I 150.000 ebrei di Hitler

I 150.000 ebrei di Hitler

Si tratta di una storia poco conosciuta, ma oltre 150.000 uomini di origine ebraica prestarono servizio militare nella Wehrmacht, cioè nell’esercito nazista in Germania, durante il regime di Hitler. Addirittura molti di questi ebrei furono ufficiali e si macchiarono di crimini contro gli stessi ebrei nei campi di concentramento.
La condizione di persone che combatterono per un regime che non riconobbe i loro diritti umani non è nuova. Per tutto il periodo della guerra civile americana, migliaia di neri liberi e schiavi, così come moltissimi mulatti (metà neri e metà bianchi), combatterono per gli stati confederali d’America. Alcuni di questi afroamericani erano padroni di schiavi disposti a combattere per difendere la loro proprietà. Questi uomini combatterono per preservare un ordine sociale volto a mantenere in schiavitù la maggior parte degli afroamericani del Sud.
Il Giappone arruolò dei soldati coreani nel proprio esercito durante la seconda guerra mondiale.
Alcuni nipponici americani prestarono servizio nelle forze armate americane durante l‘ultimo conflitto mondiale contro il Giappone.

Gli esempi potrebbero continuare, ma nonostante le evidenti similitudini, la storia degli ebrei che prestarono servizio militare nella Germania nazista è alquanto diversa. Innanzitutto gli ebrei, a differenza degli afroamericani avevano goduto per anni degli stessi diritti dei tedeschi.
Nel 1933 la maggior parte di loro non si sentiva ebrea (moltissimi non sapevano nemmeno di esserlo), di conseguenza non si sentivano minacciati dall’antisemitismo. Fu solo con le leggi razziali di Norimberga del 1935 che alcuni di loro cominciarono a sentirsi legati agli ebrei.
Tuttavia rimasero fedeli alla Germania, servendola con obbedienza. Questi ebrei combatterono per un governo che non solo aveva sottratto loro i diritti umani, ma che aveva assassinato molti dei loro parenti. Diventando a loro volta dei criminali…

Definizione di ebreo
Il termine “ebreo” deriva dalla denominazione della tribù di Giuda, che prende il nome di uno dei dodici figli di Israele (Giacobbe). Gli ebrei discendono da tribù nomadi aramaiche che sotto la guida di Abramo attraversarono l’Eufrate nel territorio del Canaan intorno al 1850 a.C.
Essi erano chiamati Ivrim (Ebrei).
In epoche bibliche un bambino “ereditava” la sua ebraicità dal padre, secondo invece la legge rabbinica attuale (Halachà), l’ebreo è una persona nata da madre ebrea o una persona che si converte al guidaismo.
Gli ebrei non sono una razza: non esistono caratteristiche genetiche comuni a tutti gli ebrei e soltanto dagli ebrei.

Ebrei occidentali e orientali
Prima dell’ascesa del nazismo, molti ebrei tedeschi avevano discriminato gli Ostjuden, gli ebrei orientali.
Molti pensavamo che gli Ostjuden, poveri, culturalmente arretrati e sporchi, nuocessero alla reputazione degli Jeckes, ebrei tedeschi, istruiti e colti.
Per gli stessi ebrei tedeschi, questi “ebrei da ghetto” provenienti dall’Est, soprattutto dalla Polonia, seguivano la religione irrazionale e superstiziosa dei mistici ebrei.
La situazione in Austria non era diversa da quella tedesca e infatti molti ebrei mostravano disprezzo nei confronti delle “persone con la barba che indossavano il caffettano”.
L’idea comune tra gli ebrei tedeschi e i Mishlinge (“mezzi ebrei” o “ebrei per un quarto”) era che Hitler basasse le sue invettive antisemite esclusivamente sugli Ostjuden emigrati dalla terra del bolscevismo.
Per esempio il dottor Max Naumann, ebreo e maggiore dell’esercito in congedo, reduce della prima guerra mondiale, scrisse una lettera a Hitler il 20 marzo 1935, affermando che lui e i suoi seguaci avevano combattuto per tenere gli Ostjuden al di fuori della Germania.
Neumann voleva che Hitler cacciasse con la violenza gli Ostjuden.
Molti ebrei vedevano gli Ostjuden come un serio pericolo per la propria condizione sociale e consideravano la loro eventuale permanenza in Germania come causa dell’intensificarsi del sentimento antisemita. Gli stessi ebrei liberali definirono gli Ostjuden “inferiori”.

