I comunisti e i guerriglieri del Negus.Los comunistas y los guerrilleros del Negus-

Los comunistas y los guerrilleros del Negus- I comunisti e i guerriglieri del Negus.

. Ricerca dell’Architetto  Gaspare Sciortino
Un episodio della resistenza antifascista in Etiopia, 1938-39.
Un’impresa avvolta nel mistero e della quale si hanno solo notizie frammentarie.
Qualche decennio fa il senatore del PCI Giancarlo Pajetta, intervistato sull’argomento, precisò che non fu mai trovato il diario del principale protagonista dell’impresa.
…di quella vicenda e del fatto che là aveva trovato persino un comunista etiopico, ci disse di averne scritto nelle sue memorie. Doveva essere un racconto affascinante: dopo la sua morte cercammo il manoscritto per mezza Italia. Non lo trovammo e perciò restammo col dubbio che lo avesse scritto davvero. Si fece ogni sforzo ma nessuna delle donne che avrebbe potuto averlo avuto in consegna – e che, essendo assai numerose, rendevano la ricerca imbarazzante e non facile – fu in grado di farcelo ritrovare” (Giancarlo Pajetta, Il ragazzo rosso, Mondadori, Milano 1983).
Il mistero riguarda la missione (o forse più di una, certamente un paio) che nel 1938 un piccolo gruppo di comunisti, di quelli che fondarono il partito in Italia, compirono nell’Etiopia soggetta al tallone di ferro delle truppe d’occupazione italiane.
Tra di essi Ilio Barontini, un comunista le cui gesta in tre continenti rimangono leggendarie, ma note solo quelle in Europa.
Ancora una decina di anni fa era possibile incontrare ad Addis Ababa, presso il cimitero dei reduci a ridosso della chiesa mausoleo consacrata alle spoglie di Hailè Selassie, proprio sulla collina alle spalle del Ghebbi (palazzo) imperiale che fu di Menelik, gli ultimi reduci ottantenni-novantenni arbagnuocc che cacciarono i fascisti italiani dalla loro patria.
Ad un giornalista italiano uno di questi fieri e poverissimi vecchietti, che amavano stazionare presso il loro circolo di reduci indossando sempre l’uniforme color kaki della guerra italo-etiope, fece questa dichiarazione: “sì… c’era un italiano che ci insegnava a sfottere
i fascisti… in italiano». A riparlarne gli vien da ridere, al veterano etiope in divisa kaki.
«Lui stava col nostro esercito, Paolo si chiamava. Me lo ricordo perché c’era la taglia col suo nome». Che faceva? «Ci mandava di notte sotto le mura dei fortini, a gridare a squarciagola». Cosa urlavate? «Le vostre mogli se la spassano con i gerarchiiii!». E poi? «Gridavamo in eritreo, agli ascari collaborazionisti: le vostre se le fanno gli italianiiii!». Abboccavano? «In cinque minuti scoppiava il pandemonio. I fascisti aprivano le porte e uscivano per farci la pelle. Noi scappavamo come lepri in una gola tra i monti. E lì c’era l’imboscata». «Aveva gli occhi folli» narra il veterano, sbarrando le pupille, come posseduto dal grande spirito. Ed evoca la leggenda clandestina del combattente di Spagna, Etiopia e Italia, che morì senza lasciar nulla di scritto. “Paulus” l’imprendibile, che insegna agli africani la guerra psicologica e l’uso delle mine, ciclostila giornali, obbliga le formazioni rivali a combattere unite, trasmette gli ordini del Negus…” (Paolo Rumiz, La Domenica di Repubblica, 30 aprile 2006)
Il 3 ottobre del 1935 l’italia fascista cominciava l’invasione dell’Etiopia con un dispiegamento di forze pari soltanto a quello che sarebbe stata messa in campo, in seguito, in Vietnam dagli Usa.
In totale 400.000 uomini, tra esercito e civili di supporto, al comando di De Bono, prima, e successivamente di Badoglio e Graziani. La stessa coppia di “professionisti” che avevano operato in Libia (Graziani già in quella data si sarà assicurato l’appellativo di “macellaio di Libia”).
L’Italia utilizzò abbondantemente gas urticanti (iprite) e asfissianti (fosgene) per avere ragione sbrigativamente dell’esercito etiope, producendo dei veri e propri genocidi anche presso la popolazione civile.
Era il coronamento della politica coloniale italiana cominciata nel 1869 dall’Italia liberale con l’acquisto del porto di Assab, nel mar Rosso, e attuata sempre sotto l’ala protettiva della predominante potenza inglese in tutti i suoi passaggi: dalla conquista dell’Eritrea con conseguente primo tentativo di penetrazione in Abissinia bloccata dalla sconfitta di Adua del 1896, a quella della Somalia, allo sbarco in Libia nel 1911, con il tacito consenso della Francia e come retroguardia per parte inglese nel conflitto con l’Impero della Sublime Porta, alle isole del Dodecanneso.
Il fascismo darà nuova energia ai propositi coloniali italiani, sostituendo al precedente apparato retorico di un “risorgimento” che travalicava i confini nazionali, la una nuova cornice ideologica del diritto “al posto al sole”, come per tutte le grandi nazioni, anche per la “grande proletaria” che avrebbe così compiuto il suo destino di ricostituzione dei miti e dei fasti della civiltà di Roma.
Purtuttavia gli aggressori non avranno mai piena ragione del territorio dell’Etiopia nella sua interezza. A parte le città e le zone limitrofe, nelle quali in soli cinque anni si comincerà a costruire il nuovo volto dell’impero d’Africa, con una dispendiosa e sistematica politica d’insediamento, economica, urbanistica e sociale, corrispondente al keynesismo fascista di guerra, il resto del paese è preda delle azioni di resistenza delle aristocrazie Amhara e Tigrina il cui spirito nazionalista si salda con la tradizionale azione degli sciftà (banditi secondo la lunga tradizione tribale corrispondente ad un’antico sistema di sussistenza economica etiope).
L’esercizio del potere da parte del fascismo in Etiopia non brillò mai per lungimiranza. Non vi fu mai alcun tentativo di cooptare le vecchie aristocrazie al potere, anzi nei loro confronti il generale Graziani, che sarà il primo governatore italiano, avrebbe messo in atto opere di vera e propria persecuzione e genocidio, come quella relativa all’episodio di Debre Libanos.
Prima dello scoppio del conflitto gli appelli del Negus Haile’ Sellassiè erano rimasti inascoltati da parte della Società delle Nazioni , organismo di cui l’Etiopia, unico tra gli stati africani, faceva parte in virtù di un’abile politica di mediazione, nei cento anni precedenti, attuata giostrandosi tra gli appetiti coloniali delle grandi potenze. Menelik II era riuscito a mantenere l’indipendenza dello stato africano, oltrechè con la vittoria nella battaglia di Adua, che costituirà un monito per gli stati europei, anche avendo dato forma e direzione al nazionalismo delle storiche aristocrazie abissine in quella vasta porzione del Corno d’Africa. Il suo successore,Hailè Sellassiè, si ritrovò viceversa a dirigere l’impari resistenza all’avanzata delle truppe italiane e prima della caduta di Addis Ababa (5 maggio 1936), ad opera della Colonna Badoglio, e di Harar da parte della Colonna Graziani, abbandonò il paese.
Le democrazie liberali europee erano impegnate a non disturbare il regime fascista e spingere quello nazista contro l’Urss.
L’Internazionale Comunista raccolse l’appello del Negus con la consapevolezza che solo una guerra di posizione su tre continenti, facendo leva sulle lotte di liberazione dei popoli, poteva bloccare ed infine sconfiggere l’avanzata dell’imperialismo nazista e di quello fascista. Ad essi le potenze capitaliste “liberali” opponevano il semplice “minuetto” della diplomazia, tradimenti di campo e sperimentazioni di nuove effimere alleanze geopolitiche nella convinzione di non essere travolte dal nuovo imperialismo emergente.
Per l’URSS, viceversa era ben chiaro, avendo solo da pochi anni annientato l’accerchiamento degli eserciti occidentali, sul proprio territorio successivo alla Rivoluzione d’Ottobre, che l’imperialismo stava marciando inesorabilmente verso un nuovo micidiale conflitto mondiale nel quale essa stessa rischiava di soccombere.
L’unica risorsa a disposizione era la lotta internazionalista dei popoli ed una sapiente disarticolazione dell’unità del fronte avversario come fase necessaria per l’accumulazione delle forze, economico-produttive e militari, per reggere lo scontro finale.
Di fatto le sorti dell’URSS e del futuro dei popoli liberi erano indissolubilmente legate.
In Europa l’insipienza, quando non la complicità, delle diplomazie delle democrazie liberali aveva imposto un’embargo pilatesco all’invio di armi e sostegno economico alla nascente Repubblica Socialista di Spagna che avrebbe favorito la sua sconfitta ad opera delle truppe di Hitler e Mussolini accorse a sostegno di Franco mentre, dall’altro lato, solo L’URSS era entrata in campo a difesa della Repubblica con l’invio di armi, denaro e la creazione delle brigate internazionali.
Nell’estate del 1935 il VII congresso dell’Internazionale Comunista aveva varato la tattica dei Fronti Popolari prendendo atto dell’isolamento dell’URSS sul piano internazionale. A fronte della battuta d’arresto della rivoluzione in Europa (la sconfitta di quella tedesca ecc.) emergeva nel campo imperialista un pericolo ben maggiore di quello fino ad allora rappresentato dal capitalismo delle democrazie liberal-borghesi: il fascismo e il nazismo come sintesi tra gli appetiti imperialisti della grande finanza internazionale, lo spirito eversivo e reazionario delle vecchie e nuove borghesie nazionaliste e l’emergere, come fenomeno di massa, dei ceti medi subordinati che reclamavano il proprio protagonismo. La politica dei Fronti popolari favorirà l’alleanza con tutte le forze di sinistra e progressiste nei vari paesi, come infatti in Spagna e Francia, dove per effetto dell’unità elettorale dei Partiti Comunisti, di quelli Socialisti, degli Anarchici e del resto della sinistra erano arrivati al governo coalizioni rappresentative del proletariato e delle masse subordinate.
I comunisti arrivarono anche ad attuare alleanze con forze genuinamente borghesi, per quanto schierate su posizioni oggettivamente progressiste e antimperialiste per via della loro collocazione nello scacchiere geopolitico internazionale.
E’ quello che succede ad oriente dove i comunisti fanno fronte comune con il KMT di Chiang Kai-Shek che rappresentava ancora (non senza contraddizioni che esploderanno in seguito in tutta la loro drammatica essenza) l’esperienza democratico borghese della repubblica di Sun Yat Sen del 1912, ed era in grado di opporsi all’invasione delle truppe dell’Impero del Sol Levante.
Purtuttavia la direzione di Dimitrov dell’Internazionale Comunista era estremamente chiara sul carattere contingente, antifascista e antimperialista, delle nuove alleanze. La rivoluzione sociale non era rimandata ma semplicemente si prendeva atto che quella dei Fronti Popolari fosse la tattica migliore, nel nuovo e mutato quadro dello scontro interimperialistico che avrebbe portato inesorabilmente all’esplosione di un nuovo conflitto a carattere globale, per favorirne il percorso.
Tale nuovo ambito di riferimento dei comunisti creerà il presupposto per aggregazioni e unità d’intenti fino a quel momento inediti. Ciò avverrà, ad esempio, nell’Africa Orientale.
Nello scacchiere dell’Africa orientale, infatti, i servizi segreti inglesi e francesi erano arrivati alla determinazione che era necessaria qualche forma di azione pur semplicemente per difendere le proprie adiacenti colonie, rispettivamente, di Sudan e Kenia, e della Cote Francais des Somalis che rischiavano di soccombere se non si fosse bloccato il protagonismo italiano che fino a quella data la stessa Gran Bretagna aveva agevolato nella regione in funzione antifrancese.
…“In un rapporto segreto, verso la fine del 1936, il capo della Section d’Etudes di Gibuti, De Jonqueries, così scrive: << Se si vuole in caso di conflitto con l’Italia tentare di salvare Gibuti (…) il metodo migliore consiste nel portare la rivolta nel cuore dell’Africa Orientale Italiana>> Esponendo il suo piano, De Jonqueries lo articola in quattro punti: 1: preparazione politica, in stretto collegamento con i capi con i quali siamo in contatto. 2. propaganda clandestina, destinata a mantenere in Etiopia uno stato di ostilità latente. 3. Appoggio ai movimenti di rivolta attuali (sostegno finanziario ai capi ribelli e facilitazioni per il contrabbando d’armi). 4. Costituzione di bande sul nostro territorio (stoccaggio di armi e censimento dei patrioti rifugiati).Questo progetto di guerra sovversiva è approvato dal governo di Parigi (il governo del Fronte Popolare del socialista Leon Blum che da li a poco sarebbe arrivato al suo termine) e verso la fine del 1937 vengono stabiliti regolari contatti con Abebe Aregai e con Gherarsù Duchì. Ma gli italiani sorvegliavano scrupolosamente le frontiere con la Costa dei Somali rendendo estremamente difficile il rifornimento di armi ai ribelli. Ciò obbliga i francesi a prendere in considerazione l’opportunità di agire a partire dal Sudan anglo-egiziano, che confina con le regioni più ostili al dominio italiano e perciò più facili da attraversare. Nell’aprile del 1938 il ministro delle Colonie, Georges Mandel, e il generale Buhrer prendono contatto con l’Alto Comando britannico per organizzare al più presto un’azione comune in Africa Orientale. Il momento, però, non è molto propizio, poiché gli inglesi stanno per firmare con Roma l’<> e mai come in questo periodo essi corteggiano l’Italia nella speranza di incrinare l’asse Roma-Berlino.
L’intesa viene perciò raggiunta soltanto nella primavera del 1939, quando ormai l’Italia è considerata irrecuperabile e lo scontro inevitabile…( Angelo Del Boca, Gli italiani in Africa Orientale, vol.III).
Nel giugno ad Aden viene raggiunta un’intesa tra il generale Le Gentilhomme, comandante delle truppe di stanza nella Cotè Francais des Somalis e il comandante in capo delle forze britanniche del medio oriente circa la costruzione di un comando unificato e per il sostegno ad una rivolta generale in Etiopia tramite ogni azione atta a favorire lo sviluppo spontaneo della resistenza in vista di un attacco degli alleati contro gli italiani. E’ in questo scenario che matura la decisione della missione in Etiopia dei comunisti italiani.
L’inimmaginabile, soltanto poco tempo prima, unità d’intenti con forze tradizionalmente collocate sul campo politico opposto, fa maturare nel Partito Comunista d’Italia, d’accordo con l’Internazionale Comunista, la decisione di organizzare una missione.
Ciò fu reso possibile da una straordinaria azione di diplomazia tra i servizi segreti di Francia e Inghilterra da un lato, di Di Vittorio, Grieco e Berti per l’Internazionale e il Partito Comunista d’Italia e Tede Uolde Hawariat ultimo rappresentante etiope presso la Società delle Nazioni.
La singolarità di questo evento mette insieme gli apparati di intelligence di due potenze imperialiste, i rappresentanti di uno stato spodestato, dalla millenaria natura confessionale e teocratica, e alcuni militanti di uno dei più importanti partiti comunisti occidentali.
In una riunione avvenuta a Parigi furono consegnati, come credenziali per i comunisti, delle lettere con i timbri e la firma dell’imperatore Hailè Selassiè.
C’è da dire che già nel 1937 tra i comunisti impegnati nella resistenza repubblicana spagnola al fascismo era già circolata l’ipotesi di un intervento in Abissinia. Da una testimonianza di Anton Ukmar raccolta da cesare Colombo per conto dell’Istituto Gramsci risulta che già allora Ilio Barontini parlasse dell’opportunità di inviare una missione delle Brigate Internazionali.
Paolo Spriano nel III volume della “Storia del Partito Comunista Italiano (Einaudi, Torino 1970) riporta il verbale di una riunione della segreteria del partito dell’8 dicembre 1938 : “…Dopo prende la parola il compagno in questione (Nicoletti), esponendo il suo piano di lavoro. Tutte le decisioni dovranno venire realizzate nei prossimi giorni. Entro la fine di gennaio il Partito dovrà trovare ancora tre o quattro elementi che possono raggiungere in Etiopia il compagno che parte.
Nei fatti si decise per due missioni, la prima ad opera di Barontini.
Pertanto già prima della conferenza di Aden vengono inviati in Etiopia due quadri politici che avevano avuto un ruolo rilevante nella guerra di Spagna: lo stesso Barontini e Paolo De Bargili.
Entro breve tempo la missione fu pronta a partire e i due compagni assunsero per l’occasione due pseudonimi di origine religiosa, probabilmente per essere meglio accettati tra gli etiopi estremamente suggestionabili (o almeno così credevano gli italiani) nella loro tradizione religiosa cristiano-ortodossa: Barontini era Paulus e De Bargili Joannes.
Fabio Baldassarri che recentemente ha curato una biografia di Ilio Barontini servendosi anche di testimonianze di compagni livornesi, cioè concittadini di Barontini che avevano appreso notizie sul suo conto dal medesimo protagonista delle stesse, parla soltanto di Paulus ovvero pertanto solo di Barontini che, nell’approssimarsi della data della partenza visse un periodo di isolamento in un’abitazione francese al fine di farsi crescere la barba e operare qualche altro cambiamento di connotati. (Fabio Baldassarri, Ilio Barontini un garibaldino del ’900, Teti editore)
Intanto la polizia fascista e i servizi segreti di mezzo mondo già da tempo erano sulle tracce di un tal Paul Langrois del quale si comincia a paventare la presenza in Etiopia. Per il generale della PAI (Polizia dell’Africa Italiana) Marraffa è Paolo De Bargili, ma in realtà ancora oggi la sua vera identità è avvolta dal mistero. Per il dirigente comunista Anton Ukmar, da una testimonianza del dopoguerra, sarebbe invece il dirigente comunista Velio Spano ma successivamente sarà smentito da Giorgio Amendola e dalla stessa moglie di Spano, che pur ammettendo la presenza di Spano in Egitto in quel periodo nega che egli sia stato anche in Etiopia. In effetti Velio Spano era stato in Egitto, ma nel 1935, e della sua azione, o tentativo di azione, se ne ha traccia presso l’Archivio Storico del Ministero degli Affari Esteri (ASDMAE), Ministero dell’Africa. Da un’informativa di polizia del Tenente Colonnello Princivalle al Governo dell’Eritrea (Asmara 19 febbraio 1935), si apprende che il 27 dicembre del ’35 furono trovati a Suez dentro a tre scatole di tabacco, alcuni volantini antifascisti in italiano.
Era un primo tentativo di azioni di propaganda del PCdI rivolta alle truppe dell’esercito italiano che passavano da Suez per dirigersi verso il porto di Massaua, nella colonia Eritrea, per dare inizio all’invasione dell’Etiopia.
Per altri Paul Langrois sarebbe una delle tante identità assunte dallo stesso Barontini. La confusione su questo punto è massima! E questo non è casuale.
Non è casuale che anche tra i dirigenti comunisti le informazioni e le testimonianze su quei fatti, che rimanevano alla fine del conflitto, fossero episodiche e spesso contraddittorie. Ciò dipende dalla formidabile struttura leninista clandestina del partito, forgiato in periodo fascista nella clandestinità e come “struttura d’avanguardia del proletariato composta da rivoluzionari di professione”, che non consente la conoscenza di fatti ed azioni se non ai componenti delle cellule strettamente interessate ed a pochissimi altri nelle strutture di collegamento che, tuttavia, non conoscono, eccetto un contatto, gli altri componenti delle cellule stesse.
I due comunisti prendono contatti con i servizi segreti britannici e, con gli emissari di Hailè Selassiè. Partiti dalla Francia attraversano l’Egitto e il Sudan per trovarsi nel dicembre del 1938 in territorio etiope, nel Goggiam, nei pressi del lago Tana, dove si pongono al seguito del degiac (generale) Mangascià Giamberiè e dove le azioni della resistenza etiope sono più numerose e il suo controllo sulle foreste e le campagne maggiore.
