: di grano ce n’è molto nel paese, ma il rifornimento di grano diminuisce, ciò che provoca il pericolo della fame nelle città e nell’Esercito Rosso.
Come si spiega questa «originalità» della situazione? Si tratta forse di un caso? Molti tendono a spiegarlo col fatto che sarebbe stato cala. sciato qualcosa che si sarebbe stati occupati coll’opposizione e sarebbe stato trascurato questo e quello. Naturalmente è vero che é stato trala-sciato qualcosa. Ma voler spiegare tutto col fatto che è stato tralasciato qualcosa. significa commettere un errore grossolano. Ancora meno si può spiegare la crisi del rifornimento di grano con un caso. Cose di questo genere non accadono per caso. Questa sarebbe una spiegazione troppo comoda.
Allora, quali condizioni sono stare determinanti per la crisi di rifornimento?
Penso che vi siano state almeno tre di tali condizioni.
Primo: le difficoltà della nostra edificazione socialista, in considerazione della nostra situazione internazionale e interna. Mi riferisco soprattutto alle difficoltà dello sviluppo dell’industria della città. Bisognerebbe inondare la campagna di merci di ogni genere, per ricevere dalla campagna un massimo di prodotti agricoli. Perciò è necessario uno sviluppo della nostra industria più rapido di quello attuale. Ma per poter sviluppare maggiormente l’industria, è necessario un ritmo più veloce dell’accumulazione socialista. Però, raggiungere un tale ritmo di accumulazione non è facile compagni. Di qui la mancanza di merci per la campagna.
Penso inoltre alle difficoltà della nostra edificazione nelle campagne. L’agricoltura si è sviluppa lentamente, compagni. L’agricoltura dovrebbe marciare con gli stivali delle sette leghe, il grano dovrebbe costare meno, il raccolto dovrebbe aumentare, i concimi dovrebbero essere utilizzati in modo massiccio, la produzione meccanizzata del grano dovrebbe svilupparsi con ritmo accelerato. Ma da noi questo non è il caso e non sarà il caso tanto presto, compagni.
Perché? –
Perché la nostra agricoltura è un’agricoltura di piccole aziende contadine per la quale miglioramenti seri sono difficili da attuare. Le stati. miche dicono che prima della guerra esistevano in tutto il paese circa 16 milioni di aziende contadine individuali. Adesso abbiamo, circa 25 milioni di aziende contadine individuali. Ciò significa che siamo spiccatamente un paese di piccole aziende contadine. Ma cosa rappresenta la piccola azienda contadina? Rappresenta un’economia agricola estremamente insicura, estremamente primitiva e sottosviluppata, con una produzione per mercato estremamente ridotta. Questo è il nocciolo della questione, compagni; concime, macchinari, conoscenze agronomiche e altri perfezionamenti sono cose che possono essere adoperate con successo nelle grandi aziende Ma che non trovano nessuno o quasi nessun impiego nella piccola azienda contadina. In ciò consiste la debolezza della piccola azienda e perciò non regge alla concorrenza delle grandi dei kulak.
Esistono da noi grandi aziende nelle campagne che adoperano macchinari, concimi, conoscenze agronomiche, ecc? Si, esistono Ci sono in primo luogo i colcos e i sovcos. Ma di questi ne abbiamo pochi, compagni. In secondo luogo ci sono le grandi aziende (capitalistiche) dei kulak. Aziende di questo tipo non sono affatto poche nel nostro paese, e hanno ancora un molo importante nell’agricoltura.
Possiamo prendere la via dello sviluppo di grandi aziende private capitalistiche nelle campagne? E’ evidente che non lo possiamo fare. Ne deriva la conclusione: fare di tutto per sviluppare nelle campagne grandi aziende del tipo dei colcos e sovcos, e impegnarsi a farne delle fabbriche di grano per tutto il paese, organizzate sulla base della scienza moderna. Così si spiega anche che il XV Congresso del nostro Partito ha lanciato la parola d’ordine dello sviluppo multilaterale dell’edificazione dei colcos e sovcos.
Sarebbe un errore credere che i colcos dovrebbero essere formati solo dagli strati dei contadini poveri. Sarebbe sbagliato, compagni. I nostri colcos devono essere composti da contadini poveri e medi, devono abbracciate non solo singoli gruppi e gruppetti, ma villaggi interi. Bsogna dare una prospettiva al contadino medio e dimostrargli che può sviluppare l’azienda nel modo migliore e più veloce possibile mediante i colcos. Se il contadino médio non può innalzarsi a livello di kulak, e se, d’altra parte un abbassamento sarebbe irragionevole, allora bisogna dargli la prospettiva che può migliorare l’azienda attraverso l’edificazione di una economia collettiva. Ma per il momento esistono da noi pochi colcos e sovcos, incredibilmente pochi. Da ciò derivano le difficoltà della nostra edificazione nelle campagne, e quindi lo stato non soddisfacente della produzione di grano.
Secondo: ne segue che le difficoltà della nostra edificazione nelle città e nelle campagne costituiscono la base, che può provocare una crisi di rifornimento. Ma ciò non vuol dire che proprio quest’anno si debba giungere a una crisi di rifornimento. Notoriamente queste difficoltà non si sono presentate solo quest’anno, ma anche nell’anno passato – perché allora si à giunti proprio quest’anno a una crisi di rifornimento? In cosa consiste il segreto?
Il segreto sta nel fatto che il kulak ha avuto quest’anno la possibilità di sfruttare queste difficoltà per alzare i prezzi del grano, per attaccare la politica sovietica dei prezzi e frenare così il nostro lavoro di rifornimento.
Sfruttare queste difficoltà gli è riuscito, però, per lo meno o per due ragioni:
Primo, perché tre anni di buon raccolto non sono passati senza lasciare tracce, il kulak si è rafforzato in questo periodo, nella campagna in generale e presso il kulak in particolare si sono accumulate scorte di grano, e cosi il kulak ha potuto tentare di imporre i prezzi.
secondo, perché i kulak ha avuto il sostegno degli speculatori della città, che alzano i prezzi del grano con le loro manovre speculative.
Ciò non significa naturalmente che il kulak dispone della maggior parte del grano. La massa che dispone della maggior parte del grano sono sostanzialmente i contadini medi. Ma il kulak gode di una certa autorità economica nella campagna, e per quanto riguarda la questione dei prezzi, riesce delle volte a esercitare un’influenza sui contadini medi. Da ciò la possibilità, per gli elementi kulak de1la campagna, di sfruttare le difficoltà della nostra edificazione, per alzare a scopo speculativo i prezzi del grano.
Ma cosa significa alzare i prezzi del grano, diciamo del 40-50 per cento, come hanno fatto per esempio gli elementi kulak e speculatori? significa soprattutto minare il salario reale degli operai. Supponiamo che avessimo aumentato in seguito i salario degli operai; avremmo dovuto poi aumentare i prezzi dei prodotti industriali per cui sarebbe stato pregiudicata la situazione materiale sia della classe operaia che dei contadini poveri e dei contadini medi. Ma che cosa avrebbe significato ciò? Avrebbe significato compromettere direttamente e indubbiamente tutta la nostra politica economica.
Ma la cosa non sarebbe finita lì. Supponiamo che avessimo aumentato i prezzi del grano nel gennaio o nella primavera di quest’anno, prima della preparazione della semina, circa del 40-50 per cento. Cosa sarebbe successo? In questo caso avremmo disorganizzato la base di materie prime della nostra industria. I coltivatori di cotone avrebbero abbandonato il cotone e sarebbero passati alla coltivazione del grano, in quanto più redditizio. I coltivatori di lino avrebbero abbandonato il lino e sarebbero passati anche loro alla coltivazione del grano. I coltivatori di barbabietole avrebbero fatto lo stesso, e cosi via. Insomma, avremmo minato la base di materie prime della nostra industria per i desideri di speculazione degli elementi capitalistici delal campagna.
Ma neppure questo sarebbe tutto. Se avessimo alzato i prezzi del grano diciamo nella primavera, di qeust’anno, avremmo rovinato immancabilmente i contadini poveri, che comprano in primavera il grano, sia per l’alimentazione che per la semina. A buon diritto i contadini poveri e gli strati inferiori dei contadini medi avrebbero potuto dirci: Ci avete ingannato, perché noi vi abbiamo venduto il nostro grano nell’autunno dell’anno scorso a prezzi bassi, adesso invece ci costringete a comprare il grano a prezzi alti – allora, chi proteggete, signori sovietici, i nullatenenti oppure i kulak?
Perciò il Partito ha dovuto rispondere al colpo dei kulak, aumento speculativo dei prezzi del grano, con un altro colpo, che fa passare la voglia ai kulak e agli speculatori di minacciare di fame la classe operaia e l’Esercito Rosso.
Terzo, senza dubbio gli elementi capitalistici della campagna non avrebbero potuto sfruttare le difficoltà della nostra edificazione nella misura in cui infatti lo hanno fatto e la crisi di rifornimento non avrebbe assunto un carattere cosi minaccioso, se non fosse venuta in loro aiuto ancora un’altra circostanza. Quale è questa circostanza?
Si tratta della confusione nei nostri organismi competenti per il rifornimento, del fatto che non procedono in un fronte unitario, che sono in concorrenza tra di loro, che non sono disposti a portare avanti una lotta decisa contro l’aumento artificiale dei prezzi del grano.
Si tratta infine, della pigrizia delle nostre organizzazioni di Partito nei distretto di rifornimento, del fatto che non sono disposti ad intervenire in un modo adeguato nella campagna per il rifornimento di grano, che non sono disposti a intervenire e a farla finita con al confusione sul fronte di rifornimento.
Inebriate per i successi della campagna di rifornimento dello scorso anno, e supponendo che quest’anno il rifornimento di grano sarebbe avvenuto spontaneamente, le nostre organizzazioni per il rifornimento e di Partito hanno affidato tutto alla «divina provvidenza» e ceduto il campo agli elementi kulak e agli speculatori. Ma proprio questo aspettavano i kulak. E’ fuori dubbio che la crisi di rifornimento non avrebbe potuto assumere un carattere cosi minaccioso senza questa circostanza.
Non bisogna dimenticare ce noi, cioè, le nostre organizzazioni, sia le organizzazioni per il rifornimento che le altre, abbiamo in mano quasi l’80% dell’approvvigionamento di prodotti industriali della campagna e quasi il 90% del rifornimento di grano. E’ inutile sottolineare che questa circostanza ci da la possibilità di imporre le condizioni al kulak nella campagna, premesso chele nostre organizzazioni sappiano sfruttare questa situazione favorevole. Noi, invece, anziché sfruttare la situazione favorevole, abbiamo abbandonato tutto alla spontaneità e con ciò – naturalmente senza volerlo – abbiamo facilitato gli elementi capitalistici della campagna nella lor lotta contro il potere sovietico.
Queste, compagni, sono condizioni determinanti per la crisi di rifornimento della fine dell’anno scorso.
Quindi vedete che la crisi di rifornimento non può essere considerata un caso.
Vedete che la crisi di rifornimento costituisce il primo serio attacco degli elementi capitalistici della campagna contro il potere sovietico, attacco intrapreso nelle condizioni della NEP in una delle più importanti questioni della nostra edificazione, nella questione del rifornimento di grano.
Questi, compagni,sono i retroscena di classe della crisi del rifornimento di grano.
Sapete che il Partito e il potere sovietico sono stati costetti a prendere una serie di misure pratiche per liquidare la crisi di rifornimento e per reprimere i desideri di speculazione dei kulak. Su queste misure la nostra stampa ha riferito ampiamente. Di ciò si parla in modo abbastanza esauriente nella risoluzione dell’assemblea plenaria comune del CC del CCC. Sono perciò del parere che non sia necessario ripetere qui queste cose.
Vorrei parlare soltanto di alcune misure straordinarie che sono state prese riguardo a circostanze straordinarie e che naturalmente verranno a cadere, appena non esisteranno più queste circostanze straordinarie, penso all’applicazione dell’articolo 107della legge contro la speculazione. Questo articolo è stato è stato approvato dal Comitato Centrale Esecutivo nell’anno 1926. Non abbiamo applicato questo articolo nello scorso anno. Perché? Perché il rifornimento di grano si svolse come si suol dire, normalmente e non ci fu motivo per l’applicazione di questo articolo. Di questo articolo ci siamo ricordati solo quest’anno, all’inizio del 1928. e ce ne siamo ricordati perché ci siamo trovati di fronte alcune circostanze straordinarie, provocate dalle manovre speculative dei kulak e che evocano il pericolo di una carestia. Se nel prossimo anno non si verificano circostanze straordinarie e il rifornimento si svolge normalmente, l’articolo 107 non verrà naturalmente applicato. E viceversa se si verificano circostanze straordinarie e gli elementi capitalistici ricominciano a fare «finte», allora l’articolo 107 troverà di nuovo applicazione.
Sarebbe assurdo parlare per questo di una «abolizione» della NEP, di un ritorno alla consegna obbligatoria, ecc. Ad una abolizione della NEP possono pensare oggi solo nemici del potere sovietico. Per nessuno la Nuova Politica Economica è oggi cosi vantaggiosa come per il potere sovietico. C’è della gente però, che crede che la NEP non significhi un rafforzamento della lotta contro gli elementi capitalistici. Non c’è bisogno di sottolineare che tali persone non hanno niente in comune con il leninismo, e che per persone di questo genere non c’è e non ci può essere posto nel nostro Partito.
I risultati delle misure, prese dal Partito e dal potere sovietico per liquidare la crisi alimentare, vi sono anch’essi noti. In breve sono i seguenti:
primo, abbiamo recuperato il perduto e procurato grano, raggiungendo e i parte superando il ritrmo di rifornimento dell’anno scorso. Come è noto, siamo riusciti a procurarci nel giro di tre mesi, da gennaio a marzo, più di 270 milioni di pud di grano. Non è, naturalmente, tutto quello di cui abbiamo bisogno. Dobbiamo anche procurarci altri 100 milioni di pud. E comunque una conquista che ti ha permesso di liquidare la crisi di rifornimento. Possiamo dire adesso con pieno diritto che il Partito e il potere sovietico hanno raggiunto su questo fronte grandiosi successi.
Secondo, abbiamo ottenuto un risanamento, maggiore o minore delle nostre organizzazioni locali di rifornimento e di partito, verificando nella pratica la loto capacità di lotta, ed epurandole da elementi notoriamente demoralizzati, i quali non riconoscono nessuna classe nelle campagne e non vogliono «guastarsi» col kulak.
Terzo, abbiamo migliorato il lavoro nella campagna, abbiamo avvicinato di più i contadini poveri e abbiamo guadagnato in modo stabile la stragrande maggioranza dei contadini medi, isolando i kulak, e con qualche svantaggio lo strato superiore benestante dei contadini medi. Con ciò abbiamo. Realizzato la vecchia la vecchia parola d’ordine bolscevica lanciata da Lenin già nel VIII Congresso del Partito (13): appoggiati sui contadini poveri, sappi stabilire una solida alleanza col contadino medio, non smettere neppure per un attimo la lotta centro i kulak.
So che alcuni compagni non riconoscono molto volentieri questa parola d’ordine. Sarebbe strano se, nelle condizioni della dittatura consolidata del proletariato, l’alleanza degli operai e dei contadini significasse un’alleanza degli operai con tutti i contadini, fra cui anche i kulak. No, compagni non propagandiamo e non possiamo propagandare un’alleanza del genere. Nelle condizioni della dittatura del proletariato, nelle condizioni del consolidamento del potere della classe operaia, l’alleanza della classe operaia coi contadini significa: appoggiarsi ai contadini poveri, alleanza coi contadini medi, lotta contro i kulak. Chi crede che l’alleanza coi contadini significhi nelle nostre condizioni un’alleanza coi kulak, non ha niente a che fare col leninismo. Chi crede che nelle campagne debba essere portata avanti una politica che piaccia a tutti, ai ricchi come ai Poveri, non è marxista ma folle, perché una simile politica non esiste affatto, compagni. La nostra politica è una politica di classe.
Questi sono, nel complesso, i risultati delle misure che abbiamo preso per rafforzare il rifornimento di grano.