Le Leggi di Norimberga
Con la parola Mischling, s’intende “meticcio, incrocio, ibrido”.
Il governo di Hitler stabilì ufficialmente nel 1935 che ebreo era da definirsi chiunque fosse “ebreo più che al 50 per cento”, affermando però che un padre ebreo poteva trasmettere l’ebraicità allo stesso modo di una madre ebrea.
Con le Leggi di Norimberga vennero create due nuove categorie razziali: i mezzi ebrei (Mischling ebrei di primo grado) e gli ebrei per un quarto (Mischling ebrei di secondo grado).
Un “mezzo ebreo” aveva due nonni ebrei; un “ebreo per un quarto” ne aveva solo uno.
Mentre chiunque avesse meno del 25 per cento di “sangue” ebreo sarebbe stato considerato tedesco!

Nonostante tali definizioni i nazisti avevano le idee molto confuse riguardo i Mischlinge, poiché questi erano sia tedeschi, sia ebrei.
Frustrato probabilmente da tutta la confusione che tali definizioni portarono, Hermann Goering, capo della Luftwaffe e numero due dopo Hitler, pare abbia affermano: “Sarò io a decidere chi è ebreo” (We Jude ist, bestimme ich).
Per i nazisti gli ebrei che si erano convertiti al cristianesimo rimanevano ebrei, ma la maggior parte dei cristiani che si era convertita al giudaismo era considerata ebrea al 100 per cento.

La presa di coscienza dei Mischlinge
Dopo la promulgazione delle Leggi di Norimberga iniziarono assidue ricerche per stanare gli ebrei.
Quando i Mischlinge furono costretti a prendere atto delle proprie origini ebraiche, alcuni di loro ignorandole completamente, attraversarono una profonda fase di rifiuto.
Quando i nazisti misero di fronte alla realtà del loro passato le famiglie che non sapevano le proprie origini, molti reagirono con incredulità, rabbia e disperazione.
Sebbene gli ebrei e i Mischlinge non fossero considerati tedeschi al 100 per cento dalle leggi naziste, la maggior parte di essi si consideravano ancora di nazionalità tedesca.
Subito alcuni cercarono di cambiare la propria condizione razziale, rinnegando i parenti ebrei. Veniva negata l’esistenza di parenti ebrei per liberare i propri figli dalle leggi. Alcuni ariani non avevano il coraggio di restare accanto al proprio coniuge durante questo periodo. Diversi genitori ariani abbandonarono i propri figli mezzi ebrei e ancor più sorprendentemente alcuni nonni ebrei respinsero i propri nipoti mezzi ebrei.

Non sorprende il fatto che alcuni ebrei ortodossi accolsero con favore le Leggi di Norimberga poiché impedivano i matrimoni misti!
Il risultato fu che i Mischlinge si sentivano presi in mezzo a due fuochi: per i nazisti erano il frutto di peccati sessuali e per gli ebrei praticanti uno dei loro genitori aveva infranto il patto sacro di non sposarsi al di fuori della comunità ebraica (con un goym, subumano, inferiore o animale).
Molti Mischlinge, soprattutto per via dei tempi che correvano, cercarono in tutti i modi di essere considerati ariani e reputati normali dalla società nazista.
Per un periodo, la Wehrmacht offrì a molti Mischlinge e ad alcuni ebrei un modo per dimostrare il loro patriottismo e per evitare la discriminazione, quindi molti accettarono il dovere militare senza riserve. Il conflitto interiore non era da poco: sa una parte si sentivano sicuri nell’esercito, dall’altra però sentivano di tradire la propria famiglia ebrea.

Questo è il motivo per cui dopo la guerra, gli alleati e gli stessi ebrei trovarono molta difficoltà nel comprendere il concetto di Mischling o il fatto che alcuni ebrei tedeschi avessero prestato servizio nella Wehrmacht.
Alcuni Mischlinge ed ebrei che avevano prestato servizio nell’esercito si recarono in Israele dopo il 1945 per combattere nella guerra d’indipendenza di Israele e nei conflitti successivi.