Una prima lettere di Barontini giunge attraverso Khartoum : “…la mia salute è buona, nonostante la vita sia dura, dormire sulla terra, mangiare quando si trova, mangiare quello che c’è, bisogna avere uno stomaco di struzzo. Bisogna avere un fisico molto resistente. Al momento sono decisamente in forze, ci sono degli indigeni che nella zona terribile per la malaria hanno preso la febbre; al contrario io sto bene. È 26 giorni che passo da villaggio a villaggio, ho visitato fino ad ora tre grandi regioni. L’unico sistema di trasporto le nostre gambe, salire e scendere continuamente, di giorno il termometro segna 30-35 gradi all’ombra, la notte scende a 8-10. La situazione è buona. I contadini mi hanno fatto le migliori manifestazioni di amicizia, di rispetto, di considerazione, ho fatto e faccio tutti i giorni delle riunioni dando delle istruzioni, dei consigli, istruzioni militari, modo di combattimento, sul problema della salute, etc. Sono sorpreso poiché non ho mai trovato un pubblico più attento che qui, questi contadini sono molto intelligenti, imparano bene e dopo i miei discorsi manifestano per me una grande venerazione. Il documento del Negus è veramente formidabile. Penso che solamente la mia presenza qui è un successo, si riprende fiducia, ci si rinforza per sviluppare un miglior lavoro, per un lavoro più intensivo. Qui ci sono molti uomini disposti a combattere, ma non ci sono armi a sufficienza per armare tutti gli uomini disponibili. Ogni paese ha il suo armamento; ho visto centinaia e centinaia di fucili, ma ho constatato che provengono da diverse marche, questo fatto complica la formazione di unità omogenee. […] I combattenti hanno una buona conoscenza per utilizzare le mitragliatrici; ma non ci sono munizioni. […] Domani andiamo al combattimento, gli indigeni sono formidabili per il combattimento, ho visto un contadino donare una vacca per avere due cartucce per la sua arma. I preti sono sempre dalla parte della popolazione, ci sono dei preti veramente meravigliosi, sono in buoni rapporti con loro. Qui ci sono delle camicie nere che ti seguono non appena gli fai vedere un po’ di soldi. Al momento ne ho una accanto a me che mi fa divertire. (lettera di Ilio Barontìni, Kartoum 6 febbraio 1939,inviata il 22 marzo, conservata presso il patrimonio archivistico dell’Istituto Granisci, tradotta dal francese e riportata da Matteo Dominioni in: Lo sfascio dell’Impero, Laterza 2008).
Una seconda lettera viene scritta il 9 maggio ed è indirizzata da “Jacopo” a “Tuti”: …sono cinque mesi che il nostro compagno è in sede riconosciuto ufficialmente in base alle credenziali di ampia fiducia del Negus ed egli ormai ha preso la direzione militare di tutto quanto c’è di attivo e di combattivo laggiù e si tratta di parecchie decine di migliaia di uomini” (sempre da “Matteo Dominioni, op.cit.).
Nello schieramento opposto, quello delle forze d’occupazione italiana presso il comando di Gondar abbiamo una testimonianza della situazione di conflitto permanente esistente nella regione.
Curzio Malaparte, incaricato di un reportage giornalistico dal Corriere della Sera, con lo scopo di rassicurare la popolazione italiana a proposito della propaganda inglese antiitaliana, percorrerà nei primi mesi del 1939, al seguito di un contingente militare italiano, la rotta di rifornimento Massaua, Asmara, Adua, Bahir Dar, Addis Ababa. Nell’articolo intitolato “Passaggio di armati per le alte terre dell’Uoranà” non può fare a meno di descrivere, per quanto con toni rassicuranti e dissimulati, un attacco degli sciftà (briganti) e di un territorio del quale gli era stato sconsigliato il transito ( articoli adesso ripubblicati in “Curzio Malaparte, Viaggio in Etiopia ed altri scritti africani, Vallecchi 2006)
Sin da subito i due comunisti assumono le mansioni di istruttori militari e consiglieri.
Del “misterioso” Paul Langrois ci lascia una testimonianza il prigioniero italiano, capitano Bertoja, tramite Vittorio Longhi che era stato inviato nella regione del Goggiam per trattare la sua liberazione. Bertoja era stato precedentemente catturato dallo stesso degiac Mangascià ed ebbe modo di incontrare il presunto Langrois presso il villaggio di Fagutta e, naturalmente, considerandolo un traditore, lo descrive in maniera molto poco lusinghiera. Inoltre per Bertoja il compito che Langrois vuole portare a termine è quello di unificare l’azione delle tante bande di resistenti, spesso in conflitto reciproco, sotto un unico comando.
”Sempre secondo Bertoja, Langrois è anche diventato il consigliere politico del piccolo gruppo di intellettuali che gravita intorno a Mangascia Giamberiè e che stampa alla macchia il settimanale ciclostilato <>. Ed ancora a lui il generale Marraffa attribuisce la paternità dei volantini che vengono diffusi in molte parti del Goggiam e che sono firmati da <>. Dice uno di questi manifestini: << ora l’Italia non ha più oro e argento; le banconote che vi danno non hanno più valore, sono come i marchi del 1918. Oh popolo d’Etiopia, attenzione! Non accettate le lire di carta. Gli italiani vi ingannano>>. (Angelo Del Boca, op.cit.).
Nella primavera del 1939 una seconda missione raggiunge gli stessi territori dell’Etiopia. Su questa si hanno maggiori ragguagli forniti da uno dei protagonisti, il comunista triestino Anton Ukmar, già combattente nelle brigate internazionali in Spagna e successivamente, nel ’43 comandante della lotta partigiana in Liguria con il nome di battaglia di Miro. Testimonianze sulla figura di Ukmar e sulla sua impresa in Etiopia si hanno dalla sua stessa relazione pubblicata nel 1966 su Rinascita e dalle pubblicazioni del comandante partigiano G.B. Lazagna, oltrechè dalle edizioni dell’Anpi e in altri testi. Ukmar afferma che la missione gli fu affidata da Di Vittorio a Parigi. “La nostra missione consisteva in questo. Aiutare la popolazione etiopica nella mobilitazione contro l’aggressione colonialista e nella costituzione di un esercito partigiano; non si trattava di svolgere un lavoro di partito, né di presentarci come italiani ma semplicemente come membri delle Brigate Internazionali” . 
Insieme ad Ukmar fa parte della missione lo spezino Bruno Rolla, già commissario politico della sezione clandestina del Partito a Palermo e combattente di Spagna nella 12a Brigata Garibaldi. Con loro ci sono il colonnello francese Paul Robert Mounier, del servizio d’informazione militare francese e simpatizzante della politica del Fronte Popolare, e Lorenzo Taezaz, uno dei più attivi collaboratori del Negus in esilio. Per Baldassarri, nella citata biografia di Barontini, Ukmar prenderebbe il nome di Johannes, Rolla quello di Petrus e Mounier quello di Andreas. La missione, sullo stesso percorso in territorio egiziano-sudanese sotto tutela delle truppe britanniche, presto raggiunge Ilio Barontini nel Goggiam. “…Ci mise al corrente della situazione e discutemmo insieme su da farsi: dovevamo riuscire a convincere gli etiopici ad abbandonare la struttura a grosse bande di 1000/2000 uomini, dei quali soltanto una parte armati di fucili, dato che queste formazioni erano lente nei movimenti e facilmente localizzabili; infatti venivano puntualmente scoperte e massacrate; essi avrebbero dovuto costituire gruppi più piccoli e mobili. Inoltre avremmo dovuto persuaderli a non uccidere più i prigionieri ma a disarmarli e lasciarli liberi…I guerriglieri etiopici avrebbero dovuto anche cercare di mantenere i territori liberati. Nostro compito sarebbe stato quello di mantenere i contatti con i capi della rivolta, coordinare le loro azioni, evitare i conflitti fra le varie formazioni, in modo da unificare nella lotta contro l’esercito coloniale tutte le energie” (Rinascita, n. 19, 7 maggio 1966 riportato anche in “Angelo Del Boca, op.cit.).
Inoltre si attribuiva particolare importanza all’opera di propaganda presso la popolazione e presso i militari italiani. Tramite un ciclostile veniva dato alle stampe un foglio metà in italiano e metà in amarico dal nome “La voce degli etiopi” con tiratura settimanale che poi veniva diffuso, fra le truppe italiane, dalle donne, in quanto meno sospettabili, che contemporaneamente carpivano informazioni fondamentali per la guerriglia. E’ certo inoltre che si tentò di costituire una sorta di governo “ribelle” affinchè cominciasse ad essere riconosciuto un contropotere nei territori interessati dalla guerriglia.
Per mettere in pratica questo programma Barontini, Ukmar, Rolla e Monnier intraprendono viaggi, spesso ognuno singolarmente per tutto il vasto territorio del nord Etiopia che va dall’Ermacciò, al Beghemeder, al sud del lago Tana, al Goggiam.
E’ certo che Barontini fu raggiunto da Lorenzo Taezaz in agosto e svolse la propria azione presso il degiac Mangascià, Ukmar operò nella zona di Gondar, attorno al Lago Tana, nell’Alto Nilo Azzurro e nel Goggiam.
Ma fu un compito irto di pericoli sopratutto a causa delle bande di mercenari sguinzagliati alla loro ricerca da parte delle autorità militare italiane e dalla rissosità tra le varie bende di resistenti etiopi.
Inoltre Monnier muore improvvisamente a causa delle febbri malariche mentre si spostava nella zona di Harar, ad est nel territorio etiopico, per prendere contatti con altri nuclei di ribellione.
Stessa sorte rischia di toccare ad Ukmar, ammalatosi anch’egli, e a Rolla a causa di una infezione ad una ferita che rischiava di degenerare.
Ukmar intanto aveva fatto chiamare i compagni mettendoli al corrente del suo stato di pericolo: “Dapprima Ukmar ricevette un po’ di latte, poi più niente.
Vennero due stregoni. Bruciarono erbe aromatiche e, infine, visto che non ottenevano alcun risultato, lo misero fuori dal tucul per lasciarlo morire. Dopo un po’ lo privarono delle armi e degli oggetti di qualche interesse e lo trasportarono all’esterno del villaggio per abbandonarlo sotto un albero. Era la morte certa, anche per opera degli animali, se in quel momento non fosse arrivato Ilio Barontini.
Era sera e Ilio sentì pronunciare il nome che gli abissini avevano affibbiato ad Ukmar: Oghen. Barontini scorse il compagno e si rese conto che era in condizioni disperate. Gli apri la bocca con la lama della baionetta e gli fece ingoiare del chinino; poi lo fece caricare su un cammello e si avviò verso il Goggiam. A Barontini, quando era arrivato nel villaggio, era stato detto che iI suo amico poteva considerarsi morto. Trasferito in un altro villaggio, Ukmar pote invece riaversi rapidamente grazie a qualche settimana di riposo e ad un po’ di recupero nell’alimentazione.
Anche Rolla si ammalo di li a poco. Una ferita ad un dito suppurò facendogli gonfiare tutto il braccio. Ancora una volta Barontini accorse in tempo. Gli pratico delle inieizione sulla ferita, la ripulì ben bene e Rolla guarì. ” (Fabio Baldassarri, op. cit.)
Al colmo della malasorte anche quel minimo di dotazioni tecniche del gruppo si esauriscono. La radio smette di funzionare pertanto non potendo più ricevere istruzioni Ukmar, Rolla e Barontini decidono di sospendere la missione e di rientrare in Europa preceduti da Lorenzo Taezaz e De Bargili (Paul Langrois ?!).
Nella decisione di porre fine alla missione senz’altro ebbe un ruolo fondamentale il cerchio poliziesco che si stava per chiudere attorno al gruppo.
Infatti già dal 1935 la polizia italiana teneva sotto controllo le intenzioni e i progetti degli esuli antifascisti a Parigi: “…In una riunione promossa a Parigi da «Giustizia e Libertà» fra rappresentanti antifascismo italiano si sono esaminati mezzi idonei svolgere propaganda negativa fra nostre truppe e particolarmente fra quelle destinate Africa Orientale. Tra l’altro si è pensato inviare in Abissinia, previ accordi con rappresentante diplomatico etiopico a Parigi, qualche elemento del movimento antifascista per svolgere azione sul posto, a mezzo stampati da distribuirsi fra nostre truppe dislocate frontiera Somalia ed Eritrea. Fondi necessario dovrebbero essere forniti dal Governo Etiopico cui si chiederebbero anche garanzie per nostri soldati che si lasciassero convincere propaganda a passare al nemico…” (ASDMAE,MA//7, posiz. 181/6, fase. 3, telegramma n. 2693 di Lessona a De Bono, Roma, 26 marzo 1935; telegramma n.3541 di Emilio De Bono al Governo di Mogadiscio, Asmara 31 marzo 1935. Riportato in Matteo Dominioni op. cit.)
E ancora: “…viene riferito da fonte confidenziale che si starebbe organizzando in Francia una legione di italiani fuorusciti, a spese delle Internazionali. Anche trattandosi di poche persone, essa potrebbe provocare incidenti gravi per i rapporti franco italiani in questo momento delicatissimo. Pare che la legione dovrebbe imbarcarsi – clandestinamente – per prendere servizio a favore del Negus in Abissinia. […] È possibile del resto che le Internazionali mirino soltanto a fare scandalo; a dimostrare all’opinione che vi sono italiani disposti a combattere per il Negus. Subordinatamente poi, a scagliarsi contro il signor Lavai se impedisse la sedicente spedizione…” (ASDMAE,MAIII, posiz. 181/56, fase. 271, lettera senza numero della Regia ambasciata di Parigi a firma Cerruti, Parigi 18 settembre 1935. Riportato in Matteo Dominioni op. cit.)
Successivamente giunse dall’Ambasciata italiana di Parigi un telegramma che momentaneamente escludeva azioni degli antifascisti in Etiopia: “…da accurate indagini esperite è risultato che la notizia riguardante la legione dei volontari italiani antifascisti per l’Etiopia non trova conferma in questi ambienti comunisti ed antifascisti in genere. Il progetto venne discusso, ma sembra, poi scartato per ragioni di opportunità…”. (ASDMAE,MAIII, posiz. 181/56, fase. 271,telespresso n. 214747 del ministero degli Affari Esteri al ministero dell’Africa Italiana, Roma 30 aprile 1936 . Riportato in Matteo Dominioni op. cit.)
In Etiopia la cognizione delle strutture di polizia italiane, circa natura e programmi della missione comunista, ben presto cambia attribuendole un grado di maggiore pericolosità.
Questo avviene a causa del rapporto di Vittorio Longhi che mediava la liberazione del capitano Bertoja, di cui abbiamo già accennato. Il rapporto venne letto dal Ministro delle colonie Lessona e dallo stesso Mussolini e disegna il ritratto di Paul Langrois: “è un individuo di circa 40 anni, statura media, un po’ curvo di spalle ma energico nel portamento; capelli, barba e baffi castano scuri, occhi neri, miopi; generalmente parla sfuggendo lo sguardo dell’ascoltatore; dentatura guasta, mancante di parecchi molari; ha una piccola cicatrice alla regione parietale destra, molto vicina all’occhio. Sguardo acceso, quasi da alcolizzato. Ha molta tendenza alle donne. Si fa passare per generale dell’esercito francese e racconta di essere stato in Spagna ed in Russia, ma parla mediocremente la lingua francese e conosce invece molto bene la lingua italiana, che parla con accento toscano. Il capitano, durante la sua prigionia, confidò a Longhi che l’emissario non era affatto uno straniero e neppure un generale, bensì un rinnegato italiano, invasato da idee antifasciste e probabilmente un giornalista. Si fa chiamare Paul Langlois e varie volte espresse a Longhi idee antifasciste, dichiarando altresì di appartenere al partito democratico sociale francese e che l’unico scopo della sua vita era di servire l’antifascismo internazionale. Si presentò al deggiac Mangascià con alcune credenziali munite del sigillo dell’ex negus, e sulle quali era incollata, per riconoscimento, la propria fotografia. L’azione dell’emissario non fu precisamente militare, ma propagandistica. Egli cercò di far riappacificare i deggiac ribelli, invitandoli a riunirsi compatti a combattere le truppe del governo ed aiutarsi vicendevolmente. Inviava delle relazioni nel Sudan e raccontò a Longhi che Karthoum era il centro dal quale si diramava la propaganda in A.O.I. e destinazione delle sue relazioni e delle pellicole cinematografiche da lui prese. A Karthoum i suoi corrispondenti trasmettevano le relazioni a Parigi, ove si troverebbe il centro della propaganda antifascista e antitaliana e dove si sosterrebbero le mire del partito nazionalista etiopico. Disse pure di essere stato a Londra per una settimana, espite dell’ex negus, ma il Longhi notò che l’emissario non conosceva alcuna persona del vecchio governo negussita e ciò gli apparve strano dato che molti seguaci si trovano ancora presso l’ex negus. L’emissario aveva per interprete un eritreo che il Longhi conobbe a Cheren che fu anche ascari del IV Battaglione, certo Emanuel Mangascià Burrù, maestro della scuola Salvago Raggi di Cheren. Altro interprete ai servizi dell’emissario era certo Atò Asseghei di Adua il quale dichiarò a Longhi, che l’emissario era persona nota anche al Duce e che in Spagna aveva prestato segnalati servizi per la causa del comunismo. (ASDMAE,MAIII posiz. 180/42, fase. 138, allegato al foglio n. 146636 di prot. di Amedeo di Savoia al ministero dell’Africa Italiana, Addis Abeba 7 dicembre 1939. Riportato in Matteo Dominioni op.cit.)
Da questo momento si moltiplicano le informative di polizia, le segnalazioni sulle azioni del gruppo e il cerchio inesorabilmente si stringe. Sempre il 7 dicembre del 1939 il duca Amedeo d’Aosta (che intanto aveva sostituito Rodolfo Graziani nella carica di vicerè della colonia Etiope) inviò al Ministero dell’Africa Italiana copia delle pubblicazioni dei ribelli e lo informò circa la loro dotazione di mezzi tecnici: “macchine fotografiche, una macchina da scrivere, una stazione ricetrasmittente e un poligrafo”. ( ASDMAE,MAIII foglio n. 14764 di prot. di Amedeo di Savoia al ministero dell’Africa Italiana, Addis Abeba 7 dicembre 1939. In Matteo Dominioni, La missione Barontini in Etiopia. La singolare vicenda di un anomalo fronte popolare antifascista, Studi Piacentini).
Il 18 dicembre è la volta del generale Nasi a trasmettere al Ministero un’altro bando del presunto Langrois che era destinato ai capi della regione del Buriè. ( ASDMAE,MAIII foglio n. 145446 di prot. del generale Nasi al ministero dell’Africa Italiana, Addis Abeba 18 dicembre 1939. In Matteo Dominioni, La missione Barontini op cit.)
A gennaio la polizia dell’Africa Italiana diffonde una foto del presunto Langlois in compagnia di Mangascià e di Mesfin Scibesci. Cominciano a sorgere i primi dubbi sull’identità del Langlois. (Matteo Dominioni, La missione Barontini op cit.)
L’ispettorato generale del PAI di Addis Abeba, grazie ad un’ulteriore deposizione del Longhi comincia a disegnare un ritratto più preciso del Langlois: “…il così detto Paul Langlois è certamente italiano, e per meglio precisare toscano. Parla assai male il francese; fu in Spagna con i rossi ed in Cina con Ciang Kai Scek. A suo dire fu maggiore dell’esercito italiano e riveste il grado di generale (?) nella legione straniera. Giunse presso il Degiac Negasc il 18 marzo 1939, proveniente da Parigi donde era partito il 1° gennaio 1939 e dove faceva parte del partito democratico italiano. Entrò in A.O.I. dal Sudan Anglo, sfuggendo alla sorveglianza delle nostre truppe. Aveva con se due lettere autografe dell’ex negus, una per il Deggiac Negasc e l’altra per il «popolo del Goggiam» incitanti alla resistenza contro il Governo Italiano…”.(ASDMAE,MAIII foglio n. 1258/5599 di prot. del generale Renzo Mambrini al Comando Generale della Pai e ministero dell’Africa Italiana, Addis Abeba 25 gennaio 1940. In Matteo Dominioni, La missione Barontini op cit).
Successivamente un’altra serie di informative interessò l’attività del gruppo antifascista italiano arrivando anche a dettagliare il viaggio intrapreso dal Langlois per raggiungere il capitano Monnier morente.
Paul Langlois fu identificato come Paolo De Bargili solamente nel marzo del 1940. Dalla documentazio e dell’archivio del Ministero dell’Interno (casellario politico centrale) la PAI venne a conoscenza del fatto che sin dal 1923 Langlois era stato lo pseudonimo usato da De Bargili. Mai però la PAI e la PS si accorsero che anche il nome De Bargili era la copertura di un’altra identità, quella di Barontini. E’ un fatto singolare che nel casellario politico centrale sia stata iscritta una persona inesistente. Un’ipotesi plausibile è che Barontini si sia impossessato dell’identità di un connazionale deceduto o emigrato clandestinamente e sparito all’estero” (Matteo Dominioni, Lo Sfascio dell’Impero, op. cit.)