Sanza dubbio, nel corso dell’applicazione pratica di queste misure. ci sono state tutt’una serie di esagerazioni e deformazioni della linea di Partito Tutt’una serie di casi di deformazione della nostra politica, che, in consegue della nostra balordaggine, hanno colpito soprattutto i contadini poveri e i contadini medi, l’applicazione sbagliata dell’articolo 107 ecc. sono fatti universalmente noti Abbiamo punito con tutta severità i colpevoli di queste deformazioni e Io faremo anche in futuro. Sarebbe strano però se a causa di tali deformazioni, si volessero ignorare i risultati favorevoli e veramente importanti delle misure prese dal Partito, senza le quali non avremmo potuto superare la crisi di rifornimento. Chi fa così, chiude gli occhi davanti alla cosa principale e mette in primo piano cose secondarie e casuali. Chi fa così, vuole per così dire annegare in un bicchiere d’acqua gli importanti successi della campagna di rifornimento; vede solo i singoli casi di deformazione della nostra linea, che non derivano affatto dalle misure prese dal Partito.
C’erano circostanze che hanno agevolato i nostri successi nel corso dei rifornimenti e della nostra lotta contro l’attacco degli elementi capitalistici delle campagne?
Si, c’erano. Si potrebbe mettere in evidenza almeno due di queste circostanze.
C’è in primo luogo il fatto che l’intervento del Partito nella campagna di rifornimento e il colpo contro i kulak e gli speculatori avveniva dopo il XV Congresso, dopo la liquidazione dell’opposizione, dopo che il Partito aveva raggiunto 1a massima unità distruggendo i nemici di Partito La lotta contro i kulak non dev’essere considerata di poco conto. Per distruggere le manovre dei kulak e degli speculatori, senza che da ciò sorga qualche complicazione nel paese, bisogna avere un Partito assolutamente compatto, un retroterra assolutamente solido e un potere statale del tutto solido. E’ difficile dubitare che la presenza di queste condizioni ha contribuito in modo significativo a costringere i kulak a ripiegare subito dopo il primo colpo.
C’è in secondo luogo il fatto che siamo riusciti a collegare le nostre misure pratiche per la repressione dei kulak e degli speculatori con gli interessi più autentici della classe operaia, dell’esercito Rosso e della maggioranza degli nullatenenti della campagna. Il fatto che i kulak e gli speculatori evocavano sulle masse lavoratici delle città e della campagna il fantasma della fame e che, per di più, violavano le leggi del potere sovietico (articolo 107), questo fatto doveva aver come conseguenza che noi avevamo alle spalle la maggioranza della campagna nella lotta contro gli elementi capitalistici della campagna. Il kulak ha fatto una speculazione sfacciata col grano, ha provocato in questo modo le più gravi difficoltà sia nelle città che nelle campagne, per di più ha violato le leggi del potere sovietico, cioè la volontà del Comitato Esecutivo Centrale dei soviet dei depurati degli operai e contadini e dei soldati dell’ Esercito Rosso: non è forse chiaro che questa circostanza doveva facilitare l’isolamento dei kulak?
Si verificava, fino a un certo punto la stessa situazione di fatto (naturalmente con le debite differenze) che avevamo nel 1921, quando il Partito con Lenin alla testa, di fronte alla carestia nel paese, per .procurare pane alle regioni affamate, sollevò la questione della confisca dei beni della chiesa e sviluppò, sulla base di tali misure, una vasta campagna antireligiosa; e quando i preti, che si aggrappavano ai tesori della chiesa, si schieravano nella pratica contro le masse affamate, e suscitarono così l’indignazione delle masse contro la chiesa in generale, contro i pregiudizi religiosi in particolare e contro singoli preti e i loro capi. C’erano allora nel nostro Partito certi tipi strani, i. quali credevano che Lenin avesse riconosciuto la necessità della lotta contro la chiesa solo nel 1921, mentre, fino allora, non l’avrebbe avvertita Naturalmente questo è assurdo, Compagni. Lenin ha visto chiaro sulla necessità della lotta contro a chiesa, naturalmente, anche prima del 1921. Ma non si trattava affatto di questo. Si trattava di collegare la vasta campagna antireligiosa con la lotta per gli interessi più autentici delle masse popolari e di condurre la campagna in modo che fosse comprensibile per le masse e fosse appoggiata dalle masse.
Lo stesso vale per le misure attuate dal Partito all’inizio di quest’anno nell’ambito della campagna per il rifornimento di grano. C’è gente, la quale crede che il Partito abbia riconosciuto solo adesso la necessità della lotta contro il pericolo dei kulak. Naturalmente, ciò è assurdo, compagni. Il Partito ha visto sempre chiaro sulla necessità di una lotta del genere c l’ha condotta non con parole ma con fatti. La caratteristica delle misure applicate dal Partito all’inizio di quest’anno consiste nel fatto che il Partito ha ottenuto quest’anno la possibilità di collegare la lotta decisa contro i kulak e gli speculatori delle campagne con la lotta per gli interessi più autentici delle larghe masse lavoratrici, e cosi è riuscito a isolare il kulak e a tirare saldamente dalla sua parte la maggioranza delle masse lavoratrici delle campagne.
L’arte della politica bolscevica non consiste per niente nello sparare alla leggera con tutti i cannoni su tutti i fronti, senza prendere in considerazione le condizioni di tempo e di luogo, senza prendere in considerazione la disposizione delle masse appoggiare questo o quel passo dei dirigenti. L’arte della politica bolscevica consiste nello scegliere con accortezza tempo e luogo e prendere in considerazione tutte le circostanze per concentrare il fuoco od fronte sul quale possono essere raggiunti al più presto ì risultati maggiori.
Infatti, quali. sarebbero oggi i risultati. se avessimo sferrato il colpo poderoso contro i kulak circa tre anni fa, quando non avevamo ancora guadagnato saldamente i contadini medi, quando il contadino medio era esasperato e attaccava i nostri presidenti dei comitati esecutivi dei distretti amministrativo, quando i contadini poveri erano sgomenti per i risultati della NEP, quando era coltivalo solo il 75% delle aree dell’anteguerra, quando l’aumento della produzione di prodotti alimentari e di materie prime nella campagna costituiva per noi la questione fondamentale, quando non avevamo ancora una seria base di prodotti alimentari e di materie prime per l’industria?
Non ho dubbi che in questo caso avremmo perso la battaglia, che non saremmo riusciti ad allargare l’area coltivata nella misura in coi l’abbiamo allargata adesso, che avremmo minato la possibilità della creazione di una base di prodotti alimentari e materie prime per l’industria, agevolato il rafforzamento dei kulak: allontanato da noi il contadino medio e che avremmo forse adesso lepiù serie complicazioni politiche nel paese.
Com’era la situazione nella campagna agli inizi di quest’anno? Avevamo un’area coltivata che raggiungeva lo stadio d’anteguerra, una base una base di prodotti alimentari e materie prime per l’industria, la maggioranza base dei contadini medi appoggiava saldamente il potere sovietico, i contadini poveri erano più o meno organizzati, le organizzazioni del Partito e dei Soviet nella campagna avevano migliorato il loro lavoro e si erano rafforzati. Non è forse chiaro, che solo in queste condizioni si poteva contare su un serio successo nell’organizzare il colpo contro kulak e gli speculatori? Non è forse chiaro che solo dei pazzi non sono in grado di capire la differenza esistente fra queste due situazioni per l’organizzazione di una vasta lotta di Massa contro gli elementi capitalistici della campagna?
Qui avete un esempio su come è assurdo sparare alla leggera con tutti i cannoni su tutti i fronti, senza prendere in considerazione le condizioni di tempo e luogo e il rapporto di forza fra le forze in lotta. Così, compagni, stanno le cose per quanto riguarda la questione del rifornimento di grano. Passiamo ora alla questione dell’affare Schachty.  