Assimilazione ebraica
L’assimilazione degli ebrei tedeschi alla società tedesca ebbe così grande successo che, secondo alcuni storici, divennero più tedeschi che ebrei fino al 1933. Un rapporto della Gestapo afferma, nel 1935, che gli ebrei della fazione non sionista, specialmente gli ebrei assimilati, erano “più tedeschi dei tedeschi”.
Fra il 1800 e il 1900 circa 70.000 ebrei si convertirono al cristianesimo in Germania e nell’Impero Austro-Ungarico.
Alcuni ebrei si convertirono per ottenere più stima, avere la possibilità di sposare chi volevano, una condizione migliore e migliori posti di lavoro.
Pochi si convertirono perché sedotti dal messaggio cristico. Quasi tutti lo fecero solo per essere assimilati.
La via più breve per un ebreo di entrare a far parte della società dominante tedesca era quella di sposare un non ebreo.
La conseguenza di tutto ciò fu che i bambini nati in Austria e In Germania erano parzialmente ebrei (Mischling).

L’esercito tedesco di Hitler
Nel 1939 gli ebrei rimasti in Germania erano 328.176 rispetto ai 600.000 del 1933.
Dal momento che furono circa 17 milioni i soldati che prestarono servizio nella Wehrmacht, una valutazione prudente del possibile numero di soldati ebrei che combatterono per Hitler raggiunge la folle cifra di 150.000 persone.
Alcuni storici affermarono erroneamente che gli ebrei non potevano diventare ufficiali in Germania. In realtà lo fecero in molti, ma molto spesso dovettero convertirsi prima di diventarlo.
Alcune persone di origine ebraica parteciparono direttamente all’Olocausto come carnefici, principalmente a causa del loro grado e delle loro responsabilità
Il famoso medico di Dachau, dottor Hans Eppinger, un ebreo per un quarto o forse per metà, effettuò degli orribili esperimenti sui pazienti.
Stella Goldschlag, un’ebrea, aiutò la Gestapo a dare la caccia agli ebrei nascosti a Berlino per la loro deportazione. Era una bellissima donna, con gli occhi blu e i capelli biondi. La Gestapo comunicò che avevano intenzione di dichiararla ariana! Soprannominata il “veleno biondo”, fu responsabile della morte di decine, se non centinaia di persone.
Alcuni ebrei dirigevano addirittura dei campi di concentramento.
L’Obersturmfuhrer delle SS Fritz Scherwitz (nome vero Eleke Sirewiz) un ebreo e membro del Partito, controllava il campo di Lenta, poco distante da Riga e si macchi di efferati crimini.

I più famosi

Il feldmaresciallo Erhard Milch, decorato da Hitler per la campagna del 1940 (aggressione della Norvegia).
L’Oberbaurat della Marina e membro del partito nazista Franz Mendelssohn, discendente diretto del famoso filosofo ebreo Moses Mendelssohn.
L’ammiraglio Bernhard Rogge decorato da Hitler e dall’imperatore del Giappone.
Il comandante Paul Ascher, ufficiale di Stato maggiore sulla corazzata Bismarck.
Gerhard Engel, maggiore aiutante militare di Hitler.
Il generale Johannes Zukertort e suo fratello il generale Karl Zukertort.
Il generale Gothard Heinrici. Il generale Karl Litzmann, “Staatsrat” e membro del partito nazista.
Il generale Werner Larzahn decorato da Hitler.
Il generale della Luftwaffe Helmut Wilberg dichiarato ariano da Hitler.
Philipp Bouhler, Capo della Cancelleria del Fuhrer.
Il maggiore Friedrich Gebhard, decorato da Hitler.
Il superdecorato maggiore Heinz Rohr, l’eroe degli U-802, i sottomarini tedeschi.
Il capitano Helmut Schmoeckel.
Reinhardt Heydrich, “la bestia bionda”, “Il Mosè biondo”, Capo dell’ufficio per la sicurezza del Reich, generale delle SS, “l’ingegnere dello sterminio”, diretto superiore di Heichmann.