Nel 1940 cominciò il percorso, attraverso gli stessi territori dell’andata, per il rientro in Europa.
Ma non fu una passeggiata, in quanto il gruppo, scortato da circa venti uomini e in compagnia di preti e dignitari etiopi, fu intercettato da una banda di mercenari e fu costretto a dividersi.
Nel punto di ritrovo concordato Barontini tardò per parecchi giorni fino ad essere considerato morto dai compagni. Fortunatamente, viceversa, il gruppo riuscì a riunirsi a Karthoum e in fine a maggio si trovò al Cairo per essere imbarcato da una nave della Croce Rossa francese per Marsiglia, piuttosto che la Grecia, la Siria o la Turchia in base a quella che era la loro preferenza. Barontini a marsiglia riuscì a scampare all’arresto. Non ebbero la stessa fortuna i compagni che furono imprigionati nel campo di Vernet d’Ariege.
Ma seguiamo il già citato racconto di Cesare Colombo per l’Istituto Gramsci. “Nel maggio del 1940 raggiunsero il fiume Altara girando al largo del lago Tana. Era necessario passare per un passaggio obbligato, molto pericoloso. Assieme ai tre italiani erano dei dignitari etiopi di cui tre ammalati, due preti coopti ed una scorta di circa venti armati. Vennero fermati da una banda di seicento etiopi, che erano stati in parte armati dai fascisti proprio per l’antiguerriglia.
Questi richiesero le armi pesanti e l’oro. lnfatti da tempo circolavano nel paese leggende sui tesori degli emissari del Negus e dei loro aiutanti europei; si parlava di trecento cammelli carichi d ‘oro.
Ukmar, Rolla e due etiopi, furono messi da una parte; Barontini, i due preti e due etiopi, da un altra.
Fu detto che l’oro era a Badaref, nel Sudan, e alla fine si accordarono che il gruppo di Ukmar e Rolla sarebbe andato a prelevarlo; Barontini e gli altri avrebbero aspettato.
Barontini aveva suggerito il piano, e si era accordato segretamente per fuggire (la tenda sua e degli etiopi che erano con lui si trovava al margine di un bosco) e ritrovarsi in un punto determinato.
La scorta del gruppo di Ukmar, Rolla e gli altri etiopi era stata scelta dai nostri: la maggioranza era costituita da amhara una parte dei quali aveva già combattuto con i patrioti e che al
momento buono eliminarono quanti erano contrari a seguire le direttive dei prigionieri; si recarono al luogo convenuto con Barontini e lo aspettarono nove giorni; la banda che aveva fatto prigionieri i nostri nel frattempo si era spostata, erano tutti convinti che Barontini si fosse perduto nella foresta o fosse stato ucciso. Passarono la frontiera e raggiunsero Kartum senza incidenti. Andarono dall’ex-ministro etiope per riprendere i vestiti europei e gli inglesi gli comunicarono: – Anche il vostro amico italiano sarà qui domani. – Infatti Barontini, e gli altri che erano fuggiti con lui grazie alla complicità degli amharici, si erano persi nella foresta ed erano sconfinati nel Sudan, molto più a Sud.
Dopo otto o dieci giorni, alla fine del maggio ’40, giunsero al Cairo. Chiesero di essere imbarcati per la Grecia o la Siria o la Turchia. Furono invece imbarcati in un piroscafo francese della Croce
Rossa adibito al trasporto di rifugiati francesi ed olandesi. Barontini riuscì a sbarcare inosservato.
Rolla e Ukmar il giorno dopo l’arrivo a Parigi furono arrestati e poi internati nei campo di Vernet d ‘Ariége. Si era ai primi del giugno 1940. Qualche giorno dopo Parigi cadeva nelle mani dei nazisti.
(Per tutta la vicenda del rientro in Europa vedasi anche l’articolo citato su Rinascita, “B.Anatra, Partigiano sul lago Tana” e “E. Barontini, V. Marchi, “Dario”).
Non si pensi che i Nostri siano stati ricoperti di onori dai compagni di partito. Lo stesso Barontini fu tenuto in isolamento, come in quarantena, intanto che il partito sondava qualità politica e limpidezza delle sue precedenti azioni. La logica della clandestinità non ammetteva deroghe e Barontini era stato per circa 18 mesi in rapporto con l’intelligence britannica, cosa che suscitava più di un sospetto. (Vedasi sempre il libro della figlia di Barontini “Dario”).
Sempre Del Boca riferisce nel mai superato Gli italiani in Africa Orientale che questi non furono gli unici italiani ad aver militato nella resistenza etiope. Il grande storico dell’Etiopia Richard Pankhurst gli fece pervenire una piccola nota frutto di una ricerca nella quale figurano tra i combattenti etiopi il siciliano Saverio Sbriglio, che disertò per prestare soccorso quale infermiere presso la formazione di Abebè Aregai, e Alfonso P. che disertò per raggiungere le forze di Negasc Bezabè nel Goggiam. Alfonso P. finirà i suoi giorni internato per errore nel 1941, dagli inglesi, nel campo di concentramento di Dire Dawa e verrà pugnalato al cuore da alcuni fascisti. Inoltre nel 1941, alla data della liberazione dell’Etiopia, saranno centinaia, forse qualche migliaio, gli “insabbiati”. Ovvero gli italiani che avevano disertato ed erano spariti nell’immenso territorio del paese, facendosi una famiglia e conducendo un’esistenza spesso clandestina.
La missione degli italiani, ad ogni modo, a quel punto avrà raggiunto importanti obiettivi. Il rapporto redatto da Lorenzo Tazeaz per Hailè Selassiè sarà di grande aiuto per spronare gli inglesi a rompere ogni atteggiamento di indugio e passare a vie più concrete. Dal rapporto emergerebbe l’estrema fragilità dell’apparato militare italiano nonostante la sua superiorità di forze in campo; 300.000 uomini contro gli appena 18.000 delle forze britanniche nelle colonie adiacenti. Questo a causa dell’isolamento della colonia italiana dell’Etiopia, dopo la chiusura di Suez da parte degli Inglesi, e l’impossibilità da parte italiana di costruire una via di penetrazione attraverso il deserto della colonia libica sfondando attraverso il Sudan britannico. Inoltre in Etiopia permaneva una dimensione di quasi contropotere delle forze della resistenza che contendevano il territorio agli italiani, e che opportunamente aiutate, nell’imminente conflitto generalizzato, avrebbero potuto avere il sopravvento. Inoltre emergerebbe che Hailè Selassie, per quanto la sua fama sia stata grandemente oscurata dall’abbandono del territorio etiope, e per quanto emergano anche delle forze repubblicane tra i resistenti, continua ad essere l’unica personalità in grado di unificare e dirigere la resistenza. A questo punto l’Inghilterra comincerà a finanziare e appoggiare attivamente la resistenza.
Gaspare Sciortino. Aprile 2012.
Addis Ababa. Hailè Selassiè legge alla radio l’appello alle nazioni contro l’invasione italiana.
Cinegiornale Fox Movietone News 1935.
Addis Ababa. Si mobilita la guardia imperiale. Cinegiornale Fox Movietone News 1935.
Addis Ababa. Si mobilita la guardia imperiale. Cinegiornale Fox Movietone News 1935.
Addis Ababa. Si mobilita la guardia imperiale. Cinegiornale Fox Movietone News 1935.
Addis Ababa. Si mobilita la guardia imperiale. Cinegiornale Fox Movietone News 1935.
Addis Ababa. Si mobilita la guardia imperiale. Cinegiornale Fox Movietone News 1935.
Mobilitazione dei guerrieri delle tribù. Cinegiornale Fox Movietone News 1935
Mobilitazione dei guerrieri delle tribù. Cinegiornale Fox Movietone News 1935

 

Vengono mobilitati anche i veterani di Adua. Cinegiornale Fox Movietone News 1935.
Vengono mobilitati anche i veterani di Adua. Cinegiornale Fox Movietone News 1935.
Dignitari Amhara con il seguito di guerrieri. Cinegiornale Fox Movietone News 1935.
Dignitari Amhara con il seguito di guerrieri. Cinegiornale Fox Movietone News 1935.
Ras e guerrieri. Cinegiornale Fox Movietone News 1935.

Febbraio 1936. Truppe italiane nei pressi dell’Amba Aradam. Foto Fondo Bottai, Milano.
Febbraio 1936. Truppe italiane nella battaglia dell’Amba Aradam. Foto Fondo Bottai, Milano
Febbraio 1936. La bandiera del regno d’Italia sventola sull’Amba Aradam. Foto Fondo Bottai, Milano.
Bombardamento aereo di un villaggio del Tigrè.
Addis Ababa 1936. Soldati etiopi rispondono a fucilate agli aerei italiani.
L’avanzata della colonna Badoglio su Addis Ababa. Al centro lo stesso Badoglio con Lessona, ministro delle colonie. Foto Fondo Bottai, Milano.
Addis Ababa 5 maggio 1936. La popolazione sventola drappi bianchi in segno di resa all’ingresso in città della colonna Badoglio. Foto Fondo Bottai, Milano
Addis Ababa 5 maggio 1936. La popolazione sventola drappi bianchi in segno di resa all’ingresso in città della colonna Badoglio. Foto Fondo Bottai, Milano
5 maggio 1936. Badoglio entra in Addis Ababa. Foto Fondo Bottai, Milano.
Addis Ababa 1937. I magazzino Kevorkoff trasformati in Casa del Fascio.
Foto della collezione privata Berhanu Abebe.
1938-39. Ilio Barontini in Etiopia nel Goggiam. Foto dell’archivio storico dell’Unità.
1938-39. Ilio Barontini in Etiopia nel Goggiam. Foto dell’archivio storico dell’Unità.
1938-39. Ilio Barontini tra i partigiani etiopi. Da sinistra: Kebbedè, ufficiale; Ghila Gherghis, diplomatico; Paolus Getahoum Tesemma, capo del governo in esilio, un guerrigliero.Archivio storico dell’Unità.
Ilio Barontini tra i partigiani etiopi. Archivio storico dell’Unità
Partigiani etiopici addestrati da Barontini. Archivio storico dell’Unità.

Ilio Barontini era nato a Cecina (Livorno) il 28 settembre 1890.
Fu, fin dall’età di 13 anni, un militante anarchico di Livorno. A 15 anni lavorava già come operaio tornitore presso il Cantiere Orlando quando si iscrisse al Partito Socialista. Negli anni che precedettero la prima guerra mondiale si dichiarò “non interventista”. Dopo la guerra, nel 1919, partecipò ai lavori del gruppo politico dell’ Ordine Nuovo, fondato da Antonio Gramsci.
Nel 1921, fu fra i fondatori del Partito Comunista d’Italia nel Congresso di Livorno. Successivamente fu eletto sia come Consigliere Comunale che responsabile della Camera del Lavoro della CGIL della città di Livorno.
Con l’avvento del fascismo subì arresti, denunce ed aggressioni, ma non si arrese mai è tornò sempre alla militanza politica.
Fra i dirigenti del Partito Comunista d’Italia fa parte della minoranza che è favorevole all’ingresso delle formazioni antifasciste di difesa del partito nel Fronte Unito Arditi del Popolo.
Nel 1931 espatriò avventurosamente in Francia con una pericolosa attraversata in barca che lo lasciò in Corsica per sfuggire ad una condanna a tre anni inflittagli dal Tribunale Speciale fascista. In Francia si rifugiò a Marsiglia, da dove tenne le fila del lavoro clandestino tra gli esuli italiani antifascisti.
Trasferitosi in URSS Barontini perfezionò le sue capacità militari presso i centri di addestramento dell’Armata Rossa, in particolare frequenta l’Accademia Frunze a Mosca, uscendone con il grado di Maggiore.
Il suo primo incarico con quel grado è in Cina, in appoggio al Partito comunista cinese di Mao. (Non esistono in proposito fonti documentarie certe) Sarà questa esperienza a metterlo per la prima volta in contatto con le tecniche della guerriglia ampiamente usate e sperimentate dai comunisti cinesi.
Nel 1936 Barontini si trovava in Spagna all’inizio della Guerra civile. Sostituì Randolfo Pacciardi, ferito nella battaglia di Guadalajara, dimostrando, a detta di Giovanni Pesce, altro capo storico delle Brigate Internazionali, capacità eccezionali di trascinatore militare.
Nel 1938 si trasferisce, su ordine di Giuseppe Di Vittorio, in Etiopia. Con lui c’erano anche altri esponenti dell’Internazionale Comunista: i cosiddetti “tre apostoli”: Barontini era Paulus, Bruno Rolla, della Spezia, era Petrus, e il triestino Anton Ukmar era Johannes. Il gruppo degli “apostoli” fondò il foglio La Voce degli Abissini, addestrò ed organizzò i ribelli etiopici fino al punto che il Negus “appioppò” a Barontini il titolo di “vice-imperatore”. Rodolfo Graziani mise una taglia su di lui, ma il Barontini riuscì a fuggire, ben accolto dal generale inglese Harold Alexander a Khartoum, che gli diede una decorazione per i meriti acquisiti nell’organizzazione della ribellione all’invasione fascista in Etiopia.
Nel momento in cui la Francia cadde sotto il controllo dei nazisti con l’inizio del governo Petain, Barontini è lì ad organizzare i nuclei di partigiani francesi della FTP, fidando sull’appoggio anche della classe operaia francese che mal sopportava gli occupanti tedeschi.
I partigiani francesi del Maquis utilizzarono nei combattimenti delle bombe soprannominate “Giobbe”, così chiamate dal nome di battaglia utilizzato in Francia da Ilio Barontini.
Quando Barontini tornò in Italia per partecipare alla lotta partigiana, assunse il nome di battaglia di “Dario”.
Organizzò le Sap e i Gap a Torino, a Milano, in Emilia, a Roma. Di lui parla con grande ammirazione Giorgio Amendola in Comunismo, antifascismo, resistenza. Anche Antonio Roasio, nel suo libro Figlio della classe operaia descrive le peregrinazioni fatte nel centro-nord della penisola da Ilio Barontini e del come insegnasse a gappisti e sappisti le sue tecniche militari apprese in tanti anni di battaglie, sui svariati fronti di crisi, (e forse anche dagli esperti istruttori dell’Armata Rossa): dall’uso di una bomba a mano al metodo più spiccio per far deragliare un convoglio.
Roasio lo ricorda come un uomo che aveva sempre appresso una vecchia borsa di pelle sgualcita con dentro panini, cose di uso normale e… candelotti di dinamite.
« scrive sempre Antonio Roasio (“Figlio della classe operaia”, Vangelista editore ) …..cioè a visitare le città dell’Italia centro-settentrionale per organizzare e far funzionare i gruppi gappisti. Studiava gli uomini, le loro caratteristiche, insegnava i primi elementi sulla costruzione di bombe a mano, bombe a scoppio ritardato, come far deragliare un treno, ecc… Aveva sempre con se’ una vecchia borsa sgualcita, che certa non poteva passare per quella di un avvocato. Un giorno gli chiesi che cosa custodisse tanto gelosamente: l’aprì, c’erano dei panini, alcuni oggetti personali e dei candelotti di dinamite. »
In Emilia diresse la lotta di Resistenza, in particolare a Bologna che era già praticamente liberata all’arrivo delle truppe alleate. Per la sua attività fu decorato con la Bronze Star ancora da Harold Alexander, mentre Giuseppe Dozza gli conferì il titolo di cittadino onorario della città di Bologna. L’Unione Sovietica gli conferì il prestigioso Ordine della Stella Rossa.
Prese parte all’assemblea costituiente e in seguito fu parlamentare della camera e del Senato.
Morì in un incidente automobilistico a Scandicci nel 1951 al ritorno dal congresso del partito. Con lui morirono anche Leonardo Leonardi e Otello Frangioni.