III
L’ L’AFFARE SCHACHTY

Quali sono i retroscena di Classe dell’affare Schachty, dove affonda le radici l’affare Schachty su quale base di classe poteva nascere questa controrivoluzione economica?
Ci sono compagni che considerano casuale l’affare Schachty. Dicono di solita: abbiamo dormito profondamente, non siamo stati attenti, e se non avessimo dormito, non ci sarebbe stato un affare Schachty. Che si sia dormito, e che si sia dormito profondamente – non c’è dubbio. Ma voler spiegare tutto con ciò significa non comprendere l’essenza della questione.
Cosa dicono i fatti i documenti sull’affare Schachty?
I fatti dicono che l’affare Schachty è una controrivoluzione economica tessuta da una parte degli specialisti borghesi che prima dominavano l’industria carbonifera.
I fatti dicono inoltre che questi specialisti, organizzati in un gruppo clandestino, ricevevano soldi per il loro sabotaggio dai proprietari di una volta, che si trovano oggi nell’emigrazione, e anche da organizzazioni occidentali controrivoluzionarie, antisovietiche, capitaliste.
I fatti dicono, infine. che questo gruppo di specialisti borghesi agiva su ordini di organizzazioni capitalistiche dell’occidente e che cercava di distruggere la nostra industria.
Cosa dimostra tutto questo?
Dimostra. che qui abbiamo a che fare con un intervento economico negli affari della nostra industria da parte di organizzazioni capitaliste antisovietiche dell’Europa occidentale. A suo tempo, ci fu un intervento politico-militare, che siamo riusciti a liquidare con la nostra vittoria nella guerra civile, Adesso abbiamo di fronte il tentativo di un intervento economico, per liquidare il quale non abbiamo bisogno di una guerra civile, ma che dobbiamo ciò nonostante liquidare e che liquideremo con tutti i mezzi a nostra disposizione.
Sarebbe stupido pensare che il capitale internazionale ci lascerà in pace. No,compagni, non è così. Esistono classi, esiste il capitale internazionale ed esso non può assistere tranquillo allo sviluppo del paese che edifica il socialismo. Prima il capitale internazionale sperava di poter rovesciare il potere sovietico con un intervento militare diretto. Questo tentativo è fallito. Oggi si forza e si sforzerà anche in futuro di indebolire il nostro potere economico attraverso un intervento economico nascosto, non sempre percettibile, ma piuttosto persistente. organizzando sabotaggi, preparando «crisi» d’ogni genere in questo o quel ramo dell’industria e facilitando la possibilità di un futuro intervento militare. Tutto ciò si è intrecciato in un nodo, il nodo della lotta di classe del capitale internazionale contro il potere sovietico e non si può affatto parlare minimamente di un caso qualsiasi.
Delle due l’una:
O porteremo avanti anche in futuro una politica rivoluzionaria e schiereremo attorno alla classe operaia dell’Unione Sovietica i proletari e gli oppressi di tutti i paesi – e allora il capitale internazionale cercherà con opti mezzo di disturbare la nostra avanzata;
oppure rinunciamo alla nostra politica rivoluzionaria, facciamo una serie di concessioni di principio al capitale internazionale e allora il capitale internazionale non sarebbe contrario ad «aiutarci» a trasformare il nostro paese in una «buona» repubblica borghese.
C’è gente la quale crede che noi potremmo portare avanti sul piano estero una politica di liberazione e ottenere al tempo stesso la lode dei capitalisti d’Europa e d’America. Non c’è bisogno di dimostrare che questi ingenui non hanno né possono avere niente in comune col nostro Partito.
L’Inghilterra, per esempio ci chiede di stabilire, assieme zone di influenza, a scopo di rapina, in qualche posto, diciamo in Persia, in Afghanistan oppure in Turchia, assicurando la sua disponibilità a fare «amicizia» con noi, se facciamo questa concessione. Dovremmo allora fare unta concessione, compagni?
Acclamazione generale. No!
Stalin: L’America pretende che rinunciamo al principio della politica di appoggio al movimento di liberazione della classe operaia di altri paesi, e assicura che tutto andrebbe per il meglio se facessimo una tale concessione Dovremmo allora fare una tale concessione?
Acclamazione generale. No!
Stalin: Potremmo allacciare relazioni «amichevoli» col Giappone se fossimo d’accordo di spartirci fra di noi la Manciuria Possiamo fare questa concessione?
Acclamazione generale. No!
Stalin,: Oppure si pretende che noi «allentiamo» il monopolio del commercio e che ci diciamo disposti a pagare tutti i debiti della guerra e dell’anteguerra. Dovremmo acconsentire a questo compagni ?
Acclamazione generale. No!
Stalin: ma proprio perché non possiamo fare questi o simili concessioni, senza rinunciare a noi stessi – proprio per questo dobbiamo essere preparati al fatto che il capitale internazionale commetterà anche in futuro tutt’una serie di infamie contro di noi, non importa se alla maniera dell’affare Schachty oppure in un’altra simile.
Queste sono le radici di classe dell’affare Schachty.
Perché poteva riuscire da noi un intervento militare del capitale internazionale?. Perché nel nostro paese c’erano interi gruppi di specialisti militari, generali e ufficiali, figli di borghesi e latifondisti, costantemente pronti a minare le fondamenta del potere sovietico. Avrebbero potuto questi ufficiali e generali organizzare una seria guerra contro il potere sovietico senza l’aiuto finanziario, militare e d’ogni altro genere da parte del capitale internazionale? Naturalmente no. Avrebbe potuto il capitale internazionale organizzare un serio intervento senza l’aiuto di questo gruppo di ufficiali e generali delle guardie bianche? Non credo.
C’erano compagni allora, i quali credevano che l’intervento miliare fosse un casoe che non ci sarebbe stato un intervento se non avessimo liberato dal carcere Krasnon, Mamontov, ecc. Ciò non è vero,naturalmente. Che il rilascio di Mamontov, di Krasnov e di altri generali delle guardie bianche abia giocato un ruolo nello sviluppo della guerra civile, non può esser dubbio. Che però le radici dell’intervento militare non siano queste ma invece gli antagonismi fra il potere sovietico da una parte e i capitale internazionale con i suoi complici, i generali russi dall’altra, anche su ciò non ci può esser dubbio.
Avrebbero potuto alcuni specialisti borghesi, gli ex proprietari delle miniere organizzare qui l’affare Schachty senza l’aiuto finanziario e morale del capitale internazionale, senza al prospettiva che il capitale internazionale li avrebbe aiutati a rovesciare il potere sovietico? ‘Naturalmente no. Avrebbe potuto il capitale internazionale organizzare qui da noi un intervento economico alla maniera dell’affare Schachty se non fosse esistita nel nostro paese una borghesia, fra cui un certo gruppo di specialisti borghesi pronti a rovinare il potere sovietico in tutti i modi possibili e immaginabili? E’ chiaro che. non avrebbero potuto, Esistono qui da noi veramente gruppi di specialisti borghesi pronti a minare il potere sovietico? Credo di si. Ma non credo però che possano essere in molti. Ma che esistano da noi alcuni gruppi insignificanti di specialisti borghesi controrivoluzionari, il cui numero è molto minore che durante l’intervento militare – su ciò non ci può essere dubbio.
L’unione di queste due forze costituisce proprio la base dell’intervento economico nell’URSS. Appunto queste sono le radici di classe dell’affare Schachty. Vediamo adesso le conclusioni pratiche che risultano dall’affare Schachty.
Vorrei soffermarmi su quattro conclusioni pratiche. segnalateci dall’affare Schachty.
Lenin diceva che la questione della scelta degli uomini è una questione fondamentale dell’edificazione del socialismo. L’affare Schachty dimostra che abbiamo scelto male i nostri quadri dell’economia, e non solo li abbiamo scelti male, ma li abbiamo posti inoltre in una situazione che rende più difficile la loro crescita. Si parla della disposizione n. 33 e soprattutto delle «direttive modello» che la completano (14).
La particolarità caratteristica di queste direttive modello consiste nel fornire di quasi tutti i diritti il direttore tecnico, mentre concede al dirigente d’azienda il diritto di appianare conflitti di far da «rappresentative» e di suonare la balalaika. E’ evidente che in queste condizioni i nostri quadri dell’economia non hanno potuto svilupparsi in misura sufficiente.
A suo tempo questa disposizione era assolutamente necessaria, perché emanata in a momento in cui non avevamo. per niente quadri propri dell’economia, quando non sapevano ancora dirigere l’industria e dovevamo per forza di cose concedere i diritti più importanti al direttore tecnico. Ma adesso questa disposizione è diventata un freno. Adesso abbiamo i nostri quadri dell’economia che dispongono di esperienze e che possono svilupparsi in veri dirigenti della nostra industria. E appunto per questo è ora di abolire le direttive modello invecchiate e sostituirle con nuove.
Si dice che per i comunisti, in particolare però per gli economisti comunisti provenienti dalle file de li operai, sarebbe impossibile padroneggiare formule chimiche e, in generale, assimilare conoscenze tecniche. Ciò non è vero, compagni. Non esiste nessuna fortezza che i lavoratori, i bolscevichi non possono conquistare. Abbiamo già conquistato ben altre fortezze nella nostra lotta contro la borghesia. Dipende tutto dal fatto se si ha o no il desiderio di assimilare le conoscenze tecniche e che ci armi o no di tenacia e pazienza bolscevica. Ma per cambiare le condizioni di lavoro dei nostri quadri dell’economia e per aiutarli a diventare veri maestri e pienamente riconosciuti della loro materia, è necessario abolire le vecchie direttive modello e sostituirle con nuove. Altrimenti corriamo il pericolo che i nostri quadri appassiscano.
Erano forse peggiori di qualcuno di noi quei nostri economisti, che sono ora finiti male? Come si spiega che questi e simili compagni si siano messi sulla cattiva strada e abbiano cominciato a rovinarsi adottando Io stile di vita degli specialisti borghesi? Si spiega con la nostra prassi sbagliata nell’economia, si spiega col modo in cui vengono scelti i nostri funzionari dell’economia e con le condizioni di lavoro che rendono difficile il loro sviluppo e li trasformano in un’appendice degli specialisti borghesi. Con una simile prassi bisogna farla finita. compagni.
La seconda conclusione, segnalataci dall’affare Schachty, consiste nel fatto che istruiamo male i quadri nelle nostre università tecniche, che addestriamo male i nostri specialisti rossi. Questa è una conclusione che non possiamo evitare in nessun caso. Perché, ad es., molti dei nostri giovani specialisti non sono all’altezza dei loro compiti, perché non sono buoni per l’industria? Perché hanno imparato solo dai libri, perché sono specialisti solo di formule libresche, perché non hanno esperienze pratiche, perché sono staccati dalla produzione e perciò. naturalmente, falliscono. Ma forse che abbiamo bisogno di specialisti di questo genere? No, di simili specialisti non abbiamo bisogno, siano pure giovani dieci volte specialisti. Abbiamo bisogno di specialisti – non importa se comunisti o meno – che non siano forti solo nella teoria, ma che abbiano anche esperienza pratica e siano legati alla produzione.
Il giovane specialista che non ha mai visto una miniera e che non vuole in vuole scendere in una miniera, il giovane specialista che non ha mai visto una fabbrica e che non vuole sprecarsi le mani in nessuna fabbrica, uno specialista del genere non riuscirà mai a sbarazzarsi dei vecchi specialisti, temprati dall’esperienza pratica, ma ostili nei confronti della nostra causa. Si spiega perciò facilmente che non solo i vecchi specialisti e non solo i nostri economisti, ma anche gli operai accolgono non di rado con ostilità tali giovani specialisti. Perché non si verifichino più sorprese del genere coi giovani specialisti bisogna modificare la loro istruzione, e precisamente nel senso che i giovani specialisti fin dai primi anni di studio delle università tecniche devono essere indissolubilmente legati alla produzione, alla fabbrica, alla miniera, ecc..
La terza concussione riguardante la questione della chiamata delle larghe masse degli operai alal direzione dell’industria. A che punto stiamo se consideriamo i i documenti dell’affare Schachty. Va molto male. Incredibilmente male, compagni E’dimostrato che viene violalo il codice di diritto del lavoro, che non sempre viene applicata la giornata lavorativa sei ore per i minatori, che vengono trascurate le misure di sicurezza. Gli operai sopportano. I sindacati taccionole organizzazioni di Partito non pendono misure per farla finita, con questo stato di cose.
Un compagno alle ha recentemente visitato I bacino del Donez, si è aggirato a lungo tra i pozzi e ha interrogato i minatorisulleloro condizioni di lavoro. E significativo che neppure un minatore ha ritenuto necessario lamentarsi delle condizioni di lavoro. «Come state compagni», chiede questo compagno. «abbastanza bene, compagno, non c’è male», gli rispondono i minatori. «Vado a Mosca, ditemi, cosa debbo riferire al centro?» chiede. «Di (Lì) che non stiamo male», gli rispondono i minatori. «Sentite, compagni, non sono mica uno straniero, sono russo e sono venuto qui per sapere da voi la verità», dice il compagno. «Non importa, compagno, diciamo solo la verità agli stranieri come ai nostri», rispondono i minatori.
Ecco la fisionomia dei nostri minatori. Non sono semplicemente operai, ma eroi. Appunto in ciò consiste la ricchezza del capital morale che siamo riusciti a guadagnare nel cuore degli operai. Si tenga presente, in che modo incosciente e criminale dissipiamo questo inestimabile capitale morale, che amministratori cattivi e incapaci della grande eredità della Rivoluzione d’Ottobre! Ma, compagni, vivere a lungo di vecchio capitale morale e dissiparlo cosi sconsideratamente – questo non va. E’ ora di farla finita. E’ veramente ora.
Infine la quarta conclusione, che riguarda il controllo dell’esecuzione. L’affare Schachty ha mostrato che il controllo dell’esecuzione va male,al di sotto di ogni critica, in tutti i settori dell’amministrazione,sia del Partito che nell’industria e nei sindacati. Vengono scritte risoluzioni, spedite direttive, ma nessuno sente il dovere di chiedere: come va l’esecuzione di queste risoluzioni e direttive, vengono veramente attuate, oppure archiviati?
Ilic diceva che una delle questioni più serie per l’amministrazione del paese, è la questione del controllo dell’esecuzione. Ma proprio questa questione va male da noi,al di sotto di ogni critica. Scrivere risoluzioni e inviare direttive non significa ancora dirigere. Dirigere significa controllare l’esecuzione delle direttive e non solo la loro esecuzione, ma anche controllare le direttive stesse, cioè se sono giuste o sbagliate dal punto di vista del vivo lavoro pratico. Sarebbe ridicolo, credere che tutte le nostre direttive siano giuste. Una cosa del genere non c’è e non può esserci,compagni metto. Il controllo dell’esecuzione consiste appunto nel fatto che i nostri funzionari devono verificare, nel fuoco dell’esperienza pratica non solo l’esecuzione delle nostre direttive , ma anche la giustezza delle direttive stesse. Difetti in questo campo significano perciò difetti io tutta la nostra direzione.
Prendiamo ad es. il controllo dell’esecuzione per quanto riguarda le sola linea del Partito. Di solito facciamo venire i segretari do comitati di distretto e di governatorato dal CC per riferire e controlliamo l’esecuzione delle direttive del CC. I segretari fanno la relazione e constatiamo difetti del loro lavoro. Il CC li critica e prende risoluzioni schematiche con l’ordine di approfondire e allargare il lavoro, di mettete in primo piano questo o quello, a dedicare seria attenzione a questo o quello ecc. I segretari ritornano con queste risoluzioni. Poi li facciamo venire di nuovo, e si ripete la stessa cosa: approfondimento, allargamento ecc. ecc. Non dico che tutto questo lavoro sia inutile. No, compagni, questa cosa ha i suoi lati positivi nel senso dell’educazione e della centralizzazione delle organizzazioni. Bisogna pero riconoscere che questo metodo del controllo dell’ esecuzione è insufficiente, bisogna riconoscere che questo metodo deve essere completato con un altro metodo, e cioè col metodo di inviare al lavoro fuori nel paese funzionari dirigenti del Partito e dei Soviet. (Una voce: «Questa è una buona cosa!»)
Parlo dell’invio dei nostri compagni dirigenti per un lavoro temperano fuori nel paese, del loro invio non come comandanti, ma come semplici funzionari che vengono messi a disposizione delle organizzazioni locali. Penso che questa cosa ha un grande futuro e che può migliorare il controllo dell’esecuzione, se viene applicato in modo onesto e coscienzioso.
Se i membri del CC. i membri della presidenza della CCC, i commissari del popolo e i loro vice, i membri della presidenza del consiglio centrale dei sindacati, i membri delle presidenze dei comitati centrali dei sindacati, se questi si trasferiscono sistematicamente fuori nel paese e lavorano sul posto,per farsi una’idea del lavoro,per conoscere tutte le difficoltà, tutti i lati positivi e negativi – allora questo sarà, ve l’assicuro, il controllo più efficace ed energico dell’esecuzione. Sarà il mezzo migliore per arricchire le esperienze dei nostri stimati dirigenti. E quando ciò sarà diventato un sistema – allora, ve l’assicuro, le leggi che scriviamo e le direttive che elaboriamo saranno molto più realistiche e giuste, di quanto non sia attualmente il caso.
Così, compagni, così stanno le cose per quanto riguarda l’affare Schachty

IV
CONCLUSIONI GENERALI

Abbiamo nemici interni. Abbiamo nemici esterni. Non bisogna dimenticarlo, compagni, neanche per un minuto.
Abbiamo avuto una crisi di rifornimento, che ormai è liquidata. La crisi di rifornimento ha significato la prima seria sortita degli elementi capitalistici delle campagne contro il potere sovietico, intrapresa nelle condizioni della NEP.
Abbiamo l’affare Schachty, che stiamo per liquidare e che sarà senza dubbio liquidato. L’affare Schachty significa un nuovo serio attacco del capitale internazionale e dei suoi agenti nel nostro paese contro il potere sovietico. Questo è un intervento economico nei nostri affari interni.
Non è necessario sottolineare che questi e simili attacchi sia dall’interno che dall’esterno possono ripetersi ed è probabile che si ripeteranno. Nostro compito è esercitare la massima vigilanza e stare in guardia. E se siamo vigilanti, compagni, abbatteremo immancabilmente anche in futuro i nostri nemici, come li abbattiamo attualmente e come li abbiamo abbattuti nel passato.

«Pravda», n. 90
18 Aprile 1928

SALUTO AGLI OPERAI DI KOSTROMA

Saluto fraterno agli operai di Kostroma in occasione del le maggio, in occasione del giorno dello scoprimento a Kostroma, di un monumento a Lenin – fondatore del nostro Partito!
Viva gli operai di Kostroma!
Viva il D maggio!
Viva per sempre nei cuori della classe operaia il ricordo di Lenin!

30 Aprile 1928.
G Stalin

DISCORSO ALLVIII CONGRESSO DELL’UNIONE
DELLA GIOVENTU’ COMUNISTA LENINISTA DELL’URSS
(15)

16 maggio 1928

Compagni! Nei congressi si parla di solito di conquiste. Non c’è dubbio che ci siano conquiste. Queste conquiste non sono da poco, naturalmente, e non c’è motivo di nasconderle. Ma, compagni, negli ultimi tempi qui si è cominciato a parlare troppo, talvolta fino alla nausea, di conquiste e perciò passa la voglia di ripetere cose già dette. Permettetemi dunque di rompere con la normale procedura e di dirvi qualche parola non sulle nostre conquiste, ma sulle nostre debolezze e sui nostri compiti in relazione a queste debolezze.
Penso qui ai compiti, compagni, che si riferiscono alla nostra edificazione interna.
Questi compiti riguardano tre questioni: la questione della linea del nostro lavoro politico, la questione dell’elevamento dell’attività delle masse popolari in generale e della classe operaia in particolare, come anche della lotta contro il burocratismo, e infine la questione della formazione di nuovi quadri per la nostra edificazione economica.