Tratto dal libro: “I soldati ebrei di Hitler: la storia mai raccontata delle leggi razziali naziste e degli uomini di origine ebraica dell’esercito tedesco

 

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“CONTESTARE LA PRESENZA DELLA BRIGATA EBRAICA NELLA FESTA DELLA LIBERAZIONE NON E’ UN DIRITTO, E’ UN DOVERE !

Riccardo Sotgia Qua lo scritto redatto l’anno passato, citato dall’avv. Giannangeli.
“CONTESTARE LA PRESENZA DELLA BRIGATA EBRAICA NELLA FESTA DELLA LIBERAZIONE NON E’ UN DIRITTO, E’ UN DOVERE !
Le insegne della Brigata ebraica sfilano per la prima volta nel corteo del 25 Aprile 2004. Le motivazioni di questa decisione sono dichiarate ed esplicite. Nel sito degli Amici di Israele si legge che sono costoro a decidere di sfilare sotto le insegne della Brigata ebraica perché “stanchi di partecipare circondati da bandiere palestinesi……e per non farci annoverare tra la massa dei manifestanti antiamericani o antiisraeliani”. La stessa associazione dichiara che la decisione di sfilare con la Brigata ebraica è solo un passaggio di un percorso che deve portare a “ lo sdoganamento del sionismo” ( testuale). Si legge: “ Crediamo, infatti, importante spiegare agli italiani che il sionismo è un ideale alto, nobile e giusto”.
E’ quindi espressamente dichiarato che la sfilata della Brigata ebraica è un’operazione di propaganda del sionismo ed è organizzata dalla associazione “Amici di Israele”.
Il sionismo ha portato alla creazione dello Stato di Israele attraverso la Nakba, cioè la distruzione di oltre 500 villaggi palestinesi e l’espulsione di oltre 750.000 Palestinesi dalle loro case e dalle loro terre. Israele prosegue ininterrottamente da allora nella sua politica espansionistica, occupando e colonizzando ulteriori territori palestinesi, destinati dall’ ONU a quello che sarebbe dovuto essere lo Stato di Palestina. Israele, che si compiace di presentarsi come l’unica democrazia del Medio Oriente, uccide, imprigiona, tortura, ruba risorse, pratica un sistema di apartheid, assedia e bombarda Gaza, porta avanti una vera e propria pulizia etnica.
Israele si sta configurando sempre più come stato etnocratico, teocratico, razzista.
La totale impunità di cui gode per i suoi crimini ( ampiamente documentati da Commissioni ONU (1), Human Rights Watch (2), Amnesty International per citare fonti internazionali ma non mancano fonti interne israeliane come B’Tselem e Breaking the silence) ha fatto perdere al diritto internazionale e all’ONU ruolo ed autorevolezza.
Per tentare di mascherare questa realtà è necessaria una capillare opera di propaganda. Chi non ha avuto remore a creare attorno alla tragedia della Shoah una vera e propria industria propagandistica (3), non si è certo fermato dinanzi alla speculazione su una quarantina di morti (tanti sono stati i caduti della Brigata).
Anche perché la Brigata già nasce, alla fine della guerra, come operazione di propaganda. Gli ebrei già combattevano contro i nazifascisti dall’Agosto 1942 inquadrati nel Palestine Regiment insieme ai Palestinesi. Altri ebrei già combattevano nelle formazioni partigiane, soprattutto “ Giustizia e Libertà” e “Garibaldi”. Oltre 1000 ebrei ebbero il certificato di “ partigiano combattente”, oltre 100 furono i caduti.