Anton Ukmar era nato in frazione Prosecco di Trieste da famiglia slovena nell’allora Austria Ungheria. Giardiniere del comune di Trieste nel 1916 e ferroviere dal 1921, aderisce al partito comunista. Nel 1927-1928 è trasferito a Genova nelle ferrovie e entra a far parte della cellula clandestina del Partito Comunista Italiano alla stazione di Genova Principe. Poi viene arrestato e bastonato dagli squadristi, poco dopo viene licenziato in tronco dalle ferrovie e trasferito a Prosecco col foglio di via. A Trieste entra nell’organizzazione clandestina slovena Borba e partecipa ad azioni di protesta contro la chiusura di asili e scuole dove si insegna la lingua slovena. Arrestato nuovamente, viene processato dal Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato e poi prosciolto. Nel 1930 espatria a Parigi dove lavora presso la sede del PCI in esilio, nel 1931 partecipa come delegato al congresso del PCI a Colonia. Nel 1933 studia all’Università statale di Mosca. Nel 1936 viene mandato in Spagna durante Guerra Civile Spagnola e nel 1938 va a combattere in Catalogna. Nel 1939 è internato in Francia, e poi parte per la missione in Etiopia. Rientrato in Francia viene inviato a Genova nel 1944 come comandante dei partigiani Garibaldini della zona ligure. Nell’agosto 1944 diventa comandante della VI Zona Operativa Ligure con sede a Carrega Ligure in provincia di Alessandria. Vive tra Carrega Ligure e Fontanigorda. È presente stabilmente in val Borbera dal luglio 1944 per trattare con Franco Anselmi la sua entrata nella 3a brigata Garibaldi e per affidare nel gennaio 1945 a Erasmo Marrè la riorganizzazione della Brigata Arzani. Si distingue in combattimenti a Marsaglia in val Trebbia, alle Capannette di Pej tra Piemonte e Emilia-Romagna, a Cartasegna di Carrega Ligure e a Carrega Ligure. Nel maggio 1945 torna a Trieste e viene nominato dalle autorità jugoslave comandante della polizia jugoslava della Zona B del Territorio Libero di Trieste e poi nel 1955 diventa deputato al parlamento della Repubblica Socialista di Slovenia. Nel 1970 si ritira a vita privata a Capodistria dove muore nel 1978.

Domenico Rolla era nato ad Arcola (La Spezia) il 19 gennaio 1908. Di professione meccanico, fece parte dell’organizzazione comunista clandestina. Per la sua attività antifascista nel 1931 dovette espatriare in Francia.
Nel 1936 Rolla partecipò in Spagna alla Guerra civile in difesa della repubblica. Combatté a Pelausthan e a Cenicientos con la Centuria “Gastone Sozzi” e fu poi, come sergente del Battaglione Garibaldi, sul fronte di Madrid. Venne ferito a Casa de Campo nell’aprile del 1937. Rimessosi in sesto, combatté sul fronte dell’Ebro, col grado di tenente e lo pseudonimo di Bruno. Finita la guerrà ritornò in Francia, dove venne internato nei campi di Saint-Cyprien e di Gurs.
Rolla nel 1939 riusci a evadere, e fu inviato dal Comintern sul fronte della guerra di Etiopia in appoggio alla Resistenza locale. Qui si unì ad altri esponenti dell’Internazionale Comunista, i cosiddetti “tre apostoli”: Rollo era Petrus, il livornese Ilio Barontini era Paulus e il triestino Anton Ukmar era Johannes[1]. Il gruppo degli “apostoli” fondò il foglio La Voce degli Abissini ed addestrò e organizzò i ribelli etiopici.
Sconfitto, si rifugiò in Sudan e poi nuovamente in Francia, dove fu internato nel campo di Vernet. Nel momento in cui la Francia cadde sotto il controllo dei nazisti e si ebbe l’ascesa al potere del governo Petain fu consegnato alla polizia italiana, che lo destinò al confino. Immediatamente a seguito della caduta del Fascismo e dell’armistizio prese parte alla Guerra di liberazione come membro della Resistenza abruzzese, assumendo il nome di battaglia di “Carlo”.
Dopo la guerra continuò l’impegno politico nel PCI, dirigendo la federazione di Viterbo. Muore a Roma nel 1954.


Ilio Barontini
Roma, dicembre 1947. Da sinistra: Vittorio Bardini, Ilio Barontini, Walter Audisio e Francesco Moranino.
Allegato 1. Giovanni Pesce a colloquio con Ilio Barontini
Come nasce una bomba
Trascorrono tre giorni durante i quali lo stordimento seguito all’azione si attenua. Mi ritrovo pieno di fiducia e con maggiore coscienza critica. Non avevo ancora acquistato sufficiente esperienza per condurre una lotta in città dove si rischia cosi tanto e dove si richiede organizzazione, segretezza e tempestività; dove metodo, calma e decisione sono i tre fattori del successo. Sento bussare. Al di là dell’uscio la voce di Dante Conti mi risponde. Con lui è Ilio Barontini, il leggendario combattente di Madrid, di Guadalajara, il comandante che alla testa del battaglione Garibaldi colse la vittoria contro i legionari fascisti; uno dei pochi che in Abissinia fra i partigiani etiopi lottò contro gli invasori.
Barontini sorride e mi abbraccia. “Rimarrà da te alcuni giorni,” esclama Conti prima di andarsene. Barontini mi martella di domande: da quanti mesi sono a Torino, come mi sono organizzato, qual è il mio piano d’azione, come l’ho coordinato con la lotta generale delle masse popolari, se ho messo in piedi un minimo di apparato tecnico. Barontini mette a nudo le mie apprensioni, le mie insufficienze, i miei dubbi, le mie incertezze. Per due giorni sono rimasto ad ascoltarlo. Alla fine lo sgomento per la povertà dei mezzi, degli uomini, dell’organizzazione, la sorpresa, l’ira prendono il sopravvento e urlo che non ce la farò mai a svolgere tutto il lavoro da solo, senza uomini, senza neppure sapere confezionare una bomba. Barontini sorride.
“Se le bombe,” dice, “sono il tuo problema, è presto risolto,” Ma non si tratta soltanto di bombe.
“Parliamone adesso,” insisto.
E la miccia? Barontini prosegue: “ora t’insegnerò qualche cosa di più. Prendi appunti, anche se è contro le regole della clandestinità. Per costruire una miccia a combustione lentissima, che non faccia fiamma e che bruci silenziosamente: questa miccia (stoppino) non si trova in commercio.”
Barontini continua: “Prendi un filo comune da calza, preferibilmente bianco e di lino, perché inodore e meno fumogeno. Stèmpera 8 grammi di bicromato di potassa in cento grammi di acqua; lascia bollire dieci minuti il cotone, dopo di che lo lasci asciugare al buio. Poi prendi, ben asciutti, 40 fili di detto cotone, lunghi secondo la necessità e con un filo del medesimo cotone avvolgi i 40 fili facendo così un cordoncino che brucerà per mezzo centimetro al minuto. “
“Certo,” commento, “sembra veramente facile.”
“È facile,” prosegue Barontini, “se hai un amico fabbro.” Lo interrompo impaziente. Barontini prende un foglio di carta e una matita e mentre parla disegna sul foglio.
“Prendi un tubo qualsiasi, piccolo o grande, di ferro, di ghisa, di bronzò, perfino di alluminio, lo tagli a dieci, venti, quaranta centimetri; saldi ad una estremità un coperchio dello stesso materiale del tubo e al centro del coperchio pratichi un foro di un diametro di sei o sette centimetri.”
Mentre Barontini parla, continua a tracciare segni sulla carta e la bomba nasce sotto i miei occhi.
“La parte del tubo senza coperchio,” prosegue Barontini, “viene filettata per permettere di avvitarvi un altro coperchio, pure filettato per un paio di centimetri. Si ripone l’esplosivo nel tubo, si fa passare la miccia con il detonatore nel foro del, primo coperchio facendo in modo che il detonatore vada ad innescarsi nell’esplosivo. Alla fine si avvita il secondo coperchio e la bomba è pronta.”
“Sarà potente?” chiedo. “Quanto vuoi che sia, a seconda del diametro, della lunghezza del tubo e la qualità di esplosivo disponibile. Puoi preparare anche una bomba di dieci chili, venti chili, capace di distruggere una caserma.
“Non hai che da provare. Vai dal tuo amico fabbro. Costruisci la bomba e poi la esperimenti su uno degli obiettivi che vuoi buttare all’aria.”
“Certo che lo faccio,” rispondo. “…Se ne accorgeranno! Però non riuscirò a far tutto da solo, non ci sono uomini che mi aiutino, l’organizzazione non mi da una mano, i collegamenti non funzionano, non ci sono tecnici, non ci sono armi.”
Barontini mi lascia sfogare, sorride e tace. Poi mi aggredisce: “Le armi, le armi! E le tue bombe? Non sono forse armi potentissime per una guerra che si combatte nelle strade, fra le case, in mezzo alla gente? Non hai tecnici? E perché non lo diventi tu? Impara a confezionare bombe esplosive, poi imparerai a fabbricarti quelle incendiarie!
“Non ti bastano le bombe? Scendi in strada, di sera, con un martello, un bastone, un coltello, con qualcosa che serva ad uccidere. Togli le armi ad un repubblichino, ad un tedesco, ad un altro tedesco, ad un altro repubblichino: avrai armi per te e per i compagni che in questi giorni affluiranno ai GAP!”
Sono come sommerso, stordito dalla sicurezza tranquilla di questo uomo intelligente e buono. Mi incute rispetto, un grande rispetto, ma non voglio darlo a vedere.
“Il partito,” tento, “il partito non mi aiuta?…” •
“Sbagli,” esclama Barontini, “sbagli veramente di grosso. Sei tu il partito, siamo noi il partito e stiamo appunto aiutandoci l’un l’altro per combattere la lotta in cui sono impegnati tutti gli altri partiti dello schieramento antifascista, in cui è impegnato tutto il popolo italiano. È una battaglia che ha bisogno di tutti, le frazioni isolate non solo sono inutili ma spesso dannose. Devi tenerlo presente, ben presente.”
Sono interdetto: Barontini mi ha dato ragioni che sono certo di aver sempre saputo, senza essere mai riuscito ad esprimerle a me stesso.
Anche queste mi sembrano cose semplici. Dunque è vero: il partito non mi ha mai lasciato solo.
Barontini, uscito nel pomeriggio, rientra la sera con un pacco: “ecco la tua prima bomba, te l’ho preparata io. Non è stato difficile.” So già come la userò. Nella mia mente l’azione è chiarissima; particolare per particolare, secondo per secondo.
Due giorni dopo m’incontro con Andrea e Antonio. Passeggio con Andrea lungo il corso. Antonio entra nel locale gremito di tedeschi e fascisti. Di fronte al caseggiato c’è la ferrovia. Dopo una lunga attesa Antonio sopraggiunge: “ci sono dentro trenta tedeschi,” dice, “quasi tutti ufficiali e molti fascisti.” Ci avviciniamo. Tengo sotto il braccio il pacco con la bomba. L’ho confezionato in modo che la miccia spunti dall’involto. Sotto la finestra del locale Andrea si accende una sigaretta e, chinandosi verso di me, come a riparare la fiamma dal vento, avvicina la brace alla miccia. È buio. Seguo con gli occhi il punto rosso che sfrega leggermente contro la miccia. Sento il cuore battere con violenza. D’improvviso sprizza un leggero soffio di fuoco: la miccia è accesa. Alzo il pacco e lo appoggio al davanzale della finestra. Ci allontaniamo lentamente facendoci forza per non correre. Siamo già lontani sulle biciclette quando ci percuote lo schianto lacerante e terribile della mia prima bomba.
A casa, prima ancora che parli, Barontini legge sul mio viso l’impresa; mi abbraccia. “Bravo muchacho!” mi ripete, dopo otto anni…
da Giovanni Pesce, “Senza tregua – la guerra dei GAP”
Funerali di Ilio Barontini. Archivio storico dell’Unità
Funerali di Ilio Barontini. Archivio storico dell’Unità
Funerali di Ilio Barontini. Archivio storico dell’Unità
Allegato 2. Pietro Secchia commemora Barontini
C’è un’atroce ironia nella morte del nostro Ilio Barontini: quest’uomo che era un eroe di razza, audace sino alla temerità, questo combattente popolare di una grande causa di tutte le guerre giuste, che mille volte sfidò e sfiorò la morte, che sembrava avere il dono della invulnerabilità, quest’uomo doveva morire insieme ai suoi due compagni di fede, di Partito e di lavoro per tragica ironia della sorte in un disgraziato incidente automobilistico.
Non era certo questa la morte che Barontini aveva sognato, quando nelle battaglie di Arganda, di Madrid, di Guadalajara, conduceva arditamente i garibaldini italiani all’attacco contro le orde di Franco e dei nazifascisti, o quando in terra di Francia organizzava la resistenza contro l’invasore tedesco e diventava uno dei più noti comandanti dei Francs Tireurs Partisans, o quando passando di città in città in Italia, dopo l’8 settembre 1943, gettava le basi di quella mirabile organizzazione partigiana che egli contribuì più di ogni altro a creare, a fare agire e a condurre alla lotta e alla vittoria. Perché ad Ilio Barontini va il grande merito non solo di aver comandato tutte le forze partigiane dell’Emilia, ma egli è stato anche un organizzatore delle brigate gappiste, dei Gruppi di Azione Patriottica di tutta Italia, che furono le truppe di assalto partigiane, gli audaci fra gli audaci. I Gap erano i partigiani senza uniforme che agivano nelle città in aperto campo nemico, senza protezione, senza possibilità di ritirata, braccati continuamente dalla polizia, dalle S.S. fasciste.
Non era facile trovare dei gappisti; numerosi erano i giovani che andavano in montagna ad arruolarsi nelle file partigiane, ma meno numerosi erano i giovani disposti a combattere in città, in campo nemico.
La cosa si spiegava facilmente. Ci si sente più sicuri quando si combatte in una formazione militare in massa, quando si ha una base di operazione, una base di rifornimento, una o più vie di ritirata o almeno molte probabilità di averle, quando si combatte disponendo di armi e munizioni, se non pari a quelle del nemico, certamente in grado di opporre una valida azione di difesa o di offesa.
Non così era per i gappisti i quali non vestivano una divisa, non potevano portare un fucile o un mitra in spalla, non vivevano in una zona che offriva certe possibilità di salvaguardia date dal terreno e dalla popolazione stessa.
I gappisti vivevano in città, spesso sotto falso nome in una camera ammobiliata, in una casa dove quasi sempre non si conoscevano gli inquilini, senza armi pesanti, con scarse possibilità di aiuto.
Eppure di quali audace, di quali eroismi furono capaci i Gruppi di Azione Patriottica creati ed educati da Barontini.
Furono i Gap ad attaccare per primi i tedeschi ed i fascisti nella città, furono i Gap per primi a condurre con l’azione la lotta contro l’attendismo, furono i Gap a dare impulso e combattività alla guerra di liberazione.
Oh! Oggi è facile a certi signori clericali, liberali e simili, vantare di essere stati partigiani. Oh! Oggi sembra facile a certi signori poter dare a noi, dare ai comunisti, dare ai soldati ed ai compagni di Barontini, delle lezioni di patriottismo. Ma è nei giorni duri, nei tempi difficili, che si provano i veri patrioti.
Allora certi signori non approvavano le audaci azioni dei soldati di Ilio Barontini, non approvavano che si attaccassero i tedeschi, nelle città, nelle loro truppe in movimento, i loro comandi, i loro covi.
Allora non approvavano né i sabotaggi, né i colpi di mano, né le azioni audaci che colpivano il nemico di sorpresa alle spalle in casa sua, non approvavano la preparazione attiva e pratica dell’insurrezione nazionale.
Tutto questo disturbava certi signori, li disturbava nei loro affari, nella loro vita familiare, nei loro studi, nei loro intrighi, nei loro calcoli.
Ed il patriottismo di quei signori in quei giorni era molto tiepido. Essi dicevano: “Ma perché volete attaccare fascisti e tedeschi? lasciate stare, lasciate fare. Aspettiamo che vengano tempi migliori! Con questi vostri attacchi provocherete rappresaglie crudeli”. Sì, sapevamo, Barontini sapeva che i tedeschi erano crudeli, che le loro rappresaglie erano terribili, ma egli sapeva anche che senza quelle lotte audaci e senza quartiere non vi sarebbe stata guerra di Liberazione, non saremmo stati degni degli Eroi del Risorgimento Italiano, non avremmo conquistato il diritto di essere un popolo libero e indipendente.
Chi racconterà le epiche gesta, le azioni audaci di cui furono capaci i Gruppi di Azione Patriottica, i soldati di Ilio Barontini?
“Gli anni e i decenni passeranno – come è scritto sulla lavagna di un grande eroe, di Dante Di Nanni, uno dei migliori gappisti di Barontini -, gli anni e i decenni passeranno, i giorni duri e sublimi che noi viviamo oggi appariranno lontani, ma generazioni intere di giovani figli d’Italia si educheranno all’amore del loro Paese, all’amore della libertà, allo spirito di devozione illuminata per la causa della redenzione umana.”
Qualcuno vuole accusarci di usurpare il nome di Garibaldi, di avere dato abusivamente il nome di Garibaldi alle nostre formazioni partigiane, di aver adoperato il simbolo di Garibaldi nel corso di lotte elettorali.
Ma chi più di noi può richiamarsi a Garibaldi e tenere alta la sua bandiera?
Innanzitutto Ilio Barontini, come la grande maggioranza dei partigiani garibaldini fu un forte lavoratore, un uomo del popolo.
E Garibaldi fu genuino uomo del popolo.
Antonio Labriola disse un giorno: “Giuseppe Garibaldi fu uomo di popolo, e di quella parte del popolo che per abito di schiettezza, per sobrietà di vita e per onestà di costumi è la più incorrotta; nei suoi popolari istinti di amante della giustizia, di odiatore di privilegi, di difensore degli oppressi, di persecutore di ogni tirannide, rimarrà in perpetuo e come effige, il più nobile e persuasivo esempio di verace democrazia”.
In secondo luogo Ilio Barontini fu uomo di azione, e combattè sempre come i nostri partigiani garibaldini per una causa giusta. Perché ripeto è vero coraggio, è vero eroismo solo quello che è messo al servizio di una causa giusta. E Barontini tutta la sua vita lottò per una causa giusta.
Barontini fu disinteressato ed eroico in ogni suo atto, in tutte le sue azioni perché l’idea della giustizia era in lui profondamente radicata, perché il Socialismo era la sua grande fede. Il suo forte amore per la patria scaturì da questa sua profonda fede, da questa sua grande aspirazione alla giustizia, alla libertà, al socialismo.
Ilio Barontini, come Otello Frangioni, come Leonardi, come i nostri migliori garibaldini, come i nostri più fedeli comunisti, non lottò solo per liberare l’Italia dall’invasore straniero, ma il suo fervente amore di patria seppe dimostrarlo anche nelle lotte per liberare il popolo italiano dai suoi nemici interni, dai suoi oppressori.
Così pure Garibaldi fu il rappresentante più duro, più popolare della lotta per l’indipendenza nazionale, Garibaldi lottò, allo stesso tempo, per la libertà e la giustizia sociale.
Garibaldi combattendo contro gli Asburgo ed i Borboni non combatteva solo per fare unita e indipendente l’Italia, ma combatteva per liberare il popolo dalla schiavitù feudale, dall’oppressione tirannica, combatteva per liberare il popolo da un esoso sfruttamento, dal bisogno e dalla miseria. Tant’è che dopo il 1860, deluso per la politica reazionaria che i governi d’Italia continuavano, deluso e rammaricato per l’esoso sfruttamento cui era sottoposto il popolo italiano ed in modo particolare i contadini dell’Italia Meridionale, Garibaldi dette le dimissioni da deputato ed alla madre di Cairoli che lo pregava di ritirare le dimissioni, Garibaldi scriveva:
“Mi vergogno di avere contato per tanto tempo nel novero di un’assemblea di uomini destinata in apparenza a fare il bene del Paese, ma in realtà condannata a sancire l’ingiustizia, il privilegio e la prostituzione. Lunga è la storia delle nefandezze perpetrate dai servi di una mascherata tirannide, e longanime troppo la stupida pazienza di chi li tollera. E voi donne di alti sensi e di intelligenza squisita, volgete per un momento il vostro pensiero alle popolazioni liberate dai vostri martiri e dai loro eroici compagni, chiedete ai vostri cari superstiti delle benedizioni, con cui quelle infedeli popolazioni salutavano ed accoglievano i loro liberatori. Ebbene esse maledicono oggi coloro che li sottrassero al giogo di un dispotismo per rigettarli sopra un dispotismo più orrido assai, più degradante e che li spinge a morire di fame”.
“Ho la coscienza – continuava Garibaldi – di non aver fatto male; nonostante non rifarei oggi la via dell’Italia Meridionale, temendo di essere preso a sassate dai popoli che mi ritengono complice della spregevole genia, che disgraziatamente regge l’Italia e che seminò l’odio e lo squallore, là dove noi avevamo gettato le fondamenta di un avvenire italiano, sognato dai buoni di tutte le generazioni e miracolosamente iniziato”.
Garibaldi pensò sempre che “la libertà politica – sono sue parole – doveva essere il mezzo per risolvere la giustizia sociale”.
Per Ilio Barontini, come per la maggioranza dei partigiani conquistare l’indipendenza dell’Italia non significava solo cacciare il tedesco, ma significava spezzare le redini al fascismo e cioè proprio a quei gruppi del grande capitale finanziario che costituivano l’essenza del fascismo.
La lotta per l’indipendenza e la lotta per la libertà erano per Barontini e per noi inscindibili. Non avremmo potuto combattere contro lo straniero se non avessimo combattuto nello stesso tempo per la libertà e per la democrazia.