I
RAFFORZARE LA CAPACITA’ DI LOTTA DELLA CLASSE OPERAIA

Cominciamo con la prima questione. Un tratto caratteristico della situazione attuale è che costruiamo nelle condizioni di uno sviluppo pacifico ormai da cinque anni. Parlo di sviluppo pacifico non solo nel senso che non siamo in guerra con nemici esterni, ma anche nel senso che non ci sono elementi di guerra civile all’interno del nostro paese. Questo, appunto, intendiamo per condizioni di sviluppo pacifico della nostra edificazione.
Voi sapete che abbiamo fatto guerra per tre anni contro i capitalisti di tutto il mondo, allo scopo di conquistarci queste condizioni di sviluppo pacifico. Sapete che abbiamo strappato tali condizioni, e ciò lo consideriamo come la nostra conquista più grande. Ma, compagni, ogni conquista, e perciò anche questa, ha i suoi lati negativi. Le condizioni dell’edificazione pacifica non sono rimaste senza conseguenze su di noi. Esse hanno lasciato la loro impronta sei nostro lavoro, sui nostri funzionari e sulla loro mentalità. In questi cinque anni, la nostra avanzata è stata liscia, come su binari. In questo contesto ha cominciato a manifestarsi in diversi nostri funzionari la sensazione che tutto andrà liscio come l’olio, quasi che fossimo, per così dire, su un treno speciale e procedessimo, senza cambiare, direttamente verso il socialismo. Su questo terreno è sorta la teoria della «spontaneità», la teoria dell’«affidamento alla fortuna», la teoria che « tutto andrà per il meglio» che da noi non ci sarebbero più classi, che i nostri nemici si sarebbero calmati e che tutto procederà da noi senza intoppi.
Da ciò, una certa tendenza alla pigrizia, al torpore. Questa psicologia del torpore, questa psicologia della «spontaneità» nel lavoro – questo è appunto il lato negativo del periodo dello sviluppo pacifico.
In che cosa consiste il pericolo di simili atteggiamenti? Nel fatto che appannano la vista alla classe operaia, le impediscono di riconoscere i suoi nemici, nel fatto che la classe operaia viene addormentata con discorsi trionfalistici sulla debolezza dei nostri nemici e la sua volontà di lotta viene indebolita.
Non bisogna accontentarsi del fatto che abbiamo un milione di membri nel Partito, due milioni nell’Unione delta Gioventù Comunista, dieci milioni nei sindacati, e credere che con ciò sia completamente assicurata la vittoria finale sui nemici. Questo sarebbe sbagliato, compagni. Lia storia ci insegna che gli eserciti più grandi sono andati in rovina quando si sono fatti arroganti, hanno sopravvalutato le proprie forze e sottovalutato quelle del nemico, sono scivolati nel torpore, hanno perso la volontà di lotta e sono stati cosi sopraffatti nel momento critico.
Il partito più grande può essere sopraffatto, il partito più grande può essere distrutto, se non tiene conto degli insegnamenti della storia, se non tempra giorno per giorno la volontà di lotta della sua classe. Essere sopraffatti – questo è molto pericoloso, compagni. Essere sopraffatti significa diventare vittime di «sorprese», vittime del panico di fronte al nemico. E il panico porta alla disgregazione, alla disfatta, al declino.
Potrei raccontarvi molti esempi dalla vita dei nostri eserciti ai tempi della guerra civile, quando piccoli reparti annientarono grandi reggimenti, quando questi reggimenti non avevano abbastanza volontà di combattere. Potrei raccontarvi come nel 1920 tre divisioni di cavalleria con non meno di 5000 uomini furono costrette ad una fuga caotica e distrutte da un solo battaglione di fanteria, semplicemente perché le divisioni di cavalleria, attaccate si fecero prendere dal panico di fronte al nemico che non conoscevano, il quale contava pochi uomini, e che avrebbero potuto abbattere con un solo colpo se non avessero dormito e non si fossero fatte prendere dal panico e dalla confusione.
Lo stesso vale per il nostro Partito, per l’Unione della Gioventù Comunista, per i nostri sindacati e, in generale, per tutte le nostre forze. Non è vero che da noi ormai non ci siano più nemici di classe, che siano stati distrutti e liquidati. No. compagni, qui da noi esistono nemici di classe. E non esistono soltanto, ma crescono e cercano di procedere contro il potere sovietico.
Ne sono testimonianza le difficoltà che abbiamo avuto nei rifornimenti nell’inverno di quest’anno, quando gli elementi capitalistici della campagna hanno cercato di ostacolare il potere sovietico. Ne é testimonianza l’affare Schachty, che è espressione dell’attacco congiunto del capitale internazionale e della borghesia del nostro paese contro il potere sovietico.
Ne sono testimonianza molti fatti nel campo della politica interna ed estera che voi conoscete e di cui non c’è bisogno di parlare adesso.
Non si deve tacere su questi nemici della classe operaia. Sarebbe un crimine sottovalutare le forze dei nemici di classe del proletariato. Non si deve tacere su tutti questi fatti soprattutto adesso, nel periodo del nostro sviluppo pacifico, quando la teoria del torpore, la teoria della «spontaneità», che indebolisce la volontà di lotta della classe operaia, trova un terreno favorevole.
L’enorme significato educativo della crisi di rifornimento e dell’affare Schachty consiste nel fatto che hanno scosso tutte le nostre organizzazioni. hanno fatto crollare la teoria della «spontaneità» e hanno ancora una volta sottolineato l’esistenza dei nemici di classe, che non dormono, e contro i quali devono essere consolidate le forze della classe operaia, la sua vigilanza, il suo spirito rivoluzionario, la sua volontà di lotta.
Da ciò deriva il compito urgente del Partito, la linea politica del suo lavoro quotidiano: «elevamento della di lotta della classe operaia contro i suoi nemici di classe».
Bisogna sottolineare che l’attuale Congresso dell’Unione della Gioventù Comunista e, in particolare, la «Komsomolskaja Pravda» si sono avvicinati oggi più che mai a questo compito. Voi sapete che l’importanza di questo compito viene affermata sia nei discorsi degli oratori che negli articoli della «Komsomolskaja Pravda». Questo è molto buono, compagni. Ma è necessario considerare questo non solo un compito temporaneo e transitorio, perché il rafforzare la capaciti di lotta del proletariato è un compito che deve penetrare tutto il nostro lavoro fin quando esistono classi nel nostro paese e fin quando esiste l’accerchiamento capitalista.

II
ORGANIZZARE LA CRITICA DI MASSA DAL BASSO

La seconda questione riguarda il compito della lotta contro il burocratismo, il compito della organizzazione di una critica di massa dei nostri difetti, il compito della organizzazione di un controllo di massa dal basso. Uno dei nemici peggiori della nostra avanzata è il burocratismo. Lo si trova in tutte le nostre organizzazioni – sia nelle organizzazioni di Partito, sia nelle organizzazioni dell’Unione della Gioventù Comunista, negli organismi sindacali ed economici. Di solito, parlando di burocrati, si punta il dito sui vecchi funzionari senza partito, che si usa disegnare con occhiali nelle caricature. Ma questo non è del tutto vero, compagni. Se si trattasse soltanto dei vecchi burocrati, la lotta contro il burocratismo sarebbe la cosa più facile di questo mondo. Il guaio è che non si tratta dei vecchi burocrati. Si tratta dei nuovi burocrati che simpatizzano col potere sovietico, ed infine di burocrati provenienti dalle file comuniste. Il tipo più pericoloso di burocrate è il burocrate comunista. Perché? Perché egli maschera il burocratismo con la sua appartenenza al Partito. E, purtroppo, da noi ci sono parecchi di questi burocrati comunisti.
Prendiamo le nostre organizzazioni di Partito. Sicuramente avete letto degli scandali di Smolensk,di Artjomapwsk, ecc. E’ forse un caso? Come si spiegano questi casi vergognosi di decadenza morale in alcuni membri delle nostre organizzazioni di partito? Vuol dire che in questi casi è stata esagerata in modo assurdo la posizione di monopolio del Partito, soffocata la voce delle masse, abolita la democrazia all’interno del Partito ed è stato coltivato invece il burocratismo. Come si può combattere questo male? Sono del parere che non ci sono e non ci possono essere altri metodi al di fuori dell’organizzazione del controllo dal basso da parte dei membri di base del Partito, al di fuori dello sviluppo della democrazia interna del Partito. Ci sarebbe forse qualcosa da obiettare se si scatenasse la rabbia dei membri di base del Partito contro questi elementi demoralizzati e se gli si desse la possibilità di mandare al diavolo tali elementi? Difficilmente ci sarebbe qualcosa da obiettare.
Oppure, prendiamo per esempio l’Unione della Gioventù Comunista. Naturalmente, non potete negare che nell’Unione della Gioventù Comunista esistono qua e là elementi totalmente demoralizzati, contro i quali bisogna assolutamente condurre una lotta senza alcun riguardo. Ma la-sciamo da parte gli elementi demoralizzati. Prendiamo l’ultimo caso di lotta frazionistica senza principi all’interno dell’Unione della Gioventù, al centro della quale ci sono singole persone, di una lotta che avvelena l’atmosfera nell’Unione della Gioventù Comunista. Come si spiega che è possibile trovare un numero indefinito di «Kossarewisti» e di «Sobolewisti» nell’Unione della Gioventù Comunista, mentre i marxisti bisogna cercarli con il lanternino in mano? Cosa dimostra questo se non il fatto che in alcuni membri dirigenti dell’Unione della Gioventù Comunista si manifesta una calcificazione burocratica?
E i sindacati? Chi può negare che nei sindacati ci sia un burocratismo più che evidente? Abbiamo nelle fabbriche consigli di produzione. Abbiamo nei sindacati commissioni temporanee di controllo. Il compito di questi organismi consiste nello svegliare le masse, nello scoprire i nostri difetti e nell’indicare vie per il miglioramento della nostra edificazione. Perché questi nostri organismi non si sviluppano? Perché non sono pieni di vita pulsante? Non è forse chiaro che il burocratismo nei sindacati e in più il burocratismo nelle organizzazioni del Partito impediscono a questi importanti organismi della classe operaia di svilupparsi? Infine, la nostra economia. Chi potrebbe negare che i nostri organismi economici soffrono di burocratismo? Prendete solo l’affare Schachty. Non testimonia forse l’affare Schachty che i nostri organismi economici, invece di avanzare, strisciano, si trascinano con fatica?
Come si può farla finita col burocratismo in tutte le nostre organizzazioni?
C’è una via sola per raggiungere questo obiettivo – l’organizzazione del controllo dal basso, l’organizzazione della critica delle masse di milioni di uomini della classe operaia contro il burocratismo nelle nostre istituzioni, contro i loro difetti e i loro limiti.
So che, scatenando la rabbia delle masse lavoratrici contro le escrescenze burocratiche nelle nostre organizzazioni, saremo costretti qualche volta a toccare compagni che hanno avuto meriti nel passato, ma che ora soffrono di burocratismo. Ma forse questo ci deve trattenere dall’organizzare il controllo dal basso? Credo che questo non può e non. deve trattenerci. Per i meriti passati ci si deve inchinare dinanzi a loro, ma per gli errori presenti e per Il burocratismo bisognerebbe dargli decisamente addosso. Come può essere diversamente? Perché non si dovrebbe fare così, se lo richiedono gli interessi della causa?
Si parla di critica dall’alto, di critica da parte dell’ispezione degli operai e contadini, da parte del Comitato Centrale del nostro Partito, ecc. Tutto questo va bene, naturalmente. Ma è di gran lunga insufficiente Anzi, in questo momento non e neppure l’essenziale. Adesso l’essenziale è suscitare una larga ondata di critica dal basso contro il burocratismo in generale e in particolare contro i limiti del nostro lavoro. Soltanto se riusciamo a far sì che la pressione si verifichi da due lati – sia dall’alto che dal basso – solo se verrà attribuito il peso principale alla critica dal basso, si potranno ottenere successi nella lotta per l’eliminazione del burocratismo.
Sarebbe errato credere che solo i dirigenti dispongano di esperienze nella costruzione del socialismo. Non è vero, compagni. Le masse di milioni di operai che costruiscono la nostra industria accumulano giorno per giorno enormi esperienze, che non sono per noi meno preziose delle esperienze dei dirigenti. Abbiamo bisogno della critica di mina dal basso, del controllo dal basso, fra l’altro proprio perché non vadano perse queste esperienze delle masse di milioni di uomini, perché siano prese in considerazione e tradotte in pratica.
Di qui il compito urgente del Partito: “lotta spietata contro il burocraticismo, organizzazione della critica di massa dal basso, utilizzazione di questa critica nelle decisioni pratiche sulla eliminazione dei nostri limiti”.
Non si può dire che l’Unione della Gioventù Comunista e soprattutto «Komsomolskaja Pravda» non tengano conto dell’importanza di questo compito. La carenza sta nel fatto che spesso la sua realizzazione non viene portata a termine. Per portarla a termine, però, bisogna non solo prendere in considerazione la critica, ma anche i risultati della critica, anche i miglioramenti che vengono introdotti come risultato della critica.

III
LA GIOVENTU’ DEVE PADRONEGGIARE LA SCIENZA

Il terzo compito riguarda la questione della formazione di nuovi quadri per l’edificazione socialista.
Compagni, abbiamo davanti i compiti poderosi della trasformazione di tutta la nostra economia. Nell’agricoltura dobbiamo gettare le fondamenta per grandi aziende collettive. Sapete dallo scritto, oggi pubblicato, del compagno Molotov (16) che il potere sovietico si pone il compito estremamente difficile di unire in collettivi le piccole aziende contadine disperse e di creare nuove grandi aziende cerealicole sovietiche. Questi sono compiti senza la cui realizzazione sarà impossibile un’avanzata seria e rapida.
Mentre nell’industria il potere sovietico si basa sulla grande produzione, concentrata al massimo, nell’agricoltura si basa sulla piccola azienda contadina, dispersa al massimo, che è solo per metà basata sull’economia mercantile e fornisce meno cereali che nell’anteguerra, benché le aree se-minate abbiano raggiunto il livello dell’anteguerra.
Queste sono le cause di difficoltà di vario tipo che possono verificare in futuro nel rifornimento di cereali. Per uscire da questa situazione, bisogna cominciare energicamente ad organizzare la grande produzione collettiva nell’agricoltura. Ma per organizzare una grande azienda, bisogna padroneggiare la scienza dell’agricoltura. Ma per padroneggiarla bisogna imparare. Intanto, qui da noi il numerò di persone che padroneggiano la scienza dell’agricoltura è incredibilmente basso. Da ciò, il compito di formare nuovi, giovani quadri tecnici per la nuova agricoltura.
Nell’industria va molto meglio. Ma anche in questo campo la mancanza di nuovi quadri tecnici rallenta la nostra avanzata. Basta ricordare l’affare Schachty per comprendere l’urgenza del problema di avere nuovi quadri tecnici per l’industria socialista. Certo, abbiamo dei vecchi specia-listi per l’edificazione dell’industria. Ma, primo punto, sono soltanto pochi; secondo, non tutti sono disposti a costruire la nuova industria; terzo, molti non capiscono i nuovi compiti dell’edificazione; quarto, parecchi nel frattempo sono diventati vecchi c si ritirano. Per portare avanti la nostra causa. dobbiamo formare a ritmo accelerato nuovi quadri specialisti nelle file della classe operaia, dei comunisti, dei giovani comunisti.
Di uomini ai quali piace edificare e che vorrebbero dirigere l’edificazione, ne abbiamo a sufficienza, sia nel campo dell’agricoltura che nel campo dell’industria. Ma di uomini che siano in grado di edificare e dirigere, ne abbiamo incredibilmente pochi. Al contrario, troviamo abbondantemente l’ignoranza in questo campo. Ma c ‘è di più, ci sono persone disposte ad esaltare la nostra arretratezza culturale. Se sei analfabeta o scrivi con errori e ti vanti della tua arretratezza, allora sei un operaio «al banco di lavoro», allora godi onore e stima. Ma se hai superato l’arretratezza culturale, hai imparato a leggere e scrivere, hai padroneggiato la scienza, allora sei un estraneo, ti sei «staccalo » dalle masse, hai cessato di essere un operaio.
Penso che non avanzeremo di un passo, finché non abbiamo eliminato questa barbarie c questo aspetto rozzo, questo atteggiamento barbaro verso la scienza e gli uomini colti. La classe operaia non può diventare il vero padrone del paese, se non è in grado di superare la sua arretratezza culturale, se non è in grado di formare una sua intellighentsia, se non padroneggia la scienza e se non è capace di dirigere l’economia su base scientifica.
Bisogna comprendere, compagni, che adesso le condizioni di lotta sono diverse rispetto al periodo della guerra civile. Nel periodo della guerra civile si poteva prendere in un assalto le posizioni del nemico con audacia, coraggio, con una carica di cavalleria. Oggi, nelle condizioni dell’edificazione pacifica dell’economia, le cariche di cavalleria possono soltanto danneggiare la causa. Di audacia e coraggio ce n’è bisogno anche adesso, esattamente come prima. Ma con la sola audacia e il solo coraggio si conclude poco. Per vincere il nemico, adesso, bisogna essere in grado di edificare l’industria, l’agricoltura, i trasporti, il commercio, bisogna rinunciare all’atteggiamento superbo e arrogante nei confronti del commercio.
Abbiamo davanti una fortezza. Il suo nome, il nome di questa fortezza è scienza, con i suoi numerosi rami. Questa fortezza dobbiamo prenderla ad ogni costo. La gioventù deve prendere questa fortezza, se vuole essere l’edificatrice di una vita nuova, se vuole diventare la vera leva della vecchia guardia. Non possiamo limitarci adesso alla formazione di quadri comunisti in generale, di quadri bolscevichi in generale che siano capaci di chiacchierare un pò su tutto. Dilettantismo e sac-centeria sono adesso vincoli per noi. Quello di cui abbiamo bisogno adesso sono specialisti bolscevichi per l’industria metallurgica, l’industria tessile, l’industria dei carburanti, per la chimica, l’agricoltura, i trasporti, il commercio, per la contabilità. ecc. Abbiamo adesso bisogno di interi gruppi, di centinaia e migliaia di nuovi quadri, scaturiti dalle file dei bolscevichi, che padroneggino le loro materie nei più diversi campi della scienza. Senza di ciò, non si può nemmeno parlare di un ritmo veloce dell’edificazione socialista nel nostro paese. Senza di ciò, non si può nemmeno parlare di poter raggiungere e superare i paesi capitalistici avanzati.
“Padroneggiare la scienza. formare nuovi quadri specialisti bolscevichi, imparare, imparare, con la massima tenacia, imparare, – questo è il compito adesso”.
Una campagna di massa della gioventù rivoluzionaria per padroneggiare la scienza – questo è ciò che ci vuole adesso, compagni.