A tutti questi ebrei combattenti per la libertà va il nostro plauso e la nostra gratitudine !!
Ben diversa la realtà della Brigata ebraica. Churchill ne annuncia la creazione nel Settembre 1944. Inquadrata nella 8° Armata britannica, la Brigata attende due mesi prima di sbarcare a Taranto ed attende altri quattro mesi prima di partecipare ad alcuni scontri nella zona di Ravenna. Siamo ormai a ridosso della Liberazione: marzo/aprile 1945. A Maggio inizia la smobilitazione e i reduci si dedicano in gran parte a sostenere l’immigrazione in Palestina.
Non si può dire che il ruolo della Brigata nella lotta di Liberazione sia stato rilevante. Eppure c’è chi è giunto a scrivere che “ la Brigata ebraica è stata in prima fila nella liberazione d’Europa” (4) !!
Noi siamo contro l’uso della Festa del 25 Aprile per bieche operazioni propagandistiche a favore di uno Stato i cui principi fondanti sono antitetici ai valori dell’ANPI e della Resistenza.
L’art. 2 dello Statuto dell’ANPI prevede l’obbligo di appoggiare tutti coloro che si battono per la libertà e la democrazia. Questi oggi sono i Palestinesi. Lo dice Marek Edelman, vice comandante della rivolta degli ebrei del ghetto di Varsavia (5); lo dice Stephane Hessel, ebreo partigiano coautore della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo (6) ; lo dice Chavka Fulman Raban, superstite del Ghetto di Varsavia, che scrive: “ E’ vietato per noi governare un altro popolo, opprimere un altro popolo”(7). Lo dicono gli ebrei della Rete ECO, quelli di Not in my name, quelli che, vergognandosi delle politiche di Israele, chiedono di cancellare il nome dei loro congiunti dallo Yad Vashem.
Come scrive l’israeliano Michael Warschawsky. “ Noi non siamo “ un’altra voce ebrea”, ma invece l’unica voce ebrea capace di parlare a nome dei martiri torturati del popolo ebreo. La vostra voce è nient’altro che i vecchi clamori bestiali degli assassini dei nostri antenati”. La lettera è indirizzata ai governanti israeliani ed equipara Gaza al Ghetto di Varsavia (8).
E come non ricordare che dentro la Brigata ebraica operava una struttura parallela al comando dell’Haganà, la principale organizzazione armata clandestina in Palestina, corresponsabile, tra l’altro, insieme alle truppe inglesi, della repressione della rivolta araba del 1936/39?
Queste formazioni, insieme alle altre bande terroristiche Irgun e Stern, confluiranno in Zahal, l’esercito di Israele, responsabile, insieme a poliziotti e coloni, della pulizia etnica in corso.
E chi oggi ricorda il tributo di sangue dei Palestinesi nella lotta contro il nazismo? I morti palestinesi non fanno notizia, ora ed allora. Eppure 12.446 sono i Palestinesi arruolati dal 1939 al 1945 nell’esercito inglese e 701 furono i caduti (9).
*************
Per questi motivi, e per tanti altri che non possono trovare qui spazio, diciamo NO alla presenza della Brigata ebraica che contamina i valori della Resistenza : pace, libertà, uguaglianza, giustizia.
Come diceva Nelson Mandela: NON C’E’ LIBERTA’ SENZA LA LIBERTA’ DELLA PALESTINA.
W LA LOTTA DI LIBERAZIONE DI TUTTI I POPOLI !!
W LA LOTTA DI LIBERAZIONE DEI PALESTINESI !!