Brani tratti da un discorso pronunciato a Livorno, a due anni dalla morte di Ilio Barontini, da Pietro Secchia vice segretario del PCI. Livorno 1952

Los comunistas y los guerrilleros del Negus.

Un episodio de la resistencia anti-fascista en Etiopía, 1938-39.

Una empresa envuelta en el misterio, y que tienen sólo información fragmentaria.
Hace pocas décadas, el senador de PCI Giancarlo Pajetta, entrevistado sobre el tema, explicó que nunca se encontró el diario de la protagonista principal de la empresa.
“… De la historia y el hecho de que no había encontrado aún un comunista etíope, nos dijo que él había escrito en sus memorias. Tenía que ser una historia fascinante: Después de su muerte el manuscrito que tratamos de media Italia. No se ha encontrado y por lo tanto nos quedamos en duda de que él realmente escribió. Hemos hecho todo lo posible, pero ninguna de las mujeres que podría haber tenido a lo largo – y que, siendo muy numerosos, hecho de la búsqueda difícil y embarazosa – fue capaz de dejar que nos encontramos de nuevo “(Giancarlo Pajetta El hombre rojo, Mondadori, Milán 1983 ).
El misterio de la misión (o quizás más de uno, sin duda una pareja) que en 1938 un pequeño grupo de comunistas, que fundó el partido en Italia, realiza nell’Etiopia sujetos al talón de hierro de las fuerzas de ocupación italianas.
Entre ellos Ilio Barontini, un comunista, cuyas hazañas son legendarias en tres continentes, pero sólo los conocidos en Europa.
Incluso hace una década era posible una reunión en Addis Abeba, en el cementerio de veteranos detrás del mausoleo de la iglesia dedicada a los restos de Haile Selassie, justo arriba de la colina detrás de la Ghebbi (palacio), que fue el Menelik imperial, los últimos supervivientes de los ochenta arbagnuocc-nonagenarios que conducían a los fascistas italianos de su patria.
Para un periodista italiano y uno de estos viejos orgullosos y pobres, que son amigos que se destacará en su círculo de veteranos con el uso del uniforme caqui de la guerra ítalo-etíope, hizo esta declaración: “sí … no era un italiano que nos enseñó a molestar
los fascistas … en italiano “. Sobre el tema de nuevo a reír, al veterano etíope de color caqui.
“Estaba con nuestro ejército, Pablo fue llamado. Lo recuerdo porque hubo un corte con su nombre. ” ¿Qué estaba haciendo? “Hemos enviado la noche bajo las murallas de los fuertes, a gritar en voz alta.” Lo urlavate? “Vuestras mujeres con un gran tiempo con gerarchiiii”. ¿Y luego qué? “Estamos pidiendo a los askaris de Eritrea a los colaboradores: si su italianiiii hacer.” Abboccavano? “En cinco minutos, el caos se desató. Los fascistas le abrió las puertas para nosotros, y la piel. Huimos como conejos en un valle entre las montañas. Y hubo una emboscada “. “Sus ojos eran una locura”, dijo el veterano, salvo los alumnos, como sostiene el gran espíritu. Se evoca la leyenda del luchador clandestino de España, Etiopía e Italia, que murió sin dejar nada por escrito. “Paulus” el invencible, que enseña la guerra de África psicológica y el uso de minas terrestres, los periódicos ciclostila, obliga a los grupos rivales para luchar juntos, transmite las órdenes del Negus … “(Pablo Rumiz, el domingo de la República, 30 de abril 2006)

El 03 de octubre 1935 la Italia fascista invadió Etiopía comenzó con una exhibición de fuerza igual a lo que sólo se han enviado, a continuación, los EE.UU. en Vietnam.
Un total de 400.000 hombres, entre el apoyo civil y militar, al mando de De Bono, primero, y después de Badoglio y Graziani. El mismo par de “profesionales” que habían trabajado en Libia (Graziani ya en aquella fecha en que se llevará a cabo por el apodo de “el carnicero de Libia”).
Italia utilizó un montón de gas de picadura (gas mostaza) y asfixiantes (fosgeno) como el derecho a toda prisa del ejército de Etiopía, la producción de genocidios reales, incluso entre la población civil.
Esta fue la culminación de la política colonial italiana comenzó en 1869 con la compra de la Italia liberal puerto de Assab en el Mar Rojo, y llevaba siempre bajo el ala protectora de la potencia dominante de Inglés en todas las etapas: desde la conquista de Eritrea haya ocasionado la penetración en el intento de Abisinia primero bloqueado por la derrota en Adowa en 1896, a la de Somalia, el aterrizaje en Libia en 1911, con el consentimiento tácito de Francia y en la retaguardia de la parte británica en el conflicto con el Imperio de la Sublime Puerta, las islas del Dodecaneso.
El fascismo le dará un nuevo impulso a fines de la colonia italiana, en sustitución de la del aparato anterior retórica de un “resurgimiento” que iba más allá de las fronteras nacionales, un nuevo marco ideológico de la ley “en el lugar en el sol”, como ocurre con todas las grandes naciones, incluyendo la “un gran proletario” para que él cumplió su destino de la reconstitución de los mitos y las glorias de la civilización romana.
Sin embargo, los agresores nunca tendrá la razón completa para el territorio de Etiopía en su totalidad. Aparte de las ciudades y las zonas circundantes, donde en sólo cinco años se comenzará a construir el nuevo rostro del imperio de África, con una política costosa y sistemática de la liquidación, la planificación económica y social, que corresponde al keynesianismo fascista guerra, el resto del país cae presa de los actos de resistencia y de la aristocracia tigrina Amhara, cuyo espíritu nacionalista, se unió a las actividades tradicionales de sciftà (prohibido de acuerdo con la tradición tribal que corresponde a un antiguo sistema de economía de subsistencia Etiopía).

El ejercicio del poder del fascismo en Etiopía no brilló por los siglos de la hipermetropía. Nunca hubo un intento de cooptar a la vieja aristocracia en el poder, incluso para ellos, el general Graziani, quien fue el primer gobernador de la lengua italiana, podría llevar a cabo las obras de verdadera persecución y el genocidio, como los relacionados con el episodio de Debre Libanos.

Antes del estallido de la guerra, los llamamientos de negus Haile Selassie ‘había sido atendidas por la Sociedad de Naciones, una organización en Etiopía, único entre los estados africanos, era un miembro en virtud de la política inteligente de la mediación, los cien años previas llevadas a cabo lucha entre los apetitos de las grandes potencias coloniales. Menelik II fue capaz de mantener la independencia del país africano, además de la victoria en la batalla de Adwa, que será una advertencia a los Estados europeos, la forma, incluso después de haber dado y dirección para el nacionalismo de la aristocracia de Abisinia histórica en esa vasta porción de la región del Cuerno ‘África. Su sucesor, Haile Selassie, que se encontró de nuevo para dirigir la resistencia desigual al avance de las tropas italianas, y, antes de la caída de Addis Abeba (5 de mayo de 1936), por la Columna de Badoglio y la Columna de Harar por Graziani abandonó el país.

Las democracias liberales de Europa se comprometió a no alterar el régimen fascista y empujar los nazis contra la URSS.
La Internacional Comunista levantó la apelación del Negus con el conocimiento de que sólo una guerra de posiciones en tres continentes, aprovechando las luchas de liberación de los pueblos, podría bloquear el avance del imperialismo y, finalmente, derrotar a los nazis y fascistas. Para ellos, las potencias capitalistas “liberales” se opuso a la simple “minueto” de los ensayos de la diplomacia, la traición y el campo de las nuevas alianzas efímeras geopolíticas en la convicción de no ser abrumado por el nuevo imperialismo emergente.
Para la URSS, por el contrario, fue muy claro, con sólo unos pocos años atrás acabó con el cerco de los ejércitos occidentales en su territorio después de la Revolución de Octubre, que el imperialismo marchaba inexorablemente hacia un nuevo mundo en el sangriento conflicto que se peligro de sucumbir.
El recurso disponible era la lucha internacionalista de los pueblos y oponente hábil en contra de la desarticulación de la unidad, como un paso necesario para la acumulación de fuerzas, la producción económica y militar, para mantener el enfrentamiento final.
De hecho, el destino de la URSS y el futuro de los pueblos libres están inextricablemente vinculados.

En Europa, la locura, si no la complicidad, del cuerpo diplomático de las democracias liberales habían impuesto pilatesco un’embargo el envío de armas y apoyo financiero a la naciente República Socialista de España, que estaría a favor de su derrota por las tropas de Hitler y Mussolini realizado en apoyo de Franco, mientras que por el contrario, sólo la URSS había entrado en el campo en defensa de la República por el suministro de armas, dinero y la creación de las Brigadas Internacionales.

En el verano de 1935, el VII Congreso de la Internacional Comunista había puesto en marcha la táctica de los Frentes Populares Observando el aislamiento internacional de la URSS. A pesar del revés de la revolución en Europa (. La derrota de los alemanes, etc) surgió en el campo imperialista un peligro mucho mayor que hasta ahora representado por las democracias capitalistas liberales-burguesas: el fascismo y el nazismo como una síntesis entre los apetitos imperialistas de las finanzas internacionales, subversiva y el espíritu reaccionario de la burguesía nacionalista viejo y lo nuevo y la aparición como un fenómeno de masas, de clase media, personas que afirmaban su protagonismo. La política de los Frentes Populares a favor de la alianza con todas las fuerzas progresistas y de izquierda en varios países, como de hecho en España y Francia, donde el efecto de la unidad electoral de los partidos comunistas, los socialistas, anarquistas, y el resto de la izquierda había llegado a la representante de la coalición de gobierno del proletariado y las masas subordinadas.
Los comunistas también llegó a poner en práctica realmente las alianzas con fuerzas burguesas, las posiciones desplegadas lo más objetivamente antiimperialista y progresiva debido a su posición en el escenario geopolítico internacional.

Eso s lo que pasa al este, donde los comunistas son un frente común con el Kuomintang de Chiang Kai-shek, quien todavía estaba (no sin contradicciones que va a explotar más adelante en toda su esencia dramática) la experiencia de la república democrática burguesa de Sun Yat Sen de 1912, y fue capaz de oponerse a la invasión de las tropas del Imperio del Sol Naciente.
Sin embargo, la dirección de la Dimitrov Comunista fue muy claro sobre la naturaleza contingente, anti-fascista y anti-imperialistas, nuevas alianzas. La revolución social no se hizo esperar, simplemente, pero reconoció que uno de los del Frente Popular era la mejor táctica, y volvió a cambiar en el contexto de la interimperialistico choque que conduciría inexorablemente a la explosión de un nuevo conflicto en el carácter global, para facilitar su camino.
Este nuevo marco de referencia de los comunistas va a crear la base para la agregación y la unidad de propósito no publicadas hasta ahora. Esto sucede, por ejemplo, en el este de África.

En el ámbito de África del Este, de hecho, los servicios de inteligencia británicos y franceses habían llegado a la determinación de que era necesario algún tipo de acción, sino simplemente para defender sus colonias adyacentes, respectivamente, Sudán y Kenya, Somalia y Costa de Francais des que arriesgaron a sucumbir si no se hubiera detenido a los protagonistas italianos que hasta entonces la propia Gran Bretaña habían facilitado en la región de acuerdo a los franceses.
… “En un informe secreto a fines de 1936, el jefe de la Sección de Estudios Yibuti, De Jonqueries, escribe: << Si usted quiere, en caso de conflicto con Italia para salvar a tientas Yibuti (… ) es el mejor método para llevar la rebelión en el corazón de África Oriental Italiana >> exponer su plan, Jonqueries De él en cuatro puntos: 1: preparación política, en estrecha colaboración con los líderes con los que tenemos contacto. 2. propaganda clandestina, la intención de mantener a Etiopía en un estado de hostilidad latente. 3. El apoyo a los insurgentes actuales (apoyo financiero a los líderes rebeldes y facilidades para el contrabando de armas). 4. Constitución de las bandas en nuestra área (almacenamiento de armas y del censo de los patriotas refugiados). Este proyecto guerra subversiva es aprobado por el gobierno de París (el gobierno del Frente Popular de Léon Blum, socialista de que un poco más tarde llegaría a su fin) y hacia el final de 1937 se han establecido contactos regulares con Abebe Aregai y duques Gherarsù. Pero los italianos observados cuidadosamente los límites de la costa somalí, por lo que es extremadamente difícil para suministrar armas a los rebeldes. Esto obliga a los franceses para examinar el caso para la acción del Sudán anglo-egipcio, que limita con las regiones más hostiles al gobierno italiano, y por lo tanto más fáciles de cruzar. En abril de 1938 el Ministro de las Colonias, Georges Mandel, y Buhrer General en contacto con el alto mando británico para organizar tan pronto como sea posible acción conjunta en el este de África. El momento, sin embargo, no es muy favorable, ya que los británicos están a punto de firmar con Roma ‘s <> y nunca como en este período woo Italia con la esperanza de romper el eje Roma-Berlín.
El acuerdo fue alcanzado por lo tanto, hasta la primavera de 1939, cuando Italia se considera irrecuperable y el inevitable choque … (Angelo Del Boca, los italianos en el este de África, vol.III).

En junio de Adén se alcanza entre el general Le gentilhombre, comandante de las tropas estacionadas en Cote des Francais somalíes y el comandante en jefe de las fuerzas británicas en Oriente Medio sobre la construcción de un mando unificado y el apoyo a una rebelión General en Etiopía a través de cualquier acción para fomentar el desarrollo espontáneo de la resistencia a los ojos de un ataque de los aliados contra los italianos. Y “en este contexto que se decidió la misión en Etiopía de los comunistas italianos.

Lo inimaginable poco tiempo antes, con la unidad de las fuerzas de uso tradicionalmente colocados en el campo político opuesto, y dirigió el Partido Comunista de Italia, de acuerdo con la Internacional Comunista, la decisión de organizar una misión.
Esto fue posible gracias a un extraordinario acto de diplomacia entre los servicios secretos de Francia e Inglaterra, por un lado, Di Vittorio, Grieco y Berti de la Internacional y el Partido Comunista de Italia y Alemania Wolde Hawariat último representante de Etiopía a la Sociedad Naciones Unidas.
La singularidad de este evento reúne a los aparatos de inteligencia de las dos potencias imperialistas, los representantes de una expulsión, los militantes sectarios milenarios y teocrático, y algunos de los más importantes partidos comunistas occidentales.
En una reunión celebrada en París fueron entregados, ya que las credenciales para los comunistas, las cartas con sellos y firmas del emperador Haile Selassie.

Hay que decir que en 1937 entre los comunistas que participan en la resistencia republicana española al fascismo ya había circulado la idea de una intervención en Abisinia. A partir del testimonio de la colección de Anton Ukmar por Joe Colombo, en nombre del Instituto Gramsci muestra que incluso en ese Ilio Barontini habló de la oportunidad de enviar una misión de las Brigadas Internacionales.
Pablo Spriano en el tercer volumen de “Historia del Partido Comunista Italiano (Turín, Einaudi, 1970) las actas de una reunión de la secretaría del partido 08 de diciembre 1938:” … Después de tomar el mate palabra en cuestión (Nicoletti) la exposición de su plan de trabajo. Todas las decisiones deben ser tomadas en los próximos días. A finales de enero, el Partido tendrá que encontrar otros tres o cuatro elementos que pueden formar parte de la compañía en Etiopía.
De hecho, se decidió por dos misiones, la primera es Barontini.