«Prava» n. 113
17 Maggio 1928

ALLA «KOMSOMOLSKAJA PRAVDA»
Per il terzo anniversario della sua esistenza

Saluti amichevoli alla «Komsomolskaja Pravda», organo di lotta della nostra gioventù operaia e contadina!
Le auguro successo sul difficile fronte dell’educazione della gioventù nello spirito della lotta inconciliabile contro i nemici della classe operaia, nello spirito della lotta per la vittoria completa del comunismo in tutto il mondo!
Voglia essere la «Komsomolskaja Pravda» la campana che sveglia gli addormentati, che incita gli stanchi, che spinge gli arretrati, voglia essa criticare il burocratismo delle nostre istituzioni, scoprire i difetti del nostro lavoro, mostrare i successi della nostra edificazione e promuovere in questo modo la formazione di nuovi uomini, di nuovi edificatori del socialismo, di una nuova generazione di ragazzi c ragazze, capaci di sostituire la vecchia guardia dei bolscevichi!
La forza della nostra rivoluzione consiste nel fatto clic da noi non esiste un abisso fra la vecchia e la nuova generazione di rivoluzionari. Vinciamo, perché da noi la vecchia e la nuova guardia marciano assieme, in un fronte unitario, in una stessa fila, sia contro i nemici interni che contro quelli esterni.
Il compito è mantenere e consolidare questa unità. Voglia la «Komsomolskaja Pravda» propagandare instancabilmente l’idea di questa unità fra la vecchia e la nuova guardia dei bolscevichi!

G. Stalin
26 Maggio 1928

«Komsomolskaja Pravda» n. 122
27 Maggio 1928


ALL’UNIVERSITÀ’ DI SVERDLOV
Per il decimo anniversario della sua esistenza

I dieci anni dell’università Sverdlov (17) costituiscono una conquista enorme del Partito sul fronte della lotta per la formazione di nuovi quadri leninisti.
In questi dieci anni, l’università Sverdlov ha fornito il Partito di centinaia e migliaia di giovani funzionari, dediti alla causa del comunismo, i quali sostituiscono la vecchia guardia dei bolscevichi. Nei dicci anni della sua esistenza l’università ha dato ottimi risultati e ha dimostrato così che non porta senza motivo il nome del suo fondatore, del propugnatore del comunismo, J. M. Sverdlov.
I funzionari operai del Partito insegnano a padroneggiare il metodo scientifico di Marx e Lenin e d’applicarlo in modo giusto nell’edificazione socialista – questo è il compito che l’università Sverdlov ha adempiuto con onore, adempie è adempierà.
Un saluto agli studenti di oggi e di ieri della Sverdlov, nel decimo anniversario dell’Università comunista J. M. Sverdlov!
Un saluto al corso speciale, degli studenti della Sverdlov, per decennale alla nuova squadra di edificatori del socialismo!

G. Stalin

«Pravda» n. 122
27 Maggio 1928

LETTERA AI MEMBRI DEL CIRCOLO
SU QUESTIONI DELLA COSTRUZIONE
DEL PARTITO PRESSO L’ACCADEMIA COMUNISTA

Oggi ho ricevuto le tesi di Slepkov sull’autocritica. Queste tesi vengono discusse, come risulta, nel vostro circolo. Membri del circolo mi hanno detto che queste tesi sono state diffuse come documento che si pone per obiettivo non una critica della linea del CC, ma la sua giustificazione. Sarebbe sbagliato negare ai membri del Partito il diritto di criticare la linea del CC. Ma c’è di più: ammetto anche che i membri del vostro circolo hanno persino il diritto a contraporre, nel loro cerchio ristretto, le loro particolari tesi alla posizione del CC. E’ però ovvio che le tesi di Slepkov non mirano a criticate la linea del CC o a contrapporle qualcosa di nuovo, ma si pongono il compito di spiegare e di giustificare 1aposizione del CC. Ciò probabilmente spiega anche il fatto che le tesi di Slepkov hanno trovato una certa diffusione nell’ambito del Partito a Mosca.
Nonostante ciò, o proprio per ciò, ritengo mio dovere spiegare che le tesi di Slepkov
a) non concordono con la posizione del CC sulla questione della parola d’ordine dell’autocritica,
b) che « correggono», «completano» e naturalmente peggiorano questa posizione, e ciò a favore degli elementi burocratici delle nostre istituzioni e organizzazioni.
1. Sbagliata è soprattutto la linea delle tesi di Slepkov. Le tesi di Slepkov ricordano solo esternamente la tesi sulla parola d’ordine dell’autocritica. In verità sono tesi sui pericoli della parola d’ordine dell’auto. critica. Senza dubbio ogni parola d’ordine rivoluzionaria contiene certe possibilità di essere deformata nella pratica. Queste possibilità sono presenti, naturalmente, anche nella parola d’ordine dell’autocritica. Ma far passare queste possibilità come punto centrale della questione, come base delle tesi sull’autocritica significa capovolgere tutto, minare il significato rivoluzionario dell’autocritica, significa aiutare i burocrati che si sforzano di passare sopra l’autocritica, visti i «pericoli» ad essa collegati, con, prese di posizione formali. Non ho dubbi che gli elementi burocratici delle nostre organizzazioni di partito e dei soviet leggeranno le tesi di Slepkov con un certo senso di soddisfazione.
Una simile posizione ha qualcosa in comune con la posizione del CC circa la questione dell’autocritica, con la risoluzione della sessione plenaria d’aprile del CC e della CCC sull’affare Schachty, con l’appello di Giugno del CC circa la questione dell’autocritica, con la risoluzione della sessione di giugno del CC sulla questione dell’autocritica? (19).
Non credo che abbia qualcosa in comune.
2. Le tesi di Slepkov sono sbagliate anche per ciò che riguarda il loro contenuto interiore. Uno dei fattori più seri che rendono indispen-sabile l’autocritica e, al tempo stesso, MIO degli oggetti più» importanti dell’autocritica, è il burocratismo delle nostre istituzioni.
Si può avanzare senza combattere il burocratismo del nostro apparato di partito e dei soviet?
No, non è possibile.
Si può organizzare il controllo delle masse, sviluppare l’iniziativa e la creatività delle masse coinvolgere le masse a milioni nelle edificazioni, senza condurre una lotta decisa, contro il burocratismo delle nostre organizzazioni?
No, non è possibile.
Si può farla finita col burocratismo, si può indebolirlo, smascherarlo, senza mettere in pratica la parola d’ordine dell’autocritica?
No, non è possibile.
Si può presentare tesi sulla parola d’ordine dell’autocritica, senza illustrare la questione del burocraticismo come un fattore negativo della nostra edificazione socialista e come uno degli oggetti più importanti dell’autocritica?
E’ evidente che questo non è possibile.
Come si spiega, allora, che Slepkov è riuscito a passare sotto silenzio nelle sue tesi questa questione scottante? Come si può, in tesi sull’autocritica che si pongono come obiettivo la giustificazione della posizione del CC, dimenticare il compito più importante dell’autocritica, la lotta contro il burocratismo? E’ però un fatto che nelle tesi di Slepkov non viene detta una parola sul burocratismo delle nostre organizzazioni, sugli elementi burocratici all’interno di queste organizzazioni, sulle deformazioni burocratiche nel lavoro del nostro apparato di partito e dei soviet.
E’ possibile conciliare questo atteggiamento più che leggero verso questa importante questione, verso la questione della lotta contro il burocratismo, con la posizione del CC circa la questione dell’autocritica, con documenti del Partito come la risoluzione della sessione plenaria d’aprile del CC e della CCC sull’affare Schadtty o come l’appello di giugno del CC sull’autocritica?
Penso che ciò non si possa conciliare.
8 Giugno 1928
«Komsomolskaia Pravda » n. 90.
19 Aprile 1929
Saluti comunisti
G. Stalin

LEN1N E LA QUESTIONE DELL’ALLENZA COL CONTADINO MEDIO (*)

Risposta al compagno S.
12 Giugno 1928

Compagno S.!
E’ falso che la parola d’ordine, data da Lenin nel suo noto articolo su Pitirim Sorokin (20): « saper raggiungere un’intesa col contadino medio, non rinunciando nemmeno per un istante alla lotta contro i kulak e appoggiandosi solidamente solo sui contadini poveri», sia la parola d’ordine «del periodo dei Comitati di contadini poveri », la parola d’ordine «della fine del periodo della cosiddetta neutralizzazione dei contadini medi». E’ assolutamente falso.
I Comitati di contadini poveri vennero costituiti nel giugno 1918. Alla fine di ottobre nelle campagne le nostre forze già prendevano il sopravvento sui kulak c tra i contadini medi si operava una svolta verso il potere sovietico. E’ sulla base di questa svolta che venne presa la decisione del Comitato Centrale circa l’eliminazione del doppio potere, dei Soviet e dei Comitati di contadini poveri, circa le nuove elezioni dei Soviet di mandamento e di villaggio, circa l’integrazione dei Comitati di contadini poveri nei Soviet nuovamente eletti, e di conseguenza, circa la liquidazione dei Comitati di contadini poveri. Questa decisione fu adottata ufficialmente dai Soviet, come è noto, il 9 novembre 1918, al VI Congresso dei Soviet. Mi riferisco alla decisione del VI Congresso dei Soviet, del 9 novembre 1918, circa le nuove elezioni dei Soviet di mandamento e di villaggio e l’integrazione dei Comitati di contadini poveri nei Soviet. E quand’è che apparve l’articolo di Lenin «Le preziose confessioni di Pitirim Sorokin», in cui, invece della parola d’ordine della neutralizzazione del contadino medio, Lenin proclamava la parola d’ordine dell’intesa col contadino medio? Apparve il 21 novembre 1918, cioè quasi due settimane dopo questa decisione del VI Congresso dei Soviet. In questo articolo Lenin dice chiaramente che la politica dell’intesa col contadino medio è dettata dalla svolta del contadino medio verso di noi.
Ecco le parole di Lenin:

«Il nostro compito nelle campagne è di distruggere il grande proprietario fondiario. di spezzare la resistenza del kulak sfruttatore e speculatore: per questo possiamo appoggiarci solidamente solo sui semiproletari, sui «contadini poveri». Ma il contadino medio non è nostro nemico. Egli ha esitato, esita ed esiterà; il compito di influenzare gli esitanti non è eguale al compito di abbattere lo sfruttatore debellare il nemico attivo. Saper raggiungere una intesa col contadino medio, non rinunciando nemmeno per un istante alla lotta contro il kulak e appoggiandosi solidamente solo sui contadini poveri: tale è il compito del momento, perché proprio adesso, per le ragioni suddette, una stolta tra i contadini medi verso di noi è inevitabile» (**) (Vol. XXIII, p. 294 ed. russa).

Che cosa ne deriva?
Ne deriva che la parola d’ordine di Lenin si riferisce non al vecchio periodo, non al periodo dei Comitati di contadini poveri e della neutralizzazione del contadino medio, ma al periodo nuovo, al periodo dell’intesa col contadino medio. Essa riflette, perciò, non la fine del vecchio periodo, ma l’inizio del periodo nuovo.
Ma la vostra affermazione circa la parola d’ordine di Lenin è falsa non solo dal punto di vista formale, non solo, diciamo così, per quanto riguarda la cronologia; essa è falsa anche nella sostanza.
E noto che la parola d’ordine di Lenin circa l’intesa col contadino medio, come parola d’ordine nuova, venne proclamala dal partito tutto intero dell’VIII Congresso del partito (marzo 1919). E’ noto che l’VIII Congresso del partito è precisamente il congresso che ha stabilito le basi della nostra politica di solida alleanza col contadino medio. E’ noto che il nostro programma, il programma del Partito Comunista (bolscevico) dell’URSS è pure stato approvato dall’VIII Congresso del partito. E’ noto che in questo programma vi sono dei punti speciali circa l’atteggiamento del partito verso i differenti gruppi della popolazione nella campagna: verso i contadini poveri, verso i contadini medi, verso i kulak. Che cosa leggiamo in questi punti del programma del Partito Comunista (bolscevico) dell’URSS circa i gruppi sociali che esistono nella campagna e circa le relazioni del partito con essi? Ascoltate:

« In tutto il suo lavoro nella campagna il Partito comunista russo continua ad appoggiarsi sugli strati proletari e semiproletari della campagna, li organizza, prima di tutto, in forza indipendente, creando delle cellule di partito nella campagna, delle organizzazioni di contadini poveri, un tipo speciale di sindacati di proletari e semioproletari rurali, ecc., avvicinandoli con tutti i mezzi al proletariato urbano e strappandoli all’influenza della borghesia rurale e degli interessi della piccola proprietà.
Per quanto riguarda i kulak, la borghesia rurale, la politica del Partito comunista russo consiste nella lotta decisa contro le loro tendenze allo sfruttamento, schiacciare la loro resistenza alla politica sovietica.
Per quanto riguarda i contadini medi, la politica del Partito comunista russo consiste nell’attrarli gradualmente e sistematicamente al lavoro di edificazione socialista. Il Partito si pone il compito di staccarli dai kulak, di attrarli al fianco della classe operaia, prestando attenzione alle loro necessità, lottando contro la loro arretratezza per mezzo di un’azione ideologica, e mai con misure repressive, sforzandosi, in tutti i casi in cui sono toccati i loro interessi vitali, di venire ad intese pratiche con essi, facendo loro delle concessioni quando si tratta di determinare i mezzi per realizzare le trasformazioni socialiste» (***) («VIII Congresso del P.C.(b)R.» Resoconto stenografico p. 396).

Provatevi dunque a trovare la benché minima differenza, sia pure una differenza verbale, fra questi punti del programma e la parola d’ordine di Lenin! Questa differenza la cercherete invano, perché non esiste. Più ancora. Non vi può essere nessun dubbio che la parola d’ordine di Lenin non solo non è in contraddizione con le decisioni dell’VIII Congresso circa il contadino medio, ma al contrario, è la formulazione più precisa e più felice di quelle decisioni. Ed è un fatto che il programma del Partito Comunista (bolscevico) dell’URSS venne approvato nel marzo 1919 all’VIII Congresso del partito, che aveva discusso in modo speciale la questione del contadino medio, mentre l’articolo di Lenin contro Pitirim Sorokin, in cui si lanciava la parola d’ordine dell’intesa col contadino medio, era stato pubblicato nel novembre 1918, quattro mesi prima dell’VIII Congresso del partito.
Non è chiaro che l’VIII Congresso del partito ha confermato in pieno e senza riserve la parola d’ordine lanciata da Lenin nel suo articolo contro Pitirim Sorokin. in quanto la parola d’ordine a cui il Partito deve ispirarsi nel suo lavoro nella campagna per tutto l’attuale periodo di edificazione socialista?
Dov’è il sale della parola d’ordine di Lenin?
Il sale della parola d’ordine di Lenin è che essa coglie con precisione magistrale il compito uno e trino del lavoro del partito nella campagna e lo esprime in una sola formula concisa: a) appòggiati sul contadino povero, b) organizza l’intesa col contadino medio, c) non cessare nemmeno per un istante la lotta contro il kulak. Provatevi a estrarre da questa formula una delle sue parti, per servirvene come base del lavoro nella campagna nel momento attuale dimenticando le altre sue parti, e finirete inevitabilmente in un cui di sacco.
E’ possibile, nella fase attuale dell’edificazione socialista, concludere un’intesa effettiva e duratura col contadino medio senza appoggiarsi sul contadino povero e senza condurre una lotta contro il kulak?
Non è possibile.
E’ possibile, dato lo sviluppo attuale, condurre con successo la lotta contro il kulak senza appoggiarsi sul contadino povero e senza un’intesa col contadino medio?
Non è possibile.
Come si potrebbe esprimere meglio di così, in una parola d’ordine di valore generale, questo compito uno e trino del lavoro del partito nella campagna? Penso che la parola d’ordine di Lenin è l’espressione più felice di questo compito. Bisogna riconoscere che meglio di Lenin non lo si può esprimere…
Perché è necessario sottolineare l’opportunità della parola d’ordine di Lenin proprio adesso, proprio nelle attuali condizioni del lavoro nella campagna?
Perché proprio adesso si nota in alcuni compagni la tendenza a scomporre in parti il compito uno e trino del lavoro del partito nella campagna e a staccare queste parti l’uno dall’altra. Ciò è pienamente confermato dall’esperienza della nostra campagna per la compera del grano da parte dello Stato nei mesi di gennaio e febbraio di quest’anno.