25 Aprile 2016 Ugo Giannangeli

Note.
1) Rapporto Goldstone per il Consiglio per i diritti umani dell’ONU, edizioni Zambon,2011
2) L’apartheid in Palestina,il rapporto Human Rights Watch sui territori arabi occupati da Israele, Mimesis edizioni, 2012
3) Norman G. Finkelstein, L’industria dell’Olocausto, lo sfruttamento della sofferenza degli ebrei, Rizzoli, 2002
4) Maria Grazia Meriggi, Il Manifesto, 22 Aprile 2015
5) Lettera alle organizzazioni combattenti palestinesi del 10 Agosto 2002
6) Stephane Hessel, Indignatevi!, Indigene editions, 2010
7) Chavka Fulman-Raban, in “frammentivocalimo.blogspot.it/2013/04
8) Michael Warschawsky, Alternative Information Center, 24/1/2009
9) Colonial Office Archive, Document nr. 537/1819 ( 1946)
I dati sulla Brigata ebraica sono tratti da “ La brigata ebraica”, Soldiershop publishing, 2012, di Samuel Rocca e Luca S. Cristini”

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V.I.Lenin-Conclusioni sul rapporto politico del CC.(XI congresso) del PCR(B)-Volume 33.Op.Compl.

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V.I.Lenin .Op.Coml.Vol.25: Vedono gli alberi e non la foresta

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V.I.Lenin- Op.comp.vol 25: Lettera alla redazione della “Novaia Gizn”

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Kurt Gossweiler :La (ir)resistibile ascesa di Adolf Hitler -da Weimar a Hitler

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Friedrich Engels : Dell’autorità (1872)

Dell’autorità

Friedrich Engels (1872)

 


 


 

Alcuni socialisti hanno da qualche tempo aperto una regolare crociata contro ciò che essi chiamano principio d’autorità. Basta loro dire che questo o quell’atto è autoritario, per condannarlo. Si abusa a tal punto di questo sommario modo di procedere che è necessario esaminare la cosa un po’ più da vicino. Autorità, nel senso della parola di cui si tratta, vuol dire: imposizione della volontà altrui alla nostra; autorità suppone, d’altra parte, subordinazione. Ora, per quanto queste due parole suonino male e sia sgradevole per parte subordinata la relazione che esse rappresentano, si tratta di saper se vi è mezzo per farne a meno, se – date le condizioni attuali della società – noi potremo dar vita ad un altro stato sociale in cui questa autorità non avrà più scopo, e dove per conseguenza dovrà scomparire. Esaminando le condizioni economiche, industriali e agricole che sono alla base dell’attuale società borghese, troviamo che esse tendono a rimpiazzare sempre più l’azione isolata con quella combinata degli individui. L’industria moderna ha preso il posto delle piccole officine dei produttori isolati, con grandi fabbriche e officine dove centinaia di operai sorvegliano macchine complicate mosse dal vapore; le vetture e i carri delle grandi vie vengono sostituiti dai treni delle vie ferrate, come le piccole golette e feluche a vela dai battelli a vapore. L’agricoltura stessa cade a mano a mano nel dominio della macchina e del vapore, che rimpiazzano lentamente, ma inesorabilmente, i piccoli proprietari coi grandi capitalisti, che coltivano con l’aiuto di operai salariati grandi superfici di terreno. Dovunque, l’azione combinata, la complicazione dei procedimenti, dipendenti gli uni dagli altri, si mette al posto dell’azione indipendente degli individui. Ma chi dice azione combinata, dice organizzazione; ora, è possibile avere azione combinata senza autorità?

Supponiamo che una rivoluzione sociale abbia detronizzato i capitalisti, onde l’autorità presiede ora alla produzione e alla circolazione delle ricchezze. Supponiamo, per collocarci interamente dal punto di vista degli anti-autoritari, che la terra e gli strumenti di lavoro siano divenuti proprietà collettiva degli operai che li impiegano. L’autorità sarà scomparsa, o non avrà essa fatto che cambiar di forma? Vediamo.

Prendiamo a mo’ d’esempio una filatura di cotone. Il cotone deve passare almeno per sei operazioni successive prima di esser ridotto allo stato di filo, operazioni che si fanno – per la più parte – in sale differenti. Inoltre, per tenere le macchine in movimento vi è bisogno di un ingegnere che sorvegli le macchine a vapore, di meccanici per le riparazioni giornaliere e di molti altri braccianti destinati a trasportare i prodotti da una sala all’altra ecc. Tutti questi operai, uomini, donne e fanciulli, sono obbligati a cominciare e a finire il loro lavoro a ore determinate dall’autorità del vapore, che si beffa dell’autonomia individuale. Bisogna dunque, dapprima, che gli operai si intendano sulle ore di lavoro; a queste ore, una volta fissate, sono tutti sottomessi senza alcuna eccezione. Poi sorgono in ciascuna sala e ad ogni istante questioni di dettaglio sul modo di produzione, sulla distribuzione dei materiali ecc., che bisogna risolvere subito, sotto pena di veder arrestarsi immediatamente tutta la produzione; che si risolvano con la decisione di un delegato preposto a ciascuna branca di lavoro o da un voto di maggioranza, se ciò fosse possibile, la volontà di qualcuno dovrà sempre subordinarsi; vale a dire che le questioni saranno risolte autoritariamente. L’automata meccanico di una grande fabbrica è molto più tiranno, come non lo sono mai stati i piccoli capitalisti che impiegano operai. Almeno per le ore di lavoro si può scrivere sulla porta di queste fabbriche: Lasciate ogni autonomia, voi ch’entrate! Se l’uomo con la scienza e il genio inventivo sottomise le forze della natura, queste si vendicarono su di lui sottomettendolo, mentre egli le impiega, ad un vero dispotismo, indipendente da ogni organizzazione sociale. Voler abolire l’autorità nella grande industria, è voler abolire l’industria stessa,distruggere la filatura a vapore per ritornare alla conocchia.