Así, incluso antes de la Conferencia de Adén son enviados a Etiopía dos cuadros políticos que habían jugado un papel importante en la Guerra Civil española: la misma Barontini y Pablo De Bargili.
En poco tiempo la misión estaba listo para salir y dos compañeros tomaron dos alias para la ocasión de origen religioso, que puedan ser mejor aceptados entre los etíopes altamente sugestionables (o así lo creían los italianos) en su tradición cristiana religiosa ortodoxa: Barontini y De Bargili Joannes Paulus era.
Fabio Baldassarre, quien recientemente editó una biografía de Ilión Barontini utilizando también la evidencia de los compañeros de Livorno, los ciudadanos, es decir de Barontini noticias que habían aprendido de él por el mismo personaje principal de la misma, de modo que sólo habla de Paulus Barontini que sólo ahora, en el la fecha de partida experimentó un período de aislamiento en la casa francesa con el fin de dejarse crecer la barba y hacer algún otro cambio en las características. (Fabio Baldassarre, Ilio Barontini partidario de la ’900, editor de Teti)

Mientras tanto, la policía fascista y las agencias de inteligencia en todo el mundo han tenido siempre los rastros de tal Langrois de la que Pablo comienza a temer la presencia en Etiopía. Para el general de la PAI (Policía de África italiano) es Marraffa Bargili De Paul, pero en realidad sigue siendo su verdadera identidad es un misterio. Para el líder comunista Ukmar Antón, un testigo de la guerra, el líder comunista más bien Velio Spano se negó, pero más tarde por Giorgio Amendola y la misma esposa Spano, quien si bien admitió la presencia de Spano en Egipto en ese momento que él niega Fue también en Etiopía. De hecho Velio Spano estaba en Egipto, pero en 1935, y su acción, o acción que se intentó, no tiene pistas en el Archivo Histórico del Ministerio de Relaciones Exteriores (ASDMAE), Ministerio de África. Desde un informativo de policía teniente coronel Princivalle el Gobierno de Eritrea (Asmara, 19 de febrero de 1935), nos enteramos de que el 27 de diciembre del ’35 se encontraron a la Suez en tres cajas de tabaco, algunos folletos anti-fascistas en Italia.
Era un primer intento de acciones de propaganda de PCDI dirigió a las tropas del ejército italiano en el camino de Suez para dirigirse hacia el puerto de Massawa, Eritrea en la colonia, para iniciar la invasión de Etiopía.
Por otra parte Pablo Langrois sería una de las muchas identidades asumidas por el Barontini misma. La confusión en este punto es para arriba! Y esto no es accidental.

No es casualidad que, incluso entre los dirigentes comunistas de la información y testimonios sobre esos hechos, que quedaron después de la guerra, eran esporádicas ya menudo contradictorias. Esto depende de la formidable estructura del partido leninista ilegal, forjada en el período fascista en la clandestinidad, y como la “vanguardia de la estructura del proletariado, compuesto por revolucionarios profesionales”, que no permite el conocimiento de los hechos y acciones, si no es estrictamente pertinente a los componentes de las células y un algunos otros en las estructuras de conexión que, sin embargo, no conocemos, a excepción de un contacto, los otros componentes de las células mismas.

Los dos hacen contacto con el servicio secreto comunista y británicos, con los emisarios de Haile Selassie. Originario de Francia, a través de Egipto y Sudán que en diciembre de 1938 en territorio etíope, Gojjam, cerca del lago Tana, donde se dedicó a seguir el Dejak (General) Mangasha Giamberiè y donde las acciones de la resistencia etíope son más muchos y su control sobre los bosques y el campo más.

Las primeras letras de Jartum Barontini viene a través de: “… mi salud es buena, aunque la vida es dura, dormir en el suelo, cuando está comiendo, comer lo que hay, tienes que tener un estómago de avestruz. Tienes que tener una muy fuerte físicamente. No son muy fuertes, no son nativos de la zona han tenido terribles para la malaria, al contrario, estoy bien. Es 26 días que pasan de pueblo en pueblo, he visitado hasta el momento tres grandes regiones. El sistema de transporte sólo las piernas arriba y abajo constantemente, día en que el termómetro de 30-35 grados a la sombra, la noche cae a 8.10. La situación es buena. Los campesinos me han hecho las mejores demostraciones de amistad, respeto, consideración, y lo hago todos los días de reuniones a través de instrucciones, consejos, declaraciones, los militares, la forma de combatir el problema de salud, etc. Me sorprende porque nunca me encontré con un auditorio más atento que aquí, estos agricultores son muy inteligentes, aprenden bien y después de mi programa de entrevistas para mí en alta estima. El documento del Negus es realmente genial. Creo que sólo mi presencia aquí es un éxito, se necesita confianza, nos hacemos más fuertes con el fin de desarrollar un mejor ambiente de trabajo para trabajar con más intensidad. Aquí hay muchos hombres dispuestos a luchar, pero hay suficientes armas para armar a todos los hombres disponibles. Cada país tiene sus brazos, vi cientos y cientos de fusiles, pero he encontrado que son de diferentes marcas, este hecho complica la formación de unidades homogéneas. […] Los combatientes tienen un buen conocimiento para utilizar las ametralladoras, pero sin municiones. […] Mañana iremos a la batalla, los nativos eran formidables en combate, vi a un agricultor a donar una vaca para conseguir dos cartuchos para la escopeta. Los sacerdotes son siempre del lado de la población, hay algunos sacerdotes realmente maravillosas, están en buenos términos con ellos. Aquí están las camisas negras que siguen tan pronto como se muestran un poco “de dinero. En este momento tengo uno cerca de mí que me hace divertido. (Carta de Ilión Barontini, Jartum, 06 de febrero 1939, enviado el 22 de marzo mantiene a los trabajos de Gramsci Instituto, traducido del francés y reportado por Mateo Dominioni en: La caída del Imperio, Laterza 2008).

Una segunda carta fue escrita el 9 de mayo y está dirigida por “James” a “Tuti” … Estoy de cinco meses de que nuestra pareja está en la base del reconocimiento oficial de las credenciales de la amplia confianza de Negus y que ha tomado ahora la dirección militar de todo lo que es activo y agresivo, y hay varias decenas de miles de hombres “(también de” Mateo Dominioni, op.cit.).
En el lado opuesto, el de las fuerzas de ocupación italianas en el símbolo de Gondar tiene un testigo de la situación actual de conflicto permanente en la región.
Curzio Malaparte, a cargo del informe de un periodista del Corriere della Sera, con el fin de tranquilizar a la población acerca de la propaganda italiana antiitaliana británica, viajará a principios de 1939, a raíz de un contingente militar italiano, el suministro de ruta de Massawa, Asmara , Adua, Bahir Dar, Addis Abeba. En el artículo titulado “Pasando el armado de las tierras altas dell’Uoranà” no puede dejar de calificar de tonos tranquilizadores y encubiertas, un ataque de sciftà (bandidos) y un territorio del que no se informó de tránsito (artículos ya publicados de nuevo en “Curzio Malaparte, Viaje a Etiopía y otros escritos de África, Vallecchi 2006)

En este momento los dos comunistas asumirá las funciones de instructores y asesores militares.
El “misterioso” Pablo nos deja un testimonio Langrois el preso italiano, el capitán Bertoja, a través de Vittorio Longhi que había sido enviado a la región de Gojjam para el tratamiento de su liberación. Bertoja había sido capturado por el mismo Mangasha Dejak y se reunió con los presuntos Langrois Fagutta en el pueblo y, por supuesto, por considerarlo un traidor, describe de una forma muy poco halagüeña. Además de la tarea Langrois Bertoja quiere lograr es el de unificar la acción de las muchas bandas de combatientes de la resistencia, a menudo en conflicto entre sí, bajo un solo mando.
… “De acuerdo Bertoja Langrois ha convertido en un asesor político del pequeño grupo de intelectuales que gravitan en torno a Mangasha Giamberiè e impresión para teñir el semanario mimeografiada <>. Y sin embargo, para él la Marraffa general atribuye la autoría de los panfletos que son comunes en muchas partes del Gojjam y están firmados por <>. Dice que uno de estos folletos: << Ahora Italia tiene más oro y plata; notas que dan ya no tienen valor, son como las marcas de 1918. ¡Oh pueblo de Etiopía, atención! No aceptan libras de papel. Los italianos >> engañar. (Angelo Del Boca, op.cit.).

En la primavera de 1939 una segunda misión para lograr las mismas regiones de Etiopía. Esto tendrá la información recibida de uno de los protagonistas, el comunista Antón Ukmar Trieste, ex combatiente en las Brigadas Internacionales en España y luego en ’43 el comandante de la lucha partidista en Liguria con el nombre de guerra de Miró. Testimonios sobre la figura de Ukmar y su compañía en Etiopía tendrá su propio informe, publicado en 1966, y el renacimiento de las publicaciones de la partidistas GB comandante Lazagna, además de la asociación para las ediciones y otros libros. Ukmar dice que la misión que le fue confiada por Di Vittorio, en París. “Nuestra misión era en este. Ayudar a la población etíope en la movilización contra la agresión colonial y el establecimiento de un ejército de guerrilleros, que no era una obra de un partido, ni a nosotros mismos como los italianos, sino simplemente como miembros de las Brigadas Internacionales. “

Junto con Ukmar es parte de la misión spezino Bruno Rolla, ex comisario político de la sección subterránea del partido en Palermo y luchador de España en la 12 ª Brigada Garibaldi. Con ellos son el coronel francés Robert Paul Mounier, el servicio de información de la francesa apoya militar y política del Frente Popular, y Lorenzo Taezaz, uno de los colaboradores más activos de Haile Selassie en el exilio. Para Baldassarri, citado en la biografía de Barontini Ukmar tomar el nombre de Johannes Petrus de Rolla y Mounier a Andreas. La misión, en el mismo camino en el territorio de Sudán y Egipto bajo la protección de las tropas británicas, pronto llegó a Ilium Barontini Gojjam. “… Pusimos la situación actual y hablando entre sí acerca de qué hacer: hemos sido capaces de convencer a los etíopes a abandonar la propiedad de las grandes bandas 1000/2000 hombres, de los cuales sólo algunos de ellos armados con rifles, ya que estas formaciones fueron movimientos lentos y fáciles de localizar, porque fueron descubiertos y asesinados sin demora, que deberían haber formado grupos más pequeños y móviles. Además debemos persuadirlos de no matar a más presos, pero para desarmarlos y dejarlos en libertad … Los guerrilleros etíopes también debe tratar de mantener los territorios liberados. Nuestra tarea consistía en mantener el contacto con los líderes de la revuelta, coordinar sus acciones, evitando los conflictos entre las distintas formaciones con el fin de unirse en la lucha contra el ejército colonial, todas las energías “(Renacimiento, n. 19, 07 de mayo 1966 reportado en “Angelo Del Boca, op.cit.).
También se atribuye especial importancia a la labor de propaganda entre la población y en el ejército italiano. El uso de un mimeógrafo que se imprimió una hoja por la mitad italiano y mitad en amárico llamado “La Voz de los etíopes”, con una circulación semanal, que se distribuyó luego a las tropas italianas, por las mujeres, porque son menos susceptibles de sospecha, que al mismo tiempo la información básica carpivano para la guerrilla. Es ‘s también seguro de que ha intentado crear una especie de gobierno “rebelde” para que empiece a ser reconocido en los territorios cubiertos por un contra-insurgencia.

Para implementar este programa Barontini Ukmar, Rolla y Monnier emprender viajes, a menudo cada uno en particular para las distintas regiones del norte de Etiopía es dall’Ermacciò, Beghemeder al sur del lago Tana, el Gojjam.
Y “por supuesto que se ha logrado por Lorenzo Barontini Taezaz tuvo lugar en agosto y su acción en el Dejak Mangasha, Ukmar trabajó en el área de Gondar alrededor del lago Tana, en el Alto Nilo Azul y en Gojjam.
Pero era muy peligrosa debido principalmente a las bandas de mercenarios en busca de ellas desatadas por las autoridades militares y de la italiana riñas entre las diferentes bandas de etíopes fuerte.
Por otra parte Monnier murió repentinamente a causa de la malaria, se trasladó a la zona de Harar, Etiopía, al este en el territorio, haciendo contacto con otros núcleos de la rebelión.
La misma suerte es probable que toque para Ukmar, que también cayó enfermo, y Rolla, debido a una infección de una herida que amenazaba con escalar.

Ukmar por su parte había convocado a sus compañeros y colocarlos más allá de la situación actual de peligro: “… En Ukmar por primera vez un poco de leche, y luego nada.
Fueron dos hechiceros. Quemaron las hierbas, y, por último, ya que no obtuvo ningún resultado, que le dejó fuera de los tukuls dejar morir. Después de un tiempo, “le privó de armas y objetos de cierto interés, y lo llevó fuera del pueblo para dejarlo debajo de un árbol. Fue una muerte segura, también por el animal, si en ese momento no había llegado Ilio Barontini.
Era de noche y oyó Troy decir el nombre de los abisinios tenían abrochado al Ukmar: Oghen. Barontini vio a su compañero y se dio cuenta que estaba en condiciones desesperadas. La boca abierta con la hoja de la bayoneta, y le hizo tragar la quinina, y luego lo carga en un camello y se dirigió hacia la Gojjam. Un Barontini, cuando llegó a la aldea, II le dijo que su amigo podría ser considerado muerto. Transferido a otra aldea, pero Ukmar pote se recuperan rápidamente, con pocas semanas de descanso y un poco de dieta de recuperación.
Rolla también está enfermo de ellos poco. Una lesión en un dedo de decisiones suppurò infla alrededor del brazo. Una vez más Barontini notado en el tiempo. La práctica de inieizione sobre la herida, así limpiado y curado Rolla. “(Fabio Baldassarre, op. Cit.)

En el punto álgido de la mala suerte, incluso ese mínimo de los equipos técnicos del grupo de que se agoten. La radio deja de funcionar, por lo tanto, ya no puede recibir instrucciones Ukmar, Rolla y Barontini decidir poner fin a la misión y regresar a Europa, y precedido por Lorenzo De Taezaz Bargili (Pablo Langrois?).
La decisión de terminar la misión, sin duda, jugó un papel importante la vigilancia del círculo que se cerraba en torno al grupo.

De hecho, desde 1935 la policía italiana mantiene bajo control las intenciones y proyectos de antifascistas exiliados en París: “… En una reunión organizada en París por” Libertad y Justicia “, entre los representantes de los italianos contra el fascismo, fueron encuestados los medios adecuados realizar propaganda negativa entre nuestros las tropas, y especialmente entre los de África oriental. Entre otras cosas, se decidió enviar en Abisinia, previa consulta con el representante de Etiopía diplomática en París, algún elemento de la acción anti-fascista para llevar a cabo en el lugar, impreso para su distribución por nuestras tropas estacionadas en Somalia y la frontera de Eritrea. Los fondos deberán ser provistos por el gobierno etíope, que también exigen garantías para nuestros soldados que se les permitió pasar a la propaganda para convencer al enemigo … “(ASDMAE, MA / / 7, pos. 181/6, la fase 3., El telegrama no. 2693 Lessona De Bono, Roma, 26 de marzo de 1935, telegrama n.3541 Emilio De Bono en el Gobierno a Mogadiscio, Asmara, 31 de marzo de 1935. Reportado en Mateo Dominioni op. cit.)
Y también: “… se informa por la fuente confidencial, que en Francia iba a organizar una legión de exiliados italianos, a expensas de la Internacional. A pesar de que estaba a unas cuantas personas, podría provocar accidentes graves en las relaciones franco-italianas en este momento tan delicado. Parece ser que la legión debe emprender – ilegalmente – para tomar un servicio a la Negus de Abisinia. […] Puede, además, que el visor Internacional sólo tiene que hacer un escándalo, para demostrar a usted que los italianos están dispuestos a luchar por el Negus. Sujeto a continuación, dar vuelta en contra del señor Laval prevenirse si la expedición con estilo propio … “(ASDMAE, MAIII, pos. 181/56, fase. 271, letra, sin muchos de la Embajada Real de París, firmado Cerruti, París 18 de septiembre 1935. registrada en Mateo Dominioni op. cit.)

Entonces llegó un telegrama de la Embajada de Italia en París para excluir temporalmente a las acciones de los anti-fascistas en Etiopía: “… experimentada por las investigaciones precisas revelaron que las noticias acerca de la legión de voluntarios italianos antifascistas en Etiopía no se ha confirmado en estos ambientes comunistas y antifascistas en general. El proyecto fue discutido, pero parece que, a continuación, descarta por razones de conveniencia … “. (ASDMAE, MAIII, pos. 181/56, fase. 271, n telespresso. 214747 del Ministerio de Relaciones Exteriores al Ministerio de la lengua italiana de África, Roma, 30 de abril de 1936. Citado en Mateo Dominioni op. Cit.)
En Etiopía, el conocimiento de las estructuras de la policía italiana, sobre la naturaleza y misión del programa comunista, pronto cambió para cubrir un mayor grado de peligrosidad.

Esto se debe a la relación de Vittorio Longhi de que mediada la liberación del capitán Bertoja, que ya hemos mencionado. El informe fue leído por el ministro de las colonias de Lessona, y por el propio Mussolini, y dibuja un retrato de Pablo Langrois “es un individuo de unos 40 años, altura media, la espalda curva un poco”, pero enérgico en su porte, pelo, barba castaña y el bigote ojos negros oscuros, miopes, en términos generales de escapar de la mirada de quien escucha, dientes rotos, faltan varias muelas, tiene una pequeña cicatriz en la región parietal derecha, muy cerca del ojo. Contemplar, casi alcohólico. Es muy de moda las mujeres. Pretende ser general del Ejército francés y dijo que estaba en España y Rusia, pero se habla poco de la lengua francesa y sabe muy bien, pero el italiano, que habla con un acento toscano. El capitán, durante su encarcelamiento, le dijo al emisario que Longhi no era un extraño, o incluso un general, pero un renegado italiano, anti-fascistas ideas y probablemente, poseído por un periodista. Se hace llamar Pablo Langlois y varias veces expresadas de Longhi antifascistas ideas y declaró que pertenecía a los franceses partido democrático social y que el único propósito en la vida era servir a la comunidad internacional contra el fascismo. Ella se presentó ante el Deggiac Mangasha con ciertas credenciales con el sello de la antigua Negus, y en el que se pega para su reconocimiento, su fotografía. La acción de las aguas residuales no era específicamente militar, pero la propaganda. Él trató de apaciguar a la Deggiac rebeldes, invitándolos a reunirse compacta para luchar contra las tropas del gobierno y se ayudan mutuamente. Las relaciones enviadas en Sudán y en Jartum dijo Longhi fue el centro desde el cual se diversificó la propaganda en AOI y la asignación de sus informes y las películas realizadas por él. En las relaciones de Jartum envió sus corresponsales en París, donde sería el centro de la propaganda anti-fascista y anti-italiana y en la que se apoyan los objetivos del partido nacionalista en Etiopía. También dijo que se encontraba en Londres por una semana, Negus ese a la primera, pero señaló que el emisario Longhi no conocía a una persona del viejo gobierno negussita y lo que se le apareció como algo extraño que muchos seguidores se encuentran todavía en la primera Negus . El efluente había un intérprete para el eritreo Longhi se reunieron en Keren, que fue también el IV Batallón de askaris, por supuesto Emanuel Mangasha Birru, maestro de escuela Salvago Rayos Cheren. Otros servicios de interpretación a ciertos efluentes fue Ato Asseghei Adua quien declaró a Longhi, el efluente era una persona conocida por el Duce y que España había prestado señalados servicios a la causa del comunismo. (ASDMAE, Posicionamiento MAIII. 180/42, fase. 138 adjunta a la hoja n. 146.636 de prot. Amedeo di Savoia al Ministerio de la lengua italiana África, Addis Abeba, 7 de diciembre de 1939. Citado en Mateo Dominioni op.cit.)