Che bisogna stabilire un’intesa col contadino medio, lo sanno tutti i bolscevichi. Ma come stabilire quest’intesa, questo non lo comprendono tutti. Gli uni pensano di stabilire l’intesa col contadino medio rinunziando alla lotta contro il kulak o attenuando questa lotta: la lotta contro il kulak potrebbe, secondo loro, allontanare da noi una parte dei contadini medi, la parte agiata.
Altri pensano di stabilire un’intesa col contadino medio rinunziando al lavoro d’organizzazione dei contadini poveri o indebolendo questo lavoro: l’organizzazione dei contadini poveri porterebbe, secondo loro, all’isolamento dei contadini poveri e questo isolamento potrebbe allontanare da noi i contadini medi.
Il risultato di queste deviazioni dalla giusta linea è che si dimentica la tesi marxista secondo cui i contadini medi sono una classe oscillante e l’intesa coi contadini medi può diventar solida solo a condizione che si lotti decisamente contro i kulak e si rafforzi il lavoro tra i contadini poveri, la tesi secondo cui, se non si adempiono queste condizioni, i contadini medi possono volgersi verso i kulak, come verso una forza.
Ricordate le parole di Lenin all’VIII Congresso del partito:

E’ necessario determinare la nostra posizione verso una classe che non ha una posizione stabile e ben definita (***). Il proletariato è in massa per il socialismo, la borghesia è in massa contro il socialismo: è facile perciò determinare i rapporti tra queste due classi. Ma quando passiamo a uno strato sociale quali sono i contadini medi, allora si constata che questa classe che oscilla. Il contadino medio è in parte proprietario, in parte lavoratore Esso non sfrutta altri rappresentanti dei lavoratori. Per decenni ha dovuto difendere con grandissima fatica la propria situazione, ha subito lo sfruttamento dei grandi proprietari fondiari e dei capitalisti, ne ha sopportato di tutti i colori e nello stesso tempo è proprietario. Per questo la nostra posizione verso questa classe oscillante presenta delle enormi difficoltà». (VIII Congresso del PC(b)R., resoconto stenografico p. 346).

Ma vi sono anche altre deviazioni dalla linea giusta, non meno pericolose delle precedenti. Avviene che si conduca la lotta contro i kulak, ma la si conduca in modo così maldestro e insensato che i colpi ricadono sul contadino medio e sul contadino povero. Risultato: il kulak ne esce incolume, nell’alleanza col contadino medio si apre una fessura, e parte dei contadini poveri cade temporaneamente nelle grinfie del kulak, il quale conduce una lotta sotterranea contro la politica sovietica.
Vi sono pure dei casi in cui si tenta di trasformare la lotta contro i kulak nella espropriazione dei kulak, il lavoro per la compera del grano da parte dello Stato in prelevamento dell’eccedenza dei prodotti, dimenticando che, nelle nostre condizioni, l’espropriazione dei kulak è cosa assurda e che il prelevamento dell’eccedenza dei prodotti non significa alleanza, ma lotta contro il contadino medio.
Da che cosa derivano questi scarti dalla linea del partito?
Dall’incomprensione del fatto che il triplice compito del lavoro del partito nella campagna è un compito unico e indivisibile. Dall’incomprensione del fatto che non li può staccare il compito della lotta contro il kulak dal compito dell’accordo col contadino medio, né entrambi questi compiti da quello di trasformare il contadino povero in un sostegno del partito nella campagna (****).

Cosa bisogna fare affinché questi compiti non siano dissociati l’uno dall’altro nel corso del nostro lavoro corrente nella campagna?
Bisogna, per lo meno, dare una parola d’ordine direttiva che unisca tutti questi compiti in una formula generale, che non permetta, quindi, la separazione di questi compiti l’uno dall’altro.
Esiste nel nostro arsenale di partito questa formula, questa parola d’ordine?
Sì, esiste. Questa formula è la parola d’ordine di Lenin: «Saper raggiungere un’intesa col contadino medio, non rinunciando nemmeno per un istante alla lotta contro il kulak e appoggiandosi solidamente solo sui contadini poveri».
Ecco perché penso che questa parola d’ordine è la più razionale e la più completa, che bisogna metterla in primo piano proprio adesso, proprio nelle condizioni attuali del lavoro nella campagna.
Voi ritenete che la parola d’ordine di Lenin sia una parola d’ordine «d’opposizione» e nella vostra lettera chiedete « Com’è potuto avvenire che… questa parola d’ordine d’opposizione sia stata pubblicata il 10 Maggio 1928 stella Pravda… come spiegare l’apparizione di questa parola d’ordine nelle pagine della Pravda, organo del Comitato Centrale del Partito Comunista (bolscevico) dell’URSS? Si tratta solo d’un errore di stampa o siamo già a un compromesso con l’opposizione circa la questione del contadino medio?».
Cose terribili, non c’è che dire! Attento «alle voltate», però, compagno S.: che non vi succeda, col vostro zelo, di arrivare alla conclusione di proibire la pubblicazione del nostro programma, il quale conferma in pieno (è un fatto!) la parola d’ordine di Lenin, il quale è stato elaborato nelle linee essenziali da Lenin (tutt’altro che oppositore!) e approvato Congresso del partito (neppure esso d’opposizione!). Un po’ più di rispetto per certi punti del nostro programma relativi agli strati sociali nella campagna! Un po più di rispetto per le decisioni del. Congresso del partito circa i contadini medi!…

Per quanto riguarda la vostra frase sul «compromesso coll’opposizione circa la questione del contadino medio», penso non valga la pena di confutarla: voi l’avete detta, probabilmente, senza riflettere.

A quanto pare, vi turba la circostanza che nella parola d’ordine di Lenin e nel programma del Partito Comunista (bolscevico) dell’URSS, approvato Congresso, si parla di un’intesa col contadino medio, mentre nel suo discorso di apertura dell’VIII Congresso Lenin parla di solida apertura col contadino medio. Voi scorgete in questo – probabilmente – qualcosa che assomiglia a una contraddizione. E’ possibile che siate persino incline a supporre che la politica d’intesa col contadino medio sia una specie di abbandono della politica di alleanza con lui. Ciò non è vero, compagno S. Ciò é un grave errore. Possono pensare così solo delle persone che leggono le parole d’ordine, ma non sanno penetrarne il senso. Possono pensare così delle persone che non conoscono la storia della parola d’ordine dell’alleanza, dell’intesa col contadino medio. Possono pensare cosi soltanto delle persone capaci di supporre che Lenin, dopo aver parlato nel suo discorso d’apertura dell’VIII Congresso della politica di «solida alleanza» con il contadino medio, abbia disdetto se stesso, affermando in un altro suo discorso allo stesso congresso e nel programma del partito, approvato dall’VIII Congresso, che adesso ci occorre una politica di «intesa» col contadino medio.
Come spiegare la cosa? La verità è che Lenin e il Partito, impersonati nell’VIII Congresso, non vedono nessuna differenza tra il concetto di «intesa» e il concetto di «alleanza». Si tratta del fatto che dappertutto, in tutti i suoi discorsi all’VIII Congresso, Lenin mette un segno d’eguaglianza tra il concetto di «alleanza» e il concetto di «intesa». Lo stesso si deve dire della risoluzione dell’VIII Congresso sulla posizione verso i contadini medi, dove tra il concetto di «intesa» e il concetto di «alleanza» si pone un segno d’eguaglianza. E siccome Lenin e il partito considerano la politica d’intesa col contadino medio non già come accidentale e di breve durata, ma come una politica di lunga durata, essi avevano e hanno tutte le ragioni di chiamare la politica d’intesa col contadino medio politica di solida alleanza con lui, e viceversa la politica di solida alleanza col contadino medio, politica d’intesa con lui. Per convincersene basta consultare il resoconto stenografico dell’VIII Congresso del partito e le risoluzioni dello stesso congresso circa il contadino medio.
Ecco un passo del discorso di Lenin all’VIII Congresso:

«Molto spesso, per l’inesperienza dei funzionari sovietici, per le difficoltà del problema, i colpi rivolti contro i kulak ricadevano sui contadini medi. In questo campo abbiamo peccato enormemente. L’esperienza raccolta a questo proposito ci aiuterà a fare di tutto per evitar di peccare nell’avvenire. Ecco il compito che ci sta di fronte, non in teoria, ma in pratica. Sapete perfettamente che questo compito è difficile. Non possediamo dei beni che possiamo largire al contadino medio, il quale è male. realista, pratico, ed esige dei beni materiali concreti, che oggi non possiamo dargli, e di cui il paese deve fare a meno, forse ancora per dei mesi di una lotta dura, ma che ci promette fin d’ora una vittoria completa. Ma possiamo far molto nella nostra pratica amministrativa: migliorare il nostro apparato, eliminare una massa di abusi. Possiamo e dobbiamo precisare e correggere la linea del nostro partito, che tendeva insufficientemente al blocco, all’alleanza, all’intesa (***) con i contadini medi» (op. cit., pp. 24-25).

Voi vedete che Lenin non fa differenza tra «intesa» e «alleanza ». Ed ecco degli estratti della risoluzione dell’VIII Congresso Sulla posizione verso i contadini medi:

«Confondete i contadini medi coi kulak, estendere ad essi, in un modo o nell’altro, le misure dirette contro i kulak, significa violare nel modo più grossolano non soltanto tutti i decreti del potere sovietico e tutta la sua politica, ma anche tutti i principi fondamentali del comunismo, che prevedono l’intesa del proletariato con i contadini medi nel periodo della lotta decisiva del proletariato per il rovesciamento data borghesia, come una delle condizioni per passare, senza sofferenze, alla soppressione di ogni sfruttamento.
I contadini medi, che hanno delle radici economiche relativamente forti, data l’arretratezza della tecnica agricola rispetto alla tecnica industriale persino nei paesi capitalistici avanzati, per non parlare della Russia, si manterranno per un periodo di tempo abbastanza lungo dopo l’inizio della rivoluzione proletaria. Perciò la tattica dei funzionari sovietici nella campagna, come quella dei militanti attivi del partito, deve essere calcolata per un periodo prolungato di collaborazione coi contadini medi
…La politica assolutamente giusta del potere sovietico nella campagna assicura, quindi, l’alleanza e l’intesa del proletariato vittorioso coi contadini medi…
…La politica del governo operaio e contadino e del partito comunista dovrà essere pervasa anche in avvenire da questo spirito d’intesa del proletariato e dei contadini poveri coi contadini medi» (**) (op. cit., pp. 370-372).

Come vedete, neanche la risoluzione fa differenza tra «intesa» ed «alleanza».
Non è superfluo osservare che in questa risoluzione dell’VIII Congresso non v’è una sola parola circa la «solida alleanza» col contadino medio. Significa questo, perciò, che la risoluzione abbandoni la politica della «solida alleanza» col contadino medio? No. Significa soltanto che la risoluzione mette un segno d’eguaglianza fra il concetto di «intesa» di «collaborazione» e il concetto di «solida alleanza». E la cosa è comprensibile: non vi può essere «alleanza» col contadino medio se non v’è «intesa» con lui, e l’alleanza col contadino medio non può essere «solida» se non esiste un’intesa «per periodo», se non esiste con lui una collaborazione.
Tali sono i fatti.
Di qui il dilemma: o Lenin e l’VIII Congresso del partito hanno abbandonato la dichiarazione leninista circa la «solida alleanza» col contadino medio, oppure bisogna respingere questa ipotesi priva di ogni serietà e riconoscere che Lenin e l’VIII Congresso del partito non fanno nessuna differenza tra il concetto di «intesa» e il concetto di «solida alleanza».
Quindi, chi non vuole cader vittima di una vuota pedanteria libresca, chi vuol penetrare il senso della parola d’ordine leninista, che dice di appoggiarsi sul contadino povero, di venire a un’intesa col contadino medio e di lottare contro il kulak, non può non capire che la politica d’intesa col contadino medio è una politica di solida alleanza con lui.
Il vostro errore sta nel non aver compreso il disonesto sotterfugio a cui ricorre l’opposizione, nell’esser caduto nella sua provocazione, nel tranello tesovi dell’avversario. I truffaldini dell’opposizione gridano e fanno chiasso per far credere di essere per la parola d’ordine di Lenin circa l’intesa col contadino medio, e nello stesso tempo insinuano, a scopo di provocazione, che l’«intesa» col contadino medio sarebbe una cosa, e la «solida alleanza» con lui un’altra cosa. Così essi vogliono prendere due piccioni con una fava: in primo luogo, vogliono nascondere la loro posizione effettiva circa i contadini medi, che non tende all’intesa, ma al «divorzio dal contadino medio» (vedere il noto discorso dell’oppositore Smirnov, da me citato alla XVI Conferenza del partito della provincia di Mosca) (21); in secondo luogo, servendosi della pretesa differenza tra «intesa» e «alleanza», vogliono accalappiare gli ingenui che vi sono tra i bolscevichi, per confonderli completamente e spingerli lontano da Lenin.
E come reagiscono taluni nostri compagni? Invece di strappare la maschera ai birbanti dell’opposizione, invece di convincerli di frode verso il partito, a cui nascondono le loro posizioni reali, invece di far questo, abboccano all’amo, cadono nel tranello e si lasciano respingere lontano da Lenin. L’opposizione fa del chiasso attorno alla parola d’ordine di Lenin, gli oppositori si danno l’aria di essere dei sostenitori della parola d’ordine di Lenin; dunque io devo respingere questa parola d’ordine perché non mi si confonda con l’opposizione, altrimenti mi possono accusare di «compromesso con l’opposizione». Tale è la logica di questi compagni! E questo non è l’unico esempio dei metodi disonesti dell’opposizione.
Prendete, ad esempio, la parola d’ordine dell’autocritica. I bolscevichi non possono ignorare che la parola d’ordine dell’autocritica è la base dell’attività del nostro Partito, è un mezzo per rafforzare la dittatura proletaria, è l’anima del metodo bolscevico di educazione dei quadri. L’opposizione mena rumore per far credere che la parola d’ordine dell’autocritica è di sua invenzione, e che il partito gliel’ha strappata dalle mani e ha capitolato, perciò, davanti ad essa. Agendo così l’opposizione vuol ottenere per lo meno due cose:
Primo, ingannare la classe operaia nascondendole l’abisso che c’è tra «l’autocritica» dell’opposizione, che ha per scopo di demolire lo spirito di partito, e l’autocritica bolscevica, che si propone di rafforzare lo spirito di partito;
Secondo, accalappiare qualche ingenuo e costringerlo a respingere la parola d’ordine del partito circa l’autocritica.
E come reagiscono a questo taluni nostri compagni? Invece di strappare la maschera ai birbanti dell’opposizione e difendere la parola d’ordine dell’autocritica bolscevica, cadono nel tranello, si allontanano dalla parola d’ordine dell’autocritica, ballano al suono della musica dell’opposizione e… capitolano dinanzi ad essa, ritenendo a torto di differenziarsi dall’opposizione.
Di questi esempi se ne potrebbero citare a iosa.
Ma noi non possiamo, nel nostro lavoro, ballare al suono della musica di chicchessia. Tanto meno possiamo dirigerci nel nostro lavoro secondo quello che dicono di noi gli oppositori. Dobbiamo battere la nostra strada, sventando le manovre disoneste dell’opposizione e respingendo gli errori di certi nostri bolscevichi, che si prestano alle provocazioni degli oppositori. Ricordate le parole citate da Marx «Segui il tuo corso e lascia dir le genti»! (22).