Prendiamo, per un altro esempio, una via ferrata. Qui pure la cooperazione d’una infinità d’individui è assolutamente necessaria; cooperazione che deve aver luogo a ore ben precise, perché non ne seguano disastri. Qui pure, la prima condizione dell’impiego è una volontà dominante, che tronca ogni questione subordinata, sia questa volontà rappresentata da un solo delegato o da un comitato incaricato di eseguire le risoluzioni d’una maggioranza d’individui. Nell’uno o nell’altro caso vi è autorità molto pronunciata. Ma v’è di più: che diverrebbe del primo treno in partenza, se si abolisse l’autorità degli impiegati della via ferrata sui signori viaggiatori?

Ma la necessità d’una autorità, e di un’autorità imperiosa, non si può trovare più evidente che sopra un naviglio in alto mare. Là, al momento del pericolo, la vita di tutti dipende dall’obbedienza istantanea e assoluta di tutti alla volontà di un solo.

Allorché io sottoposi simili argomenti ai più furiosi anti-autoritari, essi non seppero rispondermi che questo: “Ah! Ciò è vero, ma qui non si tratta di un’autorità che noi diamo ai delegati, ma di un incarico!“. Questi signori credono d’aver cambiato le cose quando ne hanno cambiato i nomi. Ecco come questi profondi pensatori si beffano del mondo.

Noi abbiamo dunque veduto che da una parte certa autorità, delegata non importa come, e dall’altra certa subordinazione, sono cose che, indipendentemente da ogni organizzazione sociale, s’impongono a noi come condizioni materiali, nelle quali noi produciamo e facciamo circolare i prodotti.

E abbiamo veduto, inoltre, che le condizioni materiali di produzione e di circolazione s’accrescono inevitabilmente dalla grande industria e dalla grande agricoltura, e tendono sempre più a estendere il campo di questa autorità. È dunque assurdo parlare del principio d’autorità come d’un principio assolutamente cattivo, e del principio d’autonomia come d’un principio assolutamente buono. L’autorità e l’autonomia sono cose relative, di cui le sfere variano nelle differenti fasi dello sviluppo sociale. Se gli autonomisti si limitassero a dire che l’organizzazione sociale dell’avvenire restringerà l’autorità ai soli limiti ai quali le condizioni della produzione la rendono inevitabile, si potrebbe intendersi; invece essi sono ciechi per tutti i fatti che rendono necessaria la cosa, e si avventano contro la parola.

Perché gli anti-autoritari non si limitano a gridare contro l’autorità politica, lo Stato? Tutti i socialisti son d’accordo in ciò, che lo Stato politico e con lui l’autorità politica scompariranno in conseguenza della prossima rivoluzione sociale, e cioè che le funzioni pubbliche perderanno il loro carattere politico, e si cangeranno in semplici funzioni amministrative, veglianti ai veri interessi sociali. Ma gli anti-autoritari domandano che lo Stato politico autoritario sia abolito d’un tratto, prima ancora che si abbiano distrutte le condizioni sociali che l’hanno fatto nascere. Essi pretendono che il primo atto della rivoluzione sociale sia l’abolizione della società. Non hanno mai visto questi signori una rivoluzione? Una rivoluzione è certamente la cosa più autoritaria che ci sia: è l’atto per il quale una parte della popolazione impone la sua volontà all’altra parte per mezzo di fucili, baionette e cannoni; mezzi autoritari, se ce ne sono; e il partito vittorioso, se non vuole aver combattuto invano, deve continuare questo dominio col terrore che le sue armi inspirano ai reazionari. La Comune di Parigi sarebbe durata un sol giorno, se non si fosse servita di questa autorità del popolo armato, in faccia ai borghesi? Non si può, al contrario, rimproverarle di non essersene servita abbastanza largamente?

Dunque, delle due cose l’una: o gli anti-autoritari non sanno ciò che dicono, e in questo caso non seminano che confusione; o essi lo sanno, e in questo caso tradiscono il movimento del proletariato. Nell’un caso e nell’altro essi servono la reazione

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