A partir de ahora se multiplican los informes de la policía información sobre las acciones del grupo y refuerza el círculo inexorable. También el 07 de diciembre 1939 el duque Amadeo de Aosta (que mientras tanto había sustituido a Rodolfo Graziani en el cargo de virrey de la colonia de Etiopía) envió al Ministerio de copia italiana de las publicaciones de los rebeldes, y le informó sobre su asignación de recursos técnicos: “de la cámara, una máquina de escribir, una radio y un detector de mentiras.” (ASDMAE, hoja MAIII no. 14764 de prot. Amedeo di Savoia al Ministerio de la lengua italiana África, Addis Abeba, 7 de diciembre de 1939. En Mateo Dominioni Misión Barontini en Etiopía. La insólita historia de una inusual anti-fascista Frente Popular, Estudios Piacentini ).

El 18 de diciembre es el momento de Nasi General presente a la Secretaría de los presuntos Langrois otra llamada que iba dirigido a los líderes de la Burie región. (ASDMAE, hoja MAIII no. 145.446 de prot. Nasi General del Ministerio de la lengua italiana África, Addis Abeba, 18 de diciembre de 1939. En Mateo Dominioni La misión Barontini op cit.)
En enero, la Policía de la lengua italiana de África se extiende una foto de los presuntos Langlois en la compañía de Mangasha y Scibesci Mesfin. Primeras dudas comienzan a surgir sobre la identidad de Langlois. (Mateo Dominioni La misión Barontini op cit.)

La Inspección General de la PAI en Addis Abeba, debido a la deposición adicional de Longhi comenzó a dibujar un retrato más preciso de Langlois: “… el llamado de Pablo Langlois es, sin duda italiana, la Toscana y aclarar. Habla francés muy mal, y estaba con los Rojos en España y China con Chiang Kai-shek. Él dijo que era más del ejército italiano y tiene el rango de general (?) En la Legión Extranjera. Llegó a la Negash Degiac 18 de marzo 1939, desde París, desde donde se inició el 1 de enero de 1939 y donde fue parte del Partido Demócrata italiano. Entró A.O.I. Sudán anglo, escapando a la vigilancia de nuestras tropas. Tuvo con él dos cartas firmadas del ex Negus, uno para el Negash Deggiac y el otro para el “pueblo de Gojjam” incitar a la resistencia contra el gobierno italiano … “. (ASDMAE, hoja MAIII no. 1258/5599 de la prot. Renzo Mambrini de la Comandancia General del Pai y el Ministerio de la lengua italiana África, Addis Abeba, 25 de enero de 1940. En Mateo Dominioni La misión Barontini op cit).

Luego, otra serie de interesados en las actividades informativas de la italiana antifascista grupo, llegando incluso a detallar el viaje realizado por Langlois Monnier morir para llegar al capitán.
“Pablo Langlois fue identificado como Pablo De Bargili sólo en marzo de 1940. De la documentación y los archivos del Ministerio del Interior (el registro político central), el PAI fue consciente del hecho de que, desde 1923, Langlois fue el seudónimo utilizado por De Bargili. Pero nunca el PAI y el PS dio cuenta de que era el nombre de De la cobertura Bargili de otra identidad, la de Barontini. Es un hecho singular de que el registro político central se ha introducido en una persona existente. Hipótesis plausible es que Barontini tiene la posesión de la identidad de un compatriota que murieron o emigraron clandestinamente, y desapareció en el extranjero “(Mateo Dominioni, el colapso del Imperio, op. Cit.)

En 1940 se inició el camino, a través de las mismas áreas de la marcha, para volver a Europa.
Pero no fue un paseo, ya que el grupo, escoltado por una veintena de hombres de la compañía de sacerdotes y dignatarios etíopes, fue interceptado por una banda de mercenarios y se vio obligado a dividir.
En el punto de encuentro acordado por varios días hasta Barontini pronto para ser considerado muerto por sus compañeros. Afortunadamente, en cambio, el grupo pudo reunirse en Jartum a finales de mayo y se encontró en El Cairo para embarcar en un buque de la Cruz Roja francesa de Marsella, en lugar de Grecia, Siria y Turquía sobre la base de lo que era su preferencia. Barontini en Marsella logró escapar de la detención. Ellos tuvieron los compañeros misma suerte que fueron encarcelados en el campo de Vernet Ariege.

Sin embargo, seguimos la historia anterior de Cesare Colombo para el Instituto Gramsci. “En mayo de 1940 llegaron al río Altara apagar del lago Tana. Era necesario pasar por un paso obligatorio, muy peligroso. Junto con tres italianos fueron de dignatarios etíopes, entre ellos tres pacientes, dos sacerdotes y cooptar una escolta de veinte armado. Fueron detenidos por un grupo de 600 etíopes, que había sido armado por los fascistas en parte debido a la insurgencia.
Estas armas pesadas y exigían oro. De hecho, desde hace mucho tiempo que circula en las leyendas de los países de los tesoros de los emisarios del Negus y sus ayudantes europeos, se hablaba de trescientos camellos ‘s de oro.
Ukmar, Rolla y dos etíopes, fueron puestos a un lado; Barontini, los dos sacerdotes y dos etíopes, unos a otros.
Se dijo que el oro era Badaref, Sudán y, finalmente, acordó que el grupo se Ukmar Rolla y se fue a buscarlo; Barontini y otros habría esperado.
Barontini había sugerido el plan, y había otorgado secretamente a huir (la tienda de su y etíopes que estaban con él estaba en el borde de un bosque) y encontrar un punto específico.
La escolta del grupo Ukmar, Rolla y los etíopes otra había sido elegido a la nuestra: la mayoría consistió en Amhara algunos de los cuales había luchado con los patriotas y la
eliminar aquellos que estaban en contra de buen tiempo para seguir las directrices de los prisioneros, se dirigió al lugar acordado con Barontini y esperó nueve días, la banda que nuestros prisioneros tenían en el ínterin se había movido, estaban convencidos de que se perdió en el bosque de Barontini o habían sido asesinados. Pasaron la frontera sin ningún incidente y llegó a Jartum. Se fueron por el ex Ministro de Etiopía para reanudar la ropa europea y los británicos le transmitió: – Incluso su amigo italiano estará aquí mañana. – De hecho Barontini, y otros que habían huido con él gracias a la complicidad de amharici, se perdieron en el bosque y eran sin límites en el Sudán y mucho más al sur
Después de ocho o diez días, a finales de mayo ’40, llegó a El Cairo. Pidieron que se enviarán a Grecia, Siria o Turquía. En su lugar, se embarcó en un vapor francés de la Cruz
Red para el transporte de los refugiados holandeses y franceses. Barontini pudo aterrizar sin ser detectados.
Rolla Ukmar el día después de llegar a París, fueron detenidos e internados en el campo de Vernet de Ariège. Fue el comienzo de junio de 1940. Pocos días después de París, cayó en manos de los nazis.
(Para toda la historia del regreso a Europa, véase también el artículo mencionado sobre el renacimiento “, B.Anatra, el lago Tana partidista” y “Barontini E., V. Marca,” Darío “).

No creo que los honores se han cubierto con sus compañeros de partido. La misma se llevó a cabo Barontini en régimen de aislamiento, como en cuarentena, mientras que probaron la calidad de partido político y la claridad de sus acciones anteriores. La lógica de la clandestinidad y no admitía excepciones Barontini habían estado durante unos 18 meses en una relación con la inteligencia británica, que recaudó más de una sospecha. (Vea la hija del libro siempre Barontini “Darío”).
Del Boca siempre superó nunca se refieren a los italianos en África del Este que no eran el único italiano que ha luchado en la resistencia de Etiopía. El gran historiador Richard Pankhurst Etiopía, le envió un resultado poco conocido de la investigación en la que los combatientes se encuentran entre los etíopes, el siciliano Sbriglio Xavier, que desertó para proporcionar alivio como enfermera en la formación de Abebe Aregai, y P. Alfonso que desertó para llegar a sus fuerzas en Gojjam Negash Bezabè. Alfonso P. para poner fin a sus días de internar en un error en 1941 por los británicos, en el campo de concentración de Dire Dawa y es apuñalado en el corazón por unos fascistas. También en 1941, la fecha de la liberación de Etiopía, serán cientos, tal vez unos pocos miles, el “encubierto”. Que los italianos, que habían desertado y había desaparecido en el inmenso territorio del país, teniendo una familia y vivir una vida a menudo ilegales.

La misión de los italianos, sin embargo, en ese punto se han alcanzado metas importantes. El informe escrito por Lorenzo Tazeaz de Haile Selassie, será de gran ayuda para animar a los británicos para romper cualquier actitud de inmediato y pasar a formas más concretas. La relación es evidente de la extrema fragilidad de los militares a pesar de la superioridad de las fuerzas italianas en el campo, a sólo 300.000 hombres contra 18.000 de las fuerzas británicas en las colonias adyacentes. Esto es debido al aislamiento de la colonia italiana de Etiopía, después del cierre de Suez por el. Británico, italiano, y la imposibilidad de construir un camino de penetración a través del desierto de Libia, rompiendo la colonia británica de Sudán a través de la También en Etiopía se mantuvo un tamaño casi de las fuerzas contra-resistencia que se disputaban el territorio a los italianos, y que ayudó adecuadamente, en el conflicto general, de próxima aparición, podría tener la sartén por el mango. También muestran que Haile Selassie, como su reputación se ha visto muy ensombrecida por el abandono del territorio etíope, y también aparecen como las fuerzas republicanas entre los resistentes, sigue siendo la única persona capaz de unificar y liderar la resistencia. En este punto, el Reino Unido comenzará a financiar y apoyar activamente la resistencia.
Gaspar Sciortino. Abril de 2012.