«Pravda» n. 152
3 Luglio 1928.

NOTE

(*) Si pubblica con alcuni tagli (G. Stalin).
(**) Il corsivo è dappertutto mio (G. Stalin).
(***) Il corsivo è dappertutto mio (G. Stalin).
(****) Ne deriva che gli scarti dalla linea giusta creano un doppio pericolo per la causa dell’alleanza degli operai e dei contadini: il pericolo da parte di coloro che pensano, per esempio, di trasformare le misure straordinarie provvisorie per la compera del grano da parte dello Stato in un orientamento permanente del partito o in un orientamento di una certa durata, e il pericolo da parte di coloro che intendono approfittare della soppressione delle misure straordinarie per lasciar libero il kulak, per proclamare la libertà completa del commercio, senza l’intervento degli organi statali per regolarlo. Per garantire una linea giusta è quindi necessaria una lotta su due fronti.
Colgo l’occasione per notare che la nostra stampa non osserva sempre questa regola, dando prova, qualche volta di una certa unilteralità. Avviene, per esempio che si smascherino coloro che vogliono trasformare le misure straordinarie per la compera del grano, aventi carattere provvisorio, in un mestamente permanente della nostra politica, minacciando in questo modo l’alleanza coi contadini. Questo è multo bene. Ma non è bene e non è giusto quando, nello stesso tempo, non si presta sufficiente attenzione e non si smascherano a dovere coloro che minacciano l’alleanza da un’altra parte: quando non si smascherano coloro che si abbandonano all’ambiente piccolo-borghese, esigendo un indebolimento della lotta contro gli elementi capitalistici nella campagna e l’instaurazione della libertà completa del commercio, senza funzione regolatrice dello Stato, minando così, da un’altra parte, le basi dell’alleanza. Questo non e più bene. Questa é unilateralità. Avviene egualmente che si smascherino coloro che negano, ad esempio, la possibilità e l’opportunità di migliorare le piccole e medie aziende individuali contadine, le quali sono, nello stadio attuale, la base dell’economia agricola. Questo è molto bene. Ma non è bene e non è giusto quando, parallelamente, non si smascherano coloro che sminuiscono l’importanza dei colcos e dei sovcos e non vedono che il compito di migliorare la piccola e media azienda contadina individuale deve essere praticamente completato dal compito di sviluppate la costruzione dei colcos e dei sovcos. Questa è già unilateralità.
Per garantire la linea giusta, bisogna condurre la lotta su due fronti e bandire ogni unilateralità. (G. Stalin).

SESSIONE PLENARIA DEL PCUS(b) (33)

4-12 Luglio 1928
SUL PROGRAMMA DELL’INTERNAZIONALE COMUNISTA

Discorso del 5 luglio 1928


Soprattutto compagni, bisogna esaminare la questione dell’ampiezza del progetto del programma dell’Internazionale Comunista (34).
Si dice che il progetto di programma sia troppo grande, troppo ampio. Si vorrebbe ridurlo alla meta, ad un terzo. Si chiede che il programma contenga alcune formule generali, che ci si limiti a questo e che tali formule vengano chiamate programma. Penso che queste richieste siano prive di fondamento. Chi chiede la riduzione del programma alla meta o addirittura a un terzo, non capisce i compiti dinanzi a cui si sono trovali gli autori del progetto di programma.
Si tratta del fatto che il programma dell’ I.C. non può essere il programma del Partito di un qualsiasi paese, oppure, diciamo, un programma per sole nazioni «civilizzate». Il programma deve abbracciare tutti i partiti comunisti del mondo, tutte le nazioni, tutti i paioli. sia bianchi che di colore. Questo é il tratto principale e più caratteristico del progetto di programma. Ma come si possono cogliere le esigenze più importanti e le linee principali del lavoro di tutte le sezioni dell’ I.C., tanto di quelle orientali che di quelle occidentali, se si riduce il programma alla mota o a un terzo? Provino i compagni a risolvere questo compito insolubile. Perciò penso che, se si riducesse il programma alla metà oppure a un terzo, questo non sarebbe più un programma, ma una vuota elencazione di formule astratte. che nulla porrebbero offrire alle sezioni dell’ I.C..
Gli autori del programma si sono trovati dinanzi a un duplice compito: da una parte, cogliere quel che vi è di principale e fondamentale in tutti i Partiti comunisti del mondo; dall’altra parte, cogliere questo aspetto principale e fondamentale, in modo che le singole tesi del programma non siano formule vuote, ma guide pratiche per i più diversi paesi e popoli, per i più diversi partiti comunisti e gruppi comunisti. Ammettere che è del tutto indispensabile risolvere questo duplice compito con un progetto di programma breve e ristretto.
La cosa più curiosa è che gli stessi compagni, i quali propongono la riduzione del programma alla metà o addirittura a un terzo. Fanno, al tempo stesso, proposte che hanno la tendenza a raddoppiare se non a triplicare l’attuale progetto di programma. Infatti se nel progetto di programma si danno formulazioni dettagliate sui sindacati, sulle cooperative, sulla cultura. sullo minoranze nazionali in Europa ecc. non è chiaro allora che non può derivarne una riduzione del programma? L’attuale progetto di programma dovrebbe essere raddoppiato se non triplicato.
La stessa cosa bisogna dire dei compagni. che chiedono che il programma sia una direttiva concreta per i partititi comunisti o che in esso venga spiegata qualsiasi cosa, comprese le singole tesi di programma. Primo, non si può pretendere che il programma sia solo una direttiva o in primo luogo una direttiva. Ciò è sbagliato. Non si può avanzare una simile pretesa nei confronti di un programma, anche a voler completamente prescindere dal fatto che l’accoglimento di una tale richiesta allargherebbe incredibilmente l’ampiezza del programma. Secondo non si può spiegare in un programma ogni cosa, comprese le singole tesi esplicative o teoriche del programma. Per questo ci sono i commenti al programma. Non si deve confondere un programma con commenti.
La seconda questione riguarda la struttura del programma e l’ordinamento dei singoli capitoli all’interno del progetto di programma.
Alcuni compagni chiedono di mettere alla fine del programma il capitolo sullo scopo finale del movimento sul comunismo. Penso che anche questa richiesta sia infondata. Fra il capitolo sulla crisi del capitalismo e il capitolo sul periodo di transizione. si trova, nel progetto di programma, il capitolo sul comunismo, sul sistema economico comunista. E giusto un simile ordinamento dei capitoli? Penso che sia completamente giusto. Non si può parlare dei periodo di transizione senza prima parlare di quel sistema economico, in questo caso il sistema economico comunista, verso cui il programma rivendica la transizione. Si parla del periodo di transizione, della transizione dal capitalismo ad un altro sistema economico. Ma transizione verso che cosa, verso quale sistema? E’ di questo che bisogna parlare, prima di caratterizzare il periodo stesso di transizione. Il programma deve procedere da ciò che è sconosciuto a ciò che è conosciuto, da ciò che è meno conosciuto a ciò che è più conosciuto. Parlare della crisi del capitalismo e poi del periodo di transizione, senza prima trattare il sistema verso cui bisogna compiere la transazione. significa confondere il lettore e violare un’esigenza elementare della pedagogia, di cui deve anche tener conto il progetto di programma Un programma però, deve facilitare e non rendere difficile l passaggio del lettore da ciò che è meno noto.
Altri compagni sono dell’opzione che il paragrafo sulla socialdemocrazia non debba essere incluso nel secondo capitolo del progetto di programma, in cui si parla della prima fase della rivoluzione proletaria, e della parziale stabilizzazione del capitalismo. Credono di sollevare con ciò una questione che riguarda la struttura del programma. Ciò è sbagliato, compagni. In realtà abbiamo a che fare con una questione politica. Togliere dal secondo capitolo il paragrafo sulla socialdemocrazia, significa, commette un errore politico in una delle questioni più importanti, riguardanti le cause della parziale stabilizzazione del capitalismo. Questo non è una operazione di struttura del programmi, ma di valutazione della situazione politica nel periodo della parziale stabilizzazione, di valutazione del ruolo controrivoluzionario della socialdemocrazia come uno dei fattori di questa stabilizzazione. Questi compagni devono sapere che non possiamo togliere dal paragrafo della socialdemocrazia dal capitolo sulla parziale stabilizzazione del capitalismo, perché questa stessa stabilizzazione non può essere spiegata, senza caratterizzare il ruolo della socialdemocrazia, come uno dei fattori più importanti della stabilizzazione. Altrimenti si dovrebbe anche togliere da questo capitolo il paragrafo sul fascismo e inserire questo paragrafo assieme a quello della socialdemocrazia, nel capitolo dei partiti. Ma, togliere questi due paragrafi, sul fascismo e sulla socialdemocrazia, dal capitolo che tratta della parziale stabilizzazione del capitalismo, significa disarmarsi umana da soli e privarsi di ogni possibilità di spiegare la stabilizzazione capitalista. E’ chiaro, che non possiamo accedere a tale richiesta.
La questione della NEP e del comunismo di guerra. La NEP è la politica della dittatura proletaria rivolta al superamento degli elementi capitalistici e alla edificazione dell’economia socialista attraverso lo scambio diretto del mercato, mediante il mercato, e non invece attraverso lo scambio diretto di prodotti, senza mercato, con esclusione del mercato. Possono i paesi capitalisti, almeno quelli più sviluppare, fare a meno della NEP nella fase di transizione dal capitalismo al socialismo? Penso che non possono. In questa o quella misura, la Nuova Politica Economica con i suoi rapporti di mercato e I’utilizzazione di questi rapporti di mercato nel periodo della dittatura del proletariato è assolutamente indispensabile per ogni paese capitalista.
Da noi ci sono compagni che contestano questa tesi. Ma cosa significa, contestare questa tesi?
Significa in primo luogo partire dal presupposto che, immediatamente dopo l’ascesa al potere proletario, disporremmo subito di apparati per la distribuzione e il rifornimento, pronti al cento per cento, che medino lo scambio fra città e campagna, fra industria e piccola produzione, che rendano possibile stabilire subito uno scambio diretto di prodotti senza mercato senza scambio di merci, senza economia monetaria. Basta solo porsi il problema per capire come sia assurda una tale ipotesi.
Significa in secondo luogo partite dal presupposto che la rivoluzione proletaria, dopo la presa del potere del proletariato, debba prendere la strada dell’espropriazione della piccola e media borghesia e addossarsi il peso enorme di procurare lavoro ai milioni di nuovi disoccupati, creati artificialmente e di provvedere alla loro sussistenza. Basta porsi appena il problema per capire come sarebbe assurda e duri e stupida una simile politica della dittatura del proletariato. Un vantaggio della NEP, fra l’altro è proprio di liberare la dittatura del proletariato da queste e simili difficoltà.
Da ciò segue, però, che la NEP costituisce in tutti i paesi una fase inevitabile della rivoluzione socialista.
Vale lo stesso per il comunismo di guerra? Si può dire che il comunismo di guerra costituisca una fase fase inevitabile della rivoluzione proletaria? No non si può dire. Il comunismo di guerra é una politica della dittatura proletaria, dettata dalla situazione di guerra e di intervento, volta a stabilire lo scambio, diretto di prodotti fra città e campagna, non mediante il mercato, ma escludendo il mercato, attraverso misure di carattere essenzialmente extra-economico e in parte militare; allo scopo di organizzate la distribuzione del prodotti in modo di assicurare l’approvvigionamento degli eserciti rivoluzionari sul fronte, nonché degli operai nelle retrovie. Se non ci fossero stati la situazione di guerra e l’intervento, è chiaro che non ci sarebbe stato neppure il comunismo di guerra. Perciò non si può affermare che il comunismo di guerra sia una fase di sviluppo economicamente inevitabile della rivoluzione proletaria.
Sarebbe sbagliato. credere che la dittatura proletaria nell’URSS abbia iniziata la ma la sua attività economica col comunismo di guerra. Verso questo punto di vista scivolano alcuni compagni. Ma questo punto di vista è sbagliato. AI contano, la dittatura proletaria ha iniziato da noi il suo lavoro di edificazione non col comunismo di guerra, ma con l’annuncio dei principi della cosiddetta Nuova Politica Economie. Tutti conoscono l’opuscolo di Lenin, apparso all’inizio del 1918 su «I compiti immediati del potere sovietico» (35), in cui Lenin spiegava per la pinna volta i principi della Nuova Politica Economica. Questa politica veniva pero temporaneamente interrotta a causa delle condizioni create dall’intervento, e solo, tre anni dopo, dopo la fine della guerra e dell’intervento, potevano ritornare ad esso. Ma il fatto che la dittatura proletaria dell’URSS doveva ritornate ai principi della Nuova Politica Economica, già annunciati all’inizio del 1918. questo fatto mostra con rutta chiarezza come la dittatura proletaria deve iniziare il suo lavoro di edificazione il giorno dopo la rivoluzione e su che cosa deve fondare il suo lavoro di edificazione, se si parte naturalmente da considerazioni economiche.
Talvolta il comunismo di guerra viene confuso con al guerra civile, si identifica il primo con la seconda. Ciò è naturalmente sbagliato. La presa del potere da parte del proletariato nell’ottobre del 1917 fu senz’altro una forma della guerra civile. Sarebbe però sbagliato, dire che avremmo cominciato subito nell’ ottobre del 1917 con l’introduzione del comunismo di guerra. Ci si può pensare senz’altro immaginare una condizione di guerra civile, senza che vengano impiegati metodi del comunismo di guerra, senza che si rinunci ai principi dello Nuova Politica Economica, come é stato il caso da noi all’inizio del 1918 fino all’intervento.
Si dice, che le rivoluzioni proletarie si svolgerebbero isolatamente e pertanto, nessuna rivoluzione proletaria potrebbe evitare l’intervento e quindi anche il comunismo di guerra. Ciò è sbagliato. Dopo che abbiamo raggiunto il consolidamento del potere sovietico nell’URSS, una crescita dei Partiti Comunisti nei paesi decisivi del capitalismo e un rafforzamento dell’Internazionale Comunista, non potranno e non dovranno più esserci rivoluzioni proletarie isolate. Non bisogna trascurare fattori come la crisi sempre più acuta del capitalismo mondiale, come l’esistenza dell’Unione Sovietica e la crescita del comunismo in tutti i paesi (Internazionale: «In Ungheria però, la rivoluzione era isolata»). Questo avveniva nel 1919 (36). Adesso, invece, siamo nel 1928. E’ sufficiente richiamare alla memoria la risoluzione in Germania, nel 1923 (37), quando la dittatura proletaria nell’URSS 11 si preparava ad un diretto appoggio della rivoluzione tedesca, per capire il carattere del tutto relativo e condizionato dell’argomentazione di alcuni compagni. (Interruzione: Rivoluzione isolata in Germania, isolamento fra Francia e Germania».)
Confondete la distanza spaziale con l’isolamento politico. Naturalmente la distanza spaziale è importale. Ma non si può confonderla tuttavia con l’isolamento politico.
E gli operai nei paesi degli interventisti — credete che questi operai staranno zitti in caso di intervento, per esempio contro la rivoluzione tedesca, e che non attaccheranno alle spalle gli interventisti?
E l’URSS e il suo proletariato — credete che la rivoluzione proletaria nell’URSS assisterà tranquillamente all’attività degli interventisti?
Per danneggiare gli interventisti, non occorre necessariamente essere collegati geograficamente con il paese della rivoluzione. A tale scopo è sufficiente colpire gli interventisti nei punti più vulnerabili del loto territorio taccia, in modo che avvertano il pericolo e comprendano tutta la realtà della solidarietà proletaria. Immaginiamo di sfidare l’Inghilterra borghese nella regione di Leningrado, e di procurargli danni notevoli. Segue forse che l’Inghilterra si deve vendicare su noi necessariamente Leningrado? No.
Si potrebbe vendicare su noi, da qualche parte, a Batum, a Odessa, a Baku oppure, diciamo, a Wladiwostok. Lo stesso vale per le forme di aiuto e sostegno che la dittatura proletaria dà alla rivoluzione proletaria in uno dei paesi, ad es dell’Europa contro gli interventisti imperialisti.
Se però non si può dire che l’intervento e quindi anche il comunismo di guerra siano un fenomeno indispensabile per tutti i paesi, si può e si deve tuttavia ammettere che sono più o meno probabili. Perciò sono d’accordo, senza approvarne l’argomentazione, con la conclusione di quei compagni che si potrebbe sostituire, nel progetto di programma, la formula che il comunismo di guerra è possibile per i paesi della rivoluzione proletaria in una data situazione internazionale, con la formula che l’intervento e il comunismo di guerra sono più o meno probabili.
La questione della nazionalizzazione della terra. Non sono d’accordo con i compagni che propongono, di cambiare la formula sulla nazionalizzazione della terra, per i paesi capitalistici sviluppati, e che pretendono di proclamare in questi paesi la nazionalizzazione di tutta la terra subito il primo giorno della rivoluzione proletaria.
Inoltre, non sono d’accordo con i compagni che propongono di non dire niente sulla nazionalizzazione di tutta la terra nei paesi capitalistici sviluppati. Secondo la mia opinione sarebbe meglio parlare sulla futura nazionalizzazione di tutta la terra, come, del resto viene fatto nel progetto di programma, con l’aggiunta che al contadini piccoli c medi viene garantito il diritto all’uso della terra.
Hanno torto quei compagni, che credono che tanto più facilmente si potrebbe effettuare la nazionalizzazione di tutta la terra quanto più sia sviluppato il capitalismo in un paese. Al contrario, quanto più sviluppato è il capitalismo in un paese, tanto più difficile diventa effettuare la nazionalizzazione di furia la terra, perché tanto più forti sono li le tradizioni della proprietà privata della terra, e tanto più difficile è di conseguenza, combattere queste tradizioni.
Leggete le tesi di Lenin sulla questione agraria al II Congresso dell’IC (38), in cui egli mette apertamente in guardia contro passi affrettati e incauti in questa direzione — e capirete come sia sbagliata l’affermazione di questi compagni. Nei paesi capitalistici sviluppati, la proprietà privata della terra esiste da centinaia d’anni, il ché non si può dire dei paesi capitalistici meno sviluppati, dove il principio della proprietà privata non poteva ancora penetrare nella carne e nel sangue dei contadini. Da noi, in Russia, i contadini dicevano persino per un po’ di tempo che la terra era di nessuno, che era la terra di dio. Si spiega così anche, che Lenin già nel 1906, in attesa della rivoluzione democratica-borghese, dava (da noi) la parola d’ordine della nazionalizzazione di tutta la terra, con garanzia del diritto all’uso della terra per i contadini piccoli e medi, partendo dal presupposto che i contadini l’avrebbero capito e avrebbero avuto comprensione per ciò.