 EL  legendario comandante  de las Brigadas Internacionales en España –
Ilio Barontini nació en Cecina (Livorno) 28 de septiembre de 1890.
Era, a la edad de 13 años, un militante anarquista de Livorno. A los 15 años ya estaba trabajando como maquinista de oficial en el Astillero Orlando cuando se unió al Partido Socialista. En los años anteriores a la Primera Guerra Mundial fue declarado “no intervencionista”. Después de la guerra, en 1919, participó en la labor del grupo político de la Orden Nueva, fundado por Antonio Gramsci.
En 1921, fue uno de los fundadores del Congreso del Partido Comunista en Italia en Livorno. Más tarde fue elegido concejal de la ciudad que es responsable de la Cámara del Trabajo, la CGIL de la ciudad de Livorno.
Con el advenimiento del fascismo sufrido detenciones, las denuncias y la agresión, pero se entregó nunca lo devuelve siempre a la política activa.
Entre los líderes del Partido Comunista de Italia es parte de la minoría que estaban a favor de la adhesión de las formaciones anti-fascistas en defensa de la parte del Frente Unido Arditi del Popolo.
En 1931, expatriado a Francia con un peligroso aventurero cruzó en un barco que lo dejó en Córcega para escapar de una condena de tres años impuesta por el Tribunal Especial Fascista. En Francia, huyó a Marsella, donde ocupó las filas del trabajo ilegal entre los exiliados antifascistas italianos.
Se trasladó a la URSS Barontini perfeccionó sus habilidades en los centros de entrenamiento militar del Ejército Rojo, en particular, asistir a la Academia Frunze en Moscú y salió con el rango de Mayor.
Su primer trabajo con ese grado se encuentra en China, en apoyo del Partido Comunista de China del Presidente Mao. (Hay fuentes documentales acerca de ciertas) pondrá esta experiencia por primera vez en contacto con las técnicas de guerrilla utilizadas y probadas por los comunistas chinos.
En 1936 Barontini se encontraba en España al comienzo de la Guerra Civil. Sustituido Randolfo Pacciardi, herido en la batalla de Guadalajara, lo que demuestra, según John Fish, otro líder histórico de las Brigadas Internacionales, las capacidades militares excepcional para el conductor.
En 1938 se trasladó a las órdenes de Joseph Di Vittorio, en Etiopía. Con él estaban otros miembros de la comunista: los llamados “tres apóstoles” se Barontini Paulo, Bruno Rolla, La Spezia, fue Petrus, y Trieste era Ukmar Anton Juan. El grupo de los “apóstoles”, el periódico que fundó La Voz de los etíopes, los rebeldes etíopes capacitados y organizados para el punto de que el Negus “appioppò” Barontini el título de “vice-emperador.” Rodolfo Graziani puso una recompensa por él, pero él se escapó Barontini, bien recibido por el general británico Harold Alexander, en Jartum, que le dio una condecoración por los méritos adquiridos en la organización de la rebelión en la invasión fascista de Etiopía.
En un momento en que Francia cayó bajo el control de los nazis al comienzo del gobierno de Pétain, Barontini está allí para organizar grupos de partidarios franceses de FTP, contando además con el apoyo de la clase obrera francesa que se resentían de los ocupantes alemanes.
Los partidarios de los Maquis franceses utilizados en bombas de combate conocido como “Job”, llamado así por el nombre de guerra utilizado en Francia desde Ilio Barontini.
Barontini Cuando regresó a Italia para participar en la lucha partidista, tomó el nombre de guerra de “Darío”.
Sap y organizó la brecha en Turín, Milán, Emilia, en Roma. Él habla con gran admiración de Giorgio Amendola en el comunismo, contra el fascismo, la resistencia. Incluso Roasio Antonio, en su Hijo libro de la clase obrera describe las andanzas realizadas en el centro-norte de la península de Ilio Barontini y la forma de enseñar y sappisti gappisti sus técnicas militares aprendidas a lo largo de muchos años de batallas en varios frentes de crisis, ( y quizás también de instructores expertos en el Ejército Rojo): uso de una granada de mano en la forma más rápida de hacer descarrilar un tren.
Roasio lo recuerda como un hombre que tenía siempre por debajo de una bolsa de cuero viejo con arrugados en rollos, cosas de uso general y … cartuchos de dinamita.
“Escribe Antonio Roasio (” Hijo de la clase obrera “, Evangelista editor) ….. es decir, para visitar las ciudades del norte de Italia para organizar y dirigir grupos gappisti. Cursó estudios de los hombres, sus características, enseñó los primeros elementos de la construcción de granadas de mano, bombas de tiempo, cómo descarrilar un tren, etc … Siempre estaba con él “una bolsa vieja y arrugada, que algunos no pudieron pasar por el de un abogado. Un día le pregunté qué tan celosamente mantenerlo: la abrió, hubo bocadillos, algunos objetos personales y cartuchos de dinamita. »
En Emilia dirigió la lucha de resistencia, sobre todo en Bolonia, que fue lanzado prácticamente la llegada de las tropas aliadas. Por su actividad fue decorado aún con la Estrella de Bronce por Harold Alexander, mientras que José Dozza confirió el título de ciudadano honorario de la ciudad de Bolonia. La Unión Soviética le otorgó la prestigiosa Orden de la Estrella Roja.
Tomó parte en la asamblea y más tarde fue costituiente cámara parlamentaria y el Senado.
Murió en un accidente de coche en Scandicci en 1951 después de regresar del congreso del partido. Con él también murió y Otelo Frangioni Leonardo Leonardi.Ukmar Antón nació en el pueblo de Prosecco en la familia, entonces eslovena en Trieste desde Austria-Hungría. Jardinero de la ciudad de Trieste en 1916 y el ferrocarril desde 1921, se unió al Partido Comunista. En 1927-1928 se trasladó a Génova, en los ferrocarriles y se unió a celda subterránea del Partido Comunista Italiano en la estación de Príncipe de Génova. Luego fue detenido y golpeado por los milicianos, poco después de que se disparó por los ferrocarriles y se trasladó a Prosecco con papel de aluminio en el. En Trieste, el Borba eslovena en la organización y participar en acciones de protesta ilegales contra el cierre de guarderías y escuelas donde enseñan la lengua eslovena. Arrestado de nuevo, fue juzgado por el Tribunal Especial para la Seguridad del Estado, y absolvió a continuación. En 1930, expatriados en París, donde trabajó en la sede del Partido Comunista en el exilio, en 1931, participó como delegado al congreso del Partido Comunista en Colonia. En 1933 estudió en la Universidad Estatal de Moscú. En 1936 fue enviado a España durante la Guerra Civil Española y en 1938 fue a luchar en Cataluña. En 1939 fue internado en Francia, y luego se va para la misión en Etiopía. Se envía de vuelta a Francia a Génova en 1944 como comandante de los partidarios de Garibaldi región de Liguria. En agosto de 1944 se convirtió en comandante de las Operaciones de la Zona VI con sede en Carrega Ligure Liguria en la provincia de Alessandria. Vive entre Carrega Ligure Fontanigorda. No hay forma estable Val Borbera a partir de julio de 1944 para hacer frente a Franco Anselmi su entrada en la 3 ª Brigada Garibaldi y la confianza en enero de 1945 en el programa Erasmus Marre Arzani Brigada de reorganización. Se hace una distinción en las batallas en Marsaglia Trebbia, para capannette Pej de Piamonte y Emilia-Romagna, Liguria y Cartasegna Carrega Carrega Ligure. Volver a Trieste, en mayo de 1945 y fue designado por el comandante de la policía yugoslava de la Zona B Yugoslava de Territorio Libre de Trieste y luego en 1955 se convirtió en un miembro del parlamento de la República Socialista de Eslovenia. En 1970 se retiró a la vida privada, donde murió en 1978 en Koper.Domingo nació en Rolla Arcola (La Spezia) 19 de enero de 1908. Mecánico de profesión, fue miembro de la clandestinidad comunista. Por sus actividades antifascistas en 1931 tuvo que huir a Francia.
En 1936, Rolla participó en la Guerra Civil española en defensa de la república. Pelausthan y luchó con Cenicientos Centuria “Gastone Sozzi” y fue más tarde, como un sargento en el batallón Garibaldi, en el frente de Madrid. Fue herido en Casa de Campo en abril de 1937. Rimessosi en el sexto, que luchó en el frente del Ebro, con el rango de teniente y el nombre de Bruno. Después de la guerra regresó a Francia, donde fue internado en los campos de Saint-Cyprien y Gurs.
Rolla en 1939 logró escapar, y fue enviado por la Internacional Comunista en el frente de la guerra en Etiopía, en apoyo de la resistencia local. Aquí se unió a otros miembros de la Internacional Comunista, los llamados “tres apóstoles” era Rollo Petrus, el Livorno Ilio Barontini y Trieste se Paulus era Ukmar Anton Juan [1]. El grupo de los “apóstoles”, el periódico que fundó La Voz de los etíopes y los rebeldes etíopes entrenados y organizados.
Derrotado, huyó a Sudán y luego de nuevo en Francia, donde fue internado en el campo de Vernet. En un momento en que Francia cayó bajo el control de los nazis y allí estaba el ascenso al poder del gobierno de Pétain fue entregado a la policía italiana, que se utilizan para el confinamiento. Inmediatamente después de la caída del fascismo y el armisticio de la tomaron parte en la Guerra de Liberación, como miembro de la Resistencia Abruzos, suponiendo que el nombre de guerra de “Charles”.
Después de la guerra continuó el compromiso político en el PCI, la dirección de la federación de Viterbo. Murió en Roma en 1954.Ilio Barontini
Roma, diciembre de 1947. De izquierda a derecha: Víctor Bardini, Barontini Ilio, Audisio Walter y Moranino Francisco.
Anexo 1. Giovanni Pesce conversaciones con Troy Barontini
La fabricación de una bomba
Pasan tres días durante el cual el sorprendente resultado de las acciones se desvanece. Me encuentro lleno de confianza y con una mayor conciencia crítica. Yo aún no había adquirido la experiencia suficiente para llevar una lucha en la ciudad en la que tanto riesgo y donde se requiere una organización, la confidencialidad y la puntualidad; método en el que, calma y decisión son los tres factores de éxito. He oído un golpe. Más allá de la voz de la puerta de Dante Conti me respondió. Con él es Barontini Troya, el legendario combatiente de Madrid, Guadalajara, el comandante en jefe del batallón Garibaldi se llevó la victoria sobre los legionarios fascistas, una de las pocas personas en Abisinia, entre los partidarios lucharon contra los invasores etíopes.
Barontini sonríe y me abraza. “Va a ser algún día”, dice Conti antes de salir. Barontini golpes de preguntas: ¿Cuántos meses en Turín, ya que estoy organizado, ¿cuál es mi plan de acción, como ya he coordinado con la lucha general de las masas, si pongo un mínimo de un aparato técnico . Barontini desnuda mis temores, mis debilidades, mis dudas, mis incertidumbres. Durante dos días me lo estaba escuchando. Al final del choque en la pobreza de medios, los hombres, la organización, sorpresa, ira tomar el relevo y no grite que nunca voy a hacer todo el trabajo sola, sin hombres, sin conocer un paquete de bomba. Barontini sonríe.
“Si las bombas”, dice, “Yo soy tu problema se resuelve pronto,” Pero no son sólo las bombas.
“Vamos a hablar ahora”, insisto.
Y el fusible? Barontini continúa: “Ahora te voy a enseñar algo más que tomar notas, incluso si está en contra de las normas del secreto para construir una combustión de mecha lenta, que no es una llama que arde en silencio:.. Este fusible (mecha) no es en el mercado. “
Barontini sigue:. “Tome un hilo, agujas, y la ropa de preferencia blanco, porque no tiene olor y menos humo Disuelve 8 gramos de bicromato de potasa en cien gramos de agua, cocine a fuego lento diez minutos, el algodón, después de dejar que se seque en la oscuro. Luego tome, secar bien, 40 hilos de algodón, dijo el tiempo que sea necesario y con un poco de que el algodón envolver el alambre 40 con un cable por lo que se quema la mitad de una pulgada por minuto. “
“Claro”, le digo, “me parece muy fácil.”
“Es fácil”, Barontini continúa, “si usted tiene un amigo herrero.” Lo interrumpí con impaciencia-. Barontini toma una hoja de papel y un lápiz y dibujar mientras se habla en la hoja.
“Tomar un tubo de cualquier pequeña o grande, de hierro, hierro fundido, aluminio bronce, e incluso, redujo la diferencia a diez, veinte, cuarenta centímetros de los saldos en un extremo una tapa del mismo material de la tubería y el centro de la tapa de la práctica un orificio de un diámetro de seis o siete pulgadas. “
Mientras Barontini habla, continúa imprimiendo en papel y la bomba nació ante mis ojos.
“La parte del tubo, sin tapa,” Barontini continúa, “está roscado para permitir atornillar otra cubierta, roscado bien para un par de centímetros. Se pone el explosivo en el tubo, se hace pasar a través del fusible con un detonador en el agujero , primera tapa de modo que el detonador va a desencadenar nell’esplosivo. Al final se atornilla a la segunda cubierta y la bomba está lista. “
“Va a ser poderoso?” Lo que pido. “¿Cuánto es que, dependiendo del diámetro de la longitud del tubo y la calidad de explosivos disponibles. También puede preparar una bomba de diez libras, veinte libras, capaces de destruir un cuartel.
“Usted acaba de probar. Vai del amigo herrero. Construir la bomba y luego los experimentos sobre uno de los objetivos que quiere lanzar en el aire”.
“Claro que sí”, respondo. “… Si usted lo note! Pero no puedo hacerlo todo solo, no hay hombres para que me ayude, la organización no me da una mano, los enlaces no funcionan, no son técnicos, no hay armas”.
Barontini me deja de ventilación, sonríe y no dice nada. Luego ataca:? “Las armas, las armas y las bombas ¿No son poderosas armas para una guerra que se libra en las calles, entre las casas, entre la gente, no tiene técnica, y por qué no te haces? Aprenda cómo preparar bombas explosivas, incendiarias fabbricarti usted aprenderá!
“No tengas suficientes bombas? Sal a la calle por la noche con un martillo, un palo, un cuchillo, con algo que sirve para matar. Quitar las armas a un republicano, un alemán, otro alemán, otro Republicano: usted tiene las armas para usted y sus compañeros durante estos días llegarán a la GAP “!
Son como bajo el agua, aturdidos por la seguridad tranquila de este hombre inteligente y bueno. Me da respeto, mucho respeto, pero no quiero mostrarlo.
“El Partido”, intenta, “el partido no me ayuda? …” •
“Te equivocas”, exclama Barontini, “errores muy grandes. ¿Está la fiesta, partido y sólo estamos ayudando unos a otros para luchar contra la lucha que se dedican a todos los demás partidos fascistas de la red, donde se ha comprometido a los italianos. Es una batalla que necesita todas las fracciones aisladas no sólo son inútiles sino perjudiciales a menudo. Usted debe tener esto en cuenta. “
Estoy anonadado: Barontini me dio razones por las que estoy seguro de que él siempre supo que, sin ser capaz de expresarme.
A pesar de estas cosas parecen sencillas. Así que es verdad: el partido, nunca me dejaron solo.
Barontini, publicado en la tarde, parte de la noche con un paquete: “esta es tu primera bomba, me he preparado, no fue difícil.”. Yo ya sé cómo va a usar. En mi opinión, la acción es clara, detalle por detalle, segundo a segundo.
Dos días más tarde estoy con Andrés y Antonio. Caminando a lo largo del curso con Andrea. Antonio entra en la habitación lleno de alemanes y los fascistas. En frente del bloque es el ferrocarril. Antonio se produce después de una larga espera: “Estoy en treinta alemanes”, dice, “casi todos los fascistas y muchos oficiales.” Nos estamos acercando. Lo guardo bajo el brazo con el paquete bomba. Hice las maletas para que las señales dall’involto fusibles. Debajo de la ventana de la habitación de Andrea enciende un cigarrillo y, inclinándose hacia mí, como para reparar la llama del viento, se acerca el fuego a la mecha. Está oscuro. Sigo con mis ojos la mancha roja que se frota ligeramente contra el fusible. Mi corazón latía con violencia. De repente, rebosante de un leve soplo de fuego, la mecha se enciende. Puedo recoger el paquete y el apoyo de la repisa de la ventana. Nos alejamos lentamente nos hace fuerza para no correr. Estamos ya muy lejos en la bicicleta cuando la crisis golpea desgarradora y terrible en mi primera bomba.
En casa, incluso antes de hablar, Barontini bufete de abogados en mi cara, me abraza. “Bravo, muchacho!” Repito, después de ocho años …
por John Fish, “Hard Target – la guerra de las BPA”
Funeral de Ilión Barontini. Unidad de Archivo
Funeral de Ilión Barontini. Unidad de Archivo
Funeral de Ilión Barontini. Unidad de Archivo
Anexo 2. Pedro Secchia conmemora Barontini
Hay una ironía terrible en la muerte de nuestro Barontini Ilión: este hombre era un héroe de la carrera, hasta que la audacia temeraria, este popular juego de lucha de una gran causa de todas las guerras justas, desafió a sus miles de veces y le tocó la muerte que parecía tener el don de la invulnerabilidad, este hombre tenía que morir junto a sus dos compañeros del Partido y trabajar por la ironía trágica en un accidente de coche desafortunado.
Ciertamente, esta no era la muerte que él había soñado Barontini, cuando las batallas de Arganda, Madrid, Guadalajara, lideró el ataque con valentía los partisanos italianos contra las hordas de Franco y los fascistas, o cuando en la tierra de Francia organizó la resistencia contra los invasores alemanes y se convirtió en uno de los comandantes más famosos de Tireurs Francos partisanos, o al pasar de una ciudad a otra en Italia, después de 08 de septiembre 1943, sentó las bases de esa organización partidista maravilloso que lo hizo más que ningún otro para crear , para tomar medidas y dirigir la lucha y la victoria. ¿Por qué ir a Ilión Barontini no sólo el gran mérito de haber mandado todos los partidarios de Emilia, pero también era un organizador de las brigadas de gappiste, los Grupos de Acción Patriótica de toda Italia, que eran partidarios de las tropas de asalto, más audaz entre los audaces. La brecha fueron los guerrilleros que actuaban sin uniforme en la ciudad en el campo enemigo abierto, sin protección, sin posibilidad de retroceso, constantemente perseguido por la policía, las SS Fascista.
No fue fácil encontrar gappisti, muchos eran los jóvenes que fueron a las montañas para unirse a las filas partidarias, pero cada vez menos jóvenes estaban dispuestos a luchar en las ciudades, en el campo enemigo.
La cosa se explica fácilmente. Usted se siente más seguro cuando se pelean en un campo de entrenamiento militar, cuando se tiene una base de operaciones, una base de suministro, una o más rutas de retirada o al menos muy probable que vayan a obtener, cuando se pelean la eliminación de las armas y municiones, si no es igual a las del enemigo, sin duda capaz de soportar una buena parte de la defensa o de ataque.
No así para gappisti que no estaba vestido de uniforme, que no podían llevar un rifle o una ametralladora sobre su hombro, no vive en un área que ofrece ciertas fechas de salvar la tierra y de la misma población.
El gappisti vivía en las ciudades, a menudo bajo un nombre falso en una habitación amueblada en una casa en la que casi siempre no conocía a los inquilinos, sin armas pesadas, con pocas posibilidades de ayuda.
Sin embargo, lo valiente, capaz de hazañas tales fueron los Grupos de Acción Patriótica creado y educado por Barontini.
Gap fueron los primeros en atacar a los alemanes y los fascistas en la ciudad, fueron los primeros en llevar brecha con la lucha contra el tiempo de espera, fue la brecha para impulsar y luchar contra la guerra de liberación.
¡Oh! Hoy en día es fácil de ciertos señores de oficina, los liberales y similares, se jactan de ser partidista. ¡Oh! Hoy parece fácil de unos señores que nos dan, dan a los comunistas, para dar a los soldados y su compañero de Barontini, las lecciones de patriotismo. Pero el día es difícil, en tiempos difíciles, usted siente los verdaderos patriotas.
A continuación, algunos señores no estaban de acuerdo con las audaces acciones de los soldados de Troya Barontini, no aprobaba que el ataque de los alemanes, en las ciudades, sus tropas en movimiento, sus comandos, sus escondites.
Entonces no estaba de acuerdo o sabotear, ni golpe de Estado, ni la acción valiente que afectó al enemigo por sorpresa detrás de su casa, no aprobó la preparación activa y la insurrección la práctica nacional.
Esto molestó a algunos caballeros, perturbados en su negocio, su vida familiar, en sus estudios, en sus intrigas, en sus cálculos.
Y el patriotismo de los señores en esos días estaba muy caliente. Ellos dijeron: “¿Por qué quieres atacar a los fascistas y los alemanes Déjalo ir, déjalo hacer que se espera de tiempos mejores, con estos ataques provocherete sus crueles represalias.”. Sí, lo sabía, Barontini sabía que los alemanes eran crueles, que sus represalias fueron terribles, pero también sabía que esas luchas sin negrita y sin tregua no había guerra de liberación, no sería digno de los héroes del Risorgimento italiano, no que se han ganado el derecho a ser personas libres e independientes.
¿Quién va a decir a los hechos épicos de acciones audaces que eran capaces de Grupos de Acción Patriótica, los soldados de Troya Barontini?
“Los años y las décadas pasan – como está escrito en la pizarra de un gran héroe, Dante Di Nanni, uno de los mejores de la gappisti Barontini -, los años y pasan las décadas, los duros días y sublime que vivimos ahora parece lejana, pero las generaciones toda Italia que educará a los niños de corta edad de su amor a la patria, amor a la libertad, el espíritu de la devoción a la causa progresista de la redención humana “.
Alguien quiere nos acusan de usurpar el nombre de Garibaldi, que han hecho mal uso del nombre de Garibaldi dio a nuestro partidista, que utiliza el símbolo de Garibaldi durante las luchas electorales.
Pero la mayor parte de nosotros que puede apelar a Garibaldi y defender su bandera?
En primer lugar Barontini Ilión, ya que la gran mayoría de los partidarios partidarios era un trabajador fuerte, un hombre del pueblo.
Y Garibaldi era un verdadero hombre del pueblo.
Antonio Labriola, dijo un día: “Giuseppe Garibaldi era un hombre del pueblo, y que parte de las personas que se visten sinceridad, la sencillez de la vida y la integridad de la moral es la más corrompida, en sus instintos populares como un amante de la justicia, enemigo de privilegio, un defensor de los oprimidos, un perseguidor de toda tiranía, y se mantendrá a perpetuidad como una efigie, el ejemplo más noble y más persuasivo de la verdadera democracia “.
En segundo lugar Barontini Ilión era un hombre de acción, y siempre luchó al igual que nuestros partidarios partidistas por una causa justa. Porque repito, es el verdadero coraje, el heroísmo verdadero es sólo lo que se pone al servicio de una causa justa. Y Barontini toda su vida luchó por una causa justa.
Barontini era desinteresado y heroico en cada uno de sus actos, en todas sus acciones, porque la idea de justicia está profundamente arraigada en él, porque el socialismo fue su gran fe. Su gran amor por este país saltó de su profunda fe, su gran anhelo por la justicia, la libertad, el socialismo.
Ilio Barontini, como Otelo Frangioni, como Leonardi, al igual que nuestros mejores partidarios, como los comunistas más fieles, no sólo luchó para liberar a Italia desde el extranjero invasor, pero su ferviente amor a la patria fue capaz de demostrarlo también en la lucha para liberar a el pueblo italiano de sus enemigos internos, de sus opresores.
Del mismo modo Garibaldi fue el representante más difícil, la lucha más popular por la independencia nacional, Garibaldi luchó a la vez, por la libertad y la justicia social.
Garibaldi luchó contra los Habsburgo y los Borbones no luchó sólo para hacer una Italia unida e independiente, pero luchó para liberar al pueblo de la esclavitud feudal, la opresión, la tiranía, luchó por liberar a la nación de una explotación ruinosa, de la necesidad y la miseria . Tanto es así que a partir de 1860, decepcionado por la política reaccionaria de los gobiernos de Italia continuó, decepcionado y lo siento por la explotación de hexosa que se le dio al pueblo italiano y en especial de los campesinos del sur de Italia, Garibaldi renunció como miembro y madre de Cairoli le rogó que retirara su renuncia, Garibaldi escribió:
“Estoy avergonzado de haber contado durante mucho tiempo en las filas de un conjunto de hombres que parecen destinados a hacer el bien para el país, pero en realidad la orden de consagrar la injusticia, el privilegio y la prostitución. Larga es la historia de las atrocidades cometidas por los sirvientes de la tiranía de una mascarada, y la sufrida paciencia de los que son demasiado estúpidos para tolerarlos. Y las mujeres de gran inteligencia y los sentidos exquisitos, a convertir su pensamiento por un momento liberó al pueblo de su mártires heroicos y sus compañeros, pida sus seres queridos sobrevivientes de las bendiciones con que la gente saludó a los infieles y dio la bienvenida a sus libertadores. Bueno, ahora maldicen a los que escaparon del yugo del despotismo para que las rechace por un despotismo más horrible, degradante más y haciendo que se mueren de hambre “.
“Mi conciencia – Garibaldi se fue – no me dolió, aunque no la manera en que yo haría hoy en el sur de Italia, temiendo ser apedreados por el pueblo que me siento cómplice de la calaña despreciable, que por desgracia tiene Italia y sembró el odio y la miseria, donde se habían sentado las bases de un futuro italiano, soñado por el bien de todas las generaciones y empezó milagrosamente. “
Garibaldi siempre pensé que “la libertad política – son sus palabras – debe ser el medio para hacer frente a la justicia social.”
Por Ilió Barontini, así como la mayoría de los partidarios de la independencia de ganancia Italia significó no sólo expulsar a los alemanes, pero eso significaba romper las riendas al fascismo y que son precisamente los grupos del gran capital financiero que constituían la esencia del fascismo.
La lucha por la independencia y la lucha por la libertad son inseparables para nosotros y para Barontini. No podía luchar contra el extranjero, si no hubiéramos luchado, al mismo tiempo por la libertad y la democracia.

Extractos de un discurso pronunciado en Livorno, dos años después de la muerte de Ilio Barontini de Peter Secchia subsecretario de la PCI. Livorno 1952

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...."L’ineguaglianza dello sviluppo economico e politico è una legge assoluta del capitalismo. Ne risulta che è possibile il trionfo del socialismo all’inizio in alcuni paesi o anche in un solo paese capitalistico, preso separatamente...." Lenin -Sulla parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa-Pubblicato sul Sozial-Demokrat, n. 44, 23 agosto 1915.
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