Non é forse caratteristico che lo Stesso Lenin nel 1920 sul II Congresso dell’IC metteva in guardia i Partiti comunisti dei paesi capitalistici svilup-pati contro il lancio immediato della parola d’ordine della nazionalizzazione di luna la terra, perché questa parola d’ordine non sarebbe stata immediatamente accettabile per i contadini di questi paesi, compenetrati dall’istinto di proprietari. Possiamo trascurare questa differenza e non tener conto delle indicazioni di Lenin? E’ chiaro che non possiamo.
La questione del contenuto del progetto di programma. Risulta che alcuni compagni sono del parere che il progetto di programma, per quanto riguarda il suo contenuto, non sia in tutto e per tutto internazionale, in quanto avrebbe, come dicono, un carattere «troppo russo». Qui non ho sentito obiezioni del genere. Ma simili obiezioni vengono fatte, come risulta, in certi ambienti intorno all’IC.
Cosa ha potuto dare pretesto ad osservazioni del genere?
Forse il fatto, che il progetto di programma contiene un capitolo specifico sull’URSS? Ma cosa c’è di male? Forse che, per il suo carattere, la nostra rivoluzione è una rivoluzione nazionale e soltanto nazionale, e non invece soprattutto una rivoluzione internazionale? Perché allora la chiamiamo la base del movimento rivoluzionario di tutto il mondo, la leva dello sviluppo rivoluzionario di tutti i paesi, la patria del proletariato mondiale?
Da noi c’era della gente, ad es. la nostra opposizione, che considerava la rivoluzione in URSS una rivoluzione esclusivamente o principalmente nazionale. Ma si sono rotte le ossa. Strano che, come risulta, ci sia della gente intorno all’I.C., pronta a seguire le orme dell’opposizione.
Forse che, per il suo tipo, la nostra rivoluzione è una rivoluzione nazionale e soltanto nazionale? La nostra rivoluzione, è invece una rivoluzione sovietica e la forma sovietica dello Stato proletario è una forma più o meno obbligatoria anche per la dittatura del proletariato negli altri paesi. Non a caso, Lenin diceva che la rivoluzione in URSS ha inaugurato una nuova era nel Corso della storia, l’era dei soviet. Non ne segue allora, che la nostra rivoluzione, non solo per il suo carattere ma anche per il suo tipo, è in primo luogo una rivoluzione internazionale, che fornisce un quadro di ciò che sostanzialmente dovrà essere la rivoluzione proletaria in ogni paese?
Non c’è dubbio, che il carattere internazionale della nostra rivoluzione imponga alla dittatura proletaria nell’URSS certi obblighi nei confronti dei proletari e delle masse oppresse di tutto il mondo. Lenin partiva da questo presupposto, quando diceva che il senso dell’esistenza della dittatura pro-letaria nell’URSS consiste nel fare tutto il possibile per lo sviluppo e la vittoria della rivoluzione proletaria in altri paesi. Ma cosa ne segue? Ne segue, almeno che la nostra rivoluzione è una parte della rivoluzione mondiale, è la base e lo strumento del movimento rivoluzionario del mondo intero.
Non c’è neppure dubbio che non solo la rivoluzione nell’URSS ha obblighi nei confronti dei proletari di tutti i paesi, e li assolve, ma che anche i proletari di tutti i paesi hanno determinati obblighi piuttosto seri nei confronti della dittatura proletaria nell’URSS. E’ loro dovere, sostenere il proletariato dell’URSS nella sua lotta contro nemici interni ed esterni, lottare contro una guerra, diretta allo strangolamento della dittatura proletaria nell’URSS. propagandare nel caso di un attacco all’URSS, il passaggio immediato diretto degli eserciti dell’imperialismo dalla parte della dittatura proletaria nell’URSS. Non ne segue allora che la rivoluzione nell’URSS è collegata inseparabilmente con il movimento rivoluzionario in altri paesi, che il trionfo della risoluzione URSS è un trionfo della rivoluzione in tutto il mondo?
Si può parlare, dopo tutto questo, della rivoluzione nell’URSS come di una rivoluzione esclusivamente nazionale, come di una rivoluzione isolata, non collegata col movimento rivoluzionario in tutto il mondo?
E viceversa, si può capire forse, dopo tutto questo, qualcosa del movimento rivoluzionario del mondo, al di fuori della connessione con la rivoluzione proletaria nell’URSS?
Che valore avrebbe un programma dell’I.C., che tratta della rivoluzione proletaria mondiale se tralasciasse la questione di fondo, la questione del carattere e dei compiti della rivoluzione proletaria nell’URSS, la questione dei suoi doveri nei confronti dei proletari di tutti i paesi, e nei confronti dei proletari di tatti i paesi nei confronti della dittatura proletaria nell’URSS?
Perciò sono del parere che le obiezioni relative Al «carattere russo» del progetto di programma dell’I.C., hanno, per esprimermi con la massima delicatezza, un impronta poco bella, un sapore spiacevole.
Passiamo alle singole osservazioni.
Sono del parere che hanno ragione i compagni che propongono di cambiare a pagina 55 del progetto di programma la frase, che riguarda i ceti lavoratori della campagna «che seguono la dittatura del proletariato». Questa frase è un evidente malinteso oppure forse un errore di correzione. Bisogna cambiarla.
Ma questi compagni hanno completamente torto, quando propongono di inserire nel progetto di programma tutte le definizioni che Lenin ha dato della dittatura del proletariato. A pagina 52 viene data la seguente definizione della dittatura del proletariato che è tratta, sostanzialmente, da Lenin:

«La dittatura del proletariato è la prosecuzione della sua lotta di classe, in nuove condizioni. La dittatura del proletariato è una lotta tenace, una lotta cruenta e incruenta, violenta e pacifica, militare e economica, pedagogica e amministrativa contro le poterne e tradizioni della vecchia società, contro i nemici esterni capitalistici, contro i residui delle classe sfruttatrici all’interno del paese, contro i germi di una nuova borghesia, che si sviluppano sul terreno della produzione mercantile non ancora superata» (39).

Il progetto di programma contiene inoltre una serie di altre definizioni della dittatura, relative a questi o quei compiti della dittatura nei diversi stadi della rivoluzione proletaria. Penso che sia più che sufficiente. (Interruzione: «Una delle formulazioni di Lenin è stata tralasciata»). In Lenin ci sono pagine intere sulla dittatura del proletariato. Se inseriamo tutto ciò nel progetto di programma, temo che la sua ampiezza si triplicherebbe almeno.
Sbagliata è anche l’obiezione di alcuni compagni relativa alla tesi della neutralizzazione dei contadini medi. Lenin dice chiaramente nelle sue tesi al Il Congresso dell’Internazionale Comunista, che i partiti comunisti, alla vigilia della presa del potere e nel primo stadio della dittatura del proletariato nei paesi capitalisti, al massimo possono contare su una neutralizzazione dei contadini medi. Lenin dice chiaramente che i partiti comunisti possono contare sull’instaurazione di una solida alleanza col contadino medio, solo dopo il consolidamento della dittatura del proletariato. E’ chiaro che nella stesura del progetto di programma non potevamo trascurare questa indicazione di Lenin, a parte il fatto che questa indicazione corrisponde nel modo più preciso alle esperienze della nostra rivoluzione.
Sbagliato è pure l’osservazione di una serie di compagni riguardante la questione nazionale. Questi compagni non hanno motivo di affermare che il progetto di programma non tenga conto dei momenti nazionali del movimento rivoluzionario. La questione delle colonie è sostanzialmente una questione nazionale. Nel progetto di programma si parla in modo sufficientemente pregnante dell’oppressione imperialista, dell’oppressione nelle colonie, dell’autodeterminazione nazionale, del diritto delle nazioni e delle colonie alla separazione ecc.
Se questi compagni intendono le minoranze nazionali nell’Europa centrale, allora si può menzionare questa questione nel progetto di programma, sono però contrario a trattare specificamente la questione nazionale nell’Europa centrale nel progetto di programma.
Infine sulle osservazioni di una serie di compagni, riguardanti la Polonia come di un paese che rappresenta il secondo tipo dello sviluppo verso la dittatura proletaria. Questi compagni credono che sia sbagliata la classificazione dei paesi in tre tipi, in paesi con capitalismo molto sviluppato (America, Germania, Inghilterra), in paesi con capitalismo malamente sviluppato (Polonia, Russia prima della rivoluzione di febbraio ecc.) e in paesi coloniali. Sostengono che la Polonia debba essere inserita nel primo tipo di paesi, che si possa parlare solo di due tipi di paesi, di paesi capitalisti e di paesi coloniali.
Ciò è sbagliato, compagni. Oltre i paesi capitalistici sviluppati, in cui la vittoria della rivoluzione porterà subito alla dittatura proletaria, ci sono altri paesi. in cui il capitalismo è poco sviluppato, pesi con residui feudali, con una specifica questione agraria, di tipo antifeudale (Polonia. Romania ecc.), dove la piccola borghesia, in particolare i contadini, avranno da dire senz’altro una parola importante in caso di esplosione rivoluzionaria e dove la vittoria della rivoluzione, per portare alla dittatura del proletariato, poni rendere e renderà certamente necessari certi stadi intermedi, di-ciamo la dittatura del proletariato e dei contadini.
Anche da noi c’era gente, come per esempio Trotzki che, prima della rivoluzione di febbraio, sosteneva che i contadini non avrebbero avuto una seria importanza. che la parola d’ordine del momento sarebbe stata «via lo zar, governo degli operai » Sapete che Lenin prese decisamente le distanze da una parola d’ordine del genere, che si rivolse contro la sottovalutazione del ruolo e del peso specifico della piccola borghesia e in particolare dei contadini. Diversi credevano allora che dopo il rovesciamento dello zarismo, il proletariato avrebbe subito occupato la posizione dominante. Ma cosa accadde in realtà? In realtà, subito dopo la rivoluzione di febbraio si fecero avanti i milioni delle masse piccolo borghesi, e dettero il sopravvento ai partiti piccolo borghesi, ai social-rivoluzionari e al menscevichi. I social-rivoluzionari e i menscevichi che fino ad allora erano stati partiti del tutto insignificanti, diventarono «all’improvviso» la forza dominante nel paese. Perché mai? Perché le masse a milioni della piccola borghesia appoggiavano in un primo tempo i social-rivoluzionari e i menscevichi.
Così si spiega, fra l’altro, il fatto che da noi la dittatura proletaria sia stata instaurata come risultato di una trasformazione più o meno rapida della rivoluzione democratica-borghese nella rivoluzione socialista.
E’ difficile dubitare che la Polonia e la Romania fanno parte di quei paesi che, sulla via per la dittatura del proletariato, devono attraversare in modo più o meno rapido certi stadi intermedi.
Perciò penso che hanno torto questi compagni, quando contestano l’esistenza di tre tipi di sviluppo rivoluzionario sulla via per la dittatura del proletariato. Polonia e Romania rappresentano il secondo tipo.
Queste, compagni, sono le mie osservazioni sul progetto di programma dell’I.C.
Per quanto riguarda lo stile del progetto di programma oppure alcune singole formulazioni, non posso affermare che il progetto di programma sia perfetto a questo riguardo. Probabilmente si renderà necessario effettuare alcuni miglioramenti, precisazioni, di semplificare forse lo stile ecc. Ma ciò è compito della commissione por il programma del VI Congresso dell’I.C. (40).

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